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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/03/2023

Gli squilibri che affossano un mondo “in transizione”

Il neoliberismo – come teoria economica, ma soprattutto come modello strutturale di funzionamento del capitalismo euro-atlantico (il principale dei “capitalismi” esistenti) – è in crisi radicale. Ma sopravvive nella “narrazione mediatica” perché ha ancora un’utilità residuale: consente di mantenere ai minimi la dinamica salariale dei lavoratori dipendenti e di demolire anche gli ultimi residui di welfare (la sanità, in primo luogo).

Fuori da questo ambito ristretto, ai piani alti della governance transatlantica è stato soppresso silenziosamente: si fa in altri modi, si raccontano le stesse sciocchezze.

Detto altrimenti, non è più tabù l’“intervento pubblico nell’economia”. Anzi è richiestissimo. Che questo intervento sia agito da uno Stato imperiale come gli Usa, oppure da un insieme di Stati uniti da trattati vincolanti ma sempre più minati da “eccezioni” presentate come “temporanee” (l’Unione Europea, insomma), non fa moltissima differenza.

Anche questa non è una novità. Quando i mitici “mercati finanziari” rischiarono il tracollo, tra il 2007 e il 2009, l’intervento pubblico fu colossale, inducendo addirittura l’ex presidente della Banca Mondiale, Joseph Stiglitz, a parlare di “socialismo per ricchi”.

Quello schema sembra ora confermato di fronte alle necessità della cosiddetta “transizione ecologica”, che induce anche i governi meno propensi a “programmare” interventi economici o produttivi a farsi promotori di finanziamenti consistenti per orientare le scelte delle imprese più grandi (le “locomotive” che dovrebbero poi trascinare intere filiere industriali verso una produzione ambientalmente più sostenibile).

Passando però dal mondo virtuale della finanza a quello molto “fisico” della produzione industriale gli intoppi si moltiplicano.

A grandi linee si può dire che l’obiettivo dichiarato è quello di passare da un sistema che utilizza come fonte energetica principale gli idrocarburi ad un altro fondato sull’elettricità. Nella fase di transizione tra i due sistemi si è deciso di puntare sul gas, che genera meno emissioni climalteranti (meno, non “poche”) rispetto a petrolio e carbone, ed è presente ancora in quantità consistenti (al contrario del greggio).

Ma nel mondo fisico tra il dire e il fare ci passano oceani...

Lasciamo per un attimo da parte le forti obiezioni scientifiche sollevate davanti a questo tipo di transizione (elettrificare pressoché tutto non è detto sia ambientalmente più “sostenibile”, visto che i sistemi di accumulo richiedono materiali che vano comunque estratti e poi smaltiti, senza considerare tramite quale fonte l'elettricità viene prodotta), e prendiamo in esame soltanto le conseguenze sui sugli apparati produttivi esistenti – di dimensioni gigantesche, nell’insieme – e sulla tenuta sociale dei Paesi interessati.

Se fossimo infatti in un mondo sagomato dall’interesse collettivo anziché da quello privati (il profitto come unica molla della produzione), l’operazione sarebbe molto complessa e impegnativa, ma avrebbe probabilmente qualche possibilità di riuscita. L’esempio della Cina – che certo non disprezza il profitto privato, ma prova a renderlo funzionale dentro una programmazione centralizzata – è in questo senso piuttosto probante.

In un contesto dove “la libertà d’impresa” è un totem dispositivo di dominio che ormai ha demolito o sussunto in gran parte il potere degli stessi Stati, raggiungere quell’obiettivo appare però pressoché impossibile.

In primo luogo perché avviene dentro una competizione che coinvolge sia le imprese che gli Stati, per cui quella che – in termini concettuali astratti – dovrebbe essere una “pacifica sostituzione” di determinati sistemi industriali con altri diventa una feroce guerra in cui certe filiere industriali scompaiono rovinosamente, mentre altre si appropriano di quegli spazi di mercato. Se va bene.

Vista la scala dimensionale, oltretutto, questo processo anarchico e conflittuale stravolge la struttura sociale delle popolazioni interessate, e di conseguenza anche la “tenuta politica” delle entità statali coinvolte.

Un quadro indicativo del livello dei problemi che si stanno delineando, in modo molto concreto e lucido, viene fornito ancora una volta da Guido Salerno Aletta in un importante editoriale per l’Agenzia TeleBorsa.

Altamente consigliato, se non si vuol “parlare di politica” in modo vacuo...

Buona lettura.

*****

Necessari processi di riequilibrio

Guido Salerno AlettaAgenzia Teleborsa

È del tutto fuori luogo lamentarsi per il fatto che gli Stati Uniti stiano finanziando con consistenti fondi pubblici la loro reindustrializzazione, nel settore dei microchip e della transizione energetica, della costruzione di fabbriche per le auto elettriche e batterie.

Aumenta il deficit federale, certo, ma è così che si raccoglie il risparmio ed il capitale per destinarlo alla economia reale: un tipico schema di intervento keynesiano, che parte dalla spesa pubblica per gli investimenti.

D’altra parte, è esattamente quello che sta facendo l’Unione europea con il programma NGUE, di cui l’Italia beneficia ampiamente con i fondi stanziati nel PNRR: gli assi di intervento sono gli stessi, transizione digitale e transizione ambientale, in un contesto di rafforzata coesione sociale. Anche qui è spesa pubblica per investimenti, finanziata con nuovo debito pubblico.

Il vantaggio per l’Italia risiede nel fatto che il tasso di interesse che pagheremo su questo debito è più basso di quello che paghiamo sulle emissioni dei nostri titoli di Stato in quanto la provvista sui mercati è effettuata direttamente dalla Unione Europea, attraverso una Banca Agente, avendo un rating migliore del nostro e quindi a tassi molto più bassi.

Cosa assai diversa è invece esprimere un giudizio sul merito di queste politiche: valutare se siano davvero convenienti o meno; capire se in fondo non si vadano a dare soldi pubblici a palate alle solite grandi industrie, le uniche in grado di gestire processi così impegnativi; oppure, ancora, entrare nel merito di questa gigantesca operazione di decarbonizzazione dell'economia, che prevede l'elettrificazione di ogni consumo energetico partendo da fonti rinnovabili.

Non c’è dubbio che dietro tutta questa corsa alla Green Economy ci siano interessi finanziari enormi e la voglia di cambiare profondamente alcuni equilibri geopolitici: togliere di mezzo il carbone ed il petrolio, usando il gas nella fase di transizione, ha un impatto enorme sui flussi di spesa che si muovono annualmente per questi acquisti di fonti energetiche di origine fossile.

Il quadro di riferimento globale è quello del COP, la strategia dell’ONU volta ad assicurare una metrica comune ed affidabile per verificare il rispetto dei traguardi di riduzione delle emissioni di CO2, fino alla parità tra emissioni ed assorbimenti prevista per metà secolo.

Peraltro, a livello di accordi internazionali, ci sono Paesi di straordinaria importanza in termini di produzione, di consumi energetici e di emissioni, come la Cina, che è rimasta ferma ad impegni a più lungo termine, ed altri come l’India che traguardano addirittura il 2070.

Praticamente, è una scadenza che arriva tra mezzo secolo: a guardarsi indietro, è lo stesso tempo che è passato dal 1973 ad oggi.

Nessuno può davvero prevedere che cosa succederà nei prossimi cinquant’anni.

E neppure bisogna illudersi che se ne stiano tutti con le mani in mano: visto che l’Unione europea ha deciso di vietare a partire dal 2035 l'immissione in commercio di automobili con motori a combustione interna, la Cina si sta già attrezzando da tempo per produrle in casa ed esportarle da noi, battendo la concorrenza delle produzioni europee.

Forse anche di quelle americane, anche se un dubbio rimane, visto che tra dazi e sanzioni il quadro della competizione commerciale è sempre più frastagliato: la legge americana (IRA), che prevede un sussidio pubblico per gli acquisti di auto elettriche, all’inizio era stata formulata in modo da limitarne la erogazione solo nel caso delle auto fabbricate negli USA. La Commissione europea si è lamentata, e sembra che questa esclusiva sia stata rimossa.

Bisogna guardare intanto al quadro di insieme, fatto di squilibri.

Il disavanzo commerciale degli Stati Uniti per merci è enorme ed insostenibile. Devono ad ogni costo ridurlo, perché altrimenti ne va della stabilità del sistema: non possono peggiorarlo ogni anno di 100 miliardi di dollari che vanno finanziati.

Neppure gli avanzi commerciali strutturali di Germania e Giappone sono sostenibili: sono sistemi sociali che lavorano prevalentemente per le esportazioni. Hanno accumulato posizioni finanziarie attive impressionanti, ricchezza finanziaria sull’estero, in investimenti azionari, partecipazioni e crediti di ogni genere. Valori che dipendono, quanto a stabilità, dalla solidità stessa dei Paesi in cui hanno investito.

Ma entrambi questi Paesi, per motivi diversi, stanno vedendo andare a picco il loro export.

Nel 2022, la Germania ha avuto il peggior saldo attivo delle partite correnti dal 2000, con appena 168 miliardi di dollari rispetto ai 294 miliardi del 2019, l’anno che precede la crisi sanitaria del biennio 2020-2021. Un importo praticamente dimezzato, come dimostra anche la percentuale sul PIL, passata dal 7,5% al 4,2%.

Il Giappone è passato da un saldo attivo di 176 miliardi di dollari del 2019 ad uno di appena 58 miliardi nel 2022, riducendosi quindi ad un terzo, come dimostra anche la percentuale sul PIL, crollata dal 3,4% all’1,3%.

Tutto questo si riflette sul valore complessivo dei saldi delle partite correnti dei Paesi del G7, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti, che è precipitato da un saldo negativo per 9 miliardi di dollari nel 2019 ad uno negativo per 939 miliardi di dollari nel 2022.

In pratica, il minor avanzo commerciale di Germania e Giappone, i due Paesi che tenevano insieme a galla gli equilibri del G7, ora li sta facendo affondare.

Il fatto è che alla riduzione che abbiamo rilevato dei saldi attivi di Germania e Giappone non ha corrisposto affatto una riduzione del saldo passivo degli Stati Uniti: il loro disavanzo è peggiorato, passando dai -620 miliardi di dollari del 2019 ai -985 miliardi del 2022.

Purtroppo, anche il saldo passivo della Gran Bretagna è precipitato, passando dai -77 miliardi di dollari del 2019 ai -154 miliardi del 2022.

Anche la Francia continua a galleggiare malamente, visto che il passivo di -14 miliardi di dollari del 2019 è arrivato a -35 miliardi nel 2022.

L’Italia, a sua volta, ha visto erodere il suo attivo, passando dai +65 miliardi del 2019 ai -3 miliardi del 2022.

Gli Usa stanno tentando la strada dell'industrializzazione nei comparti del green e della produzione informatica.

Anche in Europa si è decisa la stessa strategia. Ma è sfida incertissima, soprattutto perché il valore degli asset che si distruggono in Europa sono enormi, in termini finanziari, economici e di occupazione.

Azzoppare tutti insieme, la Germania, la Gran Bretagna, la Francia e l’Italia, così come mandare il Giappone a gambe all’aria, può essere molto pericoloso.

Servirebbe una strategia diversa, meno distruttiva: deintensificare il lavoro nei Paesi in cui c’è un attivo commerciale strutturale, Germania e Giappone per primi, spostando il driver della crescita dall’export al maggior benessere interno.

Ma è una logica non conforme ai principi della competizione capitalistica.

In questa frenesia della transizione energetica ed ambientale, il G7 sta affondando: distruggere per ricominciare da zero, facendo tabula rasa, può essere una pericolosa illusione.

Fonte

05/03/2020

Chi esce dall’euro muore?

Spesso e volentieri nel dibattito sul ruolo e il destino dell’Unione europea il sistema mediatico dominante lancia anatemi sugli enormi rischi derivanti da un’eventuale uscita. Si tratta di una strategia preventiva volta a chiudere il dibattito sul nascere presentando ogni opzione di eventuale rottura, o anche solo ogni voce critica, come un’irresponsabile e puerile fuga in avanti irrealizzabile o terribilmente dannosa. Di recente ci ha pensato Floris, noto presentatore “Di martedì”, a terrorizzarci con un elenco dei costi che l’Italia dovrebbe sostenere se qualche folle si mettesse in testa di uscire dall’Unione europea. E lo ha fatto ricorrendo ad un breve schema ad effetto.


  • obbligo di restituzione di 430 miliardi alla BCE;
  • fuga di investitori e capitali, rischio default banche;
  • maxi-inflazione, crollo potere acquisto salari e pensioni;
  • mutui in euro più cari da ripagare in lire;
  • aumento costo materie prime, aumento bollette.


  • Lo schemino di Floris ci fornisce lo spunto per fare chiarezza in particolare sul primo punto, quello relativo alla presunta restituzione di 430 miliardi alla BCE. Ci si riferisce al saldo di un conto, aperto presso la BCE, noto come Target 2. Cosa è il Target 2? Come spiega la stessa BCE, è “la principale piattaforma europea per il regolamento di pagamenti di importo rilevante; viene utilizzato sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare pagamenti in euro in tempo reale” e permette “alla moneta di fluire liberamente attraverso i confini”.

    L’Italia ha, in effetti, un saldo negativo sul Target 2 di circa 430 miliardi di euro. Dunque, se usciamo dall’euro dobbiamo pagare il conto? Proviamo a fare quello che Floris non può fare, proviamo a capire di cosa stiamo parlando.

    Partiamo dal caso più semplice, lo scambio di merci. Il Target 2 è uno strumento attraverso cui la BCE crea moneta e la inietta nel sistema economico europeo. I Paesi appartenenti all’area dell’euro commerciano tra loro. La Germania, ad esempio, compra merci dalla Grecia, e la Grecia ne compra dalla Germania. Questi scambi danno vita a flussi di denaro che vanno nella direzione opposta ai flussi di merci: un flusso di euro andrà a pagare le merci greche acquistate in Germania, dunque muoverà dalla Germania alla Grecia, ed un altro andrà in senso contrario, dalla Grecia alla Germania, per pagare le merci tedesche acquistate dai greci. Ma ci sono economie più forti di altre. La Germania è un esportatore netto, cioè esporta più merci di quelle che importa dagli altri Paesi; la Grecia è un importatore netto, cioè importa dagli altri più merci di quelle che riesce ad esportare. Rivolgendo l’attenzione ai flussi di denaro, che vanno in senso opposto rispetto ai flussi di merci, noteremo dunque che la Grecia deve dare ogni giorno alla Germania più denaro di quello che la Germania versa alla Grecia per pagarne le sue merci. Quando questi due Paesi avevano monete diverse questo squilibrio commerciale incontrava precisi vincoli monetari: la Grecia aveva bisogno di più marchi (questa la moneta tedesca prima dell’euro) di quelli che riceveva come pagamento delle proprie esportazioni in Germania, e dunque doveva chiedere in prestito marchi, indebitandosi con le banche tedesche. Il debito che la Grecia contraeva in marchi si dice ‘debito estero’, perché il Paese si indebita in una valuta che non ha il potere di emettere, in una moneta straniera. Il debito estero non può crescere all’infinito, perché va ripagato in una moneta estera che scarseggia nel Paese. Questo vincolo monetario imponeva, paradossalmente, dei limiti agli squilibri commerciali tra Paesi europei: la Germania poteva fare l’esportatore netto fino ad un certo punto, perché la Grecia poteva fare l’importatore netto solo nei limiti in cui riusciva a raccogliere marchi sui mercati finanziari. In altre parole, vincoli valutari contenevano le dimensioni degli squilibri commerciali interni all’Europa.

    Una delle ragioni per cui nasce l’Unione europea è abbattere questo limite, consentendo ai paesi industrializzati più avanzati (Germania e Olanda, su tutti) di conquistare definitivamente tutto il cosiddetto ‘mercato comune’, cioè a dire tutti i mercati europei, al di là dei vincoli che diverse valute necessariamente imporrebbero. Uno degli strumenti di questa conquista è proprio il Target 2. Attraverso questo conto, la BCE crea ogni giorno tutti gli euro di cui la Grecia ha bisogno per comprare le merci tedesche, cioè per pareggiare lo sbilanciamento nei flussi monetari che discende dallo squilibrio commerciale tra i due Paesi. Dunque, la BCE inietta euro in Grecia, ma non per la Grecia: quel denaro transita dalla Grecia ed è diretto in Germania, finendo nel fatturato dell’industria tedesca. Questo sistema di creazione di moneta (dalla periferia al centro) non genera maggiore reddito nella periferia, ma vi genera solo maggiore capacità di indebitamento.

    Per chiarire meglio, facciamo un esempio pratico. Un cittadino greco decide di comprare un prodotto tedesco. Se, per semplicità, supponiamo che questa sia l’unica transazione che avviene tra i due Paesi, cioè in altri termini se quel flusso di denaro coincide con il disavanzo commerciale della Grecia verso la Germania, la transazione economica viene registrata nel Target 2? La risposta è sì. Ciò avviene perché, per regolare transazioni tra Paesi diversi, occorre base monetaria. Questo ci fa capire due cose: a) il cittadino greco deve avere i soldi per comprare la macchina (non è che il Target 2 gli regala i fondi); b) dal conto corrente del cittadino greco si va alla Banca di Grecia, e da lì – anziché privarsi di preziosa base monetaria – si chiede quella somma in prestito alla BCE, che la versa alla fabbrica tedesca. Tutto questo, ovviamente, avviene in automatico: il Target 2, a fine giornata, registra gli squilibri nei flussi tra i Paesi ed eroga quella somma per rendere possibile il regolamento (settlement) della transazione. In questo modo, il sistema economico greco si è indebitato con quello tedesco attraverso la mediazione della BCE: il Target 2 è quella mediazione.

    Al sistema Grecia resterà, quindi, un debito che probabilmente in marchi non sarebbe riuscita ad accumulare a questi livelli e che invece la BCE è ben felice di concedere, rendendo possibile l’ampliamento degli squilibri commerciali tra i Paesi centrali e i Paesi periferici. Infatti, il denaro iniettato in Grecia si registra come un prestito della BCE alla Grecia proprio sul Target 2. Specularmente, il maggiore denaro incamerato dal sistema economico tedesco nel gioco del commercio intra-europeo viene depositato presso la BCE, generando un saldo positivo della Germania sul Target 2. Si tratta di una semplice registrazione contabile dell’operazione che, occorre precisare, richiedeva il prestito alla Grecia di base monetaria in euro: se questa esigenza viene soddisfatta da chi ha il potere di creare moneta, non vi sono limiti all’espansione di questa particolarissima (finché siamo nell’euro) forma di debito estero. Non a caso, i più accaniti critici del Target 2 sono le banche private tedesche, che si sono viste sottrarre l’affare della intermediazione del commercio: prima i greci dovevano passare per loro, chiedere loro marchi (e per questo il tutto aveva un limite, perché una banca privata non presta mai all’infinito). Da quando c’è il Target 2 la BCE salta completamente quel passaggio: un ottimo esempio di come il progetto di integrazione europea sia molto più attento alle esigenze dell’industria che non della finanza. Favorisce gli esportatori, sfavorisce le banche.

    Questo conto, in ultima analisi, riflette esattamente la suddivisione dell’Europa tra esportatori netti, Paesi in surplus commerciale intra-europeo come Germania e Olanda, e Paesi importatori netti, cioè in deficit commerciale intra-europeo come Grecia e Spagna. Ai saldi negativi con segno meno dei Paesi della periferia europea registrati sul Target 2 corrispondono esattamente i saldi positivi dei Paesi centrali, vinti e vincitori nell’organizzazione del commercio intra-europeo imposta dall’Unione europea.

    Questo basta per capire che il Target 2 è uno strumento dell’opera di colonizzazione commerciale che i Paesi centrali hanno imposto ai Paesi periferici in Europa: è un meccanismo al servizio delle industrie più forti per rendere sostenibile un modello di crescita fondato sull’esistenza di squilibri commerciali tra periferia e centro. Il debito accumulato dai Paesi periferici sul Target 2 fornisce la misura di questa operazione di colonizzazione dei mercati periferici: senza il Target 2, greci e italiani sarebbero stati costretti – da vincoli valutari – a indirizzare i propri acquisti al mercato nazionale, contribuendo così allo sviluppo interno e al rafforzamento dell’industria domestica, esattamente come avveniva prima che partisse il progetto di integrazione europea. I prestiti della BCE che passano per il Target 2 sono uno strumento di politica monetaria utile a finanziare le esportazioni dei Paesi centrali verso quelli periferici, tutt’altro che una regalia della BCE ai Paesi periferici.

    In Italia, il deficit registrato sul Target 2 è solo parzialmente spiegabile attraverso gli squilibri commerciali intra-europei. In buona parte, esso si spiega sulla base di un differente fenomeno, legato ai movimenti dei capitali e non ai movimenti delle merci. Abbiamo visto che il Target 2 registra gli squilibri tra i flussi monetari che si verificano tra i Paesi dell’euro; tali flussi, tuttavia, non sono solo il pagamento di merci ma potrebbero anche essere meri trasferimenti di denaro (sposto il mio conto corrente in Germania, mentre nessun tedesco sposta il proprio in Italia) oppure il corrispettivo di un’attività finanziaria acquistata (compro titoli di Stato tedeschi mentre nessun tedesco compra BTP italiani). Dunque, vediamo che il Target 2 non fa sorridere solamente l’industria dei Paesi centrali, ma anche il settore finanziario europeo tutto, che può muoversi da un Paese all’altro senza i vincoli che la frammentazione valutaria imponeva in passato. Uno speculatore può muoversi agilmente tra Bund tedeschi e BTP italiani senza alcun vincolo monetario, perché il Target 2 è lì a disposizione per creare tutti gli euro necessari a fare sì che il capitale abbandoni rapidamente un Paese per un altro. Il ricatto dello spread usato contro i Paesi periferici ha creato una elevatissima instabilità finanziaria che si traduce nella fuga di capitali verso i lidi sicuri, ovvero le attività finanziarie dei Paesi centrali, che hanno tutto il sostegno della BCE e non temono alcun attacco speculativo. Questo enorme movimento di capitali dalla periferia al centro ha prodotto ampi disavanzi sul Target 2, in particolar modo in Italia. E di nuovo, come nel caso degli squilibri commerciali, si tratta di un meccanismo che favorisce il settore finanziario nei suoi movimenti speculativi, non certo la stabilità dei Paesi periferici: è un debito utile a oliare i meccanismi del continuo ricatto finanziario – che richiede rapidi e illimitati spostamenti di capitale intraeuropei – imposto ai Paesi periferici.

    E dunque, in caso di uscita, cosa accadrebbe? Dovremmo davvero pagare il conto come suggerisce Floris? Ovviamente no. In caso di uscita dell’Italia dalla moneta unica, quel conto si tradurrebbe in un debito estero – esattamente come avveniva prima dell’introduzione dell’euro. E col debito estero si possono fare tante cose, ma mai nella storia è stato ripagato integralmente in un’unica soluzione. Si entra in una dimensione negoziale che può avere esiti diversi: si può ripagare ordinatamente e lentamente nel tempo, accumulando surplus commerciali (una strada che l’industria italiana dimostra ancora oggi di poter mettere in pratica), oppure si può ristrutturare – cioè ripudiare almeno parzialmente – sulla base della considerazione che quel debito è servito più ai Paesi centrali che ai periferici, più agli esportatori tedeschi che ai greci, più ai grandi speculatori che ai lavoratori italiani. Quel che è certo è che, in caso di uscita dell’Italia dall’euro, il saldo negativo del Target 2, quei 430 miliardi di euro, resterebbe una voce contabile, esattamente come è oggi, tra la BCE e la nostra Banca Centrale.

    Mario Draghi ci ha offerto una simpatica testimonianza dell’uso terroristico e strumentale che si fa del Target 2. Simpatica perché questo ricatto del Target 2 (al grido di ‘se esci, paghi’) gli si è ritorto contro. A fronte di un’interrogazione di europarlamentari italiani sul tema, l’allora Presidente della BCE rispose: “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua Banca Centrale Nazionale nei confronti della BCE dovrebbero essere regolati integralmente”. Insomma, l’Italia avrebbe dovuto saldare il conto all’uscita, tutto insieme. Per ironia della sorte, sentendo quelle parole, un europarlamentare olandese si fa venire l’acquolina in bocca: l’Olanda ha un credito sul Target 2 di circa 100 miliardi di euro, se dunque uscisse dall’euro potrebbe passare alla cassa a ritirare? Panico a Francoforte, poi la risposta caustica di Draghi: “Lasci che le risponda nello stesso modo in cui ho risposto a domande simili al Parlamento europeo. L’euro è irrevocabile, e questo è nei trattati. Non farò speculazioni su ipotesi che non hanno possibilità di avverarsi alla luce degli attuali accordi. Inoltre, l’euro è stato un successo per l’eurozona e specialmente per i paesi come l’Olanda”. C’è altro da aggiungere?

    Il problema del Target 2, in caso di un’eventuale uscita dell’Italia dalla zona euro, è un problema di debito estero, e come tale deve essere affrontato. Nello specifico, sarebbe parte integrante del debito italiano denominato in una valuta diversa da quella nazionale: in euro anziché in nuove lire, così come l’Italia ha già debiti nelle principali valute mondiali, dal dollaro allo yuan. Nessun nuovo conto da saldare nell’immediato, certamente un nuovo capitolo della lotta tra sfruttatori e sfruttati. Con buona pace di Floris.

    Fonte

    28/12/2019

    La vera storia di Federico Caffè

    Il 25 marzo 1977, sul Messaggero, Federico Caffè dice che la crisi attuale dell’economia internazionale è la più grave che ci sia stata dal 1929. Nel ’29, sul piano internazionale, si richiese una equa ripartizione degli oneri, soprattutto in merito agli squilibri della bilancia dei pagamenti.

    Nonostante ciò, dice, non mi è accaduto di veder menzionato né il suggerimento rivolto alla Germania da un autorevole economista americano, Laurence Klein, perché il marco sia rivalutato del 10 per cento (nel quadro di una politica di «buon creditore», non meno essenziale di quella del debitore che «deve mettere la sua casa in ordine» [oggi si direbbe «fare i compiti a casa»]); né il recente rapporto annuale della Banca Nazionale del Belgio, che è tutta una serrata filippica contro la fissazione di limiti rigidi all’offerta di moneta o all’espansione del credito interno complessivo.

    Si tratta di criteri tutt’altro che indiscussi e da accettare passivamente: il che significa, appunto, confondere la cooperazione con l’assoggettamento.

    Il 30 luglio del 1977 – Messaggero – perde la pazienza: In questi giorni dell’anno, dice, con la puntualità degli incendi dei boschi e degli annegamenti balneari, un rapporto sulla situazione finanziaria di un certo numero di imprese pone in evidenza lo stato, come al solito preagonico, della parte prevalente del sistema industriale italiano. Il lancio pubblicitario segue, anch’esso, un rituale consueto.

    Vi è qualcosa di profondamente offensivo di ogni sentimento umano di equità scoprire che, dice, questo lancio pubblicitario ha lo scopo di addebitare all’aumento del costo del lavoro la causa ultima di tutti i nostri mali.

    Il 2 gennaio del '77, di fronte alla notizia che, nell’area OCSE, i disoccupati avevano raggiunto la cifra considerevole di 15 milioni, con eleganza e rispetto, non lesina mazzate neppure a Einaudi, secondo il quale bisognava lasciar fallire la Banca Italiana di Sconto affinché i responsabili fossero chiamati a rispondere dei loro errori, e affinché i contribuenti non dovessero sborsare nemmeno una lira (allora la cifra era significativa) per le altrui malefatte.

    Che si sia trattato di una posizione estremamente miope e che l’episodio rientri tra le concause della nascita del fascismo, dice Caffè, forse oggi è consentito dire, per quanto siamo sempre il Paese nel quale desta scandalo parlar male di Garibaldi e affini.

    Vi è, ad ogni modo, l’attenuante che, dice, all’epoca in cui Einaudi scriveva, la Banca centrale non aveva ancora compreso esattamente la sua funzione di prestatrice di ultima istanza; e che la parabola delle capacità autoregolatrici del sistema di mercato costituiva la quintessenza del sapere economico.

    Purtroppo, dice Caffè, come a suo tempo la Banca centrale non era ancora consapevole della sua funzione di prestatrice di ultima istanza, così oggi lo Stato non si è ancora reso conto che l’assolvimento efficace del suo compito di occupatore di ultima istanza è condizione stessa non della sopravvivenza del sistema economico, ma della sopravvivenza di un assetto democratico.

    L’unico, vero, inequivocabile, fallimento è, dice, quello di un sistema economico che non sia in grado di creare posti di lavoro adeguati per coloro che ne hanno necessità. Ed è un fallimento che, malgrado la nostra innata propensione ad autodenigrarci, non riguarda soltanto il nostro Paese e le sue gravi carenze funzionali, ma investe la comunità internazionale nel suo complesso, con delusione insanabile di quanti hanno creduto ed operato per una sua armonica cooperazione.

    Le nostre capacità di autodenigrazione, dice, sono giunte al punto da assecondare le accuse di elargire generosi sussidi alle esportazioni, pur essendo ben noti il protezionismo amministrativo e di altro genere, che si registra, ad esempio, negli Stati Uniti d’America.

    Oppure da far apparire cosa giusta e condivisibile la dichiarazione di un membro del direttorio della Banca centrale della Germania occidentale che, parlando di recente a Francoforte, ha detto testualmente che l’ulteriore riduzione dell’inflazione tedesca (minima rispetto a quella degli altri Paesi) dipenderà dall’esito delle negoziazioni salariali e dalle ripercussioni dei disavanzi previdenziali. Non c’è poi da sorprendersi che la cooperazione internazionale tra partner che la pensano in questo modo possa dar origine a 15 milioni di disoccupati.

    Il 15 aprile 1975, sempre a proposito degli squilibri internazionali, e in particolare delle asimmetrie presenti nella Comunità europea, Caffè stigmatizza l’euforia delle istituzioni politiche italiane alla notizia della riacquistata piena legittimità del nostro Paese a far parte della Comunità europea vista la recente revoca del deposito cauzionale sul valore delle importazioni.

    Un’euforia che rivela quell’acritico conformismo liberista che ha sempre contraddistinto l’atteggiamento del nostro Paese nei confronti dei partner comunitari. Sul piano strettamente economico, dice, questo atteggiamento si manifesta nell’accettazione rassegnata nei confronti delle posizioni persistentemente eccedentarie di alcuni Paesi della Comunità.

    Purtroppo, dice, gli organi d’informazione concorrono spesso ad accreditare questa visione deformata (e retorica) dell’«economia aperta»; come se questa non comportasse impegni verso l’economia interna del Paese, oltre che verso la comunità internazionale.

    Il 4 settembre 1978, sempre sul Messaggero, avverte che una svolta effettiva, nel confermare la nostra esigenza di «stare nell’Europa», dovrebbe sentire il dovere di non tacere che ciò costituisce un destino inevitabile, ma tutt’altro che invidiabile. È di appena ieri, dice, la pungente considerazione di P.A. Samuelson, uno dei luminari dell’economia mondiale, il quale ha detto senza mezzi termini che la stabilità monetaria della Germania è di quelle che strangolano e non di quelle sulle quali può edificarsi una solida economia mondiale.

    Come è facile notare, le parole di Caffè, riportate alla lettera, sembrano scritte oggi da un “Rossobruno” qualsiasi o da un cosiddetto “Sovranista”.

    Cosa vuol dire? Che non cambia mai niente? Che tutto è destinato a ripetersi in eterno, che bisogna rassegnarsi? Oppure, più semplicemente, che le datazioni e le periodizzazioni che usiamo sono starate?

    Se fossimo su un campo di battaglia la periodizzazione corrisponderebbe all’esatta cognizione del dispiegamento delle truppe.

    La scienza storica ha bisogno di far credere, prima di tutto a se stessa, che la periodizzazione corrisponde a una misurazione di un elemento oggettivo, il quale, comunque lo si misuri, rimane tale e quale. Tutt’al più si tratta di affinare o di cambiare strumento o metodo di misurazione (cosiddetta metodologia della ricerca), in quanto lo strumento è soggetto al tempo, mentre il passato, essendo appunto passato, sarebbe immune alla temporizzazione.

    Mentre la scienza storica affastella i fatti in un tempo omogeneo e vuoto stabilendo un nesso causale fra momenti diversi della storia, senza accorgersi che nessun fatto, perché causa, è già perciò storico (Hume); mentre la scienza storica neutralizza la storia e seppellisce i morti, il marxismo sa che anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, perché diventeranno ciò che sono stati solo dopo, postumamente, in seguito a fatti che possono essere divisi da millenni.

    Il passato reca in sé un indice temporale che lo rimanda alla redenzione (rivoluzione), esso si riordina a partire dal futuro. Ma non da un futuro omogeneo e vuoto, il futuro della scienza economica, dell’econometria, della previsione e dell’indovino.

    Caffè non era un veggente.

    È noto, dice Benjamin (18° tesi di filosofia della storia), che agli ebrei era vietato investigare il futuro. Ciò li liberava dal fascino del futuro, dalla fascino della previsione a cui si sottomettono quelli che cercano informazioni presso le statistiche e le econometrie. Ma non per questo, dice Benjamin, il futuro diventò per gli ebrei un tempo omogeneo e vuoto. Poiché ogni secondo, in esso, era la piccola porta da cui poteva entrare il Messia.

    * Federico Caffè, Contro gli incappucciati della finanza, 2013

    * da https://www.coku.it

    Vedi anche: Il problema tedesco

    Fonte

    11/11/2019

    Berlino, 30 anni dopo

    Se i maestri sono in crisi, proprio mentre celebrano la storica vittoria sull’avversario numero uno (il socialismo, seppure nella sua versione più grigia, quella “reale”), è bene guardare con occhio clinico alle ragioni di tale crisi.

    Che sono poi, nell’insieme, il normale funzionamento del modo di produzione capitalista.

    Ancora una volta vi proponiamo un fulminante editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza, che impietosamente affonda il bisturi nel modello mercantilista tedesco. Un dispositivo di rapina all’interno (verso i propri lavoratori) e all’esterno (verso i paesi-partner dell’Unione Europea, e ovviamente verso i loro lavoratori) che va in crisi per aver avuto troppo successo.

    Che non vuol dire aver avuto ragione, ma semplicemente essersi potuto “finalmente” sviluppare senza avversari; né come classe contrapposta (i lavoratori, appunto), né come “sistema economico e di valori” (il socialismo).

    Chi mastica di dialettica capisce senza sforzi che il momento migliore dell’economia tedesca ed europea – perché di questo sostanzialmente si parla – coincida con il periodo pre-caduta del Muro. Quando, insomma, welfare e salari furono elargiti con generosità, magari anche a scapito dei profitti, che “furono ridotti, sì, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo per paura del Comunismo”.

    Il capitalismo, insomma, rende meglio quando è sottoposto a una non volontaria “cura dimagrante”, a una condivisione degli utili che è poi diventata bestemmia dopo l’89. Ma anche in quelle condizioni non funzionava benissimo...

    Dopo l’Anschluss della DDR e la facile imposizione a tutta l’Unione Europea delle regole più vantaggiose per sé, non troppo paradossalmente, quel meccanismo si è inceppato.

    L’evoluzione tecnologica (fin lì spinta dalla concorrenza con il “socialismo reale” e soprattutto per contrastare la crescita salariale con la caccia al “plusvalore relativo”) si è arenata. Fare soldi, per “gli imprenditori” di qualsiasi dimensione, era diventato così facile da non richiedere troppi investimenti in ricerca e sviluppo.

    Anche controllare il sistema finanziario continentale si è rivelato piuttosto facile, e questo ha convinto la branca tedesca (e francese) che sarebbe andata avanti così a lungo, se non per sempre.

    Ma “Essere considerata un porto sicuro dai risparmiatori stranieri, continuare ad accumulare attivi commerciali sull’estero, avere le finanze pubbliche in perfetto ordine e dei cittadini che continuano a lavorare indefessi e a risparmiare senza sosta, non è bastato alla Germania per assicurare la stabilità delle sue istituzioni bancarie.“

    Peggio. Quel modello mercantilista fondato su bassi salari e precarietà contrattuale (diritti zero, ricatto alto, consumi ridotti anche sotto il minimo vitale) ha distrutto – e continua a farlo – gli schemi riproduttivi della popolazione, anche in Germania, proprio come in Italia. “Una decrescita demografica spaventosa, che porterà la Germania ad un peggioramento continuo del rapporto tra le coorti degli anziani e quelle dei giovani, che peserà sempre più sulla produzione, sui sistemi previdenziali e su quelli sanitari”.

    Qui è il caso di soffermarsi un attimo, serrare le dita della mano e prepararsi a scaricare un bel pugno in faccia a tutti quegli opinione maker da strapazzo, al soldo delle imprese, che parlano di “scontro generazionale” tra garantiti e non garantiti, sia a livello salariale che di prospettive pensionistiche (potete farlo anche con i “negriani”, naturalmente...). Tutti squallidi beoti che attribuiscono alle persone (lavoratori diventati anziani che non riescono più ad andare in pensione) la “colpa” di un sistema economico squilibrato che sta mettendo in dubbio la continuità della popolazione in Europa!

    Come se fossero state scelte individuali egoiste e non condizioni economiche sistemiche...

    Ma è sul piano finanziario, per chi ha la pazienza di seguire un attimo le argomentazioni più tecniche di questo articolo, che la Storia e la logica si prendono la sacrosanta rivincita su un “piano” che sembrava l’uovo di Colombo (o quella dell’asino che era stato addestrato a lavorare senza mangiare).

    Il problema della Germania finanziaria oggi è infatti “troppi capitali, troppa liquidità, e troppo pochi investimenti nell’economia reale”. E nonostante questo sono proprio loro – la classe dirigente e dominante nella UE – a pretendere maggiori dosi di austerità. Che servirà soprattutto a rastrellare altri capitali (liquidi, infrastrutturali, produttivi, immobiliari, ecc.) dai paesi partner-allocchi, senza dover fare nulla e soprattutto senza risolvere il problema. Anzi aggravandolo.

    Non c’è da stupirsi. È la trappola della liquidità, ed è un classico dei momenti in cui tutti i nodi della sovrapproduzione giungono al pettine.

    C’è tutta l’acqua (finanziaria) che si vuole, ma “il cavallo non beve”...

    Chi – paesi e classi sociali – non vuole morire d’inedia, per dissanguamento progressivo, deve attivarsi per rompere questo meccanismo. Non sarà facile, non sarà indolore. Ma è meglio che attendere la fine (“un Paese che si avvia alla scomparsa”) senza osare una qualsiasi resistenza.

    *****

    Berlino, trent’anni dopo

    Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

    La complessa situazione economica e finanziaria della Germania, ed ancor più il nuovo e divaricante scenario sociopolitico che la caratterizza, sono il risultato non certo inatteso di una strategia tanto mal congegnata quanto assai pretenziosa, che tante contraddizioni ha ben nascosto per anni: da un ventennio almeno, si è arroccata nelle produzioni tradizionali delle auto, della manifattura meccanica e della chimica, deflazionando i salari per aumentare le vendite ed i profitti all’estero. Un mercantilismo di vecchio stampo.

    Dopo la crisi del 2010, il rigore fiscale che ha imposto ai competitor europei serviva ad indurre recessioni assai preziose al fine di mantenere inalterato il vantaggio competitivo tedesco, mentre le sue banche ritiravano il più velocemente possibile gli impieghi dai Paesi a rischio di default sovrano o bancario. Il Bail-in ed il bail-out, come l’ESM, sono stati varati a sua convenienza. Anche il Fiscal Compact fu una proposta di marca tedesca, appoggiata dai francesi solo per finzione, non avendolo mai applicato. Ed anzi, Parigi è rimasta in procedura di infrazione per un intero decennio, senza rispettare neppure le ben più lasche prescrizioni del Trattato di Maastricht.

    Nessun sistema regge però alla lunga, soprattutto in un contesto internazionale di relazioni aperte, quando si fonda su squilibri strutturali, quali che siano: un eccesso di risparmio accompagnato da troppi pochi investimenti in un contesto di tassi di interesse estremamente bassi o addirittura negativi, porta all’insofferenza dei risparmiatori, pregiudica la sostenibilità dei bilanci delle banche, di quelli delle assicurazioni e dei fondi di previdenza, e porta all’inflazione del valore degli asset immobiliari; i saldi commerciali strutturalmente attivi, fondati sulla deflazione salariale e sui differenziali territoriali e di status lavorativo, minano la stabilità sociale a medio termine e nel breve anche quella politica.

    Essere considerata un porto sicuro dai risparmiatori stranieri, continuare ad accumulare attivi commerciali sull’estero, avere le finanze pubbliche in perfetto ordine e dei cittadini che continuano a lavorare indefessi e risparmiare senza sosta, non è bastato alla Germania per assicurare la stabilità delle sue istituzioni bancarie.

    L’etica del lavoro intesa come impegno totalizzante, così come all’opposto la precarizzazione dei rapporti di impiego e l’instabilità della piccola imprenditoria, producono l’identico risultato negativo: una decrescita demografica spaventosa, che porterà la Germania ad un peggioramento continuo del rapporto tra le coorti degli anziani e quelle dei giovani, che peserà sempre più sulla produzione, sui sistemi previdenziali e su quelli sanitari.

    Nel 2049, la popolazione tedesca sarà di appena 74 milioni di abitanti rispetto agli oltre 83 milioni di oggi, con una perdita superiore al 10%: un Paese che si avvia alla scomparsa. Mancheranno i giovani, e non solo i maschi come accadde dopo le due guerre mondiali. Difficile compensarli, perché la manodopera immigrata non è più gestibile come in passato, quando i “lavoratori ospiti” vivevano nei cantieri e nelle miniere senza famiglia, ritornando senza fiatare a casa, all’occorrenza.

    Al contrario della Germania, la Francia passerà dagli attuali 66 milioni di abitanti ad oltre 71 milioni nel 2049: l’esperienza della settimana lavorativa di 35 ore, congiunta ad un robusto welfare familiare e ad una ancor solida salvaguardia della stabilità lavorativa, ha portato a risultati estremamente positivi in termini di equilibrio demografico e di sostenibilità pensionistica.

    In Germania, ci sono tensioni insopprimibili sul versante finanziario: troppi capitali, troppa liquidità, e troppo pochi investimenti nell’economia reale. Dopo la crisi greca del 2010, in Germania sono affluite enormi risorse, come è testimoniato anche dall’aumento dei crediti nel sistema Target 2: il saldo attivo della Bundesbank è infatti passato dai 115 miliardi di euro del 2008 ai 915 miliardi del settembre scorso. Di converso, il saldo della Banca d’Italia ha cambiato di segno, passando da +23 miliardi a -468 miliardi di euro.

    Ma non ci sono impieghi sicuri, a sufficienza: anche gli acquisti di Bund da parte della Bce nell’ambito del Qe, per complessivi 521 miliardi di euro a fine 2018, hanno contribuito alla rarefazione sul mercato di questo safe asset ed alla riduzione dei tassi di interesse. Inoltre, c’è stata la politica di riduzione del debito condotta dal governo federale, passato dai 2.192 miliardi di fine 2014 ai 1.974 miliardi di euro stimati alla fine di quest’anno. In totale, sono venuti meno sul mercato titoli per ben 739 miliardi di euro. La concorrenza sfrenata per ottenerli, ne fa crollare i rendimenti.

    C’è un pro, ma anche un contro, dappertutto. I tassi di interesse sui Bund, negativi sulla grandissima parte delle emissioni, rappresentano un gran vantaggio per le finanze federali che rimborsano agli investitori una somma inferiore a quella prestata, riducendo il carico fiscale per il contribuente tedesco: le spese per interessi si sono abbattute dei due terzi, passando dai 69 miliardi di euro del 2008 ai 21 miliardi di quest’anno.

    Lo sforzo fiscale è ancora più lieve, visto che il rapporto tra la spesa per interessi ed il totale delle entrate è passato dal 6,2% all’1,3%. D’altra parte, poiché oltre il 70% dei Bund è sottoscritta da non residenti, sono gli stranieri a pagare il costo dei tassi negativi. Questa riduzione dei tassi di interesse ha ampiamente contribuito al successo nella gestione della finanza pubblica, essendo già stati raggiunti i due obiettivi del Fiscal Compact, sia in termini di pareggio strutturale del bilancio che di rapporto debito/pil pari al 56,9% rispetto al tetto del 60%.

    In Germania c’è dunque una trappola della liquidità, in piena regola. Un aumento degli investimenti pubblici infrastrutturali, che pure sarebbero necessari, avrebbe come controindicazione la necessità di utilizzare nuova manodopera straniera, che si è visto essere di difficile integrazione. Con un livello di disoccupazione (e di sotto-occupazione) sceso al 3%, c’è ben poco da fare. Erogare incentivi alle industrie esistenti, per aumentarne la produttività, contrasterebbe con un mercato europeo stagnante: è la domanda aggregata che manca.

    Una forte spinta alla innovazione tecnologica nel settore delle auto, soprattutto nella trazione elettrica, porterebbe al write-off di investimenti enormi e di una indiscussa superiorità nella meccanica: sarebbe come chiedere al tacchino se è d’accordo ad anticipare il cenone di Natale.

    Si dovrebbero piuttosto alzare i salari: ma accelerare ancora, dopo un aumento già registrato del 2,3% nel 2018 e con una inflazione all’1,2%, sarebbe una imprudenza. Salterebbero il controllo dei prezzi e tutta la strategia di deflazione salariale condotta con le riforme Hartz.

    L’impoverimento sociale è una strategia da cui è difficile uscire, visto che compromette i profitti: questi furono ridotti, sì, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo per paura del Comunismo.

    Il costo dei tassi a zero o negativi colpisce anche le famiglie tedesche, che tengono in media sotto forma di depositi bancari il 40% dei propri risparmi. Con i tassi negativi portati allo 0,50% dalla Bce sui depositi ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria, è stato stimato per le banche tedesche un costo annuo di 2,4 miliardi di euro l’anno, che ora viene gradualmente ribaltato sui risparmiatori: Berliner Volksbank e Deutsche Skatbank, insieme ad un’altra trentina di banche tedesche, hanno già iniziato a traslare il tasso negativo sui conti superiori ai 100 mila euro.

    Gli impieghi bancari tedeschi, per essere remunerativi, devono quindi dirigersi all’estero, con tutti i rischi che ciò comporta in termini di cambio e di default del debitore: il ricordo dei prestiti improvvidi alle banche spagnole ed a quelle greche, salvate dall’ESM con i contributo di tanti Stati incolpevoli europei come l’Italia, così come quello degli acquisti di Mbs americane rivelatisi fallimentari, non è sufficiente a frenare questo flusso.

    C’è ancora un altro rovescio della medaglia: le famiglie tedesche, insofferenti per i tassi sui depositi e sui Bund, cercano investimenti più remunerativi e fonti alternative di rendita, soprattutto nel settore immobiliare. Una scelta, questa, che si sta rivelando incompatibile con la stabilità dei prezzi pagati dalle famiglie per le proprie spese, e di conseguenza con quella dei salari.

    In Germania, infatti, l’indice dei prezzi delle abitazioni, pari a 100 nel 2015, è arrivato a 115 nel settembre scorso. Anche gli affitti sono schizzati verso l’alto: nelle dieci principali città tedesche, l’aumento è stato del 50% tra il 2005 ed il 2018. A Berlino. I prezzi sono duplicati in un decennio: per fermarne la deriva, a giugno scorso se ne è stato discusso il blocco quinquennale, e ad agosto anche l'introduzione di un sistema di equo canone che va dai 3,42 ai 7,97 euro/mq a seconda della tipologia e dell’età dell’immobile: paradossalmente, quindi, proprio chi chiede la massima libertà sui mercati internazionali si trova a dover ricorrere a casa propria ai prezzi amministrati.

    E pensare, poi, che Berlino fa ancora parte dell’elenco dei Land appartenenti all’ex-DDR, in cui si praticano salari minimi orari inferiori rispetto a quelli vigenti nei Land occidentali.

    C’è un’altra contraddizione: il mantenimento di un elevato saldo commerciale attivo con l’estero, che da anni è superiore al 6% del pil mentre quello della Cina è sceso al 2%, è ottenuto contraendo la quota dei consumi interni e peggiorando le condizioni lavorative. Tra il 2005 ed il 2018 i consumi delle famiglie tedesche sono passati dal 63% al 51% del pil. Nel marzo 2018, rispetto a dieci anni prima, c’erano un milione in più di occupati marginali con prestazioni lavorative a tempo pieno, i cosiddetti mini-job remunerati con 458 euro medi mensili. I lavoratori marginali, quelli a salario legale minimo, sono arrivati così a quota 2,8 milioni, l’8,5% del totale dei posti di lavoro a tempo pieno. Considerando anche i mini-job a tempo parziale, si arriva ad un totale di 7,6 milioni su 32,7 milioni di occupati: nel complesso, in 15 anni, i mini job a tempo pieno e parziale sono aumentati del 35%.

    L’insoddisfazione sociale si è riflessa anche sui risultati elettorali, con la Grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd sempre meno autosufficiente: a destra, c’è la Afd che minaccia i Popolari, mentre a sinistra i Verdi e talora la Linke surclassano i Socialdemocratici. Si appanna così la leadership di Angela Merkel, che ha dominato la scena europea dello scorso decennio, ma le sue due eredi in politica non sembrano in grado di fare altrettanto: né Annegret Kramp-Karrenbauer alla guida della Cdu, né Ursula Von der Leyen da neo Presidente della Commissione europea.

    Anche il posizionamento strategico del sistema produttivo tedesco si è fatto incerto. Non è il recente -0,1% del pil trimestrale tedesco che preoccupa, quanto la inattitudine ad affrontare le discontinuità e gli scenari che non siano la proiezione ed il perpetuo riproporsi del passato.

    Il Kombinat nato a Bad Godesberg nel 1959 ha messo insieme tutti gli apparati della società tedesca: dai partiti ai sindacati, dalle banche alle grandi industrie. Ha fatto della Germania un panzer invulnerabile, ma inadatto alle nuove sfide. Al ricercato dominio in Europa, senza mai concedere vera solidarietà, si sostituisce ora il timore di un futuro che si stinge nell’incertezza globale.

    Fonte

    04/11/2019

    Il peso della Germania sfascia “l’Europa”


    Della serie: quando la scala scricchiola ad ogni gradino, probabilmente sta per rompersi da qualche parte.

    Torniamo spesso sullo “stato dell’Unione” perché troppo spesso vediamo sottovalutazione della gravità dei problemi, anche tra aree politiche molto diverse. Ci sono quelli che ancora non hanno capito che il vero “governo” del paese non sta a Palazzo Chigi, ma a Bruxelles (più realisticamente: tra Francoforte e Berlino, con qualche vacanza a Parigi). E ci sono quelli che l’hanno capito e sperano (o fanno finta, o temono) che tutti i problemi siano stati risolti, e dunque l’Unione Europea marci sicura verso un destino (o un incubo) senza grandi scossoni.

    In questi due insieme potete trovare nazionalisti strabici, “internazionalisti” miopi, europeisti spinti e complottisti hard.

    La situazione è come sempre un po’ più complicata e sotto la cortina di fumo dell’ufficialità (“tutto va bene, siamo nel migliore dei mondi possibili”) si agitano sofferenze, tensioni, contraddizioni palesi. Tanto da far entrare in campo progetti di “riforma” sagomati su interessi nazionali malamente mascherati e tentativi di mantenere lo status quo motivati dal interessi diversi, ma altrettanto nazionali.

    Abbiamo trovato dunque interessanti due riflessioni che più diverse non si può, per appartenenza politica, ma straordinariamente convergenti nell’individuare alcuni dei “difetti” più vistosi nell’architettura europea che vanno diventando fratture destinate ad esplodere, se non interverranno – stavolta sì – “riforme radicali” di un progetto malpensato, malgestito e oggi in palese difficoltà.

    Sergio Romano, ex ambasciatore italiano a Mosca, conservatore intelligente ed esperto, molto disincantato, ricorda la diffidenza di tutti i leader del Vecchio Continente davanti alla prospettiva della riunificazione tedesca. Al di là delle chiacchiere di circostanza, infatti, chi conosce la vera storia europea (quella racchiusa negli archivi dei ministeri degli esteri, non quella dei manuali di liceo) sa che gran parte degli ultimi due secoli sono stati “mossi” in coincidenza con le dinamiche tedesche. Per motivi oggettivi (la preponderanza economico-industriale, la qualità tecnologica, ecc.) come per motivi “soggettivi” (la “volontà di potenza” tradotta in politica estera).

    Il secondo, Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca centrale ungherese, mette invece al centro la “stupidità” della moneta comune, varata per ragioni più politiche che economiche – “imbrigliare” la Germania! – e priva dei pilastri (“uno stato comune, un budget che copre almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle finanze della zona euro e un ministero con cui accompagnare il processo”) che normalmente rendono una moneta uno strumento positivo per tutti, anziché devastante per molti, come si è rivelato l’euro.

    Si potrebbe dire: “un ungherese al servizio di Orbàn! Mio dio, ma come si fa dargli credito...”. Glielo ha dato il Financial Times, che qualcosina – in materia di economia capitalistica – ne capisce.

    Naturalmente sono due stimoli per riflettere avendo in testa tutt’altra cosa che il “buon funzionamento del sistema capitalistico”. Anzi, il suo esatto opposto. Ma l’unico modo di cambiare il mondo che abbiamo davanti è, prima di tutto, capire esattamente com’è fatto. Non c’è niente di più dannoso che combattere contro nemici “incogniti”...

    Buona lettura.

    *****

    Lady Thatcher aveva ragione a temere una Germania riunificata

    Sergio Romano – Corriere della Sera

    Forse non avevano torto quei tedeschi, soprattutto a sinistra, che preferivano una confederazione.

    Sapevamo che trent’anni fa, dopo il crollo del muro di Berlino, alcuni uomini di Stato europei (fra i quali Mitterrand, Thatcher e Andreotti) vedevano con qualche timore e molta diffidenza la prospettiva di una Germania riunificata. Ma un articolo di Philip Stephens apparso sul Financial Times del 25 ottobre ci ricorda che Margaret Thatcher, allora primo ministro del Regno Unito, si spinse più in là.

    Approfittò del viaggio di ritorno, dopo una visita a Tokyo nel settembre 1989, per una sosta a Mosca dove ebbe una conversazione a quattrocchi, nella sala di Santa Caterina del Cremlino, con Mikhail Gorbaciov, presidente dell’Unione Sovietica e segretario generale del Partito comunista. Parlarono di Germania e la Lady di ferro, secondo le note prese da un consigliere di Gorbaciov (Anatolij Cerniaev), disse al suo interlocutore che la Gran Bretagna non desiderava la riunificazione tedesca «perché temeva mutamenti territoriali che avrebbero pregiudicato gli equilibri del secondo dopoguerra».

    Per le stesse ragioni Thatcher, in quella circostanza, avrebbe garantito a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe adoperata per la dissoluzione del Patto di Varsavia (l’accordo stipulato dall’Urss con i suoi satelliti nel 1955).

    Contemporaneamente, secondo i ricordi di Philip Stephens, Thatcher avrebbe proposto al presidente francese François Mitterrand la conclusione di una Intesa Cordiale simile a quella che Francia e Gran Bretagna avevano concluso nell’aprile del 1904 per contenere la crescente potenza del Reich tedesco.

    Trent’anni dopo, le preoccupazioni della signora Thatcher mi sembrano almeno in parte giustificate. Con la sua insistenza per il frettoloso riconoscimento della Slovenia e della Croazia nel gennaio 1991, la Germania unificata ha provocato la disintegrazione dello Stato jugoslavo e la frammentazione del Balcani.

    Con l’apertura dell’Unione europea agli ex satelliti dell’Urss, fortemente voluta da Berlino, sono stati creati due problemi. Abbiamo accolto nella Ue Paesi che non hanno alcun desiderio di rinunciare alla propria sovranità per creare una Europa federale; e quei Paesi sono diventati satelliti della Nato pregiudicando gravemente i rapporti con la Russia.

    La riunificazione tedesca, inoltre, non ha soddisfatto le aspettative dei suoi promotori. Come hanno ricordato Milena Gabanelli e Danilo Taino sul Corriere del 28 ottobre, alcune regioni della Germania orientale continuano a manifestare malumori per le loro condizioni sociali. Sembra esistere ancora, paradossalmente, un patriottismo tedesco-orientale che ha favorito l’ascesa della destra radicale.

    Forse non avevano torto quei tedeschi, prevalentemente social-democratici, che nel 1989 avrebbero preferito una confederazione tedesca composta di due Germanie piuttosto che una Germania unificata.

    *****

    Il governatore della Banca Centrale ungherese: «È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro»

    Gyorgy Matolcsy* – Financial Times

    È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. C’è un dogma dannoso che vuole l’euro come il “normale” prossimo passo verso l’unificazione dell’Europa occidentale. Ma la valuta comune europea non era affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari era soddisfatta.

    Due decenni dopo il lancio dell’euro, la maggior parte dei pilastri necessari per una valuta globale di successo – uno stato comune, un budget che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle finanze della zona euro e un ministero con cui accompagnare il processo – mancano ancora.

    Raramente ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare la valuta comune: era una trappola francese. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora presidente francese, temeva un crescente potere tedesco e credeva che convincere il paese a rinunciare al proprio marco tedesco fosse sufficiente per evitare un’Europa tedesca. Il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l’euro il prezzo finale per una Germania unificata.

    Erano entrambi in errore. Ora abbiamo una Germania europea, non un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di una nuova forte potenza tedesca.

    Ma anche i tedeschi caddero nella trappola dell’euro “troppo bello per essere vero”. L’inclusione delle economie dell’Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più forte macchina di esportazione globale nell’UE.

    Questa opportunità inaspettata li ha resi compiacenti. Hanno trascurato di aggiornare la propria infrastruttura o di investire abbastanza nelle industrie del futuro. Hanno perso la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire società globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer hanno lanciato inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti.

    La maggior parte dei paesi della zona euro ha avuto un andamento migliore prima dell’euro rispetto a quanto non abbiano fatto dopo.

    Secondo l’analisi del Center for European Policy, ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti nei primi due decenni dell’euro.

    La valuta comune non era necessaria per le storie di successo europee prima del 1999 e la maggior parte degli Stati membri dell’Eurozona non ne ha beneficiato in seguito.

    Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica della zona euro 2011-12, la maggior parte dei membri è stata gravemente colpita, avendo accumulato enormi debiti di governo. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto, più tardi.

    Alexandre Lamfalussy, l’economista ungherese, aveva ragione a dirci che era necessaria una moneta comune per rafforzare il legame tra le potenze europee e difendere l’UE dai sovietici. C’è solo un inconveniente: la decisione finale di creare l’euro è stata presa a Maastricht nel 1992, con il crollo dell’Unione Sovietica. La raison d’être della valuta terminò proprio mentre stava nascendo.

    È giunto il momento di svegliarsi da questo sogno dannoso e infruttuoso. Un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che la moneta unica è una trappola praticamente per tutti i suoi membri – per ragioni diverse – non una miniera d’oro.

    Gli Stati dell’UE, sia all’interno che all’esterno della zona euro, dovrebbero ammettere che l’euro è stato un errore strategico. L’obiettivo di costruire una valuta occidentale globale in competizione con il dollaro era una sfida per gli Stati Uniti. La visione europea degli Stati Uniti d’Europa ha portato a una guerra americana aperta e nascosta contro l’UE e la zona euro negli ultimi due decenni.

    Dobbiamo capire come liberarci da questa trappola. Gli europei devono rinunciare alle loro rischiose fantasie di creare un potere in grado di competere con gli Stati Uniti. I membri della zona euro dovrebbero essere autorizzati a lasciare la zona di valuta nei prossimi decenni e quelli rimanenti dovrebbero costruire una valuta globale più sostenibile. Celebriamo il trentesimo anniversario nel 2022 del trattato di Maastricht che ha generato l’euro riscrivendo il patto.

    Fonte

    15/10/2019

    La “guerra dei dazi” è solo all’inizio

    L’emersione di una certa classe politica è sempre l’indice di una “necessità storica”, non uno scherzo del destino cinico e baro. Anche e forse soprattutto quando questa classe politica è “impresentabile” secondo i canoni politically correct della fase che si è chiusa.

    Vale per i Salvini e le Meloni, vale a maggior ragione per Donald Trump o Boris Johnson. Se Stati Uniti (l’imperialismo in crisi) e Gran Bretagna (l’imperialismo dominante fino a metà Novecento) si sono ridotti a far salire sul trono temporaneo personaggi del genere è perché questi pagliacci – in modo sicuramente miope e contorto – rappresentano un’esigenza neanche tanto confusa di “cambiamento” rispetto al tran tran precedente.

    Il modello economico fin qui realizzato, in altri termini, è diventato insostenibile e si va a tentoni in cerca di una drastica “rettifica” in piena corsa. Con il rischio – o la certezza – di far deragliare il treno.

    Ancora peggio sta chi fa finta che si possa continuare come prima, chiamando ad improbabili “fronti” che dovrebbero impedire l’avanzata dei nuovi barbari senza però modificare di una virgola la governance delle cose, fin qui andata a loro esclusivo vantaggio.

    Se avete pensato a Repubblica-Corriere e Pd siete sulla buona strada, ma troppo chiusi nel teatrino italico. Se invece avere pensato all’Unione Europea e all’establishment continentale, a partire da quello tedesco, avete fatto centro pieno.

    Uno dei problemi strategici dei rapporti Usa-UE è costituito dallo squilibrio struttura dei rapporti commerciali, con le importazioni Usa sistematicamente al di sopra delle esportazioni verso la UE. La “colpa” di questo squilibrio è nella scelta Usa, fin dai tempi della rottura della parità oro-dollaro (1971), di concentrarsi su servizi e finanza affidando al dollaro il ruolo di “ripianatore” di tutti gli squilibri. Lo stampavano a volontà ogni volta che serviva e così scaricavano sul resto del mondo i propri problemi. Tanto non c’era un’altra moneta altrettanto “credibile” che potesse funzionare da unità di misura dei prezzo mondiali e anche da “riserva”.

    Ma quella scelta statunitense ha creato a sua volta un altro sviluppo distorto, in Europa, convincendo – i tedeschi, in primo luogo – che poteva darsi un sistema economico fondamentalmente export oriented, ossia mercantilista, caratterizzato da bassi salari e altrettanto bassa domanda interna.

    Ma proprio la UE ha creato la prima moneta “competitiva” con il dollaro sul piano internazionale, erodendone parte della centralità. A seguire è arrivato anche lo yuan, che con molta più credibilità e potenza di fuoco sta facendo la stessa cosa.

    A questo punto, per gli Stati Uniti pressoché de-industrializzati (in proporzione al Pil, non in cifra assoluta), il “riequilibrio” elle partite correnti è diventato un obiettivo importante. Non avendo altri strumenti, quegli imbecilli che contornano Trump hanno rispolverato una strumentazione otto-novecentesca: i dazi.

    Dapprima contro la Cina, che ha reagito lucidamente tra contromisure di pari portata e nuovi accordi con gli Stati Uniti. Poi con l’Unione Europea, convinta che l’essere servizievole partner Nato fosse una garanzia di esenzione perenne.

    Ma sui soldi non ci sono amici. E ora l’Unione dell’austerity e degli squilibri Nord-Sud deve fare i conti con una situazione imprevista. Non avendo neppure una unità di intenti politicamente accettabile (basta guardare il sostanziale nulla di fatto del vertice che doveva decidere lo stop alla vendita di armi alla Turchia, malamente nascosto dal bla-bla di Di Maio).

    L’analisi in dettaglio, come in altri casi, è stata svolta con grande perizia da Guido Salerno Aletta su Milano Finanza.

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    Dazi americani, non è che l’inizio

    Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

    Non è che l’inizio. La sventagliata di dazi americani che va a colpire una serie di merci europee a partire dal prossimo venerdì 18 ottobre, è solo la prima bordata. È come quando si va per mare: già alla prima raffica di vento va ridotta la velatura, studiando una rotta di sicurezza per mettersi al riparo. Sapendo già da tempo del fortunale in arrivo, se ci sono già danni come sta accadendo, il Comandante ne è doppiamente responsabile.

    Tanto per essere chiari, a fronte di dazi per 7,5 miliardi di dollari che sono stati autorizzati dal Wto, con tariffe fino al 100% ad valorem, in questa fase ne sono stati imposti per appena 1,8 miliardi, calcolati su base annua: il peggio deve ancora arrivare. Per questo motivo, e per fortuna, in questi giorni la cautela si è fatta strada, mettendo la sordina alle tante voci maschie che chiedevano immediate ritorsioni da parte della Ue: dalla lettura delle liste dei prodotti colpiti dai dazi e dei relativi Paesi di origine emerge una strategia punitiva già pronta ad affondare nuovi colpi.

    C’è poco da fare gli spiritosi, quindi, ed invece tanto da capire sulle prossime mosse americane. Anche l’Italia deve darsi una sveglia, soprattutto nei confronti della Commissione europea, perché è chiamata a condividere senza averne direttamente alcuna responsabilità e soprattutto nessun vantaggio, la questione che sta all’origine della disputa: gli aiuti di Stato al consorzio Airbus che, distorcendo la concorrenza, hanno danneggiato Boeing. La questione, che al tempo della Presidenza Obama, quando venne sollevata la controversia, era prevalentemente commerciale, per la compagnia americana è ora divenuta esistenziale: la messa a terra dei Boeing 737 Max, e le sospensioni degli ordini per via dei due incidenti occorsi, sono la conseguenza di una strategia affrettata, volta a recuperare terreno sul piano dei consumi di carburante rispetto ai velivoli europei di nuova generazione. I vantaggi iniziali, si sono moltiplicati con gli anni.

    L’Unione europea, chiudendo gli occhi sulla vicenda, ha servito un ineccepibile atout alla Presidenza Trump, che da tempo chiede un riequilibrio delle relazioni commerciali: gli si è offerto un varco, pienamente legittimo sul piano della legalità internazionale, che rappresenta un ulteriore fattore di rischio per il rallentamento già in atto delle economie europee.

    La stima dei danni derivanti dai dazi americani va fatta considerando che la lista dei dazi è divisa logicamente in due parti: nella prima si fa riferimento solo ai quattro Paesi che partecipano al consorzio Airbus: Gran Bretagna, Francia, Germania e Spagna; la seconda ha come destinatari tutti i Paesi aderenti all’Unione europea, ma con curiosissime eccezioni, visto che la Francia talora non compare. Si prepara la seconda raffica.

    A parte la prima penalizzazione del 10%, quella sui velivoli, che riguarda i quattro Paesi aderenti al Consorzio Airbus, le tabelle successive sono segmentate sulla base delle vocazioni produttive di ciascuno di questi, che sono comunque considerati in modo cumulativo: sulla Gran Bretagna si picchia duro sui whiskies di malto singolo scozzese ed irlandese, come da esplicita dicitura, e sui prodotti di abbigliamento, in primo luogo quelli in cachemire; in Francia si colpiscono i vini fermi fino a 14°, praticamente tutti, escludendo gli champagne; per la Germania si mette nel mirino la utensileria meccanica, iniziando con quella di uso manuale come i cacciaviti e le saldatrici; per la Spagna si torchiano le olive e l’olio di oliva. Italia e Grecia, sono furori perimetro.

    Ci sono eccezioni, prodotti esenti dai nuovi dazi, come il vino Tocai, ed il formaggio Roquefort: mentre nel primo caso sembra esserci un occhio di riguardo verso l'Ungheria, nel secondo l’esonero dal nuovo aumento del 25% è ben ragionevole, visto che era stato già colpito nel 2009 da una tariffa stratosferica, del 300%, dopo quella del 100% che era stata introdotta in precedenza per ritorsione contro il divieto di importazione in Europa delle “carni agli ormoni”.

    In seconda battuta, ci sono i dazi che colpiscono l’insieme dei Paesi europei, talora escludendo la Francia che è stata già sonoramente legnata sul vino, con una tariffa che aumenta per tutti i prodotti del 25%. Si tratta di sei principali categorie merceologiche alimentari: formaggi, carni lavorate, frutti di mare, frutta, conserve e succhi di frutta, liquori e cordiali.

    Per quanto riguarda l’Italia, secondo i calcoli effettuati dalla sede ICE di New York che tengono conto del valore delle importazioni di merci italiane effettuate da parte degli Usa nel 2018, viene colpita una base imponibile che vale complessivamente 468 milioni di dollari, con una penalizzazione che, rapportata al 25% della maggiore tariffa, arriva a 117 milioni di dollari, di cui 57 milioni sono riferiti ai formaggi, 14 alle carni lavorate e 4 ai liquori e cordiali.

    Queste grandezze vanno commisurate all’import complessivo degli Usa, che sempre nel 2018 è stato di 54,7 miliardi di dollari, a fronte di esportazioni verso l’Italia per 22,8 miliardi ed un saldo a nostro favore pari a 31,9 miliardi. Vengono dunque penalizzate merci italiane che valgono appena lo 0,85% delle importazioni americane.

    Ben più pesante, sempre secondo il report dell’ICE, è il carico per i Paesi europei che partecipano al Consorzio Airbus: il peso maggiore dei dazi viene imposto infatti alla Francia (27.7%), che è seguita dalla Gb (25.9%), dalla Germania (19.8%) e dalla Spagna (11.2%). Molto più indietro si trovano infatti l’Italia (6.4%) e l’Irlanda (6.4%).

    Il settore aeronautico di Francia e Germania viene colpito per un totale di circa 3,5 miliardi di dollari. Per quanto riguarda gli aeromobili, le statistiche doganali francesi riferite al 2018 riportano un export complessivo verso il resto del mondo pari a 33 miliardi di euro, di cui ben 19 miliardi sono riferiti agli Usa, relativamente a 40 velivoli.

    Nel 2017 l’export verso l’America era stato superiore: ben 28,6 miliardi, per 53 velivoli. Si tratta di cifre di estremo rilievo, tra l’1 ed il 2% del pil.

    La cautela con cui la Unione europea sta affrontando la questione dei dazi americani deriva innanzitutto dal timore, quasi una certezza, che una sua ritorsione, ingiustificata alla luce della decisione del Wto, possa indurre l’Amministrazione statunitense ad un secondo round di dazi, colmando il gap tra gli 1,8 miliardi di dollari di dazi già imposti ed i 7,5 miliardi complessivamente autorizzati.

    Da come sono state costruite le tabelle, è immaginabile che verrebbero sottoposti al dazio del 25% i prodotti di abbigliamento francesi, a cominciare da quelli di lusso, gli champagne ed i cognac. Si estenderebbe così alla Francia il trattamento punitivo già assunto nei confronti delle corrispondenti produzioni di punta britanniche. La Germania trema, perché del settore della meccanica è stato toccata solo la fascia dei prodotti più economici: oltre ai macchinari industriali, ci sono le automobili, il bersaglio grosso che Donald Trump ha già messo nel mirino da tempo. Se così fosse, l’industria tedesca affonderebbe.

    La mossa americana ha un valore innanzitutto dissuasivo sotto il profilo diplomatico, visti i tanti dossier aperti: dalla tecnologia cinese per il 5G alle ripresa delle tensioni in Siria. Ogni mossa su questi dossier può essere controproducente, se viene considerata dagli Usa come un intralcio alla sua strategia.

    C’è, poi, la questione della Digital Tax, che viene sempre più diffusamente introdotta in Europa nei confronti delle grandi multinazionali americane: la Francia se ne è fatta promotrice, e sembra che anche l’Italia voglia fare altrettanto. È un terreno minato, visto che nell’Unione europea ci sono Paesi come l’Irlanda che da anni concedono condizioni di estremo favore alla multinazionali statunitensi, con un ruling fiscale secretato, e che sono state condannate dall’Antitrust di Bruxelles a recuperare le imposte non pagate.

    Come se non bastasse, ci sono le nuove strategie europee che modificherebbero le normative antitrust per favorire le concentrazioni necessarie a creare dei campioni globali: sarebbe ancor più difficile, a questo punto, contrastare quelli statunitensi per via dell’abuso di posizione dominante di cui si renderebbero responsabili. La transizione tecnologica, con i grandi investimenti anche nel settore automobilistico che sono necessari per adottare la trazione elettrica e la guida autonoma, potrebbe essere una altra pietra di inciampo: bisogna recuperare il terreno perduto, ma anche in questo caso come insegna la vicenda di Airbus occorre cautela.

    L’Italia, per parte sua, avrebbe molto di che recriminare nei confronti della UE: mentre nel ’92 da noi iniziava lo smantellamento delle Partecipazioni statali, per tener fede al divieto di aiuti di Stato introdotto con il Trattato di Maastricht, la Germania si cuciva addosso una esenzione volta a recuperare il divario accumulato dai Lander orientali a causa del regime comunista, che ancora dura.

    Ma, innanzitutto, dovremmo chiedere i danni per questa vicenda dei dazi americani: la Commissione avrebbe dovuto accantonare, prudenzialmente, le risorse necessarie a ristorare i danni nel caso di soccombenza davanti al Wto per la questione Airbus. Noi ci siamo finiti dentro solo perché siamo parte di un’area doganale.

    Bene ha fatto l’Amministrazione statunitense a discriminare in modo assai nitido le diverse posizioni, evitando di penalizzarci senza motivo; ma ci ha tirato comunque le orecchie insieme a tutti gli altri Paesi dell’Unione che non fanno parte del Consorzio Airbus e che non hanno sollecitato la Commissione a sanare tempestivamente questa controversia. Paese avvisate, mezzo salvato.

    Fonte

    07/10/2019

    Capitali europei, la festa USA è finita

    Qualche giorno fa “i falchi” del sistema finanziario europeo – Jens Weidmann, presidente di BundesBank; Oliver Bate, ceo di Allianz; Francois Villeroy de Galhau, governatore di Banque de France; Klaas Knot, pari grado olandese – hanno attaccato pubblicamente Mario Draghi, presidente uscente della Bce, per la sua politica di tassi “eccessivamente accomodanti” e il recente rilancio del quantitative easing (acquisto di titoli di stato sul mercato, per 20 miliardi al mese).

    Un fatto inconsueto, che rivela un “malessere” di lunga durata, esploso solo ora che “l’italiano” se ne va e sta per subentrare Chistine Lagarde, notoriamente molto più “sensibile” ai richiami di alcuni di questi poteri.

    Più o meno negli stessi giorni, Donald Trump tuonava contro il suo governatore della banca centrale – Jerome Powell, alla testa della Federal Reserve – per aver seguito negli ultimi anni una politica monetaria diversa, se non opposta, rialzando per qualche tempo i tassi di interesse.

    Siccome a questi livelli del potere non si discute della migliore teoria economica, ma di vantaggi, sarà meglio dare un’occhiata ai dati sui movimenti di capitali speculativi (quelli alla ricerca dei migliori rendimenti).

    La consueta impietosa analisi di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza chiarisce efficacemente cos’è accaduto nell’ultimo decennio post-crisi del 2007-2008.

    E ci spiega che i capitali europei si sono riversati in quantità crescente verso il mercato USA proprio perché garantiva tassi di interesse superiori a quelli europei, da tempo fermi a zero.


    Non basta. Questa autentica fuga spiega in parte anche perché le “iniezioni di liquidità” della Bce non abbiano portato allo sperato aumento dell’inflazione verso l’obbiettivo del 2% annuo, né siano stati trasferiti all’economia reale, sotto forma di maggiori prestiti a imprese e famiglie. Di fatto, molta di quella liquidità aggiuntiva presa a tasso zero è stata diretta – dalle banche e dai fondi di investimento – verso gli Stati Uniti, per realizzare facili guadagni immediati.

    L’investimento nell’economia “fisica”, fatta di merci, ha del resto rendimenti bassi (l’inflazione è ferma, i salari pure, i consumi di conseguenza) e tempi di “ritorno” piuttosto lunghi, anche nei comparti pressoché privi di rischio. Mentre la finanza speculativa, specie sui titoli di Stato dei paesi core, ha tempi rapidissimi e plusvalenze più consistenti.

    Un’altra botta alle economie europee l’ha data però anche il modello “mercantilista” tedesco, imposto a forza di trattati UE a tutta l’Europa. La compressione salariale che aiuta(va) la concorrenza sui mercati globali impoveriva contemporaneamente i mercati interni. Per il banale motivo che se non hai da spendere, con compri... E quando il mercato globale rallenta – com’è successo negli ultimi due anni – non trovi altri sbocchi sul mercato interno.

     
    Non basta, però. Alcuni dei paesi “forti”, quelli con i bilanci pubblici in ordine, hanno approfittato dell’immobilizzazione forzata di quelli “sotto osservazione” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, ecc) per praticare anche la concorrenza fiscale, praticando tasse quasi a zero a favore delle multinazionali. Che ovviamente – come dimostrano FCA, Mediaset e ora anche Cementir (nella foto di fianco) – volano in Olanda e altrove, smettendo di versare tasse nel proprio paese e dunque vanificando sia i “sacrifici” per “rimettere i conti in ordine”, sia la sbandierata “lotta all’evasione fiscale” (che si farà perciò solo sui piccoli e medi evasori).

    E insomma in tensione tutta la struttura finanziaria che ha fin qui fatto da spina dorsale all’Unione Europea nell’ultimo ventennio.

    I “falchi” del Grande Nord lamentano che “I tassi negativi riducono i margini delle banche e pesano sulla redditività; il crollo sotto zero dei rendimenti dei bond mette alle corde il mondo del risparmio gestito, i prodotti vita delle assicurazioni, i fondi pensione”. Ma in realtà proprio quei soggetti sono stati protagonisti della “grande fuga” verso il mercato finanziario Usa.

    Il quale, a sua volta, lamenta con Trump l’eccesso di interessi pagato a questi “capitali di buona volontà”, che hanno gonfiato – tra l’altro – le stime sulla “crescita” statunitense. Ma abbassando i tassi, quei capitali usciranno dagli Stati Uniti per tornare indietro o andare altrove, impoverendo il mercato finanziario Usa. Un boomerang...

    In questo mondo capitalistico tutto è interconnesso e non è affatto semplice perseguire solo “il proprio interesse”, perché tutti gli altri reagiscono vanificando quanto fai per raggiungerlo. Basterebbe vedere l’incipit della “guerra dei dazi” per capire che si tratta di una mossa miope e disperata.

    Salerno Aletta, giustamente, ricorda che “Spazi di crescita mercantilistica all’estero, soprattutto con un ulteriore scivolamento dell’euro sul dollaro, non ce ne sono più: per l’Europa, anche la festa americana sta volgendo velocemente al termine.”

    Ma non ci sono altre feste in cui “imbucarsi”, in giro per il mondo. Il mercato finanziario cinese è regolato e sotto controllo; gli altri “emergenti” si sono scottati già troppe volte. E rialzare i tassi di interesse europei, con l’economia reale in recessione, sarebbe la mazzata definitiva. Resta la soluzione “sporca”, quella che rinvia i problemi aggravandoli: ossia la “finanza creativa” fatta di prodotti derivati, cds, cdo, cartaccia finanziaria senza alcun valore ma affamata di “rendimento”. Una mega-bolla di cui si ignora solo la data dell’esplosione...

    Le contraddizioni dello “sviluppo ineguale europeo”, insomma, sono sul punto di rientrare in casa, tutte insieme.

    E a quel punto dovrebbe diventare chiaro per tutti che “L’Unione europea è lo spazio politico che garantisce il perenne vagabondare di imprese, di sedi produttive e fiscali, di contratti di lavoro, di fatturazioni e di impieghi finanziari.” Niente a che vedere con le chiacchiere sulla “solidarietà comunitaria”, il “modello di vita da difendere”, lo “spazio comune” e tutte le altre cazzate che vengono sparse in giro agitando lo straccio dell’Erasmus e di Shengen...

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    Per gli eurodollari è festa finita

    Guido Salerno Aletta – Milano Finanza

    È stato inarrestabile, davvero un fiume in piena, il flusso dei capitali europei che da anni si è riversato negli Usa. Ed è per questo che Donald Trump continua a bacchettare la Fed, che terrebbe i tassi troppo alti rispetto alla Bce, che invece “paga” le banche affinché prestino denaro all’economia anziché pretendere tassi di interesse che al confronto di quelli praticati in Europa sono davvero stratosferici.

    I dati del Tesoro americano non ammettono dubbi: nel mese di giugno del 2018, e rispetto solo ad un anno prima, gli investimenti di portafoglio in titoli statunitensi da parte degli undici principali Paesi aderenti all’euro risultano aumentati di ben 298 miliardi di dollari, arrivando ad un totale di 4.367 miliardi. L’importo in questione risulta più che raddoppiato, con un incremento di ben 2.292 miliardi, rispetto a quello in essere a giugno 2008: alla vigilia della grande crisi finanziaria era stato di soli 2.075 miliardi di dollari.

    Ben poca cosa, al confronto con gli europei, è stato l’afflusso dei capitali cinesi: in undici anni, tra il 2008 ed il 2018, la detenzione complessiva di questi ultimi è passata da 1.205 a 1.606 miliardi di dollari (+401 miliardi), dopo aver raggiunto il picco di 1.844 miliardi nel giugno del 2015. Da allora, diversamente da quelle europee, l’ammontare delle detenzioni cinesi si è continuamente ridotto. Quelle di Russia ed Iran, per le note vicende, sono state azzerate.

    Molto consistente, ma non paragonabile all’afflusso dei capitali europei, è stato l’incremento degli investimenti di portafoglio da parte dei giapponesi sul lungo periodo: in undici anni, sono passati solo da 1.250 a 2.044 miliardi di dollari (+794 miliardi). La differenza sta soprattutto nell’andamento più recente: tra giugno 2017 e giugno 2018, gli investimenti giapponesi sono aumentati di appena 46 miliardi di dollari, una somma irrilevante rispetto all’aumento massiccio dei capitali europei, che come si è visto è stato di ben 298 miliardi di dollari.

    E dire che anche la Banca del Giappone pratica, al pari della Bce, una politica monetaria estremamente accomodante, con l’obiettivo di tenere a zero i tassi a dieci anni. La differenza, rispetto all’eurozona, è rappresentata dall’aumento continuo del debito pubblico giapponese: è il safe asset che invece manca da questa parte del globo, e che i massicci acquisti con il Qe da parte della Bce ha sottratto al mercato.

    Tre circostanze concomitanti sospingono dunque i capitali europei oltre Atlantico: i tassi di interesse irrisori, se non addirittura negativi; la scarsità di safe asset; e l’andamento insoddisfacente dell’economia reale, anche a causa delle politiche fiscali restrittive decise con il Fiscal Compact.

    Si sono vanificati così gli sforzi compiuti dalla Bce con l’immissione di nuova liquidità mediante l’acquisto di titoli sul mercato (Asset Purchase Programme), volti ad incrementare il tasso di inflazione nell’Eurozona, per portarlo ad un livello vicino ma non superiore al 2% annuo: tra il giugno del 2015 ed il giugno 2018, un periodo triennale un po’ più breve ma sostanzialmente sovrapponibile rispetto a quello del Qe, che è stato operativo dal marzo del 2015 al dicembre del 2018, l’incremento degli investimenti di portafoglio negli Usa da parte del citato gruppo di Paesi europei è stato di 846 miliardi di dollari.

    Al confronto, le detenzioni di titoli pubblici da parte della Bce sono arrivate nel complesso a 2.650 miliardi di euro: considerando i fattori di cambio, si è riversata dunque nei soli investimenti di portafoglio statunitensi una somma pari ad un terzo della liquidità aggiuntiva immessa dalla Bce.

    C’è un altro elemento che va considerato: il saldo della bilancia dei pagamenti correnti dell’Eurozona, che in questi anni è sempre stato positivo soprattutto per via del contributo recato dalla componente tedesca e più di recente anche da quello dell’Italia. Ebbene, nel periodo compreso tra luglio 2017 e giugno 2018, il saldo attivo dell’intera Eurozona è stato di 340 miliardi di euro. Nello stesso periodo annuale, come si è già rilevato, il solo incremento degli investimenti di portafoglio in titoli statunitensi da parte dei dieci principali Paesi dell’Eurozona è stato di 846 miliardi di dollari. Gli europei hanno dunque investito solo in titoli americani più del doppio del saldo netto incassato da tutto il mondo.

    Non basta. Anche i dati relativi al disavanzo della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’intera Unione europea confermano che l’afflusso dei capitali europei è stato enormemente superiore al passivo americano. Nel 2017 e nel 2018 è stato rispettivamente pari a 152 ed a 169 miliardi di dollari. In pratica, il reinvestimento europeo in titoli statunitensi è stato di cinque volte superiore all’attivo del saldo per merci.

    La posizione finanziaria netta dell’Eurozona (IIIP) è in netto miglioramento, già a partire dal primo trimestre 2009, quando registrò invece il picco negativo di 1.900 miliardi per via del rischio crescente per la crisi americana, deflagrata infatti nel 2008: mentre i capitali europei si ritiravano, anche altri stranieri si rifugiavano nell’eurozona. Il passivo della IIIP registrato nel secondo trimestre di quest’anno è stato di appena 231 miliardi di euro, il miglior risultato di sempre.

    Anche l’incremento degli investimenti di portafogli della Germania negli Usa non ha conosciuto soste, passando dai 182 miliardi di dollari del giugno 2009 ai 456 miliardi del giugno 2018. Nel complesso, il valore complessivo degli investimenti del portafogli tedesco all’estero è arrivato a 3.300 miliardi di dollari, rispetto ai 2.510 miliardi di fine 2009: +790 miliardi.

    Attentissimi come sono a tenere tutto sotto controllo a casa propria, con la morsa ben stretta sui deficit pubblici e la deflazione salariale che abbatte da anni la domanda interna e dunque le importazioni, gli europei fanno festa a casa d’altri, che ben poche virtù possono invece vantare. Strafanno: non sazi dei raccolti mietuti sul piano dei surplus commerciali, si sono messi pure a fare vendemmia nella vigna finanziaria americana. Debiti ne fanno a bizzeffe, gli americani, a casa propria e fuori.

    Stavolta c’è grande cautela sui mercati valutari: anche la recente decisione della Bce di riprendere il Qe non ha mosso granché il cambio col dollaro. Ben diverso fu l’effetto nel 2014: al solo sospetto che avrebbe dato il via all’acquisto di titoli pubblici, crollò da 1,40 di aprile fin quasi alla parità a marzo successivo, quando ebbe inizio il Qe.

    Stavolta, lo spauracchio è quello dei dazi, più volte minacciato da Trump. Si è materializzato questa settimana, con l’autorizzazione rilasciata dal Wto agli Usa di imporne all’Europa fino a 7,5 miliardi di dollari per compensare gli aiuti di Stato all’Airbus in danno della Boeing.

    Anche Mario Draghi, accommiatandosi dalla Bce, ha ribadito la necessità che in Europa anche la politica di bilancio faccia finalmente la sua parte. La prospettiva di una Unione fiscale, con un bilancio europeo più robusto, è difficilmente immaginabile: non solo perché presuppone una solidarietà ulteriore a carico dei Paesi più prosperi, ma soprattutto perché passa inevitabilmente dalla riduzione della competizione tra i sistemi di tassazione, che è stata la chiave per l’arricchimento straordinario di alcuni Paesi a danno degli altri, con l’Irlanda e l’Olanda in testa, per non parlare del Lussemburgo.

    Sono decenni di crescita drogata dalla continua sottrazione di risorse, fiscali e finanziarie, da un Paese europeo all’altro. L’Unione europea è lo spazio politico che garantisce il perenne vagabondare di imprese, di sedi produttive e fiscali, di contratti di lavoro, di fatturazioni e di impieghi finanziari. Pompare altra liquidità non serve che a drenare altre risorse all’estero, finanziando squilibri.

    Spazi di crescita mercantilistica all’estero, soprattutto con un ulteriore scivolamento dell’euro sul dollaro, non ce ne sono più: per l’Europa, anche la festa americana sta volgendo velocemente al termine.

    10/03/2019

    Per gli Usa il 2018 è stato un altro anno da record

    Il titolo può ingannare, lo ammettiamo. In fondo è quello imposto da Milano Finanza all’editoriale di Guido Salerno Aletta, che qui riportiamo. I record possono essere di tanti tipi, positivi e negativi. E l’economia Usa riesce a segnarne in entrambe le direzioni.

    Cosa significa? Che aumentano gli squilibri strutturali e, di conseguenza, anche la possibilità di porvi rimedio o ridurli. Un paese “in crescita” se si guarda al Pil, un paese devastato se si guarda invece alla sua bilancia commerciale con l’estero. Persino nel settore dei computer e in generale dell’ICT gli Usa ormai importano molto più di quanto non esportino. Basta pensare che alla Cina vendono soprattutto soia, grano, carne di manzo e di maiale. Come un paese del terzo mondo...

    E da terzo mondo sono le cifre della sua disoccupazione reale, che supera ormai i 100 milioni di persone (su poco più di 250 in età da lavoro). Nonostante questo, restano il “polmone” consumistico che tiene in piedi molta parte dell’economia globale, grazie soprattutto a un sistema finanziario fuori controllo, una potenza militare ancora superiore a quella dei competitori e a una moneta la cui valutazione è da tempo più politica che economica.

    E quindi questo insieme di record che Salerno Aletta espone con grande acume tecnico descrivono una situazione tutt’altro che rassicurante: “L’economia americana continua ad essere un gigantesco mantice: i suoi squilibri persistono, ma fanno comodo a tutti: basta chiudere gli occhi, e sperare che duri.”

    Ma niente è per sempre...

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    Atri due record, per gli Usa, nel 2018: mentre il disavanzo commerciale è arrivato al 3% del pil, peggiorando rispetto al 2,8% dell’anno precedente e mettendo così a segno il peggior risultato da dieci anni a questa parte, il tasso di crescita è stato comunque il più elevato fra tutti i Paesi del G7. Con un consistente +2,9%, ha oscurato nettamente il +1,9% della Germania.

    Quest’ultima, invece, ha accumulato ancora un enorme attivo della bilancia dei pagamenti, arrivato all’8,1% del pil.

    La Cina, che invece è cresciuta del 6,6%, ha avuto un avanzo sull’estero pari appena allo 0,7%: è stato dunque il Paese con la crescita più equilibrata sull’estero: un paradosso, visto il modello di sviluppo che aveva adottato nel passato.

    Per gli Usa, lo squilibrio dei conti commerciali con l’estero rappresenta l’effetto consueto e scontato, ma non per questo meno significativo e preoccupante, che deriva dalla combinazione di una crescita economica interna assai sostenuta, accompagnata da un dollaro forte rispetto alle altre valute. In altri termini, nel 2018 la politica fiscale americana è stata ancora più accomodante rispetto all’anno precedente mentre quella monetaria ha continuato ad essere restrittiva: ancora una volta, ritornano alla mente i tempi della Presidenza di Ronald Reagan, con i deficit gemelli che torreggiavano – quello del bilancio federale e quello del commercio con l’estero – e la reazione violenta che allora venne adottata nei confronti dell’export giapponese. Fu colpito dai dazi: del 50% sulle motociclette a partire dal 1983, e del 100% sui semiconduttori a partire dal 1986.

    Stavolta, si fa altrettanto con la Cina, di cui si intende anche bloccare la dominanza nella tecnologia 5G.

    Tutto e nulla è cambiato dalla metà degli anni '80: mentre i conti commerciali americani sono sempre squilibrati, il competitor e lo scenario geopolitico sono ben diversi. Il Giappone era un Paese sconfitto da tenere a bada, la Cina è un avversario geopolitico.

    La Presidenza Trump non può contare sulla presa politica che aveva l’America di allora: nel 1985 aveva centinaia di migliaia di soldati di stanza in una Germania ancora divisa, e poteva mettere a sedere tutti i ministri delle finanze ed i banchieri centrali dei Paesi del G5 per obbligarli a rivedere i rapporti di cambio con il dollaro e a deflazionare le loro economie, che furoreggiavano per via dell’export verso gli Usa.

    Gli alti tassi della Fed presieduta da Paul Volker, mentre attiravano capitali da tutto il mondo su un dollaro mai così forte, più che l’inflazione, stroncarono le imprese americane, mentre il deficit commerciale si ingigantiva.

    Iniziò così la deindustrializzazione americana: la New Economy non avrebbe mai rimpiazzato i posti di lavoro e la classe media che si era formata con la manifattura. E’ questa la verità, che ritorna.

    Nel 2018, il pil statunitense è cresciuto dunque del 2,9%, rispetto al 2,2% del 2017: l’accelerazione è stata determinata, nell’ordine, dai maggiori investimenti fissi del comparto produttivo, dall’aumento delle scorte, dalla maggiore spesa federale, dall’incremento delle esportazioni, dalla spesa per i consumi personali, e dalle spese pubbliche statali e locali che sono in parte compensate dalla contrazione degli investimenti nel settore residenziale.

    Mentre il reddito reale disponibile per le famiglie americane è cresciuto anch’esso del 2,9%, rispetto al 2,6% del 2017, il livello generale dei prezzi è aumentato del 2,2%, rispetto all’1,9%, portando in arrotondamento la crescita del pil nominale al 5,2%. I prezzi al consumo sono aumentati del 2%, rispetto all’1,9% del 2017.

    Sotto il profilo temporale, si assiste anche negli Usa ad una decelerazione della crescita: si è passati dal 4,1% annualizzato del secondo trimestre, al 3,4% del terzo, per finire l’anno con il 2,6%.

    Nel 2018, il rapporto debito pubblico/pil è passato dal 106,1% al 107,8% dell’anno prima. Il deficit di bilancio è stato di 966 miliardi di dollari, pari al 4,7% del pil, in aumento rispetto al 3,8% del 2017. Inutile sottolineare che il saldo primario del bilancio americano è rimasto come sempre negativo, per un ammontare pari al 2,9% del pil, mentre era stato del 2,2% nel 2017.

    Quest’ultimo saldo rappresenta l’impulso positivo netto che deriva all’economia reale dal deficit pubblico, visto che la restante parte serve per il pagamento degli interessi.

    Trascurando ogni altro parametro, si potrebbe arguire che lo 0,7% di peggioramento del saldo primario del bilancio statunitense ha determinato una identica crescita del pil reale ed un contestuale peggioramento dello 0,2% del deficit commerciale, arrivando a 621 miliardi di dollari. Il passivo delle merci è aumentato di 83,8 miliardi (+10,4%), arrivando a 891 miliardi, mentre il surplus nei servizi è migliorato di 15 miliardi (+ 5,9%) arrivando a 270 miliardi.

    La scelta di abbandonare la manifattura, specialmente nel settore dei computer e delle auto, si è dimostrata perdente, con un rapporto ormai di 1:2 tra export ed import: nel 2018, per i computer ci sono stati 60 miliardi di dollari di export a fronte di 140 miliardi di import; per le auto, rispettivamente 159 e 372 miliardi di dollari.

    Anche nelle altre tecnologie, la bilancia commerciale americana ha un passivo che peggiora continuamente: dai -84 miliardi di dollari del 2016 è arrivata ai -129 miliardi del 2018. L’unico grande settore in attivo è rimasto quello aerospaziale, con 86 miliardi di dollari, mentre quello dell’ICT è stato passivo per 173 miliardi. Risultati negativi sono stati registrati anche nei comparti delle biotecnologie, delle scienze della vita e della optoelettronica, rispettivamente con -16, -19 e -16 miliardi di dollari.

    Per quanto riguarda la aree geografiche, i limitatissimi surplus commerciali degli Usa, espressi in miliardi di dollari sono stati registrati verso i Paesi dell’America centrale e meridionale (+41,5), Hong Kong (31,1), Olanda (24,8), Australia (15,2), e Belgio (14,2). I deficit più consistenti sono stati nei confronti di Cina (419,2), Unione europea (169,3), Messico (81,5), Germania (68,3), Giappone (67,6), Irlanda (46,8), Italia (31,6), Sud Corea (17,9) e Francia (16,2).

    Nei confronti della Cina, rispetto al 2017, il deficit commerciale americano è aumentato di 43,6 miliardi di dollari, arrivando a 419,2 miliardi. Mentre le esportazioni americane sono diminuite di 9,6 miliardi, le importazioni sono aumentate di 34 miliardi: se per un verso le barriere tariffarie decise dalla amministrazione Trump non sembrano aver avuto alcun effetto di contenimento, per l’altro l’export cinese ha beneficiato dello scivolamento dello yuan, il cui valore rispetto al dollaro è passato da 0,16 a 0,14.

    Anche il deficit commerciale con l’Unione europea è aumentato, di 17 miliardi di dollari, arrivando a 169,3 miliardi: l’export statunitense è aumentato di 35,4 miliardi di dollari, mentre l’import è cresciuto di 53,3 miliardi.

    Se il pil di tutto il mondo dipende dall’import degli Usa, anche il debito americano verso l’estero continua a crescere: alla fine del terzo trimestre 2018, la posizione finanziaria netta era risultata passiva per 9.627 miliardi di dollari, rispetto ai 7.625 di un anno prima ed ai 1.279 miliardi del 2007. Il 1989 è stato l’ultimo anno in cui le attività americane sull’estero hanno superato le passività. Con un decennio di ritardo, ha seguito la medesima parabola discendente percorsa dalla Gran Bretagna.

    La Cina non reinveste più il suo surplus commerciale con gli Usa in titoli del tesoro statunitense: le detenzioni si sono anzi ridotte dai 1.185 miliardi di dollari del dicembre 2017 ai 1.123 del dicembre scorso. Anche il Giappone ha fatto lo stesso, scendendo da 1.062 a 1.042 miliardi. In un anno, le detenzioni estere sono cresciute di appena 54 miliardi, passando da 6.211 a 5.265 miliardi, pur a fronte di un deficit federale di 966 miliardi di dollari.

    Il debito pubblico americano sarà pure un safe asset a livello globale, ma per finanziarlo occorre tenere alti i tassi di interesse.

    L’economia americana continua ad essere un gigantesco mantice: i suoi squilibri persistono, ma fanno comodo a tutti: basta chiudere gli occhi, e sperare che duri.

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