Un documento e istituzioni decisamente anomale hanno fatto sentire la loro voce sulla questione della repressione delle manifestazioni in Myanmar.
Si tratta dei Capi di Stato Maggiore di 12 paesi – tra cui l’Italia – che hanno condannato la violenta repressione della giunta militare contro i manifestanti che chiedono il ripristino del governo civile del Myanmar, deposto lo scorso 1o febbraio dall’esercito, che ha arrestato la leader Aung San Suu Kyi e decine di politici.
In questi giorni una novantina di civili sono stati uccisi negli scontri. Sabato è stato il giorno più sanguinoso dal colpo di Stato, che ha coinciso con la festa delle forze armate che, secondo fonti locali, avrebbe un bilancio ancora più pesante, pari ad almeno 114 morti.
“Come capi della Difesa, condanniamo l’uso di forza letale contro persone disarmate da parte delle forze armate birmane e dei servizi di sicurezza associati”, si legge nell’inusuale comunicato congiunto, firmato dai capi di stato maggiore di Usa, Canada, Regno Unito, Germania, Italia, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, praticamente una sorta di Nato allargata e globale. “Un esercito professionale segue le regole di condotta internazionale e la sua responsabilità è proteggere – non colpire – il popolo che serve”, prosegue la nota dei Capi di Stato Maggiore occidentali “esortiamo le forze armate del Myanmar a lavorare per ripristinare il rispetto e la credibilità persa con le loro azioni di fronte al popolo birmano”.
Appare piuttosto evidente come questo innovativo protagonismo “umanitario” delle gerarchie militari dei paesi della Nato allargata, nasce dal fatto che la giunta militare birmana sia in qualche modo in ottime relazioni con la Cina. Un contingente birmano, ma prima del golpe, ha anche partecipato nel 2019 a manovre militari congiunte con Cina, Russia ed alcune repubbliche asiatiche ex sovietiche nella Russia meridionale.
Eppure sbaglia chi pensa che Pechino sia entusiasta dei militari birmani golpisti. Lo spiega Limes secondo cui “La Cina non gioisce per il colpo di Stato in Myanmar”, ma i suoi interessi strategici la obbligano a preservare i rapporti con il governo instaurato in Birmania dalle Forze armate.
Secondo Limes, Pechino ha tre obiettivi. “Il primo è evitare che il golpe comprometta il completamento del Corridoio economico sino-birmano. Il progetto serve ad accedere all’Oceano Indiano senza passare per lo Stretto di Malacca, presidiato dagli Stati Uniti. Il secondo è preservare l’accesso alle cospicue risorse energetiche e minerarie del vicino meridionale. La Repubblica Popolare è il primo partner commerciale del Myanmar e la sua seconda fonte di investimenti esteri dopo Singapore. Infine, da tempo il governo cinese vuole servirsi dell’appoggio di Naypyidaw (le forze armate, ndr) per accrescere il suo soft power nel Sud-Est asiatico”.
Tra l’altro, negli ultimi cinque anni le relazioni della Cina con il governo della Lega nazionale per la democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi sono state molto fruttuose consentendo a Pechino di riguadagnare l’influenza danneggiata durante il precedente governo Thein Sein.
Tra l’altro, l’intero occidente aveva voltato le spalle al governo del Myanmar di Aung San Suu Kyi dopo la crisi dei rifugiati Rohingya nel 2016-2017. La presidentessa Suu Kyi, avendo bisogno di assistenza e investimenti stranieri per mantenere le sue promesse elettorali di progresso economico, non aveva avuto altra scelta che rivolgersi a Pechino.
Ci sono però parecchi particolari che le gerarchie militari e i mass media dei paesi Nato sembrano omettere in modo piuttosto clamoroso.
Un rapporto Onu del 2018, ad esempio, inchioda la deposta presidentessa Aung San Suu Kyn, Premio Nobel e Medaglia d’oro del Congresso Usa, alle proprie responsabilità nella repressione della minoranza musulmana dei Rohingya. Nel 2020 il Parlamento le ha ritirato il Premio Sacharov che le era stato assegnato nel 1990.
L’indagine delle Nazioni Unite ha infatti macchiato l’immagine dell’ex paladina dei diritti umani con addebiti pesanti e incontrovertibili, motivati non solo dalla sua connivenza con gli abusi inflitti ai Rohingya, ma anche da una serie di sforzi deliberati messi in atto dalla stessa Aung San Suu Kyi al fine di minimizzare i crimini dei militari, inquinare le prove degli eccidi e ostacolare l’ingresso di osservatori internazionali che hanno contribuito a perpetuare narrative false e decisamente tendenziose ai danni delle minoranze musulmane.
Le operazioni di rastrellamento contro i Rohingya erano iniziate nell’estate del 2017 a fini di rappresaglia contro gli attacchi terroristici orditi dall’organizzazione Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) ai danni delle forze armate nazionali e poi sono dilagate innescando una crisi umanitaria con circa 600.000 profughi in fuga, soprattutto verso il Bangladesh.
Ma anche la repressione della popolazione Karen, non è ascrivibile solo all’attuale governo golpista.
Anche durante il governo “democratico” della sig.ra Aung San Suu Kyi la repressione era continuata ed anzi era aumentata. Era il 2016 quando, con il tacito consenso dei Paesi Occidentali e nonostante la sbandierata “svolta” politica, le offensive contro le zone nord orientali abitate da Kachin e Shan erano proseguite indisturbate nel dopo-elezioni, e la guerra era continuata con migliaia di civili costretti a lasciare i loro villaggi sotto la pressione delle truppe birmane.
Dal Myanmar arrivano in questi giorni notizie anche dal Nord est del paese, dove l’esercito avrebbe bombardato le posizioni delle milizie della minoranza Karen, causando tre morti e otto feriti. A riferirlo è Hsa Moon, un’attivista per i diritti umani della comunità Karen. I bombardamenti aerei, i primi da anni a colpire i Karen, sono stati effettuati per rompere l’assedio di una base militare dell’esercito che era stata occupata dai miliziani. La giunta militare non ha rilasciato commenti sull’accaduto né ha confermato il bilancio dei bombardamenti.
Alla parata militare avvenuta sabato nella capitale hanno assistito le delegazioni diplomatiche di otto paesi, tra cui Cina e Russia. Il capo della giunta militare generale Min Aung Hlaing ha minacciato i manifestanti ma promesso il ripristino della democrazia dopo nuove elezioni. L’ambasciata Usa a Yangon ha invitato i cittadini americani a limitare i loro spostamenti dopo che sabato alcuni colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi contro un centro culturale statunitense.
I militari birmani non godono certo di buona fama. Spesso funzionano più con il modello brutale dei “signori della guerra”, con propri feudi e soldati, piuttosto che come struttura centralizzata e rispondente alle autorità centrali. Inoltre la struttura sociale, religiosa ed etnica del Myanmar è un mosaico enorme e conflittuale (musulmani contro buddisti, scontri inter-etnici nel Triangolo d’Oro dove gli investimenti cinesi hanno soppiantato il mercato della droga).
Ma al momento la colpa più grande dei militari golpisti nel Myanmar sembra quella di essere diventati solo un vaso di coccio nello scontro tra potenze occidentali e Cina. Su alcune loro pagine sanguinose, l’occidente ha spesso chiuso gli occhi. E questo è bene saperlo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2021
Myanmar, sangue sulla rivolta
Gli scontri esplosi dopo il golpe militare del primo febbraio scorso in Myanmar stanno assumendo caratteri sempre più violenti in parallelo all’intensificarsi della mobilitazione dei lavoratori di molti settori industriali del paese asiatico. Lo scorso fine settimana si è registrato il dato singolo più pesante in termini di vittime provocate dalle forze di sicurezza, mentre tra la comunità internazionale stanno aumentando le pressioni sulla giunta che ha rimosso il governo semi-civile della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi.
La giornata di domenica ha segnato probabilmente un preoccupante cambio di passo nella strategia di contrasto alle proteste che stanno dilagando in molte città da parte del cosiddetto Consiglio Amministrativo di Stato, l’organo dei vertici militari birmani che ha assunto i pieni poteri. Il regime ha infatti dichiarato la legge marziale in alcuni distretti industriali della principale metropoli, Yangon, assegnando ai comandi militari il potere di “garantire la sicurezza, ristabilire la legge e riportare la calma in maniera più efficace”.
Una nuova escalation dello scontro era iniziata venerdì, quando una folla di persone si era ritrovata davanti a una stazione di polizia di Yangon per chiedere il rilascio di tre fratelli prelevati in precedenza dalla loro abitazione. Secondo i famigliari dei detenuti, a un certo punto la polizia avrebbe aperto il fuoco sui dimostranti, provocando due vittime. Il giorno successivo sono proseguite sia le manifestazioni sia le reazioni violente delle forze dell’ordine. A Yangon, secondo alcune ricostruzioni, ci sarebbero stati quattro morti e altrettanti in altre due località a nord della città e, ancora, quattro vittime nella seconda metropoli del paese, Mandalay.
La situazione è poi precipitata domenica con il centro dell’azione nel distretto di Hlaingthaya, sempre a Yangon, secondo il New York Times abitato in prevalenza da operai e caratterizzato finora dalle proteste più combattive contro il regime. L’intervento delle forze di sicurezza sarebbe avvenuto dopo che alcune fabbriche di proprietà cinese erano state date alle fiamme. Sulle responsabilità degli incendi non c’è chiarezza, ma il regime ha sfruttato l’evento per colpire duramente e dichiarare proprio in quest’area la legge marziale. Il bollettino alla fine è stato di 33 o 34 morti, a cui andrebbe aggiunto un agente di polizia. Complessivamente, domenica i morti sono stati almeno 51, ovvero il bilancio giornaliero più grave dal 3 marzo scorso, quando le vittime in tutto il paese erano state 28.
I militari, che hanno guidato direttamente la ex Birmania per gran arte della storia post-coloniale, avevano preso nuovamente il potere dopo avere denunciato brogli nelle elezioni parlamentari dell’8 novembre scorso, vinte largamente dal NLD di Aung San Suu Kyi. Per le autorità elettorali del Myanmar, non vi erano state invece irregolarità significative durante il voto. San Suu Kyi era finita agli arresti, così come il presidente del Myanmar e molti altri leader del partito di maggioranza. Nelle strade si erano subito riversate decine di migliaia di manifestanti, decisi a impedire il consolidamento del golpe e a chiedere il rispetto dei risultati elettorali. L’esempio delle precedenti repressioni condotte dai militari non ha fatto desistere una protesta che si è rapidamente allargata a molti settori industriali e che ha coinvolto anche non pochi lavoratori del settore pubblico.
Inizialmente, le forze di sicurezza avevano esercitato una relativa moderazione, nella speranza che la resistenza contro il regime finisse per svanire e alla luce dell’attenzione suscitata in tutto il mondo dalla rivolta in corso. Nelle ultime settimane è stata invece sempre più evidente la volontà di spegnere le proteste in modo violento, a dimostrazione delle pressioni che la giunta militare inizia a sentire con l’intensificarsi della mobilitazione popolare.
Una possibile svolta nelle vicende del Myanmar potrebbe essere avvenuta nel fine settimana anche per quanto riguarda il fronte internazionale. Gli eventi che hanno portato agli attacchi contro gli interessi cinesi nel paese del sud-est asiatico hanno infatti spinto Pechino a prendere per la prima volta una presa di posizione molto ferma a livello ufficiale. L’ambasciata cinese nella ex Birmania ha emesso un comunicato per chiedere lo stop a tutti gli atti di violenza e di “punire i responsabili in conformità con la legge”, in modo da garantire la sicurezza dei cittadini e delle compagnie cinesi nel paese. Il verificarsi di azioni anti-cinesi nell’ultimo periodo, al di là delle responsabilità dei singoli episodi, è il risultato del propagarsi di una versione, in larga misura appoggiata e amplificata da governi e media occidentali, che definisce Pechino come il principale sponsor dei militari birmani o, quanto meno, punta il dito contro la Cina per la mancata denuncia del golpe del primo febbraio.
Se ci sono effettivamente pochi dubbi sul fatto che la Cina, così come la Russia e altri paesi di minor peso, abbia finora evitato l’imposizione di misure punitive sostanziali tramite le Nazioni Unite, l’interpretazione delle vicende del Myanmar come un evento che ha favorito prevalentemente gli interessi di Pechino o, addirittura, che è stato coordinato tra la Repubblica Popolare e i militari birmani è a dir poco semplicistica.
Il Myanmar è indiscutibilmente un elemento centrale nei progetti infrastrutturali, commerciali e strategici cinesi riuniti nella formula della “Nuova Via della Seta” o, più precisamente, “Belt and Road Initiative”. In particolare, questo paese va inquadrato negli sforzi della Cina di aggirare le trafficatissime vie d’acqua che collegano l’Oceano Indiano e le sue coste sud-orientali, esposte in caso di conflitto a un rovinoso blocco navale da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. I porti e le vie di terra del Myanmar permettono di collegare molto più rapidamente e in modo sicuro le rotte provenienti da occidente con la provincia sud-occidentale dello Yunnan.
In questo scenario, l’obiettivo primario della Cina riguardo il Myanmar è di gran lunga la stabilità del paese. Infatti, Pechino aveva continuato a intrattenere rapporti molto stretti con la ex Birmania anche dopo la “transizione” democratica, inaugurata nel 2011 e accelerata nel 2015 con il trionfo elettorale del NLD. Anzi, una volta ridimensionato l’entusiasmo americano e dell’Occidente in genere, la Cina aveva consolidato le proprie posizioni in Myanmar costruendo una solida partnership con il governo civile guidato da Aung San Suu Kyi.
Lo stato dei rapporti bilaterali precedenti il primo febbraio rende perciò insensata l’ipotesi di una qualche collaborazione tra Pechino e i generali birmani nella conduzione del golpe. La Cina, piuttosto, coerentemente con i principi di pragmatismo e (relativa) non interferenza negli affari interni di uno stato sovrano, ha assunto una posizione cauta, invitando al dialogo per risolvere la crisi e astenendosi dal condannare i fatti come un colpo di stato, evidentemente per non inimicarsi i militari. La prudenza cinese va collegata anche alla complessità delle posizioni tenute storicamente nei confronti delle minoranze etniche birmane che animano spinte autonomiste o vere e proprie guerriglie contro il governo centrale.
L’atteggiamento dell’Occidente ha avuto invece come obiettivo fin dall’inizio quello di sfruttare gli eventi per esercitare pressioni su Pechino, in modo da mettere alle strette la leadership cinese, nel tentativo di allentare la propria influenza sul Myanmar. Come ha riassunto il commentatore nordirlandese Finian Cunningham sul sito web del network russo Sputnik, “se Pechino non condanna [il golpe e la repressione], i manifestanti possono essere spinti a prendere di mira le infrastrutture cinesi” in Myanmar e, di conseguenza, l’Occidente ha a disposizione materiale per continuare a denunciare il comportamento della Cina. Se, al contrario, “la Cina dovesse condannare [il golpe e la repressione]”, sarebbero le relazioni con i militari birmani a farne le spese.
Per quanto riguarda infine le prospettive delle manifestazioni, anche l’eventuale ristabilimento del legittimo governo del NLD non rappresenterebbe un esito in grado di garantire uno sbocco realmente democratico alla crisi. Proteste e resistenza contro i militari hanno portato più di una volta negli ultimi decenni al ristabilimento di un governo civile in Myanmar, salvo poi assistere a una nuova deriva autoritaria.
La storia degli ultimi cinque anni, segnati dall’emergere della figura di Aung San Suu Kyi, contribuisce a spiegare le ragioni di questa involuzione. Arrivato al potere grazie a un sonoro successo alle urne, il partito NLD ha finito per assecondare i militari birmani e rinunciato a mettere in discussione il sistema creato da questi ultimi per garantirsi costituzionalmente un ruolo di primissimo piano nella gestione degli affari più importanti del paese.
San Suu Kyi, soprattutto, è diventata una sorta di portavoce di quei militari che l’avevano costretta in stato di detenzione per molti anni della sua vita e che l’hanno ora riarrestata, arrivando fino a umiliarsi davanti alla comunità internazionale per difendere il genocidio contro la minoranza musulmana Rohingya. L’installazione al potere del NLD ha in definitiva favorito la smobilitazione delle forze popolari, riemerse dopo la “transizione democratica” inaugurata un decennio fa, e la legittimazione delle forze armate che avevano governato il paese col pugno di ferro e soffocato nel sangue numerose rivolte.
Alla fine, così, quando la popolarità del NLD e di San Suu Kyi è stata confermata dalle urne e si prospettava il possibile timido superamento del sistema bloccato a favore dei militari, questi ultimi sono intervenuti e il risultato è stato un nuovo bagno di sangue. Ciò che resta è una crescente rivolta popolare contro il regime che, tuttavia, rischia di limitarsi a un appello ai governi occidentali, impegnati di fatto soltanto nella promozione dei propri interessi strategici, o al ristabilimento di un altro governo del NLD, con ogni probabilità ancora una volta sotto la tutela dei vertici militari.
Fonte
La giornata di domenica ha segnato probabilmente un preoccupante cambio di passo nella strategia di contrasto alle proteste che stanno dilagando in molte città da parte del cosiddetto Consiglio Amministrativo di Stato, l’organo dei vertici militari birmani che ha assunto i pieni poteri. Il regime ha infatti dichiarato la legge marziale in alcuni distretti industriali della principale metropoli, Yangon, assegnando ai comandi militari il potere di “garantire la sicurezza, ristabilire la legge e riportare la calma in maniera più efficace”.
Una nuova escalation dello scontro era iniziata venerdì, quando una folla di persone si era ritrovata davanti a una stazione di polizia di Yangon per chiedere il rilascio di tre fratelli prelevati in precedenza dalla loro abitazione. Secondo i famigliari dei detenuti, a un certo punto la polizia avrebbe aperto il fuoco sui dimostranti, provocando due vittime. Il giorno successivo sono proseguite sia le manifestazioni sia le reazioni violente delle forze dell’ordine. A Yangon, secondo alcune ricostruzioni, ci sarebbero stati quattro morti e altrettanti in altre due località a nord della città e, ancora, quattro vittime nella seconda metropoli del paese, Mandalay.
La situazione è poi precipitata domenica con il centro dell’azione nel distretto di Hlaingthaya, sempre a Yangon, secondo il New York Times abitato in prevalenza da operai e caratterizzato finora dalle proteste più combattive contro il regime. L’intervento delle forze di sicurezza sarebbe avvenuto dopo che alcune fabbriche di proprietà cinese erano state date alle fiamme. Sulle responsabilità degli incendi non c’è chiarezza, ma il regime ha sfruttato l’evento per colpire duramente e dichiarare proprio in quest’area la legge marziale. Il bollettino alla fine è stato di 33 o 34 morti, a cui andrebbe aggiunto un agente di polizia. Complessivamente, domenica i morti sono stati almeno 51, ovvero il bilancio giornaliero più grave dal 3 marzo scorso, quando le vittime in tutto il paese erano state 28.
I militari, che hanno guidato direttamente la ex Birmania per gran arte della storia post-coloniale, avevano preso nuovamente il potere dopo avere denunciato brogli nelle elezioni parlamentari dell’8 novembre scorso, vinte largamente dal NLD di Aung San Suu Kyi. Per le autorità elettorali del Myanmar, non vi erano state invece irregolarità significative durante il voto. San Suu Kyi era finita agli arresti, così come il presidente del Myanmar e molti altri leader del partito di maggioranza. Nelle strade si erano subito riversate decine di migliaia di manifestanti, decisi a impedire il consolidamento del golpe e a chiedere il rispetto dei risultati elettorali. L’esempio delle precedenti repressioni condotte dai militari non ha fatto desistere una protesta che si è rapidamente allargata a molti settori industriali e che ha coinvolto anche non pochi lavoratori del settore pubblico.
Inizialmente, le forze di sicurezza avevano esercitato una relativa moderazione, nella speranza che la resistenza contro il regime finisse per svanire e alla luce dell’attenzione suscitata in tutto il mondo dalla rivolta in corso. Nelle ultime settimane è stata invece sempre più evidente la volontà di spegnere le proteste in modo violento, a dimostrazione delle pressioni che la giunta militare inizia a sentire con l’intensificarsi della mobilitazione popolare.
Una possibile svolta nelle vicende del Myanmar potrebbe essere avvenuta nel fine settimana anche per quanto riguarda il fronte internazionale. Gli eventi che hanno portato agli attacchi contro gli interessi cinesi nel paese del sud-est asiatico hanno infatti spinto Pechino a prendere per la prima volta una presa di posizione molto ferma a livello ufficiale. L’ambasciata cinese nella ex Birmania ha emesso un comunicato per chiedere lo stop a tutti gli atti di violenza e di “punire i responsabili in conformità con la legge”, in modo da garantire la sicurezza dei cittadini e delle compagnie cinesi nel paese. Il verificarsi di azioni anti-cinesi nell’ultimo periodo, al di là delle responsabilità dei singoli episodi, è il risultato del propagarsi di una versione, in larga misura appoggiata e amplificata da governi e media occidentali, che definisce Pechino come il principale sponsor dei militari birmani o, quanto meno, punta il dito contro la Cina per la mancata denuncia del golpe del primo febbraio.
Se ci sono effettivamente pochi dubbi sul fatto che la Cina, così come la Russia e altri paesi di minor peso, abbia finora evitato l’imposizione di misure punitive sostanziali tramite le Nazioni Unite, l’interpretazione delle vicende del Myanmar come un evento che ha favorito prevalentemente gli interessi di Pechino o, addirittura, che è stato coordinato tra la Repubblica Popolare e i militari birmani è a dir poco semplicistica.
Il Myanmar è indiscutibilmente un elemento centrale nei progetti infrastrutturali, commerciali e strategici cinesi riuniti nella formula della “Nuova Via della Seta” o, più precisamente, “Belt and Road Initiative”. In particolare, questo paese va inquadrato negli sforzi della Cina di aggirare le trafficatissime vie d’acqua che collegano l’Oceano Indiano e le sue coste sud-orientali, esposte in caso di conflitto a un rovinoso blocco navale da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. I porti e le vie di terra del Myanmar permettono di collegare molto più rapidamente e in modo sicuro le rotte provenienti da occidente con la provincia sud-occidentale dello Yunnan.
In questo scenario, l’obiettivo primario della Cina riguardo il Myanmar è di gran lunga la stabilità del paese. Infatti, Pechino aveva continuato a intrattenere rapporti molto stretti con la ex Birmania anche dopo la “transizione” democratica, inaugurata nel 2011 e accelerata nel 2015 con il trionfo elettorale del NLD. Anzi, una volta ridimensionato l’entusiasmo americano e dell’Occidente in genere, la Cina aveva consolidato le proprie posizioni in Myanmar costruendo una solida partnership con il governo civile guidato da Aung San Suu Kyi.
Lo stato dei rapporti bilaterali precedenti il primo febbraio rende perciò insensata l’ipotesi di una qualche collaborazione tra Pechino e i generali birmani nella conduzione del golpe. La Cina, piuttosto, coerentemente con i principi di pragmatismo e (relativa) non interferenza negli affari interni di uno stato sovrano, ha assunto una posizione cauta, invitando al dialogo per risolvere la crisi e astenendosi dal condannare i fatti come un colpo di stato, evidentemente per non inimicarsi i militari. La prudenza cinese va collegata anche alla complessità delle posizioni tenute storicamente nei confronti delle minoranze etniche birmane che animano spinte autonomiste o vere e proprie guerriglie contro il governo centrale.
L’atteggiamento dell’Occidente ha avuto invece come obiettivo fin dall’inizio quello di sfruttare gli eventi per esercitare pressioni su Pechino, in modo da mettere alle strette la leadership cinese, nel tentativo di allentare la propria influenza sul Myanmar. Come ha riassunto il commentatore nordirlandese Finian Cunningham sul sito web del network russo Sputnik, “se Pechino non condanna [il golpe e la repressione], i manifestanti possono essere spinti a prendere di mira le infrastrutture cinesi” in Myanmar e, di conseguenza, l’Occidente ha a disposizione materiale per continuare a denunciare il comportamento della Cina. Se, al contrario, “la Cina dovesse condannare [il golpe e la repressione]”, sarebbero le relazioni con i militari birmani a farne le spese.
Per quanto riguarda infine le prospettive delle manifestazioni, anche l’eventuale ristabilimento del legittimo governo del NLD non rappresenterebbe un esito in grado di garantire uno sbocco realmente democratico alla crisi. Proteste e resistenza contro i militari hanno portato più di una volta negli ultimi decenni al ristabilimento di un governo civile in Myanmar, salvo poi assistere a una nuova deriva autoritaria.
La storia degli ultimi cinque anni, segnati dall’emergere della figura di Aung San Suu Kyi, contribuisce a spiegare le ragioni di questa involuzione. Arrivato al potere grazie a un sonoro successo alle urne, il partito NLD ha finito per assecondare i militari birmani e rinunciato a mettere in discussione il sistema creato da questi ultimi per garantirsi costituzionalmente un ruolo di primissimo piano nella gestione degli affari più importanti del paese.
San Suu Kyi, soprattutto, è diventata una sorta di portavoce di quei militari che l’avevano costretta in stato di detenzione per molti anni della sua vita e che l’hanno ora riarrestata, arrivando fino a umiliarsi davanti alla comunità internazionale per difendere il genocidio contro la minoranza musulmana Rohingya. L’installazione al potere del NLD ha in definitiva favorito la smobilitazione delle forze popolari, riemerse dopo la “transizione democratica” inaugurata un decennio fa, e la legittimazione delle forze armate che avevano governato il paese col pugno di ferro e soffocato nel sangue numerose rivolte.
Alla fine, così, quando la popolarità del NLD e di San Suu Kyi è stata confermata dalle urne e si prospettava il possibile timido superamento del sistema bloccato a favore dei militari, questi ultimi sono intervenuti e il risultato è stato un nuovo bagno di sangue. Ciò che resta è una crescente rivolta popolare contro il regime che, tuttavia, rischia di limitarsi a un appello ai governi occidentali, impegnati di fatto soltanto nella promozione dei propri interessi strategici, o al ristabilimento di un altro governo del NLD, con ogni probabilità ancora una volta sotto la tutela dei vertici militari.
Fonte
30/01/2020
Cina-Myanmar, amici come prima
La recente visita in Myanmar del presidente cinese, Xi Jinping, ha
messo in evidenza il persistere di legami strettissimi tra i due paesi,
nonostante il rimescolamento strategico che era seguito o avrebbe dovuto
seguire il ritorno formale alla democrazia dell’ex Birmania. I due
vicini, per meglio dire, stanno di fatto tornando alla partnership che
caratterizzava i loro rapporti prima del breve idillio con l’Occidente.
Un’evoluzione, quella in corso, che risponde alla necessità per il
Myanmar di evitare l’isolamento internazionale e per la Cina di
sfruttare le opportunità strategiche di ampio respiro offerte
dall’alleato.
La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
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La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
Fonte
09/09/2017
Myanmar, il vero volto di San Suu Kyi
di Michele Paris
Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.
San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.
Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.
A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.
I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.
I musulmani Rohingya che hanno lasciato i propri villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.
La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.
L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.
È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.
Il
sostegno garantito da Washington alla NLD era collegato ai tentativi di
sottrarre un paese strategico come il Myanmar all’influenza cinese,
cresciuta a dismisura nel corso degli anni della dittatura militare
durante i quali esso era virtualmente isolato dalla comunità
internazionale.
Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.
Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.
Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.
Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.
Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.
A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.
Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.
La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.
La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.
Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.
Il
Myanmar rappresenta d’altronde una componente importantissima della
strategia di crescita e di integrazione economica euro-asiatica della
Cina, interessata, tra l’altro, a fare di questo paese un punto di
transito delle rotte energetiche e commerciali provenienti dal Medio
Oriente, in modo da evitare le potenzialmente pericolose vie marittime
sud-orientali.
In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.
Fonte
Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.
San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.
Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.
A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.
I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.
I musulmani Rohingya che hanno lasciato i propri villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.
La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.
L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.
È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.
Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.
Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.
Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.
Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.
Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.
A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.
Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.
La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.
La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.
Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.
In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.
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11/02/2016
Myanmar, la transizione di San Suu Kyi
di Mario Lombardo
Dopo le storiche elezioni dello scorso 8 novembre in Myanmar, vinte a valanga dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, erano subito iniziate frenetiche trattative per trovare un equilibrio nella gestione del potere nel paese del sud-est asiatico, dove i militari continuano a svolgere un ruolo di primo piano. I negoziati tra questi ultimi e la NLD sono ancora in corso e, secondo alcune notizie provenienti dalla ex Birmania, potrebbero risolversi in un clamoroso via libera all’elezione alla presidenza della stessa San Suu Kyi.
Capitalizzando la profondissima ostilità nei confronti di una giunta militare che ha governato il paese con il pugno di ferro per decenni, la NLD aveva ottenuto quasi l’80% dei seggi del Parlamento (Assemblea dell’Unione) in palio. I militari, però, grazie alla Costituzione approvata prima di indire “libere” elezioni, si erano riservati il 25% dei seggi e l’assegnazione di alcuni ministeri-chiave, come quello della Difesa e degli Interni. Per emendare la Costituzione è necessario un voto favorevole del 75% più uno dei membri del Parlamento.
Inoltre, con il preciso scopo di impedire ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente, era stato stabilito che alla massima carica del paese non poteva accedere chi avesse parenti stretti di nazionalità diversa da quella birmana. Com’è noto, il marito – deceduto – e i due figli della 70enne premio Nobel hanno cittadinanza britannica.
Il nuovo Parlamento si è ad ogni modo insediato la settimana scorsa nella capitale, Naypyitaw, e alcune delle prime iniziative della nuova maggioranza guidata da San Suu Kyi hanno dimostrato l’esistenza di intense discussioni tra la NLD e il Partito Unito per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP) dei militari. Anzi, la NLD ha mostrato ampia disponibilità a collaborare con i militari. Ad esempio, il deputato del USDP, T Khun Myat, è stato eletto vice-presidente della Camera dei Rappresentanti, mentre l’ex “speaker” ed ex generale Shwe Mann, già numero uno del USDP, è stato messo a capo di una potente commissione parlamentare.
Queste e altre concessioni, secondo alcuni, potrebbero rientrare in un accordo per consentire ad Aung San Suu Kyi di essere eletta presidente del Myanmar. Due esponenti di spicco della NLD hanno rivelato qualche giorno fa al New York Times che il partito ora di maggioranza è pronto a offrire ai militari posizioni di rilievo nel governo in cambio di una modifica costituzionale.
Vista la sensibilità di un’iniziativa di questo genere, la stampa locale e internazionale sta ipotizzando che vi sia allo studio in questi giorni la possibilità di ricorrere a un espediente per ottenere lo stesso obiettivo, quello cioè di “sospendere” l’articolo 59(f) della Costituzione, che vieta appunto a personalità politiche nella condizione famigliare di San Suu Kyi di correre per la presidenza.
Questa eventualità è stata smentita seccamente dal portavoce del gruppo parlamentare del USDP, generale Tin San Naing, il quale ha addirittura escluso che siano in corso discussioni con la NLD sull’argomento. In generale, anche i vertici della NLD stanno evitando di parlare dei negoziati con i militari, tanto che a fine gennaio, poco prima di un incontro con il comandante delle Forze Armate birmane, generale Min Aung Hlaing, avevano emesso una direttiva che autorizzava la sola San Suu Kyi a parlare pubblicamente delle questioni legate al processo di “transizione”.
La prudenza di entrambe le parti è comprensibile. I militari, da un lato, non intendono mostrare segnali di debolezza nonostante la batosta subita alle urne, mentre per la leader della NLD la rivelazione dei dettagli sulle trattative per la spartizione del potere con coloro che l’hanno costretta a una lunga prigionia potrebbe macchiare l’immagine attentamente costruita di “icona” democratica.
D’altra parte, i militari birmani, riservandosi la possibilità di intervenire nelle vicende politiche del paese, intendono salvaguardare i propri interessi, soprattutto economici, anche se ufficialmente in minoranza e, per questa ragione, eventuali concessioni alla NLD sulla questione della presidenza dovranno essere ricambiate in maniera adeguata.
Un altro segnale che le discussioni stanno proseguendo è giunto proprio in questi giorni, con l’annuncio del rinvio delle nomine dei candidati alla presidenza al prossimo mese di marzo. Secondo la Costituzione, i nomi dei tre possibili presidenti devono essere proposti dalle due camere che compongono il Parlamento e dalle Forze Armate. Una seduta congiunta del Parlamento è chiamata poi a scegliere il presidente, mentre i due candidati perdenti diventano automaticamente i nuovi vice-presidenti.
Per lo spostamento delle nomine al 17 marzo prossimo non sono state fornite motivazioni ufficiali, né dai militari né dalla NLD. Il fatto che vi siano trattative delicate in corso è confermato però dall’insolita vicinanza di questa data a quella prevista per l’insediamento del nuovo governo, ovvero il primo di aprile, prima della quale dovrà essere eletto il prossimo presidente. Cinque anni fa, in seguito al voto boicottato dalla NLD, al Parlamento bastarono pochi giorni dopo l’insediamento per eleggere presidente l’ex generale Thein Sein.
Le
vicende seguite al ritorno alla politica attiva della NLD e di Aung San
Suu Kyi in Myanmar non sembrano dunque per il momento rispettare del
tutto le aspettative democratiche degli elettori birmani che, con
entusiasmo, avevano salutato l’arrivo di una nuova era. Il premio Nobel,
già prima delle elezioni, aveva agito come una sorta di portavoce della
giunta militare, visitando vari paesi occidentali per chiedere ai loro
governi di credere nel processo di transizione in atto nel suo paese e
revocare le sanzioni economiche applicate nei confronti del regime.
Con vari esponenti di quest’ultimo, poi, San Suu Kyi ha stabilito in fretta rapporti molto cordiali, mostrando una certa sicurezza nella possibilità di ricoprire un ruolo tutt’altro che simbolico nel panorama politico birmano. Tuttora citata dai media di mezzo mondo è la sua dichiarazione di qualche mese fa, con la quale aveva assicurato che chiunque sarebbe stato scelto come presidente dalla NLD, soltanto a lei sarebbero spettate le decisioni più importanti per il paese.
Il comportamento di Aung San Suu Kyi è stato criticato da molti anche all’interno del suo partito in Myanmar, sia per la spregiudicatezza con cui ha deciso di trattare con i militari sia, in questo caso soprattutto dall’estero, per la sostanziale indifferenza nei confronti della minoranza musulmana Rohingya che vive nel paese, sottoposta a una durissima repressione, se non a un vero e proprio genocidio, da parte delle autorità e della maggioranza buddista.
Agli osservatori non intossicati dalla propaganda occidentale, tuttavia, questa sorta di evoluzione non risulta particolarmente sorprendente. Come molti altri martiri della democrazia o presunti tali in Asia e altrove, anche Aung San Suu Kyi rappresenta uno degli strumenti dei governi occidentali, a cominciare da quello americano, per penetrare e promuovere i propri interessi in paesi guidati da regimi ostili o strategicamente non allineati.
In questo quadro, le battaglie democratiche di personalità come il premio Nobel birmano si risolvono in larga misura nell’apertura dei rispettivi paesi agli investitori stranieri e all’integrazione nei circuiti del capitalismo internazionale. I benefici di questi processi sono raccolti quasi esclusivamente da una classe borghese relativamente ristretta, a cui partiti come la NLD fanno riferimento, mentre la gran parte della popolazione può aspirare tutt’al più a diventare manodopera a bassissimo costo per le multinazionali.
Questa è naturalmente l’evoluzione che ci si attende da un Myanmar in fase di transizione. Una transizione avviata proprio dal regime militare, i cui membri hanno utilizzato Aung San Suu Kyi per riavvicinarsi agli Stati Uniti e all’Occidente dopo molti anni segnati dall’isolamento internazionale e da una partnership politica ed economica quasi esclusiva con la Cina.
Gli
USA, da parte loro, hanno intravisto la possibilità di sottrarre un
paese strategico come la ex Birmania all’influenza di Pechino dopo il
lancio della cosiddetta “svolta” asiatica da parte dell’amministrazione
Obama, ricorrendo come di consueto sia a minacce che a incentivi per
convincere il regime a cambiare rotta.
Anche e soprattutto con la fine degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, letteralmente dall’oggi al domani il Myanmar è passato così da paria a paese in transizione democratica, quando l’unico vero cambiamento era stato il riorientamento strategico del regime da Pechino a Washington, sia pure con tutte le sfumature del caso.
Le prime elezioni “libere” dello scorso novembre hanno poi contribuito a legittimare il cambiamento agli occhi della comunità internazionale, anche se i negoziati tra la NLD e i militari di queste settimane, oltre a metterne di nuovo in dubbio la credibilità, rivelano il persistere di tensioni interne che minacciano di mettere a repentaglio l’intero processo accuratamente preparato da tutte le parti in causa, dentro e fuori i confini della ex Birmania.
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Dopo le storiche elezioni dello scorso 8 novembre in Myanmar, vinte a valanga dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, erano subito iniziate frenetiche trattative per trovare un equilibrio nella gestione del potere nel paese del sud-est asiatico, dove i militari continuano a svolgere un ruolo di primo piano. I negoziati tra questi ultimi e la NLD sono ancora in corso e, secondo alcune notizie provenienti dalla ex Birmania, potrebbero risolversi in un clamoroso via libera all’elezione alla presidenza della stessa San Suu Kyi.
Capitalizzando la profondissima ostilità nei confronti di una giunta militare che ha governato il paese con il pugno di ferro per decenni, la NLD aveva ottenuto quasi l’80% dei seggi del Parlamento (Assemblea dell’Unione) in palio. I militari, però, grazie alla Costituzione approvata prima di indire “libere” elezioni, si erano riservati il 25% dei seggi e l’assegnazione di alcuni ministeri-chiave, come quello della Difesa e degli Interni. Per emendare la Costituzione è necessario un voto favorevole del 75% più uno dei membri del Parlamento.
Inoltre, con il preciso scopo di impedire ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente, era stato stabilito che alla massima carica del paese non poteva accedere chi avesse parenti stretti di nazionalità diversa da quella birmana. Com’è noto, il marito – deceduto – e i due figli della 70enne premio Nobel hanno cittadinanza britannica.
Il nuovo Parlamento si è ad ogni modo insediato la settimana scorsa nella capitale, Naypyitaw, e alcune delle prime iniziative della nuova maggioranza guidata da San Suu Kyi hanno dimostrato l’esistenza di intense discussioni tra la NLD e il Partito Unito per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP) dei militari. Anzi, la NLD ha mostrato ampia disponibilità a collaborare con i militari. Ad esempio, il deputato del USDP, T Khun Myat, è stato eletto vice-presidente della Camera dei Rappresentanti, mentre l’ex “speaker” ed ex generale Shwe Mann, già numero uno del USDP, è stato messo a capo di una potente commissione parlamentare.
Queste e altre concessioni, secondo alcuni, potrebbero rientrare in un accordo per consentire ad Aung San Suu Kyi di essere eletta presidente del Myanmar. Due esponenti di spicco della NLD hanno rivelato qualche giorno fa al New York Times che il partito ora di maggioranza è pronto a offrire ai militari posizioni di rilievo nel governo in cambio di una modifica costituzionale.
Vista la sensibilità di un’iniziativa di questo genere, la stampa locale e internazionale sta ipotizzando che vi sia allo studio in questi giorni la possibilità di ricorrere a un espediente per ottenere lo stesso obiettivo, quello cioè di “sospendere” l’articolo 59(f) della Costituzione, che vieta appunto a personalità politiche nella condizione famigliare di San Suu Kyi di correre per la presidenza.
Questa eventualità è stata smentita seccamente dal portavoce del gruppo parlamentare del USDP, generale Tin San Naing, il quale ha addirittura escluso che siano in corso discussioni con la NLD sull’argomento. In generale, anche i vertici della NLD stanno evitando di parlare dei negoziati con i militari, tanto che a fine gennaio, poco prima di un incontro con il comandante delle Forze Armate birmane, generale Min Aung Hlaing, avevano emesso una direttiva che autorizzava la sola San Suu Kyi a parlare pubblicamente delle questioni legate al processo di “transizione”.
La prudenza di entrambe le parti è comprensibile. I militari, da un lato, non intendono mostrare segnali di debolezza nonostante la batosta subita alle urne, mentre per la leader della NLD la rivelazione dei dettagli sulle trattative per la spartizione del potere con coloro che l’hanno costretta a una lunga prigionia potrebbe macchiare l’immagine attentamente costruita di “icona” democratica.
D’altra parte, i militari birmani, riservandosi la possibilità di intervenire nelle vicende politiche del paese, intendono salvaguardare i propri interessi, soprattutto economici, anche se ufficialmente in minoranza e, per questa ragione, eventuali concessioni alla NLD sulla questione della presidenza dovranno essere ricambiate in maniera adeguata.
Un altro segnale che le discussioni stanno proseguendo è giunto proprio in questi giorni, con l’annuncio del rinvio delle nomine dei candidati alla presidenza al prossimo mese di marzo. Secondo la Costituzione, i nomi dei tre possibili presidenti devono essere proposti dalle due camere che compongono il Parlamento e dalle Forze Armate. Una seduta congiunta del Parlamento è chiamata poi a scegliere il presidente, mentre i due candidati perdenti diventano automaticamente i nuovi vice-presidenti.
Per lo spostamento delle nomine al 17 marzo prossimo non sono state fornite motivazioni ufficiali, né dai militari né dalla NLD. Il fatto che vi siano trattative delicate in corso è confermato però dall’insolita vicinanza di questa data a quella prevista per l’insediamento del nuovo governo, ovvero il primo di aprile, prima della quale dovrà essere eletto il prossimo presidente. Cinque anni fa, in seguito al voto boicottato dalla NLD, al Parlamento bastarono pochi giorni dopo l’insediamento per eleggere presidente l’ex generale Thein Sein.
Con vari esponenti di quest’ultimo, poi, San Suu Kyi ha stabilito in fretta rapporti molto cordiali, mostrando una certa sicurezza nella possibilità di ricoprire un ruolo tutt’altro che simbolico nel panorama politico birmano. Tuttora citata dai media di mezzo mondo è la sua dichiarazione di qualche mese fa, con la quale aveva assicurato che chiunque sarebbe stato scelto come presidente dalla NLD, soltanto a lei sarebbero spettate le decisioni più importanti per il paese.
Il comportamento di Aung San Suu Kyi è stato criticato da molti anche all’interno del suo partito in Myanmar, sia per la spregiudicatezza con cui ha deciso di trattare con i militari sia, in questo caso soprattutto dall’estero, per la sostanziale indifferenza nei confronti della minoranza musulmana Rohingya che vive nel paese, sottoposta a una durissima repressione, se non a un vero e proprio genocidio, da parte delle autorità e della maggioranza buddista.
Agli osservatori non intossicati dalla propaganda occidentale, tuttavia, questa sorta di evoluzione non risulta particolarmente sorprendente. Come molti altri martiri della democrazia o presunti tali in Asia e altrove, anche Aung San Suu Kyi rappresenta uno degli strumenti dei governi occidentali, a cominciare da quello americano, per penetrare e promuovere i propri interessi in paesi guidati da regimi ostili o strategicamente non allineati.
In questo quadro, le battaglie democratiche di personalità come il premio Nobel birmano si risolvono in larga misura nell’apertura dei rispettivi paesi agli investitori stranieri e all’integrazione nei circuiti del capitalismo internazionale. I benefici di questi processi sono raccolti quasi esclusivamente da una classe borghese relativamente ristretta, a cui partiti come la NLD fanno riferimento, mentre la gran parte della popolazione può aspirare tutt’al più a diventare manodopera a bassissimo costo per le multinazionali.
Questa è naturalmente l’evoluzione che ci si attende da un Myanmar in fase di transizione. Una transizione avviata proprio dal regime militare, i cui membri hanno utilizzato Aung San Suu Kyi per riavvicinarsi agli Stati Uniti e all’Occidente dopo molti anni segnati dall’isolamento internazionale e da una partnership politica ed economica quasi esclusiva con la Cina.
Anche e soprattutto con la fine degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, letteralmente dall’oggi al domani il Myanmar è passato così da paria a paese in transizione democratica, quando l’unico vero cambiamento era stato il riorientamento strategico del regime da Pechino a Washington, sia pure con tutte le sfumature del caso.
Le prime elezioni “libere” dello scorso novembre hanno poi contribuito a legittimare il cambiamento agli occhi della comunità internazionale, anche se i negoziati tra la NLD e i militari di queste settimane, oltre a metterne di nuovo in dubbio la credibilità, rivelano il persistere di tensioni interne che minacciano di mettere a repentaglio l’intero processo accuratamente preparato da tutte le parti in causa, dentro e fuori i confini della ex Birmania.
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