Un documento e istituzioni decisamente anomale hanno fatto sentire la loro voce sulla questione della repressione delle manifestazioni in Myanmar.
Si tratta dei Capi di Stato Maggiore di 12 paesi – tra cui l’Italia – che hanno condannato la violenta repressione della giunta militare contro i manifestanti che chiedono il ripristino del governo civile del Myanmar, deposto lo scorso 1o febbraio dall’esercito, che ha arrestato la leader Aung San Suu Kyi e decine di politici.
In questi giorni una novantina di civili sono stati uccisi negli scontri. Sabato è stato il giorno più sanguinoso dal colpo di Stato, che ha coinciso con la festa delle forze armate che, secondo fonti locali, avrebbe un bilancio ancora più pesante, pari ad almeno 114 morti.
“Come capi della Difesa, condanniamo l’uso di forza letale contro persone disarmate da parte delle forze armate birmane e dei servizi di sicurezza associati”, si legge nell’inusuale comunicato congiunto, firmato dai capi di stato maggiore di Usa, Canada, Regno Unito, Germania, Italia, Grecia, Danimarca, Paesi Bassi, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, praticamente una sorta di Nato allargata e globale. “Un esercito professionale segue le regole di condotta internazionale e la sua responsabilità è proteggere – non colpire – il popolo che serve”, prosegue la nota dei Capi di Stato Maggiore occidentali “esortiamo le forze armate del Myanmar a lavorare per ripristinare il rispetto e la credibilità persa con le loro azioni di fronte al popolo birmano”.
Appare piuttosto evidente come questo innovativo protagonismo “umanitario” delle gerarchie militari dei paesi della Nato allargata, nasce dal fatto che la giunta militare birmana sia in qualche modo in ottime relazioni con la Cina. Un contingente birmano, ma prima del golpe, ha anche partecipato nel 2019 a manovre militari congiunte con Cina, Russia ed alcune repubbliche asiatiche ex sovietiche nella Russia meridionale.
Eppure sbaglia chi pensa che Pechino sia entusiasta dei militari birmani golpisti. Lo spiega Limes secondo cui “La Cina non gioisce per il colpo di Stato in Myanmar”, ma i suoi interessi strategici la obbligano a preservare i rapporti con il governo instaurato in Birmania dalle Forze armate.
Secondo Limes, Pechino ha tre obiettivi. “Il primo è evitare che il golpe comprometta il completamento del Corridoio economico sino-birmano. Il progetto serve ad accedere all’Oceano Indiano senza passare per lo Stretto di Malacca, presidiato dagli Stati Uniti. Il secondo è preservare l’accesso alle cospicue risorse energetiche e minerarie del vicino meridionale. La Repubblica Popolare è il primo partner commerciale del Myanmar e la sua seconda fonte di investimenti esteri dopo Singapore. Infine, da tempo il governo cinese vuole servirsi dell’appoggio di Naypyidaw (le forze armate, ndr) per accrescere il suo soft power nel Sud-Est asiatico”.
Tra l’altro, negli ultimi cinque anni le relazioni della Cina con il governo della Lega nazionale per la democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi sono state molto fruttuose consentendo a Pechino di riguadagnare l’influenza danneggiata durante il precedente governo Thein Sein.
Tra l’altro, l’intero occidente aveva voltato le spalle al governo del Myanmar di Aung San Suu Kyi dopo la crisi dei rifugiati Rohingya nel 2016-2017. La presidentessa Suu Kyi, avendo bisogno di assistenza e investimenti stranieri per mantenere le sue promesse elettorali di progresso economico, non aveva avuto altra scelta che rivolgersi a Pechino.
Ci sono però parecchi particolari che le gerarchie militari e i mass media dei paesi Nato sembrano omettere in modo piuttosto clamoroso.
Un rapporto Onu del 2018, ad esempio, inchioda la deposta presidentessa Aung San Suu Kyn, Premio Nobel e Medaglia d’oro del Congresso Usa, alle proprie responsabilità nella repressione della minoranza musulmana dei Rohingya. Nel 2020 il Parlamento le ha ritirato il Premio Sacharov che le era stato assegnato nel 1990.
L’indagine delle Nazioni Unite ha infatti macchiato l’immagine dell’ex paladina dei diritti umani con addebiti pesanti e incontrovertibili, motivati non solo dalla sua connivenza con gli abusi inflitti ai Rohingya, ma anche da una serie di sforzi deliberati messi in atto dalla stessa Aung San Suu Kyi al fine di minimizzare i crimini dei militari, inquinare le prove degli eccidi e ostacolare l’ingresso di osservatori internazionali che hanno contribuito a perpetuare narrative false e decisamente tendenziose ai danni delle minoranze musulmane.
Le operazioni di rastrellamento contro i Rohingya erano iniziate nell’estate del 2017 a fini di rappresaglia contro gli attacchi terroristici orditi dall’organizzazione Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA) ai danni delle forze armate nazionali e poi sono dilagate innescando una crisi umanitaria con circa 600.000 profughi in fuga, soprattutto verso il Bangladesh.
Ma anche la repressione della popolazione Karen, non è ascrivibile solo all’attuale governo golpista.
Anche durante il governo “democratico” della sig.ra Aung San Suu Kyi la repressione era continuata ed anzi era aumentata. Era il 2016 quando, con il tacito consenso dei Paesi Occidentali e nonostante la sbandierata “svolta” politica, le offensive contro le zone nord orientali abitate da Kachin e Shan erano proseguite indisturbate nel dopo-elezioni, e la guerra era continuata con migliaia di civili costretti a lasciare i loro villaggi sotto la pressione delle truppe birmane.
Dal Myanmar arrivano in questi giorni notizie anche dal Nord est del paese, dove l’esercito avrebbe bombardato le posizioni delle milizie della minoranza Karen, causando tre morti e otto feriti. A riferirlo è Hsa Moon, un’attivista per i diritti umani della comunità Karen. I bombardamenti aerei, i primi da anni a colpire i Karen, sono stati effettuati per rompere l’assedio di una base militare dell’esercito che era stata occupata dai miliziani. La giunta militare non ha rilasciato commenti sull’accaduto né ha confermato il bilancio dei bombardamenti.
Alla parata militare avvenuta sabato nella capitale hanno assistito le delegazioni diplomatiche di otto paesi, tra cui Cina e Russia. Il capo della giunta militare generale Min Aung Hlaing ha minacciato i manifestanti ma promesso il ripristino della democrazia dopo nuove elezioni. L’ambasciata Usa a Yangon ha invitato i cittadini americani a limitare i loro spostamenti dopo che sabato alcuni colpi d’arma da fuoco sono stati esplosi contro un centro culturale statunitense.
I militari birmani non godono certo di buona fama. Spesso funzionano più con il modello brutale dei “signori della guerra”, con propri feudi e soldati, piuttosto che come struttura centralizzata e rispondente alle autorità centrali. Inoltre la struttura sociale, religiosa ed etnica del Myanmar è un mosaico enorme e conflittuale (musulmani contro buddisti, scontri inter-etnici nel Triangolo d’Oro dove gli investimenti cinesi hanno soppiantato il mercato della droga).
Ma al momento la colpa più grande dei militari golpisti nel Myanmar sembra quella di essere diventati solo un vaso di coccio nello scontro tra potenze occidentali e Cina. Su alcune loro pagine sanguinose, l’occidente ha spesso chiuso gli occhi. E questo è bene saperlo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Birmania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Birmania. Mostra tutti i post
30/01/2020
Cina-Myanmar, amici come prima
La recente visita in Myanmar del presidente cinese, Xi Jinping, ha
messo in evidenza il persistere di legami strettissimi tra i due paesi,
nonostante il rimescolamento strategico che era seguito o avrebbe dovuto
seguire il ritorno formale alla democrazia dell’ex Birmania. I due
vicini, per meglio dire, stanno di fatto tornando alla partnership che
caratterizzava i loro rapporti prima del breve idillio con l’Occidente.
Un’evoluzione, quella in corso, che risponde alla necessità per il
Myanmar di evitare l’isolamento internazionale e per la Cina di
sfruttare le opportunità strategiche di ampio respiro offerte
dall’alleato.
La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
Fonte
La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
Fonte
11/09/2017
Rifugiati. Centocinquantamila in fuga dal Mnyanmar verso il Bangladesh
Mentre in Italia domina l’analfabetismo politico e funzionale sull’emergenza rifugiati, altri paesi, assai più poveri dell’Italia e dell’Europa, fanno i conti con le emergenze che la storia rovescia molto spesso sull’umanità.
Le autorità del Bangladesh cercano di affrontare l’arrivo, in appena 12 giorni, di quasi 150 mila membri della popolazione rohingya che sono fuggiti da Myanmar dopo una nuova ondata di violenza.
Il governo di Sheikh Hasina ha aperto le braccia ai rifugiati per questioni umanitarie, ma ha fatto notare che non ha la capacità di offrire i servizi di base a queste persone.
La minoranza etnica rohingya di religione islamica, dallo scorso 25 agosto ha iniziato un esodo in massa dopo gli scontri avvenuti nello stato di Rakhine, nell’ovest di Myanmar, dove il buddismo è la religione maggioritaria. Decine di profughi sono affogati negli ultimi giorni cercando di attraversare l’estuario del fiume Naaf, frontiera naturale tra Myanmar e Bangladesh, a bordo di imbarcazioni precarie.
Dipayan Bhattacharyya, funzionario in Bangladesh del Programma Mondiale Alimentare (PMA) dell’Onu, ha lanciato un allarme sul fatto che la cifra totale dei rifugiati potrebbe aumentare nelle prossime settimane ad oltre 300 mila. Il PMA ha chiesto un aumento degli aiuti internazionali perché le sue riserve di alimenti si sono esaurite davanti alla valanga di rifugiati.
La crisi dei profughi dal Myanmar sta provocando anche una crisi diplomatica tra i due paesi dopo le accuse del Bangladesh. Il direttore generale del ministero degli Esteri del Bangladesh, Manjurul Karim Khan Chowdhury, ha convocato l’incaricato degli affari dell’ambasciata di Myanmar, Aung Myint.
Secondo un comunicato del ministero degli Esteri del Bangladesh, durante l’appuntamento Chowdhury ha manifestato la sua preoccupazione per alcuni articoli che denunciano la collocazione di mine antiuomo nella frontiera comune e l’aumento delle violenze nello stato vicino. Il Bangladesh ha sottolineato che non vuole essere vittima dell’instabilità in Myanmar.
Fonte
09/09/2017
Myanmar, il vero volto di San Suu Kyi
di Michele Paris
Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.
San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.
Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.
A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.
I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.
I musulmani Rohingya che hanno lasciato i propri villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.
La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.
L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.
È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.
Il
sostegno garantito da Washington alla NLD era collegato ai tentativi di
sottrarre un paese strategico come il Myanmar all’influenza cinese,
cresciuta a dismisura nel corso degli anni della dittatura militare
durante i quali esso era virtualmente isolato dalla comunità
internazionale.
Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.
Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.
Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.
Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.
Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.
A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.
Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.
La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.
La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.
Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.
Il
Myanmar rappresenta d’altronde una componente importantissima della
strategia di crescita e di integrazione economica euro-asiatica della
Cina, interessata, tra l’altro, a fare di questo paese un punto di
transito delle rotte energetiche e commerciali provenienti dal Medio
Oriente, in modo da evitare le potenzialmente pericolose vie marittime
sud-orientali.
In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.
Fonte
Dopo un lungo silenzio, in questi giorni la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha parlato finalmente della repressione in corso nello stato occidentale di Rakhine, in Myanmar, condotto dalle forze governative contro la minoranza musulmana Rohingya. L’icona della democrazia nella ex Birmania non ha però condannato le operazioni che stanno costringendo alla fuga nel vicino Bangladesh decine di migliaia di persone, ma le ha giustificate in nome della lotta al terrorismo nel paese asiatico di cui essa stessa è la leader di fatto assieme ai vertici militari.
San Suu Kyi ha avuto un colloquio telefonico con il presidente turco Erdogan nella giornata di martedì, durante il quale ha fornito spiegazioni a quest’ultimo sui fatti dello stato di Rakhine. Erdogan si è unito al coro di condanne internazionali contro il governo del Myanmar, provenienti in particolare dai paesi musulmani, giungendo a ipotizzare il pericolo di “genocidio” nei confronti di una minoranza da tempo perseguitata. Per San Suu Kyi, al contrario, la crisi sarebbe alimentata dalla diffusione di “fake news” e da una “campagna di disinformazione” globale.
Quella a cui si sta assistendo è solo l’ultima ondata di violenze interetniche nello stato di Rakhine, scaturita il 25 agosto scorso dopo che un gruppo ribelle Rohingya aveva attaccato alcune postazioni delle forze di sicurezza birmane. La risposta è stata come di consueto durissima, con i militari che hanno tra l’altro dato fuoco a villaggi abitati a maggioranza da musulmani, costringendoli alla fuga.
A oggi, le Nazioni Unite stimano che circa 125 mila persone di etnia Rohingya abbiano trovato rifugio in Bangladesh per sfuggire a violenze, a esecuzioni sommarie, e alla distruzione delle loro abitazioni. La posizione ufficiale del governo del Myanmar è invece che l’intervento delle forze armate sia necessario per reprimere gruppi ribelli che minacciano sia la sicurezza degli abitanti di fede buddista dello stato sia l’unità del paese.
I Rohingya in Myanmar sono più di un milione e vengono considerati immigrati illegali “bengalesi” senza diritti, nonostante il loro stanziamento nel paese a maggioranza buddista sia iniziato svariati secoli fa. L’attitudine del governo e del resto della popolazione della ex Birmania nei confronti dei Rohingya è generalmente ostile e negli ultimi anni si sono verificati numerosi scontri ed episodi di violenza, spesso scoppiati in seguito a resoconti ingigantiti di attacchi o aggressioni commesse da musulmani contro buddisti.
I musulmani Rohingya che hanno lasciato i propri villaggi si ritrovano in condizioni drammatiche. Il governo del Bangladesh, anche se continua ad accogliere i profughi dietro pressioni internazionali, minaccia spesso di rimpatriarli e non ha i mezzi né la volontà di creare condizioni adatte a un’accoglienza quanto meno dignitosa.
La situazione in Myanmar ha raggiunto una gravità tale che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, questa settimana ha insolitamente fatto appello al governo centrale a cessare le discriminazioni nei confronti della minoranza musulmana, a suo dire a rischio di “pulizia etnica”. A rendere ancora più drammatico il quadro, come ha spiegato il direttore esecutivo di UNICEF, Anthony Lake, l’80% dei Rohingya fuggiti e bisognosi di aiuti sono donne e bambini.
L’interesse della stampa e della comunità internazionale per la nuova crisi nello stato di Rakhine si è concentrato in particolare sul comportamento di Aung San Suu Kyi. Non solo la “consigliera di stato” e ministro degli Esteri del Myanmar non ha finora mai pronunciato una sola parola a favore dei Rohingya, ma la repressione nei confronti della minoranza musulmana si è intensificata dopo l’approdo al governo del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).
Il sostanziale allineamento di San Suu Kyi alle posizioni dei militari, i quali conservano ampi poteri anche dopo il ritorno formale al multipartitismo, testimonia quindi a sufficienza della sua attitudine “democratica”, così come della natura tutt’altro che disinteressata delle campagne occidentali, e soprattutto americane, degli anni scorsi per promuovere la figlia del fondatore della moderna Birmania.
È in ogni caso vero che in Myanmar le questioni legate alla sicurezza interna restano di totale competenza dei militari, i quali hanno anche una sorta di potere di veto sull’operato e la sopravvivenza stessa del governo civile. San Suu Kyi e i vertici del suo partito condividono tuttavia il nazionalismo buddista che caratterizza le forze armate e, ancor più, non intendono mettere a rischio gli equilibri politici che hanno consentito loro di condividere il potere dopo decenni di esclusione e repressione.
Dopo la revoca degli arresti domiciliari di San Suu Kyi e le elezioni vinte dalla NLD nel 2015, gli Stati Uniti hanno di fatto interrotto le critiche al Myanmar per lo stato precario dei diritti umani, malgrado persistenti problemi come quello dei Rohingya, premiando un nuovo governo che si era subito mostrato disposto ad aprire il paese all’influenza e al capitale occidentale.
Negli ultimi tempi, però, la penetrazione occidentale in Myanmar ha fatto segnare un netto rallentamento per varie ragioni e il governo di questo paese è tornato a guardare in buona parte alla Cina per la realizzazione dei progetti di sviluppo e di crescita economica promessi e mai attuati da Washington.
Come quasi sempre accade con le crisi internazionali, specialmente se umanitarie, alle vicende di popoli repressi o perseguitati si incrociano questioni politiche, strategiche ed economiche più ampie e, con ogni probabilità, non fa eccezione nemmeno la sorte dei Rohingya. Mentre è innegabile che quelle in atto siano violenze gravissime commesse dalle forze di sicurezza governative, i fatti registrati tra lo stato birmano di Rakhine e il Bangladesh rischiano di essere strumentalizzati dalle potenze internazionali.
Significative a questo proposito sono le critiche che anche nei circoli ufficiali in Occidente vengono rivolte sempre più a Aung San Suu Kyi. Il governo americano ha in realtà finora mantenuto un atteggiamento molto cauto sulla crisi, ma la stampa “mainstream” occidentale ha fatto ricorso a toni piuttosto aggressivi verso il premio Nobel, indicando quindi un possibile cambiamento di rotta nei suoi confronti.
Il Washington Post ha ad esempio pubblicato mercoledì un vero e proprio attacco alla leader birmana, titolandolo “il vergognoso silenzio di Aung San Suu Kyi”. Il britannico Guardian ha parlato a sua volta di “negazione di prove ben documentate” sui massacri dei Rohingya e “impedimenti agli aiuti umanitari” da parte di quest’ultima.
A dare un’idea delle ragioni che stanno generando ansia in Occidente è stata ad esempio una dichiarazione di mercoledì del consigliere per la sicurezza nazionale del Myanmar, Thaung Tun, il quale ha fatto sapere che il suo governo sta negoziando con Cina e Russia – definite “paesi amici” – per bloccare eventuali risoluzioni sulla crisi dei Rohingya al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La situazione sul campo nello stato di Rakhine è per certi versi altrettanto complessa degli scenari strategici che si intrecciano alla vicenda. Il governo centrale non consente infatti l’accesso alle aree dove vive la minoranza musulmana a giornalisti stranieri e indipendenti, né sembra volere accettare un’indagine internazionale.
Malgrado ciò o forse proprio per questo, alcune notizie che circolano contribuiscono ad alimentare più di un dubbio su alcuni aspetti della crisi. La pretesa del Myanmar di combattere il terrorismo appare decisamente esagerata, essendo la formazione di gruppi ribelli in larga misura di natura difensiva. Tuttavia, non è da escludere del tutto che dietro a queste formazioni ci possano essere quanto meno forze interessate a mettere in atto un’agenda di più ampio respiro.
La testata on-line Asia Times ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni articoli che descrivevano la nascita e le attività del principale gruppo ribelle attivo a favore della minoranza musulmana, l’Esercito di Salvezza dell’Arakan Rohingya (ARSA). Il suo leader, Ataullah abu Ammar Junjuni, sembra corrispondere al ritratto del jihadista, essendo nato in Pakistan da una comunità Rohingya ed educato in Arabia Saudita, dove ha operato come “imam wahhabita” prima di giungere nella ex Birmania.
La Reuters già nel 2016 aveva scritto che gli “insorti” musulmani in Myanmar avevano legami finanziari con il Pakistan e l’Arabia Saudita, mentre l’anno prima il quotidiano pakistano Dawn aveva spiegato come l’influenza del fondamentalismo islamico avesse solide radici nelle comunità Rohingya del paese centro-asiatico.
Se la repressione in corso in Myanmar ha probabilmente ancora pochi legami con questi aspetti, è comunque possibile che almeno in prospettiva vi siano forze che intendano sfruttare le divisioni etniche per promuovere i propri interessi strategici, visti soprattutto i precedenti legati all’utilizzo delle forze integraliste anche da parte occidentale.
In questa prospettiva, non è difficile comprendere come determinati attori internazionali abbiano tutto l’interesse ad alimentare il caos nella ex Birmania, ostacolandone la stabilizzazione attraverso il sostegno a un movimento ribelle sorto per ragioni difensive e interamente legittime.
Fonte
Etichette:
Aung San Suu Kyi,
Bangladesh,
Birmania,
Buddhismo,
Cina,
Competizione globale,
Destabilizzazione,
Fondamentalismo,
Geopolitica,
Internazionale,
Repressione,
Rohingya,
USA
07/09/2017
Israele - Al via l'esercitazione mlitare più estesa degli ultimi 20 anni
La più grande esercitazione militare israeliana degli ultimi 20 anni:
è la simulazione del conflitto con i libanesi di Hezbollah iniziata
oggi nel nord d’Israele. L’addestramento durerà 10 giorni, ha
riferito alla stampa una fonte della difesa, durante i quali verranno
“simulati scenari che potremmo incontrare nel prossimo conflitto con
Hezbollah”. Impiegati migliaia di soldati (inclusi riservisti),
unità cinofile, aerei da guerra, elicotteri per evacuare feriti e
morti, navi e sottomarini. L’esercito ha anche allestito due ospedali da
campo. L’esercitazione sarà anche l’occasione per sperimentare camion
senza pilota.
La simulazione del conflitto lascia presagire una guerra sempre più reale con i combattenti filo-iraniani? Difficile ormai escludere questa possibilità: lo stato ebraico e gli Stati Uniti lo scorso mese hanno accusato la missione Onu di peacekeeping in Libano (Unifil) di aver chiuso gli occhi di fronte al contrabbando di armi e all’assembramento di combattenti del Partito di Dio nel sud del Paese dei Cedri al confine con Israele. Una mossa che Tel Aviv ha prontamente denunciato e che alcuni commentatori hanno letto come possibile segnale di una nuova guerra tra i due fronti. Le fonti militari israeliane hanno però provato a calmare gli animi: i preparativi per l’esercitazione sono incominciati già un anno e mezzo fa. Non sarebbero dunque collegati ai recenti fatti di cronaca. Eppure il “pericolo” Hezbollah è stato più volte ribadito dai generali israeliani negli ultimi anni: a loro giudizio, infatti, questa volta i combattenti sciiti potrebbero minacciare seriamente le comunità settentrionali d’Israele. Questo perché, fanno notare, il Partito di Dio ha acquisito notevole esperienza nella guerra civile siriana dove partecipano migliaia dei suoi uomini in sostegno al presidente Bashar al-Asad.
“Pacificato” per ora il confine sud con la Striscia di Gaza, le attenzioni di Tel Aviv sono tutte rivolte al nord del Paese. Particolarmente monitorata è la situazione in Siria dove la devastante guerra civile sta producendo risultati contrari alle aspettative del governo Netanyahu. A far vivere notti agitate alla leadership militare e politica dello stato ebraico è la presenza sempre più consistente di gruppi filo-iraniani e di Hezbollah nel sud della Siria in prossimità del Golan.
Nonostante gli sforzi compiuti in questi anni da Israele (bombardamenti contro carichi di armi diretti ai combattenti libanesi, aiuti sanitari e militari a gruppi qaedisti siriani come ha denunciato anche l’Onu), al-Asad non solo non è caduto, ma grazie al sostegno dei suoi alleati (Russia, Iran e Hezbollah) ha ripreso quasi interamente la parte occidentale del Paese e continua ad avanzare lentamente nelle aree centrali e orientali della Siria. Né hanno tranquillizzato Tel Aviv gli incontri e le conversazioni del premier Netanyahu con Putin e il recente viaggio in Usa di una delegazione israeliana guidata dal capo del Mosad (Servizi Segreti) per ottenere maggiori rassicurazioni sul nuovo scenario che si è venuto a creare al confine meridionale siriano, ormai “minaccioso” al pari di quello libanese.
La guerra tra Israele e Hezbollah del 2006 terminò con un accordo di cessate il fuoco che portò, con la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, ad aumento delle truppe dell’Unifil da 2.000 a 10.000. La 1701, inoltre, invitò le due parti belligeranti alla formazione di una zona cuscinetto priva di “personale armato” a sud del fiume Litani (20 km a nord del confine israeliano). La scorsa settimana il Consiglio di sicurezza ha riconfermato il mandato Onu in Libano sebbene lo abbia modificato in senso anti-Hezbollah al punto che Israele ha parlato di “vittoria”. I nuovi aggiustamenti prevedono che le truppe Unifil “prendano tutte le misure necessarie nelle aree in cui sono dispiegate per garantirne la sicurezza” in termini di pattugliamenti e ispezioni.
Da un’esercitazione per una guerra possibile ad un vero e proprio massacro in corso: Israele, denunciano gli attivisti umanitari, sta infatti continuando a vendere armi in Birmania mentre migliaia di rifugiati Rohingya scappano dalle violenze compiute dai militari nello stato del Rakhine. Tra gli armamenti venduti, riferiscono gli attivisti umanitari e ufficiali birmani, ci sarebbero anche 100 carri armati. A fare affari d’oro ci sarebbero alcune compagnie israeliane specializzate nel settore: tra queste, in particolare, la Tar Ideal che ha addestrato le forze speciali locali attualmente operative nel Rakhine.
In seguito alla visita di alcuni ufficiali di Tel Aviv in Birmania per discutere la vendita di armi, gli attivisti israeliani lanciarono a gennaio una campagna per porre fine all’invio di armamenti alla giunta militare asiatica. Un primo obiettivo l’hanno ottenuto: questo mese presenteranno la questione alla Corte suprema. “Israele non ha alcun controllo di dove siano le sue armi una volta che le ha mandate – ha detto Eytay Mack, un avvocato e difensore dei diritti umani di Tel Aviv citato dal portale Middle East Eye”. Un altro attivista, Ofer Neiman, ha collegato quanto sta accadendo in Birmania all’occupazione della Palestina: “La vendita di armamenti alla giunta militare birmana è fortemente collegata all’oppressione israeliana e alla spoliazione del popolo palestinese. Le armi usate contro i palestinesi sono vendute ad alcuni dei peggiori regimi del pianeta dopo averle testate sul campo”.
Secondo il ministero della difesa, però, la corte non ha alcuna giurisdizione sull’argomento e la vendita è stata “chiaramente diplomatica”.
Fonte
La simulazione del conflitto lascia presagire una guerra sempre più reale con i combattenti filo-iraniani? Difficile ormai escludere questa possibilità: lo stato ebraico e gli Stati Uniti lo scorso mese hanno accusato la missione Onu di peacekeeping in Libano (Unifil) di aver chiuso gli occhi di fronte al contrabbando di armi e all’assembramento di combattenti del Partito di Dio nel sud del Paese dei Cedri al confine con Israele. Una mossa che Tel Aviv ha prontamente denunciato e che alcuni commentatori hanno letto come possibile segnale di una nuova guerra tra i due fronti. Le fonti militari israeliane hanno però provato a calmare gli animi: i preparativi per l’esercitazione sono incominciati già un anno e mezzo fa. Non sarebbero dunque collegati ai recenti fatti di cronaca. Eppure il “pericolo” Hezbollah è stato più volte ribadito dai generali israeliani negli ultimi anni: a loro giudizio, infatti, questa volta i combattenti sciiti potrebbero minacciare seriamente le comunità settentrionali d’Israele. Questo perché, fanno notare, il Partito di Dio ha acquisito notevole esperienza nella guerra civile siriana dove partecipano migliaia dei suoi uomini in sostegno al presidente Bashar al-Asad.
“Pacificato” per ora il confine sud con la Striscia di Gaza, le attenzioni di Tel Aviv sono tutte rivolte al nord del Paese. Particolarmente monitorata è la situazione in Siria dove la devastante guerra civile sta producendo risultati contrari alle aspettative del governo Netanyahu. A far vivere notti agitate alla leadership militare e politica dello stato ebraico è la presenza sempre più consistente di gruppi filo-iraniani e di Hezbollah nel sud della Siria in prossimità del Golan.
Nonostante gli sforzi compiuti in questi anni da Israele (bombardamenti contro carichi di armi diretti ai combattenti libanesi, aiuti sanitari e militari a gruppi qaedisti siriani come ha denunciato anche l’Onu), al-Asad non solo non è caduto, ma grazie al sostegno dei suoi alleati (Russia, Iran e Hezbollah) ha ripreso quasi interamente la parte occidentale del Paese e continua ad avanzare lentamente nelle aree centrali e orientali della Siria. Né hanno tranquillizzato Tel Aviv gli incontri e le conversazioni del premier Netanyahu con Putin e il recente viaggio in Usa di una delegazione israeliana guidata dal capo del Mosad (Servizi Segreti) per ottenere maggiori rassicurazioni sul nuovo scenario che si è venuto a creare al confine meridionale siriano, ormai “minaccioso” al pari di quello libanese.
La guerra tra Israele e Hezbollah del 2006 terminò con un accordo di cessate il fuoco che portò, con la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, ad aumento delle truppe dell’Unifil da 2.000 a 10.000. La 1701, inoltre, invitò le due parti belligeranti alla formazione di una zona cuscinetto priva di “personale armato” a sud del fiume Litani (20 km a nord del confine israeliano). La scorsa settimana il Consiglio di sicurezza ha riconfermato il mandato Onu in Libano sebbene lo abbia modificato in senso anti-Hezbollah al punto che Israele ha parlato di “vittoria”. I nuovi aggiustamenti prevedono che le truppe Unifil “prendano tutte le misure necessarie nelle aree in cui sono dispiegate per garantirne la sicurezza” in termini di pattugliamenti e ispezioni.
Da un’esercitazione per una guerra possibile ad un vero e proprio massacro in corso: Israele, denunciano gli attivisti umanitari, sta infatti continuando a vendere armi in Birmania mentre migliaia di rifugiati Rohingya scappano dalle violenze compiute dai militari nello stato del Rakhine. Tra gli armamenti venduti, riferiscono gli attivisti umanitari e ufficiali birmani, ci sarebbero anche 100 carri armati. A fare affari d’oro ci sarebbero alcune compagnie israeliane specializzate nel settore: tra queste, in particolare, la Tar Ideal che ha addestrato le forze speciali locali attualmente operative nel Rakhine.
In seguito alla visita di alcuni ufficiali di Tel Aviv in Birmania per discutere la vendita di armi, gli attivisti israeliani lanciarono a gennaio una campagna per porre fine all’invio di armamenti alla giunta militare asiatica. Un primo obiettivo l’hanno ottenuto: questo mese presenteranno la questione alla Corte suprema. “Israele non ha alcun controllo di dove siano le sue armi una volta che le ha mandate – ha detto Eytay Mack, un avvocato e difensore dei diritti umani di Tel Aviv citato dal portale Middle East Eye”. Un altro attivista, Ofer Neiman, ha collegato quanto sta accadendo in Birmania all’occupazione della Palestina: “La vendita di armamenti alla giunta militare birmana è fortemente collegata all’oppressione israeliana e alla spoliazione del popolo palestinese. Le armi usate contro i palestinesi sono vendute ad alcuni dei peggiori regimi del pianeta dopo averle testate sul campo”.
Secondo il ministero della difesa, però, la corte non ha alcuna giurisdizione sull’argomento e la vendita è stata “chiaramente diplomatica”.
Fonte
11/02/2016
Myanmar, la transizione di San Suu Kyi
di Mario Lombardo
Dopo le storiche elezioni dello scorso 8 novembre in Myanmar, vinte a valanga dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, erano subito iniziate frenetiche trattative per trovare un equilibrio nella gestione del potere nel paese del sud-est asiatico, dove i militari continuano a svolgere un ruolo di primo piano. I negoziati tra questi ultimi e la NLD sono ancora in corso e, secondo alcune notizie provenienti dalla ex Birmania, potrebbero risolversi in un clamoroso via libera all’elezione alla presidenza della stessa San Suu Kyi.
Capitalizzando la profondissima ostilità nei confronti di una giunta militare che ha governato il paese con il pugno di ferro per decenni, la NLD aveva ottenuto quasi l’80% dei seggi del Parlamento (Assemblea dell’Unione) in palio. I militari, però, grazie alla Costituzione approvata prima di indire “libere” elezioni, si erano riservati il 25% dei seggi e l’assegnazione di alcuni ministeri-chiave, come quello della Difesa e degli Interni. Per emendare la Costituzione è necessario un voto favorevole del 75% più uno dei membri del Parlamento.
Inoltre, con il preciso scopo di impedire ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente, era stato stabilito che alla massima carica del paese non poteva accedere chi avesse parenti stretti di nazionalità diversa da quella birmana. Com’è noto, il marito – deceduto – e i due figli della 70enne premio Nobel hanno cittadinanza britannica.
Il nuovo Parlamento si è ad ogni modo insediato la settimana scorsa nella capitale, Naypyitaw, e alcune delle prime iniziative della nuova maggioranza guidata da San Suu Kyi hanno dimostrato l’esistenza di intense discussioni tra la NLD e il Partito Unito per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP) dei militari. Anzi, la NLD ha mostrato ampia disponibilità a collaborare con i militari. Ad esempio, il deputato del USDP, T Khun Myat, è stato eletto vice-presidente della Camera dei Rappresentanti, mentre l’ex “speaker” ed ex generale Shwe Mann, già numero uno del USDP, è stato messo a capo di una potente commissione parlamentare.
Queste e altre concessioni, secondo alcuni, potrebbero rientrare in un accordo per consentire ad Aung San Suu Kyi di essere eletta presidente del Myanmar. Due esponenti di spicco della NLD hanno rivelato qualche giorno fa al New York Times che il partito ora di maggioranza è pronto a offrire ai militari posizioni di rilievo nel governo in cambio di una modifica costituzionale.
Vista la sensibilità di un’iniziativa di questo genere, la stampa locale e internazionale sta ipotizzando che vi sia allo studio in questi giorni la possibilità di ricorrere a un espediente per ottenere lo stesso obiettivo, quello cioè di “sospendere” l’articolo 59(f) della Costituzione, che vieta appunto a personalità politiche nella condizione famigliare di San Suu Kyi di correre per la presidenza.
Questa eventualità è stata smentita seccamente dal portavoce del gruppo parlamentare del USDP, generale Tin San Naing, il quale ha addirittura escluso che siano in corso discussioni con la NLD sull’argomento. In generale, anche i vertici della NLD stanno evitando di parlare dei negoziati con i militari, tanto che a fine gennaio, poco prima di un incontro con il comandante delle Forze Armate birmane, generale Min Aung Hlaing, avevano emesso una direttiva che autorizzava la sola San Suu Kyi a parlare pubblicamente delle questioni legate al processo di “transizione”.
La prudenza di entrambe le parti è comprensibile. I militari, da un lato, non intendono mostrare segnali di debolezza nonostante la batosta subita alle urne, mentre per la leader della NLD la rivelazione dei dettagli sulle trattative per la spartizione del potere con coloro che l’hanno costretta a una lunga prigionia potrebbe macchiare l’immagine attentamente costruita di “icona” democratica.
D’altra parte, i militari birmani, riservandosi la possibilità di intervenire nelle vicende politiche del paese, intendono salvaguardare i propri interessi, soprattutto economici, anche se ufficialmente in minoranza e, per questa ragione, eventuali concessioni alla NLD sulla questione della presidenza dovranno essere ricambiate in maniera adeguata.
Un altro segnale che le discussioni stanno proseguendo è giunto proprio in questi giorni, con l’annuncio del rinvio delle nomine dei candidati alla presidenza al prossimo mese di marzo. Secondo la Costituzione, i nomi dei tre possibili presidenti devono essere proposti dalle due camere che compongono il Parlamento e dalle Forze Armate. Una seduta congiunta del Parlamento è chiamata poi a scegliere il presidente, mentre i due candidati perdenti diventano automaticamente i nuovi vice-presidenti.
Per lo spostamento delle nomine al 17 marzo prossimo non sono state fornite motivazioni ufficiali, né dai militari né dalla NLD. Il fatto che vi siano trattative delicate in corso è confermato però dall’insolita vicinanza di questa data a quella prevista per l’insediamento del nuovo governo, ovvero il primo di aprile, prima della quale dovrà essere eletto il prossimo presidente. Cinque anni fa, in seguito al voto boicottato dalla NLD, al Parlamento bastarono pochi giorni dopo l’insediamento per eleggere presidente l’ex generale Thein Sein.
Le
vicende seguite al ritorno alla politica attiva della NLD e di Aung San
Suu Kyi in Myanmar non sembrano dunque per il momento rispettare del
tutto le aspettative democratiche degli elettori birmani che, con
entusiasmo, avevano salutato l’arrivo di una nuova era. Il premio Nobel,
già prima delle elezioni, aveva agito come una sorta di portavoce della
giunta militare, visitando vari paesi occidentali per chiedere ai loro
governi di credere nel processo di transizione in atto nel suo paese e
revocare le sanzioni economiche applicate nei confronti del regime.
Con vari esponenti di quest’ultimo, poi, San Suu Kyi ha stabilito in fretta rapporti molto cordiali, mostrando una certa sicurezza nella possibilità di ricoprire un ruolo tutt’altro che simbolico nel panorama politico birmano. Tuttora citata dai media di mezzo mondo è la sua dichiarazione di qualche mese fa, con la quale aveva assicurato che chiunque sarebbe stato scelto come presidente dalla NLD, soltanto a lei sarebbero spettate le decisioni più importanti per il paese.
Il comportamento di Aung San Suu Kyi è stato criticato da molti anche all’interno del suo partito in Myanmar, sia per la spregiudicatezza con cui ha deciso di trattare con i militari sia, in questo caso soprattutto dall’estero, per la sostanziale indifferenza nei confronti della minoranza musulmana Rohingya che vive nel paese, sottoposta a una durissima repressione, se non a un vero e proprio genocidio, da parte delle autorità e della maggioranza buddista.
Agli osservatori non intossicati dalla propaganda occidentale, tuttavia, questa sorta di evoluzione non risulta particolarmente sorprendente. Come molti altri martiri della democrazia o presunti tali in Asia e altrove, anche Aung San Suu Kyi rappresenta uno degli strumenti dei governi occidentali, a cominciare da quello americano, per penetrare e promuovere i propri interessi in paesi guidati da regimi ostili o strategicamente non allineati.
In questo quadro, le battaglie democratiche di personalità come il premio Nobel birmano si risolvono in larga misura nell’apertura dei rispettivi paesi agli investitori stranieri e all’integrazione nei circuiti del capitalismo internazionale. I benefici di questi processi sono raccolti quasi esclusivamente da una classe borghese relativamente ristretta, a cui partiti come la NLD fanno riferimento, mentre la gran parte della popolazione può aspirare tutt’al più a diventare manodopera a bassissimo costo per le multinazionali.
Questa è naturalmente l’evoluzione che ci si attende da un Myanmar in fase di transizione. Una transizione avviata proprio dal regime militare, i cui membri hanno utilizzato Aung San Suu Kyi per riavvicinarsi agli Stati Uniti e all’Occidente dopo molti anni segnati dall’isolamento internazionale e da una partnership politica ed economica quasi esclusiva con la Cina.
Gli
USA, da parte loro, hanno intravisto la possibilità di sottrarre un
paese strategico come la ex Birmania all’influenza di Pechino dopo il
lancio della cosiddetta “svolta” asiatica da parte dell’amministrazione
Obama, ricorrendo come di consueto sia a minacce che a incentivi per
convincere il regime a cambiare rotta.
Anche e soprattutto con la fine degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, letteralmente dall’oggi al domani il Myanmar è passato così da paria a paese in transizione democratica, quando l’unico vero cambiamento era stato il riorientamento strategico del regime da Pechino a Washington, sia pure con tutte le sfumature del caso.
Le prime elezioni “libere” dello scorso novembre hanno poi contribuito a legittimare il cambiamento agli occhi della comunità internazionale, anche se i negoziati tra la NLD e i militari di queste settimane, oltre a metterne di nuovo in dubbio la credibilità, rivelano il persistere di tensioni interne che minacciano di mettere a repentaglio l’intero processo accuratamente preparato da tutte le parti in causa, dentro e fuori i confini della ex Birmania.
Fonte
Dopo le storiche elezioni dello scorso 8 novembre in Myanmar, vinte a valanga dalla Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, erano subito iniziate frenetiche trattative per trovare un equilibrio nella gestione del potere nel paese del sud-est asiatico, dove i militari continuano a svolgere un ruolo di primo piano. I negoziati tra questi ultimi e la NLD sono ancora in corso e, secondo alcune notizie provenienti dalla ex Birmania, potrebbero risolversi in un clamoroso via libera all’elezione alla presidenza della stessa San Suu Kyi.
Capitalizzando la profondissima ostilità nei confronti di una giunta militare che ha governato il paese con il pugno di ferro per decenni, la NLD aveva ottenuto quasi l’80% dei seggi del Parlamento (Assemblea dell’Unione) in palio. I militari, però, grazie alla Costituzione approvata prima di indire “libere” elezioni, si erano riservati il 25% dei seggi e l’assegnazione di alcuni ministeri-chiave, come quello della Difesa e degli Interni. Per emendare la Costituzione è necessario un voto favorevole del 75% più uno dei membri del Parlamento.
Inoltre, con il preciso scopo di impedire ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente, era stato stabilito che alla massima carica del paese non poteva accedere chi avesse parenti stretti di nazionalità diversa da quella birmana. Com’è noto, il marito – deceduto – e i due figli della 70enne premio Nobel hanno cittadinanza britannica.
Il nuovo Parlamento si è ad ogni modo insediato la settimana scorsa nella capitale, Naypyitaw, e alcune delle prime iniziative della nuova maggioranza guidata da San Suu Kyi hanno dimostrato l’esistenza di intense discussioni tra la NLD e il Partito Unito per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP) dei militari. Anzi, la NLD ha mostrato ampia disponibilità a collaborare con i militari. Ad esempio, il deputato del USDP, T Khun Myat, è stato eletto vice-presidente della Camera dei Rappresentanti, mentre l’ex “speaker” ed ex generale Shwe Mann, già numero uno del USDP, è stato messo a capo di una potente commissione parlamentare.
Queste e altre concessioni, secondo alcuni, potrebbero rientrare in un accordo per consentire ad Aung San Suu Kyi di essere eletta presidente del Myanmar. Due esponenti di spicco della NLD hanno rivelato qualche giorno fa al New York Times che il partito ora di maggioranza è pronto a offrire ai militari posizioni di rilievo nel governo in cambio di una modifica costituzionale.
Vista la sensibilità di un’iniziativa di questo genere, la stampa locale e internazionale sta ipotizzando che vi sia allo studio in questi giorni la possibilità di ricorrere a un espediente per ottenere lo stesso obiettivo, quello cioè di “sospendere” l’articolo 59(f) della Costituzione, che vieta appunto a personalità politiche nella condizione famigliare di San Suu Kyi di correre per la presidenza.
Questa eventualità è stata smentita seccamente dal portavoce del gruppo parlamentare del USDP, generale Tin San Naing, il quale ha addirittura escluso che siano in corso discussioni con la NLD sull’argomento. In generale, anche i vertici della NLD stanno evitando di parlare dei negoziati con i militari, tanto che a fine gennaio, poco prima di un incontro con il comandante delle Forze Armate birmane, generale Min Aung Hlaing, avevano emesso una direttiva che autorizzava la sola San Suu Kyi a parlare pubblicamente delle questioni legate al processo di “transizione”.
La prudenza di entrambe le parti è comprensibile. I militari, da un lato, non intendono mostrare segnali di debolezza nonostante la batosta subita alle urne, mentre per la leader della NLD la rivelazione dei dettagli sulle trattative per la spartizione del potere con coloro che l’hanno costretta a una lunga prigionia potrebbe macchiare l’immagine attentamente costruita di “icona” democratica.
D’altra parte, i militari birmani, riservandosi la possibilità di intervenire nelle vicende politiche del paese, intendono salvaguardare i propri interessi, soprattutto economici, anche se ufficialmente in minoranza e, per questa ragione, eventuali concessioni alla NLD sulla questione della presidenza dovranno essere ricambiate in maniera adeguata.
Un altro segnale che le discussioni stanno proseguendo è giunto proprio in questi giorni, con l’annuncio del rinvio delle nomine dei candidati alla presidenza al prossimo mese di marzo. Secondo la Costituzione, i nomi dei tre possibili presidenti devono essere proposti dalle due camere che compongono il Parlamento e dalle Forze Armate. Una seduta congiunta del Parlamento è chiamata poi a scegliere il presidente, mentre i due candidati perdenti diventano automaticamente i nuovi vice-presidenti.
Per lo spostamento delle nomine al 17 marzo prossimo non sono state fornite motivazioni ufficiali, né dai militari né dalla NLD. Il fatto che vi siano trattative delicate in corso è confermato però dall’insolita vicinanza di questa data a quella prevista per l’insediamento del nuovo governo, ovvero il primo di aprile, prima della quale dovrà essere eletto il prossimo presidente. Cinque anni fa, in seguito al voto boicottato dalla NLD, al Parlamento bastarono pochi giorni dopo l’insediamento per eleggere presidente l’ex generale Thein Sein.
Con vari esponenti di quest’ultimo, poi, San Suu Kyi ha stabilito in fretta rapporti molto cordiali, mostrando una certa sicurezza nella possibilità di ricoprire un ruolo tutt’altro che simbolico nel panorama politico birmano. Tuttora citata dai media di mezzo mondo è la sua dichiarazione di qualche mese fa, con la quale aveva assicurato che chiunque sarebbe stato scelto come presidente dalla NLD, soltanto a lei sarebbero spettate le decisioni più importanti per il paese.
Il comportamento di Aung San Suu Kyi è stato criticato da molti anche all’interno del suo partito in Myanmar, sia per la spregiudicatezza con cui ha deciso di trattare con i militari sia, in questo caso soprattutto dall’estero, per la sostanziale indifferenza nei confronti della minoranza musulmana Rohingya che vive nel paese, sottoposta a una durissima repressione, se non a un vero e proprio genocidio, da parte delle autorità e della maggioranza buddista.
Agli osservatori non intossicati dalla propaganda occidentale, tuttavia, questa sorta di evoluzione non risulta particolarmente sorprendente. Come molti altri martiri della democrazia o presunti tali in Asia e altrove, anche Aung San Suu Kyi rappresenta uno degli strumenti dei governi occidentali, a cominciare da quello americano, per penetrare e promuovere i propri interessi in paesi guidati da regimi ostili o strategicamente non allineati.
In questo quadro, le battaglie democratiche di personalità come il premio Nobel birmano si risolvono in larga misura nell’apertura dei rispettivi paesi agli investitori stranieri e all’integrazione nei circuiti del capitalismo internazionale. I benefici di questi processi sono raccolti quasi esclusivamente da una classe borghese relativamente ristretta, a cui partiti come la NLD fanno riferimento, mentre la gran parte della popolazione può aspirare tutt’al più a diventare manodopera a bassissimo costo per le multinazionali.
Questa è naturalmente l’evoluzione che ci si attende da un Myanmar in fase di transizione. Una transizione avviata proprio dal regime militare, i cui membri hanno utilizzato Aung San Suu Kyi per riavvicinarsi agli Stati Uniti e all’Occidente dopo molti anni segnati dall’isolamento internazionale e da una partnership politica ed economica quasi esclusiva con la Cina.
Anche e soprattutto con la fine degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi, letteralmente dall’oggi al domani il Myanmar è passato così da paria a paese in transizione democratica, quando l’unico vero cambiamento era stato il riorientamento strategico del regime da Pechino a Washington, sia pure con tutte le sfumature del caso.
Le prime elezioni “libere” dello scorso novembre hanno poi contribuito a legittimare il cambiamento agli occhi della comunità internazionale, anche se i negoziati tra la NLD e i militari di queste settimane, oltre a metterne di nuovo in dubbio la credibilità, rivelano il persistere di tensioni interne che minacciano di mettere a repentaglio l’intero processo accuratamente preparato da tutte le parti in causa, dentro e fuori i confini della ex Birmania.
Fonte
11/11/2015
San Suu Kyi travolge i generali
di Michele Paris
La vittoria schiacciante che si prospetta per il partito Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Daw Aung San Suu Kyi in Myanmar ha segnato prevedibilmente le prime elezioni considerate dalla comunità internazionale come realmente libere e credibili dal 1990. L’ex Birmania è alle prese da alcuni anni con la drastica inversione di rotta strategica intrapresa dalla propria classe dirigente. Se anche il trasferimento del potere dai militari a una nuova autorità civile guidata dal principale partito dell’opposizione dovesse risolversi pacificamente, gli obiettivi economici e strategici che verranno perseguiti nel prossimo futuro non si discosteranno di molto da quelli già fissati dal regime.
Nella giornata di lunedì, l’entusiasmo della popolazione birmana per il risultato delle urne si è diffuso rapidamente, spingendo i leader della NLD a dichiarare quasi con certezza il successo con percentuali che, su base nazionale, potrebbero aggirarsi addirittura attorno al 70%. Il partito di Aung San Suu Kyi ha in particolare fatto il pieno nella principale città, Yangon, dove avrebbe prevalso in 44 dei 45 distretti elettorali in cui è suddivisa.
I risultati definitivi arriveranno solo tra qualche giorno, ma anche svariati esponenti del Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo, ovvero lo strumento politico dei militari al potere, hanno ammesso la sconfitta. Anche il potente ex generale Shwe Mann, presidente uscente del Parlamento, è stato battuto da un candidato della NLD, frustrando seriamente le sue aspirazioni a diventare presidente.
Secondo la Costituzione, ai militari va comunque assegnato automaticamente un quarto dei seggi parlamentari, così che la NLD dovrà conquistare i due terzi di quelli che erano in palio nel voto di domenica scorsa per garantirsi la maggioranza assoluta. In tal caso, la NLD potrà teoricamente approvare leggi senza dipendere dai militari, nonché eleggere un proprio candidato alla presidenza, ma non Aung San Suu Kyi, visto che la Costituzione proibisce di ricoprire tale carica a chiunque abbia cittadini stranieri tra i propri parenti più stretti.
Il premio Nobel per la Pace è stata subito protagonista di un’apparizione pubblica lunedì, nel corso della quale ha prospettato in maniera cauta la vittoria del suo partito e, riflettendo forse qualche timore per la ripetizione dei fatti del 1990, quando le elezioni vinte a valanga dalla NLD furono cancellate dai militari, ha invitato gli sconfitti ad accettare i risultati “serenamente e con coraggio”.
La misura del successo elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia in Myanmar chiarisce senza incertezze il livello di avversione presente nel paese del sud-est asiatico nei confronti di un regime repressivo che per decenni ha chiuso ogni spazio alla società civile e, anche a causa delle sanzioni internazionali, ha imposto condizioni materiali di vita insostenibili alla maggior parte della popolazione.
Qualche anno fa, la giunta militare al potere aveva intrapreso una svolta strategica decisiva, svincolandosi relativamente dalla Cina, di fatto l’unico vero partner politico e commerciale per i due decenni precedenti, per mandare segnali di distensione verso l’Occidente. Gli Stati Uniti, in particolare, avevano immediatamente manifestato la propria disponibilità ad aprire un percorso di pacificazione, dal momento che la nuova attitudine del Myanmar ben si incastrava con le iniziative allo studio a Washington per cercare di contenere la Cina attraverso la creazione o il consolidamento di partnership con i paesi dell’Asia sud-orientale.
In cambio del riconoscimento internazionale del regime birmano e dell’annullamento delle sanzioni, gli Stati Uniti e i loro alleati avevano imposto l’attuazione di varie “riforme democratiche”, principalmente per nascondere agli occhi dell’opinione pubblica occidentale i veri interessi strategici ed economici in gioco dietro il consueto paravento della promozione dei valori democratici. Il possibile abbraccio del Myanmar con l’Occidente, infatti, presentava e presenta tuttora ghiottissime possibilità di profitto per il capitale americano, europeo, giapponese e australiano.
La prospettiva di attrarre investimenti stranieri e “modernizzare” il paese con una lunga serie di “riforme” è stata promossa sì dal regime birmano, sia pure tra incertezze e divisioni interne, ma è stata sostanzialmente accettata anche dalla NLD e da Aung San Suu Kyi.
Dietro
lo scontro tra forze bollate come retrograde e dittatoriali da una
parte e quelle “democratiche” dall’altra vi è in realtà un fondamentale
accordo sulla necessità di trasformare il Myanmar nella nuova frontiera
per gli investimenti internazionali e nell’ennesimo centro di
sfruttamento del lavoro a bassissimo costo nel sud-est asiatico.
L’entusiasmo generato dalla NLD e dalla trasformazione di Aung San Suu Kyi in una vera e propria icona democratica sono senza dubbio il segnale di un diffusissimo desiderio di cambiamento nella ex Birmania e delle aspirazioni a una vita migliore. Tuttavia, che questo partito possa diventare un’autentica forza in grado di generare un processo trasformativo in senso progressista e che porti benefici a decine di milioni di persone che vivono oggi in povertà è alquanto improbabile.
La NLD è infatti il partito della borghesia liberale e filo-occidentale del Myanmar che negli ultimi due decenni è stata esclusa dalle possibilità di prosperare a causa delle sanzioni internazionali e del monopolio esercitato sull’economia e sulle strutture del potere da parte dei militari e di una ristretta cerchia di ricchi imprenditori con legami ad altissimo livello. L’obiettivo primario del partito e della sua classe di riferimento è perciò quello di assicurarsi il controllo dei processi innescati dall’apertura del paese all’economia di mercato.
Per comprendere quali siano gli orientamenti ideologici del partito di Aung San Suu Kyi è sufficiente una rapida scorsa alla piattaforma economica approvata dai suoi dirigenti nel 2013. Il partito prometteva senza indugi di adottare una politica economica “orientata verso il mercato”, creando soprattutto le condizioni più favorevoli all’afflusso di capitale estero.
Uno dei punti principali era la deregolamentazione del settore finanziario e la promozione delle liberalizzazioni in vari ambiti, partendo dalla privatizzazione delle aziende di stato. La NLD si diceva poi entusiasta delle nuove regole già implementate dal regime per assegnare contratti alle multinazionali straniere nel settore energetico ed estrattivo, mentre sposava in pieno il passaggio da un sistema basato sul settore agricolo – con una probabile “riforma” agraria dagli effetti devastanti per milioni contadini – alla diffusione di impianti manifatturieri destinati ad alimentare l’export.
Consapevole delle implicazioni economiche e sociali di un’evoluzione che intenda far approdare il Myanmar nel paradiso del capitalismo internazionale, in un’intervista rilasciata nel 2014 al Wall Street Journal, un alto dirigente della NLD metteva in guardia la popolazione da aspettative eccessive, poiché i cambiamenti allo studio non avrebbero comunque generato un livello di benessere diffuso ancora per molto tempo.
Le questioni economiche e i piani della NLD in questo ambito sono ad ogni modo rimasti fuori dal dibattito che ha preceduto le elezioni, dominato invece dai proclami ispirati ai valori democratici e dalla possibilità di ridurre per la prima volta l’influenza dei militari.
Le credenziali democratiche di questo partito sono state però minate da alcuni episodi significativi nei mesi scorsi. La maggioranza della NLD aveva ad esempio emarginato molti membri del movimento “Generazione 88”, protagonista della rivolta contro il regime repressa nel sangue nel 1988.
Dei 17 aspiranti alla candidatura nelle elezioni generali di questo gruppo, soltanto uno è stato accettato dai vertici della NLD, mentre aspre critiche ha anche suscitato la decisione del partito di ignorare le richieste dei suoi iscritti ed escludere vari candidati graditi a questi ultimi a favore di altri considerati di orientamento troppo conservatore.
Qualche malumore anche a livello internazionale aveva provocato infine il sostanziale adeguamento della NLD e di Aung San Suu Kyi stessa alla campagna del regime contro la minoranza musulmana Rohingya che vive in Myanmar. Per cominciare, quasi 800 mila Rohingya nello stato occidentale di Rakhine, che avevano partecipato alle elezioni parlamentari del 2010 e a quelle suppletive del 2012, sono stati privati del diritto di voto in questa tornata.
La decisione, presa mesi fa dal regime del presidente Thein Sein, faceva seguito alle persecuzioni subite dalla minoranza di fede islamica, alimentate dal governo stesso e condotte sul campo da fondamentalisti buddisti, protagonisti di veri e propri pogrom che hanno fatto centinaia di morti e trasformato altre centinaia di migliaia di Rohingya in profughi e detenuti in speciali campi di prigionia.
Non
solo la NLD non ha presentato un solo candidato musulmano nelle
elezioni appena terminate, ma i suoi vertici, inclusa il premio Nobel
per la Pace Aung San Suu Kyi, non hanno ritenuto di dover sollevare la
questione dei Rohingya nel corso della campagna elettorale.
Il voto in Myanmar è stato comunque accolto molto positivamente dal governo americano. Il segretario di Stato, John Kerry, ha emesso un comunicato nella giornata di domenica, elogiando “l’importante passo avanti” compiuto con le elezioni, pur sottolineando “i significativi ostacoli strutturali” che rimangono sulla strada verso un “governo pienamente democratico e civile”.
Le dichiarazioni provenienti da Washington riflettono in altre parole le speranze legate alla possibile formazione di un governo guidato dalla NLD e da Aung San Suu Kyi, la cui liberazione dagli arresti domiciliari era stata una delle principali condizioni per lo sdoganamento del regime militare qualche anno fa.
Parallelamente, riferendosi agli “ostacoli” che ancora impediscono il pieno sviluppo della democrazia nella ex Birmania, Kerry intende ricordare alla classe dirigente indigena come l’allineamento agli interessi strategici ed economici degli USA dovrà essere assicurato fino in fondo. In caso contrario, le “carenze democratiche” del Myanmar potranno essere sfruttate in qualsiasi momento per rigettare il paese nell’isolamento degli ultimi vent’anni.
Fonte
La vittoria schiacciante che si prospetta per il partito Lega Nazionale per la Democrazia (NLD) di Daw Aung San Suu Kyi in Myanmar ha segnato prevedibilmente le prime elezioni considerate dalla comunità internazionale come realmente libere e credibili dal 1990. L’ex Birmania è alle prese da alcuni anni con la drastica inversione di rotta strategica intrapresa dalla propria classe dirigente. Se anche il trasferimento del potere dai militari a una nuova autorità civile guidata dal principale partito dell’opposizione dovesse risolversi pacificamente, gli obiettivi economici e strategici che verranno perseguiti nel prossimo futuro non si discosteranno di molto da quelli già fissati dal regime.
Nella giornata di lunedì, l’entusiasmo della popolazione birmana per il risultato delle urne si è diffuso rapidamente, spingendo i leader della NLD a dichiarare quasi con certezza il successo con percentuali che, su base nazionale, potrebbero aggirarsi addirittura attorno al 70%. Il partito di Aung San Suu Kyi ha in particolare fatto il pieno nella principale città, Yangon, dove avrebbe prevalso in 44 dei 45 distretti elettorali in cui è suddivisa.
I risultati definitivi arriveranno solo tra qualche giorno, ma anche svariati esponenti del Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo, ovvero lo strumento politico dei militari al potere, hanno ammesso la sconfitta. Anche il potente ex generale Shwe Mann, presidente uscente del Parlamento, è stato battuto da un candidato della NLD, frustrando seriamente le sue aspirazioni a diventare presidente.
Secondo la Costituzione, ai militari va comunque assegnato automaticamente un quarto dei seggi parlamentari, così che la NLD dovrà conquistare i due terzi di quelli che erano in palio nel voto di domenica scorsa per garantirsi la maggioranza assoluta. In tal caso, la NLD potrà teoricamente approvare leggi senza dipendere dai militari, nonché eleggere un proprio candidato alla presidenza, ma non Aung San Suu Kyi, visto che la Costituzione proibisce di ricoprire tale carica a chiunque abbia cittadini stranieri tra i propri parenti più stretti.
Il premio Nobel per la Pace è stata subito protagonista di un’apparizione pubblica lunedì, nel corso della quale ha prospettato in maniera cauta la vittoria del suo partito e, riflettendo forse qualche timore per la ripetizione dei fatti del 1990, quando le elezioni vinte a valanga dalla NLD furono cancellate dai militari, ha invitato gli sconfitti ad accettare i risultati “serenamente e con coraggio”.
La misura del successo elettorale della Lega Nazionale per la Democrazia in Myanmar chiarisce senza incertezze il livello di avversione presente nel paese del sud-est asiatico nei confronti di un regime repressivo che per decenni ha chiuso ogni spazio alla società civile e, anche a causa delle sanzioni internazionali, ha imposto condizioni materiali di vita insostenibili alla maggior parte della popolazione.
Qualche anno fa, la giunta militare al potere aveva intrapreso una svolta strategica decisiva, svincolandosi relativamente dalla Cina, di fatto l’unico vero partner politico e commerciale per i due decenni precedenti, per mandare segnali di distensione verso l’Occidente. Gli Stati Uniti, in particolare, avevano immediatamente manifestato la propria disponibilità ad aprire un percorso di pacificazione, dal momento che la nuova attitudine del Myanmar ben si incastrava con le iniziative allo studio a Washington per cercare di contenere la Cina attraverso la creazione o il consolidamento di partnership con i paesi dell’Asia sud-orientale.
In cambio del riconoscimento internazionale del regime birmano e dell’annullamento delle sanzioni, gli Stati Uniti e i loro alleati avevano imposto l’attuazione di varie “riforme democratiche”, principalmente per nascondere agli occhi dell’opinione pubblica occidentale i veri interessi strategici ed economici in gioco dietro il consueto paravento della promozione dei valori democratici. Il possibile abbraccio del Myanmar con l’Occidente, infatti, presentava e presenta tuttora ghiottissime possibilità di profitto per il capitale americano, europeo, giapponese e australiano.
La prospettiva di attrarre investimenti stranieri e “modernizzare” il paese con una lunga serie di “riforme” è stata promossa sì dal regime birmano, sia pure tra incertezze e divisioni interne, ma è stata sostanzialmente accettata anche dalla NLD e da Aung San Suu Kyi.
L’entusiasmo generato dalla NLD e dalla trasformazione di Aung San Suu Kyi in una vera e propria icona democratica sono senza dubbio il segnale di un diffusissimo desiderio di cambiamento nella ex Birmania e delle aspirazioni a una vita migliore. Tuttavia, che questo partito possa diventare un’autentica forza in grado di generare un processo trasformativo in senso progressista e che porti benefici a decine di milioni di persone che vivono oggi in povertà è alquanto improbabile.
La NLD è infatti il partito della borghesia liberale e filo-occidentale del Myanmar che negli ultimi due decenni è stata esclusa dalle possibilità di prosperare a causa delle sanzioni internazionali e del monopolio esercitato sull’economia e sulle strutture del potere da parte dei militari e di una ristretta cerchia di ricchi imprenditori con legami ad altissimo livello. L’obiettivo primario del partito e della sua classe di riferimento è perciò quello di assicurarsi il controllo dei processi innescati dall’apertura del paese all’economia di mercato.
Per comprendere quali siano gli orientamenti ideologici del partito di Aung San Suu Kyi è sufficiente una rapida scorsa alla piattaforma economica approvata dai suoi dirigenti nel 2013. Il partito prometteva senza indugi di adottare una politica economica “orientata verso il mercato”, creando soprattutto le condizioni più favorevoli all’afflusso di capitale estero.
Uno dei punti principali era la deregolamentazione del settore finanziario e la promozione delle liberalizzazioni in vari ambiti, partendo dalla privatizzazione delle aziende di stato. La NLD si diceva poi entusiasta delle nuove regole già implementate dal regime per assegnare contratti alle multinazionali straniere nel settore energetico ed estrattivo, mentre sposava in pieno il passaggio da un sistema basato sul settore agricolo – con una probabile “riforma” agraria dagli effetti devastanti per milioni contadini – alla diffusione di impianti manifatturieri destinati ad alimentare l’export.
Consapevole delle implicazioni economiche e sociali di un’evoluzione che intenda far approdare il Myanmar nel paradiso del capitalismo internazionale, in un’intervista rilasciata nel 2014 al Wall Street Journal, un alto dirigente della NLD metteva in guardia la popolazione da aspettative eccessive, poiché i cambiamenti allo studio non avrebbero comunque generato un livello di benessere diffuso ancora per molto tempo.
Le questioni economiche e i piani della NLD in questo ambito sono ad ogni modo rimasti fuori dal dibattito che ha preceduto le elezioni, dominato invece dai proclami ispirati ai valori democratici e dalla possibilità di ridurre per la prima volta l’influenza dei militari.
Le credenziali democratiche di questo partito sono state però minate da alcuni episodi significativi nei mesi scorsi. La maggioranza della NLD aveva ad esempio emarginato molti membri del movimento “Generazione 88”, protagonista della rivolta contro il regime repressa nel sangue nel 1988.
Dei 17 aspiranti alla candidatura nelle elezioni generali di questo gruppo, soltanto uno è stato accettato dai vertici della NLD, mentre aspre critiche ha anche suscitato la decisione del partito di ignorare le richieste dei suoi iscritti ed escludere vari candidati graditi a questi ultimi a favore di altri considerati di orientamento troppo conservatore.
Qualche malumore anche a livello internazionale aveva provocato infine il sostanziale adeguamento della NLD e di Aung San Suu Kyi stessa alla campagna del regime contro la minoranza musulmana Rohingya che vive in Myanmar. Per cominciare, quasi 800 mila Rohingya nello stato occidentale di Rakhine, che avevano partecipato alle elezioni parlamentari del 2010 e a quelle suppletive del 2012, sono stati privati del diritto di voto in questa tornata.
La decisione, presa mesi fa dal regime del presidente Thein Sein, faceva seguito alle persecuzioni subite dalla minoranza di fede islamica, alimentate dal governo stesso e condotte sul campo da fondamentalisti buddisti, protagonisti di veri e propri pogrom che hanno fatto centinaia di morti e trasformato altre centinaia di migliaia di Rohingya in profughi e detenuti in speciali campi di prigionia.
Il voto in Myanmar è stato comunque accolto molto positivamente dal governo americano. Il segretario di Stato, John Kerry, ha emesso un comunicato nella giornata di domenica, elogiando “l’importante passo avanti” compiuto con le elezioni, pur sottolineando “i significativi ostacoli strutturali” che rimangono sulla strada verso un “governo pienamente democratico e civile”.
Le dichiarazioni provenienti da Washington riflettono in altre parole le speranze legate alla possibile formazione di un governo guidato dalla NLD e da Aung San Suu Kyi, la cui liberazione dagli arresti domiciliari era stata una delle principali condizioni per lo sdoganamento del regime militare qualche anno fa.
Parallelamente, riferendosi agli “ostacoli” che ancora impediscono il pieno sviluppo della democrazia nella ex Birmania, Kerry intende ricordare alla classe dirigente indigena come l’allineamento agli interessi strategici ed economici degli USA dovrà essere assicurato fino in fondo. In caso contrario, le “carenze democratiche” del Myanmar potranno essere sfruttate in qualsiasi momento per rigettare il paese nell’isolamento degli ultimi vent’anni.
Fonte
13/02/2015
Il Corriere della Sera e la strana Onlus attiva in Birmania
I “grandi” giornali di tanto in tanto non ci finiscono mai di stupire. In negativo.
Sul Corriere della Sera online sulla home page dell’11.02.2015 troviamo ampio spazio a un articolo/servizio, “La guerra più lunga del mondo in Birmania tra i combattenti Karen”, con un lungo sottotitolo “Sulle montagne dove da 66 anni i combattenti della minoranza etnica si oppongono a Rangoon per la libertà testi, foto e video di Fabio Polese”.
Già…. Fabio Polese, noto da anni per i suoi frequenti articoli agiografici sulla ONLUS “Comunità solidarista Popoli”. Quel Fabio Polese che ha scritto molti articoli sul quotidiano Rinascita di Ugo Gaudenzi, noto per le sue frequentazioni neo naziste. Quel Polese che lavora per ASI, nota agenzia di stampa a coloritura rosso bruna.
Diceva Contropiano il 28 gennaio 2013 “La Birmania rappresenta il secondo produttore di oppio, con più di 800 tonnellate l’anno, e il primo produttore al mondo di anfetamine, la produzione è in aumento dal 2011. Come rivelato dall’inchiesta de l’Espresso, il presunto gruppo umanitario di CasaPound, si è mostrato, almeno in apparenza, molto attivo per gli aiuti umanitari al popolo Karen, una minoranza etnica in lotta armata per l’indipendenza in Birmania. Come riportato dalla ricostruzione de l’Espresso, Casapound ha sostenuto il popolo Karen attraverso “la collaborazione con la onlus Popoli, fondata dal veronese Franco Nerozzi. In pochi anni questa ‘comunità solidarista’, come si definisce, ha fondato un ospedale da campo in un villaggio Karen che distribuisce medicinali alla popolazione. Attività assolutamente meritoria, se la Procura di Verona non avesse scoperto che non si limitava all’ambito filantropico. Secondo le risultanze processuali la Birmania è stato infatti il luogo di addestramento per un gruppo di volontari reclutati dallo stesso Nerozzi per realizzare un golpe nelle Isole Comore, vicino al Madagascar.” […] grazie anche alle intercettazioni telefoniche i pm si fecero l’idea che le missioni di Popoli fossero una copertura per un campo d’addestramento. Nerozzi, in seguito arrestato con l’accusa di terrorismo internazionale, ha scontato una pena di 1 anno e 10 mesi, per poi riprendere l’attività in Birmania”. Sempre Contropiano nel 2011 scriveva: “L’uomo libero onlus” ha però anche un progetto per il popolo Karen della Birmania, e qui entra in scena il veronese Franco Nerozzi della comunità solidarista “Popoli”, il quale ha patteggiato una condanna a diversi mesi per una questione di “mercenari” che avrebbero dovuto andare a fare un golpe alle isole Comore. Nerozzi (“bieco e delirante anticomunista” per sua stessa definizione durante una conferenza tenutasi a Trieste ed organizzata dal Partito radicale), era passato da reporter free lance (nella Jugoslavia degli anni 90, vi ricorda qualcosa?) ad organizzatore di “iniziative umanitarie”, come queste che porta da anni avanti nel sudest asiatico, sia con i Karen che con i Montagnards del Viet Nam, spesso fregandosene delle necessarie autorizzazioni dei governi legittimi. Ma tanto per restare tutti in famiglia, ricordiamo che all’epoca tra gli indagati veronesi per presunti traffici d’armi che si sarebbero celati sotto pretese “operazioni umanitarie” in Birmania vi fu anche Giulio Spiazzi (figlio del più ben noto generale Amos) che scelse come proprio avvocato il veronese Roberto Bussinello, altro esponente di Forza nuova. Che Nerozzi abbia patteggiato è di dominio pubblico”.
Eppure il mite Fabio Polese sul Corriere della Sera oggi sostiene “all’entrata di Oo Kray Khee, un villaggio che i Karen chiamano anche «Little Verona» in segno di riconoscenza verso la Comunità Solidarista Popoli, una Onlus umanitaria italiana che dal 2001 ha costruito e ricostruito villaggi, scuole e cliniche mediche in questi territori”. Insomma una Onlus ad impostazione neofrancescana che fa chiamare un villaggio birmano Little Verona in omaggio alla città natale del bieco e delirante anticomunista Nerozzi.
Ci chiediamo: noi i blog di controinformazione vera sappiamo chi è Fabio Polese, sappiamo cosa è la Comunità Solidarista Popoli. E il Corriere della Sera che diamine di redazione ha? O forse al Corrierun sanno e approvano “i ragazzotti di destra” di Onlus del tipo di Popoli?
Fonte
18/07/2014
Omicidio Fanella, la rete nera di Ceniti dal Trentino al Kosovo
Sono tracce solo apparentemente labili quelle che Giovanni Battista Ceniti – il ragazzo 29enne membro del commando che ha ucciso il cassiere di Gennaro Mokbel Silvio Fanella il 3 luglio a Roma – ha lasciato alle sue spalle. Poco o nulla si conosce pubblicamente della sua attività politica nell’area dell’estrema destra: una militanza in Casa Pound di Verbania, terminata alla fine del 2012. Poi il buio. “Un anno e mezzo fa si è come immerso, ha cancellato il suo profilo Facebook”, raccontano alcune fonti molto vicine a lui. E aggiungono: “A noi raccontava che andava a gestire il fine settimana una pizzeria ad Arco, in provincia di Trento. Ci sembrava curioso farsi centinaia di chilometri per lavorare in un posto così lontano”. Ed è proprio da Arco, piccola cittadina a tre chilometri da Riva del Garda, che appaiono le tracce più consistenti lasciate da Ceniti. Una sorta di doppia vita sconosciuta per i suoi amici di Verbania. Tracce che portano all’area “rossobruna” dei cosiddetti “comunitaristi”, tra neofascisti ed ex mercenari, con fili legati all’esperienza di Avanguardia nazionale.
La seconda vita di Ceniti e le missioni in Kosovo – Occorre partire dalla pizzeria Avalon, locale in stile medioevale aperto un anno fa sulla strada provinciale che collega Arco con Riva del Garda. Era questo il riferimento che il giovane rimasto ferito forniva a chi gli chiedeva cosa facesse nelle sue trasferte in Trentino. “Io Giovanni Ceniti non l’ho mai visto”, assicura Giovanni Battista Deledda, un imprenditore sardo arrivato sul Garda una trentina di anni fa, titolare della Degio srl, società proprietaria del locale. “Non è assolutamente vero che quel ragazzo fosse mio socio, come hanno scritto i giornali”, spiega. E ha ragione: in camera di commercio e negli uffici comunali nulla lega Ceniti al locale. Ma il racconto va oltre: “Dopo l’uscita di questa notizia – spiega Deledda – ho ricevuto la visita di persone strane; con loro c’era anche uno straniero”. Ora ha paura, ha chiesto anche aiuto alle forze dell’ordine. Dunque una bugia quella raccontata da Ceniti agli amici. Per coprire cosa? I viaggi del giovane di Verbania sul Garda sono, però, un dato certo, che trova diverse conferme. Almeno quattro persone lo riconoscono nelle foto: “Sì, ricordo bene questo ragazzo, girava da queste parti”, raccontano alcuni camerieri di locali pubblici di Arco. Ancora più diretto e preciso è il ricordo del personale del pub di Riva del Garda “Moby Dick”, considerato uno dei ritrovi dell’area di estrema destra: “Ma questo è Giovanni! Andavamo ad arrampicare insieme, certo che me lo ricordo”, racconta un cameriere. “L’ultima volta che è stato qui? Sicuramente lo scorso aprile”, spiega. Poi si chiude in una serie di “non so”. Il Moby Dick è uno dei due locali gestiti da Walter Pilo, imprenditore con un passato nel Fronte della gioventù e in Forza nuova. “Non rinnego nulla, ma non ho mai avuto rapporti con Ceniti”, spiega al telefono a ilfattoquotidiano.it. Da diversi anni dirige un’associazione culturale attivissima nel panorama della destra di Riva del Garda, “L’uomo libero”. Si occupano prevalentemente di missioni all’estero. Il Kosovo e la Birmania sono le due mete preferite e, più recentemente, la Crimea degli “italiani perseguitati da Stalin”. Ed è proprio in questo contesto che appaiono le tracce della vita politica recente di Ceniti. In stretta compagnia con il leader nazionale di Casa Pound, Gianluca Iannone, che – dopo l’agguato della Camilluccia – si era prodigato nel definire il ruolo del giovane di Verbania come marginale nell’organizzazione: “Non era un dirigente, solo responsabile di una zona in provincia di Verbano- Cusio-Ossola”. Un qualche peso, però, lo aveva.
Sono del dicembre del 2010 le foto pubblicate sulla rete che ritraggono Ceniti insieme al leader di Casapound Gianluca Iannone in Kosovo (qui a fianco; Ceniti è il primo a sinistra), durante una missione organizzata proprio dall’associazione “L’uomo libero” di Riva del Garda. Un viaggio finanziato anche con contributi pubblici, che la Regione autonoma del Trentino Alto Adige eroga fin dalla fine degli anni ’90 all’associazione di Walter Pilo. Un fiume di soldi, confermati anno dopo anno. A cosa servisse quel viaggio non è del tutto chiaro: Iannone, nel suo diario, racconta pochi dettagli sul progetto umanitario: “L’installazione di due generatori elettrici all’interno di due enclavi serbe”. Ma anche incontri politici e la programmazione di futuri viaggi. Tra i guerriglieri in Birmania l’associazione L’uomo libero ha poi contatti stretti con un’altra Onlus strettamente legata a Casa Pound, la Popoli di Verona. Guidata da Franco Nerozzi, coinvolto nel 2002 in una storia di mercenari nelle Comore, da anni assiste i guerriglieri Karen della Birmania (foto sotto). Tante, tantissime missioni, alcune delle quali organizzate in collaborazione con il gruppo trentino di Walter Pilo, frequentato da Ceniti fino ad un paio di mesi fa. Ufficialmente l’organizzazione Popoli si occupa di assistenza umanitaria, curando i guerriglieri Karen. Nei loro viaggi si fanno scortare da gruppi armati nella foresta al confine con la Thailandia, come mostrano le foto di un’altra missione del leader di Casa Pound Gianluca Iannone, questa volta nella giungla del sudest asiatico.
Le associazioni dell’area “rossobruna” stanno molto attente ad evitare un’immediata identificazione con le frange dell’estrema destra. Ma a Riva del Garda i loro militanti alla fine sono gli stessi che gravitano attorno a Casa Pound. Una serie di sigle che compongono un network nero. Dietro la vetrina immacolata di Riva del Garda si nasconde una presenza neofascista ormai consolidata. Qui ha esordito in politica Cristano De Eccher, l’ex senatore di Forza Italia noto per aver proposto l’abrogazione delle norme costituzionali che vietano la ricostituzione del partito fascista. Un principe trentino nerissimo, con un passato in Avanguardia nazionale, che entrò nell’inchiesta su Piazza Fontana per i suoi stretti rapporti con Franco Freda. E in Trentino – ad una quarantina di chilometri da Riva del Garda – si era rifugiato anche un volto noto del panorama fascista milanese, Alessandro Todisco, detto Todo. Un nome che riporta, ancora una volta, a Giovanni Ceniti. La compagna del ragazzo ferito nell’agguato della Camilluccia – la milanese Nicoletta Cainero – è l’ex moglie di Todisco. Attivissima nel mondo dell’estremismo nero di Milano, ha gestito per anni “Il rifugio di Rohan”, ritrovo neofascista vicino a Viale Certosa. L’ex marito Todisco – tra i capi degli “Irriducibili” dell’Inter – da qualche anno gestisce un pub a Pelugo – borgo con 350 anime – punto di ritrovo per le frange più estreme del tifo organizzato. Nessun contatto – almeno apparente – con l’area di Riva del Garda; un pezzo, sicuramente, di quella galassia nera che ha la sua roccaforte a cavallo tra Trentino, Veneto e Lombardia. Tra onlus rispettabili, missioni all’estero e saluti romani.
Fonte
24/05/2014
La pace buddhista e i golpe continui
Anche se ai golpe militari thailandesi siamo ormai abituati, chi ha avuto modo di visitare questo splendido Paese non può fare a meno di provare un disagio di fondo rammentando le immagini viste e la presenza pervasiva della simbologia buddhista in ogni strada di Bangkok e di altre città.
Il buddhismo – come tutti sanno – è la religione non violenta per eccellenza. Esorta a distaccarsi dagli eventi del mondo, a meditare sulla caducità di ogni cosa che ci circonda, a trascurare l’esteriorità concentrando l’attenzione sulla nostra dimensione interiore e più profonda. Non solo. Ben prima dei Greci, i filosofi buddhisti avevano “scoperto” la fondamentale distinzione tra apparenza e realtà.
E, contrariamente a quanto ritiene il senso comune, l’apparenza è il mondo esterno che è solo illusione, mentre la realtà “vera” si trova all’interno di noi. Per raggiungerla occorre una grande disciplina, basata su esercizi assai complicati per la mentalità occidentale. Tuttavia tale disciplina, se praticata con costanza e pazienza, è in grado di condurci all’illuminazione che il fondatore aveva raggiunto al massimo grado. Questa la strada per conseguire la pace dell’anima, premessa indispensabile per superare violenza e conflitti che caratterizzano da sempre il mondo come noi lo vediamo.
Agli occhi intesi come organi di senso bisogna dunque sostituire l’occhio interiore, in grado di appurare l’illusorietà di oggetti ed eventi che, apparentemente, costituiscono l’ossatura della realtà.
Il richiamo a questi concetti, in Thailandia, è costante. A ogni angolo si trovano pagode che all’interno contengono file interminabili di Buddha dorati. Impressionante è l’enorme Buddha sdraiato (Wat Pho) in un tempio al centro della capitale. Le sue dimensioni sono tali che occorre parecchio tempo per arrivare dalla testa ai piedi, anche se la visione è sempre parziale proprio a causa delle suddette dimensioni.
Se poi si percorre in barca il grande fiume Chao Phraya che divide Bangkok in due parti, che spesso esonda spazzando via le misere baracche in cui vive la parte più povera (e numerosa) della popolazione, è frequente vedere sulla riva altre grandi statue dorate del Buddha sempre ritratto in posa ieratica.
Ora il golpe dei militari ci riporta però a una realtà molto più simile a quella del senso comune e che con anima e meditazione ha ben poco a che fare. Già, perché la storia Thai, come la storia di ogni altra nazione, è segnata da conflitti e violenze senza fine, e dalla lotta a volte feroce tra fazioni politiche contrapposte. Il sorriso del Buddha resta sullo sfondo, qualcosa di lontano e irraggiungibile.
Stesso discorso nell’altro grande Paese buddhista confinante. La Birmania – ora chiamata Myanmar – è reduce da una lunga e feroce dittatura militare e solo adesso comincia ad aprirsi all’esterno. In quel contesto il lungo isolamento ha fatto sì che l’influenza della religione sia ancora maggiore.
E’ tuttavia importante notare che tanto in Birmania quanto in Thailandia sono in atto dure repressioni nei confronti delle minoranze islamiche presenti in entrambe le nazioni. Qualcuno potrebbe notare – malignamente – che gli islamici in fondo se lo meritano visto che, dove sono maggioranza, perseguitano senza remore i seguaci di altre fedi. Resta però il fatto che, agendo in questo modo, lo spirito buddhista viene tradito.
L’ennesimo golpe thailandese e gli altri avvenimenti dianzi menzionati ci rammentano, in conclusione, che il distacco dalla realtà di ogni giorno è più facile in teoria che nella pratica. O, meglio ancora, ci fa capire che tale distacco può essere praticato con successo solo da pochi illuminati. La gente comune è condannata a vivere in un mondo in cui la violenza continua a dominare.
Fonte
Sarà che va così perché dalla notte dei tempi il mondo si divide tra un 10% scarso che se lo gode e un 90% che lo fa funzionare?
Il buddhismo – come tutti sanno – è la religione non violenta per eccellenza. Esorta a distaccarsi dagli eventi del mondo, a meditare sulla caducità di ogni cosa che ci circonda, a trascurare l’esteriorità concentrando l’attenzione sulla nostra dimensione interiore e più profonda. Non solo. Ben prima dei Greci, i filosofi buddhisti avevano “scoperto” la fondamentale distinzione tra apparenza e realtà.
E, contrariamente a quanto ritiene il senso comune, l’apparenza è il mondo esterno che è solo illusione, mentre la realtà “vera” si trova all’interno di noi. Per raggiungerla occorre una grande disciplina, basata su esercizi assai complicati per la mentalità occidentale. Tuttavia tale disciplina, se praticata con costanza e pazienza, è in grado di condurci all’illuminazione che il fondatore aveva raggiunto al massimo grado. Questa la strada per conseguire la pace dell’anima, premessa indispensabile per superare violenza e conflitti che caratterizzano da sempre il mondo come noi lo vediamo.
Agli occhi intesi come organi di senso bisogna dunque sostituire l’occhio interiore, in grado di appurare l’illusorietà di oggetti ed eventi che, apparentemente, costituiscono l’ossatura della realtà.
Il richiamo a questi concetti, in Thailandia, è costante. A ogni angolo si trovano pagode che all’interno contengono file interminabili di Buddha dorati. Impressionante è l’enorme Buddha sdraiato (Wat Pho) in un tempio al centro della capitale. Le sue dimensioni sono tali che occorre parecchio tempo per arrivare dalla testa ai piedi, anche se la visione è sempre parziale proprio a causa delle suddette dimensioni.
Se poi si percorre in barca il grande fiume Chao Phraya che divide Bangkok in due parti, che spesso esonda spazzando via le misere baracche in cui vive la parte più povera (e numerosa) della popolazione, è frequente vedere sulla riva altre grandi statue dorate del Buddha sempre ritratto in posa ieratica.
Ora il golpe dei militari ci riporta però a una realtà molto più simile a quella del senso comune e che con anima e meditazione ha ben poco a che fare. Già, perché la storia Thai, come la storia di ogni altra nazione, è segnata da conflitti e violenze senza fine, e dalla lotta a volte feroce tra fazioni politiche contrapposte. Il sorriso del Buddha resta sullo sfondo, qualcosa di lontano e irraggiungibile.
Stesso discorso nell’altro grande Paese buddhista confinante. La Birmania – ora chiamata Myanmar – è reduce da una lunga e feroce dittatura militare e solo adesso comincia ad aprirsi all’esterno. In quel contesto il lungo isolamento ha fatto sì che l’influenza della religione sia ancora maggiore.
E’ tuttavia importante notare che tanto in Birmania quanto in Thailandia sono in atto dure repressioni nei confronti delle minoranze islamiche presenti in entrambe le nazioni. Qualcuno potrebbe notare – malignamente – che gli islamici in fondo se lo meritano visto che, dove sono maggioranza, perseguitano senza remore i seguaci di altre fedi. Resta però il fatto che, agendo in questo modo, lo spirito buddhista viene tradito.
L’ennesimo golpe thailandese e gli altri avvenimenti dianzi menzionati ci rammentano, in conclusione, che il distacco dalla realtà di ogni giorno è più facile in teoria che nella pratica. O, meglio ancora, ci fa capire che tale distacco può essere praticato con successo solo da pochi illuminati. La gente comune è condannata a vivere in un mondo in cui la violenza continua a dominare.
Fonte
Sarà che va così perché dalla notte dei tempi il mondo si divide tra un 10% scarso che se lo gode e un 90% che lo fa funzionare?
04/04/2014
L’Unione Europea alla conquista di Africa ed Estremo Oriente
In tempi di crisi del capitalismo e di competizione globale tra i poli geoeconomici la conquista di nuovi mercati e di nuove relazioni commerciali diventa prioritaria e sempre più forsennata. Anche perché i competitori – in particolare Stati Uniti e Cina – non se ne stanno certo con le mani in mano.
E così Bruxelles punta in maniera sempre più evidente verso nuove zone da ‘conquistare’, ad esempio l’Africa. Non è un caso che la cancelliera tedesca Angela Merkel, alcuni giorni fa, abbia incitato i giovani africani a ‘imparare il tedesco’ per avere nuove opportunità. E non è un segreto che i responsabili politici e militari di Berlino abbiano più volte affermato, negli ultimi mesi, che “per la Germania e per l’Unione Europea” l’Africa è diventata fondamentale. Non sarà più solo la Francia, con le sue missioni militari e la sua area di influenza economica mantenuta nelle ex colonie, a difendere e ad approfondire gli interessi strategici dell’Unione Europea, ma ora entra in campo anche la Germania con i suoi satelliti.
Lo si evince anche dal quarto vertice tra Unione Europea e paesi del ‘continente nero’ terminato ieri a Bruxelles, durante il quale il polo europeo si è impegnato “a contribuire finanziariamente alla pace e allo sviluppo africani”. Ma tra i temi centrali del vertice c’è stata la sicurezza, perché ovviamente non è possibile aumentare gli investimenti in paesi poco sicuri per gli imprenditori e i governi europei. E quindi l’Ue si è impegnata a contribuire con 750 milioni di euro in tre anni all’African Peace Facility, il fondo dedicato a questo scopo. In più, con l’aiuto europeo, oltre 17.000 militari africani saranno addestrati da qui al 2016 in Somalia, in Repubblica Democratica del Congo, in Libia, in Mali e nella regione del Sahel. L’Ue inoltre ha stanziato tre miliardi di euro in sette anni per l’agricoltura, un miliardo per l’integrazione panafricana e 350 milioni in borse di studio per studenti e ricercatori africani (affinché imparino il tedesco?).
Non si è invece ancora trovato un accordo soddisfacente sul partenariato economico (Ape/Epa) che l’Unione Europea propone insistentemente all’Unione Africana, comunque assai più accondiscendente dopo la destituzione e l’uccisione di Muhammar Gheddafi da parte della Nato e dell’Ue. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, pur riconoscendo “i progressi” compiuti, ha sostenuto infatti che sugli Epa il vertice di Bruxelles avrebbe potuto “fare meglio e di più”.
Herman van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha definito gli accordi economici proposti “i mattoni dell’integrazione continentale verso un’area di libero commercio”, aggiungendo che questo processo sarà sostenuto con 844 milioni di euro in tre anni. Alla viglia della riunione, la firma di uno di questi accordi, quello con i paesi dell’Africa occidentale della Cedeao-Ecowas, era stato bloccato per le obiezioni della Nigeria.
Bruxelles non punta solo a sud, ma anche ad est.
Sempre più stretti e sempre più reciproci stanno diventando infatti i rapporti tra l’ex Birmania e l’Unione Europea (Ue), anche come risultato del recente tour del Commissario al Commercio Karel De Gucht che ha visitato recentemente (19-20 marzo) il paese asiatico. Durante il colloquio con il presidente Thein Sein, in particolare, De Ducht ha parlato di investimenti europei nei settori trainanti dello sviluppo birmano: industria estrattiva, legname, infrastrutture, comunicazioni, ma per la prima volta anche delle crescenti esportazioni verso i partner Ue, che Bruxelles intende promuovere con assistenza tecnica e facilitazioni. Il commissario ha avviato con il ministro per la Pianificazione nazionale e lo sviluppo economico un accordo per la tutela degli investimenti bilaterali, necessario per incentivare le iniziative di investimento reciproche.
In via di definizione c’è anche la nascita di una camera di commercio dell’Unione Europea in Myanmar, dove il valore degli scambi bilaterali ha raggiunto nel 2013 i 569 milioni di euro, con un incremento del 41% rispetto al 2012 e con potenzialità enormi e ancora non sfruttate.
I dati ufficiali indicano come lo scorso anno gli investimenti diretti in Myanmar da Austria, Cipro, Danimarca, Germania, Lussemburgo, Olanda e Regno Unito sono ammontati a quasi 4 miliardi di dollari.
Gli accordi del luglio 2012, successivi alla decisione dell’Organizzazione mondiale del lavoro di modificare il suo pesante giudizio sulle condizioni d’impiego nel paese, hanno aperto di fatto al Myanmar le porte di un mercato di 500 milioni di cittadini. Nell’aprile dello scorso anno, l’Ue ha tolto le sanzioni verso il paese, pur mantenendo l’embargo al commercio di armi, e due mesi dopo ha riammesso il paese nel sistema preferenziale che consente minori dazi doganali sulle esportazioni.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)