Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

15/07/2026

Niente “tassa sullo Stretto” e un ordine a Israele

“Taco” non delude mai... Non aveva neanche finito di pronunciare il suo proclama in stile Luigi XIV – “Da questo momento in poi, l’America sarà conosciuta come il ‘Guardiano dello Stretto di Hormuz’ ... riceveremo un rimborso del 20% su tutte le spedizioni che transitano nell’area, al fine di compensare completamente i costi necessari per la nostra missione per garantire la sicurezza” – che già aveva innestato la marcia indietro.

“Emiri e Paesi del Golfo mi hanno chiamato chiedendomi di investire negli Stati Uniti al posto di pagare l’imposta del 20%” sui beni che transitano per lo stretto di Hormuz. “Investiranno un incredibile somma di denaro negli Usa”.

Probabilmente non è vero neanche questo – al massimo, come da oltre 50 anni, investiranno a Wall Street, nell’immobiliare di lusso e in titoli di stato Usa – ma tutto va bene per far passare una bufala come un grande successo.

Proprio quello che non gli riesce con l’Iran, dove l’alternanza tra colloqui diplomatici e bombardamenti prosegue senza che si possa individuare un punto di svolta in tempi non biblici.

È comprovato, ormai, che la serie di “attacchi devastanti” effettuati a giorni alterni non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi dichiarati. Certo, fanno danni e qualche vittima, ma non cambiano l’equazione strategica che regola questo conflitto.

L’attacco israelo-americano del 28 febbraio, infatti, ha avuto come conseguenza imprevista (solo dall’amministrazione Usa) il blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa il 20% delle forniture di idrocarburi per l’economia mondiale.

Tenere chiuso lo Stretto non richiede grandi sforzi – missili, droni aerei e marittimi nascosti in gallerie sotto alte montagne rocciose difficilmente vengono distrutti in numero significativo; e ne bastano un paio ogni qual volta una nave che non ha contrattato con Teheran il passaggio prova a forzare il blocco credendo nella “protezione” statunitense – e il risultato geostrategico è al contrario molto rilevante.

Incrementare la portata dei bombardamenti sull’Iran comporta il già verificato rischio di un allargamento serio del conflitto, tale da mettere il resto del mondo davanti ad una crisi energetica di proporzioni incalcolabili (la produzione e commercializzazione del petrolio o del gas è assai “rigida”, visto che i paesi produttori da sempre estraggono al limite delle possibilità fisiche).

Ergo, metter fine a questa guerra è interesse del mondo, ma anche degli Stati Uniti – il prezzo dei carburanti si alza per tutti, e da quelle parti è un problema politico serio – e di tutti i paesi del Golfo, che fin qui avevano fatto affidamento sulla presenza militare Usa per sentirsi al sicuro.

Hanno verificato, invece, che quelle basi attirano missili e droni, bloccando le loro esportazioni e danneggiando anche qualche impianto.

Sappiamo che Israele è l’unico soggetto al mondo e in Medio Oriente che ha bisogno di proseguire all’infinito la guerra contro tutti i suoi vicini, per realizzare quella “Grande Israele” di una mitologia da pecorai di 3.000 anni fa.

Ma questo interesse non è palesemente quello statunitense, se non altro. E infatti se ne lamenta il sito Axios – che ha affidato il tema “guerra all’Iran” a Ravid Barak, ex ufficiale dell’Unità 8200 dell’esercito israeliano – secondo cui “giovedì, durante una telefonata, il presidente Trump ha detto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che Israele dovrebbe iniziare a ritirare le sue forze dalla Siria e lo ha esortato a fare lo stesso in Libano”

Per Netanyahu e il suo governo di suprematisti sarebbe una tragedia, in pratica l’ennesima sconfitta politica che segue una non trionfale offensiva militare condotta con metodi genocidi. È noto, infatti, che nel sud del Libano, proprio come a Gaza, l’Idf abbia proceduto a demolire tutte le infrastrutture civili e le abitazioni per rendere impossibile il ritorno dei profughi fuggiti durante l’offensiva. Qualcosa del genere sta avvenendo anche in Siria.

L’intento, come sempre dal 1948, è quello di rendere eterna l’occupazione di quei territori per trasformarli in tempi rapidi i “territorio dello Stato ebraico”, utilizzando la scusa di “cuscinetti di sicurezza” che si spostano verso nord ad ogni crisi. Alcuni giornali locali ironizzano spesso sul fatto che prima o poi quel “cuscinetto” arriverà fino ad Oslo... 

Ma questa volontà coloniale impedisce di fatto qualsiasi composizione, anche provvisoria, del conflitto. Ci arriva persino Trump che, sempre secondo Axios, nella telefonata a Netanyahu avrebbe detto “Non ti vogliono lì. Dovresti trasferirti altrove”.

Il problema dei territori siriani occupati è infatti una bomba messa sotto l’Alleanza Atlantica. L’attuale “presidente” Al Sharaa – vero nome di Al Jolani, ex dirigente dell’Isis e di Al Qaeda – è stato fin qui più che condiscendente con l’aggressivo vicino sionista. Ma certo non può restare a lungo silente davanti a un’erosione continua della parte più abitata e abitabile del suo paese.

Ancor meno può tollerarlo la Turchia, vero “protettore” degli ex jihadisti che hanno alla fine cacciato Assad, che si propone come leader dei musulmani sunniti in alternativa-coabitazione con l’Arabia Saudita.

Ecco quindi che i mille fili della rete che “contengono” l’irascibile Hulk di Washingon diventano automaticamente anche lacci e lacciuoli per i killer di Tel Aviv.

Per ora questi ultimi provano a praticare il loro più antico gioco: far finta di accettare un “ritiro parziale”, in “zone pilota”, che diventeranno ben presto occasioni di provocazioni e scontro, da cui verrà fuori l’ennesima “offensiva difensiva” per “costruire un cuscinetto di sicurezza” ancora più ampio.

Spezzare questa spirale infernale è possibile – senza provocare una catastrofe globale – solo se il “bandito più grande” (ossia Washington) riesce ad obbligare il “cane pazzo” di Tel Aviv a moderare i suoi appetiti.

Non sarà facile, anche perché questa sarebbe comunque una confitta strategica per entrambi.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento