Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/05/2023

La guerra fredda è finita sciogliamo la Nato

Sotto il titolo “La Guerra fredda è finita, quale futuro per NATO e Occidente?” il Corriere della Sera dell’8 maggio ha pubblicato questo articolo dell’ex ambasciatore a Mosca Sergio Romano.

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In un libro recente ho letto: «Di fronte alle genuflessioni e alle attenzioni servili riservate a Zelensky nei vari Paesi, mi chiedo come sia possibile che nessuno abbia ancora coraggiosamente provato a ricordare che in seguito all’implosione dell’URSS (e non alla vittoria degli Usa nella Guerra Fredda) la Nato prese a svolgere una costosa campagna acquisti di tanti Paesi portandoli tutti a giocare contro la Russia e arrivando al confini del suo territorio. Possibile che nessuno abbia ancora detto che così facendo si stava favorendo lo scoppio della Terza guerra mondiale?».

Sono le parole usate da uno storico, Giovanni Buccianti, in un saggio (Dalla Cortina di ferro alla Cortina delle provocazioni) e non piaceranno forse a parecchi lettori. Ma meritano di essere lette con attenzione.

Quando fu evidente, dopo il fallimento delle riforme di Gorbaciov e la nascita a Mosca di una Comunità degli Stati Indipendenti, che l’Unione Sovietica non era più in condizione di continuare a combattere la Guerra fredda, molti pensarono che in quel momento sarebbe stato possibile creare utili rapporti (non solo economici, ma anche politici e culturali) fra le democrazie occidentali e Mosca.

Qualcosa effettivamente accadde. Mentre il segretario del partito comunista e capo dello Stato era Michail Gorbaciov, il clima divenne promettente. Il 27 maggio 1997 fu siglato a Parigi e approvato del governo russo e dai Paesi aderenti alla Nato un atto fondatore che prevedeva l’allargamento della istituzione ad alcuni paesi dell’Est europeo (Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria).

Nel testo era scritto che «Nato e Russia non si considerano nemiche», e «intendono sviluppare una collaborazione forte, stabile e duratura... lavorare insieme per contribuire a instaurare in Europa una sicurezza comune e globale» sulla base di principi e scopi comuni: «democrazia, pluralismo, rispetto dei diritti umani, economia di mercato, rinuncia all’uso della forza, trasparenza reciproca per quanto riguarda la politica di difesa e le dottrine militari, prevenzione del conflitti con mezzi pacifici, in conformità con i principi dell’Onu, appoggio a operazioni di peace-keeping condotte sotto l’autorità del Consiglio di sicurezza o sotto la responsabilità dell’Ocse».

Ma occorreva anche trovare una collocazione politica per i Paesi che appartenevano alla Mitteleuropa e soprattutto a quelli (Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria) che avevano sempre avuto, volenti o costretti dalle circostanze geografiche, una maggiore familiarità con Mosca.

Molte iniziative vennero prese, ma fu presto evidente che le relazioni a cui i Paesi giunti dall’Est attribuivano maggiore importanza erano sempre quelle con gli Stati Uniti dove erano sostenuti da importanti colonie di vecchi Immigrati per cui il potenziale nemico era sempre la Russia e gli Stati Uniti erano considerati garanti della loro esistenza.

Fu subito evidente che tra i fondatori della CEE, già esistente dal marzo 1957, e questi nuovi arrivati vi erano alcune importanti differenze. Mentre alcuni avevano un concetto di unità europea maturato sin dagli anni della Seconda guerra mondiale, altri, spesso slavi, erano immigrati in Occidente durante il regime comunista del loro Paese.

Per questi Paesi la Russia restava una potenza nemica e la Nato, grazie all’America, l’amicizia di una grande potenza. L’Alleanza atlantica ha avuto una parte utile e rispettabile. Ma la guerra fredda è finita, il comunismo è sepolto, gli Stati Uniti hanno avuto un presidente come Trump e sarebbe giunto il momento di fare a meno di un’istituzione, la Nato, che ha ormai perduto le ragioni della sua esistenza.

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27/02/2023

“È una guerra contro la Russia, chi l’ha voluta non sa come uscirne”

Se c’è una persona che conosce come le proprie tasche la realtà russa come quella americana, questa persona è l’ambasciatore Sergio Romano. Nella sua lunga e prestigiosa carriera diplomatica, è stato, tra l’altro, ambasciatore presso la Nato e ambasciatore a Mosca (1985-1989), nell’allora Unione Sovietica.

24 Febbraio 2022-24 Febbraio 2023. Un anno di guerra. Doveva essere un blitzkrieg si sta invece rivelando una guerra di logoramento. Una guerra infinita. A che punto siamo?

Credo che anzitutto bisognerebbe interrogarsi sulle ragioni per cui questa guerra è scoppiata e quali sono le motivazioni che tendono a farne un conflitto quasi inarrestabile. Tenga presente che in questa guerra c’è una forte componente antirussa. In altre parole, è una guerra contro la Russia. Non è presentata come tale per una serie di ragioni, alcune giustificabili altre no, ma il Nemico c’è e per tutti quelli che sono impegnati nel conflitto quel Nemico è la Russia.

Naturalmente la Russia si difende. Quelli che maggiormente hanno desiderato una guerra contro la Russia non hanno ottenuto, quanto meno per il momento, i risultati che speravano. La Russia si difende con una certa efficacia e a questo punto è diventato estremamente difficile per coloro che la desiderano e l’hanno desiderata mettere fine al conflitto.

Perché Ambasciatore Romano?

Perché ne va della loro sorte politica. Non dimentichiamo che anche le guerre hanno delle persone dietro, persone che su quelle guerre molto spesso hanno giocato il loro futuro.

Il suo ultimo saggio ha come titolo La scommessa di Putin. Russia-Ucraina, i motivi di un conflitto nel cuore dell’Europa. Le chiedo: qual è la scommessa di Putin in questa vicenda?

Putin avrà anche delle ambizioni legittime, è un uomo di Stato. Ma la cosa più importante è che in questa vicenda sta giocando se stesso. E questo è molto pericoloso essendo persona autorevole nel suo Paese. L’unica possibilità di mettere fine alla guerra temo sia mettere fine a Putin. Brutte parole, mettere fine, ma la sostanza è questa.

Ambasciatore Romano, lei conosce come pochi altri la realtà russa. Ritiene che l’eventuale fine di Putin apra davvero la strada in Russia ad una stagione di democrazia o potrebbe anche esservi del peggio?

Io credo che l’assenza di Putin creerebbe un vuoto che molti cercheranno di riempire. In Russia esiste una corrente democratica. È una corrente che non è riuscita ad affermarsi sufficientemente sinora ma che certamente cercherebbe nella scomparsa di Putin di esercitare un ruolo nazionale.

A un anno dall’inizio ufficiale del conflitto che Europa si presenta a questa triste ricorrenza?

A me sembra che l’Europa non abbia cercato di assumere un ruolo. Non era facile, questo va riconosciuto, mettere d’accordo un numero di Paesi sufficienti per agire con efficacia. Un gruppo di Paesi indispensabile per avere un ruolo nel post-Putin. Temo che non ci sia.

E qui purtroppo dobbiamo constatare che l’Ue in questa vicenda non ha avuto un ruolo. Era l’Ue che avrebbe dovuto esercitarlo. Perché rappresenta il gruppo di Paesi che maggiormente sono coinvolti nella vicenda e maggiormente ne soffriranno le conseguenze. Francamente non mi pare che l’Europa sia stata all’altezza delle nostre speranze, delle nostre attese, delle sue potenzialità.

E in tutto questo, l’Italia?

L’Italia non può far nulla da sola. Qualche tentativo c’è stato. Mi è parso, ad esempio, che Draghi avesse delle idee piuttosto chiare e anche qualche ambizione. Peccato che queste ambizioni non si siano materializzate.

Un tema sempre all’ordine del giorno è quello delle sanzioni. Molto si discute sugli effetti reali che hanno avuto nell’indebolire la Russia e Putin.

Sul piano economico hanno certamente avuto un impatto ma non nelle dimensioni sperate da coloro che l’hanno più fortemente volute. E poi c’è un altro discorso da fare che riguarda la psicologia di una nazione. Le sanzioni hanno alimentato un patriottismo russo anche dove non c’era. Gli americani sono convinti che le sanzioni servano a impedire una connivenza economica tra Europa e Russia.

Nel suo discorso al Castello di Varsavia, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha rivendicato con orgoglio come un importante risultato di questo anno di guerra l’allargamento della Nato a più di cinquanta Paesi. È una medaglia questa?

Questo mi sembra essere un altro modo di fare la guerra alla Russia. Perché parlare di Nato significa parlare di Russia. Tanto tempo fa, dopo la firma del Patto Atlantico, a quei tempi ero un giovane funzionario del ministero degli Esteri, ho creduto all’utilità della Nato. Poi mi sono reso conto col tempo che alla fine della guerra fredda abbiamo perso l’occasione della convivenza tra Paesi che avevano culture diverse.

Gli Stati Uniti hanno aperto le battaglie della guerra fredda. Ho l’impressione che avessero bisogno di un nemico per continuare ad essere vincitori. Il potenziale nemico è stata l’Unione Sovietica.

Ad un certo punto ha prevalso, nell’élite politica e diplomatica militare degli Stati Uniti, la convinzione che c’era un mondo che si era liberato della Russia, ciascuno di quei Paesi ex-satelliti aveva bisogno di essere aiutato per sviluppare la propria economia, per sviluppare il proprio Stato, per modernizzarlo e allora si sono detti “aiutiamoli e inseriamoli nel quadro di un’alleanza”, che è egemonizzata dagli Usa, la Nato.

Allora hanno accolto uno dopo l’altro tutti i Paesi fino alle vecchie frontiere dell’Unione Sovietica, sono andati oltre le frontiere di questa, con i paesi del Baltico e, se ci fossero riusciti nel 2008, avrebbero fatto lo stesso con la Georgia e l’Ucraina.

Ora la Nato è considerata un’alleanza. Certo lo è ma è sui generis, non come quelle del passato. Le alleanze ottocentesche erano promesse reciproche: ci aiuteremo se abbiamo lo stesso nemico e soprattutto diamoci una mano anche in altre cose.

La Nato è un’alleanza politica e militare in cui esiste un esercito permanente integrato, esiste un comando militare che lavora h24 con un comandante supremo che è in realtà un capo di stato maggiore, di tutti i Paesi che ne fanno parte, ma è sempre americano.

Questo capo di stato maggiore fa esattamente quello che fanno tutti quelli che stanno al suo livello: preparano la prossima guerra. Per farlo bisogna innanzitutto sapere con chi farla. E allora bisogna che ci sia il nemico, e guarda caso l’establishment militare americano non rinuncia a quel nemico. Non ha intenzione di rinunciarci. E quel nemico è la Russia.

Continuare a dire che la Nato è un’organizzazione pacifica in cui si studia il mondo, si fanno studi, non mi sembra che si possa dire. Mi sembra anche ipocrita cercare di farlo credere.

Restando sulla “super Nato”. Quello di Biden è anche un messaggio rivolto alla Cina?

Non saprei dire se è anche un messaggio indirizzato a Pechino. Non mi sorprende che gli Stati Uniti continuino a considerare la Russia un rischio, un pericolo, un Paese che potrebbe a certo punto ridiventare un rivale importante. C’è una parte della società politica americana che ragiona ancora come se il rischio russo potrebbe esserci ancora. È quella parte degli Stati Uniti che vorrebbe che l’America avesse ruolo ancora più elettivo di quanto già non abbia.

Nel discorso di Varsavia, Biden ha toccato le corde della democrazia, dei valori condivisi dal mondo libero che oggi si oppone alla guerra di aggressione russa all’Ucraina. Siamo ad una riedizione di quella “guerra di civiltà” di irachena memoria?

Io credo che gli Stati Uniti siano in un certo senso convinti che il ruolo storico che hanno avuto per una larga parte del ‘900 e che ha permesso di avere una posizione internazionale da difensori della libertà, possa essere perpetuato. Stanno rifacendo un po’ quello che hanno tentato, spesso con successo, con le guerre che hanno vinto, nelle quali hanno incarnato la funzione dei difensori della libertà.

Lei ha definita quella in atto una guerra alla Russia. Sarà una guerra infinita?

Di guerre infinite non ne conosco. Conosco delle guerre a singhiozzo, in cui ci sono fasi di relativa pace, o di pace anche, ma poi i vecchi i problemi, i vecchi dissidi, le vecchie ostilità alla fine ritornano sulla scena.

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07/11/2021

“Il suicidio dell’URSS”: recensione del libro di Sergio Romano

Vi proponiamo la nostra recensione del testo Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), ultima pubblicazione di Sergio Romano, già ambasciatore italiano a Mosca tra il 1985 ed il 1989.

Sergio Romano è una delle grandi figure della diplomazia italiana del ‘900, in particolare grazie agli anni passati a Mosca come ambasciatore in Unione Sovietica (1985-1989), continuando a frequentare anche negli anni successivi il Paese sia prima che dopo la fine del comunismo dell’Europa orientale. Erano quelli gli anni della perestrojka e di Michail Gorbačëv, l’uomo che, non senza responsabilità, avrebbe assistito impotente alla fine dell’URSS. Erano gli anni in cui gli intellettuali liberali come Francis Fukuyama annunciavano sprezzanti “la fine della storia”, preconizzando un futuro idilliaco che non avrebbe mai avuto luogo.

In Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), una raccolta di articoli pubblicati da Sergio Romano negli anni finali della vita dell’Unione Sovietica, non ritroviamo solamente una mera cronaca delle ultime fasi dell’esistenza dello Stato edificato da Vladimir Lenin, ma interessanti considerazioni dell’autore che spaziano in settori apparentemente poco connessi fra loro, dalla letteratura russa alla storia di Paesi lontani da Mosca, come la Jugoslavia – della cui dissoluzione viene offerta un’interessante panoramica – o l’Impero Ottomano, fino alle relazioni intercorse tra l’Unione Sovietica e gli interlocutori più insospettabili, come il Vaticano o lo Stato d’Israele, per mezzo delle vicende della numerosa comunità ebraica che vive ancora oggi in Russia, fino al governo italiano. “A una prima occhiata il libro potrebbe sembrare antologico e il titolo un comodo “contenitore” destinato ad accogliere scritti di argomento diverso”, affermiamo riprendendo il commento di Romano su di un libro di Massimo Salvadori (p. 196), ma in realtà mantiene, nella sua vasta varietà, un’organicità che ne rende sempre interessante la lettura.

Anche limitandoci alla sola Unione Sovietica, argomento portante dell’opera, il testo offre interessanti spunti che riguardano tutta la storia del Paese dalla sua fondazione rivoluzionaria alla sua dissoluzione con un colpo di mano che ebbe luogo nonostante il 76% della popolazione si fosse espresso in un referendum per il mantenimento dell’URSS. A spingere per la fine dell’Unione non furono le forze centrifughe provenienti dalla repubbliche più remote poi divenute indipendenti, ma proprio i dirigenti russi, nazionalità dominante, che, con una delle più celebri espressioni di Sergio Romano, erano “stanchi di svenarsi per finanziare il teatro di Taškent”. A portare alla dissoluzione dell’URSS fu, in fin dei conti, lo sviluppo di una classe dominante all’interno di uno Stato che era nato per abolire le differenze di classe, che raggiunse il proprio apice proprio negli anni del riformismo della perestrojka: “Il problema all’ordine del giorno non era la battaglia fra democrazia e comunismo ma fra le borghesie di partito delle singole repubbliche, ciascuna delle quali si batte per conservare i propri privilegi, difendere le proprie prerogative, impedire ad altri, all’interno del futuro Stato sovietico, di mettere le mani sulle proprie risorse” (p. 211).

La fine dell’Unione Sovietica, come – in maniera ancor più esasperata – quella della Jugoslavia, corrispose anche al riemergere di quei nazionalismi che erano stati sopiti dal collante ideologico del comunismo. Venuto a mancare quest’ultimo, “la rinascita del patriottismo nazional-religioso dei russi rialza vecchi steccati” (p. 64), quel nazionalismo panslavo e ortodosso che nell’800 si era imposto come carattere distintivo dell’identità russa, e che viene analizzato soprattutto nella prima sezione del libro. Ma “la morte del comunismo ha risvegliato […] non soltanto i nazionalismi più antichi e legittimi, ma anche i più fragili e inconsistenti” (p. 254), portando con sé non solo la frammentazione territoriale, ma anche conflitti regionali come quelli del Caucaso, che si sarebbero sviluppati negli anni seguenti.

Come detto, nella sua opera Sergio Romano raccoglie testi redatti un trentennio fa, e lo stesso autore ammette nelle note introduttive di alcune sezioni del libro di aver cambiato il suo punto di vista su determinate questioni. Non era infatti un momento semplice in cui scrivere articoli sull’Unione Sovietica, ed in quelle fasi era facile lasciarsi prendere la mano con giudizi a volte troppo ingenerosi: “Trascinati dalla furia iconoclastica di questi giorni dimentichiamo che lo Stato sovietico ha avuto in molte parti di questo immenso Paese una funzione arbitrale e modernizzatrice” (p. 254). Allo stesso tempo, Romano non poteva conoscere la bibliografia storica che sarebbe emersa successivamente, in parte purificata dai veleni della Guerra fredda che avevano spinto gli accademici a pendere da una parte o dall’altra, così come non poteva prevedere del tutto quello che sarebbe stato il mondo unipolare postsovietico a guida statunitense. Il giudizio sul boia dell’URSS Boris El’cin (a nostro avviso comunque troppo generoso, come quello su Gorbačëv), o quello su Eduard Ševardnadze, ad esempio, non potevano tener conto di quanto costoro avrebbero compiuto alla guida dei rispettivi Stati, la Federazione Russa e la Georgia.

Soprattutto, ci troviamo in disaccordo con i giudizi espressi nei confronti delle politiche sovietiche nei primi decenni di vita di questo Paese. In particolare, la lettura di Romano sembra aderire a quella che Domenico Losurdo definisce la “leggenda nera” su Stalin, utilizzando stime sulle “vittime” del “meraviglioso georgiano”, come l’autore ama chiamare il secondo leader sovietico citando un epiteto formulato da Lenin, che oggi sembrano quanto meno eccessive. Nel testo si legge che “10 milioni di kulaki […] vennero sloggiati con la forza dalle loro case, imprigionati, fucilati o costretti a camminare per decine di chilometri, buttati su un treno e scaricati al di là degli Urali”, mescolando dunque arresti e fucilazioni come fossero la stessa cosa. Secondo la ricostruzione dello storico britannico Orlando Figes, tuttavia, i morti delle purghe degli anni ‘30, compreso il processo di dekulakizzazione, ovvero di “liquidazione dei kulaki in quanto classe”, sarebbero stati 376.202, mentre il numero degli arresti sarebbe stato pari a 669.929.

Citando Andrea Graziosi, Romano afferma ancora che “nella sola Ucraina [sarebbero] morti di fame fra il 1930 e il 1933 da 4 a 7 milioni di persone”, attribuendone implicitamente le colpe alle politiche staliniane di collettivizzazione della terra. Anche in questo caso, le stime sono state oramai riviste da una storiografia che con il passare del tempo è diventata sempre più obiettiva, rifuggendo sia il totale negazionismo di una parte che l’esagerazione dei numeri a fini denigratori dell’altra. A tal proposito, lo stesso Graziosi ha pubblicato nel 2013 un nuovo articolo in collaborazione con altri autori nel quale si afferma che i morti della carestia ucraina non sarebbero stati più di 2,9 milioni. Inoltre, si calcola che la grande maggioranza di queste morti si sia verificata nella sola regione ucraina di Kuban, nella quale ebbe luogo la vera e propria carestia, mentre i suoi effetti furono molto meno importanti nel resto del Paese. Secondo lo storico statunitense Mark Tauger, la carestia sarebbe stata causata da una combinazione di fattori, in particolare il basso raccolto dovuto a disastri naturali combinato con l’aumento della domanda di cibo causata dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione. 

Anche sulla morte di Sergej Mironovič Kirov, leader del Partito Comunista a Leningrado, Romano riprende quella che era la versione data dalla storiografia occidentale dell’epoca, che attribuiva il suo omicidio a Stalin. Questo era quanto meno quello che era venuto fuori nel corso del processo revisionista noto come “destalinizzazione” lanciato da Nikita Chruščёv nel 1956, ma tale versione è stata successivamente smentita da diverse ricostruzioni, tra le quali quelle dei già citati Losurdo e Graziosi, secondo i quali l’autore materiale dell’omicidio, Leonid Nikolaev, avrebbe agito da solo.

Non vogliamo soffermarci a lungo su tali questioni, e certamente non vogliamo farne una colpa all’autore, visto che le pubblicazioni da noi citate sono tutte comparse nel XXI secolo, e non erano dunque a sua disposizione a quel tempo. Tuttavia, non possiamo non accennare a quella che secondo noi è la pecca più grave del testo, ovvero dove Romano cade nella trappola dell’equiparazione del comunismo sovietico, in particolare dello stalinismo, con il nazismo, con annesso utilizzo della categoria di “totalitarismo”, spesso utilizzata come metodo di denigrazione. Vista oggi, questa equiparazione è ancora più lesiva in quanto avviene in un clima di revisionismo storico che investe tutta la prima metà del ‘900, e che tende ad equiparare l’URSS ai regimi nazi-fascisti con il fine celato di rivalutare questi ultimi.

Lungimirante, invece, il giudizio su quello che sarebbe potuta essere l’assetto mondiale postsovietico, quello di un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti: “La fine della Guerra fredda ha avuto per ora, al di fuori dell’Europa, una conseguenza potenzialmente negativa: ha sottratto le crisi locali al condominio conflittuale delle grandi potenze. Come in altre circostanze le partite della pace e della guerra potrebbero concludersi a somma zero. Alla pace sull’Elba, sul Danubio e nel Mare del Nord potrebbe corrispondere la guerra nel Caucaso, nel Mar Nero, sul Giordano e sull’Eufrate” (p. 192). Ancora, nell’articolo simbolicamente intitolato “Nuovo disordine mondiale”, in barba alla presunta “fine della storia”, l’autore afferma che “la fine della Guerra fredda non avrà alcuna benefica influenza sui conflitti regionali e sulle crisi locali. L’America è nel Golfo per difendere la via del petrolio, non per restaurare la libertà del Kuwait”. Romano del resto non ha mai risparmiato le proprie critiche agli Stati Uniti, come quando denuncia la “gabbia d’acciaio della Nato che imbottiglia l’UE condannata a rimanere un soggetto politicamente minorato” (p. 13), riprendendo la prefazione a firma di Luciano Canfora. Anzi, il nostro anticipa in maniera quasi profetica persino uno dei grandi effetti dei conflitti mediorientali e nordafricani, la crisi migratoria: “Tutti si chiedono con inquietudine che cosa accadrebbe se due grandi ondate migratorie provenienti dal Sud islamico e dal Nord-Est ex marxista investissero contemporaneamente le società occidentali” (p. 264).

Allo stesso tempo, l’autore preconizza già il risveglio della Russia post-sovietica dopo un periodo letargico, paragonando il Paese ad un orso, e ricordando che “come in altri momenti della sua storia l’orso avanzava maldestramente, ora due passi avanti e uno indietro, ora un passo avanti e due indietro” (p. 39). Dopo “la Russia postsovietica […] nel breve regno di El’cin che svendeva il suo paese a passo di carica” (Canfora, p. 10), con la nuova fase del riscatto russo, aperta dall’ascesa al potere di Vladimir Putin, “non sarebbe la prima volta che l’orso, dopo un passo indietro, ricomincia ad avanzare” (p. 40).

In conclusione, riteniamo che il testo di Sergio Romano meriti assolutamente una lettura da parte di coloro che sono interessati alla storia russa e sovietica, ma una lettura effettuata cum grano salis, ovvero alla luce dei trent’anni di storia e di storiografia trascorsi. Siamo infatti più generosi dell’autore quando afferma che “grazie al 1989 abbiamo finalmente buttato via quasi tutti i libri e gli articoli che avevamo messo da parte nella speranza di trarne qualche aiuto per anticipare il futuro” (p. 196), e riteniamo invece che la lettura di articoli scritti in quell’epoca, siano essi di Romano o di altri autori, mantengano un elevato valore storico e di documentazione.

BIBLIOGRAFIA CITATA

FIGES, Orlando (2008), The Whisperers: Private Life in Stalin’s Russia, Metropolitan Books.
GRAZIOSI, Andrea (2007), L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Il Mulino.
GRAZIOSI, Andrea et al. (2013), After the Holodomor: The Enduring Impact of the Great Famine on Ukraine, Harvard Ukrainian Research Institute.
LOSURDO, Domenico (2008), Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci.
ROMANO, Sergio (2021), Il suicidio dell’URSS, Sandro Teti Editore.
TAUGER, Mark B. (2001), Natural Disaster and Human Action in the Soviet Famine 1931-1933, The Carl Beck Papers.

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04/11/2019

Il peso della Germania sfascia “l’Europa”


Della serie: quando la scala scricchiola ad ogni gradino, probabilmente sta per rompersi da qualche parte.

Torniamo spesso sullo “stato dell’Unione” perché troppo spesso vediamo sottovalutazione della gravità dei problemi, anche tra aree politiche molto diverse. Ci sono quelli che ancora non hanno capito che il vero “governo” del paese non sta a Palazzo Chigi, ma a Bruxelles (più realisticamente: tra Francoforte e Berlino, con qualche vacanza a Parigi). E ci sono quelli che l’hanno capito e sperano (o fanno finta, o temono) che tutti i problemi siano stati risolti, e dunque l’Unione Europea marci sicura verso un destino (o un incubo) senza grandi scossoni.

In questi due insieme potete trovare nazionalisti strabici, “internazionalisti” miopi, europeisti spinti e complottisti hard.

La situazione è come sempre un po’ più complicata e sotto la cortina di fumo dell’ufficialità (“tutto va bene, siamo nel migliore dei mondi possibili”) si agitano sofferenze, tensioni, contraddizioni palesi. Tanto da far entrare in campo progetti di “riforma” sagomati su interessi nazionali malamente mascherati e tentativi di mantenere lo status quo motivati dal interessi diversi, ma altrettanto nazionali.

Abbiamo trovato dunque interessanti due riflessioni che più diverse non si può, per appartenenza politica, ma straordinariamente convergenti nell’individuare alcuni dei “difetti” più vistosi nell’architettura europea che vanno diventando fratture destinate ad esplodere, se non interverranno – stavolta sì – “riforme radicali” di un progetto malpensato, malgestito e oggi in palese difficoltà.

Sergio Romano, ex ambasciatore italiano a Mosca, conservatore intelligente ed esperto, molto disincantato, ricorda la diffidenza di tutti i leader del Vecchio Continente davanti alla prospettiva della riunificazione tedesca. Al di là delle chiacchiere di circostanza, infatti, chi conosce la vera storia europea (quella racchiusa negli archivi dei ministeri degli esteri, non quella dei manuali di liceo) sa che gran parte degli ultimi due secoli sono stati “mossi” in coincidenza con le dinamiche tedesche. Per motivi oggettivi (la preponderanza economico-industriale, la qualità tecnologica, ecc.) come per motivi “soggettivi” (la “volontà di potenza” tradotta in politica estera).

Il secondo, Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca centrale ungherese, mette invece al centro la “stupidità” della moneta comune, varata per ragioni più politiche che economiche – “imbrigliare” la Germania! – e priva dei pilastri (“uno stato comune, un budget che copre almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle finanze della zona euro e un ministero con cui accompagnare il processo”) che normalmente rendono una moneta uno strumento positivo per tutti, anziché devastante per molti, come si è rivelato l’euro.

Si potrebbe dire: “un ungherese al servizio di Orbàn! Mio dio, ma come si fa dargli credito...”. Glielo ha dato il Financial Times, che qualcosina – in materia di economia capitalistica – ne capisce.

Naturalmente sono due stimoli per riflettere avendo in testa tutt’altra cosa che il “buon funzionamento del sistema capitalistico”. Anzi, il suo esatto opposto. Ma l’unico modo di cambiare il mondo che abbiamo davanti è, prima di tutto, capire esattamente com’è fatto. Non c’è niente di più dannoso che combattere contro nemici “incogniti”...

Buona lettura.

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Lady Thatcher aveva ragione a temere una Germania riunificata

Sergio Romano – Corriere della Sera

Forse non avevano torto quei tedeschi, soprattutto a sinistra, che preferivano una confederazione.

Sapevamo che trent’anni fa, dopo il crollo del muro di Berlino, alcuni uomini di Stato europei (fra i quali Mitterrand, Thatcher e Andreotti) vedevano con qualche timore e molta diffidenza la prospettiva di una Germania riunificata. Ma un articolo di Philip Stephens apparso sul Financial Times del 25 ottobre ci ricorda che Margaret Thatcher, allora primo ministro del Regno Unito, si spinse più in là.

Approfittò del viaggio di ritorno, dopo una visita a Tokyo nel settembre 1989, per una sosta a Mosca dove ebbe una conversazione a quattrocchi, nella sala di Santa Caterina del Cremlino, con Mikhail Gorbaciov, presidente dell’Unione Sovietica e segretario generale del Partito comunista. Parlarono di Germania e la Lady di ferro, secondo le note prese da un consigliere di Gorbaciov (Anatolij Cerniaev), disse al suo interlocutore che la Gran Bretagna non desiderava la riunificazione tedesca «perché temeva mutamenti territoriali che avrebbero pregiudicato gli equilibri del secondo dopoguerra».

Per le stesse ragioni Thatcher, in quella circostanza, avrebbe garantito a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe adoperata per la dissoluzione del Patto di Varsavia (l’accordo stipulato dall’Urss con i suoi satelliti nel 1955).

Contemporaneamente, secondo i ricordi di Philip Stephens, Thatcher avrebbe proposto al presidente francese François Mitterrand la conclusione di una Intesa Cordiale simile a quella che Francia e Gran Bretagna avevano concluso nell’aprile del 1904 per contenere la crescente potenza del Reich tedesco.

Trent’anni dopo, le preoccupazioni della signora Thatcher mi sembrano almeno in parte giustificate. Con la sua insistenza per il frettoloso riconoscimento della Slovenia e della Croazia nel gennaio 1991, la Germania unificata ha provocato la disintegrazione dello Stato jugoslavo e la frammentazione del Balcani.

Con l’apertura dell’Unione europea agli ex satelliti dell’Urss, fortemente voluta da Berlino, sono stati creati due problemi. Abbiamo accolto nella Ue Paesi che non hanno alcun desiderio di rinunciare alla propria sovranità per creare una Europa federale; e quei Paesi sono diventati satelliti della Nato pregiudicando gravemente i rapporti con la Russia.

La riunificazione tedesca, inoltre, non ha soddisfatto le aspettative dei suoi promotori. Come hanno ricordato Milena Gabanelli e Danilo Taino sul Corriere del 28 ottobre, alcune regioni della Germania orientale continuano a manifestare malumori per le loro condizioni sociali. Sembra esistere ancora, paradossalmente, un patriottismo tedesco-orientale che ha favorito l’ascesa della destra radicale.

Forse non avevano torto quei tedeschi, prevalentemente social-democratici, che nel 1989 avrebbero preferito una confederazione tedesca composta di due Germanie piuttosto che una Germania unificata.

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Il governatore della Banca Centrale ungherese: «È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro»

Gyorgy Matolcsy* – Financial Times

È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. C’è un dogma dannoso che vuole l’euro come il “normale” prossimo passo verso l’unificazione dell’Europa occidentale. Ma la valuta comune europea non era affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari era soddisfatta.

Due decenni dopo il lancio dell’euro, la maggior parte dei pilastri necessari per una valuta globale di successo – uno stato comune, un budget che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle finanze della zona euro e un ministero con cui accompagnare il processo – mancano ancora.

Raramente ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare la valuta comune: era una trappola francese. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora presidente francese, temeva un crescente potere tedesco e credeva che convincere il paese a rinunciare al proprio marco tedesco fosse sufficiente per evitare un’Europa tedesca. Il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l’euro il prezzo finale per una Germania unificata.

Erano entrambi in errore. Ora abbiamo una Germania europea, non un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di una nuova forte potenza tedesca.

Ma anche i tedeschi caddero nella trappola dell’euro “troppo bello per essere vero”. L’inclusione delle economie dell’Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più forte macchina di esportazione globale nell’UE.

Questa opportunità inaspettata li ha resi compiacenti. Hanno trascurato di aggiornare la propria infrastruttura o di investire abbastanza nelle industrie del futuro. Hanno perso la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire società globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer hanno lanciato inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti.

La maggior parte dei paesi della zona euro ha avuto un andamento migliore prima dell’euro rispetto a quanto non abbiano fatto dopo.

Secondo l’analisi del Center for European Policy, ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti nei primi due decenni dell’euro.

La valuta comune non era necessaria per le storie di successo europee prima del 1999 e la maggior parte degli Stati membri dell’Eurozona non ne ha beneficiato in seguito.

Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica della zona euro 2011-12, la maggior parte dei membri è stata gravemente colpita, avendo accumulato enormi debiti di governo. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto, più tardi.

Alexandre Lamfalussy, l’economista ungherese, aveva ragione a dirci che era necessaria una moneta comune per rafforzare il legame tra le potenze europee e difendere l’UE dai sovietici. C’è solo un inconveniente: la decisione finale di creare l’euro è stata presa a Maastricht nel 1992, con il crollo dell’Unione Sovietica. La raison d’être della valuta terminò proprio mentre stava nascendo.

È giunto il momento di svegliarsi da questo sogno dannoso e infruttuoso. Un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che la moneta unica è una trappola praticamente per tutti i suoi membri – per ragioni diverse – non una miniera d’oro.

Gli Stati dell’UE, sia all’interno che all’esterno della zona euro, dovrebbero ammettere che l’euro è stato un errore strategico. L’obiettivo di costruire una valuta occidentale globale in competizione con il dollaro era una sfida per gli Stati Uniti. La visione europea degli Stati Uniti d’Europa ha portato a una guerra americana aperta e nascosta contro l’UE e la zona euro negli ultimi due decenni.

Dobbiamo capire come liberarci da questa trappola. Gli europei devono rinunciare alle loro rischiose fantasie di creare un potere in grado di competere con gli Stati Uniti. I membri della zona euro dovrebbero essere autorizzati a lasciare la zona di valuta nei prossimi decenni e quelli rimanenti dovrebbero costruire una valuta globale più sostenibile. Celebriamo il trentesimo anniversario nel 2022 del trattato di Maastricht che ha generato l’euro riscrivendo il patto.

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17/02/2016

Guerra al terrorismo e democrazia, la franchezza di Sergio Romano

Sergio Romano è una delle firme più intelligenti, oltre che prestigiose, del Corriere della Sera. Il suo maggior merito consiste nell’essere un esponente di quel realismo politico altoborghese che non si nasconde dietro un dito, allorché si tratta di affrontare temi che implicano l’analisi di interessi in conflitto e rapporti di forza, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale. È, per intenderci, uno di quei liberali vecchio stile che non negano l’esistenza della lotta di classe e della competizione fra imperialismi e, invece di sproloquiare di principi e valori, “interesse generale” e altre motivazioni ideologiche, non nascondono la propria appartenenza di parte e spiegano come, al loro parere, tale parte dovrebbe agire per difendere e promuovere i propri interessi.

Così dopo il coro di sdegnate condanne, di ipocrite richieste di “fare piena luce”, di inviti a trovare e punire i colpevoli, ecc. che media e politici hanno intonato dopo l’assassinio di Giulio Regeni da parte della polizia del regime di Al Sisi, ecco finalmente qualcuno che dice la verità: sappiamo benissimo di chi è la responsabilità, ma i nomi dei colpevoli non li sapremo mai, né mai otterremo giustizia perché non è interesse del nostro Paese alzare troppo la voce nei confronti di un regime alleato qual è quello di Al Sisi. Abbiamo forse preteso che il governo britannico rendesse conto delle criminali violazioni dei diritti umani commesse nel corso della lotta al terrorismo irlandese? Abbiamo chiesto conto agli Stati Uniti dell’orrore di Guantánamo e delle torture della Cia dopo gli attentati alle Torri Gemelle?

La guerra, sembra dirci Romano parafrasando il presidente Mao, “non è un pranzo di gala”, tantomeno la guerra a un “nemico assoluto” (di questi tempi tornano non a caso di attualità le categorie di Carl Schmitt, pensatore che non fu certo un campione di democrazia) qual è il terrorismo. E in guerra, si sa, capita di dover arruolare alleati imbarazzanti. Al Sisi è un macellaio, ma è anche una diga contro l’estremismo islamico in Nord Africa (Erdogan, potremmo aggiungere, e certi regimi dell’Est Europa sono neofascisti, ma svolgono un importante ruolo antirusso).

E allora? Accetteremo quel che è successo senza fare nulla? Proprio così ci fa capire Romano, anche se, in coda all’articolo, non può esimersi dal tributare a sua volta un omaggio ai valori: “Questo non significa che i metodi del governo egiziano debbano essere necessariamente (pensate alla sublime ironia di questo avverbio …) condonati. Oggi più che mai abbiamo il diritto di dire al Cairo che non si vince una guerra, sia pure contro il peggiore e il più crudele dei nemici, senza il sostegno dell’opinione pubblica. È una legge democratica a cui neppure l’Egitto può sottrarsi”.

Detto altrimenti: democrazia vuol dire salvare la forma e ottenere il consenso della pubblica opinione. Del resto gli “elitisti” del primo Novecento – Mosca, Pareto e Michels – e dopo di loro Ludwig von Mises, lo hanno chiarito da un pezzo: la democrazia non è un fine ma uno strumento per selezionare chi comanda.

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