Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/06/2019

Luglio 1960


La necessità di rinnovare con costanza la memoria storica del nostra Paese si colloca ben oltre alla discussione sul neofascismo rampante nella difficile situazione dell’Italia di oggi.

Per questo motivo è più che mai valida la ricostruzione storica (pur eseguita in maniera assolutamente sommaria) di ciò che accadde tra la fine di giugno e il luglio del 1960: cinquantanove anni fa.

Era l’Italia del 1960. Ci si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni politiche e sociali.

Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra.

Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, l’MSI.

Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa, quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.

L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no.

Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.

La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista.

Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.

Questi i fatti, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio estate di cinquantanove anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.

Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quell’assise sarebbe stata presieduta da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.

Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.

Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici.

Una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nel quale si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento di fondamentale importanza: si è già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirato l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.

In questo senso i moti del Luglio ’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.

In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.

Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.

Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico–sociale repressivo e autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.

L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.

Nonostante le asprezze della polemica quotidiana, il PCI aveva assunto come stella polare di tutta la sua strategia l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.

Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.

In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.

Oggi, a cinquantanove anni di distanza, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice (a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI, via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, i limiti di puro politicismo insiti nella strategia berlingueriana del “compromesso storico”, nello sviluppo abnorme di quella che già dagli anni’50 Maranini aveva definito come partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo in coincidenza con la caduta del muro di Berlino (sulla quale furono commessi errori di valutazione enormi) e l’avvio, con il trattato di Maastricht, della logica monetarista anti-democratica di gestione dell’Unione Europea sul modello reaganian-tachteriano della crescita delle diseguaglianze economiche e sociali fino alla drammatica attualità che stiamo vivendo in un quadro esaltato da un insieme di valori negativi.

Forse luglio ’60 rappresentò uno degli ultimi passaggi utili per contrastare radicalmente questo processo di involuzione e riproporre alcune radici di fondo della prospettiva resistenziale ma è necessario ammettere, anche in un momento di rievocazione importante come l’attuale, che quel messaggio non fu completamente colto.

Fonte

15/06/2019

Enrico Berlinguer, se questo è un comunista

“Ce ne fossero di uomini come lui! Un comunista vero! Un uomo mai dimenticato! Ha lasciato un vuoto incolmabile! Un dolore tremendo, la sua morte! Un comunista equilibrato, che si opponeva al neofascismo e al centrosinistra! Un gigante, rispetto ai politici di oggi!”

Orbene, sono solo alcune delle tante dichiarazioni melense, celebrative, ai limiti dell’agiografia, che, nei giorni scorsi, si sono potute leggere sui social, per ricordare il segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Morto l’11 giugno del 1984. Trentacinque anni or sono, dunque.

E tranne l’ultima affermazione, con cui, più o meno, si può concordare (come per tutti i politici dell’epoca rispetto agli attuali), per il resto ci permettiamo di dissentire su tutta la linea.

Berlinguer, infatti, al netto di infantili accenti romantici e malinconici, o di memorie preda di canagliesche nostalgie adolescenziali, fu colui che portò a termine quel lento processo di snaturamento socialdemocratico del Partito Comunista Italiano, cominciato, a dire il vero, già immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con Palmiro Togliatti.

E lo fece, Berlinguer, sulla pelle della classe operaia e nella maniera più brutale e meschina possibile, per un comunista. Venendo, cioè, a patti con Chiesa e padroni. Patti che presero, com’è noto, l’altisonante nome di Compromesso Storico. Ma anche piegandosi alle ragioni dell’Imperialismo Usa. Ci ricordiamo tutti la dichiarazione sconcertante sull’Ombrello della Nato, alla cui ombra l’Enrico si sarebbe sentito “più sicuro”!

Comunque, non vogliamo nasconderci e ben sappiamo che simili giudizi severi, su un uomo tanto amato, seppur contraddittorio, non sono condivisi da tutti e possono suscitare qualche polemica. Crediamo, tuttavia, che, specie in questi anni così complicati per la sinistra e il movimento comunista tutto, ci sia bisogno di fare chiarezza. Di essere divisivi, almeno nella memoria. Non unitari. Schiettamente e anche duramente divisivi. Perché, se la sinistra ha imboccato la china di una sconfitta storica che ha, ormai, toccato forse il fondo, lo si deve anche a uomini come Berlinguer. E a quel PCI statolatra e statalista, fattosi, poi, esso stesso Stato. Senza cambiarne una sola virgola.

Una china intrapresa, altresì, imboccando, progressivamente, l’inesorabile strettoia del compatibilismo con le leggi e le regole che sovrintendono a quel sistema capitalistico – con il suo modello produttivo e le sue diramazioni ideologiche e culturali – che, un tempo, si sarebbe voluto e dovuto sovvertire. Come, d’altra parte, sarebbe compito di un qualsiasi soggetto comunista che si rispetti.

E, invece, l’attuale vuoto rappresentativo, la scarsa incidenza e la stitichezza delle lotte nel nostro campo politico, il distacco dal blocco storico di riferimento, la disintegrazione della cultura del movimento operaio, la frammentazione sociale e la ridefinizione dei rapporti di forza e delle relazioni di classe – tutti a vantaggio del nemico, all’interno delle nuove economie finanziarizzate – il Pd e la sinistra allo sbando, sono il frutto di scelte politiche scellerate, da imputare proprio, in buona misura, al PCI e, in ultimo, alla segreteria Berlinguer.

Una segreteria condotta con il passo timoroso del pavido riformista, in una fase storica che avrebbe richiesto, invece, coraggio politico e audacia di azione, per contrastare la violenta ristrutturazione capitalistica in atto.

Erano gli anni ’70/’80 e, purtroppo, né i comunisti italiani né, per larga parte, quelli europei, seppero dare risposte adeguate. Per giunta, il PCI contribuì a reprimere e soffocare ogni critica, ogni movimento antagonista, ogni espressione creativa, ogni tentativo insurrezionale, ogni moto rivoluzionario, armato e non, nascesse alla sua sinistra.

Dunque, eccoci qui a confutare quelle affermazioni e quelle dichiarazioni di affetto politico, citate all’inizio. Dichiarazioni, spesso frutto di ingenuità e di buona fede. A volte, invece, maliziosamente strumentali, furbescamente machiavelliche, ingannevoli e in mala fede. Tese alla manipolazione occulta delle coscienze, specie quando provengono da organi di stampa e da settori della politica, a maggior ragione se della sinistra istituzionale. Perché il fine, è inutile negarlo, è orwelliano: controllare il presente per ipotecare il futuro.

E allora, partiamo da due affermazioni piuttosto ingenue e perciò facili da confutare. Quelle secondo cui Berlinguer avrebbe combattuto il neofascismo e ostacolato il centrosinistra. Se la prima è senz’altro veriteria, va però ricordato che l’allora segretario del PCI, con Almirante – all’epoca capo indiscusso del fascistissimo Msi, fucilatore di partigiani e operai – teneva incontri segreti.

Mentre, con lo stratega del centrosinistra, il cugino del futuro Presidente Cossiga ci costruì addirittura il compromesso storico. Il che, fuor di metafora e volendo uscire da sterili locuzioni sloganistiche, si traduceva in uno storico compromesso coi padroni e i loro comitati d’affari, legali e illegali, configurabili come la base politica dello scudo crociato. Nonché, con le alte e corrotte gerarchie vaticane: lo scandalo Ior, degli anni successivi, lo dimostra ampiamente.

D’altronde, di quei comitati d’affare e di quelle gerarchie ecclesiastiche, ben ne descriveva gli assetti di potere il bellissimo Todo Modo. Non facile film di Elio Petri, con un Gian Maria Volonté straordinario nel restituire la subdola, finanche viscida intelligenza del presidente Dc. Ben evidenziando, così, la doppia morale che plasmava e plasma, non solo l’intero mondo clericale, ma lo stesso cattolicissimo Moro: nella duplice faccia di politico e di uomo. Film tanto osannato a sinistra, ma poi, a conti fatti, misconosciuto nella sua profonda essenza politica ed ideologica. E soprattutto, ipocritamente dimenticato dopo il rapimento e l’omicidio dello statista democristiano, da parte delle Brigate Rosse.

Torniamo però al nostro. Considerato che Berlinguer, in seguito, avrebbe posto la tanto sbandierata, ancor oggi, questione morale, non ci sembra roba di poco conto quel vile compromesso coi padroni, la Chiesa e la borghesia corrotta, consumato sulla pelle di operai, studenti e proletariato.

Ma siamo solo all’inizio! Se si va a rileggere, infatti, la pubblicazione dei due interventi, tenuti nel ’77 – erano gli anni della crisi petrolifera ed energetica – sull’Austerità, Editori Riuniti (noi li abbiamo riletti l’altro ieri sera) – si scopre che Berlinguer, durante quei discorsi, parlava esattamente come Monti, “il vampiro” del 2011-2013, non disdegnando concetti come rigore, risanamento dello Stato, conti in ordine. Secondo la più classica teorizzazione ordoliberista dell’economia. Quella, per intenderci, che vediamo applicare, oggi giorno, dai tecnocrati europeisti; quella che ha prodotto il massacro sociale cui assistiamo quotidianamente; quella, insomma, che sta portando alla fame migliaia di persone in Europa.

Ma – cosa che ci è parsa ancor più grave, per un “compagno” addirittura segretario del più grande partito comunista d’occidente – Berlinguer cercava di declinare l’austerità con una ipocrita retorica di classe pur di far ingoiare la logica dei sacrifici, imposta dalle élite padronali e finanziarie, ai ceti popolari.

Per farla breve, il buon Enrico cercava di ammannire quella logica ai ceti subalterni, teorizzando e sostenendo che l’Austerità fosse un dispositivo rivoluzionario, da adottare contro gli sprechi e il consumismo sfrenato.

Il che, in astratto, potrebbe anche non essere sbagliato. Ma non certo in un contesto di ristrutturazione capitalistica come quello che era, appunto, in atto in quegli anni. E che imponeva, per di più, di sottostare a quelle rigide e criminali politiche monetaristiche che traevano forza e origine dalla tanto odiata Scuola di Chicago di Milton Friedman. Un odio ampiamente giustificato, se si pensa alle dittature militari fasciste che gli Stati Uniti imposero in molti paesi dell’America Latina – Cile e Argentina su tutti – per applicare gli interessi multinazionali coperti dalle ricette monetariste e neoliberiste elaborate dai Chicago Boys.

In quel contesto, dunque, propugnare la valenza rivoluzionaria dell’austerità rappresentava, a nostro modesto avviso, una straordinaria mistificazione della realtà, tesa ad indebolire, ancor di più, quelle classi subalterne che il PCI avrebbe, al contrario, dovuto difendere.

In poche parole, un’argomentazione capziosa, intellettualmente disonesta. Il che, senza troppi giri di parole, mette Berlinguer alla stregua degli attuali politicanti più scaltri e genuflessi ai diktat del Capitale monopolistico. Sebbene dotato di un maggiore spessore oratorio e retorico e di una certamente più vasta cultura marxista. Il che, però, gli consentiva anche di manipolare molto meglio i concetti e le tesi politiche da esporre.

Non tutta la classe operaia, però, non tutto il proletariato e non tutti i comunisti abboccavano a quella retorica del lavorismo e dei sacrifici (malgrado le scomuniche da sempre praticate da l PCI – tra accuse di trotzkismo, disfattismo, fascismo, rinnegamento – di comunisti, e tanti, ce n’erano anche fuori dal partito). Tanto è vero che, il suo sodale confederale, Luciano Lama, nello stesso anno, dalla Sapienza, a Roma, fu cacciato a sassate, quando andò a parlare di “etica del lavoro” e dei “sacrifici” che gli operai avrebbero dovuto affrontare, per il bene dello Stato e della Nazione.

Un episodio storico, rimasto nella memoria del paese come una delle più grandi sconfitte del PCI presso quelli che credeva, con arroganza, “scapestrati da ricondurre all’ovile anche con le cattive”, e come una delle più significative vittorie del movimento extraparlamentare.

Proseguendo nelle confutazioni, poi, al netto del compromesso storico e dell’austerità (che, ci pare, da sole già basterebbero a fare dell’Enrico un avanguardista del riformismo socialmente più catastrofico) possiamo aggiungere, nel novero di quelle scelte sconsiderate e certamente poco affini ad un soggetto politico comunista, le carceri speciali, la legislazione d’emergenza e il Teorema Calogero. Il tutto, in deroga a quei sacri princìpi costituzionali e a quella Carta, posta a fondamento della Repubblica, sempre invocata perché nata dalla Resistenza, ma calpestata a piacimento, ogni qual volta è stato utile a fini politici immediati, per quanto meschini potessero essere.

Andrebbe aggiunto, per completare il quadro non certo luminoso entro cui si staglia la sua vicenda politica, che strinse patti anche con Magistratura e Forze dell’Ordine, Carabinieri in testa. E, in particolar modo, con l’“eroico” generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con l’obiettivo di mandare in galera compagni e, in molti casi, farli trucidare. Cosa che avvenne, ad esempio, in Via Fracchia, a Genova.

Favoriva la delazione a danno di operai che non erano irregimentati secondo i diktat della Cgil e del PCI. Criticò la Rivoluzione d’Ottobre e ne dichiarò chiusa la “spinta propulsiva”; affermando, vieppiù, di sentirsi protetto dall’”ombrello” della Nato.

Non basta, per riabilitarne la figura, la battaglia sulla Scala Mobile del 1984; come non sono sufficienti le dichiarazioni contro la deriva socialdemocratica e migliorista del partito, pronunciate durante una Direzione Nazionale, all’indirizzo, in particolar modo, di Giorgio Napolitano e della sua corrente.

D’altro canto, Giorgio Amendola, già nel 1969, aveva sentenziato – durante un’intervista rilasciata, per la Rai, a Bruno Vespa – che la collettivizzazione dei mezzi di produzione era un “errore” insito alla dottrina marxista; mentre i padroni come gli Agnelli non erano più da considerarsi avversari o, peggio, nemici, ma interlocutori politici ed economici, benché dall’altra parte della barricata.

Dov’era Berlinguer allora? Dov’era la sua linea contraria alla socialdemocratizzazione del PCI?

La verità è che il PCI, dopo il grande balzo in avanti fatto registrare durante le elezioni del 1976, in cui raggiunse il 34,3% – appena 3,7 punti percentuali in meno rispetto alla Dc – aveva progressivamente perso voti proprio grazie la sua “politica dei sacrifici” e, con essi, andava smarrendo inesorabilmente, il legame sentimentale con la sua gente.

Sotto i colpi durissimi dell’incalzante avanzata neoliberista, certo. Ma anche a causa di un’ambiguità politica e di un progressivo riformismo normalizzante, nel panorama istituzionale italiano, adottati in nome del più volgare e borghese governismo.

Di lì a poco, infatti, Margaret Thatcher sarebbe entrata al numero 10 di Downing Street e Ronald Reagan sarebbe stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, dando il via ad una deregulation del mercato che avrà conseguenze devastanti per la classe operaia e le classi lavoratrici in generale.

Contro quell’avanzata delle forze reazionarie – che prometteva apertamente di essere mortale, come fu, per il movimento operaio – che non si facevano certo scrupoli morali pur di affermare il dominio del libero mercato e dell’Imperialismo in Europa, negli Usa e in Latinoamerica, le sole machiavelliche risposte che il PCI di Berlinguer riuscì ad elaborare furono il “compromesso storico”, l’appoggio all’”austerità”, la dichiarazione d’amore per l’impero a stelle-e-strisce e l’”ombrello” della Nato. Cui si accompagnò, altresì, la repressione dei movimenti della sinistra extraparlamentare, armati e non. Ossia gli unici che realmente avessero elaborato, teoricamente e sul versante delle lotte, un minimo di strategia di contrasto alle forze reazionarie e al neoliberismo incipiente, e che realmente si ponessero sul terreno dello scontro – anche duro e violento – per fronteggiarne l’avanzata.

L’Eurocomunismo, intanto, si sarebbe ben presto rivelato un aborto teorico, senza capo né coda, il cui unico, reale obiettivo era – tanto per il PCI, quanto per il PCF e per il PCE – rompere definitivamente con i cardini del pensiero marxista e con la prassi leninista (prima ancora che con l’Urss), pur di farsi ammettere alla corte statale della governance liberale, che si andava affermando. Un obiettivo fallito miseramente.

Agli inizi del 1980, come principale conseguenza di queste dissennata e suicida strategia politica, a Mirafiori, lo scontro con la Fiat di Agnelli e Romiti si risolse in una Caporetto per PCI e Cgil, sancita dalla famigerata “marcia dei quarantamila”.

In un tale clima, il PCI, dunque, mai sarebbe entrato al governo. E d’altronde, lo stesso Moro, come si comprese poi, non avrebbe mai concesso ai comunisti, malgrado il compromesso storico, di entrare nelle stanze dei bottoni che ancora contavano.

Al netto delle boiate complottiste, pertanto, che vorrebbero le BR strumento etero diretto nelle mani dei nostri servizi (Sismi, Sisde) o in quelle di servizi stranieri (Cia, Kgb, Mossad) per bloccare il progetto di alternativa democratica e l’ “avanzata inarrestabile” del PCI, non fu certo responsabilità diretta delle Brigate Rosse se il PCI non entrò mai al governo.

Lo stesso rapimento Moro rappresentò solo la spallata finale ad un progetto che i vertici della Dc guardavano con sospetto – gestendone i passaggi con grande scaltrezza e intelligenza tattica, consci di avere tutti gli assi in mano – e che incarnava, al dunque, la fine stessa del PCI, come soggetto di classe e come partito operaio.

Berlinguer fu, dunque, un segretario in perfetta continuità con i suoi predecessori e con la linea politica di un partito che aveva smesso da tempo ogni velleità rivoluzionaria. Un segretario che si trovò a gestire, senza dubbio, la fase più delicata, fino a quel momento, vissuta dalla Repubblica italiana. E forse da questo dipende parte dell’immeritata fama – sempre secondo noi – di cui ancora gode presso molti compagni.

Per molti resta il segretario che ha sconfitto il “terrorismo”. Che non ha ceduto al “ricatto brigatista”. Senza comprendere che proprio la “linea della fermezza” ha creato l’occasione del suo disastro politico. Favorendo l’astro in ascesa di Bettino Craxi.

Certo, nel 1984 intraprende la battaglia contro il taglio della Scala Mobile, e già prima sembra ritornare sui suoi passi, accusando Napolitano e la sua corrente migliorista... Ma non sembra così scontato attribuire questa “inversione di marcia” ad un’autentica riflessione autocritica, piuttosto che a un freddo calcolo elettorale (la perdita di consensi, dal 1978, era stata molto pesante). Non lo sapremo mai. La morte lo colse, dopo quattro giorni di agonia, seguiti ad un ictus, che lo aveva colpito nel bel mezzo di un comizio, a Padova, l’11 giugno 1984.

Qualche anno dopo, in seguito al crollo del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Urss, la crisi del PCI – come di altri partiti comunisti europei – si accelerò, giungendo a compimento nel 1990, quando Achille Occhetto mise fine, con la Bolognina, a quello che era stato il più grande partito comunista d’occidente.

E allora, non ci sembra azzardato, in conclusione, affermare che il disastro a cui assistiamo, il marasma in cui ci troviamo oggi, a sinistra, lo dobbiamo molto anche a Berlinguer, ai segretari del PCI, e ai tanti partiti comunisti europei, che si piegarono, per lo più, dopo la fine dell’Urss, alle ragioni della borghesia, dell’economia di mercato, dello Stato liberale, del sistema capitalistico e di quelle istituzioni che, un tempo, dicevano di voler sovvertire.

E, tanto per essere chiari e per riferirci all’attualità, non crediamo che quel marasma si possa risolvere ripartendo dalla Sinistra. Di coazioni a ripetere intrise di godimento sadomaso, non se ne può più. Fanno male e il piacere è sinceramente poco.

In conclusione, ricordando un commosso editoriale dedicato su Liberazione all’ex segretario del PCI, dal titolo Berlinguer: un comunista, noi vorremmo chiudere, ribaltando l’affermazione contenuta in quel titolo. Parafrasando Primo Levi, scriviamo Berlinguer: Se questo è un comunista!

Fonte

21/01/2018

La nascita e il declino del Pci

Lo smarrimento d’identità

Sistema di valori? Identità Politica? Senso di appartenenza a una grande comunità solidale?

Quale il lascito del PCI, nella realtà quotidiana vissuta da coloro che sono stati militanti di quel partito, a distanza di oltre vent’anni dal suo scioglimento (uno “scioglimento negato”, mai formalizzato ma mascherato da “trasformazione”, ma in realtà reso reale ed evidente dal rifiuto di centinaia di migliaia di donne e di uomini a proseguire il proprio impegno politico in un diverso contesto)?

Questo è l’interrogativo, cui cercheremo di fornire una parziale risposta attraverso questo nostro lavoro.

La premessa di carattere generale, può essere così riassunta: nei sistemi contemporanei è difficile immaginare che vi possa essere attività politica senza i (o al di fuori dei) partiti.

Probabilmente, esperienze particolari sono costituite da società tradizionali governate da famiglie con relazioni di potere di tipo patrimoniale e personale, oppure da sistemi che hanno messo al bando le organizzazioni politiche (regimi militari o autoritari).

Tuttavia, le moderne democrazie sono democrazie partitiche, e un sistema rappresentativo post partitico sembra ancora lontano dall’orizzonte della politica democratica, anche se all’orizzonte si profila un dibattito sulla cosiddetta “democrazia elettronica”, con le scelte affidate ai cittadini attraverso l’uso del computer.

L’analisi politologica contemporanea abbonda di termini quali “tramonto”, “crisi”, “declino” dei partiti e affolla le proprie indagini di metafore quali “destrutturazione”, “riallineamento” o “terremoto” dei sistemi partitici ma l’osservazione della realtà delle dinamiche politiche reali indica come i partiti politici, benché abbiano molti critici, molti antagonisti e un numero crescente di competitori, sembrano avere ben poche alternative concrete e attraenti.

Il PCI, cui intendiamo riferirci in quest’occasione, agiva in un quadro politico italiano contraddistinto, per un lungo periodo, da partiti dal forte radicamento di massa, prevalenti per un lungo periodo (almeno fino alla fine degli anni’70) sulla società civile, che agivano all’interno di un sistema pluripartitico di tipo classico, imperniato su di un sistema elettorale di tipo proporzionale corretto da uno sbarramento, derivante dal conseguimento di un quoziente pieno in almeno un collegio.

Il nostro riferimento sarà rivolto al “partito nuovo” di Togliatti che nacque, all’indomani della liberazione, con la decisione di abbandonare la concezione del partito di quadri e trasformare il PCI in un partito di massa, largamente radicato, come già si faceva cenno, nella società.

Il Partito cercò così elettori e iscritti in quasi tutti i gruppi e i ceti sociali: dagli agricoltori, ai fittavoli, ai braccianti, agli operai dell’industria, ai nuovi ceti medi e ai piccoli e medi industriali.

Malgrado tutti gli sforzi dei dirigenti questa presenza sociale del PCI, fino a buona parte degli anni’60, si limitò essenzialmente alla classe operaia del Nord e ai vecchi “ceti medi” del Nord e del Centro (artigiani, piccoli industriali, cooperatori).

La massiccia organizzazione interna, la crescente urbanizzazione, la laicizzazione diffusa attenuò tuttavia gradualmente i vincoli del singolo, con la propria tradizionale area culturale.

Di conseguenza, di fronte all’aggravarsi della crisi sociale ed economica, aumentò sempre di più il numero delle persone che si sentivano attratte da quelle forze politiche che propugnavano un superamento della crisi, un ammodernamento dello Stato e della Società, oltre che una maggiore giustizia sociale.

Il PCI guadagnò così in misura più che proporzionale, e in modo spettacolare, con le elezioni del 1975 e del 1976, un gran numero di voti fra le donne, i cattolici praticanti e i ceti urbani occupati nel settore dei servizi e in quello dell’istruzione.

In quella fase il PCI riuscì anche a compiere notevoli puntante in quelle zone precedentemente dominate dalla DC, grazie soprattutto alla sua forte caratterizzazione cattolica, come nel Veneto, nel Mezzogiorno, nelle Isole.

L’espansione della presenza nella Società, che dal punto di vista della struttura dell’elettorato fece apparire il PCI come un “Partito popolare di sinistra”, in verità portò solo in minima misura a una modificazione nella composizione di massa dei suoi iscritti.

Gli operai continuarono a costituirne il nerbo (circa il 50% nel 1977).

Se si calcolano i pensionati e le casalinghe, il potenziale classico del Partito salì, in quel periodo al 79%.

Quei gruppi sociali che, negli anni’70, contribuirono fortemente ai successi elettorali del PCI, ossia l’intellighenzia scientifica e tecnica, liberi professionisti e gli addetti ai settori dei pubblici servizi, furono invece chiaramente sottorappresentati nelle fila del Partito.

La composizione sociale dei quadri intermedi rivelò, invece, una tendenza opposta.

Infatti, mentre nel 1975 gli operai costituivano oltre il 50% dei segretari di sezione, rappresentavano soltanto il 36% dei delegati al XIV Congresso e scendevano al 24,9% nei componenti dei Comitati Federali.

Il PCI ebbe così, sostanzialmente, i caratteri di un Partito con una strategia radical – socialista, rivolta alle riforme.

In questo modo il PCI divenne il principale antagonista e concorrente della DC.

I Comunisti italiani, se furono soddisfatti della tendenza dell’elettorato tradizionale di Centro – Sinistra a scivolare verso il PCI, furono, invece, contrari a una mera identità con il PSI e a una polarizzazione del sistema partitico italiano.

La creazione di un “grande Partito della Sinistra”, di cui si parlò subito dopo il 1945 e più tardi nel 1965/65, non risultò praticamente attuabile.

Il PCI non riuscì, in sostanza, a sciogliere il nodo decisivo di una pratica dell’opposizione, attraverso il modello dualistico tra un Partito cristiano – conservatore e un grande raggruppamento socialista, o un tentativo di sostituire la DC come partito egemonico accelerando da una posizione di preminenza, la sperimentazione della “via italiana al socialismo”.

Un dilemma non risolto che fu alla base della mancata realizzazione della strategia del “compromesso storico”, di cui fu testimonianza parziale il tentativo della “solidarietà nazionale” (1976 – 1979), il cui fallimento aprì la via a un declino lento ma inarrestabile.


Le ragioni del declino

Dall’inizio degli anni’80 l’emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, così come nell’elaborazione che nella proposta furono, invece, assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.

Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni ’80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l’insegna del reaganian – tacheterismo), e i paesi dell’Est come in quelli dell’Ovest.

Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale.

A questo punto debbono essere richiamate almeno tre posizioni (le più esemplificative) che hanno posto in luce come in pochi anni, anche in un paese come l’Italia considerato paradigmatico di un “caso” proprio perché vi si trovava presente il più grande partito Comunista d’Occidente, quest’offensiva “neocons” avesse modificato, in modo radicale, idee e convinzioni diffuse nell’area dell’opinione pubblica progressista, compresa buona parte della sinistra d’opposizione, con conseguenze fortemente negative che poi si sarebbero manifestate, anche sul piano delle scelte e dei comportamenti politici:

1) In primo luogo cominciò a raccogliere consensi, trovando ascolto anche in larghi settori della sinistra politica e sindacale, la tesi che la crisi delle politiche di pianificazione e di programmazione (sia nelle forme della pianificazione centralizzata dei paesi di “socialismo reale” dell’Europa dell’Est, sia nelle forme programmatorie delle politiche keynesiane e delle esperienze di Stato Sociale, sviluppatesi a Ovest e nel Nord Europa, principale per impulso delle grandi formazioni socialdemocratiche) non solo poneva alle forze riformatrici seri problemi di ripensamento, ma costituiva una prova quasi definitiva dell’impraticabilità di serie alternative alle regole dominanti del liberismo, del privatismo, del cosiddetto “libero mercato”, dell’individualismo consumistico. Non a caso l’idea di riaffermare o ricostruire un “punto di vista di sinistra” in economia (a partire, per esempio, dai problemi dell’occupazione o della tutela ambientale o del definire una diversa gerarchia di priorità e di finalità nella produzione e dei consumi) incontrava difficoltà via, via, più estese e anzi veniva rigettata, quasi pregiudizialmente, nell’opinione più diffusa, come astratta e velleitaria. La conseguenza è che diventava quasi un luogo comune affermare che il banco di prova per dimostrare la maturità di governo della sinistra risiedeva, ormai, nella capacità di far valere come scelta prioritaria, senza concessioni a ideologismi solidaristici o a interessi corporativi, il rispetto dei vincoli “oggettivi” delle compatibilità finanziarie e monetarie (da ciò è derivata l’accettazione acritica dei parametri imposti per l’unificazione europea, dal trattato di Maastricht: acriticità che ha impedito di vedere in tempo le possibilità di rivedere il patto di stabilità, fino alla crisi che oggi investe, appunto, gli equilibri politici ed economici del processo di allargamento dell’Europa a 25).

Tornando però al periodo di avvio del declino del PCI deve essere, ancora, fatto rilevare che il diffondersi di queste posizioni di accettazione dell’impostazione neo-liberista ben al di là della tradizionale area moderata, avvenuta tanto più in una fase di intense ristrutturazioni (a partire dai 35 giorni della Fiat del 1980) che già tendevano, in allora, a ridurre e a rendere più precaria l’occupazione, ad accentuare la flessibilità della risorsa lavoro (fino alle esasperazioni attuali) e della risorsa ambiente, a diminuire i vincoli e i costi sociali che pesavano sulla produzione, abbia avuto il risultato pratico di contribuire a indebolire la tutela del mondo del lavoro e a modificare, a svantaggio della sinistra, i rapporti di forza nella struttura produttiva e sociale.

Non a caso, proprio a partire da quella fase, è stato possibile parlare dell’affermazione di quello che è stato definito “pensiero unico” ispirato, appunto, dalla teoria neoliberista;

2) In secondo luogo non si può sottovalutare il peso che ebbe, nel corso degli anni ’80 l’insistente campagna sulla “crisi” e sulla “morte” delle ideologie.

Una campagna che ebbe effetti rilevanti sugli orientamenti di larga parte dell’opinione pubblica.

E’ quasi inutile ricordare quanto di ideologico vi fosse, e continui a esserci, alla base della tesi della “crisi” e della “morte” delle ideologie.

Rimane il fatto che proprio quella campagna propagandistica appena ricordata finì con l’essere largamente accettata anche a sinistra, non solo come critica dei “partiti ideologici” (e partiti ideologici per eccellenza erano considerati, in Italia, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista), ma anche come demistificazione dell’idea stessa di una finalizzazione ideale e morale dell’azione politica.

Alle “finalità”, e al loro presunto retroterra ideologico, andava così contrapposta l’idea della presunta “concretezza” dell’apertura al nuovo, al moderno.

Al punto da presentare, sulla scena del confronto politico, una inedita contraddizione tra “vecchio” e “nuovo”.

Una contraddizione assunta, al punto, da considerare il cosiddetto “nuovismo” come criterio di commisurazione della validità dell’iniziativa politica.

Non c’è bisogno di ricordare, sia pure a distanza di oltre vent’anni, quanto peso abbia avuto una simile posizione nella fase di passaggio del PCI al PDS, cioè dal vecchio “partito ideologico di massa” alla “cosa” di cui non si riconosceva né il nome, né il programma, e neppure le finalità e i contenuti;

3) Il terzo punto riguarda, infine, il fatto che la critica alla degenerazione del sistema dei partiti avesse assunto, via, via, nel corso del decennio, anche in settori, via, via più estesi del gruppo dirigente comunista, un mutamento di segno.

Si era passati, infatti, dalla domanda di “rinnovamento della politica”, così come era stata formulata da Berlinguer, a una proposta di mutamento del solo “sistema politico” (inteso in senso stretto) attraverso il cambiamento delle regole istituzionali ed elettorali.

Si spalancò così, in quel modo, la porta alla deriva decisionista, in particolare all’idea che bastasse “sbloccare” il sistema politico per realizzare l’alternanza e mettere così fine alla spartizione dello Stato, alla corruzione, al malgoverno.

Per “sbloccare il sistema politico” il PCI avrebbe dovuto, così, mettere in discussione se stesso, ponendo fine al “partito diverso”, omogeneizzandosi agli altri partiti.

Erano dunque mature le condizioni per portare a compimento la storia del Partito Comunista Italiano.

Tutto questo è avvenuto mentre la crisi della democrazia italiana era giunta, verso la fine degli anni’80, a un punto di estrema gravità.

La grande occasione che si era pur presentata nel corso del decennio precedente era andata perduta, per cause oggettive e soggettive, senza che si riuscisse a dispiegare quella capacità di promuovere un radicale rinnovamento nel modo di governare, del costume, dello spirito pubblico, del senso dello Stato di cui il paese avrebbe avuto estremo bisogno, ma che, ancora una volta era stato mancato.

IL PCI fu così liquidato in fretta, senza offrire ad alcuno la possibilità di riflettere su di un lasciato politico che andava ormai completamente perduto: l’ultimo atto, probabilmente, fu compiuto al seminario di Arco di Trento nel settembre 1990 allorquando le diverse componenti che si erano opposte ala cosiddetta “svolta della Bolognina” non riuscirono a trovare un effettivo punto d’intesa sul procedere assieme sul piano politico.

Punto d’intesa che poteva essere ancora raggiunto attorno alla relazione svolta da Lucio Magri (un testo fondamentale “Nel nome delle Cose”) e si divise attorno a due analisi rivelatesi entrambe sbagliate: quella del “gorgo” avanzata da Pietro Ingrao e quella della “Rifondazione” intesa subito come soggettività politica organizzata sostenuta da Cossutta e Garavini.

Lo scioglimento del PCI e la dispersione dell’area rappresentativa del 30% del partito che avrebbe potuto costruirsi soggettivamente nel solco della sua identità ancora possibile da mantenere in maniera innovativa e politicamente fruttuosa, rappresentò un punto di vero squilibrio per l’intero sistema politico, cui seguirono altri momenti di sconvolgimento determinati dall’implosione dei grandi partiti di massa avvenuta poco tempo dopo: i suoi eredi, mutate diverse denominazioni da PDS, a DS e PD e collegandosi con alcuni dei residui del vecchio apparato del partito cattolico, hanno accettato “in toto” i meccanismi fondamentali di quell’eterna “transizione italiana” apertasi con lo scioglimento del partito, dal maggioritario, al presidenzialismo (esercitato direttamente, ponendosi ai limiti della Costituzione Repubblicana dal primo Capo dello Stato proveniente dalla storia del PCI), all’accettazione delle formule liberiste che sono state e stanno all’origine della grande crisi che stiamo vivendo applicate in particolare, come è già stato ricordato poco sopra, nella costruzione dell’Unità Europea (costruzione abbracciata acriticamente sul piano economico – finanziario, senza volerne vedere i disastrosi effetti sul piano delle condizioni materiali di vita dei ceti popolari).

Il PD, infatti (usando addirittura ed incredibilmente la struttura delle “primarie” per la selezione del gruppo dirigente, inteso come gruppo “elettorale”), rendendosi così “scalabile” da soggetti pienamente inseriti nella logica della personalizzazione e della concezione della politica come “apparenza del comando” e “individualismo competitivo” si è reso pienamente interno sul terreno di quella concezione esaustiva della “governabilità” (fino al punto di attentare alla stessa Costituzione Repubblicana, in un tentativo fallito soltanto grazie al voto popolare) che ha soffocato l’idea della necessità di un partito capace insieme di sviluppare pedagogia, radicamento sociale, rappresentatività politica della classe: è questo il vuoto più grande che, pur nella consapevolezza di un declino forse irreversibile attraversato nell’ultima fase della sua esistenza, il PCI ha lasciato.

La stessa scissione dal PD di una parte dei dirigenti provenienti dalla storia del PCI sta rivelandosi, alla fine, totalmente coerente con le istanze più negative che portarono allo scioglimento del partito e che qui sono state sommariamente descritte.

Ciò nonostante può valere ancora la pena, pur in tempi di paurosa semplificazione della possibilità di espressione del dibattito politico nella sinistra italiana ed europea, di riflettere sulle vicende che portarono alla liquidazione del PCI per trarne possibili e utili punti di insegnamento per chi, adesso, intendesse come sarebbe giusto provare a percorrere la strada di una ripresa di soggettività politica.

Fonte

08/05/2017

Alle radici del nostro presente

Questa Storia di Lotta continua è uno dei ragionamenti più importanti che è possibile leggere sugli anni Settanta, ancora oggi. E’ una storia quasi in presa diretta, scritta nel 1978, pubblicata nel 1979, e nonostante ciò in grado di esplorare in profondità gli anni Settanta come davvero poche altre opere sull’argomento. Il tentativo di sciogliere il nodo gordiano degli anni Settanta, come ripetuto varie volte, non produrrà risultati significativi fuori dalla lotta di classe. Detto altrimenti, sarà solamente un nuovo e duraturo ciclo di lotte politiche che saprà darsi da sé gli strumenti culturali e politici per razionalizzare l’esperienza del decennio ’68-’77, assumendo e, al contempo, liberandosi da quel vincolo. Eppure questo dato di fatto non ci assolve dall’onere della ricerca della comprensione di quel decennio. Non per mero interesse storiografico, quanto per necessità politica. In questa ricerca, favorita in tal senso dal quarantennale del Settantasette, non per caso ci siamo imbattuti in due storie di Lotta continua. Perché, nonostante le differenze che idealmente ci distanziano da quella storia, Lotta continua fu il soggetto che più consapevolmente produsse riflessioni su se stesso e sul contesto socio-politico di quegli anni, il movimento-partito in cui più apertamente trovarono sede confronti tra posizioni politiche diversificate; in altre parole, Lotta continua fu il soggetto di movimento degli anni Settanta più assimilabile a un partito, inteso nel senso migliore, e al tempo stesso maggiormente attraversato dalle istanze di movimento. E questa strutturazione si riverbera ancora oggi, lasciando dietro di sé una mole di materiali, di riflessioni, di documenti, talmente preziosi da farne una delle fonti privilegiate nella comprensione di quegli anni.

In aggiunta a queste valutazioni, c’è anche il dato particolare del suo autore, Luigi Bobbio. Che non è stato solo un militante e dirigente di Lc, ma un noto intellettuale, nonché figlio dell’ancora più noto Norberto. La profondità della lettura che Bobbio dà della storia di Lc, la sua capacità di legare questa storia, all’epoca ancora calda e coinvolgente, ai tempi lunghi della storia, sapendo contestualizzare in medias res gli avvenimenti di cui era appena stato testimone e protagonista, fanno di questa storia non solo un’opera decisiva sugli anni Settanta, ma un’opera importante di storia, senza ulteriori specificazioni. Bobbio riesce in un’operazione davvero inusuale: risultare più chiaro, nella metabolizzazione di eventi appena trascorsi, della straripante storiografia e memorialistica sugli anni Settanta prodotta successivamente, a mente fredda e più lucida. E invece la storiografia sugli anni Settanta risente, a nostro parere, di un vizio di forma che ne ha depotenziato la propria utilità: questa è stata uno degli strumenti con cui si è continuato a fare politica. Da parte degli storici o intellettuali avversi, la storia degli anni Settanta è una storia da condannare, e la conseguente storiografia una ricerca volta a dimostrare assunti ideologici pregiudiziali (la violenza insita nel ’68, il terrorismo congenito, lo scontri tra opposti estremismi, eccetera); negli storici o intellettuali vicini alle ragioni del movimento, al contrario, la storia degli anni Settanta è servita per legittimare successive scelte politiche, di qualsiasi natura queste fossero. Sugli anni Settanta è stata fatta il più delle volte una storia “a tesi”. Per un motivo o per un altro, una storia di quel decennio sufficientemente slegata da ragioni politiche immediate si è data rare volte. La storia di Luigi Bobbio è una di queste.

I temi che Bobbio solleva nella sua ricerca sono tutt’ora attuali. Questo il valore inestimabile, almeno per un movimento che vuole ripartire dagli errori pregressi, che può avere oggi rileggere un’opera simile. Gli spunti presenti sono talmente tanti da risultare impossibile una panoramica adeguata e sufficientemente chiara. Procederemo perciò evidenziando quei problemi che, secondo noi, sono ancora decisivi nel dibattito della sinistra antagonista.

Superata la fase “estremistica” del biennio ’69-’70, segnata dalla costante mobilitazione di classe nelle fabbriche e nelle università, Lotta continua è costretta a “scoprire la politica”. Nonostante la definizione di “lungo Sessantotto” per definire gli anni Settanta, già nel ’71 il ripiegamento dell’offensiva di classe è evidente ai gruppi organizzati, che non a caso, dopo una prima fase totalmente sovrapposta alle urgenze movimentiste, procedono a una stretta organizzativa capace di reggere al riflusso. Fa specie leggere oggi la parola riflusso o ritirata nel cuore degli anni Settanta, ma Bobbio utilizza termini inequivocabili. Ai gruppi non basta più “agire da partito”: la stretta organizzativa è un momento inaggirabile per salvaguardare la forza accumulata e, al contempo, procedere al radicamento sociale nella fase di flessione della mobilitazione. Ma c’è un fatto politico particolare e determinante a sconvolgere le strategie del movimento e dei suoi gruppi, e in specie Lotta continua: la linea di Lotta continua, e per estensione di tutta la sinistra rivoluzionaria, è «interamente ritagliata sulle situazioni di punta», come le definisce Bobbio. Detto altrimenti, i gruppi plasmano la propria analisi sociale, e le conseguenti strategie politiche, unicamente sui settori avanzati della lotta di classe interni al movimento operaio. Non c’è alcuna analisi, se non superficiale, del resto della classe operaia e del proletariato slegata dai momenti di lotta radicale dentro cui queste stesse analisi, empiricamente, prendono forma. Se questo problema è di fatto aggirato nel fuoco dell’offensiva operaia del ’69-’70, nel momento del riflusso diviene un fattore determinante. Sempre secondo Bobbio, «ben presto si arriva ad assolutizzare i “momenti alti” della lotta senza più interrogarsi sulla loro effettiva generalizzabilità […] La linea politica diviene così l’estrapolazione dei “grandi momenti di rottura”, spesso colti in modo episodico e senza una particolare attenzione per il loro risultato». Questo dato di fatto costringe non solo i gruppi a scoprire “la tattica”, attraverso cui sopravvivere nel periodo di momentanea pacificazione, ma li obbliga a rivedere – almeno per quelli più onesti – la mole di teorie prodotte nella fase calda ma incapaci di leggere la situazione complessiva nella fase “normale” delle relazioni produttive e politiche. Ed è in questo tornante che Lc elabora una serie di riflessioni sulla “maggioranza del proletariato”, mirabilmente riportate da Bobbio stesso:
«Nella società italiana di quegli anni emerge effettivamente una domanda rivoluzionaria. Essa è sufficientemente forte per porre (almeno soggettivamente) il problema di un ribaltamento generale dei rapporti sociali e per fondarlo su valori nuovi rispetto a quelli del movimento operaio, ma non lo è abbastanza (prima di tutto in termini strutturali) per esercitare un ruolo egemonico sul complesso delle classi subalterne. Tutta la sinistra rivoluzionaria nasce in Italia sotto il segno di questa ambiguità, nel senso che è portata continuamente ad oscillare tra la tentazione realistica verso una sintesi impossibile e la scelta di stare, unilateralmente, dalla parte di ciò che si muove, scontando limiti di parzialità, ma riuscendo a realizzare un radicamento effettivo nei momenti o nelle situazioni di maggiore rottura. Lotta continua, almeno nella sua fase “estremista”, non è in grado di affrontare la mediazione tra questi due poli della contraddizione; essa non raccoglie soltanto le spinte radicali del movimento, ma finisce per identificarsi con esse; ciò le permette di afferrare continuamente suggerimenti nuovi e ricchi di stimoli, ma senza un’adeguata consapevolezza del loro carattere parziale e unilaterale e con la tendenza a proiettarli, in forma assoluta e lineare, in un progetto politico che, a questo punto, diventa sì improbabile e utopistico. […] La discussione che avviene in Lotta continua sulle “situazioni arretrate” si risolve in generale nella colpevolizzazione dei compagni che non sono capaci di suscitare il movimento o di tener conto delle specificità locali oppure in una rassegnata attesa di futuri sviluppi. […] L’ottimismo rivoluzionario diventa un dovere» [corsivi nostri].
In questo ampio stralcio vengono riportate delle contraddizioni che ancora oggi avviluppano molte delle tendenze movimentiste. Anzitutto, l’analisi sociale è ricavata non dalla complessità delle relazioni produttive, ma dai momenti di maggiore conflittualità che parzialità operaie o studentesche riescono a mettere in campo nella lotta contro il padronato, aziendale o universitario o d’altro tipo. Queste parzialità furono importanti e, in qualche modo, decisive. Ma l’errore teorico che si produsse fu quello di generalizzare un’analisi che trovava fondamento in situazioni particolari e non nella complessità sociale. Di conseguenza, l’enorme maggioranza di quel proletariato che rimase, fino alla fine dei suoi giorni, legata al comunismo “ufficiale” (Pci e Cgil), venne di fatto oscurata in nome della disponibilità conflittuale di pezzi importanti ma decisamente minoritari del proletariato stesso. Per alcuni, quel proletariato avrebbe seguito le sue avanguardie più consapevoli; per altri, avrebbe smesso di essere considerato “interessante” ai fini della propria azione politica. Ma questo problema, che è il problema di ogni movimento rivoluzionario, rimase all’ordine del giorno, scavando nelle contraddizioni della sinistra di classe degli anni Settanta e fino ai nostri giorni. Già nel 1972 il vuoto analitico impone a Lc una svolta teorica traumatica: «esisteva un’enorme differenza tra la nuova classe operaia e l’intera classe operaia; […] se le tendenze di fondo erano state correttamente individuate, abbiamo poi sbagliato nel senso di forzarne i tempi e di schematizzarne troppo lo sviluppo. Si mette sotto accusa l’illusione di una classe operaia vergine e si insiste sulla necessità di fare i conti con la storia del movimento operaio» [corsivi nostri].

La “storia del movimento operaio” è esattamente lo scoglio con cui deve confrontarsi il movimento rivoluzionario nel cuore degli anni Settanta. Dopo una breve ed esaltante stagione in cui sembrava possibile aggirare il problema, questo si ripropone prepotentemente. Il movimento operaio non è vergine, ha invece una sua lunghissima storia attraverso cui si è venuto sedimentando un patrimonio di lotte, di conquiste, d’organizzazione, di valori e di comportamenti, e questo patrimonio è gestito unilateralmente dal Pci nelle sue varie articolazioni. La contesa di questo patrimonio avrebbe dovuto costituire il dilemma al quale piegare le esigenze tattiche del movimento. Lotta continua si trovò così di fronte al bivio determinato proprio da questa contraddizione:
«O imboccare questo nuovo percorso con un’evidente forzatura rispetto a tutto il proprio patrimonio passato, ma tentando così di porsi come elemento di raccordo tra i settori di punta della classe operaia e la maggioranza della classe operaia stessa; oppure proseguire nell’esaltazione estremistica dei comportamenti radicali (che pure continuano ad esistere) rischiando però di rimanere espressione di settori minoritari del proletariato e quindi confinarsi a un ruolo marginale e in fondo subalterno. Questa seconda strada viene imboccata da una serie di gruppi di cui proprio in questo periodo sorge “l’area dell’autonomia”. Lotta continua, invece, punta sulla prima, anche se non senza contraddizioni e ripensamenti».
Il problema però è di difficile soluzione, perché è un problema reale e non frutto esclusivo di lambiccamenti teorici di qualche improvvisato intellettuale. In Italia cioè, al contrario del resto del continente, è avvenuto un fatto peculiare, un fatto che spiega la straordinarietà della vicenda degli anni Settanta. Nel nostro paese «c’è stata un’effettiva saldatura tra la nuova classe operaia dell’emigrazione, con tutte le caratteristiche e i contenuti di liberazione di cui era portatrice e la classe operaia tradizionale. E’, insomma, saltato in Italia quel meccanismo di divisione del mercato del lavoro (un settore qualificato affidato alla forza lavoro “nazionale” e uno dequalificato coperto con l’immigrazione dagli enormi serbatoi di manodopera del sud Europa) che aveva costituito il fattore essenziale dello sviluppo capitalistico post-bellico dell’Europa industrializzata. Si tratta allora di raccogliere questa indicazione: Lotta continua non può più limitarsi ad avere come proprio punto di riferimento la nuova classe operaia dell’emigrazione che è stata la protagonista del ’69, ma deve prendere atto di questo processo di saldatura, attuando un nuovo rapporto anche con le espressioni organizzate della “vecchia” classe operaia» [corsivi nostri].

In altre parole, in Italia è avvenuto un fatto sociale imprevisto e che ha fatto saltare il patto produttivo tra forze del capitale e del lavoro, tradotto politicamente nell’accordo consociativo e pacificante tra Dc e Pci. Il riformismo comunista si trovò nella difficile situazione di reggere una classe operaia che aveva tra le sue fila importanti settori, sebbene minoritari, disponibili a far saltare quell’accordo. Mettendo così in crisi il patto implicito stesso, aprendo di conseguenza la stagione del patto vero e proprio: il compromesso storico. L’esplicito processo convergente tra Dc e Pci ebbe come scopo ultimo proprio la gestione delle forze materiali su cui si poggiava la produzione nazionale. Ma il Pci non era soltanto gestione riformistica delle relazioni industriali e politiche del paese. Era anche il contenitore dove le classi subalterne del paese trovavano la propria voce e affidavano le proprie possibilità di riscatto. Questa contraddizione viene colta da Lc, che infatti dal 1972 promuove una rapporto sempre più dialettico col comunismo ufficiale, arrivando nel 1975 a dare indicazione di voto proprio per il Pci. Alla base della conversione c’è il ragionamento di cui sopra. Come disse Adriano Sofri nel 1975, «noi non siamo né vogliamo essere il partito di alcuni strati del proletariato, di alcune forme di lotta, bensì il partito della classe operaia e del proletariato, il partito che fa i conti con le condizioni complessive del processo rivoluzionario, con la vittoria della rivoluzione». E’ un capovolgimento drastico ma, in qualche modo, meccanico delle basi ideologiche che avevano portato alla nascita di Lotta continua, ma è un capovolgimento necessario alla propria sopravvivenza nelle correnti vive e maggioritarie del proletariato nazionale.

Ma il “fronte unico dal basso” che caratterizzerà la tattica di Lotta continua, convergente con quella di Avanguardia operaia e del Pdup-Manifesto, sconta non solo lo schematismo evidente con il quale si cerca di aggirare il problema della relazione con la classe operaia nel suo complesso, ma anche i tempi politici del quadro nazionale. La sponda col Pci viene chiusa dal Pci stesso a partire dal 1973, data in cui prende avvio la traiettoria che si concluderà con i governi “d’unità nazionale” con la Dc del 1976. Il compromesso storico stronca tattica e strategia di una parte importante della sinistra rivoluzionaria italiana degli anni Settanta. Se fino al ’73 la conflittualità della nuova classe operaia segna avanzamenti materiali per tutta la classe operaia grazie al rapporto/scontro tra sinistra rivoluzionaria e comunismo ufficiale, con il compromesso storico in divenire quel rapporto contraddittorio si trancia di netto. I progressi materiali della conflittualità cessano di colpo. Già nel 1976 i rapporti di forza cambiano verso: «[in aprile] vengono chiusi i due più importanti contratti operai, quello dei chimici e quello dei metalmeccanici. Per la prima volta dopo il ’69 gli accordi contrattuali contengono pesanti concessioni al padronato. Lotta continua se ne rende pienamente conto […] ma, per il momento, non è in grado di valutare appieno quanto quella soluzione contrattuale sia ormai il segno di un’inversione dei rapporti tra le classi». Nel 1975, non nel 1980, il cambiamento è già materiale e come tale avvertito dai suoi protagonisti. Alcuni dei quali procedono confondendo la propria base militante col quadro generale dei rapporti di classe.

Il resto, è storia che abbiamo provato a raccontare altrove, anche di recente. La chiusura di ogni sbocco politico porterà a una divaricazione abissale delle esperienze dei gruppi sorti dalle ceneri del ’68: un pezzo di quel movimento rifluirà nel privato, nelle scelte individuali, nella droga, o riconvertendo la propria militanza sulle tematiche civiliste e umanitarie; un altro consistente pezzo sarà protagonista del movimento del Settantasette, che prende fuoco alimentato dalla chiusura di ogni spazio politico, e che fonda il proprio agire sulla contrapposizione frontale e senza compromessi col quadro politico nel suo complesso. Ma il filo rosso di una storia comune e interna a uno stesso movimento operaio è ormai spezzato. Le avanguardie politiche, anche nei momenti di più grande partecipazione militante, procedono divaricando il proprio rapporto con quella maggioranza del proletariato non più contesa ma abbandonata al proprio destino. Le difficoltà attuali riportano ancora a questo problema.

Le riflessioni precedenti sugli anni Settanta: quiqui e qui.