di Giorgio Cremaschi
Il 17 giugno CGIL-CISL-UIL hanno sottoscritto tra loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.
Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti “contratti pirata”.
Sostanzialmente CGIL-CISL-UIL propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del ’92/’93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione aziendale alle elargizioni dell’impresa.
Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’OCSE, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro.
Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno.
Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.
Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.
È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.
Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi.
Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che sono davvero. Lo hanno inventato CGIL-CISL-UIL e Confindustria, ora lo adotta di buon grado il governo.
Il sistema riproposto da CGIL-CISL-UIL prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI , un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività.
Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale; se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.
L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di CGIL-CISL-UIL e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori.
È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.
Quanto alla CGIL, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa stessa proclamava. La CGIL abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.
Il patto di CGIL-CISL-UIL conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario.
Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/06/2026
CGIL-CISL-UIL sostengono Meloni
19/07/2025
Meloni al congresso CISL, una sceneggiata di regime
La Meloni rivendica il forte incremento di posti di lavoro, ma dimentica di precisare che si tratta di lavoratori poveri, condannati a salari da fame. Il lavoro che cresce in Italia è solo quello concentrato nei settori a bassa o bassissima retribuzione che i contratti a tempo indeterminato, ma per lo più part time, non risolvono.
Invece di prendere atto che proprio la cancellazione della scala mobile produsse un arretramento dei salari che non ha eguali in Occidente, la Meloni plaude alla scelta infame che la Cisl di allora fece col patto di San Valentino e anzi, si congratula con la Cisl di oggi per la volontà dichiarata di agire nella stessa direzione. Favoleggia degli stanziamenti per i rinnovi dei contratti pubblici ma evita di prendere atto che le retribuzioni nella P.A. perdono terreno e che i nuovi contratti sono lontanissimi dall’inflazione reale. Si vanta della riduzione delle aliquote IRPEF, che è l’ennesimo schiaffo alla progressività delle imposte e quindi un ulteriore regalo alle classi agiate.
Il Patto che adombra è un accordo dove solo chi accetta un maggiore sfruttamento può sperare di avere qualche ritorno salariale magari in termini di welfare aziendale. Ma ha fatto male i conti: questo paese sta diventando una polveriera e non solo per le armi che sembrano essere diventate le uniche merci che vogliamo continuare a produrre.
Unione Sindacale di Base
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Invece di prendere atto che proprio la cancellazione della scala mobile produsse un arretramento dei salari che non ha eguali in Occidente, la Meloni plaude alla scelta infame che la Cisl di allora fece col patto di San Valentino e anzi, si congratula con la Cisl di oggi per la volontà dichiarata di agire nella stessa direzione. Favoleggia degli stanziamenti per i rinnovi dei contratti pubblici ma evita di prendere atto che le retribuzioni nella P.A. perdono terreno e che i nuovi contratti sono lontanissimi dall’inflazione reale. Si vanta della riduzione delle aliquote IRPEF, che è l’ennesimo schiaffo alla progressività delle imposte e quindi un ulteriore regalo alle classi agiate.
Il Patto che adombra è un accordo dove solo chi accetta un maggiore sfruttamento può sperare di avere qualche ritorno salariale magari in termini di welfare aziendale. Ma ha fatto male i conti: questo paese sta diventando una polveriera e non solo per le armi che sembrano essere diventate le uniche merci che vogliamo continuare a produrre.
Unione Sindacale di Base
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28/02/2025
Per quale Costituzione hanno scioperato i magistrati?
Lo sciopero dei magistrati è una anomalia tutta italiana, ma purtroppo ce ne dobbiamo fare una ragione anche al fine di evitare di sentire la solita cantilena dell’attacco all’indipendenza e all’autonomia di una categoria incontrollata e incontrollabile che non paga mai per i suoi errori e nemmeno per i suoi orrori.
Ma veniamo al motivo dell’astensione dal lavoro. “In difesa della Costituzione” dicono dopo averla sbandierata e squadernata alle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario per poi uscire dalle aule nel momento in cui parlava un rappresentante del ministero. Comportamenti e atteggiamenti da asilo Mariuccia da parte di funzionari dello Stato super pagati.
La domanda è una sola. Per quale Costituzione scioperano? Per quella targata 1948 e poi buttata nel cesso circa mezzo secolo fa dal regime DC-PCI e dai governi di unità nazionale? O scioperano in nome della Costituzione materiale adeguata alle leggi di emergenza pretese e ottenute dalle procure, approvate da un Parlamento di vigliacchi che aveva interamente delegato ai magistrati la questione della sovversione interna?
Parliamo delle leggi premiali che consentirono ai responsabili dei crimini più efferati di uscire dal carcere “puniti” non per quello che avevano commesso ma per ciò che pensavano di quanto avevano fatto? Le leggi della madre di tutte le emergenze restarono in vigore anche nelle emergenze successive, mafia e Mani pulite. Non ci furono tribunali speciali come nel ventennio ma uso speciale dei tribunali ordinari. Cioè il peggio del peggio, perché se avessero creato i tribunali speciali poi avrebbero dovuto a un certo punto abolirli.
Invece stanno ancora lì. Tanto è vero che siamo alla repressione senza sovversione. In corte di assise 50 anni dopo per accertare con carte false e violazioni delle regole processuali chi uccise il carabiniere ma non Mara Cagol, finita con un colpo di grazia il 5 giugno del 1975. 50 anni fa.
E stiamo con il carcere duro del 41bis applicato a oltre 700 detenuti un numero superiore a quello del periodo delle stragi di mafia. Dove sta la Costituzione del 1948? Non c’è più da tempo immemore. Ma serve all’Anm, la cupola della magistratura, per prendere in giro un paese intero in nome della “legalità” che non è mai il diritto di chi è senza diritti.
Chi è senza diritti non ha alternative al conflitto sociale oggi in verità molto debole ma per quel poco che c’è viene represso da magistrati e politici uniti nella lotta. Su questo non litigano. Come quando usarono la Costituzione come carta igienica per contrastare un tentativo di rivoluzione, il più serio nel cuore dell’Occidente.
Fonte
Ma veniamo al motivo dell’astensione dal lavoro. “In difesa della Costituzione” dicono dopo averla sbandierata e squadernata alle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario per poi uscire dalle aule nel momento in cui parlava un rappresentante del ministero. Comportamenti e atteggiamenti da asilo Mariuccia da parte di funzionari dello Stato super pagati.
La domanda è una sola. Per quale Costituzione scioperano? Per quella targata 1948 e poi buttata nel cesso circa mezzo secolo fa dal regime DC-PCI e dai governi di unità nazionale? O scioperano in nome della Costituzione materiale adeguata alle leggi di emergenza pretese e ottenute dalle procure, approvate da un Parlamento di vigliacchi che aveva interamente delegato ai magistrati la questione della sovversione interna?
Parliamo delle leggi premiali che consentirono ai responsabili dei crimini più efferati di uscire dal carcere “puniti” non per quello che avevano commesso ma per ciò che pensavano di quanto avevano fatto? Le leggi della madre di tutte le emergenze restarono in vigore anche nelle emergenze successive, mafia e Mani pulite. Non ci furono tribunali speciali come nel ventennio ma uso speciale dei tribunali ordinari. Cioè il peggio del peggio, perché se avessero creato i tribunali speciali poi avrebbero dovuto a un certo punto abolirli.
Invece stanno ancora lì. Tanto è vero che siamo alla repressione senza sovversione. In corte di assise 50 anni dopo per accertare con carte false e violazioni delle regole processuali chi uccise il carabiniere ma non Mara Cagol, finita con un colpo di grazia il 5 giugno del 1975. 50 anni fa.
E stiamo con il carcere duro del 41bis applicato a oltre 700 detenuti un numero superiore a quello del periodo delle stragi di mafia. Dove sta la Costituzione del 1948? Non c’è più da tempo immemore. Ma serve all’Anm, la cupola della magistratura, per prendere in giro un paese intero in nome della “legalità” che non è mai il diritto di chi è senza diritti.
Chi è senza diritti non ha alternative al conflitto sociale oggi in verità molto debole ma per quel poco che c’è viene represso da magistrati e politici uniti nella lotta. Su questo non litigano. Come quando usarono la Costituzione come carta igienica per contrastare un tentativo di rivoluzione, il più serio nel cuore dell’Occidente.
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12/02/2025
Complicità tossica tra Meloni e la CISL
“Rifondare la dinamica fra impresa e lavoro, superando una volta per tutte questa tossica visione conflittuale che anche nel mondo del sindacato qualcuno si ostina ancora a sostenere”.
A queste parole di Giorgia Meloni l’assemblea dei delegati al congresso della CISL ha tributato una ovazione.
Pensiamo un po’, l’Italia è il solo paese OCSE dove negli ultimi trent’anni i salari reali siano calati. Ogni anno oltre 1.500 lavoratori vengono uccisi nei luoghi di lavoro, e ben più di 500.000 vengono feriti.
La condizione di oppressione e sfruttamento di milioni di lavoratori precari è indegna di uno dei paesi che si vanta di essere tra i più ricchi del mondo. Prepotenza e autoritarismo limitano e colpiscono a fondo i diritti e le libertà della grande maggioranza del mondo del lavoro, con le persone sottoposte ai vincoli di fedeltà e obbedienza nei confronti delle direzioni delle imprese.
E chi sgarra, chi magari sui social racconta cosa succeda davvero nella sua azienda, chi critica gli amministratori, i manager, i padroni o i ministri, viene punito e perfino licenziato.
Da tempo la Costituzione è scomparsa dai luoghi e dai rapporti di lavoro, lavoratrici e lavoratori non sono liberi nel senso più semplice e profondo della parola, mentre al contrario per le imprese crescono privilegi e impunità. Quando ci sono controlli su qualsiasi tema e di qualsiasi tipo, le imprese italiane risultano fuorilegge con percentuali tra il 70 e l’80%.
Questa condizione nella quale i lavoratori italiani sono precipitati, dopo decenni di arretramento, non è stata causata dall’“eccesso di conflitto” tra lavoro e imprese, ma dal suo esatto contrario. Dalla progressiva conquista di potere da parte delle imprese contro i lavoratori, agevolata dalle leggi che hanno abbattuto i diritti del lavoro e dalla moderazione, fino all’acquiescenza, dei grandi sindacati, la CISL in testa, ma anche UIL e CGIL, almeno fino a poco tempo fa.
“Non so se c’è stata lotta di classe, ma se c’è stata l’abbiamo vinta noi”, disse anni fa il miliardario USA Warren Buffet.
Oggi ci sarebbe bisogno della ripresa di un sano e mirato conflitto generalizzato nei luoghi di lavoro, il solo sistema civile e democratico di riequilibrare rapporti di forza totalmente sbilanciati ai danni dei lavoratori. E ci vorrebbero leggi a sostegno del lavoro, dal salario minimo, alla lotta agli omicidi sul lavoro, al freno alla precarietà, ai licenziamenti e alle delocalizzazioni.
Invece Meloni, che nel suo discorso di insediamento aveva esaltato la peggiore libertà d’impresa, oggi demonizza il conflitto; e i funzionari della CISL le fanno la ola.
Tutti i benefici per il lavoro verrebbero soltanto dal disegno di legge sulla “partecipazione” presentato dalla CISL e sostenuto dalla destra.
Un progetto di legge che spaccia per nuovi poteri dei lavoratori quelle che in realtà sono altre agevolazioni e finanziamenti alle imprese.
La proposta della CISL non ha infatti nulla a che vedere con la “cogestione” tedesca, che assegna ai sindacati veri poteri di controllo e persino di veto su alcune scelte aziendali. Né tantomeno allude al “piano Meidner”, che in Svezia – quarant‘anni fa – propose la distribuzione delle azioni ai dipendenti. Piano poi abbandonato dai socialdemocratici, perché era stato calcolato che nel tempo i dipendenti avrebbero acquisito la proprietà delle imprese.
Nulla di tutto questo, con la legge che piace tanto a Meloni. Qui nessun lavoratore decide nulla, si costruisce il solito sistema burocratico paritetico tra sindacati e direzioni aziendali, che, con infinite commissioni, dovrebbe discutere dei piani dell’impresa, con ZERO poteri di intervento.
Quanto alla distribuzione di azioni ai dipendenti (ovviamente senza toccare il controllo dell’azienda), essa potrà avvenire al posto dei premi di risultato e sarà esentasse. Se poi un’azienda dovesse distribuire a titolo gratuito le proprie azioni ai dipendenti, allora sarebbe lo Stato a pagare. Cioè le imprese si finanzierebbero coi soldi dei lavoratori e con quelli pubblici, dove sarebbe la novità?
L’esaltazione da parte di Meloni del progetto CISL e la sua condanna del conflitto sociale sono in pura continuità con il corporativismo fascista, che abolì la libertà di sciopero e mise lavoratori e padroni dentro la stessa organizzazione sindacale, nel nome del comune destino aziendale.
A sua volta la CISL di oggi, che firma separatamente contratti in svendita e che esalta come partecipazione dei lavoratori il finanziamento pubblico al paternalismo padronale, rispolvera la sua peggiore politica, di rottura sindacale e subalternità a imprese e governi, degli anni '50 del secolo scorso.
Quella di Meloni e CISL è complicità tossica, nociva per i lavoratori e per il paese.
Fonte
A queste parole di Giorgia Meloni l’assemblea dei delegati al congresso della CISL ha tributato una ovazione.
Pensiamo un po’, l’Italia è il solo paese OCSE dove negli ultimi trent’anni i salari reali siano calati. Ogni anno oltre 1.500 lavoratori vengono uccisi nei luoghi di lavoro, e ben più di 500.000 vengono feriti.
La condizione di oppressione e sfruttamento di milioni di lavoratori precari è indegna di uno dei paesi che si vanta di essere tra i più ricchi del mondo. Prepotenza e autoritarismo limitano e colpiscono a fondo i diritti e le libertà della grande maggioranza del mondo del lavoro, con le persone sottoposte ai vincoli di fedeltà e obbedienza nei confronti delle direzioni delle imprese.
E chi sgarra, chi magari sui social racconta cosa succeda davvero nella sua azienda, chi critica gli amministratori, i manager, i padroni o i ministri, viene punito e perfino licenziato.
Da tempo la Costituzione è scomparsa dai luoghi e dai rapporti di lavoro, lavoratrici e lavoratori non sono liberi nel senso più semplice e profondo della parola, mentre al contrario per le imprese crescono privilegi e impunità. Quando ci sono controlli su qualsiasi tema e di qualsiasi tipo, le imprese italiane risultano fuorilegge con percentuali tra il 70 e l’80%.
Questa condizione nella quale i lavoratori italiani sono precipitati, dopo decenni di arretramento, non è stata causata dall’“eccesso di conflitto” tra lavoro e imprese, ma dal suo esatto contrario. Dalla progressiva conquista di potere da parte delle imprese contro i lavoratori, agevolata dalle leggi che hanno abbattuto i diritti del lavoro e dalla moderazione, fino all’acquiescenza, dei grandi sindacati, la CISL in testa, ma anche UIL e CGIL, almeno fino a poco tempo fa.
“Non so se c’è stata lotta di classe, ma se c’è stata l’abbiamo vinta noi”, disse anni fa il miliardario USA Warren Buffet.
Oggi ci sarebbe bisogno della ripresa di un sano e mirato conflitto generalizzato nei luoghi di lavoro, il solo sistema civile e democratico di riequilibrare rapporti di forza totalmente sbilanciati ai danni dei lavoratori. E ci vorrebbero leggi a sostegno del lavoro, dal salario minimo, alla lotta agli omicidi sul lavoro, al freno alla precarietà, ai licenziamenti e alle delocalizzazioni.
Invece Meloni, che nel suo discorso di insediamento aveva esaltato la peggiore libertà d’impresa, oggi demonizza il conflitto; e i funzionari della CISL le fanno la ola.
Tutti i benefici per il lavoro verrebbero soltanto dal disegno di legge sulla “partecipazione” presentato dalla CISL e sostenuto dalla destra.
Un progetto di legge che spaccia per nuovi poteri dei lavoratori quelle che in realtà sono altre agevolazioni e finanziamenti alle imprese.
La proposta della CISL non ha infatti nulla a che vedere con la “cogestione” tedesca, che assegna ai sindacati veri poteri di controllo e persino di veto su alcune scelte aziendali. Né tantomeno allude al “piano Meidner”, che in Svezia – quarant‘anni fa – propose la distribuzione delle azioni ai dipendenti. Piano poi abbandonato dai socialdemocratici, perché era stato calcolato che nel tempo i dipendenti avrebbero acquisito la proprietà delle imprese.
Nulla di tutto questo, con la legge che piace tanto a Meloni. Qui nessun lavoratore decide nulla, si costruisce il solito sistema burocratico paritetico tra sindacati e direzioni aziendali, che, con infinite commissioni, dovrebbe discutere dei piani dell’impresa, con ZERO poteri di intervento.
Quanto alla distribuzione di azioni ai dipendenti (ovviamente senza toccare il controllo dell’azienda), essa potrà avvenire al posto dei premi di risultato e sarà esentasse. Se poi un’azienda dovesse distribuire a titolo gratuito le proprie azioni ai dipendenti, allora sarebbe lo Stato a pagare. Cioè le imprese si finanzierebbero coi soldi dei lavoratori e con quelli pubblici, dove sarebbe la novità?
L’esaltazione da parte di Meloni del progetto CISL e la sua condanna del conflitto sociale sono in pura continuità con il corporativismo fascista, che abolì la libertà di sciopero e mise lavoratori e padroni dentro la stessa organizzazione sindacale, nel nome del comune destino aziendale.
A sua volta la CISL di oggi, che firma separatamente contratti in svendita e che esalta come partecipazione dei lavoratori il finanziamento pubblico al paternalismo padronale, rispolvera la sua peggiore politica, di rottura sindacale e subalternità a imprese e governi, degli anni '50 del secolo scorso.
Quella di Meloni e CISL è complicità tossica, nociva per i lavoratori e per il paese.
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06/12/2022
Cile - Il recente sciopero dei camionisti
Che i camionisti abbiano avuto un ruolo (e un finanziamento) importante nella strategia della CIA per creare le condizioni che preludono al golpe di Pinochet, è cosa risaputa. Meno noto è il ruolo che hanno svolto negli anni successivi e, soprattutto, chi sono realmente coloro che tirano le fila e traggono profitto dagli scioperi nei trasporti che si sono susseguiti nel tempo con i vari governi.
È utile ripercorrere un po’ la storia di queste mobilitazioni, prima di proporre un articolo che spiega in dettaglio non solo questi aspetti, ma anche come – ahimè – la “sinistra” abbia perso la capacità di mobilitazione che sarebbe legittimo aspettarsi, allineandosi alle richieste reazionarie tout court di repressione pura e semplice, come fanno le destre.
Bisogna premettere che il regime dittatoriale di Pinochet ha condizionato enormemente le infrastrutture del Cile. Si è verificato, infatti, il completo smantellamento delle linee ferroviarie a favore delle autostrade, che ovviamente diventano così indispensabili per qualsiasi spostamento di merci da una parte all’altra del lunghissimo Paese.
Le imprese trasportatrici diventano quindi programmaticamente una classe privilegiata, visto che si erano già create ottime referenze nella gestione del golpe. Hanno cominciato anche ad accumulare privilegi economici e fiscali molto consistenti nel 1984, quando la dittatura ha deciso che loro, come pure i minatori e gli agricoltori, potevano dichiarare al fisco una “rendita presunta”, pagando così mediamente la metà di quanto realmente dovuto.
Nel 1988, Pinochet, ormai quasi agli sgoccioli del suo “mandato”, concesse loro un altro privilegio: un ribasso del gasolio alla metà del prezzo, mentre quello della benzina rimaneva lo stesso.
Nel 1990, il primo governo democratico a presidenza del democristiano Aylwin provò a togliere la dichiarazione di “rendita presunta”, ma dovette fare marcia indietro. E diede il suo evidente tributo ai trasportatori aumentando successivamente soltanto il prezzo della benzina senza toccare quello del gasolio.
Nel 2001, fu il “socialista” Lagos a pagare pegno, aumentando anche lui la benzina senza toccare il gasolio. Solo per il loro potere di pressione, i trasportatori pagavano un quarto di quanto pagavano gli altri e, per di più, il fisco restituiva loro il 25% delle imposte specifiche pagate.
Nel 2008 un blocco nazionale di quattro giorni paralizzò il paese (totalmente dipendente dal trasporto su ruote) in tutti i settori, dalle esportazioni agli ospedali e agli alimentari. Il governo Bachelet cedette e decise che, transitoriamente, il fisco avrebbe restituito ai trasportatori l’80% delle imposte specifiche.
Ma quando l’accordo si avvicina alla scadenza, ecco di nuovo che la pressione della categoria ha la meglio. E così nel 2014, in sede di discussione di riforma tributaria, e nel 2020, nel contesto di un aumento delle imposte, i trasportatori ottengono ulteriori benefici.
Anche in questo 2022, il governo Boric ha rapidamente ceduto, accettando inizialmente di fissare il prezzo del gasolio per tre mesi, malgrado gli aumenti stellari a livello mondiale sui costi dell’energia. Ma per alcuni dirigenti delle imprese trasportatrici questo non bastava: hanno mantenuto i blocchi stradali per otto giorni esigendo addirittura il ribasso del 30% del prezzo del combustibile. Un costo equivalente al bilancio annuale della sanità primaria in Cile.
I problemi creati dagli scioperi dei trasportatori sono talmente pesanti per il Cile che lo scorso 1° giugno, il presidente Gabriel Boric ha dichiarato che è “[...] un desiderio trasversale e storico del nostro Paese poter contare su un’ampia rete di treni [...]”.
Ha anche preannunciato l’obiettivo di portare 150 milioni di passeggeri sulle ferrovie nel 2026. Nel frattempo si ripromette di “lavorare seriamente per il treno che unirà Valparaiso e Santiago”.
Quest’opera, pur nel suo limitatissimo chilometraggio, è giudicata piuttosto discutibile per gli eccessivi costi economici e ambientali rispetto ai benefici, di cui fruirebbe solo il porto di Valparaiso lasciando fuori da qualsiasi utilità l’intera Regione, e, ovviamente, il resto del Paese. Ma questa è un’altra storia...
È utile ripercorrere un po’ la storia di queste mobilitazioni, prima di proporre un articolo che spiega in dettaglio non solo questi aspetti, ma anche come – ahimè – la “sinistra” abbia perso la capacità di mobilitazione che sarebbe legittimo aspettarsi, allineandosi alle richieste reazionarie tout court di repressione pura e semplice, come fanno le destre.
Bisogna premettere che il regime dittatoriale di Pinochet ha condizionato enormemente le infrastrutture del Cile. Si è verificato, infatti, il completo smantellamento delle linee ferroviarie a favore delle autostrade, che ovviamente diventano così indispensabili per qualsiasi spostamento di merci da una parte all’altra del lunghissimo Paese.
Le imprese trasportatrici diventano quindi programmaticamente una classe privilegiata, visto che si erano già create ottime referenze nella gestione del golpe. Hanno cominciato anche ad accumulare privilegi economici e fiscali molto consistenti nel 1984, quando la dittatura ha deciso che loro, come pure i minatori e gli agricoltori, potevano dichiarare al fisco una “rendita presunta”, pagando così mediamente la metà di quanto realmente dovuto.
Nel 1988, Pinochet, ormai quasi agli sgoccioli del suo “mandato”, concesse loro un altro privilegio: un ribasso del gasolio alla metà del prezzo, mentre quello della benzina rimaneva lo stesso.
Nel 1990, il primo governo democratico a presidenza del democristiano Aylwin provò a togliere la dichiarazione di “rendita presunta”, ma dovette fare marcia indietro. E diede il suo evidente tributo ai trasportatori aumentando successivamente soltanto il prezzo della benzina senza toccare quello del gasolio.
Nel 2001, fu il “socialista” Lagos a pagare pegno, aumentando anche lui la benzina senza toccare il gasolio. Solo per il loro potere di pressione, i trasportatori pagavano un quarto di quanto pagavano gli altri e, per di più, il fisco restituiva loro il 25% delle imposte specifiche pagate.
Nel 2008 un blocco nazionale di quattro giorni paralizzò il paese (totalmente dipendente dal trasporto su ruote) in tutti i settori, dalle esportazioni agli ospedali e agli alimentari. Il governo Bachelet cedette e decise che, transitoriamente, il fisco avrebbe restituito ai trasportatori l’80% delle imposte specifiche.
Ma quando l’accordo si avvicina alla scadenza, ecco di nuovo che la pressione della categoria ha la meglio. E così nel 2014, in sede di discussione di riforma tributaria, e nel 2020, nel contesto di un aumento delle imposte, i trasportatori ottengono ulteriori benefici.
Anche in questo 2022, il governo Boric ha rapidamente ceduto, accettando inizialmente di fissare il prezzo del gasolio per tre mesi, malgrado gli aumenti stellari a livello mondiale sui costi dell’energia. Ma per alcuni dirigenti delle imprese trasportatrici questo non bastava: hanno mantenuto i blocchi stradali per otto giorni esigendo addirittura il ribasso del 30% del prezzo del combustibile. Un costo equivalente al bilancio annuale della sanità primaria in Cile.
I problemi creati dagli scioperi dei trasportatori sono talmente pesanti per il Cile che lo scorso 1° giugno, il presidente Gabriel Boric ha dichiarato che è “[...] un desiderio trasversale e storico del nostro Paese poter contare su un’ampia rete di treni [...]”.
Ha anche preannunciato l’obiettivo di portare 150 milioni di passeggeri sulle ferrovie nel 2026. Nel frattempo si ripromette di “lavorare seriamente per il treno che unirà Valparaiso e Santiago”.
Quest’opera, pur nel suo limitatissimo chilometraggio, è giudicata piuttosto discutibile per gli eccessivi costi economici e ambientali rispetto ai benefici, di cui fruirebbe solo il porto di Valparaiso lasciando fuori da qualsiasi utilità l’intera Regione, e, ovviamente, il resto del Paese. Ma questa è un’altra storia...
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La vera trappola dello sciopero dei camionisti
La vera trappola dello sciopero dei camionisti
Colui che ha veramente guidato i negoziati, nel bel mezzo dello sciopero dei camionisti, è stato Juan Sutil della Confederazione della Produzione e del Commercio (CPC).
Il governo non ha mostrato alcuna iniziativa. Ha semplicemente seguito i dettami dell’organizzazione padronale: ha seguito il suo consiglio di applicare la Legge di Sicurezza Interna dello Stato e poi ha siglato un accordo tripartito tra le corporazioni dei camionisti “descolgados”*, il governo e la CPC.
In tutto questo pasticcio, una cosa è chiara: la sinistra è caduta nella trappola. Si è unita al coro delle grandi imprese che chiedevano una chiara dimostrazione dell’autorità statale.
Lo sciopero dei camionisti si è concluso dopo otto giorni. Il conflitto corporativo è diventato la principale crisi politica delle ultime settimane. È stata sfidata l’autorità del governo, che ha finito per svolgere il ruolo di burattino della Corporazione della Produzione e del Commercio (CPC).
Le principali decisioni strategiche durante il conflitto non sono state prese dal governo di Gabriel Boric, ma dalle associazioni imprenditoriali.
Per lo stesso motivo, lontano dalle caricature della destra e del “progressismo”, questo sciopero ha delle particolarità che vanno decifrate per comprendere meglio la situazione politica e sociale che stiamo attraversando.
Per quanto riguarda le fasce di classe coinvolte, va notato che la mobilitazione non è stata effettuata dalle grandi corporazioni padronali. I proprietari di grandi flotte di camion sono raggruppati nella Confederazione Nazionale del Trasporto di Carichi (CNTC), diretta da Sergio Pérez. C’è anche la Confederazione Nazionale dei Proprietari di Camion (CNDC) di Juan Araya; da ricordare lo sciopero che questa corporazione condusse nel 1972 durante la Unidad Popular.
Coloro che hanno assunto il ruolo di protagonisti nelle strade sono stati i piccoli e medi imprenditori del trasporto, raggruppati nell’Associazione dei Proprietari di Camion (Asoducam) Biobío, il gruppo Fuerza del Norte, l’Associazione Corporativa dei Proprietari di Camion (Agreducam) Alto Hospicio, la Federazione dei Camionisti Centro Sud e Utramag. Si tratta di proprietari di flotte più piccole, che non sono quelli che vincono le licitazioni dirette con le grandi industrie.
Al di là delle divisioni e dei contrasti tra corporazioni, la verità è che i grandi autotrasportatori hanno approfittato delle mobilitazioni di coloro che hanno classificato come “descolgados” per raggiungere un accordo migliore con il governo.
In effetti, la CNTC e la Federazione dei Proprietari di Camion della Regione di Valparaíso (FedeQuinta) sono riusciti domenica a siglare un accordo con il governo, che ha ceduto alle principali richieste padronali.
Le corporazioni minori hanno continuato a mobilitarsi e hanno smesso lo sciopero solo quando la conduzione diretta dei negoziati è stata assunta da Juan Sutil, della CPC. Come ha indicato Sutil, “lavoreremo insieme per rafforzare le corporazioni dei trasporti minori, in modo che loro possano avere migliori condizioni abilitanti per poter partecipare anche alle gare e far sì che queste siano meglio accessibili per tutti“.
La grande borghesia, espressa sia dalla CPC che dalla Società Nazionale dell’Agricoltura (SNA) aveva tolto il terreno sotto i piedi allo sciopero delle corporazioni dei “descolgados”. Ha chiesto l’applicazione della Legge di Sicurezza Interna dello Stato e minacciato di non rispettare i pagamenti ai camionisti mobilitati.
Due fattori fondamentali li hanno spinti alla distensione e ad assumersi l’incarico di fare arbitraggio: il rischio nella raccolta della frutta in questo periodo dell’anno e l’enorme debolezza in cui sarebbe incorso il governo, se non controllava la situazione.
Quest’ultima cosa è rilevante, poiché oltre alla costellazione di forze di classe in campo (piccola borghesia e medi imprenditori, grande borghesia, governo come guida dello Stato), la mobilitazione aveva un correlato politico. Le corporazioni mobilitate sono state sostenute dal Partido Republicano e dal Partido de la Gente. Lo stesso Franco Parisi** si vantava di parlare quotidianamente con uno dei leader camionisti.
I camionisti in mobilitazione avevano varie richieste. L’obiettivo centrale era rafforzare i meccanismi che consentissero loro di competere sul mercato e mantenere i loro profitti, sia attraverso il congelamento del prezzo del gasolio, sia attraverso agevolazioni fiscali. Esigevano anche un maggiore dispiegamento della polizia sulle autostrade, con argomentazioni che rafforzano l’agenda reazionaria.
Attraverso queste richieste hanno cercato di fare politica nel resto della popolazione, suscitando simpatia nei settori malcontenti a causa della crisi e del governo.
L’unica richiesta che va a favore degli autisti (e non solo dei loro padroni, i proprietari dei camion) è la costruzione di nuove aree di sosta. Effettivamente, devono sopportare lunghe ore di lavoro senza riposo e senza poter vedere le proprie famiglie, con contratti precari e stipendi che spesso dipendono dal numero di trasporti effettuati.
I vantaggi per i proprietari di autocarri non significheranno condizioni migliori per gli autisti. Tuttavia, i lavoratori non erano un fattore indipendente in questo movimento. Al contrario, fungevano da massa di manovra degli imprenditori. Che i conducenti abbiano delle loro proprie organizzazioni e richieste è un problema strategico. Dire che gli autisti sono golpisti e di destra per il solo fatto di lavorare sopra un camion è fare un grande favore ai padroni dei camion.
Da quando essere “di sinistra” significa pretendere l’applicazione di leggi repressive?
Nel quadro di una crisi organica, dove i settori sociali si separano dalle loro tradizionali rappresentanze politiche ed emergono nuovi fenomeni politici, la grande borghesia è impegnata a ricostruire un nuovo “centro borghese” con un asse nel centrodestra “responsabile”. Perché ciò sia possibile hanno bisogno che il governo ricomponga l’autorità dello Stato con maggiori misure bonapartiste.
L’esigenza di applicare la Legge sulla Sicurezza Interna dello Stato non può essere compresa al di fuori di questo concetto. È essenziale dare un segnale d’ordine e legittimare così questa legge repressiva contro ogni mobilitazione. Bisognava approfittare del fatto che tutto il progressismo gridava nella stessa direzione.
L’editoriale de La Tercera lo spiega chiaramente: “le trattative portate avanti dal governo per disattivare lo sciopero dei camionisti non lasciano molto spazio ai festeggiamenti, perché sebbene si fosse raggiunto l’obiettivo di porre fine a una mobilitazione che stava iniziando a provocare gravi disagi nella catena logistica così come in diversi ambiti produttivi, ha lasciato al tempo stesso una serie di precedenti molto complessi, in particolare quello per cui le misure di pressione – anche al di là della legge – sono viste come un efficace veicolo per ottenere dall’autorità la concessione di vantaggi particolari”.
La sinistra è caduta nella trappola. Si è unita al coro della grande borghesia che reclamava pugno di ferro. Questo è il vero “ricatto” che era in gioco.
Jorge Sharp*** ha officiato come uno dei principali portavoce, da sinistra, di coloro che chiedevano l’applicazione dalle leggi repressive. I rappresentanti dei gruppi imprenditoriali, i loro editorialisti e politici non avevano doppie interpretazioni al riguardo: applicare la Legge agli autotrasportatori è fondamentale per poi applicarla a chiunque contesti l’autorità dello Stato e il controllo delle autostrade.
Ciò non toglie, ovviamente, che l’applicazione della Legge di Sicurezza Interna dello Stato agli autotrasportatori sia più una mossa mediatica che reale, perché chiaramente la repressione nei loro confronti non ha paragoni con quella che subiscono i lavoratori, gli studenti, gli abitanti delle borgate e i Mapuche che si mobilitano e fanno blocchi stradali.
Da quando essere “di sinistra” è piangere affinché il governo applichi la Legge sulla Sicurezza Interna dello Stato?
Storicamente, i proprietari di camion sono stati golpisti. Sì. Dietro lo sciopero delle corporazioni più piccole era evidente la mano del Partido Republicano e del Partido de la Gente. Anche. Ma se parliamo di golpismo, facciamo un po’ di memoria.
Durante lo sciopero padronale del 1972 si aprirono due grandi strade per fronteggiare la crisi: quella dell’autorganizzazione della classe operaia e del popolo che aveva nei cordoni industriali la sua espressione più avanzata (erano sorti proprio per fronteggiare lo sciopero dei camionisti); e quella promossa dal governo di Allende che militarizzò il Paese, decretò lo stato di emergenza e integrò i militari nel gabinetto (cosa che insieme alla Legge sul Controllo delle Armi legittimerebbe le incursioni ai cordoni industriali e la repressione dell’avanguardia operaia precedente al colpo di stato dell’11 settembre).
Sappiamo già dove ha portato questo ultimo percorso.
Naturalmente, oggi il contesto è molto diverso. Ma l’analogia serva alla riflessione. Chiedere allo Stato di contrastare le mobilitazioni padronali con misure repressive o bonapartiste è un boomerang che poi colpirà tutte e tutti coloro che si mobiliteranno per le loro legittime rivendicazioni.
E, come sappiamo, lo Stato colpisce mille volte più forte se il bersaglio sono gli sfruttati e gli oppressi. Il compito di contrastare la destra può essere assunto solo dalle organizzazioni popolari e dalla classe lavoratrice.
Il problema dello sciopero è che le corporazioni dei camionisti hanno mostrato molta più disposizione a lottare di quanto abbiano mostrato i grandi sindacati. Se questi avessero a malapena il 10% della volontà di lotta che hanno mostrato le corporazioni padronali, allora la conquista di un programma operaio di emergenza di fronte alla crisi e all’inflazione non sarebbe uno slogan di pochi.
I camionisti hanno paralizzato le autostrade. Grazie a questo hanno ottenuto quanto richiesto, con un costo potenziale per il Tesoro nell’ordine di 2.300 milioni di dollari (l’equivalente di 40 ospedali di media complessità).
I camionisti non solo hanno applicato metodi di azione diretta, ma hanno anche cercato di fare politica (egemonia) su settori di lavoratori e del popolo scontenti del governo e dei costi della crisi.
Azione diretta ed egemonia.
Perché i sindacati non fanno lo stesso, ma facendo richieste al governo e ai grandi padroni a beneficio non di pochi, ma della classe lavoratrice nel suo insieme?
Oggi il Tavolo del Settore Pubblico sta negoziando con il governo e si sta mobilitando. Ma i suoi dirigenti sono ben lungi dall’eguagliare la disposizione alla lotta che hanno i camionisti, e sono anche molto lontani dall’eguagliare le mobilitazioni storiche di cui si è reso protagonista il settore pubblico in anni precedenti.
Al contrario, continuano a fare mobilitazioni che non infastidiscano e che non mettano davvero a disagio il governo. Il fatto è che i loro dirigenti provengono dagli stessi partiti di governo.
Se non ne prendono atto e non passano all’azione, non possono lamentarsi che la destra avanzi.
Note
* “descolgados”: n.d.t. ”sganciati”, cioè usciti dalla Confederazione.
** Franco Parisi: n.d.t.: Ingegnere commerciale candidato alla presidenza del Cile con il Partido de la Gente. Ha fatto campagna elettorale dagli Stati Uniti e, senza mettere piede in Cile, ha ottenuto, con il 12,8% dei voti, il terzo posto dopo Kast 27,91% e Boric 25,83%, che sono poi andati al ballottaggio.
*** Jorge Sharp: n.d.t.: dal 2016 Sindaco di Valparaiso. Militante con Boric prima nel Movimiento Autonomista e poi nella Convergencia Social, che abbandona dopo il famigerato “Accordo per la Pace” firmato da Boric il 15 novembre del 2019.
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25/10/2022
La paura della parola “sovranità” genera imbecilli
Chiudiamola con sta storia della sovranità alimentare.
Smettiamola, su, di spaccare il pelo in quattro per la orrenda denominazione del ministero del “Lollo”.
Il Lollo è fascio, no? Dobbiamo discutere pure questo? No, vero? Allora, è il tono che fa la musica. È pur vero che è grave, da parte di sedicenti progres-sinistri, neppure conoscere i fondamentali: abbiamo trascorso anni a parlare di sovranità alimentare, sin dai tempi del Genoa Social Forum.
Ma anche solo limitandosi ai titoli, non vi pare che “IL CIBO NON È UNA MERCE, LA SOVRANITÀ ALIMENTARE È UN DIRITTO UNIVERSALE” ci parli di temi terzomondisti e noglobal, di tutela dei paesi poveri dal colonialismo alimentare dei paesi ricchi, dei disastri che Monsanto e soci hanno perpetrato da decenni nei paesi poveri, di sementi ogm imposte a forza, di dipendenza e asservimento?
Coniughiamola come INDIPENDENZA ed EQUITÀ alimentare, ok?
Dovete sapere che 20 anni fa “SOVRANITÀ” non aveva lo stesso significato fascio e nazionalista di adesso.
Per riassumere:
– Chi si è inalberato subito sulla parola SOVRANITÀ senza approfondire, ha fatto una gran brutta figura da superficiale, con la memoria da pesce rosso. O da sardina. Dovrebbe osservare almeno un anno di silenzio per espiare.
– D’altra parte, non è difficile capire che i destri qui intendono ben altro: SOVRANISMO alimentare, cioè sovvenzione e protezionismo ad oltranza di quanto è italiano rispetto a tutto il resto del mondo. Prima (i prodotti) italiani.
Qui – per approfondire un po’ – si innesta l’ultimo malo frutto del secolare discorso della “destra sociale”, abile ad impadronirsi delle istanze più popolari – trasformandole in becere e nazionaliste – della lotta al capitalismo.
In una frase: le destre combattono il “capitalismo internazionale” solo per tutelare quello nazionale, dato che le destre sono sempre state e rimangono SERVE DEI PADRONI: degli agrari un secolo fa, di Confindustria oggi.
Poi, fiutano come segugi i nodi dove più si addensa ignoranza e sanfedismo panciafichista, trovano qualche categoria di poveri da incolpare, e allèz.
Il loro “sovranismo alimentare” pesca nei trattori leghisti contro le quote latte, qualcuno li ricorderà. O più di recente, puzza di “forconi”. E della cara vecchia “autarchia”.
D’altra parte, se la sinistra si radical-chicchizza occupandosi à-la-Boldrini di “genere” inteso come grammatica, oppure si atlantizza e gareggia in militarismo coi peggiori guerrafondai, facendo pagare a noi i suoi vincoli con gli americani, se idolatra Draghi, se elegge Cottarelli e Casini, è ovvio che il ceto popolare e anche il ceto medio vota Meloni.
Esiste una terza via?
Certo. Gramsci disse: ISTRUITEVI, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.
Per capire come la sinistra possa tornare a fare la sinistra, a lottare per quello che sta a cuore alle classi medio-basse, “mollando le menate e mettendosi a lottare” (cit. il sommo Finardi) occorrerà ristudiare i fondamentali e partire da lì.
Occorrerà cultura popolare, visione politica e storica, e andare oltre i facili slogan.
Non si dovrà inseguire le destre o mischiarsi a loro – come gli sciagurati dell’epoca dei vaccini – ma inceppare con tutti i mezzi i loro ingranaggi populisti e padronali da fascismo di stato, e mostrare che ci sono altre possibilità, che può esistere una nuova classe politica che tuteli i lavoratori, senza leccare il culo ai padroni e senza far finta a parole di contrastarli, in realtà placando il popolo col corporativismo e il facile populismo.
Fonte
Smettiamola, su, di spaccare il pelo in quattro per la orrenda denominazione del ministero del “Lollo”.
Il Lollo è fascio, no? Dobbiamo discutere pure questo? No, vero? Allora, è il tono che fa la musica. È pur vero che è grave, da parte di sedicenti progres-sinistri, neppure conoscere i fondamentali: abbiamo trascorso anni a parlare di sovranità alimentare, sin dai tempi del Genoa Social Forum.
Ma anche solo limitandosi ai titoli, non vi pare che “IL CIBO NON È UNA MERCE, LA SOVRANITÀ ALIMENTARE È UN DIRITTO UNIVERSALE” ci parli di temi terzomondisti e noglobal, di tutela dei paesi poveri dal colonialismo alimentare dei paesi ricchi, dei disastri che Monsanto e soci hanno perpetrato da decenni nei paesi poveri, di sementi ogm imposte a forza, di dipendenza e asservimento?
Coniughiamola come INDIPENDENZA ed EQUITÀ alimentare, ok?
Dovete sapere che 20 anni fa “SOVRANITÀ” non aveva lo stesso significato fascio e nazionalista di adesso.
Per riassumere:
– Chi si è inalberato subito sulla parola SOVRANITÀ senza approfondire, ha fatto una gran brutta figura da superficiale, con la memoria da pesce rosso. O da sardina. Dovrebbe osservare almeno un anno di silenzio per espiare.
– D’altra parte, non è difficile capire che i destri qui intendono ben altro: SOVRANISMO alimentare, cioè sovvenzione e protezionismo ad oltranza di quanto è italiano rispetto a tutto il resto del mondo. Prima (i prodotti) italiani.
Qui – per approfondire un po’ – si innesta l’ultimo malo frutto del secolare discorso della “destra sociale”, abile ad impadronirsi delle istanze più popolari – trasformandole in becere e nazionaliste – della lotta al capitalismo.
In una frase: le destre combattono il “capitalismo internazionale” solo per tutelare quello nazionale, dato che le destre sono sempre state e rimangono SERVE DEI PADRONI: degli agrari un secolo fa, di Confindustria oggi.
Poi, fiutano come segugi i nodi dove più si addensa ignoranza e sanfedismo panciafichista, trovano qualche categoria di poveri da incolpare, e allèz.
Il loro “sovranismo alimentare” pesca nei trattori leghisti contro le quote latte, qualcuno li ricorderà. O più di recente, puzza di “forconi”. E della cara vecchia “autarchia”.
D’altra parte, se la sinistra si radical-chicchizza occupandosi à-la-Boldrini di “genere” inteso come grammatica, oppure si atlantizza e gareggia in militarismo coi peggiori guerrafondai, facendo pagare a noi i suoi vincoli con gli americani, se idolatra Draghi, se elegge Cottarelli e Casini, è ovvio che il ceto popolare e anche il ceto medio vota Meloni.
Esiste una terza via?
Certo. Gramsci disse: ISTRUITEVI, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.
Per capire come la sinistra possa tornare a fare la sinistra, a lottare per quello che sta a cuore alle classi medio-basse, “mollando le menate e mettendosi a lottare” (cit. il sommo Finardi) occorrerà ristudiare i fondamentali e partire da lì.
Occorrerà cultura popolare, visione politica e storica, e andare oltre i facili slogan.
Non si dovrà inseguire le destre o mischiarsi a loro – come gli sciagurati dell’epoca dei vaccini – ma inceppare con tutti i mezzi i loro ingranaggi populisti e padronali da fascismo di stato, e mostrare che ci sono altre possibilità, che può esistere una nuova classe politica che tuteli i lavoratori, senza leccare il culo ai padroni e senza far finta a parole di contrastarli, in realtà placando il popolo col corporativismo e il facile populismo.
Fonte
29/10/2021
Il crollo dei salari in Italia, una “magia” del mercato
Quando entrai in Sip l’azienda era una partecipata statale che agiva in regime di monopolio.
Era una multinazionale che drenava profitti in giro per il mondo.
Distribuiva utili ai suoi padroni pubblici e privati, regolarmente ogni anno.
Gli ex sindacalisti finivano la loro carriera nel consiglio di amministrazione dell’azienda.
I ministri erano di casa, i politici decidevano le assunzioni, i sindacati trattavano e cogestivano, amministravano carriere e benefit.
La categoria era forte, altamente sindacalizzata, riusciva a imporre condizioni contrattuali invidiabili.
Gli stipendi erano fra i più alti in Italia, la cassa pensioni “separata” erogava pensioni superiori a quelle dell’inps.
Il posto di lavoro si lasciava in eredità ai figli.
Godevamo di una assicurazione sanitaria integrativa di eccellenza che ti rimborsava pure le cure … omeopatiche.
Perfino le vacanze ce le garantiva il cral, a prezzi politici rimborsabili in comode rate mensili.
E c’erano pure gli sconti sulle telefonate quando avere il telefono era un lusso.
Il conflitto era limitato a piccole questioni individuali o locali.
Non si ricordano dipendenti di quell’azienda licenziati a causa della loro attività sindacale o politica.
Al contrario quell’attivita era spesso la chiave per avanzamenti di carriera e passaggi ai livelli di direzione.
Era una aristocrazia che riusciva, per una serie di contingenze particolari, a vendersi bene.
Una aristocrazia corporativa sul piano sindacale che, per la legge che prevede che le idee progressiste allignano meglio nelle teste di chi ha la pancia piena, era fortemente avanzata sul piano politico.
Vivaio di comunisti, di progressisti, di sindacalisti di sinistra.
Quando il “virus” della privatizzazione la colpì, in forma grave, quella categoria non si rese conto che la ricreazione era finita.
Che proprio le libertà e i diritti di cui godeva gli imponevano la responsabilità di farsi carico della parte della classe che questi “privilegi” se li sognava.
E che bisognava adeguarsi alle mutate condizioni.
Si chiuse a riccio nella difesa di ciò che aveva, fottendosene di ciò che gli succedeva attorno.
Non ci fu un minuto di sciopero.
Caso forse unico nella storia del capitalismo di Stato italiano, la resistenza all’assalto alla diligenza da parte dei “capitani coraggiosi” fu sollecitata, senza risultato, dall’ultimo amministratore pubblico mentre i sindacati brindavano.
Un boiardo che aveva capito come sarebbe finita mentre operai e impiegati erano impegnati a acquistare azioni della “loro” azienda.
Tutti padroni, vivaddio.
La festa durò poco. Le azioni crollarono dopo un paio di anni, mentre i nuovi padroni saccheggiavano tutto quello che c’era da saccheggiare.
La categoria era vecchia dal punto di vista anagrafico e ormai interessata solo a monetizzare il monetizzabile e andarsi a godere una serena vecchiaia.
La prima operazione che il padrone fece fu sterilizzarla.
Il contratto che trasformò la Sip in Telecom è una delle eredità più vergognose che ci portiamo dietro.
Si ridussero drasticamente i salari, si diminuirono le ferie, si tagliarono i benefici.
Ma lo si fece “solo” per i nuovi assunti mentre si garantivano i “diritti acquisiti” ai vecchi.
Così assumeranno i giovani ci dicevano.
Poi ci penseranno loro a rimettere le cose a posto.
Ma l’azienda bloccava il turn over e i giovani lasciava che li assumessero le ditte appaltatrici e subappaltatrici.
Si esternalizzava e i lavoratori erano contenti.
Si esternalizzavano i lavori più fastidiosi e più pesanti.
Gli operai erano contenti perché non dovevano più scendere nei pozzetti, salire sui pali, lavorare nelle trincee.
Gli impiegati perché non dovevano più mettere la cuffia sostituti dalle ragazze e dai ragazzi dei call center.
Una categoria parallela che faceva lo stesso lavoro che facevi tu e che … costava meno.
Iniziarono gli esuberi, i prepensionamento, le chiusure di sedi, i demansionamenti, i trasferimenti.
Alla fine se vuoi rimanere in quell’azienda ci rimani da servo e non più da aristocratico.
Alle condizioni che il mercato impone.
... e il mercato è una livella che ti trascina inesorabilmente verso il basso.
Fonte
Era una multinazionale che drenava profitti in giro per il mondo.
Distribuiva utili ai suoi padroni pubblici e privati, regolarmente ogni anno.
Gli ex sindacalisti finivano la loro carriera nel consiglio di amministrazione dell’azienda.
I ministri erano di casa, i politici decidevano le assunzioni, i sindacati trattavano e cogestivano, amministravano carriere e benefit.
La categoria era forte, altamente sindacalizzata, riusciva a imporre condizioni contrattuali invidiabili.
Gli stipendi erano fra i più alti in Italia, la cassa pensioni “separata” erogava pensioni superiori a quelle dell’inps.
Il posto di lavoro si lasciava in eredità ai figli.
Godevamo di una assicurazione sanitaria integrativa di eccellenza che ti rimborsava pure le cure … omeopatiche.
Perfino le vacanze ce le garantiva il cral, a prezzi politici rimborsabili in comode rate mensili.
E c’erano pure gli sconti sulle telefonate quando avere il telefono era un lusso.
Il conflitto era limitato a piccole questioni individuali o locali.
Non si ricordano dipendenti di quell’azienda licenziati a causa della loro attività sindacale o politica.
Al contrario quell’attivita era spesso la chiave per avanzamenti di carriera e passaggi ai livelli di direzione.
Era una aristocrazia che riusciva, per una serie di contingenze particolari, a vendersi bene.
Una aristocrazia corporativa sul piano sindacale che, per la legge che prevede che le idee progressiste allignano meglio nelle teste di chi ha la pancia piena, era fortemente avanzata sul piano politico.
Vivaio di comunisti, di progressisti, di sindacalisti di sinistra.
Quando il “virus” della privatizzazione la colpì, in forma grave, quella categoria non si rese conto che la ricreazione era finita.
Che proprio le libertà e i diritti di cui godeva gli imponevano la responsabilità di farsi carico della parte della classe che questi “privilegi” se li sognava.
E che bisognava adeguarsi alle mutate condizioni.
Si chiuse a riccio nella difesa di ciò che aveva, fottendosene di ciò che gli succedeva attorno.
Non ci fu un minuto di sciopero.
Caso forse unico nella storia del capitalismo di Stato italiano, la resistenza all’assalto alla diligenza da parte dei “capitani coraggiosi” fu sollecitata, senza risultato, dall’ultimo amministratore pubblico mentre i sindacati brindavano.
Un boiardo che aveva capito come sarebbe finita mentre operai e impiegati erano impegnati a acquistare azioni della “loro” azienda.
Tutti padroni, vivaddio.
La festa durò poco. Le azioni crollarono dopo un paio di anni, mentre i nuovi padroni saccheggiavano tutto quello che c’era da saccheggiare.
La categoria era vecchia dal punto di vista anagrafico e ormai interessata solo a monetizzare il monetizzabile e andarsi a godere una serena vecchiaia.
La prima operazione che il padrone fece fu sterilizzarla.
Il contratto che trasformò la Sip in Telecom è una delle eredità più vergognose che ci portiamo dietro.
Si ridussero drasticamente i salari, si diminuirono le ferie, si tagliarono i benefici.
Ma lo si fece “solo” per i nuovi assunti mentre si garantivano i “diritti acquisiti” ai vecchi.
Così assumeranno i giovani ci dicevano.
Poi ci penseranno loro a rimettere le cose a posto.
Ma l’azienda bloccava il turn over e i giovani lasciava che li assumessero le ditte appaltatrici e subappaltatrici.
Si esternalizzava e i lavoratori erano contenti.
Si esternalizzavano i lavori più fastidiosi e più pesanti.
Gli operai erano contenti perché non dovevano più scendere nei pozzetti, salire sui pali, lavorare nelle trincee.
Gli impiegati perché non dovevano più mettere la cuffia sostituti dalle ragazze e dai ragazzi dei call center.
Una categoria parallela che faceva lo stesso lavoro che facevi tu e che … costava meno.
Iniziarono gli esuberi, i prepensionamento, le chiusure di sedi, i demansionamenti, i trasferimenti.
Alla fine se vuoi rimanere in quell’azienda ci rimani da servo e non più da aristocratico.
Alle condizioni che il mercato impone.
... e il mercato è una livella che ti trascina inesorabilmente verso il basso.
Fonte
12/09/2021
Crescita e politicizzazione del capitalismo
Ho chiesto ad un amico manager di una multinazionale se la crescita italiana di quest’anno è un rimbalzo oppure è strutturale, visto che vari ministri stanno facendo molta propaganda sulla questione.
Per l’intanto occorre considerare le enormi politiche fiscali in atto in tutto il mondo (venerdì il Ministro del Tesoro Usa ha esortato al superamento del tetto del debito), che favoriscono le politiche mercantilistiche italiane.
Due giorni fa sono usciti i dati dell’import-export cinese di agosto. Ebbene, come da molti mesi, l’Italia ha la maggiore percentuale di aumento di export a livello mondiale verso quel paese.
Chi ci segue sa bene che sin dallo scorso anno il governo cinese esortava le aziende a importare beni italiani. Chiunque legga Il Sole 24 Ore, pagine imprese, può leggere interviste di imprenditori che affermano che “non riescono a stare dietro gli ordini” mondiali.
Se questa è il quadro, ecco le considerazioni del manager:
Si può obiettare anche molto, ma non si può dire che non ci sia dietro una visione...
Fonte
Per l’intanto occorre considerare le enormi politiche fiscali in atto in tutto il mondo (venerdì il Ministro del Tesoro Usa ha esortato al superamento del tetto del debito), che favoriscono le politiche mercantilistiche italiane.
Due giorni fa sono usciti i dati dell’import-export cinese di agosto. Ebbene, come da molti mesi, l’Italia ha la maggiore percentuale di aumento di export a livello mondiale verso quel paese.
Chi ci segue sa bene che sin dallo scorso anno il governo cinese esortava le aziende a importare beni italiani. Chiunque legga Il Sole 24 Ore, pagine imprese, può leggere interviste di imprenditori che affermano che “non riescono a stare dietro gli ordini” mondiali.
Se questa è il quadro, ecco le considerazioni del manager:
“Se non abbiamo una nuova ondata covid avremo...Il neocorporativismo imperante e le forme di controllo sociale repressivo servono a questo nuovo contesto.
1. Ripresa importante dei consumi. Consolidamento e rafforzamento dei consumi.
2. Conferma tendenza export.
3. Polarizzazione di reddito.
4. Rafforzamento manifatturiero estero ed interno.
5. Aumento degli occupati pubblici e nelle controllate.
I poveri partecipano alla ripresa e ne godono, ma meno. Comunque ne hanno dei benefici.
Queste tendenze in atto non sono semplicemente un rimbalzo, ma qualcosa di strutturale che determina azioni di consenso al regime che occorre smettere di chiamare neoliberista. Siamo nella fase della politicizzazione del capitalismo per fronteggiare colossi in ascesa. Questo neoliberismo esiste solo nella testa dei pigri.
Tutte le tendenze strutturali sopra indicate si uniranno alla spinta di medio periodo indicata nel piano strategico di ripresa europeo, che è connesso al great reset.
Significa crescita del PIL e del reddito famigliare. Consenso corporativo al regime.
Per competere con sistemi in ascesa mondiale la formazione sociale europea deve adottare forme di:
Pianificazione
Azione dello stato
Corporativismo politico
Consenso sociale”
Si può obiettare anche molto, ma non si può dire che non ci sia dietro una visione...
Fonte
14/03/2021
Con il governo Draghi ritorna il neocorporativismo
Probabilmente questo sarà uno dei tratti caratteristici del nuovo esecutivo segnando così una forte discontinuità rispetto a quanto avvenuto negli ultimi 10 anni.
L’intesa sulla PA siglata con Cgil, Cisl e Uil, infatti, potrebbe rappresentare l’avvio di una nuova “era” nel campo delle relazioni industriali. Non è un caso che molti giornalisti nel riportare la notizia abbiano ricordato quanto avvenne nel 1993 con l’inizio della cosiddetta “Concertazione”. Concertazione che nella storia del nostro paese ha segnato una vero e proprio punto di svolta dando il via alla stagione delle controriforme con cui sono state smantellate le conquiste dei decenni precedenti.
Nel testo dell’intesa ovviamente non si scende ancora nei dettagli che saranno negoziati nelle prossime settimane ma i contenuti del “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” sono estremamente chiari.
Tra questi spiccano:
1) “promuovere la contrattazione decentrata”.
2) “saranno adeguati i sistemi di partecipazione sindacale, valorizzando gli strumenti di partecipazione organizzativa e il ruolo della contrattazione integrativa”.
3) “implementare gli welfare contrattuale” ed “estensione al pubblico impiego di agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato, relative alla previdenza complementare e ai sistemi di premialità”.
Come è facile notare, l’idea è quella di procedere ad una ulteriore e probabilmente definitiva “aziendalizzazione” della Pubblica Amministrazione.
Lo schema è sempre lo stesso.
Lavoratrici e lavoratori più divisi e deboli per mezzo della contrattazione decentrata, retribuzioni sempre più legate al raggiungimento di fantomatici “obiettivi” (una pratica che spesso non migliora i servizi ma comporta una distorsione nella loro erogazione).
Il tutto in cambio di un po’ più di riconoscimento e coinvolgimento per le burocrazie di quelle organizzazioni sindacali disposte a sottoscrivere qualsiasi schifezza.
L’estensione poi del welfare aziendale al pubblico, in particolare riguardo l’assistenza sanitaria, è veramente una perla.
Normalmente sarebbe un controsenso ma in questo momento storico è una vera e propria oscenità.
Fonte
L’intesa sulla PA siglata con Cgil, Cisl e Uil, infatti, potrebbe rappresentare l’avvio di una nuova “era” nel campo delle relazioni industriali. Non è un caso che molti giornalisti nel riportare la notizia abbiano ricordato quanto avvenne nel 1993 con l’inizio della cosiddetta “Concertazione”. Concertazione che nella storia del nostro paese ha segnato una vero e proprio punto di svolta dando il via alla stagione delle controriforme con cui sono state smantellate le conquiste dei decenni precedenti.
Nel testo dell’intesa ovviamente non si scende ancora nei dettagli che saranno negoziati nelle prossime settimane ma i contenuti del “Patto per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” sono estremamente chiari.
Tra questi spiccano:
1) “promuovere la contrattazione decentrata”.
2) “saranno adeguati i sistemi di partecipazione sindacale, valorizzando gli strumenti di partecipazione organizzativa e il ruolo della contrattazione integrativa”.
3) “implementare gli welfare contrattuale” ed “estensione al pubblico impiego di agevolazioni fiscali già riconosciute al settore privato, relative alla previdenza complementare e ai sistemi di premialità”.
Come è facile notare, l’idea è quella di procedere ad una ulteriore e probabilmente definitiva “aziendalizzazione” della Pubblica Amministrazione.
Lo schema è sempre lo stesso.
Lavoratrici e lavoratori più divisi e deboli per mezzo della contrattazione decentrata, retribuzioni sempre più legate al raggiungimento di fantomatici “obiettivi” (una pratica che spesso non migliora i servizi ma comporta una distorsione nella loro erogazione).
Il tutto in cambio di un po’ più di riconoscimento e coinvolgimento per le burocrazie di quelle organizzazioni sindacali disposte a sottoscrivere qualsiasi schifezza.
L’estensione poi del welfare aziendale al pubblico, in particolare riguardo l’assistenza sanitaria, è veramente una perla.
Normalmente sarebbe un controsenso ma in questo momento storico è una vera e propria oscenità.
Fonte
12/08/2020
Cile - Governo e camionisti tengono il Paese sull’orlo del precipizio
Sono cosciente di star facendo riferimento a un tema che pochi conoscono – o vogliono conoscere – e ancor meno affrontare. So pure che la mia posizione è comoda: non sono candidato a niente, né ho un incarico pubblico, né affari da difendere. La mia condizione di pensionato mi permette di parlare con libertà, manifestando la mia opinione senza limitazioni né sotterfugi.
Poche ore fa la corporazione dei padroni dei camion – installata nel paese quarant’anni fa – ha emesso una dichiarazione pubblica “avvisando” che potrebbe mettere in atto azioni per “far giustizia” nell’Araucanía. La corporazione ha utilizzato termini che richiedono di essere analizzati, sia pur sommariamente.
In primo luogo, dobbiamo ricordare che è nata sotto la protezione di un’estrema destra sovversiva e golpista nel 1972-73, finanziata con soldi della CIA statunitense – fatto riconosciuto dalla stessa Centrale, come dall’FBI e dal governo statunitense – e appoggiata e adottata da un partito cosiddetto “democratico e di centro”, quello democratico cristiano.
Questi quattro soci hanno deciso di abbattere un governo costituzionale per procurare rendite illimitate a beneficio del capitale. I camionisti hanno preteso un pagamento per i loro servizi, e non in dollari, come era accaduto tra luglio e agosto del '73, ma con una manica larga ‘legale’ che permettesse loro di appropriarsi in modo monopolistico del trasporto delle merci in tutto il paese.
Per questo, perciò, hanno preteso dai loro compari della destra di mettere fine alla presenza della ferrovia in Cile. León Vilarín ha capeggiato i negoziati. La memoria non inganna.
In quasi mezzo secolo questa corporazione si è impossessata delle autostrade del paese, delle merci in generale e persino delle decisioni legislative dei poteri dello Stato, sempre minacciando di “sospendere il trasporto di alimenti e beni basici” se lo Stato non soddisfa le sue richieste. Possono farlo, certo che sì... Dopo tutto non ci sono treni.
Per mezzo secolo hanno deteriorato e contaminato strade complete, obbligando il bilancio statale a spendere miliardi di dollari nell’acquisto di combustibile, mantenendo la gente, la società civile, asfissiata dal pagamento di denaro a beneficio della loro attività commerciale mediante imposte specifiche e altre gabelle che tutti conoscono: riparazione di strade e vie minori a causa del deterioramento che le enormi macchine provocane su quelle vie (un esempio chiaro di questo è la Strada H-30, da Rancagua all’Autostrada della Fruta, e anche quella stessa autostrada, senza alcun dubbio).
Con tutte le garanzie già ottenute, i camionisti sono stati mediamente tranquilli in questi quarant’anni, fino a ora. Non è l’Araucania *[vedi n.d.t.] che provoca il loro timore. No, certo che no. L’Araucania è servita loro da pretesto per invocare nuove esigenze che, dopo tutto, sono le stesse che hanno esplicitato nel 1973.
In definitiva, non è l’incendio dei camion (la maggioranza di questi contava su assicurazioni milionarie) quello che infastidisce quella corporazione, visto che non ha mai alzato la voce, né fatto minacce di alcun tipo, di fronte agli assalti e rapine che centinaia di camion subiscono per mano di bande di delinquenti sulle autostrade dal nord al sud del paese, la maggior parte di questi lontane dal Wallmapu mapuche.
Qual’é il timore reale di questi proprietari di camion, che sanno di essere in enorme debito con il popolo cileno? Il plebiscito… Questa è la paura… Questo è il tema che toglie loro il fiato e il sonno. Il plebiscito e una nuova Costituzione Politica che favorisca il ritorno della ferrovia.
Sanno che quello sarà tema di discussione costituzionale, come sanno pure che la maggioranza dei cileni opterà per il ritorno delle ferrovie per merci e passeggeri, da Arica a Puerto Montt, includendo i treni per la Bolivia e l’Argentina. Come sanno che l’alternativa “Approvo” sarebbe ampiamente trionfante se ci fosse il plebiscito. A ciò, la corporazione unisce un’esasperante dubbio: e se, per di più trionfa l’alternativa Assemblea Costituente (mascherata con altro nome, chiaramente)?
I nuovi ‘leónvilaríni’ di questa combriccola d’imprenditori dei trasporti hanno deciso che l’Araucania deve essere il pretesto per obbligare governo, opposizione, stampa canaglia e forze di polizia, a intervenire con violenza, non solamente nella zona del Wallmapu, ma anche mettendo mano agli ineffabili “Accordi per la Pace” che la maggioranza dei partiti bottegai ha firmato a novembre del 2019, e in cui era incluso un appello al plebiscito costituzionale.
Se c’è da portare il Cile sull’orlo del precipizio, lo faranno. Che nessuno dubiti di questo e si faccia ingannare. L’hanno fatto nel 1973, e sono disposti a farlo nel 2020. L’Araucania, il Wallmapu, è solamente il pretesto che di cui hanno bisogno.
Con l’aperto appoggio del governo di Sebastián Piñera, dei partiti di destra e di una stampa canaglia, come pure con l’agire di una polizia notoriamente corrotta e classista, già lo stanno facendo.
*[n.d.t.] In Araucania è in corso un conflitto permanente (con morti e prigionieri politici) tra il Popolo della nazione Mapuche, che rivendica il recupero delle proprie terre a suo tempo espropriate a favore del latifondo privato, e lo stato Cileno, che (con l’eccezione del governo della Unidad Popular di Allende, che stava attuando un piano di restituzione delle terre) ha sempre represso violentemente e proditoriamente le legittime azioni di riappropriazione del popolo originario. Il Wallmapu, territorio della nazione Mapuche, si estende anche in Argentina, dove lo Stato ha tenuto il medesimo comportamento violento di quello cileno.
Fonte
Poche ore fa la corporazione dei padroni dei camion – installata nel paese quarant’anni fa – ha emesso una dichiarazione pubblica “avvisando” che potrebbe mettere in atto azioni per “far giustizia” nell’Araucanía. La corporazione ha utilizzato termini che richiedono di essere analizzati, sia pur sommariamente.
In primo luogo, dobbiamo ricordare che è nata sotto la protezione di un’estrema destra sovversiva e golpista nel 1972-73, finanziata con soldi della CIA statunitense – fatto riconosciuto dalla stessa Centrale, come dall’FBI e dal governo statunitense – e appoggiata e adottata da un partito cosiddetto “democratico e di centro”, quello democratico cristiano.
Questi quattro soci hanno deciso di abbattere un governo costituzionale per procurare rendite illimitate a beneficio del capitale. I camionisti hanno preteso un pagamento per i loro servizi, e non in dollari, come era accaduto tra luglio e agosto del '73, ma con una manica larga ‘legale’ che permettesse loro di appropriarsi in modo monopolistico del trasporto delle merci in tutto il paese.
Per questo, perciò, hanno preteso dai loro compari della destra di mettere fine alla presenza della ferrovia in Cile. León Vilarín ha capeggiato i negoziati. La memoria non inganna.
In quasi mezzo secolo questa corporazione si è impossessata delle autostrade del paese, delle merci in generale e persino delle decisioni legislative dei poteri dello Stato, sempre minacciando di “sospendere il trasporto di alimenti e beni basici” se lo Stato non soddisfa le sue richieste. Possono farlo, certo che sì... Dopo tutto non ci sono treni.
Per mezzo secolo hanno deteriorato e contaminato strade complete, obbligando il bilancio statale a spendere miliardi di dollari nell’acquisto di combustibile, mantenendo la gente, la società civile, asfissiata dal pagamento di denaro a beneficio della loro attività commerciale mediante imposte specifiche e altre gabelle che tutti conoscono: riparazione di strade e vie minori a causa del deterioramento che le enormi macchine provocane su quelle vie (un esempio chiaro di questo è la Strada H-30, da Rancagua all’Autostrada della Fruta, e anche quella stessa autostrada, senza alcun dubbio).
Con tutte le garanzie già ottenute, i camionisti sono stati mediamente tranquilli in questi quarant’anni, fino a ora. Non è l’Araucania *[vedi n.d.t.] che provoca il loro timore. No, certo che no. L’Araucania è servita loro da pretesto per invocare nuove esigenze che, dopo tutto, sono le stesse che hanno esplicitato nel 1973.
In definitiva, non è l’incendio dei camion (la maggioranza di questi contava su assicurazioni milionarie) quello che infastidisce quella corporazione, visto che non ha mai alzato la voce, né fatto minacce di alcun tipo, di fronte agli assalti e rapine che centinaia di camion subiscono per mano di bande di delinquenti sulle autostrade dal nord al sud del paese, la maggior parte di questi lontane dal Wallmapu mapuche.
Qual’é il timore reale di questi proprietari di camion, che sanno di essere in enorme debito con il popolo cileno? Il plebiscito… Questa è la paura… Questo è il tema che toglie loro il fiato e il sonno. Il plebiscito e una nuova Costituzione Politica che favorisca il ritorno della ferrovia.
Sanno che quello sarà tema di discussione costituzionale, come sanno pure che la maggioranza dei cileni opterà per il ritorno delle ferrovie per merci e passeggeri, da Arica a Puerto Montt, includendo i treni per la Bolivia e l’Argentina. Come sanno che l’alternativa “Approvo” sarebbe ampiamente trionfante se ci fosse il plebiscito. A ciò, la corporazione unisce un’esasperante dubbio: e se, per di più trionfa l’alternativa Assemblea Costituente (mascherata con altro nome, chiaramente)?
I nuovi ‘leónvilaríni’ di questa combriccola d’imprenditori dei trasporti hanno deciso che l’Araucania deve essere il pretesto per obbligare governo, opposizione, stampa canaglia e forze di polizia, a intervenire con violenza, non solamente nella zona del Wallmapu, ma anche mettendo mano agli ineffabili “Accordi per la Pace” che la maggioranza dei partiti bottegai ha firmato a novembre del 2019, e in cui era incluso un appello al plebiscito costituzionale.
Se c’è da portare il Cile sull’orlo del precipizio, lo faranno. Che nessuno dubiti di questo e si faccia ingannare. L’hanno fatto nel 1973, e sono disposti a farlo nel 2020. L’Araucania, il Wallmapu, è solamente il pretesto che di cui hanno bisogno.
Con l’aperto appoggio del governo di Sebastián Piñera, dei partiti di destra e di una stampa canaglia, come pure con l’agire di una polizia notoriamente corrotta e classista, già lo stanno facendo.
*[n.d.t.] In Araucania è in corso un conflitto permanente (con morti e prigionieri politici) tra il Popolo della nazione Mapuche, che rivendica il recupero delle proprie terre a suo tempo espropriate a favore del latifondo privato, e lo stato Cileno, che (con l’eccezione del governo della Unidad Popular di Allende, che stava attuando un piano di restituzione delle terre) ha sempre represso violentemente e proditoriamente le legittime azioni di riappropriazione del popolo originario. Il Wallmapu, territorio della nazione Mapuche, si estende anche in Argentina, dove lo Stato ha tenuto il medesimo comportamento violento di quello cileno.
Fonte
31/07/2020
22/06/2020
Il capitalismo alla rovescia di Pietro Ichino
Raramente la stampa quotidiana offre spunti di respiro così ampio da riuscire a rappresentare una visione complessiva del mondo in poche righe. L’intervista rilasciata da Pietro Ichino al quotidiano Libero pochi giorni fa ha questo grande merito. Tuttavia il vero e impareggiabile merito di Ichino in questa e altre esternazioni è quello di fornire una versione pura e senza fronzoli dell’ideologia liberista, aiutando così il lettore a comprendere quale sia il modello ultimo di società immaginato dai protagonisti, della lotta martellante condotta contro i lavoratori da parte di chi ne vuole l’eterno sfruttamento e da parte di chi, consapevolmente o meno, di questo eterno sfruttamento costruisce le impalcature, attraverso presunte giustificazioni teoriche.
L’intervista è un botta e risposta veloce su temi ampi, tutti incentrati sulla crisi economica attuale e sulle misure adottate dal Governo italiano per farvi fronte.
Al margine di aspetti di minore importanza, sono almeno cinque i temi economici cruciali affrontati da Ichino (e altrettante le relative soluzioni prospettate, che costituiscono l’armamentario classico del liberismo oltranzista):
1) la libertà di licenziamento vista come volano per l’occupazione;
2) la causa della disoccupazione rintracciata nella formazione inadeguata dei lavoratori;
3) la convinzione che lo Stato debba ritrarsi dall’economia e non sia capace di “fare l’imprenditore”;
4) l’idea che il sindacato debba integrarsi nell’impresa condividendone i destini;
5) il mito del lavoro agile a distanza come elemento di trasformazione della natura dei rapporti di lavoro dipendenti.
Per non citare altre postille qua e là gettate al vento nell’intervista senza nemmeno la fatica di un’argomentazione minima: inevitabilità di una nuova riforma pensionistica restrittiva; reddito di cittadinanza come disincentivo al lavoro; le tasse come nemico dell’economia; i pubblici dipendenti visti pregiudizialmente come scansafatiche.
La postilla che apre l’intervista è proprio quest’ultima. Senza nessuno sforzo argomentativo né la premura di citare evidenze o stime, Ichino lancia un attacco frontale allo smart working dei dipendenti pubblici intrapreso da questi ultimi nel periodo di chiusura legato all’epidemia: “nella maggior parte dei casi è stata solo una lunga vacanza pressoché totale, retribuita al cento per cento. Si sarebbe potuto almeno estendere a questi settori il trattamento di integrazione salariale, destinando il risparmio a premiare i medici e gli infermieri in prima linea, o a fornire i pc agli insegnanti, costretti a fare la didattica a distanza coi mezzi propri”. Parole che sprizzano livore gratuito verso milioni di persone costrette a lavorare in condizioni non semplici con mezzi improvvisati, difficoltà di gestione dei carichi familiari e ritmi talvolta più impegnativi di quelli ordinari. Per non parlare del mito delle risorse scarse per cui i risparmi conseguiti con un pagamento ridotto dei dipendenti pubblici tramite CIG avrebbero dovuto essere usati per altri fini superiori. Ma fin qui siamo solo al dileggio gratuito. Più in là emergono molto più chiaramente i pilastri della visione liberista del mondo.
Concentriamoci sui punti più importanti, che emergono con sorprendente chiarezza. Interrogato dall’intervistatore sul fatto che le imprese, in questa fase di crisi, non stanno sostanzialmente assumendo, Ichino risponde così: “Prima del lockdown, Anpal e Unioncamere censivano in Italia più di un milione di posti di lavoro qualificato o specializzato permanentemente scoperti per mancanza di persone adatte a ricoprirli. Ammettiamo pure che questa domanda insoddisfatta si sia ridotta del dieci per cento: basterebbe comunque a dimezzare la disoccupazione, o quasi, se fossimo in grado di attivare i percorsi necessari”. Siamo alla solita tiritera della disoccupazione spiegata dalle scarse qualità e capacità dei disoccupati. Milioni di laureati senza lavoro o con lavori precari pagati miseramente, insomma, non verrebbero assunti perché privi delle adeguate qualifiche. Come se il percorso formativo specifico, poi, non fosse parte integrante di un rapporto di lavoro. Un’impostura ideologica che nasconde le vere cause della disoccupazione di massa, ovvero la cronica carenza di domanda di merci e servizi.
Si passa poi all’elogio del licenziamento libero: “in tempi normali, il divieto (di licenziamento) è utile solo contro i licenziamenti discriminatori, di rappresaglia, o comunque dettati da motivi illeciti. Al di fuori di questo, può fare solo danni: non deve essere un giudice a sostituirsi all’imprenditore nelle scelte gestionali”.
Ricordiamo che in Italia sono previste tre tipologie di licenziamento legittime: giusta causa, giustificato motivo soggettivo e giustificato motivo oggettivo. Il primo è legato al verificarsi di comportamenti gravi di violazione dei propri doveri da parte del lavoratore (e non prevede preavviso), il secondo al verificarsi di comportamenti di manifesta inadempienza da parte del lavoratore, ma non così gravi da rientrare nella giusta causa, e il terzo alla presenza di crisi aziendale che rende impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro per l’azienda. Nel caso in cui il licenziamento sia ritenuto illegittimo (ovvero laddove non ricorra nessuno dei tre motivi previsti dalla legge) vi è l’obbligo da parte del datore di lavoro di reintegro sul posto del lavoro e indennizzo (dal Jobs Act in poi l’obbligo di reintegro è stato limitato al solo licenziamento illegittimo discriminatorio, stravolgendo la precedente disciplina). Il sogno dei liberisti è da sempre la totale liberalizzazione del licenziamento. In base a questo modo di pensare, i datori di lavoro dovrebbero poter licenziare senza alcuna giustificazione tranne l’onere di dimostrare che non ti stanno licenziando per il colore della pelle o perché incinta. Licenziamento libero e discrezionale, dunque, e indennizzo per il lavoratore senza alcun obbligo di reintegro. Questa la proposta di Ichino, che sogna il modello anglosassone dove il rapporto di lavoro è integralmente flessibile e i contratti a tempo indeterminato possono essere sciolti senza alcuna forma di tutela, fatti salvi irrisori indennizzi.
Sorvolando sullo “Stato che non sa fare il mestiere di imprenditore” e che dovrebbe quindi starsene fuori da qualsivoglia ruolo nell’attività economica, andiamo ad analizzare i due punti forse più cruciali e inquietanti dell’intervista.
Il sindacato, secondo Ichino, dovrebbe smettere di creare contrapposizioni e conflitti integrandosi nella missione dell’impresa e condividendone i destini nella buona e nella cattiva sorte. Qui siamo al corporativismo esplicito. Il linguaggio usato può sembrare criptico, ma il messaggio è chiaro: “io propongo la distinzione tra il sindacato alfa, quello tradizionale, che si considera “tutt’altro rispetto all’impresa”, e il sindacato omega, che invece ha come proprio obiettivo, dove possibile, quello di guidare i lavoratori nella negoziazione della scommessa comune con l’imprenditore sul piano industriale innovativo”.
Che un sindacato nasca come altro rispetto all’impresa è una semplice evidenza oggettiva che ne connota il ruolo storico e, sperabilmente, attuale. Il sindacato nasce per tutelare i lavoratori in posizione di subordinazione dall’esercizio dell’arbitrio assoluto da parte dei padroni. Ichino vorrebbe che “il sindacato guidasse i lavoratori nella scommessa comune con l’imprenditore sul piano industriale innovativo”. Sono parole che lasciano intendere un solo messaggio: i sindacati non devono intralciare l’impresa nei propri progetti mettendole i bastoni tra le ruote con le loro rigidità (rigidità = tutela dei posti di lavoro), ma devono assecondare i processi di trasformazione innovativa (innovazione = ristrutturazioni aziendali che spesso implicano stravolgimenti di organico, di ruoli, di orari, etc.). Insomma siamo di nuovo all’elogio della discrezionalità assoluta da parte dell’impresa, la quale, per giunta, dovrebbe essere assecondata da sindacati accondiscendenti che mirano a obiettivi comuni. Corporativismo!
Infine, veniamo alla parte in assoluto più inquietante del pensiero di Ichino. Quella che spaventa di più perché descrive un processo in atto che, durante la crisi da Covid-19 ha in qualche misura costituito una sorta di prova generale temporanea, ma che potrebbe tornare assai utile ai padroni nel tentativo di stravolgere i rapporti di lavoro nella direzione auspicata dal giuslavorista.
Riportiamo i passaggi dell’intervista per intero, incluse le domande dell’intervistatore:
La realtà, invece, è il ritorno strisciante di un lavoro a cottimo coperto dall’aura di libertà del “lavoro a distanza”, pagato sulla base del risultato voluto dai padroni. Un risultato raggiunto, come molte esperienze di smart working da tempo dimostrano, con orari di lavoro massacranti che rubano tempo alla vita portandosi il lavoro dentro le mura domestiche, fino ad orari improbabili, anche nelle ore notturne, e in condizioni di totale promiscuità tra vita personale e vita lavorativa. Apparente libertà che nasconde la peggiore delle schiavitù.
E affinché la schiavitù del lavoro smart a cottimo sia davvero compiuta, Ichino, come se non bastasse, batte ancora il martello sul suo chiodo fisso: la libertà di licenziamento. Se qualche impresa dovesse preoccuparsi della capacità effettiva di controllo sul lavoratore a distanza, niente paura: se non si portano i risultati richiesti si viene licenziati senza bisogno di tante dimostrazioni.
Il progetto così è compiuto. Nella favola di Ichino il lavoro dipendente diventa lavoro autoimprenditoriale, ciascuno è imprenditore di sé stesso e scompare il vincolo della subordinazione. Quella subordinazione che il lavoro smart-cottimo, invece, rafforza ed esaspera viene così nascosta dietro le apparenze della finta libertà di lavorare nel proprio salotto senza orari. La visione di Ichino, che rappresenta perfettamente l’immagine ultraliberista dell’economia di mercato, in cui ogni individuo è un atomo libero e sovrano e non esistono classi sociali e rapporti di subordinazione, rovescia in modo perfetto il mondo reale.
Nel mondo reale si assiste da molti anni, proprio al contrario, ad un allargamento delle maglie dei rapporti di subordinazione: sia attraverso la precarizzazione diretta del lavoro subordinato riconosciuto come tale, sia attraverso la proliferazione di figure fittiziamente autonome, sia attraverso l’impoverimento di parti di microimprenditoria individuale e familiare proletarizzata e sempre più subordinata alla spietata legge del mercato dominato dai grandi capitali. Nel mondo di Ichino e dei fanatici del libero mercato si starebbe, invece, producendo un allentamento del vincolo di subordinazione tradizionale in vista di una società di esseri umani liberi e flessibili. Ciò che nella realtà si manifesta come esasperazione del grado di dipendenza e semi-schiavitù viene plasticamente rappresentato come liberazione dalla dipendenza. Una orwelliana rappresentazione rovesciata che ha la chiara funzione di alimentare la divisione e l’individualizzazione dei bisogni in seno al vasto mondo dei subalterni, un mondo oggi parcellizzato e frammentato, ma sempre più ampio.
Per capire la realtà contemporanea e poter rilanciare un percorso di unità tra tutti coloro che sotto diverse modalità formali di rapporti di dipendenza subiscono impietosamente le conseguenze dell’economia capitalistica, è sufficiente rovesciare il rovesciamento di Ichino. Almeno per questo dovremmo ringraziarlo. La sua intervista, letta all’inverso, rappresenta un raro esempio di eccellente lezione di economia sui rapporti di produzione nel capitalismo!
Fonte
L’intervista è un botta e risposta veloce su temi ampi, tutti incentrati sulla crisi economica attuale e sulle misure adottate dal Governo italiano per farvi fronte.
Al margine di aspetti di minore importanza, sono almeno cinque i temi economici cruciali affrontati da Ichino (e altrettante le relative soluzioni prospettate, che costituiscono l’armamentario classico del liberismo oltranzista):
1) la libertà di licenziamento vista come volano per l’occupazione;
2) la causa della disoccupazione rintracciata nella formazione inadeguata dei lavoratori;
3) la convinzione che lo Stato debba ritrarsi dall’economia e non sia capace di “fare l’imprenditore”;
4) l’idea che il sindacato debba integrarsi nell’impresa condividendone i destini;
5) il mito del lavoro agile a distanza come elemento di trasformazione della natura dei rapporti di lavoro dipendenti.
Per non citare altre postille qua e là gettate al vento nell’intervista senza nemmeno la fatica di un’argomentazione minima: inevitabilità di una nuova riforma pensionistica restrittiva; reddito di cittadinanza come disincentivo al lavoro; le tasse come nemico dell’economia; i pubblici dipendenti visti pregiudizialmente come scansafatiche.
La postilla che apre l’intervista è proprio quest’ultima. Senza nessuno sforzo argomentativo né la premura di citare evidenze o stime, Ichino lancia un attacco frontale allo smart working dei dipendenti pubblici intrapreso da questi ultimi nel periodo di chiusura legato all’epidemia: “nella maggior parte dei casi è stata solo una lunga vacanza pressoché totale, retribuita al cento per cento. Si sarebbe potuto almeno estendere a questi settori il trattamento di integrazione salariale, destinando il risparmio a premiare i medici e gli infermieri in prima linea, o a fornire i pc agli insegnanti, costretti a fare la didattica a distanza coi mezzi propri”. Parole che sprizzano livore gratuito verso milioni di persone costrette a lavorare in condizioni non semplici con mezzi improvvisati, difficoltà di gestione dei carichi familiari e ritmi talvolta più impegnativi di quelli ordinari. Per non parlare del mito delle risorse scarse per cui i risparmi conseguiti con un pagamento ridotto dei dipendenti pubblici tramite CIG avrebbero dovuto essere usati per altri fini superiori. Ma fin qui siamo solo al dileggio gratuito. Più in là emergono molto più chiaramente i pilastri della visione liberista del mondo.
Concentriamoci sui punti più importanti, che emergono con sorprendente chiarezza. Interrogato dall’intervistatore sul fatto che le imprese, in questa fase di crisi, non stanno sostanzialmente assumendo, Ichino risponde così: “Prima del lockdown, Anpal e Unioncamere censivano in Italia più di un milione di posti di lavoro qualificato o specializzato permanentemente scoperti per mancanza di persone adatte a ricoprirli. Ammettiamo pure che questa domanda insoddisfatta si sia ridotta del dieci per cento: basterebbe comunque a dimezzare la disoccupazione, o quasi, se fossimo in grado di attivare i percorsi necessari”. Siamo alla solita tiritera della disoccupazione spiegata dalle scarse qualità e capacità dei disoccupati. Milioni di laureati senza lavoro o con lavori precari pagati miseramente, insomma, non verrebbero assunti perché privi delle adeguate qualifiche. Come se il percorso formativo specifico, poi, non fosse parte integrante di un rapporto di lavoro. Un’impostura ideologica che nasconde le vere cause della disoccupazione di massa, ovvero la cronica carenza di domanda di merci e servizi.
Si passa poi all’elogio del licenziamento libero: “in tempi normali, il divieto (di licenziamento) è utile solo contro i licenziamenti discriminatori, di rappresaglia, o comunque dettati da motivi illeciti. Al di fuori di questo, può fare solo danni: non deve essere un giudice a sostituirsi all’imprenditore nelle scelte gestionali”.
Ricordiamo che in Italia sono previste tre tipologie di licenziamento legittime: giusta causa, giustificato motivo soggettivo e giustificato motivo oggettivo. Il primo è legato al verificarsi di comportamenti gravi di violazione dei propri doveri da parte del lavoratore (e non prevede preavviso), il secondo al verificarsi di comportamenti di manifesta inadempienza da parte del lavoratore, ma non così gravi da rientrare nella giusta causa, e il terzo alla presenza di crisi aziendale che rende impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro per l’azienda. Nel caso in cui il licenziamento sia ritenuto illegittimo (ovvero laddove non ricorra nessuno dei tre motivi previsti dalla legge) vi è l’obbligo da parte del datore di lavoro di reintegro sul posto del lavoro e indennizzo (dal Jobs Act in poi l’obbligo di reintegro è stato limitato al solo licenziamento illegittimo discriminatorio, stravolgendo la precedente disciplina). Il sogno dei liberisti è da sempre la totale liberalizzazione del licenziamento. In base a questo modo di pensare, i datori di lavoro dovrebbero poter licenziare senza alcuna giustificazione tranne l’onere di dimostrare che non ti stanno licenziando per il colore della pelle o perché incinta. Licenziamento libero e discrezionale, dunque, e indennizzo per il lavoratore senza alcun obbligo di reintegro. Questa la proposta di Ichino, che sogna il modello anglosassone dove il rapporto di lavoro è integralmente flessibile e i contratti a tempo indeterminato possono essere sciolti senza alcuna forma di tutela, fatti salvi irrisori indennizzi.
Sorvolando sullo “Stato che non sa fare il mestiere di imprenditore” e che dovrebbe quindi starsene fuori da qualsivoglia ruolo nell’attività economica, andiamo ad analizzare i due punti forse più cruciali e inquietanti dell’intervista.
Il sindacato, secondo Ichino, dovrebbe smettere di creare contrapposizioni e conflitti integrandosi nella missione dell’impresa e condividendone i destini nella buona e nella cattiva sorte. Qui siamo al corporativismo esplicito. Il linguaggio usato può sembrare criptico, ma il messaggio è chiaro: “io propongo la distinzione tra il sindacato alfa, quello tradizionale, che si considera “tutt’altro rispetto all’impresa”, e il sindacato omega, che invece ha come proprio obiettivo, dove possibile, quello di guidare i lavoratori nella negoziazione della scommessa comune con l’imprenditore sul piano industriale innovativo”.
Che un sindacato nasca come altro rispetto all’impresa è una semplice evidenza oggettiva che ne connota il ruolo storico e, sperabilmente, attuale. Il sindacato nasce per tutelare i lavoratori in posizione di subordinazione dall’esercizio dell’arbitrio assoluto da parte dei padroni. Ichino vorrebbe che “il sindacato guidasse i lavoratori nella scommessa comune con l’imprenditore sul piano industriale innovativo”. Sono parole che lasciano intendere un solo messaggio: i sindacati non devono intralciare l’impresa nei propri progetti mettendole i bastoni tra le ruote con le loro rigidità (rigidità = tutela dei posti di lavoro), ma devono assecondare i processi di trasformazione innovativa (innovazione = ristrutturazioni aziendali che spesso implicano stravolgimenti di organico, di ruoli, di orari, etc.). Insomma siamo di nuovo all’elogio della discrezionalità assoluta da parte dell’impresa, la quale, per giunta, dovrebbe essere assecondata da sindacati accondiscendenti che mirano a obiettivi comuni. Corporativismo!
Infine, veniamo alla parte in assoluto più inquietante del pensiero di Ichino. Quella che spaventa di più perché descrive un processo in atto che, durante la crisi da Covid-19 ha in qualche misura costituito una sorta di prova generale temporanea, ma che potrebbe tornare assai utile ai padroni nel tentativo di stravolgere i rapporti di lavoro nella direzione auspicata dal giuslavorista.
Riportiamo i passaggi dell’intervista per intero, incluse le domande dell’intervistatore:
Ancora in tema di intelligenza del lavoro: secondo lei si va verso la sparizione del lavoro dipendente?In dieci righe si condensa l’apoteosi del progetto liberista. Questa la narrazione: il lavoro oggi diviene agile, slegato dal posto fisico, e le mansioni possono essere svolte da casa tramite la rivoluzione telematica, senza vincoli di orario specifici. Si può persino parlare di fine della cosiddetta “eterodirezione” ovvero di quella caratteristica cruciale che definisce un lavoro subordinato e lo distingue dal lavoro autonomo imprenditoriale in senso stretto. Nello smart working nessuno ti segue con il bastone per verificare cosa tu stia facendo. Conta il risultato, non quanto tempo ci si impiega! Se sei smart, intelligente, capace, se sei così bravo magari da riuscire a lavorare mentre giochi con i figli il pomeriggio o mentre prepari la cena avrai tutto da guadagnare! Fin qui il mito.
Direi, piuttosto, che si va verso una forte dilatazione dell’area nella quale la struttura della prestazione di lavoro subordinato non è più distinguibile da quella del lavoro autonomo.
Può spiegare meglio?
Pensi al cosiddetto “lavoro agile” o smart working, nella sua versione più diffusa: cioè quella in cui la prestazione non è soggetta ad alcun vincolo temporale e la persona è responsabile soltanto del compimento di un determinato lavoro, cioè del risultato. Non c’è più lavoro misurato dallo scorrere del tempo, né eterodirezione.
Ma se il dipendente da remoto non lavora in maniera smart, come può difendersi l’imprenditore?
È necessario inventare una struttura e un sistema di protezione del lavoro dipendente compatibile con l’obbligo di risultato. È corretto vietare il licenziamento discriminatorio, ma negli altri casi la valutazione delle ragioni del licenziamento non può essere affidata al giudice. Bisogna partire dal presupposto che un imprenditore non si libera di un dipendente utile e operoso. Giusto subordinare il recesso a un indennizzo, ma non di 36 mensilità.
La realtà, invece, è il ritorno strisciante di un lavoro a cottimo coperto dall’aura di libertà del “lavoro a distanza”, pagato sulla base del risultato voluto dai padroni. Un risultato raggiunto, come molte esperienze di smart working da tempo dimostrano, con orari di lavoro massacranti che rubano tempo alla vita portandosi il lavoro dentro le mura domestiche, fino ad orari improbabili, anche nelle ore notturne, e in condizioni di totale promiscuità tra vita personale e vita lavorativa. Apparente libertà che nasconde la peggiore delle schiavitù.
E affinché la schiavitù del lavoro smart a cottimo sia davvero compiuta, Ichino, come se non bastasse, batte ancora il martello sul suo chiodo fisso: la libertà di licenziamento. Se qualche impresa dovesse preoccuparsi della capacità effettiva di controllo sul lavoratore a distanza, niente paura: se non si portano i risultati richiesti si viene licenziati senza bisogno di tante dimostrazioni.
Il progetto così è compiuto. Nella favola di Ichino il lavoro dipendente diventa lavoro autoimprenditoriale, ciascuno è imprenditore di sé stesso e scompare il vincolo della subordinazione. Quella subordinazione che il lavoro smart-cottimo, invece, rafforza ed esaspera viene così nascosta dietro le apparenze della finta libertà di lavorare nel proprio salotto senza orari. La visione di Ichino, che rappresenta perfettamente l’immagine ultraliberista dell’economia di mercato, in cui ogni individuo è un atomo libero e sovrano e non esistono classi sociali e rapporti di subordinazione, rovescia in modo perfetto il mondo reale.
Nel mondo reale si assiste da molti anni, proprio al contrario, ad un allargamento delle maglie dei rapporti di subordinazione: sia attraverso la precarizzazione diretta del lavoro subordinato riconosciuto come tale, sia attraverso la proliferazione di figure fittiziamente autonome, sia attraverso l’impoverimento di parti di microimprenditoria individuale e familiare proletarizzata e sempre più subordinata alla spietata legge del mercato dominato dai grandi capitali. Nel mondo di Ichino e dei fanatici del libero mercato si starebbe, invece, producendo un allentamento del vincolo di subordinazione tradizionale in vista di una società di esseri umani liberi e flessibili. Ciò che nella realtà si manifesta come esasperazione del grado di dipendenza e semi-schiavitù viene plasticamente rappresentato come liberazione dalla dipendenza. Una orwelliana rappresentazione rovesciata che ha la chiara funzione di alimentare la divisione e l’individualizzazione dei bisogni in seno al vasto mondo dei subalterni, un mondo oggi parcellizzato e frammentato, ma sempre più ampio.
Per capire la realtà contemporanea e poter rilanciare un percorso di unità tra tutti coloro che sotto diverse modalità formali di rapporti di dipendenza subiscono impietosamente le conseguenze dell’economia capitalistica, è sufficiente rovesciare il rovesciamento di Ichino. Almeno per questo dovremmo ringraziarlo. La sua intervista, letta all’inverso, rappresenta un raro esempio di eccellente lezione di economia sui rapporti di produzione nel capitalismo!
Fonte
18/06/2020
Democrazia negoziale e democrazia recitativa
“Democrazia Negoziale” è la nuova frontiera che la Confindustria offre al dibattito politico.
Spiega il neo-presidente Bonomi: “una democrazia negoziale in cui il confronto con le parti sociali sia continuo” e aggiunge: “una democrazia negoziale in contrapposizione con le leadership personali e carismatiche, costruita su una grande alleanza pubblico-privato su cui il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale, ma con cui esso dialoga incessantemente attraverso le rappresentanze di impresa, lavoro, professioni, terzo settore, ricerca e cultura”.
Un ritorno alla mediazione e, in apparenza, un duro colpo all’idea della morte dei corpi intermedi su cui si sono basate le proposte derivanti dall’intreccio tra la “democrazia del pubblico” teorizzata da Bernard Manin e il “partito personale” nella formula ideata da Mauro Calise (“democrazia diretta” e presidenzialismo per ridurre il tutto in pillole).
Due formule che, forse arbitrariamente, mi permetto di considerare confluite nella cosiddetta “democrazia recitativa”, nell’esercizio della quale non viene negata la libertà di scelta dei propri governanti (sempre con la formula dell’elezione diretta delle cariche monocratiche) da parte di coloro che sono governati, cioè le elettrici e gli elettori.
Quello che accade è che questa libertà di scelta viene resa semplicemente irrilevante sulle conseguenze politiche una volta che la scelta del leader è stata fatta. Infatti dopo l’elezione al governo, chi comanda ha libertà di violare ogni proposta/promessa pre–elettorale in maniera totalmente impunita.
Nell’attualità del “caso italiano” la situazione appare ancora più paradossale di come sia stata fin qui descritta: il massimo interprete della “democrazia recitativa” non è stato mai eletto da nessuna parte (l’accenno riguarda il Presidente del Consiglio in carica) ed è espressione “esterna” del partito di minoranza relativa (si ricorda che il M5S nelle elezioni del 2018 ottenne il 23,07% dell’intero corpo elettorale. Quindi non fu votato dal 76,93% del “plenum” delle elettrici e degli elettori).
D’altro canto non è la prima volta che accade nei tempi recenti: così fu per Renzi ed anche per Monti, nominato senatore a vita con un ardito “coupe de theatre” dal presidente Napolitano, il giorno prima di ricevere l’incarico di formare il governo.
L’Italia quindi luogo ideale della “democrazia recitativa” (cui comunque si ispira Donald Trump) in una situazione di sistema politico nel quale svolgendo funzioni di supplenza (come era accaduto tante volte per la Magistratura) tocca alla Confindustria proporre, addirittura, un mutamento di metodo politico.
In realtà cosa propone la Confindustria?
Non vorrei apparire semplicistico, ma lo schema della “Democrazia Negoziale” potrebbe essere accostato al “corporativismo”, quindi ben oltre la “concertazione” ancora reclamata dalla segretaria generale della CISL nell’incontro a Villa Pamphili con la Presidenza Consiglio.
CGIL–CISL–UIL si sono presentati completamente a mani vuote e con il cappello in mano soltanto per richiedere il prolungamento della Cassa Integrazione, in un paese assalito dalla frenesia dell’assistenzialismo e in parte rilevante dedito lavoro nero in un coacervo di bonus, sussidi, elargizioni nel contorno di una enorme evasione fiscale.
Sul piano istituzionale dove potrebbe portare la proposta di Confindustria? Ad una seconda Camera trasformata in “Camera delle Corporazioni”?
Del resto già nell’Assemblea Costituente fu esaminata la possibilità di fare del Senato la sede di una rappresentanza corporativa degli interessi: tema affrontato nella “sottocommissione Forti” e ripresa in Aula dalla DC.
Adombrata una possibilità di intreccio tra la rappresentanza regionale e quella corporativa il progetto fu poi superato per via della difficoltà a procedere all’individuazione delle categorie e di un metodo di individuazione nella spartizione dei seggi.
Prevalse, invece, la nozione di “rappresentanza politica” intendendo gli eletti come “rappresentanti della Nazione” e al di fuori da ogni mandato imperativo, come previsto dall’articolo 67 della Costituzione.
Articolo 67 che i propugnatori della “democrazia del pubblico” e attuali interpreti della “democrazia recitativa” hanno più volte reclamato di abolire.
Il concetto di “rappresentanza politica”, vero fulcro di quella “centralità del Parlamento” della quale abbiamo tante volte discusso, è stato attaccato a fondo nel corso di questi anni utilizzando le modificazioni di paradigma politico cui si è già accennato.
Modificazioni fondate tutte sul primo e fondamentale cambiamento avvenuto con l’avvento del sistema elettorale maggioritario (si ricorda ancora una volta come la definizione del sistema elettorale non faccia parte del dettato costituzionale, anche se si fa fatica a non riconoscere che il tema ha sempre assunto un rango di quel livello, come ha riconosciuto implicitamente la stessa Alta Corte nelle due occasioni in cui ha bocciato prima la formula elettorale vigente e nella seconda una formula elettorale approvata dal Parlamento, con la fiducia, ma mai ammessa alla prova delle urne).
Oggi il cerchio si chiude e si arriva appunto a una proposta di “democrazia negoziale”: una negoziazione continua tra enti intermedi che finirebbe con il ridurre il concetto di sovranità popolare relegando il Parlamento, al più, a sede di semplice interpretazione e ratifica.
Come del resto già sta accadendo in tempi di un “presidenzialismo materiale” spostato sul versante del Governo, visto che il Quirinale si è per così dire “ritirato” nell’utilizzo di una sobria “moral suasion” in luogo del protagonismo politico imperante nel periodo tra il 2006–2015.
Ci troviamo quindi in un momento nel quale chi intende affermare ancora i principi della democrazia costituzionale e della rappresentanza politica (da questa ricostruzione è stato esclusa, soltanto per ragioni di economia del discorso, l’analisi relativa alla trasformazione del sistema dei partiti) è chiamato necessariamente a valutare a quale punto si situa la faglia dell’identità democratica del Paese: dove sta, insomma, lo spartiacque che divide costituzionale da anticostituzionale.
A questo punto dovrebbe essere anche introdotto un altro tema, quello del “vincolo esterno”. Nel senso dell’analisi del quadro internazionale, là dove deve essere ricordato come sia in atto uno scontro di grandi proporzioni circa la collocazione internazionale dell’Italia, tra multipolarismo appoggiato sulla Cina e ritorno del “ciclo atlantico” e predominio USA, non più solo gendarme del mondo in un quadro generale nel quale è sicuramente mutata la realtà della “globalizzazione” verificatasi con spostamento della centralità delle contraddizioni dalla geopolitica all’universalizzazione dell’emergenza sanitaria.
Tornando al sistema politico italiano, l’impressione è che la “frattura” del sistema si collochi molto più in arretrato di quanto non faccia apparire il sistema della comunicazione di massa.
Le difficoltà del sistema sono arrivate ad un punto nel quale appaiono molto rilevanti i rischi di “stretta” al riguardo della rappresentatività delle istituzioni come disegnate dalla Costituzione.
L’esempio più lampante in questo senso è quello dell’uso dello strumento dell’informativa come costante nel rapporto diretto tra Presidente del Consiglio e Parlamento. L’informativa, in luogo della “comunicazione”, infatti, esclude la possibilità di votare un qualche documento presentato dall’aula.
Con questo vero e proprio stratagemma si è fin qui impedito di votare, ad esempio, sull’utilizzo del MES, ma questo sistema è stato utilizzato per tutto il periodo dell’emergenza sanitaria.
Per questo motivo occorre una soggettività politica di sinistra che si proponga, come vero e proprio punto identitario, di “riconquistare” il Parlamento attraverso la riproposizione compiuta del dettato costituzionale.
Una “riconquista” che deve valere come fulcro per un programma politico molto vasto e impegnativo nella sue diverse implicazioni. Un programma che non preveda arroccamenti di mera visione ideologica proponendosi prima di tutto di superare la “democrazia recitativa” e di bloccare l’ipotesi di “democrazia negoziale”.
L’obiettivo deve essere quello di riaffermare il principio fondamentale della democrazia rappresentativa, poggiando su di una recuperata identità e dimensione organizzativa dei partiti: semplice da scrivere ma molto difficile da realizzare, pur tuttavia è necessario tentare.
Fonte
Spiega il neo-presidente Bonomi: “una democrazia negoziale in cui il confronto con le parti sociali sia continuo” e aggiunge: “una democrazia negoziale in contrapposizione con le leadership personali e carismatiche, costruita su una grande alleanza pubblico-privato su cui il decisore politico non ha delega insindacabile per mandato elettorale, ma con cui esso dialoga incessantemente attraverso le rappresentanze di impresa, lavoro, professioni, terzo settore, ricerca e cultura”.
Un ritorno alla mediazione e, in apparenza, un duro colpo all’idea della morte dei corpi intermedi su cui si sono basate le proposte derivanti dall’intreccio tra la “democrazia del pubblico” teorizzata da Bernard Manin e il “partito personale” nella formula ideata da Mauro Calise (“democrazia diretta” e presidenzialismo per ridurre il tutto in pillole).
Due formule che, forse arbitrariamente, mi permetto di considerare confluite nella cosiddetta “democrazia recitativa”, nell’esercizio della quale non viene negata la libertà di scelta dei propri governanti (sempre con la formula dell’elezione diretta delle cariche monocratiche) da parte di coloro che sono governati, cioè le elettrici e gli elettori.
Quello che accade è che questa libertà di scelta viene resa semplicemente irrilevante sulle conseguenze politiche una volta che la scelta del leader è stata fatta. Infatti dopo l’elezione al governo, chi comanda ha libertà di violare ogni proposta/promessa pre–elettorale in maniera totalmente impunita.
Nell’attualità del “caso italiano” la situazione appare ancora più paradossale di come sia stata fin qui descritta: il massimo interprete della “democrazia recitativa” non è stato mai eletto da nessuna parte (l’accenno riguarda il Presidente del Consiglio in carica) ed è espressione “esterna” del partito di minoranza relativa (si ricorda che il M5S nelle elezioni del 2018 ottenne il 23,07% dell’intero corpo elettorale. Quindi non fu votato dal 76,93% del “plenum” delle elettrici e degli elettori).
D’altro canto non è la prima volta che accade nei tempi recenti: così fu per Renzi ed anche per Monti, nominato senatore a vita con un ardito “coupe de theatre” dal presidente Napolitano, il giorno prima di ricevere l’incarico di formare il governo.
L’Italia quindi luogo ideale della “democrazia recitativa” (cui comunque si ispira Donald Trump) in una situazione di sistema politico nel quale svolgendo funzioni di supplenza (come era accaduto tante volte per la Magistratura) tocca alla Confindustria proporre, addirittura, un mutamento di metodo politico.
In realtà cosa propone la Confindustria?
Non vorrei apparire semplicistico, ma lo schema della “Democrazia Negoziale” potrebbe essere accostato al “corporativismo”, quindi ben oltre la “concertazione” ancora reclamata dalla segretaria generale della CISL nell’incontro a Villa Pamphili con la Presidenza Consiglio.
CGIL–CISL–UIL si sono presentati completamente a mani vuote e con il cappello in mano soltanto per richiedere il prolungamento della Cassa Integrazione, in un paese assalito dalla frenesia dell’assistenzialismo e in parte rilevante dedito lavoro nero in un coacervo di bonus, sussidi, elargizioni nel contorno di una enorme evasione fiscale.
Sul piano istituzionale dove potrebbe portare la proposta di Confindustria? Ad una seconda Camera trasformata in “Camera delle Corporazioni”?
Del resto già nell’Assemblea Costituente fu esaminata la possibilità di fare del Senato la sede di una rappresentanza corporativa degli interessi: tema affrontato nella “sottocommissione Forti” e ripresa in Aula dalla DC.
Adombrata una possibilità di intreccio tra la rappresentanza regionale e quella corporativa il progetto fu poi superato per via della difficoltà a procedere all’individuazione delle categorie e di un metodo di individuazione nella spartizione dei seggi.
Prevalse, invece, la nozione di “rappresentanza politica” intendendo gli eletti come “rappresentanti della Nazione” e al di fuori da ogni mandato imperativo, come previsto dall’articolo 67 della Costituzione.
Articolo 67 che i propugnatori della “democrazia del pubblico” e attuali interpreti della “democrazia recitativa” hanno più volte reclamato di abolire.
Il concetto di “rappresentanza politica”, vero fulcro di quella “centralità del Parlamento” della quale abbiamo tante volte discusso, è stato attaccato a fondo nel corso di questi anni utilizzando le modificazioni di paradigma politico cui si è già accennato.
Modificazioni fondate tutte sul primo e fondamentale cambiamento avvenuto con l’avvento del sistema elettorale maggioritario (si ricorda ancora una volta come la definizione del sistema elettorale non faccia parte del dettato costituzionale, anche se si fa fatica a non riconoscere che il tema ha sempre assunto un rango di quel livello, come ha riconosciuto implicitamente la stessa Alta Corte nelle due occasioni in cui ha bocciato prima la formula elettorale vigente e nella seconda una formula elettorale approvata dal Parlamento, con la fiducia, ma mai ammessa alla prova delle urne).
Oggi il cerchio si chiude e si arriva appunto a una proposta di “democrazia negoziale”: una negoziazione continua tra enti intermedi che finirebbe con il ridurre il concetto di sovranità popolare relegando il Parlamento, al più, a sede di semplice interpretazione e ratifica.
Come del resto già sta accadendo in tempi di un “presidenzialismo materiale” spostato sul versante del Governo, visto che il Quirinale si è per così dire “ritirato” nell’utilizzo di una sobria “moral suasion” in luogo del protagonismo politico imperante nel periodo tra il 2006–2015.
Ci troviamo quindi in un momento nel quale chi intende affermare ancora i principi della democrazia costituzionale e della rappresentanza politica (da questa ricostruzione è stato esclusa, soltanto per ragioni di economia del discorso, l’analisi relativa alla trasformazione del sistema dei partiti) è chiamato necessariamente a valutare a quale punto si situa la faglia dell’identità democratica del Paese: dove sta, insomma, lo spartiacque che divide costituzionale da anticostituzionale.
A questo punto dovrebbe essere anche introdotto un altro tema, quello del “vincolo esterno”. Nel senso dell’analisi del quadro internazionale, là dove deve essere ricordato come sia in atto uno scontro di grandi proporzioni circa la collocazione internazionale dell’Italia, tra multipolarismo appoggiato sulla Cina e ritorno del “ciclo atlantico” e predominio USA, non più solo gendarme del mondo in un quadro generale nel quale è sicuramente mutata la realtà della “globalizzazione” verificatasi con spostamento della centralità delle contraddizioni dalla geopolitica all’universalizzazione dell’emergenza sanitaria.
Tornando al sistema politico italiano, l’impressione è che la “frattura” del sistema si collochi molto più in arretrato di quanto non faccia apparire il sistema della comunicazione di massa.
Le difficoltà del sistema sono arrivate ad un punto nel quale appaiono molto rilevanti i rischi di “stretta” al riguardo della rappresentatività delle istituzioni come disegnate dalla Costituzione.
L’esempio più lampante in questo senso è quello dell’uso dello strumento dell’informativa come costante nel rapporto diretto tra Presidente del Consiglio e Parlamento. L’informativa, in luogo della “comunicazione”, infatti, esclude la possibilità di votare un qualche documento presentato dall’aula.
Con questo vero e proprio stratagemma si è fin qui impedito di votare, ad esempio, sull’utilizzo del MES, ma questo sistema è stato utilizzato per tutto il periodo dell’emergenza sanitaria.
Per questo motivo occorre una soggettività politica di sinistra che si proponga, come vero e proprio punto identitario, di “riconquistare” il Parlamento attraverso la riproposizione compiuta del dettato costituzionale.
Una “riconquista” che deve valere come fulcro per un programma politico molto vasto e impegnativo nella sue diverse implicazioni. Un programma che non preveda arroccamenti di mera visione ideologica proponendosi prima di tutto di superare la “democrazia recitativa” e di bloccare l’ipotesi di “democrazia negoziale”.
L’obiettivo deve essere quello di riaffermare il principio fondamentale della democrazia rappresentativa, poggiando su di una recuperata identità e dimensione organizzativa dei partiti: semplice da scrivere ma molto difficile da realizzare, pur tuttavia è necessario tentare.
Fonte
22/02/2020
Il sindacato con chi deve stare, con il capitale o con i lavoratori?
Prendendo spunto dalla vertenza delle precarie della Piaggio e dall’attacco che viene mosso a quella iniziativa da parte del segretario della Fiom Cgil di Pisa, sorge la necessità di avviare una riflessione sul ruolo delle organizzazioni sindacali in questo frangente così duro per il mondo del lavoro.
Dice la Fiom che la USB mette le bandierine e porta i lavoratori in vicoli ciechi. Praticamente dice che la via della risoluzione dei conflitti va cercata nella concertazione tenendo conto del quadro normativo esistente.
È proprio su questo approccio che si consuma la profonda diversità tra il sindacato concertativo e il sindacato di classe e conflittuale. Se il punto di partenza è la presa d’atto che esistono norme che impediscono la soluzione dei problemi e che quindi non si possa far altro che trovare escamotage per risolvere le crisi che – vorremmo ricordarlo a tutti – hanno sempre per protagonisti, e spesso vittime, lavoratrici e lavoratori in carne ed ossa, si fa una scelta di disarmo preventivo che non dovrebbe appartenere al sindacato nel suo complesso.
Quella lotta è sacrosanta, quella determinazione è il frutto della volontà di quei lavoratori tenuti per anni in condizione di precarietà per poterli meglio ricattare e piegarne la dignità e va sostenuta non solo perché è un diritto sacrosanto difendere il proprio posto di lavoro ma anche e soprattutto perché disvela senza tanti complimenti quanto le norme che regolano oggi i rapporti di lavoro siano pensate e scritte per servire gli interessi d'impresa e non per garantire tutele e dice che quelle norme vanno spazzate via perché di classe, cioè scritte per rendere ancora più forte il comando d’impresa sui lavoratori.
Chi non ne tiene conto è complice, lo ripetiamo perché l’uso di questo termine ha fatto scandalo. Chi si adatta alla condizione data, che è sempre frutto dei rapporti di forza che a loro volta sono frutto della capacità della classe di darsi strumenti adeguati a contrastare il proprio nemico – altro termine che fa scandalo e non dovrebbe – si rende complice dello spostamento dei rapporti di forza e disarma i lavoratori dello strumento del conflitto nella regolazione dei rapporti tra lavoro e capitale.
La posizione che le organizzazioni sindacali concertative stanno sostenendo al tavolo ministeriale sull’introduzione anche nel nostro Paese del salario minimo ne rappresentano plasticamente la deriva. Mentre per la prima volta si intravvede all’orizzonte la possibilità di avere, al pari di tutte o quasi le altre nazioni europee una soglia minima di 9 euro sotto cui non si possa andare nel definire il salario orario minimo, cosa che darebbe una bella spinta per ridurre il lavoro povero che riguarda oggi milioni di lavoratori e lavoratrici, Cgil, Cisl e Uil si mettono di traverso sostenendo che è sbagliato individuare una soglia e che deve essere la contrattazione, ovviamente gestita solo da loro, a stabilire il valore dei salari.
La motivazione addotta è che verrebbe lesa la loro funzione e soprattutto si metterebbero in difficoltà le imprese che si troverebbero a dover aumentare la voce di spesa per i salari dei lavoratori con conseguente riduzione degli utili. Insomma il sindacato è contrario ad una secca redistribuzione della ricchezza verso il fattore lavoro, sottraendolo al fattore capitale.
A coronamento di questa posizione si sostiene che sia giunto il momento di una normativa che, recependo l’accordo del 10 gennaio tra Cgil Cisl Uil e Confindustria, regoli la rappresentanza sindacale anche nel settore privato per fare in modo che solo i contratti firmati da loro siano considerati legittimi. Alla faccia del pluralismo e della democrazia.
Insomma se questo non è sindacalismo al servizio del capitale e delle imprese, ci spieghino come definirlo.
E soprattutto spieghino a noi, ai lavoratori sul tetto della Piaggio, ai milioni di lavoratori che tutti i giorni escono di casa per andare a guadagnarsi un salario incapace di garantirgli una vita dignitosa se è questo il sindacato che serve, se gli strumenti che mette in campo sono in grado di produrre quella inversione di tendenza necessaria a garantire potere contrattuale e diritti al mondo del lavoro, aggredire le disuguaglianze, assicurare pensioni adeguate e non erogate a fine vita, rimettere al centro il salario, sconfiggere la precarietà e la disoccupazione.
A noi sembra di no.
Fonte
Dice la Fiom che la USB mette le bandierine e porta i lavoratori in vicoli ciechi. Praticamente dice che la via della risoluzione dei conflitti va cercata nella concertazione tenendo conto del quadro normativo esistente.
È proprio su questo approccio che si consuma la profonda diversità tra il sindacato concertativo e il sindacato di classe e conflittuale. Se il punto di partenza è la presa d’atto che esistono norme che impediscono la soluzione dei problemi e che quindi non si possa far altro che trovare escamotage per risolvere le crisi che – vorremmo ricordarlo a tutti – hanno sempre per protagonisti, e spesso vittime, lavoratrici e lavoratori in carne ed ossa, si fa una scelta di disarmo preventivo che non dovrebbe appartenere al sindacato nel suo complesso.
Quella lotta è sacrosanta, quella determinazione è il frutto della volontà di quei lavoratori tenuti per anni in condizione di precarietà per poterli meglio ricattare e piegarne la dignità e va sostenuta non solo perché è un diritto sacrosanto difendere il proprio posto di lavoro ma anche e soprattutto perché disvela senza tanti complimenti quanto le norme che regolano oggi i rapporti di lavoro siano pensate e scritte per servire gli interessi d'impresa e non per garantire tutele e dice che quelle norme vanno spazzate via perché di classe, cioè scritte per rendere ancora più forte il comando d’impresa sui lavoratori.
Chi non ne tiene conto è complice, lo ripetiamo perché l’uso di questo termine ha fatto scandalo. Chi si adatta alla condizione data, che è sempre frutto dei rapporti di forza che a loro volta sono frutto della capacità della classe di darsi strumenti adeguati a contrastare il proprio nemico – altro termine che fa scandalo e non dovrebbe – si rende complice dello spostamento dei rapporti di forza e disarma i lavoratori dello strumento del conflitto nella regolazione dei rapporti tra lavoro e capitale.
La posizione che le organizzazioni sindacali concertative stanno sostenendo al tavolo ministeriale sull’introduzione anche nel nostro Paese del salario minimo ne rappresentano plasticamente la deriva. Mentre per la prima volta si intravvede all’orizzonte la possibilità di avere, al pari di tutte o quasi le altre nazioni europee una soglia minima di 9 euro sotto cui non si possa andare nel definire il salario orario minimo, cosa che darebbe una bella spinta per ridurre il lavoro povero che riguarda oggi milioni di lavoratori e lavoratrici, Cgil, Cisl e Uil si mettono di traverso sostenendo che è sbagliato individuare una soglia e che deve essere la contrattazione, ovviamente gestita solo da loro, a stabilire il valore dei salari.
La motivazione addotta è che verrebbe lesa la loro funzione e soprattutto si metterebbero in difficoltà le imprese che si troverebbero a dover aumentare la voce di spesa per i salari dei lavoratori con conseguente riduzione degli utili. Insomma il sindacato è contrario ad una secca redistribuzione della ricchezza verso il fattore lavoro, sottraendolo al fattore capitale.
A coronamento di questa posizione si sostiene che sia giunto il momento di una normativa che, recependo l’accordo del 10 gennaio tra Cgil Cisl Uil e Confindustria, regoli la rappresentanza sindacale anche nel settore privato per fare in modo che solo i contratti firmati da loro siano considerati legittimi. Alla faccia del pluralismo e della democrazia.
Insomma se questo non è sindacalismo al servizio del capitale e delle imprese, ci spieghino come definirlo.
E soprattutto spieghino a noi, ai lavoratori sul tetto della Piaggio, ai milioni di lavoratori che tutti i giorni escono di casa per andare a guadagnarsi un salario incapace di garantirgli una vita dignitosa se è questo il sindacato che serve, se gli strumenti che mette in campo sono in grado di produrre quella inversione di tendenza necessaria a garantire potere contrattuale e diritti al mondo del lavoro, aggredire le disuguaglianze, assicurare pensioni adeguate e non erogate a fine vita, rimettere al centro il salario, sconfiggere la precarietà e la disoccupazione.
A noi sembra di no.
Fonte
14/02/2020
Stretta del Fisco sugli appalti, gli imprenditori piangono
Questo articolo di Leo Essen merita una brevissima introduzione. In parte perché è scritto in linguaggio abbastanza “tecnico”, in parte perché – in questo Paese, dove nessuno fa la sua parte e tutti pensano di poter coprire qualsiasi ruolo – conclude in modo paradossale un ragionamento lineare.
È vero infatti che “lo Stato è ormai soltanto un Sostituto di imposta che lavora per conto terzi; che i veri enti di riscossione si trovano oltralpe”. Ossia che il sopra-governo dell’Unione Europea ha assunto in proprio la decisione sulle politiche economiche e fiscali nazionali, e che buona parte della ricchezza raccolta e trattenuta dallo Stato finisce a finanziare “enti” che poi non restituiscono nulla – sotto qualsiasi forma (investimenti, welfare, servizi vari, ecc.) – alla popolazione che l’ha materialmente creata.
Ed è vero che anche, se non si distinguono gli interessi della varie classi sociali, si finisce per “unirsi al coro degli imprenditori“. Che nel caso indicato – consegnare effettivamente i moduli F24 certificanti l’avvenuto pagamento delle varie imposte “trattenute in busta paga” ai lavoratori e controllare che i salari delle imprese subappaltanti siano “congrui” e non di fantasia – fingono di essere “soffocati” dalla richiesta.
Detto questo, crediamo che nessuno possa più equivocare sul senso di quanto scritto.
Mercoledì 12 febbraio, con la circolare 1/E, l’Agenzia delle entrate ha chiarito quanto stabilito dall’art. 4 del cosiddetto Decreto fiscale in materia di appalti. L’articolo del decreto, che prevede obblighi più stringenti, ha fatto insorgere le organizzazioni di categoria.
L’Agenzia chiarisce che l’intervento normativo ha lo scopo di contrastare l’omesso o insufficiente versamento, anche mediante l’indebita compensazione, di ritenute fiscali, ovvero Irpef, addizionale regionale e comunale, di contributi previdenziali e assistenziali e di premi assicurativi obbligatori. Si tratta, perlopiù, di imposte dovute dai lavoratori dipendenti, ma che sono trattenute alla fonte dal datore di lavoro, il quale si sostituisce (Sostituto di imposta) allo Stato nella riscossione di quanto dovuto dal lavoratore.
In primo luogo, obiettivo della norma è impedire al Sostituto di non versare le imposte trattenute. In secondo luogo, obiettivo della norma è contrastare l’utilizzo indebito della compensazione.
Il meccanismo della compensazione permette al Sostituto di versare il saldo risultante dalla differenza tra i debiti e i crediti maturati nei confronti dell’Erario. L’obiettivo della norma è impedire che i debiti vengano azzerati mediante l’utilizzo di finti crediti, derivanti, per esempio, dall’emissione di fatture false. A tal proposito la norma impone alle imprese appaltatrici o affidatarie e subappaltatrici il versamento delle ritenute con distinte deleghe (F24) per ciascun committente, senza possibilità di compensazione. Inoltre, e qui la misura mostra il suo aspetto più duro, è fatto obbligo alle aziende appaltatrici di rilasciare al committente copia degli F24 dei versamenti effettuati per nome e per conto dei lavoratori.
Ogni sostituto è tenuto, entro la metà del mese successivo, al versamento delle imposte. Entro 5 giorni dal versamento, il sostituto appaltante e subappaltante è obbligato a trasmettere al committente copia degli F24 di pagamento, un elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nell’esecuzione di opere o servizi affidati dal committente, con il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascun percipiente in esecuzione dell’opera o del servizio affidato, l’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale prestazione e il dettaglio delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di tale lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.
Le urla degli imprenditori già si sentono. Lo Stato, dicono, pretende da noi adempimenti impossibili e onerosi. Non ne possiamo più di tutta questa burocrazia! Lasciateci fare, lasciateci lavorare!
Senonché, a guardare le cose come effettivamente stanno, lo Stato non aggiunge alcun nuovo adempimento a quelli già in essere. Gli imprenditori non devono assumere un ragioniere che reperisca dati chissà dove o compili nuovi registri eccetera, perché tutti questi dati (versamenti irpef, codici fiscali, elenchi, eccetera) sono già disponibili e memorizzati negli archivi di Entratel e Fisconline.
L’unico vero obbligo imposto al committente, ma per appalti singoli superiori ai 200 mila euro, è la sospensione del pagamento all’azienda subappaltatrice, qualora questa non abbia consegnato al committente gli F24, o non abbia versato, in tutto o in parte, le imposte. Sospensione che può essere pari al 20% del valore dell’opera o del servizio, ovvero pari all’ammontare delle ritenute non versate.
Si tratta di una punizione eccessiva per il committente, certo. Il quale, da oggi in poi, si guarderà bene dall’affidare a imprese esterne, lavori che, in molti casi, e a tutti gli effetti, sono organici con la sua attività principale, creando un regime odioso, soprattutto, dice l’Agenzia, nei settori della logistica, dei servizi alle imprese, nonché nei settori alimentare e meccanica.
Un regime che pone gli uni di fronte agli altri, lavoratori, uomini e donne, che spesso eseguono le medesime mansioni dei colleghi assunti direttamente dal committente, ma in condizione di maggiore sfruttamento. Lavoratori che, per di più, si vedranno costretti, in prima istanza, a ripianare il debito con lo Stato maturato dal Sostituto.
Se poi qualcuno vuol sostenere, non senza ragione, che anche lo Stato è ormai soltanto un Sostituto di imposta che lavora per conto terzi; che i veri enti di riscossione si trovano oltralpe; che imprenditori e lavoratori sono una vacca da mungere per sostenere i fondi e le assicurazioni estere, è giusto unirsi al coro degli imprenditori e dire: “Lasciateci fare, lasciateci andare.”
Fonte
Altro che paradosso, la chiusura del pezzo è oltre l'imbarazzante, uno spot stomachevole pro corporativismo con i padroni.
Il riscaldamento globale inizia a far danni anche alle capacità cognitive...
È vero infatti che “lo Stato è ormai soltanto un Sostituto di imposta che lavora per conto terzi; che i veri enti di riscossione si trovano oltralpe”. Ossia che il sopra-governo dell’Unione Europea ha assunto in proprio la decisione sulle politiche economiche e fiscali nazionali, e che buona parte della ricchezza raccolta e trattenuta dallo Stato finisce a finanziare “enti” che poi non restituiscono nulla – sotto qualsiasi forma (investimenti, welfare, servizi vari, ecc.) – alla popolazione che l’ha materialmente creata.
Ed è vero che anche, se non si distinguono gli interessi della varie classi sociali, si finisce per “unirsi al coro degli imprenditori“. Che nel caso indicato – consegnare effettivamente i moduli F24 certificanti l’avvenuto pagamento delle varie imposte “trattenute in busta paga” ai lavoratori e controllare che i salari delle imprese subappaltanti siano “congrui” e non di fantasia – fingono di essere “soffocati” dalla richiesta.
Detto questo, crediamo che nessuno possa più equivocare sul senso di quanto scritto.
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Stretta del Fisco sugli appalti, gli imprenditori piangono
Mercoledì 12 febbraio, con la circolare 1/E, l’Agenzia delle entrate ha chiarito quanto stabilito dall’art. 4 del cosiddetto Decreto fiscale in materia di appalti. L’articolo del decreto, che prevede obblighi più stringenti, ha fatto insorgere le organizzazioni di categoria.
L’Agenzia chiarisce che l’intervento normativo ha lo scopo di contrastare l’omesso o insufficiente versamento, anche mediante l’indebita compensazione, di ritenute fiscali, ovvero Irpef, addizionale regionale e comunale, di contributi previdenziali e assistenziali e di premi assicurativi obbligatori. Si tratta, perlopiù, di imposte dovute dai lavoratori dipendenti, ma che sono trattenute alla fonte dal datore di lavoro, il quale si sostituisce (Sostituto di imposta) allo Stato nella riscossione di quanto dovuto dal lavoratore.
In primo luogo, obiettivo della norma è impedire al Sostituto di non versare le imposte trattenute. In secondo luogo, obiettivo della norma è contrastare l’utilizzo indebito della compensazione.
Il meccanismo della compensazione permette al Sostituto di versare il saldo risultante dalla differenza tra i debiti e i crediti maturati nei confronti dell’Erario. L’obiettivo della norma è impedire che i debiti vengano azzerati mediante l’utilizzo di finti crediti, derivanti, per esempio, dall’emissione di fatture false. A tal proposito la norma impone alle imprese appaltatrici o affidatarie e subappaltatrici il versamento delle ritenute con distinte deleghe (F24) per ciascun committente, senza possibilità di compensazione. Inoltre, e qui la misura mostra il suo aspetto più duro, è fatto obbligo alle aziende appaltatrici di rilasciare al committente copia degli F24 dei versamenti effettuati per nome e per conto dei lavoratori.
Ogni sostituto è tenuto, entro la metà del mese successivo, al versamento delle imposte. Entro 5 giorni dal versamento, il sostituto appaltante e subappaltante è obbligato a trasmettere al committente copia degli F24 di pagamento, un elenco nominativo di tutti i lavoratori, identificati mediante codice fiscale, impiegati nel mese precedente direttamente nell’esecuzione di opere o servizi affidati dal committente, con il dettaglio delle ore di lavoro prestate da ciascun percipiente in esecuzione dell’opera o del servizio affidato, l’ammontare della retribuzione corrisposta al dipendente collegata a tale prestazione e il dettaglio delle ritenute fiscali eseguite nel mese precedente nei confronti di tale lavoratore, con separata indicazione di quelle relative alla prestazione affidata dal committente.
Le urla degli imprenditori già si sentono. Lo Stato, dicono, pretende da noi adempimenti impossibili e onerosi. Non ne possiamo più di tutta questa burocrazia! Lasciateci fare, lasciateci lavorare!
Senonché, a guardare le cose come effettivamente stanno, lo Stato non aggiunge alcun nuovo adempimento a quelli già in essere. Gli imprenditori non devono assumere un ragioniere che reperisca dati chissà dove o compili nuovi registri eccetera, perché tutti questi dati (versamenti irpef, codici fiscali, elenchi, eccetera) sono già disponibili e memorizzati negli archivi di Entratel e Fisconline.
L’unico vero obbligo imposto al committente, ma per appalti singoli superiori ai 200 mila euro, è la sospensione del pagamento all’azienda subappaltatrice, qualora questa non abbia consegnato al committente gli F24, o non abbia versato, in tutto o in parte, le imposte. Sospensione che può essere pari al 20% del valore dell’opera o del servizio, ovvero pari all’ammontare delle ritenute non versate.
Si tratta di una punizione eccessiva per il committente, certo. Il quale, da oggi in poi, si guarderà bene dall’affidare a imprese esterne, lavori che, in molti casi, e a tutti gli effetti, sono organici con la sua attività principale, creando un regime odioso, soprattutto, dice l’Agenzia, nei settori della logistica, dei servizi alle imprese, nonché nei settori alimentare e meccanica.
Un regime che pone gli uni di fronte agli altri, lavoratori, uomini e donne, che spesso eseguono le medesime mansioni dei colleghi assunti direttamente dal committente, ma in condizione di maggiore sfruttamento. Lavoratori che, per di più, si vedranno costretti, in prima istanza, a ripianare il debito con lo Stato maturato dal Sostituto.
Se poi qualcuno vuol sostenere, non senza ragione, che anche lo Stato è ormai soltanto un Sostituto di imposta che lavora per conto terzi; che i veri enti di riscossione si trovano oltralpe; che imprenditori e lavoratori sono una vacca da mungere per sostenere i fondi e le assicurazioni estere, è giusto unirsi al coro degli imprenditori e dire: “Lasciateci fare, lasciateci andare.”
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Altro che paradosso, la chiusura del pezzo è oltre l'imbarazzante, uno spot stomachevole pro corporativismo con i padroni.
Il riscaldamento globale inizia a far danni anche alle capacità cognitive...
04/02/2020
Il sindacato unico, per genuflessioni unitarie
“Se il paese avesse un solo sindacato sarebbe meglio. Il sistema industriale è uno solo, al suo interno ci sono diverse proprietà. Sarebbe meraviglioso che succedesse la stessa cosa con i sindacati. Lo sostengo da tanti anni il pluralismo sindacale non giova al paese perché per definizione un sindacato deve andare più avanti dell’altro e in questo caso la concorrenza non può essere virtuosa. È una concorrenza che non ha senso perché il paese è unico”.
A pronunciare queste parole al convegno celebrato a Torino per i 110 anni di Confindustria, è il prof. Romano Prodi, alfiere, unitamente ad altri leader “progressisti” del centrosinistra, di quelle privatizzazioni che negli anni '90, in nome della presunta necessità di abbattere il debito pubblico, hanno sacrificato asset strategici (trasporti, telecomunicazioni, energia elettrica e grande industria siderurgica e meccanica) per sancire l’ingresso del nostro paese nel dispositivo dell’Unione Europea.
Tra le righe traspare chiaramente il pensiero dell’ex presidente del Consiglio: lavoratori ed imprenditori si collocano sullo stesso piano, il conflitto deve essere espunto dalla dinamica capitale/lavoro e conseguentemente il pluralismo sindacale diventa un intralcio da sostituire con un sindacato unico totalmente asservito alla logica della competitività.
Ma naturalmente il prof. Prodi non è il solo a pensarla così. Oltre tutta la pletora dei “modernizzatori” del paese, anche l’attuale segretario della Cgil Landini, aveva rilanciato qualche mese fa l’idea del sindacato unico sostenendo che non sussistessero più ragioni valide per un fronte sindacale diviso.
E d’altronde come dargli torto... Unitariamente Cgil Cisl e Uil si sono genuflessi alle politiche dell’UE; unitariamente, per stare all’attualità, hanno sostituito la timida richiesta di una riforma fiscale con la piena ed entusiasta accettazione del cuneo fiscale e, sempre unitariamente, contribuiscono da decenni allo smantellamento dei pilastri del welfare, divenendo nei fatti ed agli occhi dei lavoratori pressoché indistinguibili.
Gli enti bilaterali, i fondi pensione, il welfare integrativo e tutti gli organismi congiunti sviluppatisi in questi anni hanno poi prodotto una commistione di interessi con l’impresa che ne ha determinato la loro totale subalternità senza che questo avesse nulla a che fare con i diritti dei lavoratori.
E nel tentativo di normalizzare il panorama sindacale e sanzionare il dissenso (per gli oppositori politici ci pensano i decreti sicurezza) come in un club privato hanno introdotto nei contratti pubblici un articolo che preclude l’accesso alla contrattazione integrativa a chi, come l’USB, non si è piegato alla sottoscrizione di un CCNL fortemente regressivo sul piano dei diritti e del salario.
Nel privato, invece, il monopolio della rappresentanza da loro esercitato preclude da sempre la stesura di una legge sulla rappresentanza davvero democratica e che garantisca finalmente ai lavoratori il diritto di scegliere da chi essere rappresentati senza discriminazioni ed in ossequio con quanto previsto dalla Costituzione.
Possono quindi dormire sonni tranquilli il prof. Prodi & company perché quel sindacato unico che auspicano esiste già nei fatti.
Ma l’incubo di una forza sindacale come l’USB che continua a tenere alta la bandiera dei diritti e che non è comprimibile alle logiche della compatibilità continuerà a turbare i sonni di questi campioni della democrazia e del progresso.
Se ne facciano tutti una ragione.
Fonte
A pronunciare queste parole al convegno celebrato a Torino per i 110 anni di Confindustria, è il prof. Romano Prodi, alfiere, unitamente ad altri leader “progressisti” del centrosinistra, di quelle privatizzazioni che negli anni '90, in nome della presunta necessità di abbattere il debito pubblico, hanno sacrificato asset strategici (trasporti, telecomunicazioni, energia elettrica e grande industria siderurgica e meccanica) per sancire l’ingresso del nostro paese nel dispositivo dell’Unione Europea.
Tra le righe traspare chiaramente il pensiero dell’ex presidente del Consiglio: lavoratori ed imprenditori si collocano sullo stesso piano, il conflitto deve essere espunto dalla dinamica capitale/lavoro e conseguentemente il pluralismo sindacale diventa un intralcio da sostituire con un sindacato unico totalmente asservito alla logica della competitività.
Ma naturalmente il prof. Prodi non è il solo a pensarla così. Oltre tutta la pletora dei “modernizzatori” del paese, anche l’attuale segretario della Cgil Landini, aveva rilanciato qualche mese fa l’idea del sindacato unico sostenendo che non sussistessero più ragioni valide per un fronte sindacale diviso.
E d’altronde come dargli torto... Unitariamente Cgil Cisl e Uil si sono genuflessi alle politiche dell’UE; unitariamente, per stare all’attualità, hanno sostituito la timida richiesta di una riforma fiscale con la piena ed entusiasta accettazione del cuneo fiscale e, sempre unitariamente, contribuiscono da decenni allo smantellamento dei pilastri del welfare, divenendo nei fatti ed agli occhi dei lavoratori pressoché indistinguibili.
Gli enti bilaterali, i fondi pensione, il welfare integrativo e tutti gli organismi congiunti sviluppatisi in questi anni hanno poi prodotto una commistione di interessi con l’impresa che ne ha determinato la loro totale subalternità senza che questo avesse nulla a che fare con i diritti dei lavoratori.
E nel tentativo di normalizzare il panorama sindacale e sanzionare il dissenso (per gli oppositori politici ci pensano i decreti sicurezza) come in un club privato hanno introdotto nei contratti pubblici un articolo che preclude l’accesso alla contrattazione integrativa a chi, come l’USB, non si è piegato alla sottoscrizione di un CCNL fortemente regressivo sul piano dei diritti e del salario.
Nel privato, invece, il monopolio della rappresentanza da loro esercitato preclude da sempre la stesura di una legge sulla rappresentanza davvero democratica e che garantisca finalmente ai lavoratori il diritto di scegliere da chi essere rappresentati senza discriminazioni ed in ossequio con quanto previsto dalla Costituzione.
Possono quindi dormire sonni tranquilli il prof. Prodi & company perché quel sindacato unico che auspicano esiste già nei fatti.
Ma l’incubo di una forza sindacale come l’USB che continua a tenere alta la bandiera dei diritti e che non è comprimibile alle logiche della compatibilità continuerà a turbare i sonni di questi campioni della democrazia e del progresso.
Se ne facciano tutti una ragione.
Fonte
03/02/2020
Cambia il mondo, dopo la Brexit
Viviamo in un paese di ciechi, e i media ne sono i primi responsabili. Come nelle peggiori dittature fasciste, le notizie che smentiscono la “narrazione” dominante non esistono. E quando pure sono costretti a darle, devono essere sminuite e depotenziate nelle loro implicazioni destabilizzanti.
Questo fenomeno è facile da vedere nel caso dei movimenti sociali e politici, ma è ancora più ferreo – se possibile – con i fenomeni economi, politici e internazionali che svuotano ciò che resta del “pensiero unico della globalizzazione”, incrinato definitivamente dalla crisi iniziata nel 2007-2008.
La Brexit, per esempio, è stata affrontata ridicolizzando uno dopo l’altro i leader britannici fautori dell’uscita dalla Ue. Compito facile, in effetti, con gente come Farage e Boris Johnson, un po’ meno con Theresa May; ma comunque molto al di sotto della semplice necessità di capire le implicazioni della Brexit.
Il solo fatto che dopo 70 anni un paese di prima fila rompa il patto originario, cui aveva aderito sempre con molte riserve, avrebbe dovuto far capire che un’era volge al tramonto. Si è preferito negarlo e minacciare – in forma di “previsioni autorevoli” sui giornali, molto più direttamente nelle sedi istituzionali – sfracelli economici dopo questa dolorosa “rottura”.
Ciò che sta morendo, lo diciamo da qualche anno ormai, è la fase storica della cosiddetta “globalizzazione”. Quella situazione per cui le “dinamiche di mercato” prevalgono e si impongono a tutte le altre formazioni istituzionali (Stati, governi, alleanze regionali, ecc.), il che implicava anche un rovesciamento forte di dominanza della sfera economica – costitutivamente internazionale, perché globale – sulla sfera politica.
Ma questa prevalenza sempre più ferrea – come spiega perfettamente l’editoriale di Guido Salerno Aletta, sabato scorso, su Milano Finanza – ha fortemente destabilizzato la coesione sociale interna di tutti i Paesi più avanzati, o a “capitalismo maturo”, man mano che la manifattura per le merci di massa (inevitabilmente quella meno innovativa) veniva delocalizzata in Paesi di nuova industrializzazione (e con salari infinitamente più bassi).
Creando con ciò malessere sociale e squilibri finanziari, nei conti correnti e nel debito pubblico. La necessità di “frenare” la spesa pubblica, di conseguenza, impediva e impedisce agli Stati di prendere misure efficaci per ridurre il malessere sociale, migliorando in vari modi le condizioni di vita di grandi masse di popolazione che vanno impoverendosi.
Una tenaglia da cui, capitalisticamente, si esce nel solito modo: riportando il pendolo verso la prevalenza del nazionalismo – impropriamente e carognescamente chiamato “sovranismo” – che punta a costruire una maggiore coesione sociale da un lato concedendo misure di “sollievo” per la condizione popolare, dall’altro indicando “falsi nemici” per stornare l’attenzione da quelli veri: multinazionali, finanza, banche, classi dirigenti arraffatutto.
Johnson come Trump, Salvini come Orbàn, sono le risposte – per ora – a questa “esigenza capitalistica non più globalizzante”. Non ci sembra casula che tra le prime azioni dopo il suggello finale alla procedura per la Brexit, i conservatori britannici abbiano messo in cantiere due “riforme” che erano da qualche anno nel programma del nuovo Labour targato Jeremy Corbyn: la nazionalizzazione delle ferrovie (privatizzate dalla loro principale icona, Margareth Thatcher!) e l’aumento del salario minimo di oltre il 6%.
Non si tratta solo di “misure politiche populiste” utili a consolidare il consenso verso i “nuovi conservatori sovranisti”. Sono misure necessarie a dare stabilità al sistema, ricostruendo un ambito “corporativo” in cui il rafforzamento della produzione capitalistica va di (impari) passo con una maggiore disponibilità di spesa in mano ai lavoratori.
È già successo, quasi cento anni fa. Il nazismo, per esempio, dopo che il capitale tedesco aveva spezzato la resistenza del movimento operaio, sviluppò il mercato interno in modo da garantire che la produzione avesse uno “sbocco” in grado di assorbirla. Per questo aumentò in modo sensibile i salari interni, chiamando addirittura altra manodopera dai paesi fascisti alleati (i gastarbeiter).
Un meccanismo che, come sappiamo, implica delle conseguenze inevitabili: la sovrapproduzione che comunque si crea va scaricata “conquistando mercati” per le proprie merci. Dunque con guerre commerciali, con la manovra sui dazi, i limiti all’immigrazione o ai diritti degli immigrati, fino alla conquista vera e propria di altri territori da controllare in via esclusiva.
Un qualcosa che può avvenire inizialmente anche per via pacifica – come con i trattati dell’Unione Europea, che hanno ridisegnato le filiere produttive europee in funzione di quelle tedesche – ma a lungo andare è generatore di guerre vere e proprie. Il neocolonialismo francese nell’ex France Afrique ne è un corollario altrettanto evidente.
Se questa è la dinamica del “nuovo presente” post-Brexit, in cui le cose diventano più chiare e confliggenti, che speranza ha chi pensa di “fermare il fascismo” schierandosi – elettoralmente e non solo – con quella frazione del grande capitale (i Benetton, per dirne uno) che insiste a difesa delle dinamiche della “globalizzazione” contro le esigenze dei popoli? Come i leader liberali europei degli anni ’30, anche oggi lentamente si vanno avvicinando ai fascisti, proponendo politiche di fatto identiche (l’autonomia differenziata, i “decreti sicurezza”, ecc.) e indicando nemici “stranieri” di ogni genere (allora l’Unione Sovietica, oggi Cina, Russia, Iran, Venezuela, altri che possono entrare in classifica in qualsiasi momento).
Rompere con questo schema bipolare della paura e affermare un punto di vista che mette insieme, obbligatoriamente, una visione di classe e gli interessi dell’umanità in quanto tale, è il tremendo compito che abbiamo davanti. Ma l’alternativa è fare gli schiavi ciechi in un sistema agonizzante, che preferisce “morire con tutti i filistei” piuttosto che rinunciare al dio Profitto.
Buona lettura. Ma soprattutto, buone riflessioni. Tutto questo ci riguarda, anzi, ci costringe a prendere posizione e non essere “indifferenti”...
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza (01 febbraio)
Il 2020 è cominciato con un filotto, messo a segno dai “sovranisti”: il 15 gennaio è stato firmato l’Accordo tra Usa e Cina sulla fase 1 delle trattative commerciali su base bilaterale; il 29 gennaio, sempre a Washington, il Presidente Donald Trump ha firmato l’USMCA, il nuovo Trattato con Messico e Canada che sostituisce il Nafta; lo stesso giorno, a Bruxelles, il Parlamento europeo ha approvato le modifiche proposte dal Premier britannico Boris Johnson al Withdrawal Agreement, spianando definitivamente la strada alla Brexit, dopo l’approvazione da parte del Parlamento britannico resa definitiva il 23 gennaio con il Royal Assent.
Da ieri 31 gennaio alle 23, ora di Greenwich, la Gran Bretagna non fa più parte della Unione europea. Niente sarà come prima.
Finisce un’era, dunque, in Occidente: sulla base di precisi verdetti elettorali, la Gran Bretagna da una parte e gli Usa dall’altra hanno risolto a favore dei rispettivi Stati il trilemma in base a cui la globalizzazione è incompatibile con la democrazia e con la sovranità nazionale.
Secondo i fautori del globalismo, gli Stati sarebbero un intralcio e la Democrazia va tollerata come un inutile orpello, perché entrambi interferiscono con la metrica del mercato, sinonimo di equilibrio: le decisioni vanno dunque assunte a livelli sovranazionali, da parte di tecnocrazie apolidi, in modo tale da rendere irrilevanti ad un tempo sia i confini tra gli Stati che le volontà popolari.
L’Ordoliberismo (la variante teorico-pratica del neoliberismo nata in Germania e imposta come imprinting ai trattati dell’Unione Europea, ndr) è una sorta di religione laica, secondo cui il ruolo degli Stati è soltanto quello di rendere quanto più efficiente possibile il mercato, costi quel che costi.
È dunque perfettamente inutile votare, come diceva Wolfang Schaeuble, l’allora Ministro delle finanze tedesco ed ora Presidente del Bundestag, al suo collega greco Janis Varufakis durante le trattative per definire le misure di salvataggio e le contropartite di austerità: anche se si cambiano i Governi, le regole rimangono immodificabili. L’Unione Europea, con i Trattati di Maastricht ed il Fiscal Compact, è emblematica di questa gerarchia dei poteri.
Il vento contrario alla globalizzazione spirava forte già da anni, ma i benpensanti vi si sono opposti con sdegno, bollandolo come un atteggiamento non solo eticamente deteriore quanto intrinsecamente pericoloso: il populismo travalica comunque nel nazionalismo ed è foriero dei conflitti già visti: dapprima commerciali, quindi militari.
D’altra parte, anche l’ultimo trentennio dell’800 fu caratterizzato da una forte globalizzazione dei mercati e dall’affacciarsi di nuovi Paesi produttori di materie prime ed in agricoltura: alla violenta deflazione dei prezzi che ne derivava, si reagì con una ancor maggiore competizione produttiva che aggravò il fenomeno. Lo sfruttamento delle colonie era insufficiente a riequilibrare i conti esteri, il Gold Standard impediva la svalutazione della moneta, e la guerra mondiale fu l’esito inevitabile di un conflitto, all’inizio tutto europeo, tra blocchi imperiali.
Stavolta, dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2010, ogni tentativo di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, al proclamato fine di proteggere l’occupazione e la produzione nazionale, è stato considerato prodromico ad un conflitto incontenibile. Senza riflettere mai sul fatto che sono stati gli squilibri strutturali sull’estero, finanziari e commerciali, degli Usa, dell’Irlanda, della Grecia, del Portogallo e della Spagna, a determinare il collasso dei mercati. La libertà dei commerci, senza equilibrio, è insostenibile.
Il Conservatore Boris Johnson portando a compimento la Brexit ed il Repubblicano Donald Trump con le sue guerre doganali hanno segnato la fine del sogno neoliberista proclamato dai loro rispettivi predecessori di partito: da Margareth Thatcher, che fu Premier del Regno Unito dal 1979 al 1990, e da Ronald Reagan che fu Presidente degli Usa dal 1981 al 1989.
Siamo di fronte al fallimento di due strategie parallele: il Big Bang finanziario propugnato dalla Thatcher e la New Economy sostenuta da Reagan non sono stati in grado di promuovere una creazione di occupazione e di reddito in grado di rimpiazzare il declino della manifattura dopo quello dell’agricoltura. Non è casuale il fatto che, nell’accordo con la Cina, gli Usa abbiano preteso un maggior export soprattutto per i prodotti agricoli e manifatturieri, inserendo quelli energetici al fine di assicurare un mercato a prezzi sostenuti dalla maggior domanda estera. Il peso dei servizi finanziari è rimasto marginale: i voti si contano, non si pesano.
In entrambi i casi, siamo di fronte ad un’onda lunga. Il Referendum sulla Brexit, tenutosi nel 2016, non fu determinato solo dalla strenua contrarietà di David Cameron alla introduzione nei Trattati europei del Fiscal Compact, dell’ESM e della Banking Union: Cameron aveva già espresso nella campagna elettorale del 2013 la volontà di rinegoziare le condizioni di partecipazione del Regno Unito nell’Unione.
Nel 2016, la campagna presidenziale di Donald Trump, che ebbe come slogan “Make America Great Again”, fu tutta impostata sulla necessità di riequilibrare i conti esteri, modificando i Trattati multilaterali che avevano penalizzato i lavoratori americani ad esclusivo vantaggio del Big Business e delle Multinazionali: Trump, appena eletto, ha messo sotto tiro l’avanzo commerciale strutturale di Cina, Messico, Canada, Giappone, Corea del Sud, Germania e Turchia. Dopo due anni di batti e ribatti, ha ottenuto dalla Cina l’impegno ad incrementare il proprio import dagli Usa per 200 miliardi di dollari in due anni; anche nei confronti dl Messico e Canada, con l’USMCA che sostituisce il Nafta che risale al 1994, ha ottenuto per gli Usa condizioni commerciali assai più favorevoli.
Non è casuale il fatto che ad abbandonare il tradizionale multilateralismo commerciale ed istituzionale siano due Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti, che hanno un rilevante passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, determinato soprattutto dalla componente merci che non viene compensata dai servizi finanziari, e che non è risolvibile a monte attraverso la svalutazione della moneta.
Gli squilibri socioeconomici e territoriali interni a questi due Paesi sono stati determinanti: l’occupazione prevalente nel settore dei servizi non ha compensato dal punto di vista reddituale i precedenti impieghi nel comparto manifatturiero, mentre i redditi agricoli devono essere comunque sussidiati, più o meno direttamente. Se, ormai da lungo tempo, non è più il surplus della produzione delle campagne che consente l’urbanizzazione e l’industrializzazione, ma sono queste ultime a sostenere l’agricoltura, l’apertura progressiva ai mercati internazionali di prodotti agricoli e manifatturieri più convenienti in termini di prezzo ha reso sempre meno praticabile questa compensazione fiscale. Lo stesso settore manifatturiero scompare, sotto la pressione della globalizzazione modellata sul dumping sociale, fiscale ed ambientale.
Non è affatto casuale, quindi, che sia stato comune anche il tema del contrasto alla immigrazione incontrollata, che comporta la concorrenza sleale del lavoro in nero: non solo Donald Trump ha fatto del completamento del muro alla frontiera con il Messico un cavallo di battaglia elettorale, ma ha preteso un salario minimo più elevato per i lavoratori che in Messico producono automobili da vendere negli USA.
Cameron, parimenti, negli Accordi presi con Bruxelles e respinti nel referendum che ha dato luogo alla Brexit, aveva contrattato limiti più stringenti per l'erogazione dei sussidi sociali e di disoccupazione agli immigrati europei, sempre più numerosi dopo la crisi del 2010.
D’ora in avanti, l’immigrazione in Gran Bretagna sarà gestita preferendo le qualifiche professionali più elevate.
Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.
In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambiziosi per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.
C’è una questione dirimente: l’ambito di libertà che avrà il Regno Unito nel fare trattative commerciali autonome con altri Paesi. Non facendo più parte del Mercato unico europeo e non essendo neppure membro della Unione doganale, se le relazioni commerciali tra Uk ed Ue avverranno sulla base di un “accordo di libero scambio”, ciò potrebbe essere incompatibile con un accordo simmetrico tra Uk ed Usa, magari aderendo all’USMCA, visti i dazi imposti dalle altre due parti, Usa ed Ue.
Sarebbe però inconcepibile che, una volta importate a dazio zero dagli Usa in Uk, le stesse merci potessero essere riesportate nella Ue evitando i dazi. Serve un paradigma nuovo.
Siamo già di fronte allo sdoppiamento del sistema delle relazioni internazionali: accanto a quello mercatista tradizionale su cui si basano il Wto e l’Ue, indifferente agli squilibri strutturali che determinano crisi ricorrenti, se ne sta formando un altro, guidato dagli Usa, che ripropone il modello delle relazioni intrattenute dall’Antica Roma con gli Stati clienti, laddove ai benefici concessi corrispondevano vincoli ed obblighi altrettanto precisi. L’accesso al gigantesco mercato americano sarà garantito in cambio, innanzitutto, dell’equilibrio nelle transazioni commerciali.
La Brexit segna una cesura ancora più netta, che non riguarda solo il processo aggregativo europeo: disconosce in modo radicale un progetto di relazioni internazionali in cui l’istanza economica e monetaria prevale sovranamente su quella democratica e nazionale.
Di Occidente ce n’è sempre uno solo, ma la globalizzazione mercatista non è più al suo zenit.
Fonte
Questo fenomeno è facile da vedere nel caso dei movimenti sociali e politici, ma è ancora più ferreo – se possibile – con i fenomeni economi, politici e internazionali che svuotano ciò che resta del “pensiero unico della globalizzazione”, incrinato definitivamente dalla crisi iniziata nel 2007-2008.
La Brexit, per esempio, è stata affrontata ridicolizzando uno dopo l’altro i leader britannici fautori dell’uscita dalla Ue. Compito facile, in effetti, con gente come Farage e Boris Johnson, un po’ meno con Theresa May; ma comunque molto al di sotto della semplice necessità di capire le implicazioni della Brexit.
Il solo fatto che dopo 70 anni un paese di prima fila rompa il patto originario, cui aveva aderito sempre con molte riserve, avrebbe dovuto far capire che un’era volge al tramonto. Si è preferito negarlo e minacciare – in forma di “previsioni autorevoli” sui giornali, molto più direttamente nelle sedi istituzionali – sfracelli economici dopo questa dolorosa “rottura”.
Ciò che sta morendo, lo diciamo da qualche anno ormai, è la fase storica della cosiddetta “globalizzazione”. Quella situazione per cui le “dinamiche di mercato” prevalgono e si impongono a tutte le altre formazioni istituzionali (Stati, governi, alleanze regionali, ecc.), il che implicava anche un rovesciamento forte di dominanza della sfera economica – costitutivamente internazionale, perché globale – sulla sfera politica.
Ma questa prevalenza sempre più ferrea – come spiega perfettamente l’editoriale di Guido Salerno Aletta, sabato scorso, su Milano Finanza – ha fortemente destabilizzato la coesione sociale interna di tutti i Paesi più avanzati, o a “capitalismo maturo”, man mano che la manifattura per le merci di massa (inevitabilmente quella meno innovativa) veniva delocalizzata in Paesi di nuova industrializzazione (e con salari infinitamente più bassi).
Creando con ciò malessere sociale e squilibri finanziari, nei conti correnti e nel debito pubblico. La necessità di “frenare” la spesa pubblica, di conseguenza, impediva e impedisce agli Stati di prendere misure efficaci per ridurre il malessere sociale, migliorando in vari modi le condizioni di vita di grandi masse di popolazione che vanno impoverendosi.
Una tenaglia da cui, capitalisticamente, si esce nel solito modo: riportando il pendolo verso la prevalenza del nazionalismo – impropriamente e carognescamente chiamato “sovranismo” – che punta a costruire una maggiore coesione sociale da un lato concedendo misure di “sollievo” per la condizione popolare, dall’altro indicando “falsi nemici” per stornare l’attenzione da quelli veri: multinazionali, finanza, banche, classi dirigenti arraffatutto.
Johnson come Trump, Salvini come Orbàn, sono le risposte – per ora – a questa “esigenza capitalistica non più globalizzante”. Non ci sembra casula che tra le prime azioni dopo il suggello finale alla procedura per la Brexit, i conservatori britannici abbiano messo in cantiere due “riforme” che erano da qualche anno nel programma del nuovo Labour targato Jeremy Corbyn: la nazionalizzazione delle ferrovie (privatizzate dalla loro principale icona, Margareth Thatcher!) e l’aumento del salario minimo di oltre il 6%.
Non si tratta solo di “misure politiche populiste” utili a consolidare il consenso verso i “nuovi conservatori sovranisti”. Sono misure necessarie a dare stabilità al sistema, ricostruendo un ambito “corporativo” in cui il rafforzamento della produzione capitalistica va di (impari) passo con una maggiore disponibilità di spesa in mano ai lavoratori.
È già successo, quasi cento anni fa. Il nazismo, per esempio, dopo che il capitale tedesco aveva spezzato la resistenza del movimento operaio, sviluppò il mercato interno in modo da garantire che la produzione avesse uno “sbocco” in grado di assorbirla. Per questo aumentò in modo sensibile i salari interni, chiamando addirittura altra manodopera dai paesi fascisti alleati (i gastarbeiter).
Un meccanismo che, come sappiamo, implica delle conseguenze inevitabili: la sovrapproduzione che comunque si crea va scaricata “conquistando mercati” per le proprie merci. Dunque con guerre commerciali, con la manovra sui dazi, i limiti all’immigrazione o ai diritti degli immigrati, fino alla conquista vera e propria di altri territori da controllare in via esclusiva.
Un qualcosa che può avvenire inizialmente anche per via pacifica – come con i trattati dell’Unione Europea, che hanno ridisegnato le filiere produttive europee in funzione di quelle tedesche – ma a lungo andare è generatore di guerre vere e proprie. Il neocolonialismo francese nell’ex France Afrique ne è un corollario altrettanto evidente.
Se questa è la dinamica del “nuovo presente” post-Brexit, in cui le cose diventano più chiare e confliggenti, che speranza ha chi pensa di “fermare il fascismo” schierandosi – elettoralmente e non solo – con quella frazione del grande capitale (i Benetton, per dirne uno) che insiste a difesa delle dinamiche della “globalizzazione” contro le esigenze dei popoli? Come i leader liberali europei degli anni ’30, anche oggi lentamente si vanno avvicinando ai fascisti, proponendo politiche di fatto identiche (l’autonomia differenziata, i “decreti sicurezza”, ecc.) e indicando nemici “stranieri” di ogni genere (allora l’Unione Sovietica, oggi Cina, Russia, Iran, Venezuela, altri che possono entrare in classifica in qualsiasi momento).
Rompere con questo schema bipolare della paura e affermare un punto di vista che mette insieme, obbligatoriamente, una visione di classe e gli interessi dell’umanità in quanto tale, è il tremendo compito che abbiamo davanti. Ma l’alternativa è fare gli schiavi ciechi in un sistema agonizzante, che preferisce “morire con tutti i filistei” piuttosto che rinunciare al dio Profitto.
Buona lettura. Ma soprattutto, buone riflessioni. Tutto questo ci riguarda, anzi, ci costringe a prendere posizione e non essere “indifferenti”...
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Cambia il mondo, dopo la Brexit
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza (01 febbraio)
Il 2020 è cominciato con un filotto, messo a segno dai “sovranisti”: il 15 gennaio è stato firmato l’Accordo tra Usa e Cina sulla fase 1 delle trattative commerciali su base bilaterale; il 29 gennaio, sempre a Washington, il Presidente Donald Trump ha firmato l’USMCA, il nuovo Trattato con Messico e Canada che sostituisce il Nafta; lo stesso giorno, a Bruxelles, il Parlamento europeo ha approvato le modifiche proposte dal Premier britannico Boris Johnson al Withdrawal Agreement, spianando definitivamente la strada alla Brexit, dopo l’approvazione da parte del Parlamento britannico resa definitiva il 23 gennaio con il Royal Assent.
Da ieri 31 gennaio alle 23, ora di Greenwich, la Gran Bretagna non fa più parte della Unione europea. Niente sarà come prima.
Finisce un’era, dunque, in Occidente: sulla base di precisi verdetti elettorali, la Gran Bretagna da una parte e gli Usa dall’altra hanno risolto a favore dei rispettivi Stati il trilemma in base a cui la globalizzazione è incompatibile con la democrazia e con la sovranità nazionale.
Secondo i fautori del globalismo, gli Stati sarebbero un intralcio e la Democrazia va tollerata come un inutile orpello, perché entrambi interferiscono con la metrica del mercato, sinonimo di equilibrio: le decisioni vanno dunque assunte a livelli sovranazionali, da parte di tecnocrazie apolidi, in modo tale da rendere irrilevanti ad un tempo sia i confini tra gli Stati che le volontà popolari.
L’Ordoliberismo (la variante teorico-pratica del neoliberismo nata in Germania e imposta come imprinting ai trattati dell’Unione Europea, ndr) è una sorta di religione laica, secondo cui il ruolo degli Stati è soltanto quello di rendere quanto più efficiente possibile il mercato, costi quel che costi.
È dunque perfettamente inutile votare, come diceva Wolfang Schaeuble, l’allora Ministro delle finanze tedesco ed ora Presidente del Bundestag, al suo collega greco Janis Varufakis durante le trattative per definire le misure di salvataggio e le contropartite di austerità: anche se si cambiano i Governi, le regole rimangono immodificabili. L’Unione Europea, con i Trattati di Maastricht ed il Fiscal Compact, è emblematica di questa gerarchia dei poteri.
Il vento contrario alla globalizzazione spirava forte già da anni, ma i benpensanti vi si sono opposti con sdegno, bollandolo come un atteggiamento non solo eticamente deteriore quanto intrinsecamente pericoloso: il populismo travalica comunque nel nazionalismo ed è foriero dei conflitti già visti: dapprima commerciali, quindi militari.
D’altra parte, anche l’ultimo trentennio dell’800 fu caratterizzato da una forte globalizzazione dei mercati e dall’affacciarsi di nuovi Paesi produttori di materie prime ed in agricoltura: alla violenta deflazione dei prezzi che ne derivava, si reagì con una ancor maggiore competizione produttiva che aggravò il fenomeno. Lo sfruttamento delle colonie era insufficiente a riequilibrare i conti esteri, il Gold Standard impediva la svalutazione della moneta, e la guerra mondiale fu l’esito inevitabile di un conflitto, all’inizio tutto europeo, tra blocchi imperiali.
Stavolta, dopo la crisi americana del 2008 e quella europea del 2010, ogni tentativo di contrastare gli effetti negativi della globalizzazione, al proclamato fine di proteggere l’occupazione e la produzione nazionale, è stato considerato prodromico ad un conflitto incontenibile. Senza riflettere mai sul fatto che sono stati gli squilibri strutturali sull’estero, finanziari e commerciali, degli Usa, dell’Irlanda, della Grecia, del Portogallo e della Spagna, a determinare il collasso dei mercati. La libertà dei commerci, senza equilibrio, è insostenibile.
Il Conservatore Boris Johnson portando a compimento la Brexit ed il Repubblicano Donald Trump con le sue guerre doganali hanno segnato la fine del sogno neoliberista proclamato dai loro rispettivi predecessori di partito: da Margareth Thatcher, che fu Premier del Regno Unito dal 1979 al 1990, e da Ronald Reagan che fu Presidente degli Usa dal 1981 al 1989.
Siamo di fronte al fallimento di due strategie parallele: il Big Bang finanziario propugnato dalla Thatcher e la New Economy sostenuta da Reagan non sono stati in grado di promuovere una creazione di occupazione e di reddito in grado di rimpiazzare il declino della manifattura dopo quello dell’agricoltura. Non è casuale il fatto che, nell’accordo con la Cina, gli Usa abbiano preteso un maggior export soprattutto per i prodotti agricoli e manifatturieri, inserendo quelli energetici al fine di assicurare un mercato a prezzi sostenuti dalla maggior domanda estera. Il peso dei servizi finanziari è rimasto marginale: i voti si contano, non si pesano.
In entrambi i casi, siamo di fronte ad un’onda lunga. Il Referendum sulla Brexit, tenutosi nel 2016, non fu determinato solo dalla strenua contrarietà di David Cameron alla introduzione nei Trattati europei del Fiscal Compact, dell’ESM e della Banking Union: Cameron aveva già espresso nella campagna elettorale del 2013 la volontà di rinegoziare le condizioni di partecipazione del Regno Unito nell’Unione.
Nel 2016, la campagna presidenziale di Donald Trump, che ebbe come slogan “Make America Great Again”, fu tutta impostata sulla necessità di riequilibrare i conti esteri, modificando i Trattati multilaterali che avevano penalizzato i lavoratori americani ad esclusivo vantaggio del Big Business e delle Multinazionali: Trump, appena eletto, ha messo sotto tiro l’avanzo commerciale strutturale di Cina, Messico, Canada, Giappone, Corea del Sud, Germania e Turchia. Dopo due anni di batti e ribatti, ha ottenuto dalla Cina l’impegno ad incrementare il proprio import dagli Usa per 200 miliardi di dollari in due anni; anche nei confronti dl Messico e Canada, con l’USMCA che sostituisce il Nafta che risale al 1994, ha ottenuto per gli Usa condizioni commerciali assai più favorevoli.
Non è casuale il fatto che ad abbandonare il tradizionale multilateralismo commerciale ed istituzionale siano due Paesi, Gran Bretagna e Stati Uniti, che hanno un rilevante passivo strutturale della bilancia dei pagamenti correnti, determinato soprattutto dalla componente merci che non viene compensata dai servizi finanziari, e che non è risolvibile a monte attraverso la svalutazione della moneta.
Gli squilibri socioeconomici e territoriali interni a questi due Paesi sono stati determinanti: l’occupazione prevalente nel settore dei servizi non ha compensato dal punto di vista reddituale i precedenti impieghi nel comparto manifatturiero, mentre i redditi agricoli devono essere comunque sussidiati, più o meno direttamente. Se, ormai da lungo tempo, non è più il surplus della produzione delle campagne che consente l’urbanizzazione e l’industrializzazione, ma sono queste ultime a sostenere l’agricoltura, l’apertura progressiva ai mercati internazionali di prodotti agricoli e manifatturieri più convenienti in termini di prezzo ha reso sempre meno praticabile questa compensazione fiscale. Lo stesso settore manifatturiero scompare, sotto la pressione della globalizzazione modellata sul dumping sociale, fiscale ed ambientale.
Non è affatto casuale, quindi, che sia stato comune anche il tema del contrasto alla immigrazione incontrollata, che comporta la concorrenza sleale del lavoro in nero: non solo Donald Trump ha fatto del completamento del muro alla frontiera con il Messico un cavallo di battaglia elettorale, ma ha preteso un salario minimo più elevato per i lavoratori che in Messico producono automobili da vendere negli USA.
Cameron, parimenti, negli Accordi presi con Bruxelles e respinti nel referendum che ha dato luogo alla Brexit, aveva contrattato limiti più stringenti per l'erogazione dei sussidi sociali e di disoccupazione agli immigrati europei, sempre più numerosi dopo la crisi del 2010.
D’ora in avanti, l’immigrazione in Gran Bretagna sarà gestita preferendo le qualifiche professionali più elevate.
Dopo la Brexit, il futuro delle relazioni commerciali tra Gran Bretagna ed Unione europea si fonda su un requisito che trova posto nella Dichiarazione politica, che ha valore di indirizzo: per quanto riguarda la competizione commerciale su un piano di gioco livellato, non c’è più l’impegno ad un allineamento dinamico agli standard dell’Unione, ma solo quello a non regredire rispetto ai livelli esistenti al termine del periodo di transizione.
In ordine al commercio di beni, mentre si conferma che Uk ed Ue saranno due mercati distinti, viene meno il riferimento al “single custom territory” per via dello speciale trattamento doganale riservato all’Irlanda del Nord e della creazione di una frontiera interna, con l’impegno ad accordi ambiziosi per evitare frizioni doganali e per combattere le attività illegali.
C’è una questione dirimente: l’ambito di libertà che avrà il Regno Unito nel fare trattative commerciali autonome con altri Paesi. Non facendo più parte del Mercato unico europeo e non essendo neppure membro della Unione doganale, se le relazioni commerciali tra Uk ed Ue avverranno sulla base di un “accordo di libero scambio”, ciò potrebbe essere incompatibile con un accordo simmetrico tra Uk ed Usa, magari aderendo all’USMCA, visti i dazi imposti dalle altre due parti, Usa ed Ue.
Sarebbe però inconcepibile che, una volta importate a dazio zero dagli Usa in Uk, le stesse merci potessero essere riesportate nella Ue evitando i dazi. Serve un paradigma nuovo.
Siamo già di fronte allo sdoppiamento del sistema delle relazioni internazionali: accanto a quello mercatista tradizionale su cui si basano il Wto e l’Ue, indifferente agli squilibri strutturali che determinano crisi ricorrenti, se ne sta formando un altro, guidato dagli Usa, che ripropone il modello delle relazioni intrattenute dall’Antica Roma con gli Stati clienti, laddove ai benefici concessi corrispondevano vincoli ed obblighi altrettanto precisi. L’accesso al gigantesco mercato americano sarà garantito in cambio, innanzitutto, dell’equilibrio nelle transazioni commerciali.
La Brexit segna una cesura ancora più netta, che non riguarda solo il processo aggregativo europeo: disconosce in modo radicale un progetto di relazioni internazionali in cui l’istanza economica e monetaria prevale sovranamente su quella democratica e nazionale.
Di Occidente ce n’è sempre uno solo, ma la globalizzazione mercatista non è più al suo zenit.
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