Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/05/2025

Il Corriere e Rampini reinventano la seconda guerra mondiale

Chi vinse davvero la seconda guerra mondiale? Se lo chiede nella rubrica sul Corriere, Oriente Occidente, Federico Rampini. Il problema è che si risponde anche e lo fa stravolgendo completamente la storia. Secondo il tuttologo la seconda guerra mondiale sarebbe scoppiata per colpa di Stalin e non ci sarebbe stata senza il patto Ribbentrop-Molotov, e altre amenità dello stesso tono, per concludere che senza gli americani non ci sarebbe stata alcuna vittoria. E tutto questo l’ha detto dopo aver premesso che la storia è falsata dalla propaganda e dalle distorsioni... degli “altri”, ovviamente!

Come rispondere a Rampini? Con un minimo di onestà storica.

Valutare politicamente la Seconda Guerra Mondiale è complesso, poiché non è stata solo un conflitto globale, ma anche una guerra civile europea. A vincere nel 1945 furono gli Alleati, ma il quadro geopolitico cambiò drasticamente nei decenni successivi.

Chi ha scatenato la guerra? La risposta è chiara: Hitler. La sua ambizione sfrenata, l’intolleranza verso il compromesso e l’ostinata volontà di correggere gli “errori” della Germania dopo la Prima Guerra Mondiale lo resero il principale responsabile. Nonostante ciò, Hitler trovò sostegno da chi considerava il bolscevismo il vero nemico del continente.

Il patto Ribbentrop-Molotov tra Germania e URSS rispondeva a una logica di sopravvivenza per Stalin: garantire la neutralità iniziale in cambio di una fascia di sicurezza territoriale, cercando di evitare il coinvolgimento diretto nel conflitto.

Chi ha vinto la guerra? Gli Alleati, (URSS compresa) senza dubbio. Tuttavia, il contributo sovietico fu decisivo. Secondo lo storico Overmans, oltre 4 milioni di soldati tedeschi morirono sul fronte orientale, contro poco più di un milione negli altri teatri di guerra. Durante l’invasione della Normandia nel 1944, mentre 30 divisioni tedesche erano impegnate contro gli Alleati occidentali, ben 231 divisioni tedesche e loro alleate combattevano a est contro l’URSS.

L’Unione Sovietica fu determinante anche prima dell’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. Mentre l’URSS teneva impegnata la maggior parte delle forze tedesche, la Gran Bretagna e il Medio Oriente rimasero al sicuro da un’invasione. È per questo che, dopo la vittoria, il comunismo riuscì a espandersi: fu l’URSS a pagare il prezzo più alto in termini di vite umane e sacrifici militari.

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12/12/2024

Risposta ad un anti-stalinista

Lo scritto che Beppe Corlito ci ammannisce in questo articolo dovrebbe essere una presentazione del romanzo di esordio di Vasilij Grossman (un autore “russo-ucraino ed ebreo” particolarmente caro agli anticomunisti che intendono darsi una vernice ‘di sinistra’), ma si risolve, per via di un ‘furor’ polemico privo di solide motivazioni storiche e ideali, in un acido pamphlet antistalinista.

Ciò che ne risulta è infatti un vieto campionario dei pregiudizi e delle mistificazioni create ad arte dalla propaganda di stampo americano nel periodo della “guerra fredda” con lo scopo precipuo di denigrare l’azione e la figura di colui che lo stesso Lenin ebbe a qualificare come “quel meraviglioso georgiano” (definizione che compare nel sottotitolo di una bella biografia di Stalin scritta da Gianni Rocca, che il Corlito, se non fosse accecato da quel ‘furor’, farebbe bene a leggersi).

Tralasciando, per altro, l’uso strumentale, nella sua ‘recensione-pamphlet’, dei riferimenti ai vari personaggi quali specchi deformanti per mettere in cattiva luce la personalità di Stalin, vale la pena di sottolineare che lo stesso recensore, dopo aver criticato i presunti errori di Stalin prima e dopo l’attacco della Germania nazista all’Unione Sovietica, non può non riconoscere, sia pure attribuendoli unicamente al “popolo immortale”, i meriti di Stalin nella conduzione della grandiosa controffensiva dell’Armata Rossa che porterà i soldati sovietici a innalzare, il 2 maggio 1945, la bandiera rossa sul palazzo del Reichstag.

Per quanto riguarda poi il riferimento all’epurazione dei quadri di comando dell’Armata Rossa (1937-38), va detto che essa fu decisa dopo la scoperta della cospirazione militare che il generale Tuchacevskij stava preparando in combutta con le frazioni opportuniste del partito comunista e si rivelò determinante (non per indebolire ma) per rafforzare la successiva resistenza ideologica, politica e militare dello Stato sovietico nel corso della guerra, che il gruppo dirigente del partito sapeva essere inevitabile, con il fascismo.

Eliminando la quinta colonna, Stalin salvò indirettamente la vita a molti milioni di sovietici, poiché questi morti sarebbero stati il prezzo supplementare da pagare nel caso in cui l’aggressione esterna avesse potuto giovarsi dei sabotaggi e dei tradimenti interni.

Certo, il generale Zukov e gli altri capi militari non avevano mai accettato l’inevitabilità di questa epurazione e non avevano nemmeno capito il significato politico del processo a Bucharin; ciò nondimeno, Zukov nelle sue “Memorie” (tomo II, Edizioni Fayard, Parigi, 1970) confuterà le menzogne di Chruscev sugli errori e le responsabilità di Stalin nella seconda guerra mondiale, sottolineando giustamente che la vera politica di difesa era cominciata nel 1928 con la decisione di promuovere l’industrializzazione a tappe forzate.

Stalin, infatti, preparò la difesa dell’Unione Sovietica costruendo più di 9.000 industrie tra il 1928 e il 1941 e seguì la linea strategica di impiantare all’Est del paese una nuova potente base industriale: partendo da questa premessa, Zukov rende perciò omaggio “alla saggezza e alla chiaroveggenza” di Stalin sia prima che durante la guerra, virtù “sancite in modo definitivo dal sommo giudizio della storia”.

Per attaccare il prestigio di Stalin, che fu incontestabilmente il più grande capo militare della guerra antifascista, i suoi nemici amano chiacchierare su “una dogmatica autoritaria che non teneva alcun conto dei processi reali”, quando fu proprio grazie alla lucidità e alla fermezza di Stalin, nel cui nome i soldati russi andavano all’attacco, che l’Unione Sovietica vinse la Grande Guerra Patriottica e salvò, oltre a se stessa, l’intera umanità dal flagello della svastica.

In realtà, Stalin sapeva meglio di chiunque altro quale barbarie avrebbe colpito il suo paese nella eventualità di una vittoria della Germania nazista e lo stesso Zukov ricorda che, se fu scosso nel momento in cui apprese la notizia dello scoppio della guerra, “dopo il 22 giugno 1941 e per tutta la durata della guerra Giuseppe Stalin assicurò la ferma direzione del paese, della guerra e delle nostre relazioni internazionali”.

Concludendo, desidero semplicemente ribadire che in una fase come quella attuale, in cui sembra di essere tornati al periodo 1900-1914, quando le potenze imperialiste decidevano tra loro le sorti del mondo, l’esperienza dimostra che il pensiero e l’opera di Stalin costituiscono, assieme ad altre fondamentali ed essenziali lezioni della storia del ventesimo secolo, una parte integrante del patrimonio ideale, politico e morale del proletariato e delle classi subalterne, che solo una profonda disonestà intellettuale può mettere in dubbio o negare.

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04/04/2024

NATO, i 75 anni di un’alleanza guerrafondaia

Settantacinque anni fa, il 4 aprile del 1949, veniva sottoscritto a Washington il cosiddetto Trattato dell’organizzazione del nordatlantico: la NATO.

La sua nascita era stata preceduta, a meno di un anno dalla fine della guerra, da ripetute dichiarazioni belliciste di Winston Churchill e Harry Truman all’indirizzo dell’Unione Sovietica. Già tra la fine degli anni ‘40 e la prima metà dei ‘50, USA e Gran Bretagna avevano messo a punto vari piani di distruzione (anche con l’arma atomica) dell’URSS e il suo smembramento in 20-25 staterelli-fantoccio.

Tutto questo aveva preceduto il 4 aprile 1949. Oggi dai 12 membri di 75 anni fa, “grazie” alla distruzione dell’URSS e all’assorbimento dei “neutrali”, la NATO ne conta 32.

Sono rimaste negli annali dell’imperialismo euroatlantico le parole del primo segretario di quella coalizione bellicista, nata col preciso obiettivo di combattere l’Unione Sovietica. Il generale britannico lord Lionel Ismay aveva infatti detto che la NATO doveva servire a «tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi». Sottinteso: nella colonia europea.

Ed è per questo che, tutt’oggi, a Washington si fa di tutto perché quella colonia non si sganci troppo dai padrini yankee e dia addirittura vita a un proprio esercito.

È di questo parere, ad esempio, l’esperto militare russo Viktor Litovkin, secondo il quale non ci sono seri disaccordi all’interno dell’Alleanza Atlantica, ma Washington non consentirà mai la creazione di un vero esercito europeo.

Certo, come ha dichiarato in questi giorni il presidente di Rheinmetall, Armin Papperger, gli USA non verranno in aiuto dell’Europa in caso di minaccia militare. Ed è vero che a suo tempo Emmanuel Macron ha palato di «morte cerebrale della NATO».

È anche vero che gli Stati Uniti intendono scaricare sui paesi europei gran parte delle spese militari, “invitandoli” ad accrescere sempre più i propri bilanci di guerra. Ma ciò non significa che gli yankee possano rinunciare all’idea base della NATO: quella di tenere l’Europa in pugno.

Ogni paese, aderendo all’alleanza, firma un accordo con Bruxelles, ma di fatto con Washington, e trasferisce buona parte della propria sovranità al quartier generale della NATO, al cui vertice c’è sempre un generale USA.

L’analista Sergej Ermakov rileva l’attuale, sempre più frequente, dissenso sull’applicazione dell’art.,5, come si rileva puntualmente ogni volta che il discorso verte sulle basi europee che riforniscono l’Ucraina.

Ma nota anche, da un lato, come non sia così solido l’interesse USA per l’Europa, data la svolta verso l’area Asia-Pacifico, così che Washington dà priorità ai rapporti bilaterali coi paesi europei più in linea con le mire yankee, come è il caso della Polonia.

D’altro canto, si fanno via via più evidenti i segnali di disaccordo tra gli stessi membri europei della NATO, soprattutto a proposito dei rapporti con Mosca, in relazione ai rispettivi interessi nazionali.

Elemento più rilevante, a detta di Ermakov, il probabile raggiungimento degli obiettivi di Mosca in Ucraina potrebbe portare a qualcosa del tipo di una «nuova conferenza di Jalta: una nuova architettura di sicurezza globale. E non è detto che, in un contesto simile, la NATO possa sopravvivere.
Credo che il tempo delle alleanze strutturate stia per finire. Non hanno la flessibilità necessaria a rispondere alle sfide dei tempi. Ecco perché gli americani preferiscono piccole alleanze».

Guardando alla storia della NATO, ricordiamo come Iosif Stalin avesse proposto a Londra la partecipazione sovietica alla creazione dell’Alleanza e, quando gli fu opposto un rifiuto, egli comprese il vero senso della sua creazione: «una mina posta sotto l’ONU» disse Stalin, che pure non aveva ancora visto come l’ONU venga spesso usata quale “viatico” per le avventure belliche USA-NATO.

Finché rimase in vita l’URSS, scrive la russa Vita Internazionale, almeno fino 1991 il blocco militare non partecipò alle avventure militari yankee. «Dopo il crollo dell’URSS e del Patto di Varsavia, la NATO avvertì la propria impunità e cominciò a provare la propria forza in varie parti del mondo»: Iraq, Bosnia Erzegovina, Jugoslavia, Macedonia, Afghanistan, Sudan, Libia, Siria, Yemen.

Dal 1949 la NATO ha conosciuto sette successivi “allargamenti”: nel 1952, 1955, 1982, riguardanti paesi dell’Europa occidentale. Ma i più consistenti si sono avuti dopo il 1991, con l’inglobamento dei paesi dell’Europa orientale, dell’ex Patto di Varsavia e delle ex Repubbliche sovietiche baltiche, con le loro smanie revansciste e le tradizioni filo-naziste delle nuove leadership.

In ultimo, sono entrate nella NATO Svezia e Finlandia, colmando così quella “breccia nel blocco” – così la definiva lo storico Aleksej Cichkin, ancora un quindicina d’anni fa – che l’URSS era riuscita a lungo a conservare, anche con la proposta ai paesi scandinavi di una cosiddetta Area di neutralità nordeuropea, e che metteva relativamente al sicuro il paese sulle frontiere nordoccidentali.

Georgia e Ucraina “aspirano” all’ingresso: come sappiamo, per quanto riguarda la seconda, la questione è quantomeno “aperta”.

Oggi la NATO assorbe il 70% delle risorse militari mondiali e ogni paese membro è tenuto a uniformarsi agli standard militari del blocco, imposti dagli americani già nel 1949: unico calibro di munizioni e proiettili, equipaggiamenti omogenei, che rappresentano una vera manna per il complesso militare-industriale USA.

Nell’ottobre 2021 la NATO ha varato un “piano di difesa globale” in caso di conflitto militare su larga scala con la Russia, con la possibilità di operazioni militari dal Baltico al mar Nero; e nel gennaio 2022 ha rigettato la proposta russa per un accordo sulle garanzie di sicurezza, che escludesse un’ulteriore espansione della NATO verso est.

Ricordando come, di fronte alle sempre più frequenti e minacciose urla belliciste anglo-americane, già negli anni 1947, 1948 e fino ai primi mesi del 1949, il governo sovietico avesse ripetutamente rivolto inviti a dichiarazioni congiunte con il governo USA sulla rinuncia al ricorso alla guerra, per iniziative comuni tese a un graduale disarmo, per un incontro diretto Stalin-Truman: tutti rimasti senza risposta, così come la proposta fatta da Stalin a meno di un mese dalla morte, il 17 febbraio 1952, per un Patto di Pace URSS-USA-NATO.

Ricordando tutto questo, si riproduce la risposta ufficiale data da Iosif Stalin alla cosiddetta “Lettera aperta” del Ministro degli esteri britannico, il “laburista” Herbert Morrison, che era stata pubblicata nel 1951 sulla stampa sovietica e in cui questi giustificava la creazione della NATO e criticava l’URSS. Ecco la risposta di Stalin a quella lettera.
«Nella sua dichiarazione, il Sig. Morrison pone due ordini di questioni – di politica interna e estera:

1 POLITICA INTERNA (…)

2 POLITICA ESTERA

Il sig. Morrison sostiene che il partito dei laburisti sia per la conservazione della pace, che esso non minacci in nulla l’Unione Sovietica, che il Patto nordatlantico sia un patto difensivo e non aggressivo, che se l’Inghilterra si è messa sulla strada della corsa agli armamenti, è soltanto perché è stata costretta a farlo, dal momento che dopo la seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica non ha sufficientemente smobilitato il proprio esercito.

In tutte queste affermazioni del sig. Morrison non c’è un briciolo di verità.

Se davvero il governo dei laburisti è per la conservazione della pace, allora perché respinge il Patto di Pace tra le cinque potenze, perché si esprime contro la riduzione degli armamenti di tutte le grandi potenze, contro il divieto dell’arma atomica; perché persegue le persone che difendono la causa della pace, perché non vieta la propaganda di guerra in Inghilterra?

Il sig. Morrison vuole che gli si creda sulla parola. Ma i sovietici non possono credere a nessuno sulla parola; essi pretendono azioni, non dichiarazioni. (...)

Il sig. Morrison sostiene che il Patto nordatlantico sia un patto difensivo, che non persegua obiettivi aggressivi e che, al contrario, sia diretto contro l’aggressione. Se ciò è vero, allora perché mai gli artefici di tale patto non hanno proposto all’Unione Sovietica di prendervi parte? Perché si sono disgiunti dall’Unione Sovietica? Perché lo hanno concluso alle spalle dell’URSS e in segreto da essa? (...)

Se il Patto nordatlantico è un patto difensivo, perché inglesi e americani non hanno consentito con la proposta del Governo sovietico di discutere il carattere di questo patto al Consiglio dei ministri degli esteri?

È noto che il governo sovietico aveva proposto di discutere tutti i patti da esso stipulati con gli altri paesi in seno al Consiglio dei ministri degli esteri.

Perché inglesi e americani hanno paura di dire la verità su questo patto e hanno rifiutato di discutere il Patto nordatlantico? Non è forse perché il Patto nordatlantico contiene clausole sull’aggressione all’URSS e gli estensori del patto sono costretti a nascondere ciò all’opinione pubblica?

Non è forse perché il governo dei laburisti ha consentito a trasformare l’Inghilterra in una base aerea militare degli Stati Uniti d’America per l’attacco all’Unione Sovietica?

Ecco perché i sovietici qualificano il Patto nordatlantico come patto aggressivo, diretto contro l’URSS. (...) Ecco perché i cittadini sovietici giudicano gli attuali politici anglo-americani fomentatori di una nuova guerra mondiale» (Stalin; Pravda, 1 agosto 1951).
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21/01/2024

100° anniversario della morte di Lenin. Testamento e continuità

In occasione del 100° anniversario della morte di Valdimir Il’ič Lenin, si ripropone un tema legato all’ultimissimo periodo della sua vita, accuratamente indagato da una parte della storiografia russa, ma meno conosciuto in Italia (se si escludono i lavori, per un verso, di Grover Furr e quelli, di stampo opposto, di Luciano Canfora): l’autenticità, o la paternità leniniana, degli ultimi testi inseriti tardivamente nel volume 45 delle Opere complete (PSS: Polnoe Sobranie Sočinenij; 5° ed. russa; 1964) e qua e là definiti “Testamento” di Lenin.

Più precisamente, il tema è quello della dubbia attribuzione a Lenin di lettere, dettati, appunti compresi tra il 23 dicembre 1922 e il 2 marzo 1923, prima del forte peggioramento del suo stato di salute, tra il 6 e il 10 marzo del ’23: “Lettera al Congresso” e “Aggiunta alla lettera”; “Sull’attribuzione di funzioni legislative al Gosplan”; “Sull’aumento del numero di membri del CC”; “Per la questione delle nazionalità o sulla “autonomizzazione””; “Pagine di diario”; “Sulla cooperazione”; “Sulla nostra rivoluzione”; “Come riorganizzare la RabKrIn”; “Meglio meno, ma meglio”.

In un’esposizione necessariamente limitata, si concentrerà l’attenzione quasi esclusivamente sulla “Lettera al Congresso” e su alcuni passaggi degli altri testi che, in qualche misura, ruotano attorno alla presunta volontà di Lenin di estraniare Stalin dalle funzioni di General’nyj Sekretar’ (GenSek) del CC del RKP(b).

L’esposizione che segue è interamente ripresa, in misura estremamente succinta, dal corposo volume (circa 500 pagine) pubblicato nel 2003 dallo scomparso storico Valentin Sakharov «Il “testamento politico” di Lenin», edito dall’Università di Mosca e in parte riprodotto dal citato Grover Furr in «L’inganno del “testamento di Lenin”». Lo si fa, anche con l’auspicio che tale opera possa prima o poi vedere una completa pubblicazione in lingua italiana.

In essa, Sakharov esamina il processo di “formazione” dei testi suddetti, attribuiti integralmente a Lenin; investiga le circostanze del loro “rinvenimento” e il loro utilizzo nelle lotte interne di partito; li analizza filologicamente, temporalmente, politicamente, trovando che le incoerenze in essi rinvenibili fanno il paio con quelle di testimonianze contrapposte di segretarie, familiari, medici, ecc., che assistettero Lenin a Gorki.

Ma, soprattutto, evidenziando che nelle numerosissime, evidenti, contraffazioni non si rifletteva altro che la contrapposizione di interessi di classi diverse nella società sovietica: le une al potere, altre che aspiravano ad accedervi o a tornarvi.

A partire dalla metà degli anni ’50, il tema dei rapporti tra Lenin e Stalin dopo il 1921, e soprattutto dopo il trasferimento di Lenin a Gorki, è stato affrontato pressoché sempre a senso unico, senza scampo per Stalin.

Parafrasando le parole di Aleksandr Zinov’ev – «miravano al comunismo, ma hanno sparato sulla Russia» – e riprese spesso dall’attuale leadership russa («volevano sparare all’URSS, ma hanno colpito la Russia»), si può dire che ormai da decenni si continui a usare il metodo di “colpire Stalin servendosi dell’autorità di Lenin”, puntando intanto, dicono i comunisti russi, a “colpire Lenin servendosi di Plekhanov”.

A partire dal rapporto segreto di Nikita Khruščëv al XX Congresso “Sul culto della personalità di Stalin e le sue conseguenze”, l’attenzione per l’ultimo periodo della vita di Lenin è stata completamente dirottata dalle questioni della costruzione del socialismo, effettivamente poste da Lenin, verso la cosiddetta “Lettera al Congresso”, contenente la proposta di «riflettere sul modo di trasferire Stalin» dal posto di GenSek del CC «a un altro posto».

Impostazione, questa, ulteriormente accentuata con Mikhail Gorbačëv e la critica delle tesi fondamentali di costruzione del socialismo in URSS.

Il tutto, all’insegna dello “smascheramento del culto della personalità di Stalin” e dell’autentica interpretazione delle idee di Lenin: il nome di Lenin usato cioè contro il leninismo.

Parallelamente, è andata ampliandosi la campagna basata sulla concezione trotskista del cosiddetto “Testamento” di Lenin.

Da parte sua, anche la storiografia sovietica, fino agli anni ’80-’90, non ha sviscerato la questione degli ultimi lavori di Lenin e soprattutto delle fonti documentarie che confermassero l’autenticità di tutta una serie di “dettati”, appunti, testi battuti a macchina, che invariabilmente mettevano in cattiva luce Stalin.

Così, nella campagna antistalinista e, in sostanza, antisocialista e antileninista, non si sono risparmiati rimaneggiamenti, aperte falsificazioni politiche e storiche, che hanno interessato gli ultimi anni della vita di Lenin.

Com’è naturale, i primi anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, con le classi borghesi appena sloggiate dal potere, ma tutt’altro che spodestate e prive di forza e di mezzi (anche grazie al sostegno occidentale), erano stati quelli in cui l’attacco al nucleo leninista aveva assunto forme estremamente violente.

Già allora, con l’autorità di Lenin si attaccavano in realtà Lenin e il leninismo: “sparando su Stalin” si intendeva colpire l’essenza proletaria del primo stato socialista. Se in origine l’attacco era portato alla dittatura operaia, facendo leva sugli elementi agiati dei contadini, erano poi le forze mai completamente debellate delle vecchie classi borghesi ad attaccare il potere operaio-kolkhoziano.

Poi, a partire dagli anni ’50, tornano alla ribalta le macchinazioni degli oppositori di trent’anni prima per colpire Stalin servendosi dell’autorità di Lenin. Riprendono campo “tesi”, scritti, note attribuite a Vladimir Ilič che, come oggi diventa sempre più chiaro, erano state messe a punto per tentare di screditare Stalin e il nucleo di bolscevichi a lui più vicino, facendo passare per posizioni politiche di Lenin quelle che in realtà non erano che tentativi di estromettere la direzione bolscevica del partito dalla direzione dello stato sovietico.

Il tutto, sulla strada dello scontro di classe che si sarebbe sempre più acutizzato, riflettendosi nel conflitto interno al VKP(b) tra linea proletaria e pretese piccolo-borghesi contadine, in un paese che, non va dimenticato, ancora per almeno quindici anni dopo il 1917, era costituito in maggioranza da contadini, con una classe operaia che solo negli anni ’30 passa da 9 a 24 milioni, grazie all’industrializzazione e alla meccanizzazione delle aziende agricole collettive, che liberava 20 milioni di persone dai lavori rurali.

Sono indicative le testimonianze dell’ex membro del Politbüro, ex presidente del Consiglio dei commissari del popolo ed ex Ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Molotov (morto vecchissimo, nel 1986).

Nel 1935 affermava che la struttura sociale del paese era mutata: praticamente scomparso l’elemento borghese, raddoppiata la componente proletaria rispetto al 1913, oltre la metà della popolazione costituita da kolkhozniki.

Ma, nel 1974, in una lunga serie di conversazioni con lo scrittore Feliks Chuev, diceva: «Khruščëv non è stato casuale. Il paese è contadino e la deviazione di destra è ancora forte. E’ pienamente possibile che tra pochissimo tempo vadano al potere gli antistaliniani, i bukhariniani. Le classi sfruttatrici non erano completamente debellate e questo si rifletteva nel partito. Atteggiamenti kulak ce ne sono ancora a bizzeffe nel partito».

La maggior parte degli “storici”, anche in epoca brežneviana, ma soprattutto nel periodo della “perestrojka”, si era sempre concentrata per lo più non sullo studio delle fonti di quanto lasciato dalla segreteria di Lenin, ma sul preteso isolamento “di Lenin imposto da Stalin” a Gorki e sul conflitto tra Krupskaja e Stalin, come anche sulla storia del cianuro e del perché Lenin si sarebbe rivolto proprio a Stalin perché glielo procurasse.

Chi altri se non il “perfido” Stalin, si lascia intendere, avrebbe potuto acconsentire a procurare il veleno a Lenin, tacendo sul fatto che proprio i rapporti strettissimi consolidatesi tra di loro, spingevano Vladimir Ilič a rivolgersi proprio a Iosif Vissarionovič per aiutarlo a por fine alle sofferenze causategli dalla malattia?

Valentin Sakharov ricorda che già prima di lui alcuni storici avevano posto correttamente la questione del metodo da seguire per indagare sull’autenticità di quella parte di testi attribuiti a Lenin.

E cioè: utilizzando prove dirette e indirette, confrontando fatti conosciuti e soprattutto studiando a fondo il testo del determinato documento (nel suo insieme e nelle sue singole parti, costruzione della frase, vocabolario: se fossero o meno “tipici” di Lenin), orientamento politico, lingua, stile, confrontando il dato testo con altri documenti attribuiti con sicurezza a Lenin, in particolare quelli vicini temporalmente.

Venendo al tema centrale, la domanda cardine è se l’atteggiamento di Lenin nei confronti di Stalin potesse davvero essere quello che risulta dalla lettura dei testi attribuiti a Lenin e che tratteggiano in maniera così negativa Stalin, fino a definirlo un “pericolo per l’unità del partito”.

Per quanto riguarda le famose “caratteristiche personali” che sarebbero state tratteggiate da Lenin nella “Lettera al congresso”, non ci sono prove o testimonianze di quanto affermato da Trotskij (o chi per lui) sul pericolo per il partito rappresentato dalla permanenza di Stalin nel ruolo di GenSek, o che si potesse ripetere l’episodio dell’Ottobre per Zinov’ev e Kamenev (allorché i due avevano reso pubblica la decisione segreta sull’insurrezione), o che Lenin abbia ribadito la sua sfiducia nelle capacità politiche e teoriche di Bukharin o di Pjatakov.

Oggi è escluso che si possa dimostrare l’autenticità di quelle note conosciute come “Caratteristiche” e “Aggiunte alle caratteristiche”, per spostare Stalin ad altro incarico, come pure del testo “Per la questione delle nazionalità o della “autonomizzazione””.

Non sollevano incertezze, nel “Testamento”, le note riguardanti Trotskij, che corrispondono ad altre note redatte da Lenin in anni precedenti e su cui non ci sono dubbi di paternità, come ad esempio per la contrapposizione tra Lenin e Trotskij sulla NEP o sull’assetto statale che, secondo Lenin, doveva basarsi sull’unione di proletariato e contadini, con ruolo dirigente del proletariato, mentre per Trotskij, si trattava del potere della classe operaia contro tutti gli strati non proletari della società.

È il contrario per le note su Stalin, in aperta contraddizione con le posizioni di Lenin del 1921-’22: i rapporti tra Lenin e Stalin, almeno fino a tutto il 1922, furono di fiducia e assonanza politica tra compagni; e non cambiarono nemmeno con la discussione a proposito della formazione dell’URSS, sulla questione della “federalizzazione” o della “autonomizzazione”.

La stessa pubblicazione dei diversi testi che compongono il cosiddetto “Testamento politico” solleva forti dubbi e non è possibile considerarne dimostrata l’autenticità.

Il primo di essi è “Per la questione delle nazionalità, ecc.”, presentato nell’aprile 1923 poco prima dell’apertura del XII Congresso, la cui appartenenza alla mano di Lenin è data solamente da alcuni racconti contraddittori tra segreteria di Lenin (Lidija Fotieva, Marija Volodičeva, ecc.) e memorie di Trotskij.

Non a caso, ciò avveniva dopo il terzo colpo apoplettico, nella prima decade del marzo 1923, allorché Lenin perdeva definitivamente l’uso della parola.

Un altro testo è rappresentato dai “dettati” del 24-25 dicembre 1922, conosciuti come “Caratteristiche”, trasmesso da Nadežda Krupskaja a fine maggio 1923, cioè un anno prima di quanto comunemente ritenuto e senza considerare tale testo come “Lettera al Congresso” e tantomeno “segreta”, come invece sarebbe stata presentata successivamente.

Lo stesso per la cosiddetta “Lettera di Ilič sul segretario” (che sarebbe un “dettato” del 4 gennaio 1923) che allora non era considerata come “aggiunta” alle “Caratteristiche” e dunque quale parte integrante della “Lettera al Congresso”.

Tutti questi “dettati” cominciarono a esser presentati come parte del “Testamento” di Lenin solo più tardi, a fine gennaio 1924, nei giorni dei funerali di Lenin e poi direttamente nel maggio 1924, al XIII Congresso.

Negli anni successivi, la “Lettera al Congresso”, quale “testamento politico” di Lenin che chiedeva di rimuovere Stalin da GenSek del CC, venne utilizzata a varie riprese dagli oppositori di Stalin, mentre Krupskaja cambiò più di una volta le “volontà di Lenin” a proposito della destinazione di tale documento.

Nella storiografia, il complesso degli ultimi documenti di Lenin, da lui dettati tra fine dicembre 1922 e inizi marzo 1923, è conosciuto con nomi diversi: “Ultime lettere e articoli”, “Testamento politico” (o “Testamento”).

Tra l’altro, nei protocolli del XIII Congresso del RKP(b) nel maggio 1924 non si trova traccia del “sostegno” che, secondo la vulgata in circolazione da sempre, Zinov’ev e Kamenev avrebbero prestato a Stalin per conservarlo nel posto di GenSek, in contrapposizione a Trotskij.

C’è inoltre la questione dell’analisi del “Diario dei segretari di turno” che, almeno fino agli anni ’70, era data per acquisita. Ad esempio, nell’articolo “Pagine di diario” si possono individuare due parti ben distinte: una attribuibile senza dubbio alla mano di Lenin e un’altra in cui è evidente l’intervento delle segretarie. Più o meno la stessa cosa per quanto riguarda “Per la questione delle nazionalità o della “autonomizzazione””.

Per quanto riguarda, in generale, il cosiddetto “Testamento” nel suo insieme, si tratta di analizzare l’elementare unitarietà di base di tale insieme di materiali; si tratta di stabilire quanti di essi siano stati in realtà “dettati” da Lenin e in che data ciò sia avvenuto.

In generale, sull’affidabilità dei “Diari dei segretari”, ci sono evidenti contraddizioni tra essi e i “Diari dei medici”: per i primi, sembra non si conosca l’originale, ma solo la versione riportata nel vol. 45 delle Opere (PSS). Seri dubbi generano anche le numerose discordanze calligrafiche nei rapporti delle segretarie, sia Fotieva che Volodičeva.

Nel “Diario dei segretari” non ci sono dubbi apparenti sui rapporti redatti fino al 18 dicembre 1922; a partire da quella data, le note assumono più l’aspetto di “memorialistica”, rispetto a quello “cancelleresco” precedente e dunque si dovrebbe indagare su quando quelle memorie siano state davvero dettate. Di per sé, esse servono solo a sostenere la tesi della effettiva paternità leniniana delle lettere del 5 e 6 marzo 1923.

Si notano forti contraddizioni nel “Diario dei segretari” a proposito dei dettati del 23-24 dicembre 1922 (“Caratteristiche”). Contraddizioni anche nelle note curate dal collegio redazionale delle Opere, a proposito dell’ultimo giorno del “Diario dei segretari”, del 6 marzo 1923, scritto da Volodičeva in forma stenografica, e che verte sostanzialmente sull’alterco Krupskaja-Stalin e le lettere inviate da Krupskaja a Zinov’ev e Kamenev al riguardo.

Nella nota n. 297 (compare a p. 608 del vol. 45 della 5° ed. russa) è detto che Volodičeva avrebbe decifrato i propri caratteri stenografici nel luglio 1956, mentre è noto che lo fece un mese prima: in tal modo si è voluto far discendere la decifrazione del diario, dalla pubblicazione del cosiddetto rapporto segreto di Khruščëv, in modo da avvalorarlo con le parole di una delle segretarie di Lenin.

Anche alla data del 1 febbraio 1923 del “Diario”, giorno in cui Lenin avrebbe parlato di vari argomenti (sostanzialmente sulla situazione nel CC del PC georgiano e sul Caucaso) nella pagina redatta da Fotieva sarebbero state aggiunte le parole attribuite a Lenin «Se io fossi in libertà…», dando loro il significato di rammarico per il presunto “regime di detenzione” che Stalin gli avrebbe imposto a Gorki, per sottrarlo ai contatti con altri esponenti del partito.

In generale, numerose non corrispondenze di date indicano che il “Diario” è stato più volte rimaneggiato.

Del resto, nel “Diario dei medici” si nega che Lenin abbia lavorato, sia il 6 gennaio 1923, – data in cui, stando al “Testamento”, avrebbe dettato la nota “Sulla cooperazione” – sia il 9 gennaio ’23 (Prima variante di “Come riorganizzare la RabKrIn”).

Quanto registrato dai medici sullo stato di salute di Lenin il 5 e 6 marzo 1923 getta seri dubbi sulla versione corrente a proposito della sua attività in quei giorni. Nel confronto tra “Diario dei segretari” e “Diario dei medici”, per l’arco temporale 24 dicembre 1922-6 marzo 1923, con 73 appunti dei medici e 30 delle segretarie, ci sono concordanze tra i due diari appena per 13 giorni su oltre 70.

Altre contraddizioni che si rilevano nei diversi documenti del “Testamento” riguardano grossolane alterazioni di destinatari per alcune note di Lenin (“a voi” invece che “a Voi”); travisamento di termini (nella nota “Come dare funzioni legislative al Gosplan” si dice “destini del partito”, invece di “giudici del partito”, cioè coloro che giudicavano, criticavano il partito, in primo luogo Trotskij); firme non usuali di Lenin e Krupskaja in calce alla famosa lettera che sarebbe stata indirizzata a Trotskij il 21 gennaio 1922 a proposito della questione del commercio estero (sulla decisione del Plenum del CC e sull’informazione in proposito data da Krupskaja a Lenin era sorto il conflitto Stalin-Krupskaja).

Lenin avrebbe firmato “N. Lenin” (una firma così Lenin non la usava da molti anni), mentre Krupskaja avrebbe firmato la breve aggiunta con “N.K.Ul’janova”, mentre invece si firmava sempre con “N.Krupskaja” o “N.K.”. Oltretutto, il “Diario dei medici” del 19-22 dicembre non registra alcuna attività di Lenin.

Tale documento non è nemmeno registrato nel Segretariato di Lenin e soprattutto contraddice altri documenti, la cui autenticità è da sempre fuori dubbio.

Ad esempio: Krupskaja giustifica la decisione di informare Lenin sulla deliberazione del Plenum con il permesso accordatole dal dott. Ferster. Questi, però, aveva visitato Lenin il 20 dicembre e sul “Diario dei medici”, per i due giorni successivi, non viene registrata alcun’altra visita al paziente, né tantomeno il consenso a una variazione nel regime di cura e attività e, quindi, del permesso che sarebbe stato accordato a Krupskaja di informare Lenin.

Inoltre, nell’appunto indirizzato il 23 dicembre a Kamenev, Stalin afferma che Ferster aveva «assolutamente proibito» a Lenin qualsiasi scambio epistolare. La decisione di non comunicare a Lenin «alcunché della vita politica, per non alimentare l’eventualità di una sua agitazione mentale» era stata adottata il 24 dicembre 1922 nel corso dell’incontro di Stalin, Kamenev e Bukharin coi medici.

Del resto anche la sorella di Lenin, Marija Ul’janova, descrive l’episodio dell’alterco Stalin-Krupskaja in modo diverso da Krupskaja e soprattutto lo daterebbe a qualche giorno più tardi. Ne risulta che la “lettera-rimostranza” di Krupskaja a Kamenev sarebbe stata “preconfezionata” quando ancora l’episodio non si era verificato.

Quale sarebbe stato il motivo per anticipare la data del conflitto Stalin-Krupskaja al 22 dicembre? Una possibile risposta è che così si sarebbe potuto legare l’episodio all’inizio del lavoro di Lenin su la “Lettera al Congresso”, in cui la “rozzezza” di Stalin è posta al centro della definizione del suo carattere e del pericolo per il partito costituito dalla sua permanenza nel ruolo di GenSek del CC.

Anche nelle diverse prime varianti di “Cosa dobbiamo fare con la RabKrIn” o “Come dobbiamo riorganizzare la RabKrIn”, datate tra il 9 e il 23 gennaio 1923, è detto che «i membri della CCC devono vigilare affinché nessuna autorità, né del GenSek, né di alcun altro membro del CC possa impedire loro di porre questioni all’OdG….ecc.».

Il fatto è che in nessuna delle varianti custodite negli archivi è detto in quel modo. È detto soltanto «nessuna autorità», mentre le parole «né del GenSek né di alcun altro…ecc» sono comparse solo a inizi anni ’60 nel PSS e da allora gli storici hanno “interpretato” la contraddizione al contrario: cioè che fosse stato Stalin a far togliere quelle parole.

È il caso, tra gli altri, del summenzionato Luciano Canfora (“La storia falsa”) che riprende le “scoperte” fatte (e interpretate) nel 1991 da Jurij Buranov, in piena epoca di “apertura degli archivi”.

Una “apertura” poi esaurientemente illustrata dallo scomparso (prematuramente e misteriosamente) ex Procuratore ed ex deputato del KPRF Viktor Iljukhin, che aveva fatto luce sulle macchinazioni di Aleksandr Jakovlev, con tanto di tecnici specializzati nella creazione di falsi documenti “storici”, carta d’epoca e timbri artefatti, intrufolati poi negli archivi del PCUS, per essere “scoperti” di lì a poco e dati in pasto sia alla stampa occidentale, che alla narrazione neotrotskista del testamento di Lenin (Fotieva agli ordini di Stalin, ad esempio), una versione rispondente non a progressi scientifici, ma ai dettami della “perestrojka”.

A proposito della “Lettera al Congresso”, la segretaria Fotieva riporta nel “Diario”: “scritto” e “dettato” a fine dicembre 1922. Ma dal 15 dicembre Lenin non poteva più usare la mano destra.

Nessuna parola da Segreteria, Krupskaja, o medici, sul lavoro di Lenin nei giorni di fine dicembre, in cui sarebbe apparso il “dettato” definito “Caratteristiche”. La prima volta se ne parla soltanto sul n. 9 del Kommunist del 1956.

Dunque, dove sono i “manoscritti”? Risulta che di alcuni documenti esistono soltanto copie (come nel caso della famosa “lettera ultimatum” di Lenin a Stalin del 5 marzo 1923, dopo l’episodio dell’alterco Krupskaja-Stalin del dicembre precedente), senza nessun originale: vien fuori che nell’Archivio Lenin, il tale o talaltro “articolo” “di Lenin”, o il tale appunto, compare solamente come documento spedito da altri, che lo avevano redatto da una copia avuta dalla segreteria di Lenin.

Quella “lettera ultimatum”, in cui Lenin si sarebbe detto pronto a troncare ogni rapporto con Stalin, se questi non avesse presentato le scuse per la “grubost’ ” (“rozzezza”) mostrata nei confronti della moglie, è stata presentata per decenni quasi come un complemento della “Lettera al Congresso”, avvalorando così le parole di Trotskij: «la lettera di Lenin sulla completa rottura con Stalin… non cadeva da un cielo sereno… Non solo cronologicamente, ma anche politicamente e moralmente, essa tracciava la linea conclusiva sui rapporti di Lenin con Stalin».

Nella storiografia sovietica (e non solo) l’interpretazione di Trotskij è rimasta un assioma per decenni.

Ancora. L’autore delle “Caratteristiche” – chiunque sia – scrive «Stalin, fattosi GenSek… ecc»… «ha concentrato nelle proprie mani... ecc» un grande potere.

Avrebbe potuto davvero Lenin scrivere così – «fattosi» – quando lui stesso si era fatto promotore della elezione di Stalin a GenSek e, soprattutto, quando il CC aveva eletto Stalin a proprio segretario?

Altre contraddizioni. Nelle “Caratteristiche” su Georgij Pjatakov (tralasciamo quelle su Bukharin, Zinov’ev, Kamenev, Trotskij) “dettate” il 25 dicembre, egli è definito come troppo infatuato «del metodo amministrativo e del lato amministrativo delle questioni»; ma due giorni dopo, il 27 dicembre, nel “dettato” sul Gosplan, Lenin lo difende dalle critiche di Trotskij, presentandolo quale degno vice del presidente del Gosplan, Gleb Kržižanovskij. E perché nelle “Caratteristiche” non si fa cenno agli altri membri del Politbjuro, come Tomskij, Rykov o Molotov (quest’ultimo, Segretario del CC e candidato al Politbjuro)?

Per Stalin: la caratteristica di «eminente dirigente» sembra scomparire, sommersa dai difetti di “non saper utilizzare con sufficiente cura il suo immenso potere”, che lo renderebbe “pericoloso per il partito”.

Tutto il contrario per Trotskij: insignificanti difetti fanno da sfondo ai suoi lati forti, che si trasformano in un vero e proprio panegirico: «si distingue per le sue eminenti capacità», «una personalità… il più capace individuo… nel CC», il cui «non bolscevismo» «gli può appena essere imputato».

Secondo l’autore della “Lettera al Congresso”, Stalin non ha affatto caratteristiche positive, mentre quelle negative sono foriere di rovina per il partito. Al contrario, in Trotskij si notano caratteristiche estremamente preziose per il partito.

Ne scaturisce dunque che per risolvere il problema del possibile conflitto nel partito, l’unica soluzione è quella di sacrificare, tra i due “eminenti dirigenti”, proprio Stalin. Ma Lenin non ha mai mostrato simili atteggiamenti, né nei confronti di Stalin, né di Trotskij.

Nei “dettati” del 24-25 gennaio sulle “Caratteristiche”, si evidenzia non tanto una opposizione a Stalin, quanto una simpatia per Trotskij: i colpi sono puntati più contro Zinov’ev, Kamenev, Bukharin, Pjatakov, che non contro Stalin.

Il “dettato” del 4 gennaio – “Aggiunta alle caratteristiche” – è invece diretto specificamente contro Stalin e coincide con il commento fatto da Trotskij stesso «il colpo era diretto in principal modo contro Stalin».

Nei confronti del famoso «episodio dell’Ottobre» di Zinov’ev e Kamenev, ne risulta che il «non bolscevismo di Trotskij» sarebbe un peccato veniale se confrontato con quello mortale dei due. Anche qui, dunque, è Trotskij a uscire favorito.

Per quanto riguarda Nikolaj Bukharin, egli avrebbe potuto rappresentare un pericolo per Trotskij solo sul piano ideologico: ed è proprio lì che le “Caratteristiche” vanno a colpire: «non ha mai studiato e, credo, non abbia mai compreso appieno la dialettica».

In realtà, al momento del XII Congresso, nell’aprile 1923, i leader più in vista del Politbjuro avevano messo in evidenza non il pericolo di scissione nel partito (come fatto invece da alcuni critici – “giudici” – del partito) bensì la crescente unità.

Bene o male, né il 24 dicembre 1922 (“Lettera al Congresso”), né il 4 gennaio 1923, né a fine gennaio, a febbraio, marzo o aprile 1923, nei rapporti personali e politici tra Stalin e Trotskij si era verificato alcunché che avrebbe potuto influire sulla stabilità del partito e provocare un pericolo di scissione.

Dunque, il pericolo che l’autore della “Lettera” indica quale più acuto e pericoloso doveva esser maturato soltanto nella seconda metà di aprile 1923, cioè quando Lenin aveva già perso ogni possibilità di attività: ne scaturisce che la “Lettera” non poteva esser apparsa prima del XII Congresso e Lenin non poteva esserne l’autore.

Infine, l’autore della “Lettera” propone di «riflettere sul modo di trasferire» Stalin: ma una tale richiesta era in contraddizione sia con lo statuto del partito, che con la sua pratica di lavoro. Perché mai il Congresso avrebbe dovuto “studiare il modo di trasferire Stalin”?

Il Congresso non avrebbe comunque potuto farlo, dal momento che il CC in carica rimetteva i propri poteri di fronte al Congresso; quest’ultimo avrebbe eletto il nuovo CC che, secondo lo statuto, nella propria seduta plenaria avrebbe scelto la Segreteria e il Segretario generale.

Il Congresso avrebbe semplicemente potuto non eleggere Stalin al CC, oppure eleggere una composizione tale del CC che in alcun modo lo avrebbe poi nominato Segretario generale.

In definitiva, l’ipotesi che emerge in principal modo è che la “Lettera al Congresso” non fosse altro che un documento messo a punto da elementi frazionistici del partito, più o meno legati a Trotskij o a qualche altra frangia d’opposizione; un documento redatto, si potrebbe dire, in maniera nemmeno tanto fine, quasi a rispondere al motto di Friedrich Hölderlin, «Neppure è bene esser troppo saggi».

Fonte

17/10/2023

Estetiche del potere. L’ultimo spettacolo. Immaginari funebri sovietici

di Gioacchino Toni

Gian Piero Piretto, L’ultimo spettacolo. I funerali sovietici che hanno fatto la storia, Raffaello Cortina Editore, Milano 2023, pp. 240, € 19,00

Dai funerali di epoca sovietica al culto della morte per la patria putiniano

Totalitari o democratici che siano, scrive Gian Piero Piretto, comune a tutti i regimi è «il ricorso ai riti collettivi, anche funebri, come strumenti di potere, esercitato nelle sue forme più diverse e subdole, per stabilizzarsi e affermarsi attraverso narrazioni emotivamente coinvolgenti» (p. 17). Nel volume dall’indovinato titolo L’ultimo spettacolo, l’autore analizza gli escamotage retorici e le forme estetiche di diverse cerimonie funebri di personalità influenti – allineate o scomode – della storia dell’Unione Sovietica, indagando la componente visuale degli eventi e le testimonianze scritte, valutando la relazione tra popolazione e governo, i meccanismi di strumentalizzazione e di coinvolgimento, le imposizioni e le spontaneità.

Lo studioso si dice convinto che approfondire la propaganda legata al rito funebre del periodo sovietico contribuisca a una maggiore comprensione dei fenomeni propri di una Russia contemporanea segnata da un rinnovato culto della morte per la patria venato di suggestioni medievali rilette in chiave filostaliniana.

Scrive Piretto che «nella Russia postsovietica putiniana le modalità di gestione delle emozioni, di ottenimento del consenso da parte del potere e la predisposizione della popolazione all’empatia totalizzante nei confronti di un leader» riprendono modalità proprie del peridio sovietico, tra queste anche un «culto della morte per la patria, molto vicino a quello impostato sulle morti sacrificali dei rivoluzionari sovietici negli anni Venti e addirittura tristemente evocante ideologie naziste» (p. 19).

Emblematiche di questo clima malsano sono le parole pronunciate da Vladimir Solov’ёv, giornalista-conduttore televisivo putiniano, in un suo intervento a Capodanno: “La vita è altamente sopravvalutata. Perché temere ciò che e inevitabile? Soprattutto quando ci aspetta il paradiso. La morte è la fine di un percorso terreno e l’inizio di un altro. Non lasciate che la paura della morte influenzi le vostre decisioni. Vale la pena di vivere solo per qualcosa per cui si possa morire, così dovrebbero stare le cose. Stiamo combattendo contro i satanisti. Questa è una guerra santa e dobbiamo vincerla”.

Il volume si apre con la ricostruzione di alcuni casi di esequie civili solenni dal profondo significato politico e lo fa a partire dai funerali civili riservati a Nikolaj Bauman, collaboratore di Lenin, deceduto nell’ottobre del 1905, il cui funerale, iconograficamente documentato, si trasformò in un’enorme manifestazione politica che vide sfilare oltre mezzo milione di persone in un’apoteosi di stendardi e bandiere rosse.

Vengono dunque tratteggiati i funerali di alcuni rivoluzionari del 1917 che, pur ispirati a quello di Bauman, come dimostra il materiale cine-fotografico dell’epoca, assunsero una forma del tutto particolare derivata dalla combinazione di vecchio e nuovo, di rituali militari e religiosi, forme tipiche delle manifestazioni operaie e messe in scena tipiche delle “feste della libertà” introdotte dai rivoluzionari. Un tipo di esequie riconducibile alla categoria della “scomparsa eroica sacrificale”. Strada facendo l’immortalità sociale ottenuta attraverso narrazioni e funerali ufficiali finì per diventare «la versione sovietica e corretta dell’obsoleta vita eterna religiosa» (p. 35) e i “funerali rossi”, oltre alla funzione di promemoria simbolico delle conquiste della Rivoluzione d’ottobre, intenderanno contribuire alla formazione della coscienza rivoluzionaria delle masse.

A dare il via a quella che sarebbe divenuta un’usanza sovietica per le esequie delle personalità politiche più importanti, ossia all’esposizione della salma all’interno della Sala delle colonne della Casa dei sindacati moscovita, fu il funerale del febbraio 1921 di Kropotkin organizzato autonomamente dai suoi compagni una volta rifiutate le esequie ufficiali. In questo caso i funerali si trasformano in una manifestazione di dissenso nei confronti dello Stato bolscevico.

Ad essere esaminato con attenzione è poi il funerale di Lenin del 1924 che prese il via con un primo corteo funebre che, nel sobborgo di Gorki, accompagnò la bara sino alla stazione ferroviaria da dove sarebbe partita alla volta di Mosca. Le immagini consentono di percepire la spontaneità della partecipazione popolare che, ancora non irreggimentata in scenografie istituzionali, procedeva in una sfilata richiamante le processioni religiose rurali ortodosse del secolo precedente, pur con una non irrilevante differenza: i contadini smisero di restare ai margini dell’evento trasformandosi da comparse defilate in coprotagonisti.

Il corteo divenne dunque una sfilata onorifica, una sorta di «riproposta in chiave politica contemporanea dell’archetipo della percorrenza della terra russa a piedi uniti all’antico e universale valore celebrativo della processione funebre», che «si sarebbe ripresentato per giorni interi fino a perpetuarsi nella lenta, immancabile coda che, nei decenni sovietici, si sarebbe snodata lungo l’apposito percorso tracciato dal giardino Aleksandrovskij fino alla piazza Rossa per rendere omaggio alla salma imbalsamata» (p. 47).

Nonostante l’intenso freddo, circa cinque milioni di persone resero omaggio allo scomparso e se, come visto, i funerali rivoluzionari avevano dialogato con la “festa”, nel caso della morte del leader bolscevico ad avere il sopravvento fu il dolore e lo sbigottimento nonostante una sloganistica votata ad attenuare la perdita: “Lenin vive!”, “Lenin è morto, ma il Partito comunista da lui creato è rimasto”, “Lenin e morto, ma il leninismo vive!”.

Non pochi tra i testimoni oculari parlarono di sensazioni da favola. Primo riscontro di una realtà che nei funerali di Stato successivi si sarebbe riproposta e avrebbe acquisito tonalità sempre più cariche. Necessità di costruire una scenografia mirabolante, una rappresentazione che prendesse nette distanze dalla tragicità e dalla complessità della situazione effettuale per trasportare con la suggestione in una dimensione altra e rassicurante. Anche se, nella fattispecie, tali espletazioni del lutto contrastavano nettamente con lo spirito e le volontà dell’illustre defunto. La ragion di Stato prevalse (p. 50).

Il funerale del celebre poeta Sergej Esenin, nel 1925, si trovò invece a fare i conti con il problema della morte derivata da suicidio, gesto che, da quel momento in avanti, iniziò a essere formalmente denunciato come atto antisovietico e antisociale del tutto inconcepibile per un comunista.

Nel 1930, come Esenin, anche Majakovskij morì suicida e non potendolo liquidarle come traditore, il regime si affrettò a ricondurre le cause a questioni sentimentali. Assenti i rappresentanti delle alte sfere politiche, a rendergli omaggio al Circolo degli scrittori, ove venne esposto il feretro, sfilarono centocinquantamila persone e decine di migliaia accompagnarono la bara al crematorio. Pur trattandosi di una partecipazione spontanea e non organizzata, tra i presenti, probabilmente, in molti non conoscevano davvero le sue poesie ma, scrive Piretto, «il suo mito, politico, personale, oltre che poetico, aveva scatenato la partecipazione popolare». Ormai da tempo, anche in Russia, aveva preso piede «la “cultura della celebrità” e anche alla morte veniva attribuito un significato sociale» (p. 82).

Tra i tanti «funerali illustri e ideologicamente corretti negli anni Trenta staliniani» (p. 85), definiti con estrema efficacia dalla studiosa Helena Goscilo “melodrammi nazionali”, vi è anche quello dell’esponente politico Sergej Kirov assassinato nella sede del Soviet di Leningrado. Non vi sono prove certe che si sia trattato di un omicidio voluto da Stalin, resta il fatto che il suo posto venne prontamente preso da Andrej Ždanov, personalità gradita al dittatore.

Dopo l’assassinio di Kirov immediata fu, in parallelo, la glorificazione del defunto, secondo modalità che la mitologizzazione della storia caratteristica del decennio avrebbe messo sistematicamente in campo. Kirov divenne uno dei più brillanti simboli della lotta contro i nemici interni. La cerimonia del suo addio, avvenuta il 6 dicembre 1934, fu molto solenne, pur non tanto grandiosa come era stato il commiato a Lenin. Cambiavano i morti, ma immutato rimaneva ciò attorno a cui si snodava tutto quel magnifico rituale, melodramma, che ben presto restò l’unico protagonista. I fatti storici, nella fattispecie le reali cause della morte del personaggio, perdevano importanza di fronte alla necessità di mitologizzare il presente, senza attendere che la storia avesse compiuto il suo corso (p. 87).

Gli anni Trenta cambiarono le carte in tavola in Unione Sovietica anche per i funerali delle personalità più rilevanti. «Decesso, sacrificio, immolazione, categorie che erano state determinanti per l’ideologia degli anni Venti, perdevano valore e cedevano il passo all’euforia per le conquiste del raggiunto socialismo e spianavano la strada alla creazione della realtà virtuale, impostata sulla gioia di vivere di Stato, che sarebbe stata caratteristica degli anni Trenta staliniani» (p. 77).

Piretto si sofferma anche sulle vittime dell’assedio di Leningrado facendo riferimento in particolare all’inverno passato alla storia come “il tempo della morte” in cui i cadaveri si accatastavano lungo le strade nell’impossibilità materiale di seppellirli; un contesto in cui i «corpi dei singoli cittadini e, metaforicamente, il corpo collettivo sociale mutavano e perdevano le proprie caratteristiche umane» (p. 98). Il Museo dell’assedio realizzato a Leningrado alla fine del tragico evento venne chiuso da Stalin nel 1948. «Il tema dell’eroismo, temporaneamente accantonato all’inizio della guerra nel cosiddetto tema leningradese della letteratura, tornò prepotentemente per sostituirsi a quello della sofferenza. Il concetto di “guerra” fu rimpiazzato dal concetto di “vittoria”. La storia della guerra diventava la storia della vittoria» (pp. 104-105).

Vista la sua rilevanza nella storia sovietica, il volume non poteva che dedicare ampio spazio al funerale di Stalin del 1953. «L’investimento totale nel culto staliniano portò nei giorni del lutto all’espressione di esasperazioni emotive, ciechi coinvolgimenti ideologici, commozioni estreme, fino all’isterismo e al suicidio» (p. 108). Come per Kropotkin, Lenin e Kirov, anche la camera ardente di Stalin venne allestita per il pubblico omaggio nella Sala delle colonne della Casa dei sindacati. Una folla immensa sentì il bisogno di presenziare incredula circa l’avvenuta scomparsa del leader. A differenza di quanto accaduto ad esempio per Lenin, in questo caso a dominare furono il senso di incertezza, di incredulità, di spaesamento in assenza delle consolanti convinzioni dogmatiche. «Paradossalmente, quello Stalin morto fu la versione del leader più autentica che molti sudditi sovietici avessero mai potuto contemplare: un esemplare unico, appena contraffatto, pressoché tangibile, almeno con lo sguardo, molto più “reale” dei mille simulacri che lo avevano incarnato nei decenni di vita e di potere» (p. 116). È curioso notare come i dipinti realizzati nella Sala delle colonne mostrino uno Stalin isolato, non attorniato, come nelle fotografie e nei filmati, dalla schiera dei compagni di lotta desiderosi di rendergli omaggio ma anche di mettersi in luce in vista della successione.

Mentre, come visto, Lenin era stato sepolto accompagnato dal canto militante, a risuonare durante le esequie di Stalin furono musiche di Chopin, Mozart, Beethoven e Čajkovskij. Il funerale venne trasmesso in diretta radiofonica all’intero Paese con altoparlanti nelle piazze. Estremamente studiata la concessione della parola dalla tribuna del mausoleo; a succedersi furono gli interventi di Malenkov, Berija e Molotov al cospetto di quattromilaquattrocento militari della guarnigione di Mosca e dodicimila delegati moscoviti.

Una volta collocata la bara di Stalin accanto a quella di Lenin, a mezzogiorno le porte del mausoleo si chiusero lasciando la scena ai botti di artiglieria, alle sirene delle fabbriche, delle locomotive e dei cantieri e a cinque minuti di assoluto silenzio in tutti i locali pubblici, nei luoghi di lavoro e nelle scuole. Dalla mole di pellicola girata durante i funerali sarebbe poi stato realizzato un film a colori intitolato Il grande addio che però, una volta terminato, venne accantonato probabilmente per volere di diverse autorità che, per motivi di convenienza politica, in epoca di destalinizzazione, preferirono rimuovere la loro precedente vicinanza al vecchio leader. Dalle oltre quaranta ore di girato il regista ucraino Sergej Loznitsa derivò nel 2019 un nuovo lungometraggio intitolato Funerali di Stato.

A morire lo stesso giorno di Stalin, ricorda Piretto, fu anche il musicista Sergej Prokof’ev. La sua scomparsa non venne però divulgata immediatamente, quasi a non disturbare la “morte principale” del momento. Trovandosi la sua abitazione vicina alla Sala delle colonne, nell’impossibilità di percorrere le strade con la bara del compositore, le autorità decisero di far ricorso «a una squadra di alpinisti militari che di notte trascinarono la cassa fuori dalla finestra con delle corde e la sollevarono fino ai tetti. Ci vollero cinque ore di rischiosa camminata su tetti spioventi per raggiungere la meta» (p. 122), ove presenziarono poche decine di amici e parenti al seguito.

Se, come suggerisce Piretto, si può affermare che, al di là del decesso vero e proprio, Stalin morirà metaforicamente una seconda volta sul finire degli anni Cinquanta per mano della condanna chruščeviana del culto della personalità, dunque una terza quando, all’inizio del decennio successivo, il Congresso del PCUS decise di rimuovere nottetempo le sue spoglie dal mausoleo per collocarle al muro del Cremlino, spetterà a Putin riesumare il mito di Stalin quando, in anni recenti, in risposta a un crescente malumore nei suoi confronti, decise di fare appello a un passato idealizzato. Non a caso, in occasione della sua visita a Volgograd nel febbraio 2023 per la commemorazione della battaglia di Stalingrado, la città lo ha accolto svelando un busto di Stalin e ripristinando, seppur temporaneamente, il nome Stalingrad.

Dopo aver tratteggiando le modalità con cui si venivano svolti i funerali sovietici della gente comune nei contesti cittadini tra gli anni Sessanta-Ottanta, Piretto, avvalendosi di resoconti dell’epoca e, soprattutto, di un filmato delle cerimonia reso pubblico dagli eredi nel 2017, dedica spazio alle esequie di Pasternak, caduto in disgrazia a seguito del romanzo Dottor Živago terminato nel 1955, opera accusata dal Comitato centrale del partito di essere calunniosa e antisovietica. In quell’occasione, per molti, partecipare al funerale significava non soltanto omaggiare la produzione letteraria dello scomparso ma anche esprimere una posizione di dissenso all’interno della Russia sovietica.

Un capitolo del volume è dedicato ai funerali di alcune donne importanti nel mondo sovietico. Nel febbraio 1919, racconta Piretto, le immagini dei funerali di Vera Cholodnaja, diva del cinema muto russo, si trasformarono in una sorta di suo ultimo film e conclusiva occasione di idolatria. Altri funerali di donne che seppero conquistare una certa partecipazione popolare furono quelli, nel 1920, della rivoluzionaria Inessa Armand, pianta pubblicamente dallo stesso Lenin alla Casa dei sindacati, dunque di Nadežda Krupskaja, una delle più strette collaboratrice di Lenin morta nel 1939 che, nonostante l’isolamento politico a cui era stata ridotta da Stalin, proprio quest’ultimo non mancò, come da copione, di essere tra i portatori dell’urna cineraria alla necropoli del Cremlino in un contesto che vide mezzo milione di persone renderle omaggio alla Sala delle colonne. Altro caso toccato dal volume è quello della poetessa Marina Cvetaeva, morta suicida nell’agosto del 1941 che, pagando l’emarginazione a cui era stata costretta, venne sepolta con una mesta cerimonia nell’indifferenza generale

L’onore di essere sepolte a Novodevičij, nel cimitero dell’elite nazionale, per quanto, allo stesso tempo, «alternativa diplomatica per le figure che non “meritavano” la visibilità della necropoli del Cremlino», spettò a donne come: Aleksandra Kollontaj, deceduta nel 1952, «pioniera dell’emancipazione femminile sovietica, femminista ante litteram, “valchiria della rivoluzione”, le cui teorie (spesso mistificate) relative all’eros e alle relazioni di coppia conquistarono il mondo suscitando perplessità tra molti bolscevichi di vecchia scuola» (pp. 154-155); la scultrice Vera Muchina, venuta a mancare l’anno successivo; Ekaterina Furceva, scomparsa nel 1974, per quattordici anni ministra della Cultura, poi divenuta scomoda al regime; Ljubov’ Orlova, morta nel gennaio 1975, diva sovietica delle commedie musicali dell’era staliniana.

Anna Andreevna Achmatova, tra le massime esponenti della poesia sovietica, pur essendo stata liquidata da Ždanov come una dei “portabandiera della poesia vuota, senza principi, da salotto aristocratico, assolutamente estranea alla letteratura sovietica”, alla morte nel 1966 venne omaggiata con necrologi e articoli pieni di riguardo nei suoi confronti, tuttavia le esequie, di cui esistono filmati, scontarono la storica condanna nei suoi confronti e si svolsero tra mille difficoltà.

Interessante il caso di Jurij Gagarin, per cui venne dichiarato il lutto nazionale, tributo mai concesso a un cittadino sovietico che non fosse un politico eminente. Il cosmonauta perse la vita trentaquattrenne nel 1968, a sette anni dalla sua impresa nello spazio, schiantatosi al suolo insieme a un istruttore di volo a bordo di un caccia. Le morti degli eroi-cosmonauti, ricorda Piretto, vennero spesso ammantate del discorso eroico-sacrificale proprio dei primi anni rivoluzionari: «immolazioni alla causa per la patria e investimenti esistenziali estremi che costellavano di imprese ardite la via verso il radioso avvenire» (p. 167). Il funerale di Gagarin aveva seguito il rituale non certo immune dal kitsch destinato alla scomparsa dei grandi personaggi sovietici: «l’accumulazione, l’inautentico, la facilità della fruizione, la riduzione della complessità estetica» (p. 169). Fuori copione, si sottolinea nel libro, i fiori portati dalla gente comune sparsi disordinatamente nei pressi della bara infransero il rigido controllo estetico previsto dalle autorità. Come dimostrano le immagini, alle esagerazioni kitsch del cerimoniale, segnate da un “troppo di tutto”, si contrapposero il contegno e la composta sobrietà della gente comune accorsa per sincero affetto nei confronti dello scomparso ma anche, come in molti altri casi, per presenzialismo e per il desiderio di partecipare a un’emozione collettiva.

Un funerale interessante è anche quello di Vladimir Vysockij, deceduto nel 1980, popolare cantautore e attore non apprezzato dal regime anche a causa di una condotta di vita non esemplare secondo i canoni ufficiali. Pur non essendo mai stato dissidente in senso stretto, per certi versi il cantante può essere collocato nella tradizione dei cosiddetti poeti “non raccomandati”. Nel suo caso il funerale si svolse con grande partecipazione popolare e, in assenza di un cerimoniale organizzato dalle autorità, finì per rivelarsi genuino quanto improvvisato.

Nel tardo pomeriggio del 25 dicembre 1991 veniva ammainata la bandiera rossa dal pennone sul Cremlino lasciando posto ad una che riprendeva gli storici colori rosso, bianco e blu. Venendo dunque ad all’era post-sovietica, è da notare come a Gorbačёv, venuto a mancare nel 2022, non siano stati concessi i funerali di stato. Per l’occasione il regime putiniano mise in scena uno sproporzionato sistema di controllo con tanto di imponente schieramento di agenti di polizia nel centro di Mosca, recinzioni, itinerari obbligati e metal detector nella malcelata intenzione di scoraggiare la partecipazione popolare alle esequie. Il Cremlino si era limitato a un formale telegramma di condoglianze alla famiglia, pur avendo dichiarato di malavoglia un giorno di lutto nazionale.

I funerali vennero tenuti presso il tempio moscovita di Cristo Salvatore per poi concludersi con la sepoltura nel cimitero Novodevičij. Anche il feretro di Gorbačёv venne ammesso alla storica Sala delle colonne della Casa dei sindacati, mantenuta insolitamente spoglia rispetto ai funerali di autorità, alla presenza della guardia d’onore. Le tensioni internazionali derivate dal conflitto in Ucraina bloccarono la partecipazione di numerosi capi di Stato stranieri. Lo stesso Putin si limitò a un rapidissimo passaggio alla camera ardente dell’ospedale e alla deposizione di un mazzo di fiori accanto alla bara.

Nell’ultima parte del libro Piretto sottolinea come recentemente Putin abbia esplicitamente riesumato il culto della morte per la patria infarcendo i discorsi ufficiali di “eroi”, “eroismi” e rimandi all’eredità lasciata dai combattenti della “guerra patriottica”, mentre al contempo il regime si prodiga in una politica di negazione dei decessi minimizzando il bilancio delle vittime tra le sue fila. «Una notifica di “disperso sul campo di battaglia” ha consentito alla Russia di non pagare i risarcimenti a cui hanno diritto le famiglie se una persona viene uccisa in prima linea». Si è dunque creata una situazione paradossale. «O si glorificano i defunti per emulare il patriottismo, e si accetta di rendere visibile il fatto che i soldati stanno decedendo a migliaia, oppure si deve negare la morte stessa, facendo finta che tutto sia sotto controllo» (p. 197).

Tale tipo di retorica putiniana riesce a far breccia soprattutto nelle periferie, nelle province e nelle campagne in cui minore è l’attrazione verso il mondo occidentale.

I ricorrenti accenti “sovietici” riportati in auge, lessico, tono, gestualità, al di la del suonare falsi e stonati per il loro cadere fuori contesto, ribadiscono il disagio che deve essere di molti, rispetto alla contemporaneità postsocialista, e l’adesione alla più manifesta attrazione che il proselitismo putiniano esercita: allucinazione di recuperare un passato glorioso e roboante attraverso la riapplicazione di modalità e pratiche che, in realtà, altro non sono che spettri passati a cui si cerca di ridare nuovo corpo (p. 198).

La conclusione del volume è dunque lasciata ad alcune riflessioni sulla stretta attualità russa a partire dal “non funerale” di Prigožin nell’estate del 2023. La vicenda della colonna militare della Wagner diretta su Mosca, al di là delle letture degli eventi proposte dai media, resta al momento tutta da decifrare. Nel frattempo quel che è certo è che il suo comandante, Prigožin, è morto, insieme ad altri membri del gruppo, su un aereo schiantatosi al suolo.

La vendetta del Cremlino per lo “sgarbo” compiuto dal “traditore della patria” Prigožin il 24 giugno è stata plateale ed efferata», scrive Piretto, è dunque inevitabile «un collegamento con il passato, la morte (e le successive onoranze funebri) di Kirov […], “amico” di Stalin – ucciso nel 1934, forse, per sua stessa volontà –, le cui ceneri erano state portate a spalla anche dall’enigmatico leader. Il suo assassinio era stato strumentalizzato per dare il via alle repressioni dei cosiddetti nemici interni. Copione non così dissimile da quanto è accaduto nella Russia del 2023, dove gli ex “nemici interni” sono stati ribattezzati “agenti stranieri” (p. 205).

Nel caso di Prigožin, nel suo scarno messaggio di condoglianze, Putin si è ben guardato dal riferirsi allo scomparso come a un “Eroe della Russia”, limitandosi a segnarle blandamente il suo contributo alla lotta della Russia contro l’Ucraina, aggiungendo che “era stato un uomo dal destino difficile” capace però di ottenere “i risultati desiderati”. Nonostante tali dichiarazioni siano di difficile decifrazione, non si può non notare come Putin abbia evitato di inveire contro presunti responsabili o anche solo di suggerirne l’identità. Il sorgere di memoriali spontanei volti a celebrare Prigožin, secondo lo studioso, mostrano come in Russia negli ambienti contrari a Putin si riponessero speranze nel defunto leader della Wagner o, almeno, si tenti di costruire attorno alla sua figura una mitologia utile a fini politici, a riprova di come, ancora oggi, l’“ultimo spettacolo” continui a rivelarsi momento tutt’altro che secondario di propaganda e lotta politica.

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05/09/2023

I giorni della fine della seconda guerra mondiale

Siamo ai primi di settembre, 78 anni fa si concluse la più grande carneficina della Storia, la seconda guerra mondiale. Questo che propongo in fondo al pezzo è un magnifico documentario sulla fine della seconda guerra mondiale in Asia.

I mesi che seguirono la resa della Germania, la fiera determinazione del Giappone a resistere, il generale McArthur che – nonostante i bagni di sangue per conquistare due piccole isole (Iwo Jima e Okinawa) è ben contento di pianificare, per il novembre 1945, la più grande invasione di terra della storia, maggiore di quella di Eisenhower in Normandia nel 1944.

Il Giappone disperato che promette agli yankees di fargliela pagare carissima, combattimenti all’ultimo sangue, con l’esercito del territorio metropolitano ancora forte, con gli aerei kamikaze, con la popolazione addestrata a combattere all’arma bianca fino alla morte.

L’invasione del Giappone – a novembre – non è in realtà una prospettiva realistica. L’URSS ha promesso di abbandonare la sua neutralità e invadere Manciuria e Corea, sempre in mano nipponica, anche se isolate dal Giappone a causa di un blocco navale totale.

Lo farà con calma, spostando l’esercito che ha vinto in gran parte la guerra in Europa sul fronte orientale, pagando un prezzo altissimo. Il compenso ad est per l’URSS non è poi granché: l’isola di Sakhalin e l’arcipelago delle Kurili.

I Giapponesi avviano trattative proprio con l’URSS ancora neutrale, a giugno e luglio: pensano di avere ancora margini di manovra per una “pace onorevole”.

La rimozione del generale Tojo da primo ministro ha fatto sì che si creino pian piano due fazioni contrapposte: il governo, possibilista per la pace, e l’esercito, fermamente convinto a combattere: i militari sanno che le recenti carneficine hanno impressionato gli americani, la prospettiva di un bel mezzo milione di morti USA – ad essere ottimisti – li preoccupa, contando che finora hanno avuto, in tutta la guerra, meno di 300.000 morti.

I Giapponesi sperano di evitare la resa incondizionata, non importa se al prezzo di milioni di giapponesi morti, pensano che gli invasori alla fine proporranno una tregua. Contano sull’opinione pubblica americana (che fu determinante in Vietnam, ricordate? Gli americani medi si smuovono solo per le bare con la bandiera stelle e strisce che tornano in patria, mezzo milione di ucraini, per fare un esempio attuale, poco importano).

La situazione agli inizi di luglio è quasi di stallo, quando succedono due fatti che precipitano le cose:

– il 16 luglio, ad Alamogordo, viene testata con enorme successo la prima bomba atomica. La sua forza distruttiva è oltre le aspettative, come 20.000 tonnellate di tritolo in un solo ordigno, con un nocciolo di plutonio di pochi chilogrammi. Due altre bombe son pronte all’uso subito, una terza seguirà per fine agosto, prima di novembre si prevede di averne una decina.

– Il 17 luglio, i “tre grandi” Stalin, Churchill (poi sostituito da Attlee) e Truman – novellino al suo primo summit – si riuniscono a Potsdam, per decidere la spartizione della Germania e per lanciare un ultimatum al Giappone. Truman ha ora però un asso nella manica, ed annuncia a Stalin che gli USA hanno la bomba atomica pronta.

Stalin incassa da buon giocatore di poker, dice di esserne contento, e si raccomanda che gli USA ne facciano buon uso contro il Giappone. L’ultimatum di Potsdam può essere duro e senza compromessi: resa incondizionata. Se il Giappone non si arrenderà, farà la fine della Germania. Nessun cenno in positivo o negativo sul destino dell’imperatore.

Quest’ultimo fatto rende l’ultimatum inaccettabile per il Giappone, che infatti “mokusatsu”, cioè “ucciderà col silenzio” quella intollerabile offesa.

Truman alla TV promette distruzione totale, intima la resa, e non esagera. Ma Stalin ora non procede più con calma. Da un lato dà un’accelerata al programma nucleare sovietico, ma soprattutto ha fretta di partecipare alla festa finale al Giappone, teme che gli USA possano finirla senza il suo intervento.

Accelera i preparativi: ai primi di agosto – con uno sforzo logistico senza precedenti in tutta la guerra – un’armata formidabile si appresta a invadere la Manciuria.

Proprio questo fatto convince Truman a non tentennare con l’uso dell’atomica; niente lancio dimostrativo su Okkaido in zona deserta, si cerca invece il massimo effetto: Hiroshima ben densa e popolata e con molti edifici in legno.

Il sei agosto, 70.000 persone muoiono all’istante, altre decine di migliaia, meno fortunate, nei giorni e settimane successive fra sofferenze atroci, peggio che a Dresda a febbraio e a Tokyo a marzo 1945.

Non è che un morto per l’atomica “muoia di più” rispetto a un bombardamento incendiario al fosforo, ma è l’orrore per questo nuovo tipo di arma, una bomba sola capace di tanta distruzione, e le radiazioni, le ustioni profonde, incurabili e orribili, la gente apparentemente poco ferita che nelle settimane muore di sindrome acuta da radiazioni, consumata come un ustionato, leucemico, anemico e con emorragie interne, tutto assieme.

Mi fermo qui.

Truman annuncia che hanno distrutto Hiroshima “a military base” (vero solo diciamo al 20%) e che è solo l’inizio. Non dice che ne hanno pronta solo un’altra, intima ancora la resa. Purtroppo il governo giapponese non si smuove: Hiroshima non è la prima città distrutta che hanno avuto, Tokyo a marzo ha fatto più vittime, “resisteremo”, etc. etc.

Il nove agosto c’è la vera svolta: da un lato, gli USA bombardano Nagasaki, casomai qualcuno pensasse che Hiroshima fosse un una tantum (leggermente meno morti perché il territorio non è piano ma collinoso, ma siamo lì), ma soprattutto l’URSS invade la Manciuria ed è chiaro che in pochissimo travolgerà le forze giapponesi come uno schiacciasassi.

Le ultime speranze del Giappone svaniscono, nessuna “resa condizionata”, devono solo decidere a chi arrendersi incondizionatamente, quale dei due nemici offre più probabilità di salvare almeno l’imperatore.

Il quale per la prima volta interviene di persona, decide che il Giappone deve arrendersi incondizionatamente: agli americani.

Il 15 agosto Hiro Hito – scongiurato un ultimo tentativo di colpo di stato dei militari – parla alla nazione alla radio, cosa mai successa nella storia: è un nastro registrato alle 23 del 14 agosto. Dice che il Giappone deve “tollerare l’intollerabile” e arrendersi: agli USA, quindi, l’Unione Sovietica non viene neppure menzionata.

Racconta McArthur che i giapponesi chiesero di salvare almeno formalmente l’istituto imperiale, gli americani non avevano problemi a riguardo, purché alle loro condizioni: occupazione totale del Giappone, McArthur viceré con pieni poteri fin quando pareva agli USA, Hiro Hito un semplice pupazzo, utile per tenere buoni i giapponesi. E finiamola lì.

Gli americani invadono il Giappone, dopo il 15 agosto, ma pacificamente: milioni di giapponesi prima pronti a farsi uccidere, piuttosto di arrendersi, ora lasciano fare: la volontà dell’Imperatore non può essere discussa. Chi non può sopportare l’onta, si uccide.

E l’URSS? Senza il suo intervento decisivo il Giappone non si sarebbe arreso così presto, ma Stalin era realista.

Non poteva arrivare “a piatti quasi lavati” in una guerra che era degli USA, e occupare il Giappone: l’esercito sovietico fece buon uso della mancata resa del Giappone, occupò in poco tempo, nella seconda metà di agosto, tutta la Manciuria e pure la Corea, fermandosi però al 38esimo parallelo, oltre che le isole pattuite. Fece un po’ come noialtri con gli austriaci a Vittorio Veneto nel 1918.

Le trattative segrete con gli USA ebbero come contropartita l’estensione della sfera di influenza sovietica in Europa ben oltre i limiti concordati a Yalta in febbraio: Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, al 100%, non 50-50, 75-25, come nel pizzino di Roosevelt siglato da Stalin. Gli USA mollarono il governo polacco “bianco” in esilio, anche la Polonia fu totalmente comunista.

Ed al Giappone – vista la situazione – conveniva: risultò piegato da un’arma nuova e formidabile, invece che essere invaso dai sovietici, che di Hiro Hito avrebbero fatto carne morta.

L’imperatore non fu imputato nella “Norimberga giapponese” del 1946, e il Giappone in poco tempo cambiò pelle e divenne il baluardo occidentale nell’est asiatico: sempre con Hiro Hito imperatore, che visse per decenni, criminale di guerra, ma unico ad aver avuto il coraggio di arrendersi.

I crimini di guerra, inarrivabili, del Giappone in qualche modo perdonati, il Giappone da carnefice nella vulgata passò a quasi vittima, dato che in qualche modo la pagò con le due atomiche.

Perché l’ho fatta così lunga? Perché il documentario è in inglese, purtroppo.

Ma, anche se di fonte occidentale, incredibilmente dice come andarono ESATTAMENTE le cose in modo onesto, con i giusti dettagli, senza adagiarsi nelle solite narrazioni.

Ad esempio: spiega la costruzione del mito della bomba atomica “che da sola vinse la guerra”, la realpolitik di Stalin che fu forte, molto abile e anche assennato: aveva già avuto 25 milioni di morti, non era il caso di togliere le castagne dal fuoco agli americani un’altra volta come con i nazisti, accollandosi in parte anche l’invasione del Giappone da nord, da Sakhalin.

Truman, succeduto a Roosevelt ad aprile, cui nessuno dava un soldo bucato, un piccolo uomo privo di cultura e mediocre parlatore in pubblico con quella voce chioccia, si dimostrò invece all’altezza. Altro che un indeciso, ebbe invece pochi scrupoli.

Gli unici a pagare questo “bel finale”: 150.000 morti innocenti a Hiroshima e Nagasaki. In loro nome noi ci battiamo, incrollabilmente, perché non possa succedere MAI PIÙ.

Nel 2025 saranno ottant’anni, finché avremo voce ci batteremo con ogni mezzo perché la verità si conosca nei particolari, senza mitologie e narrazioni di comodo, ed anche gli scienziati delle prossime generazioni possano fungere da ultimo baluardo della Pace e della VITA sulla Terra, quando i potenti del Pianeta, come è capitato e sta capitando, si comportano da ca**oni criminali e per i loro giochi di potere e predominio mettono totalmente a rischio il futuro delle prossime generazioni.

Non serve essere scienziati nucleari per avere un po’ di coscienza, ma per gente come me è un crimine non averla, ecco.

Si possono attivare i sottotitoli, nel video. Trovate il più giovane in famiglia – purché maggiorenne – che l’inglese lo sa meglio, e guardatelo: sono poco più di 40 minuti.

Sono ovviamente a disposizione per domande, mica ho la verità in tasca, ma mi sono già dilungato fin troppo.


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30/08/2023

Quale destino per l’Ucraina post-majdanista?

Secondo il giornale libanese Al-Binaa, altri segnali sarebbero giunti a confermare quanto si ripete da tempo: gli USA sarebbero alla ricerca della strada per disfarsi di Vladimir Zelenskij.

La diversa retorica dei media occidentali, osserva Al-Binaa, testimonierebbe che USA e NATO cominciano ad ammettere il mutato equilibrio di forze nel mondo. Indicativi, sarebbero i colloqui dello scorso 21 agosto del presidente degli Stati maggiori riuniti USA, Mark Milley in Vaticano, ricevuto dal papa.

Il forse troppo ottimista (e certamente molto fantasioso) redattore del quotidiano di Beirut ipotizza che Milley avrebbe ammesso il fallimento della controffensiva ucraina e avrebbe addirittura chiesto consiglio a Bergoglio su una possibile “uscita dignitosa” americana dall’Ucraina.

I due avrebbero discusso, appunto, del modo «di disfarsi dell’attuale presidente ucraino» e nientepopodimeno che di un fantascientifico «accordo, secondo cui gli USA smantellerebbero i propri sistemi antimissilistici in Polonia, Romania e Turchia».

Come si dice dalle nostre parti, “tutto pol’esse”; anche se è quantomeno spassoso pensare a uno yankee in ginocchio a “chiedere consiglio” a chicchessia ed è difficilissimo non solo credere, ma anche solo immaginarsi gli USA intenti a ritirare proprie armi, almeno che non sia per riposizionarle in altre lochescion ritenute al momento più favorevoli.

In ogni caso, la scorsa settimana, anche la presidente ungherese Katalin Novak ha fatto visita al papa, dopo di che ha dichiarato che «presto arriverà il momento per la soluzione del conflitto in Ucraina».

Pronunciato dalla “beniamina” di Viktor Orban, il presagio dovrebbe mettere sul chi va là almeno Vladimir Zelenskij, tanto più che Novak, più o meno negli stessi giorni, nel corso della terza conferenza internazionale della cosiddetta “Piattaforma di Crimea”, ha detto chiaro e tondo al capo della junta nazigolpista che, a guerra finita, la Transcarpazia costituirà una preziosa risorsa per gli ungheresi e per Budapest.

Nel viaggio verso Kiev, Novak ha attraversato la Transcarpazia, dove il 20 agosto ha «avuto l’opportunità di celebrare la nostra giornata nazionale insieme alla comunità nazionale ungherese».

«Come ha detto Lei», ha dichiarato, rivolta direttamente a Zelenskij, la Transcarpazia «è una risorsa per il futuro, quando finalmente inizieremo a ricostruire l’Ucraina. Può servire come risorsa anche per noi, contiamo su di voi per avere un’amicizia molto forte tra gli ungheresi e gli altri rappresentanti delle comunità della Transcarpazia».

In questo modo, osserva PolitNavigator, parlando di “altre nazionalità”, Novak ha evitato di ricordare che, oltre agli ungheresi, nella regione vivono anche ucraini, classificati invece al pari di tutti gli “altri”, senza che ciò abbia sollevato obiezioni da parte di Zelenskij.

Ovviamente, da sempre, non è solo l’Ungheria ad avanzare pretese su territori ucraini. L’ex consigliere del Pentagono Douglas Macgregor, in un’intervista a Dialogue Works, torna a puntare il dito su Polonia e Lituania, che potrebbero azzardare un intervento in Ucraina occidentale “aggirando” la NATO.

Ma se ciò avverrà, pur se l’azione fosse “non coordinata” coi vertici atlantici, le truppe di Varsavia e Vilnius verrebbero viste come truppe NATO, con tutte le conseguenze del caso.

Su un’altra linea, l’ex Ministro dell’istruzione ucraino (2010-febbraio 2014) Dmitrij Tabačnik, suggerisce invece a Mosca di pensare a come restituire parte delle attuali regioni ucraine ai precedenti titolari: Polonia, Ungheria e Romania e, ovviamente, Russia. Lo ha detto ai microfoni di Krym 24.

Se non apprendiamo la «lezione e non cambiamo noi stessi, i nostri figli e nipoti dovranno affrontare lo stesso problema. Mio nonno ha combattuto da Kiev a Stalingrado e da Stalingrado a Vienna. Per fortuna, è morto a 90 anni, nel 1992. Non avrebbe potuto sopportare uno scontro tra russi e russi. Pertanto, penso che, prima di tutto, le terre russe dovrebbero tornare alla Russia; come storico, credo che la Galizia non sia terra ucraina e la popolazione tutt’altro che ucraina: sono galiziani, un gruppo etnico a sé».

Secondo Tabačnik, a tutt’oggi né Varsavia, né Budapest, né Bucarest riconoscono le acquisizioni ucraine; Kiev dovrebbe insomma rinunciare ai territori acquisiti alla fine della guerra, a est e a ovest; si dovrebbe fare dell’Ucraina centrale un’area cuscinetto in cui, trascorso un ventennio dopo la de-nazificazione, dovrebbe tenersi un referendum sulla autodeterminazione.

Le dichiarazioni dell’ex Ministro hanno sollevato le proteste del presidente del Congresso delle comunità russe di Crimea, Sergej Šuvajnikov, secondo il quale «non si deve conservare la minima isola di ucrainicità! Non si può parlare in quel modo: questo lo diamo a quelli, quest’altro a questi o a quegli altri. Si tratta di territori primordialmente russi, conquistati; come storico, Tabačnik dovrebbe sapere in quali aree fossero stanziate le tribù russe, slave. Dobbiamo perseguire questa ucrainicità anti-russa; essa deve essere eliminata. Se rimarrà anche solo un’isoletta di ucrainicità, quegli stessi stati la nutriranno e di nuovo inizierà a combattere contro la Russia».

E, a proposito di territori tornati alla Russia, Rostislav Iščenko scrive su Ukraina.ru che già oggi, dopo il ritorno di sei nuove regioni nell’orbita russa, si può dire che entreranno nella compagine russa non l’Ucraina, non il Donbass, non la Novorossija, bensì singole regioni. Ogni area si unirà per conto suo, così che un’unica politica di de-ucrainizzazione sarà soggetta alla politica di ogni singola regione.

Iščenko illustra poi il proprio personale metodo di intervento. È necessario, dice, «non vietare nulla oltre ciò che è proibito dalla legge russa, ma dare ciò che è garantito dalla Costituzione, in modo tale che essi stessi lo rifiutino. Tale metodo non funzionerebbe o incontrerebbe enormi difficoltà se avessimo a che fare con un’unica entità politica controllata da Kiev, Kharkov o Donetsk. Ma, con zone frammentate, mi sembra ineccepibile».

E porta a esempio la questione della lingua: la Costituzione non consente di proibire lo studio dell’ucraino nelle scuole ucraine. Se l’Ucraina si conservasse come una sorta di unità politica (anche autonoma nella compagine russa), elaborerebbe un’unica norma linguistica e, sul territorio di quell’autonomia, assicurerebbe una costante, se pur limitata, offerta per chi parla ucraino.

Ne approfitterebbero «scrittori, poeti e altri “artisti” “nazionali”, e su questa base si conserverebbe e riprenderebbe vita il banderismo, come era accaduto nella SSR ucraina». Ma nelle singole aree non sussisterebbe un apparato (tipo Accademia delle Scienze, o Istituto linguistico nazionale) in grado di elaborare una comune norma linguistica. L’unica norma sarebbe la «lingua russa, e diverrebbe anti-economico scarabocchiare poesie e romanzi in ucraino: non ci sarebbe sufficiente mercato».

In generale, continua Iščenko, non esiste «una norma unica per la lingua ucraina. Quella creata dai bolscevichi sulla base del dialetto di Poltava si è persa, cancellata dai nazionalisti ucraini come “troppo russificata”... Di fatto, l’ucraino parlato oggi è un suržk di centinaia, se non migliaia di villaggi locali: il suržk di Odessa differisce da quello di Vinnitsa e tutti e due da quello di Khar’kov, di Žitomir e più si va a ovest, più si moltiplicano i suržk e più differiscono da quelli dell’est, sud e centro d’Ucraina».

Dunque, per garantire il diritto costituzionale all’insegnamento nella lingua madre, «ogni regione o distretto dovrebbe farlo attingendo dal proprio bilancio locale... sarebbe un diritto, non un dovere: è una questione di principio»: ogni singolo villaggio dovrebbe scegliere se ripristinare una strada, oppure nominare insegnanti di matematica, fisica, ecc. di lingua ucraina.

Alla fine, dato che la lingua russa e gli insegnati di matematica, fisica, di lingua russa dipendono invece dal bilancio statale, si smetterebbe di optare per il “proprio” suržk banderista e il banderismo scomparirebbe.

Che il nazionalismo e il filo-nazismo banderista, nei decenni abbiano innalzato, tra le proprie “bandiere”, anche quella della lingua ucraina, è un fatto. È però da dubitare che il solo “mettere i bastoni tra le ruote” alla lingua ucraina serva a lottare contro il banderismo, sviluppatosi sul terreno del preesistente nazionalismo e rimasto, come quello, al servizio delle mire antisovietiche delle ex classi borghesi spodestate d’Ucraina, complice poi dei nazisti hitleriani.

La battaglia per liberare veramente il popolo ucraino dal banderismo e dal neonazismo è una battaglia di classe e non la sfida di un nazionalismo a un altro.

Proprio a proposito della questione della lingua, ma più in generale sulla questione dell’autodeterminazione, del diritto alla separazione, di lotta al nazionalismo borghese e di unità tra proletariato ucraino e grande-russo e, nello specifico, a proposito della “ucrainizzazione” degli organi di partito e di governo nella RSS d’Ucraina, riportiamo una nota del politologo russo Aleksandr Khaldej.

Nota preziosa, anche perché si muovono spesso accuse ai bolscevichi, di aver contribuito ad alimentare la russofobia ucraina, prima con la costituzione di una RSS ucraina distinta dalla Russia, poi col promuovere la politica di “ucrainizzazione”.

In una famosa lettera inviata nell’aprile 1926 «Al compagno Kaganovič e agli altri membri del Politbjuro del CC del KP(b)U», Stalin affronta la questione delle spinte nazionalistiche che si stavano sempre più manifestando tra le masse ucraine e anche all’interno del CC del KP(b)U, favorite da un intreccio di legami tra il PC dell’Ucraina occidentale (KPZU), nazionalisti borghesi della Unione nazional-democratica ucraina (UNDO) e il comunista ucraino Šumskij.

Scrive Stalin:
«Ho avuto una conversazione con Šumskij. (…) Ritiene che la crescita della cultura ucraina e dell’intellighenzia ucraina stia procedendo a ritmo rapido, che se non prendiamo in mano questo movimento, potrebbe sfuggirci. Ritiene che a capo del movimento dovrebbero esserci persone che credono nella causa della cultura ucraina, che conoscono e vogliono conoscere questa cultura, che supportano e possono sostenere il crescente movimento per la cultura ucraina.

Egli è particolarmente scontento del comportamento dei vertici di partito e sindacali in Ucraina che, a suo avviso, ostacolano l’ucrainizzazione. Egli pensa che uno dei peccati principali dei vertici partitici e sindacali consista nel fatto che non attirano alla direzione del lavoro di partito e sindacale quei comunisti che sono direttamente legati alla cultura ucraina. Pensa che l’ucrainizzazione debba condursi principalmente nelle file del partito e tra il proletariato.

Secondo: egli pensa che per la correzione di queste carenze, sia necessario prima di tutto cambiare la composizione dei vertici di partito e sovietici dall’angolo visuale della ucrainizzazione (…)

Ecco la mia opinione a questo proposito. Ci sono alcune riflessioni corrette nelle affermazioni di Šumskij sul primo punto. È vero che un ampio movimento per una cultura e una partecipazione sociale ucraine è iniziato e sta crescendo in Ucraina. È vero che in nessun caso dobbiamo mettere questo movimento nelle mani di elementi a noi estranei.

È vero che un certo numero di comunisti in Ucraina non capiscono il significato e l’importanza di questo movimento e quindi non si adoperano per assumerne la direzione. (...)

Ma Šumskij commette almeno due gravi errori nel farlo. Primo. Mischia l’ucrainizzazione del nostro partito e di altri apparati con l’ucrainizzazione del proletariato. È possibile e necessario ucrainizzare, a un certo ritmo, il nostro partito, lo stato e gli altri apparati al servizio della popolazione. Ma il proletariato non può essere ucrainizzato dall’alto.

È impossibile “costringere” le masse operaie russe ad abbandonare la lingua e la cultura russa e a riconoscere l’ucraino come loro cultura e lingua...

Non c’è dubbio che la composizione del proletariato ucraino cambierà con il progredire dello sviluppo industriale dell’Ucraina, nella misura in cui gli operai ucraini affluiranno all’industria dalle campagne circostanti.

Non c’è dubbio che la composizione del proletariato ucraino si ucrainizzerà, così come la composizione del proletariato, diciamo, della Lettonia o dell’Ungheria, che un tempo aveva carattere tedesco e si è poi lettonizzato e magiarizzato.

Ma si tratta di un processo lungo, spontaneo, naturale. Cercare di sostituire questo processo naturale con una ucrainizzazione forzata dall’alto del proletariato, significa condurre una politica utopistica e nociva, foriera di evocare in Ucraina uno sciovinismo anti-ucraino negli strati non ucraini del proletariato (…)

Secondo. Sottolineando del tutto correttamente il carattere positivo del nuovo movimento in Ucraina per la cultura e la partecipazione sociale ucraine, Šumskij tuttavia non vede i lati oscuri di questo movimento. Šumskij non vede che, data la debolezza dei quadri comunisti indigeni in Ucraina, questo movimento, interamente guidato dall’intellighenzia non comunista, può in alcuni punti assumere il carattere di una lotta per l’estraneazione della cultura e della socialità ucraine dalla cultura e dalla socialità comuni sovietiche, può assumere il carattere di una lotta “contro Mosca” in generale, contro i russi in generale, contro la cultura russa e la sua più alta conquista: il leninismo».
Dunque, Khaldej nota come sia oggi diffusa la tesi secondo cui se la politica di ucrainizzazione, negli anni ’30, non fosse stata condotta sotto costrizione, l’Ucraina sarebbe rimasta filo-russa e l’uso della lingua ucraina si sarebbe gradualmente ridotto a poche sperdute campagne. Si sarebbe così tolto il terreno sotto i piedi ai nazionalisti che oggi hanno separato l’Ucraina dalla Russia.

In pratica, dice Khaldej, «si presentano i bolscevichi come degli idioti, dei russofobi e dei traditori nazionali. Questa stupidità è sfruttata dai nazionalisti borghesi russi, che odiano il periodo sovietico tanto quanto lo odiasse Stepan Bandera o lo odino i liberali».

E si dice che i bolscevichi avrebbero «allevato il Leviatano nazista ucraino, quando sarebbe stato possibile schiacciarlo sul nascere senza problemi, rimuovere il problema per secoli e chiudere la questione con l’ucronazionalismo, che è diventato un trampolino di lancio per l’Occidente nella sua conquista della Russia».

Dalla lettera di Stalin a Kaganovič, emerge invece che «i bolscevichi si scontrarono in Ucraina col crescente nazionalismo delle masse contadine della popolazione, che non erano in grado di frenare. Si posero dunque l’obiettivo di intercettarlo e cambiarne il vettore. In Ucraina, anche i comunisti erano nazionalisti; non c’erano altri comunisti e non c’era da dove prenderne altri».

I bolscevichi si erano resi conto di non poter venire a capo dei nazionalisti ucraini con la repressione e la russificazione forzata; ciò avrebbe condotto, afferma Khaldej, a un «consolidamento della popolazione attorno ai nazionalisti e all’isolamento dei bolscevichi. Così Stalin decise di mettersi alla testa di ciò che non si poteva bloccare. Dirigere, cioè, per modificare il contenuto nella forma desiderata: in pratica affinché un ucraino, visto che vuole parlare ucraino, leggesse Lenin in ucraino.

Stalin ha chiaro il quadro della struttura sociale ucraina; capisce che il proletariato è russo, mentre le campagne sono ucraine e, in vista dell’inevitabile accrescimento del proletariato con popolazione contadina, prevede l’immissione di idee contadine nell’ambiente proletario.

Egli non voleva che l’ambiente proletario russo respingesse i contadini ucraini che affluivano dalle campagne verso le fabbriche».

Dunque, l’ucrainizzazione doveva essere condotta dalla dirigenza del partito secondo i propri schemi e per i propri obiettivi. Dove sta qui la “russofobia”, chiede Khaldej? Tutt’altro, Stalin intendeva sostenere le «posizioni della cultura russa e impedire il suo conflitto con la cultura ucraina nel loro inevitabile scontro, nel processo di sviluppo industriale dell’Ucraina e del suo avvicinamento alla Russia».

Tra l’altro, lo stesso Khaldej, come altri storici e politologi, ribadisce che le favole antibolsceviche oggi in circolazione, nascondono «un altro mito, accolto tacitamente in Russia: che il nazionalismo abbia in Ucraina delle radici poco profonde e non storiche e vi sia stato introdotto, durante la Prima guerra mondiale, dai comandi austro-germanici, mentre, prima di allora, tutti i piccoli-russi si sarebbero considerati russi, addirittura anche quelli che parlavano in suržik, che era allora la lingua ucraina. Un simile approccio è assolutamente falso, perché antistorico. Il conflitto tra “moskaly” e piccoli-russi era già in essere all’epoca di Bogdan Khmel’nitskij, nel XVII secolo, ma è stato accuratamente taciuto dalla storiografia sovietica e da quella russa liberale», per motivi ovviamente diversi.

Oggi, la maggior parte dei critici del potere sovietico, cerca di «presentare i bolscevichi come russofobi deliranti e stupidi. Niente di più falso. La politica di Stalin aveva permesso di spingere i nazionalisti in posizioni marginali. (…) essi, pur trovandosi in posizione marginale, divennero però una potente base sociale per gli occupanti nazisti e altre forze anti-russe. Quella base sarebbe stata molto più forte, se alla lotta economica dei comunisti in Ucraina se ne fosse aggiunta una nazionale».

E comunque, conclude Khaldej, nemmeno quelle misure poterono sradicare il nazionalismo, che seppe conservarsi all’interno delle strutture sovietiche e prendersi poi la rivincita.

Non è abbastanza chiara la diversità di approccio tra chi parta da basi nazionalistiche e chi ponga a fondamento un’analisi di classe?

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