L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che condanna il blocco petrolifero imposto contro Cuba, definendolo una violazione del diritto internazionale e una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi della Carta dell’ONU.
Il testo prevede inoltre l’attivazione di un ponte umanitario, coordinato dalle agenzie delle Nazioni Unite, per l’invio di medicinali, alimenti e risorse essenziali all’isola, duramente colpita dalle restrizioni energetiche.
Pur non essendo giuridicamente vincolante, la risoluzione rappresenta un importante precedente politico e diplomatico, rafforzando il sostegno internazionale alla sovranità cubana e mettendo in discussione la politica di “massima pressione” degli Stati Uniti.
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Mentre il mondo assiste con crescente preoccupazione all’ennesima escalation militare in Medio Oriente, con nuovi attacchi che alimentano il confronto con l’Iran e avvicinano il pianeta a un punto di non ritorno, dalle Nazioni Unite arriva un segnale che va in direzione opposta. È un segnale politico, morale e culturale che riguarda Cuba, ma che parla all’intera comunità internazionale.
L’approvazione di una risoluzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che condanna il blocco petrolifero imposto contro l’isola rappresenta molto più di un atto diplomatico. È la certificazione del fallimento di una strategia imperiale fondata sulla coercizione economica, sull’embargo permanente e sulla convinzione che sia possibile piegare un popolo attraverso la fame, la scarsità di energia e l’isolamento internazionale.
Da decenni Washington tenta di strangolare Cuba. Cambiano le amministrazioni, ma non cambia la logica dell’imperialismo statunitense: guerre, sanzioni, blocchi economici, ricatti finanziari e misure extraterritoriali che violano il diritto internazionale e pretendono di imporre al mondo intero la legge del più forte. Oggi questa stessa logica si riproduce contro numerosi Paesi, dall’Iran al Venezuela, dalla Siria ad altre nazioni che rivendicano il diritto di scegliere autonomamente il proprio modello di sviluppo.
L’attacco permanente contro Cuba si inserisce proprio in questa visione del mondo. Un ordine internazionale nel quale pochi pretendono di decidere il destino di tutti, utilizzando il dollaro come arma, le sanzioni come strumento di guerra e la propaganda come mezzo di legittimazione.
Ma questa architettura mostra sempre più profonde crepe.
La risoluzione delle Nazioni Unite costituisce un precedente politico di straordinaria importanza. Per la prima volta viene riconosciuto che il blocco energetico rappresenta una violazione specifica dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e una forma di punizione collettiva contro una popolazione civile. È il riconoscimento che negare carburante, medicinali e beni essenziali non è una misura amministrativa, ma un’aggressione contro la dignità umana.
Non è soltanto una vittoria di Cuba. È una vittoria del diritto internazionale contro la legge della forza.
Eppure, mentre una parte della comunità internazionale cerca di riaffermare il primato del diritto, altri continuano ad alimentare il linguaggio delle armi. L’escalation contro l’Iran, così come il protrarsi delle guerre in Ucraina e a Gaza, dimostra che l’imperialismo non conosce altra risposta alle proprie crisi se non quella militare. Ogni crisi economica diventa occasione per nuovi conflitti; ogni difficoltà geopolitica viene affrontata aumentando le spese militari, moltiplicando le basi, esportando instabilità.
È una spirale estremamente pericolosa.
Il capitalismo contemporaneo, entrato in una crisi strutturale sempre più evidente, tenta di sopravvivere attraverso quella che Rosa Luxemburg definiva l’alternativa tra socialismo e barbarie. Oggi quella barbarie assume la forma delle guerre permanenti, dell’economia di guerra, della finanziarizzazione estrema e della subordinazione della vita umana agli interessi dei grandi complessi militari e finanziari.
Cuba rappresenta l’esatto contrario di questo paradigma.
Pur sottoposta per oltre sessant’anni a uno dei più lunghi e duri blocchi economici della storia moderna, ha continuato a investire nella salute pubblica, nell’istruzione, nella cooperazione internazionale, nella formazione di medici inviati in ogni continente, nella solidarietà concreta verso i popoli colpiti da pandemie, terremoti e calamità.
Mentre altri esportano bombe, Cuba esporta medici.
Mentre altri costruiscono alleanze militari, Cuba costruisce reti di cooperazione sanitaria e culturale.
Mentre l’imperialismo alimenta la paura, Cuba continua a dimostrare che la sicurezza autentica nasce dalla giustizia sociale, dalla partecipazione popolare e dalla solidarietà internazionale.
È questa la vera ragione dell’accanimento contro l’isola. Non perché rappresenti una minaccia militare, ma perché dimostra, nella pratica, che un’altra organizzazione della società è possibile, persino sotto condizioni di enorme difficoltà.
La solidarietà espressa oggi dalla maggioranza della comunità internazionale conferma inoltre che il mondo multipolare non è più soltanto una prospettiva teorica. Sempre più Paesi rifiutano la logica delle sanzioni unilaterali, contestano l’extraterritorialità del diritto statunitense e chiedono relazioni internazionali fondate sul rispetto reciproco, sulla cooperazione e sull’uguaglianza tra gli Stati.
Naturalmente la battaglia è tutt’altro che conclusa. Una risoluzione dell’Assemblea Generale non elimina automaticamente il blocco né cancella le sofferenze provocate da decenni di aggressione economica. Ma produce un fatto politico di enorme rilevanza: isola sempre di più chi continua a utilizzare la fame come arma e rafforza la legittimità della resistenza del popolo cubano.
In un tempo in cui l’umanità rischia di essere trascinata verso una nuova stagione di guerre globali, Cuba continua a ricordarci che esiste un’altra strada. La strada della pace, della cooperazione, della pianificazione economica orientata ai bisogni sociali, della sanità come diritto universale, dell’educazione come bene comune e della solidarietà come principio politico.
È questa l’alternativa che oggi fa paura all’imperialismo. Ed è per questo che la difesa di Cuba non riguarda soltanto i cubani. Riguarda tutti coloro che credono che il futuro dell’umanità non possa essere costruito sulle sanzioni, sulle guerre preventive e sulla supremazia militare, ma sulla cooperazione tra i popoli, sulla giustizia sociale e sulla pace.
Perché la vera vittoria non consiste soltanto in una risoluzione votata alle Nazioni Unite. La vera vittoria sarà costruire un ordine internazionale nel quale nessun popolo possa più essere affamato, ricattato o bombardato per aver scelto liberamente il proprio destino.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/07/2026
La risoluzione Onu per salvare Cuba. L’umanità a un bivio
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