Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/02/2019
Sardegna. “S’ismurzu de su pastore”, una merenda di rivolta
Il mondo della pastorizia è in rivolta da decenni e il motivo è sempre lo stesso: il prezzo del latte. Forse alla fine passerà anche questa protesta perché le classi dominanti e gli industriali del latte in fondo temono la forza dei pastori sardi e tireranno fuori qualche soluzione tampone. Ma la crisi del comparto anche stavolta non verrà affrontata.
Secondo i dati forniti dall’Agenzia Agris Sardegna, incaricata di raccogliere e rielaborare i dati delle fatture di pagamento del latte, in Sardegna, 12.267 imprese del comparto registrate nell’Isola, con un numero complessivo di capi ovini di 2milioni 548mila 808, hanno prodotto per l’annata 2015-2016 una produzione di quasi 300 milioni di litri di latte (di cui 17milioni circa da caprini) e per la stagione 2016-2017 poco più di 284 milioni di litri. Ogni pecora produce mediamente poco più di centro litri di latte all’anno, per una consistenza media di gregge di 292 capi (http://www.regione.sardegna.it/j/v/2568?s=371854&v=2&c=394&t=1).
La rivolta che sta imbiancando di latte tutta l’isola è scoppiata a causa del crollo del prezzo del latte. Il fatto è che i trasformatori (gli industriali del latte) pagano pochissimo il latte conferito dai pastori (attualmente sotto i 60 centesimi), prezzo ben al di sotto dei costi di produzione (calcolato tra gli 80 centesimi e un euro; la scorsa stagione il prezzo era fissato a 0,85, sempre poco ma meglio che nel passato).
Perché lo pagano così poco? Gli industriali dicono che il prezzo lo decide il mercato. I pastori gridano alla truffa perché il prezzo del latte viene fissato sul prezzo finale del pecorino romano (chiamato così anche se prodotto per la stragrande maggioranza da latte sardo) che è un formaggio di scarsissima qualità assorbito prevalentemente dal mercato americano. Praticamente si tratta di una monocultura favorevole agli industriali e sfavorevole ai produttori.
Però il latte non viene usato tutto per produrre pecorino romano, ma anche nella produzione di altri formaggi di qualità venduti a prezzi ben più remunerativi, eppure viene acquistato sempre al di sotto dei 60 centesimi sulla base del prezzo finale del “romano”. Insomma il latte è uno dei rarissimi casi in cui è il prodotto finale (in questo caso, un prodotto finale, cioè il “romano”, eletto a parametro di valore) a fare il prezzo della materia prima e non il contrario.
Periodicamente la Regione organizza dei tavoli di contrattazione che puntualmente falliscono perché gli industriali restano chiusi ad ogni rialzo del prezzo del latte. Il sospetto è che gli industriali che controllano i tre consorzi di tutela dei tre pecorini Dop (il romano, il pecorino sardo e il fiore sardo) facciano cartello sui prezzi e non abbiano alcun interesse a diversificare la produzione. Il sospetto è anche che la classe politica colonizzata e a sua volta colonizzatrice sia subalterna agli interessi e ai dettami degli industriali e non abbia mai avuto la volontà di opporsi. Ecco perché tutti i volti noti dei politici sardi vengono cacciati via dai presidi di questi giorni.
Fra l’altro lo scorso dicembre era stato annunciato in pompa magna la nascita dell’Oilos, (Organismo interprofessionale latte ovino sardo composto) e il ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio (che oggi cade dalle nuvole e mostra il petto a difesa dei pastori) lo aveva definito «un traguardo importante e una risposta al problema del prezzo del latte» (Sardinia Post, https://www.sardiniapost.it/politica/arriva-il-sigillo-del-ministero-per-oilos-nasce-lorganizzazione-del-latte-ovino/). La rivolta del latte era insomma largamente prevedibile. Perché non si è fatto nulla per evitarla?
A fronte di circa 300milioni di litri di latte prodotti all’anno e in gran parte destinati alla monocoltura del “romano”, salta all’occhio il dato impressionante di importazione di oltre l’80% dei prodotti alimentari: cereali, carne, formaggi, frutta e verdura, inclusi i mangimi per alimentare pecore e agnelli. Un paradosso inspiegabile. In Sardegna la superficie agricola utile è di circa 116.000 ettari, di questi 7.000 sono dedicati a seminativi e oltre 45.000 a pascolo. Tradotto in altre parole, utilizziamo quasi tutta la nostra terra per produrre merce di scarso valore economico e con poco valore aggiunto poiché la trasformazione è quasi esclusivamente nelle mani degli industriali del latte, mentre importiamo merce che non siamo più in grado di produrre a casa nostra. L’assenza di una classe politica adeguata si misura in questi numeri, nell’incapacità di pianificare un destino diverso dalla monocultura coloniale per la propria terra.
La subalternità dei diversi governi multicolore (ma sulle grandi questioni monopensiero) susseguitisi nel corso degli anni alla guida dell’isola è evidenziata dalle periodiche crisi dei diversi comparti, crisi mai sanate e via via più profonde, così profonde da aver determinato la fine di realtà produttive importanti e vitali. Ciò che è peggio, la svalutazione del nostro lavoro e dei nostri prodotti ha avuto come conseguenza la svalutazione delle nostre terre, l’indebolimento dei nostri legami con questa terra, con la nostra cultura e le nostre tradizioni, ci ha fiaccato lo spirito e levato le certezze, ha sfibrato i legami sociali, disgregato le nostre comunità, cancellato o reso marginale la nostra cultura e la nostra lingua. La situazione di crisi perenne, iniziata secoli addietro e acuitasi negli ultimi decenni ha aperto le porte agli speculatori di ogni genere e sorta. E così una terra resa “arida” da decenni di disboscamenti su cui hanno fatto fortuna padroni continentali e destinata a pascolo diventa oggi l’eldorado per i signori delle rinnovabili, dell’eolico e delle finte serre fotovoltaiche, capaci di ricavare in Sardegna centinaia di milioni di euro all’anno, senza dover neppure fare lo sforzo di venirci in Sardegna, esattamente come facevano un tempo i signori feudali spagnoli e piemontesi. Quale allevatore o agricoltore non accetterebbe infatti in queste condizioni una pala eolica che occupa pochi metri quadri e “regala” ogni anno quanto non sono più in grado di produrre neppure 10 ettari di terreno coltivato?
Questa crisi ha aperto oggi le porte alle fabbriche delle bombe, alle coltivazioni per produrre biogas, come in passato le aveva aperte alle fabbriche degli industriali del nord, durate pochi anni ma quanto basta per lasciare un ricordo perenne di inquinamento insanabile e devastazione economica e sociale. In Sardegna oltre 300 paesi su 377 sono considerati deprivati. Appare ovvio quindi che non si può risolvere l’ennesima crisi del latte ovino con un piccolo incentivo alla produzione; appare ovvio in ragione di un’isola ricca di risorse ma priva di classi dirigenti adeguate. Forse la protesta passerà anche stavolta, ma noi abbiamo il compito di non fermarci all’ennesima elemosina e portare avanti un dibattito serio, battendoci per avviare un processo di riforma utile a garantirci un futuro diverso, soprattutto, utile a garantirci un futuro.
Ecco perché la lotta dei pastori è la lotta di tutti i sardi per la sovranità alimentare, contro la monocultura, per una economia circolare e giusta.
Iniziamo con una atto insieme di solidarietà e complicità con i pastori in lotta. Ecco perché sabato pomeriggio abbiamo organizzato “s’ismurzu de su pastore” davanti al caseificio Pinna di Thiesi. Vi invitiamo a comprare formaggio a chilometro zero, meglio se direttamente dai pastori o dagli spacci da loro gestiti, anche per sostenerli in questo difficile momento in cui sono costretti dalle esigenze della lotta a gettare il loro prodotto anziché a conferirlo.
Gusteremo insieme il formaggio davanti a quello che a tutti gli effetti è diventato il simbolo dell’arroganza di chi affama le campagne senza voler sentire ragioni.
Pastore sardu non t’arendas como!
Fonte
11/02/2019
La sfida dei pastori sardi, tra nuove forme di lotta e prospettive di movimento
Fuori dall’impressionismo senza spiegazioni dei tg, uno sguardo “da dentro” il mondo e l’economia sarda. Due articoli da https://lafuriarossa.noblogs.org
Ieri ad Abbasanta, durante la protesta spontanea dei pastori contro il basso prezzo del latte, c’era un’assenza molto evidente. Mancavano le bandiere blu e gialle che, negli anni scorsi, hanno caratterizzato tutti i momenti di mobilitazione degli allevatori: quelle del Movimento Pastori Sardi.
Non stiamo parlando di un’associazione di categoria di quelle che fa sempre il lavoro del pompiere, stiamo parlando di un gruppo che negli anni scorsi ha messo in campo una capacità di mobilitazione che talvolta è stata davvero impressionante. Ieri però l’MPS non c’era, la manifestazione che ha bloccato per ore la statale 131 all’altezza di Abbasanta è nata da una convocazione sviluppatasi sugli smartphone dei pastori nel tardo pomeriggio.
Al di là del significato di questa assenza, non si può negare che questo sia il dato politico più rilevante: ieri in Sardegna abbiamo avuto un assaggio diretto di cosa possano essere le mobilitazioni del XXI secolo. Sorprendenti – perché nessuno se l’aspettava, tantomeno le forze di polizia che in altre occasioni, quando cioè l’MPS minacciava i blocchi stradali, si facevano sempre trovare pronte – diffuse e spesso difficili da controllare per le organizzazioni tradizionali.
Su quei pastori rischia di calare la scure di una repressione giudiziaria e poliziesca che si è rafforzata con i provvedimenti di questo autunno targati Salvini. Questo ci permette di segnare un piccolo promemoria: la Lega è nemica dei sardi e del cambiamento della nostra isola in meglio. Ma ci costringe anche a fare una riflessione: dobbiamo fare di tutto perché la vicenda dei pastori non sia trattata come una semplice questione di ordine pubblico. Si tratta di una questione intrinsecamente politica, ma lo Stato italiano e i suoi servi isolani proveranno ad affrontarla con il codice penale.
No. Non possiamo permetterlo. Altro che dispiacere per il latte versato, qui rischiamo di trovare persone con la vita rovinata da processi: persone che lottano per vedere riconosciuto un diritto fondamentale e assoluto, veder pagato il proprio lavoro a un prezzo degno.
Come fare? La questione è la stessa di quando sfrattano gli occupanti da una casa o denunciano i lavoratori che fanno un picchetto o i cittadini che occupano un terreno per impedire una speculazione: bisogna politicizzarla. A nessun altro, se non ai pastori, spetta la parola su come portare avanti la lotta per un prezzo giusto del latte. Ma a tutti spetta la parola su come difenderli dall’attacco che fra poco arriverà, perché il loro problema è solo un aspetto di una grande questione più generale.
La questione è che la Sardegna è schiacciata da due enormi macigni: il rapporto coloniale con l’Italia e il capitalismo. Mentre in Europa crescono movimenti che mettono in discussione sia gli stati nazionali ottocenteschi sia il capitalismo, qua siamo ancora al palo. In realtà qualcosa si muove, soprattutto sul piano culturale, ma i tempi rischiano di essere davvero stretti. Non è allarmismo: i dati macroeconomici e gli sviluppi della politica europea ed internazionale fanno temere una grossa crisi – politica in primo luogo – in tempi non troppo lunghi e noi rischiamo di essere impreparati.
Quindi ci sono due piani da prendere in considerazione per quanto riguarda le ultime mobilitazioni dei pastori sardi: il primo è quello della lotta dei lavoratori, che nessuno si deve permettere di sovradeterminare. Certo, la si può criticare quando lo si ritiene opportuno e la si deve sostenere, ma il principio deve essere che il modo in cui portare avanti la loro lotta lo decidono i pastori.
L’altro piano è quello che ci interessa di più: se consideriamo la società come un campo attraversato da un’infinità di fratture, ogni volta che una si accentua, anche le altre diventano più sensibili. In parole povere, se la protesta dei pastori dovesse allargarsi e svilupparsi nei prossimi giorni, si aprirebbero degli spazi paralleli perché anche altre contraddizioni della società sarda vengano portate vicine al punto di rottura. Attenzione, sia chiaro che nessuno si augura che la questione del prezzo del latte non si risolva, così da alimentare la rabbia dei pastori: si deve risolvere immediatamente. Ma qualsiasi soluzione immediata sarà emergenziale, l’unica risposta strutturale è la duplice liberazione della Sardegna dalle catene coloniali e da quelle del capitalismo.
Ora, c’è un punto interrogativo enorme con cui dobbiamo fare i conti: la capacità di mobilitazione generale dei movimenti sociali sardi. Occupazione militare, contrazione del diritto alla salute, speculazioni energetiche, disoccupazione: le fratture ci sono, questo è fuori discussione, ma siamo in grado di allargarle?
La risposta non si può dare su due piedi, forse è un po’ come nel ciclismo, dove il corridore capisce la sua condizione fisica solo dopo che prova a forzare un po’ il proprio organismo.
La lunga mano della lega sulla lotta dei pastori
I tumulti nel mondo della pastorizia sarda si intrecceranno inevitabilmente con le ultime settimane di campagna elettorale per la Regione e c’è un partito che ha una carta pesante da giocare: la Lega che controlla il ministero dell’Agricoltura. Ieri il ministro Centinaio lo ha annunciato: «A giorni sarò in Sardegna» e fin qui nulla di strano, il ministro dell’Agricoltura in carica non può far finta che non stia succedendo nulla. Probabilmente però Centinaio arriverà sbandierando la soluzione definitiva all’ormai decennale problema del prezzo del latte ovino, e qua sorge il problema.
Chiunque conosca la situazione del settore ovino dell’isola, sa che il problema del latte pagato pochi spiccioli è strutturale e non può essere risolto in qualche giorno. Ciò che bisogna fare adesso è risolvere l’emergenza. Come? Non lo sappiamo ma permetteteci di dire, associandoci a molti altri, che contributi e sussidi non ci disgustano, considerando che lo stato paga ogni giorno milioni di euro in contributi e sussidi a qualsiasi tipo di industria. Sul piano strutturale, beh, noi la nostra la abbiamo detta: solo una Sardegna libera e non capitalista è in grado di garantire un trattamento dignitoso ai lavoratori, pastori compresi.
Tornando al discorso Lega, però, è inevitabile che una forza politica che ha compiuto un tale investimento sulla politica sarda punti alla strumentalizzazione di quello che sta accadendo in questi giorni. Che la Lega sia al ministero dell’Agricoltura non è certo un caso: il settore agricolo nel Nord Italia muove fatturati da milioni e milioni di euro e, contestualmente, muove milioni di voti. Nel 2018 è poi arrivata la svolta di Coldiretti, la principale associazione di categoria degli agricoltori italiani, che, dopo aver sostenuto per qualche anno il Pd di Renzi – promuovendo il Sì al referendum costituzionale – è passata, armi e bagagli, nel campo di Salvini, che dal canto suo ha sposato le principali rivendicazioni dell’associazione di categoria giallo-verde (ah, i casi della vita!).
L’impressione che si ha da fuori, rispetto a quello che sta succedendo nel mondo dei pastori, è che c’è un forte rimescolamento delle carte, con il Movimento Pastori Sardi che è stato colto di sorpresa dalle esplosioni di rabbia degli ultimi giorni. Insomma, se c’è un movimento spontaneo di rabbia popolare, come sembrerebbe che stia succedendo nel mondo dei pastori, qualcuno cercherà sicuramente di sovradeterminarlo e questo è quello che, probabilmente, i settori più vicini alla Lega cercheranno di fare nei prossimi giorni.
L’MPS, che da settimane dice chiaro e forte che non appoggerà nessun partito, ha parato il colpo, con un bel comunicato in cui non prende le distanze da quanto successo nelle strade e chiama i pastori all’unità e alla lotta senza bandiere (e senza quartiere). La prossima settimana è molto probabile che si muoveranno altri pezzi nello scacchiere, e mosse pesanti potrebbero arrivare appunto dalla Lega – non da sola, ovviamente, ma supportata da alcune associazioni e settori all’interno del mondo pastorale – con l’unico obiettivo di capitalizzare la protesta e raccogliere più voti possibili.
La Lega può proporre soluzioni strutturali? Impossibile. Non può perché lei deve fare determinati interessi, quelli che nascono nel Nord dove prende – ancora adesso, nonostante sia diventato un partito italiano – la maggior parte dei suoi voti e la maggior parte dei suoi soldi. È lo stesso discorso per cui è impossibile che la Lega faccia gli interessi dei sardi nell’ambito della Sanità: quanti soldi e quanti voti arrivano agli ex secessionisti padani dal mondo della sanità privata lombarda? Tantissimi. E figuratevi se, in una terra come la nostra, dove la sanità pubblica è stata devastata dalle politiche scellerate del centrosinistra, i big della sanità privata lombarda non sentono il profumo dei soldi!
Il rischio, insomma, è quello che le proteste di questi giorni vengano strumentalizzate e che il mondo dei pastori cada, per l’ennesima volta, nelle trappole elettorali dei partiti italiani e dei loro intermediari sardi. Solo il tempo potrà far capire se questo rischio si concretizzerà o se la lotta dei pastori avrà la maturità per restare libera da condizionamenti esterni e strumentalizzazioni. Cosa possiamo fare noi da fuori? Sostenere, solidarizzare, e, perché no?, provare ad aprire altri fronti.
Fonte
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Ieri ad Abbasanta, durante la protesta spontanea dei pastori contro il basso prezzo del latte, c’era un’assenza molto evidente. Mancavano le bandiere blu e gialle che, negli anni scorsi, hanno caratterizzato tutti i momenti di mobilitazione degli allevatori: quelle del Movimento Pastori Sardi.
Non stiamo parlando di un’associazione di categoria di quelle che fa sempre il lavoro del pompiere, stiamo parlando di un gruppo che negli anni scorsi ha messo in campo una capacità di mobilitazione che talvolta è stata davvero impressionante. Ieri però l’MPS non c’era, la manifestazione che ha bloccato per ore la statale 131 all’altezza di Abbasanta è nata da una convocazione sviluppatasi sugli smartphone dei pastori nel tardo pomeriggio.
Al di là del significato di questa assenza, non si può negare che questo sia il dato politico più rilevante: ieri in Sardegna abbiamo avuto un assaggio diretto di cosa possano essere le mobilitazioni del XXI secolo. Sorprendenti – perché nessuno se l’aspettava, tantomeno le forze di polizia che in altre occasioni, quando cioè l’MPS minacciava i blocchi stradali, si facevano sempre trovare pronte – diffuse e spesso difficili da controllare per le organizzazioni tradizionali.
Su quei pastori rischia di calare la scure di una repressione giudiziaria e poliziesca che si è rafforzata con i provvedimenti di questo autunno targati Salvini. Questo ci permette di segnare un piccolo promemoria: la Lega è nemica dei sardi e del cambiamento della nostra isola in meglio. Ma ci costringe anche a fare una riflessione: dobbiamo fare di tutto perché la vicenda dei pastori non sia trattata come una semplice questione di ordine pubblico. Si tratta di una questione intrinsecamente politica, ma lo Stato italiano e i suoi servi isolani proveranno ad affrontarla con il codice penale.
No. Non possiamo permetterlo. Altro che dispiacere per il latte versato, qui rischiamo di trovare persone con la vita rovinata da processi: persone che lottano per vedere riconosciuto un diritto fondamentale e assoluto, veder pagato il proprio lavoro a un prezzo degno.
Come fare? La questione è la stessa di quando sfrattano gli occupanti da una casa o denunciano i lavoratori che fanno un picchetto o i cittadini che occupano un terreno per impedire una speculazione: bisogna politicizzarla. A nessun altro, se non ai pastori, spetta la parola su come portare avanti la lotta per un prezzo giusto del latte. Ma a tutti spetta la parola su come difenderli dall’attacco che fra poco arriverà, perché il loro problema è solo un aspetto di una grande questione più generale.
La questione è che la Sardegna è schiacciata da due enormi macigni: il rapporto coloniale con l’Italia e il capitalismo. Mentre in Europa crescono movimenti che mettono in discussione sia gli stati nazionali ottocenteschi sia il capitalismo, qua siamo ancora al palo. In realtà qualcosa si muove, soprattutto sul piano culturale, ma i tempi rischiano di essere davvero stretti. Non è allarmismo: i dati macroeconomici e gli sviluppi della politica europea ed internazionale fanno temere una grossa crisi – politica in primo luogo – in tempi non troppo lunghi e noi rischiamo di essere impreparati.
Quindi ci sono due piani da prendere in considerazione per quanto riguarda le ultime mobilitazioni dei pastori sardi: il primo è quello della lotta dei lavoratori, che nessuno si deve permettere di sovradeterminare. Certo, la si può criticare quando lo si ritiene opportuno e la si deve sostenere, ma il principio deve essere che il modo in cui portare avanti la loro lotta lo decidono i pastori.
L’altro piano è quello che ci interessa di più: se consideriamo la società come un campo attraversato da un’infinità di fratture, ogni volta che una si accentua, anche le altre diventano più sensibili. In parole povere, se la protesta dei pastori dovesse allargarsi e svilupparsi nei prossimi giorni, si aprirebbero degli spazi paralleli perché anche altre contraddizioni della società sarda vengano portate vicine al punto di rottura. Attenzione, sia chiaro che nessuno si augura che la questione del prezzo del latte non si risolva, così da alimentare la rabbia dei pastori: si deve risolvere immediatamente. Ma qualsiasi soluzione immediata sarà emergenziale, l’unica risposta strutturale è la duplice liberazione della Sardegna dalle catene coloniali e da quelle del capitalismo.
Ora, c’è un punto interrogativo enorme con cui dobbiamo fare i conti: la capacità di mobilitazione generale dei movimenti sociali sardi. Occupazione militare, contrazione del diritto alla salute, speculazioni energetiche, disoccupazione: le fratture ci sono, questo è fuori discussione, ma siamo in grado di allargarle?
La risposta non si può dare su due piedi, forse è un po’ come nel ciclismo, dove il corridore capisce la sua condizione fisica solo dopo che prova a forzare un po’ il proprio organismo.
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La lunga mano della lega sulla lotta dei pastori
I tumulti nel mondo della pastorizia sarda si intrecceranno inevitabilmente con le ultime settimane di campagna elettorale per la Regione e c’è un partito che ha una carta pesante da giocare: la Lega che controlla il ministero dell’Agricoltura. Ieri il ministro Centinaio lo ha annunciato: «A giorni sarò in Sardegna» e fin qui nulla di strano, il ministro dell’Agricoltura in carica non può far finta che non stia succedendo nulla. Probabilmente però Centinaio arriverà sbandierando la soluzione definitiva all’ormai decennale problema del prezzo del latte ovino, e qua sorge il problema.
Chiunque conosca la situazione del settore ovino dell’isola, sa che il problema del latte pagato pochi spiccioli è strutturale e non può essere risolto in qualche giorno. Ciò che bisogna fare adesso è risolvere l’emergenza. Come? Non lo sappiamo ma permetteteci di dire, associandoci a molti altri, che contributi e sussidi non ci disgustano, considerando che lo stato paga ogni giorno milioni di euro in contributi e sussidi a qualsiasi tipo di industria. Sul piano strutturale, beh, noi la nostra la abbiamo detta: solo una Sardegna libera e non capitalista è in grado di garantire un trattamento dignitoso ai lavoratori, pastori compresi.
Tornando al discorso Lega, però, è inevitabile che una forza politica che ha compiuto un tale investimento sulla politica sarda punti alla strumentalizzazione di quello che sta accadendo in questi giorni. Che la Lega sia al ministero dell’Agricoltura non è certo un caso: il settore agricolo nel Nord Italia muove fatturati da milioni e milioni di euro e, contestualmente, muove milioni di voti. Nel 2018 è poi arrivata la svolta di Coldiretti, la principale associazione di categoria degli agricoltori italiani, che, dopo aver sostenuto per qualche anno il Pd di Renzi – promuovendo il Sì al referendum costituzionale – è passata, armi e bagagli, nel campo di Salvini, che dal canto suo ha sposato le principali rivendicazioni dell’associazione di categoria giallo-verde (ah, i casi della vita!).
L’impressione che si ha da fuori, rispetto a quello che sta succedendo nel mondo dei pastori, è che c’è un forte rimescolamento delle carte, con il Movimento Pastori Sardi che è stato colto di sorpresa dalle esplosioni di rabbia degli ultimi giorni. Insomma, se c’è un movimento spontaneo di rabbia popolare, come sembrerebbe che stia succedendo nel mondo dei pastori, qualcuno cercherà sicuramente di sovradeterminarlo e questo è quello che, probabilmente, i settori più vicini alla Lega cercheranno di fare nei prossimi giorni.
L’MPS, che da settimane dice chiaro e forte che non appoggerà nessun partito, ha parato il colpo, con un bel comunicato in cui non prende le distanze da quanto successo nelle strade e chiama i pastori all’unità e alla lotta senza bandiere (e senza quartiere). La prossima settimana è molto probabile che si muoveranno altri pezzi nello scacchiere, e mosse pesanti potrebbero arrivare appunto dalla Lega – non da sola, ovviamente, ma supportata da alcune associazioni e settori all’interno del mondo pastorale – con l’unico obiettivo di capitalizzare la protesta e raccogliere più voti possibili.
La Lega può proporre soluzioni strutturali? Impossibile. Non può perché lei deve fare determinati interessi, quelli che nascono nel Nord dove prende – ancora adesso, nonostante sia diventato un partito italiano – la maggior parte dei suoi voti e la maggior parte dei suoi soldi. È lo stesso discorso per cui è impossibile che la Lega faccia gli interessi dei sardi nell’ambito della Sanità: quanti soldi e quanti voti arrivano agli ex secessionisti padani dal mondo della sanità privata lombarda? Tantissimi. E figuratevi se, in una terra come la nostra, dove la sanità pubblica è stata devastata dalle politiche scellerate del centrosinistra, i big della sanità privata lombarda non sentono il profumo dei soldi!
Il rischio, insomma, è quello che le proteste di questi giorni vengano strumentalizzate e che il mondo dei pastori cada, per l’ennesima volta, nelle trappole elettorali dei partiti italiani e dei loro intermediari sardi. Solo il tempo potrà far capire se questo rischio si concretizzerà o se la lotta dei pastori avrà la maturità per restare libera da condizionamenti esterni e strumentalizzazioni. Cosa possiamo fare noi da fuori? Sostenere, solidarizzare, e, perché no?, provare ad aprire altri fronti.
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