Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/09/2024

Germania - Domani si vota nel Brandeburgo. Testa a testa nei sondaggi tra AfD e Spd. Governance impossibile

Dopo Turingia e Sassonia domani, 22 settembre, si vota anche nel land del Brandeburgo per rinnovare il Parlamanto regionale.

L’ultimo sondaggio realizzato dalla rete televisiva tedesca Zdf indica un testa a testa tra due partiti. Da una parte il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) con il 28 per cento delle preferenze, dall’altra il Partito socialdemocratico (Spd) – attualmente alla guida del Brandeburgo – con il 27 per cento.

A seguire, con molto distacco, vengono poi l’Unione cristiano-democratica (Cdu) con il 14 per cento, il partito della sinistra Alleanza Sahra Wagenknecht (Bsw) con il 13 per cento, i Verdi al 4,5 per cento e Die Linke al 4 per cento.

Se oltre che nei sondaggi questo fosse anche il risultato delle elezioni, gli analisti politici si aspettano uno stallo per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo nel Brandeburgo.

In caso di vittoria della AfD, escluso fino ad oggi come interlocutore da tutti gli altri partiti tedeschi, questa non troverebbe alleati per formare una coalizione, anche perché il candidato principale, Hans-Christoph Berndt, viene attualmente classificato come estremista di destra dall’Ufficio per la protezione della Costituzione.

Ma sarebbe molto difficile anche riproporre la stessa coalizione attualmente alla guida dello Stato – composta da Spd, Cdu e Verdi – visto che questi ultimi, dato il previsto risultato sotto il 5 per cento, molto probabilmente non otterranno alcun seggio al parlamento del Brandeburgo. Anche una eventuale coalizione a due partiti tra Spd e Cdu, non riuscirebbe a conquistare la maggioranza di 88 seggi necessari per governare e l’unica opzione sarebbe di includere nell’alleanza anche il Bsw di Sara Wagenknecht.

Come condizione per la partecipazione al governo, il candidato principale del BSW Robert Crumbach ha chiesto un chiaro segnale che la Germania intraprenda azioni diplomatiche per porre fine alla guerra in Ucraina.

Diversamente – scrive il giornale Junge Welt – un secondo posto per l’SPD e le dimissioni dell’attuale presidente del Brandeburgo Woidke, potrebbero alimentare il dibattito sull’idoneità o meno di Scholz come candidato cancelliere dell’SPD alle elezioni del Bundestag il prossimo anno. La scorsa settimana, l’ex leader del partito SPD Franz Müntefering ha dichiarato al Tagesspiegel che la questione della candidatura alla cancelleria era aperta ed ha elogiato il ministro della Difesa federale dell’SPD, il “falco” Boris Pistorius. Pochi giorni dopo, il sindaco di Monaco Dieter Reiter ha fatto lo stesso.

Fonte

13/04/2020

La possibile “terza ondata” di contagio in Asia e le strategie di contenimento

Abbiamo tradotto il seguente di M.Clément pubblicato sul giornale francese on line di informazione indipendente Mediapart dal titolo originale: “In Asia, delle squadre di “tracciatori” stanno disvelando le vie di trasmissione di Covid-19”.

È un contributo sulle strategie di “tracciamento” utilizzate da differenti Paesi – Hong Kong, Singapore, Taiwan e Corea del Sud – per identificare la catena di trasmissione del virus Covid-19.

L’esempio di questi Paesi ci è utile per capire il conclamato deficit di intervento alle nostre latitudini rispetto alla gamma diversificata di iniziative intraprese e quindi attuabili per contenere il virus.

Si tratta, oltre il tracciamento, di un mix di intelligence medica, misure di contenimento mirate e adeguatezza dei sistemi sanitari nell’affrontare una malattia infettiva di cui stiamo abbondantemente trattando sul nostro giornale.

Allo stesso tempo, questo contributo ci pone di fronte al fatto di quanto sia viziato il dibattito sui media meanstream rispetto al “superamento” della fase che stiamo vivendo in Italia, considerando che questi Paesi universalmente lodati per la loro prassi virtuosa, stanno affrontando la “terza ondata” di contagio e non allentano le misure prese per contenere il virus visti i segnali non incoraggianti

Si tratta di Sistemi-Paese che non possono essere “ascritti” al mondo socialista, ma probabilmente – senza generalizzare – con un “Partito del PIL” che non detta le modalità di gestione della Pandemia, o dove il tessuto economico – in alcuni casi si è dimostrato più virtuoso ad adattarsi o che ha visto talvolta una pronta reazione rispetto alla governance politica dell’economia.

La città-Stato di Singapore ha visto un'impennata superiore del 60% dei casi di contagio la scorsa settimana arrivando a 1.623 e a nuovi decessi, e sta cercando di individuare i cluster della diffusione del virus trattandosi in buona proporzione di persone senza contatti con casi di contagio confermati e quindi non precedentemente “tracciati”.

Gli epicentri dei nuovi contagi (circa 1/3) sono i complessi residenziali dove si stipano i lavoratori immigrati, così che domenica è stato imposto l’isolamento e la quarantena per due settimane per due “dormitori” – poco meno di 20 mila persone! – e poi di un terzo.

La densità abitativa sembra quindi essere un fattore decisivo della catena di trasmissione, una condizione simile anche se non identica a molte realtà metropolitane in cui vivono strati non trascurabili di subalterni.

Le misure adottate sono state drastiche, con il divieto assoluto di assembramento per sei mesi in luogo pubblico o privato di persone non conviventi, con forti pene pecuniarie ed il carcere per i trasgressori. Le scuole e le aziende restano chiuse fino al 4 maggio e gli spostamenti devono essere ridotti al minimo indispensabile, anche se è permesso, diversamente da noi, l’esercizio fisico nei parchi rispettando le norme di distanziamento sociale.

Honk Kong, che ha predisposto misure simili anche rispetto alla punizione dei comportamenti – anche se restano aperti i ristoranti ma con norme vincolanti – ha conosciuto un nuovo picco di contagi nella notte tra mercoledì e giovedì passando da 387 a 936.

La domanda sorge spontanea: ma se i Paesi che hanno adottato – insieme alla Cina – le strategie più virtuose come il ricovero dei sintomatici, messa in quarantena degli asintomatici, moltiplicazione del test su chi era venuto in contatto con un contagiato, monitoraggio costante e identificazione dei cluster – non dismettono le proprie misure di contenimento perché affrontano il pericolo di una “terza ondata” di contagio, che senso ha per un Paese come il nostro prefigurare un graduale ritorno alla “normalità” con i dati deficitari di cui disponiamo su contagi e decessi che ancora fanno rabbrividire?

Detto questo, un fenomeno abbastanza inquietante e ancora non sufficientemente studiato sembra essere la “riattivazione” del virus anche sulle persone che sarebbero guarite.

Il Centro Coreano del Controllo e della Prevenzione delle Malattie (CDC), in una conferenza stampa tenuta lunedì, ha dichiarato che 51 pazienti classificati come guariti sono risultati poi positivi, con la sottolineatura da parte di Jeong Eun-kyeong – direttrice del Centro – che accorda più importanza alla riattivazione del virus come causa possibile della terza ondata di contagi.

La Corea del Sud è stato uno dei primi Paesi a conoscere – dopo la Cina – una epidemia su grande scala, ma con il numero dei contagiati che si è abbassato dopo il picco di 1189 di contagi in un solo giorno – il 29 febbraio – e che ha portato fino ad ora alla morte di 200 persone.

Secondo quanto riporta la Johns Hopkins e Bloomberg News, questo mercoledì la Corea del Sud contava 10384 casi di cui 6776 hanno lasciato l’ospedale.

Anche grazie al ripensamento delle non brillanti strategie che ha messo in campo durante la H1N1 nel 2009 – meno contagiosa ma più letale – nella quale si sono ammalate 750.000 persone, il Paese è riuscito a mettere in piedi una "diagnostica lampo" in tempi ristretti e con un test di massa su quasi mezzo milione di cittadini, senza procedere ad un “lockdown” generalizzato ma a misure mirate anche grazie ad un uso virtuoso dei dispositivi digitali.

Il Paese ha approvato il suo primo test di Coronavirus il 4 febbraio, solo 16 giorni dopo che il primo caso domestico è stato confermato. Al 27 febbraio quattro differenti aziende stavano producendo i kit di test, permettendo alle autorità di testare 20 mila persone al giorno. Nel mentre il team di Jung lavorava a nuovi metodi di gestire i test con centri in cui si poteva effettuare il test in macchina a stazioni compatte che assomigliavano a cabine telefoniche.

È alla luce di questi dati che bisogna “giudicare” la gestione fallimentare che sta avvenendo in Italia, per potere comprendere cosa sia la realtà e quali le fantasiose narrazioni teste a “de-responsabilizzare” un classe politica ad ogni livello – nazionale e regionale – tesa a dare corda esclusivamente al “Partito del PIL”.

Buona Lettura

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Hong Kong, dal nostro corrispondente. – I prelievi da naso e gola stanno per essere effettuati. Le doppie porte automatiche si chiudono, lasciando Claire (il suo nome è stato cambiato) sola con la febbre nella stanza dell’unità dei casi “ad alto rischio” del Christian United Hospital di Hong Kong. Il telefono squilla.

“Un’infermiera mi ha interrogata sui miei orari", racconta Claire. "Ero appena tornata dalla Francia così ho comunicato il numero dei voli e il numero dei posti, l’ora esatta in cui il taxi sarebbe venuto a prendermi e l’immatricolazione”. Questi dettagli saranno fondamentali se il test, disponibile in meno di quattro ore, si rivelerà positivo. È in parte grazie a questa strategia di individuazione rapida e tempestiva dei “casi sospetti”, unita a 4.500 test al giorno, se Hong Kong, come Singapore, Taiwan e la Corea del Sud, sono riusciti a contenere il numero di contagi locali.

Allertate sul caso, le squadre di tracciatori del Dipartimento della Salute si sono messe alla ricerca di contatti al fine di isolarli il più rapidamente possibile. Questi contatti sono classificati in categorie, in base al grado di vicinanza col portatore del virus e alla durata dell’interazione. “I membri della famiglia si sono ritrovati in un giorno. Ma per coloro che hanno fatto festa, potrebbe volerci più tempo”, ha spiegato martedì ai giornalisti il dottor Wong Ka-hing del Centro di protezione della salute. Diverse centinaia di perone possono essere interrogate per uno stesso caso. “Per essere sicuri, ricoveriamo i contatti che presentano o hanno presentato sintomi. Gli altri vanno direttamente in quarantena e noi moltiplichiamo i test per trovare i casi il prima possibile”, ha aggiunto il medico.

Lì, queste persone sono tenute sotto sorveglianza. Alcuni devono essere geo-localizzati in modo permanente tramite WhatsApp. “Devo monitorare la mia temperatura e scansionare più volte un codice QR sul braccialetto elettronico”, testimonia da parte sua Keceelyn confinata in un hotel dal suo ritorno dalla Francia. “Quando sono arrivata, ho dovuto camminare intorno alla stanza e al bagno per far si che l’applicazione delimiti l’area di contenimento”, spiega. Non può uscire sul pianerottolo, dove sono stati collocati il frigorifero e il microonde, senza che il suo braccialetto cominci a vibrare.

In alcuni casi, “la catena di contaminazione locale non viene identificata, ed è questo che ci preoccupa. Così identifichiamo la traccia attraverso stretti contatti durante il periodo di incubazione fino alla fonte della contaminazione”, ed è tutto reso pubblico, spiega il Dr. Chuang Shuk-Kwan, anche lui del Health Protection Centre, durante un briefing quotidiano per la stampa. L’indagine viene effettuata per telefono, a volte le persone si fanno avanti da sole.

Potrebbe essere necessario un campionamento sul campo. È così che una stanza dell’ospedale Pok Oi, dove è stato segnalato un caso, è stata passata al vaglio per determinare se il contenitore di carta igienica o il misuratore di pressione avrebbe potuto essere un vettore di trasmissione. L’identificazione di cluster – raggruppamenti di casi nello stesso luogo – consente alle autorità di adeguare le misure contro la pandemia. Sono in procinto di chiudere cinema, sale mahjong, i karaoke, sale cinematografiche e bar, sulla base di indagini epidemiologiche.

Singapore segue le stesse pratiche. L’esercito sostiene le squadre di tracciatori del Ministero della Salute dal 28 gennaio. Più di mille soldati studiano le mappe elaborate dagli ospedali e fanno fino a duemila telefonate al giorno ai contatti dei casi confermati. La polizia può essere chiamata anche per rivedere i video di sorveglianza.

Il governo spiega sul suo sito web che ha anche ampliato i tipi di test per identificare i collegamenti mancanti nella trasmissione. Non comprendendo come il Caso 66 si sia infettato, si è deciso di eseguire i test sierologici sui casi 83 e 91 che avevano partecipato allo stesso raduno del Caso 66 ma che non erano malati al momento in cui i tracciatori li hanno contattati. Un test per ricercare le sequenze del gene Covid-19 avrebbe dato esito negativo in quanto entrambi gli individui non erano più malati. Un test sierologico è stato quindi preferito e ha permesso di rilevare la presenza di anticorpi e quindi l’esposizione passata al Covid-19.

Sia nella città-stato che nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong, due piccoli territori con popolazioni limitate e fortemente connesse, queste tecniche hanno dato i loro frutti. Il primo ha riportato poco più di 1.400 casi, il secondo 938.

Alcuni ricercatori si rammaricano della lentezza del processo. “La trasmissione di Covid-19 avviene rapidamente e prima che i sintomi si manifestino, il che rende estremamente improbabile che l’epidemia possa essere contenuta semplicemente isolando i singoli casi sintomatici”, scrive Luca Ferretti del Big Data Institute di Oxford in un articolo pubblicato su Science. Ma il tracciamento manuale “è troppo lento e non può essere esteso su larga scala una volta che l’epidemia” è massicciamente diffusa, perché il personale dedicato è limitato, secondo questi ricercatori. Essi preconizzano un “controllo digitale” tramite un’applicazione. “Il suo scopo non è quello di imporre la tecnologia come un cambiamento permanente nella società”, ma “date le circostanze della pandemia, è necessario e giustificato proteggere la salute pubblica”, scrivono gli scienziati.

La condivisione dei dati digitali è uno dei cavalli di battaglia di Taiwan. Ad oggi l’isola ha segnalato 376 contagi. Eppure è stata molto esposta, essendo collegata con voli diretti a Wuhan e trovandosi a circa 100 chilometri dalla Cina dove vivono e lavorano più di un milione di taiwanesi. A metà gennaio, l’isola si è protetta contro la “polmonite atipica”.

Dal 24 gennaio, tre giorni dopo il rilevamento di un primo caso sul suo territorio, le autorità taiwanesi hanno richiesto ai passeggeri in arrivo da Cina, Hong Kong e Macao di compilare un modulo con la cronologia dei loro spostamenti e l’obbligo di monitorare il loro stato di salute. Taiwan ha poi messo in comune le informazioni provenienti da vari ministeri o amministrazioni. I dati dell’assicurazione sanitaria nazionale sono stati condivisi in tempo reale, per esempio, con quelli dei servizi doganali e dell’immigrazione. Ciò ha generato allerta durante le visite mediche basate sulla cronologia dei viaggi e i sintomi.

Questa condivisione ha anche permesso di razionare e distribuire metodicamente le mascherine alla popolazione. Inoltre, ha portato a screening retroattivi di Covid-19 condotti su circa 100 pazienti con una grave forma di influenza o polmonite.

La Corea del Sud, dal canto suo, ha optato per uno scambio di informazioni molto più dettagliate sui movimenti delle persone infette, che secondo le autorità è fondamentale per il monitoraggio e il controllo dell’epidemia. La Corea del Sud ha ora più di 10.000 infezioni. Poiché il numero di casi è esploso a febbraio, le autorità hanno lanciato un vasto programma di tracciamento accessibile al pubblico tramite applicazioni telefoniche per localizzare i luoghi più infetti.

Queste applicazioni inviano un avviso alle persone che vivono nelle vicinanze di una persona diagnosticata. Un tipico avviso può contenere l’età e il sesso della persona infetta, l’ufficio medico frequentato un minuto prima, in alcuni casi, tracciato attraverso gli estratti conto delle carte di credito, insieme all’ora e i nomi delle aziende visitate. L’allarme può anche indicare in quali stanze di un edificio si trovava la persona, quando ha visitato il bagno e se indossava o meno una maschera.

Queste procedure non sono prive di rischi e possono portare a stigmatizzazioni e discriminazioni. In Corea del Sud, per esempio, i seguaci della Chiesa di Gesù di Shincheonji o le persone che li hanno frequentati hanno rappresentato il 63% dei casi a metà marzo. Sono state oggetto di una “caccia alle streghe” e hanno affrontato “licenziamenti e molestie sul posto di lavoro, persecuzioni familiari e calunnie”, secondo la Chiesa. La pubblicazione dei dati può anche dissuadere le persone dal richiedere assistenza medica per paura di essere stigmatizzate. “I governi dovrebbero agire rapidamente per proteggere gli individui o le comunità che potrebbero essere presi di mira o ritenuti responsabili di Covid-19 “, ha detto l’ONG per i diritti umani Human Rights Watch.

Fonte

11/07/2019

The Big Other

Dal capitalismo delle piattaforme al capitalismo della sorveglianza.

Il capitalismo è una brutta bestia. Conosce l’arte del travestimento, sa passare inosservato per decenni, ed è capace di adattarsi a qualsiasi ambiente culturale, cambiando di volta in volta forma, come un parassita si adatta all’animale che infesta pur di salvarsi dal pericolo di estinzione. Il tardocapitalismo del terzo millennio si cela fra le pieghe di un termine molto accattivante: Tecnologia.

Più di mezzo secolo fa la nostra generazione, quella dell’assalto al cielo, fra i suoi obiettivi principali si era ripromessa giustappunto di non lasciare la gestione della tecnologia proprio al capitale.

Al volgere del millennio si è assistito ad una crescita esponenziale di applicazioni e piattaforme più o meno social che hanno concesso alla tecnologia un vero e proprio potere, fino a poter parlare di una fase che Shoshana Zuboff, laureata in psicologia sociale e specializzata in mondo digitale all’Università di Harvard, nonché dottore in Filosofia a quella di Chicago, ha chiamato terza modernità.

L’autrice nella sua ultima fatica The Age of Surveillance: The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power, uscito sul mercato anglosassone nel 2018 ma mai tradotto dalle nostre parti, rifacendosi ad alcuni pensatori del ‘900 fra cui Karl Polyani teorizza una forma di capitalismo da lei denominato “capitalismo della sorveglianza”, che supera la fase del “capitalismo delle piattaforme” di cui ha già ampiamente scritto Nick Srnicek qualche anno fa. L’utilizzatore ultimo, scrive la Zuboff – noi, in fin dei conti – dando il permesso di utilizzare i propri dati sotto forma di informazioni personali, comportamentali, “likes” e chi più ne ha più ne metta, diventa egli stesso “forza lavoro” non retribuita, sfruttata, e alimenta un’accumulazione originaria che si protrae senza soluzione di continuità, in pratica fa guadagnare milioni di dollari alle multinazionali della tecnologia (Google, Facebook, Instagram, ecc). Fin qui sembrano nozioni ed abusi già acquisiti.

La sua tesi però, per nulla peregrina, si sviluppa ancora e la scrittrice ci ricorda che tramite l’utilizzo sempre più massivo dell’IOT (Internet of Things), che mantiene sempre connessi tutti gli oggetti che ci circondano, e che immagazzinano informazioni continue su tutto ciò che facciamo e diciamo, la privacy diventerà un concetto obsoleto, nessun livello di privacy avrà più ragione di essere garantita, neanche dal IV emendamento della Costituzione americana. Che senso avrà parlare di privacy al tempo della biometria e del riconoscimento facciale?

La Zuboff va oltre: in un’intervista rilasciata al quotidiano britannico The Guardian, dichiara che questo “salto quantico” arriverà a sostituire la politica con una governance strumentale, cioè lo strumento principale della governabilità diverrà l’infallibilità matematica delle previsioni basate sui dati a disposizione, in una parola: l’algoritmo.

E allora si può arrivare ad una conclusione, anche se di medio termine: se il capitalismo industriale, quello della “Ford modello T” per intenderci, era nato per dominare la Natura che ci circonda, il capitalismo della sorveglianza, delle multinazionali tecnologiche, dominerà la natura umana. Lo farà con un processo di accumulazione per spoliazione, tramite esproprio e noi glielo permetteremo accecati dal mito della “gratuità”, di una presunta e falsa “socialità”; pur di provare la nostra esistenza nel mondo contemporaneo. Per usare la metafora dell’autrice, quella della mano e del guanto, l’individuo, quello che per la Zuboff è la mano è sempre immerso e connesso all’ineluttabile bolla dei social (il guanto), nella quale appunto andrà ad inserire ogni tipo di dato.

Una ulteriore riflessione personale viene però da sé: calcolato che ogni equilibrio sociale verrà monitorato in tempo reale, cosa ne sarà delle classi sociali tradizionali? Verranno quasi sicuramente sostituite da nuovi “clusters” (aggregati) comportamentali, attraverso i quali si potrà agire singolarmente, ma per imporre uno status quo collettivo.

Ogni classe ne sarà coinvolta, persone delle età più disparate. E le nuove e nuovissime generazioni, i cosiddetti “nativi digitali”, minori e non, ne saranno parte essenziale. Come? Ma attraverso un escamotage fra i più subdoli: la gamification, tradotto in italiano viene un po’ meno bene: la ludicizzazione.

L’esempio più conosciuto è stato quello del Pokemon Go, dove giocando per la città, si indirizzavano traiettorie umane verso potenziali luoghi di consumo, (Mc Donalds, Starbucks, KFC...), uno fra gli obiettivi cardine di questo nuovo tipo di capitalismo.

Mi ricorda qualcosa: produci, consuma, crepa. Negli anni ’80 non ero in Italia, ma ricordo comunque questo verso di un pezzo dei CCCP, gruppo punk-rock nostrano di quegli anni che riecheggia le riflessioni di un filosofo tedesco un po’ controverso: costui parlava di “schiavi salariati” i quali, all’interno di un Sistema devono sottostare a questo diktat. Non hanno scelta, l’inganno è proprio in questo. La produzione nel nuovo millennio non (sempre) è pagata, si fanno più debiti per consumare ed elevarsi ad uno status, per sentirsi “integrati”. Poi, si può anche crepare, tanto quando si consuma troppo poco, si diventa solo un peso per lo Stato.

Da questo, per associazione, pensare a 1984 di Orwelliana memoria il passo è quasi obbligato; ma attenzione, non si tratta di totalitarismo, come nella profetica storia ambientata in un futuro distopico che per noi è già il passato di ben 35 anni fa; quello era un modello di Società che puntava a controllare gli individui con la paura, con progetti di ingegneria sociale, che garantivano il futuro di una società perfetta.

La governance strumentale di cui accennavamo poc’anzi invece, è un controllo “da remoto”, per usare un’espressione gergale, che registra tutto, incamera dati, ma non interviene mai, e si fonda sulla necessità di uno status quo che a sua volta, si regge su di un’apparente libertà diffusa.

Ma non credo di sbagliare se mi viene il sospetto che non solo la libertà diffusa sia apparente. Come in ogni mondo virtuale che si rispetti, tutto sembra, ma solo alcune cose sono. La Zuboff ricorre ad un’immagine molto potente: il doppio libro, dove da un lato esiste il libro pubblico, scritto da tutti noi, dalla collettività, costituito da tutti i dati consapevolmente immessi e quindi di dominio pubblico, e dall’altro il libro privato, frutto dell’elaborazione di quei dati e che risulta “oscurato”, “segreto”, “per pochi”.

Il primo libro è free, gratuito, il secondo, quello esclusivo, ha una capitalizzazione finanziaria, di borsa, che supera diversi trilioni di dollari. Il cerchio si è chiuso: si lavora gratis per far ingrassare le multinazionali, al momento quelle tecnologiche, poi deciderà il Mercato, bellezza!

Mettiamocelo in testa. La tecno-finanza detiene il potere; dispone delle tendenze comportamentali dell’intera umanità. Questa immensa asimmetria informativa mi ricorda un certo Emile Durkheim che a fine ‘800 redasse la “divisione del lavoro sociale”. Da marxista, l’imperativo è d’obbligo: per senso di responsabilità è il caso di stare all’erta sui progressivi squilibri economici e sociali che andranno ad esacerbare in futuro ancor più la società umana, cristallizzandola su uno status quo che eviterà i conflitti sociali, ma renderà sistemiche le disuguaglianze.

È una Rivoluzione, una decolonizzazione che dovremo attuare singolarmente, ma allo stesso tempo, insieme, ricordando che le multinazionali della tecnologia spendono miliardi per esercitare ogni tipo di pressione nei confronti dei governi, e contro ogni tentativo di controllo da parte del legislatore, che si trova sempre “behind the curve”, in affanno, sempre inadeguato a legiferare.

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15/09/2018

Genova ad un mese dalla strage di Stato: alcuni nodi politici


“E così sulla porta, in mezzo al cielo, al fiume e alle montagne, una generazione dopo l’altra apprendeva a non compiangere oltre misura ciò che la torbida acqua si portava via. In tutti penetrava la spontanea filosofia della cittadina: che la vita è un miracolo impenetrabile, perché si consuma e si disfà incessantemente, eppure dura e sta salda «come il ponte sulla Drina”

Ivo Andrić, Il Ponte sulla Drina

Ad un mese dalla strage di Stato di Ponte Morandi, i nodi politici posti dalla tragedia permangono, così come la necessità di non abdicare alla denuncia coerente delle cause e dei responsabili, e alla conseguente mobilitazione.

Come è stato sottolineato da alcuni commentatori è chiara la responsabilità politica di chi, come Autostrade, godendo della rendita su un monopolio naturale, non è stata in grado di garantire il grado minimo di attenzione al pericolo rappresentato da quel gigante malato – che tagliava in due la Valpocevera – così come è altrettanto evidente che, ad ogni livello, nessuno ha mai ipotizzato “un piano b” per il passaggio del traffico da quella struttura.

Il ponte è stato “schiantato”, oltre che dall’incuria, dall’usura del flusso di merci provenienti e dirette verso il porto, ma nessuno di coloro che godono di una qualche autorità nella “comunità portuale” ha mai posto il problema, anche solo dell’eventualità di una chiusura temporanea, ed una alternativa.

Molte sono le similitudini tra le dinamiche dell’affidamento ad un soggetto privato di un bene pubblico, come le autostrade, e le concessioni delle banchine ad operatori privati, anche rispetto al pesante tributo di sangue pagato dalle varie figure che lavorano e ruotano attorno all’hub genovese: portuali, autotrasportatori, ma anche semplici abitanti della Superba che devono subire le “esternalità negative” del traffico, in termini di congestionamento e inquinamento, senza alcuna contropartita.

Come ha dichiarato in una conferenza stampa Il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali: siamo qua per dire semplicemente che la privatizzazione ha fallito ma le responsabilità sono anche nostre, perché non abbiamo saputo fermarli.

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Nel Decreto cui il Consiglio dei ministri ha dato il via non c’è “la revoca immediata unilaterale della concessione di Autostrade per l’Italia (proposta i giorni scorsi dal Ministero delle Infrastrutture): la procedura per la revoca” riporta Alessando Arona, sul Sole 24 Ore di Giovedì, “avviata dallo stesso Mit, il 16 agosto, farà il suo corso (almeno alcuni mesi) in base alle regole della convenzione vigente”.

Un notevole passo indietro, dopo lo “stop and go” rispetto alla nazionalizzazione paventata in un primo momento, che fa emergere uno degli aspetti centrali della vicenda di Ponte Morandi.

Se era chiaro dalle prime ore dopo il crollo che si apriva la corsa al business della ricostruzione, e alla strumentalizzazione mediatica della tragedia per consolidare la narrazione sulla necessità della continuazione dei lavori della Tav-Terzo Valico e dell’inizio di quelli per la Gronda – progetti che non hanno alcuna pertinenza rispetto alle problematiche legate al traffico che passava sulla tratta autostradale crollata – con il passare dei giorni la cosa è diventata del tutto evidente come lo scontro di potere che sta attraversando il governo.

I nodi più rilevanti sono stati infatti delegati all’approvazione di un successivo decreto del presidente del consiglio (Dpcm): si va dall’incarico di Commissario straordinario tecnico alla ricostruzione e ai compiti che a lui verranno assegnati, ai soggetti e alle modalità con cui verrà ricostruito il Ponte.

Tra la rosa dei nomi papabili, figurano Giovanni Toti ed Edoardo Rixi, su cui il M5S ha espresso un parere negativo; Iolanda Romano, commissaria per il Terzo Valico dal 2015 e Marco Rettighieri, nominato commissario dopo la decapitazione dei vertici Cociv a causa delle numerose inchieste giudiziarie, ed infine Emilio Signorini, presidente di nomina governativa dell’Autorità Portuale della Superba.

La Confindustria locale si è schierata apertamente con il Presidente della Regione Liguria Toti – come riporta Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore di venerdì: “a rilanciare il governatore potrebbero però essere la figura che si è andata definendo nelle bozze di decreto, con poteri davvero eccezionali come forse non si è mai visto nella storia repubblicana: non solo coordinamento e poteri sostitutivi in caso di inerzia, ma proprio una sostituzione automatica e ‘attiva’ di tutte le amministrazioni statali, regionali e comunali con l’eccezione delle Sovrintendenze”.

La frase "con poteri davvero eccezionali come forse non si è mai visto nella storia repubblicana" dovrebbe mettere in allarme chi ha denunciato l’accresciuta “esecutivizzazione” del processo decisionale e la torsione autoritaria in corso nello Stato italiano, aprendo un pericoloso precedente in termini di verticalizzazione delle dinamiche di governance.

Uno dei nodi giuridicamente più delicati – e la cui decisione sancirà il risultato del “braccio di ferro” non solo (o tanto) tra Governo e chi gestisce le Autostrade, ma tra questo e la trama di interessi legati alla “rendita” – è chi e come ricostruirà il ponte, quale sarà il ruolo di inclusione/esclusione della società, e le modalità di affidamento direttamente o meno a Fincantieri o con rapida selezione di almeno 5 candidati come vorrebbe l’UE.

Anche questa decisione verrà presa da un Dpcm; in caso di esclusione di Autostrade sono state paventate possibili contenziosi e rallentamenti.

Chiaramente, lo scontro non è legato solo alla filiera di interessi dell’uno e dell’altro contendente economico, ma è squisitamente politico: chi governa detiene veramente il potere? E per fare cosa?

In questi giorni abbiamo assistito ad un fuoco incrociato sul governo grigio-verde da parte delle maggiori istituzioni della UE, come del padronato italiano – anche su TAV e Tap – e che si può esemplificare con il titolo delle due brevi colonne apparse venerdì in prima pagina sul giornale di Confindustria, a firma Alberto Orioli: la ricreazione è finita.

Ciò che è contenuto nel decreto, secondo ciò che trapela da la Stampa, sono la creazione di una zona logistica speciale molto ampia, a cui verranno riconosciute le stesse semplificazioni previste per le Zone Economiche Speciali che stanno sorgendo nei porti del Sud, come Napoli e Gioia Tauro; una zona franca urbana per le imprese che hanno conosciuto difficoltà economiche con varie esenzioni, anche per le imprese che avvieranno la loro attività entro il 2019, facendo diventare le zone colpite un’ottima occasione d’affari per le aziende private, oltre a varie misure di miglioramento del monitoraggio sulla sicurezza viaria di varia natura.

Completerebbero il quadro – ma ci sono versioni parziali o discordanti, a seconda dei giorni in cui sono stati riportate le indiscrezioni – l’indennizzo statale a proprietari di case e imprese che hanno avuto immobili distrutti e danneggiati, rinvii ed esenzioni di obblighi fiscali e mutui, risorse per rilanciare il trasporto pubblico locale e la viabilità.

Nei prossimi giorni, potendo disporre della documentazione necessaria, sarà indispensabile passare al vaglio più dettagliato la prima tranche di manovre governative e osservare lo scontro di potere in atto.

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Un aspetto rilevante sottolineato dalle compagne e dai compagne dell’assemblea antifascista di Genova, in un post su Facebook corredato di video sull’anniversario della strage “14 agosto ore 11.36 strage di Stato”, riguarda il tentativo di rimozione e di censura rispetto alla denuncia politica di ciò che è successo e che da la cifra del clima che si respira da un mese in città:

“La settimana scorsa in piena zona rossa uno striscione di trenta metri con su scritto STRAGE DI STATO è stato calato di fianco a Ponte Morandi per ricordare a questi sciacalli perennemente in vetrina che i genovesi sanno benissimo cosa è successo e che le colpe sono tutte loro e non certo di povera gente bloccata in mezzo al mare, né degli spazi sociali o dei movimenti no tav/no gronda.
Altri striscioni, scritte, adesivi sono stati appesi in tutta la città in questi giorni ma la rabbia, la denuncia, il dissenso verso i responsabili di questo disastro sono sentimenti che vanno cancellati e così la macchina della repressione si è messa subito in moto. Gli striscioni vengono tolti a tempo record, le scritte coperte, adesivi e manifesti strappati... si deve solo parlare di Renzo Piano, del salone nautico e di pallone, lo show deve continuare.”

Le iniziative che saranno messe in campo nelle prossime settimane in corso di definizione in questi giorni come l’assemblea nazionale a fine settembre a Genova e la manifestazione a Roma il 20 ottobre sulle nazionalizzazioni, promosse sia da Potere al Popolo che dall’Unione Sindacale di base, e la loro preparazione, saranno importanti per non lasciare che tutto passi sotto silenzio e che i nodi politici non vengano elusi.

Se non farà tornare in vita le 43 vittime, onorerà la loro memoria e creerà le condizioni affinché le vite non vengano stroncate dalla logica del profitto e da uno stato piegato ai suoi fini.

Anche se rimane difficile non compiangere oltre misura ciò che la torbida acqua si portava via.

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08/09/2018

Uno sketch lungo 25 anni, ora recitato da Salvini

Siamo sempre allo stesso punto. Da 25 anni.

La sceneggiata messa su dal fascioleghista ministro dell’interno – apertura in video di una busta recapitatagli da un carabiniere, dal contenuto già abbondantemente a lui noto – occupa le prime pagine dei giornali. Per una volta a ragione, ma con argomentazioni e analisi completamente sballate. Inchiodate a uno schema stupido (la “contrapposizione tra politica e magistratura”) che non spiega nulla. Anzi, nasconde tutto.

Andiamo con ordine.

Nella busta gialla c’era una comunicazione formale dovuta, da parte dei magistrati palermitani, visto che hanno modificato le contestazioni ipotizzate inizialmente dalla Procura di Agrigento nei suoi confronti: ora gli viene contestato il reato di sequestro di persona aggravato.

Sul piano politico non cambia molto – il sequestro è relativo al “trattamento” riservato a profughi ed equipaggio a bordo della nave Diciotti della Guardia Costiera italiana – ma Salvini ha deciso di farne l’occasione per uno spot politico-elettorale decisamente golpista.

L’argomento-chiave è appunto vecchio di 25 anni: “Qui c’è la certificazione che un organo dello Stato indaga un altro organo dello Stato, con la piccolissima differenza che questo organo dello Stato, pieno di difetti e di limiti, per carità, è stato eletto, altri non sono eletti da nessuno“.

Anche uno studente al primo anno di giurisprudenza sa che la democrazia liberale si basa sulla tripartizione dei poteri dello Stato – esecutivo o governo, legislativo (Parlamento) e giudiziario – e sul principio dell’eguaglianza generale davanti alla legge. Insomma, che l’esser stati eletti non assicura alcuna superiorità rispetto alle leggi esistenti. E la storia italiana del dopoguerra è abbastanza ricca di ministri, parlamentari, addirittura ex presidenti del consiglio indagati, processati e – com’è ovvio che sia – alcune volte condannati, altre assolti. Craxi, Andreotti, Pietro Longo (Psdi) e una pletora di figure minori inciampate in reati di tutti i tipi. Così come in altri paesi è avvenuto con Nixon (destituito da presidente della prima superpotenza globale!), ha rischiato Clinton, ha subito Chirac e tanti altri.

E’ la regola della democrazia liberale: qualcuno viene eletto per fare il parlamentare ed eventualmente governare, i magistrati devono controllare se quel che fa è consentito oppure no dalle leggi esistenti (che possono comunque essere modificate dal Parlamento, ma fin quando esistono valgono per tutti). I magistrati, nelle democrazie liberali, sono quasi sempre assunti per concorso, non per elezione (solo negli Stati Uniti e in qualche altro Stato di tradizione anglosassone c’è quest’altro tipo di selezione), perché si presume che l’approfondita conoscenza delle leggi e delle loro interconnessioni richieda competenze che un “eletto” può benissimo non avere.

Ma queste sono appunto banalità da primo anno di corso di laurea...

Possibile che un ministro dell’interno e parlamentare da molte legislature (tra Montecitorio e Strasburgo) non sia mai stato informato di questi “dettagli”?

Di tutto possiamo accusare Salvini, tranne di essere un fesso che apre bocca senza sapere cosa dice. E’ un “comunicatore”, come Berlusconi e Renzi; uno che fiuta l’aria, cerca l’appoggio dei “poteri forti” e imbastisce recite pubbliche per incantare i grulli. Non un fine intellettuale, certamente, ma neanche quel cinghialone tutto istinto ed empatia che si sforza di interpretare a beneficio del pubblico di bocca buona...

Quindi dobbiamo pensare che sappia esattamente quali conseguenze discendono dalla diffusione di un “luogo comune” secondo cui chi è stato eletto (sia pure con il 17% appena) è perciò stesso al di sopra della legge e dei magistrati.

E qui ritorniamo sempre al punto di partenza della “seconda repubblica”, nata dal collasso dell’antica classe politica (l’inchiesta passata alla storia come “Tangentopoli”), che ha spalancato i portoni a tutte le possibili scorrerie e ad una piccola schiera di lanzichenecchi pescati nella “società civile”.

Sono insomma 25 anni che questa “politica” pretende l’immunità totale e dunque la subordinazione effettiva del potere giudiziario a quello esecutivo. Sono 25 anni che chi arriva ad afferrare per un attimo il potere esecutivo prova a modificare radicalmente la Costituzione.

Ha perseguito apertamente questo obiettivo Berlusconi. Ci ha riprovato Renzi, seguendo l’identico schema e la stessa traccia piduista. Prosegue nel tentativo anche Salvini.

Se si vuol capire qualcosa bisogna mandare sullo sfondo queste facce e concentrarsi sulle ragioni – e gli interessi – alla base di questo continuo attacco. Il fallimento dei primi due tentativi, infatti, è stato dovuto all’incapacità di quei due “leader” di raccogliere intorno a sé un consenso sufficiente, più che a “radicate convinzioni costituzionali” di chi, di volta in volta, si è loro opposto. Se ci fate caso, Renzi e i piddini – in queste ore – criticano Salvini ricordando che la Lega è stata, incongruamente, parte del fronte del “No” al referendum del 4 dicembre 2016. Insomma: di che ti lamenti, avevamo avuto la stessa idea...

E’ la pochezza della cosiddetta “classe politica” italiana a riproporre sempre lo stesso conflitto invertendo semplicemente i ruoli. Il segmento che va al governo non riesce a costituzionalizzare un nuovo ordinamento altamente autoritario su cui anche gli altri segmenti sono in fondo d’accordo, ma che contrastano strumentalmente perché temono di consegnare a un altro le chiavi della prigione che intendono costruire.

A noi sembra abbastanza evidente che “la politica” nazionale ha ormai ben poco margine per determinare le linee fondamentali di governo del paese. Molte delle leve più importanti – a partire dalla politica economica e di bilancio, per non dire di quella estera e delle alleanze internazionali – sono state cedute a istituzioni sovranazionali (Unione Europea e Nato). Impossibile dunque, più che “difficile”, decidere politiche tali da garantire un consenso duraturo intorno a una maggioranza politica chiara. Anzi, impossibile perfino determinare una chiara discriminante tra le diverse liste elettorali... In cosa si distingue oggi il Pd da Forza Italia o dalla Lega? Dalla maggiore o minore rozzezza del linguaggio?

Ma se tutta la sfera della “politica” perde senso e utilità pubblica; se il legame tra figure sociali e sistema istituzionale non ha più quel tessuto di relazioni un tempo interpretato dai “corpi intermedi” (partiti con programmi e riferimenti ideali “forti”, sindacati con pratiche di intermediazione differenti, associazionismo orientato da valori differenti, ecc); se tutta l’attività di governo si riduce a trovare un tema di “distrazione di massa” su cui far concentrare l’attenzione dei media, mentre nel retrobottega del potere si smantella e si svende quel che resta del sistema-paese... Ecco che chi sta per un breve periodo al centro della scena politica diventa velocemente il vettore di un bisogno di ridisegnare l’architettura costituzionale, per garantire che la governance non trovi più nessun ostacolo. Sia questo rappresentato dall’opposizione popolare oppure dal controllo di legalità anche sugli atti di governo.

I “politici” di questa fase sono attori che sanno di poter restare in prima fila per poco tempo, senza alcuna grandezza che non sia l’ambizione individuale a restarci il più possibile. Arrivati a cavalcare l’onda della popolarità con qualche trucco di marketing, sono obbligati a diventare ossessivi, tristemente ripetitivi nella ricerca quotidiana della “pensata mediatica”...

Alla fin fine stancano, anche abbastanza rapidamente, e “il pubblico” comincia a cercare un altro attore da portare in primo piano, con cui identificarsi. Il quale, immancabilmente, indica nella Costituzione e nella legge il limite che gli impedisce di tener fede alle promesse.

Sono passati 45 anni da quel testo della “Commissione Trilaterale” intitolato Crisi della democrazia, in cui si auspicava che il potere politico venisse finalmente e di nuovo sottratto all’influenza delle classi popolari, lasciandolo alla regolazione delle istituzioni sovranazionali e “dei mercati”. Tutto il travaglio che stiamo vivendo, come spettatori o protagonisti del conflitto sociale, è parte essenziale di questo processo...

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23/07/2018

La crisi del “macronismo” e il declino delle élites politiche della UE


L’Imperatore è ebbro dei suoi vent’anni d’orgia!
S’era detto: “Io spegnerò la Libertà,
ma delicatamente, come una candela!”
La libertà è risorta! Lui si sente stroncato

Rimbaud, Cesareo Furore

La crisi del “macronismo” è un dato del tutto rilevante non solo per la sfera della rappresentanza politica dell’Esagono, ma perchè approfondisce il processo di delegittimazione delle élites politiche continentali.

Queste ultime avevano trovato nel leader di “En Marche” un campione del rilancio del progetto politico dell’UE ed una possibile chance di riconfigurazione della rappresentanza politica di questa tendenza, dotata di una nuova narrazione efficace in termini di capacità di catturare un ampio consenso, scompaginando le carte della geografia politica d’oltralpe e offrendo un modello di “ripensamento” della forma di un organizzazione politica esportabile fuori dai perimetri francesi.

L’affaire Alexandre Bennalla, di cui tratteremo più avanti, non è che l’ultima tappa del declino di Macron, che in meno di un anno si è “bruciato” il consenso che aveva portato al suo exploit e a quello del suo movimento, prima con le elezioni presidenziali e poi con le legislative.

La performance elettorale macroniana era stata un vero e proprio tsunami, anche per il ristretto margine temporale intercorso tra il “lancio” del suo movimento: il 6 aprile 2016, l’annuncio di partecipazione alle elezioni presidenziali: il 16 novembre 2016, e l’affermazione al secondo turno delle presidenziali il 7 maggio contro Marie Le Pen, dopo avere ottenuto nel primo turno il 24% dei consensi contro il 21,3% della leader del FN.

Al di là dell’elevato tasso di astensionismo, superiore al 50% del secondo turno delle legislative di giugno, vi era stata la tenuta dell’“offerta politica” macroniana che gli aveva permesso di avere una solida maggioranza, rafforzata dagli alleati di MoDem.

Un dato che non va sottovalutato è il rapido avanzare della convinzione – a livello di sondaggi dei suoi sostenitori – rispetto all’opzione del voto nei suoi confronti, durante tutta la prima parte dell’anno scorso: a febbraio meno della metà si definiva certa di votare per lui, percentuale che sarebbe poi salita solo oltre la soglia dei due terzi ad Aprile.

La rivoluzione macroniana – “Rivoluzione” era per l’appunto il titolo del suo stesso manifesto politico – nelle fondamenta ideologiche del suo programma era un rivisitazione delle politiche neo-liberiste intraprese sia dalla social-democrazia tedesca che dal New Labour britannico, confezionata con una auto-narrazione secondo la quale En Marche “non è di destra, né di sinistra, ma sia di destra che di sinistra. Perché dobbiamo unire tutte le forze positive attorno a un progetto comune”, come aveva dichiarato lo stesso Macron il 21 aprile del 2016, a circa due settimane dal lancio ufficiale del movimento.

Come ha giustamente fatto notare Jocelyn Evans, nel suo saggio scritto per uno studio dell’Istituto Cattaneo (Macron e il movimento En Marche!), “mentre si presentava come base per una rivoluzione democratica, i punti principali del programma di Macron erano ben lungi dall’essere rivoluzionari, ancorati come sono alle fondamenta ideologiche della terza via di Tony Blair, o all’Agenda 2010 di Gerhard Schröder e ancora alle riforme Hartz dei primi anni 2000 sul lavoro e i sussidi di disoccupazione – paralleli che non erano sfuggiti né all’ex-premier britannico né a quello tedesco, tanto più che entrambi hanno espresso il proprio sostegno per Macron durante la campagna per le presidenziali”.

Coeva a questo, vi era dichiaratamente nei piani macroniani una riforma istituzionale tesa a ridurre il peso del parlamento nel contro-bilanciare le scelte presidenziali, con una verticale del potere che accentrava sulla sua figura una maggiore capacità decisionale ed un parlamento, con un terzo in meno di deputati, il cui potere avrebbe dovuto essere quello di registrare le decisioni prese all’Eliseo, svuotando di fatto le istanze della stessa democrazia rappresentativa e stabilendo una sorta di “monarchia presidenziale”.

A questi punti esplicitati del suo programma, che si inserivano nella rivendicazione di un ruolo di maggiore protagonista della Francia sullo scenario internazionale ed un rilancio dell’asse franco-tedesco come motore di una accelerazione del progetto di integrazione europea, in grado di fare divenire l’UE un attore politico globale, si è aggiunta la trasformazione della legge sul diritto d’asilo e l’emigrazione, che di fatto ha notevolmente ridotto le distanze su questa materia tra Macron e i leader dell’est Europa che hanno costruito l’ultima fase della propria carriera politica in quanto imprenditori del razzismo.

Se fino ad ora i corpi intermedi, insieme all’opposizione, nonostante i differenti “fronti” aperti e le convergenze politico-sociali create, non sono riusciti a modificare i piani di Macron e di LREM, con le proprie mobilitazioni hanno contribuito a far drasticamente diminuire il consenso di colui che ormai viene percepito come “il presidente dei ricchi”.

Dopo il ridimensionamento dei suoi piani sul lato del “rilancio” della UE, dovuti ai difficili equilibri politici tedeschi, e la sua netta battuta d’arresto sulla possibilità di bissare lo scompaginamento delle carte negli attori politici continentali a livello di elezioni europee, e con un drastico calo di consensi all’interno, le rivelazioni del giornale Le Monde del 18 luglio – sull’operato di Alexandre Benalla durante la manifestazione del Primo Maggio a Parigi – ha generato la prima vera crisi interna che coinvolge, e rischia di travolgere anche il suo ministro dell’interno Gerard Collomb.

Il “capo” della sua sicurezza privata, insieme a Vincent Crase, si sono resi protagonisti di un vero e proprio pestaggio nei confronti di un manifestante in piazza Contrescarpe il Primo Maggio a Parigi.



Il video inchioda i due, che di fatto svolgono la funzione di infiltrati, senza che possano giustificare la loro presenza ed il loro operato, ben al di là della funzione di osservatori che gli sarebbe stata attribuita e con cui alcune autorità hanno cercato di giustificare la loro presenza. La catena di comando che fa capo a Macron sembra con ogni probabilità avere “coperto” il loro operato, senza che la loro funzione possa essere inquadrata in alcun modo in alcuna cornice giuridica pertinente all’ordine pubblico.

Non si tratta di un semplice caso di “violenza poliziesca” che comunque miete costantemente vittime tra i giovani dei quartieri popolari e si accanisce sempre più contro gli oppositori politici; né di un “banale” tentativo di insabbiamento dell’operato di una persona piuttosto misteriosa della cerchia presidenziale. E’ invece il disvelamento di una sorta di “apparato parallelo” a quelli ufficiali, con un grado assoluto di opacità rispetto al proprio operato e la propria provenienza.

Alexandre Bennalla è, sì, una specie di guardia pretoriana di Macron che nei giorni in cui non è in servizio, veste casco e giubba nera per “infiltrarsi” in un corteo, atterrare un manifestante e colpirlo, una volta a terra, con un calcio all’altezza del torace, ma di cui non si conosce precisamente altro al momento...

Come scrive Edwy Plenel su “Mediapart” in La présidence Macron face à sa part d’ombre: “Alexandre Bennalla si rivela un personaggio centrale dell’avventura presidenziale di Emmanuel Macron. Dalla campagna elettorale al Palazzo dell’Eliseo, delle altre immagini lo mostrano onnipresente e indispensabile”.


Lo scandalo attorno a “Monsieur sécurité” ha rivitalizzato l’opposizione parlamentare (sia a destra che a sinistra) e ha ottenuto la creazione di una commissione d’inchiesta, provocando un empasse notevole nel proseguimento dei lavori parlamentari dopo le rivelazioni giornalistiche, visto tra l’altro il rifiuto di una loro continuazione fin quando le più alte cariche dello stato (il Presidente e il Ministro dell’Interno) non si recheranno direttamente in Parlamento a rendere conto di una questione in cui sembrano profondamente implicati.

Il pressing dei canali d’informazione indipendenti sul “Trono di Spade” francese non sembra scemare...

Dopo la caduta del governo del Partito Popolare in Spagna, i pesanti attriti all’interno della maggioranza governativa in Germania (tra CDU e la CSU bavarese) sulla questione immigrazione, il salvataggio in extremis di Theresa May in Gran Bretagna sullo sfondo di una sempre meno probabile uscita del Regno Unito dall’UE senza un accordo tra le due parti, la crisi attuale in Francia aggiunge un tassello importante alla sempre più manifesta incapacità di governance delle élites europee rispetto alle contraddizioni da loro stesse prodotte, della breve durata delle formule politiche adottate per “ricostruire” il consenso attorno a sé e al proprio programma.

L’affermazione dell’instabilità politica permanente dal punto di vista istituzionale sembra l’ unico orizzonte realistico di questa fase politica.

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30/05/2018

Si è spaventato pure lo spread

Quando c’è la governance, ma non il governo, niente funziona più. L’Unione Europea è stata costruita pezzo dopo pezzo sul primo principio, mutuato dalla gestione aziendale (dove c’è una gerarchia di comando quasi militare), nella convinzione che la forza economico-politica avrebbe costretto tutti i singoli Stati ad adeguarsi, volenti o nolenti, a qualsiasi diktat emanato dal “centro di comando” (Commissione e Bce). Quel tanto di contrattazione su aspetti secondari veniva delegato agli incontri tra capi di stato e di governo, senza mai poter mettere in discussione i trattati (ogni modifica richiede l’unanimità, quindi è di fatto impossibile).

Con questa consapevolezza in testa, Sergio Mattarella aveva deciso di sbarrare la strada all’unica maggioranza possibile in Parlamento – lo schizoide contratto grillin-leghista – e affidare l’incarico a Cottarelli, l’ex direttore del Fondo Monetario Internazionale che stilava da lì le “ricette” per (ossia: contro) l’Italia.

Se l’intento era quello di “tranquillizzare i mercati” bisogna dire che difficilmente un obiettivo è stato meno raggiunto di questo. Lo spread a 320 punti e il crollo della borsa (dove i titoli bancari rappresentano oltre il 40% della capitalizzazione) hanno mostrato che questo giochino dimenticava dettagli decisivi.

Non sappiamo se Mattarella abbia ragionato o meno sul fatto che Cottarelli si sarebbe trovato non solo senza una maggioranza parlamentare, ma addirittura senza neanche un singolo voto a favore (tranne forse quello di Emma Bonino...). Una situazione da “figlio di nessuno” che non si è mai verificata in nessun paese occidentale. Di “governi tecnici” è infatti pieno il mondo, e anche la storia italiana (dove abbiamo visto addirittura i “governi balneari”), ma ognuno di questi ha rispettato almeno formalmente le regole base della democrazia parlamentare, venendo votato da una maggioranza, per quanto raccogliticcia e temporanea.

Ma un governo con zero voti non rappresenta nessuno. Neanche per “i mercati”. Un paese guidato da 20 specialisti senza consenso non è un paese “solvibile”, ma un vulcano pronto ad esplodere. Inaffidabile, insomma, quanto e più di un governo tiepidamente “euroscettico” ma in qualche modo rappresentante della maggioranza.

I servitorelli dell’establishment – il sistema dei media, il Pd, Cgil, Cisl, Uil, qualche pezzo rintronato della vecchia e molto sedicente “sinistra” – avevano plaudito al presidente e al mantenimento dello statu quo. Ma i mitici “investitori” sanno benissimo che certi conti non possono essere fatti senza l’oste: se chiami un paese a farsi togliere il sangue, ci vuole qualcuno che ne convinca almeno una parte, possibilmente maggioritaria. Altrimenti crei le premesse per una esplosione più grande, consegnando quel paese proprio a quelli che dicevi di temere.

Il panico globale che si è messo in moto è stato tale da costringere tutti i piccoli protagonisti della manfrina governativa a “darsi una regolata” e tornare sui propri passi. In poche ore Cottarelli è sceso dalla carrozza diretta a Palazzo Chigi e il duo Di Maio-Salvini ci è risalito. Addirittura potrebbe essere richiamato Paolo Savona con tante scuse per affidargli un ministero dell’economia spacchettato, con il Tesoro affidato magari al prezzemolino Cottarelli, con l’evidente intento di “controllarlo”.

Di statisti, sembra evidente, qui proprio non ce ne sono. Anzi...

E anche la “democrazia”, di cui i governanti si riempiono la bocca, appare solo un mantra da recita scolastica, cui nessuno crede davvero.

Dunque c’è una vera, autentica, per certi versi drammatica crisi di egemonia da parte dei poteri che l’hanno sempre esercitata negli ultimi 30 anni. Il capitale finanziario e multinazionale, cuore materiale dell’ideologia “neoliberista”, si sta da tempo scontrando con una contraddizione apparentemente insolubile: ha la forza per imporre come dominanti i propri interessi e piegare interi paesi, ma non riesce più – proprio per questo – a trovare una classe politica nazionale che possa trasformarli in programma di governo riconosciuto e accettato dalle popolazioni.

L’ironia della Storia sa essere feroce. Ricordate quando gli intellettuali liberali spiegavano che Marx sbagliava a scrivere che “in ultima analisi la struttura economica è alla base di ogni sovrastruttura politica”? Il pieno dispiegamento del capitale “globalizzato” ha distrutto la sfera politica come mediazione fra gli interessi delle varie classi sociali e si è affermato come unico soggetto decisore, libero, sovrano.

Solo che il suo motore interno – il massimo profitto, che richiede gerarchia di comando, governance – è fisiologicamente incapace di governare la complessità sociale; al massimo la distrugge per renderla materia sfruttabile. Ma questo avviene con dolore, ribellioni più o meno presentabili (il fasciorazzismo è il volto più infame della paura di precipitare nella scala sociale, e nasce da lì), conflitti continui. Senza che ci sia più una classe politica in grado di gestirli.

p.s. Se incontrate quei teorici dell'”autonomia del politico”, salutateli caramente...

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10/11/2017

Miserie della governance. Le sorti della Germania in mano “all’agente francese”?

Quanto avviene in Germania è una tra le troppe notizie importanti tenute in freezer dal perverso complesso politico/mediatico. Mentre in Italia ci frantumano i neuroni con il dogma della governabilità, in molti omettono di segnalare che nel cuore della kernel europe e della stabilità – la Germania – è quasi un mese e mezzo (dal 24 settembre per l’esattezza) che non riescono a formare un governo.

La risicata vittoria elettorale della Merkel e la fine del modello della grosse koalition con i socialdemocratici, ancora non è riuscita a produrre i numeri per una nuova maggioranza di governo.

Tanto che sono dovuti ricorrere ad un agente “esterno” ossia il ministro dell’economia francese Le Maire. Questi era in Germania per un convegno, ma ha approfittato dell’occasione per fare un giro di “consultazioni” sia con ministri dei cristiano/democratici (il partito della Merkel), sia con esponenti di altri partiti come i liberali e i Verdi per convincerli della necessità di entrare nel governo di coalizione. Colloqui che, secondo il Corriere della Sera “per il resto dei politici tedeschi sono stati una sorpresa, qualcuno li considera il segno dell’interesse primario di Parigi e Berlino a lavorare assieme, altri li considerano una interferenza”.

La vicenda, anomala ma non più eccezionale, da un lato conferma la crisi di tutti i modelli di stabilità politica europei. Prima nella Gran Bretagna del maggioritario assoluto, poi nella Spagna di Rajoy ed ora nella Germania della governabilità perfetta, le elezioni non hanno più prodotto quella “presa ferrea” dei partiti espressioni delle classi dominanti, sia nella loro versione liberale di destra che nella versione liberale “di sinistra”.

Sullo sfondo agisce quel “pilota automatico” guidato da Bruxelles che assicura l’andamento delle priorità stabilite dai gruppi finanziari e dalle multinazionali europee indipendentemente dalle formazioni politiche chiamate a realizzarle in ogni singolo paese. Anni fa un altro paese centrale dell’Unione Europea, il Belgio, è stato più di un anno e mezzo senza riuscire a formare un governo, ma questo non aveva prodotto particolari scossoni. I programmi antipopolari di austerità erano andati avanti lo stesso perché nessuna delle forze politiche principali vi si opponeva.

La crisi di questo modello di governance fortemente centralizzato sul piano decisionale da Bruxelles (Commissione Europea) e Francoforte (Bce), sta però producendo strappi e contraddizioni in tutti i paesi europei. In Gran Bretagna Corbyn fa virare a sinistra il Labour mettendo fine, almeno per ora, alla vergognosa stagione del blairismo e capitalizzando gli effetti sociali dirompenti della Brexit; in Spagna la rottura della Catalogna ha smascherato l’insano patto tra un governo di destra come quello di Rajoy e il Partito Socialista.

In Italia era stato il referendum del 4 dicembre a stoppare l’operazione controcostituzionale di Renzi condotta proprio in nome della govarnabilità. In Germania infine è stato l’ingresso al Bundestag della destra di Alternative for Deutscheland a far saltare i conti.

L’unico paese ad aver assicurato finora la governance richiesta dalle classe dominanti era stata la Francia dell’esagerato plebiscito intorno al machurian candidate, Macron. Un risultato che vede però già un crollo di consensi ed una forte capitalizzazione politica della France Insoumis di Melenchon, nata per dare priorità – e con successo – alla lotta contro la subalternità all’Unione Europea e all’euro.

Dunque per provare a rimettere in piedi una maggioranza di governo in Germania, questa volta serve un agente francese. Una sorta di legge del contrappasso che racconta con evidenza la crisi di legittimità delle forze politiche espressione della borghesia anche nei principali paesi europei. Sarà per questo che in Italia la politica e i mass media tengono la notizia ben nascosta e fuori dal dibattito pubblico. Sono dei miserabili. E’ tempo di spazzarli via.

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13/10/2016

Livorno, banche e potere politico. Un'analisi alla luce degli ultimi fatti

Nella crisi generalizzata del sistema bancario, una di quelle che non si risolveranno a breve né facilmente, la situazione livornese non pare affatto chiara alle forze politiche locali. Per il centrosinistra la rete del potere bancario è sempre stata uno di quei segreti da custodire gelosamente, nella bocca degli addetti ai lavori.
 
Il muro di informazioni su questo tema ha sempre separato chi era convinto di detenere il potere reale dal resto della città. Ed è stata talmente diffusa l’omertà su questi temi tanto che, non molto tempo fa, in seguito ad una intervista a scopo scientifico (lontana da temi scottanti e fatta con ricercatori non livornesi) un passato esponente della politica livornese è arrivato a negare qualsiasi legame tra politica e banche in città. Anche su fatti di un quarto di secolo fa. Quando si dice la gelosia di certe informazioni e di certi ruoli.

Non è un caso, quindi, che la Fondazione Livorno abbia recentemente nominato, a luglio, Riccardo Vitti come presidente. Un nome in continuità con l’establishment politico-finanziario del recente passato, compresa la gestione di Spil del famoso parcheggio da 26 milioni che ha silurato la funzionalità della partecipata e sinistrato le casse pubbliche. E’ proprio questo sistema, che pensa di essere ancora classe dirigente e di cui Vitti è oggettivamente espressione, che fa pensare, a molti, che a Livorno presto anche il potere formale, espresso materialmente e simbolicamente in palazzo Civico, tornerà nelle mani di sempre.

Nel frattempo registriamo due fatti e una tendenza di cambiamento. Per intendersi, complessivamente, su una cosa: le reti di potere politico-bancario a Livorno contano, sono potere di governance reale. Ma, è questo l’aspetto che troppi sottovalutano, le ristrutturazioni delle banche incideranno, e sul serio, negli assetti di potere come li conosciamo.

Andiamo, brevemente, per gradi. Prima di tutto per vedere l’attuale penetrazione, a rete, del sistema bancario è paradigmatica la vicenda Interporto. La rinegoziazione del debito Interporto, che prevede la dismissione di alcuni asset pubblici per ristrutturare il debito, ha visto protagonisti, oltre alla Regione e alla Autorità portuale, ben 15 istituti di credito e un advisor. Una rete di soggetti di governo (Regione) e di governance infrastrutturale (Autorità Portuale) e bancario-finanziaria (i 15 istituti di credito) che è sovradimensionata, barocca rispetto alle trasformazioni del mondo politico e finanziario in corso. Basta pensare che, visto che l’esempio piace, dove si attraggono capitali i soggetti per una ristrutturazione del genere in campo sarebbero tre, massimo quattro non una ventina. Questo per far capire che il processo di esubero, definito sempre come ineluttabile per i lavoratori si avvicina anche per i soggetti politico-finanziari. I quali, sul territorio, non perdono però occasione per farsi la guerra.

E’ notizia della scorsa settimana il fatto che l’asta per i servizi finanziari della tesoreria comunale è andata deserta. A parte le polemiche, sulle cifre dell’avanzo di cassa, tra vecchia e nuova amministrazione il fatto suscita una certa curiosità politica. Perché chi vince l’appalto per la Tesoreria del comune diventa un soggetto privilegiato per l’amministrazione in materia di politiche finanziarie. Perché quindi l’appalto è andato deserto? Ci risulta che la gara d’appalto accorpasse Tesoreria e partecipate. Mentre il primo servizio è considerato ancora appetibile, il secondo molto meno. C’è stato quindi un accordo di cartello, tra le possibili banche partecipanti, per far saltare la gara in modo da far separare la Tesoreria, la polpa, dal resto? A questa domanda sarebbe meglio rispondessero le forze politiche che hanno approvato la gara, che ci risulta passata dal consiglio comunale. Ma, si sa, parlare di un servizio essenziale per regolare i rapporti tra amministrazione e banche locali è nulla in confronto a polemiche come le mitiche multe di Marzovilla o le denunce sui consiglieri che devono pagare il divieto di sosta. Eppure questa vicenda ci fa capire come sia cambiato il rapporto tra banche e amministrazione. Qui il colore dell’amministrazione non c’entra: sia le banche sia il comune sono alla ricerca di margini di profitto essenziali per la loro sopravvivenza. Le prime sono alle prese con una dura ristrutturazione (che è appena agli inizi...), il comune dal punto di vista finanziario è alla ricerca di ogni margine possibile di ottenimento risorse. Impensabile, per tornare all’inizio, che di fronte a tali mutazioni il passato si possa riproporre così, senza scosse.

E veniamo quindi ad un punto paradigmatico, esemplare. Che ci fa capire come stanno cambiando i poteri bancari e quindi quelli del territorio.
 

Probabilmente qualche tifoso del guitto di Rignano pensa che, siccome l’operazione è benedetta da Renzi, se tutto va in porto niente in Toscana cambierà. Al contrario, MPS entrerà in una logica di redditività di scala che niente ha a che veder con la banca che abbiamo conosciuto. Non molto tempo fa circolava un aneddoto, di un banchiere locale vicino a Renzi, che diceva agli americani, non JP Morgan in questo caso, che se volevano venire in Toscana dovevano “farsi conoscere dal territorio”. Forse, dice chi racconta l’aneddoto, non si è capito chi sono questi americani. A loro non interessano le operazioni che tengono assieme più soggetti economico-finanziari, interessa la bruta trimestrale di cassa, legge che sono in grado di imporre con la forza del denaro. E così, visto che MPS conta molto in città (tanto da aver espresso due assessori col precedente sindaco di cui uno al bilancio), se JP Morgan si impadronirà del Monte dei Paschi vedremo molti mutamenti, in città ed in porto. Non tutti graditi. O molto pochi. Ma è questione di pochi anni, le mutazioni del potere bancario, e della stessa forma-banca, sono destinate a produrre su Livorno choc maggiori della caduta del Pd al comune. Nel frattempo la città, anche quella che presume di contare, è molto lontana persino dall’inquadrare i problemi. Figuriamoci quanto è lontana dal governarli. Ma questa è la realtà e sarebbe disonesto tacerla.

Redazione, 12 ottobre 2016

30/08/2016

La politicità degli algoritmi

Sul “Corriere della Sera” del 25 agosto è apparso un interessante testo di Dominique Cardon, che anticipa l’intervento che il sociologo francese terrà al Festival della Mente di Sarzana (3 settembre). L’articolo affronta un argomento cruciale, ovvero la natura intrinsecamente politica degli algoritmi che, mentre sovrintendono alle relazioni sociali mediate dalla Rete, influenzano profondamente idee, opinioni, giudizi e comportamenti dei netizen. In attesa di leggere l’edizione italiana del libro di Cardon Che cosa sognano gli algoritmi (di prossima uscita per i tipi di Mondadori), analizziamo alcuni concetti di fondo che già si possono evincere da questa anticipazione.

La riflessione di Cardon prende le mosse dalle modalità di funzionamento dei più comuni dispositivi che orientano scelte e decisioni dell’utente/consumatore nell’era dei Big Data: dal Page Rank di Google, che seleziona i contenuti cui possiamo accedere in base alla maggiore o minore “popolarità” di determinate pagine (impropriamente assunta come sinonimo di attendibilità e qualità), al Newsfeed di Facebook, che decide quali notizie mostrarci in base ai nostri presunti interessi, alle raccomandazioni di lettura di Amazon, costruite in base ai gusti di lettori che ci “somigliano”. A unificare queste operazioni manipolatorie è un principio “meritocratico” che, in buona sostanza, consiste nel trasmetterci il giudizio di <> formulato da altri utenti/consumatori, dopo averlo messo a confronto con una serie di scelte che noi stessi abbiamo effettuato in precedenti circostanze. In questo modo gli algoritmi diventano i "guardiani" (gatekeepers) dello spazio digitale plasmando l’ambiente in cui ci muoviamo ogni volta che entriamo in Rete.

L’argomentazione di Cardon non è particolarmente originale, ma ha il merito di invitarci ad andare aldilà delle motivazioni economiche di questo tipo di manipolazione, vale a dire degli interessi delle Internet Company che, in questo modo, riescono a profilare in modo sempre più raffinato le tipologie dei consumatori, rendendo sempre più efficaci comunicazioni pubblicitarie, campagne di marketing, tecniche di fidelizzazione, ecc. L’aspetto cruciale, che rende queste pratiche potenzialmente più pericolose di quelle che mirano a ridurre il nostro diritto alla privacy, e a instaurare un regime di controllo generalizzato, è appunto il loro aspetto politico, che consiste nell’acquisire una crescente capacità di governo delle condotte. Utilizzando un concetto foucaultiano, Cardon parla a tale proposito di governamentalità algoritmica una pratica che appare tanto più insidiosa in quanto non si fonda sulla censura e sulla coercizione ma fa sì che noi accettiamo ciò che ci viene “suggerito” nella convinzione di averlo liberamente scelto. “Gli zelanti profeti dei Big Data, scrive, promuovono l’idea che nuove forme di governo generate operando buoni calcoli su dati validi sarebbero meno ingiuste, paternaliste o deformanti delle istituzioni o dei media poiché la loro comprensione della società nascerebbe direttamente dallo studio delle azioni degli individui”. Detto altrimenti: è dalla somma, o se si vuole dalla composizione vettoriale, delle libere volontà individuali che sorge una volontà collettiva da tutti condivisibile. Così nasce un Grande Fratello dal volto umano in cui tutti si possono riconoscere e rispecchiare.

Condivido. Osservo solo che mi pare difficile distinguere fra l’interesse economico di chi lucra sul sistema dei Big Data e l’interesse politico di chi lo sfrutta per costruire “l’uomo nuovo” della società ordoliberista: il consumatore convinto di essere messo in condizione di scegliere la miglior soluzione possibile ai suoi bisogni e desideri, il lavoratore convinto di essere stato promosso al ruolo di imprenditore di sé stesso, il cittadino convinto di essere governato nel miglior modo possibile (o comunque nel modo che lui stesso ha contribuito a scegliere liberamente, senza subire alcuna imposizione dall’alto) sono figure differenti di quella stessa mutazione antropologica che l’ideologia liberal liberista vorrebbe promuovere, anche con l’aiuto della governamentalità algoritmica.

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