Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/10/2022

Venezuela - I progressi nella sovranità alimentare e la ripresa economica

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, durante il cosiddetto Mercoledì Produttivo (giornata dedicata agli aspetti economici), ha annunciato che il Paese ha fatto progressi nella produzione e nella sovranità alimentare e pertanto prevede che il prossimo anno sarà all’insegna del benessere e della crescita.

“Con la Missione Alimentare, la Missione AgroVenezuela, i CLAP, le Case dell’Alimentazione e altri sforzi, abbiamo fatto progressi nella produzione e nella sovranità alimentare del Paese”, ha dichiarato il presidente sul suo account Twitter.

“Il 2023 promette di essere un anno di maggiore benessere e crescita”, ha sottolineato dunque Maduro.

In un altro messaggio pubblicato sul social network, il presidente Maduro ha affermato che “il Venezuela sta iniziando a consolidare l’obiettivo dell’autosufficienza”. Obiettivo imprescindibile per un paese sotto sanzioni draconiane volte a strangolarlo.

“Ci stiamo impegnando al massimo per raggiungere l’obiettivo delle esportazioni, grazie allo sforzo collettivo di consolidare le forze produttive della Patria su un percorso chiaro. Produrre è vincere, e noi stiamo vincendo”, ha dichiarato il leader bolivariano.

Nell’ambito del Mercoledì Produttivo, guidato dal Presidente Maduro, il Ministro dell’Agricoltura e dei Territori Urbani, Wilmar Castro, ha fatto una valutazione del Piano Produttivo Globale nel settore agroalimentare del Venezuela.

Castro ha precisato che l’anticipo della produzione è di 11.145.000 tonnellate di alimenti, di cui 7.800.000 corrispondono al settore agricolo e 3.342.000 al settore zootecnico.

“Il raccolto di mais di quest’anno è stato un raccolto molto importante, siamo riusciti a seminare 514.299 ettari, con una resa di 4,5 tonnellate per ettaro, dando una proiezione di 2.314.000 tonnellate di mais, raggiungendo così una cifra rappresentativa” mai registrata, ha ricordato il ministro.

Parlando dell’andamento della coltivazione del riso, Castro ha affermato che si è raggiunta una superficie di 67.000 ettari, tra gli Stati di Guárico e Portuguesa, che indica una crescita del 27% rispetto agli anni precedenti.

Il ministro ha quindi osservato che la coltivazione del caffè ha raggiunto i 223.000 ettari nel Paese sudamericano.

Il Ministro della Pesca e dell’Acquacoltura, Juan Carlos Loyo, ha dichiarato che il Venezuela ha registrato 118.000 tonnellate di catture alieutiche.

Economia in ripresa

Al contrario di quanto afferma una certa rozza propaganda anti-venezuelana (in Italia spicca il solito Fatto Quotidiano) che dimentica le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e utilizza dati inattuali e sorpassati, l’economia registra numeri positivi in termini di crescita, espansione e diversificazione nel corso del 2022.

“L’economia del Venezuela sta andando molto bene quest’anno nonostante il blocco, la persecuzione finanziaria, la persecuzione petrolifera, con più di 700 misure coercitive imperialiste unilaterali. Il Venezuela sta avanzando in termini di crescita, espansione e diversificazione economica”, ha sottolineato Nicolas Maduro.

Secondo il capo di Stato, la nazione bolivariana sta iniziando a sentire la nuova economia petrolifera post-rentier, che produce beni, servizi e ricchezza per il Paese.

Cooperazione con la Cina per la sovranità alimentare

Il Venezuela è da tempo impegnato con alleati come la Cina per raggiungere la completa sovranità alimentare. E forse sarebbe anche riuscito a raggiungere questo obiettivo se non fosse stato investito da un’ondata di sanzioni imperiali miranti a soffocare Caracas.

Nell’ormai lontano 2011, a tal proposito, Venezuela e Cina (Beidahuang) diedero vita a una impresa mista per aumentare la produzione alimentare nel paese sudamericano. Un paese storicamente costretto alla dipendenza dagli Stati Uniti che esportavano i propri prodotti in cambio del petrolio che il Venezuela possiede in abbondanza.

All’epoca dell’accordo il presidente Chavez evidenziava che l’azienda cinese Beidahuang era capace di produrre cibo per 100 milioni di abitanti.

L’accordo consentiva al Venezuela di attivare la produzione alimentare a livello bilaterale, nella formazione, nelle infrastrutture, nell’irrigazione, nei canali. Migliorando la vita degli agricoltori e della popolazione in generale.

Il Venezuela si era insomma avviato sulla strada giusta, come affermava anche la FAO, proprio nell’anno in cui gli Stati Uniti guidati da Barack Obama designavano Caracas una “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale” dell’ingombrate vicino nordamericano.

“A nome dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, vorrei congratularmi con voi (…) Qui abbiamo un esempio molto vivido di come i contadini, le contadine, i consigli comunitari, i comuni e il governo stanno raggiungendo la sovranità e la sicurezza alimentare; quindi, congratulazioni a tutti voi per l’iniziativa”, affermava il rappresentate della FAO Marcelo Resende, in occasione dell’attivazione del piano nazionale per la produzione socialista di ortaggi e sementi agro-ecologiche.

Ribadiva inoltre, in una trasmissione della Venezolana de Televisión, la volontà della FAO di continuare a sostenere il Venezuela nello sviluppo della sua sovranità alimentare.

“C’è un momento nuovo in Venezuela (…) La FAO si unisce a questo progetto, che è di fondamentale importanza per l’agricoltura familiare”, aggiungeva, in riferimento al nuovo programma, promosso attraverso un accordo tra il Venezuela e il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra del Brasile.

Nel giugno 2013, a Roma, la FAO riconosceva al Venezuela di aver raggiunto in anticipo l’obiettivo proposto dal Vertice Mondiale sull’Alimentazione, tenutosi nel 1996, in cui si stabiliva di dimezzare il numero di persone sottonutrite in ogni Paese entro il 2015.

Secondo i dati dell’Organizzazione, tra il 1990 e il 1992, il Venezuela registrava il 13,5% della popolazione che soffriva la fame, mentre tra il 2007 e il 2012 questa percentuale si attestava ad appena il 5%.

Il resto è poi storia nota: sanzioni draconiane, blocco economico, guerra economica e finanziaria. Il Venezuela grazie anche all’aiuto di alleati come Iran, Cina, Russia e Turchia, è riuscito a resistere agli assalti imperialisti e adesso torna a vedere la luce. Con i principali dati che indicano un paese addirittura meglio in salute rispetto ad altri della regione sudamericana che in questi anni venivano decantati come esempi virtuosi.

Fonte

25/10/2022

La paura della parola “sovranità” genera imbecilli

Chiudiamola con sta storia della sovranità alimentare.

Smettiamola, su, di spaccare il pelo in quattro per la orrenda denominazione del ministero del “Lollo”.

Il Lollo è fascio, no? Dobbiamo discutere pure questo? No, vero? Allora, è il tono che fa la musica. È pur vero che è grave, da parte di sedicenti progres-sinistri, neppure conoscere i fondamentali: abbiamo trascorso anni a parlare di sovranità alimentare, sin dai tempi del Genoa Social Forum.

Ma anche solo limitandosi ai titoli, non vi pare che “IL CIBO NON È UNA MERCE, LA SOVRANITÀ ALIMENTARE È UN DIRITTO UNIVERSALE” ci parli di temi terzomondisti e noglobal, di tutela dei paesi poveri dal colonialismo alimentare dei paesi ricchi, dei disastri che Monsanto e soci hanno perpetrato da decenni nei paesi poveri, di sementi ogm imposte a forza, di dipendenza e asservimento?

Coniughiamola come INDIPENDENZA ed EQUITÀ alimentare, ok?

Dovete sapere che 20 anni fa “SOVRANITÀ” non aveva lo stesso significato fascio e nazionalista di adesso.

Per riassumere:

– Chi si è inalberato subito sulla parola SOVRANITÀ senza approfondire, ha fatto una gran brutta figura da superficiale, con la memoria da pesce rosso. O da sardina. Dovrebbe osservare almeno un anno di silenzio per espiare.

– D’altra parte, non è difficile capire che i destri qui intendono ben altro: SOVRANISMO alimentare, cioè sovvenzione e protezionismo ad oltranza di quanto è italiano rispetto a tutto il resto del mondo. Prima (i prodotti) italiani.

Qui – per approfondire un po’ – si innesta l’ultimo malo frutto del secolare discorso della “destra sociale”, abile ad impadronirsi delle istanze più popolari – trasformandole in becere e nazionaliste – della lotta al capitalismo.

In una frase: le destre combattono il “capitalismo internazionale” solo per tutelare quello nazionale, dato che le destre sono sempre state e rimangono SERVE DEI PADRONI: degli agrari un secolo fa, di Confindustria oggi.

Poi, fiutano come segugi i nodi dove più si addensa ignoranza e sanfedismo panciafichista, trovano qualche categoria di poveri da incolpare, e allèz.

Il loro “sovranismo alimentare” pesca nei trattori leghisti contro le quote latte, qualcuno li ricorderà. O più di recente, puzza di “forconi”. E della cara vecchia “autarchia”.

D’altra parte, se la sinistra si radical-chicchizza occupandosi à-la-Boldrini di “genere” inteso come grammatica, oppure si atlantizza e gareggia in militarismo coi peggiori guerrafondai, facendo pagare a noi i suoi vincoli con gli americani, se idolatra Draghi, se elegge Cottarelli e Casini, è ovvio che il ceto popolare e anche il ceto medio vota Meloni.

Esiste una terza via?

Certo. Gramsci disse: ISTRUITEVI, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

Per capire come la sinistra possa tornare a fare la sinistra, a lottare per quello che sta a cuore alle classi medio-basse, “mollando le menate e mettendosi a lottare” (cit. il sommo Finardi) occorrerà ristudiare i fondamentali e partire da lì.

Occorrerà cultura popolare, visione politica e storica, e andare oltre i facili slogan.

Non si dovrà inseguire le destre o mischiarsi a loro – come gli sciagurati dell’epoca dei vaccini – ma inceppare con tutti i mezzi i loro ingranaggi populisti e padronali da fascismo di stato, e mostrare che ci sono altre possibilità, che può esistere una nuova classe politica che tuteli i lavoratori, senza leccare il culo ai padroni e senza far finta a parole di contrastarli, in realtà placando il popolo col corporativismo e il facile populismo.

Fonte

24/10/2022

“Sovranità alimentare”, un concetto di sinistra

Sono 100 anni che i fascisti “rubano” le parole al movimento operaio (anche i “fasci siciliani” erano un movimento socialista di fine ‘800). È accaduto pure con “L’ordine nuovo” (giornale di Gramsci e Togliatti), il “Fronte della gioventù” (la Fgci clandestina), l’Olp di Delle Chiaie (alquanto diverso da quello di Arafat...). Ecc.

Ma solo dei presunti “sinistri” senza memoria possono rinnegare valori e concetti per concentrare la propria pseudo-opposizione sulle parole (o sui tacchi della Meloni).

Vi proponiamo quindi un intervento sui social di Marco Sironi, uno dei purtroppo pochi che molto succintamente ricorda l’essenziale.

E suggeriamo anche di dare un’occhiata ad una delle tante interviste rilasciate da chi, sull’obiettivo della “sovranità alimentare” ha fatto decisamente qualcosa di pratico, e che non ha nulla a che vedere col cognato Lollobrigida... 

*****

Sentire gente che si ritiene di sinistra esaltare gli OGM e banalizzare la necessità di una sovranità alimentare, non si può accettare.

È proprio per questa subalternità di “certa sinistra”, che di fatto è altrettanto destra, che la destra più reazionaria oggi si può appropriare di un concetto, ma direi anche di un valore, come quello della “sovranità alimentare” che significa tutelare le coltivazioni, le produzioni di cibo, le tradizioni culinarie del nostro Paese dall’invadenza delle grandi multinazionali e dal cibo spazzatura e insano che producono e vendono.

Certo, la destra lo fa per fini strumentali e non di equità sociale. Un motivo in più per cui tale concetto dovrebbe essere recuperato e attuato dalla sinistra.

Per la sovranità alimentare, che vuol dire tutelare le coltivazioni autoctone e dei contadini che lavorano la terra, si battono da sempre tutti i movimenti di liberazione nazionale. Era una degli obiettivi della Rivoluzione Cubana: superare la monocoltura della canna da zucchero imposta dagli Usa. Era uno dei principi base del grande Thomas Sankara (il Che africano) capo di stato del Burkina Faso, assassinato negli anni '80 dagli ex colonizzatori francesi.

È alla base della lotta del “Movimento dei Senza Terra” in Brasile. Era una delle richieste del movimento noglobal di Seatle e Genova.

Sovranità alimentare la chiedeva anche il Social Forum sull’agricoltura che tenemmo proprio a Bergamo nel 2017 contro il vertice ufficiale del G7 organizzato proprio nella nostra città.

Vuol dire opporsi all’espropriazione delle terre dei contadini da parte delle multinazionali dell’agroalimentare, all’utilizzo di diserbanti nocivi, alla pratica deleteria delle monocolture che rendono completamente dipendenti le economie dei Paesi del sud del mondo e impoveriscono le masse contadine costrette a lasciare i propri campi e ad emigrare. Vuol dire opporsi alle guardie armate e private delle grandi multinazionali che nei Paesi poveri massacrano i contadini che si ribellano.

Studiate la storia di Rigoberta Menchù, campensina guatemalteca che si ribellò agli squadroni della morte che la tenevano schiava e che negli anni '90, per la sua lotta, fu insignita del Premio Nobel per la Pace.

Mangiare bene e sano è un diritto di tutti, anche dei ceti popolari, dei poveri, dei diseredati.

Perché coltivare la propria terra, anche in forma associata e cooperativa, è un diritto dei contadini di tutto il mondo.

La sovranità alimentare, in opposizione all’imperialismo, è un concetto fortemente internazionalista.

Fonte

13/02/2019

Sardegna. “S’ismurzu de su pastore”, una merenda di rivolta


Il mondo della pastorizia è in rivolta da decenni e il motivo è sempre lo stesso: il prezzo del latte. Forse alla fine passerà anche questa protesta perché le classi dominanti e gli industriali del latte in fondo temono la forza dei pastori sardi e tireranno fuori qualche soluzione tampone. Ma la crisi del comparto anche stavolta non verrà affrontata.

Secondo i dati forniti dall’Agenzia Agris Sardegna, incaricata di raccogliere e rielaborare i dati delle fatture di pagamento del latte, in Sardegna, 12.267 imprese del comparto registrate nell’Isola, con un numero complessivo di capi ovini di 2milioni 548mila 808, hanno prodotto per l’annata 2015-2016 una produzione di quasi 300 milioni di litri di latte (di cui 17milioni circa da caprini) e per la stagione 2016-2017 poco più di 284 milioni di litri. Ogni pecora produce mediamente poco più di centro litri di latte all’anno, per una consistenza media di gregge di 292 capi (http://www.regione.sardegna.it/j/v/2568?s=371854&v=2&c=394&t=1).

La rivolta che sta imbiancando di latte tutta l’isola è scoppiata a causa del crollo del prezzo del latte. Il fatto è che i trasformatori (gli industriali del latte) pagano pochissimo il latte conferito dai pastori (attualmente sotto i 60 centesimi), prezzo ben al di sotto dei costi di produzione (calcolato tra gli 80 centesimi e un euro; la scorsa stagione il prezzo era fissato a 0,85, sempre poco ma meglio che nel passato).

Perché lo pagano così poco? Gli industriali dicono che il prezzo lo decide il mercato. I pastori gridano alla truffa perché il prezzo del latte viene fissato sul prezzo finale del pecorino romano (chiamato così anche se prodotto per la stragrande maggioranza da latte sardo) che è un formaggio di scarsissima qualità assorbito prevalentemente dal mercato americano. Praticamente si tratta di una monocultura favorevole agli industriali e sfavorevole ai produttori.

Però il latte non viene usato tutto per produrre pecorino romano, ma anche nella produzione di altri formaggi di qualità venduti a prezzi ben più remunerativi, eppure viene acquistato sempre al di sotto dei 60 centesimi sulla base del prezzo finale del “romano”. Insomma il latte è uno dei rarissimi casi in cui è il prodotto finale (in questo caso, un prodotto finale, cioè il “romano”, eletto a parametro di valore) a fare il prezzo della materia prima e non il contrario.

Periodicamente la Regione organizza dei tavoli di contrattazione che puntualmente falliscono perché gli industriali restano chiusi ad ogni rialzo del prezzo del latte. Il sospetto è che gli industriali che controllano i tre consorzi di tutela dei tre pecorini Dop (il romano, il pecorino sardo e il fiore sardo) facciano cartello sui prezzi e non abbiano alcun interesse a diversificare la produzione. Il sospetto è anche che la classe politica colonizzata e a sua volta colonizzatrice sia subalterna agli interessi e ai dettami degli industriali e non abbia mai avuto la volontà di opporsi. Ecco perché tutti i volti noti dei politici sardi vengono cacciati via dai presidi di questi giorni.

Fra l’altro lo scorso dicembre era stato annunciato in pompa magna la nascita dell’Oilos, (Organismo interprofessionale latte ovino sardo composto) e il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio (che oggi cade dalle nuvole e mostra il petto a difesa dei pastori) lo aveva definito «un traguardo importante e una risposta al problema del prezzo del latte» (Sardinia Post, https://www.sardiniapost.it/politica/arriva-il-sigillo-del-ministero-per-oilos-nasce-lorganizzazione-del-latte-ovino/). La rivolta del latte era insomma largamente prevedibile. Perché non si è fatto nulla per evitarla?

A fronte di circa 300milioni di litri di latte prodotti all’anno e in gran parte destinati alla monocoltura del “romano”, salta all’occhio il dato impressionante di importazione di oltre l’80% dei prodotti alimentari: cereali, carne, formaggi, frutta e verdura, inclusi i mangimi per alimentare pecore e agnelli. Un paradosso inspiegabile. In Sardegna la superficie agricola utile è di circa 116.000 ettari, di questi 7.000 sono dedicati a seminativi e oltre 45.000 a pascolo. Tradotto in altre parole, utilizziamo quasi tutta la nostra terra per produrre merce di scarso valore economico e con poco valore aggiunto poiché la trasformazione è quasi esclusivamente nelle mani degli industriali del latte, mentre importiamo merce che non siamo più in grado di produrre a casa nostra. L’assenza di una classe politica adeguata si misura in questi numeri, nell’incapacità di pianificare un destino diverso dalla monocultura coloniale per la propria terra.

La subalternità dei diversi governi multicolore (ma sulle grandi questioni monopensiero) susseguitisi nel corso degli anni alla guida dell’isola è evidenziata dalle periodiche crisi dei diversi comparti, crisi mai sanate e via via più profonde, così profonde da aver determinato la fine di realtà produttive importanti e vitali. Ciò che è peggio, la svalutazione del nostro lavoro e dei nostri prodotti ha avuto come conseguenza la svalutazione delle nostre terre, l’indebolimento dei nostri legami con questa terra, con la nostra cultura e le nostre tradizioni, ci ha fiaccato lo spirito e levato le certezze, ha sfibrato i legami sociali, disgregato le nostre comunità, cancellato o reso marginale la nostra cultura e la nostra lingua. La situazione di crisi perenne, iniziata secoli addietro e acuitasi negli ultimi decenni ha aperto le porte agli speculatori di ogni genere e sorta. E così una terra resa “arida” da decenni di disboscamenti su cui hanno fatto fortuna padroni continentali e destinata a pascolo diventa oggi l’eldorado per i signori delle rinnovabili, dell’eolico e delle finte serre fotovoltaiche, capaci di ricavare in Sardegna centinaia di milioni di euro all’anno, senza dover neppure fare lo sforzo di venirci in Sardegna, esattamente come facevano un tempo i signori feudali spagnoli e piemontesi. Quale allevatore o agricoltore non accetterebbe infatti in queste condizioni una pala eolica che occupa pochi metri quadri e “regala” ogni anno quanto non sono più in grado di produrre neppure 10 ettari di terreno coltivato?

Questa crisi ha aperto oggi le porte alle fabbriche delle bombe, alle coltivazioni per produrre biogas, come in passato le aveva aperte alle fabbriche degli industriali del nord, durate pochi anni ma quanto basta per lasciare un ricordo perenne di inquinamento insanabile e devastazione economica e sociale. In Sardegna oltre 300 paesi su 377 sono considerati deprivati. Appare ovvio quindi che non si può risolvere l’ennesima crisi del latte ovino con un piccolo incentivo alla produzione; appare ovvio in ragione di un’isola ricca di risorse ma priva di classi dirigenti adeguate. Forse la protesta passerà anche stavolta, ma noi abbiamo il compito di non fermarci all’ennesima elemosina e portare avanti un dibattito serio, battendoci per avviare un processo di riforma utile a garantirci un futuro diverso, soprattutto, utile a garantirci un futuro.

Ecco perché la lotta dei pastori è la lotta di tutti i sardi per la sovranità alimentare, contro la monocultura, per una economia circolare e giusta.

Iniziamo con una atto insieme di solidarietà e complicità con i pastori in lotta. Ecco perché sabato pomeriggio abbiamo organizzato “s’ismurzu de su pastore” davanti al caseificio Pinna di Thiesi. Vi invitiamo a comprare formaggio a chilometro zero, meglio se direttamente dai pastori o dagli spacci da loro gestiti, anche per sostenerli in questo difficile momento in cui sono costretti dalle esigenze della lotta a gettare il loro prodotto anziché a conferirlo.

Gusteremo insieme il formaggio davanti a quello che a tutti gli effetti è diventato il simbolo dell’arroganza di chi affama le campagne senza voler sentire ragioni.

Pastore sardu non t’arendas como!

Fonte

24/11/2017

FICO e Farinetti. Propaganda e business fuori dalla realtà contadina

Il 15 novembre sono state aperte le porte di FICO, un parco dei divertimenti dell’agro alimentare made in Italy. E’ un grande progetto multimilionario animato da EATALY, COOP, società di capitali, istituti finanziari (banche, assicurazioni etc.) e grandi imprese dell’agro-alimentare. E’ un parco di circa 10 ettari alle porte di Bologna che ospiterà oltre un centinaio di aziende, una quarantina di ristoranti, due campi coltivati, serre, capi di bestiame, laboratori di trasformazione e quant’altro necessario per dare vita ad un grande centro commerciale/parco divertimenti/itinerario didattico-divulgativo-promozionale. L’opera, costata oltre 150 mln di euro di investimenti, prende forma in un’area di proprietà pubblica del valore di 55 mln di euro concessa gratuitamente dal comune di Bologna al patron di EATALY Oscar Farinetti e alla società costituita Ad Hoc per la gestione del parco.

Le critiche mosse nei confronti di questa maxi opera in pieno stile e continuità con l’appena conclusa e fallimentare esperienza di EXPO, sono numerose e provengono da diversi fronti.

Noi, contadine e contadini, dell’Associazione Rurale Italiana, oltre ad esprimere piena solidarietà e partecipazione nei confronti di chi in questi giorni ha contestato l’inaugurazione del mega progetto, consideriamo questo progetto inutile, dispendioso e soprattutto assolutamente incapace di dare voce e rappresentazione dell’agricoltura contadina del nostro paese.

Essere contadini e produrre in modo contadino vuol dire valorizzare e promuovere la piccola produzione dei territori, fatta di tradizione e innovazione, conoscenza delle colture e risorse delle diverse aree del nostro paese, significa produrre in maniera solidale, stabilire un prezzo equo dei prodotti che sia rispettoso della dignità delle persone e del lavoro e capace di proporre prodotti di qualità anche per chi subisce più pesantemente la crisi economica. Produzione contadina significa alta intensità di lavoro e non di capitali e implica cura del territorio, delle sue risorse naturali al fine della tutela del patrimonio ecologico-ambientale e della biodiversità agricola. “Solo un incompetente può dire di racchiudere “tutta la meraviglia della biodiversità italiana in un unico luogo” come si legge nella propaganda di FICO, ricorda Roberto, contadino delle montagne piemontesi che recupera alla coltivazioni grani antichi.

Non esiste nessuna Fabbrica Contadina perché le nostre vite ci appartengono e non sono merce che si fabbrica.

I grandi attori nell’agro alimentare italiano (EATALY, COOP, Granarolo) fanno propaganda ed i governi e le istituzioni si mobilitano: vengono messi a disposizione finanziamenti, servizi di supporto, affidamento di beni e patrimonio pubblico a titolo gratuito (come se questi colossi avessero scarsi capitali da impiegare in qualsivoglia iniziativa) e applicate leggi speciali che consentono e supportano l’azione di questi operatori.

Da anni migliaia di veri contadini di questo paese, quelli che fanno vivere oltre 700.000 aziende di piccola dimensione, attendono l’approvazione di una legge che riconosca la loro specificità, la loro funzione sociale, i loro diritti e che legittimi, riconosca e valorizzi il lavoro sia di produzione agricola che di cura del territorio, in accordo con quanto previsto dalla Costituzione Italiana.

FICO, per noi di Associazione Rurale Italiana, è solo un’altra trovata propagandistica di chi, governando le istituzioni, si ostina a non voler conoscere e riconoscere il ruolo di veri protagonisti ad una classe, quella contadina, che nonostante i sacrifici e le vessazioni subite non si presta alla strumentalizzazione di quanti coinvolti in queste grandi opere di menzogna.

Lanciamo la sfida ai nostri governanti presenti e futuri: se volete veramente tutelare e promuovere l’agricoltura contadina fatevi avanti per l’approvazione della legge sull’agricoltura contadina, frutto di una partecipata campagna nazionale e che giace da diversi anni in commissione agricoltura del Parlamento e riconoscere così i diritti di chi davvero in questo paese – e nel resto del Pianeta – produce la quasi totalità di quello che finisce in tavola. Una sfida che non costa soldi ma richiede solo un gesto di rispetto per la dignità di donne e uomini che sono ancora il motore più efficace di una delle grandi agricolture del mondo.

Fonte