Gli scontri esplosi dopo il golpe militare del primo febbraio scorso in Myanmar stanno assumendo caratteri sempre più violenti in parallelo all’intensificarsi della mobilitazione dei lavoratori di molti settori industriali del paese asiatico. Lo scorso fine settimana si è registrato il dato singolo più pesante in termini di vittime provocate dalle forze di sicurezza, mentre tra la comunità internazionale stanno aumentando le pressioni sulla giunta che ha rimosso il governo semi-civile della Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi.
La giornata di domenica ha segnato probabilmente un preoccupante cambio di passo nella strategia di contrasto alle proteste che stanno dilagando in molte città da parte del cosiddetto Consiglio Amministrativo di Stato, l’organo dei vertici militari birmani che ha assunto i pieni poteri. Il regime ha infatti dichiarato la legge marziale in alcuni distretti industriali della principale metropoli, Yangon, assegnando ai comandi militari il potere di “garantire la sicurezza, ristabilire la legge e riportare la calma in maniera più efficace”.
Una nuova escalation dello scontro era iniziata venerdì, quando una folla di persone si era ritrovata davanti a una stazione di polizia di Yangon per chiedere il rilascio di tre fratelli prelevati in precedenza dalla loro abitazione. Secondo i famigliari dei detenuti, a un certo punto la polizia avrebbe aperto il fuoco sui dimostranti, provocando due vittime. Il giorno successivo sono proseguite sia le manifestazioni sia le reazioni violente delle forze dell’ordine. A Yangon, secondo alcune ricostruzioni, ci sarebbero stati quattro morti e altrettanti in altre due località a nord della città e, ancora, quattro vittime nella seconda metropoli del paese, Mandalay.
La situazione è poi precipitata domenica con il centro dell’azione nel distretto di Hlaingthaya, sempre a Yangon, secondo il New York Times abitato in prevalenza da operai e caratterizzato finora dalle proteste più combattive contro il regime. L’intervento delle forze di sicurezza sarebbe avvenuto dopo che alcune fabbriche di proprietà cinese erano state date alle fiamme. Sulle responsabilità degli incendi non c’è chiarezza, ma il regime ha sfruttato l’evento per colpire duramente e dichiarare proprio in quest’area la legge marziale. Il bollettino alla fine è stato di 33 o 34 morti, a cui andrebbe aggiunto un agente di polizia. Complessivamente, domenica i morti sono stati almeno 51, ovvero il bilancio giornaliero più grave dal 3 marzo scorso, quando le vittime in tutto il paese erano state 28.
I militari, che hanno guidato direttamente la ex Birmania per gran arte della storia post-coloniale, avevano preso nuovamente il potere dopo avere denunciato brogli nelle elezioni parlamentari dell’8 novembre scorso, vinte largamente dal NLD di Aung San Suu Kyi. Per le autorità elettorali del Myanmar, non vi erano state invece irregolarità significative durante il voto. San Suu Kyi era finita agli arresti, così come il presidente del Myanmar e molti altri leader del partito di maggioranza. Nelle strade si erano subito riversate decine di migliaia di manifestanti, decisi a impedire il consolidamento del golpe e a chiedere il rispetto dei risultati elettorali. L’esempio delle precedenti repressioni condotte dai militari non ha fatto desistere una protesta che si è rapidamente allargata a molti settori industriali e che ha coinvolto anche non pochi lavoratori del settore pubblico.
Inizialmente, le forze di sicurezza avevano esercitato una relativa moderazione, nella speranza che la resistenza contro il regime finisse per svanire e alla luce dell’attenzione suscitata in tutto il mondo dalla rivolta in corso. Nelle ultime settimane è stata invece sempre più evidente la volontà di spegnere le proteste in modo violento, a dimostrazione delle pressioni che la giunta militare inizia a sentire con l’intensificarsi della mobilitazione popolare.
Una possibile svolta nelle vicende del Myanmar potrebbe essere avvenuta nel fine settimana anche per quanto riguarda il fronte internazionale. Gli eventi che hanno portato agli attacchi contro gli interessi cinesi nel paese del sud-est asiatico hanno infatti spinto Pechino a prendere per la prima volta una presa di posizione molto ferma a livello ufficiale. L’ambasciata cinese nella ex Birmania ha emesso un comunicato per chiedere lo stop a tutti gli atti di violenza e di “punire i responsabili in conformità con la legge”, in modo da garantire la sicurezza dei cittadini e delle compagnie cinesi nel paese. Il verificarsi di azioni anti-cinesi nell’ultimo periodo, al di là delle responsabilità dei singoli episodi, è il risultato del propagarsi di una versione, in larga misura appoggiata e amplificata da governi e media occidentali, che definisce Pechino come il principale sponsor dei militari birmani o, quanto meno, punta il dito contro la Cina per la mancata denuncia del golpe del primo febbraio.
Se ci sono effettivamente pochi dubbi sul fatto che la Cina, così come la Russia e altri paesi di minor peso, abbia finora evitato l’imposizione di misure punitive sostanziali tramite le Nazioni Unite, l’interpretazione delle vicende del Myanmar come un evento che ha favorito prevalentemente gli interessi di Pechino o, addirittura, che è stato coordinato tra la Repubblica Popolare e i militari birmani è a dir poco semplicistica.
Il Myanmar è indiscutibilmente un elemento centrale nei progetti infrastrutturali, commerciali e strategici cinesi riuniti nella formula della “Nuova Via della Seta” o, più precisamente, “Belt and Road Initiative”. In particolare, questo paese va inquadrato negli sforzi della Cina di aggirare le trafficatissime vie d’acqua che collegano l’Oceano Indiano e le sue coste sud-orientali, esposte in caso di conflitto a un rovinoso blocco navale da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. I porti e le vie di terra del Myanmar permettono di collegare molto più rapidamente e in modo sicuro le rotte provenienti da occidente con la provincia sud-occidentale dello Yunnan.
In questo scenario, l’obiettivo primario della Cina riguardo il Myanmar è di gran lunga la stabilità del paese. Infatti, Pechino aveva continuato a intrattenere rapporti molto stretti con la ex Birmania anche dopo la “transizione” democratica, inaugurata nel 2011 e accelerata nel 2015 con il trionfo elettorale del NLD. Anzi, una volta ridimensionato l’entusiasmo americano e dell’Occidente in genere, la Cina aveva consolidato le proprie posizioni in Myanmar costruendo una solida partnership con il governo civile guidato da Aung San Suu Kyi.
Lo stato dei rapporti bilaterali precedenti il primo febbraio rende perciò insensata l’ipotesi di una qualche collaborazione tra Pechino e i generali birmani nella conduzione del golpe. La Cina, piuttosto, coerentemente con i principi di pragmatismo e (relativa) non interferenza negli affari interni di uno stato sovrano, ha assunto una posizione cauta, invitando al dialogo per risolvere la crisi e astenendosi dal condannare i fatti come un colpo di stato, evidentemente per non inimicarsi i militari. La prudenza cinese va collegata anche alla complessità delle posizioni tenute storicamente nei confronti delle minoranze etniche birmane che animano spinte autonomiste o vere e proprie guerriglie contro il governo centrale.
L’atteggiamento dell’Occidente ha avuto invece come obiettivo fin dall’inizio quello di sfruttare gli eventi per esercitare pressioni su Pechino, in modo da mettere alle strette la leadership cinese, nel tentativo di allentare la propria influenza sul Myanmar. Come ha riassunto il commentatore nordirlandese Finian Cunningham sul sito web del network russo Sputnik, “se Pechino non condanna [il golpe e la repressione], i manifestanti possono essere spinti a prendere di mira le infrastrutture cinesi” in Myanmar e, di conseguenza, l’Occidente ha a disposizione materiale per continuare a denunciare il comportamento della Cina. Se, al contrario, “la Cina dovesse condannare [il golpe e la repressione]”, sarebbero le relazioni con i militari birmani a farne le spese.
Per quanto riguarda infine le prospettive delle manifestazioni, anche l’eventuale ristabilimento del legittimo governo del NLD non rappresenterebbe un esito in grado di garantire uno sbocco realmente democratico alla crisi. Proteste e resistenza contro i militari hanno portato più di una volta negli ultimi decenni al ristabilimento di un governo civile in Myanmar, salvo poi assistere a una nuova deriva autoritaria.
La storia degli ultimi cinque anni, segnati dall’emergere della figura di Aung San Suu Kyi, contribuisce a spiegare le ragioni di questa involuzione. Arrivato al potere grazie a un sonoro successo alle urne, il partito NLD ha finito per assecondare i militari birmani e rinunciato a mettere in discussione il sistema creato da questi ultimi per garantirsi costituzionalmente un ruolo di primissimo piano nella gestione degli affari più importanti del paese.
San Suu Kyi, soprattutto, è diventata una sorta di portavoce di quei militari che l’avevano costretta in stato di detenzione per molti anni della sua vita e che l’hanno ora riarrestata, arrivando fino a umiliarsi davanti alla comunità internazionale per difendere il genocidio contro la minoranza musulmana Rohingya. L’installazione al potere del NLD ha in definitiva favorito la smobilitazione delle forze popolari, riemerse dopo la “transizione democratica” inaugurata un decennio fa, e la legittimazione delle forze armate che avevano governato il paese col pugno di ferro e soffocato nel sangue numerose rivolte.
Alla fine, così, quando la popolarità del NLD e di San Suu Kyi è stata confermata dalle urne e si prospettava il possibile timido superamento del sistema bloccato a favore dei militari, questi ultimi sono intervenuti e il risultato è stato un nuovo bagno di sangue. Ciò che resta è una crescente rivolta popolare contro il regime che, tuttavia, rischia di limitarsi a un appello ai governi occidentali, impegnati di fatto soltanto nella promozione dei propri interessi strategici, o al ristabilimento di un altro governo del NLD, con ogni probabilità ancora una volta sotto la tutela dei vertici militari.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/03/2021
11/02/2016
Myanmar, la transizione di San Suu Kyi
di Mario Lombardo
Dopo le storiche elezioni dello scorso 8 novembre in Myanmar, vinte a valanga dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, erano subito iniziate frenetiche trattative per trovare un equilibrio nella gestione del potere nel paese del sud-est asiatico, dove i militari continuano a svolgere un ruolo di primo piano. I negoziati tra questi ultimi e la NLD sono ancora in corso e, secondo alcune notizie provenienti dalla ex Birmania, potrebbero risolversi in un clamoroso via libera all’elezione alla presidenza della stessa San Suu Kyi.
Capitalizzando la profondissima ostilità nei confronti di una giunta militare che ha governato il paese con il pugno di ferro per decenni, la NLD aveva ottenuto quasi l’80% dei seggi del Parlamento (Assemblea dell’Unione) in palio. I militari, però, grazie alla Costituzione approvata prima di indire “libere” elezioni, si erano riservati il 25% dei seggi e l’assegnazione di alcuni ministeri-chiave, come quello della Difesa e degli Interni. Per emendare la Costituzione è necessario un voto favorevole del 75% più uno dei membri del Parlamento.
Inoltre, con il preciso scopo di impedire ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente, era stato stabilito che alla massima carica del paese non poteva accedere chi avesse parenti stretti di nazionalità diversa da quella birmana. Com’è noto, il marito – deceduto – e i due figli della 70enne premio Nobel hanno cittadinanza britannica.
Il nuovo Parlamento si è ad ogni modo insediato la settimana scorsa nella capitale, Naypyitaw, e alcune delle prime iniziative della nuova maggioranza guidata da San Suu Kyi hanno dimostrato l’esistenza di intense discussioni tra la NLD e il Partito Unito per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP) dei militari. Anzi, la NLD ha mostrato ampia disponibilità a collaborare con i militari. Ad esempio, il deputato del USDP, T Khun Myat, è stato eletto vice-presidente della Camera dei Rappresentanti, mentre l’ex “speaker” ed ex generale Shwe Mann, già numero uno del USDP, è stato messo a capo di una potente commissione parlamentare.
Queste e altre concessioni, secondo alcuni, potrebbero rientrare in un accordo per consentire ad Aung San Suu Kyi di essere eletta presidente del Myanmar. Due esponenti di spicco della NLD hanno rivelato qualche giorno fa al New York Times che il partito ora di maggioranza è pronto a offrire ai militari posizioni di rilievo nel governo in cambio di una modifica costituzionale.
Vista la sensibilità di un’iniziativa di questo genere, la stampa locale e internazionale sta ipotizzando che vi sia allo studio in questi giorni la possibilità di ricorrere a un espediente per ottenere lo stesso obiettivo, quello cioè di “sospendere” l’articolo 59(f) della Costituzione, che vieta appunto a personalità politiche nella condizione famigliare di San Suu Kyi di correre per la presidenza.
Questa eventualità è stata smentita seccamente dal portavoce del gruppo parlamentare del USDP, generale Tin San Naing, il quale ha addirittura escluso che siano in corso discussioni con la NLD sull’argomento. In generale, anche i vertici della NLD stanno evitando di parlare dei negoziati con i militari, tanto che a fine gennaio, poco prima di un incontro con il comandante delle Forze Armate birmane, generale Min Aung Hlaing, avevano emesso una direttiva che autorizzava la sola San Suu Kyi a parlare pubblicamente delle questioni legate al processo di “transizione”.
La prudenza di entrambe le parti è comprensibile. I militari, da un lato, non intendono mostrare segnali di debolezza nonostante la batosta subita alle urne, mentre per la leader della NLD la rivelazione dei dettagli sulle trattative per la spartizione del potere con coloro che l’hanno costretta a una lunga prigionia potrebbe macchiare l’immagine attentamente costruita di “icona” democratica.
D’altra parte, i militari birmani, riservandosi la possibilità di intervenire nelle vicende politiche del paese, intendono salvaguardare i propri interessi, soprattutto economici, anche se ufficialmente in minoranza e, per questa ragione, eventuali concessioni alla NLD sulla questione della presidenza dovranno essere ricambiate in maniera adeguata.
Un altro segnale che le discussioni stanno proseguendo è giunto proprio in questi giorni, con l’annuncio del rinvio delle nomine dei candidati alla presidenza al prossimo mese di marzo. Secondo la Costituzione, i nomi dei tre possibili presidenti devono essere proposti dalle due camere che compongono il Parlamento e dalle Forze Armate. Una seduta congiunta del Parlamento è chiamata poi a scegliere il presidente, mentre i due candidati perdenti diventano automaticamente i nuovi vice-presidenti.
Per lo spostamento delle nomine al 17 marzo prossimo non sono state fornite motivazioni ufficiali, né dai militari né dalla NLD. Il fatto che vi siano trattative delicate in corso è confermato però dall’insolita vicinanza di questa data a quella prevista per l’insediamento del nuovo governo, ovvero il primo di aprile, prima della quale dovrà essere eletto il prossimo presidente. Cinque anni fa, in seguito al voto boicottato dalla NLD, al Parlamento bastarono pochi giorni dopo l’insediamento per eleggere presidente l’ex generale Thein Sein.
Le
vicende seguite al ritorno alla politica attiva della NLD e di Aung San
Suu Kyi in Myanmar non sembrano dunque per il momento rispettare del
tutto le aspettative democratiche degli elettori birmani che, con
entusiasmo, avevano salutato l’arrivo di una nuova era. Il premio Nobel,
già prima delle elezioni, aveva agito come una sorta di portavoce della
giunta militare, visitando vari paesi occidentali per chiedere ai loro
governi di credere nel processo di transizione in atto nel suo paese e
revocare le sanzioni economiche applicate nei confronti del regime.
Con vari esponenti di quest’ultimo, poi, San Suu Kyi ha stabilito in fretta rapporti molto cordiali, mostrando una certa sicurezza nella possibilità di ricoprire un ruolo tutt’altro che simbolico nel panorama politico birmano. Tuttora citata dai media di mezzo mondo è la sua dichiarazione di qualche mese fa, con la quale aveva assicurato che chiunque sarebbe stato scelto come presidente dalla NLD, soltanto a lei sarebbero spettate le decisioni più importanti per il paese.
Il comportamento di Aung San Suu Kyi è stato criticato da molti anche all’interno del suo partito in Myanmar, sia per la spregiudicatezza con cui ha deciso di trattare con i militari sia, in questo caso soprattutto dall’estero, per la sostanziale indifferenza nei confronti della minoranza musulmana Rohingya che vive nel paese, sottoposta a una durissima repressione, se non a un vero e proprio genocidio, da parte delle autorità e della maggioranza buddista.
Agli osservatori non intossicati dalla propaganda occidentale, tuttavia, questa sorta di evoluzione non risulta particolarmente sorprendente. Come molti altri martiri della democrazia o presunti tali in Asia e altrove, anche Aung San Suu Kyi rappresenta uno degli strumenti dei governi occidentali, a cominciare da quello americano, per penetrare e promuovere i propri interessi in paesi guidati da regimi ostili o strategicamente non allineati.
In questo quadro, le battaglie democratiche di personalità come il premio Nobel birmano si risolvono in larga misura nell’apertura dei rispettivi paesi agli investitori stranieri e all’integrazione nei circuiti del capitalismo internazionale. I benefici di questi processi sono raccolti quasi esclusivamente da una classe borghese relativamente ristretta, a cui partiti come la NLD fanno riferimento, mentre la gran parte della popolazione può aspirare tutt’al più a diventare manodopera a bassissimo costo per le multinazionali.
Questa è naturalmente l’evoluzione che ci si attende da un Myanmar in fase di transizione. Una transizione avviata proprio dal regime militare, i cui membri hanno utilizzato Aung San Suu Kyi per riavvicinarsi agli Stati Uniti e all’Occidente dopo molti anni segnati dall’isolamento internazionale e da una partnership politica ed economica quasi esclusiva con la Cina.
Gli
USA, da parte loro, hanno intravisto la possibilità di sottrarre un
paese strategico come la ex Birmania all’influenza di Pechino dopo il
lancio della cosiddetta “svolta” asiatica da parte dell’amministrazione
Obama, ricorrendo come di consueto sia a minacce che a incentivi per
convincere il regime a cambiare rotta.
Anche e soprattutto con la fine degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, letteralmente dall’oggi al domani il Myanmar è passato così da paria a paese in transizione democratica, quando l’unico vero cambiamento era stato il riorientamento strategico del regime da Pechino a Washington, sia pure con tutte le sfumature del caso.
Le prime elezioni “libere” dello scorso novembre hanno poi contribuito a legittimare il cambiamento agli occhi della comunità internazionale, anche se i negoziati tra la NLD e i militari di queste settimane, oltre a metterne di nuovo in dubbio la credibilità, rivelano il persistere di tensioni interne che minacciano di mettere a repentaglio l’intero processo accuratamente preparato da tutte le parti in causa, dentro e fuori i confini della ex Birmania.
Fonte
Dopo le storiche elezioni dello scorso 8 novembre in Myanmar, vinte a valanga dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, erano subito iniziate frenetiche trattative per trovare un equilibrio nella gestione del potere nel paese del sud-est asiatico, dove i militari continuano a svolgere un ruolo di primo piano. I negoziati tra questi ultimi e la NLD sono ancora in corso e, secondo alcune notizie provenienti dalla ex Birmania, potrebbero risolversi in un clamoroso via libera all’elezione alla presidenza della stessa San Suu Kyi.
Capitalizzando la profondissima ostilità nei confronti di una giunta militare che ha governato il paese con il pugno di ferro per decenni, la NLD aveva ottenuto quasi l’80% dei seggi del Parlamento (Assemblea dell’Unione) in palio. I militari, però, grazie alla Costituzione approvata prima di indire “libere” elezioni, si erano riservati il 25% dei seggi e l’assegnazione di alcuni ministeri-chiave, come quello della Difesa e degli Interni. Per emendare la Costituzione è necessario un voto favorevole del 75% più uno dei membri del Parlamento.
Inoltre, con il preciso scopo di impedire ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente, era stato stabilito che alla massima carica del paese non poteva accedere chi avesse parenti stretti di nazionalità diversa da quella birmana. Com’è noto, il marito – deceduto – e i due figli della 70enne premio Nobel hanno cittadinanza britannica.
Il nuovo Parlamento si è ad ogni modo insediato la settimana scorsa nella capitale, Naypyitaw, e alcune delle prime iniziative della nuova maggioranza guidata da San Suu Kyi hanno dimostrato l’esistenza di intense discussioni tra la NLD e il Partito Unito per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP) dei militari. Anzi, la NLD ha mostrato ampia disponibilità a collaborare con i militari. Ad esempio, il deputato del USDP, T Khun Myat, è stato eletto vice-presidente della Camera dei Rappresentanti, mentre l’ex “speaker” ed ex generale Shwe Mann, già numero uno del USDP, è stato messo a capo di una potente commissione parlamentare.
Queste e altre concessioni, secondo alcuni, potrebbero rientrare in un accordo per consentire ad Aung San Suu Kyi di essere eletta presidente del Myanmar. Due esponenti di spicco della NLD hanno rivelato qualche giorno fa al New York Times che il partito ora di maggioranza è pronto a offrire ai militari posizioni di rilievo nel governo in cambio di una modifica costituzionale.
Vista la sensibilità di un’iniziativa di questo genere, la stampa locale e internazionale sta ipotizzando che vi sia allo studio in questi giorni la possibilità di ricorrere a un espediente per ottenere lo stesso obiettivo, quello cioè di “sospendere” l’articolo 59(f) della Costituzione, che vieta appunto a personalità politiche nella condizione famigliare di San Suu Kyi di correre per la presidenza.
Questa eventualità è stata smentita seccamente dal portavoce del gruppo parlamentare del USDP, generale Tin San Naing, il quale ha addirittura escluso che siano in corso discussioni con la NLD sull’argomento. In generale, anche i vertici della NLD stanno evitando di parlare dei negoziati con i militari, tanto che a fine gennaio, poco prima di un incontro con il comandante delle Forze Armate birmane, generale Min Aung Hlaing, avevano emesso una direttiva che autorizzava la sola San Suu Kyi a parlare pubblicamente delle questioni legate al processo di “transizione”.
La prudenza di entrambe le parti è comprensibile. I militari, da un lato, non intendono mostrare segnali di debolezza nonostante la batosta subita alle urne, mentre per la leader della NLD la rivelazione dei dettagli sulle trattative per la spartizione del potere con coloro che l’hanno costretta a una lunga prigionia potrebbe macchiare l’immagine attentamente costruita di “icona” democratica.
D’altra parte, i militari birmani, riservandosi la possibilità di intervenire nelle vicende politiche del paese, intendono salvaguardare i propri interessi, soprattutto economici, anche se ufficialmente in minoranza e, per questa ragione, eventuali concessioni alla NLD sulla questione della presidenza dovranno essere ricambiate in maniera adeguata.
Un altro segnale che le discussioni stanno proseguendo è giunto proprio in questi giorni, con l’annuncio del rinvio delle nomine dei candidati alla presidenza al prossimo mese di marzo. Secondo la Costituzione, i nomi dei tre possibili presidenti devono essere proposti dalle due camere che compongono il Parlamento e dalle Forze Armate. Una seduta congiunta del Parlamento è chiamata poi a scegliere il presidente, mentre i due candidati perdenti diventano automaticamente i nuovi vice-presidenti.
Per lo spostamento delle nomine al 17 marzo prossimo non sono state fornite motivazioni ufficiali, né dai militari né dalla NLD. Il fatto che vi siano trattative delicate in corso è confermato però dall’insolita vicinanza di questa data a quella prevista per l’insediamento del nuovo governo, ovvero il primo di aprile, prima della quale dovrà essere eletto il prossimo presidente. Cinque anni fa, in seguito al voto boicottato dalla NLD, al Parlamento bastarono pochi giorni dopo l’insediamento per eleggere presidente l’ex generale Thein Sein.
Con vari esponenti di quest’ultimo, poi, San Suu Kyi ha stabilito in fretta rapporti molto cordiali, mostrando una certa sicurezza nella possibilità di ricoprire un ruolo tutt’altro che simbolico nel panorama politico birmano. Tuttora citata dai media di mezzo mondo è la sua dichiarazione di qualche mese fa, con la quale aveva assicurato che chiunque sarebbe stato scelto come presidente dalla NLD, soltanto a lei sarebbero spettate le decisioni più importanti per il paese.
Il comportamento di Aung San Suu Kyi è stato criticato da molti anche all’interno del suo partito in Myanmar, sia per la spregiudicatezza con cui ha deciso di trattare con i militari sia, in questo caso soprattutto dall’estero, per la sostanziale indifferenza nei confronti della minoranza musulmana Rohingya che vive nel paese, sottoposta a una durissima repressione, se non a un vero e proprio genocidio, da parte delle autorità e della maggioranza buddista.
Agli osservatori non intossicati dalla propaganda occidentale, tuttavia, questa sorta di evoluzione non risulta particolarmente sorprendente. Come molti altri martiri della democrazia o presunti tali in Asia e altrove, anche Aung San Suu Kyi rappresenta uno degli strumenti dei governi occidentali, a cominciare da quello americano, per penetrare e promuovere i propri interessi in paesi guidati da regimi ostili o strategicamente non allineati.
In questo quadro, le battaglie democratiche di personalità come il premio Nobel birmano si risolvono in larga misura nell’apertura dei rispettivi paesi agli investitori stranieri e all’integrazione nei circuiti del capitalismo internazionale. I benefici di questi processi sono raccolti quasi esclusivamente da una classe borghese relativamente ristretta, a cui partiti come la NLD fanno riferimento, mentre la gran parte della popolazione può aspirare tutt’al più a diventare manodopera a bassissimo costo per le multinazionali.
Questa è naturalmente l’evoluzione che ci si attende da un Myanmar in fase di transizione. Una transizione avviata proprio dal regime militare, i cui membri hanno utilizzato Aung San Suu Kyi per riavvicinarsi agli Stati Uniti e all’Occidente dopo molti anni segnati dall’isolamento internazionale e da una partnership politica ed economica quasi esclusiva con la Cina.
Anche e soprattutto con la fine degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, letteralmente dall’oggi al domani il Myanmar è passato così da paria a paese in transizione democratica, quando l’unico vero cambiamento era stato il riorientamento strategico del regime da Pechino a Washington, sia pure con tutte le sfumature del caso.
Le prime elezioni “libere” dello scorso novembre hanno poi contribuito a legittimare il cambiamento agli occhi della comunità internazionale, anche se i negoziati tra la NLD e i militari di queste settimane, oltre a metterne di nuovo in dubbio la credibilità, rivelano il persistere di tensioni interne che minacciano di mettere a repentaglio l’intero processo accuratamente preparato da tutte le parti in causa, dentro e fuori i confini della ex Birmania.
Fonte
11/11/2015
San Suu Kyi travolge i generali
di Michele Paris
La vittoria schiacciante che si prospetta per il partito Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Daw Aung San Suu Kyi in Myanmar ha segnato prevedibilmente le prime elezioni considerate dalla comunità internazionale come realmente libere e credibili dal 1990. L’ex Birmania è alle prese da alcuni anni con la drastica inversione di rotta strategica intrapresa dalla propria classe dirigente. Se anche il trasferimento del potere dai militari a una nuova autorità civile guidata dal principale partito dell’opposizione dovesse risolversi pacificamente, gli obiettivi economici e strategici che verranno perseguiti nel prossimo futuro non si discosteranno di molto da quelli già fissati dal regime.
Nella giornata di lunedì, l’entusiasmo della popolazione birmana per il risultato delle urne si è diffuso rapidamente, spingendo i leader della NLD a dichiarare quasi con certezza il successo con percentuali che, su base nazionale, potrebbero aggirarsi addirittura attorno al 70%. Il partito di Aung San Suu Kyi ha in particolare fatto il pieno nella principale città, Yangon, dove avrebbe prevalso in 44 dei 45 distretti elettorali in cui è suddivisa.
I risultati definitivi arriveranno solo tra qualche giorno, ma anche svariati esponenti del Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo, ovvero lo strumento politico dei militari al potere, hanno ammesso la sconfitta. Anche il potente ex generale Shwe Mann, presidente uscente del Parlamento, è stato battuto da un candidato della NLD, frustrando seriamente le sue aspirazioni a diventare presidente.
Secondo la Costituzione, ai militari va comunque assegnato automaticamente un quarto dei seggi parlamentari, così che la NLD dovrà conquistare i due terzi di quelli che erano in palio nel voto di domenica scorsa per garantirsi la maggioranza assoluta. In tal caso, la NLD potrà teoricamente approvare leggi senza dipendere dai militari, nonché eleggere un proprio candidato alla presidenza, ma non Aung San Suu Kyi, visto che la Costituzione proibisce di ricoprire tale carica a chiunque abbia cittadini stranieri tra i propri parenti più stretti.
Il premio Nobel per la Pace è stata subito protagonista di un’apparizione pubblica lunedì, nel corso della quale ha prospettato in maniera cauta la vittoria del suo partito e, riflettendo forse qualche timore per la ripetizione dei fatti del 1990, quando le elezioni vinte a valanga dalla NLD furono cancellate dai militari, ha invitato gli sconfitti ad accettare i risultati “serenamente e con coraggio”.
La misura del successo elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia in Myanmar chiarisce senza incertezze il livello di avversione presente nel paese del sud-est asiatico nei confronti di un regime repressivo che per decenni ha chiuso ogni spazio alla società civile e, anche a causa delle sanzioni internazionali, ha imposto condizioni materiali di vita insostenibili alla maggior parte della popolazione.
Qualche anno fa, la giunta militare al potere aveva intrapreso una svolta strategica decisiva, svincolandosi relativamente dalla Cina, di fatto l’unico vero partner politico e commerciale per i due decenni precedenti, per mandare segnali di distensione verso l’Occidente. Gli Stati Uniti, in particolare, avevano immediatamente manifestato la propria disponibilità ad aprire un percorso di pacificazione, dal momento che la nuova attitudine del Myanmar ben si incastrava con le iniziative allo studio a Washington per cercare di contenere la Cina attraverso la creazione o il consolidamento di partnership con i paesi dell’Asia sud-orientale.
In cambio del riconoscimento internazionale del regime birmano e dell’annullamento delle sanzioni, gli Stati Uniti e i loro alleati avevano imposto l’attuazione di varie “riforme democratiche”, principalmente per nascondere agli occhi dell’opinione pubblica occidentale i veri interessi strategici ed economici in gioco dietro il consueto paravento della promozione dei valori democratici. Il possibile abbraccio del Myanmar con l’Occidente, infatti, presentava e presenta tuttora ghiottissime possibilità di profitto per il capitale americano, europeo, giapponese e australiano.
La prospettiva di attrarre investimenti stranieri e “modernizzare” il paese con una lunga serie di “riforme” è stata promossa sì dal regime birmano, sia pure tra incertezze e divisioni interne, ma è stata sostanzialmente accettata anche dalla NLD e da Aung San Suu Kyi.
Dietro
lo scontro tra forze bollate come retrograde e dittatoriali da una
parte e quelle “democratiche” dall’altra vi è in realtà un fondamentale
accordo sulla necessità di trasformare il Myanmar nella nuova frontiera
per gli investimenti internazionali e nell’ennesimo centro di
sfruttamento del lavoro a bassissimo costo nel sud-est asiatico.
L’entusiasmo generato dalla NLD e dalla trasformazione di Aung San Suu Kyi in una vera e propria icona democratica sono senza dubbio il segnale di un diffusissimo desiderio di cambiamento nella ex Birmania e delle aspirazioni a una vita migliore. Tuttavia, che questo partito possa diventare un’autentica forza in grado di generare un processo trasformativo in senso progressista e che porti benefici a decine di milioni di persone che vivono oggi in povertà è alquanto improbabile.
La NLD è infatti il partito della borghesia liberale e filo-occidentale del Myanmar che negli ultimi due decenni è stata esclusa dalle possibilità di prosperare a causa delle sanzioni internazionali e del monopolio esercitato sull’economia e sulle strutture del potere da parte dei militari e di una ristretta cerchia di ricchi imprenditori con legami ad altissimo livello. L’obiettivo primario del partito e della sua classe di riferimento è perciò quello di assicurarsi il controllo dei processi innescati dall’apertura del paese all’economia di mercato.
Per comprendere quali siano gli orientamenti ideologici del partito di Aung San Suu Kyi è sufficiente una rapida scorsa alla piattaforma economica approvata dai suoi dirigenti nel 2013. Il partito prometteva senza indugi di adottare una politica economica “orientata verso il mercato”, creando soprattutto le condizioni più favorevoli all’afflusso di capitale estero.
Uno dei punti principali era la deregolamentazione del settore finanziario e la promozione delle liberalizzazioni in vari ambiti, partendo dalla privatizzazione delle aziende di stato. La NLD si diceva poi entusiasta delle nuove regole già implementate dal regime per assegnare contratti alle multinazionali straniere nel settore energetico ed estrattivo, mentre sposava in pieno il passaggio da un sistema basato sul settore agricolo – con una probabile “riforma” agraria dagli effetti devastanti per milioni contadini – alla diffusione di impianti manifatturieri destinati ad alimentare l’export.
Consapevole delle implicazioni economiche e sociali di un’evoluzione che intenda far approdare il Myanmar nel paradiso del capitalismo internazionale, in un’intervista rilasciata nel 2014 al Wall Street Journal, un alto dirigente della NLD metteva in guardia la popolazione da aspettative eccessive, poiché i cambiamenti allo studio non avrebbero comunque generato un livello di benessere diffuso ancora per molto tempo.
Le questioni economiche e i piani della NLD in questo ambito sono ad ogni modo rimasti fuori dal dibattito che ha preceduto le elezioni, dominato invece dai proclami ispirati ai valori democratici e dalla possibilità di ridurre per la prima volta l’influenza dei militari.
Le credenziali democratiche di questo partito sono state però minate da alcuni episodi significativi nei mesi scorsi. La maggioranza della NLD aveva ad esempio emarginato molti membri del movimento “Generazione 88”, protagonista della rivolta contro il regime repressa nel sangue nel 1988.
Dei 17 aspiranti alla candidatura nelle elezioni generali di questo gruppo, soltanto uno è stato accettato dai vertici della NLD, mentre aspre critiche ha anche suscitato la decisione del partito di ignorare le richieste dei suoi iscritti ed escludere vari candidati graditi a questi ultimi a favore di altri considerati di orientamento troppo conservatore.
Qualche malumore anche a livello internazionale aveva provocato infine il sostanziale adeguamento della NLD e di Aung San Suu Kyi stessa alla campagna del regime contro la minoranza musulmana Rohingya che vive in Myanmar. Per cominciare, quasi 800 mila Rohingya nello stato occidentale di Rakhine, che avevano partecipato alle elezioni parlamentari del 2010 e a quelle suppletive del 2012, sono stati privati del diritto di voto in questa tornata.
La decisione, presa mesi fa dal regime del presidente Thein Sein, faceva seguito alle persecuzioni subite dalla minoranza di fede islamica, alimentate dal governo stesso e condotte sul campo da fondamentalisti buddisti, protagonisti di veri e propri pogrom che hanno fatto centinaia di morti e trasformato altre centinaia di migliaia di Rohingya in profughi e detenuti in speciali campi di prigionia.
Non
solo la NLD non ha presentato un solo candidato musulmano nelle
elezioni appena terminate, ma i suoi vertici, inclusa il premio Nobel
per la Pace Aung San Suu Kyi, non hanno ritenuto di dover sollevare la
questione dei Rohingya nel corso della campagna elettorale.
Il voto in Myanmar è stato comunque accolto molto positivamente dal governo americano. Il segretario di Stato, John Kerry, ha emesso un comunicato nella giornata di domenica, elogiando “l’importante passo avanti” compiuto con le elezioni, pur sottolineando “i significativi ostacoli strutturali” che rimangono sulla strada verso un “governo pienamente democratico e civile”.
Le dichiarazioni provenienti da Washington riflettono in altre parole le speranze legate alla possibile formazione di un governo guidato dalla NLD e da Aung San Suu Kyi, la cui liberazione dagli arresti domiciliari era stata una delle principali condizioni per lo sdoganamento del regime militare qualche anno fa.
Parallelamente, riferendosi agli “ostacoli” che ancora impediscono il pieno sviluppo della democrazia nella ex Birmania, Kerry intende ricordare alla classe dirigente indigena come l’allineamento agli interessi strategici ed economici degli USA dovrà essere assicurato fino in fondo. In caso contrario, le “carenze democratiche” del Myanmar potranno essere sfruttate in qualsiasi momento per rigettare il paese nell’isolamento degli ultimi vent’anni.
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La vittoria schiacciante che si prospetta per il partito Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Daw Aung San Suu Kyi in Myanmar ha segnato prevedibilmente le prime elezioni considerate dalla comunità internazionale come realmente libere e credibili dal 1990. L’ex Birmania è alle prese da alcuni anni con la drastica inversione di rotta strategica intrapresa dalla propria classe dirigente. Se anche il trasferimento del potere dai militari a una nuova autorità civile guidata dal principale partito dell’opposizione dovesse risolversi pacificamente, gli obiettivi economici e strategici che verranno perseguiti nel prossimo futuro non si discosteranno di molto da quelli già fissati dal regime.
Nella giornata di lunedì, l’entusiasmo della popolazione birmana per il risultato delle urne si è diffuso rapidamente, spingendo i leader della NLD a dichiarare quasi con certezza il successo con percentuali che, su base nazionale, potrebbero aggirarsi addirittura attorno al 70%. Il partito di Aung San Suu Kyi ha in particolare fatto il pieno nella principale città, Yangon, dove avrebbe prevalso in 44 dei 45 distretti elettorali in cui è suddivisa.
I risultati definitivi arriveranno solo tra qualche giorno, ma anche svariati esponenti del Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo, ovvero lo strumento politico dei militari al potere, hanno ammesso la sconfitta. Anche il potente ex generale Shwe Mann, presidente uscente del Parlamento, è stato battuto da un candidato della NLD, frustrando seriamente le sue aspirazioni a diventare presidente.
Secondo la Costituzione, ai militari va comunque assegnato automaticamente un quarto dei seggi parlamentari, così che la NLD dovrà conquistare i due terzi di quelli che erano in palio nel voto di domenica scorsa per garantirsi la maggioranza assoluta. In tal caso, la NLD potrà teoricamente approvare leggi senza dipendere dai militari, nonché eleggere un proprio candidato alla presidenza, ma non Aung San Suu Kyi, visto che la Costituzione proibisce di ricoprire tale carica a chiunque abbia cittadini stranieri tra i propri parenti più stretti.
Il premio Nobel per la Pace è stata subito protagonista di un’apparizione pubblica lunedì, nel corso della quale ha prospettato in maniera cauta la vittoria del suo partito e, riflettendo forse qualche timore per la ripetizione dei fatti del 1990, quando le elezioni vinte a valanga dalla NLD furono cancellate dai militari, ha invitato gli sconfitti ad accettare i risultati “serenamente e con coraggio”.
La misura del successo elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia in Myanmar chiarisce senza incertezze il livello di avversione presente nel paese del sud-est asiatico nei confronti di un regime repressivo che per decenni ha chiuso ogni spazio alla società civile e, anche a causa delle sanzioni internazionali, ha imposto condizioni materiali di vita insostenibili alla maggior parte della popolazione.
Qualche anno fa, la giunta militare al potere aveva intrapreso una svolta strategica decisiva, svincolandosi relativamente dalla Cina, di fatto l’unico vero partner politico e commerciale per i due decenni precedenti, per mandare segnali di distensione verso l’Occidente. Gli Stati Uniti, in particolare, avevano immediatamente manifestato la propria disponibilità ad aprire un percorso di pacificazione, dal momento che la nuova attitudine del Myanmar ben si incastrava con le iniziative allo studio a Washington per cercare di contenere la Cina attraverso la creazione o il consolidamento di partnership con i paesi dell’Asia sud-orientale.
In cambio del riconoscimento internazionale del regime birmano e dell’annullamento delle sanzioni, gli Stati Uniti e i loro alleati avevano imposto l’attuazione di varie “riforme democratiche”, principalmente per nascondere agli occhi dell’opinione pubblica occidentale i veri interessi strategici ed economici in gioco dietro il consueto paravento della promozione dei valori democratici. Il possibile abbraccio del Myanmar con l’Occidente, infatti, presentava e presenta tuttora ghiottissime possibilità di profitto per il capitale americano, europeo, giapponese e australiano.
La prospettiva di attrarre investimenti stranieri e “modernizzare” il paese con una lunga serie di “riforme” è stata promossa sì dal regime birmano, sia pure tra incertezze e divisioni interne, ma è stata sostanzialmente accettata anche dalla NLD e da Aung San Suu Kyi.
L’entusiasmo generato dalla NLD e dalla trasformazione di Aung San Suu Kyi in una vera e propria icona democratica sono senza dubbio il segnale di un diffusissimo desiderio di cambiamento nella ex Birmania e delle aspirazioni a una vita migliore. Tuttavia, che questo partito possa diventare un’autentica forza in grado di generare un processo trasformativo in senso progressista e che porti benefici a decine di milioni di persone che vivono oggi in povertà è alquanto improbabile.
La NLD è infatti il partito della borghesia liberale e filo-occidentale del Myanmar che negli ultimi due decenni è stata esclusa dalle possibilità di prosperare a causa delle sanzioni internazionali e del monopolio esercitato sull’economia e sulle strutture del potere da parte dei militari e di una ristretta cerchia di ricchi imprenditori con legami ad altissimo livello. L’obiettivo primario del partito e della sua classe di riferimento è perciò quello di assicurarsi il controllo dei processi innescati dall’apertura del paese all’economia di mercato.
Per comprendere quali siano gli orientamenti ideologici del partito di Aung San Suu Kyi è sufficiente una rapida scorsa alla piattaforma economica approvata dai suoi dirigenti nel 2013. Il partito prometteva senza indugi di adottare una politica economica “orientata verso il mercato”, creando soprattutto le condizioni più favorevoli all’afflusso di capitale estero.
Uno dei punti principali era la deregolamentazione del settore finanziario e la promozione delle liberalizzazioni in vari ambiti, partendo dalla privatizzazione delle aziende di stato. La NLD si diceva poi entusiasta delle nuove regole già implementate dal regime per assegnare contratti alle multinazionali straniere nel settore energetico ed estrattivo, mentre sposava in pieno il passaggio da un sistema basato sul settore agricolo – con una probabile “riforma” agraria dagli effetti devastanti per milioni contadini – alla diffusione di impianti manifatturieri destinati ad alimentare l’export.
Consapevole delle implicazioni economiche e sociali di un’evoluzione che intenda far approdare il Myanmar nel paradiso del capitalismo internazionale, in un’intervista rilasciata nel 2014 al Wall Street Journal, un alto dirigente della NLD metteva in guardia la popolazione da aspettative eccessive, poiché i cambiamenti allo studio non avrebbero comunque generato un livello di benessere diffuso ancora per molto tempo.
Le questioni economiche e i piani della NLD in questo ambito sono ad ogni modo rimasti fuori dal dibattito che ha preceduto le elezioni, dominato invece dai proclami ispirati ai valori democratici e dalla possibilità di ridurre per la prima volta l’influenza dei militari.
Le credenziali democratiche di questo partito sono state però minate da alcuni episodi significativi nei mesi scorsi. La maggioranza della NLD aveva ad esempio emarginato molti membri del movimento “Generazione 88”, protagonista della rivolta contro il regime repressa nel sangue nel 1988.
Dei 17 aspiranti alla candidatura nelle elezioni generali di questo gruppo, soltanto uno è stato accettato dai vertici della NLD, mentre aspre critiche ha anche suscitato la decisione del partito di ignorare le richieste dei suoi iscritti ed escludere vari candidati graditi a questi ultimi a favore di altri considerati di orientamento troppo conservatore.
Qualche malumore anche a livello internazionale aveva provocato infine il sostanziale adeguamento della NLD e di Aung San Suu Kyi stessa alla campagna del regime contro la minoranza musulmana Rohingya che vive in Myanmar. Per cominciare, quasi 800 mila Rohingya nello stato occidentale di Rakhine, che avevano partecipato alle elezioni parlamentari del 2010 e a quelle suppletive del 2012, sono stati privati del diritto di voto in questa tornata.
La decisione, presa mesi fa dal regime del presidente Thein Sein, faceva seguito alle persecuzioni subite dalla minoranza di fede islamica, alimentate dal governo stesso e condotte sul campo da fondamentalisti buddisti, protagonisti di veri e propri pogrom che hanno fatto centinaia di morti e trasformato altre centinaia di migliaia di Rohingya in profughi e detenuti in speciali campi di prigionia.
Il voto in Myanmar è stato comunque accolto molto positivamente dal governo americano. Il segretario di Stato, John Kerry, ha emesso un comunicato nella giornata di domenica, elogiando “l’importante passo avanti” compiuto con le elezioni, pur sottolineando “i significativi ostacoli strutturali” che rimangono sulla strada verso un “governo pienamente democratico e civile”.
Le dichiarazioni provenienti da Washington riflettono in altre parole le speranze legate alla possibile formazione di un governo guidato dalla NLD e da Aung San Suu Kyi, la cui liberazione dagli arresti domiciliari era stata una delle principali condizioni per lo sdoganamento del regime militare qualche anno fa.
Parallelamente, riferendosi agli “ostacoli” che ancora impediscono il pieno sviluppo della democrazia nella ex Birmania, Kerry intende ricordare alla classe dirigente indigena come l’allineamento agli interessi strategici ed economici degli USA dovrà essere assicurato fino in fondo. In caso contrario, le “carenze democratiche” del Myanmar potranno essere sfruttate in qualsiasi momento per rigettare il paese nell’isolamento degli ultimi vent’anni.
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