Lo fa in un documento che ha un incerto status giuridico e un titolo, European Council in Copenhagen (21-22 June 1993) – Conclusions of the Presidency, che non lascia affatto trapelare il contenuto. Ciò che il titolo fa capire, invece, è che si tratta della sintesi di una discussione condotta nel Consiglio europeo durante la quale sono stati trattati molti temi, e tra di essi i criteri che avrebbero dovuto guidare il processo di ampliamento. Tema svolto in due brevi paragrafi – tanto brevi che si possono riportare nella loro interezza. Il primo è il seguente:
“Membership requires that the candidate country has achieved stability of institutions guaranteeing democracy, the rule of law, human rights and respect for and protection of minorities, the existence of a functioning market economy as well as the capacity to cope with competitive pressure and market forces within the Union. Membership presupposes the candidate’s ability to take on the obligations of membership including adherence to the aims of political, economic and monetary union.”Sono tre le sfere per le quali si fissano le condizionalità per l’ammissione: diritti individuali, qualità della democrazia e modello di capitalismo del paese che chiede di aderire. Sono sfere di fondamentale importanza nella storia europea contemporanea e per il Progetto europeo, ma, sorprendentemente, nel documento vengono declinati in un modo approssimativo e superficiale, solo retorico.
Affermare che, per essere ammesso, un paese deve anche avere “the capacity to cope with competitive pressure and market forces within the Union” svela il carattere ideologico e allo stesso tempo cerimoniale dei criteri che definiscono il paradigma dell’ampliamento dell’Unione europea.
Ideologico perché l’accento sulla competizione economica intra-moenia è il segno inequivocabile dell’orientamento politico-intellettuale della nascente Unione europea che affida al mercato il ruolo che nella Comunità economica europea era stato assegnato alla cooperazione.
Cerimoniale perché sono formulati in un modo che lascia del tutto indeterminabile la valutazione sul fatto che un dato paese abbia o meno la capacità di competere. La Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Slovenia e gli altri paesi entrati a far parte dell’Unione dal 2004 al 2013 non avevano al momento dell’adesione la capacità di competere con la Germania, la Francia o l’Italia. Quella capacità non ce l’hanno ancora oggi. L’enorme differenza di scala dimensionale delle economie nazionali è un fattore che rende astratto il criterio della capacità competitiva comparata tra i paesi europei.
C’è un’altra dimensione che i “Criteri di Copenaghen” nascondono. Mentre l’economia europea si internazionalizzava, a diventare decisiva era la capacità di resistere alla ‘pressione competitiva’ dei paesi extra europei. Le relazioni economiche che i singoli stati nazionali stabiliscono con i paesi extra-europei diventano – certamente per la Germania, la Francia l’Italia e il Regno Unito (finché appartenente all’Unione) – più importanti di quelle con gli altri paesi membri. Importanza che è cresciuta assieme all’aumento del grado di internazionalizzazione delle economie europee.
Il secondo paragrafo dedicato alla formulazione del paradigma dell’ampliamento, ancora più breve del precedente, riguarda gli effetti dell’ampliamento sul processo di integrazione:
“The Union’s capacity to absorb new members, while maintaining the momentum of European integration, is also an important consideration in the general interest of both the Union and the candidate countries.”Quando l’Unione europea era ancora Comunità Economica Europea, gli effetti territoriali dell’ampliamento – nazionali, regionali e locali – erano un tema politico e teorico rilevante.
La solidarietà territoriale era un carattere fondamentale del Progetto europeo, e l’ampliamento doveva avvenire in forme che non distruggessero l’equilibrio esistente nella divisione del lavoro tra i paesi dell’Unione, pur lasciando libero uno spazio economico per i paesi entranti.
Ma, all’inizio degli anni Novanta, quando l’Unione sceglieva la Moneta unica e l’internazionalizzazione radicale della sua economia, agli occhi dell’élite politica e giornalistico-accademica neoliberale che governava l’Unione la polarizzazione territoriale e il manifestarsi di crisi sociali locali e regionali – l’obsolescenza localizzata di luoghi e persone – non erano più considerati disequilibri rilevanti. E il Consiglio Europeo formulava il problema degli effetti dell’ampliamento in tre righe, una frase senza significato.
Oltre ad essere sfocati, i “Criteri di Copenaghen” sono incompleti. Non si introduce il vincolo della contiguità territoriale per entrare a far parte dell’Unione e non si accenna all’esistenza di un limite al processo di ampliamento. E lo sono anche rispetto a un’altra prospettiva: non contengono riflessioni sulle implicazioni geopolitiche dell’ampliamento.
L’inconsistenza logica, empirica e politica del paradigma dell’ampliamento che l’Unione europea stabilisce all’inizio del suo percorso lascia disorientati. È stato progettato come uno strumento necessario per realizzare, da una parte, il ‘progetto neoliberale’ e, dall’altra, il ‘progetto imperiale’. In definitiva, per decostruire il Progetto europeo.
Ma è difficile comprendere come l’élite politica e la tecno-struttura giornalistico-accademica che l’ha sostenuta non abbia compreso che, per le forme con le quali stava avvenendo, l’ampliamento avrebbe aperto un conflitto con gli Stati Uniti dall’esito imprevedibile.
Sin dalla nascita della Nato, la spesa militare degli Stati Uniti per proteggere l’Europa ha richiesto una giustificazione. Facile trovarla fino alla caduta del Muro di Berlino, ma sempre meno mentre, dopo il 1989, l’Unione europea si avviava, ampliamento dopo ampliamento, a diventare un attore in grado di sfidare gli Stati Uniti sul piano economico e ideologico.
È difficile credere che l’Unione europea, nell’intraprendere la strada che la condurrà a diventare un impero muovendo i propri confini verso quelli della Federazione Russa – e facendolo al seguito dell’esercito della Nato –, non ne vedesse le implicazioni: aumentare considerevolmente la spesa militare.
Il conflitto tra Unione europea e Stati Uniti si è manifestato con evidenza mediatica nella sfera della divisione dei costi per il mantenimento dell’efficienza militare della Nato. Esso ha, però, ragioni molto più profonde e ampie di quanto la controversia sul bilancio Nato o sulla divisione dei costi del sostegno militare all’Ucraina suggerisca.
Quando, nel 2013, si conclude il ‘grande ampliamento’ con l’entrata della Croazia, l’Unione europea è di fatto diventata un attore economico globale più importante degli Stati Uniti.
Unione europea e Stati Uniti competono sui mercati delle risorse naturali – avendo entrambi una ‘impronta ecologica’ che li rende drammaticamente dipendenti dalle risorse naturali disponibili al di fuori dai loro confini. Sono in competizione sui mercati di sbocco dei beni e servizi che producono e nell’organizzazione delle filiere produttive transnazionali, una sfera di importanza decisiva nel capitalismo contemporaneo.
Ma la competizione con gli Stati Uniti ha riguardato anche la sfera, per essi più critica di qualsiasi altra, relativa alla possibilità di garantire la sostenibilità finanziaria della loro traiettoria di crescita economica: il monopolio del dollaro come ‘moneta di riserva’ e come unità di conto e scambio nel sistema dei pagamenti internazionali.
Il conflitto economico tra Unione europea e Stati Uniti si interseca con un profondo conflitto ideologico. Come ha argomentato Jeremy Rifkin (The European Dream, 2004), alla fine degli anni Settanta – mentre emergeva con crescente evidenza la disconnessione tra crescita economica e aumento del benessere individuale e l’insostenibilità ecologica del processo economico – sulla scena globale il ‘sogno europeo’ stava diventando più attraente del ‘sogno americano’.
Il modello europeo di democrazia e di capitalismo era una sfida che le culture politiche conservatrici e i loro cold-war intellectuals – in America, in Europa e in Italia – hanno sempre temuto molto più della sfida che poneva il modello dell’economia pianificata.
La “fine della storia” annunciata subito dopo la caduta del Muro di Berlino non era tanto la fine della competizione tra liberalismo e comunismo. Allo sguardo dei neoliberali era, soprattutto, la fine della competizione tra modello americano e modello europeo di capitalismo. La “fine della storia” era l’abbandono del modello di capitalismo sociale, da declassare ad aberrazione teorica oltre che storica.
“Chi sostiene l’esistenza di una terza via, [e] che l’Europa dovrebbe tenersi lontana dal liberalismo americano, ha solo idee confuse. Un’economia di mercato è un’economia di mercato: le precisazioni non sono necessarie”, affermavano Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in Goodbye Europa (Rizzoli 2006), cancellando platealmente, senza alcun imbarazzo intellettuale, due secoli di riflessioni su democrazia e capitalismo.
Nelle cronache di questi giorni – l’altalena isterica sulle barriere tariffarie e non-tariffarie, la polemica sul mancato aiuto nella guerra all’Iran, gli scontri verbali con Macron, Meloni, Merz e Starmer (leader politici dei maggiori paesi europei), il ritiro dei soldati degli Stati Uniti dalla Germania e molto altro ancora – si può trovare l’evidenza empirica del profondo e insanabile conflitto che è esploso tra l’Unione europea e gli Stati Uniti.
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