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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/08/2026

La scienza cinese fa passi da gigante ma l’Occidente continua a snobbarla

L’agenda del Partito Comunista Cinese è fitta di obiettivi, piani e traguardi da raggiungere, compreso quello di trasformare il Paese in una superpotenza scientifica e tecnologica mondiale entro il 2050. Due gli strumenti sfruttati dal governo per imprimere un’accelerazione decisiva: un approccio fortemente tecnocratico alla politica scientifica e il costante apprendimento dalle nazioni più avanzate da rielaborare in chiave locale.

I risultati sono già evidenti nel campo dell’intelligenza artificiale, nelle auto elettriche e nella robotica ma Pechino punta ancora più in alto. Già, perché il Dragone è leader nelle scienze fisiche applicate e, come ha spiegato l’autorevole rivista Nature, “è sulla buona strada per superare gli Stati Uniti come maggiore contributore mondiale alla ricerca”.

Eppure, nonostante la sua continua ascesa, la ricerca scientifica cinese continua a essere snobbata dall’Occidente. Emblematico quanto sottolineato dall’Economist: nel 2025 gli autori cinesi hanno pubblicato un numero di articoli pari a quello dei ricercatori americani, britannici, tedeschi e giapponesi messi insieme ma sono stati in gran parte trascurati dai loro colleghi occidentali. Mancanza di qualità? Più probabile un’altra risposta: pregiudizi geopolitici.

La ricerca scientifica cinese? Snobbata dall’Occidente

La situazione è stata ben evidenziata da due paper. Il primo, firmato da Abhishek Nagaraj dell’Università della California, Berkeley, e Randol Yao, del Massachusetts Institute of Technology, mostra come, tra il 1980 e il 2022, solo circa un terzo delle citazioni ricevute dagli articoli scientifici cinesi provenisse dall’estero, contro circa la metà nel caso degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Cosa significa? Che la Cina tende a leggere e utilizzare molto la ricerca americana (mentre gli americani utilizzano poco quella cinese) e che una parte molto maggiore dell’impatto della ricerca cinese rimane all’interno del Paese.

Il secondo paper, pubblicato da un gruppo di lavoro sino-olandese sul server di preprint arXiv, ha confermato la suddetta tendenza: sebbene dal 2000 i ricercatori americani, britannici, francesi, tedeschi e giapponesi abbiano iniziato a citare sempre più spesso i lavori cinesi, nel 2022 questi erano ancora citati molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato considerando l’enorme quantità di ricerca prodotta oltre la Muraglia. Il divario, in particolare, è particolarmente evidente nel rapporto tra Cina e Stati Uniti.

Certo, il primo studio potrebbe essere condizionato dalla tendenza dei ricercatori a citare più frequentemente i lavori dei propri connazionali, contribuendo così a gonfiare artificialmente i parametri di riferimento. Il secondo, invece, non tiene conto delle eventuali differenze nella qualità media della ricerca scientifica prodotta nei diversi Paesi. I due paper, insomma, presentano alcuni limiti ma il quadro che emerge resta comunque significativo e suggerisce che la ricerca cinese continua a essere sottovalutata al di fuori dei confini nazionali.

La Cina sta per sorpassare gli Usa?

I dati dell’Ocse indicano che, da almeno un decennio, la Cina ha aumentato la spesa complessiva per la ricerca e sviluppo (R&S) di quasi il 10% all’anno, superando di gran lunga il tasso di crescita degli Stati Uniti. Nel 2024, per esempio, il Dragone ha registrato un incremento annuo del 9,7%, quasi il triplo rispetto del 3,4% registrato negli Usa.

Nel 1991 Pechino ha sborsato 13 miliardi di dollari in R&S. Oggi, la sua spesa annuale supera gli 800 miliardi di dollari, seconda solo a quella degli Stati Uniti. Il governo cinese, inoltre, ha appena presentato un piano per aumentare il budget nazionale per la scienza del 7% ogni anno per i prossimi cinque anni.

Il gap tra Usa e Cina si sta riducendo sempre di più ma, come ha ipotizzato l’Atlantic, se la Repubblica Popolare Cinese dovesse finalmente superare gli Stati Uniti come superpotenza scientifica mondiale “non ci sarà alcun annuncio ufficiale né ci sarà necessariamente una spettacolare dimostrazione di forza”. Al contrario, “sarà un momento silenzioso, osservato da una piccola cerchia di scienziati specializzati”.

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31/07/2026

Senza controllo delle infrastrutture, la scienza aperta è solo un’illusione

Per molti anni il dibattito sulla scienza aperta si è concentrato soprattutto su una domanda: come rendere gli articoli accessibili gratuitamente ai lettori? La nuova Scholarly Communication Policy del Centre for Science and Technology Studies (CWTS) dell’Università di Leiden parte invece da una domanda più radicale: chi controlla realmente la comunicazione scientifica?

La risposta non è scontata. Anche quando un articolo è disponibile in open access, può continuare a essere ospitato, gestito e monetizzato da grandi editori commerciali. Per questo motivo il CWTS propone di spostare l’attenzione dall’accesso alla governance, sostenendo che il futuro della scienza dipende non soltanto da ciò che viene pubblicato, ma anche dalle infrastrutture che rendono possibile la pubblicazione stessa.

Il documento può essere letto come un vero e proprio manifesto politico per la comunicazione scientifica. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema in cui ricercatori, università, biblioteche e istituzioni pubbliche tornino a esercitare un ruolo centrale nel governo della conoscenza, riducendo progressivamente la dipendenza da soggetti guidati principalmente da logiche commerciali.

Questa visione si traduce in un principio molto concreto: ogni scelta di pubblicazione dovrebbe essere valutata non solo in base alla reputazione della rivista o alla sua visibilità, ma anche considerando chi si vuole raggiungere, quanto il canale scelto sia aperto e quali siano i costi economici e sociali associati. In altre parole, pubblicare diventa una decisione che riguarda l’interesse collettivo della ricerca, non soltanto la strategia individuale del singolo autore.

Non sorprende quindi che la policy attribuisca un ruolo centrale ai preprint. Secondo il CWTS, depositare un lavoro in un archivio aperto prima della pubblicazione formale rappresenta oggi il metodo più rapido ed efficace per condividere risultati scientifici senza attendere i lunghi tempi della revisione tradizionale. La diffusione immediata della conoscenza viene considerata un valore in sé, soprattutto in un sistema in cui i processi editoriali possono richiedere mesi o persino anni.

Anche il tema della valutazione scientifica viene affrontato con notevole chiarezza. La policy sostiene apertamente modelli di open peer review, nei quali i commenti dei revisori sono pubblici e il processo di valutazione diventa trasparente. L’idea è che una revisione aperta possa migliorare la qualità del dibattito scientifico e rendere visibili contributi che oggi rimangono nascosti dietro procedure opache e spesso poco comprensibili agli stessi autori.

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto con i grandi editori. Il documento evita toni polemici, ma non rinuncia a un’analisi critica. Il CWTS osserva infatti che alcuni grandi gruppi editoriali continuano a limitare la disponibilità dei metadati delle pubblicazioni, rendendo più difficile la circolazione dell’informazione scientifica e ostacolando lo sviluppo di infrastrutture aperte per l’analisi della ricerca. Per questo la policy richiama esplicitamente i principi della Barcelona Declaration on Open Research Information, che promuove l’apertura e condivisione dei dati bibliografici e delle informazioni sulla ricerca.

La stessa logica viene applicata ai dati della ricerca e al software. Dataset, codice e materiali di supporto non sono considerati semplici allegati degli articoli, ma veri e propri prodotti della ricerca che meritano di essere condivisi, documentati e preservati. Repository pubblici come Zenodo, DataverseNL o le DANS Data Stations vengono indicati come infrastrutture preferibili rispetto a servizi controllati da grandi aziende.

È interessante notare che la policy estende questa riflessione persino agli strumenti di sviluppo software. GitHub viene riconosciuto come una piattaforma ampiamente utilizzata, ma il documento ricorda che si tratta di un servizio controllato da una società privata e che, per la conservazione a lungo termine del software scientifico, infrastrutture pubbliche come Zenodo o Software Heritage offrono maggiori garanzie.

Ancora più significativa è la posizione sui costi della pubblicazione. In un momento in cui molte istituzioni investono milioni di euro negli accordi trasformativi, il CWTS mantiene una posizione prudente. Pur riconoscendo l’utilità (solo temporanea e limitata nel tempo) dei contratti Read & Publish, il documento sottolinea che tali accordi rischiano di consolidare la dipendenza dagli stessi attori che dominano il mercato editoriale da decenni, e andrebbero considerati con molta attenzione soprattutto rispetto al valore scientifico di ciò che si pubblica all’interno di questi contratti, per altro non più sostenibili nel lungo termine. Per questo si dichiara esplicitamente che i fondi interni dell’istituto non saranno utilizzati per pagare APC in riviste ibride.

La sensazione, leggendo il testo, è che il CWTS stia cercando di andare oltre una concezione dell’open access come semplice tema di accesso ai contenuti. La questione diventa quella della sovranità della conoscenza: chi possiede le infrastrutture, chi controlla i dati, chi definisce le regole e chi beneficia economicamente del lavoro della comunità scientifica.

È probabilmente questo l’aspetto più innovativo del documento. La policy afferma infatti che scegliere dove pubblicare non è soltanto una scelta di carriera. È una forma di azione collettiva. Ogni articolo, ogni dataset, ogni software depositato in una determinata infrastruttura contribuisce a rafforzare un modello di comunicazione scientifica piuttosto che un altro.

In un contesto in cui il dibattito sull’Open Science rischia talvolta di ridursi a questioni tecniche o amministrative, il CWTS riporta al centro una domanda fondamentale: che tipo di sistema della conoscenza vogliamo costruire? La risposta proposta dal centro di Leiden è chiara: un sistema aperto, comunitario, non profit e fondato sulla responsabilità collettiva di chi produce e condivide la ricerca.

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31/12/2025

La Cina è leader della ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali

di Francesco Sylos Labini

In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che c'è stato un trasferimento di egemonia dall’Occidente all’Oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale.

La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science.

(ndr: il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. È un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed – e che la valutazione è condotta a livello nazionale – i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.)

I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi.
La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate.

La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste).

– In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale).

– In Cina, la quota è 52%,

– in Corea del Sud 53%,

– e a Singapore 49%.

Al contrario:

– in Germania solo il 27%,

– nel Regno Unito 23%,

– in Francia e negli USA meno del 18%.
La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee.

Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature, complementare al primo, discute il fatto che, secondo il Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali – un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo. 

L’analisi è basata su un database che contiene oltre 9 milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato il 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker.

Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici.

Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’Oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni '90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave – risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale – pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica.

Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nello sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.

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27/08/2025

Le conseguenze della scienza: Enrico Fermi, la bomba atomica e il ruolo dei fisici

Lo scorso 5 agosto, alla vigilia dell’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, il fisico Carlo Rovelli ha inaugurato su Corriere.it la sua serie video in dieci puntate La bomba atomica. La cattiva coscienza della fisica. Riflessioni personali sul nucleare. Titolo del primo episodio, nel quale Rovelli parla dello sviluppo dell’arma nucleare, è: 1934 Enrico Fermi. 

Sul «Corriere della Sera» del 14 agosto è intervenuta Angela Bracco, presidente della Società italiana di Fisica, sostenendo che la figura di Fermi era stata «screditata». Rovelli ha risposto nella stessa pagina (qui l’intervento di Bracco e la risposta di Rovelli ). Il video ha continuato a suscitare dibattito e, nel testo qui sotto, il fisico torna ad approfondire alcune questioni.

***** 
di Carlo Rovelli

Alcune frasi su Enrico Fermi nei video dedicati al rischio nucleare che ho registrato per questo giornale, hanno dato origine a una polemica vivace. Con pieno rispetto per chi ha giudizi diversi dai miei, vorrei chiarire qui la mia opinione sulle questioni sollevate.

Ritengo che Enrico Fermi sia il più grande scienziato italiano in tempi recenti e uno dei più grandi fisici del XX secolo, in un piccolo Gotha che comprende Einstein, Dirac, e pochissimi altri. A mio giudizio, l’importanza della sua eredità scientifica è maggiore di quella che gli viene di solito attribuita, per il motivo che cerco qui di illustrare. I suoi contributi alla fisica moderna sono moltissimi. La materia ponderabile dell’universo è formata da particelle che i fisici chiamano genericamente «fermioni» in suo onore, perché per primo ne ha compreso il comportamento collettivo.

Lo strumento matematico per descriverli è la teoria quantistica dei campi. A uno studio storico attento, il modo di pensare alla base di questa si radica in una teoria che Fermi ha elaborato per fenomeni radioattivi, teoria che sta alla radice di quello che oggi si chiama il «Modello Standard»; è dovuta largamente a Fermi l’idea centrale: pensare in termini di creazione e annichilazione di particelle elementari. In un campo del tutto diverso, le «coordinate di Fermi» sono il modo più ragionevole di mettere coordinate sullo spazio e sul tempo intorno a un corpo che si muove. Ci sono poi risultati maggiori sui raggi cosmici, e tanto altro. L’epocale scoperta che gli ha fruttato il Nobel, e ha aperto l’era nucleare – la scoperta che neutroni rallentati possono portare alla frantumazione dei nuclei atomici – non è che un tassello in tutto questo. Da questa scoperta viene l’energia dei reattori nucleari (il primo l’ha costruito lui stesso), e tante applicazioni mediche e tecnologiche, oltre alle bombe. A lui sono intitolati non solo i fermioni, ma grandi reattori, premi, strutture di ricerca, telescopi nello spazio, un elemento chimico, un’unità di misura di lunghezza, e tant’altro. Comprese, si parva licet componere magnis, come ho accennato su queste pagine, borse di studio che gestisco e per le quali ho scelto il suo nome con il permesso della sua famiglia, per onorarlo.

Ma a mio parere c’è anche qualcos’altro, che lo mette fra i grandissimi. La fisica teorica è una disciplina giovane, che non esisteva nella generazione prima di Fermi. Esisteva la fisica sperimentale, che indagava la natura nei laboratori, e la fisica matematica, a tavolino, pensata come una disciplina matematica, basata su rigore e dimostrazioni certe. Fermi è il campione di un modo nuovo di approcciare lo sforzo per comprendere la natura, che sta a cavallo fra queste due discipline: mescola la dimestichezza con equazioni complesse a una comprensione intuitiva diretta dei fenomeni, sufficiente per aggirare la necessità del rigore matematico. Questo approccio mescola la forza della matematica alla possibilità di utilizzare l’intero spettro di conoscenze su un fenomeno, anche se questo è incompleto, per indirizzare la ricerca delle soluzioni, e intuire cosa si può trascurare. Fermi, per così dire, non esita a gettare via pezzi di un’equazione, che l’intuito gli suggerisce siano meno rilevanti. Nel gruppo dei suoi collaboratori e studenti era mitico il fatto che fosse lui a intuire la soluzione giusta, lasciando ad altri il compito di dimostrarla.

I fenomeni quantistici sono stati il suo terreno di indagine principale, anche se non il solo. Non ha partecipato direttamente alla creazione della teoria quantistica, ma ha avuto la fortuna di assistere da vicino a questa nascita. Giovanissimo, ha trascorso del tempo a Göttingen, con il gruppo di ricerca di Max Born dove convergevano Heisenberg, Jordan, e Pauli, suoi coetanei, di cui è diventato amico. Si è interessato meno degli altri ai fondamenti e alle discussioni concettuali suscitate dalla nuova teoria, ma ha imparato prima degli altri a usarla in maniera efficacissima. L’ha fatta sua, ne ha fatto uno strumento per comprendere la natura in maniera intuitiva. La cosiddetta «formula aurea di Fermi», una formula relativamente semplice che permette di calcolare i fenomeni quantistici in una prima approssimazione, ha giocato e gioca ancora un ruolo estesissimo nelle applicazioni della teoria. È stato insieme grandissimo teorico e insieme grandissimo sperimentale, come forse nessun altro dai tempi di Galileo. La sua straordinaria capacità di sviluppare intuizione fisica su fenomeni lontani dalla nostra esperienza comune è, io credo, alla radice dei grandi successi della scuola italiana di fisica teorica e sperimentale che si è sviluppata in Italia nel dopoguerra. Attraverso i suoi collaboratori, l’eredità del suo stile di pensiero ha formato generazioni di fisici tra cui Nobel in fisica sperimentale come Carlo Rubbia, e teorica, come Giorgio Parisi. Di entrambi si resta stupiti per la capacità di entrare in risonanza intuitiva con la natura delle cose.

La stessa scoperta che ha aperto l’era nucleare scaturisce da una intuizione un po’ inverosimile. Nel laboratorio di via Panisperna, a Roma, Fermi e i suoi collaboratori studiavano la radioattività. Usavano sostanze radioattive per irraggiare altre sostanze e studiare come queste cambiassero. Per graduare l’irraggiamento, mettevano lastre pesanti fra la sostanza radioattiva e la sostanza irradiata. Un giorno, da solo nel laboratorio, a Fermi è venuta l’idea apparentemente balzana di mettere un pezzo di paraffina fra la sostanza radioattiva e la sostanza irradiata (uranio). L’effetto dell’irraggiamento è aumentato di colpo. Ci è voluto tempo per comprendere che la paraffina rallenta i neutroni delle radiazioni, e i neutroni rallentati vengono catturati più facilmente dai nuclei di uranio, che si spezzano in seguito alla cattura. L’era nucleare è stata aperta da un pezzo di paraffina messo dove forse nessun altro avrebbe mai pensato di metterlo...

Perché allora, se questo è il mio giudizio su Fermi, le mie parole hanno suscitato tante polemiche? A mio parere, per due ragioni indipendenti. La prima è un malinteso. La seconda è una questione delicata e importante. La prima è che nei video ho raccontato che inizialmente Fermi aveva interpretato male l’effetto delle radiazioni sull’uranio, e la motivazione ufficiale del Nobel (meritatissimo) rispecchia questo malinteso. La scienza funziona sempre per passi avanti e malintesi. Einstein ha fatto molti più errori di così e non per questo smette di essere il più grande. Anzi non si aprono terreni nuovi se si ha paura di azzardare e sbagliare. Il malinteso di Fermi e del Nobel è un fatto reale, divertente, e non diminuisce di nulla la grandezza scientifica di Fermi e l’importanza storica della scoperta.

Ma la polemica suscitata dalle mie parole ha anche un lato molto più serio. È stato scritto che ho dipinto Enrico Fermi come un nazista-fascista assetato di sangue. Nulla di questo è vero, neanche lontanamente. Sono più che certo che Fermi fosse tutt’altro che un nazista-fascista, e tanto meno assetato di sangue. Quello che ho scritto è che Enrico Fermi era «iscritto al partito fascista, e nominato da Mussolini membro della Reale Accademia di Italia». (Gli universitari già in cattedra avevano dovuto fare il famigerato giuramento fascista per conservare la cattedra, ma non avevano l’obbligo in senso stretto di avere la tessera del partito). Ho scritto anche che Fermi, alla fine della guerra, era consulente nel comitato che ha raccomandato che le bombe sul Giappone uccidessero molti civili, e io non sono a conoscenza di alcuna sua espressione di rammarico. Questi sono fatti. Non è mia intenzione giudicare moralmente Enrico Fermi, che è un mio eroe scientifico. Ma non trovo necessario nascondere fatti reali solo per il fatto che lui sia una gloria nazionale.

Ma perché ricordare questi fatti, in un video sul rischio atomico? Perché penso che oggi la questione dell’impegno morale e civile degli scienziati sia importante. Ai miei colleghi sto cercando di dire: non nascondiamoci dietro a una pretesa neutralità della scienza, non diciamo che non ci occupiamo delle sue conseguenze; assumiamoci, oggi, le responsabilità che ci competono. La fisica ci ha portato nell’era nucleare. Questa ci ha dato grandi benefici; ma ci ha anche messo nell’assurda situazione di essere tutti a 20 minuti di distanza dalla distruzione completa dell’umanità, grazie alle attuali armi atomiche, in una situazione politica in cui le grandi potenze, compresa l’Europa, stanno litigando e aumentano arsenali militari e belligeranza. Il rischio è drammaticamente reale. Quando parlo di scienza al pubblico, sempre per difenderla, molto spesso il commento che mi sento rivolgere è: «Grazie a voi fisici stiamo rischiando di morire tutti come a Hiroshima». Penso che la risposta giusta non sia «non è affar nostro». I biologi hanno preso sul serio le implicazioni etiche della loro disciplina, ne hanno fatto argomento del loro dibattito interno. Chi si occupa di Intelligenza artificiale lo sta facendo. Storicamente, molti fisici hanno realizzato, prima o poi, la necessità di questa presa di responsabilità. Fra i più vicini a Fermi, ci sono Franco Rasetti che ha rifiutato di partecipare al progetto Manhattan ed Edoardo Amaldi che si è impegnato a fondo nelle conferenze Pugwash, di cui parlo estensivamente nei video, che hanno contribuito a una parziale de-escalation nucleare negli ultimi decenni del secolo scorso. Questi sono colleghi più anziani di me che vorrei indicare come modelli.

Enrico Fermi intendeva il suo ruolo in altro modo. La politica non lo interessava. Di certo non amava Mussolini, ma se prendere la tessera del partito era necessario per il laboratorio, lo faceva. In Italia ha indossato la divisa fascista, poi è andato via (sua moglie era ebrea) approfittando della cerimonia per il Nobel a Stoccolma, dove subito non l’ha più indossata. Gli americani lo hanno accolto a braccia aperte, era un’acquisizione preziosa, e lui si è adoperato al meglio per la guerra. Le biografie lo descrivono come un uomo a cui importava la sua scienza, non la politica o le sue implicazioni. In un ambiente dove personaggi come Einstein, Bohr, Oppenheimer, Born, Heisenberg, e tanti altri, si sono torturati e angosciati in vari modi, nel bene e nel male, per le implicazioni civili e morali del loro operato, Fermi non è stato fra questi. Non credo che dire questo sia offesa, e certo non lo condanno. Chi sono io per giudicare lui? Ma non rappresenta il mio ideale di impegno morale e civico. Penso che oggi abbiamo bisogno di questo impegno. Il libro The Making of the Atomic Bomb di Richard Rhodes, racconta che nell’aprile del 1943, Fermi suggerisce a Oppenheimer la possibilità di utilizzare i sottoprodotti radioattivi dell’arricchimento dell’uranio per contaminare le scorte alimentari tedesche. Oppenheimer vuole procedere con il piano solo se sia possibile contaminare una quantità di cibo sufficiente a uccidere mezzo milione di persone. Erano tempi estremamente difficili per tutti. Dobbiamo accettare la complessità, quella delle difficili scelte umane e politiche, degli errori che tutti facciamo, piccoli, grandi e grandissimi, individualmente e storicamente. L’intero progetto Manhattan è stato motivato dalla paura che la Germania nazista potesse avere presto la bomba atomica. Ma è un fatto storico che la Germania nazista fosse molto lontana dall’avere la bomba. Siamo quindi entrati nell’era nucleare per un malinteso, perché gli scienziati da una parte e dall’altra della barricata non si sono più parlati. Quello che soprattutto vorrei è non ritrovarci in quel clima.

Oggi l’umanità rischia moltissimo. Il bollettino degli scienziati atomici giudica che l’umanità non sia mai stata così vicina alla catastrofe nucleare. Il senso del mio video non era certo denigrare un mio eroe scientifico: era di dare il mio piccolo contributo ad alzare l’attenzione su questo rischio. Questa mi sembra la cosa importante di cui parlare.

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26/08/2025

La neutralità della scienza

La scienza come tale è un prodotto umano e quindi il suo sviluppo non avviene nel vuoto ma in fasi determinate dello sviluppo sociale, evidentemente in collegamento stretto con esse.

Marx per esempio mostra efficacemente come il modo di produzione capitalistico faccia dello sviluppo scientifico uno degli elementi fondamentali della sua riproduzione e che dunque spinga sempre verso nuove scoperte e invenzioni.

Ciò significa che la scienza non è “neutrale”? Che sia storicamente determinata non vuol dire che sia arbitraria o soggettiva. La formulazione delle leggi della fisica ha una sua storia, ma, date certe premesse (certo modificabili, ma non arbitrarie), chiunque segua le procedure arriva agli stessi risultati. In questo senso è “oggettiva” (premesso ovviamente che questi risultati siano sperimentalmente verificati, ecc.).

Che i fisici (o chi per loro) siano poi anche dei cittadini e quindi abbiano posizioni politiche, ecc. ecc. è un altro ordine di discorso. Che essi possano decidere come comunità di smettere di investigare in una certa direzione o meno è evidentemente una scelta politica, ma non riguarda come tale la “oggettività” (storicamente determinata) della scienza.

Se con l’energia atomica vogliamo farci centrali o bombe non dipende dalla fisica di per sé; se con l’uranio vogliamo produrci energia o avvelenare i pozzi di nuovo non è una questione scientifica ma di uso delle scoperte scientifiche; che con la polvere da sparo ci si sparino fuochi d’artificio o pallottole, ecc.

Che singoli scienziati possano anche essere stati individui riprovevoli non cambia niente alle cose che hanno scoperto.

Le opportunità di utilizzo e la discussione pubblica sui risultati della scienza non riguarda solo gli scienziati, ma *tutti i cittadini* ed è questa sì una questione squisitamente politica. Ma le due cose non coincidono e farle coincidere porta a conseguenze poco sane, vale a dire ridurre la scienza a pura ideologia.

Per fare un esempio: le teorie economiche mainstream sono deprecabili perché non stanno in alcun modo in piedi; il loro problema è essere diventate un’ideologia di classe perché le si impone nonostante non abbiano alcuna validità scientifica.

Se però riduciamo la scienza a opinione non è più possibile argomentare la loro fallibilità, perché la nostra argomentazione diventerebbe a sua volta una mera ideologia e quindi la decisione sarebbe alla fine delegata a meri rapporti di forza in cui lo strumento scientifico-razionale viene annullato (e questo per noi è una grande perdita, perché abbiamo una teoria migliore).

Se si intende dunque che la scienza è “politica” nel senso che si dà e non può che darsi in determinate forme, in determinate fasi storiche dello sviluppo umano, a un suo certo grado di sviluppo, ecc. ecc. va da sé che non può che essere così.

Se invece si intende che il suo contenuto teorico-argomentativo è arbitrario perché legato a interessi politici di chi la fa (la cosa è ovviamente possibile ma a questo punto non è più scienza), qui si scade nell’ideologismo, una delle tante forme di pensiero reazionario, e ci si priva di un’arma efficace nella lotta politica, ma anche nella discussione pubblica.

Fonte

30/05/2025

La scienza cieca: perché stiamo perdendo la capacità di vedere (e con essa, la comprensione)

Nel mondo della ricerca scientifica contemporanea, produciamo più immagini e dati visivi di quanti siamo in grado di comprendere. Pubblicazioni che si moltiplicano, preprint ovunque, microscopi sempre più sofisticati, algoritmi che generano grafici e heatmap a velocità crescente. Eppure, diminuisce la capacità, e forse anche la volontà, di guardare davvero. Propongo una riflessione su una crisi che è insieme epistemologica, tecnica e culturale: la perdita della capacità di “vedere” in senso pieno, e con essa l’indebolimento della nostra facoltà di interpretare, contestualizzare, persino dubitare. Dalla marginalizzazione della morfologia alla sfida delle immagini sintetiche generate dall’intelligenza artificiale, passando per gli errori della pandemia, ci troviamo oggi davanti a una scienza che rischia di diventare cieca nella sua stessa accelerazione.

Ed è proprio per questo che, paradossalmente, serve tornare a guardare: con occhi umani, lenti e consapevoli.

Una crisi globale della visione scientifica

La scienza moderna deve gran parte dei suoi trionfi alla capacità di vedere oltre i limiti naturali dei nostri sensi. Dalla lente di Galileo che rivelò nuovi astri al microscopio di Hooke che svelò l’esistenza delle cellule, l’osservazione diretta ha illuminato territori sconosciuti, ampliando la comprensione del mondo [1].

Oggi, però, nell’era dei big data e delle analisi automatizzate, si profila un paradosso inquietante: disponiamo di strumenti di osservazione sempre più potenti, eppure stiamo perdendo la capacità di vedere nel senso più profondo del termine. Questa “cecità” della scienza non è ovviamente una mancanza di vista fisica, ma il sintomo di un progressivo smarrimento dell’intuizione visiva e concettuale che collega i dati alla comprensione della realtà. A livello globale, l’attività scientifica sta vivendo una crescita esponenziale nella produzione di risultati. Ogni anno vengono pubblicati oltre 2,5 milioni di articoli scientifici nel mondo, una mole impressionante se paragonata ai circa 800 mila di inizio millennio e ancor più ai circa 200 mila degli anni ’70. Questa abbondanza informativa, tuttavia, non si è tradotta in un equivalente avanzamento della conoscenza profonda. Al contrario, diversi studi segnalano un rallentamento del progresso in settori chiave della scienza [2]. Un’analisi bibliometrica su decine di milioni di lavori scientifici ha mostrato che le ricerche davvero dirompenti, quelle capaci di aprire nuove strade e rivoluzionare i paradigmi esistenti, sono proporzionalmente sempre più rare [2]. Oggi è statisticamente meno probabile rispetto alla metà del Novecento che un singolo studio “cambi il corso” di un intero campo scientifico. Questo declino nella visione innovativa della scienza è emerso trasversalmente in tutti i settori ed è così marcato da aver suscitato un diffuso “esame di coscienza” nella comunità scientifica internazionale. Ci si interroga sulle cause profonde di tale tendenza: perché, nonostante più scienziati che mai lavorino e pubblichino, stiamo assistendo a una sorta di miopia collettiva che impedisce di cogliere scoperte di grande portata?

Una delle spiegazioni avanzate riguarda l’iperspecializzazione e l’eccesso di informazioni. Man mano che la conoscenza si accumula, i ricercatori tendono a focalizzarsi su ambiti sempre più ristretti, attingendo a un corpus limitato di letteratura precedente. Uno studio recente ha collegato il calo di scoperte dirompenti proprio al progressivo restringimento dell’orizzonte bibliografico [2]. In questo modo, il sapere scientifico procede con il paraocchi, avanzando in profondità su binari già tracciati ma perdendo di vista visioni laterali potenzialmente rivoluzionarie.

A ciò si aggiunge la sovrabbondanza di dati: paradossalmente, l’oceano di risultati disponibile rischia di sommergere la capacità umana di discernimento. Orientarsi in mezzo a migliaia di articoli anche solo nel proprio micro-settore diventa arduo; figuriamoci mantenere una visione d’insieme. Come osservano in molti, i ricercatori di oggi devono leggere (e spesso recensire) un numero enorme di lavori, ma il tempo per riflettere e vedere oltre le evidenze immediate è sempre più scarso. Un ulteriore segnale di questa “cecità” emergente è la crisi di comprensione che porta a errori e inciampi nel metodo scientifico stesso. Negli ultimi anni si parla diffusamente di crisi della replicazione: molti studi, specie in biomedicina e psicologia, si sono rivelati non riproducibili quando altri gruppi hanno cercato di replicarne i risultati [3]. Questo fenomeno indica che a volte si pubblicano conclusioni senza averle comprese a fondo, magari affidandosi a elaborazioni statistiche o software sofisticati senza un controllo empirico diretto.

Il caso COVID-19: quando l’immagine tradisce

La crisi di interpretazione visiva nella scienza non è un’astrazione teorica. Ha avuto, anzi, un’espressione concreta e drammatica proprio durante la pandemia da COVID-19.

Riporto qui un esempio che mi ha riguardato da vicino. Nella corsa sfrenata a pubblicare risultati e comprendere il nuovo virus, numerosi studi affermarono di aver identificato SARS-CoV-2 nei tessuti umani tramite microscopia elettronica. Ma molti di quei lavori furono successivamente messi in discussione: quello che si credeva virus era, in realtà, altro: vescicole, strutture intracellulari normali, artefatti di preparazione. I lavori di Dittmayer, Bullock e Hopfer hanno documentato l’ampiezza di queste interpretazioni errate [4–6], segnalando una verità scomoda: l’ultrastruttura non mente, ma chi la legge può sbagliare. Nel nostro gruppo, abbiamo analizzato tessuti polmonari di pazienti deceduti per COVID-19 tramite “cryobiopsie” post-mortem. Il nostro studio ha mostrato una dissociazione tra il danno alveolare e la presenza virale osservabile al microscopio elettronico, suggerendo che la patologia era più complessa e meno riconducibile a una semplice “presenza del virus nei tessuti” [7]. È stato un esempio lampante di quanto la qualità dell’immagine non basti, se manca la capacità di interpretarla nel contesto biologico ed esperienziale.

La nuova minaccia: immagini sintetiche e automatismi ciechi

Oggi, la sfida si è spostata ancora più avanti. Le immagini scientifiche non sono più solo suscettibili di errori umani: possono essere interamente generate artificialmente.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, è ormai possibile creare immagini fotorealistiche e biologicamente plausibili senza alcun esperimento reale a monte.

Se già l’integrità visiva era sotto pressione (con ritrattazioni legate a manipolazioni di immagini), oggi ci troviamo di fronte a un rischio più profondo: che la scienza visiva diventi simulacro, e non più testimonianza [8–9]. Strumenti come Proofig o ImageTwin, nati per verificare la correttezza delle immagini, sono ormai fondamentali [https://www.proofig.com; https://imagetwin.ai]. Ma nessun algoritmo può sostituire lo sguardo critico di chi conosce davvero la biologia delle strutture. Per questo motivo si moltiplicano gli appelli a costruire modelli di governance per l’uso dell’AI in scienza, incentrati sul principio del “human-in-the-loop” [10–11].

Una cultura della visione per il futuro

Di fronte a questi scenari, non bastano più controlli, checklist o software. Serve un cambio di paradigma: ricostruire una cultura della visione che tenga insieme forma, contesto e significato. Una cultura che riconosca che il “vedere” in scienza è un atto cognitivo, situato, interpretativo. Alcune iniziative internazionali vanno in questa direzione: i protocolli di QUAREP-LiMi [https://quarep.org/], i metadati nei repository, i corsi di image ethics.

Ma senza una figura capace di interpretare ciò che si vede, anche il miglior protocollo è vuoto. Quella figura è il morfologo. O meglio, come mi piacerebbe definirlo, lo “scienziato visivo”. Questa figura ha bisogno di riconoscimento istituzionale: non può essere relegata al ruolo di tecnico, né ai margini dei progetti. Ha bisogno di carriera, di spazi, di voce. E ha bisogno di essere formata, non improvvisata. Perché vedere bene non è un’abilità automatica, ma una competenza che si apprende nel tempo, con esperienza e guida. La scienza ha bisogno, oggi più che mai, di chi sa guardare anche quando tutto sembra perfettamente digitalizzato. Perché se la scienza smette di vedere, smette anche, lentamente, di capire.

Riferimenti

  1. Belknap, K. (2019). 150 years of scientific illustration. Nature, 576(7785), S60–S61. https://doi.org/10.1038/d41586-019-03306-9
  2. Park, M., Leahey, E., & Funk, R. J. (2023). Papers and patents are becoming less disruptive over time. Nature, 613, 138–144. https://doi.org/10.1038/s41586-022-05543-x
  3. Ioannidis, J. P. A. (2022). Correction: Why Most Published Research Findings Are False. PLOS Medicine, 19(8): e1004085. https://doi.org/10.1371/journal.pmed.1004085
  4. Dittmayer, C., et al. (2020). Why misinterpretation of electron micrographs in SARS-CoV-2-infected tissue goes viral. The Lancet, 396(10260), e64–e65. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)32160-8
  5. Bullock, H. A., Goldsmith, C. S., Zaki, S. R., Martines, R. B., & Miller, S. E. (2021). Difficulties in Differentiating Coronaviruses from Subcellular Structures in Human Tissues by Electron Microscopy. Emerging Infectious Diseases, 27(4), 1023–1031. https://doi.org/10.3201/eid2704.204337
  6. Hopfer, H., et al. (2021). Hunting coronavirus by transmission electron microscopy—a guide to SARS-CoV-2-associated ultrastructural pathology in COVID-19 tissues. Histopathology, 78(3), 358–370. https://doi.org/10.1111/his.14264
  7. Cortese, K., et al. (2022). Ultrastructural examination of lung “cryobiopsies” from a series of fatal COVID-19 cases hardly revealed infected cells. Virchows Archiv, 480(5), 967–977. https://doi.org/10.1007/s00428-022-03308-5
  8. Bucci, E. M., & Parini, A. (2025). The Synthetic Image Crisis in Science. American Journal of Hematology. https://doi.org/10.1002/ajh.27697
  9. Bik, E. M., Casadevall, A., & Fang, F. C. (2022). Insights into image integrity: a machine-learning perspective. Patterns, 3(9), 100520. https://doi.org/10.1016/j.patter.2022.100520
  10. Thorp, H. H. (2024). Genuine images in 2024. Science, 383(6678), 7. https://doi.org/10.1126/science.adn7530
  11. Vasconcelos, S., & Marušić, A. (2025). Gen AI and research integrity: Where to now? EMBO Reports. https://doi.org/10.1038/s44319-025-00424-6

Fonte 

03/05/2025

Le università cinesi superano quelle statunitensi nella competizione tecnologica

Le università cinesi hanno sfornato molti più dottorati in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (Stem) rispetto alle omologhe statunitensi nell’ultimo anno disponibile per il confronto, segnalando un divario nella futura competitività delle due maggiori economie mondiali.

Confrontare direttamente i sistemi educativi di Paesi diversi è complicato a causa delle diverse definizioni di Stem. Tuttavia, i dati ufficiali di Cina e Stati Uniti rivelano comunque una divergenza nella formazione di talenti nei due Paesi.

“La debolezza degli Stati Uniti nella formazione interna di talenti Stem rappresenta forse la loro maggiore vulnerabilità in termini di sicurezza nazionale”, afferma Stephen Ezell, vicepresidente per le politiche dell’innovazione globale presso l’ITIF, un think tank, sottolineando che entro il 2025 gli USA potrebbero affrontare un deficit di 3,5 milioni di lavoratori Stem.

Dopo due decenni di crescita, le università cinesi hanno conferito oltre 50.000 dottorati Stem nel 2022, con un aumento del 13,7% rispetto al 2021, secondo i dati più recenti del Ministero dell’Istruzione cinese. La Cina pubblica dati solo per macro-aree Stem, come ingegneria, scienze e agricoltura. Nel 2022, l’ingegneria è stata la disciplina più popolare (59,1%) tra i dottorati Stem cinesi, seguita da scienze (33,5%) e agricoltura (7,4%).

Gli Stati Uniti, invece, forniscono dati più dettagliati su campi come biochimica, informatica e fisica. Nel 2022, le università americane hanno conferito quasi 34.000 dottorati Stem, con un aumento del 12% rispetto al 2021, secondo il National Center for Science and Engineering Statistics. Nel 2023, il dato è rimasto stabile.

Jacob Feldgoise, analista del Center for Security and Emerging Technology (CSET) della Georgetown University, osserva che la popolazione molto più ampia della Cina rende difficile per gli USA competere sui numeri puri. Quasi 39 milioni di studenti erano iscritti a corsi di laurea nelle università pubbliche cinesi nel 2024, contro 19,28 milioni negli Stati Uniti.

Tuttavia, i dati mostrano anche una tendenza divergente che allarga il divario tra i due Paesi. La Cina ha superato gli USA per numero di dottorati Stem già nel 2007 e ha raddoppiato i numeri entro il 2022. Nello stesso periodo, i dottorati Stem statunitensi sono cresciuti solo del 41%.

“Questo sottolinea quanto sia cruciale per gli USA attrarre e trattenere talenti stranieri”, aggiunge Feldgoise, “altrimenti rischiano di perdere terreno rispetto alla Cina nei campi della ricerca”.

Le istituzioni universitarie sono centrali per la competitività, poiché formano talenti scientifici e producono ricerca avanzata in tecnologie dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori ai veicoli elettrici.

Mentre la Cina ha aumentato i finanziamenti pubblici a università, ricerca e attrazione di talenti, la Casa Bianca ha congelato i fondi federali alle migliori università americane. Ad esempio, il Dipartimento dell’Istruzione ha bloccato 2,2 miliardi di dollari di finanziamenti e 60 milioni di contratti ad Harvard il 14 aprile, accusandola di antisemitismo. L’università, che nega le accuse, sta facendo causa per revocare la misura. Anche Cornell e Northwestern hanno subito blocchi simili.

“Mentre la Cina potenzia la sua ricerca Stem, l’attuale amministrazione USA limita il Paese tagliando i fondi alla ricerca universitaria, facilitando alla Cina il sorpasso nelle industrie tecnologiche strategiche”, afferma Ezell.

Un divario è evidente anche nella ricerca universitaria in settori chiave. In matematica e informatica, la Cina domina la classifica delle università con più pubblicazioni di alto livello, secondo il ranking CWTS Leiden basato sulle citazioni.

Tuttavia, la dimensione della Cina influisce sui dati. Le sue università non brillano in termini di qualità: una percentuale inferiore di pubblicazioni rientra nel top 5% dei rispettivi campi rispetto a USA e altri Paesi. Nelle scienze in generale, le istituzioni americane superano molte cinesi sia in quantità che in qualità. Nonostante l’India abbia numeri simili alla Cina per dottorati Stem, nessuna sua università appare tra le prime 25 del ranking Leiden.

Una tendenza simile si osserva nell’IA. Tra il 2018 e il 2023, i ricercatori cinesi hanno prodotto il 28% degli articoli globali sull’IA, contro il 16% degli USA (fonte: ETO Research Almanac). Ma le citazioni medie per articolo, indicatore di qualità, sono state quasi il doppio per gli statunitensi.

Questi trend hanno un impatto concreto sulla competizione globale.

“L’istruzione superiore è sempre più ‘strumentalizzata’ da entità politiche per servire agende nazionali e strategiche”, ha dichiarato Wen Wen, professoressa all’Istituto di Educazione dell’Università Tsinghua, in un webinar sulla collaborazione internazionale della Cina nella ricerca Stem oltre l’Occidente.

Con l’innovazione che determina la competitività economica, i talenti sono ormai un fronte cruciale nello scontro per la supremazia globale tra Cina e Stati Uniti.

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25/01/2025

La Lega contro la scienza

La Lega, con la firma di Claudio Borghi, ha depositato in Senato un ddl per l’uscita dell’Italia dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità.

Sì, avete capito bene.

Un Paese come il nostro, che ha pagato uno dei prezzi più alti alla pandemia, che ha visto ospedali al collasso e medici in prima linea fino allo sfinimento, vuole uscire dall’unico organismo internazionale che coordina la lotta alle pandemie, promuove la salute pubblica e combatte le emergenze sanitarie globali.

Perché? Perché la scienza dà fastidio. Perché i dati, i vaccini, la prevenzione, il metodo scientifico sono troppo complessi da spiegare a un elettorato che si nutre di bufale, di complotti e di scemenze lette su Facebook.

Del resto, stiamo parlando dello stesso partito che ha dato spazio e voce ai negazionisti, a chi gridava contro le “dittature sanitarie” mentre gli ospedali scoppiavano.

Stiamo parlando dello stesso partito che ha diffuso disinformazione sulla pandemia, mettendo in discussione ogni misura di sicurezza giocando con la vita delle persone;

E ora? Ora si va oltre. Addio ai protocolli internazionali, addio al coordinamento nelle emergenze sanitarie, addio ai fondi per la ricerca, addio alle linee guida condivise.

E poi cosa? Niente più vaccini, niente più farmaci condivisi, niente più risposte rapide in caso di una nuova pandemia? Meglio le teorie complottiste dei loro amici di talk show? Meglio affidarsi a qualche guru del web?

La Lega ci vuole fuori dall’OMS. Noi vorremmo loro, una volta per tutte, fuori da qualsiasi governo.

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18/05/2024

Tecnologie di guerra: accelerazione della Kill Chain e regolazione etica

Viviamo in un periodo nel quale l’osservazione diretta dei conflitti sul campo è esperienza quotidiana piuttosto che percezione delle tragedie di un mondo lontano. Guardiamo a questi conflitti come un fenomeno che potrebbe tracimare nel cuore dell’Europa o comunque, oltre a generare tragedie permanenti, definire nuovi gravi squilibri globali. In questo panorama spesso ci si dimentica che la guerra, un fenomeno che ha visto enormi cambiamenti dalla caduta del muro di Berlino, è profondamente mutata.

La guerra sul campo, ormai è qualcosa di consolidato, è sempre meno decisiva per la risoluzione dei conflitti: per questo la tecnologia interviene nella sua doppia natura, quella di strumento che cerca di risolvere l’impasse creatasi sul campo e quella di componente della guerra ibrida, quella parte di conflitto che non si gioca sul campo e che risulta decisiva per le sorti di una campagna militare.

Se vogliamo cercare la natura di questo genere di conduzione della guerra, nella quale la componente “sul campo” è avvolta da una velenosa complessità, non dobbiamo guardare la cartina dei progressi sul terreno dell’esercito che ci pare vincente. Dobbiamo piuttosto guardare alle evoluzioni della scienza detta un tempo postmoderna. Quella che ha permesso il passaggio, sul terreno della guerra sul campo, from sniper to smartphone, dalla centralità del cecchino a quella dello smartphone, che ridefinisce non solo la microfisica della guerra ma anche il rapporto tra guerra, tecnologia ed effetti del conflitto.

La mutata natura della guerra, come quella di tutte le componenti essenziali del nostro mondo, la si comprende se guardiamo alle evoluzioni, impetuose, della scienza.

Sono presenti due caratteristiche della scienza contemporanea già definita postmoderna da evidenziare:

- procedere per brainstorming cioè per impetuosa accumulazione di sapere che produce innovazione che, di forza irrompe sul campo e non a caso quando si parla degli effetti delle tecnologie odierne spunta il concetto di disruptive.

- affermarsi sul campo a prescindere, con violenza, da diritto e legittimazione. In poche parole, sconvolgere gli equilibri sul campo, creare anomalie che diventano norma distruggendo il terreno preesistente della regolazione normativa e dell’etica. Canguilhem, prima ancora della scienza postmoderna, nel suo Il normale e il patologico aiuta a comprendere un carattere di questo modo violento di affermarsi: il caso eccezionale diventa norma causando trasformazioni, anche brutali, nei paradigmi di sapere e nel legame sociale.

A queste si aggiunge una terza caratteristica, definita concettualmente in tempi più recenti ed è quella codificata come accelerazionista nella quale scienza e tecnologia radicalizzano una tendenza tipica del moderno: la spasmodica ricerca della riduzione della distanza tra sé e l’oggetto desiderato. L’inizio stesso della modernità è fatto di cultura stessa dell’accelerazione. La differenza con l’oggi è che nel XXI secolo le caratteristiche rivoluzionarie della scienza sono sempre più separabili dai processi di emancipazione sociale.

La scienza contemporanea si fa guerra, assumendo pienamente potenza distruttiva in modo maggiormente pervasivo rispetto alla scienza di altre generazioni, nel momento in cui queste tre caratteristiche le troviamo esplicitamente nelle armi. Che si tratti di dispositivi di arma, di sistemi di armi o, sul solo piano digitale, di flussi di armi che colpiscono nel mondo immateriale o emergono in quello materiale.

Queste tre caratteristiche si trovano sia nei conflitti finanziari, meno visibili e potenzialmente persino più devastanti di quelli sul campo, che in quelli sul terreno. Entrambi sono rilevabili come dispositivi tecnologici che fanno rete e corrispondono a esigenze strategiche di controllo del conflitto che, in realtà, oltre alla distruzione producono non solo effetti collaterali ma anche caos. Così innovazione tramite brainstorming per irrompere nel presente, affermazione a prescindere dal quadro etico e normativo, accelerazione dei processi, in questo caso distruttivi, sono caratteristiche della scienza contemporanea pienamente rilevabili nei processi di comando nelle guerre di oggi.

Come nell’economia, da quando si è sviluppato il capitalismo e nell’intreccio con le sue mutazioni, la scienza è il principale processo produttivo mentre nella guerra la scienza si afferma, aggredendo il mondo in un modo microfisico sconosciuto rispetto al passato, come il principale processo distruttivo. Ma quando la distruzione va nel profondo, dei processi di evoluzione tecnologica e di aggressione della materia, si generano non solo effetti collaterali ma anche caos. In questo modo la scienza contemporanea, nella produzione come nella guerra, oscilla tra la Scilla e la Cariddi della complessità: risponde infatti a tremende esigenze di ordine e genera livelli estesi di caos.

In campo militare queste tre caratteristiche si trovano nella Kill Chain – la catena di comando ed esecuzione dell’intervento materiale sul campo – che innova per brainstorming, per spiazzare continuamente il nemico, distrugge a prescindere dalla dimensione normativa ed etica, alla quale presenta un campo ignoto fatto di innovazioni letali, e procede per accelerazione. E si parla di una accelerazione distruttiva che non è solo affermazione di comando ma anche produzione di effetti fuori controllo, vittime civili, disastri ambientali, speculazione finanziaria, conflitti che invece di risolversi si riproducono altrove e si moltiplicano.

Del resto una regola della guerra sul campo, dagli anni ’90 del grande capolavoro che è Unrestricted Warfare, è che questa non è mai decisiva per la risoluzione di un conflitto generando caos irrisolvibile per tutte le parti in guerra. Per vincere la guerra, come sanno i russi che hanno inventato il concetto di guerra ibrida, bisogna sincronizzare molte componenti che vanno oltre il conflitto sul campo in modo che il caos, alla fine, venga domato a proprio favore. Certo, spesso il caos domato di oggi genera la catastrofe di domani. Sul terreno finanziario, ad esempio, il modo con il quale è stato risolto il caos generato da Lehman Brothers ha posto le basi economico-finanziarie per generare la guerra di secessione russo-ucraina cominciata nel 2014. Ma qui un noto tedesco di passaggio, che parlava di crisi risolte che generano altre crisi, ha scritto pagine utili per capire questo genere di fenomeni.

Una caratteristica della Kill Chain contemporanea è che è composta, nei ruoli decisionali, di umani e non umani, di persone e di IA, i quali si contendono i posti di comando. Si tratta di un fenomeno già rilevato dalle guerre finanziarie dello scorso decennio e regolarmente sfociato in quelle sul campo. In questo modo la guerra sul campo non genera solo estesi livelli di caos, e di impasse sull’esito dello scontro, ma anche la presenza di uno scontro silenzioso, inquietante e inedito tra umani e non umani proprio nella catena di comando della Kill Chain. Catena di comando nella quale spesso risulta incomprensibile chi, tra umani e IA, comandi davvero nei processi militari di distruzione. Ed è proprio l’estensione della dimensione tecnologica nella catena di comando della Kill Chain che rende più aspra la concorrenza con gli umani e tra gli umani rimasti in un contesto di guerra e maggiormente devastante l'”errore” che genera l’effetto collaterale o il caos.

Se andiamo a vedere un settore recente nella formazione della Kill Chain, pensato come strategico della guerra contemporanea, quello dell’intreccio tra IA e droni ci rendiamo conto come tutto questo sia in atto. Stiamo parlando di un settore che è pensato come strategico perché centra una delle caratteristiche essenziali della guerra contemporanea: accelerare il processo di distruzione, la potenza di devastazione capace di neutralizzare l’avversario, tramite innovazione tecnologica che sostiene la centralità dell’analisi e circolazione di informazioni piuttosto che quella del massiccio spostamento di truppe.

In realtà, se guardiamo da vicino la Kill Chain che si genera nell’intreccio tra IA e drone, nella quale la circolazione di informazioni genera il principale processo distruttivo, vi sono sicuramente il brainstorming, che si genera nella fragile rete della fornitura fatta di grandi aziende e di start-up, la creazione di dispositivi e comportamenti che il diritto e l’etica fanno grande fatica a normare, mentre l’accelerazione dei processi distruttivi è la regina di quanto sta accadendo. E non vi è solo una continua ridefinizione di ruoli tra IA e umani, e quindi tra umani, ma anche una difettività di tutta la Kill Chain che genera effetti collaterali e caos su una molteplicità di piani anche a distanza di tempo.

La stessa espressione “effetto collaterale” non rende l’idea di cosa accade in questi processi distruttivi perché fa pensare a qualcosa, in ultima istanza, di governabile una volta svanito l’elemento periferico che questo rappresenta. In realtà la Kill Chain vive, in ogni momento, a stretto contatto tra comando dei processi, impetuosa e anche difettiva evoluzione tecnologica, effetti collaterali e un caos che potrebbe disarcionarla. Gli esempi più chiari di caos da una parte ed estensione, dall’altra, della Kill Chain sono Iraq, Afghanistan e Ucraina. Lo sono per motivi differenti: l’Iraq è stato il primo laboratorio di massa dell’aspirazione dati, controllo e mappatura comportamenti e previsione scenari di guerra fatti analizzando big data. Le Kill Chain, formate da umani e IA, si sono definite in quel contesto. Un effetto collaterale è stato il caso Snowden presto opacizzato e dimenticato. L’Afghanistan ha rappresentato un doppio laboratorio: quello del rapporto tra Kill Chain e guerra di lunga durata e quello rappresentato da errori di serie dimensioni, che hanno fatto scuola, che hanno costretto a ripensare la IA e il suo uso nella catena di comando ed esecuzione militare. L’Ucraina è l’ultimo terreno di complesse Kill Chain su entrambi i fronti, con la significativa variante, che conosciamo meglio sul fronte occidentale, delle numerose startup cresciute a ridosso della linea di combattimento e direttamente immesse nella Kill Chain.

In questo campo un terreno paradigmatico delle mutazioni della guerra, e della sua fragilità, in quanto proprio la scienza contemporanea è la principale componente distruttiva, è quello della Kill Chain che si forma dell’uso dei droni intrecciati ad IA. Da lì si possono capire anche le catene più grandi nelle quali ugualmente si producono caos, efficienza, controllo, effetti imprevedibili. Il nuovo piano della complessità così esteso e distruttivo che avrebbe fatto impallidire Gregory Bateson.

Il problema della regolazione etica di questi fenomeni sta nella consapevolezza della forza del caos distruttivo in atto e nella fragilità dei tentativi di riduzione a comportamento accettabile di catene di comando nate per essere catastrofiche. In questo senso l’etica deve essere elemento di pressione esterna e interna a questi processi. Esternamente non può che essere uno strumento di comunicazione attivabile anche su larga scala, con tutta la complessità tecnologica che questo processo richiede, mentre internamente devono essere presenti tre piani di regolazione etica:

1) Consapevolezza deve esserci che ogni reale regolazione etica attraversa pressioni, un processo di difficile adattamento alla realtà mentre la presenza del caos può essere ridotta ma non eliminabile. Qualsiasi regolazione etica che prometta la riduzione vicina allo zero del caos distruttivo, in questi processi, è ideologia o propaganda.

2) Vanno regolati non solo i protocolli scientifici ma anche i comportamenti umani e i conflitti tra umani e non umani nella Kill Chain che possono avere effetti imprevedibili.

3) Deve esserci una maggiore regolazione etica al processo interno alla formazione di IA a servizio di questo genere di catene.

Questa non è solo la stagione della guerra ma anche delle sue mutazioni alle quali bisogna saper rispondere. Certo, non si vede un filo logico nelle guerre contemporanee che sono pensate come una sorta di Epifania dell’irrazionalità degli umani o, per pigrizia concettuale, come la realizzazione di un labirinto di complotti geopolitici. Il punto è che la guerra risponde ai criteri di impetuosa crescita della produttività della scienza moderna – tramite brainstorming, innovazione e improvvise eruzioni di potenza – che si sviluppa tramite il criterio della sovrapposizione dei differenti elementi produttivi e della crescita della forza, attorno all’oggetto da domare, per, poi, passare a un nuovo oggetto abbandonando il campo precedente quando ormai colmo di macerie.

Fonte

30/09/2023

Heidegger e la bomba atomica: ovvero la scienza deve pensare

La frase di Heidegger «La scienza non pensa»(i) risale all’inizio degli anni '50 dello scorso secolo. Questa frase si è prestata, da quando la scrisse il filosofo, a molte superficiali interpretazioni – alcune delle quali in senso riduttivo – quasi ad affermare che il pensiero umano, nella sua accezione più alta, fosse terreno estraneo alla scienza materiale.

In realtà, Heidegger – nella trattazione che questa frase contiene – non ha affatto intenzioni denigratorie nei confronti della scienza. Se mai, si tratta – come vedremo – di una delimitazione: una definizione dell’ambito entro il quale, secondo il filosofo, ama muoversi la scienza, descrivendo quei confini naturali che è poi la scienza stessa a darsi.

Heidegger, anzi, riflette se questi comodi confini siano giustificati, e sulle ragioni per le quali la scienza, invece, dovrebbe pensare, o perlomeno essere aiutata a farlo.

Sotteso a questa affermazione vi è in realtà il dibattuto concetto di neutralità della scienza. Scienza che secondo alcuni – come ad esempio lo scienziato atomico Werner Heisenberg [D. C. CASSIDY, Un’estrema solitudine. La vita e l’opera di Werner Heisenberg, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 126] dovrebbe occuparsi della ricerca, dell’avanzare della conoscenza tecnica del genere umano, del “progresso”, applicando il metodo scientifico, che tanti successi e miglioramenti materiali ha apparentemente portato all’umanità negli ultimi secoli.

L’indubbio successo del metodo scientifico, e dello “spingere avanti la frontiera della conoscenza”, fraintesa essere quella esclusivamente materiale, ha portato al nascere di una sorta di franchigia, quasi un territorio franco: la ricerca, la scienza, si occupano di acquisire nuove conoscenze, che risulteranno comunque – assommate – in un progresso, contribuiranno in qualche modo al “Progresso”, quello con la P maiuscola: dovrebbero quindi essere libere da legacci ideologici ed impacci morali?

Spingendo all’estremo questo ragionamento scientista, così comune nella concezione di molti scienziati applicati, ogni scoperta, ogni nuova frontiera della “conoscenza” aperta, valgono di per sé.

La scienza sarebbe allora – in una visione neopositivista quasi da Ballo Excelsior – sempre buona, ogni progresso della conoscenza sarebbe comunque un progresso, e quindi non esisterebbe lo scienziato immorale: se mai, egli è amorale, si pone – verso le questioni che riguardano le conseguenze delle proprie scoperte – con un atteggiamento di neutralità.

Non si parla quindi – dicendo che ‘la scienza non pensa’ – di un recinto entro il quale la scienza è costretta, ma di una comoda riserva, che consente di andare a caccia di nuove scoperte senza le limitazioni imposte dal sociale e dalla morale, concetti percepiti dallo scienziato come intrinsecamente distanti dal proprio ambito di lavoro.

Lo scienziato, puro o applicato, rimane sempre in realtà uno scienziato puro: anche l’invenzione della dinamite da parte di Alfred Nobel – per citare un esempio paradigmatico – costituisce comunque un progresso della conoscenza umana.

La chimica e la fisica che stanno dietro questa invenzione, ed i chimici e fisici applicati che con le loro ricerche la mettono a punto, non meritano censura o giudizio morale. La “libertà di ricerca” è sacra, una sorta di religione moderna dello scienziato, “neutrale” in quanto si muove in un terreno dove conta, unico principio, il progresso della conoscenza.

Sta poi allo scienziato sociale, al filosofo, al politico, al giurista, stabilire – in un secondo momento, anche se non si sa bene quando – quali siano gli utilizzi morali ed appropriati della scienza: non allo scienziato. Perché la scienza, appunto, ‘non pensa’: ha ben altro di cui occuparsi.

La prima metà del Novecento è caratterizzata, nell’ambito dello sviluppo delle scienze fisiche, dalla cosiddetta “Era Atomica”, iniziata con la scoperta della radioattività e culminata, nell’agosto del 1945, con l’esplosione dei primi ordigni atomici, passando attraverso l’esperienza dei “Ragazzi di Via Panisperna” e la competizione, durante la guerra, fra il gruppo di scienziati del progetto Manhattan – da un lato – e gli scienziati atomici tedeschi capitanati da Werner Heisenberg – dall’altro.

Fu proprio in questa occasione – culminata con le tragedie di Hiroshima e Nagasaki – che l’ideologia della neutralità della scienza, con l’esplicito rifiuto da parte degli scienziati di considerarsi corresponsabili dell’uso dei risultati delle proprie azioni, mostrò per la prima volta in modo clamoroso la sua terribile inadeguatezza.

L’intuizione e successivamente la verifica delle potenzialità distruttive delle nuove armi atomiche causarono, oltre a una profonda impressione sull’opinione pubblica di tutto il mondo, una necessaria riflessione e crisi delle coscienze nell’ambito di chi a questi progetti lavorava.

Un esempio, nel primo senso, è quello di Bertholt Brecht, che sentì la necessità di modificare una delle scene finali del suo dramma “Vita di Galileo”.

In un primo tempo, l’autore aveva messo in rilievo il fatto che la Scienza si presentava come un formidabile strumento di progresso, capace di distruggere le superstizioni, con l’aiuto delle quali i potenti tengono incatenati gli schiavi.

Dopo Hiroshima e Nagasaki, Brecht ritenne doveroso precisare che non è la scienza in sé ad essere fattore di progresso, bensì l’uso sociale che viene fatto di essa.

Gli scienziati, dunque, devono farsi carico di una precisa responsabilità etica circa l’uso delle proprie scoperte, pena il loro drammatico allontanamento dalla società umana, e la loro trasformazione in una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo, pur di “poter fare ricerca”.

Fra gli scienziati atomici, sono molteplici gli esempi di percorsi umani e di coscienza che portarono – con diverse sfumature – a progressive prese di distanza dalla ricerca militare in campo atomico: Einstein, Fermi, Szilard, Bethe, Rasetti, Oppenheimer, Franck, Pontecorvo e molti altri passarono dalla partecipazione attiva al rifiuto, o all’opposizione più o meno forte.

In alcuni casi, il passaggio fu precoce, traumatico e non privo di conseguenze personali. In altri, fu anche dettato dalle mutate condizioni politiche o dall’opportunità. Alcuni altri, come Heisenberg, sperimentarono la caduta del concetto utopico di “Scienza neutrale” con drammatica evidenza, perseguendo poi ambiguamente una rivalutazione della figura dello “scienziato nonostante tutto”.

Ritornando all’affermazione di Heidegger, egli vuole in realtà mettere in evidenza il pericolo che si prospetta per l’umanità se “la scienza non pensa”. Il filosofo vuole “chiamare in causa” la scienza, indicando le pericolose conseguenze dell’erigere il recinto tecnico-scientifico nel quale essa – e lo scienziato – pretendono di muoversi comodamente.

Si tratta quindi di una provocazione, un invito a riflettere più profondamente su ciò che la scienza e la tecnica rappresentano per l’uomo contemporaneo, uomo tecnologico come mai è avvenuto prima nella storia: «proprio perché la scienza non pensa, il pensiero deve nella situazione attuale prestare insistentemente attenzione alle scienze – ciò che esse non sanno fare per loro conto» (ii).

Perché, allora, la scienza ‘non pensa’? Consideriamo ad esempio la fisica. La fisica lavora concentrando la propria attenzione sulla natura, mirando a scoprirne le leggi. Essa si dirige verso l’analisi e lo studio dell’insieme dei fenomeni fisici/naturali. La fisica, quindi, accerta e fissa la natura in un determinato campo di oggetti: questi fenomeni costituiscono il suo oggetto specifico.

La scienza fisica non interroga mai la propria essenza, non pone il problema circa il proprio essere, ricalcando quella dimenticanza della propria essenza che caratterizza del resto anche la metafisica. La scienza non pensa allora nel senso che essa indaga intorno a un qualcosa senza metterlo in questione come tale.

Heidegger pone pertanto l’accento sull’esigenza di compiere invece un ulteriore percorso: il compito del pensiero è proprio quello di elevarsi oltre il singolo settore scientifico particolare della scienza e della tecnica, arrivando a contestualizzare la conoscenza materiale in un ambito più ampio.

2. Scienza come decadenza dell’umanesimo? (iii)

Le tesi più critiche nei confronti della supremazia della tecnica hanno sostenuto che il recente progresso tecnico-scientifico avrebbe portato a una irreversibile decadenza dell’umanesimo: la superpotenza della tecnica non mirerebbe che al proprio potenziamento, per cui avrebbe già sottomesso ogni cosa, primo fra tutti il dominio del pensiero, e di conseguenza la stessa “vera essenza” dell’uomo, nonché la possibilità di affermare valori etici.

Heidegger pensava ancora la tecnica dal punto di vista del motore, ovvero pensava alla tecnologia come a un movimento dal centro alla periferia, senza ritorno.

Anche Adorno, quando criticava il mondo della comunicazione, aveva in realtà in mente Goebbels che parlando alla radio persuadeva i tedeschi ad andare in guerra.

Successivamente è nata la tecnica elettronica ed informatizzata, per cui, ad esempio, nella programmazione televisiva si deve tenere conto dell’audience: se le ditte non pagano le pubblicità i programmi non possono sostenersi economicamente.

La riflessione che si può allora fare è che vi è forse una certa speranza nella logica interna a certe tecniche. E la speranza è appunto che si autocontrollino, e, come in una dialettica di tipo marxiano, ci offrano la possibilità di un gioco diverso.

Un saggio di Heidegger compreso in «Sentieri interrotti» intitolato «L’epoca dell’immagine del mondo» (iv) inizia un discorso significativo: la scienza produce un’immagine del mondo, successivamente le scienze si moltiplicano, si specializzano, e l’immagine di mondo che esse producono entra in una sorta di conflitto.

Oggi, del resto, lo vediamo già: non c’è “La” Scienza, ci sono le scienze che parlano spesso linguaggi difficilmente compatibili tra di loro.

Heidegger estremizzava il discorso, dicendo che lo sviluppo delle scienze produce addirittura dei conflitti tra le varie immagini del mondo che le singole scienze costruiscono, dopo di che, in questo conflitto, l’immagine del mondo diventa impossibile e comunque incalcolabile. Il saggio si conclude in maniera assai pessimista, invocando il gigantesco, l’incalcolabile, cioè ciò che ci sfugge.

Un altro concetto di Heidegger che si può interpretare in maniera favorevole al mondo della tecnica è l’idea del Ge-Stell, che vuol dire «l’insieme dello Stell», cioè l’insieme di ciò che l’uomo pone come tecnologia. Nella conferenza «Identità e differenza» (v) il Ge-Stell viene guardato addirittura come «un primo lampeggiare dell’essere».

Non è quindi opportuno esagerare in una polemica contro la tecnologia, perché questa eccessiva critica si basa su una visione della tecnologia che non tiene conto degli aspetti bidirezionali, dato che la tecnologia non è soltanto un centro a cui una periferia corrisponde passivamente.

Heidegger non ha mai detto che bisognava superare davvero la metafisica, perché era consapevole di quanto ciò fosse difficile da fare – e con la tecnica lo è altrettanto – ma ci ha piuttosto suggerito che si poteva “pervertirla”. Pensiamo alla pratica di utilizzare il casco e i guanti per accedere alla “realtà virtuale” e provare un’esperienza estraniante credendo sia vera. Questo è un modo di pervertire una tecnologia che invece è nata per motivi militari.

Potremmo poi porci la domanda: «Come fa l’etica, che non può, a dire alla scienza e alla tecnica, che possono, di non fare ciò che possono?» [Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano. 2000].

L‘etica ha certamente delle colpe, nel senso che non riesce ad imporsi alla politica. Ma la domanda così posta pecca di eccessivo logicismo: il principio di non contraddizione è un principio del linguaggio, che però trasferito immediatamente alla logica delle cose diventa problematico.

L’etica ha bisogno di essere praticata politicamente, anzi non vi è nessun altra etica se non la politica: Aristotele diceva che il culmine dell’etica era la politica, perché la politica è, come dire, il senso dell’etica, perché l’etica non è fatta di imperativi, è fatta di imperativi di rispetto dell’altro, di accordo.

L’etica dovrebbe diventare politica nel senso migliore e non credere nei principi strettamente propri e, soprattutto in relazione alla logica interna alla scienza – una logica appunto del tipo «se abbiamo inventato questo necessariamente inventiamo quest’altro» – deve opporsi a una determinata logica sociale dell’uso della scienza.

La filosofia della scienza, nel ventunesimo secolo, deve essere una filosofia sociale della scienza, cioè intesa nel senso di un suo uso sociale. Non diciamo certo che si possa impedire ai ricercatori di fare delle ricerche, anche perché le ricerche oggi, molto ragionevolmente, sono sempre più necessariamente sostenute da quantità enormi di denaro che richiedono l’intervento pubblico, delle aziende, ecc.

Quindi effettivamente l’unica risposta etica a questo è un controllo politico vero e proprio della nostra comunità, su ciò che si può fare e su ciò che non si può fare.

In una società in cui clonare un essere umano sia possibile tecnicamente, ma impossibile socialmente, nessuno di noi vorrebbe andare a cena con un clone. Effettivamente bisogna che l’etica faccia più attenzione all’etichetta, che faccia attenzione a ciò che è ragionevolmente possibile presentare agli altri.

Il tempo della tecnica, della società neocapitalista, sembra essere un tempo che si riduce proprio diventando sempre più veloce. E più veloce gira il mondo, più l’uomo, allora, avrebbe meno tempo per pensare.

La tecnica impone quindi il tempo dell’esistenza, per cui l’uomo non ha più tempo per riflettere sul fine ultimo e, paradossalmente, dietro alla frenesia del vivere si manifesta una sorta di pigrizia mentale. L’idea di un tempo lento che viene violato dalla tecnica, l’idea che l’accelerazione sia comunque un male, è però concetto discutibile.

Ad esempio, un tempo Kant pubblicava la «Critica alla ragion pura», e dopo sei mesi usciva una prima recensione, dopo un anno una seconda e così via. Oggi l’iter di recensione di un filosofo che pubblica un libro perlopiù si esaurisce in una settimana, perché un giornale lo pubblica, e da lì nascono altri articoli.

Da che punto di vista possiamo considerare un male che non ci sia una lunga macerazione? Perché sembra che il pensiero sia sempre soltanto la storia di un individuo singolo che deve leggere la «Ragion pratica» e recensirla, per poi essere sottoposta a una seconda lettura? Però, se nel giro di una settimana lo leggono, per estremizzare il discorso con un esempio, diecimila recensori ed escono diecimila recensioni, tenendo conto l’una dell’altra, allora forse non è necessariamente peggio.

Non necessariamente la cultura necessita di un metabolismo lento. Una volta, quando non c’era la stampa, era difficilissimo ricordarsi le cose a memoria. Per esempio la trasmissione orale dei poemi omerici ricordati a memoria dava luogo probabilmente a dei cambiamenti; anche i copisti del Medioevo copiavano e oggi forse diremmo che invece se gli antichi testi fossero stati stampati una volta per tutte, sarebbe stato meglio.

Questa accelerazione dei tempi, certo, produce disagio in chi è legato ad un tipo di cultura libresca, riflessiva, umanistica. Probabilmente, dei fisici ricercatori sono molto più contenti di ricevere i risultati rapidamente, allora anche qui ci sarà un elemento di utilità, perché la fisica è più immediatamente “usabile”.

3. Scienza ed ermeneutica (vii)

L’ermeneutica ha sempre privilegiato le scienze dello spirito a scapito di quelle naturali: non a caso, per Heidegger, il luogo della verità autentica, cioè delle verità come apertura, può essere l’opera d’arte, la fondazione di uno stato o l’interrogazione del pensiero, ma mai l’indagine scientifica, che è semplicemente “l’elaborazione di un dominio di verità già aperto”: la scienza non pensa perché in essa non accade la verità originaria.

Ma occorre considerare anche l’immagine heideggeriana della scienza come “aperture di verità”. La scienza, nella sua fase straordinaria, cioè di transizione da un paradigma all’altro, si costituirebbe come apertura di un nuovo orizzonte-paradigma e quindi come accadere di autentica verità.

Affermare che nella scienza la verità autentica non accade sarebbe come dire che la scienza è solo scienza normale, cioè di approfondimento di un singolo paradigma: ma, come ha finemente mostrato Kuhn, la scienza è non solo normale, è anche straordinaria, ogni tanto apre orizzonti prima del tutto sconosciuti.

Queste considerazioni possono condurre ad una rivalutazione delle scienze della natura come luoghi di verità: ma perché è necessario rivalutarle, al di là del rispetto disciplinare?

La vocazione nichilistica dell’ermeneutica, cioè il suo carattere più autentico, viene alla superficie proprio quando essa considera gli ultimi grandi risultati delle scienze naturali e fisiche con distacco e fastidio, legati all’atteggiamento sostanzialmente antiscientista dell’ermeneutica.

La scienza, e con essa la tecnica, configurano un mondo ricondotto a una sistema generale di cause ed effetti, a una immagine della quale il soggetto scientifico dispone tendenzialmente in modo totale. La scienza quindi agisce su un mondo ridotto all’immagine che essa stessa stabilisce con una serie di leggi; ed un mondo ridotto ad immagine – come, del resto, suggerisce lo stesso saggio di Heidegger in “L’epoca dell’immagine del mondo” – è tale perché agisce la trasformazione nichilistica del senso dell’essere, secondo il principio per cui non ci sono fatti, ma solo interpretazioni.

Se si trascurano o sottovalutano i risultati della scienza, si potrebbe allora concludere, si dimentica la storia dell’essere come storia nichilistica.

È chiaro, allora, che la critica che l’ermeneutica può e deve assumere nei confronti del mondo tecnicoscientifico è diretta a far sì che esso riconosca il proprio senso nichilistico e lo assuma come filo conduttore, senza, come invece comunemente succede, volere porre limiti al trionfo della scienza e della tecnica in nome della cultura umanistica, ipotetica Lebenswelt che ci salverebbe dall’impero della ragione calcolante.

4. La natura e la scienza

Cosa può succedere quando Scienza e Filosofia si incontrano e si confrontano? [Si riportano in questo paragrafo alcuni passaggi di quanto è apparso sul numero 1/2006 della rivista MicroMega: un dialogo fra i genetisti Luca e Francesco Cavalli Sforza, da una parte, e il filosofo Gianni Vattimo, dall’altra, sul tema “Scienza o filosofia?”].

L’incontro può soprattutto mettere a nudo il solco profondo che istituzionalmente separa, quantomeno in Italia, le scienze della vita dal pensiero riflessivo. Da dove nasce l’idiosincrasia verso la scienza di una certa parte del pensiero post-moderno?

Sicuramente dal timore della portata ontologica dell’impresa scientifica, del suo impatto sullo stesso concetto di fondamento: dal timore cioè che la conoscenza riflessiva, o ciò che di essa rimane, possa essere messa in crisi dagli esiti sconvolgenti della ricerca scientifica; in definitiva, dal timore che quest’ultima con i suoi continui avanzamenti riesca passo dopo passo a rivendicare a sé la spiegazione dell’origine delle cose e degli enti.

Ripensiamo a Benedetto Croce, la sua famosa frase “scienziati vili meccanici” coniata dal filosofo napoletano addirittura contro il Premio Nobel per la Fisica Enrico Fermi, maggiore genio scientifico dell’Italia del ventesimo secolo.

La nostra tradizione filosofica è costellata di chiusure come quella di Croce. Viene in mente, per fare un solo esempio, il teocentrismo medievale. Allora, la teologia, nel timore che la ragione prevalesse sulla fede, ridusse la filosofia allo stato ancillare. Il timore di oggi è che la scienza, con le sue strabilianti conquiste, possa fare altrettanto con la filosofia: ossia scalzarla dal suo vecchio piedistallo, dal suo monopolio della verità e dal suo ascendente sulle coscienze.

Per contrastare questo processo, il pensiero post-moderno si assume il compito, che una volta era della religione, di difenderci dalla scienza stessa. Non solo, ma fa da sentinella contro ogni possibile ritorno del pensiero “forte”, reputandosi concettualmente attrezzato per neutralizzarlo e, al tempo stesso, per dire in sua vece parole definitive in fatto di ecologia, di diritto alla sopravvivenza e di criteri atti a stabilire quale dev’essere il corretto modo di pensare e di agire.

Con questi risultati, da un lato contribuisce a radicalizzare le rivalità e le reciproche incomprensioni fra gli studiosi e i ricercatori, sanzionando a livello teoretico – ossia al livello più alto – l’incomunicabilità delle esperienze e dei vissuti, dall’altro accentua l’isolamento disciplinare e la frammentazione del sapere, allargando il fossato che istituzionalmente separa le scienze della vita dalle scienze umane e sociali.

Tutto questo finisce per avere un’incidenza negativa tanto sul movimento delle idee quanto sul funzionamento della ricerca scientifica, degli istituti di ricerca e, in qualche misura, sullo stesso ordinamento del nostro sistema scolastico.

L’obiettivo di “naturalizzare” il pensiero riflessivo, perseguito da alcuni filosofi di tendenza fenomenologica, aperti alle reinterpretazioni e alle riappropriazioni, sembra essere, invece, l’unico approccio produttivo, il solo orientamento della filosofia contemporanea dotato di senso, persino capace di rifondare un’ontologia.

Porsi contro la ricerca scientifica, o per atteggiamento preconcetto o nell’impossibilità di cogliere l’oggetto naturale situandosi sul piano teoretico piuttosto che su quello fenomenologico, è invece una battaglia di retroguardia, il contrassegno di una filosofia senza interesse e senza futuro.

La natura è – da questo punto di vista – un’entità “rischiosa” e “mitologica”. Il rischio è precisamente che la natura – il come le cose stanno o starebbero da sé – diventi una sorta di norma impositiva.

Per “mitologica” si intende immaginaria: la natura sarebbe solo un’idea, priva di contenuto reale, che abbiamo ereditato e accettato acriticamente dal passato. In sé e per sé la natura, intesa come “qualcosa che cresce e si sviluppa da sé”, non esiste. Non si fa altro che riprendere la definizione classica di Aristotele, secondo il quale accade ‘per natura’ ciò che si mette in moto da sé stesso, senza l’intervento tecnico-poietico – cioè artificiale e oggi tecnologico – dell’uomo.

La natura è stata quasi interamente addomesticata dall’uomo; l’uomo tecnologico si è affrancato dalla tirannia delle sue leggi, per cui la storia culturale scorre tutta all’insegna dell’artificiale: il concetto di natura è quindi integralmente culturale, anche se non arbitrario.

Occorre osservare, tuttavia, che quest’idea della natura marginalizzata e resa inoffensiva dall’uomo contrasta in modo eclatante con l’altra immagine della natura che emerge nel pensiero recente: quella di una natura tutt’altro che addomesticata, che chiede indennizzi sprigionando la sua terribile forza nei modi più diversi.

I più pessimisti ritengono che i fenomeni ai quali stiamo assistendo – alluvioni, cicloni, uragani, riscaldamento termico, tropicalizzazione del pianeta, estinzioni di specie viventi, etc. – siano da interpretare come richieste di risarcimenti provvisori e forfettari da parte di un organismo profondamente violato nei suoi equilibri e nelle sue funzioni vitali, e che il peggio debba ancora venire.

Il rischio è quello di credere invece che, con la nostra tecnologia, si possa ricostituire artificialmente e all’infinito gli ambienti naturali compromessi o, addirittura, migliorarli – nel senso di renderli più idonei alla nostra condizione di “esseri razionali pensanti e soprattutto liberi” – rispetto a quelli naturali.

La convinzione di avere i mezzi tecnologici per “rimettere in piedi” il nostro habitat, indipendentemente dalle distruzioni osservate e osservabili, non è un illusione pericolosa soltanto in quanto tale, che induce a riscuotere quanto la natura come “fondo” viene stimolata a darci, senza preoccuparsi se il “fondo” si esaurisca, o si danneggi irrimediabilmente.

È una convinzione pericolosa perché induce a prendere posizioni conseguenti anche sul piano morale. Anche per quanto riguarda l’opzione tra il naturale e l’artificiale, è allora buona norma non prendere per vera nessuna norma, perché non c’è nulla che ci obblighi, naturalmente, a preferire il primo al secondo (come fanno i darwinisti), o viceversa. È la tesi della “fallacia naturalistica” di G. E. Moore.

La moralità consiste nell’osservanza di un solo precetto: quello di vigilare perché la nostra libertà sia preservata in tutti i modi. A parte questo, non si vede nessun’altra norma per l’agire. Il filosofo non ci dice da dove ci derivi questa libertà, se è un prodotto storico o il frutto dell’evoluzione biologica ovvero un dono dello Spirito Santo. Non si sa.

Né sappiamo esattamente cosa essa sia, dal momento che non è normativa, nel senso che non ci predispone a nulla (contrariamente a quello che pensava Kant). Sappiamo solo di averla e che dobbiamo difenderla a tutti i costi, in modo da garantire – a chi ne è provvisto, naturalmente – una sopravvivenza illimitata nel tempo.

Questa libertà conferirebbe allora all’Homo sapiens diritti superiori a quelli di ogni altro essere vivente, in primo luogo quello dell’immortalità. Essere liberi ed avere la coscienza di esserlo non è una dotazione naturale della specie umana, ma una prerogativa culturale; non appartiene al genere Homo, ma ai soli “esseri razionali pensanti e soprattutto liberi”.

È una precisazione di non poco conto, perché aggiunge al principio della distinzione tra le specie quello della gradazione all’interno della stessa specie. Non c’è dubbio, infatti, che si tratta di quel tipo di libertà nella quale si riconosce e si identifica solo l’uomo bianco occidentale.

Il naturalista Jules-Joseph Virey (1775-1847), campione del fissismo antropocentrico, non diceva cose molto diverse. Solo che, anziché fondare il criterio della gradazione sul concetto di libertà, lo fissava sul principio dell’appartenenza biologica in base alle caratteristiche fisiche: così, l’uomo bianco che si tiene in posizione eretta si distingue dal nero che “comincia a piegarsi verso terra”, la scimmia che si tiene in posizione obliqua si distingue dal quadrupede che “mantiene il proprio corpo in una posizione parallela al suolo, perché la sua testa è ancora più inclinata di quella della scimmia”, e via di questo passo.

Anche la conclusione è grosso modo la stessa: Virey infatti diceva: “Se, quindi, siamo scimmie per il corpo, siamo quasi dèi per lo spirito” (viii) [1]. Non stupisca questo ragionamento spinto sino all’estremo: qui si vede come, da un atteggiamento sviluppista e scientista verso la natura, ne possa facilmente derivare l’antropocentrismo e, in ultima conseguenza, il peggior razzismo, non solo culturale ma anche pseudo-scientifico.

Presa alla lettera, quest’impostazione ha le sue ricadute anche in ambito epistemologico: la rimozione della naturalità dalla storia dell’uomo – o la sua riduzione a fatto residuale e non necessario – spezza il rapporto tra natura e cultura, tra dotazione genetica ed esperienze di vita, tra ciò che siamo per natura e ciò che ci diamo attraverso l’educazione, l’istruzione, le tecniche terapeutiche, le manipolazioni genetiche e quant’altro. Sul vecchio che non esiste non c’è, evidentemente, nulla di nuovo da apportare per migliorarlo.

Considerare inoltre la natura come luogo dell’indeterminato (“non so com’è fatta”), che tende a trascolorare nel mito o a dissolversi nella molteplicità delle rappresentazioni, non è solo un modo di civettare con la vecchia metafisica, ma anche il modo più sbrigativo per svuotare di senso l’intera questione relativa al posto che l’uomo occupa nell’ordine naturale.

Espressioni come “io non so come sia fatto il mondo fuori dalla razionalità umana” sono, inoltre, giuramenti di fedeltà all’essenzialismo classico e ridanno fiato al vecchio pregiudizio metafisico, secondo cui la natura, in senso sia causale che ontologico, è fuori dalla nostra portata conoscitiva.

Oltre a questo, esse ci danno una visione del mondo che fa da anacronistico contrappunto con quell’altra immagine della natura che sta venendo fuori dai percorsi “incrociati” di una costellazione di scienze della natura che vanno, per limitarci solo a quelle biologiche, dalla biopaleontologia all’anatomia e all’embriologia comparate, alla genetica, alla biologia molecolare, alle neuroscienze.

Il velo da squarciare non è in realtà quello del mistero, ma quello della nostra ignoranza. Se è vero che la natura non ci ha ancora svelato tutti i suoi segreti, non è perché essa è divisa o inconoscibile, ma perché è ancora grande la nostra ignoranza.

La scienza, scrive Henri Atlan, “è come una serie di isolotti in un mare d’ignoranza, che tuttavia continuano a ingrandirsi” (ix) [2]. Se consideriamo che la natura non è mai stata esposta ai pericoli ai quali è esposta oggi e che la soluzione dei problemi legati all’esplosione tecnologica dipende unicamente dal modo in cui gli uomini interagiscono tra di loro, abbiamo tutti gli elementi per giudicare il kantismo morale un modello inadeguato o, addirittura, controindicato per affrontare l’emergenza attuale.

Un’etica realmente postmoderna non può che essere un’etica della prassi o consequenzialista, che valuti cioè le ricadute del nostro agire sul contesto umano e naturale in cui viviamo.

5. La scienza, la tecnica e l’ambiente (x)

Le riflessioni di Martin Heidegger sull’essenza della tecnica moderna risalgono a prima del 1953 [4]. (xi) La crisi ambientale che sta manifestandosi oggi su scala planetaria, può essere compresa nelle sue radici profonde riallacciandosi a quelle riflessioni. Infatti, le insidie latenti e le ricorrenti catastrofi provocate dalla tecnica moderna, e quelle ben più minacciose previste in futuro, stanno ponendo davanti agli occhi di tutti – per la prima volta nella storia – la prospettiva non immaginaria, non religiosa, né bellica, di una fine probabile di ogni tipo di civiltà umana come conseguenza diretta dell’espandersi della tecnica moderna.

Di quella tecnica moderna, la cui essenza è stata indicata da Heidegger in quel processo instauratosi nel nostro secolo come “impianto di richiesta” che provoca e costringe l’uomo a “disvelare” il reale come “fondo da impiegare”.

Cioè, con la tecnica moderna, secondo Heidegger, il vecchio ideale artigiano del “saper fare” si è capovolto nella coazione a “dover fare” della produzione industriale; e conseguentemente il “mondo naturale” viene conosciuto ormai soltanto come “fondo per l’impiego” e non più come semplice “fúsis”.

Queste riflessioni – nate in un clima diverso da quello della crisi ambientale – rappresentano la più radicale messa in guardia del nostro tempo nei confronti della tecnica moderna e, in particolare, nei confronti di quegli “esercizi di ammirazione” verso le tecnologie avanzate e l’innovazione tecnologica, che accompagnano oggi lo sviluppo dell’economia mondiale, ancora solo agli inizi. In questo senso, le riflessioni del filosofo tedesco anticipano e integrano il pensiero ambientalista, che in genere ancora ignora Heidegger.

Faremo riferimento alla conferenza sulla questione della tecnica, tenuta a Monaco di Baviera nel 1953, nella traduzione di Gianni Vattimo. Per Heidegger “il modo di pensare della filosofia moderna non offre più alcuna possibilità di fare esperienza – col pensiero – dei lineamenti fondamentali dell’età della tecnica che è soltanto al suo inizio”.

Al pensiero si presenta così un compito arduo:
“Al segreto della strapotenza planetaria dell’essenza della tecnica, corrisponde il non apparire del pensiero che tenta di pensare questo impensabile. Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un dominio completo della tecnica. Più inquietante è che l’uomo non sia preparato a questo radicale mutamento. Ed ancora più inquietante è che non siamo capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditativo, un adeguato confronto con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”.
La constatazione heideggeriana dell’impensabilità dell’età della tecnica moderna provoca l’insorgere della questione filosofica del nostro tempo: se non riusciamo a comprendere nulla di ciò che sta accadendo di immensamente vicino a noi e che ci coinvolge totalmente, non vuol dire forse che il rischio supremo per l’uomo di cui parlava Heidegger – cioè l’avvento del nichilismo nella forma di dominio onniperversivo della tecnica moderna – è ormai diventato un destino compiuto?

E da questa impensabilità del presente non è forse decretata anche l’impossibilità di stabilire un rapporto “significativo” del pensiero col passato e col futuro – con tutte le implicazioni che ciò comporta sul piano della conoscenza e dei valori?

Heidegger ha una sua concezione della scienza come “anticipazione conoscitiva su cui si fonda l’esperimento indagativo”, come si trova nel suo scritto “L’epoca dell’immagine del mondo” (1938) [3]. (xii) Nel tema dell’oblio dell’essere si ritrova il senso della “scandalosa espressione” la scienza non pensa, che abbiamo già incontrato in precedenza. Dice Heidegger:
“La scienza non pensa e non può pensare, per sua fortuna invero, perché ne va delle garanzie del suo modo di procedere. La scienza non pensa. Questa affermazione è scandalosa. Lasciamo all’affermazione il suo carattere scandaloso anche se aggiungiamo subito che la scienza ha comunque, sempre e in una sua maniera peculiare, a che fare con il pensiero.

Ma questa sua maniera è autentica e carica di conseguenze solo quando l’abisso che sta tra il pensiero e le scienze diventa visibile e se ne riconosce l’insuperabilità. Qui non ci sono ponti, ma soltanto il salto. È per questa ragion che non fanno che recar danno tutti i ponti d’emergenza e tutti i ponti dell’asino che proprio oggi vogliono instaurare un comodo rapporto d’affari tra il pensiero e le scienze.

Dobbiamo quindi, in questo momento, nella misura in cui proveniamo dalle scienze, sopportare quanto nel pensiero è scandaloso e inconsueto, posto che siamo preparati ad imparare a pensare. Il pensiero, o più esattamente il tentativo e il compito di pensare, stanno entrando in un’epoca in cui le grandi esigenze che il pensiero tradizionale credeva di soddisfare e pretendeva di dover soddisfare diventano caduche.

Il cammino della domanda “Che cosa significa pensare?” corre già all’ombra di questa caducità. Quattro frasi bastano a caratterizzarla:

- Il pensiero non porta al sapere come vi portano le scienze.

- Il pensiero non comporta una forma di saggezza utile alla vita.

- Il pensiero non risolve gli enigmi del mondo.

- Il pensiero non procura immediatamente forze per l’azione.

Finché continuiamo a subordinare il pensiero a queste esigenze, sopravvalutiamo il pensiero e gli chiediamo troppo.

Il rapporto del pensiero con le scienze di cui stiamo parlando è stabilito da un tratto fondamentale dell’epoca moderna. Questo tratto si può descrivere in breve come segue: ciò che è, appare oggi prevalentemente in quella oggettività che si impone e domina grazie al procedimento oggettivante delle scienze in tutti i campi e in tutti gli ambiti. Il prevalere di tale tratto non ha origine da un’esigenza particolare propria della scienza, ma da un fatto essenziale che oggi ci si rifiuta ancora di vedere. Tre proposizioni bastano a definirlo.

- La scienza moderna si fonda sull’essenza della tecnica.

- L’essenza stessa della tecnica non è qualcosa di tecnico.

- L’essenza della tecnica non è soltanto una costruzione umana che la superiorità e la sovranità umane potrebbero assoggettare ad una costituzione morale appropriata. Il procedimento oggettivante cui la scienza sottopone ciò che è, ci resta invisibile per il fatto che ci muoviamo in esso. Per questa stessa ragione anche il rapporto del pensiero con la scienza resta oggi oltremodo confuso e nell’essenza velato, tanto più che è proprio con la sua origine essenziale che il pensiero ha minor confidenza” [4].
L’approccio al problema della tecnica moderna venne poi sviluppato da Heidegger negli anni '50 e '60, ma è comunque già presente nel testo fondamentale della conferenza del 1953: “Die Fragenachder Technik”, conosciuto in italiano come “La questione della tecnica”, nel senso di “domanda rivolta verso la tecnica”.

Infatti è Heidegger a interrogare la tecnica per coglierne l’essenza. Il percorso heideggeriano sulla questione della tecnica moderna arriva poi a compimento nel 1968, con “Ormai solo un dio può salvarci”, intervista pubblicata postuma nel 1976.

Heidegger ripeteva che “il movimento planetario della tecnica moderna è una potenza la cui grandezza, storicamente determinante, non può essere in alcun modo sopravvalutata” [5]. (xiii)

Per arrivare all’essenza della tecnica – dice Heidegger – bisogna stabilire con la tecnica un rapporto di pensiero libero, sgombro da idee precostituite. Non possiamo stabilire questo rapporto libero fintantoché ci limitiamo a praticare la tecnica, ad accettarla con rassegnazione, ad esaltarla o a disprezzarla. Ma saremmo ancor più in suo potere, se considerassimo la tecnica come qualcosa di neutrale: questo ci renderebbe ciechi di fronte all’essenza della tecnica.

Ciò premesso, Heidegger dice che, alla semplice domanda “cosa è la tecnica?”, si suole rispondere che la tecnica è una attività dell’uomo che crea un mezzo in vista di fini. Per quanto estremamente più complesse delle tecniche artigianali, si può dire, ad esempio, che il generatore di alte frequenze, l’aereo a reazione o la centrale idroelettrica sul Reno, sono mezzi in vista di fini.

Ma l’essenza della tecnica ha a che fare con il disvelamento. La tecnica, è un “modo del disvelamento”, un modo del conoscere. Per Aristotele, téchne diversamente da fúsis, disvela ciò che non si produce da sé. L’elemento decisivo di téchne non sta nel maneggiare, nel fare, o nella messa in opera di mezzi, ma nel “disvelamento”.

Il disvelamento che governa la tecnica moderna, però, per Heidegger, è una “provocazione” la quale pretende dalla natura che essa fornisca energia che possa come tale essere estratta e accumulata [5]: una determinata regione viene provocata a fornire all’attività estrattiva carbone e minerali. La terra si disvela così come bacino carbonifero, il suolo come riserva di minerali, per la fornitura di uranio, l’uranio per l’energia atomica.

Il disvelamento che governa la tecnica moderna ha, per Heidegger, un carattere particolare, quello del “richiedere” nel senso della provocazione. Questa provocazione si esplica nel fatto che l’energia nascosta nella natura viene messa allo scoperto; ciò che così è messo allo scoperto viene trasformato, il trasformato immagazzinato, e ciò che è immagazzinato viene a sua volta ripartito e il ripartito diviene oggetto di nuove trasformazioni.

Mettere allo scoperto, trasformare, immagazzinare, ripartire, commutare sono modi del disvelamento. Questo disvelamento, apre a sé stesso le sue proprie vie interconnesse, le dirige e si autoalimenta.

Heidegger utilizza il termine “fondo” (Bestand). Il termine dice qui qualcosa di più e di più essenziale che la semplice nozione di “scorta, provvista”. La parola “fondo” prende qui il significato di un termine-chiave. Esso, per Heidegger, caratterizza niente meno che il modo in cui è presente tutto ciò che ha rapporto col disvelamento provocante, cioè come “fondo per l’impiego” [5].

L’essenza della tecnica moderna è quel processo, apparentemente inarrestabile e che si autoalimenta, attraverso cui si è instaurato quell’impianto coattivo di richiesta che provoca e costringe l’uomo a disvelare (conoscere) il reale (cioè il mondo naturale e l’uomo stesso) come “fondo da impiegare”.

Questo modo di conoscere, per Heidegger angusto al pensiero, domina oggi su ogni altro modo più originario per l’uomo di esperire il reale. L’essenza della tecnica moderna, sottolinea Heidegger, porta l’uomo sul cammino di quel disvelamento mediante il quale il reale, in modo più o meno percettibile, diviene dovunque “fondo da impiegare”.

Werner Heisenberg ha poi fatto notare – sottolinea Heidegger – che all’uomo di oggi il reale non può presentarsi altro che in questa maniera, cioè come oggetto di scienza e come fondo per l’impiego.

“Il dominio del Gestell”, dice Heidegger nel ‘68, “significa che l’uomo è collocato, impegnato e provocato da una potenza che diviene palese quando individuiamo l’essenza della tecnica, che egli non signoreggia. Far capire questo: di più il pensiero non pretende. Non conosco nessuna strada per una immediata modifica dell’attuale stato del mondo, posto che una tale strada sia in genere umanamente possibile. Si tratta di pensare verso il futuro, a partire dai tratti non ancora pensati dell’età attuale, senza pretese profetiche”.

E, ritornando sul tema della speranza, poco più avanti aggiungeva:

“Non vedo la posizione dell’uomo nel mondo della tecnica planetaria come una sventura inestricabile e inevitabile; anzi, vedo il compito del pensiero nel dare mano, nei propri limiti, affinché l’uomo riesca a conquistare un rapporto sufficiente con l’essenza della tecnica” [5].

Nel 1972 il Club di Roma lancia l’allarme sull’assurdità dell’ideologia dello sviluppo illimitato, basato sulla estrapolazione all’infinito di una sola esperienza storica (la crescita economica del 6% annuo) durata appena un quarto di secolo; criticando la fede, spesso vicina alla superstizione, in una tecnologia moderna capace di fornire i mezzi per produrre a basso costo l’energia e le materie prime per lo sviluppo [6]. (xiv)

Nel 1973 è la crisi energetica – il cui significato reale va ben al di là della mera preoccupazione per l’esaurimento delle riserve energetiche – a dare un primo forte scossone, a livello collettivo, alla fiducia nella continuità della civiltà della tecnica, facendo sorgere il fondato sospetto che questa civiltà, al pari di altre del passato, possa anche estinguersi [7]. (xv)

Ma è la crisi ambientale degli anni '80 con le sue insidie latenti e le sue ricorrenti catastrofi provocate direttamente o indirettamente dalla tecnica moderna, e con quelle ben più minacciose previste in un orizzonte di tempo piuttosto ravvicinato, a porre davanti agli occhi di tutti – per la prima volta nella storia – la prospettiva apocalittica, non immaginaria, non religiosa, né bellica di una probabile e imminente fine di ogni tipo di civiltà umana, come conseguenza del diffondersi della tecnica moderna.

Heidegger aveva già indicato la pericolosità insita nella “concezione strumentale e neutrale” della tecnica, sulla quale si è basato tutto lo sviluppo delle società industriali, mostrando che l’essenza della tecnica non è qualcosa di tecnico, bensì un modo imperfetto di conoscere o rapportarsi al mondo naturale, cioè soltanto come “fondo da impiegare”.

Nei confronti della prassi capitalista e dell’ideologia marxista, che vedono nella tecnica qualcosa di governabile, Heidegger mostra come sia proprio l’essenza della tecnica moderna il vero soggetto del quale sia la borghesia, sia il proletariato sono soltanto i predicati sociali [8]. (xvi)

Dice Heidegger: “A fronte di queste concezioni per le quali la tecnica nella sua essenza è qualcosa che l’uomo ha nelle sue mani, sta il punto di vista secondo cui la tecnica, nell’essenza, è qualcosa che l’uomo di per sé non è in grado di dominare. Tutto funziona; e questo è appunto l’inquietante, che tutto funziona e che questo funzionare spinge sempre verso un ulteriore funzionare e la tecnica strappa sempre più l’Uomo alla Terra.

Non so se Lei si è spaventato
– dice Heidegger al suo intervistatore nel 1968 – in ogni caso io lo sono stato appena ho visto le fotografie della Terra scattate dalla Luna. Lo sradicamento dell’uomo dalla Terra è già effettuato, non c’è bisogno della bomba atomica. Tutto ciò che resta non è altro che una situazione puramente tecnica” [5].

“Quanto alla filosofia”, conclude Heidegger “essa non potrà produrre nessuna immediata modificazione dello stato attuale del mondo. E questo non vale solo per la filosofia, ma per tutto ciò che è mera impresa umana. Ormai solo un dio ci può salvare” [5].

L’analisi dell’essenza della tecnica moderna proposta da Heidegger, con i suoi concetti di “fondo” e di “impianto di richiesta”, fornisce un analogo contributo all’analisi del rapporto fra tecnica moderna e crisi dell’ambiente.

Secondo Heidegger, anche nel mondo greco la tecnica svolgeva una funzione di “disvelamento” (di conoscenza) della realtà; ma si trattava di conoscenza, non di dominio (o quantomeno di dominio debole, senza possesso). Nel mondo di oggi, al contrario, essa svolge una funzione di dominio forte, esclusivo (di dominio con possesso), al quale si subordina ogni altro tipo di conoscenza.

L’incipiente crisi ambientale è figlia del “dominio forte” della tecnica moderna. Usando le espressioni di Heidegger potremmo azzardare una definizione: la crisi ambientale è una risposta inattesa (un “disvelamento inatteso”) provocata dall’incalzante funzionare del ”impianto di richiesta” che assalta un mondo naturale sempre più sezionato e frammentato in una inestricabile molteplicità di “fondi da impiegare” .

6. Le radiazioni fanno pensare la scienza nucleare

La fisica nucleare è – come sappiamo – figlia della bomba atomica. Nacque con la bomba atomica all’orizzonte, nell’atomica ebbe la sua realizzazione pratica, e per un decennio dopo la prima atomica si occupò esclusivamente del suo perfezionamento. È stata, negli anni '30 e '40, all’apice della scienza moderna, come livello di scoperta e di sofisticatezza dell’impianto teorico.

Nel contempo, è stata anche oggetto dell’esecrazione morale mondiale, da quando gli effetti delle radiazioni su uomini e donne innocenti si sono rivelati dopo il 1945, ed hanno continuato ben oltre questa data.

Il “nucleare” come uno dei principali mali del mondo moderno è divenuto una vulgata, una opinione comune, che non accenna a mutare anche a distanza di '70 anni da Hiroshima, rinforzata dai gravi incidenti cui è andata incontro anche la fase “pacifica” dell’utilizzo del Nucleare: si pensi all’evento di Chernobyl, del quale quest’anno ricorre addirittura il trentennale.

Quasi come reazione a contenuti etici così discutibili, lo scienziato nucleare – almeno ai suoi livelli più alti – nasce con una speciale caratterizzazione: la fisica nucleare è una disciplina fisica formante una figura che si allontana dal semplice homo faber per acquisire sia la dignità di vero e proprio scientist, per porre il fisico nucleare di fronte a domande e scelte etiche inusuali, facendone un concerned scientist. Tutt’altro, più per necessità che per merito, se vogliamo, di un ‘vile meccanico’.

La verifica delle potenzialità distruttive delle nuove armi atomiche e delle radiazioni sull’uomo causarono anche una apparente battuta d’arresto nella corsa entusiasta e vertiginosa verso le nuove frontiere della scienza: le radiazioni ebbero anche un effetto sulla pubblica opinione e vieppiù sulla coscienza degli scienziati. Fu davanti alla tragedia di centinaia di migliaia di innocenti periti in pochi istanti, grazie alle proprie scoperte, che la scienza si mise a pensare.

Fu anche una questione di tempi stretti, di velocità. Il cortocircuito e l’accelerazione che si ebbero nei tardi anni '30 e primi anni '40, infatti, permise agli stessi scienziati che avevano compiuto le scoperte fisiche di base, di assistere – e spesso collaborare – alla terribile fase applicativa bellica.

James Chadwick, inglese, ebbe il premio Nobel per la scoperta del neutrone nel 1932, Otto Hahn, tedesco, fu premio Nobel per la Chimica per la scoperta della fissione nucleare da lui conseguita nel 1938, Enrico Fermi, premio Nobel 1938, mise a punto il primo reattore nucleare sperimentale nel 1942: tutti costoro parteciparono alla corsa alla bomba atomica e ne videro, nel 1945, le terribili conseguenze.

Agli scienziati, dunque, venne chiesto conto della loro responsabilità etica circa l’uso delle proprie scoperte. Le implicazioni etiche per uno scienziato della partecipazione allo sviluppo della tecnologia nucleare hanno fatto scuola per la questione “etica e scienza“, vexata quaestio per gli scienziati nucleari prima che per tutti gli altri.

Fra gli scienziati atomici primigeni, sono molteplici gli esempi di percorsi umani e di coscienza che portarono – con diverse sfumature – a progressive “crisi di coscienza” (così si denomina quando uno scienziato inizia a “pensare”), e a prese di distanza. Einstein, Fermi, Szilard, Bethe, Rasetti, Rotblat, Oppenheimer e molti altri passarono dalla partecipazione attiva alla corsa all’atomica, al rifiuto o all’opposizione più o meno forte.

Durante la seconda guerra mondiale, Hitler alimentò le residue illusioni di vittoria favoleggiando l’avvento imminente di armi segrete che avrebbero capovolto l’esito della guerra: l’arma atomica era una di queste. In questo caso, il mito si ritorse contro i suoi creatori, perché fu utilizzato al meglio dalla controparte.

È infatti opinione comune che lo sforzo degli scienziati atomici americani e alleati, riuniti dal 1943 sotto il Progetto Manhattan per produrre la bomba atomica, fosse giustificato dalla necessità di “battere sul tempo” la Germania – che pareva ad un passo dalla scoperta – e salvare così il mondo libero.

Le cose stavano diversamente: i tedeschi erano lontanissimi (xvii) dallo sviluppo dell’atomica. Così, proprio mentre la fisica nucleare tedesca rallentava la sua corsa e si fermava, bloccata dalla militarizzazione, dagli errori di valutazione e dalle difficoltà della Germania (xviii), la fisica nucleare alleata procedeva a velocissimi passi, arrivando, come è noto, al primo reattore critico nel dicembre 1942 e alla prima bomba atomica nel luglio 1945.

Fu quindi facile – per gli scienziati nucleari partecipanti al Progetto Manhattan – giustificare la propria militarizzazione di fatto (xix) e la partecipazione allo sviluppo della bomba atomica: occorreva battere la Germania sul tempo, si era in guerra e non era il momento per pensare, per porsi domande ed avere crisi di coscienza.

Il clima stesso di segretezza estrema della cittadella di Los Alamos contribuì a creare una atmosfera artificiale di “grande importanza” e la sensazione, da parte di ognuno, di stare facendo la Storia, prendendo parte ad un grande progetto. Non tutti, occorre dirlo, andarono in questa direzione: non si possono dimenticare, come si vedrà in seguito, tracce di “pensiero critico” negli scienziati anche prima dello scoppio delle bombe atomiche.

Fu più difficile, ovviamente, continuare in questo autoinganno quando divenne evidente che la Germania non era assolutamente in grado di sviluppare l’atomica, e addirittura si arrese agli alleati nel maggio 1945.

Fu in quel momento che l’atmosfera di importanza del progetto ebbe un grande peso, più, probabilmente, che non la pretesa di avere un’arma che potesse concludere la guerra contro il Giappone; alcuni, come ad esempio Joseph Rotblat, si rifiutarono di proseguire ed abbandonarono il progetto.

La maggior parte degli scienziati del Progetto Manhattan, tuttavia, continuò a “correre” come se dall’altra parte ci fosse ancora stato un competitore. Salvo poi, con un ripensamento senz’altro tardivo, proporre che l’atomica non venisse usata o venisse usata in zone desertiche a scopo dimostrativo (petizione Szilard ed altri, Rapporto Franck del luglio 1945) (xx).

Di lì a poco, un’altra giustificazione venne a trovarsi pronta nelle mani di chi, come Edward Teller, proseguì le ricerche verso la bomba H nonostante la tardiva opposizione di molti di coloro che parteciparono al Progetto Manhattan, quali ad esempio Fermi e il direttore scientifico del progetto Manhattan, Robert Oppenheimer: la guerra fredda con l’Unione Sovietica.

Il Progetto Manhattan e gli studi per la bomba atomica sono stati perciò il primo grande esperimento, come mai era avvenuto precedentemente, per osservare la reazione di un’intera comunità scientifica coinvolta in un progetto finalizzato in modo esplicito a scopi militari.

Anche in altri momenti della storia gli scienziati erano stati coinvolti, ma mai in una tale misura e soprattutto non nell’ambito di un progetto in cui fosse loro imposto di sottostare alle regole del segreto militare e di vivere in una cittadella costruita appositamente a Los Alamos.

Una situazione anche peggiore si verificherà negli anni seguenti nell’Unione Sovietica, dove furono costruite alcune città segrete, su cui soltanto di recente si sono avute testimonianze dirette. In esse vigevano delle norme di “ordine e sicurezza” che nessuno avrebbe accettato nella vita civile, e queste “città scientifiche fantasma” non sono mai appartenute alla normale dinamica del mondo accademico o della ricerca.

Esse sono venute alla luce soltanto quando i disastri ecologici da esse causati non potevano più essere nascosti (xxi), e poi con la Glasnost dopo il 1989.

Nasce allora – a partire da Los Alamos – una nuova figura nella comunità scientifica, quella dello scienziato militare. Hans Bethe, uno dei padri della fisica nucleare che, pur avendo collaborato all’impresa militare ha mantenuto sempre molto spirito critico e lucidità, ha scritto un resoconto, che risale al 1954, ma è stato declassificato solo nel 1980 (xxii), nel quale descrive il coinvolgimento degli scienziati alla costruzione della bomba H, la così detta “super”, fortissimamente voluta dal fisico Edward Teller.

Bethe mette in evidenza come questo rapporto sia diventato continuativo e non soltanto episodico in un periodo di emergenza. Il suo contributo è importante per capire questa continuità, che nel 1960 persino Eisenhower denuncia, nell’ultimo discorso rivolto al pubblico americano, quando lascia la presidenza degli Stati Uniti, mettendo in guardia dal pericolo del nascente complesso militare-industriale-scientifico, che mina le basi stesse della democrazia su cui si reggono gli Stati Uniti (xxiii).

Comunque, si parla qui della ricerca in toto, non soltanto della ricerca in ambito nucleare, che ormai deve condividere la ribalta con molti altri attori. Di recente, infatti, la figura dell’ingegnere e del fisico nucleare quale paradigma del coinvolgimento dei tecnici nell’ambito militare è assai sbiadita.

La fine della guerra fredda e la necessità/opportunità del ricorso in guerra ad armi “convenzionali” (per le quali vi è praticamente mano libera), mentre per le armi nucleari vige tuttora la “maledizione di Hiroshima”, ha messo in evidenza una nuova figura: lo scienziato “dual use”.

Si intende con “dual use” una tecnologia che si suppone abbia utilizzi sia civili che militari. Molti esempi si trovano nel campo dell’elettronica e dell’informatica: dall’elettronica “di controllo” per aeromobili, missili e droni, al “remote sensing”, il controllo dall’alto – via satellite – che viene sviluppato come aiuto all’agricoltura e alla meteorologia, ma che ha molte ed evidenti applicazioni militari e di “intelligence” (xxiv).

L’artificio dell’utilizzo civile pacifico non è una invenzione recente, e si hanno esempi anche più clamorosi proprio in ambito nucleare; per alcuni anni, prima di gettare la maschera e di puntarsi reciprocamente le armi nucleari addosso, India e Pakistan hanno sviluppato le ricerche sulle armi nucleari gabellandone l’uso come “esplosivi nucleari civili”, da utilizzare per le “grandi opere” (dighe, miniere, strade, depositi sotterranei) al posto del tritolo.

È molto facile poi sfruttare l’ignoranza generalizzata sugli aspetti che riguardano l’energia nucleare e le sue discipline più prettamente fisiche, per propagare utili notizie allarmistiche. E sono proprio le notizie allarmistiche e la conseguente paura che favoriscono “la parola alle armi”: la corretta informazione pubblica e la lotta contro il segreto, il mistero, l’ambiguità, debbono essere fra i fondamenti su cui si basa l’approccio etico del tecnico, specialmente del fisico nucleare.

Albert Einstein, sotto questo punto di vista, fu ancora una volta un precursore. E – secondo noi – sono altrettanto importanti i contributi etici che diede nell’ultimo periodo della sua vita, rispetto a quelli – immensi – da scienziato.

Nato in Germania nel 1879, si trasferì negli USA nel 1932. Premio Nobel nel 1905, le sue opere scientifiche non hanno bisogno di essere ricordate. Nel 1939, sotto pressione di Leo Szilard, scrisse a Roosevelt una lettera (xxv) in cui sollecitava lo studio dell’energia nucleare, avvertendolo che le ricerche potevano portare allo sviluppo di potenti bombe e sollecitando a battere i tedeschi sul tempo.

Grazie a quella lettera, partì il finanziamento per le ricerche nucleari in USA e, più tardi, dopo i successi di Fermi, il Progetto Manhattan, cui Einstein comunque non partecipò. Per Einstein – con gli anni – quella lettera divenne un vero incubo, poiché egli venne accusato di essere responsabile dell’evento iniziatore che portò alla fine alla bomba atomica.

Appena fu chiaro che la Germania non avrebbe potuto sviluppare la bomba, Einstein divenne uno strenuo oppositore al suo uso, ad iniziare da quello contro il Giappone. Non ebbe alcun ruolo di potere nel dopoguerra, emarginato a causa delle sue tendenze “anarcoidi”.

Nel 1955 pubblicò insieme a Bertrand Russel un Manifesto (xxvi) contro lo sviluppo di armi atomiche che chiedeva, fra le altre cose, agli scienziati di trovare in prima persona una soluzione, non più tecnica sulla miglior bomba da costruire, ma politica, sul miglior modo per evitare che la bomba venisse utilizzata: ciò stimolò fra le altre cose la nascita due anni dopo delle Conferenze Pugwash, il principale consesso internazionale di scienziati per la pace.

La generazione attuale di scienziati ha avuto infatti la fortuna di seguirne una che – a livello di pensiero – ci ha dotato di strumenti assai potenti sul concetto di guerra e di ricorso all’uso della violenza.

Il filosofo Bertrand Russel è l’esempio di quella generazione che ha visto gli effetti di due guerre mondiali ed ha dovuto convivere con la minaccia della guerra atomica. La dichiarazione “Einstein-Russel” del 1955 invitava appunto i governi mondiali ad evitare il ricorso alla guerra per la risoluzione dei conflitti internazionali, dato il tremendo sviluppo della potenza distruttiva degli armamenti nell’era atomica.

In fondo, lo stesso principio di ripudio della guerra è contenuto nell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana.

La scienza, finalmente, aveva iniziato a pensare. Ricordiamo poi – gemmazione delle Conferenze Pugwash – la figura oggi ancora attiva di Johan Galtung, scienziato, fondatore della Trascend Peace University, efficacissimo negoziatore norvegese e “compositore di conflitti” senza il ricorso ad alcun mezzo violento, meno che mai a guerre fra stati.

La tecnica di composizione non violenta dei conflitti non può essere riassunta in poche parole; ma in sostanza si tratta di un lavoro continuo, di sorveglianza e di attenzione verso il cosiddetto “altro”, ma non a livello di spionaggio o di polizia segreta, ma di “comprensione” nel senso più letterale: acquisire continuamente informazioni attendibili da più fonti, non interpretarle o farsele interpretare in maniera parziale o monocorde, “capire”, elaborare soluzione negoziate in diretta.

È l’evoluzione più meritevole e alta della diplomazia applicata alla pace e non alla guerra. Una pace vigile, non certo una pace fatta di inazione, rinunzia, o occhi coperti di fronte a quello che succede. Certamente, occorre avere, oltre la capacità e la mentalità, anche la volontà di farlo; perché una soluzione pacifica è costosa, e non è la soluzione più comoda.

La soluzione più comoda è “andare per le spicce”.

Isaac Asimov non era né un maestro del pensiero filosofico né un fine consigliere di politici, bensì un grande scrittore di fantascienza ed un divulgatore scientifico. Tuttavia, fa dire ad uno dei personaggi del suo ciclo di romanzi più noto, Hari Seldon nella “Trilogia della Fondazione”, una frase adatta a questo punto della nostra riflessione: “La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”.

Possiamo poi trovare una frase buona del Mahatma Gandhi: “Rispondere alla brutalità con la brutalità vuol dire ammettere la propria bancarotta morale e intellettuale”. D’altra parte, proprio sulla povertà morale ed intellettuale – opportunamente coltivata con raffinate e costose tecniche – si basa molto dell’attuale gioco “alla guerra giusta” di gran voga in questi anni.

Tornando al manifesto Einstein-Russel, un cenno va fatto al problema dei mezzi con i quali si combattono le guerre moderne, frutto dell’evoluzione spaventosa e difficile da controllare della tecnologia bellica. Siamo dei nani seduti sulle spalle di un gigante: ma sappiamo dove va il gigante e se siamo in grado di dirigere le sue azioni?

Un effetto del “progresso” tecnologico bellico dovrebbe essere – se fosse indirizzato nella direzione di beneficio per l’umanità che ci lasciano intendere – quello di ridurre le guerre ad un episodio chirurgico, asettico, mirato, limitato, proporzionato, con poche o nessuna vittime civili e il minor numero possibile anche fra i militari di ambo le parti.

La realtà è invece ben diversa: il rapporto fra vittime civili e militari è in crescita continua. I militari continuano poi a morire, sia sul campo di battaglia che in seguito, negli anni, per malattie terribili. Inoltre, c’è una crescita continua delle conseguenze ritardate delle guerre su chi le subisce: sostanze cancerogene, devastazione degli ecosistemi con mezzi nuovi e inquinanti sconosciuti, mentre la pauperizzazione e colonizzazione dei perdenti è del tutto simile al passato.

Allora, deve esserci qualcosa che va in direzione diversa da quella che supponevamo o speravamo: è un primo segnale di scollamento fra innovazione tecnologica ed effetti benefici sull’umanità, un aspetto sul quale torneremo più avanti nella trattazione.

Tuttavia, proprio per questo dovremmo aver imparato una lezione preziosa dalla guerra contro l’Iraq, l’inutile guerra del 2003 per scongiurare l’inesistente pericolo di inesistenti “armi di distruzione di massa”. I decisori politici in quell’occasione hanno adoperato senz’altro dovizie di mezzi, ma non per acquisire informazioni ed elaborare soluzioni negoziate, ma bensì per non mettere il pubblico in grado di avere un’opinione corretta sulla base di informazioni oneste e non mal interpretate, e per imporre e giustificare la loro volontà a dispetto dei fatti. È stato un grande sforzo, logorante e costoso, condotto con grande abilità e con impiego di fini intelligenze.

Questo punto è interessante: siamo di fronte – per la prima volta nella storia moderna – ad un fenomeno di scollamento in cui l’innovazione si separa dal progresso sociale. Non parliamo soltanto di innovazione tecnologica. Un’innovazione del sistema produce qui per la prima volta una regressione, anziché un avanzamento, sul terreno della civiltà.

L’esempio è evidente: di fronte a mezzi avanzatissimi di comunicazione, dal punto di vista tecnologico, questi vengono utilizzati per non informare, cioè per disinformare l’opinione pubblica mondiale: abbiamo saputo assai meno della guerra in Iraq nel 2003 rispetto alla guerra del Vietnam nel 1968, veniamo tecnologicamente separati dai fatti e tenuti all’oscuro in maniera molto più efficace che in passato.

Concludiamo la parte sull’approccio etico alla guerra con un cenno al disarmo, inteso come rifiuto della guerra giusta come mezzo per la composizione dei conflitti. È di nuovo utile citare Gandhi, che nel 1946 scrisse:
“Il disarmo è impossibile se le nazioni del mondo non la smettono di sfruttarsi l’un l’altra. E se la folle cosa al riarmo continua può portare ad un solo risultato: alla più grande strage mai avventa nella storia. Se qualcuno vincerà, la vera vittoria sarà la morte vivente per la nazione che sarà vittoriosa. Non c’è nessuna via d’uscita se non la nonviolenza”.
Impressiona il momento storico nel quale egli disse ciò, ovvero in epoca lontanissima dalla globalizzazione e dallo sconvolgimento dell’ecosistema mondiale: l’attualità di queste frasi deve farci riflettere.

Quale fu l’atteggiamento degli scienziati nucleari di fronte alle questioni etiche connesse con l’uso delle loro scoperte ai fini di approntare armi di distruzione di massa e uccidere decine di migliaia di civili innocenti? Vi fu una grande varietà di atteggiamenti e risposte: ne vediamo alcuni esempi in pillole.

Hans Albrecht Bethe, tedesco, nato nel 1906, emigrò negli USA nel ’35. Direttore del Dipartimento di Fisica Teorica di Los Alamos nei primi anni ’40, partecipò ai massimi livelli al Progetto Manhattan. Premio Nobel 1967 per la Fisica, per ricerche nel campo dell’astrofisica, nel 1995, all’età di 88 anni, scrisse una lettera aperta (xxvii) a tutti gli scienziati invitandoli a cessare ogni opera o lavoro di sviluppo nell’ambito delle armi atomiche.

James Conant, nato in USA nel 1893, chimico, Rettore di Harward negli anni ’30, convinto interventista contro la Germania, dal 1941 al 1946 fu presidente del National Defense Research Committee, che sovrintendeva agli aspetti scientifico-tecnici della ricerca militare, incluso il Progetto Manhattan. Fece parte insieme a Fermi ed altri del Comitato che decise di lanciare l’atomica sul Giappone, rifiutando la proposta di dimostrazione dell’ordigno in luoghi deserti avanzata da colleghi del Progetto Manhattan. Nel 1949 si pronunciò contro lo sviluppo della bomba H. Nei primi anni ’50 si oppose al Maccartismo e non permise – al contrario di molti altri Rettori – la persecuzione dei docenti di sinistra nella sua università.

Enrico Fermi, principale artefice dell’era nucleare, nasce a Roma nel 1901. Per le fondamentali scoperte sul rallentamento dei neutroni condotte insieme ai “Ragazzi di via Panisperna” riceve il premio Nobel nel 1938, ed emigra negli USA lo stesso anno, con la moglie di origine ebrea. Nel dicembre 1942 ottiene a Chicago la prima pila atomica. Successivamente partecipa al Progetto Manhattan come consulente ed è favorevole all’uso dell’atomica contro le città giapponesi.

Lascia Los Alamos nel ’45, e nel ‘49-’50, sollecitato da Teller a collaborare alle ricerche per la bomba H, si pronuncia pubblicamente contro il suo sviluppo. Testimonia a favore di Oppenheimer, perseguito dai maccartisti nel ’53 e, già malato, manifesta negli ultimi giorni la volontà di convincere Teller a rivedere la sua deposizione contro lo stesso Oppenheimer. Fermi si rifiutò sempre di “parlare di politica”, alla quale diceva di non essere interessato, essendo la fisica il suo unico interesse.

James Franck, nato in Germania nel 1882, premio Nobel per la fisica nel ’25, emigra negli USA dopo l’avvento del nazismo. Partecipò al Progetto Manhattan e nel 1945 scrisse il “Rapporto Franck” per il Dipartimento della Difesa USA, dove si proponeva la dimostrazione della bomba atomica in una località deserta anziché sulle città giapponesi, che venne ignorato.

J. Robert Oppenheimer fu direttore del Laboratorio di Los Alamos e leader scientifico del Progetto Manhattan. Calcolò la massa critica di U-235 necessaria per la messa a punto della bomba atomica: la stima correttamente assommava all’ordine di grandezza della decina di chili, invece che delle tonnellate supposte soltanto pochissimi anni prima, e fu decisiva per lo sviluppo della “bomba” atomica, in quanto essa poteva, contrariamente a quanto si pensava, venire aviotrasportata. Fu favorevole al suo uso contro le città giapponesi.

I sensi di colpa pesarono molto su di lui, ed incontrando il presidente Truman nel ’46 disse “Presidente, ho le mani sporche di sangue”. Dal ’45 al ’53 fu presidente della Commissione Statunitense per l’Energia Atomica e si oppose alla costruzione della bomba H. Nel ’53, in piena “Caccia alla Streghe” Maccartista, venne inquisito e privato di tutte le sue cariche, con accuse rivelatesi poi infondate o deliranti, quali le simpatie socialiste del fratello.

Nella realtà, Oppenheimer si era trasformato da docile esecutore scientifico dei piani bellici dell’amministrazione USA in personaggio problematico e critico, ed aveva l’autorevolezza per opporsi e creare difficoltà: andava pertanto neutralizzato, accusandolo di “comunismo”.

Oppenheimer, che aveva sempre lealmente servito lo Stato e anche l’esercito, senza mai tradire, non si riprese più dal terribile colpo subito, che visse come un’onta ed una macchia. Venne poi riabilitato dal Presidente Johnson nel 1963, ma morì prematuramente nel 1967.

Joseph Rotblat, nato in Polonia, emigrò nel 1939 in Gran Bretagna, dove lavorò con James Chadwick all’Università di Liverpool sullo sviluppo della bomba atomica, inserito nel progetto inglese MAUD, antesignano del Progetto Manhattan che in esso confluì. Si trasferì quindi a Los Alamos nel 1942, per partecipare al Progetto Manhattan.

Nel novembre 1944, l’esercito alleato occupò Strasburgo, una delle sedi principali del progetto atomico tedesco: l’intelligence statunitense, con la “missione Alsos”, appurò con certezza l’estrema arretratezza del programma nucleare tedesco, impantanato assai lontano da ogni risultato pratico da alcuni errori concettuali di fondo, e dalla scarsezza di risorse. I tedeschi non arrivarono mai neppure a costruire un reattore critico come quello di Fermi del 1942.

Quando fu evidente l’impossibilità per i tedeschi di costruire l’atomica, Rotblat abbandonò il Progetto Manhattan (unico a farlo prima del lancio dell’atomica) e rientrò in Gran Bretagna. Continuo là a lavorare e fu fra i principali firmatari del Manifesto Einstein-Russel del 1955. Nel 1957 fondò il gruppo di Scienziati “Pugwash Conference”, la più importante organizzazione per l’abolizione delle armi nucleari e il disarmo, che diresse per molti anni. Promosse varie iniziative per il disarmo, e fu insignito nel 1995 del Premio Nobel per la Pace.

Leo Szilard, nato a Budapest, lavorò in Germania fino al 1933; di “razza ebrea”, si trasferì in Gran Bretagna fino al 1936, dove brevettò la teoria della reazione nucleare a catena, pur senza ottenerla. Trasferitosi negli USA, diffuse la preoccupazione che la Germania stesse per sviluppare l’atomica e preparò la lettera diretta a Roosevelt e firmata nell’agosto del 1939 da Einstein, che fu l’inizio del Progetto Manhattan.

Ottenne con Fermi la prima reazione a catena nel dicembre 1942 e partecipò, come direttore della divisione di Metallurgia, al Progetto Manhattan. A partire dal 1944, quando fu evidente che la Germania non poteva sviluppare l’atomica, iniziò ad opporsi al suo utilizzo: co-firmò il “Rapporto Franck”, arrivando fino a stendere e diffondere una petizione (xxviii), firmata da lui ed altri 68 membri della divisione di Metallurgia del Progetto Manhattan, contro l’utilizzo della bomba contro il Giappone.

La petizione è del 17 luglio 1945, il giorno dopo il successo del primo test atomico di Trinity nel Nevada. Alla fine del 1945 si oppose con successo alla militarizzazione dell’energia atomica negli USA, e nel 1946 fondò con Einstein il “Comitato di Emergenza degli Scienziati Atomici”, prima organizzazione di “scienziati pensanti” della storia.

Dal 1947 abbandonò la fisica nucleare e si dedicò alla biologia. Nel 1950 si oppose pubblicamente allo sviluppo della bomba H, e dal 1957 fu fra i più autorevoli partecipanti alle conferenze Pugwash.

Edward Teller, nato a Budapest, lavorò in Germania fino al 1935 e successivamente negli USA. Si unì al Progetto Manhattan nel 1942 e successivamente fu il leader dello sviluppo della Bomba H, la cosiddetta “super”, la cui prima esplosione avvenne nel 1952. Testimoniò contro Hoppenheimer nel processo del 1953.

Sostenne apertamente la necessità di un conflitto nucleare contro gli stati comunisti e la guerra nel Vietnam: sia durante questa che durante la guerra in Corea, propose l’utilizzo di bombe atomiche di limitata potenza contro “i comunisti”. Negli anni ’80 fu determinante nel convincere Ronald Reagan a intraprendere il progetto di difesa spaziale SDI (“Guerre Stellari”).

Franco Rasetti, compagno di studi di Fermi, tra il 1934 e il 1938 collaborò con lui alle fondamentali ricerche sui neutroni. Trasferitosi poi in Canada (1939-47), dove ha diretto l’Istituto di Fisica dell’Università Laval, a Québec, e negli Stati Uniti, alla John Hopkins University di Baltimora. Nel gennaio 1943 gli fu chiesto di partecipare al Progetto Manhattan. Rasetti rifiutò, motivando il rifiuto scrivendo:
“La scienza può dire ‘Se vuoi costruire una bomba da 100 megatoni devi fare così e così’ ma la scienza non può mai dirci se dobbiamo costruire una bomba da 100 megatoni. Penso quindi che gli uomini dovrebbero interrogarsi più a fondo sulle motivazioni etiche delle loro azioni. E gli scienziati, mi dispiace dirlo, non lo fanno molto spesso.”
Rasetti, quindi, fra i primi, pensava. Del tutto duro fu il giudizio, e Rasetti non esitò a esprimerlo in termini severi nel corso della sua lunga vita, nei confronti di quegli scienziati (Fermi in testa) che nell’estate 1945 condivisero la scelta dei militari, adottata alla fine da Truman, di far esplodere le due bombe che erano state costruite su Hiroshima e Nagasaki.

Si realizzava così quell’uso mostruoso della nuova arma contro la popolazione civile nel quale Rasetti, prevedendolo, aveva rifiutato di essere coinvolto. Rasetti nel primo dopoguerra abbandonò la fisica nucleare, diventando un naturalista. Visse oltre cento anni, ultimo dei “ragazzi di Via Panisperna” a scomparire nel 2002.

Emilio Segré, laureatosi a Roma nel gruppo Fermi, collaborò alle fondamentali ricerche sulla fisica del neutrone. Rifugiatosi, a causa delle leggi razziali, negli Stati Uniti, insegnò all’università di Berkeley, e partecipò al Progetto Manhattan. Nel dopoguerra si allontanò dalle ricerche militari, occupandosi di fisica delle particelle elementari. Nel 1955, con O. Chamberlain, scoprì l’antiprotone tra i prodotti dell’interazione protone-nucleone ad altissima energia, e gli fu conferito il premio Nobel per la fisica.

Edoardo Amaldi, laureatosi a Roma nel gruppo Fermi, collaborò alle fondamentali ricerche sulla fisica del neutrone. Passò vari periodi all’estero, ma dal 1937 ricoprì la cattedra di Fisica Sperimentale a Roma e fu l’unico a non emigrare dall’Italia a seguito delle persecuzioni del regime fascista e degli eventi bellici. Nel dopoguerra ha svolto un ruolo determinante nella costituzione in Italia dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e in Europa del Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire (CERN).

Figura chiave nella politica della ricerca in Italia, il suo impegno per il disarmo fu costante e attivo: aderì al movimento pacifista Pugwash dall’anno della sua costituzione, nel 1957. Dal 1966 è stato presidente della Internationale school on disarmement and research on conflicts (ISODARCO).

Bruno Pontecorvo, laureatosi con Fermi, collaborò alle fondamentali ricerche sulle proprietà dei neutroni lenti. Si trasferì poco dopo a Parigi da Fredrick Joliot-Curie all’Istituto del Radio, e quindi negli Stati Uniti. Nel 1943 partecipò alla realizzazione del primo reattore nucleare canadese; nel 1948 assunse una delle direzioni tecniche dei Laboratori atomici inglesi di Harwell; nel 1950 si trasferì in URSS presso l’Istituto nucleare di Dubna (Mosca), dove si dedicò da allora a ricerche sulle particelle elementari (neutrini), nulla avendo a che vedere con lo sviluppo della bomba atomica in URSS.

Ettore Majorana, fu un fisico atomico allievo di Fermi e collaboratore di Heisenberg. Collaborò con il gruppo Fermi per quanto riguardò le questioni di Fisica Teorica. Scomparve misteriosamente mentre era in viaggio dalla Sicilia verso Napoli in traghetto. La sua scomparsa ha aperto, negli anni successivi, un “caso” Majorana, su cui si è scritto molto, ma che non è stato mai risolto (xxix).

Werner Carl Heisenberg è il più noto fisico nucleare tedesco dopo Einstein, ed a lui si deve il principio di indeterminazione, per il quale nel 1933 gli fu conferito il premio Nobel. Durante la 2ª Guerra mondiale si è occupato – in qualità di direttore – delle ricerche scientifiche tedesche a scopo militare: la strada della sua carriera scientifica si è ad un certo punto incrociata con l’esperienza del Terzo Reich, con cui il grande fisico scelse di scendere a patti e di trovare un modus vivendi.

Proprio le complesse modalità di questo compromesso sono un esempio tipico del percorso scientifico ed umano ambiguo del “ricercatore neutrale”. Occorre sforzarsi per comprendere l’atteggiamento di Heisenberg di fronte alla politica di Hitler, le ragioni della mancata emigrazione, gli attacchi che dovette subire da parte di influenti settori del regime, e infine il particolare legame che egli scelse di intessere con il governo alla vigilia del secondo conflitto mondiale e, ancor più, durante la guerra (xxx).

Il grande fisico accettò di collaborare al progetto atomico nazista non solo per patriottismo (e trascurando di vedere che la Germania per cui lottava era quella hitleriana), ma anche per difendere il prestigio della fisica teorica tedesca: quasi che il sapere potesse essere un fine in sé, da pagare persino con un patto col diavolo. Fu “uno scienziato nonostante tutto”.

Niels Bohr è stato un fisico danese. Le sue ricerche, unitamente a quelle di Rutherford e di Max Planck (l’autore della teoria quantistica) aprirono un nuovo fondamentale capitolo nella fisica e gettarono le basi per la disintegrazione dell’atomo. Nel 1922 Bohr ebbe il premio Nobel. Scoppiato il secondo conflitto mondiale e occupata la Danimarca dai nazisti, nel Settembre 1941 Bohr incontra Heisenberg, suo ex allievo, ora capo del progetto atomico tedesco.

Quest’ultimo, in veste di occupante e di fisico al servizio del Reich, era sicuro – nel 1941 – della vittoria tedesca. Heisenberg discute con Bohr delle applicazioni dell’energia atomica, civili e militari, e nel colloquio realizza – su un tovagliolo di carta – un disegno che Bohr interpreta come lo schema di una bomba, mentre successivamente Heisenberg affermò essere lo schema di un reattore.

Bohr esce dalla discussione convinto che la Germania stia lavorando alle armi nucleari, abbandona la Danimarca nel ’43 e si rifugia negli USA. A New York prende contatto con Einstein e gli altri esponenti della fisica atomica e si unisce come consulente al gruppo di Los Alamos. In seguito, tornato in Danimarca, cercò di promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare e ricevette nel 1957 il primo premio “Atomi per la Pace”.

Karl-Fredrich von Weizsacker, fisico atomico tedesco, fu il principale collaboratore di Heisenberg. Nel 1939 pubblica importanti lavori scientifici sulle proprietà degli elementi transuranici, fra i quali è il plutonio. Durante la guerra si occupa con Heisenberg dello sviluppo dell’atomica tedesca. Detenuto dagli alleati alla fine della guerra, mette a punto la Lesart (lett. “Versione”) secondo la quale i fisici tedeschi, invece che non riuscire a sviluppare l’atomica, “non vollero” svilupparla per un superiore caso di coscienza.

La Lesart, adottata anche da Heisenberg, vene duramente contestata da Niels Bohr in un carteggio pubblico con Heisenberg, e venne infine smentita quando vennero pubblicate le registrazioni dei dialoghi degli scienziati tedeschi durante la detenzione, nel 1945-46, nella residenza inglese di Farm Hall (xxxi): gli scienziati tedeschi, semplicemente, non ebbero le intuizioni che ebbero quelli alleati per sviluppare l’atomica, e non ebbero neppure gli enormi mezzi materiali che agli alleati furono necessari per il suo sviluppo.

Andrej Dmitrievič Sakharov fu un fisico nucleare, dissidente e attivista per i diritti umani russo-sovietico, famoso nel mondo dapprima, per il contributo decisivo alla messa a punto della bomba all’idrogeno e successivamente per la sua attività in favore dei diritti civili che gli valse il premio Nobel per la pace nel 1975.

A seguito del cenno fatto a Stalin da Truman alla conferenza di Potsdam nel luglio 1945 (“Abbiamo una nuova potentissima bomba, la bomba atomica”, disse Truman. “Bene, fatene buon uso contro il Giappone”, rispose Stalin), e dopo l’esplosione dei due ordigni, l’Unione Sovietica si precipitò a capofitto nella corsa all’atomica: l’equivalente del Progetto Manhattan fu capeggiato, per l’URSS, dal terribile Lavrentij Beria.

Il 25 dicembre 1946 divenne critico il primo reattore nucleare al mondo sul suolo eurasiatico, in quello che poi, prendendo il nome dal responsabile scientifico del progetto, Igor Kurchatov, venne chiamato “Kurchatov Institute” a Mosca. In meno di tre anni ulteriori, l’URSS fece esplodere il suo primo ordigno atomico nel 1949, segnando l’inizio della corsa agli armamenti.

Da quel momento, grande parte del merito della riuscita della bomba H sovietica – esplosa nel 1953, un solo anno dopo quella statunitense – si deve poi attribuire al giovane e brillantissimo fisico russo Andrej Sakharov. Ebbe a dichiarare in anni recenti il grande fisico nucleare russo Roald Sagdeev:
“Credo che sia molto difficile per uno straniero capire che tipo di atmosfera si respirasse in Unione Sovietica. Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki, per noi, fu una sveglia. Anche Sakharov, nonostante l’evoluzione umana e politica che lo portò negli anni dalla collaborazione con il regime alla dissidenza, rimase convinto che lavorare alla bomba H per Stalin, allora – cioè nei tardi anni quaranta e primi anni cinquanta – fosse stata la scelta giusta, perché essenziale per stabilire un equilibrio strategico Est-Ovest, fondamentale per la sicurezza nazionale” [Stefania Maurizi, “Una bomba, dieci storie. Gli scienziati e l’atomica”, Bruno Mondadori editore, Milano, 2004].
L’esplosione della bomba atomica segnò dunque uno spartiacque decisivo nei rapporti fra etica e scienza, e mise in primo piano il problema se gli scienziati dovessero essere dotati di una coscienza, di un’etica, e di quando e quanto esse potessero essere esercitate nel porre un limite alle loro ricerche.

Fu proprio nel 1945 che la comunità degli scienziati iniziò a dividersi. Se alcuni scelsero nettamente una delle due parti (potremmo chiamarle “zona bianca” e “zona nera”, con metafore evidenti), molti furono coloro – come abbiamo posto in evidenza in alcuni esempi – che in maniera controversa seguirono un loro percorso etico all’interno della “zona grigia”.

L’esempio più emblematico fu forse Oppenheimer – il creatore dell’atomica come direttore scientifico del Progetto Manhattan – che, di fronte alla terribile vampata di Alamogordo, pare abbia mestamente recitato un verso di un antico testo indiano: “Io sono diventato la morte, il distruttore dei mondi”.

Questo fu l’inizio di un percorso di ripensamento molto doloroso: in seguito Oppenheimer si oppose alla produzione dell’ancora più potente bomba all’idrogeno, sostenuta a spada tratta, invece, dal bellicoso Teller, che all’inizio degli anni '60 sarebbe stato preso come bersaglio satirico da Stanley Kubrick nel suo film “Il dottor Stranamore”.

Teller è l’esempio più emblematico dello scienziato “senza dubbi”, che scelse sempre senza ambiguità la “zona nera”. L’opera di Kubrick, insieme a molte altre, contribuì a fortificare nell’opinione comune la figura del tecnologo nucleare come “amante della bomba” e scienziato militare per antonomasia.

Con estrema lucidità, molti scienziati atomici, invece, come abbiamo visto, iniziarono a pensare, come suggeriva Heidegger. Essi presero coscienza dell’inizio di un’epoca nuova, che sarebbe stata caratterizzata da una sfrenata corsa agli armamenti nucleari, e della necessità quindi di fronteggiare questo problema.

Il fisico nucleare è forse riuscito con gli anni a ribaltare il luogo comune: è anzi divenuto, grazie al percorso etico e umano di questi scienziati primigeni, un esempio di come figure come questa possano essere considerate l’accezione più elevata di concerned scientist, scienziati pensanti, pienamente immersi nella società, invece che semplici gnomi inventivi, completamente avulsi dalla società e dai suoi problemi.

Appendice

Scienziati, il nostro onore è scoprire. Dalla bomba atomica ai dilemmi della genetica: una categoria nel mirino dell’opinione pubblica (Da un discorso di Pierre Gillee de Genne, Premio Nobel per la fisica 1991 e professore al Collège de France)

Dopo il 6 agosto 1945, l’onore degli scienziati si trova sotto tiro. Ogni fisico è considerato corresponsabile dei morti di Hiroshima. Eppure, Fermi e Wigner non avevano mancato all’onore spiegando al presidente Roosevelt il potere delle armi nucleari. Quella di fabbricarle fu una decisione presa dal popolo americano tramite il suo presidente eletto.

I nazisti avevano anch’essi voluto la bomba, ma non ci riuscirono. Werner Heisenberg, responsabile del progetto tedesco e illustre teorico della fisica quantistica, ha sostenuto nel 1945 di aver sabotato il proprio lavoro. Di fatto, l’insuccesso di Heisenberg non aveva niente a che fare con il senso dell’onore. Esso derivava da due errori tecnici: prima di tutto, l’uso di moderatori non sufficientemente puri per la prima pila. Poi, una stima non corretta della “massa critica” necessaria per provocare l’esplosione.

Anche se inattive, per il momento, le armi nucleari sono all’origine di un’enorme diffidenza nei confronti della ricerca. E a questo bisogna far fronte.

Dov’è, di fatto, l’onore degli scienziati? Alcuni filosofi descrivono i ricercatori come uomini intenti a stabilire una verità. Molti di noi non si riconoscono in questo modello. Gli odierni ricercatori non pretendono mai di determinare una verità definitiva. Produciamo soltanto, maldestramente e con molte esitazioni, una descrizione approssimata della natura.

Fondatore dell’elettrodinamica quantistica, Richard Feynman (che non ho conosciuto, ma che considero il mio maestro) ha riassunto tutto ciò in una formula divenuta famosa: “Theory is the best guess“. La teoria che oggi accettiamo è quella che rende conto del massimo numero di fatti con il minimo numero d’ipotesi.

Il vero punto d’onore non consiste nell’essere nel vero, ma di osare, proporre idee nuove, e poi verificarle. Si tratta anche, certamente, di saper riconoscere pubblicamente i propri errori, saper segnalare certe trappole. In questo, l’onore dello scienziato si colloca all’estremo opposto dell’onore di don Diego. Quando si commette un errore, bisogna accettare di perdere la faccia. Ho visto grandi sapienti farlo con eleganza.

Ma c’è un altro aspetto della scienza che è stato dimenticato nei nostri discorsi sulla verità. Quello degli inventori. Si tratta di membri a pieno titolo della nostra tribù. Il loro onore consiste nel far fruttificare la scienza con la creazione di oggetti nuovi ed utili.

Ho detto in passato che se una delegazione di extraterrestri venisse a ispezionare il nostro pianeta, costaterebbe con soddisfazione (per la fisica del XX secolo) che abbiamo fabbricato transistor e laser. Ma noterebbe anche come due uomini, lavorando accanitamente per vent’anni, hanno prodotto la chiusura lampo.

Le grandi scoperte tecniche richiedono altrettanta immaginazione delle scoperte fondamentali. E mancherei all’onore se non dicessi qui, pubblicamente, quanto sia spiacente della recente separazione della nostra Accademia delle scienze dall’Accademia di tecnologia. Che ne direbbe Coulomb, costruttore di fortificazioni prima di interessarsi all’elettrostatica, oppure Langevin, pioniere della meccanica statistica, ma anche inventore del sonar?

Dunque: il nostro onore consiste nel costruire una descrizione approssimata, ma semplice, della natura. Ma anche nel non restare passivi; utilizzare questo senso della costruzione per creare oggetti nuovi, che si adattino ai bisogni della nostra società.

La prospettiva che ho appena abbozzato non è quella del pubblico: ai nostri giorni, i ricercatori sono considerati responsabili in un senso molto ampio; responsabili delle armi, dell’inquinamento o dei dilemmi biologici del futuro. Tuttavia, nei fatti, gli scienziati hanno scarso peso al momento delle grandi decisioni attinenti, per esempio, alla difesa, all’energia o agli investimenti industriali. E neppure hanno completa libertà d’espressione.

Esempio: un illuminato annuncia una dopo l’altra due scoperte straordinarie che si rivelano ben presto prive di fondamento. Ma è sostenuto da un drappello d’intellettuali. Qualche anno più tardi, quando nulla più resta delle sue proposizioni, quello che è reputato il più serio giornale francese dedica più pagine alla sua difesa di quante non abbia consacrate ad una vera scoperta scientifica.

Dobbiamo esaminare con lucidità l’origine di questa mentalità. Di certo, creare panico è spesso un’operazione redditizia. Il gruppo di pressione più organizzato in questo senso è nato negli Stati Uniti. Porta l’audace nome di “Politicamente corretto“.

“Science is the rape of nature“: la scienza è una violazione della natura. Ecco quello che viene proclamato. Ecco quanto viene ripetuto nelle sezioni di lettere ai futuri insegnanti americani. Ecco come viene distrutto il nostro onore. Non meravigliamoci, in simili condizioni, di vedere i liceali disertare le lezioni di scienze. Eppure, se riusciremo a preservare l’ambiente e la qualità della vita, lo potremo fare solo grazie a uno sforzo scientifico raddoppiato.

Penso per esempio al vetro. Il pubblico occidentale considera il vetro come una meraviglia ecologica.

Ma il vetro viene fabbricato in forni giganteschi, bruciando kerosene nell’aria. Ciò produce vapori nitrosi, fumi rossi altamente tossici. Ebbene, adesso è possibile eliminare l’azoto dall’aria a costi ragionevoli, utilizzando un sistema affidabile e ingegnoso. Grazie a questo, tra pochi anni il vetro sarà veramente un prodotto pulito. E i ricercatori artefici di questa rivoluzione avranno diritto alla nostra riconoscenza.

La nostra Accademia delle scienze si allarma dunque a giusta ragione per la cattiva immagine che si ha delle scienze. Coloro che in tempi passati venivano chiamati col bel nome di “sapienti” devono far conoscere il loro modo di pensare, parlare ai giovani insegnanti. È un lavoro di largo respiro: occorre coniugare onore e pazienza.

Abbiamo messo a segno dei punti nella scuola di primo grado grazie all’azione lanciata da Georges Charpak e battezzata “Le mani in pasta”. Ma dobbiamo batterci a tutti i livelli perché i formatori dei maestri abbiano essi stessi una visione realistica del mondo moderno, dei suoi bisogni e delle soluzioni di buon senso da cercare.

L’onore di un professore di scienze non è solamente quello di far conoscere delle leggi. Deve anche mostrare a cosa queste servono.

Per concludere questa arringa voglio citare Primo Levi, chimico sfuggito ai campi di sterminio e scrittore. Egli ha scritto, a giustificazione dei suoi romanzi:
“Ero alla ricerca di avvenimenti, capitati a me e agli altri, che volevo trasporre in un libro per vedere se sarei riuscito a comunicare ai profani il sapore, forte e amaro, del nostro mestiere, che non è mai solo un caso particolare, una variante più ardita del mestiere di vivere.

Non mi sembrava giusto che la gente sapesse tutto del modo in cui vivono il medico, la prostituta, il marinaio, l’assassino, la contessa, l’antico Romano, il cospiratore e il Polinesiano, ma niente del nostro, di noi che trasformiamo la materia (…). In questo libro, trascuravo deliberatamente la grande chimica, la chimica trionfante degli stabilimenti colossali e delle cifre d’affari vertiginose.

Ciò che m’interessava di più erano le storie della chimica solitaria, disarmata e a piedi, a misura d’uomo, quella che, tranne poche eccezioni, era stata la mia, ma anche quella dei fondatori che non lavoravano in équipe, ma da soli, in mezzo all’indifferenza del loro tempo, spesso senza ricompensa, che affrontavano la materia privi di aiuto, col loro cervello e le loro mani, con la ragione e l’immaginazione“.
Se riusciremo a trasmettere ai giovani lo spirito di Primo Levi, non avremo mancato al nostro onore.

Riferimenti bibliografici principali

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[4] M. Heidegger “Che cosa significa pensare? (1952)” (due volumi), Sugarco 1988..

[5] M. Heidegger “Ormai solo un dio può salvarci (1968)”, a cura di A. Marini, Guanda, 1987

[6] Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows; Jørgen Randers; William W. Behrens III, The Limits to Growth, MIT Report, 1972.

[7] M. Zucchetti, Storia Futura dell’Energia, CLUT, Torino, 2015.

[8] J. Beaufret “Dialogue avec Heidegger”, Paris 1973.

Note Bibliografiche

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iii C. FALOMO, Intervista a Gianni Vattimo, La Critica, Feb. 2003. http://www.lacritica.net/vattimo.htm

iv M. HEIDEGGER, L’epoca dell’immagine del mondo (Die Zeit des Weltbildes), 1938. In: Sentieri interrotti (Holzwege), 1950 (trad. it. P. Chiodi, pp. 71-101)

v M. HEIDEGGER, Identità e differenza, A cura di Giovanni Gurisatti, Piccola Biblioteca Adelphi, 2009, 2ª ediz.

vi G. VATTIMO, Oltre l’interpretazione. Il significato dell’ermeneutica per la filosofia, Editore Laterza, 2002

vii M. DI BELLO, Oltre l’interpretazione, in http://www.filosofico.net/vattimo.htm

viii Dalla voce “Uomo” del Nuovo dizionario di storia naturale, pubblicato nel 1817.

ix R. BERTONI, R. RANIERI (a cura di), Fondamenta, Venezia citta di lettori, Testi della Conferenza del 14-17 giugno 2001. Venezia, Comune, 2002.

x F. BORRELLI, Alle radici della crisi ambientale, L’essenza della tecnica moderna secondo Martin Heidegger, ottobre 2003, Articolo tratto da: Notiziario ENEA “Energia Innovazione” Anno 36, n. 2/3 febbraio-marzo 1990

xi M. HEIDEGGER “Che cosa significa pensare? (1952)” (due volumi), Sugarco 1978..

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xiv DONELLA H. MEADOWS, DENNIS L. MEADOWS; JØRGEN RANDERS; WILLIAM W. BEHRENS III, The Limits to Growth, MIT Report, 1972.

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xvii M. ZUCCHETTI L’atomo militare e le sue vittime, Torino, UTET, 2008.

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xix L. R. GROVES, Now it can be told: The Story of the Manhattan Project, New York. DaCapo, 1983.

xx R. RHODES. The making of the atomic bomb, New York, Simon and Schuster, , 1986. [trad. It. “L’invenzione della bomba atomica”, Milano, Rizzoli, 1990].

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xxiii D. D. EISENHOWER, Farewell Address, “The Annals of America, Vol. 18. 1961-1968: The Burdens of World Power”, 1968, 18, 1-5, Chicago, Encyclopaedia Britannica.

xxiv M. ZUCCHETTI, Etica e mito dell’arma segreta: il coinvolgimento dei tecnici, nucleari e non, “Nuvole”, 2005, 25, 64-74. Città Aperta Edizioni.

xxv Si veda il sito web della “Nuclear Age Peace Foundation”, ed in particolare la sezione “Nuclear Files Library”, aperto il 22.1.2016: http://www.nuclearfiles.org/menu/library/correspondence/einstein-albert/corr_einstein_1945-03-25.htm

xxvi Si veda ad esempio il sito web del Movimento Pugwash, aperto il 22.1.2016: http://www.pugwash.org/about/manifesto.htm

xxvii Si veda il sito web della “Nuclear Age Peace Foundation”, aperto il 22.1.2016: http://www.wagingpeace.org/articles/0000/1995_bethe-appeal-scientists.htm

xxviii Si veda ad esempio il sito web dell’Atomic Archive, aperto il 22.1.2016: http://www.atomicarchive.com/Docs/ManhattanProject/SzilardPetition.shtml

xxix L. SCIASCIA, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi, 1975.

xxx D. C. CASSIDY, Un’estrema solitudine. La vita e l’opera di Werner Heisenberg, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 126. xxxi J. BERNSTEIN, Hitler’s Uranium Club, New York, Springer-Verlag, 2001. [trad. it. Il club dell’uranio di Hitler, Milano, Sironi, 2005].

Fonte