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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/03/2023

CGIL ultimo atto

Un Presidente del Consiglio non aveva mai partecipato ad un congresso della CGIL. Al massimo, che io mi ricordi, qualche ministro del lavoro. E invece la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a capo del governo più reazionario e ferocemente anticlassista e razzista dalla fine del dopoguerra, non si è fatta pregare ed ha accettato l’invito di Landini, il quale le ha fatto così, un insperato regalo, proprio dopo la tragedia di Cutro e la infinita serie di gaffes dei suoi gregari di governo, concedendole una splendida passerella oltre che una sostanziale legittimazione.

Al di là delle sue parole su una riforma del fisco che premia ricchi ed evasori, quelle al veleno sul reddito di cittadinanza e sul salario minimo (da sempre avversato anche dalla CGIL), il suo intervento dal palco del congresso nazionale di ciò che, un tempo, fu il più grande sindacato di classe italiano, assume si un valore simbolico di quelli che segnano la fine definitiva di un’epoca ma arriva alla fine di un lungo percorso che ha portato ad una vera e propria mutazione genetica della CGIL.

Ma qual è la storia di questa progressiva metamorfosi?

Già nel 1977 dirigenti del Partito Comunista Italiano presero a seguire la strada della collaborazione con la Democrazia Cristiana. Il ministro degli Interni, Cossiga riteneva che condizione per far entrare il Partito Comunista nella maggioranza fosse data “dalla capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica”. (da la Repubblica).

E guarda caso, il 24 gennaio 1978, sempre sul quotidiano la Repubblica, comparve un’intervista all’allora segretario generale della CGIL, Luciano Lama, divenuta celebre, intitolata “Lavoratori stringete la cinghia”.

Lama prese spunto dall’annoso problema della disoccupazione, argomentando “Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.

Poche settimane dopo, a metà febbraio ci fu la famosa “svolta dell’Eur”. Si tenne una conferenza sindacale al palazzo dei congressi dell’Eur di Roma. La linea che ne scaturì s’imperniava su due elementi: 1) la moderazione salariale 2) un programma di investimenti per garantire la fatidica “occupazione” come contropartita. La tesi di Luciano Lama era che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti e ciò avrebbe avuto senz’altro una ricaduta positiva sull’occupazione.

In un sol colpo la CGIL aveva messo in soffitta le argomentazioni di Karl Marx riguardo al fenomeno della disoccupazione in quanto prodotto necessario dell’accumulazione capitalistica, ovvero, della tendenza del sistema capitalistico a generare, in virtù delle sue proprie dinamiche, una quota di popolazione eccedente rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale.[1]

Risultato? Nel 1977 il tasso disoccupazione era al 3,7% mentre oggi è al 7,9%.

Poi, a partire dagli anni Ottanta i diritti dei lavoratori sono stati aggrediti da una serie di leggi che hanno smontato pezzo per pezzo tutto ciò che era stato faticosamente conquistato nei decenni precedenti. Dal taglio della scala mobile del 14 febbraio del 1984 fino alla sua abolizione nel 1992.

Ma la vera svolta fu il protocollo del 23 luglio 1993 che introdusse la cosiddetta “politica dei redditi” (aumenti dei salari legati alla produttività ed al tasso previsto di “inflazione programmata” e non più all’inflazione “effettiva”, ovvero quella rilevata dall’Istat al termine dell’anno di riferimento) e la “concertazione” (collaborazione con i governi a priori e fine del conflitto).

Il lavoro ritornava ad essere una variabile dipendente del capitale e tutti i risultati dei decenni di gloriose e sanguinose lotte operaie venivano di colpo azzerati. Protagonisti di quell’accordo furono Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Consiglio, e Gino Giugni, ministro del Lavoro. I sindacati erano rappresentati da Bruno Trentin, Sergio D’Antoni e Piero Larizza. Luigi Abete per la Confindustria.

Soltanto un anno prima c’era stata l’abolizione della scala mobile con la scusa delle crisi valutaria e finanziaria che avevano colpito la lira e che minacciavano di precludere l’ingresso dell’Italia nella futura Unione Europea per mancato raggiungimento degli obiettivi economici. La necessità di contenere tassi di interesse ed inflazione divenne quindi prioritaria e la tesi dominante fu che la rivalutazione automatica delle retribuzioni provocava un’inflazione eccessiva.

Si decise, pertanto, di abolire la scala mobile “per contenere l’inflazione”. In pratica, con questa azione si agì contenendo il costo del lavoro per consentire alle imprese di poter continuare a fare profitti nella congiuntura sfavorevole sfruttando il minor costo del lavoro ed allo Stato di ridurre la spesa tramite il contenimento del costo dei dipendenti pubblici.

E così i lavoratori, grazie a CGIL-CISL-UIL, si fecero carico della crisi valutaria attraverso la compressione delle retribuzioni senza avere in cambio alcun beneficio dal raggiungimento dell’obiettivo finale: l’introduzione dell’euro.

Il nuovo meccanismo si dimostrò presto totalmente inadeguato poiché tutti i governi che si succedettero dal 1993 in poi indicarono sistematicamente una percentuale di inflazione programmata inferiore a quella reale mentre le trattative per il rinnovo dei contratti venivano chiuse sempre in ritardo con la conseguenza che l’aumento delle retribuzioni avveniva solo dopo che il costo della vita era già aumentato.

Come non ricordare poi il sostanziale appoggio di CGIL, CISL e UIL alla riforma Dini del 1995[2] che decretò la svendita delle pensioni di anzianità e la fine del sistema previdenziale basato sul principio di solidarietà mediante l’introduzione del calcolo contributivo e l’innalzamento progressivo dei requisiti anagrafici e contributivi in cambio della ben remunerata partecipazione dei funzionari sindacali ai consigli di amministrazione dei fondi pensione?

Fu l’inizio dell'abbuffata delle grandi compagnie assicurative sulla pelle dei lavoratori in combutta con le principali centrali sindacali del paese. E pensare che, appena un anno prima, La CGIL di Cofferati aveva portato in piazza, a Roma, circa un milione e mezzo di persone per manifestare contro il primo Governo Berlusconi e la sua riforma delle pensioni che, poi, venne per l’appunto ritirata sebbene non avesse un contenuto sostanzialmente diverso dalla successiva riforma Dini, eccezion fatta per un punto niente affatto secondario: ovvero, i consigli di amministrazione “chiusi”, meglio noti come “enti bilaterali” con dentro, guarda un po’, CGIL, CISL e UIL.

E non fu affatto un caso che l’allora ministro del lavoro Tiziano Treu fece approvare, appena un anno dopo, la Legge 564/1996[3], che permette ancora oggi ai dirigenti sindacali apicali di ottenere una pensione d’oro anche dopo soltanto un mese trascorso nella carica.

Lo stesso ministro che nel 1997 non trovò nessuna resistenza sindacale al suo pacchetto legislativo in tema di diritto del lavoro – noto proprio come “pacchetto Treu” – dietro il solito pretesto della “lotta alla disoccupazione” che introdusse la così detta “flessibilità”, e l’odioso “lavoro interinale” (leggi: legalizzazione del caporalato di massa), il job sharing ed altre innumerevoli forme contrattuali di lavoro atipico, sino ad allora estranee al diritto del lavoro in Italia.

Poi fu il turno della “legge Biagi“[4] del 2003 che peggiorò ulteriormente il quadro introdotto dalla legge Treu allargando a dismisura il lavoro precario mediante una drastica riduzione di diritti e tutele e facendo venire meno le possibilità di intervento della magistratura nelle questioni di lavoro oltre a dar luogo alla proliferazione delle più svariate forme di lavoro atipiche come risposta alle pressioni dei padroni che potevano così essere più competitivi nel mercato del lavoro globalizzato.

E poi il decreto Sacconi del 2011[5] che consentiva accordi sindacali al ribasso rispetto ai Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro e, nel 2012, la cd. “Legge Fornero” con cui si è giunti ad una “liberalizzazione” del sistema dei voucher ampiamente usati anche da CGIL e CISL[7]

E ancora il decreto Poletti del 2014[6] che ha ulteriormente favorito la precarizzazione facendo aumentare i contratti a tempo determinato e quelli di apprendistato.

Ed infine, il D.l. 23/2015[8], meglio conosciuto come il famigerato “Jobs Act” che ha abrogato l’articolo 18 della legge 300/1970, ovvero una delle colonne portanti dello Statuto dei Lavoratori cancellando l’obbligo di reintegro del lavoratore licenziato ingiustamente per le aziende con più di 15 dipendenti, sostituendolo con un’indennità monetaria che andava da un minimo di 4 a un massimo di 24 mensilità da stabilire in base all’anzianità di servizio.

Lo smantellamento dei diritti e delle tutele dei lavoratori ed il massiccio processo di precarizzazione dei rapporti di lavoro ha avuto come conseguenza anche l’aumento dei fattori di rischio di morte ed infortunio nelle aziende che, galvanizzate da un quadro legislativo così sbilanciato a loro favore e dal clima “concertativo”, hanno risparmiato i costi della sicurezza scaricandoli sulla salute e sulla vita dei lavoratori.

Se fino al 2000 in Italia si era assistito ad un forte decremento sia degli infortuni, sia dei morti sul lavoro, dopo siamo di fronte a numeri da strage di massa. Nel decenio 2009 -2019, saranno 17 mila morti e nel 2022 secondo i dati raccolti da Unione Sindacale di Base e Rete Iside Onlus sono stati almeno 1089 i morti di lavoro.

L’ultima trincea del welfare state è quella del diritto alla salute previsto dall’art. 32 da anni sotto il fuoco incrociato del progressivo taglio di risorse dal fondo sanitario nazionale, dell’inserimento della sanità integrativa nei contratti nazionali di lavoro (dietro la spinta dei grandi gruppi assicurativi) e del disegno di legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata. Ciò proprio mentre tutti i dati dicono che la fine del Sistema sanitario nazionale pubblico e universalistico è sempre più vicina[9].

La domanda finale è: cosa ha fatto la CGIL per impedire questa deriva che in circa 30 anni ha progressivamente fatto a pezzi tutte le precedenti conquiste del movimento dei lavoratori? La risposta la si trova nella totale subalternità politica e strutturale di CGIL, CISL e UIL a tutti i governi – tecnici e politici – cui la maggior parte dei suoi dirigenti ha fatto sempre da docile sponda a tutti i provvedimenti peggiorativi per le condizioni di vita di milioni di persone per poi essere ripagati con un posto da deputato o senatore della Repubblica.

La CGIL (come gli altri sindacati concertativi, ormai completamente statalizzati e sovvenzionati a suon di miliardi dallo Stato) nell’arco di un trentennio, si è trasformata in un mastodontico apparato autoreferenziale in mano a grigi funzionari, bene inseriti nei sistemi di potere locali e regionali, che ha come unica finalità la propria autoriproduzione e che si occupa soltanto di “servizi” (mediante l’uso di manodopera precaria a basso costo) e di polizze assicurative, sia previdenziali che sanitarie.

La debacle, ovvero, la mutazione genetica della CGIL che – analogamente a quanto avvenuto nel passaggio dal PCI all’attuale PD – affonda, dunque, le sue radici in un tempo ormai lontano in cui recise ogni relazione con la propria storia e con le propri ragioni fondanti.

Ecco perché chi vede la capitolazione della CGIL soltanto nell’intervento della Meloni al suo ultimo congresso nazionale appare più legato sentimentalmente ai simboli che alla sostanza (andata via da un pezzo), oltre che essere in evidente deficit di memoria storica.

Note

[1] Karl Marx, “Il capitale” libro I , sezione VII, il processo di accumulazione del capitale , capitolo 23

la legge generale dell’accumulazione capitalistica

[2] LEGGE 8 agosto 1995, n. 335 “ Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare”

[3] Con l’art.3, comma 9 del decreto legislativo 564/96 il diritto alla contribuzione figurativa per i periodi non retribuiti di aspettativa per cariche sindacali è previsto anche per i lavoratori iscritti ai fondi esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria

[4] Riforma del mercato del lavoro avviata con la legge 30/2003 di delega poi perfezionata con il d.l. 276/2003

[5] Decreto Legge 13 agosto 2011, n. 138 recante ”Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo”

[6] D.L. 20 marzo 2014 n. 34, c.d. decreto Poletti noto come “prima parte del Jobs Act”

[7] https://contropiano.org/news/politica-news/2017/02/24/campioni-del-lavoro-nero-legalizzato-voucher-mani-basse-scheletri-nellarmadio-089251

[8] DECRETO LEGISLATIVO 4 marzo 2015, n. 23 “ Disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183”

[9] https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/03/09/il-sistema-di-cure-per-tutti-e-gia-finito-e-un-disastro-sociale-ed-economico/7090282/

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17/02/2022

17 febbraio 1977. La “cacciata” di Lama dall’università. Uno spartiacque e una intuizione “sull’oggi”

In occasione del quarantacinquesimo anniversario della “cacciata di Lama” dalla Sapienza, avvenuta il 17 febbraio del 1977, volevamo proporre un’intervista ad un militante della Rete dei Comunisti, Sergio Cararo, che all’epoca dei fatti si trovava (con l’Organizzazione Proletaria Romana) proprio in mezzo a quegli studenti che stavano esprimendo forti forme di contestazione. Quel momento si è rivelato uno spartiacque per il movimento studentesco rivoluzionario dell’epoca ed ha quindi ancora molto da insegnarci rispetto alle scelte e alle prospettive del presente.

In che contesto si è presentata la “cacciata di Lama”?

A febbraio del 1977 moltissime università erano state occupate dagli studenti per fermare la Riforma Malfatti. Questa prevedeva l’introduzione di due livelli di laurea (cosa avvenuta poi nel 2007 con la riforma Berlinguer), l’aumento delle tasse di frequenza, l’abolizione degli appelli mensili.

Il problema è che l’allora PCI, anche in nome del “compromesso storico” con la DC, sosteneva il governo (guidato da Andreotti, leader della Democrazia Cristiana) attraverso l’astensione sulle leggi promulgate dall’esecutivo. Tra queste c’era la Riforma Malfatti ma anche le misure antipopolari varate in nome della lotta all’inflazione: aumento delle tariffe di gas ed elettricità, della benzina, blocco di due anni degli aumenti salariali congelando il meccanismo della scala mobile.

Quindi il PCI e la Cgil stavano faticando sette camice per cercare di far ingoiare queste misure e tenere buoni gli operai. Il fatto che gli studenti fossero insorti contro il governo e criticassero duramente il PCI per il suo sostegno al governo, rischiava di far saltare l’intero scenario di “pace sociale” e lo stesso clima di compromesso storico. Quindi quella protesta andava “normalizzata” con ogni mezzo.

Era prevedibile che si potesse arrivare ad un fatto di questo tipo?

A Roma il 1 febbraio in un raid alla Sapienza, i fascisti avevano sparato ferendo gravemente uno studente e meno gravemente un altro. Il giorno successivo un corteo uscito dall’università devastava la sede dei fascisti in via Sommacampagna e ci fu uno scontro a fuoco tra i manifestanti e due agenti delle squadre speciali in borghese scambiati per fascisti. Il clima nelle università e soprattutto alla Sapienza era dunque molto teso.

Il PCI e la Cgil provarono allora una stupida e presuntuosa “prova muscolare” verso il movimento degli studenti, convocando un comizio di Cgil-Cisl-Uil con il segretario della Cgil Luciano Lama, proprio dentro l’università La Sapienza occupata da giorni.

Ci fu un tentativo di mediazione tra movimento e Cgil chiedendo di far intervenire uno o due studenti al comizio, ma all’appuntamento per definire i dettagli il rappresentante della Cgil non si presentò. Era stato un ulteriore atto di arroganza, ma nessuno – né noi né il PCI/Cgil – poteva immaginare cosa sarebbe accaduto il giorno del comizio. Non era prevista una contestazione così forte. In fondo a quell’epoca la Cgil era la Cgil e c’era ancora una sorta di riconoscimento e rispetto del sindacato più rappresentativo tra gli operai.

Qual è stata la dinamica precisa dei fatti?

In sostanza senza l’eccesso di sicurezza e l’arroganza del servizio d’ordine di Pci e Cgil la contestazione sarebbe stata simile a quella avvenuta in altri comizi sindacali. Ma niente di più. Ed invece è andata che la reazione degli studenti ad una ulteriore provocazione del servizio d’ordine Pci/Cgil (il famoso spruzzo dell’estintore immortalato da tanti video dell’epoca) fu assai superiore per qualità e quantità a quanto tutti potevano immaginarsi. Il servizio d’ordine del Pci/Cgil fu travolto, il camion/palco del comizio devastato, Luciano Lama dovette uscire sotto scorta da un’altra porta dell’università. Il 19 febbraio il movimento “capitalizzò” politicamente la cacciata di Lama dall’università con un enorme corteo che sfilò a ridosso della manifestazione della Cgil a San Giovanni, ma andando a concludersi autonomamente in Piazza Santa Croce. L’incantesimo era stato rotto.

Che messaggio hanno voluto mandare gli studenti con questa contestazione? In che modo questo episodio ha esplicitato una radicale forma di rottura con le forze politiche e sindacali del movimento operaio tradizionale?

L’università in quegli anni era cambiata profondamente anche sul piano sociale. Il fatto che anche i diplomati degli istituti tecnici potessero iscriversi all’università aveva consentito l’accesso agli studi anche a settori popolari ai quali prima erano preclusi. Nelle università c’erano anche i corsi per studenti-lavoratori. Eravamo in pieno movimento dell’ascensore sociale.

La Riforma Malfatti, ma anche la proposta di riforma avanzata dal Pci, venivano respinte con forza dagli studenti perché avrebbero fatto regredire questa condizione. Non solo, con le misure economiche messe in campo da un governo sostenuto dal Pci, la regressione sociale era avvertibile anche sul piano delle conquiste ottenute negli anni precedenti dai lavoratori e dalle loro famiglie. Si erano quindi andate accumulando tensioni sociali, senso di rivalsa, sensazioni di “tradimento” di ampi strati sociali. E gli studenti erano il terminale sociale più attivo e sensibile a queste istanze, ma soprattutto aveva meno aspettative e vincoli di consenso o di obbedienza verso il Pci e i sindacati.

La spinta a rompere una tregua sociale che favoriva solo il governo e il padronato, viaggiava sottotraccia nei settori operai ma era diventata ben visibile e radicata tra i giovani e gli studenti. Si percepiva che stando così le cose il futuro sarebbe stato più precario e insicuro. E infatti è andata proprio così.

Quel movimento aveva intuito in largo anticipo quale era la società che stavano destrutturando e quali disuguaglianze e selezione sociale stava preparando il blocco di potere per la società del futuro.

A partire da questo cruciale punto di svolta, come vi siete rapportati con le forze sindacali classiche, come la CGIL? Che cos’era cambiato, in loro o in voi, da aver reso il confronto/scontro così duro?

Il Pci sul piano politico e la Cgil sul piano sindacale/sociale si erano incaricati con il governo di tenere tutto questo fermento sociale sotto controllo. Ma la realtà è andata diversamente. I nuclei operai antagonisti si rafforzarono molto connettendosi ancora più strettamente con i giovani e gli studenti del movimento. Così come esistevano organizzazioni della sinistra rivoluzionaria come la nostra, già esistevano anche comitati operai e comitati unitari di base nelle fabbriche o nei servizi strategici (ferrovieri, Alitalia, Enel, ospedalieri). C’erano comitati o liste di disoccupati organizzati e comitati popolari nei quartieri. Ne uscirono tutti rafforzati dalla spinta all’organizzazione autonoma e alla rottura con i custodi della pace sociale rappresentati dalla Cgil. Pochi anni dopo, l’irruzione di migliaia di giovani precari della Legge 285 (una legge sull’occupazione giovanile) nel pubblico impiego consentì la nascita di organismi indipendenti anche nel settore pubblico.

Occorre sottolineare che in quella situazione agì anche uno “stato dello spirito” oltre che un dato politico. Nelle elezioni del 1976 era avvenuta la “grande avanzata a sinistra” con il PCI che ottenne più del 33% dei voti. C’era quindi una aspettativa di cambiamento attesa da anni e assai diffusa. Quando la risposta fu invece la collaborazione con il governo dei padroni, la rabbia e la disillusione crebbero molto.

I margini di mediazione e di subalternità dei lavoratori alla Cgil saltarono in più punti. Inevitabile che questa “minaccia” ad una egemonia e ad un controllo sociale da parte di Pci/Cgil che sembrava incontestabile, innescasse uno scontro politico durissimo in tutti i luoghi di lavoro ma anche nella società.

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14/10/2020

40 anni dopo il golpe sociale fortunato dei “quarantamila”

Nel 1994 incontrai a Torino alcuni dei partecipanti alla marcia dei quarantamila. La FIAT di Cesare Romiti, in una delle sue periodiche ristrutturazioni con taglio di personale, aveva deciso di liberarsi della preziosa collaborazione di impiegate, impiegati, capi e capetti che il 14 ottobre 1980 avevano manifestato contro la lotta ai cancelli, costringendo (conducendo semmai) il sindacato confederale a firmare la resa.

La riconoscenza del padrone non è mai infinita, e quattordici anni dopo migliaia di coloro che avevano sfilato furono dichiarati “esuberi” ed espulsi dal lavoro.

Finiva così la stagione dei “quadri”, cioè i capetti aziendali, che dopo la sconfitta sindacale alla FIAT sui mass media erano diventati la nuova figura sociale centrale, che la sociologia dominante esaltava al posto degli operai.

Era il futuro del lavoro che era sceso in corteo a Torino e la vecchia sinistra della lotta di classe non aveva capito niente, attardandosi a difendere quei dinosauri degli operai della catena di montaggio.

Questo fu il motivo guida ideologico che dominò la scena politica e sociale dopo il 14 ottobre 1980, la base delle laceranti autocritiche e delle epurazioni nei gruppi dirigenti sindacali e della svolta a favore delle imprese e del mercato da parte della sinistra.

Una manifestazione di crumiri precettati e organizzati dal padrone, amplificata a dismisura nel numero e nel significato dai mass media, cambiava in pochi giorni il paese e la sua politica, come fu possibile?

Quel corteo fu una spallata reazionaria data al momento giusto, che riuscì a colpire con forza un sistema i cui gruppi dirigenti erano già predisposti o rassegnati alla restaurazione padronale e liberista che si stava diffondendo nel mondo.

Un atto fortunato, perché proprio in quegli ultimi dei trentacinque giorni nei quali gli operai avevano bloccato la FIAT, il padrone stava per cedere. Cesare Romiti nelle sue successive memorie affermò che la famiglia Agnelli gli aveva concesso tre giorni per chiudere la vertenza, anche a costo di accettare un compromesso con il sindacato.

Claudio Sabattini, allora segretario della FIOM responsabile dell’auto, anch’egli confermò che anche dal lato sindacale si raccoglievano segnali che quel compromesso fosse possibile. Perché, è bene ricordarlo, lo scontro non era tra un gruppo industriale in crisi e un sindacato che quella crisi la negava.

Lo scontro era su COME gestire quella crisi, se con i licenziamenti di massa oppure con la redistribuzione del lavoro e la solidarietà sociale. Anni dopo la Volkswagen, posta di fronte ad una crisi di sovrapproduzione analoga a quella della FIAT, avrebbe concordato la riduzione dell‘orario di lavoro proprio per non licenziare nessuno.

Il compromesso era dunque praticabile e possibile, e in FIAT questo compromesso era la cassa integrazione a rotazione tra tutti i dipendenti, invece che l’espulsione definitiva di una parte di essi attraverso la cassa integrazione a zero ore. Che giustamente i lavoratori consideravano un licenziamento mascherato finanziato dallo Stato. Come del resto testimoniavano le stesse posizioni della proprietà, che nel giugno del 1980 in un’intervista a Repubblica di Umberto Agnelli, aveva chiesto la mano libera sui licenziamenti di massa (come Bonomi oggi) e la svalutazione della lira.

Beniamino Andreatta, che dopo due mesi sarebbe diventato ministro del tesoro e avrebbe con Ciampi guidato la svolta liberista nella politica economica – separando la Banca d’Italia dal Tesoro – aveva risposto che la svalutazione della moneta non si poteva più fare, perché l’Italia era entrata nel processo di costruzione della moneta unica europea.

Nessun accenno ai licenziamenti e così la FIAT si sentì autorizzata a procedere e alla fine delle ferie estive ne annunciò 14.000.

Dopo alcune settimane di lotta nei suoi stabilimenti e in tutto il paese, con Berlinguer che agli operai ai cancelli portò l’appoggio del PCI anche se avessero occupato le fabbriche, il gruppo dirigente aziendale capì che non ce l’avrebbe fatta a passare.

Allora la FIAT ritirò i licenziamenti, ma subito dopo mise in cassa integrazione a zero ore 24.000 persone. Era una mossa feroce e furba, perché da un lato espelleva dal lavoro ancora più persone che con i licenziamenti, dall’altro però provava a dividere i lavoratori, puntando sul fatto che fosse più semplice la solidarietà con chi veniva anche formalmente privato del lavoro, rispetto a quella con chi stava a casa pagato dallo Stato.

Ma la mossa non riuscì, la solidarietà e la lotta tennero nonostante tutto e quindi la vertenza si avviò verso quel finale dove avrebbe vinto chi avrebbe resistito un minuto di più. La marcia dei quarantamila spostò la lancetta dell’orologio dal lato del padrone.

Era inevitabile? Certo che no, le forze sindacali e democratiche allora erano enormi e in pochissimi giorni centinaia di migliaia di lavoratori avrebbero potuto a Torino controbilanciare la marcia, come inizialmente minacciò Pierre Carniti.

Ma fu un istante, perché poi tutto il gruppo dirigente sindacale, e quello del PCI, ebbero paura di essere coinvolti in uno scontro al di sopra delle proprie volontà. Allora, secondo le memorie di Cesare Romiti, Luciano Lama chiamò l’azienda e affermò: “abbiamo perso scrivete voi l’accordo“.

La cassa integrazione a rotazione non sarebbe certo stata indolore per i lavoratori, ma sarebbe stata un compromesso sociale nel quale le ragioni dell’impresa sarebbero state attenuate e bilanciate da quelle del lavoro. Che invece vennero totalmente soppresse con l’accordo che espelleva per sempre 24.000 lavoratori.

Il compromesso sociale veniva negato alla radice, chi era fuori perdeva il lavoro chi era al lavoro perdeva ogni diritto di fronte al potere dell’impresa. L’attuale sistema ricattatorio e spietato contro il lavoro nasceva allora.

La successiva gestione sindacale della sconfitta la trasformò in disfatta. I consigli dei delegati e i lavoratori, in drammatiche assemblee, respinsero l’accordo, che però fu dichiarato approvato e firmato. Saltava così quell’equilibrio democratico tra organizzazione sindacale e lavoratori che si fondava sul ruolo centrale dei delegati aziendali, scelti liberamente da tutti i lavoratori tra tutti i lavoratori.

Pochi anni dopo, con il taglio della scala mobile, i consigli di fabbrica furono definitivamente soppressi.

La restaurazione del comando assoluto del padrone nei luoghi di lavoro, la fine del sindacato democratico e partecipato degli anni '70, accompagnarono la svolta liberista sul piano economico, sociale, politico e culturale. Gli operai scomparvero da ognuno di questi piani, visto che la marcia dei quarantamila, per il pensiero dominante, ne aveva decretato l’estinzione.

Diventava passatista e sovversivo non solo rivendicare i loro diritti, ma persino affermare che gli operai esistessero ancora. Al posto del lavoro, il centro di tutto diventava l’impresa e con l’impresa il mercato, il privato, il profitto.

Il mondo liberista ingiusto, senza senso e senza futuro di oggi nasceva in Italia con il successo della marcia dei quarantamila. Naturalmente è impensabile che un atto in fondo così limitato abbia potuto produrre effetti negativi così vasti, se non ci fosse stato un sistema predisposto ad amplificare tutti gli effetti. Se non ci fosse stata una diga già lesionata in molti punti, la sapiente opera di un artificiere non sarebbe stata in grado di farla crollare.

La marcia del 14 ottobre 1980 diede il via alla restaurazione del potere degli affari su quello delle persone, così come avveniva in tutto il mondo. Quella restaurazione poteva essere fermata? Probabilmente no. Poteva essere rallentata, attenuata, circoscritta? Sicuramente sì, ma qui fu il successo particolare della marcia: quello di smontare ogni motivazione alla resistenza, di renderla perdente prima ancora di essere esercitata, soprattutto nei gruppi dirigenti del sindacalismo confederale e della sinistra.

Uno di coloro che avevano marciato nel 1980, quando fu messo in cassa integrazione nel 1994, mi disse: se avessi saputo cosa sarebbe successo dopo, non avrei partecipato. Non gli credetti molto allora, però oggi è ancora più chiaro che fare i conti con quel golpe sociale fortunato è necessario, per liberarci dalle sue conseguenze che quarant’anni dopo ancora ci fanno male.

Fonte

15/06/2019

Enrico Berlinguer, se questo è un comunista

“Ce ne fossero di uomini come lui! Un comunista vero! Un uomo mai dimenticato! Ha lasciato un vuoto incolmabile! Un dolore tremendo, la sua morte! Un comunista equilibrato, che si opponeva al neofascismo e al centrosinistra! Un gigante, rispetto ai politici di oggi!”

Orbene, sono solo alcune delle tante dichiarazioni melense, celebrative, ai limiti dell’agiografia, che, nei giorni scorsi, si sono potute leggere sui social, per ricordare il segretario del Pci, Enrico Berlinguer. Morto l’11 giugno del 1984. Trentacinque anni or sono, dunque.

E tranne l’ultima affermazione, con cui, più o meno, si può concordare (come per tutti i politici dell’epoca rispetto agli attuali), per il resto ci permettiamo di dissentire su tutta la linea.

Berlinguer, infatti, al netto di infantili accenti romantici e malinconici, o di memorie preda di canagliesche nostalgie adolescenziali, fu colui che portò a termine quel lento processo di snaturamento socialdemocratico del Partito Comunista Italiano, cominciato, a dire il vero, già immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con Palmiro Togliatti.

E lo fece, Berlinguer, sulla pelle della classe operaia e nella maniera più brutale e meschina possibile, per un comunista. Venendo, cioè, a patti con Chiesa e padroni. Patti che presero, com’è noto, l’altisonante nome di Compromesso Storico. Ma anche piegandosi alle ragioni dell’Imperialismo Usa. Ci ricordiamo tutti la dichiarazione sconcertante sull’Ombrello della Nato, alla cui ombra l’Enrico si sarebbe sentito “più sicuro”!

Comunque, non vogliamo nasconderci e ben sappiamo che simili giudizi severi, su un uomo tanto amato, seppur contraddittorio, non sono condivisi da tutti e possono suscitare qualche polemica. Crediamo, tuttavia, che, specie in questi anni così complicati per la sinistra e il movimento comunista tutto, ci sia bisogno di fare chiarezza. Di essere divisivi, almeno nella memoria. Non unitari. Schiettamente e anche duramente divisivi. Perché, se la sinistra ha imboccato la china di una sconfitta storica che ha, ormai, toccato forse il fondo, lo si deve anche a uomini come Berlinguer. E a quel PCI statolatra e statalista, fattosi, poi, esso stesso Stato. Senza cambiarne una sola virgola.

Una china intrapresa, altresì, imboccando, progressivamente, l’inesorabile strettoia del compatibilismo con le leggi e le regole che sovrintendono a quel sistema capitalistico – con il suo modello produttivo e le sue diramazioni ideologiche e culturali – che, un tempo, si sarebbe voluto e dovuto sovvertire. Come, d’altra parte, sarebbe compito di un qualsiasi soggetto comunista che si rispetti.

E, invece, l’attuale vuoto rappresentativo, la scarsa incidenza e la stitichezza delle lotte nel nostro campo politico, il distacco dal blocco storico di riferimento, la disintegrazione della cultura del movimento operaio, la frammentazione sociale e la ridefinizione dei rapporti di forza e delle relazioni di classe – tutti a vantaggio del nemico, all’interno delle nuove economie finanziarizzate – il Pd e la sinistra allo sbando, sono il frutto di scelte politiche scellerate, da imputare proprio, in buona misura, al PCI e, in ultimo, alla segreteria Berlinguer.

Una segreteria condotta con il passo timoroso del pavido riformista, in una fase storica che avrebbe richiesto, invece, coraggio politico e audacia di azione, per contrastare la violenta ristrutturazione capitalistica in atto.

Erano gli anni ’70/’80 e, purtroppo, né i comunisti italiani né, per larga parte, quelli europei, seppero dare risposte adeguate. Per giunta, il PCI contribuì a reprimere e soffocare ogni critica, ogni movimento antagonista, ogni espressione creativa, ogni tentativo insurrezionale, ogni moto rivoluzionario, armato e non, nascesse alla sua sinistra.

Dunque, eccoci qui a confutare quelle affermazioni e quelle dichiarazioni di affetto politico, citate all’inizio. Dichiarazioni, spesso frutto di ingenuità e di buona fede. A volte, invece, maliziosamente strumentali, furbescamente machiavelliche, ingannevoli e in mala fede. Tese alla manipolazione occulta delle coscienze, specie quando provengono da organi di stampa e da settori della politica, a maggior ragione se della sinistra istituzionale. Perché il fine, è inutile negarlo, è orwelliano: controllare il presente per ipotecare il futuro.

E allora, partiamo da due affermazioni piuttosto ingenue e perciò facili da confutare. Quelle secondo cui Berlinguer avrebbe combattuto il neofascismo e ostacolato il centrosinistra. Se la prima è senz’altro veriteria, va però ricordato che l’allora segretario del PCI, con Almirante – all’epoca capo indiscusso del fascistissimo Msi, fucilatore di partigiani e operai – teneva incontri segreti.

Mentre, con lo stratega del centrosinistra, il cugino del futuro Presidente Cossiga ci costruì addirittura il compromesso storico. Il che, fuor di metafora e volendo uscire da sterili locuzioni sloganistiche, si traduceva in uno storico compromesso coi padroni e i loro comitati d’affari, legali e illegali, configurabili come la base politica dello scudo crociato. Nonché, con le alte e corrotte gerarchie vaticane: lo scandalo Ior, degli anni successivi, lo dimostra ampiamente.

D’altronde, di quei comitati d’affare e di quelle gerarchie ecclesiastiche, ben ne descriveva gli assetti di potere il bellissimo Todo Modo. Non facile film di Elio Petri, con un Gian Maria Volonté straordinario nel restituire la subdola, finanche viscida intelligenza del presidente Dc. Ben evidenziando, così, la doppia morale che plasmava e plasma, non solo l’intero mondo clericale, ma lo stesso cattolicissimo Moro: nella duplice faccia di politico e di uomo. Film tanto osannato a sinistra, ma poi, a conti fatti, misconosciuto nella sua profonda essenza politica ed ideologica. E soprattutto, ipocritamente dimenticato dopo il rapimento e l’omicidio dello statista democristiano, da parte delle Brigate Rosse.

Torniamo però al nostro. Considerato che Berlinguer, in seguito, avrebbe posto la tanto sbandierata, ancor oggi, questione morale, non ci sembra roba di poco conto quel vile compromesso coi padroni, la Chiesa e la borghesia corrotta, consumato sulla pelle di operai, studenti e proletariato.

Ma siamo solo all’inizio! Se si va a rileggere, infatti, la pubblicazione dei due interventi, tenuti nel ’77 – erano gli anni della crisi petrolifera ed energetica – sull’Austerità, Editori Riuniti (noi li abbiamo riletti l’altro ieri sera) – si scopre che Berlinguer, durante quei discorsi, parlava esattamente come Monti, “il vampiro” del 2011-2013, non disdegnando concetti come rigore, risanamento dello Stato, conti in ordine. Secondo la più classica teorizzazione ordoliberista dell’economia. Quella, per intenderci, che vediamo applicare, oggi giorno, dai tecnocrati europeisti; quella che ha prodotto il massacro sociale cui assistiamo quotidianamente; quella, insomma, che sta portando alla fame migliaia di persone in Europa.

Ma – cosa che ci è parsa ancor più grave, per un “compagno” addirittura segretario del più grande partito comunista d’occidente – Berlinguer cercava di declinare l’austerità con una ipocrita retorica di classe pur di far ingoiare la logica dei sacrifici, imposta dalle élite padronali e finanziarie, ai ceti popolari.

Per farla breve, il buon Enrico cercava di ammannire quella logica ai ceti subalterni, teorizzando e sostenendo che l’Austerità fosse un dispositivo rivoluzionario, da adottare contro gli sprechi e il consumismo sfrenato.

Il che, in astratto, potrebbe anche non essere sbagliato. Ma non certo in un contesto di ristrutturazione capitalistica come quello che era, appunto, in atto in quegli anni. E che imponeva, per di più, di sottostare a quelle rigide e criminali politiche monetaristiche che traevano forza e origine dalla tanto odiata Scuola di Chicago di Milton Friedman. Un odio ampiamente giustificato, se si pensa alle dittature militari fasciste che gli Stati Uniti imposero in molti paesi dell’America Latina – Cile e Argentina su tutti – per applicare gli interessi multinazionali coperti dalle ricette monetariste e neoliberiste elaborate dai Chicago Boys.

In quel contesto, dunque, propugnare la valenza rivoluzionaria dell’austerità rappresentava, a nostro modesto avviso, una straordinaria mistificazione della realtà, tesa ad indebolire, ancor di più, quelle classi subalterne che il PCI avrebbe, al contrario, dovuto difendere.

In poche parole, un’argomentazione capziosa, intellettualmente disonesta. Il che, senza troppi giri di parole, mette Berlinguer alla stregua degli attuali politicanti più scaltri e genuflessi ai diktat del Capitale monopolistico. Sebbene dotato di un maggiore spessore oratorio e retorico e di una certamente più vasta cultura marxista. Il che, però, gli consentiva anche di manipolare molto meglio i concetti e le tesi politiche da esporre.

Non tutta la classe operaia, però, non tutto il proletariato e non tutti i comunisti abboccavano a quella retorica del lavorismo e dei sacrifici (malgrado le scomuniche da sempre praticate da l PCI – tra accuse di trotzkismo, disfattismo, fascismo, rinnegamento – di comunisti, e tanti, ce n’erano anche fuori dal partito). Tanto è vero che, il suo sodale confederale, Luciano Lama, nello stesso anno, dalla Sapienza, a Roma, fu cacciato a sassate, quando andò a parlare di “etica del lavoro” e dei “sacrifici” che gli operai avrebbero dovuto affrontare, per il bene dello Stato e della Nazione.

Un episodio storico, rimasto nella memoria del paese come una delle più grandi sconfitte del PCI presso quelli che credeva, con arroganza, “scapestrati da ricondurre all’ovile anche con le cattive”, e come una delle più significative vittorie del movimento extraparlamentare.

Proseguendo nelle confutazioni, poi, al netto del compromesso storico e dell’austerità (che, ci pare, da sole già basterebbero a fare dell’Enrico un avanguardista del riformismo socialmente più catastrofico) possiamo aggiungere, nel novero di quelle scelte sconsiderate e certamente poco affini ad un soggetto politico comunista, le carceri speciali, la legislazione d’emergenza e il Teorema Calogero. Il tutto, in deroga a quei sacri princìpi costituzionali e a quella Carta, posta a fondamento della Repubblica, sempre invocata perché nata dalla Resistenza, ma calpestata a piacimento, ogni qual volta è stato utile a fini politici immediati, per quanto meschini potessero essere.

Andrebbe aggiunto, per completare il quadro non certo luminoso entro cui si staglia la sua vicenda politica, che strinse patti anche con Magistratura e Forze dell’Ordine, Carabinieri in testa. E, in particolar modo, con l’“eroico” generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, con l’obiettivo di mandare in galera compagni e, in molti casi, farli trucidare. Cosa che avvenne, ad esempio, in Via Fracchia, a Genova.

Favoriva la delazione a danno di operai che non erano irregimentati secondo i diktat della Cgil e del PCI. Criticò la Rivoluzione d’Ottobre e ne dichiarò chiusa la “spinta propulsiva”; affermando, vieppiù, di sentirsi protetto dall’”ombrello” della Nato.

Non basta, per riabilitarne la figura, la battaglia sulla Scala Mobile del 1984; come non sono sufficienti le dichiarazioni contro la deriva socialdemocratica e migliorista del partito, pronunciate durante una Direzione Nazionale, all’indirizzo, in particolar modo, di Giorgio Napolitano e della sua corrente.

D’altro canto, Giorgio Amendola, già nel 1969, aveva sentenziato – durante un’intervista rilasciata, per la Rai, a Bruno Vespa – che la collettivizzazione dei mezzi di produzione era un “errore” insito alla dottrina marxista; mentre i padroni come gli Agnelli non erano più da considerarsi avversari o, peggio, nemici, ma interlocutori politici ed economici, benché dall’altra parte della barricata.

Dov’era Berlinguer allora? Dov’era la sua linea contraria alla socialdemocratizzazione del PCI?

La verità è che il PCI, dopo il grande balzo in avanti fatto registrare durante le elezioni del 1976, in cui raggiunse il 34,3% – appena 3,7 punti percentuali in meno rispetto alla Dc – aveva progressivamente perso voti proprio grazie la sua “politica dei sacrifici” e, con essi, andava smarrendo inesorabilmente, il legame sentimentale con la sua gente.

Sotto i colpi durissimi dell’incalzante avanzata neoliberista, certo. Ma anche a causa di un’ambiguità politica e di un progressivo riformismo normalizzante, nel panorama istituzionale italiano, adottati in nome del più volgare e borghese governismo.

Di lì a poco, infatti, Margaret Thatcher sarebbe entrata al numero 10 di Downing Street e Ronald Reagan sarebbe stato eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, dando il via ad una deregulation del mercato che avrà conseguenze devastanti per la classe operaia e le classi lavoratrici in generale.

Contro quell’avanzata delle forze reazionarie – che prometteva apertamente di essere mortale, come fu, per il movimento operaio – che non si facevano certo scrupoli morali pur di affermare il dominio del libero mercato e dell’Imperialismo in Europa, negli Usa e in Latinoamerica, le sole machiavelliche risposte che il PCI di Berlinguer riuscì ad elaborare furono il “compromesso storico”, l’appoggio all’”austerità”, la dichiarazione d’amore per l’impero a stelle-e-strisce e l’”ombrello” della Nato. Cui si accompagnò, altresì, la repressione dei movimenti della sinistra extraparlamentare, armati e non. Ossia gli unici che realmente avessero elaborato, teoricamente e sul versante delle lotte, un minimo di strategia di contrasto alle forze reazionarie e al neoliberismo incipiente, e che realmente si ponessero sul terreno dello scontro – anche duro e violento – per fronteggiarne l’avanzata.

L’Eurocomunismo, intanto, si sarebbe ben presto rivelato un aborto teorico, senza capo né coda, il cui unico, reale obiettivo era – tanto per il PCI, quanto per il PCF e per il PCE – rompere definitivamente con i cardini del pensiero marxista e con la prassi leninista (prima ancora che con l’Urss), pur di farsi ammettere alla corte statale della governance liberale, che si andava affermando. Un obiettivo fallito miseramente.

Agli inizi del 1980, come principale conseguenza di queste dissennata e suicida strategia politica, a Mirafiori, lo scontro con la Fiat di Agnelli e Romiti si risolse in una Caporetto per PCI e Cgil, sancita dalla famigerata “marcia dei quarantamila”.

In un tale clima, il PCI, dunque, mai sarebbe entrato al governo. E d’altronde, lo stesso Moro, come si comprese poi, non avrebbe mai concesso ai comunisti, malgrado il compromesso storico, di entrare nelle stanze dei bottoni che ancora contavano.

Al netto delle boiate complottiste, pertanto, che vorrebbero le BR strumento etero diretto nelle mani dei nostri servizi (Sismi, Sisde) o in quelle di servizi stranieri (Cia, Kgb, Mossad) per bloccare il progetto di alternativa democratica e l’ “avanzata inarrestabile” del PCI, non fu certo responsabilità diretta delle Brigate Rosse se il PCI non entrò mai al governo.

Lo stesso rapimento Moro rappresentò solo la spallata finale ad un progetto che i vertici della Dc guardavano con sospetto – gestendone i passaggi con grande scaltrezza e intelligenza tattica, consci di avere tutti gli assi in mano – e che incarnava, al dunque, la fine stessa del PCI, come soggetto di classe e come partito operaio.

Berlinguer fu, dunque, un segretario in perfetta continuità con i suoi predecessori e con la linea politica di un partito che aveva smesso da tempo ogni velleità rivoluzionaria. Un segretario che si trovò a gestire, senza dubbio, la fase più delicata, fino a quel momento, vissuta dalla Repubblica italiana. E forse da questo dipende parte dell’immeritata fama – sempre secondo noi – di cui ancora gode presso molti compagni.

Per molti resta il segretario che ha sconfitto il “terrorismo”. Che non ha ceduto al “ricatto brigatista”. Senza comprendere che proprio la “linea della fermezza” ha creato l’occasione del suo disastro politico. Favorendo l’astro in ascesa di Bettino Craxi.

Certo, nel 1984 intraprende la battaglia contro il taglio della Scala Mobile, e già prima sembra ritornare sui suoi passi, accusando Napolitano e la sua corrente migliorista... Ma non sembra così scontato attribuire questa “inversione di marcia” ad un’autentica riflessione autocritica, piuttosto che a un freddo calcolo elettorale (la perdita di consensi, dal 1978, era stata molto pesante). Non lo sapremo mai. La morte lo colse, dopo quattro giorni di agonia, seguiti ad un ictus, che lo aveva colpito nel bel mezzo di un comizio, a Padova, l’11 giugno 1984.

Qualche anno dopo, in seguito al crollo del Muro di Berlino e alla dissoluzione dell’Urss, la crisi del PCI – come di altri partiti comunisti europei – si accelerò, giungendo a compimento nel 1990, quando Achille Occhetto mise fine, con la Bolognina, a quello che era stato il più grande partito comunista d’occidente.

E allora, non ci sembra azzardato, in conclusione, affermare che il disastro a cui assistiamo, il marasma in cui ci troviamo oggi, a sinistra, lo dobbiamo molto anche a Berlinguer, ai segretari del PCI, e ai tanti partiti comunisti europei, che si piegarono, per lo più, dopo la fine dell’Urss, alle ragioni della borghesia, dell’economia di mercato, dello Stato liberale, del sistema capitalistico e di quelle istituzioni che, un tempo, dicevano di voler sovvertire.

E, tanto per essere chiari e per riferirci all’attualità, non crediamo che quel marasma si possa risolvere ripartendo dalla Sinistra. Di coazioni a ripetere intrise di godimento sadomaso, non se ne può più. Fanno male e il piacere è sinceramente poco.

In conclusione, ricordando un commosso editoriale dedicato su Liberazione all’ex segretario del PCI, dal titolo Berlinguer: un comunista, noi vorremmo chiudere, ribaltando l’affermazione contenuta in quel titolo. Parafrasando Primo Levi, scriviamo Berlinguer: Se questo è un comunista!

Fonte

16/05/2019

La relazione europeismo-corporativismo nei sindacati


di Domenico Moro per laboratorio21

Da circa dieci anni l’austerity europea, combinata con la più grave crisi economica dal 1929, sta devastando la società europea. I danni più gravi sono stati sopportati dal lavoro salariato che ha registrato importanti balzi all’indietro a tutti i livelli. Eppure, le mobilitazioni più importanti contro l’austerity europea sono venute soprattutto da movimenti extrasindacali sorti fuori dai luoghi di lavoro, come gli indignados e i gilet gialli, invece che dalle organizzazioni tradizionali dei lavoratori.

Non sono mancate le eccezioni, come in Francia, dove negli ultimi anni si sono avute alcune forti mobilitazioni sindacali, anche recentemente, come nel caso dei ferrovieri. Invece, le mobilitazioni contro l’austerity e le controriforme del mercato del lavoro, delle pensioni, ecc. sono state particolarmente deboli nel nostro Paese, dove persino i provvedimenti del governo Monti, di gran lunga il peggiore almeno dell’ultimo decennio, sono passati senza alcuna opposizione da parte dei sindacati principali.

Le ragioni della particolare debolezza della riposta sindacale in Italia sono molteplici, e vanno dalle massicce delocalizzazioni alla estrema frammentazione contrattuale del lavoro salariato. Ma, almeno in parte, sono da ascriversi alle scelte politiche del sindacato stesso, in particolare al connubio di concertazione, neocorporativismo e filo-europeismo, che ha caratterizzato i tre principali sindacati italiani, compreso il maggiore, cioè la Cgil.

Un appello e una lettura dell’Europa sbagliati

Il recente Appello per l’Europa, firmato congiuntamente da Confindustria e sindacati (Cgil, Cisl e Uil), è la dimostrazione emblematica di questa situazione. L’organizzazione che rappresenta i maggiori beneficiari delle controriforme europee, le grandi imprese internazionalizzate, e le organizzazioni che dovrebbero rappresentare i più penalizzati, i lavoratori salariati dell’industria, firmano insieme un manifesto che riproduce quelle illusioni sull’Europa nelle quali forse si poteva cadere qualche anno fa, ma che ora non ha più senso ripetere. L’Europa è, secondo gli estensori del manifesto, terreno di benessere, pace e democrazia e come tale va difeso.

Il processo di integrazione europeo continuerebbe a favorire “la coesione tra i Paesi” e a garantire “benefici tangibili e significativi”. Eppure, è sotto gli occhi di tutti che i vincoli europei hanno impedito di contrastare la crisi, che i meccanismi dell’euro hanno portato non alla convergenza ma alla divergenza delle economie europee e che l’Europa occidentale è, tra le aree più industrializzate, quella in maggiore difficoltà. Lascia, inoltre, perplessi l’attribuzione di “garanzia di pace” all’integrazione europea, che, invece, sta alimentando nazionalismi, competizione e proxy war tra Stati europei per la conquista di sbocchi economici e materie prime, come accade in Libia tra Italia e Francia. Senza contare che le guerre nei Balcani negli anni Novanta e oggi in Ucraina sono state fomentate anche dalla Ue e dai suoi Stati principali, come la Germania.

Non parliamo poi della democrazia. Questa è la vittima principale della Ue e dell’euro, che determinano il prevalere degli esecutivi e di organismi “tecnici” non eletti, come le Bce e la Commissione europea. In questo modo, i Parlamenti nazionali vengono espropriati della capacità di controllare le scelte di politica economica e sociale, vanificando la sovranità popolare e democratica sancita dalle Costituzioni nazionali.

Infine, di particolare debolezza e astrazione dalla realtà sono le proposte del manifesto. Si propongono alcune misure – investimenti europei finanziati da eurobond, l’esclusione dei cofinanziamenti nazionali dal Fiscal compact, l’aumento degli investimenti pubblici – la cui realizzazione è resa impossibile dai Trattati e dai meccanismi dell’euro oppure che sono già state rifiutate da molti Paesi della Ue, tra cui la Germania, perché non c’è alcuna disponibilità ad accollarsi a livello europeo il debito pubblico di singoli Paesi in difficoltà.

Altrettanto illusoria è la proposta di rafforzare la politica estera europea che, fino ad ora inesistente, è stata definitivamente affossata dal recente Trattato di Aquisgrana, che dimostra l’aspirazione dell’asse franco-tedesco a svolgere un ruolo egemonico nelle istituzioni europee e ad agire autonomamente al di fuori dell’Europa. Tuttavia, definire quest’appello un errore sarebbe sbagliato, perché esso è la logica conseguenza di un percorso ormai piuttosto lungo dei maggiori sindacati italiani, che ha visto il saldarsi di nuove forme di corporativismo – il principio della concertazione ad esempio – con l’accettazione dei vincoli esterni europei.

Le origini del “male”, l’accettazione della politica dei sacrifici e il vincolo esterno

L’origine di questo connubio è da far risalire alla metà degli anni ’70. Era quello il periodo del “compromesso storico” del Pci1, che nel 1976 organizzò, attraverso il Cespe (il centro studi di politica economica del Pci), un convegno sul tema della crisi, del costo del lavoro e dei condizionamenti internazionali dell’Italia2. Nel convegno fu presentata la posizione di Modigliani, che proponeva la cancellazione della scala mobile e la moderazione dei salari, alla cui crescita, a seguito della imponente stagione di lotte tra ’69 e primi ’70, era imputata l’alta inflazione.

La tesi di Modigliani è la stessa che abbiamo sentito negli ultimi decenni: flessibilità (ovvero moderazione salariale per gli occupati) in cambio di nuova occupazione. È quella che sarà chiamata “politica dei sacrifici”, grazie alla quale ottenere la piena occupazione, il riequilibrio dei conti con l’estero e la riduzione dell’inflazione, che era ritenuta il principale problema dei lavoratori dal sindacato e dal Pci. Per Modigliani il vincolo esterno, cioè il mercato mondiale, doveva fungere da regolatore dei salari, attraverso la liberalizzazione degli scambi internazionali. Questa posizione fu osteggiata da altri economisti, tra i quali Caffè, che, invece, riteneva che la difesa degli interessi dei lavoratori passasse attraverso un maggiore controllo statale sulle importazioni e sui movimenti di capitale collegato alle politiche di investimento pubblico e alla pianificazione.

I massimi esponenti della Cgil dell’epoca si espressero a favore di Modigliani e contro le posizioni di Caffè. Luciano Lama, segretario generale della Cgil, bollò le proposte di Caffè come protezioniste, e, in quanto tali, generatrici “di una rapida uscita dell’Italia non solo dal serpente monetario europeo3 ma anche dal novero dei paesi industrializzati”, mentre Trentin, responsabile della Fiom, accettò di moderare le rivendicazioni dei salariati in cambio della “possibilità offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici.”

Il Pci e con esso la Cgil finì per sposare le tesi di Modigliani secondo cui, dato che il vincolo esterno era ritenuto inamovibile, l’Italia non avrebbe potuto affrontare la crisi se non tagliando occupazione e salari. Nella relazione di Eugenio Peggio, responsabile del Cespe e deputato del Pci, si accetta la necessità di allineare il costo del lavoro ai paesi concorrenti, come condizione per continuare a stare in una economia aperta senza dover introdurre elementi protezionistici. Dunque, è sulla base di queste considerazioni che il Pci appoggiò le politiche di compressione salariale e deflazionistiche varate dal governo Andreotti nel 1976.

Nonostante la buona fede del segretario del Pci, appare evidente che la “teoria dell’austerità”, presentata da parte di Berlinguer come lotta al consumismo, costituì la giustificazione sul piano ideologico delle misure di compressione salariale. Il cedimento del Pci fu veramente grave perché aprì il fianco alla strategia del capitale – esemplarmente sostenuta da Giudo Carli4 – in base alla quale le difficoltà dei conti con l’estero e dell’inflazione venivano usate come pretesto per attaccare il movimento operaio nel suo momento di maggiore forza. Queste posizioni portarono alla cosiddetta svolta dell’Eur (1978) in cui il sindacato accettava di perseguire la moderazione salariale. La filosofia dietro la svolta è illustrata con chiarezza da Lama in una intervista, rilasciata il 24 gennaio 1978 a Eugenio Scalfari su la Repubblica:

“…la politica salariale nei prossimi anni dovrà essere molto contenuta, i miglioramenti che si potranno chiedere dovranno essere scaglionati nell’arco dei tre anni di durata dei contratti collettivi, l’intero meccanismo della Cassa integrazione dovrà essere rivisto da cima a fondo. Noi non possiamo più obbligare le aziende a trattenere alle loro dipendenze un numero di lavoratori che esorbita le loro possibilità produttive, né possiamo continuare a pretendere che la Cassa integrazione assista in via permanente i lavoratori eccedenti. Nel nostro documento si stabilisce che la Cassa assista i lavoratori per un anno e non oltre, salvo casi eccezionalissimi che debbono essere decisi di volta in volta dalle commissioni regionali di collocamento (delle quali fanno parte, oltre al sindacato, anche i datori di lavoro, le regioni, i comuni capoluogo). Insomma: mobilità effettiva della manodopera e fine del sistema del lavoro assistito in permanenza.”

Nonostante gli auspici dei leader sindacali, la classe lavoratrice finì per essere colpita su due fronti, oltre che su quello dell’inflazione anche su quello della disoccupazione. Intanto, le singole confederazioni della Cgil cercavano in tutti i modi di ottenere miglioramenti salariali, dimostrando a governo e Confindustria che la Cgil e il Pci non avevano il pieno controllo della spontaneità operaia. Del resto, il Pci e la Cgil finirono per scavare un solco tra loro e diversi settori popolari, specialmente giovanili, che alimentarono il movimento del ’77 e sfociarono nella contestazione di Lama all’Università di Roma. Inoltre, il Pci, a causa della sua politica di cedimento verso l’austerity, registrò un calo di voti alle elezioni del 1979. Ovviamente non possiamo confondere il Pci, neanche quello del compromesso storico, con i partiti che nasceranno dalla sua dissoluzione, Pds, Ds e Pd, né Berlinguer è paragonabile con D’Alema o con Bersani, tantomeno con Zingaretti.

Ma sarebbe anche storicamente e politicamente onesto riconoscere che la fine del Pci nonché l’evoluzione dei suoi succedanei e del sindacato dai primi anni ’90 ad oggi non cadono direttamente dal cielo ma hanno cause storiche precise. Tanto che si rimane impressionati da come i temi al centro del dibattito politico siano, dagli anni ’70 ad oggi, più o meno sempre gli stessi: lo scambio tra diritti (flessibilità e salario) e occupazione/crescita (perennemente tradito), il vincolo esterno e la paura dell’inflazione come nemico principale da battere, resi sempre più stringenti attraverso i vari trattati (da Maastricht in poi fino al Fiscal compact) e dall’introduzione prima dello Sme e poi dell’euro.

Dopo la parentesi degli anni ‘80, caratterizzata da un relativo indebolimento delle lotte, lo stesso atteggiamento che nel 1976-1977 troviamo nel sindacato, e in particolare nella Cgil, lo ritroviamo anche negli anni ’90, ma evoluto in peggio. Infatti, il Pci si è ormai sciolto, dividendosi in due tronconi, e, quindi, non c’è più una sponda politica che possa, sebbene in modo limitato, offrire un argine allo smottamento a destra delle posizioni del sindacato. Anzi, il 1992 è l’anno del Trattato di Maastricht, che viene votato anche dal partito più grande che proviene dall’esperienza del Pci, il Pds, mentre l’erede più piccolo, Rifondazione comunista, è il solo partito (o quasi) a votare contro il trattato che inciderà in modo pesante sui rapporti tra capitale e lavoro a favore del primo.

Proprio la debolezza politica dei partiti, usciti ridimensionati, quando non completamente distrutti, da “Mani pulite”, accentua la tendenza del sindacato, cioè di Cisl, Uil e soprattutto Cgil, a svolgere una funzione di supplenza politica, che si estrinseca nella cosiddetta concertazione. Il sindacato è la controparte diretta, insieme alla Confindustria, del governo nella definizione di accordi generali su aspetti importanti di politica economica e sociale, stabilendo così una forma di neocorporativismo.

È una novità in Italia, dal momento che la triangolazione Stato-imprese-sindacati era storicamente appannaggio di Paesi del Centro e del Nord Europa come la Germania e la Svezia. Con la giustificazione delle difficoltà italiane ad allinearsi ai criteri di Maastricht, accentuate dalle crisi economiche e dalla crescita del debito tra i primi anni ’80 e i primi anni ’90, il sindacato, a partire dalla Cgil, cede pezzi sempre più importanti delle precedenti conquiste dei lavoratori. Fra l’altro, mentre il sistema dei partiti è indebolito, al governo vanno i cosiddetti “tecnici”, che non devono rispondere all’elettorato e pertanto sono i più adatti a implementare politiche restrittive, anticipando quanto sarà svolto, grazie all’euro, nel periodo della crisi del debito dopo il 2011, in specie durante il governo di un altro tecnico, Mario Monti.

A quella fase possono essere fatti risalire gli accordi tra governo e sindacato del 1992-1995. In primo luogo, quello del luglio 1992 (accordo Amato), che stabilisce “di riconvergere verso i parametri dell’accordo di Maastricht” e la necessità “di recuperare piena credibilità internazionale” (temi che saranno il leitmotiv degli ultimi vent’anni fino a diventare il nocciolo del dibattito politico dopo la crisi del debito sovrano), impegnando le parti sociali, e in particolare i sindacati, a comportamenti coerenti per uscire dalla crisi, come risulta chiaramente dal passaggio seguente.

“Il Governo ritiene che, per conseguire apprezzabili risultati nell’abbattimento dell’inflazione, rafforzare la competitività dei nostri prodotti sui mercati internazionali e garantire la stabilità del cambio, occorra rendere coerente la dinamica delle retribuzioni unitarie e del costo del lavoro con l’inflazione programmata.”5

Si tratta di una scelta che avvantaggia le imprese, perché, essendo l’inflazione programmata inferiore a quella reale, ciò significa una riduzione dei salari reali a fronte di prezzi e quindi di profitti più alti. All’accordo Amato seguono quello del luglio 1993 (accordo Ciampi), che stabilisce formalmente la concertazione e quello del 1995 (accordo Dini), sulla riforma del sistema pensionistico, che introduce il sistema contributivo al posto di quello retributivo e la previdenza complementare. Ovviamente, tutti questi accordi sono inseriti nel solco dei provvedimenti indirizzati a stare all’interno del processo di convergenza definito dai trattati europei e finalizzato all’entrata nell’euro.

L’ultimo periodo della CGIL, la crisi dei corpi intermedi e la necessità della politica nel sindacato

Tra gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo secolo, Uil, Cisl e Cgil in particolare continuano a svolgere un ruolo di supplenza nei confronti della politica. Ciò accade soprattutto durante la segreteria di Cofferati, che diventa una delle personalità più di spicco del Paese, tanto da far sperare che la sinistra possa ricostruirsi attorno alla sua figura. In realtà, terminato il suo mandato alla segreteria Cgil, Cofferati finirà per passare in secondo piano, dopo un deludente periodo ai vertici del comune di Bologna. Il sindacato non è riuscito a rinnovare la politica italiana, malgrado abbia fornito numerosi dirigenti ai partiti.

L’opera del sindacato è caratterizzata dal completamento della sua trasformazione da organizzazione di lotta a soggetto della concertazione e a gestore di servizi, anche attraverso gli enti bilaterali. Questi rappresentano, insieme alla concertazione, un pilastro del neocorporativismo sindacale, essendo un importante momento di collaborazione con le associazioni imprenditoriali per la gestione di fondi e l’erogazione di pezzi di welfare e di attività di formazione. Sul piano politico, la Cgil in particolare ha svolto un ruolo, in alcuni casi determinante, di contrasto ai governi Berlusconi.

Viceversa, l’atteggiamento nei confronti dei governi Prodi è stato di appoggio attraverso il legame che la Cgil ha mantenuto con il Pds-Ds e in misura inferiore con il Pd grazie anche al passaggio di una serie di dirigenti e funzionari dal sindacato al partito. Il sindacato in questo periodo ha cercato di difendere il suo ruolo nella concertazione, fino ad arrivare a rimettere in discussione alcune decisioni, paradossalmente più avanzate (sulla previdenza), del governo Prodi II.

La crisi del 2007-2009 e la successiva crisi del debito sovrano nel 2011 sconvolgono, insieme all’assetto sociale, anche il ruolo dei sindacati nella definizione delle politiche sociali ed economiche, che è reso sempre più marginale. Infatti, la politica economica e sociale è sempre più stretta nei vincoli europei e qualunque deviazione viene rintuzzata dalla Bce e dalla Commissione europea. Anche il sindacato subisce per certi versi la tendenza all’indebolimento che investe tutti i corpi intermedi.

Ne è dimostrazione l’inazione di fronte ai provvedimenti dei governi di questi anni, a partire dalla riforma Fornero durante il governo Monti, che passa quasi senza colpo ferire da parte di Cgil, Cisl e Uil, e la cui contestazione è egemonizzata più di recente dal M5s e dalla Lega. Tuttavia, mentre i nuovi partiti riescono a sopravvivere sulla base del riflesso mediatico e come espressione degli interessi economici dominanti, pur mutando il loro carattere da quello di partito di massa e radicato sul territorio a quello di partito basato sulla comunicazione e sulla leadership carismatica, il sindacato rimane ancorato alla sua base sociale e territoriale anche grazie al servizio, che, sebbene in modo corporativo, svolge dentro e fuori i posti di lavoro.

Il punto più basso del coinvolgimento del sindacato nella definizione delle politiche pubbliche e, di conseguenza, nel suo rapporto con il centro sinistra e il Pd avviene durante la segreteria Renzi. Questi, infatti, teorizza la “disintermediazione”, cioè l’eliminazione dei corpi intermedi, che viene sancita nella sua proposta di riforma costituzionale. La sconfitta di Renzi al referendum costituzionale dimostra, però, che il sistema non sopporta mutamenti così bruschi, che, dal punto di vista del capitale, non sono neanche così necessari, vista la funzione neutralizzante della sovranità democratica da parte dei vincoli esterni rappresentati dai trattati europei e dall’euro. Al contrario, il sindacato può trovare una collocazione nella sua forma corporativa nell’attuale assetto istituzionale basato sulla combinazione tra Stato nazionale e organismi sovranazionali.

L’elezione di Landini a segretario della Cgil appare come un tentativo di rilancio del ruolo del sindacato, appannatosi dopo le vicende degli ultimi anni. Fra l’altro l’elezione di Landini è avvenuta quasi in concomitanza con quella di Zingaretti a segretario del Pd, e può rappresentare il ritorno a una qualche forma di collaborazione tra Pd e Cgil. Del resto, il carisma della figura di Landini può poco per mutare l’indirizzo del sindacato, se non si prendono di petto i nodi dirimenti centrali, che sono la concertazione, ossia la collaborazione con le imprese e con Confindustria, e i vincoli europei. Invece, l’Appello per l’Europa dimostra, come abbiamo visto, che la Cgil rimane nel solco della tradizione ormai pluridecennale europeista e di collaborazione con le organizzazioni datoriali. La mancanza di una mobilitazione spontanea in Italia, a differenza di quanto accaduto nei principali Paesi europei – Spagna, Francia e Regno Unito – dipende, tra le altre cose, dalla relativa forza che il sindacato concertativo continua ad avere e dal suo ruolo come ammortizzatore/anestetico del disagio sociale.

Per questa ragione è bene riprendere in mano la questione sindacale, che assume un nuova centralità in quanto è uno dei nodi per la ripresa dell’antagonismo di classe. Secondo un'interpretazione corrente, il sindacato e il partito agiscono su terreni diversi, il primo nella sfera dell’economia e il secondo in quella della politica. In realtà, queste due sfere sono sempre state strettamente intrecciate. Nel corso della storia del movimento operaio, il sindacato ha spesso deciso o contribuito a decidere l’orientamento del partito di riferimento. In sostanza è stato sì “cinghia di trasmissione”, ma spesso non dal partito ai lavoratori, bensì dai centri dirigenti del sindacato nei confronti del partito.

L’esito di tale condizionamento è stato più frequentemente di segno negativo, permettendo di sconfiggere la sinistra interna ai partiti operai, come la storia tedesca della Spd e della Seconda internazionale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo dimostra. Tuttavia, qualche volta è stato anche di segno positivo, favorendo la sinistra del partito, come avvenuto di recente con l’elezione inaspettata di Corbin a segretario del Labour party. Ne consegue che l’approccio al tema del sindacato non può che essere politico. È vero che il sindacato è la forma immediata e quindi più facile di organizzazione del lavoro, rappresentando il primo gradino nella partecipazione attiva dei lavoratori. È, però, altrettanto vero che non si può separare il sindacato e la sua azione da una critica politica più generale, pena il ricadere sotto l’egemonia delle compatibilità con l’esistente, cioè con il capitalismo nelle forme che esso di volta in volta assume.

Note:
1 Il compromesso storico fu un tentativo, attraverso un accordo con la Dc, di rompere la conventio ad excludendum che impediva al Pci di partecipare ai governi della Repubblica.

2 L’episodio e il suo contesto storico sono ben ricostruiti da Thomas Fazi nel suo “Sovranità o barbarie” pp.90-98.

3 Il Serpente monetario europeo fu un accordo che imponeva un margine di fluttuazione limitato tra le valute di Italia, Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo.

4 Guido Carli, governatore della Banca d’Italia per 15 anni e ministro del Tesoro nei governi Andreotti VI e VII, fu uno dei principali fautori del vincolo esterno europeo per costringere il Parlamento ad accettare politiche restrittive di bilancio.

5 Protocollo 31 luglio 1992 tra Governo e Parti sociali – Politica dei redditi, lotta all’inflazione e costo del lavoro.

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21/01/2019

Italia, il paese più ingiusto e diseguale

L’Oxfam *, nel suo annuale rapporto “Bene pubblico o ricchezza privata”, diffuso come ogni anno alla vigilia del World Economic Forum di Davos, scrive che, in Italia, il 5% più ricco degli italiani è titolare da solo della stessa quota di patrimonio posseduta dal 90% più povero e che il 20% più ricco possiede il 72% del patrimonio totale, mentre il 60% più povero ha appena il 12,4% della ricchezza nazionale.

Ma come siamo arrivati a questo fantastico risultato? Con un lungo e meticoloso lavoro di distruzione di tutte le conquiste precedenti, durato 40 anni e portato avanti nei decenni invariabilmente da tutti i governi che si sono succeduti in questo lasso di tempo, con il sostegno attivo delle burocrazie sindacali.

Se facciamo un bel salto indietro nel tempo, ritroviamo quei dirigenti del PCI che, nel 1976, decisero di collaborare con la Democrazia Cristiana e di proporre poi, nel 1978, un proprio ingresso nella maggioranza di governo.

Il ministro degli Interni, Francesco Cossiga, riteneva che la condizione per far entrare il PCI nella maggioranza fosse data “dalla capacità o meno di far accettare alla classe operaia i sacrifici necessari per uscire dalla crisi economica”, ovvero, l’adesione del PCI alla linea di austerità che era stata imposta al paese a partire dal 1976 dal governo Andreotti.

Il 24 gennaio 1978, su la Repubblica, comparve la storica intervista di Scalfari all’allora segretario generale della CGIL, Luciano Lama, intitolata “Lavoratori, stringete la cinghia” in cui Lama si dichiarò in “totale accordo” con Andreotti con queste parole: “se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea”.

Dunque, il lavoro per Lama tornava ad essere una semplice variabile dipendente dal capitale. Fu l’annuncio dell’avvio della così detta “politica dei sacrifici” che portò di lì a poco alla “svolta dell’Eur”, formalizzata nella conferenza sindacale della CGIL che si svolse, per l’appunto, al palazzo dei congressi dell’Eur, nel febbraio del 1978.

La svolta sindacale si realizzò nella Conferenza dei 1.500 delegati che consolidò la linea della moderazione salariale e di una maggiore flessibilità del lavoro con la richiesta di “riforme” nel settore dell’edilizia, dei trasporti, del fisco e della finanza pubblica.

La “svolta” però morì prima della “solidarietà nazionale” che aveva contribuito a preparare, prima che Andreotti rassegnasse le dimissioni a seguito del disimpegno del PCI nel gennaio ’79. Contro di essa si scagliò una parte consistente della base che fece pesare il suo dissenso nel corso della vertenza per i rinnovi contrattuali del ’78-’79.

La nuova linea di PCI e CGIL prevedeva moderazione salariale in cambio di un “programma di investimenti per garantire l’occupazione”.

Dicevano che i maggiori sacrifici dei lavoratori avrebbero permesso ai padroni di accumulare il capitale necessario per gli investimenti e favorire, così, l’occupazione.

Ovviamente la maggiore occupazione non arrivò mai, ma i sacrifici restarono, divenendo anzi una costante nei decenni successivi; e la retorica dei sacrifici in cambio del “miglioramento dell’economia e nell’interesse generale” fu usata per smantellare progressivamente tutto il sistema di diritti conquistato dai lavoratori in precedenza.

Lo avevano capito benissimo gli studenti ed i compagni che avevano cacciato a pedate dall’università di Roma Lama ed i suoi tirapiedi, nel febbraio del 1977.

La fine della “scala mobile” ed il successivo accordo sul costo del lavoro del 1993 tra i sindacati Cgil-Cisl-Uil, la Confindustria e il Governo Ciampi, furono il completamento della svolta dell’Eur, con la definitiva cancellazione della scala mobile e l’ancoraggio dei futuri aumenti contrattuali all'“aumento della produttività”. Un accordo che diede l’avvio ad una sfrenata corsa, da parte dei padroni, all’intensificazione selvaggia dei tassi di sfruttamento e al crollo verticale di salari e stipendi.

La cancellazione dell’art. 18 dello Statuto del lavoratori, il Jobs Act e lo smantellamento del welfare svenduto alle assicurazioni private hanno fatto il resto ed hanno portato i lavoratori italiani prossimi ad una condizione di semi-schiavitù e ad avere il triste primato delle retribuzioni più basse dell’Europa occidentale, l’età pensionabile più alta e servizi pubblici sempre più cari e scadenti.

* Oxfam è una confederazione internazionale di organizzazioni no profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo

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24/04/2017

Essere incompatibili oggi

Nel 1962, in un convegno dell'Istituto Gramsci sulle Tendenze del Capitalismo italiano, Bruno Trentin presentò la proposta che l'azione sindacale dovesse considerare il salario come variabile indipendente dai vincoli economici. Quella scelta di rifiuto delle compatibilità doveva essere, secondo Trentin, la leva fondamentale per mettere in discussione le contraddizioni storiche del sistema produttivo e sociale del paese che, dopo un colossale boom economico, si trovava di fronte a limiti quantitativi e qualitativi di fondo dello sviluppo. La lotta di classe cioè era lo strumento fondamentale per rinnovare ed innovare la struttura produttiva, riqualificare la spesa e l'intervento pubblico, costruire un sistema sociale egualitario. E così avvenne prima e dopo l'autunno caldo del 1969.

Come poi sappiamo nel 1977 Luciano Lama, in una celebre intervista ad Eugenio Scalfari, rinnegò esplicitamente e brutalmente la formula del salario variabile indipendente e sottomise l'iniziativa sindacale ai vincoli delle politiche di austerità e ristrutturazione industriale. Lo stesso Trentin fece propria la critica di Lama all'impostazione sindacale che aveva portato ai più grandi successi della storia del movimento operaio italiano e divenne uno dei principali assertori della necessità di accettare le nuove compatibilità economiche.

La ricerca Cestes USB che viene presentata ha il grande merito di riproporci gli stessi interrogativi di fondo dei momenti cardine della nostra storia: quali sono le tendenze oggi prevalenti nel capitalismo del nostro paese e quali i compiti del movimento operaio di fronte ad esse?

Al contrario dei primi anni '60 del secolo scorso, il capitalismo italiano non viene da un lungo boom economico ma da una crisi ancora più lunga. La più lunga e catastrofica. Nel 1949 il sistema produttivo del paese aveva recuperato integralmente il livello del 1939, prima della distruzione bellica, mentre oggi a dieci anni esatti dall'esplodere della grande crisi siamo ancora sotto. E il sistema industriale, come sottolinea la ricerca, ha perso il 25% della sua capacità produttiva. Il trionfo produttivo di Marchionne, esaltato da Renzi e dal sindacalismo complice, consiste nell'obiettivo di portare la produzione di auto in Italia a 700.000 all'anno, quando fino al 2000 era di 1.400.000! E allora la Fiat era una azienda italiana mentre oggi è parte di una multinazionale USA con sede legale in Olanda.

La ricerca Cestes non solo ci dice che non esiste alcuna ripresa in grado di eguagliare e superare i livelli produttivi del passato, ma che questa ripresa non è neppure voluta da ciò che resta del capitalismo italiano. Che sta semplicemente cercando il punto di sistemazione e adattamento del nostro paese nel quadro delle gerarchie economiche che la globalizzazione prima, la sua stessa crisi poi, stanno ridefinendo.

Trent'anni di politiche liberiste, di vincoli europei a partire dall'euro, di assorbimento della grande borghesia italiana in un ruolo parassitario nella finanza internazionale; e il conseguente smantellamento dell'industria pubblica, la fine di eccellenze private come la Olivetti, la svendita, minuziosamente documentata nella ricerca, del made Italy alle multinazionali, tutto questo ha reso il nostro paese una colonia industriale appetibile alle scorrerie dei più forti. Le piccole imprese da sole non saranno mai in grado di reggere l'autonomia di un sistema produttivo, ed infatti esse oggi sono soprattutto terreno di caccia. Se a tutto questo si aggiunge che le politiche di austerità di bilancio, condivise tra potere capitalistico europeo, tedesco soprattutto, e borghesia parassitaria italiana, distruggono uno stato sociale fragile e di recente costruzione, si capisce che non c'è proprio alcuna ripresa in vista. E che anzi tutte le differenze economiche produttive e sociali sono destinate ad accentuarsi, con gran parte del Mezzogiorno che già oggi sta peggio della Grecia, e con Lombardia e Veneto già gravitanti fuori dal paese per interessi economici, in via di assorbimento da parte delle zone più ricche d'Europa.

Se questa tendenza alla sottomissione finanziaria e subimperialista è la tendenza di fondo, quali sono i compiti di chi non si rassegna ad accompagnare il declino del paese con la distruzione dei diritti del lavoro e sociali? Quale cultura delle incompatibilità bisogna professare e praticare oggi, perché la lotta di classe dal basso torni ad essere una delle componenti di un sistema che oggi giustifica e pratica solo quella dall'alto, dei ricchi contro i poveri?

A me pare che la prima decisione che un sindacato di classe debba assumere è quella di non scambiate mai il lavoro con il taglio dei diritti e del salario. Oggi qui sta l'ultimo anello di quella catena del valore che giustamente la ricerca pone alla base del supersfruttamento del lavoro. Dovendo far profitto una lunga fila di persone, dal manager al padrone diretto, all'azionista, alla banca, al rentier finanziario, è chiaro che il salario diventa la sola variabile dipendente, da comprimere al massimo per permettere a tutti quelli sopra di mangiarci su. Ecco, il sindacato di classe non ci sta più. Anche se i lavoratori ricattati e disperati accettano di ribassare il valore della propria forza lavoro pur di mangiare, il sindacato di classe non ci sta, va in minoranza e combatte lo stesso.

Questa è per me la condizione di sopravvivenza fondamentale di una prospettiva di classe, oggi soprattutto che il sistema si rende conto che la ripresa non ci sarà e che bisogna tagliare occupazione e salari per sempre. Rompere o almeno strattonare e accorciare la catena del valore è la prima delle incompatibilità necessarie.

In secondo luogo occorre programmare il conflitto sociale ovunque si aprano spazi per esso. Il sindacalista deve essere prima di tutto l'agitatore, colui che organizza la rivolta ovunque sia possibile. Le lotte della logistica dimostrano che ciò è possibile in una dimensione impensata fino a pochi anni fa e ci insegnano che i migranti più sfruttati e ricattati, possono essere alla testa della ripresa del conflitto sociale.

Bisogna poi collocare ed intrecciare la lotta di classe nel territorio, nelle periferie delle grandi città e in quella gigantesca periferia che sta diventando gran parte del Mezzogiorno. Lotta di popolo e lotta di classe devono crescere assieme, come in altri momenti drammatici della storia del paese.

Bisogna saldare la lotta contro lo sfruttamento a quella contro i tagli allo stato sociale e contro la privatizzazione del sistema pubblico. Lavoratori privati e pubblici son sempre più sottoposti agli stessi processi di oppressione e il sindacato di classe deve rompere le barriere artificiose che ancora li separano.

Infine a tutto questo bisogna aggiungere che non ci sarà mai una soluzione di mercato alla disoccupazione di massa e alla precarizzazione, ma che solo un gigantesco intervento pubblico nella economia potrà abbatterle.

Una moderna e consapevole strategia delle incompatibilità è oggi necessaria per giungere alla questione di fondo: la rottura del sistema di potere dominante e la conquista di una diversa via di crescita e sviluppo. Qui c'è un profondo lavoro culturale da compiere nel mondo del lavoro e in mezzo alle popolazioni oppresse e emarginate.

Dobbiamo rovesciare a livello di massa il mantra delle compatibilità, che proclama in ogni istante che bisogna accettare ciò che passa il convento perché così vogliono il mercato, la globalizzazione, l'Europa. Proprio l'euro, la UE, la Nato sono gli strumenti principali con i quali le classi dominanti italiane ed europee hanno distrutto i diritti del lavoro e lo stato sociale, non dobbiamo avere timore di indicarli come nemici nostri e di ogni prospettiva di riscatto sociale. A chi spiega che non ci sono alternative all'accettare quello che passa il convento, dobbiamo rispondere che non solo vogliamo quello che vogliamo perché è giusto, ma proprio perché bisogna rompere questo sistema profondamente ingiusto e costruirne un altro.

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17/02/2017

17 febbraio 1977. Luciano Lama contestato e cacciato dall’università di Roma

Fu una rottura drammatica che alla fine portò alle sconfitte successive, ma prima di tutto voglio dire che Luciano Lama ed il PCI che aveva organizzato il comizio avevano torto, e gli studenti che contestarono ragione. E non solo perché l'iniziativa stessa del comizio nel cuore dell'università dove gli studenti erano in rivolta era un atto di rottura, non di confronto. Nel 1968 il PCI con Luigi Longo segretario aveva saputo capire e confrontarsi criticamente con il movimento degli studenti, rifiutando la linea di rottura allora già proposta da Giorgio Amendola. Nel 1977 invece quella linea aveva conquistato il gruppo dirigente del partito guidato da Enrico Berlinguer, che sosteneva il governo Andreotti e la politica di unità nazionale e compromesso storico con la DC. Questa politica aveva il suo corrispettivo nella svolta moderata della CGIL, che guidata da Lama accettava la politica dei sacrifici dei lavoratori, le compatibilità, l'avvio di quella che poi sarebbe stata chiamata la restaurazione liberista.

Tutto questo fu poi sancito nel 1978 con l'assemblea sindacale tenutasi all'EUR. Nel 1977 Lama ed il PCI non andarono nella Università per discutere, confrontarsi, capire, ma per imporre una linea che era contestata dagli studenti, ma anche da una parte vasta di mondo del lavoro. E la rottura all'università fu usata per rafforzare la politica di unità nazionale e criminalizzare il dissenso verso di essa. Nel 1979 Berlinguer, forzando la mano ad un gruppo dirigente politico e sindacale che invece voleva andare avanti per quella via, ruppe con la DC e riportò il PCI al conflitto, ma era troppo tardi. Oramai la rottura del 1977 aveva fatto i suoi danni sia dal lato degli studenti, sia verso il mondo del lavoro. La lotta armata era stata la via di fuga sbagliata presa da una parte di quei giovani, che avevano visto chiudersi tutto attorno a loro e che l'11 marzo del 1977 avevano pianto Francesco Lorusso ucciso dalla polizia a Bologna. La rottura con gli studenti e la politica dei sacrifici indebolirono il movimento operaio e furono tra le cause della sconfitta alla Fiat nel 1980. Tutta la crescita democratica del paese avviatasi con le lotte studentesche ed operaie del 68/69 fu bloccata, ed un intero decennio, il migliore della storia repubblicana, fu criminalizzato dalle forze e dal potere della restaurazione.

La storia non si fa con i se, ma a volte pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente aiuta. Se il PCI e la CGIL avessero fatto la scelta di un vero dialogo con gli studenti che li contestavano, come avevano fatto nel 1968, penso che le cose sarebbero andate diversamente, meglio.

E poi il passato non è passato, perché oggi a Bologna il sindaco ed il PD assieme alla destra si scagliano contro gli studenti in lotta e plaudono alla repressione poliziesca.

Se guardiamo alla società in cui viviamo, alle sue terribili ingiustizie, alla distruzione di futuro che colpisce prima di tutto i giovani, bisogna aver il coraggio di dire che Lama aveva torto e chi lo contestava ragione. Vale per ieri e ancora di più per oggi.

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Lama non l’ama ancora nessuno

17 febbraio 1977 – 40 anni fa la cacciata di Lama dall'Università La Sapienza di Roma

« Il padrone disperato / ha chiamato il sindacato: / “Lama mio salvami tu, / così non se ne può più” / E con gran pubblicità / va nell’università. / Di preciso il diciassette / del febbraio ’77 / sopra un palco da cantante / il progetto delirante: / “Il lavoro benedici / viva viva i sacrifici”. » (Murale all’università di Bologna, 1977. Oggi patrimonio di Wikipedia)

A quarant’anni di distanza dalla meritata cacciata di Luciano Lama dall’università di Roma, l’episodio va riletto con il linguaggio di allora. L’immaginario da indiani (metropolitani) del ’77, l’idea, riportata anche in una canzone di De Andrè, che la cacciata di Lama potesse ricordare la sconfitta del generale Custer a Little Big Horn, oggi sembra più corretta che provocatoria. Il ’77 ha infatti fatto la fine degli indiani: la cacciata di Lama ricorda una grande sconfitta dei partiti della ristrutturazione capitalistica, perché era quella che simbolicamente voleva imporre la Cgil di Lama, prima che questa travolgesse il movimento del ’77 in quegli anni e successivamente e l’intero paese. Movimento che, in questo modo, si legge come una sorta di ultima, coraggiosa, persino poetica, resistenza alla valanga neoliberista. Come accadde, fatte salve le differenze storiche, per le jacquerie contadine o i luddisti inglesi. Movimenti, specie i primi, ampiamente citati nel bagaglio culturale del ’77 mentre, visti gli slogan dell’epoca (“tutto il potere all’automazione” per uscire dalla società del lavoro) con il luddismo c’era sicuramente feeling in materia di sabotaggio ma l’incedere della innovazione tecnologica era visto, soprattutto, come liberatorio. Certo, oggi, ad una società impaurita la cacciata di Lama non ha molto da dire. Inoltre tutti i decennali, della cacciata di Lama e del ’77, hanno detto cose diverse alla società italiana. Il primo, nel 1987, fu sostanzialmente la voce del vincitore che concesse, nei media dell’epoca, qualche spazio agli sconfitti. Negli anni ’90 si imposero produzioni indipendenti che riuscirono un po' a mordere il solito contesto revisionistico del media mainstream sull’argomento. Nel 2007, sul filone della storiografia emersa con gli anni dei movimenti noglobal, i testi, e le voci, in grado di incalzare il mainstream furono di maggior spessore.

Già, si dirà, mai i fatti? Si possono sintetizzare in questo modo: all’inizio del ’77 si sviluppò un forte movimento di contestazione alla tentata riforma dell’università (la cosiddetta circolare Malfatti). La contestazione non si limitò al solo aspetto universitario. Entrò direttamente in rotta di collisione con la politica dell’austerità voluta dal Pci, con la stessa idea di società dell’allora compromesso storico per arrivare ad aggredire il linguaggio e le idee-forza della cultura italiana, senza risparmiare gli stessi gruppi della sinistra extraparlamentare italiana del periodo. Luciano Lama, “mal consigliato” secondo un po' di memorialistica della sinistra italiana, decise, assieme ai vertici del Pci, che era il caso che il sindacato, che si era fatto carico di far passare la linea dura dei sacrifici e della moderazione salariale tra i lavoratori, facesse un atto politico forte di presenza all’Università la Sapienza.

Quest’atto forte fu un comizio, difeso dal servizio d’ordine del sindacato e del PCI, davanti al piazzale dell’università dove si dovevano ribadire sia la linea del sindacato che la presenza della sinistra istituzionale di fronte agli studenti che occupavano le facoltà. Gli argomenti di Lama erano un classico della retorica di sinistra che nasconde contenuti di destra: partire dai classici della mitologia progressista per poi cercare di imporre una linea politica di svendita dei diritti. Per il movimento del ’77 era abbastanza per essere contestati. In più, nel modo scenico di presentarsi (dal servizio d’ordine, all’amplificazione alle urla nel microfono) Lama ci mise quel surplus di arroganza che gli garantì la cacciata, assieme al suo servizio d’ordine in rotta. Fu una grave sconfitta per la Cgil e per il Pci che dimostrò che entrambi non avevano né il polso del mondo giovanile né, in significativi settori della società italiana, l’egemomonia a sinistra. Certo, vista oggi, si tratta di mondi lontani. Ma in politica il passato, la necessità di leggerlo per capire il presente, torna sempre. E quando sarà nessuno Lama l’amerà, anzi lamerà come nel ’77.

Terry McDermott

articolo tratto dall’edizione cartacea di Senza Soste del mese di febbraio n° 123

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08/02/2017

Una “Storia anomala”, a quaranta anni dal Movimento del ’77


Giovedì 16 febbraio non prendete appuntamenti. A Roma verrà presentato il libro “Una storia anomala”, una ricostruzione oggettiva e soggettiva degli anni '70 attraverso l'esperienza di uno dei gruppi politici, più anomali appunto, nato in quegli anni: l'Organizzazione Proletaria Romana. L'occasione sono i quaranta anni trascorsi dal 1977, della cacciata di Lama dall'università e dal movimento che ha segnato un'epoca assai più di un 1968 ampiamente cooptato dalle classi dominanti.

Nel febbraio di quaranta anni fa, nel paese si materializzava un movimento di massa dai caratteri antagonisti. Partito per contestare la Riforma Malfatti su università e scuola, fu costretto a radicalizzarsi rapidamente sul piano politico. Il governo era quello di Andreotti che si manteneva grazie all'astensione del Pci in parlamento, evocando la possibilità del compromesso storico tra i due maggiori partiti dell'epoca (Dc e Pci). I fascisti ci misero del loro sparando dentro l'università La Sapienza e riducendo in fin di vita uno studente di sinistra. La reazione antifascista vide la manifestazione contro una sede fascista (quella di via Sommacampagna) coinvolta in scontri a fuoco con gli agenti in borghese delle squadre speciali con un agente ferito e due compagni feriti e arrestati (Paolo e Daddo). Da quel giorno, era il 2 febbraio, nulla fu più come prima. Il movimento si estese rapidamente occupando l'università e in alcuni casi le scuole superiori.

Il sistema di potere, fondato sull'asse Dc-Pci, provò a normalizzare quella rottura utilizzando la Cgil e spedendo il segretario Lama a fare un comizio dentro l'università occupata. I durissimi scontri tra il servizio d'ordine (più del Pci che della Cgil) e il movimento, costrinsero il 17 febbraio Lama ad una precipitosa fuga dall'ateneo. Nel pomeriggio il ministro degli Interni Cossiga spedì ruspe e blindati della polizia a sgomberare l'università occupata. Ma ormai il focolaio era diventato incendio.

Sono passati quaranta anni da un movimento che aveva colto e contestato con largo anticipo le misure che hanno via via destrutturato e massacrato socialmente il nostro paese: dalla deindustrializzazione alla precarietà strutturale del lavoro, dalla liquidazione della scolarizzazione di massa alla regressione dell'ascensore sociale. Ciò spiega la rimozione e la demonizzazione di quel movimento da parte degli apparati ideologici dello Stato e della borghesia.

In questo contesto, a febbraio sono previste una serie di iniziative di confronto e rimessa a fuoco sul piano politico di quel decennio degli anni Settanta in cui tante indicazioni ed esperienze utili sono maturate e che oggi presentano carattere di estrema attualità.

Tra queste iniziative ne segnaliamo una che ci vede impegnati in prima persona. E' infatti in stampa il libro “Una storia anomala. Dall'Organizzazione Proletaria Romana alla Rete dei Comunisti” edito dal nostro giornale. La prima presentazione del libro ci sarà a Roma giovedì 16 febbraio all'università La Sapienza.

L'Opr è stata una esperienza politica dentro il movimento nella quale hanno militato molti dei compagni che curano Contropiano e che hanno dato vita alla Rete dei Comunisti. Una esperienza “locale” dentro una Roma proletaria e che vide proprio nella “proletarizzazione” dei militanti una scelta consapevole, in controtendenza rispetto al movimentismo, pure maggioritario, e in alternativa ai gruppi della allora sinistra extraparlamentare. Una esperienza anomala, dunque, che però ha retto nel tempo, pur passando dentro le vicissitudini ('no calvario, commentò una volta un compagno aversano) di quegli anni.

In questo primo volume de “Una storia anomala”, si tratta degli anni Settanta e della nascita dell'Opr, dai primi nuclei di militanti fino alla prima esperienza della Lista di Lotta nel 1980. Sono in cantiere altri due volumi: uno sugli anni Ottanta che dunque trattano la fase dalla Lista di Lotta al Movimento per la Pace e il Socialismo, il secondo sul percorso nei terribili anni Novanta fino alla nascita della Rete dei Comunisti.

Le presentazioni del libro, anche se in larga parte dedicato ad una esperienza specifica della sinistra rivoluzionaria, saranno una occasione di confronto dinamico e non di nostalgia, quella che in una pubblicazione del 1994 collocava le ragioni dei comunisti tra passato e futuro, continuamente.

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