Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/05/2026

Israele - Voto unanime sulla pena di morte ai palestinesi. Non esiste un’opposizione israeliana

Pubblichiamo questo contributo di Alessandro Ferretti, fisico dell’Università di Torino, apparso sul suo blog. Per correttezza di cronaca, tra i 27 parlamentari israeliani non presenti alla votazione ci sono anche quelli di Hadash, la formazione di Ofer Cassif citata dall’autore dell’articolo. La scelta istituzionale di essere presenti o meno alla votazione può essere dibattuta, ma il resto del suo pensiero si adatta perfettamente alla sinistra “democratica” israeliana. Quella che, insomma, viene incensata dalla sinistra “imperiale” europea come alternativa a Netanyahu.

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Ieri, alla Knesset israeliana, la legge che istituisce i tribunali speciali [per i fatti del 7 ottobre 2023, ndr] autorizzati a giustiziare centinaia di palestinesi è stata approvata all’unanimità: novantatre voti a favore, nessuno contro. In pratica, in tutto il parlamento israeliano non c’è neanche un deputato (neanche il tanto decantato marxista Ofer Cassif) che abbia avuto il coraggio di dire “no” a una legge che sancisce l’uscita dello stato di Israele dal consesso delle nazioni civilizzate.

Ci hanno ammorbato, e continuano ad ammorbarci, con l’eterno ritornello secondo cui la colpa dei crimini israeliani è solo di Netanyahu, e che in Israele esiste una fiorente e combattiva opposizione orripilata dalle stragi, dal genocidio e dalla pulizia etnica dei palestinesi. Ora possiamo dirlo senza paura di essere smentiti: sono tutte balle in malafede.

Chi in Israele si oppone ad occupazione, apartheid, pulizia etnica e genocidio è una eroica ma purtroppo piccolissima minoranza, priva di rappresentanza politica, assolutamente non in grado né di arginare né tantomeno di invertire la marea di odio e ferocia che si riversa da decenni su milioni di palestinesi inermi.

Ma non solo: come tutti sappiamo, l’Unione Europea ha il vincolo costituzionale di non finanziare, con i soldi dei contribuenti europei, Stati che adottano pratiche come la pena di morte o la discriminazione etnica, che l’ordinamento europeo definisce come violazioni assolute e non negoziabili. L’approvazione della legge dovrebbe quindi comportare l’immediata sospensione di ogni accordo tra UE e Israele e l’irrogazione di sanzioni allo stato israeliano.

E invece, niente. A mettere il veto su questo atto dovuto è, guarda un po’, il fasciogoverno italiano (insieme a quello tedesco). Tajani lo ha detto chiaramente: “Credo sia meglio sanzionare individualmente i responsabili, penso ai coloni violenti, rafforzando le sanzioni, ma non credo che bloccare un accordo commerciale sia uno strumento utile (perché) finirebbe per colpire la popolazione israeliana nel suo complesso”. Come se la pena di morte fosse responsabilità solo dei coloni.

Il concetto è chiaro: la popolazione israeliana “nel suo complesso” non va “colpita” neanche se ad esprimere contrarietà a una legge che introduce la pena di morte su base etnica è lo zero percento dei suoi democratici rappresentanti. È l’ennesima conferma che Israele può impunemente commettere qualsivoglia crimine o tortura contro palestinesi, libanesi, siriani, iraniani etc, e può mandare a pallino l’intera economia mondiale con la guerra di aggressione all’Iran.

Nessuna sanzione significativa verrà mai imposta ad Israele dai nostri governanti, italiani o europei che siano, a meno non vengano obbligati da un’imponente azione dal basso. Nonostante questa evidenza, state pur certi che i benpensanti borghesucci sedicenti sinistri, che hanno passato decenni a riempirsi la bocca tessendo le lodi dell’Europa, della sua meravigliosa civiltà, del suo altruismo, del suo impegno per i diritti umani nel mondo intero, si guarderanno bene dall’intraprendere azioni concrete.

Il fatto è che ciò che guida e ispira quest’area di opinione pubblica non è la lotta per una società più giusta o per i diritti umani: la loro priorità unica è molto più prosaica, ovvero vivere nel benessere silenziando la loro (peraltro pressochè inesistente) coscienza, fottendosene totalmente di chi paga il conto per i loro privilegi.

State pur certi che questi campioni di arroganza e ipocrisia si inventeranno, come hanno sempre fatto, un qualcosa che giustifichi la loro ignavia complice. “Certo, la pena di morte su base etnica è una cosa brutta, però...”.

Lo faranno anche perchè sono talmente idioti da essere convinti che nessuno chiederà loro conto di tale complicità, che quel potere che ha concesso loro posizioni di privilegio si adopererà per proteggere la loro tanto agognata “normalità”, preservandoli dal destino infame subito dai non-privilegiati. Quello che non hanno capito è che la folle corsa patologica di Israele e USA verso il dominio mondiale tramite la forza militare sta già avendo e continuerà ad avere pesantissime conseguenze economiche e sociali anche dalle nostre parti.

L’Europa da loro tanto amata è in mano ad élite completamente corrotte interessate esclusivamente alla loro sopravvivenza in un mondo ben avviato verso la catastrofe ecologica, élite che non hanno la minima intenzione di condividere i loro principeschi rifugi in Nuova Zelanda con dei fessi come loro.

Se fossero minimamente intelligenti capirebbero che quando il castello di carte crollerà, quelli che si faranno più male saranno proprio loro perchè cadranno da più in alto... ma il sistema capitalista è strutturato in modo da assegnare le posizioni di privilegio a degli utili idioti, e la loro totale inerzia di fronte alla gravità della situazione ne è la dimostrazione. Il ceto dei benpensanti di sinistra sarà il primo a cadere, ma l’ultimo a capire.

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06/01/2020

Il ritorno della sinistra imperiale


«Chi non sa con quale facilità nella santa Russia un intellettuale radicale, un intellettuale socialista si trasforma in un funzionario del governo imperiale, in un funzionario che si consola al pensiero di essere “utile” nei limiti della prassi burocratica, in un funzionario che giustifica con questa “utilità” la propria indifferenza politica, il proprio servilismo…?»

Lenin, I compiti dei socialdemocratici russi, 1897

Il criceto umanista gira a vuoto e senza memoria: ogni volta si riparte dal punto zero. Iraq, Serbia, Kosovo, Afghanistan, ancora Iraq, e poi Libia, Siria, Venezuela... “Soleimani non è il nostro eroe”, così come non era il nostro eroe Milosevic o Saddam o Gheddafi o Assad o Chavez o Maduro. O i mille altri leader e popoli bombardati ed espropriati di una qualsivoglia sovranità che non fosse quella decisa e imposta dalla Nato, e dagli Usa in particolare. Capovolgendo ragionamenti e realtà dei fatti, l’onere della prova non spetta alla mano assassina ma al morto: non “perché è stato ucciso”, ma perché non meritava di morire? Il problema non sono più dunque le politiche imperialiste occidentali, l’ingerenza militare esterna, con i suoi agenti di prossimità manovrati da referenti vieppiù radicali e radicati (Usa, Nato, sauditi, israeliani, Isis...), ma gli Stati, i governi e i popoli che, resistendo a questa ingerenza, lo fanno seguendo politiche indigeste ai dipartimenti universitari occidentali, laddove prospera la monocultura liberale-radicale. E dunque Soleimani – inteso come sineddoche dei mille Soleimani del mondo che si oppongono all’imperialismo occidentale – “non era certo un compagno”, quindi si meritava di morire. È una guerra tra pari, tra soggetti di pari valore reazionario: poco deve interessarci anzi: né con gli Usa né con l’Iran, motto che riecheggia sinistri presagi di ignavia.


Il mondo, tuttavia, resta ancora molto eterogeneo. Il coercitivo imperialismo delle nazioni avanzate è in grado di esistere solo perché restano sul nostro pianeta le nazioni arretrate, le nazionalità oppresse, i paesi coloniali e semicoloniali. La lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e l’indipendenza nazionale è doppiamente progressiva perché, da un lato prepara condizioni più favorevoli per il loro proprio sviluppo, mentre dall’altro infligge dei colpi all’imperialismo. Questa, in particolare, è la ragione per cui, nella lotta fra una civilizzata, imperialista, democratica repubblica e un’arretrata, barbarica monarchia in un paese coloniale, i socialisti stanno interamente dalla parte del paese oppresso, nonostante la sua monarchia, e contro il paese oppressore, a dispetto della sua “democrazia".
Trotskij, Lenin e la guerra imperialista, 1938
In questo calderone infame a venire meno è la realtà: che l’Iran sia uno Stato storicamente subalterno e dipendente dall’imperialismo occidentale; che sia accerchiato da decine di avamposti militari statunitensi e israeliani; che sia situato in un area di controllo strategico statunitense e israeliano; che resista alla sottomissione occidentale, tentando quelle vie di fuga e di resistenza consentite dalla realtà: tutto ciò non tange minimamente i “ragionamenti” della sinistra euromane, schierata a difesa della realpolitik americana, coperta dall’ignavia confusa per “anticampismo”. Soleimani non era un “eroe”, forse (per giudicare, dovremmo aver vissuto decenni e secoli di sottomissione coloniale, di violazione imperialista del nostro territorio e della nostra popolazione, cosa che non è avvenuta, al di là delle ciance massimaliste con cui riempiamo le bacheche social).

[Frantz Fanon, I dannati della terra, 1961]

Come non è un “eroe”, per dire, Salvini. Eppure, se un drone americano bombardasse il territorio italiano e colpisse Salvini, poco importerebbe delle qualità umane e politiche di chicchessia: la violazione della sovranità – non della sovranità “capitalista”, ma della sovranità della popolazione italiana formalmente intesa – ne verrebbe intaccata tanto quanto. Il “problema Salvini” verrebbe immediatamente ridimensionato da un problema più importante. Questo accade in Medioriente, in Africa e in America Latina da decenni, e in particolare in questo ultimo quindicennio di guerre aperte e per procura. Intere regioni del mondo che ancora non sono sottomesse al controllo americano-occidentale vivono costantemente il rischio di venire attaccate, invase, colpite da mano occidentale: sono forse i nostri referenti politici ideali? Probabilmente no, ma: ha davvero senso chiederselo? La questione palestinese è determinata dal governo di Hamas o dall’occupazione coloniale israeliana? Rimuovere Hamas con le bombe americane o israeliane porterebbe ad una soluzione dignitosa della questione palestinese? Prima di Hamas, con Fatah o col Fronte popolare, l’occupazione era forse meno violenta e illegale? Bombardare l’Iran per mano occidentale lo renderebbe finalmente una “democrazia”? L’Iraq finalmente “de-saddammizzato” è una terra più democratica, meno asservita alle potenze internazionali? Oppure è una terra completamente privata di indipendenza politica? La sostituzione di Assad e lo smantellamento della Siria porterebbe ad un avanzamento delle condizioni sociali, economiche e politiche della popolazione siriana? O alla costituzione di un altro – ennesimo – Stato dipendente dai voleri della geopolitica americana e israeliana?
Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile abbattere il regime irlandese mediante la ascesa della classe operaia inglese. Ho sempre sostenuto questo parere nella ‘New York Tribune’. Uno studio più approfondito mi ha convinto ora del contrario. La classe operaia inglese ‘non farà mai nulla’, prima che si sia liberata dell’Irlanda. Dall’Irlanda si deve far leva. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in genere.

Carteggio Marx-Engels, 10 dicembre 1869


E dunque: ha davvero senso domandarsi delle qualità umane e politiche dei morti per mano americana? Non sono, al contrario, tutti quanti accomunati da un unico motivo, quello di essere contrari e contrapposti al dominio imperialista americano, e per questo al centro dei piani di eliminazione personale e di invasione nazionale? C’è una verità nelle vicende storiche? O queste finiscono per perdersi nei mille rivoli delle singole verità, à la carte, dove ciascuno si costruisce la sua verità, se ne sceglie una a sua discrezione, in base ai suoi gusti personali, alla sua cultura, alla sua condizione sociale? La moltiplicazione delle verità è l’attuale caos entro cui ci muoviamo, in cui tutto perde di distinzione e valore obiettivo, ritrovandoci così in una notte in cui gli Usa e l’imperialismo occidentale sono uguali all’Iran – ai mille Iran del mondo, su di un piano di identica valutazione politica. È questa l’impressione che le società occidentali danno al mondo esterno e sottomesso, non a caso giudicate in blocco come campo di nemicità: quale colonna antimperialista dovrebbero d’altronde scorgere in società compattamente schierate a difesa del proprio privilegio?

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06/02/2019

La base del PD vuole davvero il golpe in Venezuela chiesto dai vertici di quel partito?

Sinora non c’erano dubbi che fossero stati allevati nelle sagrestie del sanfedismo democristiano, ma loro, i baciapile della finanza europea e della tecnocrazia antipopolare, i liberal-reazionari ai vertici del PD, ambiscono a elevarsi a paladini della più nera reazione vandeana. Sinora non c’erano dubbi che fossero nemici acerrimi della classe operaia e dei lavoratori italiani; ma loro, quei fluidi di scarto di CIA-Mossad che sono i social-interventisti alla testa del PD, esondano dai confini patrii e pontificano sulla “libertà” dei popoli per ogni dove nel mondo. Lo hanno fatto per la ex Jugoslavia, per la Libia, per la Siria.

Oggi intenderebbero dettare le linee della propria “democrazia” al Venezuela bolivariano.

Coi nemici, è ovvio, non si discute. Coi nemici a capo del PD non si scende a parlare dei “valori, quelli della democrazia e della libertà”, come li intendono alla redazione di quel fogliaccio chiamato “Democratica”. I nostri valori della democrazia chiedono che, prima di tutto, si definisca cosa si intenda per democrazia; si chiarisca per chi si chieda la democrazia; per i fascisti? Per i ricchi bianchi della “opposizione democratica” venezuelana, che accoltellano e danno alle fiamme i lavoratori neri e chavisti? Oppure per i popoli, per le masse dei lavoratori, che tentano di liberarsi dalla schiavitù del capitale?

Coi nemici dei lavoratori, della classe operaia, coi demo-“cristiani” che occupano le stanze di comando del PD non si discute di democrazia, di dittatura, di libertà, né in Italia, né nel mondo.

Vorremmo soltanto chiedere a quella parte della base del PD, che ancora pensa di militare in un partito in qualche modo della sinistra, se sia d’accordo a che le proprie “eminenze” invochino che “l’Italia riconosca Guaidò”, un fascista al soldo dell’imperialismo USA. Vorremmo chiedere a quei militanti che un tempo militavano nel PCI; vorremmo chiedere a loro – se ancora non sono stati scalzati dalle “nuove leve” agli ordini dei demo-cappellani della guerra finanziar-bancaria – se acconsentano a che si costringa “il presidente Nicolas Maduro a lasciare”, perché così lo dicono i “democratici” della UE.

Vorremmo domandare a quella parte della base del PD educata un tempo a lottare sinceramente per la libertà dei popoli, se davvero sia d’accordo coi vertici di quel partito, a ribadire “l’ultimatum al governo del dittatore sudamericano”. Vorremmo domandare a quella base del PD, se concordi a che i propri capi definiscano “dittatore” un presidente confermato appena un anno fa con quasi il 68% dei consensi, in un paese in cui si sono tenute 25 consultazioni elettorali negli ultimi venti anni.

Vorremmo chiedere a quei militanti della base del PD, che nulla hanno da spartire coi finanziator-manovratori dei vertici di quel partito, se davvero pensano che sia “indice di democrazia” e “spirito di libertà”, spalleggiare i nazi-golpisti ucraini, messi al potere a Kiev da CIA, Mossad e UE, come fanno i capi demo-reazionari del PD, e pretendere invece di decretare da qui, dall’Italia, accodandosi a Washington, Madrid, Parigi, cosa siano la “volontà popolare” e la “autentica democrazia” per milioni di venezuelani; per milioni di lavoratori che, con il golpe del fascista Guaidò, rischiano di ripiombare nella fame e nella schiavitù imperialista da cui la rivoluzione bolivariana, pur coi limiti di un potere limitato e indeciso, attaccato dall’interno e dall’esterno, cerca di sollevarli.

A quanto pare, i vertici social-putschisti del PD, istruiti alla scuola USA e UE, si ricordano dei “diritti umani” in giro per il mondo solo quando in ballo ci sono i barili di petrolio. I comunisti, al contrario, dicono chiaro e tondo che non vogliono “libertà e democrazia” per coloro che sparano, cannoneggiano, bombardano i popoli in lotta per liberarsi dalla schiavitù dell’imperialismo, in Siria, in Libia, Ucraina o in Venezuela. I comunisti non chiedono “libertà” o “democrazia” per i fascisti. I comunisti si battono perché i popoli godano della libertà di decidere da soli il proprio destino e stabiliscano da soli la propria democrazia, liberi dalle imposizioni dell’imperialismo e dei suoi accoliti liberal-democristiani.

Vorremmo infine chiedere a quella parte di militanti della base del PD, che ancora si ricordano di quando manifestavano contro l’aggressione americana al Viet Nam, di quando marciavano contro il golpe di Pinochet in Cile organizzato dalla CIA, se oggi siano disposti a manifestare contro il vertice del proprio partito, che non esita ad accodarsi alla voglia di intervento armato yankee contro il Venezuela. Vorremmo chiedere se siano disposti a svergognare i vertici del PD che stanno invocando, per il Venezuela, un altro golpe come quello cileno; un golpe fascista che, se attuato, quello sì che farebbe decine di migliaia di vittime tra i lavoratori, tra le masse popolari, come fecero a suo tempo i fascisti cileni.

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04/02/2019

La sinistra vera – da Corbyn e Mélénchon a Chomsky – è contro il golpe in Venezuela


Quella finta è solo la maschera ipocrita di Trump, Bolsonaro, Salvini.

Corbyn e Melenchon hanno preso posizioni nettissime contro il golpe in corso da parte del fantoccio di Trump, Guaidò. E altrettanto nettamente e duramente si sono espressi contro i governi e le organizzazioni colonialiste dell’Occidente – UE, NATO – che sostengono il golpe di Trump e colpiscono lo stato sovrano del Venezuela con la guerra economica e preparano quella militare.

Tutta la sinistra vera del mondo, da Lula a Morales, dai leader progressisti dell’America Latina a quelli dell’Africa e dell’Asia, ai radicali degli Stati Uniti, sta sulle posizioni di Corbyn e Melenchon e usa le stesse parole di Noam Chomsky. Tutti i partiti comunisti, piccoli e grandi spesso divisi tra loro, tutte le forze autenticamente socialiste sono contro il golpe. Il campo della sinistra è spesso diviso, con giudizi e posizioni in conflitto su tante cose, ma di fronte ad un golpe reazionario guidato dalle multinazionali del petrolio come quello in atto in Venezuela, si ritrova naturalmente dalla stessa parte.

Ma in Europa ed in Italia, con anni e anni di imbrogli e tradimenti, si è anche costituito un altro campo, quello della sinistra finta. Questa sinistra si presenta come tale fino a quando non entrano in campo gli interessi e i poteri economici e finanziari ai quali si è venduta. Quando questi interessi e poteri danno uno strattone al guinzaglio, questa finta sinistra abbaia dove vuole il padrone. Cosi sul Venezuela cade la maschera ipocrita di tanti fieri democratici, antifascisti, antirazzisti e la sinistra finta rivela la stessa faccia di Trump, Bolsonaro, Salvini. La sinistra finta diventa golpista.

Potere al Popolo, nel suo piccolo, è fieramente parte del campo della sinistra vera che nel mondo contrasta il golpe in Venezuela. Per questo abbiamo posto il ripudio del golpe in quel paese come discriminante per le elezioni europee. Non vogliamo avere nulla a che fare con la finta sinistra oggi golpista, dalla quale anzi vogliamo sgomberare il campo. E neppure ci interessa una sinistra muta per convenienza, ora che bisogna gridare da che parte si sta.

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30/01/2019

Il Venezuela e i sinistri “critici-critici”

L’autoproclamazione di Guaidò rappresenta a tutti gli effetti un tentativo di colpo di Stato, ed è davvero difficile, se non impossibile, provare a descrivere diversamente quello che sta avvenendo in questi giorni in Venezuela. Un tentativo che fortunatamente, almeno per ora, non ha avuto gli sviluppi che auspicavano a Washington, ma che però è ben al di la dall’essere stato scongiurato, come dimostra l’esproprio dei conti bancari della PDVSA negli Stati Uniti.

Miliardi di dollari pubblici sottratti allo stato venezuelano e messi arbitrariamente a disposizione di un golpista, il tutto in barba ad ogni legge del diritto internazionale.

Ora immaginate solo per un momento cosa sarebbe accaduto se Bernie Sanders si fosse dichiarato unilateralmente Presidente degli Stati Uniti invitando l’esercito alla diserzione, magari contestando l’irregolarità delle presidenziali del 2016 adducendo come prova l’interferenza dei russi nel processo elettorale. Con ogni probabilità il “mondo civilizzato” che oggi plaude al “giovane ribelle” di Caracas lo avrebbe preso per matto, oppure ignorato. Probabilmente sarebbe stato anche arrestato e processato nel giro di qualche ora, visto che l’ordinamento giuridico nordamericano prevede il reato di cospirazione.

Oppure pensate a cosa sarebbe accaduto se Jeremy Corbyn, dallo speaker corner di Hyde Park, avesse annunciato urbi et orbi di aver spodestato Theresa May, garantendogli però, magnanimamente, l’amnistia. Anche in questo caso la risposta sarebbe stato un pulmino con le lucine blu lampeggianti e una di quelle camice bianche con le maniche lunghe lunghe che arrivano fin dietro la schiena, oltre che a una bella dose di tranquillanti.

E invece dopo nemmeno qualche ora dalla sua autoinvestitura Guaidò, un illustre sconosciuto a cui mancava solo di dichiararsi la reincarnazione di Napoleone, è stato immediatamente riconosciuto come legittimo presidente dagli Stati Uniti e dai suoi satelliti latinoamericani. D’altronde, verrebbe da chiedersi, se l’imperatore Caligola fece senatore un cavallo, perché mai Trump, che evidentemente si crede anche lui imperatore, non dovrebbe far presidente un asino?

Ieri, dopo i passi falsi all’Oea e all’Onu,  è stata la volta del riconoscimento di Guaidò da parte di Australia e Israele e, tempo qualche giorno, siamo sicuri che arriverà anche la consacrazione formale dell’Unione Europea. La farsa di un mitomane con la feluca immaginaria in testa rischia così di volgere rapidamente in tragedia, come abbiamo già visto in Jugoslavia, Iraq, Libia e Siria, solo per parlare degli “interventi umanitari” di questi ultimi anni.

Ora, di fronte a questo che, come abbiamo detto, è un vero e proprio golpe con mandanti internazionali, ognuno sul pianeta ha svolto diligentemente la sua parte in commedia. Nessuno si è sottratto al suo ruolo.

Televisioni e giornali di tutto il mondo hanno cominciato a costruire il frame orwelliano dentro cui inquadrare un possibile intervento militare: il golpista è così diventato il “giovane ribelle”; il presidente legittimo (democraticamente eletto con il 67,84% dei consensi solo 9 mesi fa) si è trasformato in un “dittatore”, un “despota feroce”; la rivoluzione bolivariana sarebbe in realtà un “regime liberticida” (nonostante dal 1998 ad oggi si sia votato per ben 25 volte); quelli che da noi verrebbero stigmatizzati come dei violenti black bloc sfasciavetrine sono stati invece promossi al ruolo di “combattenti per la libertà” peccato che invece delle vetrine delle multinazionali questi diano alle fiamme biblioteche pubbliche e ambulatori medici; il linciaggio dei chavisti di pelle scura si è tramutato in “azioni di protesta”, e così via traducendo nella neolingua dell’imperialismo.

Anche l’apparto politico di quello che noi veteroleninisti ci ostiniamo a chiamare il centro imperialista non è stato da meno. Centrodestri e centrosinistri, conservatori e liberali, sovranisti e globalisti... tutti hanno messo da parte le differenze ed hanno serrato i ranghi. Dimostrando che quando si tratta di combattere contro chi prova a costruire una società diversa da quella dominata dal mercato non ci sono differenze politiche che tengano.

Fin qui, però, tutto rientra nella “normalità” della funzione che ognuno svolge, più o meno consapevolmente, all’interno della lotta tra le classi. Peccheremmo di ingenuità stupendocene. Meno “normali” e scontate sono state, però, alcune prese di posizione che ci è capitato di leggere in questi giorni da parte di (cosiddetti) compagni che potremmo definire “critici-critici” e che, a golpe ancora in corso, non hanno resistito alla tentazione di salire in cattedra (d’altronde molti di loro sulle cattedre ci lavorano) a dispensare lezioni e reprimende a quei buzzurri dei chavisti.

Due esempi su tutti, anche se la lista si potrebbe allungare di molto.

In un articoletto pubblicato da R/project col significativo titolo “Con il distacco necessario” (leggi), il professor Joseph Halevi, dopo aver inquadrato come un rigurgito campista le manifestazioni di solidarietà con il Venezuela che si sono tenute in questi giorni, e dopo aver premesso lui stesso “non sono uno specialista dell’America Latina”, ci rende prima partecipi dei suoi ricordi di un convegno in Uruguay da cui trasse la conclusione inequivocabile che “i chavisti erano fuori da ogni discorso razionale”. Poi ci rende edotti sul fatto che gli organismi attivi di “potere popolare” altro non erano/sono che le gang delle guapperie di Caracas riorganizzate dal governo ed inquadrate da esso. Prima di Chavez  facevano criminalità di strada. Ora hanno poteri di intervento politico polizieschi col governo che ha dato loro delle moto ecc.”. Infine ci assicura che “Maduro non ha la fiducia della maggioranza della popolazione. Ne sono assai certo.”

In buona sostanza, stando a quello che scrive il professor Halevi, l’esperienza bolivariana si ridurrebbe quindi a un gruppo di fanatici che, grazie a dei criminali comuni plebei, governano senza il consenso dei venezuelani. Amen.

Ad andarci giù ancora più pesante, se possibile, è però il professor Antonio Moscato che, in un articolo pubblicato per il sito Popoff (leggi), ci spiega come in realtà il vero golpista non sia Guaidò, ma... colpo di scena... Nicolas Maduro. Ebbene si, avete letto bene, e questo perché nel 2016 in seguito ad alcune evidenti irregolarità “il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) nominato dalla precedente assemblea a fortissima maggioranza chavista, annullò l’elezione di tre deputati nello spopolato Stato di Amazonas, dichiarando poi decaduta l’intera Assemblea, che avrebbe dovuto essere sostituita da una commissione del TSJ. Era un vero e proprio golpe.” Come se non bastasse il benemerito accademico ultrasinistro, che in realtà ci ricordavamo qualche anno fa intento a spalare merda su Cuba, sposa in pieno la tesi dell’estrema destra venezuelana sulle presunte irregolarità delle recenti elezioni presidenziali arrivando quindi alla conclusione che “pur considerando una sciagura la crescita dell’opposizione di destra e socialdemocratica appoggiata da USA e UE, e che a giudizio di diversi compagni presenti il 23 gennaio è riuscita per la prima volta a coinvolgere alcuni dei barrios tradizionalmente chavisti, non me la sento di considerare LEGITTIMA la rielezione di Maduro, avvenuta a carte truccate.”

Lasciamo a chi legge giudicare quale sia la distanza tra le tesi sostenute da Moscato e quelle portate aventi dall’amministrazione statunitense per giustificare un eventuale intervento militare. Appare grottesco, però, che a muovere critiche così ingenerose siano solitamente personaggi e micro partiti che non hanno mai, nemmeno da lontano, tentato di trasformare in realtà la propria idea di società, e che oggi non riescono a raccogliere consensi nemmeno nel condominio in cui abitano. Ci tornano in mente i versi di De Andrè, mai così puntuali: così una vecchia mai stata moglie, senza mai figli, senza più voglie, si prese la briga e di certo il gusto di dare a tutte il consiglio giusto.

Crediamo che ogni processo reale non possa essere esente da errori, passi falsi, fallimenti e contraddizioni. D’altronde chi apre nuovi sentieri non ha né mappe né manuali a cui rifarsi. E la storia che si fa concretamente nelle strade e nelle fabbriche è fatta di sangue, sudore e merda ed è ben diversa da quella che si immagina nell’ambiente sterile di qualche aula universitaria. Questo non significa che le esperienze non debbano essere sottoposte a critiche anche serrate, anzi. E questo principio vale anche e soprattutto per la rivoluzione bolivariana, in cui la generosità dei compagni si scontra quotidianamente con lo iato materiale che c’è tra “stare al governo” e “stare al potere”. Ma c’è un tempo per la critica e uno per la solidarietà incondizionata con chi viene aggredito, e questo non è certo il momento di mettersi a discettare sugli errori presunti o reali del chavismo. Non è campismo, è internazionalismo. E chi non lo capisce può andare a far in culo!

Fonte

E' l'ennesima dimostrazione che esiste un problema enorme con gli intellettuali. 

18/04/2018

Il bombardiere Hamon affossa Diem25

Nulla come la guerra seleziona chiaramente progresso e reazione. Quando vengono fatti decollare i bombardieri, ogni chiacchiera roboante sulle “magnifiche sorti e progressive” viene tacitata. Perché la faglia tra chi recita una parte e chi fa sul serio passa dai fatti, non più dalle parole consegnate agli ampollosi documenti. Chiunque, insomma, può buttar giù un “programma progressista”, pieno di buone intenzioni su lavoro-pensioni-reddito-scuola-diritti; la prova del budino non sta nella lista della spesa e nella parola più azzeccata, ma in quel che fai quando il gioco si fa tetro. E mai come in questo periodo, le questioni internazionali (Nato e scelte dell’Unione Europea) determinano le vicende economiche e politiche dentro i diversi paesi. Chi sei si vede da come ti schieri su quest’ordine di problemi.

In questo senso, dovremmo addirittura ringraziare Benoit Hamon, divenuto leader dei socialisti francesi – 8% alle presidenziali, poco più del 2% alle recenti elezioni per sostituire due deputati – dopo la tragicomica stagione di François Hollande, per aver rotto il velo dell’ambiguità su questo punto essenziale. Sul sito di Generation-S è apparsa infatti questa dichiarazione decisamente bellicosa sulla Siria, in cui l’unica critica rivolta a Emmanuel Macron è di... aver fatto troppo poco per coinvolgere tutta l’Unione Europea!

Dovremmo ringraziarlo perché in un colpo solo Hamon ha messo in fila tutti i problemi chiave di questa fase storica, chiarendo oltre ogni ragionevole dubbio che la parola “sinistra” non significa letteralmente più nulla, visto che è stata usata per coprire – come un manto di nebbia – visioni e pratiche completamente opposte.

Leggiamolo:
L’uomo che è stato punito stanotte per aver violato, usando le armi chimiche contro il suo popolo, una norma universale dell’ordine internazionale, non è solo il nemico dei siriani. È anche nostro.

Siamo lieti che Emmanuel Macron finalmente lo riconosca. Anche unilaterale, un colpo mirato, proporzionato, chiaro nelle sue intenzioni pone un limite salutare. In effetti, l’impunità incoraggia i criminali. Il limite posto all’utilizzo di armi chimiche porterà un minimo di tregua ai civili e preserverà la credibilità della Francia. Ricordiamo che Emmanuel Macron aveva tracciato una linea rossa che ha impegnato il nostro paese, è essenziale che sia rispettato.

Il vero problema è che la logica delle linee rosse non è una politica internazionale, anzi rivela l’assenza e persino peggio: indica al destinatario l’intero spazio dei crimini che può commettere senza paura e i limiti che inevitabilmente testerà...

Da questo punto di vista siamo preoccupati per la mancanza di visione del Presidente della Repubblica. Mentre questa situazione richiede un’azione europea concertata in cui la Francia avrebbe una legittimità innegabile e darebbe un senso alla politica estera dell’Unione, scopriamo che il suo approccio a breve termine ci coinvolge in alleanze che confondono il messaggio che noi desideriamo inviare.

È tempo di ricordare che la vera lotta per la Siria, contro la riabilitazione internazionale del regime siriano da parte della Russia, è quella della paziente costruzione di un’alternativa insieme agli stessi siriani, è una lotta che si svolgerà anche a Bruxelles, con il supporto dei nostri partner europei.
Un concentrato di aggressività neocoloniale che cancella decenni di discussioni intorno al “diritto internazionale”, brutalmente sostituito dalla volontà arbitraria di pochi paesi militarmente disponibili (“Anche unilaterale, un colpo mirato, proporzionato, chiaro nelle sue intenzioni pone un limite salutare”).

Qui non è in questione se la Siria sia o no governata da una dittatura, né se sia vero o no che siano state usate armi chimiche a Douma (Robert Fisk, storico corrispondente di guerra dell’Indipendent, inviato sul posto, distrugge questa tesi). Qui Hamon teorizza che si possa attaccare un qualsiasi paese, anche sulla base di accuse false, per imporre il proprio “limite” a un altro governo.

E’ semplicemente l’opposto del diritto internazionale elaborato nel secondo dopoguerra, che infatti condannava ogni “ingerenza” esplicita (brutalmente: militare) negli affari di un altro paese. Basterebbe guardare a quante dittature esistono nella stessa area, che gasano popolazioni altrui (l’Arabia Saudita sta massacrando da anni la popolazione Houti dello Yemen) senza che l’Occidente abbia un fremito di empatia. Anzi, rifornisce generosamente di armi l’aggressore.

Ma tutto questo è fin troppo noto per tornarci ancora. Semplicemente Hamon ha voluto ricordare ai vecchi padroni della Nato che, nonostante sia sull’orlo della scomparsa, il Partito Socialista francese resta “sempre fedele nei secoli”. Al contrario di Di Maio, insomma, non ha neanche avuto bisogno di fare “svolte” sostituendo un programma votato dagli iscritti con un altro più “potabile” per l’establishment internazionale...

Il problema specificamente politico che la sortita di Hamon solleva riguarda invece il progetto Diem25, di cui fino a qualche giorno fa Hamon era parte costitutiva insieme al sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e all’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis.

La posizione di De Magistris ci sembra in qualche misura intuibile, vista la recentissima protesta con la presenza di un sommergibile nucleare nella rada di Napoli. Ma di certo Hamon smentisce in modo assoluto che Diem25 possa diventare “un’alleanza europea anti-sistema” – titolo dell’intervento firmato pochi giorni fa dal sindaco, Varoufakis e Lorenzo Marsili su Il Fatto – perché nulla come la guerra è un “affare del sistema”.

Ai nostri lettori dovrebbe esser noto che non avevamo mai vissuto il progetto Diem25 come un “disturbo” per la prospettiva di Potere al Popolo. Di certo, però, il “chiarimento” operato da Hamon inficia alla base molti dei ragionamenti che sembravano sorreggere quel progetto.

E’ del resto il destino dei “contenitori” politici disegnati intorno a qualche personalità abbastanza nota, che dovrebbero – per virtù della divinità “comunicazione” – risultare appetibili per un elettorato immaginario, genericamente “di sinistra”. Da oltre due decenni questo tipo di tentativi fallisce il giorno dopo il turno elettorale per cui erano stati pensati. E immancabilmente si ripropone la stessa, mortifera, logica per la tornata successiva. La scomparsa della “sinistra” si è consumata tutta seguendo questa logica, nell’illusione che i “nomi mediatici” (Ingroia, Tsipras, Maltese, Spinelli, ecc.) potessero surrogare un radicamento sociale che non veniva più neanche cercato.

Questa logica è quello che in genere viene chiamata “il morto che afferra il vivo”, soffocandolo nella culla. Grazie ancora, Benoit Hamon, per averci fornito una prova così potente, una vera “pistola fumante”.

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02/02/2018

Pd, LeU, Toni Negri... Azzeriamo questa “sinistra” serva dell’imperialismo dell’Unione Europea

Luciano Vasapollo, direttore del Cestes e docente della Sapienza all'AntiDiplomatico: "La sinistra di governo, come vediamo anche in Tsipras, ha fatto le stesse politiche delle destre. La sinistra cosiddetta radicale alla Negri ha solo servito i grandi potentati, trasformandosi negli utili idioti dell’imperialismo dell’Unione Europea, eliminando l’idea del conflitto in tutte le sue forme. Basta. Bisogna ripartire da zero.

di Alessandro Bianchi

Professore partiamo da questa dichiarazione di Toni Negri a Vanity Fair: «Auspico che Bruxelles prenda le redini del Governo italiano». Cos’è diventata oggi la sinistra in Italia e in Europa?

In quell’intervista a Vanity Fair che citi, Negri ha ragione su un punto: la sinistra oggi è polverizzata. Ed è polverizzata anche perché una persona che “auspica” che il regime di Bruxelles prenda le redini del governo italiano attraverso una figura come Gentiloni e Padoan – insomma lo status quo – sia ancora ritenuta di riferimento per la sua ricostruzione. Vorrei dare a Negri una notizia: Bruxelles ha già preso le redini del governo in Italia e da tanti anni ormai. Non se ne sarà accorto dall’estero, ma l’Italia è ormai da anni una colonia di quelle corporazioni economiche e finanziarie che controllano le istituzioni di Bruxelles e che utilizzano il nostro paese a loro piacimento. Oggi in Italia ci sono 18 milioni di poveri o a rischio povertà, 11 milioni di persone che non si curano più per motivi economici, 3 milioni di disoccupati, 2 milioni e mezzo di precari, 14 milioni di abitanti nelle periferie, 700mila senza casa, quasi 5 milioni di emigrati all'estero e con i salari di chi lavora tornati al livello del 1995 (dati del Fondo Monetario Internazionale). Chi sono i responsabili? Quelli che Negri auspica prendano possesso del nostro paese. Noi diciamo con chiarezza che la sinistra può rinascere solo se saprà eliminare una ad una queste metastasi del passato e per farlo deve iniziare a combattere frontalmente contro i veri nemici: Unione Europea, euro e Nato.

Da cosa deriva questa specie di sindrome di Stoccolma? Perché chi dovrebbe tutelare gli ultimi non ha il coraggio di attaccare e anzi si aggrappa in modo così vile ai carnefici?

Toni Negri ha fatto solo danni al Movimento rivoluzionario, dapprima negando l’imperialismo e poi arrivando addirittura a negare la lotta di classe, parlando di moltitudini, e infine negando il conflitto tra lavoro e capitale. Ricordo bene che 20 anni fa mi scontrai con lui in un Convegno a Parigi, dove già si esprimeva a favore dell’Europa e dell’Unione Europea. Non è una posizione nuova la sua. Lo conosco bene perché ero in Potere Operaio negli anni ’70. Non è mai cambiato, è sempre stato al servizio dei potenti con una posizione contro il movimento dei lavoratori e contro tutti i movimenti che hanno cercato e cercano di portare avanti la lotta di classe tra lavoro e capitale. Oggi questa lotta è contro un capitale transnazionale e non è un caso che Negri sostenga l’Unione Europea.

La posizione di Negri riflette alla perfezione quella del Pd e dei finti rivoluzionari oggi confluiti in LeU. Un caso?

Assolutamente no. La sinistra liberista come il Pd, la sinistra fintamente rivoluzionaria come l’hai ben definita hanno proprio questa posizione. C’è un vizio di fondo: l’autoreferenzialità di chi vive di protagonismo personale. Se oggi siamo messi così è perché la storia finale del PCI, da Berlinguer compreso in poi, ha creato soltanto mostri, solamente icone e ha prodotto un risultato: la continuità e l’interscambiabilità perfetta con il liberismo e il neo-liberismo. La sinistra di governo, come vediamo anche in Tsipras, ha fatto le stesse politiche delle destre. La sinistra cosiddetta radicale alla Negri ha solo servito i grandi potentati, trasformandosi negli utili idioti dell’imperialismo dell’Unione Europea, eliminando l’idea del conflitto in tutte le sue forme. Basta. Bisogna ripartire da zero.

La Piattaforma Eurostop che da mesi porta avanti con coraggio la battaglia con i tre NO a euro, Unione Europea e Nato ha deciso di appoggiare per le prossime elezioni del 4 marzo la Lista Potere al Popolo. Perché?

Perché per la prima volta si tenta di uscire dalla polverizzazione e si tenta soprattutto di estirpare tutti i mali del passato che hanno trasformato le varie sinistre in giro per l’Europa nell’essere interscambiabili con le destre liberiste. Potere al Popolo è un tentativo di azzeramento e ripartenza. La possiamo definire come un fronte, una confederazione popolare che vede la presenza di Centri sociali – l’iniziativa nasce proprio da un Centro sociale noto a Napoli per la straordinaria attività che svolge nella città dal punto di vista sociale – ma che al cui interno è animata da tante forze sociali che hanno nella lotta di classe il loro perno di riferimento. Vorrei essere ancora più chiaro su questo punto: la lista nasce da uno sforzo di varie componenti che propongono la rottura, il conflitto, il ritorno alla lotta di classe tra lavoro e capitale. Dove per capitale oggi si intende in primis il capitale transnazionale, quindi l’Unione Europea. In tutto questo le componenti di Eurostop hanno un ruolo importante.

Che prospettive ha questa Lista in vista delle elezioni?

Fino a ieri ci dicevano che era impossibile raccogliere le firme. Un giornalista Rai ci ha anche deriso apertamente nella sua trasmissione. Abbiamo raccolto il triplo delle firme richieste in pochissimo tempo. Oggi ci dicono che non raggiungeremo mai il 3%. E io vi dico: leggete bene chi sono i nostri candidati, le loro storie e non potrete non votarli. Ci sono lavoratori, disoccupati, precari, casalinghe e attivisti da anni impegnati in difesa del territorio contro i soprusi e le devastazioni di questi anni.

Certo, ci sono anche delle differenze all’interno della Lista come è normale che sia, ma siamo riusciti a creare le premesse per trasformare radicalmente e rivoluzionare il nostro paese. Ripeto leggete bene la storia dei candidati di Potere al Popolo della vostra zona e poi domandatevi: voglio veramente il cambiamento? Sono stufo di dover perdere i miei diritti per decisioni prese da multinazionali a Bruxelles e Washington? Se le risposte sono si, avrete già deciso per il 4 marzo. Dovrete però fare voi uno sforzo di curiosità verso la nostra Lista, perché da qui al 4 marzo faranno di tutto per censurarci.

Leggendo il Programma di Potere al popolo si legge di nazionalizzazioni, diritti sociali e lavoro. Insomma il programma di Lista Potere al Popolo è di fatto l’antitesi dell’Unione Europea e della zona euro. Sulla stessa direzione si sta muovendo Melenchon in Francia. Prendendo a riferimento anche Linke in Germania e il nuovo corso laburista di Corbyn, sempre più forze a sinistra in Europa non hanno più molte remore nell’attaccare frontalmente queste organizzazioni sovranazionali europee. In Italia invece si è sempre molto timorosi e timidi. Perché?

Potere al Popolo è oggi l’unica forza politica che nel programma indica la rottura con l’Unione Europea in modo chiaro e credibile. Dico credibile perché a parte qualche confusionaria dichiarazione del Cinque Stelle o della Lega – che ha arruolato qualche finto rivoluzionario per convogliare il voto di qualche ingenuo su Berlusconi – Potere al Popolo nei fatti – e ripeto andate a leggere e studiare la storia dei nostri candidati – è l’unica forza che può rovesciare quel tavolo con Bruxelles. Chiunque altro si trasformerà nel prossimo Renzi o nel prossimo Gentiloni. E’ la storia che parla chiaramente.

Però sono d’accordo che è necessario uno sforzo in più: c’è troppa timidezza nel contestare apertamente l’Unione Europea. Nonostante sia in corso una campagna elettorale nella quale il tema dell’Unione Europea tiene oggettivamente banco, anche a sinistra si tende a rimuovere la questione, pensando forse che si possano recuperare salari e pensioni dignitose, diritti e garanzie sociali senza mettere in conto una necessaria rottura con l'asfissiante gabbia imposta dai trattati europei e dai vincoli previsti dall’Eurozona. Dobbiamo dire con maggiore forza che oggi il nemico numero uno è l’Unione Europea. L’incontro avuto dalla Lista Potere al popolo con Melenchon questa settimana va visto come un importante segnale in questa direzione.

Quindi l’Unione Europea è oggi un nemico più pericoloso anche di Trump?

Si più di Trump e per due motivi principalmente. Primo perché, lo ribadisco, è evidente come senza sovranità popolare ed economica non esista alcuna realistica possibilità di impedire nuovi sacrifici a senso unico, di invertire la tendenza ed iniziare davvero a contrastare e se possibile a cancellare, le controriforme dettate negli ultimi anni, ai vari governi italiani, dal meccanismo di governance continentale. I trattati europei sono incompatibili con la Costituzione, mentre il Fiscal Compact, l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio e in generale i diktat imposti dall’Eurozona e dall’Ue aumentano le diseguaglianze sociali, promuovono lo smantellamento del welfare e producono la svendita dei beni comuni e delle risorse del paese.

Secondo perché, che Trump sia un mostro lo sappiamo tutti. Ma è molto più pericoloso oggi per il futuro dei nostri diritti, delle nostre libertà l’imperialismo dell’Unione Europea e i finti progressisti che addirittura chiedono “Più Europa”. Il nemico numero uno, più di Trump e delle destre liberiste, sono le finte sinistre che all’atto pratico compiono disastri maggiori. E’ stato Berlusconi o il PD a fare jobs act, alternanza scuola lavoro e aver cercato di distruggere su mandato di JP Morgan la nostra Costituzione? E al suo fianco Renzi, non dimenticate, aveva sempre quei finti rivoluzionari che oggi hanno fatto un nuovo partito ma già sono pronti a confluire nuovamente nel PD quando ci sarà da spartire qualche poltrona.

Stiamo parlando di LeU?

Si chiaramente di LeU. Con la Boldrini che chiede “più Europa”, con D’Alema che dopo aver dato il via ai bombardamenti in ex Jugoslavia e avallato tutti i crimini dell’imperialismo della Nato negli ultimi anni, mi chiedo e vi chiedo: dovrebbero essere loro il futuro della sinistra? Lo ripeto sono alla stessa stregua del Pd, della sinistra di governo in Europa e della sinistra liberista e neo-liberista. Sarebbero la prossima stampella al nuovo governo di larghe intese. E’ una corrente del PD. Per questo ogni voto dato a Grasso, D’Alema e Bersani è un voto dato a Renzi e Berlusconi.

Veniamo all’America Latina, il suo principale tema di studio, e restiamo inizialmente alla politica italiana. Com’è possibile che Pepe Mujica, con una storia rivoluzionaria come la sua, sostenga apertamente in un video D’Alema e la compagine che in Italia è responsabile di tutte quelle nefandezze di cui parlava prima?

Pepe Mujica è un grande rivoluzionario, un uomo di pace e che ha speso tutta la sua vita a lavorare contro l’imperialismo e perché venisse rispettata la sovranità, l’autodeterminazione dei popoli e perché, infine, prevalesse nel mondo un modello di sviluppo diverso, migliore. Non nego che mi ha stupito molto vedere una figura che stimo molto come Mujica fare campagna elettorale per chi in Italia è l’opposto esatto di quello che lui rappresenta e ha rappresentato. Credo che molto abbiano influito i legami che negli anni D'Alema, da premier prima e da ministro degli esteri poi, ha saputo costruire con l’internazionale socialista. Chiaramente Mujica non conosce le vicende italiane e non sa che Liberi e Uguali non è affatto la forza politica che persegue le sue stesse visioni del mondo. Non sa che Liberi e Uguali ha al suo interno chi ha lavorato attivamente per la distruzione, attraverso la Nato, di intere popolazioni. Non sa che Liberi e Uguali ha al suo interno chi negli anni ha lavorato per abbattere i diritti sociali e il Welfare. Non sa e non può sapere che Uguali sta per Uguali al Pd.

Restando in America Latina e in un paese che segue da vicino, il Venezuela. Le sanzioni dell’Unione Europea, da un lato, per abbattere il dialogo. Dall’altro, il governo che persegue in tutti i modi il dialogo per una via pacifica che porti ad elezioni condivise dall’opposizione. Eppure sui media leggiamo esattamente l’opposto. Com’è possibile?

I media sono il braccio armato più pericoloso dell’imperialismo e perseguono per conto delle corporazioni finanziarie che le controllano l’agenda loro assegnata. Non lo sapete probabilmente perché i media che si autodefiniscono liberi qui in Italia non l’hanno raccontato ma proprio ieri le delegazioni del governo venezuelano e dell'opposizione si sono incontrati nel Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Dominicana per avanzare in un accordo di convivenza e pace che dovrebbero firmare lunedì se Unione Europea e Stati Uniti non riusciranno nel loro intento di sabotarlo. Il capo della delegazione del governo bolivariano, Jorge Rodríguez, ha riferito che dei sei punti discussi nel quinto ciclo di dialogo manca l’accordo solo in due ma che siamo vicini anche a quelli. Perché invece di puntare al dialogo, l’Unione Europea e gli Stati Uniti cercano di sabotarlo? I sei punti in programma nel dialogo sono: la sovranità del Venezuela (contro le azioni interventiste dei governi della regione); il programma elettorale, la Convivenza pacifica e il riconoscimento dell'Assemblea nazionale (AN - Parlamento), con una maggioranza di opposizione, e dell'Assemblea nazionale costituente (ANC), convocato dal presidente Nicolás Maduro ed eletta da otto milioni di venezuelani; la fine dei piani violenti dell'opposizione (guarimbas); garanzie economiche con la fine della guerra economica indotta; infine, richiesto dall’opposizione, la liberazione dei politici prigionieri per le responsabilità nelle violenze dell’aprile scorso che hanno portato a 130 morti circa. Si tratta, si dialoga e si cerca una via pacifica. Come reagisce l’Unione Europea? Con le sanzioni che sono sanzioni contro il popolo venezuelano per fomentare un rovesciamento violento e contro il dialogo. Voglio che sia chiaro che le sanzioni dell’UE sono non contro il governo ma contro l’autodeterminazione popolare, con l’obiettivo di non dare spazio al popolo di sopravvivere.

Ma il Venezuela ha resistito con Chavez: quando nel 2002 hanno tentato di rovesciarlo con un colpo di stato è stato il popolo a salvarlo. Ha resistito con Maduro nel 2015 alle prime guarimbas. Ha resistito con Maduro nel 2017 con le seconde guarimbas con il popolo che in massa è andato a votare per l'Assemblea costituente. E resisterà anche alla guerra economica dell’imperialismo di Trump e quello di Tajani e Mogherini. Il popolo del Venezuela non rinuncerà mai alla democrazia popolare e ai diritti sociali conquistati. Sa bene e ricorda bene cosa succede nel paese quando a governare sono i lacchè dell’imperialismo come oggi in Colombia o Messico.

Torniamo all’Italia. Quale futuro attende il nostro paese?

E’ chiaro qual è il destino dell’Italia nei prossimi anni nella gabbia europea. La Grecia ci offre il quadro preciso se non spezziamo queste catene. Solo due settimane fa i sindacati greci con cui siamo in contatto quotidiano hanno realizzato l’ennesimo sciopero generale: decine di migliaia di lavoratori, giovani e disoccupati hanno manifestato nel centro di Atene contro quel governo Tsipras che ha tradito le aspettative rivolte dal popolo al momento delle elezioni. Nonostante ci sia ancora chi a sinistra guarda con speranza con la “svolta” Tsipras, il tradimento del referendum popolare del giugno 2015 è stata la resa ai diktat della Troika. E oggi in Grecia si protesta contro la pignorabilità e la possibilità di mettere all’asta (via web, per evitare le contestazioni delle sinistre e dei sindacati) le prime case di quelle famiglie che non siano in grado di pagare i debiti contratti con le banche. Di nuovo, Tsipras (come Samaras prima di lui) ci giura che si tratta dell’ultimo sacrificio per uscire dal tunnel. Le ultime gocce di sangue del popolo greco. Ma ormai nessuno gli crede e tutti questi sacrifici sono serviti non certo ai cittadini ellenici ma alle banche – i creditori internazionali pretendono un’altra severa “riforma delle pensioni”, l’aumento dell’Iva, nuove leggi restrittive sul lavoro e l’innalzamento di alcune imposte indirette.

Quanto sta accadendo ad Atene non ha ricevuto, però, la sufficiente attenzione nel nostro paese. E quello che sta accadendo in Grecia è il frutto di quelle riforme imposte in Italia per volere della Troika e votate da molti tra chi oggi cerca una verginità con LeU per poi da “finti rivoluzionari” ripiombare nel PD. Non credete sia giunto il momento di voltare pagina?

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19/10/2017

Parigi 17 ottobre 1961: la mattanza degli algerini

Vogliamo ricordare un avvenimento tremendo, che accadde il 17 ottobre del 1961: quel giorno di autunno circa 30.000 persone sfilavano per le vie di Parigi pacificamente.

I cortei, che avevano l’intenzione di raggiungere il centro della città, erano costituiti da donne, uomini e bambini; furono aggrediti dalla polizia a colpi di bastone e di armi da fuoco, vennero uccisi, gettati vivi nella Senna ed alcuni furono ritrovati impiccati nei boschi. Si calcolano dai 200 ai 300 morti più alcune migliaia di feriti.

Lungo Senna: Ici on noié les algeriens (qui si annegano gli algerini)

Cercando di capire come si era arrivati a questa violenza raccontiamo nei particolari questo evento raccapricciante, forse il più grave massacro di lavoratori avvenuto in Europa nel secolo scorso.

Perché è poco ricordato e/o dimenticato? La risposta è incredibilmente semplice: perché le vittime erano tutte algerine, erano solo degli immigrati, gente proveniente da quella parte del mondo considerata come una civiltà indiscutibilmente inferiore alla “civiltà occidentale”.

Gli antefatti

Le forze coloniali francesi rinchiusero dietro i reticolati oltre 1 milione di algerini. Furono detti “campi di raggruppamento” e “centri di internamento”, ove, secondo le dichiarazioni delle stesse autorità francesi, le malattie e la mortalità raggiunsero cifre normalmente alte.

I cosiddetti campi di “raggruppamento” racchiudevano le popolazioni fatte evacuare da zone di particolare interesse militare (epicentri della guerra di guerriglia) mentre nei centri di “internamento” venivano inviati, direttamente o dopo un periodo trascorso nelle carceri o nelle sedi della polizia e dell’esercito francese, i “sospetti”.

I lavoratori immigrati algerini in Francia erano centinaia di migliaia, concentrati principalmente nelle zone industriali, particolarmente in quella di Parigi; svolgevano i lavori più pesanti e pericolosi, costituivano una mano d’opera a basso prezzo, di giorno lavoravano nelle fabbriche, finito il turno di lavoro sparivano per rientrare nei centri di accoglienza appositamente predisposti per i lavoratori stranieri. Le leggi d’allora non prevedevano la presenza delle mogli e dei figli; chi decideva di farsi raggiungere dalla famiglia doveva abbandonare il centro d’accoglienza e costruirsi un ricovero precario di assi e lamiere in qualche periferia.

E’ in quest’ambiente di degrado e sfruttamento che nascono, già nel 1930, i primi movimenti indipendentisti, di solito costituiti da operai che si erano politicizzati aderendo al PC francese, ma che se ne erano poi staccati a causa dello scarso impegno del PCF sui problemi dell’oppressione coloniale.

Ricordiamo che la Francia aveva invaso e occupato l’Algeria nel 1830, ci furono significativi momenti di resistenza da parte degli algerini e solo nel 1879 si può considerare conclusa la dominazione francese; daremo informazioni più complete in calce all’articolo.

Nel 1954 però una parte del movimento indipendentista algerino, l’F.L.N. (Fronte di Liberazione Nazionale) passò all’azione contro le forze occupanti guadagnando l’egemonia su tutto il movimento di liberazione e una forte simpatia degli algerini immigrati in Francia. Fu l’inizio di una lunga e sanguinosa guerra che vide l’utilizzo da parte francese di ogni mezzo, fra cui torture e stermini di massa, e, da parte algerina, di una guerriglia partigiana fatta di sabotaggi e attentati.

Nell’agosto del 1956 ci fu il primo attentato con una bomba che provocò numerose vittime tra i francesi residenti ad Algeri; è stato ampiamente dimostrato che l'ordigno fu fatto esplodere a scopo di provocazione da un gruppo di “ultras” francesi.

Nel novembre del 1956 si ha il primo clamoroso e cruento attentato algerino al “Milk Bar” di Algeri, protagonista Djamila Buhirèd che divenne il simbolo della donna militante della rivoluzione algerina.

Donne della resistenza. La prima a destra è Djamila Buhirèd

Nel dicembre del 1956, Amédée Froger, presidente dell’Interfederazione dei sindaci d’Algeria, venne giustiziato in strada da un militante algerino. La sua uccisione provocò, ad Algeri, una terrificante caccia all’arabo. Fu allora che il generale dei paracadutisti Jacques Massu fu mandato ad Algeri.

Nel 1957 ebbe mano libera dal governo francese per annientare la lotta armata organizzata dal F.L.N. nelle città algerine. Massu si concentrò in particolare sul cuore e sul cervello della guerriglia, che aveva sede ad Algeri, utilizzò tecniche d’infiltrazione, mediante spie e confidenti, che unite alle classiche vessazioni, torture e uccisioni, riuscì a scompaginare una gran parte della rete del FNL.

Questa fu una sconfitta pesante sul piano militare che costrinse il Fronte ad operare un cambio di strategia e cioè intervenire in modo incisivo direttamente nel territorio francese; tale scelta si concretizzò con la formazione di una serie di reti organizzative: sostanzialmente una “Federazione di Francia” del F.L.N.

Queste reti di sostegno ebbero una funzione importantissima poiché non solo sensibilizzarono i lavoratori algerini immigrati, ma furono fondamentali per raccogliere aiuti finanziari che fornirono all’organizzazione i mezzi per approvvigionarsi di armamenti, di medicinali nonché permettere ai dirigenti del F.L.N. di andare all’estero per prendere contatti con organizzazioni internazionali.

La Federazione di Francia aveva anche il compito di entrare in contatto con gli intellettuali francesi progressisti e con il mondo della cultura in generale, per far conoscere le condizioni della dominazione spietata subita dal popolo algerino; c’era altresì la necessità di portare il conflitto in Francia per rendere evidente, al popolo francese e al mondo intero, qual era il vero volto della tanto decantata “grandeur” della Repubblica Francese.

Così anche in terra di Francia avvenne lo scontro, uno scontro duro e spietato fatto di attentati, repressioni, torture, esecuzioni sommarie, linciaggi, caccia all’uomo e ogni nefandezza che la guerra inevitabilmente scatena.

I servizi segreti francesi crearono anche una finta organizzazione terroristica, La Main Rouge, per eliminare fisicamente i sostenitori del Fronte di Liberazione.

Sui lavoratori algerini di Francia intanto l’egemonia del F.L.N. si era ormai consolidata e su di loro si abbatterono le famigerate ratonnades (cacce ai topi) della polizia.

In Francia la tensione crebbe di giorno in giorno così il governo decise di mandare a Parigi, nel 1958, un nuovo prefetto nella persona di Maurice Papon, per meglio controllare e contrastare le azioni dei militanti algerini del FLN.

Su Papon c’è una scheda completa in calce all’articolo per ora diremo solo che costui fu:

- del partito radical-socialista e funzionario nei governi del “fronte popolare” del 1930;

- collaborazionista del governo nazista di Vichy con compiti di rastrellamento degli ebrei e loro invio in Germania;

- ispettore nel 1956 a Costantina (importante città algerina) in cui compie una feroce repressione con dosi massicce di torture;

- prefetto a Parigi dal 1958 al 1967;

- ministro nel governo Barre sotto la presidenza di Giscard d’Estaing (1980);

Siamo nel Gennaio 1961, presidente della repubblica il generale De Gaulle che indisse un referendum sull’autodeterminazione dell’Algeria: i francesi, stanchi di questa guerra, si espressero con il 75,2% a favore dell’autodeterminazione. L’esercito francese rimase sconvolto da questo risultato (per loro assolutamente inaspettato) e dalle sue file più reazionarie nacque l’organizzazione segreta O.A.S. (Organisation de l’Arme Secrète) che terrorizzò sia gli algerini, sia i francesi che si erano espressi per l’autodeterminazione, di conseguenza le repressioni e gli attentati si moltiplicarono.

A Parigi, una serie di attentati alle caserme della polizia fece 11 vittime, fu questo il motivo che dette il pretesto, al prefetto Maurice Papon, il giorno 5 ottobre 1961, ad emettere i seguenti ordini:

- coprifuoco dalle 20,30 alle 5,30 per i “francesi musulmani d’Algeria”;

- i locali pubblici, frequentati o di proprietà di algerini, dovranno essere chiusi tutti giorni alle ore 19.

Il clima a Parigi divenne spaventoso, agli algerini fu concesso appena il tempo per andare e tornare dal lavoro; la vita dei lavoratori algerini si trasformò in un inferno, come fossero in un campo di concentramento.

La Federazione di Francia del FLN, valutò che fosse giunta l’ora di mobilitare il movimento di massa per disobbedire all’ordine imposto dal coprifuoco.

Senza alcun manifesto od ordini scritti, ma semplicemente con un passaparola, il Fronte chiamò gli algerini ad uscire di casa alle ore 20.30 del 17 Ottobre. Invitò/ordinò di uscire tutti, con mogli e figli, in massa, ben vestiti, con le tasche e le eventuali borse completamente vuote, senza nulla che potesse essere considerata un arma, con un comportamento assolutamente pacifico, avviarsi camminando nelle vie e nelle piazze principali di Parigi per poi raggiungere Place de l’Opera.

Le parole d’ordine da scandire furono essenzialmente tre: “ALGERIA ALGERINA” “PACE” “NEGOZIATI CON IL FLN”;

L’organizzazione era stata perfetta, così perfetta che Maurice Papon, il prefetto, seppe solo alle 16,30 della manifestazione e mobilitò immediatamente le forze dell’ordine, si consultò con il ministro degli interni, Roger Frey, ordinò alle forze di polizia di contrastare, con qualsiasi mezzo, i manifestanti, in modo che non potessero raggiungere i luoghi di raduno.

C’è da ricordare che il “Papon”, stante il clima parigino creatosi dopo il suo ordine di coprifuoco del 5 Ottobre, fece una visita, alcuni giorni dopo, in varie caserme e posti di polizia eccitando e rassicurando gli agenti con queste parole:

“REGOLATE I VOSTRI CONTI CON GLI ALGERINI.
QUALSIASI COSA ACCADA, SIETE COPERTI!”


I fatti

I manifestanti furono circa 30.000, già questo numero dice che fu un successo senza precedenti, uomini e donne nonostante la forte repressione sfidavano il governo francese nella sua capitale.

Gli algerini furono attesi alle stazioni del metrò e nei punti strategici della città, si attuarono immediatamente dei posti di blocco, migliaia di agenti e perfino i vigili del fuoco furono mobilitati. Alle 21.50 i poliziotti iniziarono a caricare i manifestanti e a sparare, fu l’inizio di una vera e propria mattanza. Migliaia di persone furono fermate, bloccate all’interno dei mezzi di trasporto, sequestrate nelle stazioni della metropolitana, richiuse negli stadi, e nei cortili delle stazioni di polizia. Gli algerini furono picchiati, arrestati, massacrati di botte, mentre altri furono uccisi con colpi sparati a bruciapelo e poi buttati, vivi o morti, nelle acque della Senna.

I numerosi algerini fermati furono ammassati per diversi giorni, in condizioni igieniche spaventose, picchiati costantemente dai poliziotti che li insultavano chiamandoli “sporchi arabi”.

Al palazzo dello sport i prigionieri terrorizzati non osavano neanche andare al bagno, perché la maggior parte di quelli che lo avevano fatto erano stati uccisi.

Il bilancio finale fu tragico, si calcola un numero imprecisato di morti, dai 150 ai 300 più alcune migliaia di feriti; un vero e proprio massacro, come quelli che la Francia era normalmente abituata a fare nelle sue colonie e di cui pochissimi erano informati.

Il prefetto Papon disse che c’erano stati solo 2 morti algerini e 1 morto francese, 64 feriti e 11.538 arresti.

Ma per molti giorni la Senna continuò a restituire cadaveri con i visi tumefatti, ferite alla testa, evirazioni e colpi d’arma da fuoco nel ventre; queste decine di cadaveri che galleggiavano non potevano più permettere al cittadino parigino di ignorare la realtà.

L’impressionante repressione non bloccò però la lotta, infatti il giorno successivo, il 18 Ottobre, entrarono in sciopero generale i commercianti algerini.

Due giorni dopo, il 20 Ottobre, le donne algerine scesero in piazza a manifestare contro la repressione.

In tutte le città più grandi della Francia ci furono scioperi fatti da operai algerini. Si può affermare che la reazione operaia alla mattanza del 17 Ottobre fu tiepida, gli operai avevano paura. Alle officine Renault gli operai francesi non scioperano limitandosi, in un migliaio, a riunirsi in assemblea; alla Sorbonne si segnalarono manifestazioni di studenti e insegnanti.

Trascorsi appena dieci giorni dal massacro, il 27 Ottobre ci fu uno sciopero della fame nelle carceri parigine e, durante le proteste in strada, la polizia arrestò un militante algerino, lo strangolò e lo gettò nella Senna.

Quattro mesi dopo la mattanza del 17 Ottobre 1961, siamo a Febbraio del 1962, cioè un mese prima dell’ottenimento dell’indipendenza, che fu poi formalizzato a Evian nell’Aprile del 1962, quando l’OAS (Orgasition Armée Secrète) con l’intento di bloccare la ormai prossima indipendenza algerina, compì un sanguinoso attentato nel cuore di Parigi in cui rimase uccisa una bimba di quattro anni.

Questo fatto scosse fortemente la popolazione francese e spinse le forze progressiste sindacali e politiche a scendere in piazza.

Il prefetto, il solito Papon, con il consenso del governo, proibì la manifestazione, ma i sindacati, CGT (Confédérations Général du travail) e CFTC (Confédération francaise des travailleurs chrétiens) e il PCF (Partito Comunista francese) non si spaventarono e chiamarono ugualmente la popolazione a partecipare per dimostrare indignazione, protestare contro il terrorismo dell’OAS, per il rispetto della democrazia.

La componente maggioritaria del corteo era costituita da operai francesi, quando il corteo giunse nei pressi della stazione del metrò Charonne, fu attaccato violentemente dalla polizia che non si limitò ai manganelli ma sparò sul corteo uccidendo ben 8 persone, una nona morì qualche giorno dopo in seguito alle ferite riportate. Tutti i 9 morti erano militanti comunisti iscritti al PCF.

500.000 persone scesero nelle strade di Parigi per seguire il funerale delle 9 vittime che vennero sepolte nel cimitero Père Lachaise.

(Per dovere di cronaca dobbiamo dire che i nomi di queste nove vittime che, come già detto erano tutte francesi, furono, giustamente rese note, ma ancor oggi non si conosce un solo nome delle centinaia di algerini uccisi il 17 Ottobre 1961).

Sul massacro del 17 Ottobre, l’allora presidente della Repubblica Charles De Gaulle fece la seguente dichiarazione: “Ciò che è accaduto è inammissibile ma secondario”.

Del resto, ancor oggi, la Francia non ha riconosciuto il massacro degli algerini.

Siamo oggi nell’ottobre 2017, sono passati 56 anni da quell’ottobre di sangue e violenza, 56 anni in cui lo stato francese non solo non ha ammesso le sue responsabilità, ma ha continuato a raccontare menzogne e/o a mantenere un rassicurante silenzio.

A questo silenzio si adeguarono la maggior parte degli storici e degli intellettuali, i giornali di quegli anni non dettero la notizia, salvo i pochi che elenchiamo qui di seguito.

Poche le voci contrarie, poche ma autorevoli e stimabili:

- lo storico Pierre Vidal-Naquet parlò di un bilancio che va dai 200 ai 300 morti, mentre ancor oggi le fonti ufficiali, dichiarano che le vittime siano state solo qualche decina, esattamente 48 secondo l’avvocato della corte di Cassazione Geronimi;

- il giornale HUMANITE’ organo del PCF;

- la rivista TESTIMONIANZE CRISTIANE, giornale cattolico di base;

- il giornale interno di un ala minoritaria del PCF, L’ETINCELLE;

- Victor Leduc e Pierre Vernant animatori del periodico VOIES NOUVELLES;

- la rivista TEMPS MODERNES;

- il filosofo Jean Paul Sartre;

- lo storico inglese Jim House che ha condotto indagini sull’evento e calcola 120-130 morti;

- lo storico francese Benjamin Stora stima che la repressione abbia fatto centinaia di morti.

- Jean Luc Einaudi avvia un notevole lavoro di ricerca. Pubblica un libro “La bataille de Paris”. Il libro esce nel trentesimo anniversario del 17 Ottobre, e cioè nel 1991, ed è un fatto che sconvolge i lettori francesi, il libro segue ora per ora lo svolgimento dei fatti ed il lavoro di Einaudi ha il merito di suscitare un dibattito sulla repressione degli algerini;

- Agnès Denis e Mehdi Lallaoui con il loro documentario “LE SILENCE DU FLEUVE”;

- Philip Brooks e Alan Hayling con il loro documentario “Une Journée portée disparu”;

- François Maspéro, editore e scrittore che pubblicò già a novembre del 1961, un libro sui fatti del 17 ottobre 1961.

- Il regista Alan Tosma, nel 2004, fece un film su questa mattanza intitolato “NUIT NOIR”.


Cenni storici sulla colonizzazione dell’Algeria



Nel 1830 la Francia occupò la città di Algeri e poi gradualmente continuò a estendere il suo dominio su tutto il territorio algerino.

Gli algerini fecero resistenza a questa invasione e tale resistenza durò fino al 1857; l’esercito francese però solo nel 1879 fu in grado di affermare conclusa la dominazione sull’intera Algeria.

La Cabilia, regione montagnosa dell’Algeria, aveva una tradizione storica di autonomia e indipendenza che risaliva ai tempi dell’epoca romana, che continuò anche con le successive conquiste (araba nel VII secolo e turca nel XVI), resistette all’invasione francese del 1830 e si arrese solo nel 1857.

Nel 1871 la Cabilia fu tra le regioni algerine quella che, con maggior forza, aderì alla sollevazione contro il perdurare dell’occupazione francese.

I Kabili sconfitti subirono una feroce repressione e la confisca delle loro terre migliori.

Nel 1915 i Kabili si ribellarono nuovamente, sempre per la pesante dominazione coloniale e per la coscrizione obbligatoria imposta dalla Francia; intervennero due divisioni francesi che impiegarono quasi un mese per domare la rivolta. Gli insorti furono fucilati a centinaia e i villaggi distrutti furono decine.

Nel maggio del 1945, al momento della capitolazione tedesca, avvenne un nuovo sollevamento dei Kabili, con epicentro nelle cittadine di Setif e Ghelma.

Nelle susseguenti azioni di rappresaglia, da parte dell’esercito francese, furono massacrate alcune migliaia di arabi (secondo Frantz Fanon furono 45.000).

Nel 1954, dopo discussioni e lotte all’interno del movimento indipendentista, si costituisce in Algeria il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) ed inizia la lotta per l’indipendenza del Paese.

All’inizio del 1954 le forze militari in Algeria erano di 90.000 uomini, ma tale cifra si incrementò vistosamente arrivando, nell’agosto del 1956, a 400.000.

Nel 1956 l’allora primo ministro, il socialista Guy Mollet, nomina ispettore generale a Costantina, una delle principali città dell’Algeria, Maurice Papon (ex collaborazionista di Vichy) con ampi poteri su di un vasto territorio. Sotto la sua supervisione l’utilizzo della tortura esplode e le cifre della repressione sono impressionanti: 10.282 morti, 117.000 deportati.

Il 22 ottobre 1956 aerei da caccia francesi, per ordine di Guy Mollet, fecero dirottare un aereo di linea marocchina, proveniente da Rabat con destinazione Tunisi. Sull’aereo si trovavano, diretti alla prima Conferenza maghrebina, quattro dei capi storici della rivoluzione algerina (tra i quali Ben Bella), erano membri del CNRA (Consiglio Nazionale della Rivoluzione Algerina) primo organismo direttivo politico militare della rivoluzione.

I quattro rimasero detenuti in Francia sino alla firma degli accordi di Evian,1962.

Nel novembre del 1956 viene designato comandante in capo in Algeria il generale Raul Salan, delegato per l’Algeria con pieni poteri, civili e militari, il quale condusse campagne contro gli algerini estremamente cruente che furono chiamate campagne di pacificazione.

Nel marzo del 1957 i paracadutisti di Massu uccisero l’avvocato del foro di Algeri, Ahmèd Bumendjel, uno dei più esposti avvocati nella difesa dei patrioti algerini.

Il suo assassinio venne presentato all’opinione pubblica come un suicidio.

Nell’ottobre del 1957 veniva ultimata la linea Morice, uno sbarramento elettrico che correva lungo il confine algero-tunisino, con il quale si intendeva impedire il passaggio di uomini e materiale bellico attraverso quelle piste. Il suo ideatore era l’allora ministro della difesa e delle forze armate, il generale André Morice.

Sempre nello stesso anno fu creata un’organizzazione chiamata La Main Rouge, nome con il quale si coprivano le azioni delittuose dei servizi segreti francesi; tale struttura aveva, tra gli altri incarichi, il compito di impedire l’approvvigionamento di armi al F.L.N. (Fronte di Liberazione Nazionale) eliminando fisicamente sia il compratore che il venditore, senza far ricadere sospetti sui servizi segreti.

Era infatti presentata come l’emanazione di un gruppo di coloni integralisti francesi. Tale struttura fu creata durante il governo socialista di Guy Mollet (Febbraio 1956-Giugno 1957) e formata da agenti del Service Action dello SDECE (Servizio di Documentazione Estera e di Controspionaggio francese).

La Main Rouge, dal 1958, fu guidata dal consigliere personale del generale De Gaulle, Jacques Foccard in contatto diretto con il Primo ministro Michel Debré, con il generale Paul Grossin (capo dello SDECE) e con il colonnello Robert Roussillat capo di Service Action. Tutti i dossier relativi alle azioni eseguite furono distrutti ad operazioni ultimate.

Quando nel 1960 l’ex colonnello dei paracadutisti Massu, nel frattempo divenuto generale d’armata, venne richiamato in patria, si scatenò ad Algeri la sommossa detta delle barricate che fu la prima azione di tipo insurrezionale da parte degli oltranzisti francesi d’Algeria, contro la ricerca di una soluzione di compromesso perseguita da De Gaulle.

Il 20 gennaio 1961 a Madrid, sotto l’ala protettiva del regime franchista, fu creata O.A.S. (Organisation Armée Secrète) fondata da quattro generali ribelli a De Gaulle: Zeller, Challe, Jouhaud e Salan, i primi due poi si ritirarono mentre Jouhaud e Salan continuarono; Salan fu poi condannato a morte in contumacia, arrestato nella primavera del 1962 e condannato all’ergastolo, ma graziato da De Gaulle nel 1968. L’OAS operò in Algeria e nella Francia metropolitana.

Il 30 marzo 1961 veniva ucciso con una bomba al plastico, messa dall’OAS, Camille Blanc, sindaco di Evian, la cittadina destinata ad essere la sede delle trattative franco-algerine. L’attentatore fu condannato a vent’anni di carcere, ma anche lui, come Salan, fu graziato da De Gaulle nel 1968, alla vigilia delle elezioni politiche.

Tra il Maggio 1961 e il settembre 1962, l’OAS uccise 2700 persone, di cui 2400 erano algerini. Dal giorno della sua fondazione alla fine di settembre 1961, cioè in solo quattro mesi, l’OAS compì in Algeria e in Francia più di mille attentati, organizzò anche un attentato al generale De Gaulle che però fallì.















 La sinistra francese e il colonialismo

Abbiamo illustrato gli antefatti, i fatti e una sintesi dell’occupazione francese in Algeria; ora trattiamo brevemente il ruolo che tennero i partiti della sinistra francese, SFIO e PCF, a proposito della questione coloniale e in particolare della guerra di liberazione algerina.

I due partiti di sinistra, nei confronti del colonialismo, ebbero un atteggiamento di accettazione con dei piccoli, insignificanti “distinguo” rispetto alla destra.

La sinistra francese del secolo scorso era rappresentata principalmente dal partito socialista che fu fondato nel 1882 da Jules Guesde e da Paul Lafargue (che aveva sposato la figlia di Carlo Marx) ed aveva il nome di Partito Operaio; poi nel corso degli anni fu attraversato da scissioni e fusioni con altre componenti operaie, sino a diventare nel 1905 SFIO acronimo di Sezione Francese dell’Internazionale Operaia. L’originario Partito Operaio era caratterizzato da una linea rivoluzionaria che nel passare degli anni mutò sia nel nome, sia negli intenti e sia nelle linee politiche, via via sempre più moderate.

La SFIO fu sciolta durante il regime collaborazionista di Vichy per poi rinascere, nel 1943; dopo questa data iniziarono una serie altalenante di scissioni e unioni, fino al nuovo cambio di nome che divenne PS nel 1969.

La partecipazione della SFIO al governo continuò l’impostazione coloniale della destra, favorendo anche l’inserimento di elementi compromessi con il regime di Vichy, come il prefetto Maurice Papon.

Il PCF nasce nel 1920 da una scissione dalla SFIO, tra i suoi fondatori ci fu anche Ho Chi Minh (a quei tempi operaio emigrato in Francia), nasce come partito marxista, poi si muove con una linea compromissoria con la SFIO, alternando periodi di collaborazione a periodi di autonomia. Mantenne sempre uno stretto rapporto con l’allora Unione Sovietica che, a differenza del PCF, era favorevole all’indipendenza dell’Algeria.

La linea tenuta rispetto al problema “Algeria” fu una linea che, di fatto, accettava la situazione in corso: ciò creò un notevole disorientamento fra i simpatizzanti e fra gli stessi iscritti.

Il PCF, pur non avendo in quel contesto responsabilità di governo, era dell’idea, affermata fino al 1958, che l’Algeria doveva rimanere unita alla Francia.

Maurice Thorez, segretario del PCF, era contro l’autodeterminazione dell’Algeria ed affermava che “Il diritto al divorzio non comporta l’obbligo di divorziare”.

Sostanzialmente i dirigenti del PCF erano contrari a tutti gli imperialismi, ma non a quello del loro paese. Il PCF parlerà d’indipendenza dell’Algeria, come prospettiva da raggiungere in un futuro certo, ma mai definito; questa è ancora nel 1958 la posizione del PCF.

All’interno del PCF c’era pure una componente minoritaria, contraria alle posizioni scioviniste della dirigenza del partito.

La minoranza di sinistra del PCF aveva criticato in particolare le seguenti posizioni assunte dal partito:

- la condanna che il PCF fece agli attentati fatti dal FLN nel 1954;

- il voto che approvava i poteri speciali concessi nel 1956 a Guy Mollet per l’Algeria;

- l’allontanamento dei comunisti iscritti che appoggiavano il FLN;

Il PCF non fece mai autocritica delle posizioni assunte nel periodo dell’occupazione francese dell’Algeria.

Riportiamo, a proposito del ruolo della sinistra francese, una parte dell’intervista fatta da Barbara Bertoncin e Anna Devoto a Francois Géze.[1]

Che posizione assunse la sinistra francese in questa vicenda?

La sinistra francese e gli intellettuali in generale a quell’epoca non lo consideravano un avvenimento importante. Di nuovo bisogna però considerare il contesto politico di allora: la maggioranza della sinistra francese era appiattita sulle posizioni del governo a favore della guerra e contro l’indipendenza dell’Algeria; d’altronde il partito socialista a quel tempo era la SFIO. Ed erano governi socialisti anche quelli che avevano cominciato la guerra, con Guy Mollet e François Mitterrand, che all’inizio della guerra era Ministro degli Interni.

I comunisti, che allora erano molto più egemoni di oggi, tennero una posizione più ambigua: la maggioranza del partito fu favorevole alla guerra (o perlomeno non contraria) e votò i pieni poteri a Guy Mollet; chi protestò, i militanti favorevoli all’Fln, fu espulso. Questo spiega perché, ad esempio, la maggioranza degli intellettuali francesi se ne tenne fuori. Quelli che si mobilitarono, dimostrando un impegno ammirevole, sia i “portatori di valigia”, che sostenevano la lotta algerina operativamente portando soldi, ecc., sia coloro che si impegnarono per denunciare le pratiche dell’esercito francese in Algeria e l’uso della tortura, come Pierre Vidal-Naquet, furono pochissimi, una manciata di persone coraggiose e ostinate, che riuscirono a far passare messaggi, libri proibiti che vendevano migliaia di copie... Una lotta ultra minoritaria, che si allargò un po’ a partire dal ’57-’58, portata avanti da quei pochi che non si ritrovavano né nel partito socialista, la SFIO, né nel partito comunista, e che continuarono a denunciare e protestare, anche contro la maggioranza dell’opinione pubblica, che li percepiva come dei traditori e dei nemici della Francia. Come, ad esempio, François Maspéro, che aveva fondato una casa editrice per poter pubblicare opere contro la guerra d’Algeria e già nel mese di novembre aveva pubblicato un testo di testimonianze sui fatti del 17 ottobre. Ecco, lui fu uno di quelli che si mobilitò maggiormente ma, lo ripeto, si trattò comunque di una minoranza completamente occultata.

RICORDIAMO, SOLO ALCUNI, DEI MASSACRI OPERATI DAI FRANCESI IN AFRICA (tra il 1947 1 il 1958)

MADAGASCAR

I francesi occuparono il Madagascar il 30 Dicembre 1895.

Nel 1942 gli inglesi invasero l’isola che fu poi restituita ai francesi alla fine della guerra.

Moramanga è una cittadina della provincia di Tamatave, nel 1947 vaste sommosse popolari che s’accompagnavano all’azione indipendentista del MDRM (Mouvement Démocratique de Rénovation Malgache) si volsero contro il dominio francese (nel 1946 l’isola era stata dichiarata territorio francese d’oltremare).

La repressione, di cui la zona di Moramanga fu l’epicentro, fu feroce, secondo Frantz Fanon furono 90.000 i malgasci uccisi.

I dirigenti del MDRM furono uccisi o catturati, avvennero esecuzioni di massa, torture, interi villaggi furono incendiati. Nell’Ottobre del 1948 il MDRM fu sciolto, la rivolta fu domata solo nel Dicembre del 1948, cagionando il numero di morti di cui sopra.

Nel 1958 Nacque la Repubblica Malgascia quale membro della comunità francese, dalla quale però l’isola di Madagascar si staccò nel Giugno del 1960, conseguendo l’indipendenza politica.

MAROCCO

Il 30 settembre 1952 i francesi uccisero 300 manifestanti.

Il fatto avvenne a Carrières Centrales, nome di una vasta zona di bidonville nella zona periferica di Casablanca.

All’origine dell’eccidio vi fu la tensione provocata dalla notizia dell’assassinio del sindacalista tunisino Ferhàt Hasèd e il conseguente sciopero generale proclamato dall’UGSCM (Union Générale des Syndacats Confédérés du Maroc) per il giorno 8 dicembre 1952.

Già nella notte precedente alcune decine di arabi erano stati uccisi in scontri con la polizia francese. Quando poi un grande corteo popolare, privo di armi, prese a muoversi verso il centro cittadino, i francesi aprirono il fuoco sulla folla uccidendo circa 300 manifestanti. Arrestarono poi 400 militanti delle seguenti organizzazioni: Partito Indipendentista Istiqlàl, sindacalisti dell’UGSCM e del Partito Comunista Marocchino.

Il Marocco ottenne l’indipendenza nel 1956.

TUNISIA

L’8 febbraio 1958 a Sakiet Sidi Yussef, una località tunisina al confine con il Costantinese algerino, mentre era in corso una distribuzione di viveri da parte della Croce Rossa Internazionale, un attacco aereo dell’aviazione francese colpì le ambulanze della Croce Rossa che furono sventrate, mitragliate e bombardate. Decine di donne e di bambini furono uccisi, letteralmente fatti a pezzi.

SCHEDA SU MAURICE PAPON Il prefetto della mattanza

Negli anni '30 del secolo scorso il giovane Maurice Papon, 1910-2007, era un militante del gruppo radicale-socialista e, come esponente di tale gruppo, ebbe un ruolo da funzionario nel governo del Fronte Popolare del 1930.

Scoppiò la II guerra mondiale e la Francia fu velocemente invasa dalla Germania nazista.

La Francia era divisa fra la parte nord-atlantica occupata dai nazisti e la parte del centro-sud governata da Petain, ossia il governo collaborazionista di Vichy che ufficialmente veniva chiamato “Stato Francese”. Il regime di Vichy nasce il 10 luglio 1940 e finisce il 25 agosto 1944.

Papon fece subito la sua scelta e si trasferì armi e bagagli con Petain.

Ottenne subito un posto di rilievo, si occupò principalmente di scovare gli ebrei e di organizzare la loro trasferta nei campi di sterminio tedeschi, svolse con impegno ed efficienza il suo ruolo così per lui si prospettò una rapida carriera.

Venne nominato Segretario Generale della Prefettura della Gironda dal 1942 al 1944. Il buon Maurice, però, sul finire del 1943, fiutò che l’aria stava cambiando e si posizionò, prima della disfatta germanica, con il movimento “Francia Libera” di Charles De Gaulle a cui rimarrà sempre legato e dal quale fu molto stimato.

Il 6 dicembre 1944 venne nominato Direttore di Gabinetto della regione di Bordeaux, nonostante le proteste del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) per il suo passato di funzionario del regime di Vichy.

Il 26 ottobre 1945, dopo aver lasciato l’incarico a Bordeaux per motivi di salute, venne chiamato al Ministero dell’interno, con il ruolo di Vicedirettore degli affari generali dell’Algeria.

L’8 gennaio del 1946 fu nominato prefetto della Corsica, dove si impegnò per il trasporto aereo degli armamenti che servirono al nascente stato di Israele.

Il 17 settembre 1949 fu nominato prefetto di Costantine in Algeria.

Dal 1951 al 1954 fu Segretario Generale della Prefettura di Polizia.

Dal 2 luglio 1954 al 1955 svolse il ruolo di Segretario Generale del Protettorato del Marocco.

Dal 1956 al 1958 fu di nuovo in Algeria con il ruolo di Ispettore generale a Costantina.

E’ il socialista Guy Mollet, allora primo ministro, che nel 1956 lo volle in Algeria, lo nominò Ispettore Generale con pieni poteri per organizzare un vasto piano di contenimento del FLN. Papon organizzò un sofisticato piano di repressione che vide le sinergie della tortura e dell’intervento psicologico; la sua cura fu efficace e le cifre parlano da sole: 10.282 morti, 117.000 deportati.













Dal 1958 al 1967 fu richiamato in patria per svolgere il ruolo di Prefetto.

Al suo ritorno in Francia fu ricevuto con tutti gli onori, come un uomo che conosce bene i problemi algerini e può risolverli brillantemente.

Il ministro degli interni, il radical-socialista Bourgès-Maunoroy, lo volle immediatamente all’opera.

Com’era nel suo stile, Papon non perse tempo. Fondò subito un centro d’identificazione a Vincennes e un campo d’internamento dove rinchiuse 5.000 algerini, poi avviò il suo progetto più efficace: creò gli Harkis, un particolare corpo di polizia. Prese un manipolo di algerini collaborazionisti, li mise agli ordini di ufficiali francesi e affidò a questa specie di polizia parallela i compiti più truculenti.

Gli Harkis utilizzarono due alberghi del quartiere parigino della Goutte d’Or, un quartiere popolare, e li trasformarono in un vero laboratorio dell’orrore, in cui avvennero torture, assassinii e ogni possibile nefandezza immaginabile nei confronti dei loro connazionali; naturalmente gli Harkis ebbero anche il compito di preparare agenti per infiltrarsi nella resistenza indipendentista.

Nel 1967 Maurice Papon lasciò la Prefettura di Parigi ed fu nominato Presidente della Società Nazionale di Costruzione Aereonautica.

Nel 1968 venne eletto deputato dell’UDR e tesoriere del partito, carica che terrà per tre anni, con l’approvazione entusiasta di De Gaulle.

Nel 1971 fu eletto sindaco della città Saint Armand Montrond.

Nel 1972 divenne Presidente della Commissione delle Finanze dell’Assemblea nazionale.

Nel 1973 fu rieletto deputato e così pure nel 1978 (ottenendo al secondo turno il 51,47% dei suffragi superando il suo avversario, il comunista Laurent Bilbeau).

E per chiudere in bellezza dal 1978 al 1981 fu ministro delle finanze nel terzo governo di Raymond Barre con Presidente della Repubblica Giscard d’Estaing.

Le cose iniziano a cambiare per Papon quando un articolo del giornale Le Canard Enchainé nel 1980, chiese spiegazioni a Papon, allora ministro delle finanze, in merito ad una serie di importanti favori fiscali concessi ai suoi due generi. Alla richiesta del giornale, Papon rispose così: ”Le vostre domande non meritano alcun tipo di risposta”.

Le Canard Enchainé il 6 maggio 1981 (fra i due turni elettorali che portarono alla presidenza Francois Mitterand), pubblicò un’inchiesta a firma Nicolas Brimo che rivelò e documentò il ruolo che svolse Maurice Papon nella deportazione di 1600 adulti e 130 bambini, tutti di religione ebraica, della regione di Bordeaux verso i campi di sterminio in Germania. I due documenti svelati da Le Canard Enchainé portano la data del febbraio 1943 e marzo 1944 e sono firmati da Maurice Papon.

Nel 1983 Papon è incolpato di crimini contro l’umanità, ma dal giorno in cui comparve l’articolo, 1981, all’inizio del processo, 1997, passarono 16 anni.

Nel 1998 fu condannato a 10 anni di reclusione, ma essendo ancora a piede libero riuscì a fuggire in Svizzera. Venne poi acciuffato nell’arco di 48 ore e infine imprigionato.

Restò in galera solo tre anni, in quanto il 4 marzo 2002, venne scarcerato per problemi di salute.

Maurice Papon morì nel 2007 all’età di 96 anni.

Il processo a Papon fu molto importante, costrinse la Francia a riprendere in esame un periodo storico ed un ruolo che i francesi hanno sempre cercato di dimenticare: gli anni della repubblica nazista francese di Vichy che coinvolse milioni di cittadini francesi.

Ciò che a noi preme è pero far notare come le accuse a Papon si limitarono al problema della persecuzione degli ebrei, non una parola o un timido cenno fu fatto riguardo alle azioni di Papon rispetto agli eccidi in terra di Algeria e al massacro degli algerini del 17 ottobre 1961.

Ricordiamo, a questo proposito, quando al Festival di Venezia fu premiato il film di Gillo Pontecorvo, LA BATTAGLIA DI ALGERI (un film che condannava esemplarmente il colonialismo francese e tutti i colonialismi), la delegazione francese abbandonò la sala in segno di protesta. Il film attese quasi dieci anni prima di poter avere una circolazione nel circuito nazionale francese e ciò fu possibile solo grazie all’interessamento del regista Louis Malle. La famigerata OAS, ufficialmente estinta, ma ancora operante nell’estrema destra francese, minacciò di far esplodere le sale cinematografiche che avessero avuto l’ardire di proiettarlo.


Conclusioni

Abbiamo voluto ricordare il massacro di Parigi del 17 ottobre del 1961 per diversi motivi che crediamo siano importanti, in questo clima di oblio e di “chiacchiericcio” televisivo e giornalistico che ha il compito di impedire ogni seria considerazione che sia legata alla verità e alla giustizia.

In questo scritto abbiamo cercato di dare la preminenza ai fatti accaduti, (presentati nel loro avvenire cronologico) rispetto alle analisi e alle considerazioni, perché crediamo che le considerazioni siano determinate dai fatti raccontati, ciconstanziati e documentati da ricercatori e studiosi e facilmente verificabili.

Crediamo poi che questa caccia all’arabo, al musulmano che diventa ogni giorno più pericolosa e inquietante, non faccia alcuna chiarezza sulle responsabilità dell’Occidente.

L’Occidente, con i suoi bracci armati ONU e NATO, è lo scatenatore di guerre ormai seriali, dai Balcani all’Afghanistan, incrementate, dopo il singolare, tragico avvenimento dell’11 settembre, a tutto il Medio-Oriente.

Siamo poi convinti che l’affermazione dell’esportazione dei diritti umani e della democrazia, nasconda la necessità dell’importazione di materie pregiate a bassissimi prezzi e quando possibile, a costo zero.

L’esigenza di ricordare i dolorosi fatti del 17 ottobre 1961, sfociate in un assassinio di massa è sì per un “ non dimenticare”, ma è anche per tendere ad abbattere gli acritici miti, in questo caso il mito della Francia: regno della raffinatezza, del buon gusto, dell’impegno, del cinema, della cultura, della “Libertà-Fratellanza-Uguaglianza”, dei diritti universali e via esaltandosi.

La Francia con la sua rivoluzione del 1789 ha avuto un’importanza fondamentale nella storia dell’umanità e non si può che essere grati a tutte quelle cittadine e quei cittadini che lottarono nel 1789, nel 1848, nel 1871.

Tutto questo non può essere dimenticato e noi, “NON DIMENTICHIAMO”.

Non dimentichiamo nulla e cerchiamo di ricordare tutto, ed allora non possiamo che constatare che un conto è la Francia “dei lumi”, un conto è la Francia con la sua politica coloniale (che la Rivoluzione del 1789, bloccò solamente per qualche anno).

Oggi la Francia ha ripreso in maniera forte il progetto neocolonialista, con le sue truppe è presente in molte parti del mondo, soprattutto nelle sue ex colonie, in cui interferisce senza ritegno negli affari interni, rovesciando governi e imponendo uomini locali di sua fiducia per appropriarsi delle ricchezze di quei paesi.

La storia degli esseri umani è una lunga, ininterrotta sequenza di tragedie, fatte di sangue versato e di dolore indicibile: scoperchiare la pentola a pressione del rimosso permette di riconsiderare il presente, per impostare un futuro dove per le donne e gli uomini sia possibile organizzare un mondo fatto di dignità e di rispetto, dove esista non un piatto egualitarismo, ma una reale e non formale uguaglianza.

Concludiamo con tre frasi di Aimé Césaire (1913-2008) scrittore e poeta francese originario della Martinica.

“Ciò che il borghese molto cristiano del XX secolo non perdona a Hitler, non è il crimine in se, è il crimine contro l’uomo bianco. Non gli perdona di avere applicato all’Europa metodi coloniali, fino ad ora subiti solo dagli arabi, dai lavoratori indiani e dai negri d’Africa”.

“La colonizzazione disumanizza l’uomo persino più civilizzato; l’azione coloniale, l’impresa coloniale, la conquista coloniale, fondata sul disprezzo dell’uomo indigeno e giustificata da questo disprezzo, tende inevitabilmente a modificare colui che la intraprende; il colonizzatore che, per mettersi in pace la coscienza, si abitua a vedere nell’altro la bestia, si riduce a trattarlo come un animale, tende oggettivamente a trasformarsi in bestia”.

“Ho una diversa idea di universale. Si tratta di un universale ricco di tutto quello che è particolare, ricco di tutti i particolari che ci sono, l’approfondimento di ogni particolare, la coesistenza di tutti loro”.

Per il CIVG Luigi Cecchetti

Bibliografia:

Fanon 1 a cura di G. Pirelli Ed. Einaudi 1971

Fanon 2 a cura di G. Pirelli Ed. Einaudi 1971

I dannati della terra di Franz Fanon Ed. Einaudi 2007

La battaglia di Algeri dei servizi speciali Paul Aussaresses

prefazione di G. Galli, Ed. Leg 2007

La tortura di Henry Alleg prefazione di J. P. Sartre Ed. Einaudi 1958

La guerra di Algeria di Benjamin Stora ED. Il Mulino 2009

Sitografia:

www resistenze- Parigi strage dimenticata

www memoria storica

Le monde 17 ottobre 2011 Ariane Chemin

[1] Direttore generale delle Editions La Découverte dal 1982 (nel 1998 la casa editrice è stata integrata nel gruppo Havas, ora Editis). E’ inoltre presidente del gruppo degli editori in Scienze Umanistiche e Sociali del Syndicat National de l’édition e vicepresidente del “Centre français d’exploitation du droit de copie” (CFC) che ha presieduto tra il 1996 e il 1999.

da http://www.civg.it

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