A due mesi dalla sua firma, il Patto della Mecca è ufficialmente operativo. L’alleanza militare trilaterale tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ha visto, lunedì 6 ottobre, il suo primo banco di prova a Riyad, con la convocazione di una riunione straordinaria del comitato congiunto di difesa e politica estera.
Al tavolo sedevano il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, e il vice primo ministro e capo della diplomazia pakistano, Ishaq Dar. Al termine del vertice, i tre paesi hanno annunciato l’immediata attuazione degli impegni di sicurezza collettiva e l’avvio di un quanto più rapido possibile dispiegamento di contingenti militari sul territorio saudita.
La decisione era già stata paventata da Islamabad al riaccendersi del conflitto, un mese fa, ed è infine giunta dopo altri riusciti attacchi condotti dagli Houthi contro installazioni energetiche, aeroporti e, secondo quanto denunciato da Riyad, anche contro postazioni in prossimità dei luoghi santi di La Mecca e Medina, questi ultimi smentiti dai vertici del gruppo yemenita.
L’attivazione dell’alleanza si inserisce in un quadro militare in rapida evoluzione. Dopo le vittorie delle forze di Ansar Allah lungo la costa del Mar Rosso lo scorso mese, la coalizione a guida saudita sta provando a ribaltare la situazione con una massiccia controffensiva, denominata operazione “Alba dello Yemen”.
Per il principe Mohammed bin Salman, blindare l’appoggio di Turchia e Pakistan – assieme a contatti paralleli con Washington (tra cui l’incontro con il senatore statunitense Chris Murphy) e con i vicini del Golfo – punta a dimostrare che la controffensiva non è un’iniziativa solitaria ma gode di legittimità internazionale.
Le forze terrestri del governo yemenita legate ai sauditi, dopo un fitto bombardamento aereo alleato, si sono mossi secondo una manovra a tenaglia verso la costa del Mar Rosso, affermando di aver ripreso la città di Mokha, snodo costiero fondamentale, e anche di avere il controllo effettivo di tutto il litorale.
Le dichiarazioni sono però contrastanti, e sembra che in realtà stiano avvenendo tuttora aspri combattimenti, in particolare nel distretto di Dhubab e a ridosso dello stretto di Bab al-Mandab. In risposta alle centinaia di raid aerei subiti, gli Houthi hanno bersagliato con missili e sciami di droni diversi obiettivi sauditi, tra cui una raffineria di Saudi Aramco.
Tornando all’attivazione del Patto della Mecca, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha precisato che le forze del suo paese e quelle turche stanno già fornendo supporto e continueranno a farlo in futuro, principalmente nella ricognizione e nell’intelligence. Il combattimento diretto sul campo rimarrà in capo ai sauditi.
Per Ankara, aiutare Riyad significa innanzitutto permettere all’alleato di concentrare le proprie attenzioni verso nord (Israele) essendo sicuro dei suoi confini meridionali. Inoltre, la Turchia ha investito molto per proiettare la propria influenza, politica ed economica, in tutta la regione, e assumere il ruolo di ponte commerciale verso l’Europa, salvaguardando la posizione acquisita.
Per quanto riguarda il Pakistan, la presenza militare nella penisola arabica non è nuova. Già nei mesi scorsi aveva schierato circa 8 mila effettivi, uno squadrone di caccia multiruolo JF-17 Thunder, velivoli a pilotaggio remoto e batterie contraeree HQ-9.
Sono però i risvolti legati all’intera attività diplomatica di Islamabad che risultano i più interessanti. Il Pakistan ha, come la Turchia, un ruolo centrale nei corridoi commerciali della regione, e con Teheran ha sviluppato un intenso interscambio di confine.
Durante l’aggressione israelo-statunitense, ha aperto valichi terrestri per far transitare il petrolio iraniano e ha persino offerto il porto di Gwadar (terminale della Via della Seta) per proteggere alcune navi della Repubblica Islamica. Non si può poi dimenticare che, in Pakistan, un quinto della popolazione è sciita, e fa riferimento a Khamenei come guida spirituale.
Ma soprattutto, Islamabad si è lanciata come figura di mediazione tra Teheran e Washington. Una fonte pakistana di alto profilo avrebbe riferito al Financial Times che il suo governo è ben consapevole di come l’escalation tra sauditi e Ansar Allah aumenti ulteriormente il peso della leva strategica iraniana sulla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Islamabad non vuole il collasso della Repubblica Islamica, ma sicuramente vuole disinnescare uno dei fattori dell’equazione dell’Asia occidentale. Intanto, i vertici dei principali colossi del trading di materie prime mettono in guardia: se i flussi petroliferi subissero un blocco duraturo, i prezzi del greggio e dei carburanti potrebbero raggiungere nuovi record.
La scommessa del Patto della Mecca si trova dunque al vertice di un crinale: scivolando da una parte, potrebbe riuscire a imporre l’alleanza come polo di stabilizzazione e “ago della bilancia” regionale, scivolando dall’altra, però, potrebbe essere la benzina che trasformerà il Mar Rosso nell’epicentro di una conflagrazione ancora più grande. Anche sui conti dei popoli occidentali.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
07/10/2026
Il “Patto della Mecca” attivato: Ankara e Islamabad a difesa di Riyad
01/10/2026
Rientrano i militari italiani dall’Iraq, restano quelli in Arabia Saudita e Kuwait
L’Italia nel 2014 aveva inviato un grosso contingente militare – circa 1.100 soldati – nel quadro delle operazioni della Nato e della “Coalizione Internazionale” contro l’Isis.
Nel novembre del 2019, cinque soldati italiani di questa missione, rimasero feriti in Iraq per l’esplosione di un ordigno durante una missione di perlustrazione. Per uno di loro è stata addirittura necessaria l’amputazione parziale di una gamba e ad un altro è stato amputato un piede.
Nei mesi scorsi, prima in Kuwait e poi in Arabia Saudita, le basi militari in cui sono insediati i soldati italiani sono state colpite rispettivamente dai missili iraniani e da quelli yemeniti. Nessun ferito ma un drone Reaper e un caccia Typhoon sono stati rispettivamente distrutti e danneggiati.
Con la partenza degli ultimi soldati si è dunque conclusa in Iraq la missione dei militari italiani. “Con il rientro degli ultimi militari impegnati nel recupero e nel trasferimento dei materiali logistici, si conclude oggi la presenza delle nostre Forze armate in Iraq” ha annunciato il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Come concordato con le autorità irachene, le forze armate italiane, insieme a quelle degli altri Paesi della Coalizione e della Nato, hanno lasciato il territorio dell’Iraq entro la scadenza del 30 settembre.
I soldati italiani erano in Iraq nel quadro dell’Operazione “Inherent Resolve” di quella che veniva definita Coalizione internazionale e della Nato Mission Iraq, ma “continueranno a operare da altri Paesi” ha spiegato il ministro.
La Nato Mission Iraq rimarrà operativa dalla base Nato di Lago Patria, in provincia di Napoli, presso il Joint Force Command Naples.
Il rientro dei militari italiani dall’Iraq era stato in larga parte completato nel marzo 2026, quando al posto della operazione “Inerhent Resolve” e della missione Nato in Iraq è stata avviata – con un sotterfugio sfuggito ai parlamentari – la missione Task Force Air Arabia inviando soldati, aerei, sistemi antimissile in Arabia Saudita, Kuwait e Barhein.
Doveroso rammentare che l’Italia ha partecipato all’aggressione e all’occupazione militare statunitense dell’Iraq nel 2003. Nel corso di questa occupazione venne inviato un contingente militare italiano che subì decine di perdite: 38 morti, di cui 17 (più due civili) in un solo giorno a Nassirya nel 2003.
È altrettanto doveroso sottolineare come ci siano ancora centinaia di militari italiani in Libano nel quadro della missione Unifil, finiti spesso sotto le bombe e le minacce israeliane o nel fuoco incrociati degli scontri con i miliziani libanesi e lasciati lì solo per mostrare la bandiera in una regione dove la politica estera italiana da tempo ha rinunciato a svolgere un funzione attiva limitandosi alla subalternità verso Israele.
L’Italia continua ad essere il paese europeo che invia più militari all’estero, finanziando le missioni con una spesa di 1,48 miliardi di euro mediante decreto che viene rinnovato annualmente, in modo bipartisan. E proprio tra le pieghe dell’ultimo decreto, il governo ha infilato anche la missione che ha portato i militari italiani sotto le bombe in Arabia Saudita e nel Kuwait.
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20/09/2026
Crosetto alla guerra contro gli Houthi
La guerra è un rasoio, ricordiamo spesso. E ogni sciocchezza verbale inventata per occultare la realtà viene in un attimo fatta in mille pezzi alla prova dei fatti.
La guerra riesplosa tra Arabia Saudita e milizie Ansar Allah – sbrigativamente chiamate “gli Houthi”, dal nome del loro fondatore – ha portato alla luce la presenza di forze militari italiane in Arabia. La prova stavolta non era occultabile: un aereo Eurofighter Typhoon EF-2000 è stato infatti danneggiato durante gli attacchi notturni contro la base aerea di Ta’if.
L’aereo, è stato poi spiegato, era parte del contingente inviato nell’ambito dell’operazione “Inherent Resolve”, iniziata nel 2014 da una coalizione internazionale mirante a contrastare l’allora preoccupante espansione dell’Isis in Iraq e Siria.
Operazione “riuscitissima”, visto che l’ex leader dell’Isis in Siria – al Jolani – è ora presidente del paese dopo la caduta di Assad, e viene ricevuto a Washington e in Europa.
Un giornalista medio, neanche particolarmente curioso, dovrebbe almeno chiedersi che ci fanno – quegli aerei e quei militari – in Arabia Saudita dopo ben 12 anni. In quel teatro, oltretutto, ci sono state numerose guerre, altre sono in corso, nemici e amici si sono a volte scambiati il posto (per dire: gli sciiti filoiraniani dell’Iraq sono stati preziosi alleati nella guerra all’Isis, così come i curdi). E non serve essere laureati in scienze diplomatiche per capire che se i tuoi soldati sono di stanza nelle basi militari di un paese in guerra di fatto stanno partecipando a quella guerra (quella non è una “missione Unifil”, di interposizione).
Tra l’altro, le forze militari saudite operano pressoché esclusivamente con aerei da bombardamento, affidandosi a mercenari o ai reparti dell’esercito yemenita ancora fedeli – sempre meno – al governo di Aden, quindi è pressoché inevitabile che gli aeroporti diventino bersaglio dei droni o dei missili Houthi.
Ma è inutile attendersi una domanda dal giornalista medio italiano. Così, questa volta, l’hanno posta i diretti interessati, tramite Muhammad Mansur, funzionario del governo Houthi: «Cosa ci fanno gli aerei italiani a sostegno della guerra di Riad contro di noi?» Ricordando, tra l’altro che, «Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese».
Messaggio chiaro e anche molto moderato nei toni...
Disabituati a fare domande, i media italiani forniscono però la risposta, condendola nel solito modo falsario: “Gli Houthi sfidano l’Italia”. È un po’ quello che fa Trump buttando fuori dalla Casa Bianca gli inviati di CNN, POLITICO e MsNow: le domande scomode sono un “attacco”...
Se fosse una discussione deontologica, si potrebbe andare avanti a lungo mettendo distinguo, cambiando i nomi alle cose e ai valori, ecc. Ma c’è una guerra in corso, e anche se dici cazzate quella continua a tagliare la lingua ai mentitori, per quanto professionali siano.
È scontato che le milizie Ansar Allah interpretino le risposte che arrivano dall’Italia come un “E invece noi siamo in guerra contro di voi”. E che, quindi, uno dei prossimi droni o missili coinvolgerà altri mezzi o soldati italiani in Arabia, se non vengono ritirati prima.
Nel frattempo, infatti, il ministro Crosetto ordina di scortare le navi commerciali nello Stretto di Bab el Mandab “per proteggerle dagli Houthi” e chiede all’Unione Europea di mandare altre navi ancora e soprattutto pagare le spese.
Il fatto che gli abbia detto sì solo la svalvolata Kaja Kallas non depone certo a suo favore...
Però questo insieme di fatti non parole, sta ad indicare che l’Italia si muove e si sente in guerra. Contro gli Houthi, per ora, poi si vedrà...
Naturalmente, nessuno ci venga a raccontare che “stiamo difendendo i confini della patria” e bestialità consimili a quasi 5.000 km da casa. Le navi commerciali, e i rifornimenti mondiali indispensabili a far funzionare l’economia, si difendono seriamente solo evitando i conflitti, non allargandoli.
Servono diplomatici con sale in zucca, non ministri abituati a venderle, le armi...
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15/09/2026
Militari italiani “sotto tiro” anche in Arabia Saudita
Quelli di stanza in Kuwait a luglio sono già finiti sotto i missili iraniani che hanno distrutto uno dei pochi droni Reaper a disposizione dell'Aeronautica militare.
Adesso emerge che anche in Arabia Saudita, nella base militare di Taif, ci sono dei militari italiani che sono finiti – in questo caso – sotto il tiro dei miliziani yemeniti impegnati a farsi rispettare dai sauditi dopo che questi, sbagliando clamorosamente valutazione, avevano provato a lanciare una offensiva nelle scorse settimane contro le milizie di Ansarallah.
Taif si trova ai piedi delle montagne occidentali dell’Arabia Saudita e ospita una base militare anche con personale statunitense, oltre che italiano.
Infatti è da marzo che nel quadro della missione “Task Force Air Arabia” quasi settecento militari italiani si trovano nell’area di conflitto “a protezione dei partner nel Golfo”.
In una intervista all’Adn Kronos, è Pietro Batacchi, il direttore della Rivista Italiana Difesa, a rivelare un rischio che il governo si è guardato bene dal rendere evidente, sia in parlamento che fuori.
“Bisogna mettere in conto che quando si va a fare una missione in un teatro operativo come quello, ci sono dei rischi. Non dimentichiamoci che eravamo in Kuwait, quando i missili e i droni iraniani hanno distrutto un nostro drone Reaper sotto un hangar: i rischi ci sono” afferma Batacchi – “L’Italia è impegnata oggi in un teatro di conflitto, proteggendo e dando una garanzia militare a un proprio partner. D’altronde, non si può pensare di mantenere un rapporto con gli Stati arabi, per cui prendiamo petrolio e gas, gli vendiamo armi e finisce lì. L’Arabia Saudita è un nostro partner, un alleato. In caso di minaccia, qualcuno bisogna che li protegga, specie in un momento in cui gli americani, anche con loro, si stanno dimostrando ‘freddini’. Siamo lì a fare quello che un paese come l’Italia deve fare, garantire la sicurezza di un nostro prezioso partner. È inutile fare queste partnership strategiche se poi al momento del bisogno ci si dilegua”.
Un ragionamento che svela come l’Italia sia sempre più coinvolta nei conflitti in corso, in Medio Oriente come in Ucraina, e lo faccia mettendo come al solito il paese davanti al fatto compiuto. Del resto, l’Italia è il paese europeo più impegnato nelle missioni militari all’estero.
L’altro dato che si rileva dall’intervista al direttore della Rivista Italiana Difesa, è che l’Italia si va impegnando a coprire i “buchi della difesa” di altri paesi dove invece gli Stati Uniti si vanno via via sganciando. È il caso delle petromonarchie del Golfo come dell’Ucraina. Il problema, o almeno uno dei problemi sicuramente, è che sia l’Italia che gli altri stati europei non dispongono delle risorse degli USA per assicurare questo ruolo.
Ritrovarsi ripetutamente in guerra a nostra insaputa non è una buona cosa, al contrario. E sarebbe ora di inceppare e fermare questo scivolamento verso l’escalation e il coinvolgimento del nostro paese in tutte le guerre in corso.
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10/09/2026
Si sfalda la tregua tra Houthi e sauditi
La fragile convivenza armata tra Arabia Saudita e il movimento di Ansar Allah (Houthi) dopo la tregua del 2022 è ormai implosa. Nel corso degli ultimi giorni, una sequenza di bombardamenti incrociati e attacchi missilistici ha riportato la penisola arabica al centro delle tensioni geopolitiche globali, ribadendo il legame a doppio filo tra il conflitto yemenita, la stabilità regionale e la sicurezza del traffico marittimo internazionale.
Il portavoce della coalizione a guida saudita, il maggior generale Turki al-Maliki, ha confermato che una vasta ondata di missili balistici e droni kamikaze lanciati dallo Yemen ha preso di mira infrastrutture nelle province meridionali di Abha, Khamis Mushait, Jazan e Najran, mentre il Ministero dell’Energia ha dovuto ammettere colpi diretti e incendi presso installazioni del settore energetico nel sud, con la temporanea sospensione delle attività operative in alcuni siti.
Il portavoce militare degli Houthi, Yahya Saree, ha rivendicato i colpi inferti al colosso petrolifero Saudi Aramco e alla strategica base aerea di Khamis Mushait. Le forze Houthi, inoltre, hanno riattivato con decisione le linee di contatto occidentali a ovest di Taiz e a sud del porto di Hodeidah, spingendo i propri avamposti verso lo snodo vitale di Bab el-Mandeb, che controlla gli ingressi al Mar Rosso.
Ansar Allah sottolinea anche che non si è trattato di un attacco privo di provocazione: le azioni militari sono state condotte come rappresaglia contro le recenti incursioni dei sauditi, che hanno nei fatti riaperto le ostilità nello Yemen.
Un raid aereo di Riyad ha centrato un istituto di detenzione ad al-Hazm, nella provincia yemenita di al-Jawf, causando la morte di sette persone, tra cui un bambino, e il ferimento di diversi altri detenuti e visitatori. Yahya Saree ha quantificato in oltre 120 i raid condotti su quattro governatorati yemeniti nei giorni immediatamente precedenti.
Gli scontri vanno comunque collocati all’interno di un quadro strategico ben più ampio. Con il traffico di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz già fortemente compromesso dall’aggressione israelo-statunitense all’Iran, il controllo sullo stretto di Bab el-Mandeb rappresenta una leva fondamentale per gli Houthi rispetto alla rinnovata aggressività saudita.
I dati segnalano che il riaccendersi degli scontri ha già fatto crollare del 40% i carichi di greggio al porto saudita di Yanbu, sul Mar Rosso. Inoltre, il controllo dello Stretto offre all’Asse della Resistenza uno strumento ulteriore di deterrenza regionale, potendo mettere sul tavolo una certa influenza sui costi dell’energia.
Una rappresaglia su larga scala trascinerebbe nuovamente le forze armate saudite nel pantano yemenita, ma un’eccessiva tolleranza rischia di normalizzare il tiro al bersaglio sulle raffinerie e sulle città del Regno. Allo stesso tempo, dal Pakistan arrivano segnali che un estendersi del conflitto potrebbe portare Islamabad ad onorare il recente accordo difensivo con Riyad.
Il che non significherebbe necessariamente una svolta nella guerra, soprattutto perché è da vedere chi e cosa il Pakistan impegnerebbe in Arabia. Ma di certo è un’opzione che nemmeno gli Houthi vogliono veder realizzarsi, soprattutto perché, per ora, le minacce pakistane sono evidentemente finalizzate a congelare la situazione fintanto che non si avranno avanzamenti sul dossier iraniano, di cui sono stati mediatori. Tanto più ora che il perimetro delle alleanze in Asia Occidentale vede importanti novità.
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Il braccio di ferro su Hormuz mette in ginocchio gli alleati di Washington
Un’altra implicazione è che le regole dell’economia, del commercio e della finanza globali non possono essere dettate solo dalle potenze occidentali. La crisi dello Stretto di Hormuz offre un esempio lampante di come l’egemonia possa rimanere intrappolata in uno stretto passaggio.
In tutta Europa e in Asia, gli alleati di Washington si trovano ad affrontare crisi per le quali erano impreparati, in particolare nel settore energetico. I danni si estendono anche ai Paesi al di fuori del sistema di alleanze statunitense, le cui fabbriche, aziende agricole e famiglie dipendono dalle stesse rotte commerciali.
L’Europa paga un altro conto di guerra
La crisi e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno fatto lievitare i costi energetici, costringendo l’Unione Europea a rivedere al ribasso le previsioni di crescita economica per il 2026 e creando forti pressioni sui prezzi in tutto il continente. Questo nuovo onere si aggiunge all’interruzione delle forniture energetiche e agli impegni di spesa pubblica legati alla guerra in Ucraina.
L’improvviso aumento dei costi energetici ha incrementato le spese per la produzione industriale e i trasporti. L’interruzione del traffico attraverso lo stretto ha esposto l’Europa a un serio rischio di carenza di carburante per aerei e altri combustibili raffinati. Bollette energetiche più elevate e maggiori spese per le imprese stanno comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie e danneggiando la fiducia dei consumatori.
I governi europei hanno introdotto tagli fiscali e pacchetti di sostegno diretto, sebbene le loro risposte differiscano. Il blocco ha creato uno shock energetico e delle catene di approvvigionamento condiviso, ma i suoi effetti dipendono dalla struttura industriale di ciascun Paese, dalla dipendenza dalle importazioni e dalla capacità di assorbire costi più elevati.
Le previsioni della Commissione europea di maggio hanno rivisto al ribasso la crescita prevista per l’Unione Europea all’1,1% e per l’eurozona allo 0,9%. Anche la Banca Mondiale, nella sua valutazione di giugno, ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita globale, mentre il Fondo Monetario Internazionale a luglio ha alzato le sue previsioni sull’inflazione globale.
I dati provengono da istituzioni e cicli di previsione diversi, ma indicano la stessa condizione: l’aumento dei costi energetici sta indebolendo la crescita e complicando gli sforzi per contenere l’inflazione.
La crescita si indebolisce con l’aumento dei costi energetici.
I motori industriali dell’Unione Europea sotto pressione
La Germania, la maggiore economia europea, si trova ad affrontare una rinnovata pressione sul settore manifatturiero. I settori chimico, automobilistico e dell’industria pesante sono vulnerabili agli elevati costi energetici. L’aumento dei prezzi del petrolio greggio e del gas naturale liquefatto incide sui costi di produzione, mentre l’interruzione delle forniture dal Golfo minaccia la consegna di materie prime petrolchimiche, materiali di imballaggio e altri prodotti industriali.
La Francia ricava circa il 70% della sua elettricità da 57 reattori nucleari operativi, il che offre una certa protezione contro lo shock energetico. Il settore dei trasporti e la spesa delle famiglie rimangono tuttavia esposti. La maggior parte delle automobili, dei veicoli commerciali e delle navi dipendono ancora dai combustibili derivati dal petrolio e l’aumento dei costi di trasporto si ripercuote sui prezzi dei beni finiti, dagli alimenti ai mobili.
La minaccia di una carenza di carburante per aerei è tra le preoccupazioni più gravi per il settore dell’aviazione. Le compagnie aeree hanno dovuto affrontare costi più elevati e riduzioni dei voli, anche laddove le forniture di carburante sono rimaste disponibili. A maggio, il commissario europeo per l’energia ha messo in guardia sui rischi di approvvigionamento a lungo termine, pur affermando che non vi era una carenza immediata.
Parigi ha subito pressioni per proteggere i consumatori, ma i vincoli di bilancio hanno limitato la sua risposta. Il Ministro delle Finanze francese si è opposto a riduzioni fiscali generalizzate e ha preferito aiuti temporanei e mirati. Tuttavia, il problema politico rimane, poiché le famiglie si aspettano protezione mentre il governo cerca di contenere il deficit. L’Italia, già gravata da un elevato debito pubblico, si trova ad affrontare un dilemma simile. Sostenere famiglie e imprese costa denaro in un momento in cui il costo del debito pubblico sta aumentando. La Primo Ministro italiana Giorgia Meloni ha sollecitato una maggiore flessibilità nelle regole fiscali dell’Unione Europea, portando alla luce il conflitto tra gli aiuti al settore energetico e la disciplina di bilancio.
L’esposizione della Gran Bretagna al rischio
Il blocco e la guerra con l’Iran hanno inferto un doppio shock all’economia britannica, in particolare ai settori energetico e commerciale. Sebbene il Regno Unito si rifornisca di petrolio e gas in modo significativo sia a livello nazionale che dalla Norvegia, i suoi costi rimangono legati ai mercati internazionali. Acquistare da un produttore diverso non protegge un Paese da un aumento dei prezzi globali.
La preoccupazione di Londra è il rischio di una ripresa dell’inflazione a fronte di una crescita debole. Gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio Nazionale di Statistica indicano un’inflazione annua dei prezzi al consumo del 2,9% a luglio, in aumento rispetto al 2,6% di giugno. L’inflazione per alimenti e bevande analcoliche si è attestata all’1,3%. L’aumento dell’inflazione complessiva aggrava la pressione sulle famiglie, già alle prese con elevati costi della vita.
La dichiarazione di politica monetaria della Banca d’Inghilterra di luglio avvertiva che l’inflazione era destinata ad aumentare “a causa della continua ripercussione dell’aumento dei prezzi dell’energia”. Riuscire a tenerla sotto controllo rischia di esercitare ulteriore pressione su un’economia già debole.
L’aumento dei prezzi del petrolio ha inoltre incrementato la pressione sul settore aereo. Importanti snodi come Heathrow e Gatwick dipendono da forniture di carburante affidabili, il che li espone a prolungate interruzioni nel Golfo. Le linee guida pubblicate dal governo britannico affermavano che le compagnie aeree non stavano affrontando una carenza di carburante al momento della pubblicazione della valutazione, mentre le misure di emergenza miravano a ridurre il rischio di cancellazioni dell’ultimo minuto.
Essendo un Paese insulare, la Gran Bretagna dipende fortemente dal trasporto marittimo per beni di consumo e materie prime industriali. Laddove i servizi Asia-Europa evitano il Mar Rosso e circumnavigano il Capo di Buona Speranza, i viaggi più lunghi comportano costi di trasporto maggiori e ritardi nelle consegne. Queste deviazioni aggravano lo shock di Hormuz, sebbene riguardino un passaggio separato e non forniscano una via di fuga per le navi intrappolate nel Golfo Persico.
Gli impegni militari della Gran Bretagna creano ulteriori esigenze. Londra e Parigi hanno guidato la pianificazione multinazionale di una missione per proteggere la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, non appena le condizioni lo permetteranno. La protezione delle rotte commerciali richiede navi, personale e finanziamenti costanti, il che si aggiunge agli oneri di uno Stato che già cerca di conciliare le spese per la difesa con la pressione sui servizi pubblici.
L’Asia subisce le conseguenze dello shock dell’offerta
Questa è la situazione in Occidente. In Oriente, la dipendenza energetica dal Golfo è ancora più diretta. L’Asia orientale e meridionale sono tra le Regioni più esposte alla crisi e le speranze che la diplomazia potesse ripristinare rapidamente i normali flussi si sono ripetutamente rivelate infondate.
L’effettiva chiusura dello Stretto ha colpito una rotta di approvvigionamento fondamentale per i centri industriali asiatici. L’Agenzia Statunitense per l’Informazione Energetica (EIA) stima che l’84% del petrolio greggio e della condensa, e l’83% del gas naturale liquefatto, transitati attraverso Hormuz nel 2024 fossero destinati ai mercati asiatici.
Cina, India, Giappone e Corea del Sud sono tra i principali acquirenti, sebbene affrontino la crisi con riserve, risorse energetiche interne e opzioni per sostituire le forniture interrotte differenti. La loro esposizione non può essere misurata solo in base ai volumi di importazione. Anche la capacità di pagare per alternative e di distribuirle ai consumatori è determinante.
Gli agricoltori indiani si trovano ad affrontare costi sempre più alti
L’India importa circa il 60% del suo fabbisogno di gas liquefatto (GPL), con i carichi provenienti dal Golfo che rivestono un ruolo centrale in questo approvvigionamento. L’interruzione delle forniture ha generato pressioni sui prezzi, dalle bombole di gas per uso domestico ai combustibili industriali.
Secondo il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria, la spesa indiana per le importazioni di GPL da marzo ad agosto è stata di circa 4,7 miliardi di dollari (4 miliardi di euro), inclusi circa 1,1 miliardi di dollari (949,4 milioni di euro) di costi aggiuntivi legati alla crisi.
Le importazioni totali di GPL sono diminuite del 49% a marzo rispetto alla media dello stesso mese dei due anni precedenti. La quota statunitense delle importazioni è salita al 32% ad aprile, sostituendo parte delle forniture perse dal Golfo. La stima dei costi per sei mesi combina i dati commerciali ufficiali con le stime per i mesi successivi.
Inoltre, Nuova Delhi si è rivolta nuovamente al petrolio russo, poiché le forniture dal Golfo sono diventate meno affidabili. La sicurezza energetica ha costretto l’India a valutare le pressioni occidentali rispetto alle esigenze immediate delle sue raffinerie, imprese e famiglie.
Anche il settore dei fertilizzanti ha subito un duro colpo. Le previsioni della Banca Mondiale di aprile indicavano un aumento del 60% dei prezzi dell’urea per il 2026. In un Paese in cui l’agricoltura sostiene una quota considerevole della popolazione, l’aumento del costo dei fertilizzanti e le interruzioni nell’approvvigionamento delle materie prime aumentano la pressione prima della stagione della semina e fanno lievitare i costi per la tutela degli agricoltori.
L’agricoltura, l’allevamento, la silvicoltura e la pesca sono cresciuti del 3,6% nel periodo aprile-giugno 2026, in calo rispetto al 4,4% dell’anno precedente.
Sebbene anche le precipitazioni, le condizioni del raccolto e la domanda interna influenzino la crescita agricola, le interruzioni nell’approvvigionamento e l’aumento dei costi dei fertilizzanti aggravano le difficoltà degli agricoltori. Proteggerli da questi costi attraverso i sussidi grava ulteriormente sul bilancio statale.
Il Centro di Ricerca sull’Energia e la Qualità dell’Aria stima che il costo aggiuntivo netto per i combustibili fossili in India ammonti a 14,4 miliardi di dollari (12,4 miliardi di euro), pari allo 0,38% del PIL. Una spesa aggiuntiva di tale entità sottrae risorse ad altre voci di spesa, ancor prima di considerare i costi più ampi derivanti dall’interruzione della produzione.
Ad aprile, la Banca di Riserva dell’India prevedeva una crescita del 6,9% nel 2026-2027, contro il 7,6% stimato per l’anno fiscale precedente. Il rallentamento previsto lascia Nuova Delhi con un'economia più debole, mentre cerca di contenere i costi per sostenere consumatori e produttori.
La dipendenza comporta un “premio di trasporto”
L’elevata dipendenza dal petrolio del Golfo ha reso le assicurazioni un’ulteriore fonte di pressione. All’inizio del conflitto, i premi per il rischio di guerra sono aumentati da circa lo 0,25% del valore di una nave all’1-1,5%, un incremento da quattro a sei volte. Le tariffe hanno oscillato in base ai combattimenti e ai cessate il fuoco, anziché rimanere a un livello di crisi fisso.
Sostituire i carichi del Golfo con forniture provenienti da produttori più distanti aumenta i tempi di spedizione, il consumo di carburante e la domanda di petroliere. Una rotta alternativa intorno all’Africa può evitare il Mar Rosso, ma né il Capo di Buona Speranza né il Canale di Suez aggirano Hormuz per le merci ancora all’interno del Golfo Persico. Gli oleodotti di esportazione che conducono a terminali al di fuori dello Stretto offrono un’alternativa limitata.
La costosa dipendenza del Giappone
Il Giappone è entrato nella crisi con una popolazione che invecchia, carenza di manodopera, un debito pubblico molto elevato e l’eredità di decenni di domanda debole e deflazione. Lo shock di Hormuz ha aggiunto un aumento esterno dei costi dal lato dell’offerta in un momento in cui l’inflazione aveva già sostituito la deflazione come preoccupazione politica immediata.
Per un Paese che prima della guerra importava oltre il 90% del suo petrolio greggio attraverso questa via, l’interruzione ha aumentato direttamente il costo dei fattori produttivi chiave e minacciato il potere d’acquisto. La debolezza dello yen ha aggravato il problema, poiché gli importatori devono trovare più yen per pagare le fatture denominate in dollari, ancor prima di qualsiasi aumento del prezzo del petrolio in dollari.
Per contrastare le pressioni inflazionistiche, a giugno la Banca del Giappone ha aumentato il suo tasso di riferimento di 25 punti base, portandolo all’1%. L’aumento ha prolungato il ciclo di inasprimento della politica monetaria, aumentando i costi di finanziamento, mentre famiglie e imprese si trovavano anche a dover affrontare importazioni più costose.
Successivamente, Giappone e Stati Uniti hanno lanciato un raro intervento valutario congiunto per sostenere lo yen, ma il sollievo è stato di breve durata. La valuta ha ripreso la sua discesa, poiché i tassi di interesse statunitensi in aumento continuano a favorire il dollaro.
I segnali d’allarme continuano a risuonare nell’economia giapponese. Un ulteriore aumento dei tassi era in discussione in vista della riunione di settembre, mentre Tokyo ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento petrolifero e di sostenere le rotte che aggirano Hormuz. La necessità di alternative è diventata più urgente, anche se la loro realizzazione richiederà tempo.
L’industria sudcoreana riduce la produzione
La Corea del Sud ottiene circa il 70% del suo petrolio e il 20% del suo gas naturale liquefatto dall’Asia Occidentale. La crisi ha quindi colpito direttamente i settori manifatturiero e chimico, dove l’energia e le materie prime derivate dal petrolio sono essenziali per la produzione.
I settori petrolchimico, delle materie plastiche e altri settori ad alta intensità energetica si trovano ad affrontare costi più elevati e pressioni per ridurre la capacità produttiva. La carenza di nafta è particolarmente grave perché questo materiale viene utilizzato per realizzare prodotti destinati all’industria automobilistica, elettronica, degli imballaggi e delle costruzioni. Una carenza in questa fase può estendersi a settori molto distanti dall’estrazione del petrolio.
Il governo ha cercato di attutire lo shock attraverso il sostegno pubblico e misure per garantire gli approvvigionamenti. A fine marzo, è stato proposto un bilancio supplementare di 26.200 miliardi di won (16.640.000 euro) per aiutare famiglie e imprese. Tale intervento trasferisce parte dell’onere immediato sulle finanze pubbliche, anche quando previene perdite maggiori altrove.
Il paradosso energetico del sud-est asiatico
L’industria del Sud-Est asiatico dipende anche dal petrolio greggio del Golfo, dal gas naturale liquefatto e dai prodotti petrolchimici. L’aumento dei costi energetici e le interruzioni delle forniture mettono a rischio fabbriche e posti di lavoro in tutta l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, sebbene la gravità vari considerevolmente tra i diversi Paesi e settori.
Le Filippine sono ulteriormente esposte al rischio a causa dei circa 2,4 milioni di filippini che lavorano in Medio Oriente. La loro sicurezza, il loro impiego e la loro capacità di inviare denaro a casa sono tutti vulnerabili in caso di conflitto prolungato.
Malesia e Indonesia, due importanti economie del Sud-Est Asiatico, si trovano di fronte a un paradosso energetico. Entrambe producono petrolio e gas e possono beneficiare di prezzi delle materie prime più elevati, eppure la produzione interna non elimina la dipendenza dai combustibili importati, dai prezzi internazionali o dai costosi sussidi ai consumatori.
Entrambi i governi hanno mantenuto i prezzi dei carburanti sovvenzionati, introducendo al contempo limiti di acquisto. Maggiori introiti dalle esportazioni possono fornire un cuscinetto, ma aumentano anche i costi per la protezione delle famiglie. L’equilibrio dipende dai combustibili che ciascun paese produce, importa e sovvenziona. I profitti di un esportatore o di una compagnia energetica statale possono coesistere con una crescente pressione sulle famiglie e sulle industrie che acquistano il suo combustibile.
L’accordo di protezione del Golfo è sotto accusa
Poi c’è l’Asia Occidentale stessa, dove è iniziata la guerra. L’attacco israelo-americano all’Iran alla fine di febbraio e la successiva interruzione delle attività a Hormuz hanno esposto gli alleati di Washington nel Golfo a crisi su più fronti. Gli attacchi a infrastrutture energetiche e civili hanno portato le conseguenze economiche della guerra direttamente negli Stati che ospitano forze militari statunitensi.
Le previsioni sono peggiorate drasticamente, ma i danni sono disomogenei. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile indicavano una contrazione dell’8,6% per il Qatar, dello 0,6% per il Kuwait e dello 0,5% per il Bahrein. L’interruzione delle attività è proseguita ben oltre le previsioni di aprile.
Il Qatar ha subito danni particolarmente gravi alla sua economia dipendente dal gas naturale liquefatto. Alla fine di agosto, Oxford Economics avvertiva di una contrazione che si avvicinava al 30%, a causa dei danni a Ras Laffan. Il peggioramento rispetto alle previsioni primaverili riflette l’entità dei danni alle infrastrutture da cui dipendono i proventi delle esportazioni del Qatar.
La mancanza di uno sbocco marittimo al di fuori di Hormuz rende le esportazioni del Kuwait estremamente vulnerabili. Il Bahrein, già fortemente indebitato, si trova ad affrontare ulteriori pressioni finanziarie; i prezzi dei suoi derivato creditizi (credit default swap) erano aumentati di quasi il 40% alla fine di agosto. Il costo dell’assicurazione del debito pubblico offre un’ulteriore misura dell’incertezza che ora avvolge la Regione.
Riad attutisce le perdite, Dubai perde terreno
L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno maggiori margini per attenuare lo shock, sebbene nessuno dei due ne sia rimasto immune. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale di aprile prevedevano ancora una crescita del 3,1% per entrambi, nonostante avessero ridotto le prospettive dell’Arabia Saudita di 1,4 punti percentuali e quelle degli Emirati Arabi Uniti di 1,9 punti. Le loro rotte di esportazione alternative offrono una certa protezione, ma lasciano esposta gran parte dell’economia nel suo complesso.
L’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita ha permesso al Paese di esportare parte del petrolio attraverso il Mar Rosso, aggirando Hormuz. Anche i prezzi del petrolio più elevati hanno in parte compensato la diminuzione dei volumi. L’esperienza del Regno Saudita dimostra perché i danni alla produzione e le variazioni delle entrate non sempre si muovono di pari passo.
Ciononostante, le perdite economiche sono considerevoli. L’attività petrolifera saudita è diminuita del 24,7% nel secondo trimestre, mentre il PIL complessivo si è contratto del 4,8% su base annua. Il deficit di bilancio si è attestato intorno ai 9,1 miliardi di dollari (7,855 miliardi di euro), nonostante il beneficio derivante dall’aumento delle entrate petrolifere.
Gli Emirati Arabi Uniti, in particolare Dubai e Abu Dhabi, hanno risentito del loro ruolo di centro logistico, turistico e finanziario globale. Secondo le stime di JPMorgan, pubblicate a fine agosto, le vendite immobiliari a Dubai sono crollate del 70-80%, mentre le azioni degli Emirati Arabi Uniti hanno perso circa il 14% durante il conflitto.
La chiusura dello spazio aereo regionale ha inizialmente costretto le principali compagnie aeree a sospendere o ridurre drasticamente le operazioni. Emirates ha dichiarato di aver ripristinato il 96% della sua rete globale entro il 4 maggio. La riapertura delle rotte, tuttavia, espone le compagnie aeree a costi del carburante più elevati e a nuove interruzioni dovute a problemi di sicurezza.
Abu Dhabi ha anche utilizzato l’oleodotto Habshan-Fujairah per mantenere alcune esportazioni di petrolio attraverso il Golfo dell’Oman. Come la rotta saudita, rappresenta uno sbocco prezioso, ma non può sostituire tutte le spedizioni né ripristinare la fiducia da cui dipende l’economia nel suo complesso.
Il costo ricade sulle famiglie
La crisi si estende oltre le entrate petrolifere e i mercati finanziari, influenzando la vita quotidiana. La vulnerabilità degli impianti di desalinizzazione è particolarmente grave negli Stati in cui l’acqua potabile dipende in larga misura da impianti costieri ad alta intensità energetica. Un attacco a un impianto, alla sua rete di alimentazione o alla sua rete di distribuzione minaccia un servizio essenziale con poche alternative immediate.
Le interruzioni della catena di approvvigionamento aumentano anche il costo dell’importazione di cibo e altri beni di prima necessità. Anche laddove l’intervento del governo o le scorte esistenti impediscano carenze, la sostituzione dei carichi e il mantenimento delle forniture comportano una spesa aggiuntiva. Tali costi devono essere assorbiti dagli importatori, dalle famiglie o dallo Stato.
Secondo la stima di Rystad Energy di aprile, la riparazione dei danni in Iran e negli Stati arabi del Golfo Persico potrebbe costare dai 34 ai 58 miliardi di dollari (da 29 a 50 miliardi di euro). Oltre agli impianti petroliferi e del gas, il conto si estende a fabbriche, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione da cui dipende gran parte della Regione per l’acqua potabile.
La spesa per gli armamenti mette sotto pressione lo sviluppo
Il blocco di Hormuz e i danni alle infrastrutture petrolifere, idriche e civili stanno costringendo gli alleati di Washington nel Golfo a rivalutare i propri accordi di sicurezza. Ospitare le forze statunitensi non li ha protetti dalle conseguenze economiche della guerra, mentre la riparazione delle infrastrutture essenziali crea obblighi che dureranno ben oltre qualsiasi cessate il fuoco.
La spesa per la difesa ora compete con la ricostruzione, il sostegno pubblico e lo sviluppo a lungo termine. Gli investimenti in infrastrutture non si sono fermati: gli Stati del Golfo stanno anche accelerando i piani per porti e oleodotti che riducano la dipendenza da Hormuz. Ma la necessità di finanziare rotte alternative è di per sé parte del prezzo della guerra.
Miliardi che potrebbero migliorare i servizi pubblici e il tenore di vita rischiano di essere assorbiti dall’acquisto di armi e dalla riparazione di ciò che è stato distrutto. Più a lungo durerà questa situazione, più gli alleati di Washington saranno costretti a spendere semplicemente per preservare la sicurezza e la prosperità che la loro alleanza avrebbe dovuto garantire.
Fonte
21/08/2026
I corridoi che stanno ridisegnando l’Asia Occidentale
La mappa delle alleanze che si estende tra l’Asia occidentale e meridionale non è più tracciata solo dalla geografia o dagli allineamenti settari. Negli ultimi anni, un nuovo ordine regionale ha iniziato a prendere forma, in cui gli interessi di sicurezza sono legati a tecnologia, energia, porti, catene di approvvigionamento e cavi di comunicazione.
Il controllo delle infrastrutture transfrontaliere è diventato centrale nella lotta per l’influenza quanto gli accordi militari e politici.
Al centro di questo cambiamento c’è una rete di collaborazione che collega Israele, India ed Emirati Arabi Uniti, supportata dal coinvolgimento diretto degli Stati Uniti attraverso il quadro I2U2.
Accanto a questa rete si trovano altre rotte in cui convergono gli interessi di Turchia, Pakistan, Qatar e Stati del Golfo Persico, estendendosi a progetti come il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Strada di Sviluppo” dell’Iraq.
La Regione non si è divisa in due blocchi coerenti, né gli Stati coinvolti condividono una posizione su ogni questione. Lo sviluppo più importante è il passaggio dalle alleanze militari convenzionali a reti di influenza economica, tecnologica e di sicurezza costruite attorno a porti, ferrovie, energia e dati.
Il quadro I2U2
Il quadro I2U2 è una delle espressioni più chiare di questo cambiamento. Riunendo India, Israele, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti, è nato come strumento di cooperazione in materia di sicurezza alimentare, energia pulita, tecnologia, commercio e investimenti. Al primo vertice dei leader dei quattro Paesi nel 2022, è stata sottolineata l’importanza degli investimenti e delle iniziative congiunte nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti, dello spazio, della sanità e della sicurezza alimentare.
L’importanza di I2U2, tuttavia, va oltre i progetti annunciati. Esso unisce la tecnologia israeliana, la capacità industriale e i mercati indiani, i capitali e la logistica degli Emirati e il potere politico e strategico degli Stati Uniti.
Il quadro di riferimento collega l’Asia occidentale agli oceani Indiano e Pacifico e consente a Israele, India ed Emirati Arabi Uniti di costruire partenariati che vanno oltre i tradizionali legami bilaterali.
Il raggruppamento è nato anche dall’apertura politica creata dagli Accordi di Abramo. La normalizzazione tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele ha fornito a Washington una piattaforma attraverso la quale capitali, manodopera e capacità industriali indiane potevano essere più strettamente collegati al settore tecnologico israeliano e ai centri logistici del Golfo.
Tuttavia, il suo linguaggio economico non cancella lo scopo strategico che lo sottende, con la difesa che non è più limitata ai confini e agli eserciti convenzionali. Include sempre più la resilienza delle catene di approvvigionamento, i porti, le infrastrutture digitali, la sicurezza informatica e la protezione dei flussi energetici e commerciali.
L’ideologia lubrifica gli ingranaggi
Gli interessi economici e di sicurezza sono accompagnati da una certa sovrapposizione di prospettive politiche, in particolare nei confronti dell'“islam politico” e dei gruppi armati transnazionali, sebbene le motivazioni di ciascuno Stato differiscano considerevolmente.
Nel caso degli Emirati, il contrasto all'“islam politico” è diventato un elemento centrale della visione di Abu Dhabi in materia di sicurezza nazionale e regionale. L’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale israeliano ha descritto una dottrina politico-religiosa degli Emirati Arabi Uniti che presenta la pace come un valore islamico e una componente dell’identità nazionale.
Abu Dhabi promuove questa dottrina, diretta dallo Stato, contro i Fratelli Musulmani e le correnti Salafite, nell’ambito di una più ampia campagna contro l'“islam politico” in tutta la Regione.
L’India affronta l'“islam politico” e i gruppi armati da una prospettiva di sicurezza interna e regionale, plasmata in gran parte dal conflitto con il Pakistan e dalla disputa sul Kashmir. Ciò ha ulteriormente rafforzato la cooperazione con Israele e gli Emirati Arabi Uniti, in particolare nei settori dello spionaggio, della sicurezza informatica, della sorveglianza e della tecnologia militare.
I governi israeliani che si sono succeduti, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Benjamin Netanyahu, hanno sfruttato il confronto con i gruppi armati e le minacce asimmetriche per promuovere Israele come potenza tecnologica e di sicurezza su cui gli Stati regionali possono fare affidamento.
Le guerre e le crisi degli ultimi anni hanno aumentato la pressione per una più stretta cooperazione in materia di difesa e tecnologia tra Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti.
Tuttavia, la sola ideologia non può spiegare queste relazioni. L’India non condivide necessariamente la posizione di Israele sull’Iran, mentre la politica estera degli Emirati Arabi Uniti non si limita a seguire quella di Nuova Delhi o di Washington. La convergenza di interessi consente lo sviluppo di collaborazioni concrete anche laddove gli Stati partecipanti divergono su altri fronti.
Il peso cruciale dell’India
L’India riveste un ruolo eccezionale in questo contesto a causa della sua influenza demografica, economica e geografica. La sua popolazione di oltre 1,4 miliardi di abitanti, i settori manifatturiero e tecnologico in espansione e la vasta Diaspora nel Golfo Persico rendono difficile escludere Nuova Delhi da qualsiasi tentativo di riorganizzare gli scambi commerciali tra Asia ed Europa.
Un’analisi del Jerusalem Post pubblicata nel 2022 descriveva un’emergente “alleanza indo-abramitica” che lega Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India attraverso la sicurezza marittima, la difesa missilistica, i droni, la sicurezza dei dati e la lotta all’estremismo islamico.
L’importanza dell’India, tuttavia, non si limita al suo ruolo militare. La sua presenza nel Golfo e le crescenti relazioni commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le conferiscono la capacità di reindirizzare parte del commercio asiatico verso rotte che non necessariamente passano attraverso i corridoi tradizionali, dove Pakistan e Iran esercitano una maggiore influenza.
Questa posizione offre inoltre all’India un margine di manovra per diversificare le proprie strategie. L’India mantiene legami energetici e di trasporto con l’Iran, anche attraverso Chabahar, pur portando avanti il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa con Washington e i suoi alleati regionali.
Nuova Delhi può quindi partecipare a sistemi concorrenti senza rinunciare alla sua consolidata politica di autonomia strategica, anche se il suo rapporto di sicurezza con Israele continua ad approfondirsi.
Il fronte infrastrutturale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa
Annunciato al vertice del G20 di Nuova Delhi nel 2023, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa mira a collegare l’India, il Golfo Persico e l’Europa attraverso porti, ferrovie e infrastrutture energetiche e di comunicazione.
I piani prevedono un collegamento ferroviario, un’interconnessione elettrica, infrastrutture per l’idrogeno pulito e cavi dati ad alta velocità. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha presentato il corridoio nel 2023 come un modo per accelerare gli scambi commerciali tra India ed Europa, aprendo al contempo nuove connessioni nel settore energetico e nell’economia digitale.
Nel 2025, la Commissione europea ha promosso separatamente il Corridoio Digitale UE-Africa-India nell’ambito più ampio del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa. L’iniziativa si concentra su un sistema di cavi sottomarini di 11.700 chilometri che collega l’Europa e l’India attraverso il Mediterraneo, l’Asia occidentale e l’Africa orientale, con l’obiettivo dichiarato di fornire connessioni dati sicure e ad alta capacità.
I corridoi stanno diventando sempre più sistemi integrati per il trasporto di merci, energia e dati. Gli Stati in grado di proteggere o influenzare queste reti acquisiscono una forma di potere strategico un tempo associata principalmente al controllo di porti e stretti.
Il progetto, tuttavia, rimane esposto a intrighi politici e conflitti. Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa dipende da un passaggio terrestre attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa.
Il Genocidio palestinese a Gaza e la mancata normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele hanno reso incerte le sue basi politiche, sollevando crescenti interrogativi sulla sua fattibilità.
Gwadar e la via dello sviluppo
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan e la “Via dello Sviluppo” irachena non dovrebbero essere considerati un unico progetto o come elementi di un’alleanza unificata guidata da Turchia, Pakistan e Arabia Saudita. Appartengono a reti diverse, ma entrambi contribuiscono a impedire che un’unica rotta monopolizzi il commercio regionale.
Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è il ramo pakistano della Nuova Via della Seta cinese, che collega la Cina con il Pakistan e il Porto di Gwadar sul Mar Arabico. Il Segretariato pakistano del Corridoio Economico Cina-Pakistan elenca una rete di progetti portuali, di zone franche, stradali e logistici intorno a Gwadar. Tra questi, l’Autostrada Eastbay Gwadar, costruita per collegare il porto e la sua zona franca alla rete autostradale nazionale pakistana.
La Via dello Sviluppo irachena è un’iniziativa separata, ma la posizione dell’Iraq tra il Golfo Persico, la Turchia e l’Europa le conferisce particolare importanza. Nell’aprile del 2024, Iraq, Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa sul progetto, concepito per collegare il Porto di Grand Faw al confine turco attraverso circa 1.200 chilometri di strade e ferrovie in Iraq.
L’investimento previsto si aggira intorno ai 17 miliardi di dollari (14,7 miliardi di euro), con la realizzazione suddivisa in tre fasi. Il Ministero dei Trasporti del Qatar afferma che la prima fase dovrebbe essere completata nel 2028, seguita dalle fasi successive nel 2033 e nel 2050. Baghdad presenta la “Via dello Sviluppo” come un corridoio commerciale Est-Ovest concorrente, che collega il Golfo Persico all’Europa.
Questa partecipazione complica qualsiasi tentativo di dividere la competizione tra Israele, Emirati Arabi Uniti e India da una parte e Turchia, Pakistan e Arabia Saudita dall’altra. Gli Emirati Arabi Uniti fanno parte anche della “Via dello Sviluppo” insieme a Turchia, Qatar e Iraq.
Ankara e Riad mantengono una posizione neutrale
La Turchia occupa un posto particolare in questa equazione. È un membro della NATO con legami economici che si estendono in Europa, Russia, Golfo Persico e Asia centrale, mentre la sua influenza politica e militare spazia dalla Siria all’Iraq al Caucaso. Per Ankara, la “Via dello Sviluppo” offre l’opportunità di rafforzare la sua posizione di ponte terrestre tra il Golfo Persico e l’Europa.
L’Arabia Saudita è più difficile da collocare all’interno di un blocco definito. Riad è firmataria del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, ma ha anche approfondito le relazioni con Cina, Russia, Turchia e Pakistan. Mostra scarso interesse per un allineamento regionale chiuso, preferendo trasformare la sua posizione geografica ed economica in una leva negoziale presso diversi centri di potere.
I principali Stati regionali evitano sempre più di scegliere tra due schieramenti. Cercano un posto in molteplici reti, utilizzando una collaborazione per rafforzare la propria posizione negoziale in un’altra.
Questo non è tanto un equilibrio stabile quanto una copertura permanente. Una ferrovia, un investimento portuale, un accordo di difesa o una collaborazione energetica possono legare due Stati su un fronte, lasciandoli però in contrapposizione su un altro.
Il Levante escluso
La competizione sta anche rimodellando il Mediterraneo Orientale. Le coste siriane e libanesi sono ben più che semplici teatro di scontri militari. Occupano territori in cui potrebbero convergere potenziali rotte energetiche, di trasporto e di comunicazione tra il Golfo Persico, il Mediterraneo e l’Europa.
Per Israele, legami più forti con il Golfo Persico, l’India e l’Europa conferirebbero al Mediterraneo Orientale un nuovo ruolo all’interno delle reti commerciali ed energetiche. Per la Turchia, qualsiasi corridoio che colleghi il Golfo Persico all’Europa aggirando il territorio turco ne eroderebbe il valore strategico.
La “Via dello Sviluppo”, invece, offre ad Ankara il ruolo di terminale e porta d’accesso per il traffico proveniente dal Golfo Persico attraverso l’Iraq.
Il Libano e la Siria rischiano di passare dal centro della loro geografia strategica ai margini delle nuove reti di trasporto e investimento. Porti, strade, ferrovie, collegamenti energetici, reti dati e stabilità politica sono tutti elementi necessari per trasformare la geografia in potere economico.
Beirut ha già manifestato interesse ad aderire alla rotta del Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, incentrata su Israele, nonostante le contraddizioni politiche e di sicurezza che tale mossa comporterebbe.
La Siria, nel frattempo, rimane limitata dai danni della guerra, dalle sanzioni e da infrastrutture frammentate, il che espone entrambi i Paesi al rischio di essere aggirati da corridoi che si snodano intorno a loro.
Il potere fluisce attraverso la rete
La mappa che emerge non mostra due blocchi opposti nel vecchio senso. Segna una transizione da alleanze rigide a reti sovrapposte.
Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Stati Uniti cooperano laddove convergono tecnologia, sicurezza e commercio, mentre Turchia, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita e Iraq partecipano ad altre reti che si intersecano ripetutamente con la prima.
La prossima sfida si estenderà quindi oltre i confini e l’influenza politica per arrivare al controllo del movimenti commerciali, energetici e informativi.
Porti e stretti sono stati tra i principali strumenti di potere nel Ventesimo secolo. Nel Ventunesimo secolo, ad essi si sono aggiunti cavi sottomarini, centri dati, intelligenza artificiale, sistemi di sicurezza cibernetica, reti ferroviarie e gasdotti per l’idrogeno.
Il futuro dell’Asia Occidentale sarà plasmato dalla potenza militare, ma anche dagli Stati in grado di rendersi nodi indispensabili in questi nuovi sistemi.
Fonte
09/08/2026
Arriva la Nato sunnita, un ‘successone’ della guerra Usa-Israele all’Iran
È stato firmato in questi giorni un accordo di cooperazione militare tra sauditi, pakistani e turchi. E non è stato firmato in un luogo qualunque ma alla Mecca, “capitale” delle fede mussulmana. Potrebbe essere il nucleo di quella Nato islamica di cui si parla da tempo. Lo capiremo se i prossimi ad aderire saranno i Paesi del GCC (Il Consiglio di Cooperazione del Golfo) cioè quelli che si affacciano sul Golfo Persico salvo Iran e UAE.
È un evento in teoria epocale, se non verrà depotenziato dagli Usa e da Israele che ne subiscono il contraccolpo. Ad allearsi formalmente sono nell’ordine: le none forze armate del mondo (Turchia), le quattordicesime (Pakistan che ha l’arma atomica), le ventincinquesime (i sauditi hanno tanti soldi ma delle forze armate, sinora, dagli scarsi successi).
Questa firma sancisce in qualche modo la trasformazione di Washington da fornitore di sicurezza a fornitore di armi, grazie alla miopia di Trump che si esprime sia modo in cui tratta gli alleati, sia nell’essersi imbarcato nell’aggressione all’Iran.
Nei suoi due mandati con l’Arabia Saudita ha perseguito solo vantaggi familiari (vedi i miliardi di Kushner) e contratti per le aziende americane, in primis di armi, fino a definire Ryad partner di pari livello a quelli Nato, quindi con la possibilità di aver accesso a tecnologie di ultima generazione. A ciò si aggiunga l’accordo recentissimo sul nucleare civile che mette, almeno su carta, i sauditi in condizione di avere la bomba atomica.
I danni vengono dall’ossessione di Trump nel considerare i costi diretti di quello che fanno gli Usa ma mai i vantaggi indiretti. È lo stesso approccio che sta avendo con l’Europa: la politica estera viene ridotta ad una trattativa per una fornitura di cemento per uno dei suoi casinò ad Atlantic City (che fallirono). Nessuna valutazione geopolitica, solo un occhio alle cifre a piè di lista.
Inoltre la guerra all’Iran ha evidenziato un enorme dato: le basi che gli Usa hanno costruito nell’area dopo a partire dalla guerra all'Iraq di Saddam nel 1990 sono state a lungo una leva nelle relazioni tra Paesi del Golfo e gli Usa, l’Iran le ha trasformate in bersagli e quindi in un problema per gli Stati che le ospitano (sinora sono state un problema solo con l’opinione pubblica interna, infatti alle nostre latitudini non se ne parlava o non le si vedeva).
Oggi sono inabitabili e non utilizzabili per via degli attacchi dell’Iran, verranno sfrattate visto che sono diventate un rischio per la sicurezza? Non lo si sa, ma cresce questa tentazione nei governi dell’area. Se così fosse, tra l’altro, Israele e l’Italia con le loro basi diverrebbero ancora più strategici per collocazione geografica e allineamento politico.
I tre Paesi firmatari sono legati da un accordo (modello articolo 5 della Nato) di mutua difesa in caso di attacco. Questa intesa, che potrebbe essere l’embrione della Nato sunnita, è in chiave anti-Iran (sciita) nel senso che se domani Teheran dovesse tornare ad attaccare i sauditi, in teoria Turchia e Pakistan dovrebbero intervenire. Ma non è solo questo il punto.
Nella lista dei “prossimi nemici” di Israele, ci sono la Turchia, l’Egitto e il Pakistan. Questa alleanza salda due di loro con i sauditi, che Trump sta spingendo (invano) a sottoscrivere gli “accordi di Abramo”.
La conseguenza pratica, è la fine degli “accordi di Abramo”. I sauditi hanno più volte detto che normalizzeranno le relazioni diplomatiche con Tel Aviv quando verrà riconosciuto uno Stato palestinese, ma a questo punto è Israele che non può accettare rapporti normalizzati con i sauditi, amici dei loro nemici.
Resta da capire se (e con quali conseguenze sulla Nato) questa alleanza crescerà numericamente e geograficamente. Sta di fatto che si tratta un nuovo esempio di un mondo che si prepara a nuovi scenari (che vanno dall’uscita Usa dalla Nato alla difesa europea), ad un equilibro multi-polare e ad un mondo post cura Trump.
La firma di questa alleanza conferma comunque una cosa: la guerra all’Iran è stato un errore clamoroso per gli Usa. Convinto di poter ottenere una vittoria rapida e indolore, Trump – il presidente che aveva promesso pace – si ritrova impanato nell’ennesima guerra americana in Medio Oriente, dalla durata incerta, alla rincorsa e alla ricerca di inesistenti armi di distruzione di massa come nell’Iraq del 2003, ma con molte meno opzioni militari di allora.
Fonte
04/08/2026
Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista
Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) ha condotto un attacco con droni a lungo raggio nel Mar Caspio, colpendo una nave commerciale iraniana.
L’accusa era quella di trasportare equipaggiamenti e componenti destinati a Mosca che sarebbero proibiti secondo le sanzioni imposte alla Russia. Imposte in maniera unilaterale dai paesi occidentali, ovviamente. L’attacco è avvenuto in una più ampia operazione che ha portato a colpire anche una motovedetta e un impianto petrolifero russi.
L’Ucraina è da tempo che porta avanti una convergenza strategica e tecnologica con Israele (riguardante in particolare i droni e l’intelligence). Ma il colpo inflitto qualche giorno fa segna un salto di qualità significativo, in quanto svoltosi su di un piano direttamente militare. L’Iran ha denunciato la morte di un marinaio e ha convocato i diplomatici di Kiev, definendo l’azione un atto di aggressione.
Colpendo la Repubblica islamica, l’Ucraina vuole attirare i favori di Trump, mostrandosi come elemento capace e determinante nell’indebolimento di Teheran. Allo stesso tempo, però, è un messaggio chiaro sul fatto che il conflitto in Ucraina non riguarda le “mire” russe sul paese, ma ha una dimensione tutta internazionale.
Zelensky e compagnia hanno dimostrato come ci sia un’internazionale imperialista che unisce Washington, Kiev e Tel Aviv. Alla faccia di chi accusa chi lotta contro il piano inclinato della guerra imperialista di essere “campista”: la presenza di un “campo”, imperialista però, l’ha resa plasticamente – con le bombe – la giunta di Kiev.
Il problema è che un’azione del genere non solo salda due fronti che, più o meno, erano rimasti separati fino a oggi nella “guerra mondiale a pezzi” scatenata dall’imperialismo occidentale contro il multipolarismo. L’attacco ucraino provoca un sostanziale ampliamento dell’area del conflitto, incancrenendolo e amplificando i pericoli per i civili e, in generale, che la situazione sfugga di mano.
Basti prendere ad esempio la pesante campagna ucraina di attacchi ai mercantili e alle petroliere russe. Mosca, alla fine, ha deciso di rispondere con droni e missili sui porti nemici, in particolare quello di Odessa. Gli operatori portuali hanno dunque deciso di sospendere le rotte verso l’Ucraina, facendo naufragare il cosiddetto “corridoio del grano” per un’escalation bellica senza nessun fine strategico. Un grave danno alla sicurezza alimentare globale.
Anche in Asia Occidentale, le tensioni accumulatesi in virtù dell’aggressione israelo-statunitense sono esplose persino nel rapporto tra Arabia Saudita e Houthi. Il 13 luglio la capitale dello Yemen è stata bombardata da Riad. L’obiettivo era un aereo che trasportava funzionari di Ansar Allah, ma secondo quel che riporta Reuters a bordo c’erano anche consiglieri militari iraniani, componenti per missili e droni, e fondi per l’organizzazione yemenita.
Ancora una volta, i sauditi tentano di decidere il corso politico dello Yemen, dopo aver devastato il paese con una guerra durata anni, tra denunce di crimini terribili. Gli Houthi hanno risposto colpendo installazioni, porti e petroliere dell’Arabia lungo la costa del Mar Rosso, per poi minacciare direttamente il traffico attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb. Il traffico marittimo è crollato, mentre la raffineria ARAMCO di Jizan è stata devastata da incendi che potrebbero metterla fuori uso per anni.
L’avventurismo bellico dell’Occidente e dei suoi alleati si è naturalmente trasformato in un nuovo allarme per i mercati, con impatti significativi sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto, oltre che, ovviamente, sui beni energetici. Non solo, il petrolio Brent aveva nuovamente superato i 100 dollari al barile, per poi scendere all’inizio di questa settimana solo perché gli attacchi si sono fermati causa penuria di munizione nei magazzini statunitensi, ma si registrano rincari anche per il gas naturale. Prezzi che pagheremo tutti noi, nella spesa di tutti i giorni. Un altro salasso che va inserito tra quelli determinati dalla deriva bellicista delle nostre classi dirigenti.
Non c’è giustificazione della logica “occhio per occhio” da parte nostra, ci mancherebbe, ma pretendere di fare la guerra a paesi in posizioni strategiche colpendone il commercio, per poi lamentarsi di come le reazioni abbiano ripercussioni sulle rotte mercantili è la logica di chi pretendere di essere padrone del mondo, per sclerotismo suprematista.
Fonte
01/08/2026
L’Italia coinvolta nella guerra del Golfo. Militari e armamenti italiani già sul terreno
La notizia in realtà era stata comunicata piuttosto in sordina dal capo di Stato maggiore Portolano in un’audizione in Parlamento poco più di un mese fa (il 16 giugno) ed era stata inserita nelle pieghe del decreto sulle missioni militari all’estero ma senza essere esplicitata. Probabile che anche in quel caso i parlamentari durante l’audizione fossero troppo impegnati a giocare sul cellulare per prestare la dovuta attenzione a quanto veniva detto da Portolano.
Dunque anche in questo caso – e come avviene troppo spesso – il Parlamento è stato messo davanti al fatto compiuto, così come era avvenuto per l’invio di armi all’Ucraina nel 2022 o per l’aggressione Nato alla Jugoslavia nel 1999.
Infatti è dalla metà di marzo che centinaia di militari italiani sono già presenti in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo impegnati contro gli attacchi iraniani, e per “proteggere gli interessi nazionali” nella regione.
Secondo quanto riportato, nei paesi del Golfo risultano già schierate batterie missilistiche antiaeree Samp-T, cannoni antidrone Skynex, caccia Eurofighter e l’aereo radar Gulfstream Caew. Il compito di renderli operativi spetta a 400 militari in Arabia Saudita e ad altri 300 distribuiti tra Kuwait e Bahrein.
La missione ha un nome “Task Force Air Arabia”, è operativa già dalla seconda metà di marzo ed è presentata con pochissime stringate righe sul sito del Ministero della Difesa. Proprio ai primi di marzo, i ministri della Difesa Crosetto e degli Esteri Tajani avevano comunicato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle petromonarchie del Golfo bersagliate dall’Iran in ritorsione agli attacchi di Usa e Israele, ma non avevano detto nulla sull’invio di militari e armamenti italiani sul campo.
Ma il coinvolgimento militare italiano nella guerra in Medio Oriente potrebbe non esaurirsi qui.
Di fronte al rischio che oltre Hormuz venga bloccato anche lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso, l’Arabia Saudita ha organizzato un vertice con 43 Paesi – presente anche una delegazione dell’Unione europea – con l’obiettivo di costruire una coalizione internazionale per la “libertà di navigazione” dello Stretto di Hormuz e di Bab el Mandeb. L’iniziativa saudita si viene a sovrapporre alla missione europea Aspides (in cui è presente l’Italia) e a quella annunciata da alcuni Stati europei, tra cui Regno Unito, Germania, Italia e Francia, ma potrebbe essere la “cornice” tanto attesa per avviare l’operazione militare contro l’Iran e gli Houthi yemeniti.
Fonte
30/07/2026
Traffico a Washington, vista su Hormuz
Non sappiamo se la decisione iraniana di colpire una base statunitense in Giordania, ieri sera, sia stato un modo per far capire che anche Teheran è pronta a tutto, rompendo lo schema narrativo per cui sono gli Usa e Israele a dettare i tempi della guerra e delle incerte “trattative” che sembrano riaprirsi ad ogni “tregua”. Ma è certamente la prima volta che l’Iran assume l’iniziativa, sia pur limitata, proprio mentre l’aviazione statunitense – insieme a quella saudita – prendeva di mira le milizie sciite in Iraq.
Come si vede la guerra riguarda tutto il Medio Oriente, dal Libano al Golfo Persico, contrapponendo in ogni singolo Paese le parti più allineate con i soggetti determinanti (Usa/Israele e Iran) e sollecitando mosse anche relativamente “autonome”, ma sempre secondo uno schema tutto sommato “bipolare”.
Sta di fatto che Netanyahu era arrivato a Washington nel momento più basso della sua infame carriera genocida.
Praticamente nessun Paese del mondo vorrebbe averci pubblicamente a che fare se non ci fosse l’ombra del “Grande Protettore” americano. Ma anche quest’ultimo ha dovuto di recente marcare una qualche distanza con quel “pazzo fottuto” (Trump dixit) che ancora governa a Tel Aviv ma vede ormai vicine le elezioni che potrebbero segnare la sua fine (lo aspettano un paio di processi – per corruzione non per crimini di guerra, per carità... – e probabilmente la galera o l’esilio).
Il quadro interno all’entità sionista presenta problemi di iper-concorrenza, non certo di impostazione strategica. La gara è tra chi vuole massacrare di più (palestinesi, arabi, iraniani, ecc.), quasi senza voci contrarie. I rapporti con i vicini invece sono più problematici.
L’accordo sul programma nucleare saudita, concesso da Trump nella convinzione di legare così più strettamente la dinastia Saud agli interessi statunitensi, è invece una preoccupazione per chi – come Israele – ha fatto dell’esclusiva atomica (illegale, secondo tutti i trattati internazionali vigenti) l’asse portante della propria aggressività mirante alla “Grande Israele”.
In pratica, da Tel Aviv si vede crescere un pericoloso concorrente che potrebbe affiancare nel medio termine l’ostilità della Turchia dopo aver peraltro stretto un accordo di reciproca difesa col Pakistan, che l’atomica ce l’ha già ed anche i missili per usarla.
Tanto più se, contemporaneamente, i Paesi arabi del Golfo spalancano le porte alla proposta omanita (concordata con Teheran) di applicare in futuro una “tassa volontaria” per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.
Una bozza di intesa che promette all’Iran entrate finanziarie minori rispetto a quanto preteso nelle ultime settimane, ma in cambio del riconoscimento di fatto della doppia sovranità (Iran-Oman) sullo Stretto. Per quelle economie, d’altro canto, la chiusura di Hormuz rappresenta un disastro senza pari, cui bisogna metter fine il prima possibile, pagando il prezzo dovuto.
Entrare alla Casa Bianca con l’acqua alla gola ed uscirne – per quanto dalla porta di servizio, stesso trattamento offerto a Zelenskij – con la formale assicurazione di essere con Trump “sulla stessa linea per quanto riguarda l’Iran” è certamente una mezza vittoria per l’ex “testa di cuoio” da oltre venti anni al potere.
Mezza, però, e per un arco temporale non lunghissimo. La contestazione organizzata dai gruppi antisionisti durante la sua visita è stata tale da arrivare a sfiorare il corteo delle auto che lo portava alla Casa Bianca.
Un “ricordati che devi morire”, citando Massimo Troisi, che segnala quanto anche per l’America l’“amicizia ferrea” con Israele sia ormai più un problema che una risorsa.
Fonte
24/07/2026
Bombe, dazi e nucleare. Una ricetta quasi perfetta...
Le decisioni di incrementare l’offensiva contro l’Iran (dopo aver firmato un Memorandum negoziato a lungo), di ripristinare dazi commerciali nei confronti di ameno 60 paesi (Unione Europea inclusa, che era stata stata blandita con un vertice Nato “pieno d’amore” in quel di Ankara) e di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare autonomo (in piena guerra in tutta l’area) sembrano – sia isolatamente che nell’insieme – “un racconto narrato da un idiota, pieno di rumori e strepiti che non significano nulla”.
Se non, appunto, il prodotto di una perdita di controllo sulla realtà.
Prese singolarmente mantengono una parvenza di logica, anche se puramente tattica. Quindi proviamo, anzitutto, a vederle una per una.
Guerra all’Iran
Trump ha anticipato in esclusiva al sito Axios, tramite il sedicente giornalista Barak Ravid – già ufficiale dell’intelligence israeliana, come membro della famigerata Unità 8200 – che “sta per prendere” la decisione di estendere gli attacchi contro Teheran ovviamente “in una misura mai vista prima” (non c’è mai nulla di “normale” nella narrativa del tycoon).
L’unico dubbio residuo riguarderebbe le “conseguenze”, che già si vedono sui mercati finanziari: petrolio sopra i 100 dollari al barile, borse di nuovo in calo, titoli di stato in svalutazione continua.
Il tutto, incredibilmente, giustificato con la difficoltà di riaprire lo Stretto di Hormuz e le nuove perdite di soldati americani nelle basi colpite da missili e droni iraniani. Ovvero con due “conseguenze” della decisione “suggerita” da Netanyahu e dal Mossad di avviare una “guerra lampo”, ormai cinque mesi fa.
Fino al 27 febbraio, va ricordato, transitare per Hormuz era gratuito e sicuro, ed anche i soldati Usa nell’area campavano tranquilli, anche se per nulla amati. Allargare la guerra per tornare al punto di partenza non denota una profondità di pensiero strategico, anzi...
Tanto più che tutti gli analisti militari statunitensi interpellati in queste settimane concordano sul fatto che una “guerra aerea” come quella condotta fin qui può raggiungere molti obbiettivi ma “ha dei limiti, che sono stati probabilmente raggiunti”.
Ottenere di più, contro un Paese che da 47 anni vive attendendo l’attacco di Usa e Israele, e che per questo ha sviluppato una capacità militare-industriale in città sotterranee, implica necessariamente “mettere gli scarponi sul terreno”, avviando operazioni di terra che comporterebbero sicuramente perdite significative di uomini e mezzi.
Ossia quel che preoccupa questa amministrazione, che vedere crescere l’ostilità alla guerra persino nel suo mondo “Maga” (+13% in un solo mese), e fa sempre più fatica ad ottenere il via libera del Congresso per aumentare la spesa militare (37 miliardi per questa guerra, finora, quelli dichiarati; ma sono sicuramente di più, visto che i danni subiti dalle basi nel Golfo sono stati fin qui ampiamente censurati).
La minaccia, insomma, dicono sempre gli ex militari interpellati, è per ora inconsistente, dato che non sono state portate nell’area truppe aggiuntive rispetto a cinque mesi fa. Si può insomma bombardare un po’ di più, commettendo anche qualche crimine di guerra in più, ma se l’Iran – come pare accertato – è disposto a resistere, non cambia granché.
Affermare ora, come fa il tycoon, che “distruggeremo un ponte o una centrale elettrica per ogni nave colpita nello Stretto” è un segnale di frustrazione che dura anche poco. Non è infatti assolutamente detto che le società proprietarie delle navi commerciali che devono passare per Hormuz siano disposte a farsi bombardare fidandosi delle promesse statunitensi (“vi proteggeremo noi”), neanche dietro la promessa di “usare i fondi congelati iraniani per risarcire i danni”, soltanto per dare a Trump una “buona scusa”.
Facciamo notare, en passant, che la restituzione di quei fondi era uno dei 14 punti del Memorandum e quindi di ogni possibile trattativa di pace futura. Usarli per altri scopi toglie una carta importante in mano agli Usa.
I dazi
Dopo che la Corte Suprema – in maggioranza composta da giudici nominati da Trump – aveva bocciato la sua precedente ondata di aumenti tariffari per tutti i paesi del mondo, la storia sembrava chiusa.
Invece la Casa Bianca ha annunciato giovedì un nuovo ciclo di dazi fino al 12,5% contro 60 partner commerciali, evitando così la sospensione delle tasse sulle importazioni che sarebbe scattata proprio oggi.
La nuova ondata di tariffe sfrutta un’indagine avviata a marzo dal Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, per verificare se i partner commerciali avessero omesso di bloccare efficacemente le merci prodotte con “lavoro forzato”, considerato come un elemento di “concorrenza sleale” (non un crimine, ci mancherebbe).
Tutto dipende oltretutto da una valutazione unilaterale statunitense, secondo cui i paesi che hanno formalmente vietato il lavoro forzato “ma non lo applicano efficacemente” saranno soggetti a un dazio del 10%. Le merci di altre nazioni saranno soggette a un’aliquota del 12,5%.
Prudentemente petrolio e gas, alcuni fertilizzanti e alcuni prodotti alimentari provenienti in genere da paesi in cui il lavoro è semi-schiavistico sono tra le merci esentate, altrimenti ci sarebbe un’esplosione dei prezzi per l’improvvisa carenza di forniture.
L’amministrazione Trump si muove insomma alla ricerca di basi legali più solide per giustificare l’aumento delle tariffe da quando la Corte Suprema ha stabilito all’inizio di quest’anno che l’International Emergency Economic Powers Act – la legge invocata in quel caso – non autorizza il presidente a imporre dazi all’importazione.
La Casa Bianca, insomma, non ha cambiato la sua agenda in seguito al niet della Corte, ma ricorre a nuove leggi commerciali man mano che le precedenti autorizzazioni scadono o affrontano sfide legali. Una serie di trucchi ad hoc, o una serie di toppe messe su buchi che diventano sempre più larghi.
Il nucleare saudita
L’accordo con Riad siglato ieri è una bomba innescata. La concessione Usa viola infatti i trattati di non proliferazione nucleare esistenti, visto che non è in potere degli Stati Uniti di decidere unilateralmente chi può arricchire l’urano e chi no. Ma chissenefrega dei trattati e del diritto internazionale, ormai... Giusto?
In secondo luogo, secondo alcune versioni, questo programma nucleare sarebbe esentato dai controlli dell’Aiea. Secondo altre versioni invece no. In ogni caso viene decisamente indebolita la posizione Usa nel “contenzioso” con l’Iran, visto che non è possibile spiegare perché invece Teheran dovrebbe rinunciarvi mentre i vicini lo sviluppano.
In terzo luogo, la concessione sarebbe subordinata alla piena adesione dell’Arabia Saudita agli “Accordi di Abramo”, ovvero alla normalizzazione anche formale dei rapporti con Israele. Nelle stesse ore, però, l’ennesima marcia dei coloni sionisti sulla Spianata delle Moschee, a Gerusalemme, mostra l’ostacolo più grande proprio sulla strada della “normalizzazione”. Come può “il Custode della Mecca” – ossia la dinastia Saud – accettare che uno dei luoghi più sacri dell’Islam (sotto la sua “protezione” almeno religiosa) sia di fatto rapinato e requisito da Israele?
In quarto luogo, proprio Tel aviv è sempre stata ferocemente contraria allo sviluppo di capacità nucleari concorrenti con la propria (peraltro illegale, non avendo mai aderito agli accordi di non proliferazione né, tanto meno, accettando controlli dall’Aiea). Per questo aveva bombardato più volte l’Iraq sotto Saddam, nonché condotto campagne di eliminazione fisica di scienziati nucleari iraniani, attentati contro i laboratori, ecc.
Mantenere l’esclusiva in campo nucleare è per i governi sionisti “un’assicurazione sulla vita”. Avere ai confini una potenza nucleare è vissuto come una minaccia esistenziale, anche se si tratta dell’Arabia Saudita (che però, intanto, si era cautelata stringendo un accordo di mutua difesa con il Pakistan, che ha sia l’atomica che i missili per lanciarla).
La mossa Usa, insomma, pensata probabilmente per rafforzare l’alleanza con Bin Salman e magari farlo recedere dall’adesione ai Brics, innesca un nuovo e pesantissimo ordigno nel già non proprio pacifico Medio Oriente. Ovvero sotto la stabilità dei mercati energetici del mondo intero.
Si dice spesso che “c’è una logica dietro questa follia”. La molla è facilmente individuabile nella complessiva crisi di egemonia dell’imperialismo a dominanza Usa. Ma la risposta scomposta rivela che ci sono molte logiche in azione, non soltanto una. E quindi che la follia domina anche quando ogni singola mossa sembra essere “ragionata”.
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Si allarga il mosaico nucleare in Medio Oriente. Israele, Iran e ora l’Arabia Saudita
Al mosaico della questione nucleare in Medio Oriente si sta aggiungendo una nuova tessera: l’Arabia Saudita.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Stati Uniti e l’Arabia Saudita, avrebbero concluso un accordo triennale per potenziare la cooperazione in materia di energia nucleare.
L’accordo prevederebbe condivisione e trasferimenti tecnologici in materia di nucleare civile. Inutile dire che questo accordo avrà un effetto potenzialmente dirompente per la regione. Innanzitutto per Israele che dopo essersi opposta anche militarmente al nucleare iraniano guarda ora con preoccupazione all’accordo sul nucleare tra USA e Arabia Saudita, al quale si è sempre opposta.
L’accordo, noto come “1-2-3 Agreement”, permetterebbe all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare civile che includerà, dopo uno studio congiunto sulla fattibilità economica, la possibilità di arricchire uranio o riprocessare plutonio sul proprio suolo. E’ stato sottoscritto dal principe saudita Bin Salman e dal Segretario all’Energia statunitense Chris Wright.
In realtà l’ambizione nucleare di Riad era scritta nero su bianco da anni, ed era stata posta come una delle condizioni per l’eventuale firma degli Accordi di Abramo con Israele. Così come è difficile sorvolare sul fatto che l’atomica pakistana sia stata finanziata dall’Arabia Saudita già dagli anni Settanta e che proprio il recente accordo tra i due paesi preveda la copertura nucleare pakistana a Riad in caso di minacce da parte di altre potenze atomiche.
Insomma l’Arabia Saudita non nasconde di vedere l’opzione e semmai anche la deterrenza nucleare nel proprio orizzonte.
La Casa Bianca però dovrà ora tenere conto del parere del Congresso su questo accordo con l’Arabia Saudita. L’accordo non include il principio definito impropriamente Gold Standard, una clausola “che impedirebbe al regno di arricchire l’uranio e riprocessare il combustibile nucleare esaurito, entrambe potenziali vie per la produzione di armi nucleari”.
Questa clausola venne invece imposta nel 2009 agli Emirati Arabi Uniti per la costruzione della loro prima centrale nucleare.
Ma questa limitazione nelle possibilità di arricchimento dell’uranio è anche il fattore principale dell’eventuale accordo sul nucleare iraniano.
L’unico Stato della regione a non esser sottoposto a limitazioni e controlli in materia di nucleare militare è ancora Israele, ravvivando così un doppio standard sempre meno accettabile, in particolare dall’Iran, ma adesso, forse, anche dall’Arabia Saudita.
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20/07/2026
La guerra degli Stretti “gemelli”
È possibile che Casa Bianca e cancellerie europee precipitino in una nuova crisi di nervi e petrolio, quella che viene adesso dalla Porta delle Lacrime, Bab el Mandeb, la rotta vitale per il Canale di Suez.
Nella guerra dei mondi voluta il 28 febbraio dal presidente americano e da Netanyahu attaccando l’Iran, Trump e l’Occidente devono aggiungere come protagonisti gli Houthi yemeniti, alleati di Teheran nell’asse della resistenza, che minacciano di chiudere questo Stretto sul Mar Rosso, insieme a Hormuz, di cui è l’unica rotta alternativa, il secondo canale di esportazione dell’oro nero del Golfo e del Medio Oriente (12% del traffico mondiale).
Pochi conoscono gli Houthi e li hanno incontrati. Quando mi apparvero davanti nel dicembre 2009 erano dei giovanissimi guerriglieri con le piume colorate infilate nei turbanti e dei sandali scassati ai piedi, sbucarono con vecchi kalashnikov da santuari di roccia scura e affilata, protetti da crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”.
Mai allora avrei immaginato che nel 2014 avrebbero conquistato la capitale Sanaa, eliminato sull’onda delle primavere arabe il presidente Saleh e sarebbero diventati i padroni dello Yemen, resistendo alla coalizione militare guidata dai sauditi e a una delle più devastanti crisi umanitarie mondiali.
Ora sono pure i “guardiani” del nostro petrolio.
Nel viaggio dentro la guerra del Golfo tra sciiti iraniani, Hezbollah libanesi e seguaci dello zaydismo come gli Houthi forse è meglio sorvolare sui particolari che Trump e l’Occidente ascoltano malvolentieri perché “esotici”.
Qui si capiscono – non sempre – solo i rapporti di forza. Eccoli allora. Il capo degli Houthi, Abdul Malik al-Houthi (la leadership deriva da una sola famiglia), al comando di 100mila uomini, ha minacciato l’escalation contro l’Arabia Saudita con missili e droni se Riad continua a colpire le basi aeree yemenite mentre l’Iran ha chiesto al movimento alleato di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso se gli Stati Uniti dovessero colpire le infrastrutture energetiche iraniane e quelle civili come ha cominciato a fare Trump (ieri 8 morti): ponendo quindi una nuova e concreta minaccia agli approvvigionamenti energetici globali.
Il gruppo yemenita ha completato i preparativi per attaccare le navi mercantili schierando missili e droni vicino allo stretto di Bab el-Mandeb, la rotta d’accesso al Mar Rosso, sfruttando gli altipiani yemeniti che sovrastano Hodeidah e il Golfo di Aden.
Non sono minacce vane. Gli Houthi hanno già lanciato missili contro l’Arabia Saudita dopo aver accusato il regno wahabita di aver bombardato un aeroporto sotto il loro controllo, rompendo così una tregua di quattro anni.
Considerato che l’Arabia Saudita dopo la crisi di Hormuz ha dirottato il 70% delle sue esportazioni energetiche attraverso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, contribuendo a calmierare le quotazioni petrolifere in Europa, qualsiasi attacco diretto in quella zona rappresenterebbe un grave problema anche per i mercati petroliferi. E gli Houthi hanno già attaccato gli impianti energetici sauditi due volte, nel 2019 e nel 2022, bloccando metà della produzione di Riyad.
Non sono solo i sauditi a temerli: il Pakistan, che ha fatto da mediatore tra Iran e Usa con ambizioni evidenti di ampliare la sua influenza regionale, ha le sue truppe schierate al confine tra Arabia Saudita e Yemen, per mantenere una tregua che appare sempre più fragile.
Come si vede gli Houthi, scesi dalle insidiose montagne del Nord dello Yemen come trasandati guerriglieri adolescenti ignorati da tutti, non scherzano. Dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la devastante campagna genocidaria israeliana a Gaza, gli Houthi hanno iniziato a sparare contro Israele e contro le navi nel Mar Rosso, affermando di farlo a sostegno dei palestinesi.
Gli attacchi, terminati dopo la «tregua» a Gaza, hanno devastato il trasporto nel Mar Rosso, costringendo le più importanti compagnie a deviare le rotte intorno all’Africa, un percorso molto più lungo e costoso.
Nel Mar Rosso ci sono già tutti i presupposti per una escalation militare. Una missione guidata dagli Stati Uniti, Prosperity Guardian, per ripristinare la navigazione nel Mar Rosso ha comportato ripetuti attacchi contro obiettivi Houthi e una campagna aerea che ha abbattuto centinaia di droni e missili, colpendo anche basi yemenite sulla costa.
A quella Usa si aggiunge la missione Aspides della Ue per proteggere il naviglio mercantile dagli attacchi yemeniti. Sotto comando italiano e quartier generale in Grecia, ha natura strettamente difensiva ma non è detto che possa essere sottoposta a un “riesame strategico”.
Ma cosa succede sull’altro Stretto “gemello” a Hormuz? Al centro c’è il rifiuto dell’Iran di consentire alle navi di transitare per le acque dell’Oman senza il suo via libera. Teheran non vuole rinunciare al controllo sullo stretto di Hormuz e rivendica i diritti di passaggio.
Washington si oppone categoricamente mentre la repubblica islamica non vuole allentare la presa su questa via marittima strategica, da cui prima della guerra passava quasi il 20% del commercio mondiale di idrocarburi. Finché la questione non sarà risolta qualsiasi accordo Usa-Iran sembra fuori portata.
Certo resta l’incognita più pesante: cosa vuole Trump?. “Se intende raggiungere un accordo con l’Iran dovrà accettare che non ci sia, realisticamente, un ritorno alle condizioni nello stretto di Hormuz precedenti al 28 febbraio”, sottolinea Danny Citrinowicz, ricercatore all’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale dell’università di Tel Aviv.
Insomma, non può pretendere la libera circolazione – convenzione del mare del resto mai ratificata da Usa e Iran. Ma se vuole ripristinare quello status quo il conflitto appare inevitabile. E con Hormuz potrebbe incendiarsi anche Bab el Mandeb.
È la guerra degli Stretti “gemelli”.
Fonte
13/07/2026
Usa-Israele contro Iran, ma è la Cina il convitato di pietra
Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.
Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA, per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.
Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.
Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?
“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso. Quindi la guerra sarebbe durata relativamente poco in quanto sia il governo che l’assetto istituzionale dell’Iran sarebbero crollati, mentre altri esperti americani dicevano che non era così.
La deriva americana verso Israele, dandogli carta bianca, è in atto da tempo e si è sviluppata passo passo”.
Impantanamento americano ?
“La meccanica dà la dimensione di questo colossale impantanamento. La guerra degli Stati Uniti all’Iran si è risolta tutto sommato in un tempo abbastanza breve; la mia impressione è nel giro di una settimana, non di più.
Gli Stati Uniti sono partiti in quarta insieme a Israele con i bombardamenti (tra l’altro, è noto che senza gli americani che forniscono l’instradamento satellitare ai bombardieri israeliani, i rifornimenti in volo, nonché la protezione di Israele dai missili iraniani che, secondo il vicepresidente Vance, è stata sostenuta per i due terzi dalle forze aereo-missilistiche statunitensi, Israele non avrebbe potuto partecipare all’attacco) ma l’Iran ha risposto in maniera puntuale distruggendo i radar satellitari americani in un certo numero e radar con raggio più limitato.
Si tratta di installazioni che costano un miliardo di dollari ciascuna, i più piccoli la metà, difficilissimi da rimpiazzare.
Gli americani hanno poi fatto alzare in volo i droni radar, grandi come aerei, perdendone più di una decina, abbattuti dalla contraerea iraniana. Inoltre, sono state distrutte o ampiamente danneggiate le basi militari americane nel Golfo, tant’è che gli statunitensi hanno dovuto ritirarsi su basi in Giordania e Arabia Saudita.
Le portaerei, assieme ai caccia-torpedinieri di scorta, sono state assalite da miriadi di droni che ne hanno costretto l’allontanamento fino a circa mille chilometri dalla costa, con grosse difficoltà a far giungere gli aerei per bombardare l’Iran, dal momento che, per percorrere quelle distanze, devono essere riforniti in volo più volte.
Fra le ovvie conseguenze, il caos in cui è sprofondata l’operazione. Queste informazioni provengono da svariate fonti ed esperti. Da qui gli Stati Uniti hanno cominciato a considerare e a caldeggiare un cessate il fuoco reso ancor più necessario dal rapido calo delle riserve nazionali di petrolio che sono passate da 700 milioni di barili a 331 milioni. E qui entrano in gioco le variabili politiche”.
In effetti si rischia, se non si indaga su motivi più profondi, di pensare a Trump, nel migliore dei casi, come a un pazzo. Lei professore che ne pensa?
“Non è affatto un pazzo, dal momento che persegue quello che già gli Stati Uniti avevano messo in chiaro nel 1945, ovvero la volontà di comportarsi come i padroni del Medio Oriente petrolifero. Del resto, tutto il sistema monetario finanziario che si è stabilito nel mondo occidentale dopo il ‘45 – noto come il sistema di Bretton Woods – si è basato su questo, cioè sul fatto che gli Stati Uniti controllavano sia il sistema finanziario, che l’erogazione di materie prime.
Il ruolo monopolistico degli USA nella gestione del petrolio è cosa molto vecchia e risaputa. Ma il problema attuale non è più solo questo”.
Quindi, qual è?
“Il problema attuale è l’emergere di altre forze e altre dimensioni in un quadro multipolare non più basato sulla centralità degli Stati Uniti. Ciò è avvenuto proprio nella fase in cui gli Stati Uniti pensavano di averla fatta franca su tutto.
Con il ’91, con la fine dell’URSS, gli Stati Uniti hanno avuto campo aperto su tutto. La Cina a quell’epoca non costituiva un contrappeso. Non esisteva una realtà economica e politica nel mondo che potesse creare un contrappeso agli Stati Uniti. L’Unione Sovietica si spappola in varie Repubbliche che cercano – compresa la stessa Russia con Eltsin – l’approvazione americana e corrono verso l’America.
Da ciò, gli Stati Uniti traggono la convinzione che possono espandersi quanto e come vogliono, sia sul piano militare verso Est, sia sul piano economico dove ritengono di poter fare ciò che più gli aggrada.
La Cina, nel ’91, è in un’altra fase, una fase di crescita, in cui ha bisogno non tanto dell’appoggio politico americano (in parte anche), ma soprattutto necessita dei rapporti di mercato con gli USA.
Del resto, gli Stati Uniti scelgono la via della deindustrializzazione e finanziarizzazione. Questa non è una scelta cinese, ma i cinesi ne beneficiano attraverso la loro politica di sviluppo che si incontra con quella delle grandi società americane, che si concretizza nell’accelerazione della decentralizzazione produttiva nazionale statunitense.
Ma anche tutti questi vantaggi per il capitale USA finiscono e loro se ne accorgono tra il 2010 e il 2015. Ciò avviene sul piano della tecnologia avanzata ed iniziano a creare ostacoli alla Cina pur non smettendo di deindustrializzarsi”.
Per cui, possiamo interpretare il conflitto con l’Iran come una tappa del programma ‘America First’ di Trump, in funzione anti Cina?
“Sì. In realtà, questo tentativo gli statunitensi lo applicano in molti campi, quasi sempre con risultati negativi, sia dal punto di vista militare che economico. Ma per quanto ci riguarda, ovvero la guerra con l’Iran, è interessante l’analisi di come si è arrivati alla firma degli accordi del memorandum d’intesa.
Intanto, un elemento chiave in questa guerra è l’emergere del ruolo importante del Pakistan, che si materializza soprattutto nella figura di due persone: il Primo Ministro Shehbaz Sharif, e il Capo di Stato Maggiore, Asim Munir. Ma dietro il Pakistan c’è la Cina. Quindi c’è stata una triangolazione Pakistan – Cina – Qatar, con , dietro, un po’ più distante, l’Arabia Saudita”.
Questo è un elemento molto interessante, ma come si sono posizionati questi Paesi?
“Sostanzialmente, la Cina ha consigliato l’Iran di giungere a un accordo, sapendo bene che gli americani non rispetteranno gli accordi. Questo tuttavia diventerà un punto di forza per l’Iran, perché scanserà l’accusa di essere responsabile del fallimento degli accordi, in particolare rispetto ai Paesi dell’area che venivano sì bombardati dall’Iran, ma sulle basi americane da essi ospitate e sulle strutture energetiche.
Tuttavia, i bombardamenti iraniani hanno fatto crollare tutta la bolla di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. Tant’è vero che per ripristinare la dimensione precedente servirà molto tempo, ammesso che riescano a riprendersi, cosa a mio parere poco probabile”.
Da dove deriva il ruolo chiave del Pakistan?
“Il Pakistan è diventato l’elemento essenziale come trait d’union, in quanto da un lato ha rapporti molto stretti con gli Stati Uniti, tanto da venire considerato un alleato cruciale degli USA. Nel sistema delle relazioni statunitensi in Asia, il Pakistan aveva un ruolo storico, in contrapposizione all’India, che in passato, con Nehru, era molto vicina all’URSS, relazione proseguita dopo il 1991 con la Russia sul piano dei rapporti militari.
Il Pakistan invece è molto legato anche alla Cina, in primis perché fa parte della Via della Seta; del resto, la Cina sta costruendo un porto importantissimo a Gwadar, città vicino alla frontiera con l’Iran e anche un sistema ferroviario che collega la Cina con il Pakistan. Inoltre 210 km più a Ovest, si trova il porto iraniano di Chabahar con cui la Cina si sta collegando per via ferroviaria. Oltre a questo sviluppo, la Cina è uno dei maggiori fornitori di armi al Pakistan.
Perché si verificò questo? I prodromi risalgono al conflitto armato sino-indiano, scoppiato nel 1962 , dopo il quale la Cina cominciò a rifornire militarmente il Pakistan, che era ed è in conflitto, spesso a fuoco, con l’India sulla questione del Kashmir.
L’URSS appoggiava l’India (si era già consumata la frattura ideologica fra i due Paesi comunisti) mentre la Cina era contro l’URSS. Del resto, in questo contesto l’incontro segreto di Henry Kissinger con i dirigenti cinesi, a Pechino, fu propiziato dal Pakistan stesso. Ciò condusse alla famosa visita di Nixon a Mao Tse Tung.
La Cina sta assumendo un peso determinante nelle relazioni internazionali del Pakistan. Il legame militare tra i due paesi è ormai indissolubile. L’importanza del Pakistan è l’elemento che ha reso possibile la formazione del Memorandum di intesa fra Iran e Usa”.
E il ruolo di alleati storici degli Stati Uniti come Arabia Saudita e Qatar?
“Il Memorandum d’intesa fra le altre cose prospetta anche lo sblocco, da parte degli Stati Uniti, di fondi iraniani, provenienti dalla vendita del petrolio, che avevano congelato. Si tratta di 24 miliardi che dovrebbero essere sbloccati in due tranche di 12 miliardi di dollari ciascuna.
Il problema che si è posto subito è stato: ma se questi non lo fanno? Trump aveva già ventilato l’ipotesi di porre condizionamenti, aveva dichiarato che, con quei primi 12 miliardi, gli iraniani avrebbero dovuto comprare roba americana. Il problema era e resta dunque aggravato anche da questa volontà di condizionamento da parte americana, restando sempre anche l’alea che gli statunitensi non rispettino la lettera dell’accordo.
In questa situazione, il Qatar ha affermato che, se l’accordo non venisse rispettato alla lettera dagli americani, sarebbe intervenuto consegnando i soldi agli iraniani. L’Arabia Saudita, subito dopo, si è affiancata al Qatar dichiarando di garantire tutto l’ammontare.
Il processo per avviluppare gli Usa è stato complesso e ha coinvolto formalmente degli alleati degli Stati Uniti, come il Pakistan, l’Arabia Saudita e anche il Qatar, che ha sempre avuto rapporti piuttosto buoni con l’Iran, pur ospitando la principale base americana nell’area.”
Equilibri e rapporti in fase di cambiamento...
Dietro tutta questa vicenda sta il fatto che l’Arabia Saudita non vuole la guerra all’Iran, e neanche il Qatar, né il Pakistan, che vuole sviluppare il rapporto con l’Iran perché si trovano insieme nel sistema cinese e anche in quello russo.
Esiste infatti il Corridoio Nord Sud, che partì due anni fa, che inizia dalla città russa sull’Artico, Murmansk, e arriva fino a Bandar Abbas, scendendo lungo il Caspio attraverso gli Urali. Si tratta di un sistema ferroviario russo che trasporta materie prime che da Bandar Abbas, dove vengono caricate su navi e raggiungono l’Arabia Saudita.
Questo fa parte dei progetti di sviluppo di Bin Salman, che vuole trasformare l’Arabia Saudita in un Paese industrializzato, dove l’investimento cinese è notevole, così come il contributo russo in termini di materie prime. Il Pakistan non vuole vedere saltare la sua presenza nella Via della Seta cinese, ed è molto importante che rafforzi i suoi rapporti con l’Iran.
Quindi: materie prime russe e industria e infrastrutture cinesi, che questi Paesi non vogliono perdere. Quindi sono molto favorevoli alla cessazione della guerra. Non per caso dopo la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran e l’attuazione del controblocco statunitense nei confronti delle navi che commerciano con l’Iran, il Pakistan ha aperto in brevissimo tempo, con l’aiuto cinese, sei nuovi valichi di frontiera con l’Iran aumentando di svariate volte il transito di camion cisterna iraniani verso il porto Gwadar in modo di aggirare il controblocco statunitense.
A tutti gli effetti il Pakistan si sta inserendo, tramite i rapporti con la Cina e l’Iran, nel novero dei BRICS”.
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