Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

30/07/2026

Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna

Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs.

Il libro Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale (ed. Kappavu, pag. 1108, €40) è frutto di oltre trent’anni di lavoro e segue, ampliandone documentazione e analisi storiche, il precedente Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, pubblicato nel 1995.

Colpisce, nel lavoro di Kersevan, la grande profondità dell’indagine ma ancor più la capacità dell’autrice di collocare i fatti di Topli Uorch nel loro contesto storico specifico, nella coscienza, tuttavia, che essi possono costituire un’efficace chiave di comprensione più generale del Novecento europeo e italiano, come è chiarito già nell’introduzione: “Porzûs, la sua intera vicenda, è in sintesi una storia dell’Europa e del Novecento; racchiude la Seconda guerra mondiale in tante sue implicazioni e sfumature; annuncia la guerra fredda contro il comunismo; anticipa tanti dei misteri d’Italia” (pag. 7).

Quei fatti del febbraio 1945 divennero e sono ancora tra i più citati per screditare il ruolo dei comunisti e dei partigiani garibaldini nella lotta di liberazione quando sono ricordati come un’azione di ‘combattenti rossi filo-sloveni’ che avrebbero assassinato dei ‘sinceri patrioti’ appartenenti alla Brigata partigiana Osoppo.

Un elemento geo-politico specifico del Friuli e della Venezia Giulia è che dopo l’armistizio dell’8 settembre queste regioni non furono incorporate nella repubblica di Salò bensì annesse dal Terzo Reich all’interno della cosiddetta OZAK-Operationzone Adriatisches Künstenland (Zona d’Operazioni Litorale Adriatico) con capitale Trieste e retta da un Gauleiter, cioè un governatore, nella persona del nazista carinziano Friedrich Rainer.

In seguito a questa decisione, la regione, che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e anche Lubiana, in caso di vittoria tedesca non sarebbe mai tornata all’Italia.

Come si può notare, la OZAK comprendeva regioni italiane ma anche territori strappati alla Jugoslavia e questa situazione particolare determinò che al suo interno si trovassero a operare, durante gli ultimi anni di guerra, forze di orientamento e di provenienza assai diversa.

Oltre agli occupanti tedeschi, sostenuti dalla X Mas, e ai partigiani garibaldini, erano infatti presenti la cosiddetta Resistenza “bianca”, esponenti del “governo del Sud”, dei servizi segreti italiani, tedeschi, inglesi e americani, e infine i partigiani sloveni. Come vedremo, inoltre, un ruolo significativo in funzione anticomunista fu giocato anche dalla Chiesa, segnatamente nella persona del vescovo di Udine, Giuseppe Nogara.

Questo intersecarsi di protagonisti e di situazioni è proprio ciò che fa compiere alla storia di Porzûs il salto storico da vicenda locale a evento paradigmatico di come allora e nel dopoguerra si siano dipanate le trame anticomuniste, eversive o esplicitamente golpiste che hanno segnato la storia europea e soprattutto italiana, ordite da personaggi direttamente provenienti dal fascismo, come Junio Valerio Borghese, Giovanni De Lorenzo, Giovanni Messe, oppure ambiguamente presenti anche nella Resistenza monarchica e bianca, come Edgardo Sogno e Mario Argenton.

Proprio queste situazioni motivano il sottotitolo del libro di Alessandra Kersevan “prove di Gladio sul confine orientale”, sia come senso politico generale ma anche, più concretamente, perché diversi personaggi coinvolti nelle vicende del confine orientale negli anni di occupazione tedesca fecero parte in seguito di Gladio (nome usato forse non a caso visto che il gladio era il simbolo repubblichino della X MAS).

Ancor più, il giudice Carlo Mastelloni, che si occupò del “Piano Solo”, cioè del tentativo di colpo di stato ordito nel 1964 dal generale De Lorenzo, dimostrò la continuità tra le organizzazioni anticomuniste e antislave sorte in Friuli Venezia Giulia – in particolare l’Organizzazione “O”, costituita nel dopoguerra da reduci della “Osoppo” – e Gladio, e come tali strutture fossero state utilizzate per propaganda, provocazioni e, appunto anche tentativi di golpe.

Non a caso, i depositi di armi dell’organizzazione “O” furono ceduti direttamente, al suo scioglimento, alla nascente Stay Behind-Gladio.

Così, seguendo il filo di tali vicende si risale sino ai tentativi golpisti di Borghese e alla P2 di Licio Gelli, notoriamente implicata anche nelle stragi nere e in particolare quella della stazione di Bologna.

All’interno di questo quadro generale, il lavoro di Kersevan ritorna sugli atti del processo che vide pesantemente condannati, nel 1952, quarantuno partigiani comunisti, con tre ergastoli e 704 anni di prigione.

Il libro dimostra come tale processo sia stato costruito, negli anni del dopoguerra, in chiave pregiudizialmente anticomunista, sotto uno stretto controllo politico e tenendo conto solo delle testimonianze contrarie ai garibaldini, anche se discutibili sino al falso evidente.

Kersevan ricostruisce minuziosamente il processo ai garibaldini, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le ombre, consulta nuovi documenti e anche le carte desecretate recentemente dei servizi segreti anglo-americani.

Il quadro che esce da tale lavoro documentale fa chiarezza su quali furono i reali contrasti tra brigate garibaldine e osovane, dimostrando come queste ultime si erano opposte a qualunque direzione comune (come invece disponeva il CLNAI) e avevano anzi accentuato il loro orientamento anticomunista emarginando anche la componente azionista.

Inoltre, alcune testimonianze attribuiscono agli osovari l’uccisione di partigiani garibaldini in precedenza imputate ai tedeschi. In pratica, per gli osovani, il sentimento anticomunista e la volontà di togliere qualunque spazio a una ipotetica occupazione comunista slovena, erano diventati guida prevalente dell’azione.

Mentre il CLNAI sosteneva esplicitamente la collaborazione tra Resistenza italiana e slovena, gli osovari vi si opponevano, giungendo a incontrare esponenti della X MAS e persino nazisti, patteggiando con loro.

Se non fu un caso che partigiani dell’Osoppo arrestati dai nazisti fossero rimessi in libertà, mentre ai garibaldini toccò la fucilazione, ancor più importante dal punto di vista storico sono i progetti per un’incorporazione di X MAS e Brigata Osoppo e di costruzione di un fronte comune nazionalista antislavo e anticomunista che si sviluppavano nell’inverno 1945, anche sotto la regia del già citato vescovo di Udine, Nogara e che avrebbe dovuto avere il punto di non ritorno in un assalto osovano alla postazione partigiana slovena di Robedeschis.

Appare inutile sottolineare che in un tale contesto, le presenza e l’azione di provocatori, spie e doppiogiochisti era quotidiana, e probabilmente fu proprio per comprendere quali fossero le vere intenzioni degli osovani e cercare le prove dei loro patteggiamenti con fascisti e nazisti che i partigiani garibaldini guidati da Mario Toffanin “Giacca” salirono, quel 7 febbraio 1945, al monte Topli Uorch.

Prova di tale intenzione è che l’archivio della Brigata Osoppo fu sequestrato dai garibaldini. Sullo sviluppo dell’azione che portò all’uccisione del capo della Osoppo, Francesco De Gregori “Bolla” (già facente parte delle Frecce Nere fasciste in Spagna), e di altri sedici osovari, influì certamente anche il fatto che nella malga sede della Osoppo fu riconosciuta Elda Turchetti, già denunciata da Radio Londra come spia dei nazisti, che da qualche tempo ci viveva, con un ruolo che non è mai stato completamente chiarito (spia, prigioniera, improbabile convertita alla Resistenza?).

Ciò che è chiaro, in questa vicenda che dopo ottanta anni ancora non finisce di riservare sorprese, è che fu ampiamente e strategicamente strumentalizzata a fini anticomunisti e antigaribaldini. Non è un caso che le ultime parole del libro siano una citazione di Vanni Padoan, garibaldino e storico, che ebbe a dire che “se Porzûs non ci fosse stata l’avrebbero inventata”.

Purtroppo, ritornando alle parole di Kersevan, “Chi poi ha pagato con la galera, l’esilio, l’emigrazione, la gogna sociale e mediatica in aeternum sono stati i comunisti friulani e i garibaldini; e i gappisti, 42 partigiani contadini e operai, la cui salita alle malghe, per quanto condotta in modo irriflessivo, con esiti di una tragicità non prevista di fronte a complicazioni che Giacca non fu in grado di affrontare, era stata motivata dalla conoscenza di trattative e accordi osovani con il nemico, tra i quali il dissennato piano di attacco a Robedeschis che avrebbe creato il “pretesto” per giustificare l’attivazione di un “fronte unico”, patrocinato dall’arcivescovo Nogara, tra Osoppo, repubblichini, X Mas e ambienti nazisti.” (p. 1031).

La lettura di questo libro non è sempre facile, la mole di documenti, nomi e fatti citati è enorme e così anche la quantità di osservazioni e valutazioni dell’autrice, tanto che a tratti è complicato orientarvisi, ma si tratta di un testo importante e utile, come ho scritto, non solo per la conoscenza dei fatti specifici discussi, ma per la comprensione dello scenario europeo e italiano durante la guerra, la Resistenza e gli anni a seguire.

Un testo non solo da leggere, ma che per la sua ampiezza si può tornare a consultare come fonte storica dei fatti del confine orientale, delle trame eversive italiane, ma anche per rendersi conto di quanto siano false e dannose le ricostruzioni agiografiche della Resistenza che la descrivono come un movimento privo di contraddizioni e di conflitti interni.

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