Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.
Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA, per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.
Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.
Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?
“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano in corso. Quindi la guerra sarebbe durata relativamente poco in quanto sia il governo che l’assetto istituzionale dell’Iran sarebbero crollati, mentre altri esperti americani dicevano che non era così.
La deriva americana verso Israele, dandogli carta bianca, è in atto da tempo e si è sviluppata passo passo”.
Impantanamento americano ?
“La meccanica dà la dimensione di questo colossale impantanamento. La guerra degli Stati Uniti all’Iran si è risolta tutto sommato in un tempo abbastanza breve; la mia impressione è nel giro di una settimana, non di più.
Gli Stati Uniti sono partiti in quarta insieme a Israele con i bombardamenti (tra l’altro, è noto che senza gli americani che forniscono l’instradamento satellitare ai bombardieri israeliani, i rifornimenti in volo, nonché la protezione di Israele dai missili iraniani che, secondo il vicepresidente Vance, è stata sostenuta per i due terzi dalle forze aereo-missilistiche statunitensi, Israele non avrebbe potuto partecipare all’attacco) ma l’Iran ha risposto in maniera puntuale distruggendo i radar satellitari americani in un certo numero e radar con raggio più limitato.
Si tratta di installazioni che costano un miliardo di dollari ciascuna, i più piccoli la metà, difficilissimi da rimpiazzare.
Gli americani hanno poi fatto alzare in volo i droni radar, grandi come aerei, perdendone più di una decina, abbattuti dalla contraerea iraniana. Inoltre, sono state distrutte o ampiamente danneggiate le basi militari americane nel Golfo, tant’è che gli statunitensi hanno dovuto ritirarsi su basi in Giordania e Arabia Saudita.
Le portaerei, assieme ai caccia-torpedinieri di scorta, sono state assalite da miriadi di droni che ne hanno costretto l’allontanamento fino a circa mille chilometri dalla costa, con grosse difficoltà a far giungere gli aerei per bombardare l’Iran, dal momento che, per percorrere quelle distanze, devono essere riforniti in volo più volte.
Fra le ovvie conseguenze, il caos in cui è sprofondata l’operazione. Queste informazioni provengono da svariate fonti ed esperti. Da qui gli Stati Uniti hanno cominciato a considerare e a caldeggiare un cessate il fuoco reso ancor più necessario dal rapido calo delle riserve nazionali di petrolio che sono passate da 700 milioni di barili a 331 milioni. E qui entrano in gioco le variabili politiche”.
In effetti si rischia, se non si indaga su motivi più profondi, di pensare a Trump, nel migliore dei casi, come a un pazzo. Lei professore che ne pensa?
“Non è affatto un pazzo, dal momento che persegue quello che già gli Stati Uniti avevano messo in chiaro nel 1945, ovvero la volontà di comportarsi come i padroni del Medio Oriente petrolifero. Del resto, tutto il sistema monetario finanziario che si è stabilito nel mondo occidentale dopo il ‘45 – noto come il sistema di Bretton Woods – si è basato su questo, cioè sul fatto che gli Stati Uniti controllavano sia il sistema finanziario, che l’erogazione di materie prime.
Il ruolo monopolistico degli USA nella gestione del petrolio è cosa molto vecchia e risaputa. Ma il problema attuale non è più solo questo”.
Quindi, qual è?
“Il problema attuale è l’emergere di altre forze e altre dimensioni in un quadro multipolare non più basato sulla centralità degli Stati Uniti. Ciò è avvenuto proprio nella fase in cui gli Stati Uniti pensavano di averla fatta franca su tutto.
Con il ’91, con la fine dell’URSS, gli Stati Uniti hanno avuto campo aperto su tutto. La Cina a quell’epoca non costituiva un contrappeso. Non esisteva una realtà economica e politica nel mondo che potesse creare un contrappeso agli Stati Uniti. L’Unione Sovietica si spappola in varie Repubbliche che cercano – compresa la stessa Russia con Eltsin – l’approvazione americana e corrono verso l’America.
Da ciò, gli Stati Uniti traggono la convinzione che possono espandersi quanto e come vogliono, sia sul piano militare verso Est, sia sul piano economico dove ritengono di poter fare ciò che più gli aggrada.
La Cina, nel ’91, è in un’altra fase, una fase di crescita, in cui ha bisogno non tanto dell’appoggio politico americano (in parte anche), ma soprattutto necessita dei rapporti di mercato con gli USA.
Del resto, gli Stati Uniti scelgono la via della deindustrializzazione e finanziarizzazione. Questa non è una scelta cinese, ma i cinesi ne beneficiano attraverso la loro politica di sviluppo che si incontra con quella delle grandi società americane, che si concretizza nell’accelerazione della decentralizzazione produttiva nazionale statunitense.
Ma anche tutti questi vantaggi per il capitale USA finiscono e loro se ne accorgono tra il 2010 e il 2015. Ciò avviene sul piano della tecnologia avanzata ed iniziano a creare ostacoli alla Cina pur non smettendo di deindustrializzarsi”.
Per cui, possiamo interpretare il conflitto con l’Iran come una tappa del programma ‘America First’ di Trump, in funzione anti Cina?
“Sì. In realtà, questo tentativo gli statunitensi lo applicano in molti campi, quasi sempre con risultati negativi, sia dal punto di vista militare che economico. Ma per quanto ci riguarda, ovvero la guerra con l’Iran, è interessante l’analisi di come si è arrivati alla firma degli accordi del memorandum d’intesa.
Intanto, un elemento chiave in questa guerra è l’emergere del ruolo importante del Pakistan, che si materializza soprattutto nella figura di due persone: il Primo Ministro Shehbaz Sharif, e il Capo di Stato Maggiore, Asim Munir. Ma dietro il Pakistan c’è la Cina. Quindi c’è stata una triangolazione Pakistan – Cina – Qatar, con , dietro, un po’ più distante, l’Arabia Saudita”.
Questo è un elemento molto interessante, ma come si sono posizionati questi Paesi?
“Sostanzialmente, la Cina ha consigliato l’Iran di giungere a un accordo, sapendo bene che gli americani non rispetteranno gli accordi. Questo tuttavia diventerà un punto di forza per l’Iran, perché scanserà l’accusa di essere responsabile del fallimento degli accordi, in particolare rispetto ai Paesi dell’area che venivano sì bombardati dall’Iran, ma sulle basi americane da essi ospitate e sulle strutture energetiche.
Tuttavia, i bombardamenti iraniani hanno fatto crollare tutta la bolla di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. Tant’è vero che per ripristinare la dimensione precedente servirà molto tempo, ammesso che riescano a riprendersi, cosa a mio parere poco probabile”.
Da dove deriva il ruolo chiave del Pakistan?
“Il Pakistan è diventato l’elemento essenziale come trait d’union, in quanto da un lato ha rapporti molto stretti con gli Stati Uniti, tanto da venire considerato un alleato cruciale degli USA. Nel sistema delle relazioni statunitensi in Asia, il Pakistan aveva un ruolo storico, in contrapposizione all’India, che in passato, con Nehru, era molto vicina all’URSS, relazione proseguita dopo il 1991 con la Russia sul piano dei rapporti militari.
Il Pakistan invece è molto legato anche alla Cina, in primis perché fa parte della Via della Seta; del resto, la Cina sta costruendo un porto importantissimo a Gwadar, città vicino alla frontiera con l’Iran e anche un sistema ferroviario che collega la Cina con il Pakistan. Inoltre 210 km più a Ovest, si trova il porto iraniano di Chabahar con cui la Cina si sta collegando per via ferroviaria. Oltre a questo sviluppo, la Cina è uno dei maggiori fornitori di armi al Pakistan.
Perché si verificò questo? I prodromi risalgono al conflitto armato sino-indiano, scoppiato nel 1962 , dopo il quale la Cina cominciò a rifornire militarmente il Pakistan, che era ed è in conflitto, spesso a fuoco, con l’India sulla questione del Kashmir.
L’URSS appoggiava l’India (si era già consumata la frattura ideologica fra i due Paesi comunisti) mentre la Cina era contro l’URSS. Del resto, in questo contesto l’incontro segreto di Henry Kissinger con i dirigenti cinesi, a Pechino, fu propiziato dal Pakistan stesso. Ciò condusse alla famosa visita di Nixon a Mao Tse Tung.
La Cina sta assumendo un peso determinante nelle relazioni internazionali del Pakistan. Il legame militare tra i due paesi è ormai indissolubile. L’importanza del Pakistan è l’elemento che ha reso possibile la formazione del Memorandum di intesa fra Iran e Usa”.
E il ruolo di alleati storici degli Stati Uniti come Arabia Saudita e Qatar?
“Il Memorandum d’intesa fra le altre cose prospetta anche lo sblocco, da parte degli Stati Uniti, di fondi iraniani, provenienti dalla vendita del petrolio, che avevano congelato. Si tratta di 24 miliardi che dovrebbero essere sbloccati in due tranche di 12 miliardi di dollari ciascuna.
Il problema che si è posto subito è stato: ma se questi non lo fanno? Trump aveva già ventilato l’ipotesi di porre condizionamenti, aveva dichiarato che, con quei primi 12 miliardi, gli iraniani avrebbero dovuto comprare roba americana. Il problema era e resta dunque aggravato anche da questa volontà di condizionamento da parte americana, restando sempre anche l’alea che gli statunitensi non rispettino la lettera dell’accordo.
In questa situazione, il Qatar ha affermato che, se l’accordo non venisse rispettato alla lettera dagli americani, sarebbe intervenuto consegnando i soldi agli iraniani. L’Arabia Saudita, subito dopo, si è affiancata al Qatar dichiarando di garantire tutto l’ammontare.
Il processo per avviluppare gli Usa è stato complesso e ha coinvolto formalmente degli alleati degli Stati Uniti, come il Pakistan, l’Arabia Saudita e anche il Qatar, che ha sempre avuto rapporti piuttosto buoni con l’Iran, pur ospitando la principale base americana nell’area.”
Equilibri e rapporti in fase di cambiamento...
Dietro tutta questa vicenda sta il fatto che l’Arabia Saudita non vuole la guerra all’Iran, e neanche il Qatar, né il Pakistan, che vuole sviluppare il rapporto con l’Iran perché si trovano insieme nel sistema cinese e anche in quello russo.
Esiste infatti il Corridoio Nord Sud, che partì due anni fa, che inizia dalla città russa sull’Artico, Murmansk, e arriva fino a Bandar Abbas, scendendo lungo il Caspio attraverso gli Urali. Si tratta di un sistema ferroviario russo che trasporta materie prime che da Bandar Abbas, dove vengono caricate su navi e raggiungono l’Arabia Saudita.
Questo fa parte dei progetti di sviluppo di Bin Salman, che vuole trasformare l’Arabia Saudita in un Paese industrializzato, dove l’investimento cinese è notevole, così come il contributo russo in termini di materie prime. Il Pakistan non vuole vedere saltare la sua presenza nella Via della Seta cinese, ed è molto importante che rafforzi i suoi rapporti con l’Iran.
Quindi: materie prime russe e industria e infrastrutture cinesi, che questi Paesi non vogliono perdere. Quindi sono molto favorevoli alla cessazione della guerra. Non per caso dopo la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran e l’attuazione del controblocco statunitense nei confronti delle navi che commerciano con l’Iran, il Pakistan ha aperto in brevissimo tempo, con l’aiuto cinese, sei nuovi valichi di frontiera con l’Iran aumentando di svariate volte il transito di camion cisterna iraniani verso il porto Gwadar in modo di aggirare il controblocco statunitense.
A tutti gli effetti il Pakistan si sta inserendo, tramite i rapporti con la Cina e l’Iran, nel novero dei BRICS”.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/07/2026
Usa-Israele contro Iran, ma è la Cina il convitato di pietra
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