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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/02/2026

L’ambasciatore USA a Tel Aviv: “Israele ha il diritto di conquistare tutto il Medio Oriente”

La domanda viene posta spesso. È Israele al servizio degli Stati Uniti oppure il contrario? L’intervista “strappata” all’ambasciatore Usa a Tel Aviv, Mike Huckabee, sembra sciogliere il quesito in termini quasi paradossali: è Wasington a essere “illuminata” dal nanerottolo che rappresenta l’avanguardia neocoloniale in Medio Oriente.

Se non dal punto vi sta strettamente politico, sicuramente da quello “ideologico”. Solo un coglione senza speranze può infatti credere davvero che la bibbia sia un testo che possa giustificare “legalmente” la proprietà o meno di un determinato territorio sulla Terra, neanche fosse l’equivalente di un “rogito” redatto da un “notaio supremo” cui crede una quantità di persone pressoché irrilevante.

Stabilito insomma che un ambasciatore sia una persona almeno mediamente intelligente (non è detto, ma sarebbe auspicabile), quanto detto da Huckabee a Tucker Carlson (un giornalista molto conservatore ma niente affatto credulone) va preso come una dichiarazione di guerra, non lo sproloquio di un deficiente.

Non a caso ha scatenato l’immediata indignazione di tutti i paesi arabi e musulmani, perché è inevitabile pensare che quella sia anche la posizione dell’amministrazione Trump sui limiti (inesistenti) della sovranità israeliana.

Va ricordato infatti che Donald Trump aveva promesso ai leader arabi e musulmani che non avrebbe permesso a Israele di annettere la Cisgiordania. Cosa che sta facendo ogni giorno in modo irreversibile. Ma, peggio ancora, Huckabee ha “rivelato” che i veri confini raggiungibili per Israele dovrebbero essere “dal Nilo all’Eufrate”, rapinando così Libano, Giordania, Siria, più parti consistenti dell’Egitto, dell’Iraq e dell’Arabia Saudita.

Bontà sua, considera questo “programma massimo” irrealistico. Ma non ingiustificato, bibbia alla mano.

Non era neanche il momento migliore per esternare questo delirio, visto che l’amministrazione Trump sta coinvolgendo soprattutto alcune nazioni arabe e musulmane nei suoi piani di “messa in sicurezza e ricostruzione di Gaza”. Ed è difficile chiedere soldi e basi militari a chi, nelle previsioni, dovrà essere conquistato, “ripulito etnicamente” e/o territorialmente amputato dai genocidi di Israele.

Oltre una dozzina di governi, tra cui Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti, hanno condannato le dichiarazioni in una dichiarazione congiunta sabato, definendo le affermazioni di Huckabee “pericolose e provocatorie” e in diretta contraddizione con i piani di Trump per la Striscia di Gaza.

Le osservazioni minacciano di far deragliare uno degli obiettivi chiave dell’amministrazione Trump: integrare Israele in Medio Oriente. “La sovranità degli stati arabi non è qualcosa di cui prendersi gioco, specialmente quando siamo nel bel mezzo del tentativo di creare un Medio Oriente unificato che includa Israele”, ha detto un importante diplomatico arabo coperto dall’anonimato.

L’Ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme ha dichiarato durante il fine settimana che le dichiarazioni di Huckabee “sono state estrapolate dal contesto”. Ma non le ha smentite nel merito.

Che le sorti del mondo siano in mano a gente con il cervello così in pappa, ossia a “sionisti cristiani” convinti che una serie di testi scritti da anonimi oltre 3.000 anni fa, quando il mondo conosciuto andava poco al di là dei confini che le gambe consentivano di raggiungere; redatti in tempi e luoghi differenti, unificati soltanto dalla pretesa di essere stati scritti “sotto dettatura divina”; per di più pieni di omicidi, stupri, genocidi eseguiti o promessi, tutti legittimati o “perdonati” da quel “notaio supremo” che divide la sua creazione – l’umanità, oltre che il mondo – in “eletti” e “maledetti”...

Un testo suprematista, obiettivamente antiumano, premessa di ogni mostruosità poi realizzata concretamente sulla Terra.

Gente che crede che quel testo sbrindellato sia una credibile o totalitaria base per governare il mondo attuale, con le sue innumerevoli culture, popoli, religioni, ecc. Stabilendo quali popoli, Stati, culture, ecc, hanno diritto a stare o no al mondo e come.

Ecco, questo è davvero inaccettabile per qualsiasi essere umano dotato di ragione ed interessi differenti.

Qui di seguito la ricostruzione dell’intervista.

*****

Il commentatore politico conservatore Tucker Carlson intervista l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee per un episodio di The Tucker Carlson Show su YouTube, in Israele, il 18 febbraio 2026.

L’ambasciatore USA in Israele, Mike Huckabee, ha dichiarato venerdì al The Tucker Carlson Show – in video, dunque, senza possibilità di “cattiva interpretazione” – che Israele è pienamente nel suo diritto di impadronirsi di tutta la terra tra il fiume Eufrate e il fiume Nilo, che si estenderebbe su cinque paesi da tempo sovrani oltre ai territori palestinesi occupati.

Le osservazioni sono un riferimento al progetto della “Grande Israele” che è stato sostenuto dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e da molti altri alti funzionari israeliani.

Il commentatore politico conservatore ha incalzato Huckabee più volte affinché identificasse i confini esatti della terra che, come ha a lungo insistito, è stata data da Dio al popolo ebraico. Huckabee è un ministro battista (un cristiano evangelico, dunque), ma anche un dichiarato sionista.

“Di quale terra stai parlando? – chiede Carlson – Perché ho appena letto Genesi 15 [nella Bibbia] come ho fatto molte volte, e quella terra, credo che dica dal Nilo all’Eufrate, che è, ancora una volta, praticamente l’intero Medio Oriente“. “Cosa significa? Israele ha il diritto a quella terra? Perché ti stai appellando alla Genesi, stai dicendo che quello è il titolo di proprietà originale“.

Huckabee ha fatto una pausa e ha detto: “Andrebbe bene se la prendessero tutta. Ma non credo che sia di questo che stiamo parlando oggi“, ha aggiunto.

“Beh, è esattamente di questo che stiamo parlando oggi“, ha risposto Carlson. “Non credo che andrebbe bene“.

“Non stanno chiedendo di prenderne il controllo“, ha poi detto Huckabee. “Non stanno chiedendo di tornare indietro e prendere tutto questo, ma almeno stanno chiedendo di prendere la terra che ora occupano, in cui ora vivono“, ha spiegato.

“Stai spiegando cos’è il sionismo cristiano nelle tue convinzioni teologiche“, ha risposto Carlson. “E penso che tu abbia appena detto che per te andrebbe bene se lo Stato di Israele prendesse tutta Israele, tutta la Siria, tutto il Libano...”

“Non è esattamente quello che sto cercando di dire“, lo ha interrotto Huckabee. “Era un’affermazione in qualche modo iperbolica“. “Non stanno cercando di prendere la Giordania. Non stanno cercando di prendere la Siria. Non stanno cercando di prendere l’Iraq o qualsiasi altro posto, ma vogliono proteggere la loro gente ora“, ha continuato. “Ora, se alla fine venissero attaccati da tutti questi posti, e vincessero quella guerra, e prendessero quella terra allora, okay, questa è un’altra discussione“.

Il retroscena

All’inizio di questo mese, mentre Carlson intervistava un cristiano palestinese e un cristiano giordano sull’armonia con cui vivono tra maggioranze musulmane – e sulle politiche oppressive dell’occupazione militare israeliana – ha infarcito l’episodio con la sua personale valutazione di come Huckabee non abbia affrontato la questione del maltrattamento dei cristiani con il governo israeliano.

A giugno, l’ambasciatore aveva detto alla Bloomberg News che uno Stato palestinese in Cisgiordania occupata non è più un obiettivo politico approvato dagli Stati Uniti, e che i “vicini musulmani” di Israele dovrebbero semmai cedere parte delle loro terre per crearne uno.

“A meno che non accadano alcune cose significative che cambino la cultura, non c’è però spazio per questo“, ha detto Huckabee, da tempo sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

“Quello che sta facendo l’ambasciatore Huckabee è vergognoso, e dovrà risponderne“, ha detto Carlson durante le sue interviste con i cristiani arabi.

Non molto tempo dopo che quell’episodio era stato pubblicato su YouTube, Huckabee era intervenuto su X: “Hey @TuckerCarlson invece di parlare DI me, perché non vieni a parlare CON me? Sembra che tu stia facendo molto clamore sul Medio Oriente. Perché hai paura della luce?“

“Grazie per questo“, aveva risposto Carlson su X. “Mi piacerebbe molto. Contatteremo il tuo ufficio oggi per organizzare un’intervista. Molto apprezzato.“

Carlson, un alleato del Presidente Donald Trump con il quale ha però spesso divergenze in politica estera, è così andato in Israele mercoledì per un faccia a faccia con Huckabee.

Ha raccontato che i funzionari della sicurezza israeliana lo hanno trattenuto, lui e i membri della sua squadra, poco dopo l’intervista.

Parlando al Daily Mail, Carlson ha detto che i funzionari israeliani hanno confiscato i passaporti e hanno portato uno dei suoi colleghi in una stanza separata per interrogarlo.

“Uomini che si sono identificati come sicurezza aeroportuale hanno preso i nostri passaporti, hanno portato il nostro produttore esecutivo in una stanza laterale e poi hanno chiesto di sapere di cosa avevamo parlato con l’ambasciatore Huckabee“, ha detto Carlson al Daily Mail. “È stato bizzarro. Ora siamo fuori dal paese.“

Mentre registrava il suo show completo di 165 minuti, pubblicato venerdì, Carlson ha criticato aspramente Huckabee per non averlo nemmeno chiamato per chiedere della sua esperienza in aeroporto.

“Se sei un cittadino americano in Israele, puoi essere certo che il tuo governo si schiererà dalla parte del governo israeliano e non dalla tua parte”, ha detto Carlson. “E davvero è così diverso dall’esperienza degli americani negli Stati Uniti? Puoi essere sicuro che il tuo governo si schiererà dalla tua parte contro il governo israeliano? No, certo che no. Si schiereranno sempre dalla parte del governo israeliano contro la tua”. 

Figuriamoci cosa può accadere per i cittadini di altri Stati, dunque...

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16/12/2020

L’Afghanistan della guerra infinita

di Maurizio Vezzosi

Intervista a Walimohammad Atai

Walimohammad Atai è rifugiato politico afghano in Italia, saggista e docente. È fuggito dall’Afghanistan dopo essere scampato ad un attentato organizzato contro di lui dai Talebani, dai quali tutta la sua famiglia si trova tutt’oggi ad essere perseguitata.

Alcuni mesi fa gli Stati Uniti hanno annunciato il loro prossimo ritiro dall’Afghanistan, dopo vent’anni di guerra. Quale bilancio se ne può trarre? Come cambierà l’Afghanistan con il ritiro americano?

In Afghanistan gli Stati Uniti hanno attuato una politica coerente con i loro interessi nell’area: questa ha reso l’Afghanistan dipendente non solo dal punto di vista economico ma anche politico, produttivo e militare. Ben noto è ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto sin dall’intervento sovietico del 1979. In quegli anni il budget della CIA destinato al Paese ha raggiunto i 3,2 miliardi di dollari, rendendola l’operazione più costosa della sua storia. Gli Stati Uniti hanno organizzato i mujahidin nella cornice della loro strategia antisovietica: in seguito, con l’aiuto dell’Arabia Saudita e del Pakistan, indebolendo i mujahidin hanno favorito la nascita del movimento dei Talebani.

Con l’invasione del 2001, solo nel primo anno di guerra, sono stati uccisi più di 5.000 civili. Tra il 2001 e il 2006, secondo l’UNICEF, circa 6.500 bambini sono stati uccisi e altri 1.500 sono stati feriti. Oltre che dall’impatto diretto delle violenze, molte vite sono state segnate dalle conseguenze della povertà e del sottosviluppo. Le condizioni delle città oggi sono pessime: la gente è preoccupata, i combattimenti sono in corso in tutte le province e tanti distretti sono caduti nelle mani dei Talebani. L’esercito afghano non è abbastanza forte per combattere da solo i Talebani, che sono oggi più forti che in passato. Considerando che i negoziati non hanno raggiunto alcun accordo preciso e che sotto il profilo della sicurezza la situazione del Paese è andata a peggiorare, temo che possa addirittura prospettarsi un’altra guerra civile.

In Afghanistan l’“effetto-Biden” potrà avere una sua consistenza?

La firma, arrivata alla fine di febbraio di questo anno, dell’accordo di pace tra Stati Uniti e Talebani ha reso chiaro il fatto che prima o poi questi torneranno al potere, o che quantomeno si assisterà ad un compromesso per la condivisione del potere tra il governo di Kabul e i Talebani, che nei fatti controllano già gran parte del Paese. Ma soprattutto nelle aree urbane, come la capitale Kabul, molti afghani temono ancora il ritorno dei giorni bui del regime talebano.

I problemi politici dell’Afghanistan sono da sempre radicati nella politica regionale. In passato le campagne britanniche e russe hanno dovuto affrontare i problemi afghani così come quelli dell’intera regione. Lì si riflettono i contrasti tra India e Pakistan, tra Cina e India, tra Iran e Arabia Saudita. E ovviamente anche quelli tra Stati Uniti e Federazione Russa. Joe Biden si è detto propenso a rimanere in Afghanistan con una forza ridotta: la stessa posizione che esprimeva come vicepresidente durante l’amministrazione Obama. Non credo che gli Stati Uniti si ritireranno del tutto dall’Afghanistan.

Quali sono, a suo avviso, gli effetti prodotti dalla penetrazione di Daesh in Afghanistan?

Il terrorismo mette in ombra ogni aspetto della vita economica, culturale e politica. La comparsa di Daesh (ISIS) ha prodotto un effetto soprattutto nel Sud del Paese, ed in particolare nella provincia di Nangarhar. Daesh ha una sua struttura ben organizzata e ben equipaggiata a livello militare: ha ucciso e rapito tanti afghani, soprattutto i capi dei villaggi, le persone più benestanti, i teologi, gli intellettuali. Ogni giorno sia il personale di sicurezza che i civili perdono la vita tanto a causa di Daesh quanto dei Talebani. La maggior parte dei membri di Daesh non sono afgani: alcuni aspetti della presenza di Daesh in Afghanistan sono ancora poco chiari. Nella provincia del Nangarhar c’è addirittura chi racconta di aver visto con i propri occhi dei gruppi di Daesh salire su degli elicotteri per essere trasportati altrove.

Cosa può dire a proposito del progetto del gasdotto TAPI (Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, India)?

Il progetto prevede di trasportare il gas naturale dal giacimento di Galkynysh in Turkmenistan alla provincia di Fazlika (Punjab) in India. TAPI dovrebbe fornire all’Afghanistan 14 milioni di m3 di gas naturale al giorno, 38 m3 al Pakistan e 38 m3 all’India, per un totale giornaliero di 90 milioni di m3. La costruzione del progetto è iniziata in Turkmenistan nel dicembre 2015 ed è stata completata nella prima metà del 2019. I lavori di costruzione sul tratto afghano sono iniziati nel febbraio 2018, mentre quelli sul tratto pakistano sono iniziati nel 2019 e dovrebbero essere completati a breve. I Talebani hanno promesso al Pakistan di cooperare e di non ostacolare il progetto nelle aree che controllano.

Qual è il ruolo dell’oppio nelle vicende afghane?

L’oppio è certamente uno dei motivi per cui il Paese si trova tutt’oggi ad essere occupato. Tra il 1979 e il 1982 la produzione di oppio afghano è triplicata. Dal 1991 l’Afghanistan detiene un quasi monopolio di questa produzione, pari a oltre il 90% di quella mondiale: fino al 1991 era il Myanmar a detenere questo primato. Dopo vent’anni di guerra permanente l’Afghanistan è ancora il più grande produttore mondiale di oppio. L’economia dell’oppio è un complicato sistema di interessi e poteri che riguarda agricoltori, operai, trafficanti, politici, apparati di sicurezza, consumatori.

Qual è ad oggi il rapporto tra la società afghana e i Talebani, e più in generale, con le dottrine jihadiste?

La povertà e la violenza continua rendono l’Afghnaistan profondamente vulnerabile. Gli afgani non hanno voluto in passato né vogliono adesso il regime dei Talebani. Il Pakistan, con l’aiuto dei Talebani, ostacola l’accesso all’istruzione agli afghani, specie alle donne ed in particolare ai Pashtun. La scarsa istruzione e l’analfabetismo di molti Pashtun agevolano la strategia politica del Pakistan: i Talebani hanno chiuso molte scuole negli ultimi mesi, sostenendo che l’istruzione laica sia contro la sharia e contro gli ideali dei mullah di Islamabad. Uno dei vertici talebani, mullah Baradar, è stato incarcerato dai servizi di sicurezza pakistani per tanti anni: solo dopo aver accettato tutte le condizioni politiche di Islamabad è stato rimesso in libertà. In Afghanistan circa la metà dei bambini fra i 9 e i 17 anni – 3,7 milioni – non vanno a scuola. Le ragazze rappresentano il 60% della popolazione minorile che non ha accesso al sistema scolastico e questa circostanza le espone a un maggiore svantaggio, aggravando la discriminazione di genere. La violenza continua, la povertà e la discriminazione contro l’universo femminile hanno fatto aumentare il numero di bambini che non frequentano la scuola: alcuni di loro, a causa della povertà, sono costretti ad arruolarsi con i gruppi jihadisti. Un altro grande problema che indebolisce l’Afghanistan è la tossicodipendeza, diffusa anche tra donne e bambini.

Fonte

23/04/2019

Sri Lanka: quattro scenari per una strage

Il governo dello Sri Lanka punta l’indice sull’estremismo islamico mentre continua a salire il bilancio delle vittime della Pasqua di sangue. Il giorno dopo la strage che ha stravolto lo Sri Lanka – oggi nel Paese è lutto nazionale – è infatti la pista islamica quella che sembra essere nelle corde del governo e della maggior parte di commentatori, analisti e di pezzi da novanta come il segretario di Stato americano Pompeo che promette guerra al terrore. Mentre il lunedi si chiude con coprifuoco e stato di emergenza – che consegna il controllo della sicurezza al presidente – e mentre la giornata sconta l’ennesima bomba vicino alla chiesa di Sant’Antonio a Colombo (dove resta lievemente ferito l’inviato di Repubblica, Raimondo Bultrini) si fanno i conti della Pasqua di fuoco: quando l’esplosione quasi simultanea di autobombe e kamikaze ha colpito quattro alberghi di lusso della capitale e tre chiese a Colombo, Negombo (poco più a Nord) e Batticaloa nell’Est.

Il bilancio cresce di ora in ora e ormai supera quota 300 morti. Diverse centinaia i feriti. In assenza di rivendicazioni, l’indice è puntato su un gruppo radicale locale, la National Thowheed Jamath, un’associazione minore estremista e nota al più per atti vandalici non a caso contro obiettivi buddisti (le due comunità si sono spesso scontrate con gravi incidenti come nel marzo scorso). Il ministro della sanità Rajitha Senaratne ha confermato ieri che i sette kamikaze apparterrebbero a questo gruppo anche se è difficile capire dal corpo martoriato di un attentatore la sua provenienza. Sono presumibilmente di questo gruppo anche gli arrestati che già in parte domenica sera erano stati ammanettati dalla polizia. Senaratne è andato oltre, accusando il presidente Sirisena (nell’immagine sopra) di non aver dato credito – e di aver nascosto al premier Wickremesinghe – le allerta dei giorni scorsi. Sirisena, presidente dal gennaio 2015, è anche a capo delle forze di sicurezza e forse ha sottovalutato l’allarme. Ma la vicenda riporta allo scontro interno alla politica locale tra presidenza e parlamento, tra Sirisena e Wikremesinghe. Forse è da qui che si può partire per disegnare almeno il contesto in cui le stragi sono avvenute e prima di avventurarsi nell’indicare questa o quella pista.

Il quadro politico locale

Maithripala Sirisena si presenta come l’uomo nuovo della politica srilankese quando a sorpresa si candida contro Mahinda Rajapaksa, il padre padrone del Paese. Rajapaksa (nell’immagine a sn) è l’uomo che ha represso le rivendicazioni tamil nel Nord e distrutto – con stragi che non risparmiano civili – la struttura delle Tigri tamil, gruppo secessionista autore di numerosi attentati terroristici (i primi, dopo i giapponesi, a utilizzare kamikaze). Rajapaksa è accusato di essere un autocrate che, circondato da fratelli e parenti, ha garantito un piccolo miracolo economico ma “venduto” il Paese alla Cina. Alla fine del voto, il dittatore – che ha perso nelle urne – tenta un golpe che fallisce in poche ore. Sirisena sale sullo scranno applaudito dal popolino e benedetto dalle ambasciate di Delhi e Washington. Ma qualche anno dopo, nell’ottobre scorso, sconfessa – sorprendentemente – il premier Wickremesinghe e al suo posto insedia proprio l’ex nemico. C’è un braccio di ferro, qualche scontro e qualche vittima. Poi la Corte suprema delegittima l’azione del presidente e Wikremashinghe torna in sella. Il tutto ha un sapore oscuro, con un balletto bizzarro di personaggi e una crisi – che come dimostrano queste ore – perdura.

La guerra secessionista tamil

Sulla sfondo resta il retaggio di una guerra durata quasi trent’anni e conclusasi non solo con la scomparsa delle Tigri ma con l’accaparramento delle terra tamil (induisti e cristiani) da parte di singalesi buddisti, per lo più militari. Sirisena ha promesso la riconciliazione ma i crimini di Rajapaksa e dell’esercito restano impuntiti. La ricorrenza dei dieci anni dal 2009 fa pensare a qualcuno che le Tigri o chi per loro siano di nuovo in auge. Ma è una pista che ha poco fiato anche perché proprio l’élite tamil è in buona parte cattolica. Utile ricordare che il papa, tre anni fa, andò a dir messa nelle zone tamil.

Intemperanze religiose

Il terzo scenario riguarda la convivenza di 23 milioni tra buddisti (70%), induisti (12,6%), musulmani (9,7%) e cristiani (7,6%). Convivenza difficile: sia per i tamil del Nord (da secoli in Sri Lanka) sia per i tamil del centro (importati dai coloni britannici per coltivare il tè). Specie contro musulmani e cattolici si sviluppano, già durante l’era Rajapaksa, organizzazioni buddiste identitarie violente. Sirisena cerca di ridimensionarle ma non riesce a evitare pogrom, violenze, vittime. Ricorrenti. Può essere una piccola banda radicale di una piccola minoranza la protagonista di una strage perpetrata con un’organizzazione perfetta e chili di esplosivo che, in un Paese militarizzato come Sri Lanka, non è facile procurarsi? Sì, dice qualcuno, se l’aiuto vien da fuori. Le indagini diranno. Metteranno sotto torchio forse anche i buddisti.

Il quadro internazionale ed economico

C’è infine un quarto scenario. I soldi. Colpire gli hotel 5 stelle fa paura ai turisti ma anche ai businessman che li frequentano con carta di credito aziendale. Sri Lanka è un perno strategico sulla Via della seta marittima che passa per il “Filo di perle” ideato dai propugnatori della One Road One Belt. I cinesi hanno investito in telecomunicazioni, infrastrutture e porti come la mega struttura portuale di Hambantota, fonte di polemiche per la cosiddetta “debt trap” che ucciderebbe l’economia locale. Quel progetto non piace a molti srilankesi (con Sirisena le joint venture con Pechino subirono una battuta d’arresto) ma nemmeno all’India e agli Stati Uniti che temono che Hambantota diventi un porto militare. Sommergibili cinesi con testate nucleari hanno già incrociato nei porti della “Lacrima dell’Oceano indiano”.

Fonte

03/08/2018

Il Pakistan sceglie il premier fra jihadisti e clanisti

Fatto fuori l’ex primo ministro Nawaz Sharif per vie legali, con una condanna a dieci anni per corruzione, il Pakistan, bomba geopolitica del Grande Medio Oriente, si avvia al voto del prossimo 25 luglio. Il forte partito di governo, la Lega musulmana, presenta fra gli altri un candidato recentemente graziato Shahid Abbasi, a conferma d’un andirivieni dalle galere. Ma ciò che gli osservatori sottolineano è la variegata presenza di gruppi e leader estremisti, vicini al jihadismo d’ogni tipo, dai talebani dissidenti che rinfocolano il Daesh centrasiatico (Tehreek-i Labbaik), a formazioni vicine a Lashkar-i-Jhangvi, considerate terroriste non solo dal cartello internazionale che dice di combatterle, ma da se stessi, vista la quantità di attentati contro la popolazione civile che vanno a compiere. Il principale obiettivo di questi gruppi sono i fedeli della minoranza sciita, spesso però sotto le esplosioni di camion-bomba e kamikaze restano anche tanti cittadini pakistani, che per oltre il 90% appartengono alla Umma sunnita. A una figura controversa, tempo addietro arrestato proprio per prossimità col jihadismo sanguinario filo qaedista, è stato concesso di presentarsi alle elezioni.

E’ Aurangzeb Farooqi, capo del raggruppamento Ahe Sunnat Wal Jamaal considerato appunto la maschera politica dei miliziani di Lashkar-i-Jhangvi. Un partito ammesso alle urne nonostante persegua una campagna di radicalismo confessionale caratterizzata da aperte manifestazioni d’odio verso le altre fedi. Tendenza che va molto al di là dell’impegno coranico verso i cosiddetti kafir. I passi che hanno portato la Commissione elettorale a chiudere entrambi gli occhi davanti a simili presenze ufficiali vanno ricercati nella continua ingerenza nella vita politica del Paese di quelle eminenze grigie che sono l’esercito e soprattutto l’Intelligence Isi. Entrambi perseguono da decenni interessi spesso contrapposti, appoggiando politici diversi pur di ottenere la conservazione d’un eccezionale potere di corpo, a seconda dei casi in accordo o in contrasto fra loro. Difficile dire se siano più potenti le Forze Armate o i Servizi di Islamabad, di fatto dall’epoca del golpe del generale islamista Zia-ul Haq la sfera politica coi vari Bhutto, Musharraf, Sharif ha rappresentato solo la facciata dietro la quale agisce, in maniera indipendente, l’apparato della forza.

Che ha propri interessi politico-economici, agendo da lobby, seppure lascia alla politica spazio per quell’affarismo di clan familiari che spesso conduce figure di primo piano (l’ultimo è Nawaz Sharif, ma pensiamo a mister 10% Ali Zardari, marito di Benazir Bhutto) ad avere seri problemi con la giustizia per colossali ruberie. Ai danni d’una popolazione in crescita esponenziale, oggi supera i 200 milioni di abitanti, con sacche ampissime di povertà e problemi sociali d’ogni genere. Su queste purulente piaghe s’inserisce la propaganda del radicalismo religioso che riesce a superare la stessa opposizione di organismi internazionali che provano a contrastare finanziamenti a tali componenti, anche quando passano come sostegni per iniziative culturali e religiose. Non è un segreto che le madrase del deobandismo pakistano sono una fucina per quella tipologia di argomenti ripresi anche da candidati come Farooqi, ma tant’è. La politica interna ammette la sua e altre discutibili candidature e, come su tutto, potrebbe tranquillamente esserci lo zampino dei militari. Costoro, in certe fasi, hanno compiuto lotte serratissime al jihadismo, e per questo sono stati oggetto di attentati indiretti, come quelli odiosi attuati nel 2014 a Peshawar nella scuola frequentata dai pargoli degli ufficiali.

Ma l’ondivago e più ampio gioco di potere vede in altre fasi, accordi, protezioni, sostegno e addestramento di talebani – come accade nei territori delle Fata – soprattutto in funzione disgregativa verso il vicino e di per sé caotico Afghanistan, su cui i governanti pakistani hanno mire di subordinazione, molto più dei taliban. Pur con l’aperta presenza di fondamentalisti dichiarati, la corsa alla carica di primo ministro pone in testa tre figure ‘perbene’ che piacciono all’Occidente, due delle quali appartengono agli immarcescibili clan gestori della vita pubblica. Il fratello del premier incriminato, Shehbaz Sharif, ricco di famiglia e comunque forte dell’industria Ittefaq, colosso dell’acciaio e della metallurgia, che dirige in prima persona. Il figlio d’un altro corrotto o mister corruzione, il citato tangentista Zardari. La nemesi storica non deve inficiare il presente di Bilawal Bhutto Zardari, ma clan e interessi di famiglia incombono. Quindi il candidato che sembrerebbe più free: Imran Khan, ex campione di cricket, già asceso sulla scena politica attorno al 2011. Analisti giudicarono i suoi programmi un guazzabuglio di idee, fra riforme para classiste, ben viste solo dalla destra conservatrice, e un vago populismo. Più l’ombra, mai smentita, dell’appoggio dei militari. Che danno e ovviamente prendono, con tutti, in ogni occasione.

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11/09/2017

Rifugiati. Centocinquantamila in fuga dal Mnyanmar verso il Bangladesh


Mentre in Italia domina l’analfabetismo politico e funzionale sull’emergenza rifugiati, altri paesi, assai più poveri dell’Italia e dell’Europa, fanno i conti con le emergenze che la storia rovescia molto spesso sull’umanità.

Le autorità del Bangladesh cercano di affrontare l’arrivo, in appena 12 giorni, di quasi 150 mila membri della popolazione rohingya che sono fuggiti da Myanmar dopo una nuova ondata di violenza.

Il governo di Sheikh Hasina ha aperto le braccia ai rifugiati per questioni umanitarie, ma ha fatto notare che non ha la capacità di offrire i servizi di base a queste persone.

La minoranza etnica rohingya di religione islamica, dallo scorso 25 agosto ha iniziato un esodo in massa dopo gli scontri avvenuti nello stato di Rakhine, nell’ovest di Myanmar, dove il buddismo è la religione maggioritaria. Decine di profughi sono affogati negli ultimi giorni cercando di attraversare l’estuario del fiume Naaf, frontiera naturale tra Myanmar e Bangladesh, a bordo di imbarcazioni precarie.

Dipayan Bhattacharyya, funzionario in Bangladesh del Programma Mondiale Alimentare (PMA) dell’Onu, ha lanciato un allarme sul fatto che la cifra totale dei rifugiati potrebbe aumentare nelle prossime settimane ad oltre 300 mila. Il PMA ha chiesto un aumento degli aiuti internazionali perché le sue riserve di alimenti si sono esaurite davanti alla valanga di rifugiati.

La crisi dei profughi dal Myanmar sta provocando anche una crisi diplomatica tra i due paesi dopo le accuse del Bangladesh. Il direttore generale del ministero degli Esteri del Bangladesh, Manjurul Karim Khan Chowdhury, ha convocato l’incaricato degli affari dell’ambasciata di Myanmar, Aung Myint.

Secondo un comunicato del ministero degli Esteri del Bangladesh, durante l’appuntamento Chowdhury ha manifestato la sua preoccupazione per alcuni articoli che denunciano la collocazione di mine antiuomo nella frontiera comune e l’aumento delle violenze nello stato vicino. Il Bangladesh ha sottolineato che non vuole essere vittima dell’instabilità in Myanmar.

Fonte

09/09/2017

Myanmar, il vero volto di San Suu Kyi

di Michele Paris

Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.

San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.

Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.

A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.

I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.

I musulmani Rohingya che hanno lasciato i propri villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.

La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.

L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).

Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.

È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.

Il sostegno garantito da Washington alla NLD era collegato ai tentativi di sottrarre un paese strategico come il Myanmar all’influenza cinese, cresciuta a dismisura nel corso degli anni della dittatura militare durante i quali esso era virtualmente isolato dalla comunità internazionale.

Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.

Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.

Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.

Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.

Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.

A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.

Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.

La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.

La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.

Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.

Il Myanmar rappresenta d’altronde una componente importantissima della strategia di crescita e di integrazione economica euro-asiatica della Cina, interessata, tra l’altro, a fare di questo paese un punto di transito delle rotte energetiche e commerciali provenienti dal Medio Oriente, in modo da evitare le potenzialmente pericolose vie marittime sud-orientali.

In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.

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07/09/2017

India, il fondamentalismo induista silenzia un’altra voce


L’omicidio della cinquantacinquenne giornalista indiana, Gauri Lankesh, avvenuto a Bangalore (la metropoli scientifica per eccellenza della federazione indiana), con tre proiettili sui sette sparati da un commando che l’attendeva nei pressi della sua abitazione, è solo l’ultimo di una catena che da anni insanguina il Paese. Negli ultimi quattro, il medico e intellettuale Dabholkar (2013), lo scrittore Kalburgi, il filosofo Pansare (entrambi nel 2015) sono stati freddati a colpi di pistola da killer poi dileguatisi alla maniera dei tre assassini della giornalista. Purtroppo le indagini sui crimini si sono via via svilite, sebbene i sospetti rivolti a induisti fanatici che vedono nei sostenitori d’idee progressiste, razionaliste e anticasta dei bersagli da colpire, fossero pesanti.

Ma l’aria che l’enorme nazione respira dalla salita al potere dell'ampiamente conservatore Partito Nazionalista Indù (Bharatiya Janata Party) non è delle più democratiche. Anzi, con l’elezione a presidente del leader Narendra Modi, attivissimo sulla scena internazionale sul fronte dell’economia geopolitica coi Brics e oltre, le componenti più retrive dell’estremismo cavalcano l’idea di ‘induizzazione’ della società. Quello che le vittime citate provavano a contrastare.


La Lankesh, giornalista di lungo corso e figlia d’arte, s’inseriva in tale contesto, magari non su un fronte di dispute ideologico-religiose come le altre vittime, ma era in prima linea per le battaglie a favore di umili, minoranze (ultimamente i Rohingya) e dei diritti dei gay. Era conosciuta come la cronista indomita, amante del ruolo vitale della professione: far conoscere questioni senza nasconderne le contraddizioni, senza voltare lo sguardo e farsi intimidire dal potere. Sull’impostazione data a un settimanale (Lankesh Patrike), fondato dal padre e per il quale Gauri continuò a lavorare insieme al fratello Indrajit, nacquero con quest’ultimo dissensi. I due arrivarono a querelarsi, sebbene l’uomo, che s’occupava della gestione economica, non fosse coinvolto nella linea editoriale. Indrajit accusò la sorella di offrire spazio alle posizioni naxalite, una variegata componente maoista presente in alcune aree del Paese. Lei negava, pur ribadendo tutto il suo progressismo sociale e politico, rivolto contro le posizioni reazionarie di partiti e associazioni della destra indiana.

L’anno scorso la cronaca giudiziaria interna l’aveva vista coinvolta in una diatriba con l’accusa di diffamazione per aver accusato tre membri del partito di governo (Bjp) di truffa verso un commerciante. Dopo vari dibattimenti fra giudici di primo grado, Corte Suprema cui la giornalista s’era rivolta, una sentenza definitiva la condannava per non aver fornito prove sulle accuse. Il rifiuto a fornire documenti e soprattutto le generalità degli informatori, che a suo dire provenivano da membri del partito stesso, ribadiva i tratti d’una caparbietà caratteriale e professionale.

Rigorosa nel raccontare, implacabile quando scopriva intrighi che riguardavano il potere, Gauri rappresentava l’ennesimo esempio di chi offre valore a questo lavoro, notoriamente un avamposto nel controllo dei potenti, purtroppo in vari casi trasformato da quest’ultimi in servizievole corte.

La Lankesh era altro. Apparteneva alla parte pregiata dell’informazione e questo gli è riconosciuto da parecchi colleghi ed editori in India e fuori. La ricordano come un’eccellente giornalista, dicono che nonostante fosse piuttosto nota avrebbe potuto avere un pubblico più vasto scrivendo in inglese, invece aveva scelto l’etimologia della regione (kannada) per restare in rapporto con la gente del territorio. Uno dei suoi punti fermi era l’opposizione al sistema delle caste giudicato ingiusto e prevenuto, perciò era vista come fumo negli occhi da un ampio fronte conservatore, dal partito di governo ai più viscerali fondamentalisti indù. Il ‘Comitato di protezione dei giornalisti’ ha richiesto alle Istituzioni adeguate inchieste sul suo omicidio e ha lanciato un appello per “fermare l’escalation di violenza della destra politica che, servendosi di tematiche odiose, sta rendendo impossibile la convivenza nel Paese”. Da ieri migliaia di cittadini rendono omaggio e onore al feretro della donna, esposto pubblicamente nel cimitero di Bangalore.

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31/05/2017

Mondi e fedi della strage perenne

Giorni addietro, in uno spettrale intervento sui social media anche più cieco del fondamentalismo, qualcuno ha definito l’assassinio dei 29 pellegrini copti benaugurante per l’avvio del Ramadan. Al torbido commentatore islamista facevano eco i crociati dell’informazione nostrana pronti a ribadire che l’unica soluzione è lo scontro, cercando vendette a tuttotondo nei confronti dell’Isis, di jihadisti veri e presunti, quindi imam e ayatollah, fedeli e miscredenti arabi, turchi o persiani, e minoranze etniche, e rifugiati, e migranti: insomma i barbari che minacciano Santa Romana Chiesa. L’affermano apertamente, questi difensori delle nostre radici che non si dichiarano oltranzisti. Parlano in luogo dello stesso pontefice, troppo acquiescente verso i diversi, un genere di gesuita in odore di ribellismo sovversivo. E se giunge l’altra ferale notizia che chi di massacri vive, perché il suo piano non è neppure il Jihad islamista ma la mattanza sanguinaria, ha colpito ancora e nella martoriata Baghdad, e ha maciullato fedeli islamici che di sera, interrompendo il digiuno, mangiavano, chiacchieravano, s’incontravano com’è bello fare nelle calde serate che preannunciano l’estate, i nostri paladini vanno oltre senza smentire le ferree tesi.

L’odio dell’Isis che uccide cristiani e non nelle strade dell’Occidente, segue lo stesso percorso in altri angoli del mondo. Scanna senza tregua infedeli e figli suoi, mira a un potere speculare a quello che dice di combattere: il disegno imperiale tuttora signore e padrone delle genti d’ogni continente. Il sovrano di questo turbinio stragista è ormai nudo, come lo è la logica che dice di mettere in sicurezza il pianeta mentre cinicamente ne ha stabilito la fine per guerre e asfissia. Entrambi questi prìncipi della morte continuano ad aggregare combattenti sul proprio fronte, dove certezze e fanatismo cementano aride esistenze prive di sensazioni e sentimenti. Chi ne lamenta l’insano approccio è bollato come vile o demente e soggiogato al nemico. Chi propone conoscenza e confronto è tacciato di cieca pazzia. Chi ricorda come in tanti casi solo l’incontro apre occhi e menti a qualche prospettiva che preservi la vita e guardi al domani, è ridicolizzato. Non è solo buona volontà, sarebbe ragione. Non è solo razionalità, è umana morale. Insieme dovrebbero rimescolare le carte d’un mondo senza bussola. Se dovesse accadere, se accadrà i fronti si scompiglieranno: Occidente e Oriente, copti e musulmani, sciti e sunniti si ritroveranno insieme per opporsi a quelle parti di sé che tengono bloccata la storia degli uomini, delle fedi, del pensiero. Ne dissanguano il presente, ne bloccano il futuro.

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29/07/2016

Jihad afghana: talebani contro Daesh

I dissidenti del nord-est - La vicenda narrata da Ubaid Ali - un ricercatore che ha seguìto le concitate fasi dell’attacco talebano a Kunduz - su nuclei di miliziani uzbeki del Jundullah Group, è sintomatica di quanto sta accadendo in questi mesi in Afghanistan. Una lotta per l’egemonia nell’insorgenza contro le truppe Nato e l’esercito afghano e per il controllo di tante province, dove dettano legge i governatori-ombra che rispondono alla turbolenta famiglia talebana. In alcune di queste zone l’Isis cerca e trova alleanze per dissapori e contrasti fra gruppi etnici minoritari e i vari clan della galassia talebana. E’ accaduto nell’autunno 2015 nell’area di Takhar: lì i membri del Jundullah hanno portato la bandiera nera del Daesh in alcuni villaggi. Takhar è un distretto di circa un milione di abitanti, prevalentemente di etnìa tajika e uzbeka e qualche presenza hazara. Il 9 settembre 2001 in quella località venne assassinato il comandante Massoud, utilizzando un’intervista televisiva mascherata. Una trappola alla quale non sfuggì neppure il mitizzato leader militare dell’Alleanza del Nord. Quali legami hanno avuto gli attuali guerriglieri uzbeki del Jundullah con Abdolmalek Rigi, capo della struttura combattente originaria presente nel Baluchistan, che venne catturato, processato e impiccato nel carcere iraniano di massima sicurezza di Evin nel 2010, non è dato sapere. Probabilmente nessuno, vista la distanza temporale che separa i fatti: cinque anni nelle vicende di combattentismo e terrorismo possono diventare un’eternità. Certo le azioni di disturbo verso Teheran compiute dall’organizzazione proseguono e insistenti voci indicano una copiosa infiltrazione del gruppo da parte di agenti della Cia, com’era accaduto per Qaeda. Così i distinguo compiuti dai talebani afghani, che s’oppongono ferocemente agli Usa, sono risultati più marcati.

Chi è Jundullah - E’ un gruppo composto da uzbeki e tajiki, più arabi e aimaq che tempo addietro s’era diviso dal movimento islamico uzbeko (Imu). Il movimento uzbeko aveva avuto un ruolo nel conflitto civile tajiko degli anni Novanta, prima di ritirarsi in Afghanistan e allearsi coi talebani durante il loro governo (1996-2001). Dopo la caduta del regime degli studenti coranici elementi del Jundullah seguirono i talebani nell’esilio in Pakistan e nella nuova base nel Waziristan. Dal 2009 Jundullah ha combattuto al fianco dei talib contro il governo Karzai, conservando però fronti di lotta indipendenti, con comandanti separati in due distretti di Kunduz e uno a Takhar. Già nel 2014, sotto il nuovo leader Osman Gazi, il movimento uzbeko aveva trasferito il suo appoggio dal network talebano a quello del Daesh. Fu sempre Gazi, a fine di quell’anno, a dubitare della sopravvivenza del mullah Omar, tanto da esplicitare il suo assenso alle scelte di Al Baghdadi, chiamandolo ‘Califfo’ e accettandone l’autorità. La decisione era assecondata da altri nuclei uzbeki. Nel novembre 2015 il neo leader talebano Mansour ordinò un attacco a questi dissidenti nell’area di Zabul, dove Gazi trovò la morte. La rottura coi Taliban riavvicinò Jundullah al movimento islamico uzbeko e quest’ultimo restituì il gradimento, accusando i turbanti locali di combattere i migranti uzbeki che avevano lasciato le loro case per venire a proteggere l’Islam. Anche costoro svolgevano azioni di resistenza contro l’esercito di Kabul senza accordarsi coi vertici talebani. Il reclutamento avveniva fra la gente delle province di Kunduz e Takhar, alla cui guida si era posto un giovane religioso, Qari Yaser, rimpiazzato dopo la morte da un altro chierico, Khairullah, parente del mullah Muhammad Ali, un ex comandante talebano di Baghlan.

Clan ed etnìe - A un certo punto per motivi sconosciuti Khairullah sparì (fuggito?, ucciso da amici diventati nemici? non è dato sapere) e alla direzione del gruppo è comparso tal Qari Salahuddin, un uzbeko proveniente da una famiglia religiosa. Il padre e il nonno erano stati predicatori in una moschea dell’area di Borka e lo stesso Salahuddin rivestiva quel ruolo. Secondo una fonte vicina ai talebani questo nuovo leader veniva accreditato dai miliziani uzbeki più anziani e portava con sé decine di combattenti. Nell’agosto 2015, il capo Jundullah della provincia di Kunduz, Qari Bashir Madani, fu ucciso assieme ad altri luogotenenti da un attacco statunitense coi droni. Il gruppo s’era indebolito e con l’offensiva talebana su Kunduz i turbanti minacciavano di disarmare i dissidenti che non si fossero uniti a loro. Così la maggioranza dei guerriglieri Jundullah riparò verso Eshakamesh e Takhar, aree a sud di Kunduz divenute di opposizione ai talebani anche per quanto era accaduto nei sei anni precedenti: i talebani rivestirono sempre meno un ruolo sovra etnico, avvicinandosi alle minoranze pashtun. Uzbeki e tajiki si sentivano abbandonati ma volevano proseguire una resistenza antigovernativa pur avendo limitata organizzazione militare. A fine settembre scorso, quando iniziava l’assedio talebano di Kunduz, i combattenti di Salahuddin lanciarono un proprio attacco al distretto di Eshkamesh e iniziarono una propaganda pro Isis nei villaggi. Secondo altri osservatori ciò accadeva solo perché tutti i reparti talebani erano impegnati nella battaglia di Kunduz. Il mullah Jano, talebano capo della locale commissione giudiziaria, nel giro di poche ore rimpiazzò Salahuddin con un comandante pashtun a lui gradito tal Saifullah, fino a quel momento capo della commissione militare nel distretto. Insomma i Taliban si son trovati di fronte al bivio di reprimere i giovani uzbeki affiliati al Daesh e ascoltare le suppliche dei loro capi tribali più anziani che promettevano di non offrire più rifugio a Salahuddin e a chi lo seguiva. Un conflitto generazionale.

Le radici talebane – Malgrado l’iniziale minaccia di uccidere Salahuddin, i talebani necessitavano d’una buona motivazione. Se l’avessero ucciso la tensione etnica, che comunque ribolle sotto la superficie, si sarebbe indubbiamente intensificata. Tutto ciò avrebbe danneggiato e forse azzerato le relazioni fra talebani e comunità uzbeche. Questo confronto a distanza, che si sarebbe potuto trasformare in aperta competizione, era considerato uno strappo pericoloso anche per Salahuddin che probabilmente ha diminuito le pretese. Così negli ultimi tempi agli alleati del Daesh restava una presenza significativa solo nella provincia del Nangrahar, mentre nel nord-est essa non risulta più né ampia né preoccupante. Le bandiere sventolanti sembrano siano limitate ad alcuni villaggi e i miliziani neri sono stati inseguiti da distretto a distretto, a differenza di quel che era accaduto a Farah nel 2015. A detta dello studioso ultimamente i simpatizzanti del Daesh riducono il loro impegno all’uso della propaganda con videomessaggi tradotti in dari e diffusi tramite la rete e social media: c’era anche una pagina su Facebook denominata Mujahedin-e Qala-ye Zal, in seguito cancellata. E’ difficile determinare il numero di questi supporter, sia di quelli che imbracciano un’arma sia di chi usa l’arma del web. Ciononostante, addirittura la capitale è posta sotto scacco da attacchi combinati e stragi mirate, com’è accaduto alla recente manifestazione della gente hazara che protestava contro decisioni governative sulla negazione di una vitale linea elettrica. Quali siano le basi dell’Isis a Kabul è l’ennesimo mistero mediorientale, con una pista che oltre alle spiegazioni degli interessi etnici va diritto verso gli intrighi della finanza geostrategica e militare con tanto d’implicazione delle Intelligence.

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27/07/2016

Jihad, le radici dell’odio: tre voci

Questione religiosa, ricorso strumentale alla religione, follìa che porta alla distruzione. Tre punti di vista trovano spazio sulla stampa italiana attorno all’ultimo agguato nel segno della jihad compiuto da poco più che adolescenti contro l’anziano parroco di Saint Etienne de Rouvray, in Normandia. Sgozzato. E quest’orrore, che getta sangue sul presunto Islam richiamato dal giovane attentatore e assassino, è una riproposizione nella sacralità d’un luogo di per sé inviolabile, di quelle criminali pratiche svolte altrove, dove solo parzialmente la mediologia globale riesce a riprendere, riprodurre e rivelare. Stragi considerate lontane che invece ci giungono in casa e da un anno a questa parte angosciano l’Occidente. Jean-Louis Tauran, francese, cardinale e ministro nei rapporti con altre religioni per il Vaticano di papa Bergoglio, interpellato da La Repubblica, considera il tragico omicidio: “Un passo in più dentro l’abisso, una follìa che porta alla distruzione”. Che non appartiene all’Islam poiché “l’Islam insegna altro, e qui non credo centri la religione. Non è giusto davanti a questi attentati parlare di religione”. Per il prelato la risposta più adeguata è “Il dialogo. Per rompere la catena infinita della ritorsione e della vendetta, l’unica strada percorribile è quella del dialogo disarmato”. E dell’educazione. “Occorre un’educazione che parta dalla giovane età. E’ il primo strumento per contrastare qualsiasi estremismo e follìa omicida ”.

George Corm, nato ad Alessandria d’Egitto ma libanese d’adozione, economista e storico e fra il 1998 e 2000 anche ministro delle finanze in un governo di passaggio diretto da Selim Ahmed Hoss, concede a L’Avvenire un pensiero storico. Cita nazioni che pretendono: “di essere portavoce di una religione: il Pakistan con l’Islam, Israele costruito sull’ebraismo, l’Arabia Saudita, dove il sostegno degli Usa permise (e permette, ndr) alla famiglia Saud in alleanza con la corrente wahhabita di creare un regno fondato sul radicalismo sunnita. E’ la stessa logica che spiega l’addestramento da parte degli Usa di combattenti islamisti in funzione antisovietica in Afghanistan, che pose le basi di Al Qaeda ... in tutti questi casi, la fede viene chiamata in causa per essere messa la servizio di altri interessi”. Aggiunge: “Dopo lo choc delle guerre mondiali nel Novecento, quando ci si scontrò drammaticamente con i limiti dei valori illuministi e marxisti, si è verificato uno spostamento verso il multiculturalismo: il concetto dell’eguaglianza di fronte alla legge è stato abbandonato a favore del “diritto di essere diversi”, come forma avanzata di democrazia in grado di assecondare le specificità etniche o religiose dei cittadini”. La ‘comunitarizzazione’ del mondo mostra i suoi limiti Quando le differenze di ogni singola comunità vengono organizzate politicamente all’interno di una società, si va incontro a tensioni permanenti, come in Belgio, come in Libano. Un meccanismo che, più che tutelare la diversità, favorisce il divide et impera”.

Il filosofo italiano Giulio Giorello, ascoltato da Il Giornale dichiara di veder circolare: “Un sacco di analisi che applicano alla questione i vecchi canoni marxisti. Non di Marx, ma dei cascami ideologici delle teorie di Marx. Si cerca sempre la spiegazione sociologica, economica si discute d’imperialismo. Non nego che esistano anche queste questioni. Ma qui il nocciolo è religioso, la religione è centrale, non è ‘sovrastruttura’. Dobbiamo difendere a tutti i costi il pluralismo religioso, il diritto di circolare liberamente. E’ arrivato, secondo me, il momento di agire con durezza contro i fanatici, se non difendiamo la laicità della nostra società corriamo dei rischi enormi”. “Il muro contro muro tra religioni non credo possa portare buoni risultati. Sono gli Stati che devono avere un atteggiamento diverso. E anche la società civile deve avere un atteggiamento senza se e senza verso l’intolleranza religiosa. Ci sono questioni su cui dovrebbero intervenire gli islamici illuminati, se ce ne sono... La violenza sta uccidendo dall’interno la loro religione, il loro Dio. Iniziamo anche a dire che non siamo più disposti ad accettare la tolleranza verso gli estremisti nei Paesi arabi. Costoro non possono pensare di sfruttare la tecnologia occidentale e basta. La nostra tecnologia è figlia del pensiero scientifico, della laicità e della pluralità, non si può distaccarla dal pacchetto”.

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Chissà come mai, l'opinione del filosofo pubblicata da Il Giornale è quella peggiore... mancava giusto la citazione alla Fallaci e il cerchio si sarebbe chiuso.