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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/07/2026

Usa-Israele contro Iran, ma è la Cina il convitato di pietra

Il conflitto USA-Iran ha innescato un nuovo incendio in un’area del mondo segnata da conflitti sanguinosi, storici e senza fine. Un incendio che sembrerebbe, il condizionale è d’obbligo, aver preso la via dell’accordo, con la sottoscrizione del memorandum d’intesa.

Avventura senza senso per molti, dimostrazione di forza da parte degli Stati Uniti per altri, in generale qualcosa di poco comprensibile e molto poco vantaggioso per gli stessi USA, per la maggioranza dei cittadini globali, in particolare per gli europei, che ne hanno subito le ricadute economiche, soprattutto in termini di energia.

Ma la questione è molto complessa, molto più di quanto appaia, come spiega lo storico ed economista Joseph Halevi.

Guerra all’Iran degli USA. A chi giova?

“Chi ha premuto per la guerra è, secondo me, evidente, ovvero il governo israeliano, che è riuscito a convincere Trump che il momento giusto per abbattere il governo iraniano e cambiare il regime politico del paese fosse arrivato, contrariamente all’avviso dei maggiori esperti dentro le forze armate statunitensi.
Sono anni che gli USA fanno simulazioni e prove di guerra, ma i risultati di questi giochi, sono stati sempre negativi per gli Stati Uniti dal punto di vista militare. Perciò, quando questa ipotesi veniva sollevata durante le presidenze di Obama, Biden ma anche Bush figlio, essi avevano sempre respinto l’idea, non perché non volessero fare la guerra all’Iran, ma perché non c’era il contesto militare adeguato.
Israele è riuscito a convincere il governo Trump che l’Iran era profondamente indebolito, che ampie rivolte erano  in corso. Quindi la guerra sarebbe durata relativamente poco in quanto sia il governo che l’assetto istituzionale dell’Iran sarebbero crollati, mentre altri esperti americani dicevano che non era così.
La deriva americana verso Israele, dandogli carta bianca, è in atto da tempo e si è sviluppata passo passo.

Impantanamento americano ? 

“La meccanica dà la dimensione di questo colossale impantanamento. La guerra degli Stati Uniti all’Iran si è risolta tutto sommato in un tempo abbastanza breve; la mia impressione è nel giro di una settimana, non di più.
Gli Stati Uniti sono partiti in quarta insieme a Israele con i bombardamenti (tra l’altro, è noto che senza gli americani che forniscono l’instradamento satellitare ai bombardieri israeliani, i rifornimenti in volo, nonché la protezione di Israele dai missili iraniani che, secondo il vicepresidente Vance, è stata sostenuta per i due terzi dalle forze aereo-missilistiche statunitensi, Israele non avrebbe potuto partecipare all’attacco) ma l’Iran ha risposto in maniera puntuale distruggendo i radar satellitari americani in un certo numero e radar con raggio più limitato.
Si tratta di installazioni che costano un miliardo di dollari ciascuna, i più piccoli la metà, difficilissimi da rimpiazzare.
Gli americani hanno poi fatto alzare in volo i droni radar, grandi come aerei, perdendone più di una decina, abbattuti dalla contraerea iraniana. Inoltre, sono state distrutte o ampiamente danneggiate le basi militari americane nel Golfo, tant’è che gli statunitensi hanno dovuto ritirarsi su basi in Giordania e Arabia Saudita. 
Le portaerei, assieme ai caccia-torpedinieri di scorta, sono state assalite da miriadi di droni che ne hanno costretto l’allontanamento fino a circa mille chilometri dalla costa, con grosse difficoltà a far giungere gli aerei  per bombardare l’Iran, dal momento che, per percorrere quelle distanze, devono essere riforniti in volo più volte.
Fra le ovvie conseguenze, il caos in cui è sprofondata l’operazione. Queste informazioni provengono da svariate fonti ed esperti. Da qui gli Stati Uniti hanno cominciato a considerare e a caldeggiare un cessate il fuoco reso ancor più necessario dal rapido calo delle riserve nazionali di petrolio che sono passate da 700 milioni di barili a 331 milioni. E qui entrano in gioco le variabili politiche”. 

In effetti si rischia, se non si indaga su motivi più profondi, di pensare a Trump, nel migliore dei casi, come a un pazzo. Lei professore che ne pensa?

“Non è affatto un pazzo, dal momento che persegue quello che già gli Stati Uniti avevano messo in chiaro nel 1945, ovvero la volontà di comportarsi come i padroni del Medio Oriente petrolifero. Del resto, tutto il sistema monetario finanziario che si è stabilito nel mondo occidentale dopo il ‘45 – noto come il sistema di Bretton Woods – si è basato su questo, cioè sul fatto che gli Stati Uniti controllavano sia il sistema finanziario, che l’erogazione di materie prime. 
Il ruolo monopolistico degli USA nella gestione del petrolio è cosa molto vecchia e risaputa. Ma il problema attuale non è più solo questo”. 

Quindi, qual è?

“Il problema attuale è l’emergere di altre forze e altre dimensioni in un quadro multipolare non più basato sulla centralità degli Stati Uniti.  Ciò è avvenuto proprio nella fase in cui gli Stati Uniti pensavano di averla fatta franca su tutto.
Con il ’91, con la fine dell’URSS, gli Stati Uniti hanno avuto campo aperto su tutto. La Cina a quell’epoca non costituiva un contrappeso. Non esisteva una realtà economica e politica nel mondo che potesse creare un contrappeso agli Stati Uniti. L’Unione Sovietica si spappola in varie Repubbliche che cercano – compresa la stessa Russia con Eltsin – l’approvazione americana e corrono verso l’America.
Da ciò, gli Stati Uniti traggono la convinzione che possono espandersi quanto e come vogliono, sia sul piano militare verso Est, sia sul piano economico dove ritengono di poter fare ciò che più gli aggrada.
La Cina, nel ’91, è in un’altra fase, una fase di crescita, in cui ha bisogno non tanto dell’appoggio politico americano (in parte anche), ma soprattutto necessita dei rapporti di mercato con gli USA.
Del resto, gli Stati Uniti scelgono la via della deindustrializzazione e finanziarizzazione. Questa non è una scelta cinese, ma i cinesi ne beneficiano attraverso la loro politica di sviluppo che si incontra con quella delle grandi società americane, che si concretizza nell’accelerazione della decentralizzazione produttiva nazionale statunitense. 
Ma anche tutti questi vantaggi per il capitale USA finiscono e loro se ne accorgono tra il 2010 e il 2015. Ciò avviene sul piano della tecnologia avanzata ed iniziano a creare ostacoli alla Cina pur non smettendo di deindustrializzarsi”. 

Per cui, possiamo interpretare il conflitto con l’Iran come una tappa del programma ‘America First’ di Trump, in funzione anti Cina? 

“Sì. In realtà, questo tentativo gli statunitensi lo applicano in molti campi, quasi sempre con risultati negativi, sia dal punto di vista militare che economico. Ma per quanto ci riguarda, ovvero la guerra con l’Iran, è interessante l’analisi di come si è arrivati alla firma degli accordi del memorandum d’intesa.
Intanto, un elemento chiave in questa guerra è l’emergere del ruolo importante del Pakistan, che si materializza soprattutto nella figura di due persone: il Primo Ministro Shehbaz Sharif, e il Capo di Stato Maggiore, Asim Munir. Ma dietro il Pakistan c’è la Cina. Quindi c’è stata una triangolazione Pakistan – Cina – Qatar, con , dietro, un po’ più distante, l’Arabia Saudita”. 

Questo è un elemento molto interessante, ma come si sono posizionati questi Paesi? 

“Sostanzialmente, la Cina ha consigliato l’Iran di giungere a un accordo, sapendo bene che gli americani non rispetteranno gli accordi. Questo tuttavia diventerà un punto di forza per l’Iran, perché scanserà l’accusa di essere responsabile del fallimento degli accordi, in particolare rispetto ai Paesi dell’area che venivano sì bombardati dall’Iran, ma sulle basi americane da essi ospitate e sulle strutture energetiche.
Tuttavia, i bombardamenti iraniani hanno fatto crollare tutta la bolla di Dubai e Abu Dhabi negli Emirati Arabi. Tant’è vero che per ripristinare la dimensione precedente servirà molto tempo, ammesso che riescano a riprendersi, cosa a mio parere poco probabile”.

Da dove deriva il ruolo chiave del Pakistan?

“Il Pakistan è diventato l’elemento essenziale come trait d’union, in quanto da un lato ha rapporti molto stretti con gli Stati Uniti, tanto da venire considerato un alleato cruciale degli USA. Nel sistema delle relazioni statunitensi in Asia, il Pakistan aveva un ruolo storico, in contrapposizione all’India, che in passato, con Nehru, era molto vicina all’URSS, relazione proseguita dopo il 1991 con la Russia sul piano dei rapporti militari.
Il Pakistan invece è molto legato anche alla Cina, in primis perché fa parte della Via della Seta; del resto, la Cina sta costruendo un porto importantissimo a Gwadar, città vicino alla frontiera con l’Iran e anche un sistema ferroviario che collega la Cina con il Pakistan. Inoltre 210 km più a Ovest, si trova il porto iraniano di Chabahar con cui la Cina si sta collegando per via ferroviaria. Oltre a questo sviluppo, la Cina è uno dei maggiori fornitori di armi al Pakistan.
Perché si verificò questo? I prodromi risalgono al conflitto armato sino-indiano, scoppiato nel 1962 , dopo il quale la Cina cominciò a rifornire militarmente il Pakistan, che era ed è in conflitto, spesso a fuoco, con l’India sulla questione del Kashmir.
L’URSS appoggiava l’India (si era già consumata la frattura ideologica fra i due Paesi comunisti) mentre la Cina era contro l’URSS. Del resto, in questo contesto l’incontro segreto di Henry Kissinger con i dirigenti cinesi, a Pechino, fu propiziato dal Pakistan stesso. Ciò condusse alla famosa visita di Nixon a Mao Tse Tung.  
La Cina sta assumendo un peso determinante nelle relazioni internazionali del Pakistan. Il legame militare tra i due paesi è ormai indissolubile. L’importanza del Pakistan è l’elemento che ha reso possibile la formazione del Memorandum di intesa fra Iran e Usa”. 

E il ruolo di alleati storici degli Stati Uniti come Arabia Saudita e Qatar?

“Il Memorandum d’intesa fra le altre cose prospetta anche lo sblocco, da parte degli Stati Uniti, di fondi iraniani, provenienti dalla vendita del petrolio, che avevano congelato. Si tratta di 24 miliardi che dovrebbero essere sbloccati in due tranche di 12 miliardi di dollari ciascuna.
Il problema che si è posto subito è stato: ma se questi non lo fanno? Trump aveva già ventilato l’ipotesi di porre condizionamenti, aveva dichiarato che, con quei primi 12 miliardi, gli iraniani avrebbero dovuto comprare roba americana. Il problema era e resta dunque aggravato anche da questa volontà di condizionamento da parte americana, restando sempre anche l’alea che gli statunitensi non rispettino la lettera dell’accordo.
In questa situazione, il Qatar ha affermato che, se l’accordo non venisse rispettato alla lettera dagli americani, sarebbe intervenuto consegnando i soldi agli iraniani. L’Arabia Saudita, subito dopo, si è affiancata al Qatar dichiarando di garantire tutto l’ammontare.
Il processo per avviluppare gli Usa è stato complesso e ha coinvolto formalmente degli alleati degli Stati Uniti, come il Pakistan, l’Arabia Saudita e anche il Qatar, che ha sempre avuto rapporti piuttosto buoni con l’Iran, pur ospitando la principale base americana nell’area.”

Equilibri e rapporti in fase di cambiamento...

Dietro tutta questa vicenda sta il fatto che l’Arabia Saudita non vuole la guerra all’Iran, e neanche il Qatar, né il Pakistan, che vuole sviluppare il rapporto con l’Iran perché si trovano insieme nel sistema cinese e anche in quello russo.
Esiste infatti il Corridoio Nord Sud, che partì due anni fa, che inizia dalla città russa sull’Artico, Murmansk, e arriva fino a Bandar Abbas, scendendo lungo il Caspio attraverso gli Urali. Si tratta di un sistema ferroviario russo che trasporta materie prime che da Bandar Abbas, dove vengono caricate su navi e raggiungono l’Arabia Saudita.
Questo fa parte dei progetti di sviluppo di Bin Salman, che vuole trasformare l’Arabia Saudita in un Paese industrializzato, dove l’investimento cinese è notevole, così come il contributo russo in termini di materie prime. Il Pakistan non vuole vedere saltare la sua presenza nella Via della Seta cinese, ed è molto importante che rafforzi i suoi rapporti con l’Iran.
Quindi: materie prime russe e industria e infrastrutture cinesi, che questi Paesi non vogliono perdere. Quindi sono molto favorevoli alla cessazione della guerra. Non per caso dopo la chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran e l’attuazione del controblocco statunitense nei confronti delle navi che commerciano con l’Iran, il Pakistan ha aperto in brevissimo tempo, con l’aiuto cinese, sei nuovi valichi di frontiera con l’Iran aumentando di svariate volte il transito di camion cisterna iraniani verso il porto Gwadar in modo di aggirare il controblocco statunitense.
A tutti gli effetti il Pakistan si sta inserendo, tramite i rapporti con la Cina e l’Iran, nel novero dei BRICS”.

Fonte

02/09/2023

Dollaro e monete locali: i BRICS all’attacco di Bretton Woods

di Joseph Halevi

Dal 22 al 24 agosto scorso presieduto da Cyril Ramaphosa, Presidente della Repubblica Sudafricana, si è tenuto a Johannesburg il quindicesimo vertice dei paesi BRICS composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

Il termine BRIC, fu coniato nel 2001 da Jim O’Neill, economista presso la banca Goldman Sachs, in un saggio volto ad individuare le possibilità di profitti finanziari che si andavano delineando con la crescita dei più grandi paesi ‘emergenti’.

L’acronimo è stato ritenuto dai 4 Stati che nel 2006 alla sessantunesima assemblea generale dell’ONU formarono l’organizzazione il cui primo vertice si tenne il 16 giugno del 2009 a Yekaterinburg in Russia. Nel 2010 entrò a farvi parte il Sudafrica trasformando la dicitura ufficiale in BRICS.

La riunione di Johannesburg ha visto l’organizzazione ammettere altri sei paesi che vi accederanno a partire dal primo gennaio del 2024, quando la direzione dei BRICS passerà alla Russia ed al suo Presidente Vladimir Putin.

Il prossimo vertice avrà luogo a Kazan, città capitale della Repubblica del Tartarstan situata sul Volga, a 700 km in linea d’aria ad est di Mosca.

Con i nuovi membri i BRICS conteranno 11 paesi: i cinque iniziali cui si aggiungeranno nell’ordine: l’Argentina con 46 milioni di abitanti – la cui adesione effettiva però dipenderà dall’esito delle elezioni presidenziali e parlamentari di ottobre, poiché i due maggiori candidati di destra hanno dichiarato di opporsi fermamente alla partecipazione del paese – l’Egitto con 110 milioni, l’Etiopia con 127 milioni, l’Arabia Saudita con 37 milioni di abitanti, l’Iran con 90 milioni e gli Emirati arabi con 10 milioni di persone.

Complessivamente i BRICS rasenteranno i tre miliardi e settecento milioni di persone, pari al 45% della popolazione mondiale. Gli undici paesi coprono il 43% della produzione petrolifera mentre in termini di prodotto interno lordo la loro quota è di circa il 30% del Pil globale.

Sommare le componenti di tale organizzazione ha un significato geoeconomico in quanto, come è emerso dal summit di Johannesburg, l’obiettivo è di arrivare alla creazione di uno strumento di regolazione delle transazioni tra gli stessi membri del BRICS che non sia dipendente dalla moneta statunitense.

Aggiungiamo che altri 16 paesi hanno posto la loro candidatura all’organizzazione. Tra questi troviamo l’Algeria, l’Indonesia, il Bangladesh, il Kazakistan, il Venezuela, la Nigeria, il Vietnam ed il Bahrain.

Si noti che Indonesia, Bangladesh e Nigeria sommati oltrepassano le 700 milioni di persone portando i BRICS ben oltre i quattro miliardi di abitanti sugli otto miliardi che popolano il nostro pianeta.

Analogamente, quando verrà accolta la domanda del Kazakistan, della Nigeria e del Bahrain, i BRICS copriranno la maggioranza della produzione petrolifera del pianeta e oltre un terzo di quella del gas naturale.

Rispetto ad altre organizzazioni di cooperazione regionale i BRICS si trovano naturalmente connessi con la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) fondata nel 2001 da Cina e Russia. Infatti ne fanno parte anche tre membri fondatori del vecchio BRIC – Cina, India, Russia – nonché il neoentrante Iran.

La SCO contiene anche il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tagikistan ed il Pakistan. Il punto di congiunzione tra BRICS e SCO sono i piani di sviluppo infrastrutturali che si vanno costruendo dalla Russia all’Iran, all’Arabia Saudita, in cui la Cina svolge un ruolo di primo piano.

Riguardo la tempistica delle nuove adesioni ai BRICS, i cinque Stati fondatori hanno espresso esigenze diverse. Infatti l’allargamento ai sei nuovi paesi è scaturito dalla mediazione ad opera della Russia con la Cina, che proponeva 10 nuovi paesi.

Per Pechino era importante garantire che i BRICS rappresentassero quanta più produzione energetica possibile, senza la quale lo scostamento dal dollaro non sarebbe realizzabile, poiché i prezzi delle materie energetiche sono stabiliti in dollari e le transazioni di questi prodotti avvengono in tale moneta.

Tuttavia vi sono state anche considerazioni politiche istituzionali incentrate sulla necessità di consolidare l’associazione passo passo.

La storia dei BRICS dalla loro fondazione si è caratterizzata per una grande cautela. Nel 2014 i cinque Stati fondatori istituirono con 100 miliardi di dollari la New Development Bank – NdT – con sede a Shanghai la cui presidente è la signora Dilma Rousseff, già Presidente del Brasile.

Parallelamente i BRICS avevano offerto di incrementare le dotazioni del Fondo Monetario Internazionale di 75 miliardi di dollari con l’esplicita proposta di indirizzare le aumentate capacità di finanziamento verso i paesi sottosviluppati.

L'idea dei BRICS non ebbe esito poiché avrebbe richiesto un mutamento delle regole di voto nelle decisioni del Fondo Monetario.

Malgrado l’esigenza di cambiare l’assetto istituzionale-finanziario, la New Development Bank ha agito sin dalla sua fondazione con estrema prudenza dato che il suo capitale si fonda sul dollaro.

Infatti appena il 26 luglio scorso la Presidenza della banca – in cui la Russia detiene pariteticamente con gli altri quattro fondatori il 20% del potere di voto – ha dichiarato di non aver in programma il finanziamento di progetti in Russia e che si atterrà alle limitazioni (sanzioni) in atto.

Non sarebbe possibile altrimenti, in quanto ogni operazione in dollari in qualsiasi parte del mondo è soggetta alle leggi e norme varate da Washington.

Invece le transazioni effettuate fuori dal circuito del dollaro – tipo quelle che risulteranno dal recentissimo accordo tra l’Arabia Saudita e la Cina di vendere il petrolio in yuan – non incorrerebbero in tali ostacoli a meno che le autorità statunitensi non rinvenissero dei collegamenti indiretti, magari anche creandoli artificiosamente, dando luogo a sanzioni formalmente giustificate come determinate da fattori collaterali.

Ne consegue che lo sganciamento dal dollaro non passa per la creazione istantanea di una moneta alternativa, bensì richiede la costruzione di un sistema economico integrato che dia spessore alla moneta scelta al fine di regolarne le transazioni.

Molti in Occidente si aspettavano che la riunione di Johannesburg proclamasse il varo della nuova moneta in tempi brevi presumendo che questo strumento fosse l’oro, tra l’altro di non facile reperimento perché un numero elevato di paesi ha i propri lingotti depositati non nella banca centrale nazionale ma presso quelle degli Stati occidentali, come la Banque de France nel caso dei paesi dell’area del franco centrafricano.

Inoltre non è assolutamente garantito che gli Stati i cui lingotti si trovano altrove possano rientrarvi in possesso: perfino la Germania ebbe grandi difficoltà a riottenere le proprie 1500 tonnellate di oro quando nel 2013 ne fece richiesta agli USA ed alla Francia, ricevendone solo una parte.

Il problema del dollaro è sentito ben oltre il gruppo dei BRICS.

Una spiegazione molto chiara di ciò è contenuta in una serie di interventi di William Ruto, Presidente del Kenya, paese che non è nel novero dei candidati ai BRICS. Nel suo discorso di giugno, durante la visita ufficiale nell’ex colonia francese confinante di Gibuti, Ruto ha affermato che non si capisce perché il commercio tra il Kenya e Gibuti debba effettuarsi in dollari.

“Usiamo pure i dollari per gli scambi con gli Stati Uniti ma non tra di noi“, ha affermato William Ruto, sottolineando di aver richiesto alla Afreximbank, cui partecipano cinquanta Stati del continente, di regolare le transazioni interafricane tramite le monete locali.

Rispetto alla politica proposta dal presidente del Kenya, la strategia dei BRICS, soprattutto a partire dal vertice di Johannesburg, non si concentra su scambi in monete nazionali, bensì sulla costituzione di un’unità monetaria comune esclusivamente adibita a regolare i flussi tra i paesi BRICS senza conferire potere alla moneta di uno Stato in particolare.

Un’idea che fu suggerita da Keynes a Bretton Woods nel 1944, da cui egli uscì sconfitto e mortalmente affaticato avendo prevalso la posizione statunitense di fare del dollaro la moneta di riserva e di creazione di liquidità internazionale.

La radice del problema risiede appunto nella formazione del sistema monetario occidentale guidato dagli USA nato a Bretton Woods nel 1944, la cui storia, impatto e significato attuale sono stati molto ben presentati in un recente articolo di Luca Fantacci (1).

Ne scaturì un ordinamento fondato sul dollaro che nel corso del tempo ha creato una situazione in cui gli Stati Uniti, attraverso la libertà assoluta di emettere la loro moneta come strumento internazionale, sono in grado di finanziare i loro deficit, poiché i detentori esteri di eccedenze in dollari li trasformano in acquisti di obbligazioni e buoni del Tesoro statunitensi.

Tale meccanismo è diventato una droga per le istituzioni ed il mercato finanziario USA, come dimostra la reazione all’accordo tra la Cina e l’Arabia Saudita circa l’utilizzo dello yuan nel commercio bilaterale.

Il 9 agosto il Wall Street Journal online riportava che nell’ambito dei colloqui svolti con il governo saudita dal consigliere alla sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan, circa la normalizzazione dei rapporti con Israele, Sullivan ha esplicitamente chiesto a Ryad di vendere il petrolio alla Cina esigendo il pagamento in dollari. Cosa che non accadrà per via dell’accordo tra Ryad e Pechino.

Riguardo i paesi in via di sviluppo e in particolare dell’Africa, le istituzioni create a Bretton Woods, il Fondo Monetario e la Banca Mondiale, hanno funzionato malissimo facilitando tendenze all’indebitamento permanente simile alla situazione che caratterizza le vaste masse di contadini poveri in Africa, Asia ed America Latina le quali, costrette per necessità di sopravvivenza a chiedere dei prestiti agli agrari, finiscono nella schiavitù da debito.

Al suo ritorno in Brasile da Johannesburg il presidente Luiz Inàcio Lula da Silva nella trasmissione settimanale ai social media ha osservato che il debito africano non è rimborsabile per cui i paesi del continente spendono “la quasi totalità del loro reddito nel pagamento degli interessi”.

“Il compito del Fondo Monetario“, ha detto Lula, “è di trasformare i debiti in investimenti per lo sviluppo in Africa (Lula, linkato in coda). Con questo FMI non credo possa accadere" (2).

A Johannesburg si è posta la questione dello sviluppo nel senso di trasformare i produttori di materie prime e di commodities tipo caffè, tè, in prodotti elaborati sia da esportare che da consumare localmente in un mercato nazionale in espansione.

La via è lunga ma la dinamica dei BRICS sarebbe stata del tutto diversa e fortemente in negativo se avesse prevalso la strategia occidentale di far crollare la Russia.

È impossibile pensare che il rafforzamento dei BRICS non influenzi la Turchia considerando che quando guarda verso l’Europa Ankara non vede che recessione e ben peggio.

Sul piano diplomatico il maggior successo dell’organizzazione consiste nell’aver messo insieme Arabia Saudita e Iran. Il merito di ciò va interamente alla Cina, che aveva già svolto un ruolo determinante nel porre fine al conflitto in Yemen, ed alla Russia.

Note

1) Luca Fantacci 22 maggio 2022, vedi qui.

2) Lula da Silva, Presidente del Brasile su Ver Angola 29 agosto 2023, vedi qui.

Fonte

05/06/2023

L’inflazione è da profitti, ma la paga il lavoro

Con la dinamica dei prezzi che non accenna a diminuire, il potere d’acquisto delle famiglie si riduce sempre di più e le persone hanno difficoltà a fare la spesa e a pagare il mutuo o l’affitto.

Le banche centrali di tutto il mondo hanno risposto con aumenti dei tassi, in osservanza alle prescrizioni della teoria quantitativa della moneta (Tqm), che resta maggioritaria, nonostante le critiche demolitrici e l’evidenza scientifica a smentirla.

Si apre con questo argomento il libro L’inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo, opera collettanea pubblicata a marzo da Edizioni Punto Rosso.

Secondo la Tqm l’inflazione è il prodotto di un eccesso di moneta in circolazione, che sarebbe stato provocato dai programmi di spesa pubblica messi in campo nel 2020-21. Basterebbe quindi ridurre questo eccesso aumentando il tasso di interesse, per risolvere il problema.

In realtà, il rialzo dei tassi deprime investimenti e domanda finale, raffreddando l’economia e generando disoccupazione. Per questa via si riduce soprattutto il potere contrattuale dei sindacati, costretti ad accettare riduzioni salariali.

In Italia, però, i salari sono già ai minimi storici: dopo un trentennio (1990-2020) segnato da una riduzione dei salari reali medi del 3% – un unicum tra i Paesi dell’Ocse – il biennio passato ha visto una caduta verticale del salari reali – pari secondo i dati Istat all’1,3% nel 2021 e addirittura al 7,6% nel 2022 – e il 2023 non è destinato ad andare meglio.

Di fronte a questo scenario drammatico, il rialzo dei tassi opera un’ulteriore redistribuzione del reddito da chi paga interessi sui propri debiti – ad esempio, le famiglie che hanno contratto mutui a tasso variabile – verso chi percepisce rendite finanziarie.

Risulta allora cruciale comprendere le cause dell’inflazione odierna. È un fenomeno legato solo a fattori esterni, come l’aumento dei prezzi energetici aggravato dalla guerra?

L’impatto dell’aumento del prezzo del gas avrebbe comportato un aumento dei costi di produzione e dunque dei prezzi pari a un terzo dell’inflazione osservata in Italia. Questo considerando non solo gli effetti diretti, ma anche la loro propagazione attraverso la rete globale delle relazioni inter-industriali, gli effetti indiretti cumulati.

I rincari dell’energia spiegano dunque solo una piccola parte della spirale dei prezzi. Poiché i salari nominali non sono aumentati, questo gap è spiegabile solo con un aumento dei margini di profitto: in un contesto di prezzi fortemente variabili come quello iniziato a fine 2021, in diversi settori le imprese non hanno solo scaricato tutto l’aumento dei costi di produzione sui consumatori, ma hanno avuto buon gioco ad aumentare i prezzi in misura più che proporzionale, aumentando i margini di profitto.

Siamo dunque di fronte a un’inflazione trainata dai profitti, non dai salari.

Diventa allora importante chiedersi quali politiche potrebbero proteggere i salari reali dei lavoratori senza innescare la famigerata “spirale salari-prezzi”.

Una riduzione del margine di profitto consentirebbe di mantenere i prezzi invariati, a tutela del potere d’acquisto delle famiglie. Il controllo dei prezzi, e dunque dei profitti, sarebbe quindi uno strumento prezioso per proteggere il mondo del lavoro, almeno nei settori più rilevanti rispetto al meccanismo di trasmissione dei prezzi.

Una misura così radicale – potrebbero argomentare gli economisti di grido – rischierebbe tuttavia di mettere in crisi il sistema produttivo italiano. Ma non esiste alcuna legge ferrea riguardo il mantenimento dei margini di profitto.

Non solo in aggregato la massa dei profitti generati in Italia sarebbe più che sufficiente ad assorbire gli aumenti dei prezzi energetici e delle materie prime, contenendo la dinamica dei prezzi, ma alcune singole realtà aziendali si discostano di molto dalla media, in positivo.

Se ne ha conferma a partire dai dati di bilancio delle imprese italiane del quinquennio 2017-21: a una crescita del valore della produzione del 14% e del margine operativo lordo del 29%, fa riscontro un aumento dell’utile netto del 77,5%; dopo il crollo della produzione dovuto ai lockdown, la redditività delle aziende è comunque in forte recupero.

L’aumento dei profitti a fronte di investimenti piuttosto contenuti fa aumentare i depositi bancari delle aziende, che dal 2017 al 2021 sono aumentati del 70% (da 302,8 a 515,3 miliardi), contro un aumento generale dei depositi pari al 24%.

Ne deduciamo dunque che l’inflazione, insieme alle politiche economiche adottate nei principali Paesi avanzati, ha permesso il forte aumento della profittabilità delle imprese.

Un altro tassello essenziale per comprendere le dinamiche odierne e la sconfitta storica da cui queste discendono riguarda l’indicizzazione salariale, ossia le varie forme di ancoraggio dei salari ai prezzi. Le vicende del sistema italiano di indicizzazione fino all’abolizione della scala mobile nel 1984 costituiscono un punto di partenza rilevante per inquadrare il presente.

A partire dal 1993 l’obiettivo dichiarato diventa proprio quello di contenere l’inflazione e a partire dall’accordo separato del 2009 – siglato da Confindustria, Cisl e Uil – gli aumenti salariali sono legati a un indice inflazionistico, chiamato Ipca, al netto della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati (Ipca depurato).

In altre parole, il tasso di inflazione che fa da riferimento per contrattare gli aumenti salariali non tiene conto dell’effetto degli aumenti di prezzo dell’energia importata, che come abbiamo visto è responsabile di una parte rilevante dell’attuale salita dei prezzi.

Non solo assistiamo da decenni a un processo di indebolimento dell’indicizzazione e della tutela dei salari reali, ma abbiamo un sistema di contrattazione ancorato a un indice inflazionistico che non tiene conto della componente energetica importata.

Si tratta di una scelta politica determinata dai rapporti di forza tra percettori di profitti e di salari, tutta a scapito di questi ultimi. Per di più, se osserviamo il contesto europeo, ci rendiamo conto che i meccanismi di indicizzazione salariale non sono ovunque così sfavorevoli per i lavoratori: in diversi Paesi, anzi, i sindacati cercano di estendere l’indicizzazione all’insieme dei contratti.

Gli argomenti solo sfiorati in questo articolo sono approfonditi nel libro, che vuole essere uno strumento utile a inquadrare la spirale inflazionistica dal punto di vista della distribuzione e della giustizia sociale, prospettiva poco considerata nel dibattito pubblico italiano.

Se la durata e le conseguenze dell’inflazione sono una questione tutta politica, prioritaria per chi vuole difendere gli interessi del mondo del lavoro, è bene proclamare ad alta voce l’esistenza di una alternativa concreta rispetto all’ennesima crisi pagata da lavoratori, precari e disoccupati.

Fonte

07/05/2023

L'inflazione è da profitti

Pubblichiamo il testo leggermente rivisto e ampliato dall’autore, scritto da Joseph Halevi come introduzione all’opera collettiva (Giacomo Cucignatto e altri), “L’inflazione. Falsi miti e conflitto distributivo”, edizioni Punto Rosso, Milano, marzo 2023. Ringraziamo Joseph Halevi, gli autori del libro e l’editore per l’accordo alla pubblicazione.
Rproject

di Joseph Halevi

Dal 2020 l’economia mondiale è rientrata in un periodo di inflazione. Contrariamente al precedente episodio, avvenuto nel periodo che va dai primi anni Settanta ai primi anni Ottanta, questa volta le cause sono assai chiare.

Nel primo episodio le condizioni europee dell’inflazione furono diverse da quelle statunitensi, mentre il Giappone subì da un lato un’inflazione importata e dall’altro ricevette dagli Stati Uniti un cazzotto monetario in piena faccia – rappresentato dalla rapida e ripidissima rivalutazione dello yen – tale che avrebbe travolto anche un paese come la Germania, fortunatamente protetta dallo scudo rappresentato dall’area commerciale della CEE già allora sbocco principale del suo export.

Il Giappone invece pur non avendo un hinterland economico resistette alquanto bene rafforzando grandemente il livello tecnologico e la proiezione mondiale della sua industria. In quegli anni in Europa occidentale maturò un conflitto distributivo tra lavoro e capitale intenso e pluriennale in Gran Bretagna ed in Italia, che in ambo i paesi si spense in forme diverse tra l’ultimo biennio degli anni Settanta e i primissimi anni del decennio successivo. Mi riferisco ai differenti, ma comunque violenti e duri contesti in cui avvenne la chiusura del conflitto nei due paesi.

In Italia si svolse dal rapimento ed assassinio di Moro nel 1978, all’attentato alla stazione centrale di Bologna nell’estate del 1980 ed alla catastrofe sindacale alla FIAT nel tardo autunno dello stesso anno. Complessivamente nei primi anni Ottanta in Italia si innestò un meccanismo orientato verso una situazione di non ritorno per ciò che riguarda i rapporti sindacali e di classe nel Paese. In questo quadro ciò che accadde dall’accordo sul costo del lavoro nel 1992-93 in poi non è storia bensì cronaca in quanto i suoi effetti continuano a gravare, acuendosi, sui rapporti tra imprese e lavoratori e tra quest’ultimi e le istituzioni. Infatti se oggi il lavoro salariato è inerme di fronte all’inflazione da profitti, le ragioni principali di quest’impotenza risalgono proprio a quel famigerato accordo sul costo del lavoro. In tal senso mi sembra che l’indebolimento della capacità del lavoro salariato di difendere le sue istanze, collimi assai bene con un’analisi di lungo periodo sulla macroeconomia italiana condotta per il periodo che va dal 1990 al 2014 da Pasquale Tridico intitolata From economic decline to the current crisis in Italy, liberamente accessibile su Academia.

Certamente, nel precedente episodio, la dimensione globale dell’inflazione risiedeva nella politica statunitense riguardo la guerra nel Vietnam che portò alla crisi del sistema monetario internazionale a parità fisse nei tassi di cambio incentrato sul dollaro. A ciò seguì la gestione della crisi politica del petrolio, avvenuta in connessione alla guerra israelo-egiziano-siriana del 1973, in funzione del mantenimento della egemonia del dollaro, cioè della capacità degli USA di finanziare ad libitum i propri deficit esteri e di condurre acquisizioni all’estero senza vincolo alcuno. Fu questo obiettivo a portare all’accordo tra gli USA e l’Arabia Saudita – avvenuto all’indomani dell’incremento di svariate volte del prezzo del greggio nel 1973 e nel 1974 – riguardo l’impegno del regno saudita a trattare il petrolio solo in dollari e di ridepositarli negli USA tramite acquisti di buoni del Tesoro statunitensi. La crisi iraniana del 1978, malgrado costituisse la perdita di uno stato-cliente, rafforzò di molto la posizione del dollaro in quanto comportò un ulteriore grande aumento del prezzo del greggio ed un ulteriore balzo inflazionistico. La nuova centralità USA stimolò il presidente della Federal Reserve Paul Volcker ad attaccare i sindacati prendendo come cavia la categoria dei controllori di volo. In questo caso l’obiettivo era di spezzare le reni alla capacità contrattuale dei lavoratori, non di combattere l’inflazione come invece egli andava dicendo assieme al Presidente Reagan. Anni dopo fu lo stesso Volcker ad ammetterlo molto candidamente.

Da quel momento gli Stati Uniti iniziarono, partendo da livelli diversi rispetto ai paesi europei, a marciare verso la deflazione salariale senza più fermarsi (per il Giappone la situazione era diversa perché fino alla metà del 1995 continuò a ricevere dagli USA dei gran cazzotti che, come diceva Gassman nei Mostri, fanno male).

Morale della favola, nemmeno la forte riduzione dei prezzi delle materie prime dalla fine della prima metà degli anni Ottanta, cambiò il segno alla grande moderazione salariale che, anzi, si installò nell’economia italiana ed europea oltre che in quella statunitense. Decenni di moderazione salariale senza effettivi e duraturi incrementi nei salari reali hanno, sulla capacità di resistenza dei lavoratori, gli stessi effetti di una lunga ed interminabile guerra d’attrito condotta da una parte sola, quella all’attacco.

Arriviamo quindi ad oggi. L’attuale ripresa dell’inflazione non scaturisce da alcun conflitto sociale attivo connesso a battaglie volte a riconquistare il terreno perduto sul piano salariale. Ne è prova, spero di sbagliare, la situazione in Francia. Generalmente ad un grande movimento di lotta si accompagna l’emergere di altre rivendicazioni e quale migliore rivendicazione che accomuna tutti i lavoratori salariati può esserci oltre alla lotta contro la riforma del sistema pensionistico? Quella salariale, ovvio, dato che anche nella “belle France” i salari hanno avuto la loro grande moderazione ed hanno subito le decurtazioni al potere d’acquisto causate dall’inflazione corrente. Invece niente. Ciò a mio avviso conferma quanto sia grave la situazione riguardo la capacità di riconquistare il salario che, come insegnava Vittorio Foa nei suoi seminari e nei suoi scritti, è il perno dell’esistenza stessa dell’azione sindacale.

L’inflazione attuale nasce da strettoie produttive create inizialmente con la politica di Donald Trump nei confronti delle industrie tecnologiche cinesi e continuate dal suo successore in cui è stato seguito dai paesi europei e, molto a mala voglia, anche dal Giappone. A questa situazione si sono aggiunte le restrizioni varate globalmente durante la gestione della crisi pandemica ed infine l’impatto del conflitto in Ucraina, non unicamente sui prezzi e flussi energetici ma anche su alcune materie industriali. Questi tre eventi ravvicinati hanno creato un processo cumulativo di tipo inflazionistico ed anti espansivo sul piano della produzione reale, la cui dinamica, ad eccezione della Cina e dell’India, dal 2008 non è mai stata robusta. Il tutto si è tradotto in un’inflazione da profitti. Non sono riuscito a trovare studi paneuropei su questo tema, però ne esistono per ciò che concerne gli Stati Uniti.

Le stime principali riguardano il contributo degli aumenti del costo del lavoro all’aumento dei prezzi ed all’incremento stesso dell’inflazione. In media emerge che l’aumento del costo del lavoro contribuisce per il 10% all’incremento dei prezzi mentre l’aumento dei profitti contribuisce per il 33-35% all’inflazione. La spirale è quindi quella di prezzi e profitti, non prezzi e salari (Servaas Storm, “Inflation in the Time of Corona and War”, Institute for New Economic Thinking Working Paper Series No. 185, 20 June 2022. Accessibile online). A tale quadro si aggiunge la determinazione delle Banche Centrali: dalla Federal Reserve alla BCE, alla Bank of England, di non permettere effettivi recuperi salariali nei confronti della crescita dei prezzi. Le Banche Centrali non hanno, per loro scelta, altro strumento che quello dell’aumento dei saggi di interesse. Ora accade che mentre allo scoppio della crisi del 2007-2008 la maggioranza dei prodotti derivati, che furono al cuore della crisi, era concentrata nei cosiddetti mutui subprime e nei credit default swap, oggi sono stati in prevalenza strutturati sui saggi di interesse quando questi erano bassissimi.

Questa contraddizione rafforza la determinazione delle banche centrali a non tollerare recuperi salariali rispetto all’inflazione. Sembra pertanto che i lavoratori saranno costretti a subire la decurtazione salariale prodotta dall’inflazione dopo aver passivamente subito la lunga stagnazione.

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26/01/2022

La pandemia ha spaccato anche il capitale

Gli effetti sistemici della pandemia sull’economia mondiale sono ancora ben poco studiati, e quindi compresi. Di sicuro si vedono a occhio nudo quelli sulle popolazioni (riportiamo qui in fondo un articolo dell’agenzia Agi sulle “preoccupazioni” del Fondo Monetario Internazionale – un’organizzazione criminale, di fatto – sui 70 milioni di “poveri estremi” provocati dalla crisi sanitaria).

Ma restano avvolti nella nebbia quelli sui sistemi economici, già sotto stress – dal 2008 a fine 2019 – per altre ragioni finanziarie, nonché per il disfacimento delle relazioni tipiche della fase chiamata “globalizzazione”.

Questo illuminante intervento di Joseph Halevi – docente emerito di economia all’università di Sidney, marxista formatosi a Roma negli anni ‘70 – mette sotto i riflettori una divaricazione rilevante tra settori produttivi che si sono avvantaggiati con la pandemia (ovviamente il farmaceutico, ma anche le cosiddette "piattaforme" e l'informatica), a scapito di tutti gli altri.

Una divaricazione che gli Stati neoliberisti occidentali – inchiodati come sono al dogma del “privato è meglio” – non solo non hanno contrastato, ma a cui si sono piegati senza alcuna resistenza. Di fatto, la spesa pubblica è stata determinata dagli interessi di quel “blocco”, senza alcun interesse per la tenuta del sistema nel suo complesso.

Una “contraddizione in seno al capitale” che, non ci stancheremo mai di sottolinearlo, è un concetto – una categoria dell’analisi – che si concretizza in molti capitali in concorrenza tra loro.

Non vedere questo tipo di contraddizioni, e immaginare che “il capitale” sia capace di un “grande piano” per controllare il mondo (e i relativi antagonismi di classe) porta o all’impotenza politica (“sono troppo forti, non ce la possiamo fare”) o alle fughe nell’irrazionalismo (inutile fare esempi, ce ne sono a centinaia).

Buona lettura.

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La pandemia ha creato una situazione difficilmente recuperabile. Da due punti di vista.

Il primo è il fatto che molte persone – nel senso di “massa”, che non c’è stato almeno da gli anni ‘30, in Occidente, nei paesi sviluppati – hanno avuto una drastica riduzione del reddito, si sono ritrovate in condizione di disoccupazione o di precarietà accentuata del lavoro, e – mutatis mutandis – una sorte non simile ma egualmente grave è avvenuta per le imprese, soprattutto quelle piccole piuttosto che quelle grandi.

L’altro elemento estremamente grave di questa pandemia è connesso alla disarticolazione dei processi produttivi che con la globalizzazione si erano articolati su una dimensione molto vasta, in cui la Cina è tuttora un elemento centrale.

La disarticolazione delle catene di valorizzazione – come vengono chiamate – ha creato problemi strutturali e quindi aperto spazi speculativi, che non vedo come possano essere riaggiustati, corretti, in un periodo relativamente breve, in modo tale che si possa tornare a una normalità, benché precaria.

Quindi c’è un problema strutturale. Accanto a questo, c’è però un altro elemento che secondo me è quello più importante.

Cioè, questi sono gli effetti che noi vediamo, ma l’elemento più importante è che si è creato un blocco economico, di potere, la cui dimensione è abbastanza chiara, ma le cui ramificazioni non sono ancora state studiate approfonditamente – però, secondo me, è assolutamente possibile farlo – ed è il blocco che rappresenta le industrie farmaceutiche, con le piattaforme tecnologiche e le industrie di computer e di tutti gli strumenti che servono per questo tipo di attività.

Questo è un blocco che è stato compattato intorno a due cose. Primo, una spesa pubblica senza controllo, nel senso di senza verifica, discussione dei contratti che sono stati fatti con le società farmaceutiche.

Anche se, per esempio, i vaccini fossero stati perfetti, ci sarebbe dovuta essere una verifica, un vaglio da parte delle istituzioni pubbliche perché queste industrie farmaceutiche – anche se sono istituzioni, fabbriche, compagnie e società private – comunque hanno una funzione pubblica.

Invece c’è stato esattamente il contrario. Quindi c’è stato un accorpamento di questi elementi – settore farmaceutico, elettronico e delle piattaforme – che hanno fatto un vero e proprio blocco monopolistico che non c’è mai stato prima.

E questo [blocco] determina la spesa pubblica!

Questo blocco non ha alcun interesse al resto dell’economia. Questa è la cosa più significativa. A questo blocco non è interessato per niente che il resto dell’economia – che può andare dalle compagnie aeree alle piccole imprese, al turismo e via dicendo – possa avere degli spazi e possa riprendersi.

Questa è la caratteristica della situazione adesso.

Quindi, secondo me, le vie di uscita sono molto, molto complicate. Gli organismi internazionali sono incapaci di affrontare questa situazione perché sono collegati allo stesso tipo di interessi, l’Unione Europea – nelle sue istituzioni – meno che meno.

Quindi per me la prospettiva è assolutamente fosca.

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Fmi lancia l’allarme: “Dopo il Covid 70 milioni in più in miseria estrema”

Entro il 2024 dalla pandemia si saranno accumulate perdite per quasi 14 mila miliardi di dollari

AGI – Il Covid “ha cancellato parecchi anni di progresso nella lotta alla povertà” e, nel 2021, ha spinto “in estrema miseria 70 milioni di persone in più rispetto a quanto fosse prevedibile prima dello scoppio della pandemia”.

La stima è stata fornita dalla prima vice direttrice generale del Fondo monetario internazionale, Gita Gopinath, secondo cui, “mentre le economie avanzate sono previste tornare sui livelli pre-pandemici quest’anno, molti mercati emergenti e Paesi in via di sviluppo sono attesi registrare consistenti perdite di prodotto nel medio termine”.

Le perdite economiche procurate dal Covid al 2024 “saranno vicine a 13.800 miliardi di dollari rispetto alle previsioni fatte prima della pandemia”.

Secondo Gita Gopinath, “questi numeri sarebbero stati nettamente peggiori senza lo straordinario lavoro di scienziati e comunità medica e la rapida e aggressiva risposta politica in tutto il Mondo”. In ogni caso, aggiunge l’economista, “resta molto lavoro da fare per contenere le perdite e ridurre le larghe differenze nelle prospettive di ripresa tra i diversi paesi”.

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24/05/2020

Dopo Covid, Halevi: “Rischi di esplosione delle disuguaglianze”

FirenzeSulle prospettive del dopo Covid, Stamptoscana si rivolge all’economista Joseph Halevi. Halevi è nato a Haifa nel 1946 da madre lucchese e ha studiato a Roma, dove si è laureato nel 1975 in filosofia con una tesi in economia. Sempre nel 1975 ha lasciato l’Italia e ha insegnato economia alla New School for Social Research a New York e alla Rutgers University nel New Jersey. Ha anche insegnato per svariati anni alle Università di Grenoble, di Nizza e di Amiens. Nel periodo compreso fra il 1990 e il 2012 è stato collaboratore del Manifesto. Dal 2009 insegna economia nel programma Master di giurisprudenza presso l’International University College a Torino.

D. Quale sarà il problema o i problemi più immediati che dovremo affrontare nella fase del dopo coronavirus?

R. La risposta dipende molto dall’angolatura con cui si guarda a tutta la vicenda del Covid-19. Partirei da una visione che combini sia la dimensione di classe che quella strutturale che specificherò dopo una breve premessa. L’aspetto economico principale di questa crisi consiste nel fatto che è la prima volta che il sistema si blocca sia dal lato della produzione, cioè dell’offerta, sia dal lato della domanda. Il blocco della produzione ha a sua volta prodotto il blocco degli investimenti che, sommato ai licenziamenti di massa, ha fatto precipitare le economie occidentali in una recessione molto simile ad una grande depressione.

Questo è successo nei paesi sviluppati. Le ripercussioni su quelli molto più poveri che, in maniera mistificante, vengono chiamati mercati emergenti, sono state disastrose. Le catene di valorizzazione – già meccanismi di sfruttamento acuto negli ‘emergenti’ e di precarizzazione del lavoro nei paesi ‘avanzati’ – si sono a loro volta disarticolate sia sul piano produttivo sia su quello finanziario. Gli ‘emergenti’ stanno immergendosi fin sopra la testa nella crisi. Fino a poco tempo fa giornali, riviste e siti economici dei paesi occidentali speravano in un andamento a V in cui, ad una forte discesa, segue una rapida salita.

Ora non ne parlano più. Con le flotte della loro aviazione civile a terra e con le compagnie che stanno smobilitando i loro grossi vettori intercontinentali inviandoli ai parcheggi-deposito nel deserto dell’Arizona e perfino nel centro dell’Australia ad Alice Springs, nei paesi occidentali si sta facendo avanti l’ipotesi che la ripresa sarà probabilmente lenta ed assai problematica. Un certa ripresa probabilmente ci sarà ma bisogna tenere a mente che essa può avvenire con l’economia che complessivamente rimane in uno stato ancora interno alla stagnazione causata dalla depressione (esempio: l’economia cala del -10% e si riprende con un 3% per poi trascinarsi con un 0,5/1%, il che significa che dopo 10 anni non ha ancora raggiunto il livello precedente alla caduta).

D. Lo scenario futuro o immediatamente prossimo potrebbe far emergere diverse reattività da parte dei vari Paesi, nonostante la globalizzazione? In altre parole: la barca è la stessa, ma i passeggeri no?

R. In questo contesto vale la pena sottolineare che il Covid-19 ha messo in evidenza alcune fenomeni di natura strutturale. I paesi che sono riusciti a prendere in mano la situazione dopo lo sbandamento delle prime settimane che ha permesso il rapido propagarsi del virus, sono stati quelli che hanno una notevole completezza nei settori che producono macchinari e beni capitale in genere. La Cina malgrado la forte negligenza iniziale e pur essendo ancora un paese realmente in via di sviluppo per reddito pro capite, deve essere annoverata fra questi, in cui primeggiano il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan, mentre in Europa lo stacco tra la Germania ed il resto dei grandi paesi dell’UE è netto e crescente.

Ciò è dovuto alla capacità tecnico produttiva di affrontare la crisi pandemica che gli altri paesi, inclusa la Francia, non hanno. Austria, Svizzera, quest’ultima con ritardo, e Repubblica Ceca si collocano nell’ambito tedesco e così sarebbe stato per la Svezia se non fosse per la leggerezza con cui il governo ha trattato il Covid-19 dovendosi poi scusare pubblicamente al cospetto della cittadinanza. Al polo opposto abbiamo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, paesi importanti e altamente destrutturati sia perché hanno capacità produttive sbrindellate non coerenti tra di loro, sia per l’assetto sociale del loro sistema sanitario; gerarchicamente privato negli Stati Uniti, svuotato dall’interno – attraverso la famigerata partnership tra privato e pubblico (come in Lombardia) di blairiana memoria – nel Regno Unito.

D. Desta apprensione in molti osservatori la situazione degli USA, punto chiave per l’economia mondiale. Quali potrebbero essere le conseguenze sugli assetti economici del mondo? 

R. Gli USA hanno le multinazionali più potenti ed aggressive al mondo, forti del sostegno globale che ricevono dallo Stato americano. Esse presiedono in gran parte ad una struttura produttiva sfilacciata per le loro stesse scelte di delocalizzazione. Lo sfilacciamento colpisce ormai tutti i settori ad eccezione forse di quello delle costruzioni. La gravità della situazione è emersa chiaramente nelle dichiarazioni del governatore dello stato di New York Andrew Cuomo che lamentava le difficoltà di approvvigionamento in macchinari e di kit per attuare i test di controllo.

Giornali come il New York Times hanno riportato la dipendenza dalle importazioni cui è soggetto il sistema sanitario che sono, a loro volta, connesse alle catene di valorizzazione che partendo da tutta l’Asia sfociano negli Stati Uniti formando la rete su cui poggiano molte delle multinazionali americane. La crisi pandemica negli USA è ancora in pieno svolgimento ed ha portato allo scoperto la vulnerabilità del paese. Per il momento non sono personalmente in grado di soppesarne la dimensione ma la sua indubbia esistenza è un fatto molto preoccupante in quanto gli USA sono la fonte principale di liquidità a livello mondiale e chiudono il circuito economico del pianeta. Non sono sostituibili.

D. Quali potrebbero essere gli scenari se la pandemia statunitense non si arresta?

R. Facciamo l’ipotesi che la crisi pandemica continui acuendo quella economica. La posizione mondiale della Cina ed il suo sviluppo intero sono altamente dipendenti dagli USA. Dopo il picco delle esportazioni nette raggiunto più o meno nei primi anni della scorsa decade la Cina ha intrapreso una massiccia politica di importazione di macchinari, beni strumentali e tecnologie varie in prevalenza dalla Germania, nonché dalla Corea del Sud, dal Giappone e da Taiwan. Di conseguenza il surplus netto cinese, calcolato in rapporto al PIL si è ridotto moltissimo. La chiave nella possibilità di continuare tale politica da parte della Cina sta nella capacità di mantenere un forte saldo attivo nei confronti degli USA. Quando questo viene minacciato le importazioni cinesi vengono subito ridotte.

In altri termini è il saldo attivo nei confronti degli USA che finanzia le importazioni cinesi dalla Germania e dagli altri paesi industriali necessarie al proseguimento della modernizzazione cinese. Con gli USA in crisi profonda, Pechino si troverebbe scoperta con ripercussioni gravissime sulla UE attraverso la Germania. Nell’attuale assetto mondiale, che sul piano monetario ha origini nel 1945, gli USA sono insostituibili; non c’è alcun sistema economico o area economica del pianeta che non dipenda in maniera fondamentale dagli USA.

Il passaggio verso un nuovo assetto è impossibile se non per rotture incontrollate e attraverso crisi profondissime anche di natura bellica. La stessa moneta europea, l’euro, è profondamente dollarizzata in quanto la moneta USA costituisce la valuta di riferimento per le relazioni e transazioni interbancarie all’interno della stessa UE. Inoltre le massicce operazioni di investimento cinesi in Africa sono a loro volta rese possibili dalle riserve in dollari di Pechino e costituiscono un fattore di dollarizzazione accentuata del continente a scapito dell’euro e del franco centroafricano ad esso connesso.

Ne consegue che la vulnerabilità USA emersa in questa crisi costituisce un serio rischio economico globale e non è solo – e nemmeno principalmente – un problema di rapporti di forze tra USA e Cina. Bisogna dire che la Federal Reserve è consapevole della situazione in quanto malgrado il degradarsi dei rapporti correnti tra USA e Cina, ha da poche settimane aperto uno sportello bancario per le operazioni di dollar swaps e repo liberamente accessibile anche alla banca centrale della Repubblica Popolare Cinese.

D. Quale sarà il ruolo della tecnologia nella ripresa economico-sociale? E cosa pensa del digital divide e del rischio, ventilato da alcuni, per i sistemi democratici?

R. Nel contesto delineato nella risposta alla domanda iniziale, si possono individuare delle tendenze interessanti ma non rassicuranti. Su Libération del 28 aprile scorso è apparsa un’intervista con Philip Mirowski dell’università di Notre Dame du Lac nello stato USA dell’Indiana. Mirowski è un filosofo ed epistemologo dell’economia e pertanto ha sempre avuto un angolo di visuale più vasto degli economisti numerici. Nell’intervista egli sostiene che è profondamente sbagliato credere che da questa crisi nasca una maggiore consapevolezza sociale.

Per Mirowski i ‘neoliberali’, contrariamente ad ogni forma di ‘sinistra’ politica (aggiungerei ad eccezione di Bernie Sanders che andò a portare le sue tesi direttamente sul terreno dell’elettorato popolare di Trump essendo l’unico tra i democratici capace di farlo), hanno tratto tutte le lezioni dalla crisi finanziaria del 2007/8 e si sono organizzati in conseguenza. Essi hanno sviluppato in maniera coerente con la visione neoliberale delle posizioni sistematiche sui temi più importanti.

La crisi, sottolinea Mirowski, ha rafforzato i detentori di ricchezza: nello stesso periodo in cui 26 milioni di lavoratori dipendenti sono stati licenziati la ricchezza dei miliardari è aumentata di 308 miliardi di dollari. I neoliberali stanno spingendo verso ulteriori concentrazioni privatistiche del sistema sanitario aumentando la libertà di azione ed il potere monopolistico delle grandi società farmaceutiche, indebolendo deliberatamente le istituzioni federali di supervisione e controllo.

Steven Mnuchin, attuale segretario al Tesoro dell’amministrazione Trump, quintessenza del capitalismo opaco della finanza speculativa, è un elemento centrale nella strategia neoliberale, specialmente per ciò che riguarda la gestione dei fondi stanziati per la ripresa economica dalla crisi causata dal Covid-19. A tal riguardo in una recente intervista al giornale e rete Naked Capitalism, Thomas Ferguson, uno dei maggiori politologi USA che è anche economista, ha sottolineato come i fondi pubblici stanziati per le piccole e medie imprese in realtà vengano incanalati verso le grandi società monopolistiche mentre oltre ai licenziamenti le città stanno andando in bancarotta.

D. Ma è pensabile che dalla pandemia non nasca un nuovo senso collettivo bensì un’ulteriore spinta all’individualizzazione e alla privatizzazione come nel verbo neoliberale?

R. La privatizzazione ed individualizzazione dell’istruzione è uno dei principali obiettivi dei neoliberali e la pandemia, nota Mirowski, ha fornito un’ottima occasione per far dei grandi passi in avanti in questo progetto attraverso l’uso di tecnologie per l’insegnamento a distanza e la riduzione dei contatti diretti. Oggi la tecnologia non può essere assolutamente vista da un punto di vista neutrale registrabile nella rubrica ‘progresso tecnico’, ‘rivoluzione tecnologica’ e via dicendo. In realtà essa non è mai stata neutrale quasi scaturisse da un processo puramente ingegneristico. Marx docet. Attualmente le tecnologie di punta del mondo anglo-occidentale si concentrano nelle nuove formazioni del capitale monopolistico come Google, Amazon ecc.

In un articolo recentemente uscito negli USA sulla rivista online The Intercept, ripreso interamente dal londinese Guardian, Naomi Klein descrive ed analizza la strategia di tali società nel contesto della crisi pandemica che si presenta come una grande opportunità di sviluppo non a fini sociali. Il fondamentale pezzo della Klein si concentra sul ruolo di Eric Schmidt, già CEO di Google e ora presidente della pubblica NSCAI, National Security Commission Artificial Intelligence. Questa commissione nazionale di fatto unifica le nuove tecnologie stile Google ed il complesso militar industriale. Uno dei principali punti concreti e attuali di contatto riguarda lo sviluppo delle tecnologie G5 in concorrenza conflittuale con la Cina che hanno una valenza altamente militare oltre che di consumo.

Fino allo scoppio della pandemia Covid-19 il punto di coagulo era appunto il conflitto da sviluppare nei confronti della Cina e delle sue società in questi campi. L’arrivo del covid ha allargato l’arco d’azione in quanto ha permesso a persone come l’ex capo di Google – il quale oltre che a presiedere il NSCAI è attualmente il presidente del Defense Innnovation Advisory Board del ministero della difesa di Washington – di spingere al massimo per l’erogazione di fondi pubblici alle attività di intelligenza artificiale partendo dalla considerazione che le persone sono dei rischi biologici mentre le macchine no. Un mondo e una società con contatti minimi, possibilmente contactless, in cui il militare, l’eternizzazione dell’emergenza sicurezza ed il possesso di metadati riguardo le persone costituiscono le caratteristiche salienti delle nuove forme del capitale monopolistico.

D. In tutto questo, il lavoro?

R. Klein osserva che non si tratta però di una società asettica senza contatti in senso stretto. Dietro i droni di Amazon ad esempio ci sono decine di migliaia di lavoratori precari impiegati nei centri di raccolta e smistamento, analoga precarietà caratterizza i dipendenti delle altre società tecnologiche cui viene dato sempre più il compito di guidare le trasformazioni infrastrutturali (a scapito delle spese per infrastrutture civili che negli USA stanno messe malissimo), istituzionali e amministrative aperte dalla pandemia. Queste nuove forme del capitale monopolistico – che si fondono sino a confondersi col settore finanziario – si portano dietro anche il capitale monopolistico tradizionale fatto di ferraglie varie soprattutto grazie al militare.

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15/01/2020

Elezioni in Gran Bretagna. Intervista a Joseph Halevi

Come prima cosa ti chiedo una considerazione generale sulla sconfitta del partito laburista clamorosa in termini di seggi. Tenendo conto che la vittoria dei conservatori era comunque data per scontata.

Fino a qualche tempo fa, quando anche Boris Johnson si vedeva bocciare le proprie iniziative dal parlamento, mi sembrava fosse su una linea meno catastrofica di Teresa May, che stava veramente distruggendo il partito conservatore. La scelta di Johnson per riprendere in mano la politica dei conservatori è stata proprio quella di andare alle elezioni e come le ha gestite. Però secondo me queste sono cose superficiali.

Secondo me il problema fondamentale sono i laburisti, i quali sono entrati in una crisi che rischia di essere di non ritorno. Come, anche se in condizioni completamente diverse, i socialdemocratici tedeschi sono in una crisi di non ritorno: loro oggi sono al 15%, mentre erano un partito del 40%. In Gran Bretagna non c’è lo stesso tipo di situazione, con la medesima politicizzazione che c’è in Europa continentale, quindi la dinamica è diversa, però un partito che sta sul 30% diventa non agibile, diventa non spendibile perché non è un sistema pluralistico al livello politico.

È un sistema che si basa su due partiti, che possono fare qualche alleanza qua e là, occasionalmente, però devono essere tutti e due in una situazione maggioritaria, dal punto di vista dei seggi (cioè essere sempre nella situazione di diventare maggioritario). Se uno dei due non ha la maggioranza dei seggi, può rimanere fuori per decenni. Come è accaduto ai laburisti negli anni trenta con la spaccatura introdotta da MacDonald e sono stati fuori fino al 1945; quando, sostanzialmente, è stata la guerra a fargli vincere le elezioni. Perché, anche se la guerra l’ha condotta Churchill, era cambiata l’idea presso la classe lavoratrice inglese che con la vittoria il mondo sarebbe stato diverso per ciò che li riguardava, i diritti, ecc.

Poi sono stati fuori per quasi vent’anni, durante il periodo di Thatcher e Major. Oggi rischiano di restare fuori per un’infinità di tempo.

Ora, veramente, la loro base strutturale si è sfaldata perché hanno perso in zone fondamentali: hanno perso la Scozia, dove già erano stati sconfitti nelle lezioni passate con la vittoria del SNP e adesso hanno finito per perdere anche gli altri seggi – non ricordo se li hanno persi tutti ma anche là sono stati decimati ulteriormente – e hanno perso le loro roccaforti operaie. Perché, ci siano o meno industrie, è la popolazione operaia a cui non hanno saputo dare un’alternativa, quindi questa ha votato a destra. Perché la classe operaia inglese è pro Brexit: questo bisogna metterselo in testa.

Puoi spiegare meglio questo concetto così netto?

Perché l’Europa viene vista come qualcosa che funziona solo per Londra e solo per le classi sociali legate alla finanza e per le classi medie che possono avere una casa in Francia o in Spagna – anche se in Spagna anche chi è in condizioni più modeste può permettersi la casa, come in Murcia, ecc. Questo è un riflesso della crisi finanziaria. Le società finanziarie inglesi davano prestiti alle banche spagnole per poter prendere le case in Murcia e rivenderle agli inglesi. Si tratta di case piuttosto modeste quelle degli inglesi in Spagna, cioè la caratteristica degli inglesi che lì posseggono una casa è quella di appartenere a classi sociali non elevate; anzi, sono medie o medio-basse.

Inoltre, l’Europa viene vista come causa dell’immigrazione. L’appartenenza all’Unione Europa, con l’apertura delle frontiere, è stata vista come causa dell’immigrazione dall’Europa; non sto parlando dell’immigrazione dall’Asia (dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’India ecc.): quella è un’altra storia. Mi riferisco all’immigrazione soprattutto dall’Europa dell’est: dalla Polonia, dalla Lituania, dai Paesi baltici e via dicendo. Quegli immigrati venivano visti come coloro che portavano via il lavoro, anche se non è completamente vero.

Per questo, la classe operaia britannica è pro Brexit. In un grande porto sulla Manica, a Dover, che è classe operaia di servizi, soprattutto portuali, il referendum è stato vinto dai pro Brexit con un risultato intorno al 63%. Anche se Dover campa grazie ai rapporti economici con l’Europa: da lì si parte per Calais, per Dieppe per Eindhoven; ma malgrado tutto hanno votato per Brexit, praticamente sparandosi sui piedi, come si dice in inglese.

Ora che Johnson ha la maggioranza parlamentare potrà contare sull’avallo di qualsiasi accordo con l’Unione Europea. Ma che tipo di accordo può fare Johnson? Cioè, ora dopo le elezioni, l’Unione Europea si trova in una situazione di vantaggio o di svantaggio, rispetto agli accordi sulla Brexit?

L’Unione Europea è in vantaggio. Perché l’accordo finale con la Gran Bretagna sarà determinato dal contesto di quello ad interim che adesso contraddistingue il rapporto tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea. Questo accordo che vale fino al 2022, come è stato spiegato benissimo qualche giorno fa dalla BBC, mantiene in vigore tutte le regole dell’Unione Europea per la Gran Bretagna. Anche se dopo il prossimo 31 gennaio la Gran Bretagna non farà più parte degli organismi dell’Unione Europea, ma tutto il resto resta in piedi. Con l’eccezione dell’Irlanda del Nord, dove sembra che resterà aperta la frontiera con l’Irlanda del Sud, ma verrà istituita una frontiera tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, quindi con la grande isola: ossia con Inghilterra, Galles e Scozia.

Sarà una frontiera marina con il Regno Unito. Questo significa che sarà la Gran Bretagna a farsi carico dei rapporti tra l’Irlanda del Nord e il resto dell’Europa. Mentre prima era una spina nel fianco perché i nazionalisti nordirlandesi erano quelli che bloccavano tutto e rappresentavano la condizione perché rimanesse il governo conservatore precedente. Ora loro hanno perso perché la vittoria conservatrice alle elezioni dà un numero di seggi tale che il governo non avrà più bisogno di mediare con le forze locali dell’Irlanda del Nord.

Detto questo, l’Europa proporrà, secondo me, una soluzione che sarà una riproduzione degli accordi attuali in una forma giuridica diversa, cioè come accordi tra Stati. Bisogna vedere che concessione l’Europa (ossia Bruxelles) farà alla libertà della Gran Bretagna di stabilire trattati con gli altri Paesi.

Compresi gli Stati Uniti?

Certo, perché la gravitazione della Gran Bretagna è tutta sull’Europa continentale non sugli Stati Uniti. Questi rappresentano una parte importante, ma il rapporto principale è con l’insieme, non con ogni singolo Paese, dell’Europa continentale. I 430 milioni di abitanti si trovano in Europa e non negli Stati Uniti. Quindi quella di Trump è pura retorica perché gli Stati Uniti non possono sostituire l’Europa.

Intanto per cominciare, il meccanismo di trasmissione tra la finanza americana e la finanza europea è la città di Londra, la City of London. Londra è la piattaforma girevole dei rapporti finanziari tra Europa e Stati Uniti: prevalentemente con New York, ma anche Chicago. La situazione finanziaria europea dal punto di vista delle flessibilità, delle conoscenze, del know-how, è zero rispetto a quella di Londra. Non ce la faranno mai a sostituire la City of London. Neanche Francoforte. Basta vedere lo stato patetico delle banche tedesche, che devono essere pompate in continuazione dal governo federale, per cui c’è tutto questo ambaradan sull’unificazione bancaria che non riescono a raggiungere, ecc.

Il governo tedesco ha in testa solo e soltanto la difesa delle proprie banche e da questo punto di vista non ha torto perché sono un colabrodo e non vuole, quindi, partecipare al salvataggio di altre banche; perché si preoccupa di come salvare le proprie.

Ma, tutto questo dimostra che il sistema tedesco dal punto di vista dell’ingegneria e agibilità finanziaria è patetico, non sono bravi. Sono stati bravi a fare i panzer – a suo tempo – tutto ciò che riguarda meccanica e industria, ma non lo sono dal punto di vista finanziario. Questo, per altro, dovrebbe essere un elemento di pregio e non di critica. Perché sono capaci di produrre bene e organizzare la produzione, ma non sono capaci di organizzare le finanze. Secondo me, quindi, da questo punto vista la City di Londra è imbattibile: è il trait d’union tra le piazze finanziarie europee e gli Stati Uniti. La Gran Bretagna/Regno Unito non si può staccare dall’Europa, sono completamente appiccicati, quindi, devono trovare una soluzione di questo tipo. Bruxelles da questo punto di vista ha un vantaggio enorme.

Perché il problema vero è come garantire la continuità della presenza inglese nel sistema finanziario europeo, come assicurare che non vi siano scosse; per il resto grandi problemi non ne vedo. Può accadere, se c’è incertezza, che le Nissan, le Toyota, le Hyundai, che sono in Gran Bretagna si possano spostare verso l’Europa. Ma dove? Possono andare in Spagna, in Romania, in Polonia, dove c’è già la Toyota che lavora con la Fiat. Ma, gli investimenti che hanno fatto negli impianti in Gran Bretagna, soprattutto nelle aree depresse del Nord, sono notevoli: sono nuove tecnologie. Esportano verso l’Unione Europea il 60-70 e perfino l’80% della loro produzione. Quindi, non penso che si possano spostare con facilità e ritrovare il ritmo, ecc., per delle variazioni di tassi di cambio, in definitiva, che non sono prevedibili.

Ma anche dovessero esserci dei dazi doganali, non saranno eccessivi perché sempre inseriti all’interno dello schema dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e potranno essere recuperati dalla maggiore produttività di queste industrie, dalla razionalizzazione e via dicendo.

Poi c’è l’aspetto finanziario, che è l’elemento centrale, anche se nessuno ne ha parlato. Il discorso sull’Europa in Gran Bretagna è stato fatto in maniera impropria e sbagliata, come succede anche in Italia dove si parla di tutto meno che del problema, si urla, si dice, ecc.

Se fossero stati onesti avrebbero dovuto dire: il perno centrale dell’economia nazionale britannica è la City of London, non sono le industrie. Questa determina tutto e ogni scelta va fatta in rapporto alle sue esigenze. È noto che la City of London voleva rimanere in Europa. Perché? Perché c’è una regola finanziaria in Europa che si chiama passporting, per cui se tu fai parte dell’Unione Europea puoi operare in tutta Europa come se fossi a casa tua, non devi mettere su filiali, trovare intermediari. Quindi, puoi operare a Francoforte come se tu stessi a Londra; se invece non fai parte dell’Unione Europea emerge la questione del passporting, cioè diventa necessario avere una serie di filiali e per ciascun Paese e non per l’insieme dell’Unione Europea, con costi molto maggiori e via dicendo. Devono risolvere questa cosa qua, considerando che l’Europa continentale non può fare a meno della City of London. Basta pensare alla questione ecologica e alla faccenda delle emissioni.

Queste emissioni sono state da molto tempo ormai finanziarizzate, nel senso che si emettono dei permessi che hanno un valore di mercato, vengono trattati, si emettono delle obbligazioni su questi permessi ad inquinare. Per cui quelli che inquinano di meno hanno un surplus di permessi che possono rivendere, si possono rivendere i prodotti derivati ecc. Tutto questo non viene fatto in Norvegia, l’ingegneria di tutta questa roba viene fatta a Londra. Il sistema finanziario londinese è mille volte superiore a quello americano. Quello americano ha un sacco di soldi, ecc., ma il veicolare tutte queste cose lo fanno molto meglio in Inghilterra. D’altronde, la City of London non può fare a meno dell’Europa: questo è il punto, il vero problema. Devono risolvere questo e una volta che riescono a farlo, secondo me, non avranno difficoltà a trovare un accordo.

Ma nessuno parla, eccetto il Financial Time, ma bisogna leggere quel giornale che significa far parte della élite della élite. E le élite non si possono imbrogliare tra di loro con la propaganda, con il populismo e con roba del genere.

Intendo il populismo per come è stato usato da Johnson e da Corbyn, tutte cose che non hanno nulla a che vedere con la realtà.

Ora penso che Brexit ci sarà, fino ad adesso pensavo che non l’avrebbero fatta, ma ora dovranno farla altrimenti si riapre la crisi nel partito conservatore. Perché per questa vittoria loro devono parecchio a Farage. Il quale è vero che a livello nazionale ha preso solo il 2%, ma se si va a vedere dove i laburisti hanno perso i seggi, si vede che Farage ha avuto un ruolo molto importante arrivando fino all’8%. Ovviamente, perché si è ritirato dai seggi conservatori, dopo una trattativa neanche tanto implicita, quindi i conservatori pro Brexit non hanno potuto votare per lui e quindi non ha tolto voti al partito conservatore, ma ai laburisti. Ripeto: le circoscrizioni “rosse” sono per Brexit!

I laburisti hanno avuto perdite sia dal fronte Brexit, sia in quello liberale. Solo che le perdite sul fronte liberale non hanno prodotto guadagno per qualcuno, mentre quelle sul fronte Brexit hanno fatto perdere sessanta seggi e hanno fatto guadagnare 48 seggi ai conservatori. Lì è stata la batosta.

Ci sono delle zone dove il partito laburista ha perso il 20, il 24%... sono sconfitte gigantesche. In quelle zone non si potrà riprendere e non si riprenderà nelle zone della middle class. In queste zone non sarà il partito laburista a riprendersi, semmai saranno i liberaldemocratici.

I laburisti sono in una situazione disastrosa, perché non sono in grado di essere, come si dice in Italia, il partito delle periferie o dei centri urbani. In Gran Bretagna non esiste l’equivalente. Non possono sicuramente essere il partito della middle class.

Questo significa che non sono ancora usciti dall’impatto di lungo periodo del blairismo. Blair li ha staccati dalla classe operaia britannica che era compatta a favore dei laburisti. Blair ha tatcherizzato il partito laburista e la sua politica e ora non sono né carne né pesce. Secondo me, Corbyn rappresenta bene questo non essere né carne né pesce. Non è che Corbyn non dica cose di sinistra, storicamente lui è il leader laburista che negli ultimi 20-30 ha detto le cose più di sinistra. È facile dire cose di sinistra...

Ma il problema non è dire cose di sinistra, ma capire come funziona lo Stato britannico. È capire che rapporto c’è tra quello che vuoi dire e il funzionamento dello Stato; come il thatcherismo, il blairismo e poi Major hanno modificato lo Stato. Proprio il funzionamento dell’apparato statale, che non è una cosa neutra, ma funzionale ormai alle esigenze della City. Anche tutto quello che riguarda l’industria è gestito dalle multinazionali. La vera industria che funziona è quella delle multinazionali, non inglesi, ma straniere e il complesso militare-industriale, completamente legato agli Stati Uniti. Occorre avere una visione dello Stato, non dire “io farò una politica anti austerità”.

Non si può, in altri termini, applicare l’idea della neutralità dello Stato, in Inghilterra è impossibile. Poteva, forse, essere applicato – anche se secondo me quasi mai si può impiegare – nel periodo in cui c’era Bevin, o Gaitskell, cioè politici abbastanza riformatori, su certe cose anche i conservatori, in un quadro occidentale stabile. Tutto questo è stato interrotto in Gran Bretagna da Margareth Thatcher e da Tony Blair. Lo sviluppo del thatcherismo è stato realizzato da Blair.

Per esempio: Margareth Thatcher ce l’aveva con il sistema sanitario nazionale, che era una delle cose più belle del mondo. Io ho ancora una ferita che mi è stata curata in un ospedale a Londra nel 1968. A quell’epoca entravi in un ospedale ed era tuo diritto come essere umano di essere curato. La ferita me l’ero fatta partendo da Parigi infilando un dito nella valigia, in aeroporto prima dell’imbarco, chiudendo rapidamente la chiusura lampo della valigia. Erano ancora cerniere grosse: insomma mi sono preso il dito, che si lacera, sanguinando. Io dovevo imbarcarmi e quindi ho messo intorno un fazzoletto, poi ci ho versato della Eau de Cologne... Poi due giorni dopo mi ha fatto il pus e sono dovuto andare in ospedale dove mi hanno chiesto soltanto nome, cognome e se avevo un referente a Londra e basta. Non ho fatto altro, non ho mostrato un documento, niente! Un’altra volta mi sono fatto curare un dente, sono andato da un privato, ma era tutto calmierato dal pubblico quindi mi è costato quasi niente, pochissimo.

La Thatcher odiava questo sistema sanitario e ha cercato di smantellarlo, ma senza riuscirci. Chi ci è riuscito? Blair, perché ha introdotto il subappalto, che è stato copiato anche in Italia, come partnership tra pubblico e privato, che era il modo per privatizzare il pubblico. Quindi il pubblico diventa una fonte di rendita per il privato. Un po’ come le autostrade italiane con Benetton, ecc.

Anche la strategia di mantenere formalmente il sistema sanitario come prima, nel senso che hai diritto a curarti, ma poi aspetti un anno, magari, anche per malattie gravi. Quindi in pratica non è più agibile, non ci puoi più accedere: non c’è una barriera di prezzo, ma di tempo. Tutto questo è accaduto con Blair.

Corbyn non poteva cambiare le cose, perché non c’è nessuna analisi nei suoi discorsi. Nessuna analisi della struttura economica della Gran Bretagna, non c’è niente. C’è la dimensione declamatoria e retorica tipica del radicalismo laburista inglese che dice: “noi faremo per i poveri, per i lavoratori...” e sai chi se ne frega... Sono parole che lasciano il tempo che trovano. È questa la cosa, per cui per me questa sconfitta era assolutamente inevitabile.

Anche se alle elezioni del 2017 molta gente ci aveva creduto, ma poi si è spappolato. Tutto il partito laburista non aveva nessuna analisi dell’economia politica britannica, della struttura industriale, di quella economica, dei rapporti di classe e del ruolo dello Stato in Gran Bretagna e quindi non poteva avere una posizione chiara su Brexit o non Brexit. Infatti loro hanno finanziato tutti: hanno perso voti sia verso i conservatori pro Brexit che verso i liberaldemocratici. Hanno fatto acqua da tutte le parti.

Ma i voti determinanti che gli hanno fatto perdere sono quelli verso i conservatori, direttamente e indirettamente, che nei seggi laburisti hanno guadagnato veramente tanto, il che significa che nei loro seggi hanno perso qualcosa a favore dei liberaldemocratici, che sono il partito dell’Europa. Per uscire dalla crisi ci sarà bisogno di un ripensamento e di un’analisi sociale della Gran Bretagna. Anche se temo che non ne uscirà.

In questo quadro molto fosco che hai delineato, c’è il punto della Scozia. Dove hanno vinto gli indipendentisti che chiedono un altro referendum per staccarsi dalla Gran Bretagna e restare in Europa. Alcuni pensano che la Scozia possa avviarsi verso una dinamica di tipo catalano. Cosa ne pensi?

Ma intendi “dinamica catalana” perché è finita in una buffonata...

Mi riferivo all’inizio della vicenda catalana, non al suo finale...

Secondo me, in Catalogna c’era all’inizio molta sceneggiata programmata da parte dei vari Puigdemont, in Scozia c’è gente seria e anche simpatica, che poi sono scozzesi indiani, scozzesi del Bangladesh. Se prendi il parlamento scozzese è di questo tipo. Figli di immigrati, che poi sono diventati nazionalisti scozzesi.

Non penso che ci saranno colpi di scena di quel genere. C’è un elemento di realtà forte. Forse loro ricominceranno la storia per acquisire maggiore autonomia o puntare a un’indipendenza statuale, rimanendo economicamente all’interno del Regno Unito. Perché accedere da sola all’UE per la Scozia è come se la provincia di Viterbo volesse diventare parte della Lombardia.

Tutto il sistema economico scozzese è proprio fuso con quello inglese, proprio con l’Inghilterra. Quindi, non possono staccarsi. A me sembra che si possa fare, pur sapendo che ogni condizione storica è diversa, la previsione che andranno verso una soluzione simile a quella del Québec in Canada, dove dicono “partiam, partiam...” però non partono.

Il Québec ha molta flessibilità, perché il sistema istituzionale canadese permette molta autonomia alle provincie, per cui (in Québec, ndr) loro, lavorando di gomito, hanno acquisito ulteriori autonomie e per questo dicono “partiam, partiam...” e non se ne vanno. Perché non possono andarsene per il gusto di farlo, perché l’economia del Québec è completamente integrata a quella dell’Ontario, che è a due passi, con quella dell’America del Nord.

Secondo me, se fossi scozzese agiterei la bandiera dell’indipendenza per ottenere maggiore autonomia, ma di staccarsi dalla Gran Bretagna e dal Regno Unito penso che sia proprio impossibile. Poi i pazzi ci stanno pure, quindi...

Di quelli c’è abbondanza ovunque...

Loro (gli scozzesi, ndr) sono più sobri e più intelligenti e meno sbruffoni dei Puigdemont e roba simile...

Un’ultima domanda. Nel quadro di spostamento a destra a livello europeo, questa vittoria schiacciante e soprattutto così sbandierata dei conservatori britannici, che ricaduta può avere?

Penso che la Gran Bretagna sia profondamente diversa dai regimi parlamentari dell’Europa continentale e occidentale, dove ci sono porzioni diverse (per esempio in Francia o in Germania) di proporzionalità. In Gran Bretagna le elezioni hanno segnato la vittoria dei conservatori se non in termini parlamentari, che sono andati avanti dell’1,2-3% e insieme a Farage hanno preso il 3 e qualcosa per cento in più. Lo spostamento verso le forze liberali, europeiste, di poco oltre il 6%, solo che questo spostamento è stato del tutto inutile. Quindi è stata una sconfitta laburista, non una vittoria della destra.

Ma non so se la destra europea può giocarsi la vittoria dei conservatori britannici perché c’è la peculiarità della Brexit. Anche la Le Pen è tornata indietro sulla critica all’Europa e ora si concentra prevalentemente sull’immigrazione e sull’esclusione. Ossia, ha preso moltissimi temi che dovrebbero essere della sinistra. Anche sulla questione dell’Euro ha fatto marcia indietro, prima era molto contro l’Euro. È stato sempre molto difficile giocarsi i temi politici britannici in Europa, direi impossibile.

La Gran Bretagna è spesso riuscita a mettere zeppe politiche in Europa. Anche nell’800 il loro problema principale era di evitare la formazione di grosse potenze europee, di mettere l’uno contro l’altro. Anche i loro rapporti con la Russia. Prima l’appoggiano sulla Grecia per andare contro la Turchia, quando nel 1823 fu la Russia a creare l’indipendenza greca, poi dopo, con la guerra di Crimea, si schierano contro la Russia e a favore della Turchia...

La loro politica è sempre stata questa. Certo, le destre nazionaliste dell’Europa continentale la possono giocare propagandisticamente. Ma allora dovrebbero però dire una cosa: la gente ha votato per i conservatori, perché i lavoratori e i disoccupati sono contro l’immigrazione europea, non contro quella dall’Africa. Poi magari sono anche contro l’immigrazione africa, ma è un’altra cosa. Perché lì era questo il punto.

A Dover potevano avercela con quelli della Giungla di Calais (1), ma per loro non è questo il fenomeno di massa. Tant’è che quando hanno scoperto qualche tempo fa, io ero in Inghilterra, un camion con molte persone morte asfissiate dentro quell’episodio ha generato più shock che altro. Il loro problema è l’immigrazione dalla Lituania, dalla Lettonia, ecc. Quindi non possono dire che hanno votato contro l’immigrazione, perché appena lo dicono gli eurocontinentali devono imbrogliare. Perché il vero problema è pensare che le regole europee permettono agli europei di andare in Gran Bretagna e portar via il lavoro. In Gran Bretagna ci sono 3 milioni di europei... contro 1 milione di britannici in Europa.

L’altro elemento che ha avuto un ruolo importante, soprattutto all’epoca del referendum su Brexit, è stato quello di dover pagare – ma hanno imbrogliato sulle cifre non calcolate al netto – circa 350 milioni a settimana all’Europa, ma non hanno detto che ricevevano anche dall’Europa. Insomma, un grande imbroglio messo su da Farage. Poi hanno votato per la Brexit in zone dove l’Europa manda aiuti, perché i fondi strutturali funzionano su base regionale e non per Paese.

Quindi anche se la Gran Bretagna ha un reddito tale per cui è contribuente netta all’Europa per la costituzione dei fondi strutturali, tuttavia riceve anche molto. In Galles, l’agricoltura non può restare in piedi senza i sussidi europei, cioè le zone depresse del nord ricevono, in quanto tali, sostegno dai fondi strutturali europei. Allora la deindustrializzazione britannica non è dovuta all’Europa, perché questo è avvenuto per la fuga del capitale britannico... Hic sunt peciones (2)... come sta avvenendo in Italia.

Però la reindustrializzazione britannica è un fatto reale, perché oggi, in un contesto in cui le cose non vanno tanto bene da nessuna parte, la Gran Bretagna ha un tasso di industrializzazione in termini di occupazione e di PIL, si può verificare, superiore o vicino alla Francia, dove la deindustrializzazione è maggiore.

NOTE

1) Si riferisce ad un grande accampamento in cui le condizioni di vita erano precarissime costruito alla periferia di Calais dove erano concentrate migliaia di persone che arrivavano dalla cosiddetta via balcanica e dall’Italia dopo l’aumento degli arrivi dalla Turchia nel 2015. Molte volte le autorità francesi lo hanno sgomberato, l’ultima volta nel 2018. Veniva chiamato la Giungla per le condizioni indecenti e disumane. Da lì i profughi cercavano in ogni modo di raggiungere la Gran Bretagna. (NdR)

2) “Pecione” è un termine romanesco che sta per pasticcione, arruffone, che fa danni: “Qui ci sono i pecioni”.

Fonte

30/01/2019

Il Venezuela e i sinistri “critici-critici”

L’autoproclamazione di Guaidò rappresenta a tutti gli effetti un tentativo di colpo di Stato, ed è davvero difficile, se non impossibile, provare a descrivere diversamente quello che sta avvenendo in questi giorni in Venezuela. Un tentativo che fortunatamente, almeno per ora, non ha avuto gli sviluppi che auspicavano a Washington, ma che però è ben al di la dall’essere stato scongiurato, come dimostra l’esproprio dei conti bancari della PDVSA negli Stati Uniti.

Miliardi di dollari pubblici sottratti allo stato venezuelano e messi arbitrariamente a disposizione di un golpista, il tutto in barba ad ogni legge del diritto internazionale.

Ora immaginate solo per un momento cosa sarebbe accaduto se Bernie Sanders si fosse dichiarato unilateralmente Presidente degli Stati Uniti invitando l’esercito alla diserzione, magari contestando l’irregolarità delle presidenziali del 2016 adducendo come prova l’interferenza dei russi nel processo elettorale. Con ogni probabilità il “mondo civilizzato” che oggi plaude al “giovane ribelle” di Caracas lo avrebbe preso per matto, oppure ignorato. Probabilmente sarebbe stato anche arrestato e processato nel giro di qualche ora, visto che l’ordinamento giuridico nordamericano prevede il reato di cospirazione.

Oppure pensate a cosa sarebbe accaduto se Jeremy Corbyn, dallo speaker corner di Hyde Park, avesse annunciato urbi et orbi di aver spodestato Theresa May, garantendogli però, magnanimamente, l’amnistia. Anche in questo caso la risposta sarebbe stato un pulmino con le lucine blu lampeggianti e una di quelle camice bianche con le maniche lunghe lunghe che arrivano fin dietro la schiena, oltre che a una bella dose di tranquillanti.

E invece dopo nemmeno qualche ora dalla sua autoinvestitura Guaidò, un illustre sconosciuto a cui mancava solo di dichiararsi la reincarnazione di Napoleone, è stato immediatamente riconosciuto come legittimo presidente dagli Stati Uniti e dai suoi satelliti latinoamericani. D’altronde, verrebbe da chiedersi, se l’imperatore Caligola fece senatore un cavallo, perché mai Trump, che evidentemente si crede anche lui imperatore, non dovrebbe far presidente un asino?

Ieri, dopo i passi falsi all’Oea e all’Onu,  è stata la volta del riconoscimento di Guaidò da parte di Australia e Israele e, tempo qualche giorno, siamo sicuri che arriverà anche la consacrazione formale dell’Unione Europea. La farsa di un mitomane con la feluca immaginaria in testa rischia così di volgere rapidamente in tragedia, come abbiamo già visto in Jugoslavia, Iraq, Libia e Siria, solo per parlare degli “interventi umanitari” di questi ultimi anni.

Ora, di fronte a questo che, come abbiamo detto, è un vero e proprio golpe con mandanti internazionali, ognuno sul pianeta ha svolto diligentemente la sua parte in commedia. Nessuno si è sottratto al suo ruolo.

Televisioni e giornali di tutto il mondo hanno cominciato a costruire il frame orwelliano dentro cui inquadrare un possibile intervento militare: il golpista è così diventato il “giovane ribelle”; il presidente legittimo (democraticamente eletto con il 67,84% dei consensi solo 9 mesi fa) si è trasformato in un “dittatore”, un “despota feroce”; la rivoluzione bolivariana sarebbe in realtà un “regime liberticida” (nonostante dal 1998 ad oggi si sia votato per ben 25 volte); quelli che da noi verrebbero stigmatizzati come dei violenti black bloc sfasciavetrine sono stati invece promossi al ruolo di “combattenti per la libertà” peccato che invece delle vetrine delle multinazionali questi diano alle fiamme biblioteche pubbliche e ambulatori medici; il linciaggio dei chavisti di pelle scura si è tramutato in “azioni di protesta”, e così via traducendo nella neolingua dell’imperialismo.

Anche l’apparto politico di quello che noi veteroleninisti ci ostiniamo a chiamare il centro imperialista non è stato da meno. Centrodestri e centrosinistri, conservatori e liberali, sovranisti e globalisti... tutti hanno messo da parte le differenze ed hanno serrato i ranghi. Dimostrando che quando si tratta di combattere contro chi prova a costruire una società diversa da quella dominata dal mercato non ci sono differenze politiche che tengano.

Fin qui, però, tutto rientra nella “normalità” della funzione che ognuno svolge, più o meno consapevolmente, all’interno della lotta tra le classi. Peccheremmo di ingenuità stupendocene. Meno “normali” e scontate sono state, però, alcune prese di posizione che ci è capitato di leggere in questi giorni da parte di (cosiddetti) compagni che potremmo definire “critici-critici” e che, a golpe ancora in corso, non hanno resistito alla tentazione di salire in cattedra (d’altronde molti di loro sulle cattedre ci lavorano) a dispensare lezioni e reprimende a quei buzzurri dei chavisti.

Due esempi su tutti, anche se la lista si potrebbe allungare di molto.

In un articoletto pubblicato da R/project col significativo titolo “Con il distacco necessario” (leggi), il professor Joseph Halevi, dopo aver inquadrato come un rigurgito campista le manifestazioni di solidarietà con il Venezuela che si sono tenute in questi giorni, e dopo aver premesso lui stesso “non sono uno specialista dell’America Latina”, ci rende prima partecipi dei suoi ricordi di un convegno in Uruguay da cui trasse la conclusione inequivocabile che “i chavisti erano fuori da ogni discorso razionale”. Poi ci rende edotti sul fatto che gli organismi attivi di “potere popolare” altro non erano/sono che le gang delle guapperie di Caracas riorganizzate dal governo ed inquadrate da esso. Prima di Chavez  facevano criminalità di strada. Ora hanno poteri di intervento politico polizieschi col governo che ha dato loro delle moto ecc.”. Infine ci assicura che “Maduro non ha la fiducia della maggioranza della popolazione. Ne sono assai certo.”

In buona sostanza, stando a quello che scrive il professor Halevi, l’esperienza bolivariana si ridurrebbe quindi a un gruppo di fanatici che, grazie a dei criminali comuni plebei, governano senza il consenso dei venezuelani. Amen.

Ad andarci giù ancora più pesante, se possibile, è però il professor Antonio Moscato che, in un articolo pubblicato per il sito Popoff (leggi), ci spiega come in realtà il vero golpista non sia Guaidò, ma... colpo di scena... Nicolas Maduro. Ebbene si, avete letto bene, e questo perché nel 2016 in seguito ad alcune evidenti irregolarità “il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) nominato dalla precedente assemblea a fortissima maggioranza chavista, annullò l’elezione di tre deputati nello spopolato Stato di Amazonas, dichiarando poi decaduta l’intera Assemblea, che avrebbe dovuto essere sostituita da una commissione del TSJ. Era un vero e proprio golpe.” Come se non bastasse il benemerito accademico ultrasinistro, che in realtà ci ricordavamo qualche anno fa intento a spalare merda su Cuba, sposa in pieno la tesi dell’estrema destra venezuelana sulle presunte irregolarità delle recenti elezioni presidenziali arrivando quindi alla conclusione che “pur considerando una sciagura la crescita dell’opposizione di destra e socialdemocratica appoggiata da USA e UE, e che a giudizio di diversi compagni presenti il 23 gennaio è riuscita per la prima volta a coinvolgere alcuni dei barrios tradizionalmente chavisti, non me la sento di considerare LEGITTIMA la rielezione di Maduro, avvenuta a carte truccate.”

Lasciamo a chi legge giudicare quale sia la distanza tra le tesi sostenute da Moscato e quelle portate aventi dall’amministrazione statunitense per giustificare un eventuale intervento militare. Appare grottesco, però, che a muovere critiche così ingenerose siano solitamente personaggi e micro partiti che non hanno mai, nemmeno da lontano, tentato di trasformare in realtà la propria idea di società, e che oggi non riescono a raccogliere consensi nemmeno nel condominio in cui abitano. Ci tornano in mente i versi di De Andrè, mai così puntuali: così una vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie, si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto.

Crediamo che ogni processo reale non possa essere esente da errori, passi falsi, fallimenti e contraddizioni. D’altronde chi apre nuovi sentieri non ha né mappe né manuali a cui rifarsi. E la storia che si fa concretamente nelle strade e nelle fabbriche è fatta di sangue, sudore e merda ed è ben diversa da quella che si immagina nell’ambiente sterile di qualche aula universitaria. Questo non significa che le esperienze non debbano essere sottoposte a critiche anche serrate, anzi. E questo principio vale anche e soprattutto per la rivoluzione bolivariana, in cui la generosità dei compagni si scontra quotidianamente con lo iato materiale che c’è tra “stare al governo” e “stare al potere”. Ma c’è un tempo per la critica e uno per la solidarietà incondizionata con chi viene aggredito, e questo non è certo il momento di mettersi a discettare sugli errori presunti o reali del chavismo. Non è campismo, è internazionalismo. E chi non lo capisce può andare a far in culo!

Fonte

E' l'ennesima dimostrazione che esiste un problema enorme con gli intellettuali.