Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/04/2026

Così funziona la propaganda sionista

In questa foto ricavata da un filmato, sotto lo striscione della “Brigata Ebraica” Eyal Mizrahi, quello di “definisci bambino”, chiede al PD Emanuele Fiano “se far deviare la brigata ebraica a destra o far manganellare questi qua”. E Fiano risponde “no, non ci spostiamo”… Poi invece la polizia, una volta tanto saggiamente, non ha manganellato nessuno e ha fatto spostare il gruppetto dei manifestanti pro Israele, pro Trump e Netanyahu, pro Shah.

Decine di migliaia di antifascisti avevano giustamente deciso di non volere costoro nel corteo del 25 aprile. È a quel punto che Emanuele Fiano ha dichiarato alle telecamere di aver sentito dire da una persona: “siete saponette mancate”. Una frase infame, che nessuna ignoranza giustifica e che solo un nazifascista può pronunciare. Già ma chi l’aveva detta? Sicuramente nessuno dei manifestanti antifascisti che erano lì, le cui parole erano solo contro la guerra e il fascismo, per la Palestina e contro il genocidio a Gaza.

NESSUNO, ripeto nessuno tra i manifestanti, ha sentito pronunciare quella frase vergognosa. Solo Fiano l’ha sentita, anche se nemmeno lui ha potuto dire che venisse dai manifestanti. Ebbene sui grandi giornali e nelle tv un poco alla volta quella frase è dilagata e ha finito per coprire tutte le voci del popolo antifascista.

È stata cacciata la brigata ebraica mentre si gridava “saponette mancate”, questa è diventata la verità mediatica; e questo falso costruito e diffuso ci mostra ancora una volta come funzioni la propaganda sionista. Che per coprire i crimini degli israeliani ha un principale strumento: accostare ogni protesta al nazismo.

Netanyahu e i suoi accusano di antisemitismo chiunque li critichi, e così Trump e le destre in tutto il mondo.

Ma questa accusa nei mass media e nella politica va ben oltre i confini della destra reazionaria.

Abbiamo visto giornali e tv scatenarsi contro la protesta popolare verso i seguaci o i complici di Netanyahu. E gran parte dei politici, compresi quelli del campo largo, hanno balbettato o addirittura fatto propria la condanna della sacrosanta indignazione antifascista.

I crimini di Israele si nutrono di questi falsi e di questa propaganda, che ha un nome preciso: HASBARA.

Fonte

25/04/2026

L’Internazionale nera, sionista e liberale

di Giorgio Cremaschi

Spesso ricorre la definizione di “internazionale nera” per quelle forze di estrema destra che hanno in Trump il primo riferimento e che in Europa sono anche stati chiamati “sovranisti”.

Orban e Le Pen, Meloni, Abascal e altri loro simili, al di là delle diverse scelte politiche, condividono una comune matrice ideologica reazionaria sintetizzabile nel loro slogan: Dio Patria Famiglia. Stato di polizia anti migranti è ciò che li caratterizza prima di tutto, per questo è facile presentare tutti costoro come avversari nel profondo della democrazia liberale.

Tuttavia i confini dell’“internazionale nera” sono molto più aperti di quello che viene presentato dalla narrazione politica dominante e molti dei liberali che si indignano contro i fascisti, sono in realtà più o meno direttamente collegati a loro.

Maria Corina Machado, venezuelana reazionaria e golpista, è una fanatica di Netanyahu, di cui ha esaltato il genocidio a Gaza augurandosi che si faccia lo stesso nel suo paese contro la sinistra. Per ottenere questo ha donato a Trump il suo immeritato Premio Nobel per la Pace, pregandolo di non accontentarsi del rapimento del legittimo presidente Maduro e di suo moglie, ma di bombardare il Venezuela come l’Iran.

E a proposito di Iran, Machado ha abbracciato il pretendente al trono Reza Pahlavi, figlio dello shah tiranno rovesciato dalla rivoluzione, play boy internazionale e devoto di Israele. Il pretendente imperatore, che esulta per l’attacco terroristico di USA e Israele contro il suo paese, è stato subito accreditato come combattente per la libertà da diverse cancellerie occidentali ed in particolare è stato abbracciato da Zelensky: la nostra è la stessa lotta ha detto il dittatore (nel senso tecnico del termine perché in Ucraina sono state annullate le elezioni presidenziali).

Naturalmente anche Zelensky è un fanatico sostenitore di Netanyahu, al quale ha offerto i suoi droni per combattere quelli dell’Iran. Però il capo del governo di Israele è sempre restio a pubblici affratellamenti con il collega di Kiev, perché in troppi non gradiscono l’esaltazione che si fa oggi in Ucraina del nazista sterminatore di ebrei Bandera.

Se l’accordo con Zelensky resta sottobanco, quello con il presidente argentino Milei viene esaltato. L’ammiratore di Pinochet che ha portato alla fame la maggioranza del suo popolo, si è appena recato in Israele per fanatizzare il suo sionismo. Milei è sicuramente un fascista, ma è anche un seguace esaltato del liberismo economico e della ferocia genocida israeliana. E paradossalmente proprio per questo ha estimatori in Europa che si definiscono liberali.

Liberali che non dicono una parola contro il blocco genocida che Trump ha rafforzato contro Cuba, e che anzi sperano che il potere socialista nell’isola venga distrutto.

Insomma se proviamo a ricostruire la catena dell’internazionale nera attraverso le foto degli abbracci, vediamo che al centro di essa stanno saldamente Trump e Netanyahu, con guerre e genocidio.

Però attorno a costoro ruotano tanti che sono altrettanto reazionari, ma che vengono accreditati come campioni della libertà, anche tra chi si dichiari contrario a Trump e Netanyahu.

Ricordiamo che anche il PD ha salutato con commozione il Nobel a Machado; e le bandiere monarchiche di Pahlavi si sono unite a quelle di Israele e a quelle ucraine nel nome della libertà, anche nelle, sparute, piazze dell’europeismo italiano.

Per combattere davvero l’internazionale nera bisogna sapere che essa è sionista e arriva fino ai liberali.

Fonte

06/04/2026

Israele vuole occupare il sud del Libano. 15 paesi europei: “né con l’aggressore né con l’aggredito”

Solo chi decide di ignorare la storia del suprematismo sionista degli ultimi 60 anni – almeno – poteva pensare che Israele non avesse invaso il Libano per restarci. E ci dovranno scusare i lettori per il titolo che potrebbe urtare alcune sensibilità, ma serve a capire che stare con un piede in due staffe significa paralizzare qualsiasi iniziativa politica concreta contro il nemico dell’emancipazione e dei popoli.

Le ultime dichiarazioni del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, rappresentano un salto di qualità nel pericolo sionista per la pace nel Vicino Oriente. Tel Aviv ha annunciato che una volta completate le operazioni contro Hezbollah (sempre che ci riesca), gli israeliani non si ritireranno ma daranno vita a un’occupazione stabile del territorio fino al fiume Litani, impedendo il ritorno di oltre 600 mila residenti alle loro case.

Ovviamente, il tutto viene rimandato al momento in cui sarà garantita la sicurezza per le città israeliane del nord, ma allo stesso tempo i bulldozer sionisti cancelleranno i villaggi di molti libanesi. “Tutte le case nei villaggi vicino al confine in Libano – ha detto il ministro della Difesa di Tel Aviv – saranno demolite secondo i modelli di Rafah e Beit Hanoun a Gaza”.

Il “modello Gaza” esportato nel sud del Libano, il modello del genocidio, della pulizia etnica e del trasferimento forzato della popolazione locale. L’aggressione israeliana ha già portato allo sfollamento di 1,2 milioni di persone, pari a circa il 25% degli abitanti del paese. Non è difficile immaginare che, se tutto andasse secondo i piani sionisti, la colonizzazione potrebbe cominciare presto anche in questa zona.

Accanto a un annuncio che porta con sé un’emergenza umanitaria senza precedenti, e rappresenta una profonda ferita alla sovranità nazionale del Libano, molto sangue viene lasciato sul campo. Il governo di Benjamin Netanyahu vorrebbe sradicare definitivamente Hezbollah dalla regione, ma l’organizzazione sciita ha mostrato di aver ricostruito capacità militari sostanziali, e di poter colpire con forza sia Israele (ora che l’Iron Dome è al collasso) sia i soldati invasori.

Nelle ultime ore, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato l’uccisione di quattro soldati, tra cui tre giovanissimi di età compresa tra i 21 e i 22 anni. Sale così ad almeno dieci il numero dei militari israeliani caduti oltre la Blue Line in un mese, la linea di separazione tra i due paesi indicata dalle Nazioni Unite.

Il conflitto non risparmia nemmeno i caschi blu. Tra il 29 e il 30 marzo, tre caschi blu indonesiani della missione UNIFIL sono stati uccisi in due distinti esplosioni, a Ett Taibe e Bani Hayyan, colpiti durante operazioni logistiche e di evacuazione. Sono in corso delle indagini, ma che Israele abbia più volte bersagliato anche le forze ONU è risaputo. Del resto, sono stati uccisi anche una sessantina di operatori sanitari e cinque giornalisti, in maniera evidentemente mirata.

Sempre nel tentativo di assumere una postura internazionale autonoma, 15 paesi europei – compresa l’Italia – hanno deciso di rilasciare una dichiarazione congiunta, condannando l’escalation. La nota esorta Israele a rispettare la sovranità territoriale del Libano e i principi di proporzionalità e precauzione previsti dal diritto internazionale.

Tuttavia, accanto alla critica all’aggressore, associano anche la critica all’aggredito. Chiedono, infatti, il disarmo di Hezbollah, sostenendo la decisione del governo libanese, ribadita nuovamente il 2 marzo 2026, di rivendicare il monopolio statale delle armi. Ma l’attacco al Libano non è cominciato a inizio marzo.

Israele ha violato sistematicamente il cessate il fuoco che aveva con Beirut, incapace di garantire la sicurezza della propria gente. Solo la presenza di Hezbollah, fino a oggi, ha rappresentato un concreto deterrente all’occupazione sionista. Una posizione del genere significa non riconoscere il ruolo e gli obiettivi degli attori in campo, fare una generica chiamata alla pace e impedire qualsiasi azione concreta contro l’esportazione del “modello Gaza”.

Il ministro degli Esteri belga, Maxime Prevot, ha annunciato una missione ufficiale a Beirut per la prossima settimana. “Il Libano ha bisogno di qualcosa di più delle semplici dichiarazioni”, ha scritto sui social. “Ha bisogno di presenza, di sostegno e di un segnale chiaro”. Questo segnale deve essere la rottura dei rapporti con Israele e la messa in crisi della sua macchina di guerra. Altrimenti, saranno solo parole al vento.

Fonte

04/04/2026

Teologia dello sterminio

L’orrore del genocidio dei palestinesi a Gaza presenta due versanti differenti ma complementari. Il secondo riguarda direttamente la passività e/o la complicità dell’intero Occidente con il genocidio, nonostante e contro il “mai più” su cui è stata ufficialmente costruita la cultura di massa dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta dei nazifascisti. Su questa passività/complicità esistono molti studi e interventi, cui rimandiamo.

Il primo aspetto riguarda invece soltanto Israele e la sua popolazione, che fin dal primo momento ha fatto ricorso alla violenza più feroce contro la popolazione palestinese ed araba in generale, prima ancora che questa si rendesse pienamente conto della sventura che il mondo le aveva fatto precipitare addosso decidendo di far nascere in Palestina lo Stato di Israele.

Una violenza inspiegabile con il preteso “diritto ad esistere”, intanto perché esercitata a prescindere dalla reazione palestinese o araba (sempre, semmai, successiva all’insediamento e ai suoi crimini), ma soprattutto perché sempre totalmente sproporzionata rispetto ai danni subiti. Vista da un osservatore esterno Israele agisce con la logica di un Kesselring che ordina una rappresaglia non di dieci, ma di cento o mille contro uno.

L’adesione della popolazione israeliana a questa logica non è ovviamente totale, ma un recente sondaggio ha registrato che per il 91,5 per cento le scelte genocide e guerrafondaie del governo Netanyahu sono “giuste”. Anzi: sacre agli occhi della popolazione.

E del resto ben difficilmente si è visto tra i soldati o i riservisti dell’Idf – uomini e donne, senza distinzioni – un rigetto delle pratiche più atroci. Fin dalle magliette stampate con lo slogan “un colpo, due centri” con cui rivendicano l’omicidio di donne palestinesi incinte.

Chi, tra loro, non regge a tanto orrore consuma la propria crisi in privato – con la depressione o il suicidio – ma non con l’opposizione attiva al genocidio.

Al fondo di una propensione di massa allo sterminio del “nemico”, cui non viene riconosciuta alcuna legittimità ad esistere e vivere, addirittura da prima di nascere, non ci può essere soltanto un “interesse nazionale” o una brama di possesso territoriale fuori misura.

In fondo la modernità, con tutti i suoi massacri, aveva raggiunto lo stadio del reciproco riconoscimento del nemico come un altro soggetto con opposti interessi, ma simile a noi, e con cui si poteva stare in guerra o in pace. Non solo tra “capi di stato” che ben si conoscevano e frequentavano, spesso imparentati, ma anche tra la “carne da cannone” (celebri alcune tregue spontanee tra truppe contrapposte in occasione del Natale o della Pasqua, nella Prima guerra mondiale).

Solo nella pratica e nel pensiero coloniale era sopravvissuto, o si era imposta, la concezione dell’altro come res nullius, animale da soma da sfruttare o, se ribelle, sterminare. Solo nel colonialismo per la sostituzione etnica – la nascita e la creazione degli Stati Uniti, dell’Australia, in parte del Sudamerica – il genocidio era diventato “pratica normale”, ma comunque occultata, negata, minimizzata.

Da dove vien fuori, dunque, questa riduzione di intere popolazioni a bestia eliminabile? Con tanto di rivendicazione spudorata?

La mente corre immediatamente al nazismo, alla sua partizione dell’umanità in un “popolo eletto” – gli “ariani”, bianchi, possibilmente biondi – e untermenschen, ossia slavi, rom, ebrei, neri, minoranze “devianti” o nemici ideologici, come i comunisti.

Ma anche in questo caso la “fondazione valoriale” della partizione era affidata a miti misterici, riti esoterici, teorie pseudoscientifiche facilmente smentite. Infame e pericoloso, insomma, ma circoscrivibile, sradicabile, prima con le cattive e poi con una cultura di massa degna di questo nome.

Il sionismo genocida è oltre. La fondazione sul Vecchio Testamento riporta i ragionamenti a un mondo scomparso da duemila anni e più. A un libro collazionato con gli scritti di invasati vissuti in periodi diversi, ma tutti convinti di mettere nero su bianco gli ordini deliranti di un unico dio creatore dell’universo, ma che in tutta quella creazione ha a cuore solo alcune tribù di un territorio semidesertico che oggi sappiamo essere parte infinitesima di un pianeta minore in un sistema solare periferico, ai margini di una galassia altrettanto periferica dentro un cosmo che ne conta a milioni. Un dio piuttosto strambo, diciamo la verità... 

Favole e “leggi” per pecorai di 3.000 anni fa, per i quali il mondo coincideva con quello che i loro occhi potevano vedere e i loro piedi avvicinare. In un tempo in cui l’universo era fatto di stelle fisse, con una Terra al centro, neanche ben conosciuta, e i popoli conosciuti forse qualche decina.

È chiaro come il sole che rispolverare queste cazzate senza senso nel terzo millennio è un modo sbrigativo di legittimare “divinamente” una pretesa suprematista e razzista comunque inaccettabile per l’umanità.

Ma è anche chiaro come il sole che chi fa questa operazione sa benissimo di sparare palle buone per i gonzi, riparandosi dietro l’orrore dell’Olocausto per ripeterne modalità e finalità. Solo che ora lo si fa su qualcun altro, che con quell’orrore non c’entra nulla (pure la storia del Gran Mufti filonazista è storicamente un falso, dato che era stato scelto, nominato e imposto dagli inglesi).

Eppure quel fantasy senza senso è invocato come fondazione di un diritto divino a sputare in faccia a tutta l’umanità. Perché i palestinesi e poi gli arabi sono soltanto il “nemico di oggi”, il più vicino e quello con i territori che fanno gola ora. Ma nessun essere umano è considerato in questo “pensiero” come “amico”. Lì dentro ci sono solo servi o nemici, a parte il “popolo eletto”.

Si dirà che però questa follia biblica è in fondo anche il fondamento della cultura ebraica, e in parte anche di quella cristiana. È parzialmente vero, ma è un falso.

Il cristianesimo si è caratterizzato fin da subito – come poi l’Islam – come religione potenzialmente universale. Chiunque poteva diventare cristiano, nessuno era escluso per principio, tutti erano e sono “recuperabili”. Nessuna comunità era “eletta”. Ed anche la perversione avvenuta con il potere temporale e poi il colonialismo non riuscì a cancellare completamente questa universalità.

La cultura ebraica della diaspora, da parte sua, pur conservando la tradizione, si era evoluta convivendo – spesso in modo difficile e discriminato – con innumerevoli culture differenti. Era diventata in maggioranza per forza di cose “internazionalista”, dando vita e spessore al pensiero socialista o comunista in misura persino superiore alla quota proporzionale degli ebrei coinvolti nei movimenti politici.

Un merito, certamente, di cui bisogna esser loro grati. Da lì venivano anche Marx, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, il controverso Trotski, lo stalinista Kaganovic, Joe Slovo (comunista lituano diventato capo dell’ala militare dell’Anc nel Sudafrica dell’apartheid), Primo Levi, e migliaia di altri compagni che continuano ad insegnarci moltissimo.

E poi tanti scrittori, musicisti, registi, attori, scienziati (l’immenso Einstein su tutti, non a caso fermamente antisionista).

Questo mondo che puntava alla liberazione di tutta l’umanità, anche con la Rivoluzione, sembra oggi quasi scomparso, divorato da un sionismo che, una volta ricevuta una “nazione” come compensazione dell’Olocausto, si è velocemente trasformato nell’etnonazionalismo più integralista e razzista che ci sia mai stato. Col genocidio nel dna, ma “per ordine divino”.

Conoscere i fondamenti di questo delirio genocida è necessario, anche perché il conoscerlo spazza via molte fantasiose ipotesi di risoluzione diplomatica della questione mediorientale. Bisogna sapere con chi si ha a che fare, per definire le scelte politiche realistiche.

Questa ricerca “biblico-giornalistica” di Lavinia Marchetti, a cavallo tra testi “sacri” e dichiarazioni politiche degli attuali ministri di Israele, permette di soppesare quanto di quel che ognuno di noi sa o pensa di Israele e quel che invece, e purtroppo, è.

Buona lettura.

*****

Teologia dello sterminio - Breve vocabolario del messianismo sionista contemporaneo

di Lavinia Marchetti

Premessa

L’indagine sulle radici profonde del conflitto (perpetuo) che logora la terra tra il Giordano e il Mediterraneo impone di guardare oltre la superficie dei rapporti di forza militari. Se l’osservatore si limita a contare i battaglioni, i fronti di guerra aperti da Israele, rischia di smarrire il nucleo che orienta le scelte di una parte consistente della leadership e della base sociale israeliana.

Esiste un sistema di significati che ha smesso di appartenere esclusivamente alle accademie rabbiniche per farsi prassi politica e giustificazione morale per l’esercizio della forza estrema.

Questo sistema trasforma la contesa territoriale in una vicenda cosmica. Le parti in causa perdono la loro fisionomia umana per assumere ruoli prestabiliti in un disegno di redenzione che ammette poche mediazioni.

Il massacro del 7 ottobre 2023, pur nella sua atroce concretezza, è stato assorbito dentro questa struttura concettuale. Ha agito come un acceleratore per processi di radicalizzazione che erano già operativi nel profondo della società israeliana.

La comprensione di termini quali Gog e Magog, Amalek o Erev Rav permette di decifrare una realtà in cui la prudenza diplomatica si fa colpa e la distruzione totale dell’avversario viene percepita come un dovere assoluto.

Ovviamente questo breve testo è solo un accenno al tema, un tema complesso che investe più di duemila anni di storia. Però, per orientarsi in categorie per molti sconosciute, può essere un punto di partenza per poi approfondire ulteriormente.

Gog e Magog

“Siamo i figli della luce, mentre loro sono i figli delle tenebre; l’umanità contro la legge della giungla. Realizzeremo la profezia di Isaia e la battaglia sarà vinta non solo per noi, ma per l’intera civiltà contro le forze del male che cercano di riportarci in un’era di oscurità” [Benjamin Netanyahu, Discorso all’apertura della sessione invernale della Knesset, Gerusalemme, 16 ottobre 2023, Ministero degli Affari Esteri d’Israele]

La profezia contenuta nei capitoli trentotto e trentanove del libro di Ezechiele costituisce il fulcro di questa trasposizione bellica.

Il testo biblico evoca la figura di Gog, principe supremo di Mesec e Tubal, che muove dal settentrione alla testa di una schiera sterminata per assalire un Israele restituito alla propria terra. Il profeta descrive un assalto condotto sul finire degli anni contro un popolo radunato dalle nazioni che abita fiducioso in villaggi privi di sbarre.

La ricerca accademica di Lydia Lee sottolinea come gli attributi letterari di questo nemico riflettano quelli precedentemente assegnati agli alleati politici di Giuda, suggerendo una natura composita dell’avversario.

Mentre alcuni studiosi identificano Gog come un codice per il re babilonese Nabucodonosor, critici contemporanei come Klein leggono in lui una personificazione di tutte le potenze ostili che si parano dinanzi al cammino nazionale.

Questa lettura biblica nomina esplicitamente la Persia accanto a popoli come l’Etiopia o Put, fornendo la base per la sovrapposizione ideologica con l’attuale Repubblica Islamica.

Nel vocabolario del messianismo sionista contemporaneo, l’Iran cessa di essere un attore politico regionale con interessi strategici per diventare l’incarnazione di questo antagonista finale. L’identificazione di Gog con l’Iran moderno permette di depoliticizzare il conflitto. Lo eleva a un piano dove svanisce la possibilità di negoziazione.

Se l’avversario è il nemico predetto dai profeti, la guerra non è guerra in quanto tale, ma un consequenziale passaggio obbligato verso “la salvezza”.

La tradizione rabbinica e cristiana ha ciclicamente adattato queste categorie ai propri avversari, passando dai Romani ai Mongoli fino alla Russia sovietica. Oggi l’enfasi sulla minaccia sciita serve a dare un senso redentivo alla violenza subita e inflitta. Il dolore viene allora interpretato come segnale del “parto messianico” (come vedremo successivamente) e non come un male da arginare.

Quando i missili solcano il cielo, la lettura messianica suggerisce che queste siano le doglie necessarie perché nasca un ordine nuovo. In tale scenario il nemico viene disumanizzato, non è un popolo che fa rivendicazioni territoriali ma “il” nemico che fa diventare la guerra lo strumento di un evento epocale in cui Dio manifesta la propria potenza attraverso la catastrofe dell’aggressore (una delle letture del 7 ottobre 2023 che in qualche modo spiega anche il lassismo negli interventi di protezione e soccorso).

“Mi fu rivolta questa parola del Signore: Figlio dell’uomo, volgi la faccia verso Gog nel paese di Magog, principe supremo di Mesec e Tubal, e profetizza contro di lui. Dirai: Così dice il Signore Dio: Eccomi contro di te Gog, principe supremo di Mesec e Tubal. Ti volterò, ti metterò ganci alle mascelle e ti trascinerò con tutto il tuo esercito” (Ezechiele 38, 1-4, La Sacra Bibbia)

Kiddush HaShem

“I nostri eroici soldati hanno un unico obiettivo supremo: distruggere il nemico omicida e garantire la nostra esistenza nella nostra terra. I valorosi soldati dell’esercito si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni, agendo per la nostra sopravvivenza e per il bene dell’umanità” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

Il concetto di Kiddush HaShem, ovvero la santificazione del Nome divino, rappresenta uno dei nuclei più profondi dell’etica ebraica, ma la sua interpretazione ha subito una mutazione radicale nel passaggio dalla diaspora alla sovranità statale.

In epoca medievale, il termine era indissolubilmente legato alla dimensione del martirio e della purezza religiosa. Gli studi evidenziano una divergenza significativa tra il modello sefardita di Maimonide, propenso a preservare la vita in contesti di persecuzione, e quello aschenazita dell’epoca delle Crociate.

In quest’ultimo ambito, la santificazione si esprimeva nel sacrificio estremo, con tradizioni che prevedevano l’uso delle vesti dei martiri per confezionare i paramenti sacri delle sinagoghe. Era un tempo in cui l’ebreo onorava Dio morendo per non abiurare alla Legge.

Con l’ascesa del sionismo religioso, specialmente dopo il 1967, questa categoria ha abbandonato la passività del martirio per farsi dottrina della conquista territoriale.

Rav Soloveitchik sostenne che la nascita dello Stato di Israele rappresentasse di per sé una santificazione del Nome dinanzi al mondo cristiano, ribaltando secoli di narrazioni sulla debolezza ebraica.

La santificazione non passa più per la condotta morale del singolo credente, ma investe la storia come campo di prova collettivo. La forza armata diventa lo strumento privilegiato per dimostrare che il tempo dell’esilio è terminato.

La torsione più violenta giunge con Meir Kahane. Nel suo saggio del 1976, Kahane sostiene che lo Stato ebraico sia sorto non come premio per gli ebrei, ma come punizione inflitta da Dio ai Gentili per le persecuzioni passate.

In questa prospettiva, la forza militare è un atto devozionale. La vittoria sul campo di battaglia e il timore suscitato negli avversari diventano la prova suprema della gloria divina. La violenza si trasforma in un’affermazione di potere che non ammette mediazioni umane, liberando il soldato dalla responsabilità individuale e iscrivendo i suoi gesti in una missione di purificazione del mondo.

“Osserverete dunque i miei comandi e li metterete in pratica. Io sono il Signore. Eviterete di profanare il mio santo nome, perché io sia santificato in mezzo agli Israeliti. Io sono il Signore che vi santifica” (Levitico 22, 31-32, La Sacra Bibbia)

Hillul HaShem

“Smettere di pregare sul Monte perché abbiamo timore delle minacce arabe costituisce un enorme Hillul HaShem, un’umiliazione inaccettabile per il Dio d’Israele. Dobbiamo dimostrare chi siano i padroni di casa in questo luogo sacro senza mostrare esitazioni” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Intervista a Radio Kol Berama, Gerusalemme, 24 agosto 2023).

Il contrappeso speculare della santificazione è Hillul HaShem, la profanazione del Nome divino. In senso classico, questo termine designa qualunque comportamento che reca vergogna alla comunità o che disonora la Legge.

Nel lessico del nazionalismo estremo, la profanazione viene riempita di contenuti politici e territoriali inediti. La ritirata da un insediamento, il compromesso sui confini o la rinuncia all’annientamento del nemico sono interpretati come segni di debolezza che umiliano la divinità davanti alle nazioni.

Tale mentalità spiega come la teologia penetri direttamente nel fare la guerra. La prudenza politica viene degradata come una colpa religiosa, rendendo impraticabile qualsiasi forma di moderazione strategica. Se cedere una porzione della terra promessa significa profanare il Nome, allora la pace diventa un atto di apostasia.

Meir Kahane sostenne con vigore che ciascuna affermazione di forza israeliana risultava necessaria per lavare l’offesa della Shoah. L’assassinio di Yitzhak Rabin nel 1995 trova le sue radici in questo clima di intolleranza sacralizzata.

Definire un leader politico come un profanatore del Nome permette di trasformare immediatamente il sui omicidio politico in un dovere religioso. Quando il nemico esterno non basta più a sostenere la tensione messianica, il marchio di Hillul HaShem viene rivolto verso l’interno. Esso colpisce chiunque cerchi di fermare la macchina della guerra o proponga soluzioni di convivenza, espellendo il dissenziente dal perimetro della legittimità nazionale.

“Non avrai altro Dio fuori di me... Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce l’iniquità dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione di coloro che mi odiano” (Esodo 20, 3-5, La Sacra Bibbia)

Chevlei Mashiah

“La guerra all’interno della Striscia di Gaza sarà lunga e faticosa, ma noi siamo pronti a ciascuna prova. Questa rappresenta la nostra seconda guerra di indipendenza e porterà a una vittoria del bene sul male, affinché la vita prevalga finalmente sulla morte” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

L’espressione Chevlei Mashiah indica i dolori del parto messianico, la fase di tribolazione estrema che precede la fine dei tempi. Si tratta di un’immagine che descrive un mondo in preda al caos, alle guerre e alla carestia.

Se nelle fonti rabbiniche questa idea suscitava paura, nel sionismo messianico contemporaneo viene usata per dare un senso provvidenziale alla sofferenza. Il collasso dell’ordine e il dolore dei civili diventano passaggi obbligati verso la redenzione.

Questa lettura trasforma la catastrofe in un segno di speranza paradossale. Più la situazione peggiora, più si crede che la salvezza sia vicina. La violenza non è un sintomo di fallimento o qualcosa da “evitare”, anzi è l’annuncio che il vecchio mondo sta morendo per lasciare spazio al regno di Dio sulla terra.

Questa ideologia della catastrofe disarma l’opposizione morale alla guerra, perché suggerisce che ogni tentativo di alleviare il dolore sia un ostacolo al compimento del piano divino.

La sofferenza dei palestinesi, ridotti a semplici spettatori o vittime di questo travaglio, viene completamente cancellata. Essi non sono considerati esseri umani con diritti, ma semplici elementi di un paesaggio che deve essere purificato.

La violenza inflitta a Gaza diventa allora solo un sintomo della ferocia necessaria perché il nuovo ordine possa finalmente manifestarsi. Così, la destra israeliana giustifica il genocidio.

“Come una donna incinta che sta per partorire si contorce e lancia lamenti nei dolori, così siamo stati noi di fronte a te, Signore. Abbiamo concepito e abbiamo sentito i dolori come se dovessimo partorire” (Isaia 26, 17-18, La Sacra Bibbia)

Mashiach Ben Yosef

“Abbiamo fiducia nel nostro cammino e sconfiggeremo queste bestie umane con piena forza fino a cancellarle. La spada di Davide è stata estratta dal fodero e l’arco di Gionata non tornerà indietro finché la missione non sarà compiuta” (Benjamin Netanyahu, Discorso ai soldati della 98a Divisione IDF, 12 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La tradizione mistica e rabbinica parla di due figure messianiche distinte. Mashiach ben Yosef è il redentore precursore, incaricato della preparazione materiale, della raccolta degli esuli e della guerra contro i nemici. La sua opera è terrena, politica e spesso segnata dal sacrificio. Mashiach ben David appartiene invece al compimento spirituale e alla sovranità definitiva.

Il rabbino Abraham Isaac Kook ha riletto il sionismo laico come la manifestazione di Mashiach ben Yosef. Anche se i pionieri non erano osservanti, il loro lavoro di costruzione dello Stato e di difesa del territorio era iscritto in un disegno sacro.

Questa interpretazione ha permesso di unire il nazionalismo moderno con la speranza religiosa, dando una consacrazione teologica all’esercito e alle istituzioni civili. La forza armata non è allora una necessità contingente, ma una fase preliminare della redenzione finale.

In questo quadro si inserisce il testo Kol HaTor, che propone una visione attiva della salvezza. La redenzione avviene attraverso un accumulo di atti storici e politici, i famosi 999 passi.

La vittoria militare diventa la prova del favore divino e un anticipo della gloria futura. La politica della forza viene così sottratta al giudizio umano e consegnata alla teleologia, rendendo ogni avanzata territoriale un passo avanti verso il regno messianico.

“Il suo re sarà più grande di Agag e il suo regno sarà celebrato. Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto, è per lui come le corna del bufalo. Egli divora le genti che lo avversano e spezza le saette scagliate contro di lui” (Numeri 24, 7-8, La Sacra Bibbia)

Amalek

“Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto, dice la nostra Sacra Bibbia. E noi ricordiamo, e stiamo combattendo. I nostri valorosi soldati si uniscono a una catena di eroi d’Israele che prosegue da tremila anni con l’obiettivo di distruggere il nemico” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione sull’avvio dell’offensiva di terra, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La categoria di Amalek rappresenta nel sistema dottrinale del messianismo coloniale lo strumento di legittimazione suprema per l’eliminazione fisica dell’avversario. Nella Bibbia, Amalek è la nazione che attacca gli israeliti in cammino nel deserto, colpendo i più deboli e gli esausti che chiudono la carovana.

Questo gesto istituisce un comando divino di ostilità perpetua che non prevede tregua. Il testo di Samuele è esplicito nel prescrivere lo sterminio totale, ingiungendo di non risparmiare nessuno e di mettere a morte uomini e donne, fanciulli e lattanti.

Si tratta di un nemico archetipico che la ricerca accademica di Atalia Omer definisce attraverso il processo di “Amalekizzazione”, ovvero la trasformazione di un popolo contemporaneo nella personificazione metafisica del male assoluto.

Il richiamo a questa figura è uscito dalle dispute esegetiche ed è diventato discorso pubblico di governo. Il 28 ottobre 2023, Benjamin Netanyahu ha dichiarato solennemente: «Dovete ricordare ciò che Amalek vi ha fatto», citando il comando del Deuteronomio nel momento dell’avvio dell’offensiva di terra su Gaza.

Questo riferimento fissò una precisa istruzione operativa rivolta a un esercito in cui la presenza di gruppi ultranazionalisti è in crescita costante. Nel vocabolario dei soldati sul campo, l’identificazione dei palestinesi con Amalek serve a superare ciascuna barriera morale verso l’uso della forza indiscriminata.

Il saggio di Yagil Levy documenta come questo nuovo discorso violento coltivi la vendetta come giustificazione sufficiente, trasformando lo sterminio in un comando religioso che libera l’esecutore da qualunque rimorso.

L’analisi di Carl Schmitt sull’archetipo del nemico assoluto trova in questa riattivazione di Amalek un riscontro concreto. Se l’avversario è il male in quanto tale, allora la sua distruzione è l’unico modo per ristabilire la santità del mondo.

La letteratura accademica evidenzia come questa lettura produca una licenza per il genocidio (al-ibada\ al-jama’iya), poiché l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia alla divinità e dunque allo Stato che in massimo grado la rappresenta.

Netanyahu ha ribadito questo concetto più volte, parlando di una lotta tra “i figli della luce” e “i figli delle tenebre”, iscrivendo il massacro di Gaza in una sequenza di giustizia divina. La deumanizzazione che ne deriva è totale. I civili scompaiono per lasciare posto a parassiti o animali umani destinati all’eradicazione.

In questo scenario la politica si fa teologia della morte, rendendo le avanzate militari un rito di purificazione della terra sacra attraverso il sangue dei nemici, compresi i bambini. Se non capiamo questo continueremo a chiederci: “Ma come fanno a uccidere neonati?”. Semplice, sono educati a vederli come forme del male. Dissimili da loro. Demoni.

“Ora va’ e colpisci Amalek, e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene. Evita di risparmiarli, ma uccidi uomini e donne insieme ai bambini e ai lattanti, arrivando ai buoi e alle pecore fino ai cammelli e agli asini” (Samuele 15, 3, La Sacra Bibbia)

Ishmael

“I palestinesi costituiscono un’invenzione dell’ultimo secolo e la loro pretesa su questa terra rappresenta una ribellione contro il decreto divino. Siamo impegnati in un processo di purificazione che ristabilirà la sovranità ebraica negando qualunque legittimità a chi occupa abusivamente il suolo dei nostri padri” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento pubblico a Parigi, 19 marzo 2023).

La figura di Ishmael, figlio di Abramo e Hagar, è stata storicamente associata al mondo arabo e musulmano. In molte esegesi tardoantiche e medievali, Ishmael entra nel quadro escatologico come la forza che opprime Israele prima della redenzione.

Nel vocabolario del nazionalismo religioso, questa figura viene irrigidita in un antagonista perenne, destinato alla sottomissione. Il conflitto attuale viene riletto come l’episodio terminale della lotta con Ishmael.

La resistenza palestinese e la presenza musulmana nei luoghi santi sono viste come afflizioni necessarie che precedono il compimento finale. L’Islam viene descritto come un regno di argilla destinato a crollare davanti alla forza di ferro dello Stato ebraico, secondo una lettura parziale del libro di Daniele.

Questa tipizzazione riduce la complessità storica a una faida familiare millenaria, dove la vittoria di Isacco deve essere ristabilita attraverso la sottomissione di Ishmael.

La teologia entra così nella pianificazione urbana e nella gestione dei territori occupati. Ogni tentativo palestinese di mantenere un legame con la propria terra è visto come un atto di ribellione contro il decreto divino. La sovranità israeliana deve manifestarsi in modo assoluto per dimostrare che il tempo della sottomissione ebraica è finito.

La lotta per la terra si trasforma in una lotta per la legittimità religiosa, dove l’esistenza stessa dell’altro è percepita come una minaccia all’ordine sacro.

“L’angelo del Signore le disse ancora: Ecco, sei incinta e partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele. Egli sarà come un onagro; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui, e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli” (Genesi 16, 11-12, La Sacra Bibbia)

Erev Rav

“Mentre combattiamo i nemici esterni, dobbiamo guardarci dai traditori interni che continuano a incitare contro il governo e la nazione. Questi elementi rappresentano una piaga che inquina la nostra purezza e ostacola il cammino verso la redenzione collettiva” (Estratto dalle osservazioni diffuse dai circoli vicini alla presidenza del Consiglio, citato in report sulla polarizzazione interna, YNet, 14 ottobre 2023).

L’espressione Erev Rav indica la moltitudine mista che scelse di seguire gli israeliti durante la fuga dall’Egitto. Se nel testo dell’Esodo la definizione appare neutra, la sapienza rabbinica e la letteratura mistica hanno trasformato questo gruppo nel corpo estraneo responsabile delle peggiori cadute morali e politiche.

Il Zohar individua in tali anime l’origine dell’idolatria del vitello d’oro, descrivendole come manipolatori che cercarono di deviare il popolo dalla retta via fin dal primo istante. Attraverso l’acronimo “nega ra”, ovvero una piaga maligna, il testo descrive cinque specie di intrusi che inquinano la purezza nazionale: i caduti, i superbi, coloro che seminano disordine, i traditori e gli eredi di Amalek.

La dottrina della reincarnazione suggerisce che simili esseri ritornino in ciascuna epoca, infiltrandosi nelle posizioni di comando per ostacolare il cammino verso la redenzione.

Nelle visioni contenute nel Kol HaTor, attribuito ai discepoli del Gaon di Vilna, lo scontro con l’Erev Rav viene descritto come la sfida più amara della fine dei giorni. Essi sono accusati di agire attraverso l’inganno, ponendosi come falsi amici per poi spezzare il legame tra le figure messianiche.

Nel panorama politico israeliano contemporaneo, specialmente tra le frange dell’ultranazionalismo religioso, questa categoria serve a teologizzare la guerra civile simbolica. La dirigenza laica, i movimenti liberali e i fautori dell’universalismo vengono additati come la manifestazione odierna dell’Erev Rav.

Definire un avversario interno in questi termini permette di spogliarlo di legittimità umana, trasformando il dissenso in un peccato contro Dio. L’uso di tale espressione apre una via verso l’esclusione sociale radicale. Se l’altro viene percepito come un intruso annidato nel corpo della nazione, allora la sua repressione diventa un dovere per garantire la salvezza collettiva.

La massima del profeta Isaia, secondo cui i distruttori provengono dall’interno, viene invocata per giustificare la caccia al nemico che abita nelle stesse città. Questa retorica ha alimentato la delegittimazione di esponenti dello Stato considerati troppo inclini al compromesso o critici verso l’uso della forza, identificandoli come un corpo estraneo da purificare per permettere il compimento del piano redentivo.

In tal modo la fede si trasforma in uno strumento di epurazione che rifiuta il pluralismo, pretendendo una uniformità che espelle chiunque sia ritenuto insufficientemente fedele.

“Gli Israeliti partirono da Ramesse alla volta di Succot, in numero di circa seicentomila uomini adulti, senza contare i bambini. Anche una folla mista di gente di ciascuna specie salì con loro” (Esodo 12, 37-38, La Sacra Bibbia)

Geulah

“L’insediamento in ciascuna porzione della terra d’Israele costituisce la redenzione stessa, poiché realizza il piano divino che ci riporta a essere un popolo sovrano. La nostra missione supera il semplice calcolo politico per insediarsi nel compimento della promessa eterna” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Intervento alla Conferenza di Katif, Gerusalemme, 7 agosto 2023).

Geulah, ovvero redenzione, trasmuta il suo significato originario da invocazione escatologica a categoria operativa. Se nella tradizione ebraica classica la redenzione appariva come un orizzonte metafisico, un riscatto affidato interamente all’iniziativa divina per liberare il popolo d’Israele dall’umiliazione storica della dispersione (Galut), nell’ottica del sionismo religioso essa subisce un ribaltamento concettuale radicale.

La Geulah smette di essere un’attesa per farsi “lettura del presente”, scendendo dalle regioni eteree dell’attesa divina, per informare l’esercito, le istituzioni e la gestione dei confini. Si assiste, dunque, a una vera e propria secolarizzazione invertita.

Il sacro non si uniforma al mondano, ma il mondano viene sussunto integralmente entro una cronologia sacra che non ammette pause o arretramenti. Il concetto di redenzione, inteso come riapertura di un vincolo spezzato tra popolo, terra e promessa, diviene nel contesto israeliano attuale un dispositivo di interpretazione della storia in atto.

Non siamo davanti a un tempo lineare, storico e se vogliamo “astratto”, ma a quello che Walter Benjamin definiva Jetztzeit, un tempo “pieno” di “adesso”, in cui ogni evento politico porta in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione.

In questa prospettiva, la sovranità riacquistata è l’evidenza empirica di un processo teologico inarrestabile. La Geulah, dunque, si “attacca ai fatti”, trasformando il bulldozer e il posto di blocco in strumenti di una prassi che non riconosce più la distinzione tra ordine del profano e ordine del sacro.

“Io ristabilirò la sorte del mio popolo Israele: riedificheranno le città desolate e vi abiteranno, pianteranno vigne e ne berranno il vino, coltiveranno giardini e ne mangeranno il frutto. Li pianterò nella loro terra e non saranno mai più sradicati dal suolo che io ho dato loro” (Amos 9, 14-15, La Sacra Bibbia)

Atchalta de Geulah

“L’inizio della redenzione sta avvenendo indubbiamente davanti ai nostri occhi e gli occhi di ciascun individuo dotato di spirito devono elevarsi verso questa realtà. La mano di Dio dirige gli eventi storici verso un fine che non ammette arretramenti né compromessi territoriali” (Rabbi Zvi Yehuda Kook, citato come riferimento dottrinale dai ministri del sionismo religioso, Londra, 1917).

L’espressione aramaica Atchalta de Geulah, ovvero “l’inizio della redenzione”, rappresenta il nucleo pulsante di questa nuova teologia politica. In certi ambienti religiosi nazionalisti, lo Stato d’Israele non è visto come un rifugio perseguitato, ma come l’apertura effettiva del tempo redentivo.

Questa formula agisce come un convertitore alchemico dove ogni avanzata militare, dalla vittoria del 1967 alla colonizzazione della Cisgiordania, cessa di appartenere alla cronaca bellica. Viene letteralmente assorbita nella cronologia messianica.

Se lo Stato è l’inizio della redenzione, allora la sovranità ebraica è un valore metafisico indisponibile. Ogni atto di governo è investito di una sacralità che scavalca la dialettica democratica e il diritto internazionale, ponendo l’azione statale sotto l’egida di un mandato divino inappellabile.

La potenza di questa visione risiede nella sua capacità di neutralizzare il “fallimento” come categoria storica. Se la storia è governata dalla necessità redentiva, ogni arretramento o concessione territoriale diviene una “ferita teologica”. La politica non è altro che l’esecuzione di un piano escatologico.

Questo approccio si scontra frontalmente con il monito di Yeshayahu Leibowitz, il quale avvertiva che l’attribuzione di valore religioso a un’istituzione politica come lo Stato avrebbe inevitabilmente condotto all’idolatria del potere.

Per i sostenitori dell’Atchalta de Geulah, invece, è proprio la mancanza di questa lettura a costituire un’apostasia, una riduzione della missione d’Israele a una banale esistenza nazionale tra le altre.

In questa cornice, il tempo non scorre più in modo lineare, ma è scandito da “segni” redentivi. La presa di possesso del territorio diventa facilmente una “restituzione” di qualcosa di Sacro perso e ritrovato. Il linguaggio diplomatico, basato sulla trattativa e sul compromesso, appare dunque intrinsecamente menzognero, poiché tenta di frammentare ciò che la divinità ha dichiarato integro.

La formula Atchalta de Geulah crea un regime di verità in cui l’evidenza dei fatti, l’esercito, il controllo, la forza, diventa la prova definitiva della correttezza della lettura teologica. Si assiste a una “stasiologia del sacro”, dove il conflitto con l’esterno e con il nemico interno è la condizione stessa del manifestarsi della redenzione.

“Il Signore tuo Dio ti ricondurrà nel paese che i tuoi padri avevano posseduto e tu lo possederai; Egli ti farà del bene e ti moltiplicherà più dei tuoi padri” (Deuteronomio 30, 5, La Sacra Bibbia)

Reshit Tzemichat Geulatenu

“Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra ancestrale costituisce un miracolo senza precedenti nella storia umana. Questo rappresenta il primo germoglio di una rinascita che prosegue attraverso la nostra forza militare e la nostra fede ostinata nella missione assegnataci” (Benjamin Netanyahu, Discorso per il 75° Giorno dell’Indipendenza, Gerusalemme, 26 aprile 2023).

Accanto alla formula dell’inizio, compare l’immagine vegetale di Reshit tzemichat geulatenu: “il primo germogliare della nostra redenzione”. Questa metafora è decisiva per comprendere come il messianismo sionista giustifichi la fase attuale di transizione e conflitto.

La redenzione “cresce” organicamente e si radica nella terra, nelle istituzioni, nella continuità della presenza armata e amministrativa. Questa immagine del germoglio permette di interpretare la violenza e le asperità del presente come fasi necessarie di uno sviluppo vitale. Ciò che per l’osservatore laico è una contingenza storica, per questi ambienti è già un processo sacro in via di maturazione.

Questa visione produce un’idea del tempo storico che educa il soggetto a vedere l’invisibile nel visibile. Il colono che edifica un avamposto illegale si vede come colui che irriga il germoglio della Geulah. Le istituzioni statali, pur nella loro attuale imperfezione laica, sono i vasi attraverso cui scorre la linfa del sacro. Si osserva qui una singolare coincidenza tra materialismo e misticismo.

La redenzione ha bisogno di pietre, di strade, di acqua e di leggi per manifestarsi. È una “metafisica concreta” che trasforma l’amministrazione del territorio in una pratica di salvezza collettiva.

“In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria e il frutto della terra sarà a magnificenza e ornamento per gli scampati di Israele” (Isaia 4, 2, La Sacra Bibbia).

Eretz Yisrael Hashlema

“Gaza appartiene interamente alla Terra d’Israele e verrà il giorno in cui vi faremo ritorno per stabilirvi nuovamente gli insediamenti. Non possiamo negoziare l’assoluto né rinunciare a ciò che la divinità ha dichiarato integro e indivisibile” (Orit Strock, Ministro delle Missioni Nazionali, Intervista televisiva a Channel 7, Gerusalemme, maggio 2024).

Il sintagma Eretz Yisrael HaShlema – la Terra d’Israele integra o completa – segna il punto in cui la geografia si carica di assoluto. Dopo la guerra del 1967, luoghi come Hebron, Nablus, Betlemme e la valle del Giordano smettono di essere semplici coordinate cartografiche per diventare frammenti di un corpo sacro indivisibile.

Questa visione investe il territorio di un valore che “travolge il linguaggio diplomatico” e supera le categorie del diritto internazionale. Cedere anche un solo palmo di terra equivale, in questa prospettiva, a mutilare la promessa divina e ad amputare il corpo stesso della redenzione.

La trattativa territoriale non è dunque un atto politico, ma un sacrilegio, un tradimento della storia sacra. La terra, per intenderci, non è un oggetto di possesso, ma un soggetto di appartenenza. La “completezza” della terra è la condizione della completezza del popolo.

Ne consegue che ogni presenza estranea che pretenda sovranità su queste terre è percepita come un’intrusione nel corpo stesso della nazione/identità. L’idea di Eretz Yisrael HaShlema agisce come un dispositivo di bloccaggio contro ogni possibile compromesso.

Se la terra è un “tutto” indisponibile, la diplomazia non ha più spazio di manovra, poiché non si può negoziare l’assoluto. La geografia diventa così il tribunale ultimo della verità teologica e di riflesso il colonialismo è un atto dovuto alla divinità che li ha eletti. Il “Grande Israele” ne è consequenziale.

“In quel giorno il Signore concluse un’alleanza con Abram dicendo: Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, il fiume Eufrate” (Genesi 15, 18, La Sacra Bibbia)

Yishuv e Mitzvat Yishuv Haaretz

“Conquistare la terra e stabilirvi lo Stato ebraico rappresenta il nazionalismo più autentico, coincidente con il precetto religioso di popolare il suolo sacro. Abitare ogni collina costituisce un obbligo che si pone sopra il calcolo politico ordinario” (Bezalel Smotrich, Ministro delle Finanze, Manifesto politico “Il piano decisivo”, Gerusalemme, 2017).

L’atto di abitare la terra, Yishuv Eretz Yisrael, nel lessico sionista religioso supera di gran lunga la semplice residenza per configurarsi come un “compito storico” e una “missione collettiva”. È il gesto che inscrive il corpo ebraico nella terra promessa, trasformando la colonizzazione in una veste insieme agricola e militare e infine, teologica. Case, strade e uliveti sono atti di compimento della Geulah.

La prassi insediativa diventa così una “teologia del bulldozer”, dove la trasformazione fisica del suolo è l’unico linguaggio efficace contro le pretese degli altri. Quando l’insediamento entra nel dominio del comandamento (Mitzvat Yishuv HaAretz), l’obbligo religioso consacra definitivamente l’azione politica e diventa una mitzvah, un precetto divino dove il passaggio dal testo sacro alla recinzione elettrificata, dalla visione profetica al posto di blocco, diviene fluido e inarrestabile.

L’insediamento ottiene una giustificazione che si pone “sopra il calcolo politico ordinario”, rendendo la figura del colono quella di un esecutore della volontà trascendente. In questo slittamento, la morale convenzionale viene sospesa in favore di un rigore che pretende di rispondere solo a Dio.

La trasformazione dell’abitare in comandamento implica che ogni ostacolo a tale abitare sia un’offesa alla divinità. La forza militare, allora, sarà lo strumento attraverso cui la mitzvah viene realizzata.

In questo contesto, il dialogo con l’alterità palestinese è strutturalmente impossibile, infatti non si può mediare tra un comando divino e una rivendicazione umana. Il risultato è una radicalizzazione che vede nella devastazione del nemico un atto di santificazione del Nome.

“Prenderete possesso del paese e vi abiterete, perché io ho dato a voi il paese in possesso. Vi spartirete il paese a sorte secondo le vostre famiglie” (Numeri 33, 53-54, La Sacra Bibbia)

Har Habayit e Beit Hamikdash

“Il Monte del Tempio costituisce il luogo più importante per il popolo d’Israele e noi siamo gli unici padroni di casa su questa montagna sacra. La nostra presenza qui manifesta la sovranità che non accetta minacce né compromessi con chi vorrebbe scacciarci” (Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale, Dichiarazione durante la visita ad Har HaBayit, Gerusalemme, 3 gennaio 2023)

Il Monte della Casa, Har HaBayit, rappresenta nella coscienza messianica contemporanea il luogo di massima saturazione simbolica. Un tempo confinato nell’attesa rituale, oggi è diventato un “detonatore politico di prim’ordine”.

Parlare del Monte significa parlare di sovranità totale, di accesso rituale inteso come possesso politico, di una gerarchia confessionale che non ammette parità. Il sito concentra in pochi metri quadrati l’intreccio esplosivo tra archeologia sacralizzata, nazionalismo armato e desiderio di supremazia.

Le preghiere sulla spianata diventano una “sovranità in atto”, una provocazione calcolata per ribadire chi sia il signore della storia. Il riferimento al Terzo Tempio, Beit HaMikdash, agisce come l’orizzonte ultimo di questa restaurazione.

Per le correnti più radicali, il Tempio incarna un programma concreto che richiede attivismo e pressione costante contro lo status quo. La redenzione si salda a un progetto di sovranità totale sulla memoria stessa delle pietre. Il Tempio diventa il simbolo di una “fine della storia” che deve essere forzata dall’azione umana, un punto di rottura messianica che non tollera più la presenza dell’Altro.

“Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti” (Isaia 2, 2, La Sacra Bibbia)

Kahanismo

“Dobbiamo espellere i nemici dalla nostra terra per ripulirla dalle contaminazioni che minacciano la nostra santità. La forza costituisce l’unico linguaggio che i nostri avversari comprendono e noi la useremo per stabilire la supremazia totale del popolo eletto” (Dottrina politica di Meir Kahane, rivendicata e applicata nelle politiche di segregazione dai ministri dell’attuale coalizione, Gerusalemme, 2023-2024).

Il kahanismo, dal nome di Meir Kahane, rappresenta la traduzione più brutale di queste figure escatologiche in un programma di governo fondato sul suprematismo e sull’espulsione. Questa matrice è penetrata profondamente nella destra di governo e nell’immaginario dei coloni.

Il kahanismo eleva la forza pura a sola lingua storicamente efficace e giustifica la devastazione come “autodifesa assoluta” dove la figura del Messia si sovrappone a quella del vincitore dell’Anticristo, e il nemico è chiunque si opponga alla supremazia ebraica. Si inscrive in un vero è proprio insegnamento alla disuguaglianza.

Il kahanista ordina il mondo in cerchi concentrici di valore. In questo sistema, la vita dell’ebreo e quella del non-ebreo non hanno lo stesso statuto ontologico. La violenza diventa una forma di “pietas” verso il proprio popolo, un rigore che pretende di “pulire” la terra promessa dalle “contaminazioni” morali e intellettuali esterne (e ci ricorda tempi storici non molto diversi da questa prospettiva).

Questa visione trasforma il conflitto in una condizione cronica e necessaria. La pace è vista come un’apostasia, poiché implicherebbe il riconoscimento di un’uguaglianza che la teologia messianica nega alla radice.

“Ecco un popolo che si leva come leonessa e si erge come un leone; non si accovaccia, finché non abbia divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Numeri 23, 24, La Sacra Bibbia)

Goy e Goyim

“In questo scontro saremo saldi e uniti, certi della giustizia della nostra causa davanti al mondo. Chi tra le nazioni ci accusa di crimini di guerra manifesta un’ipocrisia priva di qualunque briciolo di moralità, poiché noi rispondiamo solo alla nostra storia” (Benjamin Netanyahu, Dichiarazione alla nazione, Tel Aviv, 28 ottobre 2023, Ufficio del Primo Ministro).

La disamina del termine Goy (Goyim al plurale) è essenziale per comprendere la struttura identitaria del messianismo sionista. Sebbene in origine significasse semplicemente “nazione”, nell’uso contemporaneo ha assunto una connotazione marcatamente gerarchica.

I Goyim sono la massa indistinta degli “esterni”, privi di elezione e di piena legittimità storica. Nel lessico messianico radicale, i Goyim diventano il “teatro umano” davanti al quale Israele deve manifestare la propria eccezione e il proprio mandato. È contro i Goyim che la vittoria militare assume il valore di una prova teologica definitiva.

Questa trasformazione dell’alterità in categoria politica serve a giustificare un vero e proprio insegnamento alla disuguaglianza che ordina il mondo secondo il grado di prossimità al sacro. Il non-ebreo cessa di essere un soggetto storico tra gli altri per diventare una figura dell’esteriorità da dominare o espellere.

Nei momenti di massima radicalizzazione, la parola Goy serve a stabilire un confine invalicabile: chi non appartiene al popolo eletto non ha diritto di parola sulla terra promessa. La figura del Goy è dunque lo sfondo necessario su cui si staglia la “luce” dell’eccezione israeliana, un’alterità ridotta a pura funzione del processo redentivo.

“Il Signore ti metterà per gloria, rinomanza e splendore sopra tutte le nazioni che ha fatte e tu sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio com’egli ha promesso” (Deuteronomio 26, 19, La Sacra Bibbia).

Fonte

29/03/2026

“L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”

di Chris Hedges

Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto sul Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.

La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.

Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace”.

In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.

Per quattro lustri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran. Le precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, si sono rifiutate, in gran parte a causa della forte opposizione interna al Pentagono, che non considerava l’Iran una minaccia esistenziale e non prevedeva un esito positivo né per gli Stati Uniti né per i loro alleati regionali.

Ma Donald Trump, incoraggiato dalla sua inetta squadra di negoziatori composta dal genero Jared Kushner e dal socio in affari, l’imprenditore immobiliare e compagno di golf Steve Witkoff, entrambi ferventi sionisti, ha abboccato all’amo di Israele. Il consigliere per la sicurezza nazionale britannico, Jonathan Powell, che partecipò ai colloqui finali tra Stati Uniti e Iran, ha liquidato Kushner e Witkoff come “agenti israeliani”.

Joseph Kent, che si è dimesso dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo per protestare contro la guerra, ha scritto nella sua lettera di dimissioni che “l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.

La giustificazione ufficiale per la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, è stata mutevole. Si tratta di smantellare il programma nucleare iraniano? Di contrastare il programma missilistico balistico iraniano? Di conseguenza, come affermato da Marco Rubio, gli Stati Uniti hanno condotto attacchi preventivi contro l’Iran per garantire la sicurezza dei propri interessi nel caso in cui Israele avesse deciso di colpire? Di conseguenza, il governo iraniano ha attuato una repressione letale, uccidendo centinaia di manifestanti antigovernativi durante le massicce proteste di piazza? Si tratta di un cambio di regime? Di un tentativo di stroncare il cosiddetto terrorismo di Stato iraniano? O si tratta di pretesti per qualcos’altro?

Certamente, Israele e gli Stati Uniti mirano a un cambio di regime. Ma su questo punto sembra che le posizioni di Stati Uniti e Israele divergano. Israele, a quanto pare, come in Iraq, Siria, Libia e Libano, cerca anche la disgregazione fisica dell’Iran, la frammentazione del paese in enclavi etniche e religiose in guerra tra loro, la trasformazione dell’Iran in uno stato fallito.

In Iran, i persiani costituiscono circa il 61% della popolazione, mentre il restante 39% è composto da diverse minoranze, spesso soggette a repressione statale. Tra queste minoranze etniche figurano azeri, curdi, lur, baluchi, arabi e turkmeni, oltre a minoranze religiose come sunniti, cristiani, bahá’í, zoroastriani ed ebrei. La frammentazione dell’Iran in enclavi etniche e religiose antagoniste lascerebbe Israele come potenza dominante nella regione, conferendogli la capacità, se non di occupare direttamente i paesi vicini, di controllarli e soggiogarli tramite alleati, realizzando così un desiderio di lunga data di una Grande Israele. Ciò consentirebbe inoltre a stati stranieri di controllare le riserve di gas iraniane, le seconde più grandi al mondo, e le riserve petrolifere, pari al 12% del totale globale.

La crociata di Israele contro i palestinesi, i libanesi e ora gli iraniani viene giustificata dallo sterminio di 6 milioni di ebrei durante l’Olocausto. Ma non sfugge al Sud del mondo, e in particolare ai palestinesi, che quasi tutti gli studiosi dell’Olocausto si siano rifiutati di condannare il genocidio di Gaza. Nessuna delle istituzioni dedicate alla ricerca e alla commemorazione dell’Olocausto ha tracciato gli ovvi parallelismi storici o ha denunciato il massacro di massa in Palestina.

Gli studiosi dell’Olocausto, con poche eccezioni, hanno svelato il loro vero scopo, che non è quello di esaminare il lato oscuro della natura umana e la spaventosa propensione che tutti abbiamo a commettere il male, bensì di santificare gli ebrei come vittime eterne e assolvere lo stato etno-nazionalista di Israele dai suoi crimini di colonialismo di insediamento, apartheid e genocidio.

La strumentalizzazione dell’Olocausto, l’incapacità di difendere le vittime palestinesi solo perché palestinesi, ha fatto implodere l’autorità morale degli studi sull’Olocausto e dei memoriali. Essi si sono rivelati strumenti non per prevenire il genocidio, ma per perpetrarlo, non per esplorare il passato, ma per manipolare il presente.

Qualsiasi tiepida ammissione che l’Olocausto potrebbe non essere una prerogativa esclusiva di Israele e dei suoi sostenitori sionisti viene prontamente repressa. Il Museo dell’Olocausto di Los Angeles ha cancellato un post su Instagram che recitava: “MAI PIÙ NON PUÒ SIGNIFICARE SOLO MAI PIÙ PER GLI EBREI” dopo le polemiche. Nelle mani dei sionisti, “mai più” significa proprio questo: mai più, solo per gli ebrei.

Aimé Césaire, nel suo Discorso sul colonialismo, scrive che Hitler apparve eccezionalmente crudele solo perché presiedette all’«umiliazione dell’uomo bianco», applicando all’Europa le «procedure colonialiste che fino ad allora erano state riservate esclusivamente agli arabi dell’Algeria, ai ‘coolie’ dell’India e ai neri d’Africa».

La quasi totale estinzione della popolazione aborigena della Tasmania, il massacro degli Herero e dei Namaqua da parte dei tedeschi, il genocidio armeno, la carestia del Bengala del 1943 – l’allora primo ministro britannico Winston Churchill si riferì agli indù come “un popolo bestiale con una religione bestiale” – insieme al lancio di bombe atomiche su obiettivi civili a Hiroshima e Nagasaki, illustrano qualcosa di fondamentale sulla “civiltà occidentale”.

Il genocidio non è un’anomalia, è codificato nel DNA della “civiltà” occidentale.

«In America», disse il poeta Langston Hughes, «non c’è bisogno di spiegare ai neri cosa sia il fascismo in azione. Lo sappiamo. Le sue teorie di supremazia nordica e di oppressione economica sono da tempo una realtà per noi».

Quando i nazisti formularono le leggi di Norimberga, si ispirarono a leggi concepite per privare i neri dei loro diritti. Il rifiuto degli Stati Uniti di concedere la cittadinanza ai nativi americani e ai filippini – sebbene vivessero negli Stati Uniti e nei territori statunitensi – fu emulato dai fascisti tedeschi che privarono della cittadinanza gli ebrei. Le leggi americane contro la mescolanza razziale, che criminalizzavano i matrimoni interrazziali, furono la spinta a vietare i matrimoni tra ebrei tedeschi e ariani. La giurisprudenza americana classificava come nero chiunque avesse anche solo l’uno per cento di ascendenza nera – la cosiddetta “regola della goccia di sangue”. I nazisti, ironicamente mostrando maggiore flessibilità, classificavano come ebreo chiunque avesse tre o più nonni ebrei.

I milioni di indigeni vittime dei progetti coloniali in paesi come Messico, Cina, India, Australia, Congo e Vietnam, per questo motivo, sono sordi alle affermazioni insensate degli ebrei secondo cui la loro condizione di vittime sarebbe unica. Anche loro hanno subito olocausti, ma questi olocausti continuano a essere minimizzati o ignorati dai loro persecutori occidentali.

Israele incarna lo stato etno-nazionalista che i nostri fascisti cristiani e l’estrema destra sognano di creare, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme giuridiche, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato dall’estrema destra perché ha voltato le spalle al diritto umanitario e usa la forza letale indiscriminatamente per “purificare” la sua società da coloro che sono condannati come contaminanti umani.

Fu proprio questa distorsione dell’Olocausto, presentato come un evento unico, a turbare Primo Levi, imprigionato ad Auschwitz dal 1944 al 1945 e autore di “Sopravvivere ad Auschwitz”. Levi fu un acceso critico dello stato di apartheid di Israele e del suo trattamento dei palestinesi. Considerava la Shoah “una fonte inesauribile di male” che “si perpetua come odio nei sopravvissuti e si ripresenta in mille modi, contro la volontà di tutti, come sete di vendetta, come crollo morale, come negazione, come stanchezza, come rassegnazione”.

Levi deplorava il manicheismo di coloro che «rifuggono le sfumature e la complessità». Condannava chi «riduce il fiume degli eventi umani a conflitti, e i conflitti a duelli, noi contro loro». Avvertiva che «la rete di relazioni umane all’interno dei campi di concentramento non era semplice: non poteva essere ridotta a due blocchi, vittime e persecutori». Il nemico, lo sapeva, «era fuori ma anche dentro».

Mordechai Chaim Rumkowski, noto come “Re Chaim”, governò il ghetto di Łódź, in Polonia, per conto degli occupanti nazisti. Il ghetto si trasformò in un campo di lavoro forzato che arricchì Rumkowski e i suoi padroni nazisti. Rumkowski deportava gli oppositori nei campi di sterminio. Violentava e abusava di ragazze e donne. Esigeva obbedienza incondizionata. Incarnava la malvagità dei suoi oppressori. Per Levi, era l’esempio di ciò che molti di noi, in circostanze simili, sono capaci di diventare.

«Tutti noi ci rispecchiamo in Rumkowski, la sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito», scrisse Levi in “I sommersi e i salvati”. «La sua febbre è la nostra, la febbre della nostra civiltà occidentale che “discende all’inferno con trombe e tamburi”, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale».

«Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità», ha continuato Levi. «Volenti o nolenti ci rassegniamo al potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è circondato da mura, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte e che lì vicino ci aspetta il treno».

Levi aveva capito che il confine tra vittima e carnefice è sottilissimo. Tutti noi possiamo diventare carnefici volontari. Non c’è nulla di intrinsecamente morale nell’essere ebreo o un sopravvissuto all’Olocausto. Per questo motivo, Levi era “persona non grata” in Israele.

I sionisti trovano nell’Olocausto e nello Stato ebraico un senso di scopo e significato, oltre a una stucchevole superiorità morale. Dopo la guerra del 1967, quando Israele si impadronì di Gaza, della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, Israele, come osservò con approvazione il sociologo americano Nathan Glazer, divenne “la religione degli ebrei americani”. L’Olocausto divenne il loro “capitale morale”.

«La sofferenza ebraica viene descritta come ineffabile, incomunicabile, eppure sempre da proclamare», scrive lo storico europeo Charles S. Maier in Il passato indomabile: storia, olocausto e identità nazionale tedesca.

È una sofferenza profondamente privata, da non attenuare, ma al contempo pubblica, affinché la società non ebraica ne confermi la gravità. Una sofferenza così particolare deve essere custodita in luoghi pubblici: musei dell’Olocausto, giardini della memoria, luoghi di deportazione, dedicati non come memoriali ebraici ma civici.

Ma qual è il ruolo di un museo in un paese come gli Stati Uniti, lontano dal luogo dell’Olocausto? Serve a radunare le persone che hanno sofferto o a istruire i non ebrei? Dovrebbe servire a ricordare che “può succedere anche qui”? O è un’affermazione che merita un trattamento speciale? In quali circostanze un dolore privato può essere contemporaneamente un dolore pubblico? E se il genocidio viene riconosciuto come dolore pubblico, non dovremmo forse riconoscere tale riconoscimento anche ad altri dolori particolari?

Uno storico americano di origini polacche sostiene che, con l’invasione tedesca del 1939, i polacchi furono il primo popolo in Europa a subire l’Olocausto e che gli storici finora hanno “scelto di interpretare la tragedia in termini esclusivisti, ovvero come il periodo più tragico nella storia della diaspora ebraica”. Se i polacchi americani rivendicano il loro “Olocausto dimenticato”, quale riconoscimento dovrebbero ricevere? Anche gli armeni e i cambogiani hanno diritto a musei dell’Olocausto finanziati con fondi pubblici? E abbiamo bisogno di monumenti commemorativi per gli avventisti del settimo giorno e gli omosessuali perseguitati dal Terzo Reich?

Una sofferenza unica conferisce un diritto unico.

Qualsiasi crimine Israele commetta in nome della sua sopravvivenza – del suo “diritto all’esistenza” – è giustificato in nome di questa sua unicità. Non ci sono limiti. Il mondo è bianco o nero, una battaglia senza fine contro il nazismo, che è proteiforme, a seconda di chi Israele prende di mira. Opporsi a questa sete di sangue significa essere antisemiti, agevolando un altro genocidio di ebrei.

Questa formula semplicistica non solo serve gli interessi di Israele, ma anche quelli delle potenze coloniali che hanno perpetrato i propri genocidi, genocidi che anch’esse cercano di occultare.

La sacralizzazione dell’Olocausto nazista offre uno strano scambio di favori. Armare e finanziare lo Stato di Israele, bloccare le risoluzioni e le sanzioni delle Nazioni Unite che ne condannerebbero i crimini e demonizzare i palestinesi e i loro sostenitori diventa prova di espiazione e di sostegno agli ebrei.

Israele, in cambio, assolve l’Occidente dalla sua indifferenza alla sofferenza degli ebrei durante l’Olocausto e la Germania dalla sua perpetrazione. La Germania usa questa empia alleanza per separare il nazismo dal resto della sua storia, compreso il genocidio perpetrato dai coloni tedeschi contro i Nama e gli Herero nell’Africa sud-occidentale tedesca, l’attuale Namibia.

«Tale magia», scrive lo storico israeliano ed esperto di genocidio Raz Segal, «legittima il razzismo contro i palestinesi proprio nel momento in cui Israele perpetra un genocidio contro di loro. L’idea dell’unicità dell’Olocausto riproduce, anziché contrastare, il nazionalismo escludente e il colonialismo di insediamento che hanno portato all’Olocausto».

Il professor Segal, direttore del programma di studi sull’Olocausto e il genocidio presso la Stockton University nel New Jersey, ha scritto un articolo sulla guerra a Gaza il 13 ottobre 2023, intitolato: “Un caso da manuale di genocidio”.

Questa denuncia da parte di uno studioso israeliano dell’Olocausto, i cui familiari perirono durante la Shoah, rappresentava una posizione molto isolata.

Il professor Segal ha visto nella richiesta immediata del governo israeliano di evacuare i palestinesi dal nord di Gaza e nella raccapricciante demonizzazione dei palestinesi da parte dei funzionari israeliani – il ministro della Difesa ha affermato che Israele stava “combattendo contro degli animali umani” – il fetore di un genocidio.

“L’intera idea di prevenzione e di ‘mai più’ si basa sul fatto che, come insegniamo ai nostri studenti, esistono dei segnali d’allarme e, una volta individuati, dobbiamo intervenire per fermare il processo che potrebbe degenerare in genocidio”, mi ha spiegato il professor Segal, “anche se non si tratta ancora di un genocidio”.

Il professor Segal ha pagato per la sua onestà. L’offerta di dirigere il Centro per gli studi sull’Olocausto e il genocidio dell’Università del Minnesota, che non ha mai condannato il genocidio, è stata revocata.

Quando io e il professor Segal abbiamo testimoniato presso la capitale dello stato, Trenton, per opporci all’approvazione del disegno di legge dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che equipara la critica allo stato di Israele all’antisemitismo, siamo stati scherniti dai sionisti e i nostri microfoni sono stati disattivati dal presidente della commissione. Eravamo lì, a sostenere che quel disegno di legge avrebbe limitato la libertà di parola, mentre in tempo reale ci veniva negata tale libertà.

Il genocidio rappresenta la fase successiva di quella che l’antropologo Arjun Appadurai definisce “una vasta correzione malthusiana a livello mondiale”, volta a “preparare il mondo ai vincitori della globalizzazione, eliminando il fastidioso rumore dei perdenti”.

Il finanziamento e l’armamento di Israele da parte degli Stati Uniti e delle nazioni europee, mentre perpetra un genocidio, ha fatto implodere l’ordine giuridico internazionale post-bellico. Esso ha perso ogni credibilità. L’Occidente non può più impartire lezioni a nessuno su democrazia, diritti umani o sulle presunte virtù della civiltà occidentale. L’inganno, secondo cui noi come nazione promuoveremmo in qualche modo democrazia, uguaglianza e diritti umani, è finito.

«Mentre Gaza induce vertigini, una sensazione di caos e vuoto, per innumerevoli persone impotenti diventa la condizione essenziale della coscienza politica ed etica nel ventunesimo secolo, proprio come la Prima Guerra Mondiale lo fu per una generazione in Occidente», scrive Pankaj Mishra.

Nessuno di noi che abbia lavorato come corrispondente da Israele e Palestina, dove ho lavorato come giornalista per sette anni, aveva previsto questo genocidio. Eppure, eravamo perfettamente consapevoli dell’impulso genocida che era alla base del progetto sionista: il desiderio di ampi settori della società israeliana di sradicare ed espellere tutti i palestinesi. Questo impulso genocida era presente fin dalla nascita del sionismo.

Victor Klemperer, professore di linguistica e figlio di un rabbino berlinese vissuto sotto il regime nazista, annotò nel suo diario: “Per me i sionisti, che vogliono tornare allo stato ebraico del 70 d.C. (distruzione di Gerusalemme da parte di Tito), sono altrettanto offensivi dei nazisti. Con la loro sete di sangue, le loro antiche ‘radici culturali’, il loro modo, in parte ipocrita e in parte ottuso, di riavvolgere il mondo, sono assolutamente all’altezza dei nazionalsocialisti”.

Ho seguito le vicende del rabbino estremista Meir Kahane, il quale sosteneva che la violenza fosse una virtù ebraica e la vendetta un comandamento divino. Quando mi trovavo in Israele, il governo israeliano gli aveva impedito di candidarsi a cariche pubbliche.

Kahane fu assassinato il 5 novembre 1990 a New York. Il suo partito, il Kach Party, fu messo al bando in Israele quattro anni dopo, in seguito all’attentato di Baruch Goldstein, un medico nato a Brooklyn e membro del Kach, che entrò nella moschea di Ibrahimi a Hebron e aprì il fuoco sui fedeli, uccidendo 29 palestinesi. Goldstein, vestito con la sua uniforme da capitano dell’esercito, fu sopraffatto dai fedeli e picchiato a morte.

I miei redattori di New York mi mandarono a intervistare i sopravvissuti. Quando ricevettero il manoscritto, insistettero affinché realizzassi altre interviste con coloni ebrei che giustificavano le rivendicazioni di Goldstein nei confronti dei palestinesi, parte di un gioco di equilibrio, ma in realtà parte di uno sforzo per oscurare la verità.

Kach, in seguito alle sue dichiarazioni di sostegno al massacro, è stata dichiarata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti.

Ma il kahanismo non morì. Fu alimentato da estremisti e coloni ebrei.

L’intolleranza razziale di Kach e i suoi appelli alla violenza di massa contro i palestinesi hanno contagiato segmenti sempre più ampi della società israeliana, trovando un’accettazione pressoché universale dopo gli attentati del 7 ottobre.

Ho assistito a questa intolleranza durante i comizi politici tenuti da Netanyahu, che riceveva ingenti finanziamenti da americani di destra legati all’AIPAC, quando si candidò contro Yitzhak Rabin, che stava negoziando un accordo di pace con i palestinesi. I sostenitori di Netanyahu scandivano slogan ispirati a Kahane come “Morte agli arabi” e “Morte a Rabin”. Bruciarono un’effigie di Rabin vestito con un’uniforme nazista. Netanyahu sfilò davanti a un finto funerale di Rabin.

Rabin fu assassinato da un fanatico ebreo il 4 novembre 1995.

Netanyahu, che è diventato primo ministro per la prima volta nel 1996, ha trascorso la sua carriera politica a coltivare i rapporti con questi estremisti ebrei, tra cui Itamar Ben-Gvir, che ha appeso un ritratto di Goldstein alla parete del suo salotto, Bezalel Smotrich, Avigdor Lieberman, Gideon Sa’ar e Naftali Bennett.

Il padre di Netanyahu, Benzion, che lavorò come assistente del fondatore del sionismo revisionista, Vladimir Jabotinsky, e che Benito Mussolini definì “un buon fascista”, fu un leader del partito Herut, che auspicava l’annessione da parte di Israele di tutti i territori della Palestina storica. Molti dei membri del partito Herut compirono attentati terroristici durante la guerra del 1948 che portò alla creazione dello Stato di Israele.

Albert Einstein, Hannah Arendt, Sidney Hook e altri intellettuali ebrei descrissero il partito Herut, in una dichiarazione pubblicata sul New York Times, come un partito “strettamente affine, per organizzazione, metodi, filosofia politica e appeal sociale, ai partiti nazisti e fascisti”.

All’interno del progetto sionista è sempre esistita una virulenta corrente di fascismo ebraico, che rispecchia la corrente fascista presente nella società americana. Purtroppo, per noi e per i palestinesi, queste correnti fasciste sono in ascesa.

La decisione di annientare Gaza è da tempo il sogno degli sionisti di estrema destra, eredi del movimento di Kahane. L’identità ebraica e il nazionalismo ebraico sono le versioni sioniste dell’ideologia nazista del “sangue e suolo”. La supremazia ebraica è santificata da Dio, così come lo è il massacro dei palestinesi, che Netanyahu ha paragonato agli Amaleciti biblici sterminati dagli Israeliti. Gli europei e gli euroamericani nelle colonie americane usarono lo stesso passo biblico per giustificare il loro genocidio contro i nativi americani.

I nemici – solitamente musulmani – destinati all’estinzione sono subumani che incarnano il male. La violenza e la minaccia di violenza sono le uniche forme di comunicazione comprensibili a chi si trova al di fuori della magica cerchia del nazionalismo ebraico.

La redenzione messianica avverrà una volta che i palestinesi saranno espulsi. Gli estremisti ebrei chiedono la demolizione della moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri per i musulmani, presumibilmente costruita sulle rovine del Secondo Tempio ebraico, distrutto nel 70 d.C. dall’esercito romano. Questi estremisti auspicano la costruzione di un “Terzo” Tempio ebraico al suo posto, una mossa che scatenerebbe l’ira del mondo musulmano.

La Cisgiordania, che i fanatici chiamano “Giudea e Samaria”, viene annessa da Israele. Israele, governato da leggi religiose imposte dai partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, presto assumerà un modello teocratico dispotico simile a quello iraniano.

James Baldwin aveva previsto con lungimiranza questa regressione alla nostra innata barbarie. Avvertì che esisteva una “terribile probabilità” che “le popolazioni occidentali, lottando per aggrapparsi a ciò che hanno rubato ai loro prigionieri e incapaci di guardarsi allo specchio, avrebbero scatenato un caos in tutto il mondo che, se non avrebbe posto fine alla vita su questo pianeta, avrebbe portato a una guerra razziale come il mondo non ha mai visto, e per la quale le generazioni future avrebbero maledetto i nostri nomi per sempre”.

La brutalità che si consuma in Iran, Libano e Gaza è la stessa brutalità che affrontiamo in patria. Coloro che perpetrano il genocidio, i massacri di massa e la guerra non provocata contro l’Iran sono gli stessi che stanno smantellando le nostre istituzioni democratiche.

Gli iraniani, i libanesi e i palestinesi sanno che non c’è modo di placare questi mostri. Le élite globali non credono a nulla. Non provano nulla. Non ci si può fidare di loro. Mostrano i tratti distintivi di tutti gli psicopatici: fascino superficiale, grandiosità e senso di superiorità, bisogno di stimoli costanti, propensione alla menzogna, all’inganno, alla manipolazione e incapacità di provare rimorso o colpa. Disprezzano come debolezza le virtù dell’empatia, dell’onestà, della compassione e dell’abnegazione. Vivono secondo il credo dell’Io. Io. Io.

«Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non trasforma questi vizi in virtù, il fatto che condividano tanti errori non li rende verità, e il fatto che milioni di persone condividano le stesse forme di patologia mentale non rende queste persone sane», scrive Erich Fromm in «La società sana».

Abbiamo assistito al male per quasi tre anni a Gaza. Lo vediamo ora in Iran. Lo vediamo in Libano. Vediamo questo male giustificato o mascherato dai leader politici e dai media.

Il New York Times, con un atteggiamento che sembrava uscito direttamente da Orwell, ha inviato una nota interna a giornalisti e redattori intimando loro di evitare i termini “campi profughi”, “territorio occupato”, “pulizia etnica” e, naturalmente, “genocidio” quando scrivevano di Gaza.

Coloro che denunciano e condannano questo male, compresi gli eroici studenti che allestiscono accampamenti nei campus universitari, sia qui che all’estero, vengono diffamati, messi al bando ed epurati. Vengono arrestati e deportati. Un silenzio paralizzante sta calando su di noi, il silenzio di tutti gli stati autoritari. Sappiamo dove tutto questo porterà. Chi non fa il proprio dovere, chi non appoggia la guerra contro l’Iran, chi non si esprime contro il crimine di genocidio, si vede revocata la licenza di trasmissione, come proposto da Brendan Carr, presidente della FCC nominato da Trump.

Abbiamo dei nemici. Non sono in Palestina. Non sono in Libano. Non sono in Iran. Sono qui. Tra noi. Dettano le nostre vite. Sono traditori dei nostri ideali. Sono traditori del nostro Paese. Immaginano un mondo di schiavi e padroni. Gaza è solo l’inizio. Non ci sono meccanismi interni per le riforme. Possiamo solo ostacolarli o arrenderci.

Queste sono le uniche opzioni rimaste.

Fonte

28/03/2026

L’egemonia di Israele, la radice della guerra

di Alberto Negri

Nel suo fortunato libro «La fine di Israele» Ilan Pappé afferma che il collasso dello stato ebraico è già cominciato. Ma la sua fase di espansione e colonizzazione del Medio Oriente non si ferma. Il ministro israeliano alla difesa Katz lo ha annunciato ieri.

«Controlleremo la zona di sicurezza estesa fino al fiume Litani, i libanesi non rientreranno finché Israele nord non sarà al sicuro». Fino a quando durerà l’occupazione non è dato sapere ma ci è stato detto, vagamente, per un «periodo medio-lungo». Che nella logica dell’impero sionista potrebbe essere anche da una generazione o due fino all’eternità.

In fondo il più importante alleato di Israele, gli Stati uniti, è d’accordo. Noi europei pure, perché non avendo fatto niente (e continuando a non fare nulla) per fermare il genocidio di Gaza abbiamo lasciato a Israele carta bianca: questa guerra contro l’Iran, cominciata proprio da Tel Aviv, è la dimostrazione che Netanyahu si sente libero di far ciò che vuole. Anche di minacciarci se non partecipiamo al conflitto: oggi Israele, potenza dotata di centinaia di testate nucleari, è uno degli stati più pericolosi al mondo ma noi facciamo finta di niente.

Ce ne accorgeremo presto quando deciderà di far fuori la Turchia di Erdogan per l’egemonia in Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale.

Quanto agli Usa abbiamo di nuovo constatato che il legame con Israele va a oltre il buonsenso e la sfrontatezza. L’ambasciatore americano Mike Huckabee non ha perso l’occasione di dare la sua opinione, condivisa dalle frange più estremiste del sionismo, rispondendo a una domanda del giornalista Tucker Carlson su un versetto biblico in cui si descrive la promessa di Dio ai discendenti di Abramo del controllo di un territorio che va dal «Wadi d’Egitto fino all’Eufrate». «Sarebbe bello se lo prendessero tutto», è stata la risposta entusiasta del pastore-ambasciatore. Trump nella sua straordinaria follia è circondato da una degna comitiva.

Come se, per altro, l’impero sionista avesse ancora bisogno di conquistare altri territori. Già sembra che Netanyahu abbia ottenuto tutto quello che voleva: ha raso al suolo Gaza, sta procedendo verso l’annessione di fatto della Cisgiordania e ha evitato di andare a processo per corruzione nel suo paese o di essere arrestato all’estero, come chiede la Corte penale internazionale. Ora occupa anche il Libano e un pezzo di Siria.

Riducendo il Medio Oriente alla sua definizione arbitraria di ciò che è una minaccia, Israele detta il destino dell’intera regione e di conseguenza del resto del mondo. Senza mai pagare conseguenze. Non una sanzione e neppure un minima perdita di influenza nelle alte sfere del potere europeo e americano.

Per la verità qualche increspatura si nota. Per la prima volta dal 2001, secondo Gallup i palestinesi (41%) superano gli israeliani (36%) nelle simpatie degli americani.

Il sorpasso è trainato da indipendenti e giovani, mentre i repubblicani restano filo-Israele. Qui se ne parla poco perché è un argomento che infastidisce assai i nostri esponenti della destra al potere, ben più preoccupati di come la pensino a Tel Aviv che della nostra pubblica opinione, magari costituita da giovani e pure filo-palestinesi, soprattutto dopo il genocidio di Gaza.

Ma noi qui viviamo in un mondo di frutta candita: il ministro della difesa Crosetto a Gerusalemme disse «che le forze armate israeliane avvisano sempre prima bombardare a Gaza». Come no, l’Idf passa a citofonare. Ci può meravigliare se lo stesso ministro si è fatto sorprendere dalla guerra a Dubai?

Ma potrebbero mai politici del genere prevedere la vertiginosa spirale di guerra in cui è precipitato il Medio Oriente? Il bilancio conta già migliaia di vittime tra Iran e Libano.

I prezzi dell’energia sono alle stelle. Il Golfo e lo stretto di Hormuz sono paralizzati dagli attacchi iraniani. Sembra di vivere in un’era sconcertante e fuori controllo.

Eppure alla radice c’è una spiegazione logica: tutto quello che succede è il risultato dell’occupazione israeliana della Palestina. Man mano che il conflitto si espande, la connessione con la Palestina si fa meno chiara.

Ma è evidente quanto la stabilità della regione sia stata garantita a spese dei palestinesi. Basti pensare gli equilibri regionali e a quella sceneggiata grottesca del Board of Peace. Quel consiglio che doveva passare alla fase 2 di Gaza è stata la sfilata di un plotone di maggiordomi di Trump che senza accorgersene hanno dato il via alla guerra come sonnambuli.

Da mesi Netanyahu spingeva ad attaccare l’Iran, la sua vera ossessione, appoggiato da una lobby filosionista negli Usa assai potente. Lo ha scritto qualche giorno fa con grande chiarezza Joe Kent nella sua lettera di dimissioni dall’agenzia anti-terrorismo.

Ma anche questo argomento piace poco ai media, si tratta di illuminare la vera zona d’ombra della politica: il potere dell’impero sionista sulle nostre decisioni.

Fonte

25/02/2026

L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente”

La domanda viene posta spesso. È Israele al servizio degli Stati Uniti oppure il contrario? L’intervista “strappata” all’ambasciatore Usa a Tel Aviv, Mike Huckabee, sembra sciogliere il quesito in termini quasi paradossali: è Wasington a essere “illuminata” dal nanerottolo che rappresenta l’avanguardia neocoloniale in Medio Oriente.

Se non dal punto vi sta strettamente politico, sicuramente da quello “ideologico”. Solo un coglione senza speranze può infatti credere davvero che la bibbia sia un testo che possa giustificare “legalmente” la proprietà o meno di un determinato territorio sulla Terra, neanche fosse l’equivalente di un “rogito” redatto da un “notaio supremo” cui crede una quantità di persone pressoché irrilevante.

Stabilito insomma che un ambasciatore sia una persona almeno mediamente intelligente (non è detto, ma sarebbe auspicabile), quanto detto da Huckabee a Tucker Carlson (un giornalista molto conservatore ma niente affatto credulone) va preso come una dichiarazione di guerra, non lo sproloquio di un deficiente.

Non a caso ha scatenato l’immediata indignazione di tutti i paesi arabi e musulmani, perché è inevitabile pensare che quella sia anche la posizione dell’amministrazione Trump sui limiti (inesistenti) della sovranità israeliana.

Va ricordato infatti che Donald Trump aveva promesso ai leader arabi e musulmani che non avrebbe permesso a Israele di annettere la Cisgiordania. Cosa che sta facendo ogni giorno in modo irreversibile. Ma, peggio ancora, Huckabee ha “rivelato” che i veri confini raggiungibili per Israele dovrebbero essere “dal Nilo all’Eufrate”, rapinando così Libano, Giordania, Siria, più parti consistenti dell’Egitto, dell’Iraq e dell’Arabia Saudita.

Bontà sua, considera questo “programma massimo” irrealistico. Ma non ingiustificato, bibbia alla mano.

Non era neanche il momento migliore per esternare questo delirio, visto che l’amministrazione Trump sta coinvolgendo soprattutto alcune nazioni arabe e musulmane nei suoi piani di “messa in sicurezza e ricostruzione di Gaza”. Ed è difficile chiedere soldi e basi militari a chi, nelle previsioni, dovrà essere conquistato, “ripulito etnicamente” e/o territorialmente amputato dai genocidi di Israele.

Oltre una dozzina di governi, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti, hanno condannato le dichiarazioni in una dichiarazione congiunta sabato, definendo le affermazioni di Huckabee “pericolose e provocatorie” e in diretta contraddizione con i piani di Trump per la Striscia di Gaza.

Le osservazioni minacciano di far deragliare uno degli obiettivi chiave dell’amministrazione Trump: integrare Israele in Medio Oriente. “La sovranità degli stati arabi non è qualcosa di cui prendersi gioco, specialmente quando siamo nel bel mezzo del tentativo di creare un Medio Oriente unificato che includa Israele”, ha detto un importante diplomatico arabo coperto dall’anonimato.

L’Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme ha dichiarato durante il fine settimana che le dichiarazioni di Huckabee “sono state estrapolate dal contesto”. Ma non le ha smentite nel merito.

Che le sorti del mondo siano in mano a gente con il cervello così in pappa, ossia a “sionisti cristiani” convinti che una serie di testi scritti da anonimi oltre 3.000 anni fa, quando il mondo conosciuto andava poco al di là dei confini che le gambe consentivano di raggiungere; redatti in tempi e luoghi differenti, unificati soltanto dalla pretesa di essere stati scritti “sotto dettatura divina”; per di più pieni di omicidi, stupri, genocidi eseguiti o promessi, tutti legittimati o “perdonati” da quel “notaio supremo” che divide la sua creazione – l’umanità, oltre che il mondo – in “eletti” e “maledetti”...

Un testo suprematista, obiettivamente antiumano, premessa di ogni mostruosità poi realizzata concretamente sulla Terra.

Gente che crede che quel testo sbrindellato sia una credibile o totalitaria base per governare il mondo attuale, con le sue innumerevoli culture, popoli, religioni, ecc. Stabilendo quali popoli, Stati, culture, ecc, hanno diritto a stare o no al mondo e come.

Ecco, questo è davvero inaccettabile per qualsiasi essere umano dotato di ragione ed interessi differenti.

Qui di seguito la ricostruzione dell’intervista.

*****

Il commentatore politico conservatore Tucker Carlson intervista l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee per un episodio di The Tucker Carlson Show su YouTube, in Israele, il 18 febbraio 2026.

L’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, ha dichiarato venerdì al The Tucker Carlson Show – in video, dunque, senza possibilità di “cattiva interpretazione” – che Israele è pienamente nel suo diritto di impadronirsi di tutta la terra tra il fiume Eufrate e il fiume Nilo, che si estenderebbe su cinque paesi da tempo sovrani oltre ai territori palestinesi occupati.

Le osservazioni sono un riferimento al progetto della “Grande Israele” che è stato sostenuto dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e da molti altri alti funzionari israeliani.

Il commentatore politico conservatore ha incalzato Huckabee più volte affinché identificasse i confini esatti della terra che, come ha a lungo insistito, è stata data da Dio al popolo ebraico. Huckabee è un ministro battista (un cristiano evangelico, dunque), ma anche un dichiarato sionista.

“Di quale terra stai parlando? – chiede Carlson – Perché ho appena letto Genesi 15 [nella Bibbia] come ho fatto molte volte, e quella terra, credo che dica dal Nilo all’Eufrate, che è, ancora una volta, praticamente l’intero Medio Oriente“. “Cosa significa? Israele ha il diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è il titolo di proprietà originale“.

Huckabee ha fatto una pausa e ha detto: “Andrebbe bene se la prendessero tutta. Ma non credo che sia di questo che stiamo parlando oggi“, ha aggiunto.

“Beh, è esattamente di questo che stiamo parlando oggi“, ha risposto Carlson. “Non credo che andrebbe bene“.

“Non stanno chiedendo di prenderne il controllo“, ha poi detto Huckabee. “Non stanno chiedendo di tornare indietro e prendere tutto questo, ma almeno stanno chiedendo di prendere la terra che ora occupano, in cui ora vivono“, ha spiegato.

“Stai spiegando cos’è il sionismo cristiano nelle tue convinzioni teologiche“, ha risposto Carlson. “E penso che tu abbia appena detto che per te andrebbe bene se lo Stato di Israele prendesse tutta Israele, tutta la Siria, tutto il Libano...”

“Non è esattamente quello che sto cercando di dire“, lo ha interrotto Huckabee. “Era un’affermazione in qualche modo iperbolica“. “Non stanno cercando di prendere la Giordania. Non stanno cercando di prendere la Siria. Non stanno cercando di prendere l’Iraq o qualsiasi altro posto, ma vogliono proteggere la loro gente ora“, ha continuato. “Ora, se alla fine venissero attaccati da tutti questi posti, e vincessero quella guerra, e prendessero quella terra allora, okay, questa è un’altra discussione“.

Il retroscena

All’inizio di questo mese, mentre Carlson intervistava un cristiano palestinese e un cristiano giordano sull’armonia con cui vivono tra maggioranze musulmane – e sulle politiche oppressive dell’occupazione militare israeliana – ha infarcito l’episodio con la sua personale valutazione di come Huckabee non abbia affrontato la questione del maltrattamento dei cristiani con il governo israeliano.

A giugno, l’ambasciatore aveva detto alla Bloomberg News che uno Stato palestinese in Cisgiordania occupata non è più un obiettivo politico approvato dagli Stati Uniti, e che i “vicini musulmani” di Israele dovrebbero semmai cedere parte delle loro terre per crearne uno.

“A meno che non accadano alcune cose significative che cambino la cultura, non c’è però spazio per questo“, ha detto Huckabee, da tempo sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

“Quello che sta facendo l’ambasciatore Huckabee è vergognoso, e dovrà risponderne“, ha detto Carlson durante le sue interviste con i cristiani arabi.

Non molto tempo dopo che quell’episodio era stato pubblicato su YouTube, Huckabee era intervenuto su X: “Hey @TuckerCarlson invece di parlare DI me, perché non vieni a parlare CON me? Sembra che tu stia facendo molto clamore sul Medio Oriente. Perché hai paura della luce?“

“Grazie per questo“, aveva risposto Carlson su X. “Mi piacerebbe molto. Contatteremo il tuo ufficio oggi per organizzare un’intervista. Molto apprezzato.“

Carlson, un alleato del Presidente Donald Trump con il quale ha però spesso divergenze in politica estera, è così andato in Israele mercoledì per un faccia a faccia con Huckabee.

Ha raccontato che i funzionari della sicurezza israeliana lo hanno trattenuto, lui e i membri della sua squadra, poco dopo l’intervista.

Parlando al Daily Mail, Carlson ha detto che i funzionari israeliani hanno confiscato i passaporti e hanno portato uno dei suoi colleghi in una stanza separata per interrogarlo.

“Uomini che si sono identificati come sicurezza aeroportuale hanno preso i nostri passaporti, hanno portato il nostro produttore esecutivo in una stanza laterale e poi hanno chiesto di sapere di cosa avevamo parlato con l’ambasciatore Huckabee“, ha detto Carlson al Daily Mail. “È stato bizzarro. Ora siamo fuori dal paese.“

Mentre registrava il suo show completo di 165 minuti, pubblicato venerdì, Carlson ha criticato aspramente Huckabee per non averlo nemmeno chiamato per chiedere della sua esperienza in aeroporto.

“Se sei un cittadino americano in Israele, puoi essere certo che il tuo governo si schiererà dalla parte del governo israeliano e non dalla tua parte”, ha detto Carlson. “E davvero è così diverso dall’esperienza degli americani negli Stati Uniti? Puoi essere sicuro che il tuo governo si schiererà dalla tua parte contro il governo israeliano? No, certo che no. Si schiereranno sempre dalla parte del governo israeliano contro la tua”. 

Figuriamoci cosa può accadere per i cittadini di altri Stati, dunque...

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