Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
31/12/2025
La Cina è leader della ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali
In pochi giorni la rivista Nature ha pubblicato due notizie di un certo rilievo “geopolitico”. La prima è che la classifica del Nature Index nel settore delle Scienze Applicate mostra che c'è stato un trasferimento di egemonia dall’Occidente all’Oriente. La Cina domina la classifica, e altri Paesi asiatici come Corea del Sud e Singapore ottengono risultati eccezionali, se rapportati alla scala complessiva della loro produzione scientifica. Il quadro è invece molto diverso per molti Paesi occidentali, la cui produzione nelle scienze applicate rappresenta una quota relativamente piccola rispetto al totale.
La classifica si basa sugli articoli pubblicati nel 2024 in 25 riviste e conferenze specializzate nelle scienze applicate, selezionate da circa 4.200 ricercatori che le hanno indicate come le sedi in cui vorrebbero pubblicare i propri lavori “più significativi”. Le riviste coprono ambiti come l’ingegneria, l’informatica, la scienza alimentare, e includono anche pubblicazioni multidisciplinari già presenti nel Nature Index, come Nature e Science.
(ndr: il Nature Index considera esclusivamente gli articoli pubblicati in 145 riviste scientifiche nel settore e di alto impatto, selezionate da comitati indipendenti di esperti. È un indicatore globale della performance scientifica di un paese. Tuttavia, come per altre classifiche di questo tipo, il Nature Index si basa su alcune ipotesi e metodologie che non sono pienamente trasparenti e possono essere oggetto di critica. Dato che l’indice si fonda sul conteggio quantitativo degli articoli pubblicati in riviste peer-reviewed – e che la valutazione è condotta a livello nazionale – i suoi risultati possono essere considerati, almeno qualitativamente, come un indicatore ragionevolmente affidabile delle tendenze scientifiche globali.)
I ricercatori basati in Cina hanno contribuito al 56% della produzione scientifica totale nel settore, con un Share (indice frazionario del Nature Index) pari a 22.261. Gli Stati Uniti seguono a grande distanza con un Share di 4.099, pari al 10%. I primi dieci istituti di ricerca nel campo delle scienze applicate sono tutti cinesi.
La Corea del Sud, settima nella classifica generale del Nature Index 2025 per le scienze naturali e della salute, si posiziona quarta nelle scienze applicate con uno Share di 1.342 (3,4% della produzione globale), appena dietro alla Germania (terza con 1.488). Il Regno Unito è quinto con 1.024 (2,6%), seguito da Giappone e India. La Francia, sesta nella classifica generale, si trova solo dodicesima nelle scienze applicate.
La differenza tra Oriente e Occidente è ancora più evidente se si considera la quota di produzione scientifica nazionale dedicata alle scienze applicate (includendo le nuove riviste).
– In Malesia, le scienze applicate rappresentano quasi il 90% del totale, consentendole di entrare al 31º posto (non era presente tra i primi 50 nella classifica generale).
– In Cina, la quota è 52%,
– in Corea del Sud 53%,
– e a Singapore 49%.
Al contrario:
– in Germania solo il 27%,
– nel Regno Unito 23%,
– in Francia e negli USA meno del 18%.
La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di IA generativa, sei volte più degli USA. Nel 2022, la Cina ha superato gli USA per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli USA. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee.
Il secondo articolo pubblicato dalla rivista Nature, complementare al primo, discute il fatto che, secondo il Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina sia diventata leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali – un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo.
L’analisi è basata su un database che contiene oltre 9 milioni di pubblicazioni da tutto il mondo. Per ciascuna tecnologia, ha identificato il 10% degli articoli più citati prodotti dai ricercatori di ciascun Paese nel periodo 2020–2024 e calcolato la quota globale di ciascun Paese. Il Critical Technology Tracker valuta la ricerca di alta qualità su 74 tecnologie attuali ed emergenti nel 2025. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria. I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Stati Uniti erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%, secondo l’edizione 2024 del tracker.
Secondo Rob Atkinson, presidente della Information Technology & Innovation Foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: Gli USA sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici.
Secondo il nostro parere la situazione è meno “idealistica”. La Cina, e con essa tutto l’Oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni '90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro è completamente cambiato. Negli ultimi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo. Essa affonda le sue radici nel peculiare sistema politico cinese, fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” (Arlacchi, Fazi, 2025), un modello non capitalistico noto anche come “via cinese al socialismo”. In questo contesto, lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave – risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale – pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. La competizione tra imprese è incentivata, ma all’interno di un quadro orientato a obiettivi collettivi. Questo modello ibrido sostiene una strategia economica che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati per affrontare sfide che richiedono ricerca continua, innovazione e visione strategica.
Questa situazione non è sostenibile per l’Occidente ma un cambio di paradigma nel finanziamento e nello sviluppo della scienza può avvenire solo con la reindustrializzazione del sistema produttivo. Ed è qui che l’Occidente si trova in una situazione di svantaggio strutturale.
Fonte
21/04/2025
Così si contrabbandano i microchip sotto restrizione
Al cuore della competizione tecnologica tra le superpotenze del pianeta si cela un meccanismo che ricorda vagamente il gioco per bambini del “whac-a-mole” (in italiano: “acchiappa la talpa”). Da una parte ci sono gli Stati Uniti (e, in parte, la UE) che tentano di controllare il futuro dell’innovazione con strumenti normativi (embarghi, sanzioni, veti). Dall’altra c’è una rete sempre più fitta di intermediari, snodi logistici, società fantasma che cercano di eludere i controlli sull’export, spuntando dal nulla proprio come la talpa del gioco.
Questo fenomeno caratterizza in particolare il settore dei semiconduttori, dove ha ormai assunto il nome di chip laundering (riciclaggio dei chip). Un termine generico che descrive un settore industriale sommerso, nato tra le pieghe della geopolitica dell’hi-tech. Il paragone più immediato è con l’elusione delle sanzioni nel settore energetico, ma il confronto regge solo in parte. A differenza del petrolio, i chip sono minuscoli, facili da trasportare, da camuffare e da occultare.
Dietro il contrabbando di semiconduttori c’è più di un semplice mercato nero. C’è un panorama di paesi non allineati e di supply-chain che si rimodulano di continuo per sfuggire al controllo dei grandi centri del potere normativo di questa epoca. Un mondo che ha qualcosa di piratesco (e peraltro condivide alcuni luoghi della pirateria storica), seppur stravolto in chiave cyberpunk. Esploriamo dunque questa zona grigia, dove l’elusione delle sanzioni non è solo una pratica opportunistica. Talvolta, come vedremo, è una necessità di sopravvivenza industriale.
Il contenimento russo
Come è noto, i chip sono oggi componenti essenziali degli arsenali militari. Senza microprocessori, non funzionano i missili, i droni, i radar, i sensori, le comunicazioni criptate, i sistemi di logistica e di tracciamento delle unità. È in virtù di questa pervasività che i semiconduttori sono diventati l’equivalente del carburante in una guerra moderna: senza di essi, l’apparato bellico si inceppa.
Nel contesto della guerra in Ucraina, tutto questo ha assunto un’importanza cruciale per la Russia, sottoposta a severe sanzioni nel campo dell’elettronica. Ogni drone contiene infatti chip di fabbricazione occidentale; ogni missile richiede componenti elettronici spesso prodotti in paesi NATO; perfino i sistemi di sparo necessitano di circuiti avanzati per funzionare.
Da qui l’esplosione delle forniture parallele. Paesi come Singapore, Hong Kong, la Turchia, gli Emirati e la Bielorussia sono divenuti snodi tecnologico-logistici attraverso cui i componenti occidentali vengono “riciclati”, camuffati come beni civili, e poi reindirizzati verso l’industria bellica russa, con triangolazioni finanziarie che spesso utilizzano banche locali poco trasparenti, criptofinanza e circuiti alternativi di compensazione monetaria, come quelli sino-russi basati sul renminbi.
Il risultato è un ecosistema e che prospera nel buio e che rende difficile verificare l’impatto delle sanzioni. Il paradosso, denunciato dallo stesso Zelensky, è che, mentre l’Occidente cerca di limitare il potenziale russo, ogni giorno sull’Ucraina piovono missili che contengono centinaia di brevetti tecnologici di paesi NATO.
Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel 2022, quasi 4 miliardi di dollari di chip soggetti a restrizioni si sarebbero riversati in Russia da oltre 6.000 aziende, alcune delle quali si trovano a Hong Kong, ha scritto lo scorso agosto il New York Times, in un’inchiesta che ha analizzato dati doganali russi (ottenuti da un’azienda terza), registrazioni aziendali, registrazioni di domini e altre informazioni sulle sanzioni.
Un altro importante crocevia delle supply chain alternative è rappresentato dalla Malesia, dove diverse aziende locali, talvolta anche consolidate, svolgono la funzione di “camere di compensazione” per chip ad alte prestazioni destinati a Mosca. Alcune di queste aziende, come Jatronics, sono state sanzionate dal Tesoro Usa per aver “facilitato l’approvvigionamento di prodotti a uso duale (dual use) da parte della Federazione Russa”. Torneremo più avanti sulle ragioni per cui persino aziende con una reputazione “ufficiale” da difendere si prestano a questo gioco.
I “falsari” dei chip
Il mercato parallelo dei microchip si nutre attivamente delle vulnerabilità dell’industria stessa. A cominciare da quelle più strutturali come la carenza globale di chip, accelerata dalla pandemia e ormai divenuta una sorta di “new normal” dell’industria. È proprio in questo contesto che gruppi di falsari hanno trovato terreno fertile, spacciando per autentici componenti in realtà provenienti dal riciclo di rifiuti elettronici: vecchi chip smarcati, ribrandizzati e immessi sul mercato millantando prestazioni in realtà nettamente inferiori.
Qui il problema non è tanto l’evasione delle sanzioni, ma il rischio concreto che questi componenti pongono ai loro utilizzatori finali. Cosa succede se, per esempio, dei chip contraffatti finiscono nei freni di un treno ad alta velocità? Un ulteriore problema è che la distinzione tra illeciti volontari e falle strutturali è a volte sottile. I produttori di semiconduttori – pur con tutti i dovuti controlli – spesso non riescono a monitorare ciò che accade una volta che i componenti lasciano i canali ufficiali. È qui che la filiera si trasforma in un circuito fatto di documentazioni potenzialmente contraffatte e opportunità di corruzione dal basso.
Tra le tipologie di chip più prese di mira dai falsari ci sono, da diversi anni, le GPU: le (costose) schede grafiche in cui si è specializzata NVIDIA e che oggi sono centrali nell’ecosistema IA. Recenti notizie dalla Cina rivelano un’evoluzione impressionante delle tecniche di falsificazione dei prodotti NVIDIA, con falsi talmente simili agli originali da trarre in inganno persino gli operatori del settore. Non si tratta più di semplici imitazioni visive o di prodotti riciclati dai rifiuti elettronici, ma di una vera e propria ingegneria del falso che sfrutta componenti autentici per costruire contraffazioni altamente credibili.
Nonostante molti di questi falsi si siano rivelati non performanti, resta incerto se esistano versioni operative in grado di superare anche i controlli software. Strumenti diagnostici come GPU-Z – un software che fornisce informazione sulle caratteristiche e le performance delle schede grafiche – possono essere facilmente ingannati attraverso modifiche al BIOS, una pratica piuttosto comune in Cina. In alcuni casi, come quello della scheda grafica di NVIDIA RTX-4090(D), sono persino comparse sul mercato contraffazioni con memorie superiori a quelle dei prodotti originali (la memoria è uno degli aspetti più frequentemente modificati dei prodotti finiti).
Tutto ciò suggerisce che non si tratti di operazioni artigianali isolate, ma di un’industria parallela di falsificazione su larga scala: un problema non solo per i consumatori – che rischiano di spendere migliaia di dollari per dell’hardware obsoleto – ma anche per la sicurezza informatica a livello globale. In un mondo dove la qualità dei componenti elettronici determina l’affidabilità di interi sistemi, la diffusione di componenti contraffatti rischia di causare danni strutturali e difficili da controllare.
Deepseek e Singapore
Negli ultimi mesi è stato spesso sollevato il dubbio che DeepSeek funzioni grazie a chip di NVIDIA che, a partire dal 2022, non avrebbero più dovuto essere disponibili in Cina. Il sospetto è che i componenti siano arrivati a Pechino attraverso una catena di “nazioni-ponte” che avrebbe come terminale Singapore, la città-stato che, dal 2022 a oggi, ha visto salire la propria quota sul fatturato globale di NVIDIA dal 9% al 22%, un incremento dalle tempistiche quantomeno sospette.
Le autorità locali negano qualsiasi coinvolgimento diretto nella questione (e hanno anzi arrestato nove persone con l’accusa di contrabbando di chip per un valore complessivo di 350 milioni di dollari), tuttavia l’assenza di meccanismi di tracciamento post-vendita lascia aperto un margine di ambiguità sufficiente a far passare una quantità significativa di chip da una parte all’altra del Mar Cinese Meridionale, senza che nessuno possa davvero impedirlo.
Secondo quanto emerso da recenti inchieste giudiziarie – confermate a febbraio dal ministro della giustizia di Singapore – uno dei modi con cui i chip di NVIDIA sono giunti in Cina, per il tramite della Malesia e di Singapore, è all’interno di server, prodotti da società americane come Super Micro Computer (SMC) e Dell, e venduti da aziende di paesi asiatici non soggetti a restrizioni dirette. NVIDIA ha perciò chiesto a Dell e SMC di condurre una verifica presso i loro clienti nel Sud-est asiatico, in modo da verificare che fossero ancora in possesso dei server che avevano acquistato.
È anche per questioni legate a queste falle se, dopo lo smacco subito a opera di DeepSeek, l’amministrazione Trump ha valutato anche l’inclusione dell’H20 – chip intenzionalmente depotenziato per il mercato cinese – tra i prodotti vietati all’export in Cina (è recentissima la notizia che il CEO di NVIDIA, Jensen Huang, avrebbe convinto Trump a ripensarci nel corso di una sfarzosa cena a Mar-a-Lago).
La maxi-multa a TSMC
Il tema si fa ancora più complesso quando entra in gioco la difficile decifrazione delle catene di fornitura “ufficiali”. Un caso emblematico, in tal senso è quello che ha coinvolto Huawei, TSMC e la cinese Sophgo. Secondo un’analisi di TechInsights, una società canadese specializzata nello studio dei semiconduttori, un componente sotto embargo ordinato da Sophgo a TSMC – apparentemente per scopi legati al mining di criptovalute – si sarebbe rivelato parte integrante dei processori Ascend 910 di Huawei, destinati a sistemi di intelligenza artificiale con potenziali applicazioni militari. Interpellata dai media, Huwaei ha negato qualsiasi violazione delle normative internazionali, sostenendo che è dal 2020, quando cioè sono entrate in vigore le prime restrizioni, che l’azienda non utilizza componenti prodotti direttamente da TSMC.
Ma il Dipartimento del Commercio statunitense ha minacciato una multa superiore al miliardo di dollari contro TSMC, accusata di aver infranto (seppure probabilmente in modo involontario) i veti all’esportazione. È una cifra enorme, che rappresenta un precedente problematico e pericoloso non solo per l’azienda, ma per tutto il settore.
Tra necessità e amici di comodo
In conclusione, torniamo alla domanda lasciata in precedenza in sospeso. E cioè: perché aziende e paesi con una reputazione da difendere scelgono di compromettersi con il mercato nero dei semiconduttori, mettendosi di traverso a quello che tuttora è il principale potere normativo mondiale? La risposta ha a che fare con l’estrema complessità della filiera dei semiconduttori. In un settore dove ogni componente attraversa decine di confini, passa per centinaia di fornitori e coinvolge processi che richiedono sapere diffuso e anni di sviluppo, esercitare un controllo totale è nei fatti impossibile.
Peggio ancora: il tentativo di esercitarlo può generare strozzature tali da minacciare la sopravvivenza di interi comparti industriali. Ogni volta che un ente americano introduce un veto, un embargo o una lista nera, crea inevitabilmente un collo di bottiglia. I chip sono del resto il frutto di una catena che coinvolge materiali grezzi (come il silicio ultra-puro), macchinari di estrema precisione (prodotti da ASML e Tokyo Electron), software avanzati (strumenti di electronic design automation come quelli di Synopsys e Cadence), processi di design (NVIDIA etc), fonderie (TSMC, Samsung, SMIC) e test di validazione finale. Ogni segmento di questa catena è concentrato in poche aziende, e uno squilibrio anche minimo in un singolo anello può compromettere l’intero sistema.
È in questo contesto che le aziende, specialmente quelle che operano in paesi che hanno rapporti economici vitali con diversi blocchi geopolitici, si trovano davanti a un bivio: rispettare gli embarghi e rischiare di bloccare la propria attività, perdendo molti soldi e potenzialmente la possibilità di stare sul mercato, o aggirare le sanzioni e continuare a produrre. Per molti non è una scelta etica, ma esistenziale.
Nel settore dei chip, la pressione è enorme: la domanda globale cresce esponenzialmente e nessuna azienda può permettersi di restare indietro. E così, pur di tenere in funzione la macchina produttiva, si ricorre a triangolazioni logistiche, a reti di subappaltatori poco tracciabili, alla ricodifica dei componenti, alla creazione di filiali ad hoc in giurisdizioni opache. In alcuni casi, sono gli stessi governi ad adottare un atteggiamento ambiguo, tollerando certe pratiche in cambio di crescita economica e attrazione di investimenti hi-tech.
Questo tema si intreccia a doppio filo con quello del cosiddetto “friendshoring”, ovvero l’incentivo alla rilocalizzazione di attività strategiche in paesi teoricamente amici o quantomeno neutrali. Paesi terzi che, in realtà, spesso si rilevano snodi funzionali a entrambi i fronti della nuova “Guerra Fredda” (un fenomeno peraltro già verificatosi nel corso della “prima” Guerra Fredda).
La fedeltà geopolitica degli “amici” di convenienza non è del resto mai assoluta, ma soggetta a un costante bilanciamento tra interessi, pressioni e convenienze. Più che alleati o avversari di qualcuno, il realismo geopolitico suggerisce ai paesi “terzi” di comportarsi da broker. Per tutti questi fenomeni, il mondo dei chip somiglia sempre più a un fiume attraversato da correnti sotterranee. Chi vuole davvero comprendere dove sta andando non può ignorare le mosse dei contrabbandieri di silicio.
24/05/2020
Il primo condannato a morte su ZOOM
Non è la prima volta che una sentenza viene pronunciata o annullata in tele-conferenza. Abbiamo visto fino alla nausea la riproduzione della scena in cui l’avvocato chiama il governatore per bloccare la sentenza, mentre il condannato giace sulla lettino o è costretto sulla sedia elettrica.
Non ci sarebbe granché da stupirsi, se non fosse che Zoom lo usiamo tutti i giorni, insieme ai nostri figli, per seguire la maestra delle elementari che ci istruisce sull’uso dell’accento o dell’apostrofo.
Rimane lo scandalo per un evento che appare davvero irrituale. Come se nella condanna tele-trasmessa ci fosse un sovrappiù di accanimento verso il corpo stesso del condannato a morte. Come se una sentenza comunicata dal vivo fosse meno oltraggiosa di una morte annunciata live.
Non c’è dubbio che c’è una differenza tra una condanna in presenza e una condanna in streaming. Ma nessuno dice di che differenza si tratti, come se la cosa fosse ovvia.
Un giorno ho provato a dire a una mia amica che essere lasciati con un SMS (c’erano ancora gli SMS) è meglio che essere lasciati direttamente, perché l’SMS è come una lapide, si ha qualcosa su cui piangere e fare il lutto. Mentre una dichiarazione di morte dell’amore, pronunciata in presenza, lascia sempre il dubbio di non avere ascoltato bene, di avere capito male, e dunque lascia la possibilità di ritornare all’attacco, eccetera.
Non c’è bisogno di confessare che con queste elucubrazioni ho perso un’anima, e forse qualcosa di più.
Questa differenza non è cosa di lana caprina. Un’altra amica – ma forse chiamarla amica è un po’ eccessivo – un contatto, forse con l’intenzione di portare un po’ di luce su questa differenza, scrive su Facebook che i bar non sono luoghi che fanno caffè o spriz take away nel bicchiere di plastica. Se è così uno il caffè se lo fa a casa, e risparmia. Il bar, dice, è un luogo di socialità e relazione.
Più che una delucidazione mi pare la difesa di un luogo comune, una difesa debole, per giunta.
Ammesso e non concesso che per relazione volesse intendere una sorta di corpo a corpo, un toccarsi, limonarsi, leccarsi o strofinarsi, cose che, è evidente, non possono farsi con una tele-fonata o una tele-visione, resta ancora da dimostrare, e la cosa non è scontata, che questi incontri lubrichi e salivosi possano tenersi in assenza di un qualunque tipo di tele-comunicazione.
Non sto qui a dilungarmi, basterebbero le esperienze di tutti i giorni a mostrare come, per perfezionare un incontro in presenza, sono necessari un certo numero di WhatsApp, di viaggi in bicicletta e in pullman, persino a piedi, tutti mezzi, questi (compreso i piedi), di tele-trasporto.
Da quando Gutenberg ha migliorato il più potente mezzo di tele-trasporto mai apparso sulla Terra – la scrittura – le possibilità di incontrarsi, limonarsi e tutto il resto, non sono diminuite, anzi, sono cresciute in modo esponenziale, tanto da favorire una copula convulsiva che ha portato la popolazione mondiale da poche centinaia di milioni di persone a 7 miliardi e oltre (favorita da un certo sviluppo delle forze produttive...). E pensare che Platone, che nel Fedro aveva già capito la potenza moltiplicativa della scrittura, la paragonava ad una tecnica malvagia.
È questo valore di presenza (di presenza a sé e di presente in senso temporale) che Hegel, Freud, Heidegger, Saussure, eccetera, hanno contribuito a smontare, mostrando come anche l’incontro più intimo, l’incontro con se stessi nel sogno, è una tele-fonata, anzi, una tele-visione.
E che nel sonno a parlarci è un altro, un altro che ci parla per mezzo di segni, dunque di strumenti, che si possono interpretare e intendere dopo un’accurata analisi.
E che questi segni acquistano significato solo nella struttura di rimandi in cui una presenza (il segno) sta per una cosa assente.
E che dunque non c’è presenza che non sia contemporaneamente assenza. O, per dirla con Hegel (o Spinoza), che ogni presenza è negazione.
Andiamo al bar non per il caffè. Il caffè è una scusa. Rimanda alla possibilità di incontrare qualcuno, una persona, una ragazza o un ragazzo con cui parlare o fare cose – più fare cose che parlare. Sia chiaro, però, l’intenzione non è di scaricare la tensione, di consegnarlo a qualcuna, anzi, a qualcosa, e finirla lì.
La cosa, il corpo dell’altro, non è il vero obiettivo, anzi, sì – però non soltanto. È proprio per toglierci da questo imbarazzo che l’atto vero e proprio è preceduto quasi sempre da convenevoli, ritenuti perlopiù inutili. Ma necessari per far capire all’altro che non siamo lì per il suo corpo, che non siamo venuti alla svelta per commettere il mero fattaccio, e che il fine di tutta la commedia non è il corpo nudo e crudo di chi ci sta di fronte in bella presenza – o forse si.
Non si vuole che l’altro pensi che il suo corpo non ha una forza di attrazione sua propria, ma pensi che l’attrazione fisica allude a un sentimento e a un desiderio, seppur effimeri, ma che non si esauriscono nella copula, e rimandano a qualcos’altro, tipo il rispetto, l’amore, la passione, o cose di questo genere.
Anche quando questo temporeggiamento è ridotto all’osso, e si rinvia a dopo ogni discussione e commento, si spera che l’altro capisca che la foga fa segno a una mala educazione, che rispetta l’altro nella sua immediatezza fisica, più di quando non faccia chi ciancia e pazienta e poi si smoscia.
È facile incartarsi in queste situazioni, e dire di più o di meno di quello che andrebbe detto.
Mi fermo qui, perché la struttura di rimandi è circolare, come aveva capito bene Nietzsche, che ora aggiungo all’elenco per chiudere il cerchio.
Fonte
13/04/2020
La possibile “terza ondata” di contagio in Asia e le strategie di contenimento
È un contributo sulle strategie di “tracciamento” utilizzate da differenti Paesi – Hong Kong, Singapore, Taiwan e Corea del Sud – per identificare la catena di trasmissione del virus Covid-19.
L’esempio di questi Paesi ci è utile per capire il conclamato deficit di intervento alle nostre latitudini rispetto alla gamma diversificata di iniziative intraprese e quindi attuabili per contenere il virus.
Si tratta, oltre il tracciamento, di un mix di intelligence medica, misure di contenimento mirate e adeguatezza dei sistemi sanitari nell’affrontare una malattia infettiva di cui stiamo abbondantemente trattando sul nostro giornale.
Allo stesso tempo, questo contributo ci pone di fronte al fatto di quanto sia viziato il dibattito sui media meanstream rispetto al “superamento” della fase che stiamo vivendo in Italia, considerando che questi Paesi universalmente lodati per la loro prassi virtuosa, stanno affrontando la “terza ondata” di contagio e non allentano le misure prese per contenere il virus visti i segnali non incoraggianti
Si tratta di Sistemi-Paese che non possono essere “ascritti” al mondo socialista, ma probabilmente – senza generalizzare – con un “Partito del PIL” che non detta le modalità di gestione della Pandemia, o dove il tessuto economico – in alcuni casi si è dimostrato più virtuoso ad adattarsi o che ha visto talvolta una pronta reazione rispetto alla governance politica dell’economia.
La città-Stato di Singapore ha visto un'impennata superiore del 60% dei casi di contagio la scorsa settimana arrivando a 1.623 e a nuovi decessi, e sta cercando di individuare i cluster della diffusione del virus trattandosi in buona proporzione di persone senza contatti con casi di contagio confermati e quindi non precedentemente “tracciati”.
Gli epicentri dei nuovi contagi (circa 1/3) sono i complessi residenziali dove si stipano i lavoratori immigrati, così che domenica è stato imposto l’isolamento e la quarantena per due settimane per due “dormitori” – poco meno di 20 mila persone! – e poi di un terzo.
La densità abitativa sembra quindi essere un fattore decisivo della catena di trasmissione, una condizione simile anche se non identica a molte realtà metropolitane in cui vivono strati non trascurabili di subalterni.
Le misure adottate sono state drastiche, con il divieto assoluto di assembramento per sei mesi in luogo pubblico o privato di persone non conviventi, con forti pene pecuniarie ed il carcere per i trasgressori. Le scuole e le aziende restano chiuse fino al 4 maggio e gli spostamenti devono essere ridotti al minimo indispensabile, anche se è permesso, diversamente da noi, l’esercizio fisico nei parchi rispettando le norme di distanziamento sociale.
Honk Kong, che ha predisposto misure simili anche rispetto alla punizione dei comportamenti – anche se restano aperti i ristoranti ma con norme vincolanti – ha conosciuto un nuovo picco di contagi nella notte tra mercoledì e giovedì passando da 387 a 936.
La domanda sorge spontanea: ma se i Paesi che hanno adottato – insieme alla Cina – le strategie più virtuose come il ricovero dei sintomatici, messa in quarantena degli asintomatici, moltiplicazione del test su chi era venuto in contatto con un contagiato, monitoraggio costante e identificazione dei cluster – non dismettono le proprie misure di contenimento perché affrontano il pericolo di una “terza ondata” di contagio, che senso ha per un Paese come il nostro prefigurare un graduale ritorno alla “normalità” con i dati deficitari di cui disponiamo su contagi e decessi che ancora fanno rabbrividire?
Detto questo, un fenomeno abbastanza inquietante e ancora non sufficientemente studiato sembra essere la “riattivazione” del virus anche sulle persone che sarebbero guarite.
Il Centro Coreano del Controllo e della Prevenzione delle Malattie (CDC), in una conferenza stampa tenuta lunedì, ha dichiarato che 51 pazienti classificati come guariti sono risultati poi positivi, con la sottolineatura da parte di Jeong Eun-kyeong – direttrice del Centro – che accorda più importanza alla riattivazione del virus come causa possibile della terza ondata di contagi.
La Corea del Sud è stato uno dei primi Paesi a conoscere – dopo la Cina – una epidemia su grande scala, ma con il numero dei contagiati che si è abbassato dopo il picco di 1189 di contagi in un solo giorno – il 29 febbraio – e che ha portato fino ad ora alla morte di 200 persone.
Secondo quanto riporta la Johns Hopkins e Bloomberg News, questo mercoledì la Corea del Sud contava 10384 casi di cui 6776 hanno lasciato l’ospedale.
Anche grazie al ripensamento delle non brillanti strategie che ha messo in campo durante la H1N1 nel 2009 – meno contagiosa ma più letale – nella quale si sono ammalate 750.000 persone, il Paese è riuscito a mettere in piedi una "diagnostica lampo" in tempi ristretti e con un test di massa su quasi mezzo milione di cittadini, senza procedere ad un “lockdown” generalizzato ma a misure mirate anche grazie ad un uso virtuoso dei dispositivi digitali.
Il Paese ha approvato il suo primo test di Coronavirus il 4 febbraio, solo 16 giorni dopo che il primo caso domestico è stato confermato. Al 27 febbraio quattro differenti aziende stavano producendo i kit di test, permettendo alle autorità di testare 20 mila persone al giorno. Nel mentre il team di Jung lavorava a nuovi metodi di gestire i test con centri in cui si poteva effettuare il test in macchina a stazioni compatte che assomigliavano a cabine telefoniche.
È alla luce di questi dati che bisogna “giudicare” la gestione fallimentare che sta avvenendo in Italia, per potere comprendere cosa sia la realtà e quali le fantasiose narrazioni teste a “de-responsabilizzare” un classe politica ad ogni livello – nazionale e regionale – tesa a dare corda esclusivamente al “Partito del PIL”.
Buona Lettura
Hong Kong, dal nostro corrispondente. – I prelievi da naso e gola stanno per essere effettuati. Le doppie porte automatiche si chiudono, lasciando Claire (il suo nome è stato cambiato) sola con la febbre nella stanza dell’unità dei casi “ad alto rischio” del Christian United Hospital di Hong Kong. Il telefono squilla.
“Un’infermiera mi ha interrogata sui miei orari", racconta Claire. "Ero appena tornata dalla Francia così ho comunicato il numero dei voli e il numero dei posti, l’ora esatta in cui il taxi sarebbe venuto a prendermi e l’immatricolazione”. Questi dettagli saranno fondamentali se il test, disponibile in meno di quattro ore, si rivelerà positivo. È in parte grazie a questa strategia di individuazione rapida e tempestiva dei “casi sospetti”, unita a 4.500 test al giorno, se Hong Kong, come Singapore, Taiwan e la Corea del Sud, sono riusciti a contenere il numero di contagi locali.
Allertate sul caso, le squadre di tracciatori del Dipartimento della Salute si sono messe alla ricerca di contatti al fine di isolarli il più rapidamente possibile. Questi contatti sono classificati in categorie, in base al grado di vicinanza col portatore del virus e alla durata dell’interazione. “I membri della famiglia si sono ritrovati in un giorno. Ma per coloro che hanno fatto festa, potrebbe volerci più tempo”, ha spiegato martedì ai giornalisti il dottor Wong Ka-hing del Centro di protezione della salute. Diverse centinaia di perone possono essere interrogate per uno stesso caso. “Per essere sicuri, ricoveriamo i contatti che presentano o hanno presentato sintomi. Gli altri vanno direttamente in quarantena e noi moltiplichiamo i test per trovare i casi il prima possibile”, ha aggiunto il medico.
Lì, queste persone sono tenute sotto sorveglianza. Alcuni devono essere geo-localizzati in modo permanente tramite WhatsApp. “Devo monitorare la mia temperatura e scansionare più volte un codice QR sul braccialetto elettronico”, testimonia da parte sua Keceelyn confinata in un hotel dal suo ritorno dalla Francia. “Quando sono arrivata, ho dovuto camminare intorno alla stanza e al bagno per far si che l’applicazione delimiti l’area di contenimento”, spiega. Non può uscire sul pianerottolo, dove sono stati collocati il frigorifero e il microonde, senza che il suo braccialetto cominci a vibrare.
In alcuni casi, “la catena di contaminazione locale non viene identificata, ed è questo che ci preoccupa. Così identifichiamo la traccia attraverso stretti contatti durante il periodo di incubazione fino alla fonte della contaminazione”, ed è tutto reso pubblico, spiega il Dr. Chuang Shuk-Kwan, anche lui del Health Protection Centre, durante un briefing quotidiano per la stampa. L’indagine viene effettuata per telefono, a volte le persone si fanno avanti da sole.
Potrebbe essere necessario un campionamento sul campo. È così che una stanza dell’ospedale Pok Oi, dove è stato segnalato un caso, è stata passata al vaglio per determinare se il contenitore di carta igienica o il misuratore di pressione avrebbe potuto essere un vettore di trasmissione. L’identificazione di cluster – raggruppamenti di casi nello stesso luogo – consente alle autorità di adeguare le misure contro la pandemia. Sono in procinto di chiudere cinema, sale mahjong, i karaoke, sale cinematografiche e bar, sulla base di indagini epidemiologiche.
Singapore segue le stesse pratiche. L’esercito sostiene le squadre di tracciatori del Ministero della Salute dal 28 gennaio. Più di mille soldati studiano le mappe elaborate dagli ospedali e fanno fino a duemila telefonate al giorno ai contatti dei casi confermati. La polizia può essere chiamata anche per rivedere i video di sorveglianza.
Il governo spiega sul suo sito web che ha anche ampliato i tipi di test per identificare i collegamenti mancanti nella trasmissione. Non comprendendo come il Caso 66 si sia infettato, si è deciso di eseguire i test sierologici sui casi 83 e 91 che avevano partecipato allo stesso raduno del Caso 66 ma che non erano malati al momento in cui i tracciatori li hanno contattati. Un test per ricercare le sequenze del gene Covid-19 avrebbe dato esito negativo in quanto entrambi gli individui non erano più malati. Un test sierologico è stato quindi preferito e ha permesso di rilevare la presenza di anticorpi e quindi l’esposizione passata al Covid-19.
Sia nella città-stato che nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong, due piccoli territori con popolazioni limitate e fortemente connesse, queste tecniche hanno dato i loro frutti. Il primo ha riportato poco più di 1.400 casi, il secondo 938.
Alcuni ricercatori si rammaricano della lentezza del processo. “La trasmissione di Covid-19 avviene rapidamente e prima che i sintomi si manifestino, il che rende estremamente improbabile che l’epidemia possa essere contenuta semplicemente isolando i singoli casi sintomatici”, scrive Luca Ferretti del Big Data Institute di Oxford in un articolo pubblicato su Science. Ma il tracciamento manuale “è troppo lento e non può essere esteso su larga scala una volta che l’epidemia” è massicciamente diffusa, perché il personale dedicato è limitato, secondo questi ricercatori. Essi preconizzano un “controllo digitale” tramite un’applicazione. “Il suo scopo non è quello di imporre la tecnologia come un cambiamento permanente nella società”, ma “date le circostanze della pandemia, è necessario e giustificato proteggere la salute pubblica”, scrivono gli scienziati.
La condivisione dei dati digitali è uno dei cavalli di battaglia di Taiwan. Ad oggi l’isola ha segnalato 376 contagi. Eppure è stata molto esposta, essendo collegata con voli diretti a Wuhan e trovandosi a circa 100 chilometri dalla Cina dove vivono e lavorano più di un milione di taiwanesi. A metà gennaio, l’isola si è protetta contro la “polmonite atipica”.
Dal 24 gennaio, tre giorni dopo il rilevamento di un primo caso sul suo territorio, le autorità taiwanesi hanno richiesto ai passeggeri in arrivo da Cina, Hong Kong e Macao di compilare un modulo con la cronologia dei loro spostamenti e l’obbligo di monitorare il loro stato di salute. Taiwan ha poi messo in comune le informazioni provenienti da vari ministeri o amministrazioni. I dati dell’assicurazione sanitaria nazionale sono stati condivisi in tempo reale, per esempio, con quelli dei servizi doganali e dell’immigrazione. Ciò ha generato allerta durante le visite mediche basate sulla cronologia dei viaggi e i sintomi.
Questa condivisione ha anche permesso di razionare e distribuire metodicamente le mascherine alla popolazione. Inoltre, ha portato a screening retroattivi di Covid-19 condotti su circa 100 pazienti con una grave forma di influenza o polmonite.
La Corea del Sud, dal canto suo, ha optato per uno scambio di informazioni molto più dettagliate sui movimenti delle persone infette, che secondo le autorità è fondamentale per il monitoraggio e il controllo dell’epidemia. La Corea del Sud ha ora più di 10.000 infezioni. Poiché il numero di casi è esploso a febbraio, le autorità hanno lanciato un vasto programma di tracciamento accessibile al pubblico tramite applicazioni telefoniche per localizzare i luoghi più infetti.
Queste applicazioni inviano un avviso alle persone che vivono nelle vicinanze di una persona diagnosticata. Un tipico avviso può contenere l’età e il sesso della persona infetta, l’ufficio medico frequentato un minuto prima, in alcuni casi, tracciato attraverso gli estratti conto delle carte di credito, insieme all’ora e i nomi delle aziende visitate. L’allarme può anche indicare in quali stanze di un edificio si trovava la persona, quando ha visitato il bagno e se indossava o meno una maschera.
Queste procedure non sono prive di rischi e possono portare a stigmatizzazioni e discriminazioni. In Corea del Sud, per esempio, i seguaci della Chiesa di Gesù di Shincheonji o le persone che li hanno frequentati hanno rappresentato il 63% dei casi a metà marzo. Sono state oggetto di una “caccia alle streghe” e hanno affrontato “licenziamenti e molestie sul posto di lavoro, persecuzioni familiari e calunnie”, secondo la Chiesa. La pubblicazione dei dati può anche dissuadere le persone dal richiedere assistenza medica per paura di essere stigmatizzate. “I governi dovrebbero agire rapidamente per proteggere gli individui o le comunità che potrebbero essere presi di mira o ritenuti responsabili di Covid-19 “, ha detto l’ONG per i diritti umani Human Rights Watch.
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