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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/04/2025

Il suprematismo rifiuta la comprensione

L’analista geopolitico Emanuel Pietrobon (Limes, Insideover, ecc.), attraverso un ricordo storico, spiega perché è un errore sottovalutare la Cina. In realtà l’elemento centrale è l’ignoranza, in questo caso dei fondamenti minimi dell’antropologia culturale, ossia quella disciplina che studia(va?) le differenze tra le diverse culture umane scoprendo, fra l’altro, che non ne esiste una “migliore”.

Ma è una scoperta mortale per i suprematisti occidentali, degni eredi dei Pizarro e dei Cortez. Per loro non esiste proprio il problema: loro si sentono i più fighi del mondo e gli altri (specie se con diverso colore di pelle) sono o merce da sfruttare o ostacoli da rimuovere con mezzi sbrigativi.

Il problema, come stiamo cercando di spiegare, è che tranne qualche popolazione primitiva ancora non in contatto con il resto del mondo, quei “selvaggi ingenui e disarmati” cui si potevano dare perline colorate in cambio di pepite d’oro, oppure spazzar via a suon di cannonate e fucileria contro archi e frecce, sono un tantinello evoluti.

Alcuni sono stati capaci di far fuggire gli eserciti più moderni (do you remember Afghanistan?) anche restando, in fondo, pastori o poco più. Altri, come appunto la Cina, hanno raggiunto e in qualche campo superato gli ex dominatori. Anche perché non ragionano da suprematisti supponenti...

Buona lettura.

*****

Una cosa che i policy maker occidentali, specie statunitensi, non capiscono della Cina è questa: nel pensiero strategico cinese non esiste il bluff; esiste l’imperscrutabilità, che è un’altra cosa.

Quando i cinesi minacciano, non bluffano: è l’ultimo monito prima dell’azione. Nell’ottobre del 1950 i cinesi inviarono a Truman un ultimatum attraverso l’India: “se sconfinerete oltre lo Yalu, interverremo e sarà guerra, anche se voi siete gli Stati Uniti”.

Truman e MacArthur pensarono a un bluff, anche perché Mao non godeva del supporto di Stalin. Se i cinesi avessero voluto reagire allo sfondamento delle truppe USA oltre il confine sino-coreano, lo avrebbero dovuto fare senza l’appoggio sovietico e a fronte di un divario tecnologico e militare enorme.

Era per forza un bluff per spingere gli USA a rimanere dov’erano. MacArthur aveva concluso, dopo un’attenta valutazione delle forze in gioco, che i cinesi sarebbero andati incontro al “più grande massacro” (greatest slaughter) della loro storia se avessero combattuto vis a vis contro l’esercito americano. Minacciavano per bluffare, chiaro.

Questo è quello che succede quando un giocatore di poker incontra un giocatore di go: la notte del 19 ottobre, in assenza di risposta da Truman e notando che il contingente ONU a guida USA stava procedendo verso il confine sino-nordcoreano, i cinesi attaccarono per primi.

Il loro attacco a sorpresa non fu affatto simbolico: Mao radunò un numero enorme di combattenti (volontari), circa 200.000, in pochi giorni.

Erano tantissimi e impreparatissimi, ma avevano dalla loro il morale, che per Mao era più importante della supremazia militare. Dopo aver usato la loro massa per soverchiare le forze sudcoreane, i volontari andarono immediatamente alla ricerca dello scontro – diretto e sul campo – con le truppe statunitensi.

La prima battaglia avvenne il 1 novembre. Ricordavano i kamikaze giapponesi. In dicembre Truman dichiarò l’emergenza nazionale.

MacArthur, davanti alle perdite americane e al lento avanzare dei cinesi verso Seul – che tentarono di catturare due volte – iniziò a fare pressioni su Truman perché autorizzasse… l’utilizzo dell’atomica.

Truman prese l’iniziativa nell’aprile 1951, segnalando a Mao che gli Stati Uniti erano disposti a un compromesso: dimissioni di MacArthur, ritiro a sud del 38esimo parallelo.

I critici di MacArthur accusavano il generale di parlare di Cina senza averci mai messo piede. Erano accuse vere: MacArthur aveva confuso la Cina per la Germania nazista o per l’Italia fascista, insomma, per un paese culturalmente comprensibile. Ma la Cina era ed è quanto di più lontano potesse e possa esserci dal pensiero strategico occidentale.

Ho riesumato questo episodio storico, purtroppo semisconosciuto, perché l’amministrazione Trump mi sembra popolata da tanti MacArthur, a partire da Vance ed Hegseth, che sono pieni di eccezionalismo e vuoti di conoscenze. Persone che parlano di Cina senza averla studiata e che forse ignorano persino questo precedente storico.

Non stupirebbe, visto che Vance di recente ha bollato i cinesi come dei “contadini” buoni solo a produrre beni su larga scala coi sussidi americani.

Si va verso lo scontro totale con una potenza che ci ostiniamo a sottovalutare e purtroppo non abbiamo dei Truman né dei Kissinger a guidare i nostri passi: abbiamo soltanto dei MacArthur.

Speriamo che non ci conducano a un nuovo 1950, perché la direzione che abbiamo intrapreso è quella.

Fonte

11/08/2024

Le inutili bombe su Hiroshima e Nagasaki

La bomba all’uranio sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, provocò oltre 140.000 vittime e la distruzione di circa il 70% degli edifici. Tre giorni dopo, la bomba al plutonio lanciata su Nagasaki uccise circa 74.000 persone, radendo al suolo in pochi istanti 6 km quadrati di città.

Gli effetti devastanti di questi due accadimenti non furono solo quelli immediati: le ricadute, in termini sia di salute umana sia ambientali, si sono protratti fino ai giorni nostri, tanto che le strutture sanitarie giapponesi si trovano ancora oggi a dover curare ogni anno migliaia di persone per malattie legate alle radiazioni.

Ma, contrariamente a quanto si tenta ancora di far credere, lo sterminio delle donne e degli uomini di Hiroshima e Nagasaki non fu “un modo per finire subito la guerra” contro un nemico ormai vinto e in cerca di resa ma un crimine contro l’umanità rimasto impunito, che anticipa la politica di George Bush e che aveva come reale obiettivo il dominio imperiale statunitense nello scenario del dopoguerra. Iniziò così la guerra fredda contro l’URSS.

Da un articolo di Giorgio Capecchi su il manifesto del 4 agosto 2005:
“Da sessanta anni, ad ogni anniversario dello sterminio delle donne e degli uomini di Hiroshima e Nagasaki, la domanda a cui si tenta di rispondere è: «perché?». Oggi, grazie all’ampia documentazione a disposizione, a questa domanda si può rispondere senza particolari incertezze. Ma non solo.

La domanda, da generico sgomento di fronte all’orrore che quell’avvenimento continua a suscitare, può essere meglio formulata e articolata: perché il presidente americano Truman autorizzò un crimine contro l’umanità dopo che il Giappone si era arreso? E come è stato possibile che questo crimine contro l’umanità sia rimasto impunito?

La bomba: inutile per la resa del Giappone

La sequenza degli eventi puo essere ricostruita nel dettaglio. La Germania ha firmato la resa l’8 maggio 1945 e anche il Giappone è ormai pronto ad arrendersi: non ha più un apparato militare offensivo con «milioni di persone senza casa e le città distrutte nella percentuale del 25-50%» (dichiarazione dell’8 luglio 1945 dell’Us-British Intelligence Committee).

Ciò che accade nel mese di luglio è particolarmente importante: è una storia in cui si intrecciano i rapporti tra USA e URSS per il controllo del Sud Est asiatico, la volontà degli scienziati di sperimentare la bomba atomica, la decisione di sterminio di un presidente americano, il destino della popolazione inerme di due città giapponesi.

Documenti, a lungo rimasti segreti e censurati, mostrano che la resa del Giappone avviene il 12 luglio quando l’imperatore giapponese, attraverso il suo primo ministro Togo, invia un telegramma all’ambasciatore Sato a Mosca in cui chiede all'URSS (che non ha ancora formalmente dichiarato guerra al Giappone) di fare da intermediaria per trattare la resa.

L’imperatore è per una resa incondizionata e chiede solo che questa non comporti la sua destituzione per salvaguardare la «sacralità» della sua figura (condizione, del resto, che verrà accettata dal governo americano, ma solo dopo aver sperimentato le due bombe atomiche).

Truman è a conoscenza della resa dell’imperatore, come risulta dal suo diario autografo (reso pubblico dopo gli anni `70) in cui scrive il 18 luglio: «Stalin aveva messo a conoscenza il Primo Ministro del telegramma dell’imperatore giapponese che chiedeva la pace. Stalin mi disse inoltre cosa aveva risposto. Era fiducioso. Credeva che il Giappone si sarebbe arreso prima dell’intervento russo».

Da notare che sempre nello stesso diario Truman aveva annotato il giorno prima che «Stalin dichiarerà guerra al Giappone il 15 agosto. Quando avverrà, sarà la fine per i giapponesi».

Il 16 luglio, intanto, era stato eseguito il primo test della bomba atomica nel New Mexico e Truman era stato ufficialmente informato che il risultato del test era positivo: la bomba era pronta e poteva essere sganciata sul Giappone. La fine della guerra e la resa del Giappone sono previste entro poche settimane (tra il 18 luglio e il 15 agosto).

Ciononostante, la decisione di Truman è quella di usare la bomba, distruggere due intere città giapponesi e condannare ad una morte atroce uomini, donne e bambini inermi. Ancora una volta la domanda è: perché?

La bomba: per dominare il dopoguerra

La risposta oggi convergente da tutte le fonti è che ciò che ha influenzato la decisione di Truman non era un temuto prolungamento della guerra (ormai di fatto terminata) ma il dopoguerra: se l’URSS avesse dichiarato formalmente la guerra al Giappone il 15 agosto, le sue armate avrebbero potuto entrare prima di quelle americane nel Giappone arreso ed in ogni caso, nel dopoguerra, gli Stati Uniti avrebbero dovuto spartire con l’URSS la loro sfera di influenza nel Sud Est asiatico.

Si tratta di una ipotesi confermata da una osservazione di Winston Churchill, datata 23 luglio 1945: «È chiarissimo che al momento gli Stati Uniti non desiderano la partecipazione sovietica alla guerra con il Giappone».

Nella stessa direzione vanno altre testimonianze. Nel diario di James V. Forrestal (ministro della marina USA) si può leggere che «il segretario di stato Byrnes aveva una gran fretta di concludere la questione giapponese prima che i sovietici entrassero in gioco».

Il fisico Leo Szilard (che firmò il 7 luglio del 1945 la prima petizione contro l’utilizzo della bomba atomica) nel 1948 ha scritto: «Mr. Byrnes non argomentò che l’uso della bomba atomica contro le città del Giappone fosse necessario per vincere la guerra. Egli sapeva, come anche tutto il resto del governo, che il Giappone era battuto sul campo. Però Byrnes era molto preoccupato per la crescente influenza dell'URSS in Europa».

Anche Albert Einstein (New York Times, 14 agosto 1946) affermò che nella decisione di lanciare le due bombe atomiche la causa principale era stato «il desiderio di metter fine con ogni mezzo alla guerra nel Pacifico prima della partecipazione dell'URSS. Io sono certo che se ci fosse stato il presidente Roosevelt questo non sarebbe accaduto. Egli avrebbe proibito un’azione del genere». Sembrerebbe, dunque, che ci troviamo di fronte ad un crimine contro l’umanità come «misura preventiva».

La bomba: chi era contro e chi a favore

Contro l’uso dell’atomica si dichiararono le massime autorità militari. Dice il generale Dwight D. Eisenhower: «Ero convinto che il Giappone fosse già sconfitto e che il lancio della bomba fosse del tutto inutile... In quel momento il Giappone stava cercando un modo per arrendersi il più dignitosamente possibile. Non era necessario colpirli con quella cosa spaventosa».

E dello stesso tipo sono le dichiarazioni dell’ammiraglio William Leahy, capo di stato maggiore: «I Giapponesi erano già sconfitti e pronti alla resa. L’uso di questa arma barbara contro Hiroshima e Nagasaki non ci fu di nessun aiuto nella nostra guerra contro il Giappone. Nell’usarla per primi adottammo una norma etica simile a quella dei barbari nel medioevo. Non mi fu mai insegnato a fare la guerra in questo modo, e non si possono vincere le guerre sterminando donne e bambini».

Leahy individua anche il gruppo che è stato più a favore: «Gli scienziati ed altri volevano sperimentarla, date le enormi somme di denaro che erano state spese nel progetto: due miliardi di dollari».

Quindi, a parte il limitato gruppo dei fisici che era sulle posizione di Szilard e Einstein, c’è un gruppo consistente di attori legati al costosissimo progetto Manhattan che desidera «rendere produttivo l’investimento».

Si arriva così al 25 luglio, quando il Comitato presieduto da Truman e Byrnes (con anche la presenza del rettore dell’Università di Harward James Conant, invitato al Comitato «a nome della società civile», che vergognosamente appoggia lo sterminio) ordina al generale Caarl Spatz dell’Air Force la «missione atomica» su quattro possibili obiettivi (Hiroshima, Kokura, Niigata e Nagasaki) indicando una data provvisoria (il 3 agosto).

La prima bomba atomica cadrà sul centro di Hiroshima il 6 agosto alle ore 8:15 del mattino quando le scolaresche vanno a scuola e le donne e gli uomini al lavoro; la seconda cadrà il 9 agosto alle 11:02 nel quartiere più povero (prevalentemente cattolico) di Nagasaki (tra le due bombe arriva, ormai ininfluente, la dichiarazione di guerra della Russia al Giappone).

Per documentare l’entusiasmo che l’annuncio di questo crimine contro l’umanità riceve negli Stati Uniti si può ricordare la testimonianza del fisico Sam Cohen sulla sera del 6 agosto 1945: «Quella sera, Oppenheimer non passò dall’ingresso laterale, fece piuttosto una entrata trionfale come Napoleone al ritorno di una grande vittoria. Mentre entrava, tutti – a eccezione forse di una o due persone – si alzarono in piedi applaudendo e battendo i piedi; erano veramente orgogliosi che ciò che avevano costruito avesse funzionato ed erano orgogliosi di se stessi e di Oppenheimer».

La bomba: come fu mistificata

Nonostante l’euforia, Truman si rende conto che non può rivelare al mondo che ha ordinato un crimine contro civili senza che ve ne fosse bisogno per finire la guerra. Due sono le strategie utilizzate: la menzogna e la censura.

La prima menzogna (quella con le gambe corte) è detta da Truman alla radio il 9 agosto quando afferma che «la prima bomba atomica è stata sganciata su Hiroshima, una base militare».

La seconda menzogna (quella con le gambe lunghe) serve a nascondere che il Giappone aveva già dichiarato la resa: la bomba è «giustificata» dal numero di morti americani evitato. Come affermò Truman il 15 dicembre 1945: «A me sembrava che un quarto di milione dei nostri giovani uomini nel fiore degli anni valesse un paio di città giapponesi».

Viene poi fatta scattare una durissima censura sia negli Stati Uniti che in Giappone. Ad Eisenhower viene inviato il 2 aprile 1946 un memorandum in cui si ordina: «Da nessuno dei documenti destinati alla pubblicazione deve risultare che la bomba atomica fu lanciata su un popolo che aveva già cercato la pace» e nel 1946 venne approvato l’Atto dell’energia atomica che prevedeva l’ergastolo e la pena di morte per chi divulgasse «documenti protetti da segreto con lo scopo di danneggiare gli Stati Uniti».

In Giappone il silenzio stampa e la censura di qualunque commento critico all’uso dell’atomica furono ferrei fino al 1949.

Le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki non hanno segnato, dunque, la fine della seconda guerra mondiale ma l’inizio di una nuova era. Quella che usa lo sterminio come misura preventiva, separa l’economia e la politica dall’etica, difende la «neutralità» della ricerca scientifica, legittima la menzogna e l’impunità per chi ha il potere. Il neoliberismo alla Bush è stato anticipato sessanta anni fa da Harry Truman.”
Fonte

05/09/2023

I giorni della fine della seconda guerra mondiale

Siamo ai primi di settembre, 78 anni fa si concluse la più grande carneficina della Storia, la seconda guerra mondiale. Questo che propongo in fondo al pezzo è un magnifico documentario sulla fine della seconda guerra mondiale in Asia.

I mesi che seguirono la resa della Germania, la fiera determinazione del Giappone a resistere, il generale McArthur che – nonostante i bagni di sangue per conquistare due piccole isole (Iwo Jima e Okinawa) è ben contento di pianificare, per il novembre 1945, la più grande invasione di terra della storia, maggiore di quella di Eisenhower in Normandia nel 1944.

Il Giappone disperato che promette agli yankees di fargliela pagare carissima, combattimenti all’ultimo sangue, con l’esercito del territorio metropolitano ancora forte, con gli aerei kamikaze, con la popolazione addestrata a combattere all’arma bianca fino alla morte.

L’invasione del Giappone – a novembre – non è in realtà una prospettiva realistica. L’URSS ha promesso di abbandonare la sua neutralità e invadere Manciuria e Corea, sempre in mano nipponica, anche se isolate dal Giappone a causa di un blocco navale totale.

Lo farà con calma, spostando l’esercito che ha vinto in gran parte la guerra in Europa sul fronte orientale, pagando un prezzo altissimo. Il compenso ad est per l’URSS non è poi granché: l’isola di Sakhalin e l’arcipelago delle Kurili.

I Giapponesi avviano trattative proprio con l’URSS ancora neutrale, a giugno e luglio: pensano di avere ancora margini di manovra per una “pace onorevole”.

La rimozione del generale Tojo da primo ministro ha fatto sì che si creino pian piano due fazioni contrapposte: il governo, possibilista per la pace, e l’esercito, fermamente convinto a combattere: i militari sanno che le recenti carneficine hanno impressionato gli americani, la prospettiva di un bel mezzo milione di morti USA – ad essere ottimisti – li preoccupa, contando che finora hanno avuto, in tutta la guerra, meno di 300.000 morti.

I Giapponesi sperano di evitare la resa incondizionata, non importa se al prezzo di milioni di giapponesi morti, pensano che gli invasori alla fine proporranno una tregua. Contano sull’opinione pubblica americana (che fu determinante in Vietnam, ricordate? Gli americani medi si smuovono solo per le bare con la bandiera stelle e strisce che tornano in patria, mezzo milione di ucraini, per fare un esempio attuale, poco importano).

La situazione agli inizi di luglio è quasi di stallo, quando succedono due fatti che precipitano le cose:

– il 16 luglio, ad Alamogordo, viene testata con enorme successo la prima bomba atomica. La sua forza distruttiva è oltre le aspettative, come 20.000 tonnellate di tritolo in un solo ordigno, con un nocciolo di plutonio di pochi chilogrammi. Due altre bombe son pronte all’uso subito, una terza seguirà per fine agosto, prima di novembre si prevede di averne una decina.

– Il 17 luglio, i “tre grandi” Stalin, Churchill (poi sostituito da Attlee) e Truman – novellino al suo primo summit – si riuniscono a Potsdam, per decidere la spartizione della Germania e per lanciare un ultimatum al Giappone. Truman ha ora però un asso nella manica, ed annuncia a Stalin che gli USA hanno la bomba atomica pronta.

Stalin incassa da buon giocatore di poker, dice di esserne contento, e si raccomanda che gli USA ne facciano buon uso contro il Giappone. L’ultimatum di Potsdam può essere duro e senza compromessi: resa incondizionata. Se il Giappone non si arrenderà, farà la fine della Germania. Nessun cenno in positivo o negativo sul destino dell’imperatore.

Quest’ultimo fatto rende l’ultimatum inaccettabile per il Giappone, che infatti “mokusatsu”, cioè “ucciderà col silenzio” quella intollerabile offesa.

Truman alla TV promette distruzione totale, intima la resa, e non esagera. Ma Stalin ora non procede più con calma. Da un lato dà un’accelerata al programma nucleare sovietico, ma soprattutto ha fretta di partecipare alla festa finale al Giappone, teme che gli USA possano finirla senza il suo intervento.

Accelera i preparativi: ai primi di agosto – con uno sforzo logistico senza precedenti in tutta la guerra – un’armata formidabile si appresta a invadere la Manciuria.

Proprio questo fatto convince Truman a non tentennare con l’uso dell’atomica; niente lancio dimostrativo su Okkaido in zona deserta, si cerca invece il massimo effetto: Hiroshima ben densa e popolata e con molti edifici in legno.

Il sei agosto, 70.000 persone muoiono all’istante, altre decine di migliaia, meno fortunate, nei giorni e settimane successive fra sofferenze atroci, peggio che a Dresda a febbraio e a Tokyo a marzo 1945.

Non è che un morto per l’atomica “muoia di più” rispetto a un bombardamento incendiario al fosforo, ma è l’orrore per questo nuovo tipo di arma, una bomba sola capace di tanta distruzione, e le radiazioni, le ustioni profonde, incurabili e orribili, la gente apparentemente poco ferita che nelle settimane muore di sindrome acuta da radiazioni, consumata come un ustionato, leucemico, anemico e con emorragie interne, tutto assieme.

Mi fermo qui.

Truman annuncia che hanno distrutto Hiroshima “a military base” (vero solo diciamo al 20%) e che è solo l’inizio. Non dice che ne hanno pronta solo un’altra, intima ancora la resa. Purtroppo il governo giapponese non si smuove: Hiroshima non è la prima città distrutta che hanno avuto, Tokyo a marzo ha fatto più vittime, “resisteremo”, etc. etc.

Il nove agosto c’è la vera svolta: da un lato, gli USA bombardano Nagasaki, casomai qualcuno pensasse che Hiroshima fosse un una tantum (leggermente meno morti perché il territorio non è piano ma collinoso, ma siamo lì), ma soprattutto l’URSS invade la Manciuria ed è chiaro che in pochissimo travolgerà le forze giapponesi come uno schiacciasassi.

Le ultime speranze del Giappone svaniscono, nessuna “resa condizionata”, devono solo decidere a chi arrendersi incondizionatamente, quale dei due nemici offre più probabilità di salvare almeno l’imperatore.

Il quale per la prima volta interviene di persona, decide che il Giappone deve arrendersi incondizionatamente: agli americani.

Il 15 agosto Hiro Hito – scongiurato un ultimo tentativo di colpo di stato dei militari – parla alla nazione alla radio, cosa mai successa nella storia: è un nastro registrato alle 23 del 14 agosto. Dice che il Giappone deve “tollerare l’intollerabile” e arrendersi: agli USA, quindi, l’Unione Sovietica non viene neppure menzionata.

Racconta McArthur che i giapponesi chiesero di salvare almeno formalmente l’istituto imperiale, gli americani non avevano problemi a riguardo, purché alle loro condizioni: occupazione totale del Giappone, McArthur viceré con pieni poteri fin quando pareva agli USA, Hiro Hito un semplice pupazzo, utile per tenere buoni i giapponesi. E finiamola lì.

Gli americani invadono il Giappone, dopo il 15 agosto, ma pacificamente: milioni di giapponesi prima pronti a farsi uccidere, piuttosto di arrendersi, ora lasciano fare: la volontà dell’Imperatore non può essere discussa. Chi non può sopportare l’onta, si uccide.

E l’URSS? Senza il suo intervento decisivo il Giappone non si sarebbe arreso così presto, ma Stalin era realista.

Non poteva arrivare “a piatti quasi lavati” in una guerra che era degli USA, e occupare il Giappone: l’esercito sovietico fece buon uso della mancata resa del Giappone, occupò in poco tempo, nella seconda metà di agosto, tutta la Manciuria e pure la Corea, fermandosi però al 38esimo parallelo, oltre che le isole pattuite. Fece un po’ come noialtri con gli austriaci a Vittorio Veneto nel 1918.

Le trattative segrete con gli USA ebbero come contropartita l’estensione della sfera di influenza sovietica in Europa ben oltre i limiti concordati a Yalta in febbraio: Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, al 100%, non 50-50, 75-25, come nel pizzino di Roosevelt siglato da Stalin. Gli USA mollarono il governo polacco “bianco” in esilio, anche la Polonia fu totalmente comunista.

Ed al Giappone – vista la situazione – conveniva: risultò piegato da un’arma nuova e formidabile, invece che essere invaso dai sovietici, che di Hiro Hito avrebbero fatto carne morta.

L’imperatore non fu imputato nella “Norimberga giapponese” del 1946, e il Giappone in poco tempo cambiò pelle e divenne il baluardo occidentale nell’est asiatico: sempre con Hiro Hito imperatore, che visse per decenni, criminale di guerra, ma unico ad aver avuto il coraggio di arrendersi.

I crimini di guerra, inarrivabili, del Giappone in qualche modo perdonati, il Giappone da carnefice nella vulgata passò a quasi vittima, dato che in qualche modo la pagò con le due atomiche.

Perché l’ho fatta così lunga? Perché il documentario è in inglese, purtroppo.

Ma, anche se di fonte occidentale, incredibilmente dice come andarono ESATTAMENTE le cose in modo onesto, con i giusti dettagli, senza adagiarsi nelle solite narrazioni.

Ad esempio: spiega la costruzione del mito della bomba atomica “che da sola vinse la guerra”, la realpolitik di Stalin che fu forte, molto abile e anche assennato: aveva già avuto 25 milioni di morti, non era il caso di togliere le castagne dal fuoco agli americani un’altra volta come con i nazisti, accollandosi in parte anche l’invasione del Giappone da nord, da Sakhalin.

Truman, succeduto a Roosevelt ad aprile, cui nessuno dava un soldo bucato, un piccolo uomo privo di cultura e mediocre parlatore in pubblico con quella voce chioccia, si dimostrò invece all’altezza. Altro che un indeciso, ebbe invece pochi scrupoli.

Gli unici a pagare questo “bel finale”: 150.000 morti innocenti a Hiroshima e Nagasaki. In loro nome noi ci battiamo, incrollabilmente, perché non possa succedere MAI PIÙ.

Nel 2025 saranno ottant’anni, finché avremo voce ci batteremo con ogni mezzo perché la verità si conosca nei particolari, senza mitologie e narrazioni di comodo, ed anche gli scienziati delle prossime generazioni possano fungere da ultimo baluardo della Pace e della VITA sulla Terra, quando i potenti del Pianeta, come è capitato e sta capitando, si comportano da ca**oni criminali e per i loro giochi di potere e predominio mettono totalmente a rischio il futuro delle prossime generazioni.

Non serve essere scienziati nucleari per avere un po’ di coscienza, ma per gente come me è un crimine non averla, ecco.

Si possono attivare i sottotitoli, nel video. Trovate il più giovane in famiglia – purché maggiorenne – che l’inglese lo sa meglio, e guardatelo: sono poco più di 40 minuti.

Sono ovviamente a disposizione per domande, mica ho la verità in tasca, ma mi sono già dilungato fin troppo.


Fonte

06/08/2021

Quattro fuochi d’artificio nel deserto

di Massimo Zucchetti

La prima bomba atomica non scoppiò su Hiroshima il 6 agosto del 1945. Fu preceduta dal Trinity Test, che avvenne il 16 luglio nel deserto del New Mexico in USA, in località Alamogordo.

Nessuno era sicuro che l’ordigno avrebbe davvero funzionato; era una bomba ad implosione, simile a quella che fu sganciata poi il 9 agosto su Nagasaki.

Men che meno si poteva essere sicuri della potenza esplosiva che avrebbe sprigionato. Enrico Fermi, il più grande scienziato nucleare italiano e forse mondiale, era lì, a pochi chilometri, ad assistere all’esperimento.

Indossava come tutti degli speciali occhiali scuri, per non essere accecato. L’esperimento fu un terribile, pieno successo, oltre ogni aspettativa. L’esplosione liberò circa 20 kiloTon di energia, pari cioè a 20.000 tonnellate di tritolo. Solo che bastavano circa 8 chili di Plutonio, una sferetta di 10 cm di diametro, per sprigionare tutta quella forza distruttiva.

Enrico Fermi fece in quell’occasione uno dei suoi “esperimenti” semplicissimi: portò con sé delle striscioline di carta di diversa lunghezza e, quando dopo il lampo accecante arrivò l’onda d’urto, dallo spostamento delle striscioline stimò la potenza della bomba, ben prima dei sofisticati strumenti in dotazione ai tecnici del progetto Manhattan.

E come sempre ci azzeccò: Fermi era un genio, e come tutti i geni risolveva problemi complessi in modo semplice.

Il successo del test ebbe immediate conseguenze. Il Presidente USA, Harry Truman, saputa la notizia, non esitò a comunicarla a Churchill e Stalin, riuniti con lui a Potsdam per dettare l’ultimatum al Giappone.

Stalin reagì con fair play, dicendo “Bene! Fatene buon uso con il Giappone!”. Salvo poi, rientrato a Mosca, ordinare ai propri scienziati di mettersi in pari il più presto possibile.

Il testo finale dell’ultimatum, avendo gli alleati la bomba atomica, venne inasprito: oltre a richiedere la resa incondizionata del Giappone, “pena la completa distruzione”, nulla garantiva sul punto che ai giapponesi stava più a cuore: la preservazione dell’istituto imperiale e dell’imperatore. Nulla garantiva che Hiro Hito non facesse la stessa fine di Mussolini e Hitler.

Il Giappone non reagì bene all’ultimatum, che secondo l’usanza orientale era intollerabile anche nella forma, oltre che nella sostanza. Risposero Mokusatsu, ovvero “Lo uccideremo col silenzio”. È una parola giapponese che sta per ‘ignorare’ o ‘trattare con tacito disprezzo’. È composta da due kanji: 黙 (moku, letteralmente silenzio) e 殺 (satsu, letteralmente uccidere).

A quel punto gli USA iniziarono i preparativi, trasportando le bombe in oriente, assemblandole, predisponendo gli aerei che le avrebbero sganciate.

Nel frattempo, fra alcuni degli scienziati del progetto Manhattan, che avevano visto cosa poteva fare una bomba atomica, serpeggiò lo sgomento. Due documenti vennero predisposti in fretta e furia e inviati a Truman: il Rapporto Frank e la Petizione Szilard, dal nome dei due scienziati primi firmatari.

Entrambi proponevano un passo intermedio: convocare degli osservatori giapponesi ad assistere ad una esplosione “dimostrativa” della bomba, da effettuarsi nelle zone desertiche settentrionali del Giappone, nell’isola di Hokkaido. In tal modo, constatata l’enorme forza distruttiva dell’atomica, forse i giapponesi si sarebbero arresi.

Il Presidente Truman era in carica da tre mesi. Chiese consiglio ai suoi consulenti dell’Advisory Committee. I quali a loro volta chiesero il parere di tre illustri scienziati nucleari, capeggiati dallo stesso Enrico Fermi.

Fermi disse: “Non credo che i giapponesi si impressionerebbero troppo per quattro fuochi artificiali nel deserto”. La lapidaria frase di Fermi fu quella che convinse Truman, segnando in quel modo il destino di centinaia di migliaia di civili innocenti.

Il 6 agosto fu bombardata Hiroshima, il 9 agosto Nagasaki. Non furono “quattro fuochi artificiali”: morirono circa 250.000 persone, quasi tutti civili innocenti: uomini, donne, vecchi, bambini. Morti istantanee, per i più fortunati. Morti orribili nei giorni, settimane, anni che seguirono, a causa delle ustioni e delle radiazioni.

Il Giappone, a quel punto, si arrese. Era iniziata l’era atomica.

Enrico Fermi fu, lo ripetiamo, forse il più grande, come scienziato. Ma quelle sue parole peseranno per sempre sul giudizio che si potrà dare non sullo scienziato, ma sull’uomo.

L’illusione di una scienza “neutrale”, al di sopra delle leggi etiche e morali, tramontò proprio in quei giorni.

Lo stesso Fermi se ne rese conto, rifiutandosi di partecipare ad altri progetti bellici, come lo sviluppo della bomba H (all’idrogeno). Morì prematuramente nel 1954, a soli 53 anni.

Dal nostro piccolo, infimo ruolo di scienziati nucleari del XXI secolo, ci siamo limitati a raccontare i fatti. Non osiamo, per rispetto e inadeguatezza totale al ruolo, ergerci a giudici morali: ognuno, dai fatti, può trarre le proprie conclusioni.

Fonte