Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
06/09/2026
«Il problema non è il woke, è il liberalismo»
Professor Brancaccio, su iniziativa di Carlo Galli è partito un dibattito sul “woke” che ha coinvolto vari esponenti della politica e della cultura, da Conte a Tajani, da Renzi a Vannacci, da Piccolotti a Valditara. Galli dichiara che il “woke” è “sovrastruttura” e che le sinistre dovrebbero dare la priorità ai problemi di “struttura”, come le disuguaglianze sociali. Massimo Cacciari sostiene che l’opposizione farebbe bene a mettere in secondo piano il woke e ripassare i fondamentali di Marx. Ma esiste davvero una contrapposizione tra il “woke” dei nostri giorni e la storica lotta di classe marxiana?
Il “woke” nasce nella cultura afroamericana, come esortazione a tenere gli occhi aperti sui rapporti di dominio che regolano la società contemporanea. È un movimento che ha insistito sul carattere “sistemico” delle discriminazioni di razza, di genere e di orientamento sessuale. Ha aiutato tanta gente a capire che se un nero innocente viene ammazzato dalle forze dell’ordine, la causa non è un poliziotto bianco “cattivo” ma un intero apparato di repressione sociale. E se una donna lavoratrice viene pagata molto meno dei suoi colleghi uomini a parità di prestazioni, il problema non risiede in un vago maschilismo dei padroni ma in un sistema strutturato per dividere al suo interno la classe subalterna. E se le libere preferenze sessuali di una persona diventano motivo di discriminazione sociale, la ragione non risiede banalmente nell’arretratezza del contesto culturale ma nel fatto che il governo della sessualità è un classico dispositivo di orientamento, per indurre le persone a metter su famiglia, produrre, consumare, risparmiare, procreare, in sintonia coi ritmi dell’accumulazione. Rispetto molto i colleghi Galli e Cacciari, ma non credo che ridurre questi temi cruciali a “sovrastruttura” o a mero vezzo foucaultiano aiuti la discussione. La verità è che, nelle sue radici originarie, il “woke” può esser pienamente integrato nella moderna critica marxista del capitalismo, sulla scia di Angela Davis, Jules Joanne Gleeson e altre. Se volessi cimentarmi anche io in una citazione dotta, direi che, in un’ottica di “surdeterminazione”, lotta alle discriminazioni e lotta di classe sono esattamente la stessa cosa.
Però converrà che talvolta il “woke” è sfociato in eccessi difficilmente comprensibili. Per esempio, la “cancel culture”, che giudica opere, autori, simboli del passato sulla base dei valori contemporanei, e sostituisce alla comprensione storica la condanna morale.
Tra le file del “woke” esistono sia personalità intelligenti che ottuse, come del resto anche tra i marxisti. Cancellare dai piani di studio Aristotele perché era schiavista sarebbe orrido fanatismo. Altra cosa sarebbe se i programmi partissero proprio dallo studio dell’aristotelico “schiavo per natura”, per situare subito il filosofo greco nell’ordine stringente dei rapporti di potere del suo tempo. Alle militanti woke dico che abbiamo bisogno non di “cancel culture” ma della forza sovversiva di quella che un tempo si definiva “storia sociale”, inclusa la “storia sociale della filosofia”.
Il dibattito di questi giorni, però, ha insistito sul fatto che il “woke” ha confinato la battaglia della sinistra alla sola questione dei diritti di libertà del singolo, abbandonando il tema storico della lotta di classe. Che ne pensa?
Il problema non è il woke, è il liberalismo. Il woke nasce dai ghetti, come movimento di strada contro soprusi e violenze degli apparati di potere, e si è incrociato più volte con le lotte per il lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali. Certo, i liberali hanno lavorato per egemonizzare il movimento e disinnescare la sua carica dirompente. Se tu promuovi leggi contro il razzismo, il femminicidio e l’omofobia fai una cosa degna e giusta, ma se contestualmente agisci anche per indebolire le tutele del lavoro, contestare un’imposta patrimoniale o proteggere la libera circolazione dei capitali, di fatto stai annacquando il woke nel vecchio e placido mare del radicalismo liberale. Nei movimenti, americani ed europei, molti hanno assecondato questa “normalizzazione” liberale, in base all’idea che i temi della lotta di classe fossero ormai superati e che fosse più efficace puntare solo sulle battaglie contro le discriminazioni razziali, sessuali e di genere.
Avevano ragione?
No, è stata una scommessa perdente: in realtà è accaduto l’esatto opposto. Il woke ha perso slancio, diventando una caricatura di sé stesso, proprio perché si è agganciato a un’ideologia liberale che si stava avviando verso una crisi profondissima e irreversibile.
Lei insiste da tempo sul fatto che, dopo il crollo del “muro” di Wall Street del 2008, il liberalismo è entrato in una crisi da cui non può uscire. Può spiegare?
Viviamo in un’epoca segnata da una tendenza che Marx aveva predetto e che trova oggi indiscussi riscontri empirici: è la centralizzazione del capitale in sempre meno mani che, a colpi di fallimenti dei capitali più deboli e acquisizioni da parte dei più forti, ormai pone oltre l’80 percento del capitale azionario sotto il controllo di meno dell’1 percento dei proprietari. Ebbene, proprio questa formazione di oligopoli colossali, questa immane concentrazione del potere economico, è tra i fattori alla base delle “riforme” che stanno determinando un’altra concentrazione, quella del potere politico, dalle aule parlamentari ai governi, dai governi ai capi di governo, e così via. È quella che va sotto il nome di “recessione democratica”, anche questo un fenomeno documentato, che erode dall’interno gli istituti che fondano la democrazia liberale, dalla tipica ripartizione dei poteri fino alla tutela dei più elementari diritti individuali. Il guaio dei liberali è che pretendono di assecondare la tendenza alla centralizzazione capitalistica e al tempo stesso vorrebbero proteggere l’assetto liberaldemocratico che quella stessa tendenza sta distruggendo. È un’aporia, una contraddizione insanabile, dalla quale non riescono a uscire.
Con quali conseguenze?
La loro morte annunciata, direi. Ancora quindici anni fa i liberali tenevano le leve del potere. Mentre oggi, privi di memoria storica, molti di essi si stanno riducendo a perorare un rinnovato abbraccio mortale con le destre reazionarie e con movimenti di nuova fattura, che io definisco “oltrefascisti”. In questo modo credono di difendere i loro interessi, e poco badano al fatto che si stanno rendendo corresponsabili di ulteriori torsioni del sistema verso forme di centralizzazione autoritaria del potere, più o meno imbellettate. Il risultato finale è un “tradimento”: i liberali non sono più in grado di difendere la democrazia, la libertà, figurarsi le istanze “woke”. È un’altra delle catastrofi che stanno caratterizzando il cosiddetto declino dell’Occidente. Ma a pensarci bene è anche un’occasione politica.
Lei sta dicendo che nella crisi del liberalismo toccherà ad altri farsi carico delle lotte per le libertà e contro le discriminazioni?
Esatto. Vede, nella discussione di questa estate mi sembra che sia mancata proprio una percezione della tendenza storica. La contrapposizione che è emersa dal dibattito, tra il “woke” dei diritti civili e un imprecisato “marxismo” dei diritti sociali, non fa i conti con la contraddizione mortale in cui sta cadendo il liberalismo. E con l’enorme spazio politico che questa crisi liberale sta aprendo. La questione, oggi, non è metter da parte il woke per tornare alla lotta sociale. La questione è che le lotte per i diritti civili e sociali hanno un destino comune, sono ormai inesorabilmente intrecciate. E dunque il loro rilancio può venire solo da una ripresa, in chiave moderna, della critica generale del meccanismo capitalistico e delle sue tendenze più distruttive. E quindi da una nuova politica, che sia realmente capace di fronteggiare la tendenza micidiale alla centralizzazione capitalistica del nostro tempo.
In cosa dovrebbe consistere questa nuova politica?
I populisti hanno cercato di rallentare la tendenza alla centralizzazione inondando di prebende e regalie i piccoli proprietari, anche quelli più inefficienti, che sarebbero stati destinati ai fallimenti e alle acquisizioni. È stata una strategia disastrosa, che ha causato solo enormi danni al lavoro, al bilancio pubblico, al welfare. Bisogna agire in direzione contraria. La competizione capitalistica deve andare avanti, i fallimenti e le acquisizioni devono compiersi, la centralizzazione deve avanzare. Ma a un certo stadio di sviluppo deve incrociare la sua unica, vera nemesi: l’acquisizione pubblica dei capitali monopolistici, nell’ambito di un rinnovato progetto di espansione delle logiche di “piano”, nel senso moderno in cui Leontief le intendeva davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 1974. Nell’epoca oscura della centralizzazione autoritaria, questa è l’unica via per aprire una nuova stagione di conquiste, civili e sociali.
Professore, tutto molto logico, ma sembra anche lontano dall’agenda politica e dal programma del campo largo, se ne verrà uno.
Niente affatto. È uno sguardo sul futuro, certo, ma coi piedi ben piantati nel presente, ossia nella piena coscienza della crisi presente, che tanti fingono di non vedere. Non dimentichiamo che, dopo le crisi finanziaria, pandemica e militare, pur tra mille contraddizioni, veri e propri prodromi di pianificazione sono ormai situati nei gangli profondi della politica economica contemporanea. Il problema politico odierno è come sciogliere quelle contraddizioni. Per intenderci: chi davvero intende sfidare il governo Meloni dovrà decidere tra la vecchia, costosa e inefficiente politica di regalie ai capitali inefficienti e una nuova politica di comando, basata su norme capaci di elevare le tutele del lavoro, della salute e dell’ambiente e di selezionare così soltanto i capitali migliori. Dovrà decidere la posizione che lo stato dovrà assumere nei processi di fusione e acquisizione in atto, in campo bancario e non solo, superando l’antinomia pedestre tra liberismo dei liberali da un lato e amichettismo delle destre dall’altro. E dovrà decidere se inaugurare una battaglia perdente che contrapponga diritti civili e sociali oppure, al contrario, fare i conti con la tendenza in atto e cogliere nella crisi liberale l’opportunità di nuovi laboratori, di inedite fusioni politiche tra libertà e uguaglianza. Insomma, i leader di questo tempo saranno solo quelli capaci di tenere in gran conto la tendenza del tempo: la centralizzazione autoritaria, che sta già aggredendo la libertà, la democrazia, la stessa pace. “Politica” significa oggi solo una cosa: governare quella tendenza, come si cavalca una tigre.
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05/07/2026
La realtà che Vannacci, Cazzullo e i ‘rossobruni’ non raccontano
Dal blocco navale, ai centri di detenzione, alla remigrazione degli stranieri, la propaganda anti-immigrati si fa sempre più aggressiva. Le destre estreme vengono premiate e creano egemonia: anche i partiti moderati le inseguono e i governi le assecondano. In questo difficile scenario, c’è un intellettuale che sostiene una tesi controcorrente. Per Emiliano Brancaccio, le destre vanno sfidate sui terreni a loro più congeniali, a partire dalla questione dell’immigrazione.
Professor Brancaccio, grazie alle campagne anti-immigrati le destre estreme continuano a raccogliere consensi. Che ne pensa?
Che ormai non si tratta solo di destre estreme. Gli immigrati sono presi di mira anche da un numero crescente di liberali. Sul Corsera, Aldo Cazzullo ha parlato con disinvoltura di “dumping sociale” causato dall’immigrazione. E non è l’unico. Pezzi di mondo liberale si stanno appropriando di alcune falsificazioni tipiche dei movimenti reazionari.
Non vorrei sembrare malizioso, ma somigliano molto a prove di dialogo politico. Mi pare l’ennesimo segno della crisi profonda in cui oggi versa il liberalismo.
Lei quindi sta dicendo che il “dumping sociale” causato dai lavoratori immigrati non esiste? E che i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi non peggiorano?
Certo che peggiorano, ma non a causa degli immigrati. Soprattutto nell’epoca del calo delle nascite, l’idea che l’immigrazione causi il declino delle retribuzioni e delle condizioni di vita dei nativi non trova riscontri macroeconomici adeguati.
La più ampia meta-analisi disponibile, su 88 studi pubblicati, è giunta alla conclusione che l’impatto dell’immigrazione sui salari reali dei lavoratori nativi è mediamente zero, e nei rari casi in cui è significativamente diversa da zero, l’impatto positivo sui salari dei nativi è forte, mentre quello negativo è debole.
Persino George Borjas, l’economista citato da Trump per sostenere la campagna contro gli immigrati, non ha mai parlato di blocco dell’immigrazione, perché non avrebbe evidenze sufficienti per supportarlo.
Lei è un eminente studioso marxista. Alcuni sostengono che Marx riteneva che l’immigrazione abbattesse i salari dei nativi...
Di solito questi esegeti improvvisati citano una lettera a Meyer e Vogt in cui Marx accennò a un esercizio che noi economisti definiamo di ‘statica comparata’: vale a dire, notò che la concentrazione delle proprietà agricole irlandesi generava disoccupati ed emigranti che andavano poi a competere nel Regno Unito coi lavoratori inglesi, ma quel nesso lo esplicitava lasciando immutata l’enorme massa delle altre variabili che influiscono su di esso, e ne era pienamente consapevole.
Del resto, chi lo cita evita di aggiungere che in quella stessa lettera Marx precisava che l’antagonismo tra lavoratori inglesi e irlandesi era “alimentato artificialmente e accresciuto dalla stampa e da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti”, e rappresentava “il segreto della conservazione del potere da parte della classe capitalistica”. Parole attuali, direi.
Usare il massimo teorico dell’unità internazionale dei lavoratori per sostenere le campagne anti-immigrati è dunque solo un patetico imbroglio.
Ma allora, se non è colpa degli immigrati, perché assistiamo a un declino delle retribuzioni dei lavoratori nativi?
Le analisi effettuate in questi anni chiariscono che il degrado delle condizioni salariali e di vita delle lavoratrici e dei lavoratori nativi dipende dall’abbattimento delle tutele legali contro i licenziamenti, il precariato e il lavoro nero, dall’indebolimento degli ispettorati del lavoro, dalla legislazione anti-sindacale, dal crollo degli scioperi, dallo spostamento dei carichi fiscali dal capitale al lavoro, dalla monopolizzazione dei mercati da parte delle grandi imprese.
Insomma, dal fatto che la lotta di classe la stanno vincendo i capitalisti su tutti i fronti decisivi del conflitto sociale. In un tale attacco generalizzato al lavoro, prendersela con gli immigrati è ingenuo o in malafede. Significa farsi abbagliare da quello che io chiamo il perfetto “capro espiatorio del capitale”.
Ammetterà però che esiste un problema di immigrazione irregolare...
Teniamo presente che gli irregolari rappresentano appena il 6 percento degli immigrati in Europa. Ovviamente, queste irregolarità vanno risolte, ma per farlo bisogna mettere in luce alcune loro determinanti profonde, spesso nascoste.
L’ILO e i tribunali documentano che vari imprenditori sottopongono i lavoratori irregolari a vessazioni inaccettabili in uno stato di diritto. In altre parole, sussiste un preciso interesse padronale a creare vie di accesso illegali ai lavoratori stranieri, per ricattarli e sfruttarli meglio.
Ma se al posto della regolarizzazione venisse applicata la ricetta vannacciana della “remigrazione” degli stranieri, cosa accadrebbe?
Le curve del declino demografico indicano che entro dieci anni perderemo 13 milioni di cittadini europei in età di lavoro, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia. Anche assumendo crescita asfittica, è piuttosto improbabile che una tale caduta possa esser compensata da un boom delle nascite o della produttività del lavoro. Avremo bisogno di lavoratori immigrati anche solo per mantenere le attuali capacità produttive.
Se dunque blocchiamo l’immigrazione, potremmo trovarci dinanzi a uno shock da scarsità di popolazione, un fenomeno raro in tempo di pace. La conseguenza andrebbe dall’inflazione, alla crisi, al crollo del potere d’acquisto dei lavoratori nativi. L’opposto di quel che sostengono i propugnatori della remigrazione.
Non c’è il rischio che gli immigrati esercitino pressione sul welfare e sulla sanità?
È vero l’opposto. I media ci hanno abituati a vedere l’immigrato come un fannullone avvezzo al crimine. In realtà, in Italia il tasso di occupazione degli immigrati è il 67 percento, pressoché identico a quello dei nativi: in larghissima maggioranza, gli immigrati sono lavoratori che pagano tasse e contributi, il loro apporto produttivo sostiene lo stato sociale di cui godono i nativi, in particolare gli anziani.
Però l’allarme sugli immigrati che commettono crimini esiste? O no?
Molti sono giovani, maschi, poveri e poco istruiti, che dal punto di vista statistico potrebbe essere un mix tale da aumentare la probabilità di violazioni della legge. Ma la realtà è che non esistono relazioni statistiche significative tra aumento degli immigrati e aumento dei reati.
Uno studio recente su 23 paesi europei esaminati in un arco di 15 anni mostra che, dall’omicidio al furto d’auto, la correlazione con l’immigrazione è zero. Addirittura, tra gli immigrati regolari si registra spesso una propensione a rispettare le regole superiore rispetto ai nativi.
Quanto al dato che gli immigrati siano presenti più nella popolazione carceraria che nella popolazione totale, si deve al fatto che gli irregolari sono contati nella carceraria e non nella totale, e soprattutto all’assenza di reti di protezione legale e familiare, più che a una indimostrata propensione dello straniero a delinquere.
Eppure i media e i social battono molto sui crimini commessi da immigrati...
Studi pubblicati sulla Review of Economics and Statistics e altrove mostrano che i media hanno enormemente sovra-rappresentato i reati commessi da immigrati, determinando così uno spostamento del consenso verso politiche reazionarie.
Sappiamo bene che molte redazioni considerano notizia “appetibile” solo i reati commessi da stranieri contro i nativi, mentre snobbano i reati commessi dai nativi, soprattutto quelli di imprenditori nostrani contro lavoratori stranieri. Così facendo, si crea una gigantesca distorsione della realtà. Il tambureggiamento xenofobo di media e social non è un termometro, è una malattia di questa fase storica.
A coloro che sono tentati dalla propaganda del generale Vannacci, cosa direbbe?
Che Vannacci e sodali insistono per bloccare gli afflussi di immigrati, ma guarda caso non osano proporre il blocco dei movimenti internazionali di capitali, che oggi possono spostarsi liberamente da un paese all’altro a caccia di bassi salari, tassazione favorevole e lassismo nelle regole a tutela del lavoro e dell’ambiente, e che rappresentano una causa documentata del degrado dei redditi e delle condizioni di vita dei lavoratori nativi.
Sarebbe ora di bloccare i flussi di capitali, non di immigrati. Ma questo Vannacci non lo dirà, perché lui è solo l’ennesimo cavalier servente dei più retrivi interessi padronali.
Professore, lei però affronta la questione da un punto di vista puramente razionale, usando dati scientifici. Magari il problema è proprio che l’irrazionalità imperversa...
È così. Ma l’unica arma per contrastare l’andazzo è portare alle estreme conseguenze la nostra razionalità critica. Dobbiamo tornare a indagare sui fattori introspettivi che alimentano la nuova psicologia di massa autoritaria, e che scatenano l’attrazione di tanta gente verso i pifferai della violenza dei forti contro i deboli, delle ronde notturne di quelli che vanno a spaccar teste allo straniero di turno e che invocano una ritornante ondata di pogrom e deportazioni.
Dobbiamo contrastare la tendenza ricordando il monito di Lukács, più che mai attuale: se non viene combattuto e sconfitto, questo dilagante irrazionalismo nero ci farà precipitare in una nuova epoca di orrore.
Quale proposta avanzerebbe in tema di immigrazione?
Un immediato “ius soli”, ma non basta. Bisogna portare avanti i programmi dell’ILO per la regolarizzazione di chi dimostri che svolge lavoro nero, per la responsabilità degli appaltatori lungo tutta la filiera del processo produttivo, e così via.
In altre parole: non solo pieni diritti civili e politici ma anche diritti del lavoro, sindacali e sociali. Solo così si ricaccia la xenofobia nel dimenticatoio della storia e si costruisce la coesione tra lavoratrici e lavoratori di ogni colore e provenienza, per l’unità di classe del futuro.
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06/05/2026
L’ampliamento dell’Unione Europea e gli Stati Uniti
Lo fa in un documento che ha un incerto status giuridico e un titolo, European Council in Copenhagen (21-22 June 1993) – Conclusions of the Presidency, che non lascia affatto trapelare il contenuto. Ciò che il titolo fa capire, invece, è che si tratta della sintesi di una discussione condotta nel Consiglio europeo durante la quale sono stati trattati molti temi, e tra di essi i criteri che avrebbero dovuto guidare il processo di ampliamento. Tema svolto in due brevi paragrafi – tanto brevi che si possono riportare nella loro interezza. Il primo è il seguente:
“Membership requires that the candidate country has achieved stability of institutions guaranteeing democracy, the rule of law, human rights and respect for and protection of minorities, the existence of a functioning market economy as well as the capacity to cope with competitive pressure and market forces within the Union. Membership presupposes the candidate’s ability to take on the obligations of membership including adherence to the aims of political, economic and monetary union.”Sono tre le sfere per le quali si fissano le condizionalità per l’ammissione: diritti individuali, qualità della democrazia e modello di capitalismo del paese che chiede di aderire. Sono sfere di fondamentale importanza nella storia europea contemporanea e per il Progetto europeo, ma, sorprendentemente, nel documento vengono declinati in un modo approssimativo e superficiale, solo retorico.
Affermare che, per essere ammesso, un paese deve anche avere “the capacity to cope with competitive pressure and market forces within the Union” svela il carattere ideologico e allo stesso tempo cerimoniale dei criteri che definiscono il paradigma dell’ampliamento dell’Unione europea.
Ideologico perché l’accento sulla competizione economica intra-moenia è il segno inequivocabile dell’orientamento politico-intellettuale della nascente Unione europea che affida al mercato il ruolo che nella Comunità economica europea era stato assegnato alla cooperazione.
Cerimoniale perché sono formulati in un modo che lascia del tutto indeterminabile la valutazione sul fatto che un dato paese abbia o meno la capacità di competere. La Repubblica Ceca, la Slovacchia, l’Ungheria, la Slovenia e gli altri paesi entrati a far parte dell’Unione dal 2004 al 2013 non avevano al momento dell’adesione la capacità di competere con la Germania, la Francia o l’Italia. Quella capacità non ce l’hanno ancora oggi. L’enorme differenza di scala dimensionale delle economie nazionali è un fattore che rende astratto il criterio della capacità competitiva comparata tra i paesi europei.
C’è un’altra dimensione che i “Criteri di Copenaghen” nascondono. Mentre l’economia europea si internazionalizzava, a diventare decisiva era la capacità di resistere alla ‘pressione competitiva’ dei paesi extra europei. Le relazioni economiche che i singoli stati nazionali stabiliscono con i paesi extra-europei diventano – certamente per la Germania, la Francia l’Italia e il Regno Unito (finché appartenente all’Unione) – più importanti di quelle con gli altri paesi membri. Importanza che è cresciuta assieme all’aumento del grado di internazionalizzazione delle economie europee.
Il secondo paragrafo dedicato alla formulazione del paradigma dell’ampliamento, ancora più breve del precedente, riguarda gli effetti dell’ampliamento sul processo di integrazione:
“The Union’s capacity to absorb new members, while maintaining the momentum of European integration, is also an important consideration in the general interest of both the Union and the candidate countries.”Quando l’Unione europea era ancora Comunità Economica Europea, gli effetti territoriali dell’ampliamento – nazionali, regionali e locali – erano un tema politico e teorico rilevante.
La solidarietà territoriale era un carattere fondamentale del Progetto europeo, e l’ampliamento doveva avvenire in forme che non distruggessero l’equilibrio esistente nella divisione del lavoro tra i paesi dell’Unione, pur lasciando libero uno spazio economico per i paesi entranti.
Ma, all’inizio degli anni Novanta, quando l’Unione sceglieva la Moneta unica e l’internazionalizzazione radicale della sua economia, agli occhi dell’élite politica e giornalistico-accademica neoliberale che governava l’Unione la polarizzazione territoriale e il manifestarsi di crisi sociali locali e regionali – l’obsolescenza localizzata di luoghi e persone – non erano più considerati disequilibri rilevanti. E il Consiglio Europeo formulava il problema degli effetti dell’ampliamento in tre righe, una frase senza significato.
Oltre ad essere sfocati, i “Criteri di Copenaghen” sono incompleti. Non si introduce il vincolo della contiguità territoriale per entrare a far parte dell’Unione e non si accenna all’esistenza di un limite al processo di ampliamento. E lo sono anche rispetto a un’altra prospettiva: non contengono riflessioni sulle implicazioni geopolitiche dell’ampliamento.
L’inconsistenza logica, empirica e politica del paradigma dell’ampliamento che l’Unione europea stabilisce all’inizio del suo percorso lascia disorientati. È stato progettato come uno strumento necessario per realizzare, da una parte, il ‘progetto neoliberale’ e, dall’altra, il ‘progetto imperiale’. In definitiva, per decostruire il Progetto europeo.
Ma è difficile comprendere come l’élite politica e la tecno-struttura giornalistico-accademica che l’ha sostenuta non abbia compreso che, per le forme con le quali stava avvenendo, l’ampliamento avrebbe aperto un conflitto con gli Stati Uniti dall’esito imprevedibile.
Sin dalla nascita della Nato, la spesa militare degli Stati Uniti per proteggere l’Europa ha richiesto una giustificazione. Facile trovarla fino alla caduta del Muro di Berlino, ma sempre meno mentre, dopo il 1989, l’Unione europea si avviava, ampliamento dopo ampliamento, a diventare un attore in grado di sfidare gli Stati Uniti sul piano economico e ideologico.
È difficile credere che l’Unione europea, nell’intraprendere la strada che la condurrà a diventare un impero muovendo i propri confini verso quelli della Federazione Russa – e facendolo al seguito dell’esercito della Nato –, non ne vedesse le implicazioni: aumentare considerevolmente la spesa militare.
Il conflitto tra Unione europea e Stati Uniti si è manifestato con evidenza mediatica nella sfera della divisione dei costi per il mantenimento dell’efficienza militare della Nato. Esso ha, però, ragioni molto più profonde e ampie di quanto la controversia sul bilancio Nato o sulla divisione dei costi del sostegno militare all’Ucraina suggerisca.
Quando, nel 2013, si conclude il ‘grande ampliamento’ con l’entrata della Croazia, l’Unione europea è di fatto diventata un attore economico globale più importante degli Stati Uniti.
Unione europea e Stati Uniti competono sui mercati delle risorse naturali – avendo entrambi una ‘impronta ecologica’ che li rende drammaticamente dipendenti dalle risorse naturali disponibili al di fuori dai loro confini. Sono in competizione sui mercati di sbocco dei beni e servizi che producono e nell’organizzazione delle filiere produttive transnazionali, una sfera di importanza decisiva nel capitalismo contemporaneo.
Ma la competizione con gli Stati Uniti ha riguardato anche la sfera, per essi più critica di qualsiasi altra, relativa alla possibilità di garantire la sostenibilità finanziaria della loro traiettoria di crescita economica: il monopolio del dollaro come ‘moneta di riserva’ e come unità di conto e scambio nel sistema dei pagamenti internazionali.
Il conflitto economico tra Unione europea e Stati Uniti si interseca con un profondo conflitto ideologico. Come ha argomentato Jeremy Rifkin (The European Dream, 2004), alla fine degli anni Settanta – mentre emergeva con crescente evidenza la disconnessione tra crescita economica e aumento del benessere individuale e l’insostenibilità ecologica del processo economico – sulla scena globale il ‘sogno europeo’ stava diventando più attraente del ‘sogno americano’.
Il modello europeo di democrazia e di capitalismo era una sfida che le culture politiche conservatrici e i loro cold-war intellectuals – in America, in Europa e in Italia – hanno sempre temuto molto più della sfida che poneva il modello dell’economia pianificata.
La “fine della storia” annunciata subito dopo la caduta del Muro di Berlino non era tanto la fine della competizione tra liberalismo e comunismo. Allo sguardo dei neoliberali era, soprattutto, la fine della competizione tra modello americano e modello europeo di capitalismo. La “fine della storia” era l’abbandono del modello di capitalismo sociale, da declassare ad aberrazione teorica oltre che storica.
“Chi sostiene l’esistenza di una terza via, [e] che l’Europa dovrebbe tenersi lontana dal liberalismo americano, ha solo idee confuse. Un’economia di mercato è un’economia di mercato: le precisazioni non sono necessarie”, affermavano Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in Goodbye Europa (Rizzoli 2006), cancellando platealmente, senza alcun imbarazzo intellettuale, due secoli di riflessioni su democrazia e capitalismo.
Nelle cronache di questi giorni – l’altalena isterica sulle barriere tariffarie e non-tariffarie, la polemica sul mancato aiuto nella guerra all’Iran, gli scontri verbali con Macron, Meloni, Merz e Starmer (leader politici dei maggiori paesi europei), il ritiro dei soldati degli Stati Uniti dalla Germania e molto altro ancora – si può trovare l’evidenza empirica del profondo e insanabile conflitto che è esploso tra l’Unione europea e gli Stati Uniti.
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25/04/2026
L’Internazionale nera, sionista e liberale
Spesso ricorre la definizione di “internazionale nera” per quelle forze di estrema destra che hanno in Trump il primo riferimento e che in Europa sono anche stati chiamati “sovranisti”.
Orban e Le Pen, Meloni, Abascal e altri loro simili, al di là delle diverse scelte politiche, condividono una comune matrice ideologica reazionaria sintetizzabile nel loro slogan: Dio Patria Famiglia. Stato di polizia anti migranti è ciò che li caratterizza prima di tutto, per questo è facile presentare tutti costoro come avversari nel profondo della democrazia liberale.
Tuttavia i confini dell’“internazionale nera” sono molto più aperti di quello che viene presentato dalla narrazione politica dominante e molti dei liberali che si indignano contro i fascisti, sono in realtà più o meno direttamente collegati a loro.
Maria Corina Machado, venezuelana reazionaria e golpista, è una fanatica di Netanyahu, di cui ha esaltato il genocidio a Gaza augurandosi che si faccia lo stesso nel suo paese contro la sinistra. Per ottenere questo ha donato a Trump il suo immeritato Premio Nobel per la Pace, pregandolo di non accontentarsi del rapimento del legittimo presidente Maduro e di suo moglie, ma di bombardare il Venezuela come l’Iran.
E a proposito di Iran, Machado ha abbracciato il pretendente al trono Reza Pahlavi, figlio dello shah tiranno rovesciato dalla rivoluzione, play boy internazionale e devoto di Israele. Il pretendente imperatore, che esulta per l’attacco terroristico di USA e Israele contro il suo paese, è stato subito accreditato come combattente per la libertà da diverse cancellerie occidentali ed in particolare è stato abbracciato da Zelensky: la nostra è la stessa lotta ha detto il dittatore (nel senso tecnico del termine perché in Ucraina sono state annullate le elezioni presidenziali).
Naturalmente anche Zelensky è un fanatico sostenitore di Netanyahu, al quale ha offerto i suoi droni per combattere quelli dell’Iran. Però il capo del governo di Israele è sempre restio a pubblici affratellamenti con il collega di Kiev, perché in troppi non gradiscono l’esaltazione che si fa oggi in Ucraina del nazista sterminatore di ebrei Bandera.
Se l’accordo con Zelensky resta sottobanco, quello con il presidente argentino Milei viene esaltato. L’ammiratore di Pinochet che ha portato alla fame la maggioranza del suo popolo, si è appena recato in Israele per fanatizzare il suo sionismo. Milei è sicuramente un fascista, ma è anche un seguace esaltato del liberismo economico e della ferocia genocida israeliana. E paradossalmente proprio per questo ha estimatori in Europa che si definiscono liberali.
Liberali che non dicono una parola contro il blocco genocida che Trump ha rafforzato contro Cuba, e che anzi sperano che il potere socialista nell’isola venga distrutto.
Insomma se proviamo a ricostruire la catena dell’internazionale nera attraverso le foto degli abbracci, vediamo che al centro di essa stanno saldamente Trump e Netanyahu, con guerre e genocidio.
Però attorno a costoro ruotano tanti che sono altrettanto reazionari, ma che vengono accreditati come campioni della libertà, anche tra chi si dichiari contrario a Trump e Netanyahu.
Ricordiamo che anche il PD ha salutato con commozione il Nobel a Machado; e le bandiere monarchiche di Pahlavi si sono unite a quelle di Israele e a quelle ucraine nel nome della libertà, anche nelle, sparute, piazze dell’europeismo italiano.
Per combattere davvero l’internazionale nera bisogna sapere che essa è sionista e arriva fino ai liberali.
Fonte
11/02/2026
Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” europei
Ieri, ad esempio, abbiamo affrontato lo scarto lacerante tra obiettivi di rilancio, teoricamente “logici”, e contraddizioni paralizzanti originate da interessi divergenti. Interessi che evidenziano “cordate” differenti a seconda del problema da affrontare (energia, riarmo, nuove tecnologie, ecc.) e complicano oltre il pensabile la ricerca di soluzioni “unitarie”.
La stessa proposta logico-draghiana – forzare lo stallo ricorrendo a una nuova mini-cordata di “volenterosi” che costruisca il prossimo “nucleo fondatore” e il corrispondente “sistema di regole”, oggi al centro del nuovo “vertice” – deve scontare negativamente il fatto oggettivo che quegli interessi concreti divaricano lo stesso gruppetto che dovrebbe esserne protagonista. L’affossamento del progetto franco-tedesco di “caccia del futuro” è probabilmente il segno più evidente, per ora, di difficoltà quasi insormontabili.
L’aspetto politicamente più devastante è però la totale crisi di credibilità della classe politica attualmente dirigente in quasi tutti i paesi della UE. Il popolare giornale tedesco Bild ha pubblicato i dati di un sondaggio sull’indice di “sgradimento” – diciamo così, dei vari primi ministri in carica nel mondo.
Il risultato è semplicemente agghiacciante per gli europei, come potete vedere. Uno solo, il ceco Babis, neoeletto (e forse solo per questo), può vantare un tasso di approvazione tranquillizzante. Tutti gli altri sono esplicitamente rifiutati da almeno il 50% degli elettori, compresa quella Meloni che parla ogni giorno come se “gli italiani” si riconoscessero tutti nei suoi siparietti.
Le posizioni peggiori – le prime, in questa classifica a rovescio – sono appannaggio esclusivo proprio del team dei “volenterosi” che ancora si consultano su come far proseguire la guerra in Ucraina nonostante il palese arretramento Usa e l’esaurimento delle forze a Kiev.
Starmer è sull’orlo delle dimissioni, con i vertici del partito laburista, già in crisi per motivi “nazionali”, travolto dall’onda lunga degli “Epstein files”. Macron, per ammissione del segretario del suo stesso partito nonché ex premier, Gabriel Attal, “È alla fine del mandato”, dopo la faticosissima approvazione del bilancio. Il tedesco Friedrich Merz, nonostante sia cancelliere da meno di un anno, risulta sfiduciato dal 67% degli elettori, e peggiora di settimana in settimana (la tabella qui di fianco risale a soli sette giorni fa).
Il dato comune è comunque un altro: in tutti e tre i paesi chiave i loro successori saranno con tutta probabilità dei nazifascisti, dichiarati o meno. L’AfD tedesca è nei sondaggi il primo partito, anche se con soltanto il 26%, appena un punto sopra la CDU del cancelliere ma a grande distanza dai cosiddetti “socialdemocratici” dell’Spd (16%). È pronta, insomma, per raccogliere l’eredità che Merz promette di lasciargli: “l’esercito più forte d’Europa“. Già sentita, vero?
In Francia la sicura vittoria dei lepenisti può essere fermata soltanto dalle loro contraddizioni interne, che diventano più visibili man mano che si avvicinano al sogno del “potere”. Non a caso in corrispondenza della faglia della guerra, tra cosiddetti “filo-atlantici” (Bardella) e altrettanto improbabili “filo-Putin” (Le Pen).
Ma in comune, così come l’Italia e in parte anche la Spagna, questi tre paesi hanno soprattutto le politiche di austerità con cui l’Unione Europea ha impoverito per oltre 30 anni le popolazioni del continente. Salari congelati e mangiati dall’inflazione, tagli continui a welfare, sanità, istruzione, riduzione dei diritti del lavoro, ecc., hanno progressivamente reso devastante l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico. Il declino del modello di vita capitalistico occidentale è diventato così visibile, palpabile, insopportabile. “Terrorizzante”.
In questo vuoto di futuro spalancato davanti alle nuove generazioni, esaltato da disuguaglianze mai così sfacciate, hanno trovato facile pascolo quanti hanno saputo deviare la “caccia alle responsabilità” da chi comanda davvero – le imprese multinazionali e il capitale finanziario – a chi ne subisce i danni più pesanti: immigrati, poveri, “diversi” di ogni genere, ecc..
La sedicente “sinistra” – senza troppe differenze tra quella liberale e quella sedicente “radicale” – è stata del resto protagonista assoluta nel gestire le politiche che hanno impoverito le classi popolari fin su al “ceto medio”. Sia a livello europeo che nazionale.
In quella stagione di “austerità” senza speranze è andata perciò progressivamente smarrita qualsiasi parvenza di “democrazia”, ossia di corrispondenza tra volontà popolare e orientamento dei governi. Una sola politica per tutta Europa ed elezioni nazionali che, quando la contraddicevano, venivano considerate “inutili” (la Grecia di Tsipras ha fatto da laboratorio e monito per tutti), fino a esser dichiarate “non valide” (quelle più recenti in Romania e altrove).
L’astensionismo ha così raggiunto quote ampiamente maggioritarie quasi dappertutto, confermando anche visivamente l’illegittimità sociale di una classe politica peraltro di livello sempre più infimo.
In assenza di alternative potenti, la paura spinge a guardarsi indietro, verso un passato mitico di benessere e “glorie” che in realtà coincide con la fase alta – per i paesi europei – del colonialismo predatorio verso il resto del mondo. Oggi quel passato non è però più ripetibile (come “potenze” quelle europee non contano un tubo, ormai) e il pensiero reazionario deve accontentarsi di una prospettiva tutta “difensiva”. Di chiusura fisica e mentale a protezione dei privilegi residui, contro chiunque ne sia privo e chieda una qualche giustizia.
Quindi no all’immigrazione e sì all’idiozia più fulminata che ci sia (la “remigrazione”), come se fosse realizzabile – senza precipitare nel baratro della crisi – l’allontanamento di milioni di persone che lavorano soprattutto nei settori ad alta intensità di lavoro e più basso salario, sostituendoli con il nulla o il davvero onirico “ritorno dei nostri emigrati” (come se si potessero lasciare di botto una vita e stipendi spesso multipli dei nostri per adattarsi a salari da fame solo per “amore della patria”).
E quindi no ai diritti, al dissenso, alla libertà di critica e di opposizione, sia interna che internazionale – da Gaza a Palestine Action, dai centri sociali agli scioperi sindacali, dal Venezuela all’Iran; non conta neanche più se “socialista” o semplicemente “altro da noi” – e sì al controllo totale, allo stato di polizia, all’“uomo solo al comando”.
Il liberismo impoverisce e produce fascismo, è la regola. Ma in effetti è vero che la reazione attuale è diversa dal nazifascismo “storico”, quello di un secolo fa. Ma molto in peggio.
Quello accompagnava la necessità di “modernizzare la società” e renderla compatibile con la rivoluzione industriale, la produzione di massa, la meccanizzazione dell’agricoltura, creando al contempo “il sapere” necessario a gestire processi così complessi. Qualcosa che nello stesso periodo avveniva in forme “liberali” negli Usa e socialiste in Unione Sovietica. Per avere una misura spicciola della differenza tra ieri e oggi provate a mettere a confronto – come ministro dell’istruzione – un Gentile e un Valditara. Roba da tagliarsi le vene...
Quel nazifascismo, del resto, teneva insieme la paura per il proletariato rivoluzionario (“i bolscevichi!”) e la concorrenza per la supremazia imperialista in Europa. Persino l’Italietta mussoliniana pretendeva infatti “un posto al sole” all’ultimo turno del colonialismo ottocentesco.
Quella battaglia fu notoriamente fatale e portò all’azzeramento delle pretese europee, consegnando lo scettro dell’egemonia globale agli Stati Uniti in campo capitalistico e all’URSS nel fronte opposto.
La fetenzia reazionaria presente è invece solo uno spasmo da vassalli abbandonati dall’imperatore. Un piccolo stormo di corvi che si era preparato a fare guerra – non importa a chi: Russia, Iran, Cina, andava bene tutto purché dietro Washington – e ora si ritrova senza capo, senza copertura nucleare credibile, senza autonomia né preminenza in nessun campo. Senza una “visione”. Terrorizzato dal proprio declino e dalla propria inconsistenza, ormai conclamata agli occhi di tutto il mondo.
Le visite tardive di Macron, Starmer e ora anche Merz in Cina sono l’ultimo tentativo di trovare sponde per un gioco di cui non tengono più il “banco”.
Lo dimostra, una volta di più, il “lancio del cuore oltre l’ostacolo” di un Macron a fine corsa, che chiede “debito comune per riarmo e intelligenza artificiale” e la risposta gelida di un Merz che blatera di “deficit di produttività” per scindere, in prospettiva ma inutilmente, le sorti tedesche dal possibile caos continentale.
Per i popoli di questo continente è l’ora di separare nettamente il proprio futuro da questa banda di minus habens, presenti e futuri. Prima che la china della guerra senza più neanche un obbiettivo dicibile (“per la democrazia”, non fa neanche ridere...) diventi irrecuperabile.
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31/08/2025
L’UE non ha un ruolo perché ha scelto un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi
L’intervento di Mario Draghi al Meeting di Rimini il 22 agosto è stato, come di consueto, oggetto di infiniti elogi, dai “progressista di sinistra” alla Nicola Zingaretti fino ai liberal di destra. In realtà un latore forse meno encomiastico farebbe emergere almeno due elementi discutibili.
Il primo. Draghi sostiene che Trump e l’attuale situazione dimostrano che non basta all’Europa essere una potenza economica per avere un ruolo internazionale vero. Ora, a questo riguardo, verrebbe da obiettare proprio citando il noto “Piano Draghi” che l’Europa ha smesso da tempo di essere una potenza economica. I flussi finanziari europei, a partire dal risparmio, vanno nelle Borse americane e gli effetti della globalizzazione hanno trasferito i sistemi produttivi fuori dal continente spostandoli in Cina e nel cosiddetto “Sud globale”, dove ora albergano le potenze economiche. Il neoliberalismo, di cui Draghi è stato ed è un esponente chiave, ha assegnato all’Europa il ruolo di realtà terziarizzata, con servizi caratterizzati da bassissime retribuzioni, dipendente appunto dalle Borse Usa in termini finanziari e dal mercato estero per le proprie sempre più povere produzioni.
Quindi dov’è la potenza economica europea? I consumi sono diminuiti, gli investimenti anche e la concentrazione della ricchezza è esplosa. A reggere rimane solo il risparmio –costantemente drenato verso gli Stati Uniti – che è stato accumulato negli anni in cui non si era ancora affermato il modello neoliberale draghiano. Peraltro l’ex presidente della Banca centrale europea sembra trascurare che oggi come non mai sono centrali le risorse naturali: energia, materie prime, beni agricoli, terre rare di cui l’Europa è sprovvista. Forse, allora, l’irrilevanza europea dipende proprio dal fatto che non si è più una potenza economica per effetto dell’ubriacatura globalista.
Il secondo elemento assai poco comprensibile della mitizzata riflessione di Draghi è legata alla ricetta. Che cosa dovrebbe fare l’Europa per tornare ad avere un ruolo internazionale? Trasformarsi in maniera miracolistica in una realtà più unitaria e comunitaria dopo che per trent’anni le politiche europee hanno coltivato l’impossibilità di arrivare a una struttura realmente federativa? L’allargamento a Est, l’ignavia colpevole nella dissoluzione jugoslava, la totale subordinazione alla Germania, il massacro della Grecia, la costruzione dell’austerità a vantaggio esclusivo di Paesi “frugali” che erano e sono paradisi fiscali possono essere rimossi in nome di un’Europa unita reiterando il modello che ha prodotto il disastro e trovando solo nella guerra alla Russia il collante interno?
L’Europa non ha un ruolo internazionale perché ha scelto, pervicacemente, un modello sbagliato. Quello di Mario Draghi. Le note dell’ex presidente della Bce espresse a Rimini hanno trovato un seguito nell’intervento dell’attuale presidente dell’istituto di Francoforte per la quale l’impoverimento dei lavoratori diventa un dato positivo. Christine Lagarde è arrivata al simposio di Jackson Hole e, con un sorriso smagliante, ha dichiarato che nell’eurozona l’inflazione è calata senza generare troppi effetti negativi sul Pil dei vari Paesi europei.
Ora, a parte il fatto che il Pil europeo è decisamente stagnante, sono proprio i tre fattori indicati da Lagarde come punti di forza dell’economia dell’area euro a lasciare molto perplessi. Ad “alleviare” gli effetti delle politiche monetarie restrittive, adottate contro l’inflazione, sono stati un andamento dei salari non adeguato all’inflazione, la riduzione delle ore di lavoro e dalla permanenza al lavoro di lavoratori e lavoratrici pensionabili che, insieme alla manodopera immigrata, hanno calmierato il costo del lavoro. In sintesi le politiche restrittive della Bce contro l’inflazione sono state pagate dalla forza lavoro decisamente impoverita. Un bel modello davvero.
Dopo il rilancio del neoliberalismo di Draghi è arrivata la benedizione dello sfruttamento da parte di Christine Lagarde. Questa Europa è una realtà alla rovescia: per combattere l’inflazione che colpisce i redditi più bassi si riducono le retribuzioni in modo da non intaccare i profitti, tradotti in dividendi, che sorreggono il Pil. Quello dei ricchi.
Fonte
30/06/2025
La crisi e le ore di lavoro: un secolo dopo
Gli scambi epistolari avvennero sulla rivista “La Riforma Sociale”, diretta da Einaudi, nel gennaio del 1933. (1)
Nel giugno del '32, il Presidente della F.I.A.T. rilasciò alla Word Press un’intervista sulla questione delle ore di lavoro e la crisi, suscitando una vivace discussione a livello mondiale.
Il 5 gennaio del 1933, G. Agnelli, rivolgendosi all’economista Einaudi, cerca di spiegare in modo pragmatico la disoccupazione “tecnica”, cioè quella legata all’introduzione delle macchine nella produzione industriale.
Egli propone un modello, con una serie di semplificazioni, partendo dal salario di sussistenze ovvero l’intero ammontare è speso per la riproduzione della forza lavoro e dei loro familiari.
Nota metodologica
Nel seguire il ragionamento, che sta alla base dello scambio epistolare, formulo un modello che esprime una sintesi comune dei diversi valori numerici utilizzati, per esplicare le proprie argomentazioni, con le rispettive variazioni. Nello specifico, circoscrivo l’analisi numerica di Agnelli all’interno del modello (tabella) proposto da Einaudi, il quale sottolinea la produzione aggiuntiva e i relativi compensi di ciò che lui definisce “capitale tecnico”.
Gli autori convengono sull’utilizzo del dollaro come unità di conto e ipotizzano il costo medio di una giornata lavorativa pari a un verdone. Nella mia rielaborazione introduco gli euro, per rendere il modello attuale e ipotizzo una giornata lavorativa pari a 80 euro, per semplificare i calcoli.
Un modello esplicativo della realtà economico sociale degli anni Trenta, del secolo scorso, caduto nell’oblio
Se nella fabbrica A lavorano 100 operai e il loro salario medio è di 80 euro al giorno, per una paga oraria di 10 euro all’ora, ogni giorno nasce una domanda di 8.000 euro di beni e servizi, che vengono acquistati sul mercato. Se a livello macro, cioè a livello aggregato, non ci sono intoppi, afferma G. Agnelli, gli affari girano bene, non si parla di crisi e quindi non c’è bisogno di lubrificare i meccanismi economici.
Ora, siccome gli industriali tendono a risparmiare il lavoro e a guadagnare di più, fanno a gara a chi introduce le migliori innovazioni tecnologiche, quindi succede che nel sito produttivo A, l’applicazione di nuovi macchinari permette a 75 operai di compiere il lavoro che prima era svolto da 100.
Il che significa che 25 operai rimangono disoccupati, mentre gli altri 75 producono la stessa quantità di prima, ma con meno ore, ossia 600 ore invece che 800, sulla base di una giornata lavorativa media di 8 ore. Quindi per produrre la stessa quantità di prima sono sufficienti solo 6 ore. Le aziende che operano nello stesso settore, se non si adeguano, rimangono fuori mercato.
Una volta che l’innovazione si è generalizzata, si verifica un incremento del tasso di disoccupazione, se i lavoratori e le lavoratrici resi superflui non trovano un’occupazione alternativa. I 25 operai che rimangono fuori riducono i loro consumi, i quali vanno ad incidere sulla produzione di altre aziende.
Se teniamo presente che quegli anni vivono una crisi industriale terrificante, il senatore Agnelli ha sotto gli occhi la riduzione della domanda di beni e servizi, rispetto al periodo precedente, e di conseguenza prende atto che per soddisfare i bisogni del mercato una parte dei 75 operai ancora attivi diventa ridondante.
Certo – continua il Presidente della F.I.A.T – voi economisti ci avete abituato a credere che ad un certo punto l’equilibrio sarà ripristinato, ma per noi capitalisti, quando ci troviamo sulla “china discendente”, ci sembra che questa “catena paurosa”, appena descritta, non abbia mai fine.
Tuttavia, egli constata, sul piano empirico, che in seguito all’invenzione tecnica, apportata nel processo produttivo, la quantità di beni prodotta nello stabilimento A rimane invariata, utilizzando 600 ore di lavoro anziché 800, quindi si presenta la possibilità di pagare lo stesso ammontare di salari, senza espellere i 25 operai, rimpiazzati dalle macchine, riducendo la giornata lavorativa da 8 a 6 ore.
Agnelli, nel porre la sua attenzione alla crisi dilagante, individua una soluzione empirica alla disoccupazione involontaria, legata alle innovazioni tecniche, ma poi asserisce che tale modello sussiste nella sua testa e funziona, in qualche misura da parafulmine ai “collassi spaventevoli” della domanda aggregata a cui i suoi occhi assistono impotenti. Quindi, un dubbio lo assale e rivolgendosi al suo collega senatore del Regno, chiede: “Nel mio discorso, ho trascurato qualche fattore invisibile, sui quali voi economisti vi dilettate?”
A dire il vero, Einaudi sulla questione dei “fattori invisibili”, che di fatto limitano le condizioni di vita di milioni di lavoratori, evade la risposta, non perché l’argomento sia troppo sottile per le sue capacità intellettuali.
No! C’è una ragione pratica che accomuna entrambi gli interlocutori: sebbene vivano una profonda crisi economica e sociale, non avvertono una situazione di disagio tale da spingerli al cambiamento. I fattori invisibili a cui accenna Agnelli esistono e si chiamano rapporti sociali di produzioni, infatti gli sviluppi delle forze produttive non trovano un risvolto positivo, se non vengono messi in discussione i rapporti della proprietà privata.
Quest’ultima puntualizzazione è necessaria e svolge una funzione meta-cognitiva nell’ambito dei rapporti sociali in cui sono immersi i due interlocutori, esprime un tentativo di spiegare le resistenze al cambiamento, non solo della classe che detta gli ordini del giorno dell’agenda sociale, per imporre il proprio punto di vista, ma anche della classe lavoratrice, la quale cede alle lusinghe, alle persuasioni all’uso della forza bruta dei membri del gruppo dominante, accettando l’idea mistificatrice che i guai dei lavoratori siano collegati alla “scarsità di risorse”, quindi siano costretti ad estendere o mantenere invariato il loro orario di lavoro.
Einaudi riprende il discorso del Presidente della F.I.A.T., evidenziando nel modello l’allargamento del ciclo produttivo, con l’introduzione della macchina, intesa come “qualunque procedimento tecnico atto a risparmiare lavoro”; percepisce che gli industriali sono impazienti di arrivare al nocciolo del problema.
Pertanto, gli fa notare che dopo l’introduzione dell’innovazione tecnologica, oltre alla diminuzione del lavoro socialmente necessario, per produrre il valore di 8.000 euro di beni, si verifica un incremento della produzione del 20 % che corrisponde a un valore monetario di 1.600 euro e rappresenta il compenso spettante agli inventori e ai risparmiatori che hanno contribuito a fabbricare la macchina.
Giova precisare che il discorso di Einaudi si basa su due semplificazioni della realtà produttiva di beni destinati alla vendita: la prima consiste nel mantenere invariata la capacità di acquisto di beni e servizi da un momento all’altro, cioè dal processo produttivo senza macchina a quello con la macchina; la seconda rende il modello interpretativo della realtà meno complicato, in quanto non dà importanza alla distinzione tra beni di consumo diretti e beni strumentali.
Dunque, l’apporto della macchina determina una riduzione della fatica dei lavoratori a parità di salario e presuppone, secondo l’impostazione di Einaudi, un aumento della produzione, che dipende dalle capacità organizzative dell’imprenditore, dagli inventori, cioè dalle conoscenze e competenze scientifiche in quel determinato periodo e contesto e dal saggio d’interesse.
Nella mia rilettura del modello ipotizzo un incremento di 1.600 euro di produzione aggiuntiva, mentre Einaudi suppone un incremento di 20 dollari della produzione aggiuntiva, cosicché la produzione totale passa da 100 a 120 unità giornaliere.
In queste circostanze, se vengono soddisfatte tutte le condizioni o le variabili che entrano in gioco – sostiene Einaudi – il sistema tende all’equilibrio, la situazione economica è stabile.
Dopodiché, lo schema di Einaudi cerca di entrare in profondità, dando rilievo ai dettagli matematici, individuando due categorie salariali: quella degli operai stazionari e quella dei progressivi. Tale separazione deriverebbe dalle difficoltà a uniformare le innovazioni tecnologiche, dato che una riduzione generalizzata a 6 ore per tutti i 100 lavoratori comporterebbe una perdita per quelli stazionari e un guadagno dei lavoratori progressivi che, peraltro, andrebbe a compensare lo squilibrio del primo gruppo.
Da buon liberale, non riesce a generalizzare gli aumenti di produttività a tutti i dipendenti, poiché, come ho già rilevato, non mette in discussione i rapporti di produzione capitalistici; riconosce le implicazioni delle tesi individuate da Keynes nella sua opera Essays in persuasion, in relazione agli straordinari aumenti della capacità produttiva registrata nel secolo precedente e sugli ulteriori sviluppi che si prospettano già negli anni trenta del XX secolo, nonostante la terrificante crisi che si vive in quel periodo.
Tuttavia, non coglie l’aspetto essenziale che genera la crisi ovvero la sovrapproduzione e la connessa domanda aggregata inadeguata, mostrando così di rimanere ancorato ai suoi rigidi principi liberisti e nella credenza che le forze del mercato siano in grado di autoregolarsi.
Cosa accadrebbe – chiede Einaudi – se la giornata lavorativa, dopo l’introduzione del “capitale tecnico” e la conseguente espulsione di 25 operai dal processo produttivo, rimanesse di 8 ore per i 75 operai ancora attivi, anziché ridurla a 6 ore ed impiegare l’intero gruppo di 100?
Il gruppo stazionario di 50 operai darebbe luogo ad un valore della produzione equivalente a quella anteriore all’introduzione della macchina, ossia 4.000 euro, mentre il gruppo progressivo, fermo restando le 8 ore giornaliere, creerebbe una quantità di prodotti pari a 5.600 euro, di cui 2.000 euro ai 25 operai, 1.600 euro come valore aggiuntivo ai risparmiatori e agli inventori ed i restanti 2.000 euro, che corrispondono agli aumenti di produttività e il relativo taglio dei 25 operai dal sito produttivo A, finiscono nelle tasche dell’imprenditore che organizza e gestisce il processo produttivo.
Il nocciolo della questione, secondo Einaudi è: “Che fare del margine disponibile dal gruppo progressivo?”
Il margine derivante dall’impiego della macchina non può essere destinato alla riduzione dell’orario di lavoro, in quanto per Einaudi questa strategia non rappresenta la soluzione al problema della disoccupazione o perlomeno, a suo giudizio, il percorrere tale strada condurrebbe al fallimento e sarebbe un rimedio temporaneo.
Nella sua scala gerarchica mette al primo posto gli interessi degli inventori, dei risparmiatori e in particolare degli imprenditori, i quali corrono il rischio dell’introduzione della macchina. Ovviamente, è distante anni luce dal concetto della macchina come lavoro oggettivato, come “lavoro morto”, che è il risultato delle conoscenze e delle competenze e in generale del sapere collettivo, non solo della generazione attuale, ma anche delle precedenti generazioni.
Egli ha un’idea degli inventori come dei soggetti avulsi dal contesto storico, come se estraessero le nuove scoperte dal cilindro di un cappello, alla stessa stregua dei maghi. Certo, il lavoro del singolo, il lavoro particolare, quando emerge, fa la differenza! Ma la domanda è: “Cosa sarebbe stato Leonardo Da Vinci senza il Rinascimento?”
Di fronte all’imperversare della crisi dei primi anni Trenta del secolo scorso, l’economista piemontese non può far finta di niente, non può tacere, quando prende atto dei milioni di disoccupati sparsi in tutti i paesi più industrializzati del Mondo, così come non può sconfessare il suo credo politico, che prevede un sussidio per non morire di fame
Tuttavia, egli prosegue imperterrito sulla sua tesi che non percepisce che si trovi al cospetto della disoccupazione tecnica o involontaria, tant’è che afferma che l’aiuto alla sopravvivenza di coloro che sono senza un lavoro, nonché delle loro famiglie, dev’essere disegnato in modo tale da non indurli a rimanere aggrappati alla “professione di disoccupati”.
Non si rende conto che si trova immerso in una profonda crisi strutturale di sovrapproduzione, che gli industriali non investono, poiché il ROI prospettico è negativo, non vede che il sistema si è bloccato, in ossequio alla destinazione di quel margine, che lui stesso rileva, nel suo schema di lettura della realtà esterna, con l’introduzione della macchina nel processo produttivo, agli imprenditori.
Tira dritto come se nulla fosse, sostenendo che la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non possa intervenire nella produzione degli “stessi beni” e fantastica di un’espansione della produzione di nuovi beni e servizi, che andrebbero a soddisfare prontamente la domanda dei consumatori sul mercato. Immagina di essere catapultato ai tempi di Jean-Baptiste Say e con lui sentenzia che l’“l’offerta crea la propria domanda”, ossia la produzione genera il reddito per acquistare tutto ciò che viene prodotto.
Nella mente di Einaudi, la negazione del problema degli sbocchi viaggia contemporaneamente alla giustificazione e perpetuazione degli extra-profitti, in un contesto in cui la disoccupazione dilaga; preferisce convergere gli incrementi di produttività sugli oneri figurativi degli imprenditori, dopo aver remunerato i “risparmiatori”, intesi come soggetti esterni all’impresa (le banche).
Allora, che fine fa il capitale di rischio? Nel suo discorso sparisce dalla circolazione e diventa un tabù.
A cosa corrisponde il denaro apportato dall’imprenditore che diventa capitale?
Quel denaro corrisponde al “lavoro risparmiato” e in misura maggiore allo sfruttamento dei lavoratori, cioè farli lavorare 8 ore, quando la riproduzione del loro salario è pari a 6 ore.
Quindi, nel cadere nelle grinfie della mistificazione, affida le sorti della riduzione dell’orario di lavoro al mercato, alla competizione tra industrie stazionarie e quelle progressive e soprattutto sferza i disoccupati, sui quali cadrebbe la responsabilità di non far sorgere la domanda di nuovi beni e servizi, se essi “continuano a dormire sonni tranquilli all’ombra di un sussidio permanente”.
In conclusione, sebbene i due interlocutori, come ho sottolineato qui sopra, appartengano alla stessa stratificazione sociale, c’è una sottile differenza che contraddistingue i loro modi di pensare e di agire, rispetto al fenomeno della disoccupazione.
Il senatore economista non esprime dubbi sulla propria condizione sociale, sottovaluta l’impatto del “capitale tecnico” sul risparmio di manodopera, individuando come variabili prioritarie la guerra, le crisi sociali di India e Cina, l’aumento dei dazi doganali e i connessi meccanismi di difesa, eccetera, ragion per cui pone la riduzione dell’orario di lavoro alla fine della sua scala gerarchica, sostenendo che il riequilibrio implica gradualità, tempi lunghi e un atteggiamento spontaneo (naturale) di non intervento sulle forze che interagiscono nel mercato.
Il senatore industriale, che ha una visione pragmatica delle relazioni sociali, oltre ad esprimere un dubbio sulle proprie condizioni di esistenza, è toccato materialmente dagli effetti della crisi, con la conseguente riduzione delle vendite e i relativi licenziamenti, quindi parte dal presupposto che il “fattore tecnico” rappresenti una componente fondamentale del problema della disoccupazione.
Al contrario di Einaudi, Agnelli pensa che la riduzione generale ed uniforme dell’orario di lavoro sia un problema all’ordine del giorno, da non rimandare a un futuro vago ed indefinito, non cade nel fascino di espressioni idiomatiche del tipo “l’alea incerta del domani” utilizzata da Einaudi nel suo ragionamento ed innanzitutto non s’illude che gli aggiustamenti o i riequilibri possano attuarsi con degli “automatismi naturali”, anzi bisogna spingere nella direzione di “aiutare le forze naturali” ad affrontare e supera i dolori del cambiamento, aggiungerei io.
1) L. Einaudi, La crisi e le ore di lavoro, in “La Riforma Sociale”, gennaio-febbraio 1933,p. 1-20, https://www.luigieinaudi.it
Fonte
28/03/2025
La falsa utopia di Ventotene: il manifesto Ue della nostra prigione
di Domenico Moro
Oggi, in tutti i paesi europei, le politiche economiche e sociali e gli stessi meccanismi della democrazia rappresentativa sono ingabbiati dai vincoli dei trattati europei e dall’euro. Dinanzi alla peggiore crisi economica dal 1929, i vincoli europei hanno drasticamente ridotto gli investimenti pubblici, impedendo di compensare il crollo degli investimenti privati, come si faceva nelle crisi precedenti.
Tuttavia, i dati statistici non ci restituiscono completamente il quadro europeo. Mai, prima d’ora, si era visto in Europa un tale distacco tra cittadini e sistema politico, con un astensionismo che arriva fino alla metà dell’elettorato. La tradizionale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra è venuta meno, facendo saltare i meccanismi della democrazia rappresentativa. Partiti che hanno fatto la storia dei loro Paesi e dell’Europa, come i partiti socialisti francese, tedesco, spagnolo, olandese e greco, si sono ridotti ai minimi storici e in qualche caso sono scomparsi dalla scena politica. Alle ultime presidenziali francesi, per la prima volta dal dopoguerra, nessuno dei due tradizionali partiti principali, il socialista e il repubblicano, è riuscito ad accedere al ballottaggio. Invece, partiti critici verso l’UE e l’euro, sono nati o, se già esistenti, sono cresciuti un po’ dappertutto, raccogliendo una quantità di consensi fino ad ora impensabile al di fuori dei classici centro-sinistra e centro-destra.
Appare evidente che il rilancio economico, sociale e democratico dell’Italia e dell’Europa richiede la rimozione del trasferimento a organismi sovranazionali di importanti funzioni statali, in particolare il controllo sul bilancio pubblico e sulla moneta[1].
Inoltre, è possibile ricostruire una linea politica internazionalista – di solidarietà e unità tra i lavoratori europei e tra lavoratori autoctoni e immigrati – soltanto mettendo al centro il tema dello scardinamento della gabbia dell’euro. Questo può avvenire, secondo le condizioni concrete, in varie modalità, tra le quali non possono certo essere escluse a priori l’uscita negoziale e finanche unilaterale dall’euro. Eppure, molti continuano a rifiutarsi di prendere persino in considerazione una qualche via di superamento o di uscita dall’euro, ignorando la centralità della questione dell’integrazione economica e valutaria europea.
Quali sono le ragioni di un tale rifiuto? Le motivazioni sono di due tipi, economiche e politico-ideologiche. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sulla riluttanza persino a prendere in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale nella società italiana ed europea, siano le motivazioni politico-ideologiche. Da una parte, queste sono percepite come meno “tecniche” e quindi maggiormente comprensibili. Dall’altra, soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato in Italia, ma presente anche in altri Paesi dell’Europa occidentale. In effetti, bisogna dire che la questione dell’euro e dei trattati non è una questione soltanto tecnica, cioè di meccanismi economici, che in genere sono tutt’altro che neutrali. A maggior ragione, la questione dell’euro e dei trattati è anche e soprattutto una questione politica, cioè di scelte basate su interessi di classe e tese a modificare i rapporti di forza fra classi e settori di classi sociali.
Tra le motivazioni politico-ideologiche la principale è quella che ritiene l’uscita dall’euro politicamente e storicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Il concetto di nazione, per ragioni che spiegheremo poi, viene identificato con quello di nazionalismo. Di conseguenza, il rifiuto dell’euro e con esso dell’unità europea significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e di conseguenza l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni espresse da partiti di destra o estrema destra come il Front National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania, e la Lega in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci e sia persino anti-storico, a causa della dimensione ormai globale raggiunta dal capitale. Tali posizioni si intrecciano in chi, come Toni Negri, pensa che la globalizzazione «è stata l’effetto di un secolo di lotte ed ha rappresentato una grande vittoria proletaria».[2] In particolare, sempre secondo Negri, per i lavoratori dei Paesi avanzati il globale sarebbe una modalità di vita per rompere con «la barbara identità nazionale».[3] A questa posizione, si può facilmente obiettare che la globalizzazione è stata una risposta del capitale per risolvere la sua crisi (l’eccesso di capacità produttiva e il calo dei profitti), mediante le delocalizzazioni e la riduzione dei salari e del Welfare. Del resto, è una ben strana vittoria quella che modifica i rapporti di forza a proprio sfavore, nella fattispecie ai danni del lavoro salariato, ad esempio permettendo di ricattare i lavoratori con la minaccia delle delocalizzazioni.
Nei primi anni duemila Negri riteneva si fosse realizzata la «costruzione di un impero capitalista» unificato, deducendone, quindi, – in compagnia di una parte notevole dell’intellettualità di vari orientamenti ideologici e politici – che gli Stati e le nazioni non avessero più alcuna ragione di esistere o che fossero ormai organismi che non contavano più molto. In un tale contesto, l’Europa unita non solo avrebbe sancito il superamento dell’obsoleto Stato-nazione, ma la possibilità di «costruire una democrazia assoluta a livello di impero […] come contro-Impero».[4] Anche qui la realtà si è incaricata di smentire elaborazioni teoriche troppo astratte, che non tenevano conto delle caratteristiche e delle finalità della costruzione europea. In Europa non è emerso un impero unitario, ma, al contrario, la competizione tra Stati e tra imperialismi si è manifestata più volte: dal contrasto all’epoca della guerra in Iraq tra Francia e Germania, da una parte, e Usa, dall’altra, fino al contrasto franco-italiano in Libia, per non parlare dei conflitti sul commercio e sulla politica internazionale che dividono Usa ed Europa (e da cui nasce l’elezione di Trump) e sempre più spesso l’Europa al suo interno. Soprattutto, la possibilità che le “moltitudini” europee realizzassero un soggetto politico democratico («un contropotere rispetto all’egemonia capitalistica dell’impero»[5]) è naufragata sullo scoglio dei movimenti xenofobi e nazionalistici che l’Europa stessa ha contribuito a promuovere, a causa dell’aumento della povertà e dell’allargamento dei divari tra Paesi europei.
A ogni modo, le motivazioni politiche contro l’uscita dall’euro si basano su false premesse, anche se il tema del rapporto tra nazione, democrazia e lotta di classe è complesso. Proprio per questo il principio da cui partire è che la questione della nazione va affrontata non in astratto ma in concreto, cioè partendo dall’analisi dei rapporti di produzione per come si manifestano nella fase attuale del capitalismo. Il timore di ricadere nel nazionalismo affonda le sue radici nella storia del Novecento, quando i nazionalismi furono alla base dei fascismi e ad essi si attribuì la causa dello scoppio della Prima e della Seconda guerra mondiale. Altiero Spinelli e gli altri autori del Manifesto di Ventotene (Ursula Hirschmann, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi), fino a oggi punto di riferimento ideale della sinistra europeista, estesero la loro avversione dal nazionalismo allo Stato nazionale. Per eliminare per sempre la possibilità di una guerra e la rinascita del fascismo, scrivono, bisogna eliminare la «sovranità assoluta» degli Stati europei, subordinandoli all’Europa unita. Il Manifesto di Ventotene è influenzato dalle tesi di Albert O. Hirschman, fratello di Ursula e cognato di Eugenio Colorni. Hirschman era un economista tedesco che, dopo aver completato i suoi studi a Berkeley, si era arruolato nell’esercito statunitense. Dopo la guerra, divenne alto dirigente della Banca centrale statunitense per i Paesi del Commonwealth e fu candidato al premio Nobel. Le sue riflessioni sono funzionali alla ricostruzione del mercato mondiale controllato da istituzioni internazionali sotto l’egemonia statunitense. In Potenza nazionale e commercio estero (1945) Hirschman scrive che la politica di potenza statale, che portò allo scoppio della Seconda guerra mondiale, può essere superata solo privando gli Stati dell’autonomia sulle scelte economiche, cioè della sovranità nazionale, subordinandoli alle regole di organismi sovranazionali: «[il superamento della politica di potenza] può esser fatto solo con un attacco frontale contro l’istituzione che sta alla radice del possibile impiego delle relazioni economiche internazionali per obiettivi di potenza nazionale, cioè contro l’istituzione della sovranità nazionale».[6]
Proprio l’eliminazione della sovranità economica nazionale è uno dei pochi obiettivi realizzati, mediante l’euro, dal movimento europeista. Però, realizzando una sorta di eterogenesi dei fini, è curiosamente proprio la limitazione della sovranità economica nazionale che ha portato di nuovo in Europa all’egemonia della Germania, vale a dire il Paese da cui muoveva la critica di Hirschman alla politica di potenza mediante il commercio estero. E, per giunta, si tratta di una egemonia basata sul commercio estero, che ha condotto la Germania ad accumulare un surplus della bilancia commerciale superiore persino a quello della Cina.
Il concetto di nazione acquisisce un significato così negativo che, secondo il Manifesto di Ventotene, la linea di demarcazione tra progressisti e reazionari non sarebbe dovuta più passare per la maggiore o minore democrazia o per la forma dei rapporti di produzione, cioè tra capitalismo e socialismo, ma tra l’essere o per lo Stato nazionale o per lo Stato sovranazionale. Essi vedevano nello sviluppo di un’Europa unita e nel superamento del capitalismo autarchico, tipico della fase degli anni Trenta, verso il libero commercio non solo un antidoto alla guerra ma anche il migliore mezzo di contrasto all’influenza dei partiti comunisti in Europa. Del resto, nel Manifesto di Ventotene la socializzazione dei mezzi di produzione viene vista come un’utopia e come una «erronea deduzione» dai principi del socialismo, che porterebbe automaticamente alla dittatura burocratica. All’epoca l’URSS stava combattendo una lotta senza quartiere contro il nazismo a fianco degli angloamericani, che le sarebbe costata circa ventitré milioni di morti, mentre i comunisti in Italia e in Francia erano parte fondamentale della Resistenza. Ciononostante, gli autori del Manifesto di Ventotene sembravano preoccupati soprattutto di individuare le contromisure nei confronti degli scomodi alleati in vista della ridefinizione degli assetti politici del dopoguerra: «Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario ma già il fallimento del rinnovamento europeo».[7]
Il nazionalismo della prima metà del Novecento, in realtà, più che la causa primaria fu l’effetto di un determinato contesto storico e di specifiche condizioni socio-economiche. Esso ha rappresentato la forma ideologica adeguata a una specifica fase storica dei rapporti di produzione capitalistici, che alcuni, come l’economista Pietro Grifone, hanno definito capitalismo monopolistico di Stato.[8] Durante quel periodo storico, tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, l’accumulazione capitalistica avveniva soprattutto su base nazionale, mentre il suo espansionismo estero avveniva nella forma dell’imperialismo nazionale e territoriale. La tendenza si accentuò negli anni Trenta con l’economia cosiddetta autarchica. Le economie nazionali erano allora ripiegate al loro interno e gli scambi con l’estero di merci e di capitali avvenivano soprattutto all’interno degli imperi nazionali, tra la metropoli, cioè la potenza imperialista, e le sue colonie. Nel 1937 l’Italia dirigeva verso le sue colonie quasi il 25% delle sue esportazioni totali, ma riceveva appena il 3% delle importazioni.[9] Solamente grazie ai surplus commerciali con le colonie molti Paesi europei riuscivano a ridurre o annullare i deficit della loro bilancia complessiva degli scambi con l’estero. La City di Londra mantenne per decenni il suo ruolo di centro finanziario mondiale grazie ai surplus dell’interscambio con le sue colonie e al trasferimento di oro tra il Regno Unito e l’India, all’epoca il suo dominio principale. In quel periodo, infatti, il Regno Unito aveva una bilancia commerciale con l’estero cronicamente in deficit, e su export e produzione industriale perdeva continuamente posizioni a favore della Germania.[10]
È ovvio che, in un tale contesto di scambi più circoscritti, lo Stato avesse un ruolo nell’economia più interventista e più diretto, che determinava una tendenza al capitalismo di Stato, affermatasi pienamente dopo la crisi del 1929. La causa scatenante delle due guerre mondiali fu la crisi capitalistica, prima quella del 1905-1913 e poi quella del 1929, e il conseguente acutizzarsi delle contraddizioni inter-imperialistiche. Gli imperialismi britannico, tedesco, francese e italiano erano impegnati nella competizione per il controllo di aree periferiche allo scopo di garantirsi uno sbocco all’eccedenza di merci e capitali e la fornitura di materie prime a basso costo. Le ideologie nazionalistiche furono lo strumento per la mobilitazione delle masse verso la Prima guerra mondiale. In seguito, l’affermazione del fascismo, come forma estrema e specifica di nazionalismo, fu funzionale all’espansionismo del grande capitale monopolistico uscito sconfitto dalla Prima guerra mondiale, come nel caso della Germania, o frustrato nelle sue aspirazioni territoriali, come nei casi dell’Italia e del Giappone. Del resto, il fascismo, dopo la prima fase movimentistica e piccolo borghese, mutuò il suo programma e una parte dei suoi quadri dirigenti dall’Associazione nazionalista italiana, di piccole dimensioni ma espressione organica dell’imperialismo industriale del grande capitale italiano.[11]
Quando si parla di fatti e idee sociali, come nel caso del concetto di nazione e del nazionalismo, bisognerebbe inquadrarli nel contesto storico. Quindi, la prima domanda che ci si dovrebbe porre è: qual è il periodo storico che attraversiamo? Quali ne sono le specificità concrete in riferimento al problema che discutiamo? Per rispondere a queste domande la prima cosa da dire è che oggi la forma del modo di produzione capitalistico è molto diversa da quella degli anni tra le due guerre mondiali, perché l’accumulazione, cioè la realizzazione di profitto, non avviene che in minima parte su base nazionale. Il mercato principale della Volkswagen non è la Germania ma la Cina e quello della Fiat, prima dell’acquisizione di Chrysler, non era l’Italia ma il Brasile e oggi il Nord America. La Fiat, oggi divenuta FCA, realizza il 60% dei ricavi e il 75% dei profitti nell’area Nafta (Usa, Canada, Messico), oltre ad aver spostato la sede legale in Olanda e quella fiscale nel Regno Unito.[12] Del resto, non sono poche le grandi imprese “italiane” che hanno sede all’estero, ad esempio Ferrero in Lussemburgo e STMicroelectronics in Olanda. Dunque, dalla forma di capitalismo monopolistico di Stato si è passati alla forma di capitalismo globalizzato.[13] In quest’ultima il capitale realizza i suoi profitti soprattutto su base internazionale, mediante investimenti all’estero sia di portafoglio sia diretti (IDE).[14] L’obiettivo è realizzare economie di scala a livello internazionale, basate sullo spostamento di quote di produzione dai Paesi avanzati a quelli periferici, a basso costo del lavoro, e su operazioni di fusione tra imprese e integrazione tra capitali del centro a livello sovrastatale. Le imprese che contano sono multinazionali o transnazionali e l’imperialismo non si basa più su imperi territoriali, ma sulla capacità di comando mediante il controllo dei movimenti internazionali di capitale, di merci, di materie prime, di tecnologia. Questo, però, non significa che non si ricorra anche allo strumento militare, che però non tende al controllo diretto di aree periferiche, quanto a determinare assetti favorevoli o a eliminare governi e stati scomodi, attraverso la capacità d’intervento militare “fuori area” e l’uso di guerre per procura.
Naturalmente anche l’ideologia si è adeguata a tali trasformazioni abbandonando il nazionalismo, divenuto ormai obsoleto, e abbracciando il cosmopolitismo, che ha varie declinazioni. Ad esempio in campo militare, come ha ben documentato Vladimiro Giacché, assume la veste di interventismo “umanitario” o per esportare la “democrazia”. In questo modo, il vecchio imperialismo nazionalista diventa, secondo l’espressione di Ignatieff, «imperialismo dei diritti umani».[15] In una fase storica in cui i margini di profitto derivano dalle economie di scala e dalla integrazione della produzione a livello internazionale l’andamento delle economie nazionali europee ha molta meno importanza. Di conseguenza, decade la necessità che lo Stato sostenga l’economia e il Pil domestico mediante il debito pubblico. Anzi, come vedremo più avanti, il debito pubblico diventa un ostacolo alla creazione del mercato finanziario che fornisce alle grandi imprese i capitali per operare a livello mondiale.[16]
Nella misura in cui l’integrazione europea (specie monetaria) favorisce i suddetti processi del capitale, l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va confusa nel modo più assoluto con quella internazionalista. L’internazionalismo, come parte del pensiero socialista del XIX e del XX secolo, non prescinde dall’esistenza delle nazioni e dagli Stati e ha un carattere collettivo e di classe. Infatti, si propone di superare le differenze e le rivalità nazionali e statali mediante la costruzione di una solidarietà e di una unità di intenti economici e politici tra classi subalterne e lavoratori salariati appartenenti a nazionalità differenti, nei confronti del capitale. L’internazionalismo tiene conto dell’esistenza delle nazionalità e sostiene il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto alla separazione, come strumento di lotta contro l’oppressione dell’imperialismo e dei regimi autoritari e arretrati. Ma inquadra l’intera questione nazionale all’interno della difesa degli interessi generali del lavoro salariato e delle classi subalterne e lotta contro tutto quanto divida e metta in concorrenza i lavoratori, comprese le differenze nazionali.
Il cosmopolitismo, invece, prescinde dalle nazioni e ha un carattere individualistico. L’individuo si sente cittadino del mondo, invece che legato a una determinata comunità territoriale. Sul piano economico, il cosmopolitismo esprime l’aspetto della mobilità, una delle caratteristiche vitali del capitale, che richiede sia l’esistenza dello Stato territoriale, per le garanzie e le regole che questo può offrire, sia una ampia libertà di movimento al di sopra e attraverso i confini statali.
Note
[1] Le responsabilità dell’integrazione economica e monetaria nella crisi europea e italiana e le tematiche del suo superamento sono state approfondite, sebbene con accenti diversi, da diversi economisti italiani, tra i quali citiamo Alberto Bagnai, che ha svolto un ruolo pionieristico, Sergio Cesaratto, Emiliano Brancaccio, Ernesto Screpanti, Vladimiro Giacché, Massimo d’Antoni, Riccardo Realfonzo, Guglielmo Forges Davanzati. I testi di alcuni di questi autori sono citati in bibliografia.
[2] Toni Negri, Chi sono i comunisti. Relazione al convegno C17, 18-22 gennaio 2017
[3] Toni Negri, Ibidem.
[4] Antonio Negri, “Strategie politiche per l’Europa. Europa necessaria, ma possibile?” (settembre 2001) In L’Europa e l’impero, manifestolibri, Roma 2009, p. 118.
[5] Ibidem, p. 119.
[6] Albert O. Hirschman, Potenza nazionale e commercio estero, il Mulino, Bologna 1987, p. 61. Il corsivo è nostro.
[7] Altiero Spinelli, Ursula Hirschmann, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni, Il manifesto di Ventotene. Per una Europa libera e unita, Ventotene 1941-1944.
[8] Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi, Milano 1972. P. Grifone, Capitalismo di Stato e imperialismo fascista, La città del sole, Napoli 2006.
[9] Istituto centrale di statistica del Regno d’Italia, Supplemento all’Annuario Statistico Italiano, Supplemento n. 4 Commercio estero, ottobre 1944.
[10] Marcello De Cecco, Moneta e Impero, Donzelli Editore, Roma 2017.
[11] Maurizio Ridolfi, Storia dei partiti politici, Bruno Mondadori, Milano 2008.
[12] Fca, Relazione finanziaria, 30 settembre 2017. Il dato si riferisce ai primi nove mesi del 2017.
[13] Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.
[14] Gli IDE sono investimenti di capitale in una impresa estera, già esistente o realizzata ex novo. Gli IDE si distinguono dagli investimenti di portafoglio in quanto hanno un orizzonte temporale lungo e devono raggiungere almeno il 10% del capitale con diritto di voto nel consiglio d’amministrazione.
[15] Cit. in Vladimiro Giacché, La fabbrica del falso, DeriveApprodi, Roma 2008, p. 51.
[16] Riccardo Parboni, “Il materialismo storico e la crisi mondiale”, in R. Parboni (a cura di), Dinamiche della crisi mondiale, Editori Riuniti, Roma 1988.
Fonte
06/02/2025
Nuovi mostri: s’avanza il liberal-nazismo?
di Gennaro Scala
È necessario sottrarsi al gioco di specchi tra sinistra e destra imperialistiche. Pensiamo a un Saviano che maledice Musk, ma non ha niente da dire sul genocidio in Palestina, o al fatto ovvio che il “saluto romano” di Musk non intaccherà la stretta alleanza tra Usa e Israele (in merito difeso su X da Netanyahu, quale “grande amico di Israele”), ecc.
Tuttavia, non prendere sul serio e ignorare il plateale gesto di Musk neanche convince. Innanzitutto, eviterei il “dibattito” se Musk è fascista o nazista, visto che fino a qualche a tempo fa era in ottimi rapporti con l’amministrazione Biden, fin quando non ha deciso di cambiare cavallo, puntando su quello vincente. È evidente un uso puramente strumentale delle ideologie, da parte di questi personaggi, che non credono in nulla, al fine di raggiungere determinati scopi. Chiediamoci invece quali obiettivi politici persegue Musk nell’ambito dell’amministrazione Trump. Analizziamo il “saluto romano” che in quanto gesto simbolico condensa diversi significati. Musk ha voluto richiamarsi al saluto alla bandiera americana, il “saluto di Bellamy”, introdotto nel 1892, e poi abbandonato durante la seconda guerra mondiale perché troppo simile a quello nazista, e sostituito con il gesto della mano sul cuore. Il gesto di Musk, come si vede nei filmati, unisce le due forme di saluto. Ma, siccome il “saluto romano” non era in uso il riferimento inequivocabile è proprio al “saluto romano” (che tra i romani invece non era in uso in ambito politico come ci informano gli storici). La vicenda ha assunto dei connotati che diremmo comico-grotteschi, se non si trattasse di personaggi con un enorme potere, stile la gag “Hitler Tony” di Lillo e Greg, quando Musk ha postato su X le foto di Obama, della Clinton, della Harris immortalati nel “saluto fascista”, mentre, in realtà, stavano salutando la folla. Invece, Musk ha proprio inteso fare il “saluto romano”, ma poi nega l’evidenza ... è Hitler Tony (per chi non ha visto la gag è facile da ritrovare in internet).
Musk fa una sorta di sintesi tra le due “tradizioni” (quella americana e quella fascista-nazista). Mettiamo quindi in relazione il gesto con i rapporti stabiliti recentemente da Musk con le destre “populiste” europee, con Farage, con Meloni e in particolare mi focalizzerei sull’intervista con Alice Weidel, leader di AfD, durante la quale la politica tedesca l’ha sparata grossa, sostenendo che “Hitler era comunista”. L’idiozia dell’affermazione è dovuta allo sforzo di mantenersi nel campo liberale. Ma è uno sforzo che può essere una reazione al non detto dell’intervista, che, come credo si possa ben ipotizzare, è il proposito muskiano di utilizzare le destre europee, compreso il nostalgismo fascista e nazista, presente sia in Fratelli d’Italia che in AfD, in funzione anti-russa. In particolare, al fine di armare e indirizzare la Germania contro la Russia. Il che potrebbe causare l’utilizzo delle armi atomiche tattiche della Russia contro la Germania. Attualmente, l’AfD sarebbe per dei buoni rapporti con la Russia, ma lo era anche FdI della Meloni, prima di andare al governo.
D’altronde sarebbe una politica ben in continuità con l’utilizzo dei movimenti neo-nazisti e banderisti in Ucraina. Quindi la frattura con l’amministrazione Biden è più apparente che reale, si tratta piuttosto di una mutazione della pelle del serpente.
Nella “infosfera” mediatica (ormai prevelantemente internettiana) è diventata dominante un’atmosfera generale di abolizione del confine tra finzione e realtà (una delle caratteristiche del totalitarismo, secondo Hannah Arendt), Trump proclama di voler annettere Canada, Groenlandia, e Canale di Panama, mentre, come annunciano i media ufficiali, Google, in ottemperanza al “nuovo corso” trumpiano, modificherà per gli utenti statunitensi il nome del Golfo del Messico in “Golfo d’America”, Musk si produce nel “saluto romano”, ma non vengono presi sul serio. Invece, intendo fare il contrario, per cui abbandonerò il campo del presente senza storia del mondo dei “social” per un’analisi storica e strutturale molto a “volo d’uccello” (magari come abbozzo di una successiva analisi più dettagliata), partendo piuttosto da lontano. Nonostante il mito di Roma nella propaganda fascista e nazista, esiste una notevole diversità tra la civiltà greco-romana, in quanto il fascismo ad es. sulla questione razziale è addirittura antitetico alla cultura romana che è stata tra le civiltà meno razziste della storia, come ha mostrato in varie occasioni lo storico Andrea Giardina. L’ideologia nazista è pagano-nordica più che romana, anzi avversa a quella parte del romanesimo quale sede del cattolicesimo. Era immersa in quell’avversione per la romanitas che va da Hegel a Heidegger, espressione di un germanesimo che produsse la gigantesca statua di Arminio eretta in Germania durante l’800. Si tratta di una frattura culturale tra Europa del Nord ed Europa latina che Dostojevskjj definì l’“eterno protestantesimo” dei tedeschi che faceva risalire ad Arminio, eroe dei Germani nella battaglia di Teutoburgo contro i Romani. È nota, nell’ambito degli studi sull’ideologia razziale, la distinzione tra un razzismo gerarchico, su base universalistica, di matrice cattolica che contempla l’inclusione dell’Altro su base inegualitaria, e il razzismo differenzialista di matrice protestante che contempla la separazione e la segregazione, e in ultima istanza, lo sterminio dell’Altro. Vedi in merito la diversa sorte delle popolazioni indigene dell’America del Nord rispetto a quelle del Sud. L’ideologia razziale biologistica del nazismo fu erede maggiormente del secondo tipo di razzismo.
Sui rapporti tra gli Usa e la Germania nazista esiste una vasta letteratura. Non solo riguardo al reclutamento degli ex-nazisti in funzione anti-comunista da parte della Cia nel dopoguerra, che ha, tra gli altri, dato i suoi frutti in Ucraina. In ambito sociologico, vi è stata la “critica della cultura di massa”, (vedi in merito il mio libro su Bruno Bettelheim, consultabile su www.gennaroscala.it) che aveva analizzato continuità e affinità tra nazismo e “società di massa” statunitense nel dopoguerra (non solo Scuola di Francoforte, vedi es. Charles Wright Mills che riprendeva il saggio di Kracauer sugli impiegati applicandolo alla società statunitense). Il motivo per cui ci si concentrava sui media era dovuto al fatto che l’invenzione della radio, del cinema e poi della televisione introduceva un cambiamento complessivo nell’assetto delle nazioni moderne. Se lo stato-nazione moderno si caratterizza per la concentrazione del potere coercitivo e del potere economico, la “cultura di massa” introduceva la concentrazione del potere ideologico. Cambiando la prospettiva si potrebbe dire che non gli Usa hanno ripreso alcuni aspetti del “totalitarismo nazista”, piuttosto che nazismo e comunismo sovietico, secondo il principio della rivalità mimetica tra gli stati, abbiano ripreso, in forma rozza e imperfetta, alcuni aspetti della “società di massa” statunitense, dove essa si presenta nella forma compiuta, senza abbandonare la forma esteriore democratica, pur essendo una ferrea oligarchia con un controllo capillare sulla società. Questo perché la “società di massa” consentiva una forma di mobilitazione della società in una forma qualitativamente diversa rispetto al passato, con i suoi risvolti sul piano della capacità militare, da cui il tentativo di imitare gli Usa delle potenze che gli si opponevano. Non a caso Hitler diceva che la propaganda politica deve assomigliare alla réclame di una saponetta.
La “critica della società di massa” fu tuttavia estremizzata. Gli autori cinematografici, ad es., hanno dovuto fare i conti con la necessità di rappresentare il sentire popolare, pena l’insuccesso, per cui non si può liquidare tutta la produzione dell’“industria culturale” come pura e semplice propaganda mirante al condizionamento culturale, per cui va corretto il punto di vista “apocalittico” di un Adorno, quale ultimo esponente di una cultura europea che veniva a dissolversi di fronte all’avvento della “cultura di massa” (anche Pasolini ebbe un atteggiamento simile). Ma non bisogna dimenticare che la propaganda c’è soprattutto dove non si vede, nel cinema, nella musica, e che vi è sì qualcosa di buono ma in mezzo ad un mare di prodotti scadenti e anche dannosi.
Dopo radio, cinema e televisione è arrivato internet, il quale, con l’avvento dei social media e dell’AI (la cosiddetta intelligenza artificiale), consente un controllo ancora più capillare, che vede un salto qualitativo nell’ambito del sistema mediatico (una trasformazione che è ancora tutta da capire sul piano analitico). Musk è espressione del mondo di internet, e tutto il GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple, i nuovi “padroni del vapore”) si sta riallineando dietro di lui. Il suo scatto nel saluto nazista non può non fare pensare ad una delle scene iconiche del cinema del dopoguerra, Il dottor Stranamore (Dr. Strangelove, nel titolo originale) che ha inconsapevolmente imitato, a dimostrazione della forza dei simboli prodotti dalla cultura cinematografica. Quando, sul palco dell’inaugurazione della presidenza Trump, gli parte il braccio, sembra proprio la materializzazione del personaggio cinematografico. Tra l’altro, Musk come Stranamore è uno che si propone come apportatore di soluzioni “tecniche” geniali.
Se il secolo scorso vide l’irrompere, nell’ambito della competizione imperialistica, il mostro dello Stato razziale (Behemot, secondo il titolo di un libro di Franz Neumann), negli Usa vediamo il capitale finanziario che si fa stato. Continuiamo ad utilizzare il termine liberismo, ma, come scrive Alessandro Volpi (I Padroni del mondo) è difficile anche parlare di capitalismo nel regime di monopolio stabilito dal dominio dei grandi fondi azionari. La “genialità” di Musk, in questo contesto, non è la più convincente spiegazione del suo successo. “Tesla, infatti, vende circa un milione di auto e vale, appunto, mille miliardi in Borsa, mentre Volkswagen, che di auto ne produce quasi 10 milioni, vale un decimo. Qualcosa non torna. L’enigma si chiarisce tenendo presente che l’andamento del titolo Tesla è stato sapientemente pilotato dai grandi fondi, come Vanguard, che è il secondo azionista della società di Musk”.
L’auto-caricatura inconsapevole messa in scena da Musk è segno di una tragedia che ancora una volta si ripresenta in farsa? Il gesto di Musk è “solo” un pezzo della madman strategy? Gli Usa non sono più quelli dei primi decenni del dopoguerra, ma non esistono neanche quelle forze della cultura popolare che si erano espresse ad es. nel film di Kubrick, capaci di correggere gli eccessi del regime. In determinati frangenti, tra potenze atomiche, la farsa può essere altrettanto pericolosa, e tramutarsi di nuovo in tragedia, per cui non è da sottovalutare, ma da valutare con attenzione il significato del gesto di Musk.
Nel tentativo di trascinare le nazioni europee in una guerra diretta contro la Russia gli Usa si giocano molto. Se il progetto non riesce con la Germania, vedremo un’accelerazione del loro declino. Un conto è il prezzo, già alquanto salato, del conflitto “per procura”, tutt’altro sarebbe un conflitto diretto. Nel caso il progetto si realizzasse dovremo fare i conti con un nuovo mostro.
