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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/09/2022

Green Deal, una Perestroika fatale per l’UE

La comunicazione imperiale, di questi tempi, è decisamente schizofrenica. Da un lato c’è l’esibizione di forza incontrastabile (sanzioni alla Russia, minacce alla Cina, fiducia nella “vittoria Ucraina”, pretesa che il resto del mondo segua – come negli ultimi 30 anni – i propri ordini, ecc.).

Dall’altra la corsa all’accaparramento di nuove forniture per le materie prime energetiche che dalla Russia arrivano sempre meno, con piani di razionamento per i consumi della popolazione (sorpassando la “delicatezza” dei “consigli per consumare meno”).

Per capirci qualcosa di più, come spesso facciamo, andiamo a vedere come la stanno prendendo gli specialisti dell’economia, dato che dei fogliacci di propaganda euro-atlantica (Corriere e Repubblica su tutti) non c’è proprio da fidarsi.

Un disperato editoriale di TeleBorsa – non proprio un foglio bolscevico – chiarisce molto.

Intanto che modo di produzione capitalistico e ambientalismo non possono proprio “coesistere”. Tutta la retorica della “transizione ecologica”, tra eventi come il Cop26 e il Recovery Fund, viene smontata come una follia (capitalisticamente parlando).

In effetti, l’Unione Europea aveva fatto robustissime marce indietro già prima dell’inizio della guerra in Ucraina. La revisione della “tassonomia” relativa alle varie fonti energetiche aveva chiarito che gas, nuceare e persino il carbone sono “ecologici”. E quindi che nulla, in realtà, doveva cambiare, tranne qualche robusto finanziamento alle infrastrutture con tecnologie “innovative”.

In secondo luogo, che la riduzione dei consumi dovuti alla carenza di rifornimenti energetici (sbrigativamente chiamati “gas russo”) sarà di dimensioni drammatiche, che fanno impallidire il ricordo della crisi petrolifera del 1973.

In terzo luogo, che questo dramma sarà quasi soltanto europeo, visto che il resto del mondo non aderisce alle sanzioni contro la Russia e gli Stati Uniti hanno non solo l’autosufficienza energetica (al prezzo delle devastazioni ambientali determinate dal fracking), ma sono addirittura degli esportatori netti.

Il quarto dato (non per importanza) è che le sanzioni disegnano nuovi confini geostrategici e commerciali che frantumano il mercato mondiale disegnato ai tempi della cosiddetta “globalizzazione”. E quindi che l’illusione euro-atlantica di disporre del mondo come “cosa nostra”, condannando alcuni paesi per premiarne altri (senza alcun criterio etico, come dimostrano per esempio i rapporti con Arabia Saudita e Azerbaigian), sta andando a dissolversi davanti a nuovi sistemi di alleanze economiche, politiche e persino militari (Brics, Sco, ecc.).

In questo nuovo quadro, e non è un dettaglio da poco, le materie prime – fisiche – tornano a contare più della finanza creativa.

Il quinto, che ci riguarda più da vicino, è l’incapacità-impossibilità per l’Unione Europea (che è una struttura di potere quasi-statuale, non “l’Europa”) di cambiare impostazione: la logica dei trattati che la regolano è quella dell’“austerità” del pareggio di bilancio obbligato. Neanche davanti allo shock dei prezzi del gas riesce a cambiare registro e a superare i differenti interessi nazionali.

Sul gas, per esempio, la Germania è contraria al price cap perché teme di restare senza il gas russo prima di aver trovato forniture alternative delle stesse dimensioni. L’Olanda invece perché la borsa speculativa di Amsterdam le porta extraprofitti senza alcuno sforzo produttivo. E così via per ognuno dei 27 membri.

Questi diversi dati strutturali convergono in una prospettiva, da questa angolazione tutta interna al mondo produttivo occidentale ed europeo, facilmente sintetizzata dal sempre acuto Guido Salerno Aletta, in una formula glaciale: “L’Unione europea sarà attraversata da tensioni crescenti, disgregative. Come per l’URSS, che collassò per la sovrapposizione tra riforme strutturali e crisi economica sistemica”.

Non è il tipo di “rottura” – liberatoria – che ci auguravamo, ma è comunque una rottura degli equilibri che richiede un sovrappiù di capacità analitica e di immaginazione politica.

Buona lettura.

*****

Green Deal, una Perestroika fatale per l’UE

Guido Salerno Aletta – TeleBorsa

Neppure un anno fa, a fine ottobre a Roma con il G20 e poi a Glasgow con il COP26, il mondo si era unito nell’intento di perseguire la decarbonizzazione della produzione, per contrastare l’innalzamento della temperatura atmosferica e gli sconvolgimenti climatici ed ambientali che ne conseguono.

La commozione mostrata dai leader per questo successo straordinario era parsa francamente eccessiva, come il lancio delle monetine nella fontana di Trevi, a Roma. Il distinguo della Cina, con impegni non per il 2050 ma verso la metà del secolo, non sminuì la portata dell’evento, definito storico.

L’Unione Europea aveva deciso di cavalcare il processo di cambiamento epocale, di questa sorta di Terza Rivoluzione Industriale, per far diventare i 27 Paesi dell’Unione i primi al mondo a raggiungere la neutralità climatica, riducendo di almeno il 55% le emissioni di CO2 entro il 2030 rispetto al livello del 1990: il Programma “FIT for 55”, varato a luglio 2021, rappresentava il completamento di una agenda di lungo periodo, che aveva già disincentivato tutte le iniziative volte ad utilizzare fonti energetiche fossili e soprattutto le nuove interconnessioni energetiche con l’estero.

È da anni che l’Unione Europea ignora e chiaramente osteggia qualsiasi iniziativa che possa interferire con la strategia di abbandono delle fonti energetiche fossili: non ha avuto alcun sostegno il GALSI, il nuovo metanodotto che avrebbe dovuto collegare l’Algeria con la Sardegna per approdare a Piombino al fine di alimentarne gli impianti siderurgici; la situazione di caos politico in Libia è stata lasciata marcire; è rimasta senza risposta la supponenza con cui la Turchia ha fatto allontanare le imbarcazioni italiane che si erano avvicinate a Cipro per svolgere attività di prospezione sottomarina. Ha lasciato costruire il North Stream 2 alla Germania, perché a Berlino non si può mai dire di no.

Le energie rinnovabili, il solare e l’eolico in particolare, sono state considerate come la manna dal cielo: tutto dipenderà da loro, solo da loro: il Next Generation UE è tutto un tripudio rivolto alla transizione ambientale.

Ed invece siamo nei guai.

Mentre gli Usa sono completamente indipendenti dal punto di vista energetico per via della produzione interna da fonti fossili, per i pozzi di gas e di petrolio nei giacimenti di scisto, e non hanno da temere né per le conseguenze della guerra in Ucraina né per la riduzione delle importazioni di petrolio e di gas dalla Russia, in Europa si stagliano nere le prospettive di una crisi economica e sociale dalle conseguenze imprevedibili.

L’Unione Europea ha varato finora ben sette pacchetti di sanzioni nei confronti della Russia decidendo di rendersi indipendente al più presto dalle sue forniture di gas.

Per compensarle, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea stanno andando in giro come trottole, con il cappello in mano: dall’Algeria al Qatar, dalla Nigeria al Congo, dall’Egitto ad Israele, a chiunque chiedono approvvigionamenti.

Come se non bastasse, l’ultima riunione dei Ministri delle finanze del G7 ha deciso di imporre un price cap al prezzo del petrolio russo, invitando l’Unione Europea ad aderire con un nuovo pacchetto di sanzioni, ed altri Paesi ad unirsi a questa coalizione per contrastare le violazioni del diritto internazionale compiute dalla Russia invadendo l’Ucraina.

In Europa si stanno preparando i piani per “schiacciare la curva della domanda di energia”: sarà un razionamento in piena regola che sconvolgerà il sistema industriale e non solo la vita quotidiana come accadde nel ’73 con le domeniche a piedi, il telegiornale anticipato alle 20 e l’ultimo spettacolo al cinema alle 22.

L’abbassamento di un grado della temperatura delle case servirà a ben poco, come pure è poco valida l’idea di interrompere l'erogazione di energia nelle abitazioni mettendo un blocco automatico ai contatori quando si superano certi livelli di consumo, si dice 2,7 KWh.

Si possono creare danni rilevanti, perché insieme alle lavatrici si spegnerebbero anche i frigoriferi. Non parliamo degli ascensori nei condomini.

Mentre alcune produzioni industriali sono già bloccate, come quella dei fertilizzanti, per via dei costi o della mancanza della materie prime, altri impianti produttivi sono già stati fermati per i rincari delle bollette, a cominciare dagli impianti siderurgici, di fabbricazione del vetro e delle ceramiche. Tutto si sconvolge: se si ferma la produzione a monte, a valle non arriva nulla.

Non basterà consolare gli imprenditori promettendo loro di erogare la Cassa Integrazione guadagni: le carenze di approvvigionamento di prodotti, al di là dei prezzi dell’energia, scatenerà il caos.

A differenza del lockdown sperimentato durate la pandemia, che aveva colpito soprattutto le attività commerciali non essenziali, quelle sportive e ricreative, il turismo e la ristorazione, lasciando indenni quelle produttive, stavolta accadrà esattamente il contrario.

Si rimarrà a casa perché nelle fabbriche, negli impianti di produzione, negli uffici e nei negozi non ci sarà più niente da fare.

I negozi europei saranno vuoti perché la produzione industriale si fermerà. Si formeranno le code per via dei razionamenti, della mancanza di merci, dalle pompe di benzina ai supermercati: una prospettiva da Unione Sovietica allo sbando, come accadde a partire dalla metà degli anni Ottanta.

In quel periodo, l’Unione Sovietica fu sottoposta ad una enorme pressione militare, strategica e soprattutto economica che la portò al collasso.

L’invasione sovietica in Afganistan, ben provocata, fu fomentata armando i Talebani, gli Studenti islamici formati nelle madrasse ed incitati a lottare senza sosta usando ogni forma di guerriglia e di terrorismo.

In Europa, si dispiegarono i Pershing ed i Cruise per contrastare la minaccia sovietica degli SS-20, con l’Italia che svolse un ruolo di primo piano.

Gli Stati Uniti, sotto la Presidenza di Ronald Reagan vararono la Strategic Defense Initiative, il programma straordinario di innovazione nel settore degli armamenti conosciuto come “Guerre stellari” o “Scudo spaziale”, volto a creare capacità di intercettazione dei missili nucleari nemici prima che potessero sorvolare il territorio americano.

Per contrastare l’inflazione americana, che durava da quasi un decennio, la Federal Reserve alzò brutalmente i tassi di interesse, portandoli da reali negativi a positivi: fu presto imitata dalle Banche centrali europee, con drammatiche conseguenze soprattutto per l’Italia, visto che nel frattempo la seconda crisi petrolifera aveva aumentato di molto il prezzo del barile: il debito pubblico andò fuori controllo e cominciarono a fallire le imprese che si erano indebitate a tassi reali negativi per finanziare investimenti a lungo termine.

L’Unione Sovietica, per parte sua, non solo era appesantita dagli impegni militari all’estero e dal sostegno offerto agli altri Paesi comunisti come Cuba, Angola ed il Vietnam, ma affrontava l’ostilità crescente dei Paesi del Patto di Varsavia, che si erano manifestate in Ungheria sin dal ’56 e poi in Cecoslovacchia nel ’68. Da ultimo, c’erano i disordini crescenti in Polonia, con Solidarnosc nei cantieri navali di Danzica.

Come se non bastasse, a metà degli anni Ottanta il prezzo del petrolio cominciò a calare, fino a dimezzarsi rispetto al livello che era stato raggiunto all’inizio del decennio per lo shock determinato dalla rivoluzione islamica e dall’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq: nei Paesi non Opec era stata avviata una intensa attività di ricerca di fonti petrolifere che andassero a sostituire quelle dell'URSS che dovette conseguentemente dimezzare la produzione, con danni spesso irreversibili agli impianti, oltre a vedere i propri introiti cadere in picchiata.

Per l’URSS, che si era dedicata allo sviluppo del settore estrattivo, fu una terribile mazzata che si andò a sovrapporre alle situazioni di difficoltà derivanti dalle iniziative volte a ristrutturare l’intero sistema politico, sociale ed economico: per superare le inefficienze dell'economia pianificata e soprattutto il conflitto insanabile tra il sistema produttivo a capitale statale e quello parallelo privato che cresceva saccheggiando e sabotando il primo.

Oggi l’Europa si trova in condizioni assai delicate: sostiene l’Ucraina nella guerra contro la Russia, dopo essersi dissanguata per un trentennio al fine di aiutare i Paesi ex-comunisti dell’Europa dell’Est nel recuperare livelli di reddito e di produzione; si trova alle prese con una crisi pericolosissima sul versante energetico, proprio mentre aveva avviato un profondo processo di riforma strutturale a livello produttivo e sociale con il Green Deal; deve affrontare la prospettiva di una recessione indotta dalle politiche monetarie restrittive, adottate per cercare di contrastare una fiammata dei prezzi delle materie prime e dei prodotti energetici che è iniziata ben prima della invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

La Russia sembra aver assorbito, almeno finora, il colpo assestatole con le sanzioni economiche e finanziarie irrogate da parte dei Paesi Occidentali e dai loro alleati: ha una bilancia commerciale ancora in attivo, un basso debito pubblico ed uno privato sull’estero all’apparenza sostenibile, anche se il tasso di inflazione è elevato e la crescita è bassa.

Gli Occidentali ritengono che l’assedio cui l’hanno sottoposta produrrà un progressivo strangolamento: per via del blocco delle esportazioni dei prodotti ad elevato contenuto tecnologico, dei pezzi di ricambio di velivoli, auto, apparati e macchinari, della chiusura degli impianti produttivi delle loro imprese e del ritiro delle banche.

Per la verità, oltre agli accordi tra i BRICS, si stanno consolidando aggregazioni alternative come lo SCO, cui anche l’Iran ha appena chiesto di aderire: c’è un assetto di cooperazione politica ed economica internazionale che va ben oltre le istituzioni nate dopo la Seconda guerra mondiale.

L’Europa si trova schiacciata: debiti pubblici elevati; forte dipendenza energetica dall’estero oltre che per le materie prime ed i prodotti agricoli; posizione finanziaria netta verso l’estero generalmente negativa se si fa eccezione per la Germania, l’Olanda e l’Italia, mentre la Francia è passiva per oltre 800 miliardi di euro e la Spagna per poco meno di 1.000 miliardi; moneta unica fortemente svalutata sul dollaro per via dei capitali alla ricerca di più elevati rendimenti e certezze.

Fronteggerà un inverno difficile: non solo al freddo ed al buio, ma con il sistema industriale che potrebbe schiantarsi portandosi dietro quello bancario.

L’Unione Europea sarà attraversata da tensioni crescenti, disgregative.

Come per l’URSS, che collassò per la sovrapposizione tra riforme strutturali e crisi economica sistemica.

Fonte

03/09/2022

Gorbaciov e il trasformismo dei gruppi dirigenti

La morte di Gorbaciov e gli articoli che l’hanno commentata, hanno portato a successive sollecitazioni e spunti tesi all’approfondimento, soprattutto tra i più giovani.

In effetti la dissoluzione dell’Urss e il ruolo avuto dall’allora segretario del Pcus, sono stati molto più di un episodio storico specifico e dell’individuazione delle responsabilità soggettive di un personaggio che aveva un ruolo di comando.

Su quest’ultimo aspetto abbiamo rilevato, come già spiegato nell’articolo pubblicato nei giorni scorsi, atteggiamenti di primitivismo politico e – specularmente – di “comprensione” che non aiutano l’analisi dei processi e delle responsabilità politiche, anche di quelle individuali.

Su queste ultime, affinché nessuno ne ricavi una qualche forma di assoluzione di Gorbaciov dalle sue responsabilità, vale la pena tornare su quello che possiamo definire come il trasformismo dei gruppi dirigenti comunisti alla fine degli Ottanta e nei primissimi anni Novanta.

Mikail Gorbaciov venne cooptato come segretario del Pcus e leader dell’Unione Sovietica dal comitato centrale del partito nel 1985. Sconosciuto ai più e quindi personaggio da scoprire per molti, venne da subito percepito come un leader giovane e dinamico che puntava a introdurre riforme e cambiamenti nella struttura dell’Urss da anni alle prese con le proprie contraddizioni interne e un feroce scontro globale con gli Usa e la Nato.

La sovrastruttura ideologica di questo processo introdusse parole come perestrojka (riforma) e glasnost (trasparenza) che ben presto dilagarono nel linguaggio politico in Occidente ma spesso ripetute a pappagallo anche in tutti i partiti comunisti a livello mondiale. In alcune conferenze internazionali sentimmo parlare della perestrojka come di “una rivoluzione nella rivoluzione”. Eppure ben presto si comprese che il senso di quelle riforme poteva prestarsi a obiettivi e risultati assai diversi tra loro.

Fino alla conferenza di organizzazione del Pcus nel 1988, anche nella nostra area si aveva la sensazione che il processo di riforme avesse come obiettivo il consolidamento del socialismo e dell’economia pianificata in Urss e – a cascata – nei paesi che vi facevano riferimento.

L’anno prima, il 1987, Gorbaciov e Reagan avevano siglato a Reykiavik l’accordo per lo smantellamento dei missili nucleari a medio raggio che in Italia portò allo smantellamento degli euromissili installati nella base di Comiso contro cui ci si era battuti negli anni precedenti.

Ma dopo il 1988 il linguaggio politico e le scelte materiali di Gorbaciov e del gruppo dirigente del Pcus cominciarono a indicare che il socialismo non era più il perimetro dentro cui avrebbero puntato e agito le riforme avviate.

Usando come una clava il “rinnovamento” e “la nuova mentalità”, Gorbaciov e i suoi uomini cominciarono a picconare molti aspetti e molti prìncipi del socialismo così come era venuto costruendosi materialmente in Urss e nella storia. Inutile dire che tutto questo ha reso popolare Gorbaciov in Occidente e veniva utilizzato contro i partiti comunisti e i “comunisti dentro i partiti”.

Di questo ebbero una chiara percezione leader comunisti come Fidel Castro e i dirigenti del Partito Comunista Cinese che nel 1989 presero apertamente le distanze da Gorbaciov e dal suo progetto. Lo fece in modo più gestito sul piano politico Fidel Castro e lo fecero in modo più pesante i dirigenti cinesi che, reprimendo le proteste in Piazza Tien An Men, stopparono ogni velleità o “importazione” del vento di Mosca in quel paese, reprimendo le proteste e liquidando i dirigenti del Pcc più allettati da quella prospettiva.

In Europa, al contrario, con le buone o con le cattive, i partiti comunisti al comando nei paesi dell’Est si adeguarono tutti (Ceausescu, che pure era quello più indipendente da Mosca fu ucciso, Honecker fu brutalmente deposto) e nel giro di pochissimo tempo arrivarono a sciogliere i partiti comunisti e convertirsi in altro. Alcuni tentarono la strada della socialdemocrazia, molti altri gettarono rapidamente la maschera e si riconvertirono in businessmen “liberali” accaparrandosi via via le risorse e le infrastrutture dei loro paesi, Urss inclusa.

In Europa occidentale cominciarono a palesarsi gli Occhetto e i tanti che ben presto smantellarono i partiti comunisti e i prìncipi del socialismo. Anche tra i partiti comunisti europei che avevano resistito “all’eurocomunismo” – che già incubava all’interno il virus del trasformismo – si riconvertirono rapidamente gruppi dirigenti in totale rottura con il socialismo. Gli unici che tennero botta furono il Partito Comunista Greco (Kke) e il Partito Comunista Portoghese.

Perfino in una delle esperienze rivoluzionarie più interessanti degli anni Ottanta, nel piccolo Salvador, dirigenti rivoluzionari come Joaquim Villalobos si avviarono al trasformismo e cominciarono a picconare il Fmln (Fronte Farabuno Martì) che pure aveva tentato il colpo insurrezionale alla fine del 1989.

Tra il 1989 e il 1991 divenne evidente che Gorbaciov stava operando apertamente un cambio di campo dietro lo schermo di una riconversione del Pcus in un partito di tipo socialdemocratico.

Proprio in questi mesi è emerso drammaticamente come il via libera di Gorbaciov alla riunificazione tedesca nel 1990, fu concesso senza alcuna contropartita. L’impegno di Usa e potenze europee che la Nato “non si sarebbe allargata di un pollice verso est” rimase solo verbale e Gorbaciov se lo fece bastare. Abbiamo visto poi come questi impegni siano stati sistematicamente disattesi dieci anni dopo.

Ma dentro il Pcus Gorbaciov e i suoi uomini (gli Shevarnadze, gli Yakovlev etc) agivano dall’alto per piegare ogni resistenza interna (l’unica voce pubblica dissenziente fu quella di Nina Andreeva, una insegnante militante del Pcus). Contestualmente “dal basso” agiva il segretario del partito di Mosca Eltsin e i leader riscopertisi nazionalisti delle varie repubbliche sovietiche (da quelle baltiche a quelle asiatiche).

Entrambi trovarono sostegni e consensi dagli Usa e dai paesi capitalisti europei. Sotto i colpi del “gorbaciovismo” l’Urss e il Pcus cedevano terreno giorno dopo giorno.

Il tentativo di invertire la rotta dell’agosto del 1991 con un maldestro rovesciamento di Gorbaciov durò solo tre giorni. Nonostante la presenza di alcuni reparti militari nelle strade di Mosca, non fu sparato un colpo e si dissolse consacrando Eltsin come l’eroe nazionale. Nei giorni successivi Gorbaciov, liberato dopo essere stato bloccato in casa dai “golpisti”, venne pubblicamente umiliato da Eltsin.

Quattro mesi dopo, veniva ammainata la bandiera rossa dal Cremlino e l’Urss cessava di esistere, ogni repubblica andò per conto suo nonostante un referendum popolare avesse ribadito a stragrande maggioranza l’unità dell’Urss, e un uomo di paglia degli Usa come Eltsin divenne presidente della Russia, fino all’avvento di Putin nel 1999.

Nella Russia di oggi non vi è alcuna nostalgia né simpatia popolare per Gorbaciov, se non in ristretti gruppi di businessmen. Insomma nessuno ne sentirà la mancanza.

Gorbaciov dunque, anche se fu il prodotto di un processo storico, non può affatto essere assolto dalle sue precise e pesanti responsabilità nella dissoluzione dell’Urss e dalle devastazioni che ne seguirono, per il suo paese innanzitutto, ma anche nelle relazioni internazionali che per più di venti anni sono state ingabbiate dal comando unipolare e imperialista degli Usa e scandite dalle aggressioni alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq.

Ma Gorbaciov rimane anche l’esempio di quel trasformismo dei gruppi dirigenti comunisti anche in Occidente di cui ancora si pagano le conseguenze. Chi è stato “gorbacioviano”, non poteva essere un nostro compagno di strada.

Fonte

02/09/2022

Morto Gorbačëv: gli imprenditori russi ringraziano le sue riforme

Continuano le reazioni in Russia alla morte di Mikhail Gorbačëv. Tra i più noti storici di sinistra o nazionalisti, Evgenyj Spitsyn qualifica l’ex primo e ultimo Presidente dell’URSS come «figura storica, ma in negativo», osservando che «molte generazioni dell’ex Unione Sovietica continueranno a lungo a maledire il suo nome», per la distruzione del paese, per i milioni di morti che le sue e le successive “riforme” eltsiniane hanno causato ai popoli sovietici.

A parere di Spitsyn, Mikhail Sergeevič, agli inizi della perestrojka, sotto l’influenza decisiva della consorte, Rajsa Maksimovna, era probabilmente spinto da «cattivi propositi»; più tardi, però, consapevole che se si fosse «fermato sarebbe stato arrestato e condannato, passò all’attacco», semplicemente «per sottrarsi al giudizio». Vorrà pur dire qualcosa, osserva Spitsyn, se i leader di tutti i «paesi oggi in guerra con noi ne danno una valutazione positiva»!

Tra maggio e luglio, ricordano molti osservatori, sono morti almeno quattro dei peggiori “becchini” dell’URSS: gli ex Presidenti bielorusso e ucraino, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk a maggio, Gennadij Burbulis (tra i principali complici di Boris Eltsin) a giugno, Vadim Bakatin (ultimo Ministro degli interni dell’URSS nel 1990 e primo Direttore dell’ex KGB eltsiniano nel 1991) a luglio. E ora Mikhail Gorbačëv.

Con la loro morte, conclude Evgenyj Spitsyn, si chiude un’intera epoca storica, anche se la loro influenza non finisce qui e si farà sentire ancora a lungo.

Tra gli storici di orientamento più nazionalista, Andrej Fursov non risparmia i titoli di “traditore” e “giuda” all’indirizzo di Gorbačëv, ma ritiene che la sua morte non rappresenti la fine di un’epoca: la chiusura di un’epoca è costituita dall’Operazione speciale russa in Ucraina; è comunque simbolico che Gorbačëv sia morto proprio ora, dice Fursov.

Pareri in linea con gli orientamenti politico-editoriali che lo contraddistinguono sin dalla sua fondazione – per l’appunto, in epoca gorbačëviana – sono quelli proposti ai lettori dal quotidiano Kommersant, che ha raccolto le opinioni di alcuni prenditori russi, non di primo piano, sul ruolo dell’ultimo presidente dell’URSS, chiedendo loro «per che cosa direbbero grazie a Gorbačëv».

Al di là di alcuni scontati panegirici (tralasciamo di proposito varie lodi cantate all’uomo della “perestrojka”, solo per incensare proprie personali “virtù imprenditoriali” all’alba del nuovo mondo) e frasi a effetto, pare curioso come diversi attuali biznesmeny russi parlino dell’epoca “buia” precedente la “perestrojka” come vissuta in prima linea con sofferenze e privazioni, quando erano poco più che fanciulli di prima elementare. Tant’è.

Boris Titov, attuale responsabile per i diritti degli imprenditori presso il Presidente russo, inizia dicendo che «Tutti noi discendiamo da “Il cappotto” gogoliano, dicevano di sé i letterati russi. E noi, in quanto biznesmeny, discendiamo dal sistema gorbačëviano delle cooperative». È sufficiente ricordare come, infatti, negli anni 1986-’87 e dopo, le prime iniziative private (bar, ristoranti, istituti d’istruzione, piccole imprese, ecc.) portassero la denominazione di cooperative.

Non è con «Gorbačëv che si sono formate le basi degli attuali rapporti d’affari; però, proprio lui gettò nel terreno quel seme di libertà che poi è maturato... la nuova Russia democratica è stata creata grazie a lui», afferma Titov.

Senza tornare a scomodare le ben conosciute “riforme” khruščëviane, che dettero uno dei primi duri colpi all’agricoltura collettiva sovietica, basti ricordare la cosiddetta “riforma Liberman-Kosygin” avviata a metà anni ’60, per avere un’idea anche solo approssimativa di quelle «basi degli attuali rapporti d’affari».

Anastasija Tatulova, fondatrice e direttrice generale della rete di ristorazione “Anderson”, dice grazie a Gorbačëv perché a 19 anni è «diventata imprenditrice... Solo con lui, l’imprenditorialità è diventata possibile in Russia: il biznes ha cessato di ricadere sotto l’articolo del codice penale sull’attività imprenditoriale privata... Grazie per aver riconosciuto gli errori, per aver ammesso Katyn’, aver restituito la Germania ai tedeschi...». Amen.

Ecco però che Igor’ Rybakov, imprenditore e creatore del Fondo Rybakov non ha alcuna intenzione di ringraziare Gorby; molti altri, dice, «dovrebbero però essergli grati. Il governo cinese, ad esempio, che, mettendo a profitto i suggerimenti su come distruggere un grande paese, ha indirizzato il proprio sviluppo in una diversa direzione. E, ovviamente, gli USA, a cui l’eliminazione dell’Unione Sovietica dall’arena geopolitica sarebbe costata cifre immense».

Viktor Semenov, presidente dei revisori del gruppo “Belaja Dača” ricorda l’incontro con Gorbačëv per discutere la rinascita del sovkhoz in cui era cresciuto lo stesso Mikhail Sergeevič: «Ho avuto l’impressione di una persona buona, onesta, aperta, ma estremamente incompetente, anche in affari così elementari. Le sue proposte erano più simili alla carità... Devo riconoscere che diede ascolto alle mie critiche e mutò subito opinione... disse di presentare un piano... ma dopo un mese o due l’intera questione fu dimenticata».

Indicativa la parabola (ascendente o discendente: questione di punti di vista) di Vladimir Ščerbakov, nel 1988-’90 Ministro del lavoro dell’URSS; nel ’90-’91 Primo ministro dell’URSS e poi fondatore dell’impresa “Avtotor”: «Ho lavorato sei anni sotto il comando di Mikhail Sergeevič e gli sono grato per il suo spirito, il desiderio di fare tutto nel miglior modo possibile... mancava però di qualità manageriali, quali definizione concreta degli obiettivi, intransigenza nella loro attuazione, rigidità nel prendere decisioni e sanzioni per il mancato adempimento. Pensava che fosse sufficiente porre un problema e le persone avrebbero discusso e deciso dove ci si dovesse dirigere e in che modo. A ciò sono in gran parte legati i fallimenti della perestrojka, soprattutto in campo economico... noi stessi abbiamo distrutto l’economia centralizzata invece di modernizzarla. Demmo libertà alla persona, alle cooperative, alle imprese, senza creare efficaci leve di influenza su di loro».

Kirill Babaev, vice presidente di “Alfa-grupp”, direttore dell’Istituto Cina e Asia contemporanea dell’Accademia delle scienze: «Mikhail Sergeevič ha permesso a quei talenti imprenditoriali, che da sempre vivono nel popolo russo, di venire allo scoperto. Questo è il suo più grande merito. Il russo è per natura pieno d’iniziativa... Dopo 70 anni di sonno, queste capacità hanno potuto rivelarsi proprio grazie a Gorbačëv. È stato lui a gettare le basi per lo spirito imprenditoriale che ha permesso alla Russia di portare le aziende a livello mondiale». Avanti, per lo zar e per l’eterno spirito russo calpestato dai biechi bolscevichi!

Maksim Artsinovič, proprietario della gioielleria Maximiliann London e del Maximilian Art Foundation (Gran Bretagna), ringrazia il defunto idolo dell’Occidente «per le cooperative! Probabilmente, tutti i cooperatori sono diventati milionari e miliardari (i sopravvissuti degli anni ’90, che non sono morti di alcol o di droga, o ammazzati). Per me, scolaro, il 1985 è stata una boccata d’aria fresca con le parole “perestrojka” e “glasnost”. Dopo la stagnazione brežneviana, sono apparse più libertà e speranze.

Ma poi nel 1991 il crollo dell’URSS sembrò una tragedia! Sentivamo con ogni fibra della nostra anima che qualcosa di storicamente sbagliato stava accadendo e ci attendeva qualcosa di terribile e sconosciuto! Sperimentammo il crollo dell’URSS sulla nostra famiglia, sulla nostra pelle. Siamo profughi da Grozny... siamo sopravvissuti e abbiamo cominciato a vivere con dignità. Penso che se Mikhail Sergeevič non avesse piazzato questa bomba per la rovina dell’URSS, molte tragedie attuali si sarebbero potute evitare e, probabilmente, ora non ci sarebbe l’operazione speciale»
.

A questo punto, chi scrive si concede una breve nota personale. A differenza di altri compagni, con qualche anno di più sulle spalle e memori di quanto accaduto con Nikita Khruščëv, il sottoscritto, forse influenzato (non è una giustificazione: è una constatazione) dall’euforia dei moscoviti nella seconda metà degli anni ’80, all’inizio cadde nell’abbaglio della “perestrojka”.

Il crinale 1990-inizi ’91 ebbe però effetto: il fermo di tantissime imprese, impossibilitate a produrre per mancanza di forniture da altre imprese, impegnate in affari propri e, insieme, la “noncuranza” dei vertici politici per un tale stato di cose, convinsero moltissimi del vicolo cieco imboccato. La celebrata “venerazione” dei moscoviti per il “populismo” di Boris Eltsin finiva nel water e Mikhail Sergeevič con Rajsa Maksimovna bussavano alla porta del cesso.

La “libertà” dal Piano, iniziata più di vent’anni prima, dava gli ultimi e decisivi frutti.

Fonte

31/08/2022

Chi e cosa è stato Gorbaciov

La morte di Gorbaciov, l’ultimo segretario del PCUS e presidente dell’Unione Sovietica, merita la dovuta attenzione.

La prima cosa da fare è sbarazzarsi di due approcci: quello glorificante che campeggia oggi in tutti i media del mondo occidentale e quello del “tradimento” che emerge in molti ambiti della compagneria.

Come tutti gli uomini che hanno avuto e portano delle responsabilità Gorbaciov è stato il prodotto di un processo storico. Per quanto le sue scelte politiche abbiano determinato la velocità di alcuni cambiamenti, se queste hanno potuto produrre quelle conseguenze, vuol dire che erano la “rivelazione” di quanto già esisteva dentro il sistema politico ed economico che era diventata l’Unione Sovietica.

Il fatto che quella esperienza si sia dissolta in pochissimi anni senza sparare un colpo e senza che si manifestasse una controtendenza in grado di rovesciare il processo in corso, ci rivela il logoramento profondo di cui Gorbaciov è stato sia conseguenza che causa.

Se a metà degli anni ’80 il PCUS elesse personaggi come Gorbaciov o Eltsin come segretari del partito (il primo a livello nazionale, il secondo a Mosca) significa che la struttura, l’ideologia, lo sviluppo produttivo dell’URSS aveva dismesso gli anticorpi necessari, se non per vincere almeno per sostenere adeguatamente lo scontro globale con il modello capitalista e liberale.

Abbiamo scritto, in quegli e in questi anni, che nel 1990 appariva evidente come il progetto gorbacioviano non fosse il rinnovamento del socialismo ma il suo affossamento. “Mentre in campo economico i membri dell’apparato del partito e dello Stato – ormai senza vincoli – si apprestavano ad appropriarsi delle imprese, il PCUS viene martellato dall’alto (Gorbaciov e i suoi dirigenti) e dal basso (Eltsin e gli oppositori interni), e i militanti più coerenti furono completamente emarginati, disorientati, subordinati” (da “Una storia anomala", volume II).

Non possiamo non sottolineare come altri dirigenti comunisti come Fidel Castro, mandarono a quel paese gli inviti di Gorbaciov ad “avviare le riforme”. Anche in questo caso la storia ha dato ragione al leader cubano.

Sul piano internazionale in Occidente si celebra l’epica gorbacioviana per il via libera alla riunificazione della Germania (sulla quale era più lungimirante Andreotti che “voleva tanto bene alla Germania da preferirne due”, ndr), eppure la capitolazione più decisiva e devastante fu il via libera dell’URSS nel 1991 alla prima guerra del Golfo da parte degli Stati Uniti contro l’Iraq.

Proprio in quella guerra gli Usa annunciarono esplicitamente “Il Nuovo Ordine Mondiale”. Ad agosto 1991, dopo un ridicolo tentativo di colpo di stato, Gorbaciov veniva umiliato pubblicamente da Eltsin ed emarginato. Pochi mesi dopo la bandiera rossa veniva ammainata definitivamente dal Cremlino e l’URSSs si dissolveva in tutti i sensi.

Dunque cosa è stato Mikhail Gorbaciov? Un traditore, un agente degli interessi occidentali o la rivelazione della crisi di una gloriosa sperimentazione storica di quello che abbiamo definito il “socialismo possibile”?

Tra le risposte consolatorie perché facili e quelle più complesse abbiamo sempre scelto le seconde. Comportano qualche mal di pancia e riflessione in più ma ci aiutano a comprendere meglio i processi storici ed anche gli uomini e donne che producono.

Fonte

25/08/2022

La crisi ucraina: origine, sviluppi e prospettive (parte II)

Dalla fine del Bipolarismo a quella della Guerra Fredda.

La trasformazione della struttura politica degli stati del Socialismo reale e il mutamento dell’assetto geopolitico europeo e mondiale fra il 1989 e il 1991. La fine della Guerra Fredda, la “riunificazione tedesca” e la promessa occidentale.

A seguito dell’inasprirsi del confronto bipolare causato dell’irrigidimento delle politiche Usa verso l’Urss impresse nel 1945 dal nuovo presidente Harry Truman e della conseguente corsa al riarmo, al nuovo assetto geopolitico bipolare uscito dalla Conferenza di Yalta, si affiancò la cosiddetta Guerra Fredda. Termine coniato dallo scrittore inglese, George Orwell, nel suo libro del 1947 “The cold war” per indicare la situazione delle relazioni internazionali delineatesi dopo la Seconda Guerra mondiale caratterizzata da una forte conflittualità e da un perenne stato di tensione fra Stati Unti e Unione Sovietica.

L’elezione del riformista Michail Gorbaciov alla carica di Segretario generale del Pcus e conseguentemente alla presidenza dell’Urss, nel marzo 1985, con il mandato di risollevare e ammodernare le strutture economiche e politiche della declinante Unione, aprì le porte alle politiche di liberalizzazione passate alla storia con i termini di Perestrojka e Glasnost.

La “caduta del muro di Berlino” del 9 novembre 1989, causata dall’irreversibile crisi economica dell’Urss, dall’accelerazione della corsa al riarmo impressa dall’amministrazione Reagan e dal fallimento del progetto riformista di Gorbaciov, segna la fine della Guerra Fredda e del controllo di Mosca sui Paesi dell’est europeo (cosiddetta Dottrina Breznev), oltre a offrire opportunità di concretizzazione alle istanze riunificatrici del popolo tedesco, con l’inevitabile corollario di ridefinizione degli assetti geopolitici usciti dal secondo conflitto mondiale.

Nel corso delle trattative apertesi a inizio 1990, sull’annessione della Repubblica Democratica Tedesca (Germania Est) da parte della Repubblica Federale Tedesca (Germania Ovest), fra Urss, Usa, Regno Unito, Francia e le due Germanie (formula 2+4), il Cremlino non si oppone alla riunificazione nazionale tedesca a patto che la Nato non impianti basi militari nei Lander Orientali. Le rassicurazioni verbali rilasciate ai sovietici nel corso della riunione di Bonn del 6 marzo 1990 da parte dei Direttori Politici dei Ministeri degli Esteri dei quattro Paesi occidentali, vengono trascritte nel verbale dell’incontro come ha confermato il politologo statunitense Joshua Jefferson che lo ha recentemente rinvenuto nel British National Archives. Nel documento reso pubblico dal settimanale tedesco Der Spiegel nel febbraio 2022, è testualmente riportata l’inequivocabile dichiarazione del rappresentante della Germania Ovest, Jurgen Chrobog: “Nelle trattative a 2+4 abbiamo chiarito che non estenderemo la Nato oltre l’Elba (sic). Non possiamo quindi concedere alla Polonia e agli altri l’ingresso nella Nato”. Con il rappresentante statunitense Raymond Saitz che aggiunge: “Abbiamo chiarito all’Unione Sovietica – nel 2+4 come in altri incontri – che non trarremo alcun vantaggio dal ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa dell’Est”. Dichiarazioni che, ritenute rassicuranti dai sovietici in virtù del clima di distensione consolidatosi fra le due superpotenze, non vengono elevate a oggetto di trattato internazionale ufficiale con carattere vincolante. Un ingenuo e generoso atto di fiducia che nei decenni successivi, come vedremo, si rivelerà foriero di sviluppi sgraditi e imprevisti per la Russia post sovietica.

Il processo disgregativo dell’Unione Sovietica

La delibera di scioglimento del partito comunista sovietico unificato (Pcus) da parte del Soviet Supremo del 7 febbraio 1990, che apre le porte al superamento del sistema politico a partito unico, precede di poche settimane lo svolgimento delle prime libere elezioni nelle 15 repubbliche, le quali registrano la sconfitta dei comunisti in Moldavia, Giorgia, Armenia e nelle 3 repubbliche baltiche, ma non in Russia, Bielorussia e Ucraina e negli altri sei stati asiatici.

Nell’ambito del processo trasformativo in atto negli assetti del periodo, un importante evento politico interno imprime un’accelerazione al processo di crisi della già indebolita Unione Sovietica: il giorno 11 marzo 1990 va, infatti, in scena il primo atto disgregativo dell’Unione determinato dalla dichiarazione d’indipendenza della Lituania (tab. 1) che innescò forti tensioni con il Cremlino e un limitato intervento delle forze speciali sovietiche nel Paese ordinato da Gorbaciov nel gennaio 1991. L’atto di indipendenza venne tuttavia riconosciuto obtorto collo dalla dirigenza comunista a seguito delle pressioni degli Stati Uniti e dei paesi europei, i quali minacciando l’annullamento dei finanziamenti promessi, ottengono il ritiro del contingente militare sovietico.

Repentini cambiamenti politici che, sommati alle istanze indipendentiste degli stati baltici, iniziano a tenere in apprensione il Cremlino riguardo al futuro dell’Unione. Preoccupazioni che salgono di livello a causa di vicende legate all’Ucraina il 16 luglio 1990, quando il Parlamento ucraino, approfittando dell’indebolimento del potere centrale di Mosca e dell’inizio del processo dissolutorio dell’Urss, procede all’approvazione della Dichiarazione di sovranità del proprio Paese. Un atto meramente formale che costituisce, tuttavia, preoccupante prodromo dell’iter indipendentista ucraino che indurrà, il 31 luglio 1990 Michail Gorbaciov, nel corso del viaggio ufficiale di George H. V. Bush in Unione Sovietica, a proporre a quest’ultimo di non sostenere il nascente indipendentismo ucraino ottenendo appoggio. Il 1 agosto, infatti, il presidente statunitense, nel suo discorso di fronte al Parlamento ucraino, non sembra lasciare spazio ad alcuna velleità indipendentista affermando che: “Gli americani non sosterranno coloro che cercano l’indipendenza per sostituire un tirannia lontana con un dispotismo locale. Non aiuteranno coloro che promuovono un nazionalismo sucida basato sull’odio etnico”. Il discorso, scritto da Condoleeza Rice, futura Segretario di Stato di Bush Jr durante il suo primo mandato, riceve pesanti critiche sia dai nazionalisti ucraini sia da parte dei principali quotidiani statunitensi.

A completamento del quadro di estrema incertezza della complessa fase storica sovietica è opportuno specificare che al fine di ottenere un riscontro in merito agli orientamenti della popolazione sovietica, il 17 marzo 1991, viene effettuato un referendum negli stati dell’Unione avente come oggetto il mantenimento della stessa su basi rinnovate, il quale viene, però, boicottato da Armenia, Georgia, Moldavia, Estonia, Lettonia e Lituania. Nei restanti nove paesi nei quali si svolge la consultazione referendaria, al cospetto di un’affluenza dell’80%, si registra una netta affermazione delle istanze unificatrici con il 76,4% dei consensi. In Ucraina, con una partecipazione alle urne dell’83% degli aventi diritto, il Sì ottiene l’83% dei voti, a conferma della volontà del popolo ucraino di mantenere in vita il radicato legame storico, culturale, economico e politico con i popoli slavi orientali e con le oltre cento nazionalità presenti all’interno dell’Unione.

Il contrastante esito della consultazione all’interno dell’Unione si rivela premonitore rispetto alla propagazione delle spinte disgregatrici. Infatti, di lì a breve, a seguito di un referendum svoltosi il 31 marzo 1991, con risultato quasi totalmente a favore della separazione (98,9%), la Georgia, tramite dichiarazione ufficiale del 9 aprile successivo, dichiara la propria indipendenza dall’Unione Sovietica. Dichiarazione unilaterale che, tuttavia, verrà ufficialmente riconosciuta solo il 25 dicembre 1991, al momento dello scioglimento dell’Unione.

L’allentamento del potere di Mosca sui Paesi “Satelliti”, innescato dal superamento della Dottrina Breznev a favore della Dottrina Sinatra operato da Gorbaciov nel 1988, aveva portato all’effettuazione, in quelli stessi Stati, di elezioni multipartitiche, a partire dal 1989, con esiti favorevoli alle istanze autonomiste anche sulle linee di politica estera. A ciò, si aggiunsero le condanne della repressione militare in Lituania del gennaio 1991 che indussero la maggior parte dei suoi membri ad annunciare la loro intenzione di uscire dal Patto di Varsavia, entro il 1 luglio successivo. Ed è proprio in questa data che si consuma, a Praga, l’atto finale del “Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza” con la firma da parte dei residui Paesi membri (Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria) del protocollo ufficiale di scioglimento dell’organizzazione che per 36 anni ha riunito in una alleanza politico-militare difensiva i Paesi comunisti dell’est europeo, confrontandosi con la sua omologa Nato in un aspro scontro che dopo una lunga fase di equilibrio l’ha vista soccombere (carta 1).

Carta 1: la divisione dell’Europa fra gli stati membri della Nato (con anno di ingresso) e del Patto di Varsavia nel 1955 durante l’era della Guerra Fredda

Fondamentale spartiacque nella parabola della crisi dell’Urss si rivela indubbiamente il mese di agosto del 1991, i cui accadimenti la spingeranno verso il baratro del non ritorno. Il 19 agosto, infatti, la componente ortodossa e conservatrice della dirigenza sovietica attua un colpo di stato ai danni del debole e sempre più isolato Gorbaciov, il cui fallimento dopo soli tre giorni, da un lato, porta il presidente della Russia, Boris Eltsin, sulla ribalta del caotico scenario sovietico grazie alla sua opposizione all’atto di forza e, dall’altro, alimenta nuove istanze separatiste, alla luce dell’ulteriore indebolimento del potere centrale e del rafforzamento dei movimenti nazionalistici all’interno di alcune repubbliche. In quei tre giorni di estrema incertezza e di caos politico-istituzionale si susseguono, infatti, una serie di eventi che segneranno in modo irreversibile le sorti dell’ormai praticamente ingovernabile Unione Sovietica.

Estonia e Lettonia, seguendo la strada aperta dalla Lituania, approfittando del tentativo di colpo di stato in corso, ottengono la secessione dall’Urss rispettivamente il 20 e il 21 agosto, date ufficiali dell’indipendenza dei nuovi stati, nonostante il riconoscimento delle stesse da parte del Cremlino avverrà contemporaneamente il 6 settembre successivo. Indipendenza effettiva che affranca definitivamente le tre repubbliche baltiche dal potere di Mosca al quale erano assoggettate dal 1944, anno di liberazione dall’occupazione nazista.
Tabella 1: le date delle dichiarazioni di indipendenza e del loro riconoscimento ufficiale dei 15 stati membri dall’Unione Sovietica. Fonte Wikipedia

Sulla scia dei tre Stati baltici, il 24 agosto il Parlamento ucraino dichiara il proprio Paese uno Stato Democratico e indipendente, indicendo per il 1 dicembre successivo un referendum per la conferma della Dichiarazione d’Indipendenza. A quattro giorni dall’effettuazione della consultazione referendaria, a seguito di un incontro alla Casa Bianca con una delegazione della lobby ucraino-statunitense, il presidente Usa Bush compie una inattesa virata a 180° dichiarando ufficialmente che “l’Ucraina ha diritto all’indipendenza”. Lo svolgimento del referendum confermativo dell’indipendenza ucraina nella data prevista registra un’affluenza massiccia alle urne dell’84,18% e una netta affermazione dei Sì con il 90,32%, pari a circa 28.800.000 voti, che prevale col 54% anche nella russofona Crimea. In sostanza, un totale ribaltamento dell’esito del referendum del 31 marzo precedente. Nello stesso giorno il comunista Leonid Kravciuk, già presidente del Soviet Supremo, viene eletto il primo presidente ucraino post sovietico.

Al di là del favore incontrato alla Casa Bianca, l’esito del referendum indipendentista ucraino viene valutato negativamente nella sua effettiva proiezione futura anche in alcuni settori del mondo diplomatico statunitense e in particolare dall’ambasciata statunitense a Mosca, evidentemente ben addentro alle questioni dell’area sovietica. Nei giorni successivi al referendum, infatti, l’ambasciatore Robert Strauss si premuniva di informare i suoi referenti di Washington che: “Più del crollo del comunismo, l’avvenimento più tragico per i russi di ogni colore potrebbe essere la perdita di ciò che considerano un pezzo del loro corpo politico molto vicino al cuore: l’Ucraina”. Una dichiarazione che letta a posteriori rivela tutta la sua reale fondatezza.

La Comunità degli Stati Indipendenti

Il processo disgregativo dell’Unione Sovietica arriva a compimento nel dicembre 1991 a seguito di alcuni fondamentali passaggi, il primo dei quali prende avvio l’8 dicembre allor che viene formalmente istituita la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi) tramite l’Accordo di Belaveza (Bielorussia), sottoscritto dai Capi di Stato di Russia, Ucraina e Bielorussia, rispettivamente Eltsin, Kravciuk e Suskevic. La nuova organizzazione politica sovranazionale entra in vigore il 12 dicembre con la ratifica dell’accordo da parte dei rispettivi parlamenti. Di lì a poco, il giorno 21, con la firma dei Protocolli di Alma Ata, annunciano la loro adesione alla Csi anche Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Uzbekistan e Turkmenistan, ai quali si aggiungerà la Georgia il 3 dicembre 1993 (carta 2).

Carta 2: la composizione della Comunità degli Stati Indipendenti

In sostanza, in questa fase iniziale divengono membri effettivi della Csi tutti gli stati ex sovietici a eccezione dei paesi baltici. La sua composizione non risulterà, tuttavia, scevra da parziali modificazioni successive, in primis, innescate dalla mancata ratifica dello Statuto della Comunità degli Stati Indipendenti da parte dei parlamenti di Ucraina e Turkmenistan. Importante atto politico che determina la mancata acquisizione della condizione di “membri effettivi” a beneficio di quello di “Stato associato”, status conseguito dai due Stati rispettivamente nel 1993 e nel 2005.

La Georgia, inoltre, nel febbraio 2006 annuncia il ritiro del proprio rappresentante dal Consiglio dei Ministri della Difesa in quanto, come dichiarato dall’ufficio del suo presidente Mikhail Saakasvili: “La Georgia ha intrapreso un cammino di integrazione nella Nato e non può prendere parte a due strutture militari simultaneamente”. Nell’agosto del 2009, come effetto della guerra fra la stessa Georgia e l’Ossezia del Sud e l’Abcasia (1-12 agosto 2008) con decisivo intervento della Russia (8 agosto) a sostegno di queste ultime, la repubblica transcaucasica si ritira definitivamente dalla Comunità. Infine, a partire dal 2014, a seguito della crisi Russia-Ucraina innescata dal golpe filo occidentale di Piazza Maidan (21 novembre 2013 – 23 febbraio 2014) con conseguente annessione della Crimea e inizio del conflitto nel Donbass, il governo di Kiev annuncia il proprio ritiro dalla Csi. Atto che, tuttavia, verrà ufficialmente formalizzato solo il 19 maggio 2018.

A oggi la Comunità degli Stati Indipendenti risulta composta da nove membri (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Russia, Tagikistan e Uzbekistan) e da uno Stato associato (il Turkmenistan che ha optato per uno status di neutralità militare) e da un Paese osservatore, la Mongolia.

Nel contesto dell’area ex sovietica, la macroregione che più compattamente è rimasta nell’orbita politica ed economica russa risulta indubbiamente quella dell’Asia Centrale, come confermato anche dalle recenti due votazioni in merito “all’Operazione speciale russa in Ucraina” in sede di Assemblea Generale dell’Onu del 2 e del 24 marzo, allor che le cinque repubbliche centro asiatiche non si sono espresse per la sua condanna, astenendosi o non partecipando al voto.

Lo scioglimento dell’Unione Sovietica e la fine del bipolarismo

La firma dell’Accordo di Belaveza finalizzato all’istituzione della Comunità degli Stati Indipendenti, spiana la strada all’inevitabile scioglimento finale della già ridotta Unione Sovietica. L’Urss, infatti, che dal marzo 1990 aveva subito secessioni effettive e dichiarazioni di indipendenza unilaterali da parte di quasi tutti gli Stati membri, si apprestava, il 12 dicembre, a registrare anche quella della Russia (tab. 1).

I passaggi formali finali dell’Unione Sovietica, primo stato socialista della storia fondato da Lenin nel dicembre 1922 con struttura a partito unico e trasformata da Gorbaciov in Stato Socialdemocratico di diritto nel 1990, avvengono nell’arco di pochi giorni alla fine del mese di dicembre del 1991. Nel pomeriggio del giorno 25, infatti, Michail Gorbaciov si dimette da presidente dell’Unione Sovietica, dichiarando abolita la carica, e trasferisce i poteri e l’archivio presidenziale sovietico al presidente della Russia, Boris Eltsin. Le dimissioni di Gorbaciov sono seguite alle 18:35 dalla sostituzione della bandiera sovietica con quella russa sul pennone del Cremlino, decretando di fatto la fine dell’Unione Sovietica, anche se gli atti di scioglimento vengono ratificati il giorno successivo dal Soviet delle Repubbliche del Soviet Supremo dell’Urss, una sorta di camera alta istituita in questa caotica fase transitoria il 5 settembre 1991. La dissoluzione dell’Urss, decretata ufficialmente il 26 dicembre 1991 diventa definitiva la notte fra il 31 dicembre e il 1 gennaio 1992, sancendo anche la fine del Bipolarismo a due anni di stanza da quella della Guerra Fredda del novembre 1989.

La sconfitta e la scomparsa di una delle due superpotenze, comporta una modifica talmente profonda degli assetti geopolitici europei e mondiali da determinare l’inizio di una nuova fase storica caratterizzata dal dominio unilaterale globale degli Stati Uniti e dalla trasformazione della Nato da organizzazione politico-militare difensiva, in strumento di espansione della sfera di influenza statunitense.

La fine della contrapposizione frontale Usa-Urss, salutata dall’opinione pubblica mondiale come l’inizio di una nuova era di distensione e di pace soprattutto in Europa, si rivelerà in realtà una effimera prospettiva. Il risorgere dei nazionalismi, la dissoluzione di altri stati multietnici (Cecoslovacchia e Jugoslavia) e le velleità espansionistiche della Nato a est riporteranno, infatti di lì a breve, dopo oltre 45 anni di “pace armata”, la guerra in Europa a seguito del processo disgregativo della Jugoslavia.

Sapri (Sa), 24 luglio 2022
Andrea Vento
Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati


Link saggio parte I.

Fonte

07/11/2021

“Il suicidio dell’URSS”: recensione del libro di Sergio Romano

Vi proponiamo la nostra recensione del testo Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), ultima pubblicazione di Sergio Romano, già ambasciatore italiano a Mosca tra il 1985 ed il 1989.

Sergio Romano è una delle grandi figure della diplomazia italiana del ‘900, in particolare grazie agli anni passati a Mosca come ambasciatore in Unione Sovietica (1985-1989), continuando a frequentare anche negli anni successivi il Paese sia prima che dopo la fine del comunismo dell’Europa orientale. Erano quelli gli anni della perestrojka e di Michail Gorbačëv, l’uomo che, non senza responsabilità, avrebbe assistito impotente alla fine dell’URSS. Erano gli anni in cui gli intellettuali liberali come Francis Fukuyama annunciavano sprezzanti “la fine della storia”, preconizzando un futuro idilliaco che non avrebbe mai avuto luogo.

In Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), una raccolta di articoli pubblicati da Sergio Romano negli anni finali della vita dell’Unione Sovietica, non ritroviamo solamente una mera cronaca delle ultime fasi dell’esistenza dello Stato edificato da Vladimir Lenin, ma interessanti considerazioni dell’autore che spaziano in settori apparentemente poco connessi fra loro, dalla letteratura russa alla storia di Paesi lontani da Mosca, come la Jugoslavia – della cui dissoluzione viene offerta un’interessante panoramica – o l’Impero Ottomano, fino alle relazioni intercorse tra l’Unione Sovietica e gli interlocutori più insospettabili, come il Vaticano o lo Stato d’Israele, per mezzo delle vicende della numerosa comunità ebraica che vive ancora oggi in Russia, fino al governo italiano. “A una prima occhiata il libro potrebbe sembrare antologico e il titolo un comodo “contenitore” destinato ad accogliere scritti di argomento diverso”, affermiamo riprendendo il commento di Romano su di un libro di Massimo Salvadori (p. 196), ma in realtà mantiene, nella sua vasta varietà, un’organicità che ne rende sempre interessante la lettura.

Anche limitandoci alla sola Unione Sovietica, argomento portante dell’opera, il testo offre interessanti spunti che riguardano tutta la storia del Paese dalla sua fondazione rivoluzionaria alla sua dissoluzione con un colpo di mano che ebbe luogo nonostante il 76% della popolazione si fosse espresso in un referendum per il mantenimento dell’URSS. A spingere per la fine dell’Unione non furono le forze centrifughe provenienti dalla repubbliche più remote poi divenute indipendenti, ma proprio i dirigenti russi, nazionalità dominante, che, con una delle più celebri espressioni di Sergio Romano, erano “stanchi di svenarsi per finanziare il teatro di Taškent”. A portare alla dissoluzione dell’URSS fu, in fin dei conti, lo sviluppo di una classe dominante all’interno di uno Stato che era nato per abolire le differenze di classe, che raggiunse il proprio apice proprio negli anni del riformismo della perestrojka: “Il problema all’ordine del giorno non era la battaglia fra democrazia e comunismo ma fra le borghesie di partito delle singole repubbliche, ciascuna delle quali si batte per conservare i propri privilegi, difendere le proprie prerogative, impedire ad altri, all’interno del futuro Stato sovietico, di mettere le mani sulle proprie risorse” (p. 211).

La fine dell’Unione Sovietica, come – in maniera ancor più esasperata – quella della Jugoslavia, corrispose anche al riemergere di quei nazionalismi che erano stati sopiti dal collante ideologico del comunismo. Venuto a mancare quest’ultimo, “la rinascita del patriottismo nazional-religioso dei russi rialza vecchi steccati” (p. 64), quel nazionalismo panslavo e ortodosso che nell’800 si era imposto come carattere distintivo dell’identità russa, e che viene analizzato soprattutto nella prima sezione del libro. Ma “la morte del comunismo ha risvegliato […] non soltanto i nazionalismi più antichi e legittimi, ma anche i più fragili e inconsistenti” (p. 254), portando con sé non solo la frammentazione territoriale, ma anche conflitti regionali come quelli del Caucaso, che si sarebbero sviluppati negli anni seguenti.

Come detto, nella sua opera Sergio Romano raccoglie testi redatti un trentennio fa, e lo stesso autore ammette nelle note introduttive di alcune sezioni del libro di aver cambiato il suo punto di vista su determinate questioni. Non era infatti un momento semplice in cui scrivere articoli sull’Unione Sovietica, ed in quelle fasi era facile lasciarsi prendere la mano con giudizi a volte troppo ingenerosi: “Trascinati dalla furia iconoclastica di questi giorni dimentichiamo che lo Stato sovietico ha avuto in molte parti di questo immenso Paese una funzione arbitrale e modernizzatrice” (p. 254). Allo stesso tempo, Romano non poteva conoscere la bibliografia storica che sarebbe emersa successivamente, in parte purificata dai veleni della Guerra fredda che avevano spinto gli accademici a pendere da una parte o dall’altra, così come non poteva prevedere del tutto quello che sarebbe stato il mondo unipolare postsovietico a guida statunitense. Il giudizio sul boia dell’URSS Boris El’cin (a nostro avviso comunque troppo generoso, come quello su Gorbačëv), o quello su Eduard Ševardnadze, ad esempio, non potevano tener conto di quanto costoro avrebbero compiuto alla guida dei rispettivi Stati, la Federazione Russa e la Georgia.

Soprattutto, ci troviamo in disaccordo con i giudizi espressi nei confronti delle politiche sovietiche nei primi decenni di vita di questo Paese. In particolare, la lettura di Romano sembra aderire a quella che Domenico Losurdo definisce la “leggenda nera” su Stalin, utilizzando stime sulle “vittime” del “meraviglioso georgiano”, come l’autore ama chiamare il secondo leader sovietico citando un epiteto formulato da Lenin, che oggi sembrano quanto meno eccessive. Nel testo si legge che “10 milioni di kulaki […] vennero sloggiati con la forza dalle loro case, imprigionati, fucilati o costretti a camminare per decine di chilometri, buttati su un treno e scaricati al di là degli Urali”, mescolando dunque arresti e fucilazioni come fossero la stessa cosa. Secondo la ricostruzione dello storico britannico Orlando Figes, tuttavia, i morti delle purghe degli anni ‘30, compreso il processo di dekulakizzazione, ovvero di “liquidazione dei kulaki in quanto classe”, sarebbero stati 376.202, mentre il numero degli arresti sarebbe stato pari a 669.929.

Citando Andrea Graziosi, Romano afferma ancora che “nella sola Ucraina [sarebbero] morti di fame fra il 1930 e il 1933 da 4 a 7 milioni di persone”, attribuendone implicitamente le colpe alle politiche staliniane di collettivizzazione della terra. Anche in questo caso, le stime sono state oramai riviste da una storiografia che con il passare del tempo è diventata sempre più obiettiva, rifuggendo sia il totale negazionismo di una parte che l’esagerazione dei numeri a fini denigratori dell’altra. A tal proposito, lo stesso Graziosi ha pubblicato nel 2013 un nuovo articolo in collaborazione con altri autori nel quale si afferma che i morti della carestia ucraina non sarebbero stati più di 2,9 milioni. Inoltre, si calcola che la grande maggioranza di queste morti si sia verificata nella sola regione ucraina di Kuban, nella quale ebbe luogo la vera e propria carestia, mentre i suoi effetti furono molto meno importanti nel resto del Paese. Secondo lo storico statunitense Mark Tauger, la carestia sarebbe stata causata da una combinazione di fattori, in particolare il basso raccolto dovuto a disastri naturali combinato con l’aumento della domanda di cibo causata dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione. 

Anche sulla morte di Sergej Mironovič Kirov, leader del Partito Comunista a Leningrado, Romano riprende quella che era la versione data dalla storiografia occidentale dell’epoca, che attribuiva il suo omicidio a Stalin. Questo era quanto meno quello che era venuto fuori nel corso del processo revisionista noto come “destalinizzazione” lanciato da Nikita Chruščёv nel 1956, ma tale versione è stata successivamente smentita da diverse ricostruzioni, tra le quali quelle dei già citati Losurdo e Graziosi, secondo i quali l’autore materiale dell’omicidio, Leonid Nikolaev, avrebbe agito da solo.

Non vogliamo soffermarci a lungo su tali questioni, e certamente non vogliamo farne una colpa all’autore, visto che le pubblicazioni da noi citate sono tutte comparse nel XXI secolo, e non erano dunque a sua disposizione a quel tempo. Tuttavia, non possiamo non accennare a quella che secondo noi è la pecca più grave del testo, ovvero dove Romano cade nella trappola dell’equiparazione del comunismo sovietico, in particolare dello stalinismo, con il nazismo, con annesso utilizzo della categoria di “totalitarismo”, spesso utilizzata come metodo di denigrazione. Vista oggi, questa equiparazione è ancora più lesiva in quanto avviene in un clima di revisionismo storico che investe tutta la prima metà del ‘900, e che tende ad equiparare l’URSS ai regimi nazi-fascisti con il fine celato di rivalutare questi ultimi.

Lungimirante, invece, il giudizio su quello che sarebbe potuta essere l’assetto mondiale postsovietico, quello di un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti: “La fine della Guerra fredda ha avuto per ora, al di fuori dell’Europa, una conseguenza potenzialmente negativa: ha sottratto le crisi locali al condominio conflittuale delle grandi potenze. Come in altre circostanze le partite della pace e della guerra potrebbero concludersi a somma zero. Alla pace sull’Elba, sul Danubio e nel Mare del Nord potrebbe corrispondere la guerra nel Caucaso, nel Mar Nero, sul Giordano e sull’Eufrate” (p. 192). Ancora, nell’articolo simbolicamente intitolato “Nuovo disordine mondiale”, in barba alla presunta “fine della storia”, l’autore afferma che “la fine della Guerra fredda non avrà alcuna benefica influenza sui conflitti regionali e sulle crisi locali. L’America è nel Golfo per difendere la via del petrolio, non per restaurare la libertà del Kuwait”. Romano del resto non ha mai risparmiato le proprie critiche agli Stati Uniti, come quando denuncia la “gabbia d’acciaio della Nato che imbottiglia l’UE condannata a rimanere un soggetto politicamente minorato” (p. 13), riprendendo la prefazione a firma di Luciano Canfora. Anzi, il nostro anticipa in maniera quasi profetica persino uno dei grandi effetti dei conflitti mediorientali e nordafricani, la crisi migratoria: “Tutti si chiedono con inquietudine che cosa accadrebbe se due grandi ondate migratorie provenienti dal Sud islamico e dal Nord-Est ex marxista investissero contemporaneamente le società occidentali” (p. 264).

Allo stesso tempo, l’autore preconizza già il risveglio della Russia post-sovietica dopo un periodo letargico, paragonando il Paese ad un orso, e ricordando che “come in altri momenti della sua storia l’orso avanzava maldestramente, ora due passi avanti e uno indietro, ora un passo avanti e due indietro” (p. 39). Dopo “la Russia postsovietica […] nel breve regno di El’cin che svendeva il suo paese a passo di carica” (Canfora, p. 10), con la nuova fase del riscatto russo, aperta dall’ascesa al potere di Vladimir Putin, “non sarebbe la prima volta che l’orso, dopo un passo indietro, ricomincia ad avanzare” (p. 40).

In conclusione, riteniamo che il testo di Sergio Romano meriti assolutamente una lettura da parte di coloro che sono interessati alla storia russa e sovietica, ma una lettura effettuata cum grano salis, ovvero alla luce dei trent’anni di storia e di storiografia trascorsi. Siamo infatti più generosi dell’autore quando afferma che “grazie al 1989 abbiamo finalmente buttato via quasi tutti i libri e gli articoli che avevamo messo da parte nella speranza di trarne qualche aiuto per anticipare il futuro” (p. 196), e riteniamo invece che la lettura di articoli scritti in quell’epoca, siano essi di Romano o di altri autori, mantengano un elevato valore storico e di documentazione.

BIBLIOGRAFIA CITATA

FIGES, Orlando (2008), The Whisperers: Private Life in Stalin’s Russia, Metropolitan Books.
GRAZIOSI, Andrea (2007), L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Il Mulino.
GRAZIOSI, Andrea et al. (2013), After the Holodomor: The Enduring Impact of the Great Famine on Ukraine, Harvard Ukrainian Research Institute.
LOSURDO, Domenico (2008), Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci.
ROMANO, Sergio (2021), Il suicidio dell’URSS, Sandro Teti Editore.
TAUGER, Mark B. (2001), Natural Disaster and Human Action in the Soviet Famine 1931-1933, The Carl Beck Papers.

Fonte

21/08/2019

Mosca 1991-1993: un colpo di stato conto terzi


GKČP – Gosudarstvennyj Komitet po Črezvyčajnomu položeniju (Comitato statale per lo stato d’emergenza): una generazione è cresciuta, e si è anche abbastanza sviluppata, in Russia e nel mondo, che non c’era ancora quando, nella notte tra 18 e 19 agosto 1991, “gli otto del GKČP” decisero di prendere il posto di Mikhail Gorbačëv (momentaneamente indisposto nella dača di Foros, dissero nel loro annuncio ufficiale) per prevenire la firma dell’accordo che doveva trasformare l’URSS in una Unione confederata di Repubbliche Sovrane, comprendente solo 9 delle 15 Repubbliche Socialiste Sovietiche.

Tentativo tardivo, oltreché goffo ed evidentemente organizzato allo stesso modo di come si potrebbe preparare una partita a carte. Tempo tre giorni, Boris Eltsin era già padrone (si fa per dire: al Dipartimento di Stato potrebbero a ragione obiettare) della Russia e lo smembramento dell’Unione Sovietica era solo questione di altri quattro mesi.

Tanto che, se si accetta la versione degli “otto gekačepisti” – vice Presidente dell’URSS, Gennadij Janaev, Presidente del Consiglio Valentin Pavlov, Ministro della difesa Dmitrij Jazov, Ministro degli interni Boris Pugo, presidente del KGB Vladimir Krjučkov, tra gli altri – si può benissimo sostenere che Gorbačëv fosse al corrente dei piani e si fosse tirato indietro all’ultimo momento; ma, allo stesso modo, non si sfugge comunque al sospetto che loro stessi stessero facendo (non proprio inconsciamente) il gioco di Boris Nikolaevič e, come si diceva una volta, “in ultima analisi”, dello zio Sam.

Oggi, quello che da 28 anni viene ufficialmente definito un “putsch”, è considerato tale dal 7% dei telespettatori e dal 11% degli internauti russi; le rimanenti percentuali considerano quell’azione un tentativo di “impedire la disgregazione del paese”. Più o meno stesse percentuali (rispettivamente 9% e 11% di approvazione) anche per il successivo banditesco “accordo della Belovežskaja puša” – tra i Presidenti di Russia, Bielorussia e Ucraina, Boris Eltsin, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk, che sgretolò l’URSS il 26 dicembre 1991.

Nella Russia odierna si preferisce però passare in sordina quei fatti, osserva Golos Mordora (La voce di Mordor); eppure quei giorni, nella leggenda diffusa, rappresentano una “svolta” (in effetti, più sui calendari, che nella realtà della perestrojka) e “l’apogeo di una rivoluzione che, dicono, ha distrutto il regime comunista”. Dunque, perché non parlarne?

Probabilmente perché oggi, scrive Mordor, “molti si vergognano di ricordare quegli eventi; anche coloro che parteciparono direttamente alla “difesa della Russia libera”, o perché “lo facevano tutti”, o perché davvero convinti”. Anche se la fine dell’URSS era “evidente già da prima e quel mediocre tentativo di putsch non poteva cambiare nulla”.

L’aspetto più interessante – e solitamente taciuto – è che “la gente appoggiò il ‘putsch’ alla chetichella, svogliatamente, sperando, senza crederci davvero, che “ora metteranno un po’ d’ordine”: la maggior parte”, ricorda Mordor, “era già stata portata all’apatia dagli scaffali vuoti dei negozi, dalla demagogia dei politici, dalla “parata di sovranità” delle repubbliche dell’URSS. Forse per questo nessuno scese apertamente in strada a sostegno dei cospiratori... E l’esercito, o non obbedì agli ordini, o addirittura si schierò con Eltsin”.

Così che, stranamente, “il colpo di stato, che aveva come obiettivo il mantenimento dell’URSS, accelerò invece il suo collasso”. Il tentativo di “putsch” non fu, in sostanza, che “l’ultimo di una serie di grandi e piccoli tradimenti, che, a partire dalla metà degli anni ’80, hanno lentamente ma sicuramente portato al crollo dell’Unione Sovietica”.

Fu così che Boris Nikolaevič, poté sproloquiare con toni epici di fronte al Congresso USA: “Il mondo può tirare un sospiro di sollievo: l’idolo comunista, che ovunque sulla terra ha seminato discordia sociale, inimicizia e crudeltà senza pari, che ha disseminato paura nella comunità umana, è crollato. Crollato per sempre. E io sono qui per assicurarvi: sulla nostra terra non lo lasceremo risorgere!”.

Vedremo. “Era stato messo il punto al Grande Tradimento. Cominciava l’epoca della Grande Rapina”, conclude Mordor.

Ma, nonostante la propaganda antisovietica che in questi quasi trent’anni non ha fatto altro che intensificarsi, scrive Ekaterina Polgueva su Sovetskaja Rossija, vediamo che se nel 1994, solo il 36% degli intervistati dal Centro Levada valutava molto positivamente l’epoca brežneviana, nel 2019, oltre il 50% ritiene che quell’epoca abbia dato “più cose positive, che negative”, mentre l’attuale potere è considerato “criminale, corrotto” (41%), “lontano, estraneo al popolo” (31%), burocratico (24%) e nessuna “politica estera patriottica di Putin” è in grado di mascherare il suo corso antisociale.

Gli osservatori sono abbastanza concordi nel ritenere che le tragiche terapie antisociali degli anni ’90, fossero già state avviate verso fine anni ’80. E dunque, dopo la sbornia golpista del 26 dicembre ’91 di Eltsin, Šuškevič e Kravčuk, il 1° gennaio 1992, il governo Eltsin-Gajdar introduce in Russia l’IVA al 28%, abolisce il controllo centralizzato sui prezzi e rimuove le restrizioni per l’acquisto di valuta estera.

I negozi, vuoti fino a ieri, si riempiono per magia di prodotti russi, ma a prezzi strabilianti: carne a 31 rubli al kg, contro i precedenti 2,90; carne di manzo macinata: 72 rubli, contro 3,50. Tutti “prodotti tenuti nascosti per creare un deficit artificiale”, scrive l’osservatore di sknews.ru.

Se l’imposta del 5% sulle vendite, introdotta in URSS nel gennaio 1991 dal governo di Valentin Pavlov, era addebitata solo nella fase di vendita al dettaglio, l’IVA di Gajdar si applicava a ogni fase del processo di produzione, compresi trasporto e stoccaggio. Finiva che, ad esempio, una lattina di concentrato costava in negozio così tanto che nessuna mensa poteva permettersela.

Cominciò così l’andirivieni verso (soprattutto) la Cina per comprare un po’ di tutto e rivenderlo a Mosca: medici, insegnanti, professori, scienziati, bibliotecari e tutti coloro che sopravvivevano con salari statali, si dettero a questo “commercio ambulante” nelle strade della capitale. “Chiusero le mense e si fermarono le fabbriche. Le imprese non avevano fondi per i pagamenti reciproci. I direttori delle aziende pagavano gli operai coi prodotti di fabbrica e questi andavano a venderli sulle strade”.

Arrivarono i famigerati “voucher di privatizzazione” di Anatolij Čubajs, con cui speculatori di partito e direttori di azienda si intestarono fabbriche, miniere, porti, immobili.

Ironia della sorte, “Gajdar ha condiviso il destino di molti milioni di concittadini, da lui ridotti in miseria. Si dette al bere e morì, nel 2009: a detta del defunto Boris Nemtsov, una bottiglia di whisky ogni sera. Secondo il famigerato Jeffrey Sachs, “artefice delle terapie shock in Bolivia, Polonia, Russia e consigliere di Gajdar, la leadership russa ha superato le più fantastiche rappresentazioni dei marxisti sul capitalismo”, dato che considera dovere dello Stato, servire una cerchia ristretta di capitalisti, pompando nelle loro tasche quanto più denaro e il più velocemente possibile.

Gli effetti più tragici di quella terapia targata Eltsin-Gajdar-Čubajs si sono manifestati direttamente sulla popolazione, passata dai 147,6 milioni del 1990, ai 142,8 del 2010, per risalire gradualmente ai 146,7 del 2019. La mortalità superò i 16-17 abitanti ogni mille tra il 1992 e il 1994. La crescita naturale, da un massimo di 17-18/1000 a metà anni 50, era caduta al 5-7/1000 fino al 1988, per poi precipitare rovinosamente a -6 e -7/1000 tra 1988 e 2005. A partire dal 2012, natalità e mortalità hanno iniziati a equilibrarsi, così che negli ultimi 5-6 anni si ha crescita oscillante attorno allo zero.

In effetti, come ricordava tre anni fa Aleksandr Bur su yakutiafuture.ru, il deficit alimentare “era stato creato ad arte” già all’epoca di Mikhail Gorbačëv. Se oggi “i prodotti domestici rappresentano il 55% degli acquisti alimentari, nell’URSS pre-Gorbačëv superavano il 95%”.

Ancora nel 1987, la produzione alimentare cresceva a un ritmo più rapido di popolazione e salari: rispetto al 1980, la produzione di carne era del 135%, quella casearia del 131%, ittica 132%; gli stipendi medi del 19%. L’industria alimentare lavorava a pieno regime. Ma, ecco che a fine 1988, fanno la loro comparsa i “talloni” (le tessere, per vari prodotti) e già verso il 1990, anche con quelli, era difficile trovare qualcosa.

“Se ne può trarre una sola conclusione” scrive Bur: “il deficit era stato creato artificialmente, e non nella fase della produzione, ma nella sfera della distribuzione. La prova migliore è che il 1° gennaio 1992 iniziò la ‘terapia shock’ di Gajdar e il 2 gennaio gli scaffali dei negozi di alimentari erano già pieni”, ma a prezzi proibitivi.

E qualche esponente “comunista” (il futuro primo Sindaco di Mosca, Gavril Popov, per dirne uno) teorizzava la “necessità del deficit per sollecitare il malcontento contro il regime sovietico”.

Nikolaj Ryžkov, presidente del Consiglio dal 1985 al 1990, ricordava come, ad esempio, Eltsin, per screditare il rivale Gorbačëv, in un giorno solo fermasse “per riparazioni” 26 delle 28 fabbriche di sigarette. L’ex Ministro per la stampa, eltsiniano di ferro, Mikhail Poltoranin, ricordava poi come l’oro scorresse a fiumi nell’acquisto di prodotti “stranieri”. Ad esempio: nei porti di Leningrado, Riga o Tallin, si riempivano le stive delle navi con grano a buon mercato, che poi, doppiando Spagna e Grecia, veniva scaricato a Odessa come “importato”, a 120 dollari la tonnellata.

Al tempo stesso, con la creazione di nuovi “istituzioni di ricerca tecnologia”, si formava la nuova nomenclatura di futuri affaristi del PCUS e Komsomol, con nomi che sarebbero poi divenuti noti: Khodorkovskij, Nevzlin, Surkov, Preobraženskij, Lisovskij, ecc.

Si creano le prime cooperative e imprese miste con capitale straniero. Nel 1990, Gorbačëv e Ryžkov obbligano i paesi del Comecon ad adottare il commercio in dollari: questi però non hanno valuta; niente paura: ci pensano FMI e Banca Mondiale. Creando qui la domanda di valuta americana, si priva l’URSS di aree di smercio e si trasferisce con ciò agli USA il controllo sull’intera zona di influenza dell’URSS. La nuova borghesia comincia a esportare tutto: burro, pesce, carne, cereali, zucchero, soprattutto nei paesi del Comecon, ma non solo.

Il 26 dicembre 1991 l’URSS cessa di esistere e il giorno dopo entra in vigore la legge sulla “riforma agraria, con cui si accelera la “decollettivizzazione forzata” delle campagne. Milioni di ettari passano sotto controllo di paesi stranieri: la Cina in estremo oriente e Siberia (si vedono oggi le conseguenze della deforestazione); a ovest: europei e kazakhi. Nel 1992 la Russia entra ufficialmente nel numero dei paesi semi-affamati: un russo medio assumeva solo 2.040 chilocalorie al giorno, contro la norma di 2.600 chilocalorie”.

Pubblicando la famosa foto di Boris Eltsin che arringa la folla dall’autoblinda il 19 agosto ’91, il sito Krasnyj Rassvet (Alba rossa) scriveva ieri che il tizio “in giacca scura, a sinistra di quello straccio di Vlasov” (il tricolore adottato dai filo-nazisti del generale Andrej Vlasov) “è un funzionario del KGB della scorta di Eltsin: Viktor Zolotov. Oggi, è generale, comandante della Guardia nazionale. Le radici dell’attuale corrotto regime autoritario sono nel colpo di stato eltsiniano del 1991”.

Era piovigginoso, quel lunedì mattina del 19 agosto; solo una leggera nebbiolina, per fortuna: poco accorto, la sera prima avevo dimenticato al loro posto i tergicristalli dell’auto e al mattino, ovviamente, non c’erano più.

Oggi si ricorda di come Gorbačëv avesse “creato scientemente il deficit alimentare” e di molti prodotti di prima necessità; quella di fregarsi i tergicristalli sembrava la risposta popolare alla carenza anche di quelli. Sta di fatto, che nessuno scendeva di macchina, senza toglierli dal parabrezza.

Dunque, non avendo acceso né Tv, né radio, ignaro di tutto, non mi stupii però più di tanto quando, lungo la strada, vidi qualche (pochissime) autoblinda ferma in corrispondenza di un paio di incroci. Mi sorpresi solo un po’ di più quando, all’ingresso del lavoro, a fianco del solito miliziano che controllava i pass, c’era un soldatino col mitra ad armacollo. Poi seppi il motivo. Due giorni dopo, era tutto finito.

Ovviamente, i liberali ancor oggi parlano del “putsch d’agosto” del ’91. Come meravigliarsi: erano loro che pagavano migliaia di dollari per ogni cannonata che i carristi della divisione “Kantemirovskaja” sparavano contro il parlamento, nell’ottobre di due anni dopo. Non le tre vittime sacrificali – Ilja Kričevskij, Dmitrij Komar, Vladimir Usov – dell’agosto ’91, ma le decine di dimostranti morti alla torre della televisione il 3 ottobre ’93 e le centinaia di morti fucilati il 4 ottobre dietro il Parlamento dopo essersi arresi agli sgherri eltsiniani.

Quello fu il colpo di stato. Quella fu la prima “majdan” del dopo URSS.

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22/08/2015

Mosca, agosto '91: chi ha vinto e chi ha perso dopo 24 anni?

Prendendo a prestito da Ovidio il suo lamento su Tereo, potremmo dire oggi “O dei, che tenebra fitta c'è nelle menti dei mortali! Proprio mentre ordisce un crimine Boris è considerato buono e la colpa gli procura elogi”.

Oggi, fortunatamente, è difficile trovare qualcuno che abbia voglia di elogiare Boris Eltsin per la compartecipazione all'affossamento dell'Urss; anche i suoi padrini di allora, sembra preferiscano tacere. Quello che oltreoceano gli si era detto di fare lo ha fatto. Chiuso. Anche se la sua carriera “americana” era iniziata un po' prima, grosso modo all'ombra della perestrojka gorbačëviana, il ruolo primario a lui universalmente riconosciuto è quello del “salvatore della patria” che aveva sventato il “putsch”, il “golpe conservatore” del 19-21 agosto 1991. Da allora sono passati 24 anni; una generazione è diventata adulta. Una generazione che, forse, appena qualche volta, di sfuggita, ha sentito RAI Storia parlare di Unione Sovietica, dei “crimini” commessi dai comunisti contro il popolo russo, della carestia “imposta coscientemente” per provocare il “genocidio” del popolo ucraino e poi, finalmente, della distensione e dell'apertura all'Occidente che hanno dischiuso la via alla vittoria democratica, raggiunta definitivamente nell'agosto del '91 grazie all'unico “comunista” russo buono che, ravvedutosi, ha dapprima impedito ai “conservatori” di “destra” di fermare la corsa gorbačëviana alle riforme di mercato e, pochi mesi dopo, ha schiacciato per sempre la “dittatura comunista”, distruggendo sedi e strutture del PCUS e disfacendo lo spettro, l'Unione Sovietica, che da oltre 70 anni stava lì a dire al mondo capitalista “ricordati che devi morire”, che il tuo regno non è per sempre, che la tua è solo una fase nella storia dell'umanità.

Dunque, 24 anni sono passati da quel 21 agosto, allorché finì penosamente il tentativo, a dir poco goffo, dei membri del GKČP (Gosudarstvennyj Komitet po Čerzvyčajnomu Položeniju), il Comitato statale per lo Stato d'Emergenza, di frenare la rotta di collo eltsiniana e gorbačëviana verso il disfacimento dello Stato plurinazionale fondato sull'Unione di 15 Repubbliche socialiste, la messa fuori legge del Partito Comunista e la trasformazione delle più che ventennali riforme economiche “liberali” in aperta restaurazione del mercato. Se fin da subito il ruolo di Tereo-Boris è stato aperto e plateale, ancora oggi qualcuno disserta su quello dell'ultimo Presidente dell'Unione Sovietica – se Gorbačëv sia stato davvero “fatto prigioniero” nella sua dača a Foros dai gekačepisti, o se invece abbia tenuto fino all'ultimo i piedi su due staffe, aspettando di vedere come sarebbe finita – quando invece le linee fondamentali della sua svolta erano già state apertamente definite sin dal 1985 e ufficializzate al XXVIII Congresso del PCUS nel 1990. Del resto, come scrisse già pochi anni dopo l'ex Presidente del Soviet supremo dell'Urss (poi arrestato insieme ai gekačepisti) Anatolij Lukjanov, . L'ambasciatore Matlock, il segretario di Stato Baker, il presidente Bush ne avevano informato sia Eltsin che Gorbačëv con largo anticipo. Proprio in questi giorni, in un'intervista a Segodnija, Matlock ha detto che gli USA sapevano da vari mesi ciò che sarebbe accaduto. Certo, per averlo messo a punto. E di ciò basti.

Nei giorni scorsi, sul sito di Sovetskaja Rossija, l'osservatore Dmitrij Agranovskij scriveva che "24 anni dopo la sconfitta del GKČP, Vladimir Jakovlev, fondatore del quotidiano “Kommersant”, uno dei simboli principali della nuova epoca vittoriosa, invitava i russi a lui più vicini per condizione sociale a fuggire dal paese" perché, a suo dire, in Russia si sta andando velocemente verso una gravissima crisi sociale. "Se ne avete la possibilità" scriveva Jakovlev "andatevene. Capisco che chi oggi ha 25-30 anni non percepisca un tale scenario. Anch'io, a quell'età, non lo percepivo, finché un giorno, tornando dalle vacanze, non mi accorsi che accanto a me, fermi al semaforo rosso, c'erano carri armati e altri mezzi militari". Pochissimi, in realtà e guidati da equipaggi sonnolenti e sorridenti, come ben sa chi in quei giorni era a Mosca. Un bel strano “golpe”!

E ora un'altra citazione da Interfax di questi giorni, scrive Agranovskij: "I russi sono propensi a considerare il “putsch” del 1991 una tragedia per il paese; tuttavia, secondo i sondaggi del Centro Levada, non possono valutare in modo univoco se la Russia abbia in seguito seguito una strada giusta o meno". Nel dettaglio, i risultati del sondaggio condotto a fine luglio dicono che il 41% (era il 33% due anni fa) degli intervistati giudica tragici e disastrosi per il paese e il popolo gli avvenimenti del 1991. Il 32% ritiene che il “putsch” non sia stato che un episodio della lotta per il potere. Il 10% considera il “putsch” una vittoria della rivoluzione democratica. Rispetto al 2014, è scesa dal 47 al 37% la percentuale di chi pensa che, dopo il '91, il paese si sia mosso su una strada sbagliata e il giudizio opposto è dato dal 34% degli intervistati. La percentuale più alta (44%) di chi pensa che il paese abbia scelto la giusta direzione di sviluppo, si rileva ovviamente tra i russi con elevato status sociale. D'altro canto, secondo i sondaggi del VTsIOM, oggi il 73% dei russi guarda con avversione agli USA: erano il 25% nel 2008.

Dunque, gli obiettivi principali per cui, parafrasando Lenin “gli antibolscevichi si erano battuti”, sembrano sfumare alla luce della situazione economica e politica attuale. La stessa definizione usata da Interfax, scrive Agranovskij, per dire che le cose hanno preso una piega sbagliata dopo il “putsch”, rappresenta un tentativo di nascondere il fatto che la strada sbagliata era stata imboccata prima del 1991 e che nell'agosto di quell'anno fu invece fatto "un tentativo di invertire il corso di chi puntava tutto sull'Occidente, sull'eliminazione dell'industria e della sovranità nazionali, per mettersi alla coda dell'Occidente, anche se oggi ognuno mira a incolpare di tutto ciò i propri avversari politici". Evidentemente, dice Agranovskij, gli americani si sono spinti troppo in là, "con la minaccia alla sovranità e alla stessa esistenza della Russia, così da pregiudicare la propensione benevola dei russi verso l'America. Organizzando il colpo di stato in Ucraina, gli USA hanno posto il potere di fronte a tali condizioni, su cui non è possibile concordare, non è possibile capitolare con onore, non è possibile arrendersi serbando la faccia. E non appena abbiamo cercato di far valere i nostri diritti, si è chiarito che la tragedia non era stata soltanto negli avvenimenti dell'agosto 1991, bensì in tutti i 24 anni seguenti. Specchiandosi nei fatti di Majdan, il nostro paese è inorridito. Ultimamente, si leggono spesso nei media "liberal" servizi abbastanza isterici che valutano l'epoca attuale come "una vittoria strisciante del GKČP”. Detto da loro...!".

Non a caso, come ha scritto recentemente il deputato alla Duma per il PC russo Vladimir Pozdnjakov "Nonostante tutto, il potere continua a difendere gli interessi degli oligarchi. A chiunque entri nei negozi non c'è bisogno di spiegare quale sia la situazione del paese". In effetti, a fronte di oltre 20 milioni di persone considerate ufficialmente sotto la soglia di povertà, di quasi altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese e di super ricchi il cui numero si assottiglia in maniera inversamente proporzionale al crescere dei loro patrimoni, i prezzi dei prodotti alimentari sono cresciuti in media, rispetto al 2014, dal 22 al 49%; il rublo cade e "non ci sono riserve valutarie per sostenerlo; ma il governo studia i modi per non indennizzare le pensioni dall'inflazione e non mette alcun freno all'esportazione di capitali" (52 miliardi di $ nei primi sei mesi dell'anno), scrive Pozdnjakov. L'imposta progressiva sul reddito è normale prassi internazionale, ma "il nostro governo liberale continua a rifiutarla, creando un paradiso fiscale per i milionari. Oggi, la scala uniforme di imposta sul reddito maschera in realtà una scala regressiva di contribuzione: più sei povero, più il tuo reddito è tassato. Alla Duma il PC insiste per l'introduzione di una tassa sul lusso; i ministri liberali vi si oppongono".

I risultati sociali di 24 anni dal “salvataggio della patria” da parte di Tereo-Boris sono evidenti. Quasi a celebrare l'anniversario, in Ucraina, a Cernigov (un centinaio di km a nord di Kiev) proprio in questi giorni è stato restaurato e rimesso al suo posto un monumento a Lenin: il primo dopo tutti quelli che i democratici di Pravyj sektor hanno buttato giù.

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