Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/02/2019

La sinistra vera – da Corbyn e Mélénchon a Chomsky – è contro il golpe in Venezuela


Quella finta è solo la maschera ipocrita di Trump, Bolsonaro, Salvini.

Corbyn e Melenchon hanno preso posizioni nettissime contro il golpe in corso da parte del fantoccio di Trump, Guaidò. E altrettanto nettamente e duramente si sono espressi contro i governi e le organizzazioni colonialiste dell’Occidente – UE, NATO – che sostengono il golpe di Trump e colpiscono lo stato sovrano del Venezuela con la guerra economica e preparano quella militare.

Tutta la sinistra vera del mondo, da Lula a Morales, dai leader progressisti dell’America Latina a quelli dell’Africa e dell’Asia, ai radicali degli Stati Uniti, sta sulle posizioni di Corbyn e Melenchon e usa le stesse parole di Noam Chomsky. Tutti i partiti comunisti, piccoli e grandi spesso divisi tra loro, tutte le forze autenticamente socialiste sono contro il golpe. Il campo della sinistra è spesso diviso, con giudizi e posizioni in conflitto su tante cose, ma di fronte ad un golpe reazionario guidato dalle multinazionali del petrolio come quello in atto in Venezuela, si ritrova naturalmente dalla stessa parte.

Ma in Europa ed in Italia, con anni e anni di imbrogli e tradimenti, si è anche costituito un altro campo, quello della sinistra finta. Questa sinistra si presenta come tale fino a quando non entrano in campo gli interessi e i poteri economici e finanziari ai quali si è venduta. Quando questi interessi e poteri danno uno strattone al guinzaglio, questa finta sinistra abbaia dove vuole il padrone. Cosi sul Venezuela cade la maschera ipocrita di tanti fieri democratici, antifascisti, antirazzisti e la sinistra finta rivela la stessa faccia di Trump, Bolsonaro, Salvini. La sinistra finta diventa golpista.

Potere al Popolo, nel suo piccolo, è fieramente parte del campo della sinistra vera che nel mondo contrasta il golpe in Venezuela. Per questo abbiamo posto il ripudio del golpe in quel paese come discriminante per le elezioni europee. Non vogliamo avere nulla a che fare con la finta sinistra oggi golpista, dalla quale anzi vogliamo sgomberare il campo. E neppure ci interessa una sinistra muta per convenienza, ora che bisogna gridare da che parte si sta.

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15/03/2018

Analisi SWOT di Potere al Popolo

I risultati e le prospettive di Potere al popolo a livello nazionale, in una situazione di lento e velenoso declino del paese come la nostra, impongono qualche riflessione, di prospettiva, a freddo

Si tratta soprattutto di riflessioni legate alla possibilità di far crescere una forza di sinistra conflittuale in un paese che ha davanti a sé nuove ondate di ristrutturazione tecnologica, mutazioni sociali che si giocano tra invecchiamento demografico e uscita dal lavoro di intere aree del paese, nuovi spasmi nella contrazione dei beni pubblici nell’incapacità di disconnettersi dalla dipendenza della finanza globale. Per far emergere questo tipo di riflessione, lontana da esigenze di compulsiva ricerca del consenso o da botta e risposta su Facebook, torna utile lo schema delle analisi SWOT.

In poche parole, di una analisi che, più o meno schematicamente metta sul tavolo i punti di forza, quelli di debolezza, le opportunità e le minacce che stanno attorno al fenomeno osservato. E’ evidente che l’accelerazione del processo di costruzione di Pap dall’autunno scorso rendeva, fino a poco tempo fa, inutili questo genere di considerazioni. I processi di accelerazione in politica mettono, naturalmente, tra parentesi un tipo di analisi che non ha bisogno di velocità ma di silenziosa, lenta estensione.

Al contrario oggi questa analisi serve. Di fronte a processi che si daranno nella mutazione, di nuovo drammatica, di un paese grazie a fenomeni che sono già tra noi ma sono ancora lontani dai radar delle sinistre radicali, e di movimento, esistenti.

Ma partiamo da qualche considerazione sui punti di forza di Pap. Sicuramente un punto di forza è stato, ed è, la capacità di mettere in campo persone fresche, credibili, che vengono da percorsi di lotta e di strada, e di farle veicolare sui social. L’energia, la vitalità di questo percorso si è fatta materialmente sentire. Si tratta di fenomeni socialmente coagulanti e, proprio per la capacità che contengono di aggregazione sociale, danno un peso diverso all’1,1% nazionale ottenuto. Percentuale che, grazie a questo potenziale di aggregazione, non è da vecchio Pdci in declino ma da elemento politicamente giovane, potenzialmente dinamico e costituentesi a sinistra. Insomma, Potere al popolo ha, come patrimonio, la freschezza necessaria per poter parlare al popolo.

Da qui però si scivola subito a una considerazione sui punti di debolezza: nonostante questa innegabile vitalità, Potere al popolo non è arrivato neanche all’1.5%. Certo, la velocità costituente dell’operazione Pap si è dimostrata anche un punto di debolezza. Molte cose essenziali, nel lavoro di comunicazione politica sono state giocoforza trascurate. E le elezioni sono soprattutto un terreno di comunicazione politica più la capacità di far valere legami consolidati, e interessi materiali, sul territorio nazionale. Ma soprattutto, nonostante la forte mobilitazione assembleare nazionale di Pap, fatto unico in queste elezioni, non si è trasformato proprio il lavoro assembleare fatto nel meritato consenso spendibile elettoralmente. Il fatto che questa mobilitazione non sia stata premiata è un fatto da non trascurare. E se prendiamo l’aspetto puramente comunicativo balza agli occhi che Potere al popolo, pur avendo delle potenzialità, deve ancora seriamente esercitarsi per riuscire a parlare il linguaggio del popolo. Questi, anche se le potenzialità ci sono, sono innegabili punti di debolezza.

Di qui si passa alle opportunità che si offrono a Potere al popolo. I prossimi anni saranno caratterizzati dall’allargamento di tutti i divari sociali, materiali e immateriali, da una forte restrizione delle risorse pubbliche e da profonde ristrutturazioni tecnologiche di quello che rimarrà del lavoro produttivo. I territori conterranno, tutti, aree di eccellenza ed aree di disperazione, economie della crescita e pericolose economie di rapina. La differenza, di territorio in territorio, la farà la concentrazione di un tipo di area, o di economia, piuttosto che un altro. Certo, in Italia ci saranno molte più maquilladoras, col lavoro pagato a prezzi ridicoli, che Silicon Valley (e comunque a redditi calmierati per la forza lavoro) entro una marea di neet, di inattivi e di pensionati poveri. E comunque, come ci insegnano le recenti elezioni tedesche, i centri di eccellenza in aree di disagio economico non riducono le spinte a destra sui territori (vedi Dresda come case study dell’ascesa di Afd).

Di fronte a questa crisi complessiva dei territori liberisti, in cui la regolazione ordoliberale rimane solo come feticcio o come marketing, si apre un forte spazio per una sinistra conflittuale. A patto che sappia parlare ai territori, sappia come poterli governare, come usare il potere conflittuale in termini di allargamento percepibile del benessere delle classi subalterne. Ma la stessa, già oggi presente, conformazione dei territori, dove si intrecciano punte di innovazione assieme a soffocamento sociale e disastro ambientale, rischia di essere anche un elemento di disgregazione di questo genere di sinistre. Prima di tutto la spoliticizzazione, e la microtribalizzazione (dove le reti spontanee di relazione sociale sono socialmente chiuse e non si parlano tra loro), delle classi subalterne rende illeggibile, e non decodificabile, il linguaggio della politica militante. Secondo, questo linguaggio militante ha difficoltà a trasformarsi in pratiche estese e vincenti perché si sono alzate le condizioni, materiali e immateriali, di complessità per fare politica sui territori. La stessa forte riduzione delle risorse pubbliche sui territori è una condizione per l’esaurirsi della conflittualità permanente. Non ci sono risorse significative da redistribuire, la stessa conflittualità che, in epoca fordista, sui servizi riusciva a alimentare l’onda lunga della risposta welfarista dello stato oggi è in declino quanto le risorse pubbliche.

Le risorse decisive per i territori, nella tendenza storica alla dismissione dell’intervento pubblico, passano sempre più sia da una governance privata, tecnicamente impermeabile alla conflittualità sociale e quindi alla credibilità di chi la sostiene. E così l’onda lunga delle lotte che alimentavano il welfare è stata sostituita, basta vedere i voti alla Lega, dalla richiesta dello straniero da cacciare in una logica di feroce economia della scarsità alimentata dalla stessa governance privata delle risorse. Questi fattori, uniti alla spoliticizzazione delle classi subalterne, che risponde alla politica su sollecitazione episodica dell’immaginario non in termini di nuova specializzazione di massa militante, fanno sì che i territori del futuro siano anche una minaccia nei confronti della sinistra conflittuale. I territori, nel loro complesso, non si mostrano più naturalmente come acqua per i pesci della guerriglia, per riprendere la celeberrima metafora di Mao, ma un ambiente polimorfo che bisogna saper leggere. Pena la perenne sconfitta politica.

Non parliamo poi, trascurando una analisi dei flussi demografici sempre rinviata a sinistra, del fatto che i soggetti politici di sinistra sono spesso espressione di un sapere pubblico – quello della scuola e dell’università – sostanzialmente obsoleto rispetto all’alta complessità di sapere di cui si serve oggi il dominio. La critica della scuola e dell’università presenti non ha ancora prodotto un sapere all’altezza della sinistra conflittuale di oggi: competenze innovative, e se non direttamente almeno potenzialmente antiliberiste, in termini tecnologici, comunicativi, antropologici, fiscali, amministrativi, finanziari sono, collettivamente parlando, qualcosa ancora lontano. E senza un corpo di saperi critici ma altamente complessi non si cambia molto del proprio mondo. Oltretutto, a differenza della fase fordista, la analfabetizzazione di ritorno delle classi subalterne è così forte da far veicolare l’idea, ovunque, che il sapere sia non potenza ma erudizione.

E’ un mondo che è ben diverso da quello che le retoriche di sinistra, ma anche quelle di destra, prefigurano. Il declino del lavoro, le imminenti nuove rivoluzioni tecnologiche (sul piano del lavoro ma anche del credito, destinato a incidere nella società quanto il lavoro), l’invecchiamento demografico (che ha silenziosamente trasformato la società italiana) e gli choc economici da deflazione da debito ci portano una materialità del tessuto sociale che è tutta da declinare in termini di sinistra conflittuale. E, allo stesso tempo, risulta oggi impossibile fare politica, in termini di grandi numeri, senza competenze diffuse all’incrocio tra comunicazione, tecnologia e finanza (in senso critico, ovvio). Sono questioni emerse da un quarto di secolo, che le sinistre non hanno mai affrontato e si vede, infatti, come sono ridotte. Non è un caso, ad esempio, che nella polemica elettorale sul Venezuela si sia risposto, anche giustamente, in termini etici. Il fatto che il Venezuela sia stata negli scorsi anni una patria di estrazione del bitcoin, e che lo stesso Maduro si sia affrettato a coniare una versione statuale della stessa criptomoneta, pur rappresentando un tema – quello realistico di quale moneta alternativa c’è bisogno – che riguarda il futuro del nostro paese, non è stato affrontato. Perché su questi temi (dalla finanza alle tecnologie alla comunicazione), che hanno cambiato la faccia della nostra società e la cambieranno in maniera ben più radicale nella prossima decade, c’è ancora solo timidezza.

Ma, senza entrare a fondo in questi temi, è forse la mutazione di ciò che viene chiamato popolo una questione che, da sola, fa intravedere le altre mutazioni. Tralasciando le vicende del concetto costituzionale di popolo, e delle sue trasformazioni, che comunque ci portano a capire che il popolo è più forma normativa che sostanza sociale, vediamo un passaggio. Il concetto di popolo, così come espresso nelle narrazioni di sinistra, ha due declinazioni che tendono a intrecciarsi. Una, più recente, che indica il popolo come il 99 per cento dei componenti di una nazione che si contrappone all’uno per cento dell’élite economica e finanziaria. L’altra, sempreverde, è quello del popolo come un soggetto politico organico, rappresentante la società nel suo assieme, perennemente in sonno e perennemente risvegliato dalle avanguardie. Un popolo per il cui risveglio basta una seria, insistita iniezione di sapere militante. Bisogna essere sinceri: entrambe le narrazioni sono state usate, anche nel recentissimo passato e hanno attirato poco “popolo”, producendo risultati buoni solo a livello di nicchia.

Questo perché il popolo, senza entrare nella scivolosa discussione sulla consistenza e sulla utilità di questa categoria concettuale, oggi è un’altra cosa. Prima di tutto è qualcosa di sostanzialmente spoliticizzato e spesso inafferrabile alle categorie della politica. E non è che se questo qualcosa viene riunito sotto la categoria di “popolo” lo politicizzi. Poi è quello che un po' di antropologia di lingua inglese chiama un fenomeno sotto effetto demotic turn. Il demotic turn, nell’antropologia critica dei media, è il fenomeno della crescente popolarità, e relativa capacità di pressione, della “ordinary people” sui media e sui social media. Ha una base materiale nel lavoro subalterno delle nostre società di cui è il riflesso identitario. Si nutre della cultura delle celebrità, dei reality, dei talk e di tutto quanto è prodotto sui social media.

Insomma un “popolo” che sta lontano dalle forme tradizionali della politicizzazione militante ma che commenta, in quanto popolo sui social, tutto: da cosa comprare su Amazon, al gossip di ogni genere, alle elezioni. La parte socialmente subalterna di questa ordinary people, che è un fenomeno globale non solo italiano pur con declinazioni di cultura nazionale, è stata, alle ultime elezioni risucchiata da Lega e Movimento 5 Stelle. E’ inutile pensare il popolo a propria immagine culturale e somiglianza. Se un popolo esiste, al di là della forma costituzionale, nel XXI secolo, è quello del demotic turn. Anche nelle forme più marginali, sempre con lo smartphone in mano, è un popolo demotic. E il suo potere va attirato attraverso enormi innovazioni di lavoro e tecnologie comunicative del politico.

In una società come la nostra è quindi difficile poter affermare che la vera democrazia è quella assembleare. Specie quando alle assemblee tutti consultano lo smartphone anche per coordinarsi nello stesso momento della riunione. La democrazia, assieme al suo tasso di verità, passa attraverso la sovrapposizione di democrazia assembleare e tecnologica, che si da in diverse forme. E qui non essere stati in grado di attaccare concettualmente la piattaforma Rousseau che non solo non è democratica ma anche proprietaria, e poco trasparente, è un punto di debolezza. Non saper far emergere la propria concezione di democrazia digitale, quella che deve girare in istantaneo per milioni di persone, va a detrimento di quella assembleare. Il ripensamento delle forme di democrazia resta quindi essenziale, specie nella sovrapposizione tra forma agonistica e tecnologica, ma non tanto per problemi legati alla qualità della deliberazione democratica. Anche e soprattutto per allargare la platea sociale della politicizzazione, includendo sempre più la dimensione demotic, e di accelerazione della potenza politica del sapere. In quest’ottica va ripensata anche la nozione di territorio: incredibile come a sinistra ancora oggi si pensi a territorio come relazione di prossimità face-to-face. Il territorio oggi, quello in termini non urbanistici ma di relazioni di prossimità, è l’agenda di contatti del proprio smartphone più il proprio posto macchina. Certo, un territorio difficile da occupare, ma è quello che va occupato. In fondo lo ha fatto una azienda del 2.0, la Casaleggio, nemmeno tanto originale, non propriamente ricchissima, con l’ausilio di una rete di debuttanti della politica.

Se si cerca la dimensione del politico, e nelle nostre società è ancora possibile, non è quindi dove la si aspetta e dove i classici, e gli eretici, indicano. E’ nella nuova dimensione sociale, nella nuova territorialità dove si sovrappone lo spazio naturale con quello non naturale dei fenomeni mediali.

Personalmente ho aderito, votando e invitando a votare, Potere al Popolo. Era un passaggio che era necessario fare. Ora ce ne sono altri, evidentemente, di cui una sinistra conflittuale ha bisogno.

Insistere su visioni, per quanto umanamente condivisibili, in parte romantiche, in parte francescane, della società non aiuta molto a fare il salto successivo. Quello necessario, che vuole il confronto con la dura, nuova qualità del dominio.

Per Senza Soste, nique la police
14 marzo 2018

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12/01/2018

Si allarga il fronte contro l’Unione Europea. I baschi lanciano l’EHXIT

Si allarga in Europa il fronte delle forze politiche e sociali che, a partire da una posizione internazionalista, antifascista e anticapitalista, non solo contesta l’Unione Europea ma lotta per la sua rottura.

Dopo la Piattaforma Sociale Eurostop in Italia, France Insoumise, la Cup in Catalogna, alcuni settori – purtroppo minoritari – di Podemos e alcune realtà della sinistra radicale e comunista ellenica, anche i baschi lanciano la loro campagna per “rompere l’Europa del capitale”.

Con una conferenza stampa e un breve ma efficace video, l’organizzazione internazionalista basca Askapena – da decenni al fianco dei movimenti socialisti e di liberazione di tutto il pianeta e protagonista della lotta per l’autodeterminazione del popolo basco – ha lanciato nei giorni scorsi la campagna per l’EHXIT, cioè la rottura dell’Unione Europea e la fuoriuscita di Euskal Herria (Paese Basco, in euskera) dalla cosiddetta ‘Europa Unita’.

“Non è facile la situazione che viviamo in Europa – afferma la voce di una giovane attivista basca mentre nel video scorrono immagini eloquenti – Lo sfruttamento della classe lavoratrice normalizza la povertà nei nostri quartieri, e ci condanna alla subalternità. Il controllo e la repressione continuano ad aumentare, per evitare che le classi popolari si ribellino contro la strategia capitalista e per garantire che il sistema continui a funzionare come previsto. E’ per questo che crediamo sia giunta l’ora di prendere posizione contro l’Unione Europea. Non è più sufficiente criticare l’Unione Europea e rivendicare una sua riforma dall’interno. Occorre rompere l’Unione Europea a partire dalle sue radici! Occorre cominciare a praticare da subito un modello di relazioni che vogliamo costruire affinché nel futuro l’Europa sia un territorio socialista, femminista e internazionalista. Rompiamo l’Europa del capitale!”.

Già lo scorso anno l’organizzazione Askapena (Liberazione, in euskera) aveva stilato e diffuso un dettagliato documento dal titolo “Unione Europea. Non ne abbiamo bisogno, non la vogliamo” (http://askapena.org/sites/default/files/Europa_cas.pdf) nel quale analizzava e denunciava il carattere antipopolare, antidemocratico e tendenzialmente imperialista dell’Unione Europea, riattualizzando una riflessione e una presa di posizione che avevano a lungo caratterizzato prima Herri Batasuna e poi Batasuna nei decenni scorsi, prima che la nuova formazione politica della sinistra indipendentista basca – Sortu – si attestasse su posizioni tendenzialmente riformiste e pragmaticamente favore di un ‘nuovo stato basco nell’UE’.

Il lancio della versione basca di Eurostop rafforza ora la mobilitazione condotta in tutta Europa da forze che, a maggior ragione dopo il fallimento dell’ipotesi riformista in Grecia e dopo il sostegno di Bruxelles alla repressione spagnola in Catalogna, si battono apertamente per rompere l’Unione Europea, disobbedire e denunciare i trattati, uscire dall’Eurozona e dai patti militari, a partire dalla Nato e dall’Esercito Europeo.

Questo proprio mentre alcune forze di estrema destra o populiste europee rinunciano ad un euroscetticismo in molti casi frutto di una critica strumentale che è servita solo ad attirare i voti delle classi popolari e dei ceti medi attaccati da anni di austerità, tagli e legislazioni autoritarie imposte da Bruxelles.

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08/08/2017

Il Venezuela e la questione della difesa del potere rivoluzionario

Il compagno Giorgio Langella, segretario regionale del PCI del Veneto e membro della Direzione Nazionale, qualche giorno fa ha fatto circolare un intervento del senatore Corsini (esponente di Articolo Uno–MDP) sulla questione del Venezuela. Riportiamo, per brevità, le parole con le quali Langella accompagna l’invio dell’intervento del senatore Corsini:
“Su segnalazione del compagno Beccegato ho letto l’intervento del senatore Corsini sul Venezuela. Una cosa indecente, che evidenzia una sudditanza servile oltre che culturale nei confronti dell’imperialismo statunitense. Qua si confonde ‘il popolo venezuelano’ con la classe benestante, quelli che hanno perso i privilegi che avevano perché più ricchi, più simili a noi ‘civili occidentali’. E una posizione da colonialisti, intollerabile. Forse (anzi sicuramente) neppure i democristiani di destra ai tempi di Allende... Con gente come Corsini non possiamo avere nulla a che fare. Sono da un’altra parte. Penso che la questione Venezuelana, così come quella Ucraina, quella siriana, quella palestinese ecc. non possono essere messe da parte o considerate ininfluenti quando si parla di ‘alleanze’ e si dice che bisogna considerare le questioni territoriali o italiane. Sono, a mio avviso, questioni dirimenti. Non si può stare dalla parte dell’imperialismo in politica estera e fare i progressisti in Italia. Credono di rifarsi una verginità ponendosi dalla parte del vincitore. Non si pongono problemi, non analizzano le cose, dicono quello che più conviene loro, vanno dove tira il vento. Oggi è di moda, in questa ‘sinistra snob’ attaccare chi sta tentando di trasformare il sistema, chi combatte lo strapotere della ‘democrazia imperiale’, chi non accetta il ‘pensiero unico’. Questa è un’ambiguità non solo irritante ma estremamente pericolosa”.
Ma cos’aveva affermato Corsini, in Aula, per suscitare l’indignata – quanto giusta – reazione del compagno Langella? Ecco uno stralcio dell’intervento del senatore “bersaniano”:
“Signor Presidente, è per me del tutto naturale associarmi alle dichiarazioni del presidente Casini e dei colleghi che mi hanno preceduto, anche perché in Commissione esteri, tempo fa, abbiamo proposto una risoluzione che è stata portata all’attenzione dell’Assemblea. In tale risoluzione denunciavamo il processo autoritario e totalitario che è appunto in corso in Venezuela... Qual è il dato veramente impressionante? È il fatto che Maduro sta imponendo, non semplicemente un monopolio d’autorità, che espropria il Parlamento delle sue legittime funzioni di rappresentante della volontà popolare, ma che sta, come dire, imponendo un monopolio politico che estromette gli avversari e i contendenti dall’arena e dalla scena politica. Oltre al fatto che la storia di questi giorni è costellata di incidenti, di uccisioni, di sparatorie, di interventi che umiliano la dignità umana e la dignità dei singoli soggetti. Dobbiamo anche denunciare un fatto. È in corso, e molti parlamentari ne sono stati vittime, una sorta di mail bombing da parte di nostri connazionali, i quali si ostinano caparbiamente a negare la realtà dei fatti, cioè quella di un Paese martoriato che è sottoposto al processo di affermazione di una dittatura violenta e totalitaria. È per queste ragioni che noi oggi vogliamo riconfermare la nostra solidarietà al popolo venezuelano e trarre appunto auspici perché il Paese possa vedere rapidamente il ripristino della regola democratica nella sua pienezza”.
Questa di Corsini è una posizione coerentemente e pienamente controrivoluzionaria, oggettivamente (e soggettivamente) filo imperialista, completamente e dogmaticamente succube dell’ideologia conservatrice occidentale e capitalistica. Da questo punto di vista il compagno Langella, con il suo “j’accuse”, ha svolto con ogni probabilità un compito che è andato ben oltre la sua stessa denuncia della natura politica contingente dell’Articolo Uno–MDP, ponendo invece una questione politico–teorica di fondo che in troppi, anche a sinistra, vanno, a partire anche dalla “questione venezuela”, eludendo: la liceità o meno della difesa della rivoluzione attraverso la forza.

Questione che si era già posta, ad esempio, con Gorbaciov, nella fase che precedette lo scioglimento dell’URSS e il conseguente cambio negativo del quadro mondiale: poteva Gorbaciov far sì che l’Armata Rossa salvasse l’unità sovietica? Si, teoricamente avrebbe potuto, ma non l’ha potuto fare in virtù di una, propria, degenerazione ideologica, di tipo liberale.

Che la rivoluzione possa difendersi o meno con la forza dalla consueta – rispetto ai moti rivoluzionari – reazione violenta dell’imperialismo (in America Latina quasi sempre USA) delle destre, del capitalismo e delle forze militari, è forse la questione centrale, quella dirimente, che separa – nel giudizio, nello schierarsi – le forze rivoluzionarie da quelle controrivoluzionarie o della sinistra moderata, quelle “interne” al sistema capitalistico. E’ il problema dei problemi: quello del potere. Ed è bene – una volta tanto – affrontare la “questione venezuelana” dal punto di vista anche teorico, politico–teorico. E’ bene – una volta tanto – approfittare del contingente per riaprire una riflessione profonda e di nuovo appropriarci della grandezza del nostro pensiero, del pensiero e della prassi della rivoluzione. Anche per sfuggire ai meschini, vischiosi ed intellettualmente mortificanti “pensierini” sul contingente.

La posizione assunta dal senatore Corsini non è, purtroppo, appartenente solo all’Articolo Uno–MPD: oltreché, naturalmente, la destra, in verità è quasi tutta la sinistra italiana (persino una parte comunista di essa) che oggi sposa le posizioni del senatore “bersaniano”. Tanto per dire: persino “il quotidiano comunista” il Manifesto (tranne la compagna Geraldina Colotti) fa molta fatica a schierarsi completamente con Maduro, fa molta fatica (e forse non ci arriva mai) a definire legittimo l’uso della forza per la difesa della rivoluzione chavista.

A questi tentennamenti, a queste posizioni di fatto utili e funzionali alla controrivoluzione dà una risposta di altissimo valore politico e teorico Domenico Losurdo, nel suo ultimo libro sul “Marxismo Occidentale”, marxismo uccisosi – secondo l’Autore – anche a partire dalla rinuncia alla presa del potere e alla sua difesa.

“L’illegittimità” della difesa della rivoluzione anche con la forza è una categoria pseudo filosofica che ha segnato e segna di sé ogni involuzione moderata del pensiero comunista e della sinistra occidentale; un’involuzione che è speculare alla rinuncia della trasformazione rivoluzionaria e della presa del potere: questo è il punto centrale della discussione che il compagno Langella ha aperto.

Non è un caso, infatti, che il Partito Comunista Italiano, in quella sua lunga storia involutiva che l’ha portato dall’accettazione della NATO alla “Bolognina”, passando attraverso la rottura col movimento comunista mondiale e l’abbandono del leninismo, abbia scandito questo stesso, proprio, processo involutivo con vere e proprie ricusazioni dei punti storici alti delle rotture rivoluzionarie: il PCI che volgeva verso la “Bolognina” iniziò – ben prima di essa – a rompere teoricamente con il Terrore di Robespierre, poi con la Comune di Parigi, poi con la stessa Rivoluzione d’Ottobre, per non parlare dell’accusa dogmatica e pregiudiziale ad ogni difesa del socialismo con la forza, posizione che cresceva contemporaneamente – o che seguiva – alla scelta del passaggio al socialismo solamente attraverso la via parlamentare.

Quando Pietro Secchia, già da tempo in disgrazia nel PCI, andò in Cile nel gennaio del 1972 a sostenere il governo Allende e a Santiago, di fronte ad una piazza strapiena di popolo, chiese con forza, in un suo comizio, ai comunisti, ai socialisti cileni, allo stesso governo Allende e alle “forze patriottiche e popolari” di prepararsi a fronteggiare con le armi l’inevitabile reazione degli USA, della destra cilena e di Pinochet alla rivoluzione, il PCI rispose con uno sdegnato silenzio alle parole di Secchia, che poi, per le sue stesse parole, fu avvelenato dalla CIA nell’aereo che lo riportava in Italia, dove morì pochi mesi dopo.

L’abbandono dell’orizzonte rivoluzionario, la rinuncia alla difesa della rivoluzione con la forza ha sempre caratterizzato le forze già rivoluzionarie che imboccavano una discesa moderata. E’ stato così per la Socialdemocrazia tedesca della fine del 1800, quando essa, rompendo platealmente, teoricamente, con la Comune di Parigi, iniziò a trasformarsi in quella Socialdemocrazia che avremmo conosciuto, nella sua essenza di soggetto politico del sistema capitalistico, dal ‘900 ad oggi.

Ma anche nel Partito della Rifondazione Comunista, nella lunga monarchia bertinottiana, l’abbandono delle categorie marxiste e leniniste della rottura rivoluzionaria e dell’antimperialismo conseguente (che non può non sfociare negli atti rivoluzionari della rottura di sistema e della difesa con la forza del nuovo ordine socialista) sono stati i cavalli di Troia per l’abbandono, da parte del PRC bertinottizzato, della cultura comunista, materialista. Chi non ricorda il Bertinotti che giudica e liquida, attraverso una sua indegna (sul piano storico e teorico) commemorazione, a Livorno, nei primi anni ’90, dell’Ottobre e del “socialismo realizzato”, la lotta dei bolscevichi contro la guardia bianca e zarista come “anticipazione della degenerazione dello stalinismo”? Chi non ricorda il Bertinotti della “Resistenza angelicata”, un’accusa alla “violenza della Resistenza”, che si innalzava – assieme a quelle della destra, di Gianpaolo Pansa e dell’intero revisionismo di sinistra – proprio nel momento in cui la lotta armata e antifascista dei partigiani iniziava ad essere largamente demonizzata? Chi non ricorda il Bertinotti che negava – in un rigurgito pieno di filo occidentalismo – il carattere di Resistenza alla lotta del popolo iracheno contro gli invasori nord americani? E chi non ricorda l’ex segretario del PRC imperversare sui giornali, sulle televisioni, a favore della sua nuova idea della “non violenza”, ideuzza piccolo borghese che – consapevole o no Bertinotti – apriva le cateratte all’abbandono della cultura comunista e rivoluzionaria per tutto il “nuovo” PRC?

In seguito alla vera e propria devastazione politica e teorica prodotta dalla lunga involuzione del PCI e poi dal bertinottismo, siamo in minoranza, oggi, a riconoscere la liceità storica della difesa del potere rivoluzionario anche con la forza; siamo una minoranza, dunque, a riconoscere il valore rivoluzionario della lotta, della Resistenza di Maduro contro la violenza dell’asse USA – destra capitalista venezuelana.

Ma la legittimità, politica ed etica, della difesa con la forza della rivoluzione è un cardine stesso di tutto il pensiero e della prassi della rivoluzione.

E qui, veniamo a Lenin, all’esigenza assoluta di rimettere in circolo e far rientrare, almeno nel senso comune dei comunisti e delle comuniste e di chi milita “a sinistra”, le categorie centrali del pensiero rivoluzionario.

Riappropriamoci del quanto mai attuale saggio di Lenin “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”.

Kautsky pubblica nell’agosto del 1918, sulla rivista “Sozialistische Auslandpolitik”, proprio durante la ripresa violenta della lotta controrivoluzionaria che puntava a sconfiggere l’Ottobre, un saggio dal titolo esplicito, che già in sé preannunciava la svolta antirivoluzionaria di Kautski: “Demokratie oder Diktatur” (Democrazia o Dittatura). Kautski, in pieno revisionismo controrivoluzionario, anticipa di diversi decenni le posizioni di quei comunisti e dirigenti e intellettuali della sinistra occidentale che, a partire dalla condanna della difesa rivoluzionaria del potere rivoluzionario, rinunciano di fatto alla stesso progetto della trasformazione socialista. Kautsky è esplicito sin da titolo del suo articolo: la “Democrazia” è in antitesi alla “Dittatura”, un giudizio apodittico attraverso il quale si rompe con Marx, con l’Ottobre, con Lenin per giungere alla divinizzazione della democrazia borghese come ultima spiaggia della democrazia della storia e alla conseguente demonizzazione del potere rivoluzionario, la Dittatura, che Kautsky intende non come il potere della grande classe lavoratrice e sfruttata sulla ristretta classe dei padroni e degli sfruttatori, ma in senso metafisico, come oppressione in sé, così come la borghesia ha giudicato essere, per ovvie ragioni, il potere proletario.

Oggi è Maduro che difende il potere del popolo e gli USA, la destra venezuelana pagata da Washington, le destre di ogni parte del mondo e le sinistre pavide del mondo definiscono il potere rivoluzionario chavista “la dittatura”. E così, attraverso questa feroce mistificazione politico–semantica, i media dell’intero mondo occidentale fanno passare Maduro come un dittatore, in modo che tutti dimentichino che il vero problema, per il capitalismo occidentale e per l’imperialismo USA, è quello legato al fatto che il petrolio, l’oro, i diamanti, le terre, le ricchezza naturali venezuelane sono state da Chavez sottratte ai pochi padroni per riconsegnarle al popolo; far dimenticare che il vero problema per gli USA è di tipo prettamente geopolitico, nella misura in cui il Venezuela si libera dal potere imperialista offrendosi come punto di riferimento per i popoli e gli Stati che in America Latina vogliono sottrarsi alla dittatura economia, politica e militare imperialista nel momento in cui il Venezuela chavista rafforza il blocco che, a partire dai BRICS, si erge nel mondo come diga antimperialista.

Come risponde Lenin all’attacco controrivoluzionario di Kautsky? Dobbiamo rileggerlo, riassumerlo, anche questo Lenin, poiché solleva un punto centrale di tutto il pensiero rivoluzionario.

Lenin risponde all’articolo/saggetto di Kautsky con un proprio saggio: “La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky”. Dopo aver letto nella Pravda qualche estratto del saggio di Kautsky, Lenin, infuriato, scrivendo a Berzin, Joffe e Vorovski afferma: “Le vergognose sciocchezze, il balbettio infantile e il vilissimo opportunismo di Kautsky inducono a domandarsi: perché non facciamo niente contro lo svilimento teorico del marxismo da parte di Kautsky?”. Ma Lenin non perderà tempo e nel suo saggio di risposta ridicolizzerà Kautsky. Almeno per tutti i compagni e le compagne: è ora – ora – di rileggerlo.

Rispetto al potere rivoluzionario e la sua difesa, Lenin scriverà sul “Rinnegato Kautsky”: “Si può dire senza esagerazione che questo è il problema centrale di tutta la lotta di classe. Ed è quindi necessario esaminarlo attentamente”.

Lenin lo farà e in relazione al distinguo che Kautsky introduce tra “democrazia e dittatura”, il capo dell’Ottobre scriverà: “Si tratta di una confusione teorica così mostruosa, di un’abiura così completa del marxismo che, bisogna ammetterlo, Kautsky supera di gran lunga Bernstein”. “Il nostro ciarlone – continua Lenin – ha riempito quasi un terzo del suo opuscolo, 20 pagine su 63, con una chiacchierata assai gradevole per la borghesia, perché equivale al tentativo di abbellire la democrazia borghese e di velare la questione della rivoluzione proletaria”. E ancora, scrive Lenin: “Del marxismo si ammette tutto, tranne i mezzi rivoluzionari di lotta...”. E in un passaggio incredibilmente contemporaneo e attuale, che davvero sembra parlare del ruolo che il Venezuela chavista già svolge e può ancor più svolgere nella lotta antimperialista mondiale (ed è soprattutto per questo che gli USA scatenano le iene reazionarie venezuelane contro Maduro) così scrive Lenin, in relazione alla distinzione operata da Kautsky su “rivolgimento pacifico” e “rivolgimento violento”:
“Sta qui il nodo della questione. Tutti i sotterfugi, i sofismi, le falsificazioni truffaldine servono a Kautsky per scansare la rivoluzione violenta, per nascondere il fatto che egli la rinnega ed è passato alla politica operaia liberale, cioè dalla parte della borghesia. Lo ‘storico’ Kautsky travisa così spudoratamente la storia che finisce per ‘dimenticare’ l’essenziale, cioè che il capitalismo premonopolistico – il quale aveva toccato l’apogeo negli anni ’70 – si distingueva, in virtù dei suoi tratti economici, manifestatisi in modo particolarmente tipico in Inghilterra e in America, per un amore relativamente più grande della pace e della libertà. Mentre l’imperialismo, cioè il capitalismo monopolistico giunto a definitiva maturità solamente nel secolo XX, si distingue, in virtù dei suoi tratti economici essenziali, per un amore assai meno forte della pace, della libertà, per un maggiore e generalizzato sviluppo del militarismo. Non avvedersi di questo, quando si esamina fino a qual punto sia tipico o probabile un rivolgimento pacifico o violento, significa degradarsi al livello del più volgare lacchè della borghesia”.
E’ la questione dell’imperialismo, della sua ferocia economica e militare che non prevede la possibilità che popoli e Stati ad esso già sottomessi possano liberarsi (come, appunto, il Venezuela di oggi) quella che pone Lenin e che certo non può essere più presente nel pensiero addomesticato del senatore Corsini. E di troppi altri, anche a sinistra.

Quando Chavez iniziò a vincere, sul quotidiano ampiamente bertinottizzato “Liberazione” non andava giù il fatto che quel leader rivoluzionario era un militare: un altro di quei tanti “pregiudizi” del marxismo occidentale esausto che portano, infine, alla rinuncia della lotta rivoluzionaria. Oggi, in troppi, anche a sinistra, persino tra i comunisti (ma non nel nostro PCI) si insinua un tarlo devastante e borghese: Maduro non dovrebbe difendere la rivoluzione chavista con la forza. Dovrebbe consegnare il Venezuela a Trump e alla destra venezuelana, invece? Lenin consigliava e continua a dirci di no, per non essere dei rinnegati.

Fosco Giannini segreteria nazionale PCI

Fonte

08/05/2017

Alle radici del nostro presente

Questa Storia di Lotta continua è uno dei ragionamenti più importanti che è possibile leggere sugli anni Settanta, ancora oggi. E’ una storia quasi in presa diretta, scritta nel 1978, pubblicata nel 1979, e nonostante ciò in grado di esplorare in profondità gli anni Settanta come davvero poche altre opere sull’argomento. Il tentativo di sciogliere il nodo gordiano degli anni Settanta, come ripetuto varie volte, non produrrà risultati significativi fuori dalla lotta di classe. Detto altrimenti, sarà solamente un nuovo e duraturo ciclo di lotte politiche che saprà darsi da sé gli strumenti culturali e politici per razionalizzare l’esperienza del decennio ’68-’77, assumendo e, al contempo, liberandosi da quel vincolo. Eppure questo dato di fatto non ci assolve dall’onere della ricerca della comprensione di quel decennio. Non per mero interesse storiografico, quanto per necessità politica. In questa ricerca, favorita in tal senso dal quarantennale del Settantasette, non per caso ci siamo imbattuti in due storie di Lotta continua. Perché, nonostante le differenze che idealmente ci distanziano da quella storia, Lotta continua fu il soggetto che più consapevolmente produsse riflessioni su se stesso e sul contesto socio-politico di quegli anni, il movimento-partito in cui più apertamente trovarono sede confronti tra posizioni politiche diversificate; in altre parole, Lotta continua fu il soggetto di movimento degli anni Settanta più assimilabile a un partito, inteso nel senso migliore, e al tempo stesso maggiormente attraversato dalle istanze di movimento. E questa strutturazione si riverbera ancora oggi, lasciando dietro di sé una mole di materiali, di riflessioni, di documenti, talmente preziosi da farne una delle fonti privilegiate nella comprensione di quegli anni.

In aggiunta a queste valutazioni, c’è anche il dato particolare del suo autore, Luigi Bobbio. Che non è stato solo un militante e dirigente di Lc, ma un noto intellettuale, nonché figlio dell’ancora più noto Norberto. La profondità della lettura che Bobbio dà della storia di Lc, la sua capacità di legare questa storia, all’epoca ancora calda e coinvolgente, ai tempi lunghi della storia, sapendo contestualizzare in medias res gli avvenimenti di cui era appena stato testimone e protagonista, fanno di questa storia non solo un’opera decisiva sugli anni Settanta, ma un’opera importante di storia, senza ulteriori specificazioni. Bobbio riesce in un’operazione davvero inusuale: risultare più chiaro, nella metabolizzazione di eventi appena trascorsi, della straripante storiografia e memorialistica sugli anni Settanta prodotta successivamente, a mente fredda e più lucida. E invece la storiografia sugli anni Settanta risente, a nostro parere, di un vizio di forma che ne ha depotenziato la propria utilità: questa è stata uno degli strumenti con cui si è continuato a fare politica. Da parte degli storici o intellettuali avversi, la storia degli anni Settanta è una storia da condannare, e la conseguente storiografia una ricerca volta a dimostrare assunti ideologici pregiudiziali (la violenza insita nel ’68, il terrorismo congenito, lo scontri tra opposti estremismi, eccetera); negli storici o intellettuali vicini alle ragioni del movimento, al contrario, la storia degli anni Settanta è servita per legittimare successive scelte politiche, di qualsiasi natura queste fossero. Sugli anni Settanta è stata fatta il più delle volte una storia “a tesi”. Per un motivo o per un altro, una storia di quel decennio sufficientemente slegata da ragioni politiche immediate si è data rare volte. La storia di Luigi Bobbio è una di queste.

I temi che Bobbio solleva nella sua ricerca sono tutt’ora attuali. Questo il valore inestimabile, almeno per un movimento che vuole ripartire dagli errori pregressi, che può avere oggi rileggere un’opera simile. Gli spunti presenti sono talmente tanti da risultare impossibile una panoramica adeguata e sufficientemente chiara. Procederemo perciò evidenziando quei problemi che, secondo noi, sono ancora decisivi nel dibattito della sinistra antagonista.

Superata la fase “estremistica” del biennio ’69-’70, segnata dalla costante mobilitazione di classe nelle fabbriche e nelle università, Lotta continua è costretta a “scoprire la politica”. Nonostante la definizione di “lungo Sessantotto” per definire gli anni Settanta, già nel ’71 il ripiegamento dell’offensiva di classe è evidente ai gruppi organizzati, che non a caso, dopo una prima fase totalmente sovrapposta alle urgenze movimentiste, procedono a una stretta organizzativa capace di reggere al riflusso. Fa specie leggere oggi la parola riflusso o ritirata nel cuore degli anni Settanta, ma Bobbio utilizza termini inequivocabili. Ai gruppi non basta più “agire da partito”: la stretta organizzativa è un momento inaggirabile per salvaguardare la forza accumulata e, al contempo, procedere al radicamento sociale nella fase di flessione della mobilitazione. Ma c’è un fatto politico particolare e determinante a sconvolgere le strategie del movimento e dei suoi gruppi, e in specie Lotta continua: la linea di Lotta continua, e per estensione di tutta la sinistra rivoluzionaria, è «interamente ritagliata sulle situazioni di punta», come le definisce Bobbio. Detto altrimenti, i gruppi plasmano la propria analisi sociale, e le conseguenti strategie politiche, unicamente sui settori avanzati della lotta di classe interni al movimento operaio. Non c’è alcuna analisi, se non superficiale, del resto della classe operaia e del proletariato slegata dai momenti di lotta radicale dentro cui queste stesse analisi, empiricamente, prendono forma. Se questo problema è di fatto aggirato nel fuoco dell’offensiva operaia del ’69-’70, nel momento del riflusso diviene un fattore determinante. Sempre secondo Bobbio, «ben presto si arriva ad assolutizzare i “momenti alti” della lotta senza più interrogarsi sulla loro effettiva generalizzabilità […] La linea politica diviene così l’estrapolazione dei “grandi momenti di rottura”, spesso colti in modo episodico e senza una particolare attenzione per il loro risultato». Questo dato di fatto costringe non solo i gruppi a scoprire “la tattica”, attraverso cui sopravvivere nel periodo di momentanea pacificazione, ma li obbliga a rivedere – almeno per quelli più onesti – la mole di teorie prodotte nella fase calda ma incapaci di leggere la situazione complessiva nella fase “normale” delle relazioni produttive e politiche. Ed è in questo tornante che Lc elabora una serie di riflessioni sulla “maggioranza del proletariato”, mirabilmente riportate da Bobbio stesso:
«Nella società italiana di quegli anni emerge effettivamente una domanda rivoluzionaria. Essa è sufficientemente forte per porre (almeno soggettivamente) il problema di un ribaltamento generale dei rapporti sociali e per fondarlo su valori nuovi rispetto a quelli del movimento operaio, ma non lo è abbastanza (prima di tutto in termini strutturali) per esercitare un ruolo egemonico sul complesso delle classi subalterne. Tutta la sinistra rivoluzionaria nasce in Italia sotto il segno di questa ambiguità, nel senso che è portata continuamente ad oscillare tra la tentazione realistica verso una sintesi impossibile e la scelta di stare, unilateralmente, dalla parte di ciò che si muove, scontando limiti di parzialità, ma riuscendo a realizzare un radicamento effettivo nei momenti o nelle situazioni di maggiore rottura. Lotta continua, almeno nella sua fase “estremista”, non è in grado di affrontare la mediazione tra questi due poli della contraddizione; essa non raccoglie soltanto le spinte radicali del movimento, ma finisce per identificarsi con esse; ciò le permette di afferrare continuamente suggerimenti nuovi e ricchi di stimoli, ma senza un’adeguata consapevolezza del loro carattere parziale e unilaterale e con la tendenza a proiettarli, in forma assoluta e lineare, in un progetto politico che, a questo punto, diventa sì improbabile e utopistico. […] La discussione che avviene in Lotta continua sulle “situazioni arretrate” si risolve in generale nella colpevolizzazione dei compagni che non sono capaci di suscitare il movimento o di tener conto delle specificità locali oppure in una rassegnata attesa di futuri sviluppi. […] L’ottimismo rivoluzionario diventa un dovere» [corsivi nostri].
In questo ampio stralcio vengono riportate delle contraddizioni che ancora oggi avviluppano molte delle tendenze movimentiste. Anzitutto, l’analisi sociale è ricavata non dalla complessità delle relazioni produttive, ma dai momenti di maggiore conflittualità che parzialità operaie o studentesche riescono a mettere in campo nella lotta contro il padronato, aziendale o universitario o d’altro tipo. Queste parzialità furono importanti e, in qualche modo, decisive. Ma l’errore teorico che si produsse fu quello di generalizzare un’analisi che trovava fondamento in situazioni particolari e non nella complessità sociale. Di conseguenza, l’enorme maggioranza di quel proletariato che rimase, fino alla fine dei suoi giorni, legata al comunismo “ufficiale” (Pci e Cgil), venne di fatto oscurata in nome della disponibilità conflittuale di pezzi importanti ma decisamente minoritari del proletariato stesso. Per alcuni, quel proletariato avrebbe seguito le sue avanguardie più consapevoli; per altri, avrebbe smesso di essere considerato “interessante” ai fini della propria azione politica. Ma questo problema, che è il problema di ogni movimento rivoluzionario, rimase all’ordine del giorno, scavando nelle contraddizioni della sinistra di classe degli anni Settanta e fino ai nostri giorni. Già nel 1972 il vuoto analitico impone a Lc una svolta teorica traumatica: «esisteva un’enorme differenza tra la nuova classe operaia e l’intera classe operaia; […] se le tendenze di fondo erano state correttamente individuate, abbiamo poi sbagliato nel senso di forzarne i tempi e di schematizzarne troppo lo sviluppo. Si mette sotto accusa l’illusione di una classe operaia vergine e si insiste sulla necessità di fare i conti con la storia del movimento operaio» [corsivi nostri].

La “storia del movimento operaio” è esattamente lo scoglio con cui deve confrontarsi il movimento rivoluzionario nel cuore degli anni Settanta. Dopo una breve ed esaltante stagione in cui sembrava possibile aggirare il problema, questo si ripropone prepotentemente. Il movimento operaio non è vergine, ha invece una sua lunghissima storia attraverso cui si è venuto sedimentando un patrimonio di lotte, di conquiste, d’organizzazione, di valori e di comportamenti, e questo patrimonio è gestito unilateralmente dal Pci nelle sue varie articolazioni. La contesa di questo patrimonio avrebbe dovuto costituire il dilemma al quale piegare le esigenze tattiche del movimento. Lotta continua si trovò così di fronte al bivio determinato proprio da questa contraddizione:
«O imboccare questo nuovo percorso con un’evidente forzatura rispetto a tutto il proprio patrimonio passato, ma tentando così di porsi come elemento di raccordo tra i settori di punta della classe operaia e la maggioranza della classe operaia stessa; oppure proseguire nell’esaltazione estremistica dei comportamenti radicali (che pure continuano ad esistere) rischiando però di rimanere espressione di settori minoritari del proletariato e quindi confinarsi a un ruolo marginale e in fondo subalterno. Questa seconda strada viene imboccata da una serie di gruppi di cui proprio in questo periodo sorge “l’area dell’autonomia”. Lotta continua, invece, punta sulla prima, anche se non senza contraddizioni e ripensamenti».
Il problema però è di difficile soluzione, perché è un problema reale e non frutto esclusivo di lambiccamenti teorici di qualche improvvisato intellettuale. In Italia cioè, al contrario del resto del continente, è avvenuto un fatto peculiare, un fatto che spiega la straordinarietà della vicenda degli anni Settanta. Nel nostro paese «c’è stata un’effettiva saldatura tra la nuova classe operaia dell’emigrazione, con tutte le caratteristiche e i contenuti di liberazione di cui era portatrice e la classe operaia tradizionale. E’, insomma, saltato in Italia quel meccanismo di divisione del mercato del lavoro (un settore qualificato affidato alla forza lavoro “nazionale” e uno dequalificato coperto con l’immigrazione dagli enormi serbatoi di manodopera del sud Europa) che aveva costituito il fattore essenziale dello sviluppo capitalistico post-bellico dell’Europa industrializzata. Si tratta allora di raccogliere questa indicazione: Lotta continua non può più limitarsi ad avere come proprio punto di riferimento la nuova classe operaia dell’emigrazione che è stata la protagonista del ’69, ma deve prendere atto di questo processo di saldatura, attuando un nuovo rapporto anche con le espressioni organizzate della “vecchia” classe operaia» [corsivi nostri].

In altre parole, in Italia è avvenuto un fatto sociale imprevisto e che ha fatto saltare il patto produttivo tra forze del capitale e del lavoro, tradotto politicamente nell’accordo consociativo e pacificante tra Dc e Pci. Il riformismo comunista si trovò nella difficile situazione di reggere una classe operaia che aveva tra le sue fila importanti settori, sebbene minoritari, disponibili a far saltare quell’accordo. Mettendo così in crisi il patto implicito stesso, aprendo di conseguenza la stagione del patto vero e proprio: il compromesso storico. L’esplicito processo convergente tra Dc e Pci ebbe come scopo ultimo proprio la gestione delle forze materiali su cui si poggiava la produzione nazionale. Ma il Pci non era soltanto gestione riformistica delle relazioni industriali e politiche del paese. Era anche il contenitore dove le classi subalterne del paese trovavano la propria voce e affidavano le proprie possibilità di riscatto. Questa contraddizione viene colta da Lc, che infatti dal 1972 promuove una rapporto sempre più dialettico col comunismo ufficiale, arrivando nel 1975 a dare indicazione di voto proprio per il Pci. Alla base della conversione c’è il ragionamento di cui sopra. Come disse Adriano Sofri nel 1975, «noi non siamo né vogliamo essere il partito di alcuni strati del proletariato, di alcune forme di lotta, bensì il partito della classe operaia e del proletariato, il partito che fa i conti con le condizioni complessive del processo rivoluzionario, con la vittoria della rivoluzione». E’ un capovolgimento drastico ma, in qualche modo, meccanico delle basi ideologiche che avevano portato alla nascita di Lotta continua, ma è un capovolgimento necessario alla propria sopravvivenza nelle correnti vive e maggioritarie del proletariato nazionale.

Ma il “fronte unico dal basso” che caratterizzerà la tattica di Lotta continua, convergente con quella di Avanguardia operaia e del Pdup-Manifesto, sconta non solo lo schematismo evidente con il quale si cerca di aggirare il problema della relazione con la classe operaia nel suo complesso, ma anche i tempi politici del quadro nazionale. La sponda col Pci viene chiusa dal Pci stesso a partire dal 1973, data in cui prende avvio la traiettoria che si concluderà con i governi “d’unità nazionale” con la Dc del 1976. Il compromesso storico stronca tattica e strategia di una parte importante della sinistra rivoluzionaria italiana degli anni Settanta. Se fino al ’73 la conflittualità della nuova classe operaia segna avanzamenti materiali per tutta la classe operaia grazie al rapporto/scontro tra sinistra rivoluzionaria e comunismo ufficiale, con il compromesso storico in divenire quel rapporto contraddittorio si trancia di netto. I progressi materiali della conflittualità cessano di colpo. Già nel 1976 i rapporti di forza cambiano verso: «[in aprile] vengono chiusi i due più importanti contratti operai, quello dei chimici e quello dei metalmeccanici. Per la prima volta dopo il ’69 gli accordi contrattuali contengono pesanti concessioni al padronato. Lotta continua se ne rende pienamente conto […] ma, per il momento, non è in grado di valutare appieno quanto quella soluzione contrattuale sia ormai il segno di un’inversione dei rapporti tra le classi». Nel 1975, non nel 1980, il cambiamento è già materiale e come tale avvertito dai suoi protagonisti. Alcuni dei quali procedono confondendo la propria base militante col quadro generale dei rapporti di classe.

Il resto, è storia che abbiamo provato a raccontare altrove, anche di recente. La chiusura di ogni sbocco politico porterà a una divaricazione abissale delle esperienze dei gruppi sorti dalle ceneri del ’68: un pezzo di quel movimento rifluirà nel privato, nelle scelte individuali, nella droga, o riconvertendo la propria militanza sulle tematiche civiliste e umanitarie; un altro consistente pezzo sarà protagonista del movimento del Settantasette, che prende fuoco alimentato dalla chiusura di ogni spazio politico, e che fonda il proprio agire sulla contrapposizione frontale e senza compromessi col quadro politico nel suo complesso. Ma il filo rosso di una storia comune e interna a uno stesso movimento operaio è ormai spezzato. Le avanguardie politiche, anche nei momenti di più grande partecipazione militante, procedono divaricando il proprio rapporto con quella maggioranza del proletariato non più contesa ma abbandonata al proprio destino. Le difficoltà attuali riportano ancora a questo problema.

Le riflessioni precedenti sugli anni Settanta: quiqui e qui.

02/04/2017

Riflessioni a margine di una presentazione

La presentazione del libro di Micheal Dickson – Bomber Renegade – fatta al Sally Brown venerdì, merita alcune riflessioni aggiuntive al molto già detto nella recensione qui sotto. Da un decennio abbondante organizziamo presentazioni di libri, siano essi saggi o romanzi, comunque inerenti a quell’immaginario che una sinistra di classe dovrebbe tentare di ricostruire a prescindere dalle proprie differenze interne. Nonostante dunque una certa “esperienza” in materia, venerdì ci siamo trovati davanti a una “massa” di compagni inaspettata. Un centinaio di persone erano ad ascoltare (e sostenere) le parole di un militante dell’Ira. Perché? La pubblicizzazione, il sostengo militante all’Achtung Banditen, la presenza di Dixie, spiegano solo in parte la riuscita clamorosa dell’iniziativa (clamorosa perchè in Italia, senza un nome che “tira”, alle presentazioni di libri vanno in genere dalle 5 alle 7 persone, a prescindere dal tema e dalla pubblicizzazione). C’è qualcos’altro, e questo altro va ricercato nella politica. Lotta per la liberazione dell’Irlanda del nord è ancora un tema che suscita interesse, è senz’altro vero. Ma la ragione principale, almeno così sembra a noi, è che Dixie è stato un militante di un’organizzazione armata e un prigioniero politico. Per quanto nascosta, rifiutata, taciuta, “dietrologizzata”, la lotta di classe nella sua fase “politico-militare” è ancora un tema capace di suscitare naturale empatia nel (fu) movimento romano. Con buona pace di alcuni soloni del suddetto movimento, ai compagni quel sacrificio politico incute ancora rispetto. Fa parte della nostra storia, ne è anzi uno dei momenti più alti e tragici.

Certo, la storia dell’Ira è una storia “a parte”. E’ il movimento politico-militare più vasto dell’Europa occidentale, quello col maggiore sostegno popolare, l’unico – forse – che può vantare i caratteri della “guerra di popolo” in seno all’Occidente capitalista. Il solo, peraltro, ad aver costretto l’imperialismo britannico alla trattativa, al riconoscimento politico. Per trovare dei paragoni prossimi dovremmo spostarci in Palestina, ma saremmo già fuori dai canoni (e dai confini) occidentali. Al netto di tutte le evidenti differenze, rimane il fatto che anche qui in Italia abbiamo avuto una lunga esperienza di lotta armata. Questo fatto non è certo ininfluente nella percezione dei compagni quando si parla di “lotta armata”. Eppure, nelle diverse presentazioni fatte nel nostro paese (e anche venerdì lo ha confermato), questo parallelo non è mai emerso. A differenza dell’Irlanda e dell’Euskal Herria, dove la relazione tra il movimento popolare e le sue organizzazioni armate, al netto delle differenze e delle criticità, viene riconosciuta come interna a uno stesso discorso, in Italia per anni si è cercato di tranciare di netto questa “internità”. Si è posto un confine di legittimità, e questo confine è stato posto dal di dentro e non solamente dal di fuori del movimento. La discrasia mentale oggi imperante porta allora alla schizofrenia di simpatizzare per un militante della lotta armata irlandese (ma il discorso vale anche per la lotta basca) disconoscendo questa nel proprio paese. Rifiutando ogni possibile parallelo. Non riuscendo neanche a pensarlo, questo parallelo.

Conviene, non si sa mai, specificare non solo le lampanti diversità delle varie lotte (a partire dalla questione nazionale che le differenzia dal contesto italiano), ma soprattutto che questo discorso non significa approvare questa o quella scelta politica delle organizzazioni armate, ma legittimarne storicamente il rapporto diretto che queste avevano con la sinistra rivoluzionaria negli anni Settanta.

Nella nostra vita militante abbiamo conosciuto decine di protagonisti di quell’esperienza, in Italia e all’estero, in Europa e negli altri continenti. In tutti – certo, non negli infami o nei dissociati – brilla la stessa luce negli occhi, e in tutti la stessa convinzione politica al di là dei mille rivoli che quei compagni hanno preso nella loro vita successiva. Come dice Dixie, «qualcuno può pensare che il metodo fosse sbagliato, che era violenza contro violenza, ma credo che sia stato il contesto a portarci su quella strada, non avevamo altro modo per far sentire la nostra voce». Questo senso di urgenza e di necessità non può essere valutato fuori da un ciclo di lotte di classe o di liberazione. D’altronde, il “terrorismo” – come concetto universale associato alla violenza – è solo una lotta armata che perde la sua partita politica. Altrove quello stesso “terrorismo” – pensiamo a Israele, agli Stati Uniti, ma anche alla lotta partigiana, o al processo di decolonizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta – trova la sua legittimità ideologica perché storicamente vincente. La lotta contro l’invasore si trasforma in “guerra civile”, in “guerra di liberazione”, in “lotta contro il tiranno”, eccetera. Ecco: anche in Italia c’è stata una guerra civile negli anni Settanta, ma la sconfitta politica di quell’esperienza continua a negargli i caratteri della legittimità. Le lotte di classe degli anni Settanta sono gli “anni di piombo”. Ma ogni sincero militante riconosce quel sacrificio e quella necessità, e a volte questo riconoscimento erompe dalla cappa del politicamente corretto e si manifesta anche in una semplice presentazione di un libro, di un semplice soldato che è passato dall’esercito britannico all’esercito repubblicano irlandese, pagando sulla propria pelle il prezzo di quella scelta.

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17/02/2017

“Le ragioni per la rottura di allora, oggi ci sono tutte”

I quaranta anni dal Movimento del ‘77 e dalla giornata che ne segnò un passaggio storico – la cacciata di Lama dall’università di Roma occupata – sono stati il contesto in cui ieri a Roma, proprio alla Sapienza c’è stata la presentazione e il dibattito sul primo volume de “La storia anomala”, quello dedicato al decennio degli anni ‘70.

Il punto di vista, ovviamente, è quello di una esperienza politica dentro quel contesto storico, l’Organizzazione Proletaria Romana. Nessuna pretesa dunque di valore oggettivo. “Non vogliamo né possiamo mettere le braghe al mondo sul quel periodo pretendendo che il nostro punto di vista sia quello di tutti” ha affermato Sergio Cararo, uno dei curatori del libro.

Tanto più che a discuterne sono stati chiamati compagni con esperienze, elaborazioni e sintesi diverse da quelle degli autori: Marco Ferri e Vincenzo Miliucci (all’epoca esponenti di punta dell’Autonomia Operaia) e Giorgio Cremaschi (allora dirigente sindacale della Cgil e non “romano”).

Ovvio quindi che la lettura sulla cacciata di Lama vista da angolazioni diverse, presenti a quaranta anni di distanza sottolineature non distanti ma differenti. Per Cremaschi, la destra amendoliana del Pci cercò e ottenne lo scontro con il movimento degli studenti anche grazie alla cacciata di Lama e lo fece anche per normalizzare all'interno il partito e il sindacato. Per Cremaschi è arrivato il momento di “ricostruire la storia comune di chi non si è arreso”.

Diversamente, sia gli autori del libro che Miliucci, rivendicano in quella rottura nel piazzale della Sapienza la ratifica tra due ipotesi contrapposte – quella rivoluzionaria e quella riformista – del cambiamento politico del sistema dominante (allora rappresentato dai governi della Dc, dall’alleanza subalterna agli Usa e da un padronato vorace ma non altezza dei competitori multinazionali).


Mauro Casadio, uno degli autori del libro, ci ha tenuto però a sottolineare che la Storia anomala non è un libro di memorialistica, quanto un tentativo di spiegare i caratteri di una esperienza di classe tra continuità e discontinuità – appunto dall’Opr alla Rete dei Comunisti – che trova nell’oggi le ragioni per la rottura di ieri. Insiste nel segnalare alcune caratteristiche dell’Opr come la scelta della “proletarizzazione dei militanti”, del metodo adottato partendo più dall’analisi della realtà che dalla visione soggettiva nei passaggi fatti, dell’internazionalismo come visione generale dei processi. Un agire da partito senza essere un partito perché consapevoli della limitatezza delle proprie forze.

Marco Ferri ha sottolineato come proprio la “filettatura” della logica di partito oggi vada rifatta, perché la divaricazione tra lotte sociali ed espressione politica riproduce un meccanismo di delega che va fatto saltare. Vincenzo Miliucci non si è sottratto al confronto di merito anche sulle visioni offerte dal libro. Ha rilevato criticamente il tentativo di leggere l’intera esperienza dall’Opr alla Rete dei Comunisti come continuità. Ha respinto le critiche di “movimentismo” verso l’Autonomia Operaia richiamate in più passaggi, ma tirando le conclusioni del suo intervento ne ha riproposto esattamente le motivazioni, quelle che hanno portato negli anni alle “divergenze” (talvolta asprissime) tra l’elaborazione dell’Opr e quelle dei Volsci sul tema dell’organizzazione.

Emidia Papi, un’altra dei curatori del libro, ha ricostruito come l’esigenza di dare vita a organizzazioni sindacali di base alternative ai sindacati ufficiali, nascesse dall’esperienza dei comitati operai di fabbrica e dall’esclusione dagli organismi rappresentativi dei delegati sindacali più combattivi. Una realtà che la cacciata di Lama dall’università accentuò fortemente fino a rendere inevitabili la nascita di nuove organizzazioni sindacali, prima come organismi di base e poi come RdB.

L’elemento comune rintracciabile in tutti gli interventi è il giudizio sulla sconfitta operaia alla Fiat nel 1980 come il passaggio che ha segnato la fine della fase storica del conflitto di classe degli anni Settanta. Quella alla Fiat è stata la “madre di tutte le sconfitte”, incluso per le organizzazioni che scelsero la lotta armata (richiamate in alcuni interventi dal pubblico) e che proprio su quel tornante mancarono all’appuntamento perché decimate dai blitz preventivi a Torino e Milano dei carabinieri diretti dal gen. Dalla Chiesa (poi ucciso dalla mafia nel 1982).

La cesura storica della sconfitta alla Fiat, secondo Sergio Cararo, va compresa anche su due aspetti: fu un cambiamento epocale dell’organizzazione produttiva in fabbrica che spianò la strada ad un modello di destrutturazione micidiale ma fu anche l’inizio di un “politicidio” cioè di un annientamento politico delle visioni, delle idee, delle pratiche di lotta ed emancipazione sociale complessiva che ebbero negli anni Settanta il loro punto più alto. Insomma la nostra storia non possiamo accettare che a raccontarla alle nuove generazioni sia La Repubblica, né la vendetta di cdi “un nemico di classe che ci odia” (ricambiato) incarnata dal Corriere della Sera. Inoltre non può essere trascurato il fatto, ha sottolineato Mauro Casadio, che quegli anni erano ben dentro il boom economico del paese, un processo che modificò in profondità comportamenti sociali e assetti ideologici, soprattutto nel Pci, anticipandone quella che verrà poi definita la “mutazione genetica”.

Le conclusioni di un bella assemblea, piena di gente in carne ed ossa in larga parte anche attiva politicamente, sono in continuità con quanto scritto nella “Storia anomala” ricostruita nel libro: le ragioni per la rottura rivoluzionaria di allora oggi ci sono tutte, anzi sono rese ancora più attuali da una situazione sociale assai peggiore – e che quella rottura aveva ampiamente intuito e combattuto. In tal senso, gli autori del libro rigettano ogni senso di sconfitta pur nella consapevolezza di una realtà che ad una generazione politica non ha risparmiato nulla – dalla galera per i più riottosi all’eroina diffusa a piene mani nei quartieri popolari – ma che trova ancora e nuovamente nella realtà ottime motivazioni per non chinare la testa e tenere aperta l'opzione comunista e rivoluzionaria.

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16/02/2017

La disobbedienza ai trattati non è realistica è necessario superare l’euro

Uno dei maggiori limiti della sinistra sta nel confondere l'europeismo con l'internazionalismo e pensare che il superamento dell'euro sia deleterio o una proposta di destra. La creazione di un "demos europeo", mediante una agenda europea dei conflitti e dei movimenti, o la proposta di realizzare un movimento europeo contro l'austerity e il neoliberismo, basato sulla disobbedienza ai trattati, non sono proposte realistiche. Esse non tengono conto del contesto: l'integrazione valutaria europea. L'euro è stato pensato con uno scopo preciso: bloccare ogni capacità di risposta e di resistenza dei salariati alla riorganizzazione dell'accumulazione capitalistica. La finalità di tale riorganizzazione è semplice: compensare il calo del saggio di profitto tagliando i salari e il welfare ed eliminando le imprese e le unità produttive in "eccesso".

L'euro costringe al rispetto dei Trattati

I meccanismi principali dell'integrazione europea sono due. Il primo riguarda il trasferimento delle decisioni economiche dal livello statale a organismi sovrastatali, come la Commissione europea, il Consiglio europeo, che riunisce i primi ministri, e il Consiglio dell'Unione Europea, che coordina i ministri europei. L'obiettivo non è superare gli stati, ma realizzare la "governabilità", cioè bypassare i parlamenti e le costituzioni statali, dove i meccanismi della democrazia parlamentare creerebbero, pur nei limiti della democrazia rappresentativa borghese, dei vincoli all'azione delle forze dal capitale.

Ma l'elemento centrale dell'integrazione europea è l'euro stesso, perché esso costituisce un meccanismo economico "oggettivo", che si sottrae apparentemente alle decisioni politiche, anche se ne è il frutto. Senza l'euro i trattati, e quindi i vincoli del Fiscal compact al deficit e al debito pubblico, avrebbero una forza coercitiva molto inferiore. In particolare, il trasferimento alla Banca centrale europea realizza l'indipendenza della banca centrale, l'altro pilastro, insieme alla "governabilità", della strategia neoliberista. L'alienazione del controllo della moneta rende praticamente impossibile fare politiche statali espansive e resistere alla compressione dei bilanci pubblici, e, di conseguenza ai tagli al welfare. Inoltre, l'introduzione dell'euro, comportando l'adozione di cambi fissi, ha sopravvalutato automaticamente i prezzi internazionali delle merci della maggior parte dei Paesi europei e sottovalutato quelli della Germania. Di conseguenza, mentre la Germania ha realizzato un enorme surplus commerciale, gli altri Paesi hanno subito deficit commerciali, fallimenti di molte imprese e contrazione dell'occupazione e del Pil. Ciò ha impedito a questi Paesi di contrastare prima e finanziare poi la crescita del debito pubblico. Per reagire alla perdita di competitività si sono ridotti i salari. A differenza di quanto alcuni ritengono, non si tratta di uscire dall'euro per poter attuare "svalutazioni competitive" che porterebbero alla riduzione dei salari. Si tratta di uscire dall'euro per correggere una sopravvalutazione che Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Francia, ecc. scontano sin dall'adesione all'euro e che da allora porta automaticamente alla riduzione salariale.

In sostanza l'euro ha trasformato le economie europee in mercati interni depressi e orientati a scaricare all'estero l'eccesso di capitali e di merci, alimentando così gli squilibri e la competizione aggressiva, anche militare, tra stati. Le nostre sono economie indotte già oggi, e non dopo l'uscita dall'euro, a esportare e a realizzare ampi surplus del commercio estero. Come è possibile in un quadro del genere disobbedire ai trattati? Chiunque provasse a farlo verrebbe strangolato in un attimo, come esemplarmente dimostra il caso greco, dove persino l'esito di un referendum è stato contraddetto da un governo di sinistra, quello di Syriza, finito nel tritacarne dei meccanismi automatici dell'euro.

Uscire dall'euro è internazionalista e di sinistra

La conseguenza principale dell'euro è stata l'allargamento dei divari economici tra i vari Paesi e all'interno dei singoli stati, fomentando i contrasti tra lavoratori di Paesi diversi e tra indigeni e immigrati. È stato l'euro ad aver riportato in Europa, a settanta anni dalla fine della guerra, il nazionalismo e la xenofobia a un livello di massa, allontanando i lavoratori dalla politica o spingendoli dalla sinistra verso i partiti di estrema destra. Per questa ragione non si sono sviluppati movimenti su scala europea. Senza una rottura con l'euro non è possibile sviluppare alcun movimento europeo né costruire alcun demos europeo, bensì è possibile solo una sorta di guerra civile fra i subalterni, tra proletariati di Paesi diversi, tra immigrati e indigeni. Al contrario, essere per l'uscita dall'euro vuol dire essere contro quanto produce nazionalismo e xenofobia, all'interno, e competizione tra stati all'esterno. Solo attorno al superamento dell'euro si può ricostruire un vero internazionalismo di classe europeo.

È un sillogismo assurdo, come tutti i sillogismi, dire che, siccome l'estrema destra è contro l'euro, allora essere contro l'euro è di destra. Si tratta di un obiettivo solo apparentemente identico. Le ragioni e le finalità sono radicalmente diverse. Mentre l'estrema destra si fa portatrice di illusorie istanze di settori capitalistici perdenti, la nostra uscita dall'euro è portatrice degli interessi dei salariati. Non per ritornare alla sovranità nazionale, bensì alla sovranità democratica e popolare. Qui, non si tratta di nazione, ma di società e di Stato. Dobbiamo chiederci se continuare ad accettare organismi sovrastatali e una unione monetaria, funzionali solo al capitale, oppure riaffermare le competenze dei parlamenti e delle costituzioni, ritornando cioè a una dimensione statuale dove è possibile opporsi ai processi capitalistici, proprio perché situata a un livello maggiormente influenzabile dai lavoratori. Solamente l'uscita dall'euro permette di ricreare condizioni di lotta in cui uno dei contendenti, il lavoro salariato, non sia perdente in partenza. Se un uomo armato di bastone ci aggredisce, la nostra prima preoccupazione non sarà quella di togliergli quell'arma in modo da ristabilire condizioni equilibrate di lotta?

Bisogna decidere in primo luogo che fare

Uscire dall'euro è rischioso? Non dovevamo entrare, ora uscire è impossibile? Si potrebbero citare autorevoli studi economici che riportano a dimensioni realistiche quella sorta di biblica invasione delle cavallette (inflazione al 30-40%, ecc.) che, secondo alcuni seguirebbe l'uscita dall'euro. Limitiamoci a renderci conto, come dimostrano gli ultimi dieci anni, che è folle continuare nella stessa situazione, rimanendo immobili. Fantasticare su movimenti europei senza un obiettivo programmatico vero, se non una illusoria disobbedienza, in pratica vuol dire stare immobili, continuando, però, a esaurire le energie nostre e dei lavoratori italiani e europei. Con le illusioni sul "demos europeo" finiamo oggettivamente, anche senza volerlo, per coprire a sinistra l'europeismo neoliberista del Partito democratico e del Partito socialista europeo, tra i maggiori fautori storici dell'integrazione economica e valutaria, nel mentre pretendiamo di essergli alternativi. Con il rischio di diventare la classica sentinella a guardia del bidone di benzina ormai vuoto. L'euro non durerà a lungo, come le precedenti unioni monetarie sovrastatali della storia, e come lasciano intendere le ultime dichiarazioni della Merkel, sostenute anche da Prodi, a sostegno del progetto di una Europa a più velocità presentato recentemente da alcuni Paesi satelliti della Germania. La domanda è se continueremo a cullarci nella illusione di poter fare una altra Europa all'interno dell'euro, lasciandoci spolpare finché non sarà il capitale ad abbandonare l'euro, avendo esaurito il suo scopo, oppure se decideremo di prendere posizione chiaramente, riprendendo nelle nostre mani quell'iniziativa che da oltre un decennio ci è stata sottratta.

Il nostro compito, oggi, non è tanto ideare soluzioni tecniche, certo importanti, ma in primo luogo definire un orientamento politico generale, che manca e senza il quale non sapremmo neanche in quale direzione muoverci. Se mi devo spostare, prima ancora di decidere se andarci in auto, treno o aereo, devo, prima di tutto, sapere dove devo andare. Anzi, solo il sapere dove devo andare mi consente di pensare, dopo, a come farlo. Anteporre la questione del come al che fare è solo un altro modo per rifiutare di prendere una decisione o per prenderne un'altra.

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13/02/2017

“Non vogliamo salvare il capitalismo”. Le proteste verso il G 20 di Amburgo

Alla fine di questa settimana si è tenuta ad Amburgo una conferenza d'azione (Aktionskonferenz) per preparare la protesta contro il vertice G 20 del prossimo luglio ad Amburgo. Un colloquio con Deniz Ergün, portavoce della alleanza "Arrembare il G 20".

Sabato si svolge nella Università di Amburgo una Conferenza d'azione sulle proteste contro il vertice G 20 del 7 e 8 luglio 2017 nella città anseatica. Che cosa avete sull'agenda?

Questa volta elaboriamo soprattutto la piattaforma concettuale / i nostri contenuti, per evitare che ci perdiamo nell' azionismo. Significa concretamente che ci occupiamo della situazione mondiale. Il "Lower Class Magazine" (una rivista online della sinistra antagonista; N.d.T) ci dà uno sguardo d'insieme sui teatri attuali di guerra con qualche approfondimenti e l'autore Tomasz Konicz fornisce una introduzione nella crisi economica. I compagni e le compagne del "Revolutionärer Aufbau Schweiz" ("Costruzione Rivoluzionario Svizzera") ci mostrano come può essere oggi una prassi rivoluzionaria. E anarchici ed anarchiche dalla Grecia ci raccontano che cosa hanno causato la socialdemocrazia greca e l'imperialismo tedesco. Accanto ad altri workshop su temi diversi i gruppi di lavoro presentano i risultati che hanno elaborato fino a questo punto, offrendo la possibilità di partecipazione e di dare forma alla protesta.

I quotidiani "Die Welt" ed "Hamburger Abendblatt" (della casa editrice di destra Axel-Springer-Verlag, paragonabile ad "il Giornale" di Berlusconi; N.d.T.) fanno una campagna persecutoria contro di voi e scrivono che l'amministrazione della città permette una conferenza dove sul campus universitario si svolge l'allenamento per un efficace azione di blocco del summit. Lei che cosa risponde?

Noi vogliamo prendere spazio pubblico, occupandolo con temi critici. Che la stampa locale istighi contro questa ambizione, per noi ad Amburgo è chiaro e fa parte del nostro lavoro. Se neonazisti e populisti di destra organizzano i loro incontri, la cosiddetta "stampa di qualità" è solo raramente è così attenta come con noi.

L'alleanza "Arrembare il G 20" unisce quelli della sinistra radicale, "che s'intendono come anticapitalista e rivoluzionaria", come si dice “ha coscienza di sé”. Che cosa significa il "G 20" per voi?

Le economie nazionali e le classi dei capitalisti sono intrecciate tra di loro in un modo molto stretto. Certamente sono in concorrenza tra di loro, ma hanno anche reciproco bisogno. Questo fatto rende sempre più importante la coordinazione e le decisioni comuni. Il vertice del Gruppo dei 20 è un incontro tra compagni di classe dei capitalisti e quindi per noi è un simbolo da combattere.

Quali sono, in poche parole, le conseguenze della politica degli Stati del G 20?

Le loro guerre per procura sulle risorse naturali, i mercati per la vendita dei loro prodotti oppure le sfere d'influenza, portano a morte e miseria in tante parti del mondo. Questo costringe milioni di persone alla fuga. E gli stessi profughi in Turchia o in Europa sono costretti a lavorare in pessime condizioni ed in questo modo vengono messi contro altri lavoratori.

I vostri appelli suonano più combattivi e hanno più passione di altri. Per esempio l’appello dell'alleanza per il grande comizio del 8 luglio 2017. Voi dite "Non è possibile riformare il capitalismo." Si deve vedere questa affermazione come delimitazione verso altre forze politiche e sociali nella protesta?

Già adesso tutti i tipi di socialdemocratici provano a dare la propria impronta alla protesta e spingono per apparire in primo piano. Da queste persone ci vogliamo sicuramente distinguere. Non vogliamo salvare il capitalismo ma aiutarlo a morire.

Come giudica il procedimento di personalizzare la protesta? Vuol dire puntarla soprattutto contro capi di stato come Trump oppure Erdogan che arrivano ad Amburgo, mentre alcuni mettono in questa lista anche Putin?

Per noi i nostri avversari diretti sono la Merkel e la delegazione tedesca. Loro hanno la colpa per la situazione in Germania e soltanto loro possiamo combattere qui in questo paese.

Polizia, esercito e servizi segreti in luglio metteranno in tavolo tutto quello che hanno. In tali condizioni una protesta può essere ancora visibile in modo efficace?

La protesta diventa creativa e molteplice e siamo sicuri che presteranno la loro attenzione a noi. E non ci limitiamo soltanto a due giorni, ma cominciamo già una settimana prima con giorni di azione rispetto a vari contenuti, con concerti e manifestazioni.

Nel vostro appello scrivete che questo sarebbe "l'inizio per la caduta del sistema". Non significa un po' spararle grosse visto il potere schiacciante del sistema?

Attraverso le proteste contro il summit tanta gente si politicizza e noi vogliamo utilizzare il tempo per costruire nuove strutture per un lavoro a lungo termine. Per noi contropotere significa infatti accelerare la caduta del sistema passo per passo, anche nel piccolo.

* da "junge Welt" 11 Febbraio 2017

(Traduzione: Raoul Rigault)

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30/11/2016

Weather Underground. Incontro con Bill Ayers e Bernardine Dohrn


Non c'è bisogno di un meteorologo per capire da quale parte sta soffiando il vento

La Weather Underground Organization, o più brevemente Weathermen, è stata una delle organizzazioni rivoluzionarie più rappresentative del panorama politico della sinistra radicale degli anni sessanta in USA. Scelsero da subito la lotta armata e colpirono siti eccellenti fra cui il comando della Polizia di New York, il Campidoglio ed il Pentagono (i loro attentati colpirono però solo edifici pubblici, “simboli” del sistema e non fecero alcuna vittima). Il loro slogan “portiamo la guerra a casa loro” fa capire che la loro lotta cominciò come ribellione all’intervento americano nella guerra in Vietnam; come avrà a dire Mark Rudd, un altro degli appartenenti al gruppo, “quella guerra aveva fatto impazzire tutti... ma non potevamo restarcene in silenzio, non reagire a quella violenza che esportavamo in Vietnam, ce ne saremmo sentiti complici...”. Nata da una costola dell’SDS (Students for Democratic Society), l’organizzazione, pur operando in completa clandestinità, è stata l’unica esperienza a tentare il connubio fra organizzazione strettamente politica e mondo della controcultura; altri movimenti sorsero in quegli anni, movimenti ed organizzazioni che nascono da rivendicazioni razziali, ma soprattutto contro la guerra e per il diritto alla parola, (il Free Speech Movement di Mario Savio), ma nessuno di loro ebbe lo stesso seguito per così breve tempo.

In questo incontro avvenuto nello spazio della biblioteca “Moby Dick” alla Garbatella, due dei membri fondatori dei Weathermen, si raccontano e ci presentano i nuovi movimenti che operano adesso negli States, dandoci degli strumenti preziosi per leggere la realtà statunitense post elettorale. Durante l’incontro è stato presentato il libro di Bill Ayers “Fugitive days... memorie dai WUO”:

“Il libro non è una ricostruzione storica, né un testo accademico, è soprattutto un ripensamento di una coscienza a distanza di quasi mezzo secolo. Il movimento doveva fare di più... ribadisce però le ragioni di fondo di una ribellione... quando ti rendi conto di non riuscire ad andare avanti, di essere in una posizione di stallo, non ci si tira indietro, non si smette, né ci si pente; si cerca e si trova un’altra strada. I W.U.O. hanno rotto ad un certo momento con gli altri gruppi che facevano azione non violenta, per fare un salto di qualità: il loro motto era... “PORTIAMO LA GUERRA A CASA LORO...” che significava facciamoli sentire in guerra... facciamogli provare le stesse sensazioni che provano in Vietnam le vittime della guerra... rimanere inattivi mentre la propria nazione compiva azioni di una tale violenza, voleva dire rendersi complici di quella violenza, fare violenza a nostra volta.”

Di seguito gli interventi introduttivi di Bernardine Dohrn e Bill Ayers.

BERNARDINE DOHRN. Il mio nome è Bernardine Dohrn e sono una dei protagonisti del documentario* che ora vedremo insieme; sono stata un’attivista per tutta la mia vita e a suo modo, lo sono ancora adesso (la Dohrn opera nei tribunali per i diritti civili delle minoranze, delle donne e dei minori, ndr); vi invito a venire anche al prossimo incontro, che si svolgerà il prossimo venerdì 25 novembre, per poter incontrare Alicia Garza, un’altra attivista e fondatrice del movimento “Black Lives Matter”... Farò solo una nota introduttiva riguardo chi e cosa sono stati i WUO, poi a seguire, ci sarà un dibattito e potrete farci qualsiasi tipo di domanda... Questo documento è stato realizzato da due giovani registi... Beh, per me ormai tutti quanti in realtà sembrano giovani, però quando è stato girato questo documentario i due registi erano veramente giovani, e hanno scoperto il nostro movimento, durante le loro ricerche per produrre il film; durante la lavorazione, si sono domandati come mai nulla fosse mai uscito allo scoperto riguardo questa importantissima corrente che si era venuta a creare... Sam Green e Bill Siegel hanno girato questo documentario prima dell’9/11 e tutte le interviste sono avvenute prima degli attentati al World Trade Center del 2001, quindi prima di un momento che ha segnato una svolta, ed ha cambiato completamente la vita della popolazione americana; di conseguenza è stato uno snodo anche per quella che è stata una crisi della politica e della società americana...

Bill e Sam hanno montato il film dopo il 9/11e quello che viene fuori dal film è una visione molto “dark”, un periodo molto grigio per la vita americana, dal punto di vista della politica... Il film poi usci all’inizio del 2003, proprio prima che cominciasse la guerra con l’Iraq (la seconda guerra del Golfo conclusa in tre settimane dall’amministrazione Bush jr., ndr), e la reazione a questa guerra portò una nuova energia ai movimenti antimilitaristi. Per queste ragioni di impegno sociale il documentario è stato insignito del premio dell’Academy Award nella sezione documentari... Ultima cosa da dire è che QUESTO film non è il nostro film, non è il film che IO avrei fatto o che Bill avrebbe fatto, questo è il LORO film, la LORO lettura degli avvenimenti. Magari dopo parleremo anche di questo, di quello che non ci piace nel film, ma sicuramente è una testimonianza per farvi capire quello che è successo; è per questo che vi invito a guardarlo con occhio critico...

BILL AYERS. Buonasera, è meraviglioso essere qui, siamo qui da sole 24 ore, e siamo stati letteralmente rincorsi da una marea di compagni... Siamo stati abbracci ovunque per Roma... Quello che voglio dire è che siamo molto felici di essere qui e che dobbiamo essere veramente grati a tutti quelli che si sono impegnati per noi, per farci sentire a nostro agio. Ho una richiesta da farvi: se qualcuno potesse ospitarci qui, altrimenti dovremmo tornare subito da Trump, in USA, e non sarebbe proprio il massimo... Comunque volevo dirvi che nonostante l’orrore che ha suscitato la recente elezione di Trump, e il male e l’amarezza che ci sta dietro e che fa soffrire la società americana, la sollevazione a quello che sta succedendo sta diventando sempre più dura, si stanno risvegliando nuovi movimenti associativi, ed è anche fonte di gioia; e rassicura sapere che ci sono anche altre persone che come noi vogliono farsi sentire. Ok grazie per la partecipazione e ci aggiorniamo alla discussione, dopo la visione del documentario.

Dopo la visione del film Bill e Bernardine hanno risposto ad una serie di domande poste dagli studenti dell’università e di alcuni giovani che hanno partecipato all’iniziativa.

B.D.: In primo luogo vorrei ringraziare i compagni del CSOA “La strada” e “La casetta Rossa” per aver organizzato tutto questo, e voglio ringraziare anche tutti quelli che hanno partecipato allo sforzo e alla lotta fatti per conquistare questo spazio occupato, per farne una biblioteca, per gli studenti dell’Università. C’è un argomento che mi preme molto ricordare ed è questo: durante gli anni ’60 e fino ai primi ’70, in Vietnam venivano uccise circa 6.000 persone a settimana. Noi pensavamo che la guerra americana in Vietnam fosse ingiusta e completamente immorale e anche quando, dopo la fine della guerra, i soldati rientrarono in patria raccontando gli orrori di quella guerra, non si raggiunse lo scopo: quello cioè di allontanare il nostro paese dal concetto della guerra. Si trattava di una crisi globale. La guerra in Vietnam non era la sola guerra... nel mondo c’erano altri due o tre Vietnam; in Africa si combatteva per sovvertire il regime portoghese, in Sud Africa si lottava contro l’apartheid, poi c’era Cuba, i Tupamaros in Uruguay che combattevano per la loro indipendenza, e noi ci sentivamo parte integrante di questo movimento e volevamo far parte in qualche modo di quella rivoluzione. Alla fine abbiamo deciso di mettere il Paese davanti al fatto compiuto, agli orrori della guerra ed abbiamo coniato uno slogan che abbiamo inserito nel nostro primo comunicato: “PORTIAMO LA GUERRA A CASA LORO”. E questa è stata la nostra esperienza. Senza fare vittime, abbiamo colpito i loro “simboli”, abbiamo fatto sentire il sistema aggredito...

B.A.: Ringraziamenti anche a Sandro (Portelli professore di letteratura americana all'Università La Sapienza, ndr) ed a tutti... Come diceva poco fa Sandro, questo non è un momento accademico, ma soprattutto un momento di riflessione, per capire qual è il momento storico in cui ci troviamo e come reagire a quello che ci sta succedendo intorno. Questo dobbiamo comunque farlo tutti insieme. Dobbiamo sentire ciascuno la propria responsabilità nei confronti dell’essere umano, dobbiamo guardarci l’un l’altro; nelle ultime due settimane, dopo la tornata elettorale USA, la gente si è riunita spontaneamente ovunque, non solo per protestare, ma anche solo per parlare in incontri pubblici, per affermare l’esistenza della propria comunità e per insistere che combatteremo per affermare i diritti della nostra comunità. Nessuno di noi ha nostalgia degli anni ’60, anzi trovo sia molto penoso che dei “vecchi”, come ci considerano alcuni, pensino al passato con forte nostalgia. Non ci piace pensare a noi come delle imbarcazioni lasciate alla deriva... Per fare un esempio: la nostra tessera dell’SDS diceva che noi eravamo persone della nostra generazione, che cresceva in un mondo che ci dava facilmente qualsiasi comfort, se te lo guadagnavi. Gente che guardava ad un mondo che li avrebbe accolti facilmente, se avessero lottato... Sapete, io ho ancora la mia tessera e sono ancora una persona della mia generazione, ed è proprio per questo che mi rifiuto sia di essere spinto fuori, da parte, di guardare dolorosamente al passato. Il futuro è davanti a noi... Poco fa parlavo dei ’60, i cosiddetti anni ’60, voglio ricordare che purtroppo questo periodo è stato mitizzato... I sessanta sono un mito ed un simbolo. Ma non conosco nessuno che vive solo “per decadi” e che quando per esempio si accorge che è il 31 dicembre 1969 esclama: “oh merda, gli anni sessanta stanno quasi per finire”. Questo per dire che l’essere umano “trascende” le decadi, vive nel futuro. Ricordo di una volta in cui un giornalista francese chiese a Chou En- Lai (premier della Repubblica Popolare Cinese dal 1949 al gennaio 1976, ndr) quale fosse stato, secondo lui, l’influsso che la rivoluzione francese aveva avuto nei confronti di quella cinese, che era appena all’inizio; il premier rispose che “era troppo presto per dirlo”. Qualsiasi cosa siano stati i ‘60 essi sono il preludio all’oggi, sono stati il preludio a quello che oggi dobbiamo fare. Noi dobbiamo seguire il ritmo dell’attivismo, tuttavia mi accorgo che anche per me dirlo è facile, ma il difficile, come per tutti, è metterlo in pratica. Giorno dopo giorno, quello che dobbiamo fare è riassunto in tre step: fare attenzione, aprire gli occhi ed andare avanti. Questo è quello che BLM dice... Dobbiamo svegliarci e poi dobbiamo essere colpiti, stupiti, dobbiamo essere stupefatti dalla bellezza e dall’estasi che l’umanità è capace di produrre, di ciò che ci circonda, ma anche dalla crudeltà, consapevoli della sofferenza... Perché c’è sofferenza in giro... Terzo step è l’azione; aggiungerei un quarto step: è il dubbio, la riflessione, il ripensare ciò che si è compiuto. Questo è anche il ritmo della cittadinanza, il ritmo della lotta morale. E' semplice: fare attenzione, essere stupiti, agire, dubbio... Sandro ha riferito di alcuni errori , agli albori, dei WUO, di alcuni eccessi, e secondo me un profondo errore è nel quarto passaggio, il dubbio... Puoi fare attenzione, agire, meravigliarti di quello che ti succede intorno tutti i giorni, ma, se non dubiti, fai l’errore di diventare settario... e potresti fallire. Abbiamo intenzione di portare negli States, la settimana prossima, la nostra esperienza qui, con i compagni incontrati. Sarà nostra responsabilità tornare in patria ed aprire gli occhi su quello che è la nostra realtà al momento, stupirci di questa realtà e della sofferenza che crea, poi il nostro compito sarà agire ed infine ci troveremo ad affrontare... il dubbio. Vi ringrazio per avermi dato questa possibilità.

DOMANDE:
Avete mai avuto rapporti con movimenti analoghi in Europa, in quel periodo, o avete basato la vs. analisi, pur avendo rapporti con altri movimenti, solo sulla situazione negli States...

Io faccio video e mi chiedo... il documentario termina con la “consegna” da parte dei compagni dei WUO alle forze di polizia... il compagno con il quale lavoro notava come il “sistema” sia riuscito così facilmente ad instillare il dubbio di aver sbagliato anche in questi compagni... questo può ricollegarsi a quello che si diceva poc’anzi sul dubbio?

Grazie per averci portato la memoria storica dell’altra America degli anni ’60 qui... cosa pensate dell’“altra America” di questi giorni, di D.J. Trump, cosa pensate dei BLM o del movimento attorno a Sanders...

Il prossimo 26/11 ci sarà una grande manifestazione delle donne contro la violenza maschile... A Bernardine vorrei chiedere cosa ne pensa adesso del movimento femminista, anche alla luce della recente campagna elettorale che ha visto contrapposta una donna a Trump, candidato con una carica fortemente maschilista...

B.D. In breve... Dobbiamo innanzitutto scusarci per essere degli stupidi americani che capiscono poco l’italiano... Voi parlate tre/quattro lingue e tutti parlate l’inglese. Noi, da perfetti americani ignoranti, non parliamo neanche un po’ l’italiano... Per prima cosa risponderò riguardo gli altri movimenti degli anni ‘60. Quando sono stata eletta leader nazionale dell’SDS, e poi segretario generale del movimento, noi eravamo consapevoli che la mia era una carica di unificazione, che avrebbe dovuto intessere rapporti internazionali, con movimenti, non solo negli States, ma in tutto il mondo, movimenti di tutti i tipi... Movimenti contro la guerra, per l’eguaglianza sociale e razziale, movimenti femministi, culturali... Avendo viaggiato molto per analizzare la crisi del Vietnam, mi sono resa conto di quanto sia stato importante il ruolo che ha giocato quello Vietnamita, nei movimenti... Parlo in special modo agli studenti qui presenti... Quello vietnamita ha giocato un ruolo di “ponte” fra tutte le lotte in corso in quel periodo, ha unificato tutte le lotte contro l’imperialismo dilagante... Nel 1968, durante i nostri viaggi in Europa, abbiamo incontrato delegazioni di attivisti da molte parti del mondo: Jugoslavia (anche ex-Jugoslavia, dopo lo smembramento dovuto alla guerra), giovani di Budapest (dopo i fatti d’Ungheria), attivisti Cecoslovacchi, subito dopo l’invasione russa, compagni dalla Germania, dalla Francia nel periodo del maggio francese, dalla Spagna, ed anche dall’Italia... Ed indubbiamente siamo stati fortemente influenzati da tutti, ma in special modo da voi italiani e dai tedeschi... Ci siamo resi conto che voi italiani siete maggiormente radicati nella storia del marxismo di noi americani, soprattutto se parliamo di materialismo dialettico... Soltanto una parola, per sottolineare e ricordare l’importanza del ruolo che le donne hanno avuto, dai movimenti degli anni ’60 a quelli odierni, un ruolo centrale in tutte le lotte sociali che non deve essere assolutamente sottovalutato... Per esempio Alicia Garza, che sarà qui la prossima settimana e porterà l’esperienza del BLM. Sarà interessante ascoltare... BLM è un’esperienza che ha basi nei movimenti LGBTQ. Oggi più di prima ci si è resi conto dell’importanza delle donne nella leadership dei movimenti... Negli anni ’60 non era così scontato, anche per i movimenti underground... Ed il ruolo delle donne è anche molto più chiaro ora, che negli anni ’60, forse anche per l’esistenza di questi movimenti di autocoscienza...

B.A. Inizierò rispondendo a due domande specifiche. La prima è perché ci siamo consegnati alle autorità. Anche se lo abbiamo fatto con riluttanza, non è stato facile vi assicuro... Ma dovevamo sempre tenere a mente la ragione per cui avevamo fondato questo nostro movimento. E la ragione principale era quella di poterci opporre alla guerra che l’impero americano stava facendo in Vietnam ed anche al genocidio dei neri in America. Consegnarci per noi non è stato un momento di gioia, è stata una scelta sofferta, ma in qualche senso necessaria, perché stavamo spendendo un sacco di energia a rimanere in clandestinità. Energie che potevamo spendere altrimenti... Abbiamo pensato che non avrebbe dato alcun effetto positivo continuare a vivere da soli, isolati dal movimento... Il movimento stesso non dava i suoi frutti se continuava ad essere diviso, se noi continuavamo a vivere ognuno nascosto agli altri... Bensì sarebbe stato più utile tentare di riorganizzarci sotto una veste maggiormente legale. E' stato perciò senza alcuna gioia, ma assolutamente necessario... Riconosco comunque che potevamo usufruire di un privilegio, quel particolare privilegio americano di avere la pelle bianca... Eravamo americani, ma soprattutto eravamo americani bianchi e questo ci assicurava che se ci fossimo consegnati non avremmo corso il rischio di venire assassinati... Abbiamo dovuto accettare questa cosa, anche se con un po’ di tristezza, abbiamo dovuto fare i conti anche con questa realtà... Eravamo comunque determinati, ci sentivamo come se avessimo il diritto di consegnarci come se non fosse stata una resa... In realtà quindi ha voluto essere una dichiarazione di opposizione. Uno dei nostri, senza fare il nome, di fronte alla corte, dichiarò al giudice che non voleva ci fossero fraintendimenti, che lui era un oppositore del regime imperialista americano e che avrebbe continuato a lottare con noi contro quel sistema, e che alla fine avremmo avuto la meglio e saremmo riusciti a rovesciarlo. Lui assentì ma ringraziando disse di non esser d’accordo.

Un breve cenno su Trump. Sapevo che non saremmo stati capaci di uscire da questo incontro senza neanche menzionarlo... La sola cosa di cui siamo certi è che le interpretazioni di quello che è successo, quelle che stanno dando i mass media ed il partito democratico Usa, sono a mio parere, sbagliate e narcisistiche. Di conseguenza questo Partito Democratico non organizzerà l’opposizione, né organizzerà la resistenza... Ma l’opposizione sta crescendo, sta crescendo da sola, all’istante, perché il messaggio che proviene da Donald Trump è molto esplicito. E' il messaggio che appartiene ai suprematisti bianchi, è un messaggio di misoginia, islamofobico, razzista ed esplicitamente xenofobo. E’ un messaggio che non è stato nascosto durante la campagna elettorale, non è un mistero. E' palese che Trump è riuscito a portare avanti tutto quello in cui credeva, ed è un pericolo per tutti; questa propaganda è un pericolo che, è vero, già prima conoscevamo, ma che ora è alla Casa Bianca. Dobbiamo essere preoccupati di questo e abbiamo il dovere di occuparcene. Beh, dopo le elezioni si continua a parlare del Partito Democratico, che non è riuscito a parlare alla classe operaia bianca, che ha fallito... Se ricordate, per chi lo ha visto, c’è questo film “Nick Manofredda”, in cui il carceriere continua a ripetere al prigioniero, Nick appunto, interpretato da Paul Newman, “abbiamo un problema di comunicazione”... Beh qui il problema di comunicazione c’è stato. Ed ora è tra oppressore ed oppresso... Parlando di BLM, questo è un movimento che può darci una nuova chiave di lettura delle lotte, attraverso la lotta per la libertà dei neri. Attraverso questa lotta si fa lotta contro l’impero, è qualcosa che deve guidare la trasformazione negli States...

DOMANDE:
Quali sono ora e quali sono stati i vostri rapporti con BPP.
Quali sono le vostre opinioni su queste elezioni, e perché ci hanno fatto credere, al di là del fallimento della comunicazione con la classe lavoratrice, che Trump non avrebbe vinto; secondo i sondaggi peraltro sembra che la working class non abbia votato in blocco per Trump. La vostra opinione anche su questo passaggio.
Avete votato Clinton, e se sì, con quale stato d’animo.
Bill ha lavorato come educatore per molti anni; cosa ha tratto da questa esperienza?
E ad entrambi, qual è secondo voi, il futuro per l’attivismo militante negli USA?
Come sono organizzate le lotte nelle scuole, al momento?


B.D. BLM è un gruppo composto in massima parte da giovani, che si occupa di lotte sociali e che focalizza il proprio interesse verso le violenze della polizia contro gli afroamericani dopo i fatti di Ferguson, dopo i ripetuti assassinii degli anni scorsi, proprio perpetrati dagli organi di polizia. Come avrà modo di dirvi Alicia Garza, leader del movimento, venerdì prossimo, questo è un movimento che ruota comunque intorno alla comunità queer, gay e femminista. E’ un movimento antigerarchico, che pone al centro la vittima, e che cerca di superare il problema con una logica un poco “comunitarista”, collettiva. Il BLM, si colloca all’interno di una storia per i diritti civili, che guarda al periodo storico delle lotte contro i linciaggi e gli omicidi di massa degli afroamericani, continuati fino agli anni ’60, alle lotte per l’uguaglianza dei diritti salariali combattute con l’aiuto dei sindacati (unions); sicuramente molto vicini al BPP, ma non tanto dal punto di vista della lotta armata, che da quello della comprensione di un certo “linguaggio della strada”: recentemente a Chicago, durante la Convention Mondiale dei Capi della Polizia, hanno manifestato in modo pacifico, ma militante, organizzando una sorta di “teatro di strada”. Sull’arrivo del neofascismo negli USA, visto che avete subito per vent’anni Berlusconi, forse potreste darci qualche consiglio; comunque, per quello che riguarda il razzismo e la xenofobia che pervadono la politica di Trump, questo sicuramente ha a che fare con l’ascesa dei movimenti di estrema destra, un po’ ovunque in Europa, forse come reazione al neoliberismo o al risorgere dei confini, alla paura dell’immigrazione di massa, di gente che cerca di varcare i confini, di avere accesso ai paesi più ricchi, la capacità da parte di questi movimenti di destra di evocare paure; di connettere la paura e la violenza, con la presenza degli afroamericani, o comunque dei profughi... Ed infine l’odio, il disprezzo esplicito nei confronti delle donne, tutte queste cose hanno unito delle forze “maligne”, che erano comunque presenti negli States, che hanno accresciuto le minacce nei confronti di chi attraversa i confini, minacce nei confronti dell’immigrazione di massa; si dovrebbe però tentare di trovare dei territori protetti, una sorta di santuari dedicati ai migranti, neri, cinesi ecc...

Continuando sulle elezioni... Una cosa importantissima, che probabilmente pochi sanno, è che solo il 25% della popolazione ha votato... meno di un quarto...

B.A. Rispondo alla domanda “per chi ho votato io”. E’ praticamente impossibile spiegare quanto è contorto il sistema elettorale americano, è impossibile veramente spiegarlo alla gente comune, ed è altrettanto impossibile spiegarlo agli americani. La punta dell’iceberg è il “collegio elettorale”: noi viviamo a Chicago, beh il nostro voto a Chicago non conta. Anche se votassi per mio figlio, non verrebbe preso in considerazione... E' un sistema privo di senso, affatto libero, è draconiano... Un’altra cosa che volevamo sottolineare è che Clinton ha detto che ha vinto il voto popolare. Io ho votato per Hilary Clinton, ma in realtà ho votato contro Trump. Non volevo che, pur perdendo, la Clinton avesse perso con uno scarto troppo forte... E’ stata una scelta tattica; a tutti i miei amici di ultrasinistra, e sono la maggioranza, ho detto che abbiamo 364 giorni l’anno per fare militanza; quei cinque minuti nell’urna si possono anche sacrificare al male minore. Ora veniamo all’istruzione... E' un punto fondamentale per me, sono un insegnante, ho scritto diversi libri sull’argomento e due memorie; è molto importante capire su quali argomenti puntare per far progredire l’istruzione all’interno della nostra società. La lotta, credo di poter dire in USA, come a livello globale, è fra insegnamento pubblico e insegnamento privato, è fra le “corporations” e una libera istruzione. Come voi tutti sapete, la scuola è sempre lo specchio e la finestra delle società. Quando sei a scuola vorresti fare parte della società e viceversa. Durante l’apartheid in Sud Africa, nella divisione che si compiva fra bianche e neri, già era in essere la divisione fra vinti e vincitori. Nelle società più autoritarie, lo studente, deve imparare ad obbedire e conformarsi ciecamente alle istituzioni, compresa la scuola; d’altro canto nelle società più democratiche, più libere, si tende a dare più enfasi alla creatività, alla fantasia, ed allo spirito critico, plasmando delle persone più libere ma anche più valide. Un ‘ultima cosa: insegnare a persone libere... per me insegnare a persone libere, o a persone che fanno parte di una società che tende ad essere libera, torna ad essere una questione di “ritmo”; molto di quello che oggi abbiamo in USA, deriva dalle conquiste dei movimenti per i diritti civili degli anni ‘60... In una scuola del Mississippi una delle cosiddette Freedom schools**, nel 1963 girava una specie di cv, all’atto dell’iscrizione, fatto di sole 3/4 domande: da dove vieni, perché hai scelto un movimento per i diritti civili e quale obiettivo vorresti raggiungere... Questo è un cv che fornisce ai giovani le domande principali: da dove veniamo, cosa vogliamo e come pensiamo di ottenerlo... Sono tre semplici ma fondamentali domande. I potenti hanno dato sempre per scontato che hanno avuto l’appannaggio della cultura, e che tutti gli altri sono stati sempre etichettati con altri parametri: reddito, posizione sociale, gender ecc. Dobbiamo invece pensare agli studenti come a dei soggetti attivi, senza preconcetti.

B.D. Prima di lasciarci, alcuni dati su un argomento che ancora non abbiamo trattato. Gli USA sono, si può dire, uno Stato-prigione, hanno la più alta percentuale di popolazione carceraria del mondo, 2.300.000 persone in carcere ed oltre 6 milioni di persone sotto il controllo carcerario, in libertà provvisoria, semilibertà, con regime ridotto. E di questi l’80% è afroamericano, tra i 17 e i 30 anni. Questa è la nuova schiavitù... Non dimentichiamo che questi soggetti sono esclusi dal sistema elettorale e che ci sono più persone fra 17/30 anni in carcere che nelle istituzioni scolastiche.

Note
* Il documentario è “The Weather Underground” di Sam Green e Bill Siegel prodotto nel 2002. I Weather Underground Organization o più brevemente Weathermen è stata una delle organizzazioni più rappresentative del panorama politico antagonista degli anni sessanta in USA. Scelsero da subito la lotta armata e colpirono siti eccellenti fra cui il comando della Polizia di New York, il Campidoglio ed il Pentagono. (I loro attentati colpirono però solo edifici pubblici “simboli” del sistema e non fecero mai vittime).

**Le Freedom Schools erano delle scuole americane “alternative” che a fine anni 60, sulla scia delle conquiste dei movimenti per i diritti civili, nascevano specie nel sud degli States. Il loro obiettivo era quello di insegnare agli afro-americani per fargli raggiungere una equità sociale, economica, e politica.


Fonte

Una cronaca assolutamente significativa, oserei dire essenziale per allargare lo spettro su uno spaccato di sinistra, quella statunitense, penso quasi sconosciuta ai più.
Non ho ovviamente strumenti e soprattutto conoscenze sufficienti a valutare quando esposto, posso però – limitarmi a – registrare che la sinistra e più in generale il movimentismo sono troppo "appiattite" sulle questioni civili. Penso che anteporle alle questioni sociali sia a tutt'oggi la tara maggiore che limita le sinistre radicali in USA e più in generale in occidente che comunque la cultura americana l'ha sussunta anche troppo.