Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2026
12/10/2024
Mar Rosso - Ansarallah colpisce due navi
Rimane caldo anche il fronte sud della guerra in corso in Medio Oriente. Il movimento yemenita Ansarallah (impropriamente conosciuto come “gli Houthi”, ndr) ha rivendicato la responsabilità di due attacchi a navi commerciali nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano. Secondo quanto dichiarato ieri sera in un discorso televisivo dal portavoce militare di Ansarallah, Yahya Saree, la petroliera Olympic Spirit è stata “presa di mira da 11 missili balistici e due droni ed è stata colpita direttamente e in modo grave”. Saree ha aggiunto che la nave battente bandiera della Liberia era una “petroliera statunitense”.
L’attacco confermato è avvenuto contro la petroliera Olympic Spirit (24.000 dwt) tra il 9 e il 10 ottobre. La nave era diretta in Oman quando è stata attaccata. Si trovava a circa 70 miglia a sud-ovest di Hodeidah quando è stata colpita da un primo missile.
Il capitano della nave ha segnalato un secondo attacco dopo circa 40 minuti con altri due missili che, a suo dire, si sono avvicinati alla nave. È poi seguita una terza esplosione più tardi, sempre vicino alla nave. Alcuni rapporti indicano che la nave è stata colpita fino a quattro volte.
In precedenza, l’Agenzia britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto) ha dichiarato che un’altra nave è stata colpita da un “proiettile sconosciuto” e ha subito danni, ma non sono stati segnalati incendi o vittime. La nave, che viaggiava da Gedda in Arabia Saudita a Mascate in Oman, ha poi segnalato altre due esplosioni nelle vicinanze, ha riferito l’Ukmto, aggiungendo che “l’equipaggio è stato dichiarato in salvo”.
Nel suo discorso televisivo, il portavoce militare di Ansarallah ha aggiunto che i propri combattenti hanno preso di mira anche la nave “St. John” nell’Oceano Indiano perché il proprietario aveva violato il “divieto di accesso ai porti della Palestina occupata”.
In precedenza gli Houthi avevano preso di mira la petroliera Cordelia Moon colpendola con una barca bomba e perforando una delle cisterne di zavorra. La nave è comunque riuscita a procedere verso Suez, dove è arrivata domenica 6 ottobre.
Dall’ottobre dello scorso anno i miliziani yemeniti Ansarallah prendono di mira le navi dirette al porto israeliano di Eilat sul Mar Rosso come forma di pressione contro l’occupazione militare israeliana a Gaza che ha provocato decine di migliaia di morti tra i palestinesi.
Ansarallah continua a minacciare un blocco totale delle vie d’acqua nel Mar Rosso fino a quando non verrà raggiunto un cessate il fuoco a Gaza e in Libano. I loro obiettivi sono le navi associate a Israele e le imbarcazioni riconducibili a Stati Uniti e Gran Bretagna, queste ultime come rappresaglia per il bombardamento delle posizioni Houthi da parte delle forze aeronavali staunitensi e britanniche che pattugliano il Mar Rosso.
Fonte
L’attacco confermato è avvenuto contro la petroliera Olympic Spirit (24.000 dwt) tra il 9 e il 10 ottobre. La nave era diretta in Oman quando è stata attaccata. Si trovava a circa 70 miglia a sud-ovest di Hodeidah quando è stata colpita da un primo missile.
Il capitano della nave ha segnalato un secondo attacco dopo circa 40 minuti con altri due missili che, a suo dire, si sono avvicinati alla nave. È poi seguita una terza esplosione più tardi, sempre vicino alla nave. Alcuni rapporti indicano che la nave è stata colpita fino a quattro volte.
In precedenza, l’Agenzia britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto) ha dichiarato che un’altra nave è stata colpita da un “proiettile sconosciuto” e ha subito danni, ma non sono stati segnalati incendi o vittime. La nave, che viaggiava da Gedda in Arabia Saudita a Mascate in Oman, ha poi segnalato altre due esplosioni nelle vicinanze, ha riferito l’Ukmto, aggiungendo che “l’equipaggio è stato dichiarato in salvo”.
Nel suo discorso televisivo, il portavoce militare di Ansarallah ha aggiunto che i propri combattenti hanno preso di mira anche la nave “St. John” nell’Oceano Indiano perché il proprietario aveva violato il “divieto di accesso ai porti della Palestina occupata”.
In precedenza gli Houthi avevano preso di mira la petroliera Cordelia Moon colpendola con una barca bomba e perforando una delle cisterne di zavorra. La nave è comunque riuscita a procedere verso Suez, dove è arrivata domenica 6 ottobre.
Dall’ottobre dello scorso anno i miliziani yemeniti Ansarallah prendono di mira le navi dirette al porto israeliano di Eilat sul Mar Rosso come forma di pressione contro l’occupazione militare israeliana a Gaza che ha provocato decine di migliaia di morti tra i palestinesi.
Ansarallah continua a minacciare un blocco totale delle vie d’acqua nel Mar Rosso fino a quando non verrà raggiunto un cessate il fuoco a Gaza e in Libano. I loro obiettivi sono le navi associate a Israele e le imbarcazioni riconducibili a Stati Uniti e Gran Bretagna, queste ultime come rappresaglia per il bombardamento delle posizioni Houthi da parte delle forze aeronavali staunitensi e britanniche che pattugliano il Mar Rosso.
Fonte
10/10/2021
Nuova via della seta, grandi manovre sui terminal dell’Oceano Indiano
Per capire la portata della fuga statunitense e occidentale dall’Afghanistan non basta “decostruire” le stupidaggini, le follie o le semplici menzogne della propaganda imperialista. Più utile ancora è conoscere i megaprogetti di sviluppo in partenza in quell’area.
Qui sotto un esempio tratto da Milano Finanza.
Qui sotto un esempio tratto da Milano Finanza.
*****
Grandi manovre sono in atto tra Cina, Pakistan e India sugli investimenti relativi alla Belt & Road e in particolare sui terminal lungo le rotte marittime, che stanno acquistando una crescente importanza geostrategica.
Pakistan e Cina hanno deciso di spostare il baricentro della loro iniziativa per il Corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), che rappresenta il più importante investimento del progetto Belt and Road, dalla controversa area di Gwadar (Belucistan) alla costa di Karachi, 600 chilometri più a est, prossima ai confini con l’India.
I due paesi hanno firmato un memorandum d’intesa per il progetto della Cona di sviluppo complessivo costiero di Karachi, durante il 10mo Comitato di cooperazione congiunta. Si tratterà di un investimento da 3,5 miliardi di dollari, che include una nuova strutture nel porto di Karachi e un impianto di depurazione delle acque, oltre alla costruzione di un ponte tra il porto e le isole Manora.
"Questo progetto ripulirà l’habitat marino per i nostri pescatori, costruirà unità abitative per famiglie a basso reddito e presenterà opportunità per gli investitori. Porterà Karachi al pari delle più sviluppate città portuali”, ha rilanciato su Twitter il primo ministro pachistano, Imran Khan.
A spingere il cambio di focus pare essere stata l’estrema instabilità rappresentata dalla situazione a Gwadar, una delle maggiori città costiere della provincia del Belucistan, dove ad agosto un attentato suicida dei separatisti beluci ha avuto come obiettivo un veicolo cinese.
Gwadar avrebbe dovuto essere il terminal di un impianto per gas naturale liquefatto galleggiante come parte del segmento Gwadar-Nawabshah del gasdotto Iran-Pakistan. Oltre agli investimenti sotto l’egida diretta del CPEC, che prevede investimenti per oltre 46 miliardi di dollari, nella città di Gwadar, nel giugno del 2016 la China Overseas Port Holding Company (COPHC) ha dato avvio ad un piano da 2 miliardi di dollari per la Zona Economica Speciale Gwadar, modellata sulle linee delle Zone economiche speciali della Cina.
Ora non è chiaro se nel nuovo accordo tra i due paesi, anche la Zes verrà spostata nell’area di Karachi.
Intanto l’agenzia giapponese Nikkei ha riferito che il conglomerato indiano Adani Group, in affari tra l’altro con la Msc, la seconda shipping company del mondo, ha firmato un accordo da 605 milioni di euro per costruire un terminal container presso il porto di Colombo, la capitale dello Sri Lanka, nel tentativo, secondo gli analisti, di contrastare la crescente influenza cinese in quest’isola strategica.
Il gruppo indiano ha firmato l’accordo con la SLPA, l’autorità portuale cingalese, e con la compagnia privata John Keells Holdings per costruire il West Container Terminal (WCT) del porto, in quello che è stato definito dalla SLPA “il più grande investimento esterno mai ricevuto nel settore portuale”.
L’accordo mette parzialmente a tacere le polemiche esplose nel 2019, quando fu messo in un cassetto un memorandum d’intesa con India e Giappone per sviluppare e operare congiuntamente l’East Container Terminal.
Per Nuova Delhi la questione della collocazione geopolitica dello Sri Lanka è cruciale, alla luce della sua strategia indo-pacifica che ha portato il paese a essere parte dell’alleanza QUAD con Giappone, Australia e Stati Uniti con l’obiettivo di contrastare la crescente pressione cinese.
Pechino è fortemente presente in Sri Lanka con una serie di progetti infrastrutturali, a partire dal porto di Hambantota costruito con la sua assistenza. Nel 2017 Colombo, soffocata da un debito di quasi 7 miliardi di euro nei confronti della Cina, firmò un accordo che garantisce un affitto di 99 anni di questo scalo strategico meridionale a favore di Pechino. E attualmente la crisi pandemica ha di nuovo messo in ginocchio l’economia cingalese.
Fonte
15/11/2020
30/01/2020
Cina-Myanmar, amici come prima
La recente visita in Myanmar del presidente cinese, Xi Jinping, ha
messo in evidenza il persistere di legami strettissimi tra i due paesi,
nonostante il rimescolamento strategico che era seguito o avrebbe dovuto
seguire il ritorno formale alla democrazia dell’ex Birmania. I due
vicini, per meglio dire, stanno di fatto tornando alla partnership che
caratterizzava i loro rapporti prima del breve idillio con l’Occidente.
Un’evoluzione, quella in corso, che risponde alla necessità per il
Myanmar di evitare l’isolamento internazionale e per la Cina di
sfruttare le opportunità strategiche di ampio respiro offerte
dall’alleato.
La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
Fonte
La questione che ha maggiormente contribuito a incrinare le relazioni tra il Myanmar e l’Occidente è la persecuzione, al limite del genocidio, della minoranza Rohingya di fede musulmana, stanziata soprattutto nelle regioni occidentali del paese del sud-est asiatico. La durissima repressione messa in atto dai militari birmani è stata il culmine di decenni di soprusi ed emarginazione e ha costretto centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh.
La condanna internazionale del comportamento del Myanmar è stata inevitabile, viste le dimensioni dei crimini ben documentati. Lo sdegno, tuttavia, si è intrecciato ad aspetti diplomatici e strategici, in particolare per quel che riguarda le reazioni degli Stati Uniti, il cui atteggiamento nei confronti delle violazioni dei diritti umani da parte di governi stranieri risulta come sempre estremamente selettivo.
In altre parole, la durezza dei toni spesso utilizzati per denunciare il trattamento dei Rohingya rivelava una certa impazienza verso i leader birmani, troppo cauti sia nell’abbracciare l’Occidente e le sue richieste di “riforma” sia nel prendere le distanze dalla Cina. Anche la stessa “icona democratica” Aung San Suu Kyi è uscita in fretta dalle grazie di Washington e Bruxelles, proprio perché incapace di denunciare il genocidio dei Rohingya e, ancor più, per il consolidamento dei rapporti con Pechino promosso dal governo che di fatto presiede.
Singolarmente, così, le prime settimane di gennaio hanno visto il quasi sovrapporsi della visita di Xi, la prima di un leader cinese da quasi due decenni, al verdetto della Corte Internazionale di Giustizia che ha imposto al Myanmar di adottare provvedimenti per proteggere la minoranza musulmana. La mancata implementazione della sentenza potrebbe spingere i paesi occidentali a reintrodurre sanzioni punitive contro il paese asiatico.
L’Europa, ad esempio, aveva già ipotizzato, tra l’altro, la sospensione del “trattamento preferenziale” concesso all’export birmano, con conseguenze pesanti sull’occupazione e l’economia di questo paese. In un’intervista rilasciata settimana scorsa a Bloomberg News, il ministro del Commercio del Myanmar, Than Myint, è partito proprio da questa minaccia per avvertire a sua volta che eventuali sanzioni occidentali provocherebbero un ulteriore avvicinamento tra il suo paese e gli “alleati asiatici”, a cominciare dalla Cina.
Il monito dell’esponente del governo birmano è apparso particolarmente efficace perché lanciato pochi giorni dopo la già ricordata visita in Myanmar del presidente cinese. Durante la sua trasferta oltre il confine sud-occidentale, Xi ha firmato più di trenta accordi con i leader birmani, relativamente alla costruzione di nuove infrastrutture e a progetti vari, e rilanciato l’integrazione del Myanmar nella cosiddetta “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI).
In un articolo pubblicato questa settimana dalla testata on-line Asia Times, il giornalista svedese ed esperto di Birmania, Bertil Lintner, ha scritto che l’idea di partnership che si sta formando tra Cina e Myanmar ha implicazioni che andranno oltre i piani previsti dalla BRI, dal momento che essa avrà “risvolti strategici vastissimi per tutta l’Asia meridionale e sud-orientale”.
I quattro punti cardine del nuovo impulso alla cooperazione bilaterale includono: un progetto di ferrovia ad alta velocità per collegare la Cina meridionale con la città di Mandalay, nel centro del Myanmar, e da qui alla costa sud del paese; lo sviluppo del porto di Kyaukphyu, affacciato strategicamente sul golfo del Bengala; la costruzione di una “nuova città” nei pressi della principale metropoli birmana, Yangon; la creazione di una “zona di cooperazione economica di confine”.
Questi piani, se portati a compimento, permetterebbero alla Cina di “rafforzare il proprio ascendente economico e strategico” sul Myanmar e, soprattutto, di ottenere “uno sbocco diretto sull’Oceano Indiano per la prima volta nella sua storia”. Quest’ultimo fattore va collegato agli sforzi cinesi degli ultimi anni per assicurarsi l’accesso a una serie di porti strategicamente fondamentali in Asia meridionale, da quello di Hambantota in Sri Lanka a quello di Gwadar in Pakistan.
Ciò, assieme ai tentativi più o meno efficaci di estendere l’influenza di Pechino in paesi-isole come Maldive e Seychelles, nonché alla costruzione della prima base militare all’estero nello stato del Corno d’Africa di Gibuti, dovrebbe assicurare alla Cina una presenza strategica nell’Oceano Indiano necessaria a “proteggere i propri crescenti interessi nella regione e non solo”. Se questo processo non si presenta ovviamente privo di ostacoli, esso implica potenzialmente il primato cinese in un’area controllata finora da potenze come Stati Uniti e India, ma anche Francia e Gran Bretagna, con le quali Pechino potrebbe entrare sempre più in rotta di collisione.
Nei piani cinesi, ad ogni modo, il Myanmar gioca un ruolo decisivo e, secondo la già citata analisi proposta da Asia Times, anche superiore a quello svolto da altri partner asiatici di Pechino, come ad esempio il Pakistan, per via di fattori geografici e strategici. La chiave per la realizzazione della visione della Cina tramite la collaborazione con la ex Birmania è appunto la possibilità di raggiungere in maniera sicura lo sbocco sull’Oceano Indiano, “bypassando il Mar Cinese Meridionale”, perennemente oggetto di dispute territoriali, e “un congestionato Stretto di Malacca”, esposto al blocco americano in caso di conflitto militare.
Da queste vie navali transita d’altronde la maggior parte dei commerci e delle importazioni energetiche cinesi. Più in generale, lungo queste rotte passano “i quattro quinti del traffico di container tra l’Asia e il resto del pianeta”, così come “i tre quinti delle forniture mondiali di petrolio”. Alla luce di questi dati, è facile comprendere come l’eventuale concretizzazione delle ambizioni di Pechino, grazie anche alla partnership con il Myanmar, potrebbe fare della Cina la potenza dominante del continente asiatico, con tutte le conseguenze del caso sul piano degli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra a oggi.
Per quanto riguarda il governo birmano, è evidente che all’interno della sua classe dirigente esistono profonde divisioni sull’opportunità di vincolare i piani di sviluppo del paese pressoché unicamente alla Cina. La diversificazione della propria politica estera era alla base delle aperture all’Occidente di qualche anno fa e, con ogni probabilità, continua a essere auspicata da molti.
L’avanzata cinese rappresenta però una minaccia crescente soprattutto per gli Stati Uniti, che, sempre più, appaiono ostili a scelte diplomatiche indipendenti o neutrali dei propri potenziali alleati. Per il Myanmar risulta comunque sempre meno attuabile uno sganciamento da Pechino, visto l’appeal economico rappresentato dalla Cina che l’Occidente, a tutt’oggi, non sembra in grado nemmeno lontanamente di potere avvicinare.
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