Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

24/07/2026

Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta...

Tre notizie diverse nella stessa giornata – tutte generate dall’amministrazione Trump – mostrano che alla Casa Bianca le capacità di controllo sono pressoché esaurite, vista l’assenza di una strategia globale fondata su elementi razionali – ancorché orrendi – invece che sui “desideri” di una leadership lunatica alla guida di una potenza in crisi.

Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla”

Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.

Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo, anzitutto, a vederle una per una.

Guerra all’Iran

Trump ha anticipato in esclusiva al sito Axios, tramite il sedicente giornalista Barak Ravid – già ufficiale dell’intelligence israeliana, come membro della famigerata Unità 8200 – che “sta per prendere” la decisione di estendere gli attacchi contro Teheran ovviamente “in una misura mai vista prima” (non c’è mai nulla di “normale” nella narrativa del tycoon).

L’unico dubbio residuo riguarderebbe le “conseguenze”, che già si vedono sui mercati finanziari: petrolio sopra i 100 dollari al barile, borse di nuovo in calo, titoli di stato in svalutazione continua.

Il tutto, incredibilmente, giustificato con la difficoltà di riaprire lo Stretto di Hormuz e le nuove perdite di soldati americani nelle basi colpite da missili e droni iraniani. Ovvero con due “conseguenze” della decisione “suggerita” da Netanyahu e dal Mossad di avviare una “guerra lampo”, ormai cinque mesi fa.

Fino al 27 febbraio, va ricordato, transitare per Hormuz era gratuito e sicuro, ed anche i soldati Usa nell’area campavano tranquilli, anche se per nulla amati. Allargare la guerra per tornare al punto di partenza non denota una profondità di pensiero strategico, anzi... 

Tanto più che tutti gli analisti militari statunitensi interpellati in queste settimane concordano sul fatto che una “guerra aerea” come quella condotta fin qui può raggiungere molti obbiettivi ma “ha dei limiti, che sono stati probabilmente raggiunti”.

Ottenere di più, contro un Paese che da 47 anni vive attendendo l’attacco di Usa e Israele, e che per questo ha sviluppato una capacità militare-industriale in città sotterranee, implica necessariamente “mettere gli scarponi sul terreno”, avviando operazioni di terra che comporterebbero sicuramente perdite significative di uomini e mezzi.

Ossia quel che preoccupa questa amministrazione, che vedere crescere l’ostilità alla guerra persino nel suo mondo “Maga” (+13% in un solo mese), e fa sempre più fatica ad ottenere il via libera del Congresso per aumentare la spesa militare (37 miliardi per questa guerra, finora, quelli dichiarati; ma sono sicuramente di più, visto che i danni subiti dalle basi nel Golfo sono stati fin qui ampiamente censurati).

La minaccia, insomma, dicono sempre gli ex militari interpellati, è per ora inconsistente, dato che non sono state portate nell’area truppe aggiuntive rispetto a cinque mesi fa. Si può insomma bombardare un po’ di più, commettendo anche qualche crimine di guerra in più, ma se l’Iran – come pare accertato – è disposto a resistere, non cambia granché.

Affermare ora, come fa il tycoon, che “distruggeremo un ponte o una centrale elettrica per ogni nave colpita nello Stretto” è un segnale di frustrazione che dura anche poco. Non è infatti assolutamente detto che le società proprietarie delle navi commerciali che devono passare per Hormuz siano disposte a farsi bombardare fidandosi delle promesse statunitensi (“vi proteggeremo noi”), neanche dietro la promessa di “usare i fondi congelati iraniani per risarcire i danni”, soltanto per dare a Trump una “buona scusa”.

Facciamo notare, en passant, che la restituzione di quei fondi era uno dei 14 punti del Memorandum e quindi di ogni possibile trattativa di pace futura. Usarli per altri scopi toglie una carta importante in mano agli Usa.

I dazi

Dopo che la Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da Trump – aveva bocciato la sua precedente ondata di aumenti tariffari per tutti i paesi del mondo, la storia sembrava chiusa.

Invece la Casa Bianca ha annunciato giovedì un nuovo ciclo di dazi fino al 12,5% contro 60 partner commerciali, evitando così la sospensione delle tasse sulle importazioni che sarebbe scattata proprio oggi.

La nuova ondata di tariffe sfrutta un’indagine avviata a marzo dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, per verificare se i partner commerciali avessero omesso di bloccare efficacemente le merci prodotte con “lavoro forzato”, considerato come un elemento di “concorrenza sleale” (non un crimine, ci mancherebbe).

Tutto dipende oltretutto da una valutazione unilaterale statunitense, secondo cui i paesi che hanno formalmente vietato il lavoro forzato “ma non lo applicano efficacemente” saranno soggetti a un dazio del 10%. Le merci di altre nazioni saranno soggette a un’aliquota del 12,5%.

Prudentemente petrolio e gas, alcuni fertilizzanti e alcuni prodotti alimentari provenienti in genere da paesi in cui il lavoro è semi-schiavistico sono tra le merci esentate, altrimenti ci sarebbe un’esplosione dei prezzi per l’improvvisa carenza di forniture.

L’amministrazione Trump si muove insomma alla ricerca di basi legali più solide per giustificare l’aumento delle tariffe da quando la Corte Suprema ha stabilito all’inizio di quest’anno che l’International Emergency Economic Powers Act – la legge invocata in quel caso – non autorizza il presidente a imporre dazi all’importazione.

La Casa Bianca, insomma, non ha cambiato la sua agenda in seguito al niet della Corte, ma ricorre a nuove leggi commerciali man mano che le precedenti autorizzazioni scadono o affrontano sfide legali. Una serie di trucchi ad hoc, o una serie di toppe messe su buchi che diventano sempre più larghi.

Il nucleare saudita

L’accordo con Riad siglato ieri è una bomba innescata. La concessione Usa viola infatti i trattati di non proliferazione nucleare esistenti, visto che non è in potere degli Stati Uniti di decidere unilateralmente chi può arricchire l’urano e chi no. Ma chissenefrega dei trattati e del diritto internazionale, ormai... Giusto?

In secondo luogo, secondo alcune versioni, questo programma nucleare sarebbe esentato dai controlli dell’Aiea. Secondo altre versioni invece no. In ogni caso viene decisamente indebolita la posizione Usa nel “contenzioso” con l’Iran, visto che non è possibile spiegare perché invece Teheran dovrebbe rinunciarvi mentre i vicini lo sviluppano.

In terzo luogo, la concessione sarebbe subordinata alla piena adesione dell’Arabia Saudita agli “Accordi di Abramo”, ovvero alla normalizzazione anche formale dei rapporti con Israele. Nelle stesse ore, però, l’ennesima marcia dei coloni sionisti sulla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, mostra l’ostacolo più grande proprio sulla strada della “normalizzazione”. Come può “il Custode della Mecca” – ossia la dinastia Saud – accettare che uno dei luoghi più sacri dell’Islam (sotto la sua “protezione” almeno religiosa) sia di fatto rapinato e requisito da Israele?

In quarto luogo, proprio Tel aviv è sempre stata ferocemente contraria allo sviluppo di capacità nucleari concorrenti con la propria (peraltro illegale, non avendo mai aderito agli accordi di non proliferazione né, tanto meno, accettando controlli dall’Aiea). Per questo aveva bombardato più volte l’Iraq sotto Saddam, nonché condotto campagne di eliminazione fisica di scienziati nucleari iraniani, attentati contro i laboratori, ecc.

Mantenere l’esclusiva in campo nucleare è per i governi sionisti “un’assicurazione sulla vita”. Avere ai confini una potenza nucleare è vissuto come una minaccia esistenziale, anche se si tratta dell’Arabia Saudita (che però, intanto, si era cautelata stringendo un accordo di mutua difesa con il Pakistan, che ha sia l’atomica che i missili per lanciarla).

La mossa Usa, insomma, pensata probabilmente per rafforzare l’alleanza con Bin Salman e magari farlo recedere dall’adesione ai Brics, innesca un nuovo e pesantissimo ordigno nel già non proprio pacifico Medio Oriente. Ovvero sotto la stabilità dei mercati energetici del mondo intero.

Si dice spesso che “c’è una logica dietro questa follia”. La molla è facilmente individuabile nella complessiva crisi di egemonia dell’imperialismo a dominanza Usa. Ma la risposta scomposta rivela che ci sono molte logiche in azione, non soltanto una. E quindi che la follia domina anche quando ogni singola mossa sembra essere “ragionata”.

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