Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/09/2026
11/01/2020
Boeing ucraino abbattuto: Teheran ammette la propria responsabilità
Teheran ha ammesso la propria responsabilità nel disastro aereo del 8 gennaio, costato la vita a 176 persone.
Alle prime ore di stamane, la russa RIA Novosti riportava la dichiarazione dello Stato maggiore iraniano, diffusa dal canale televisivo IRIB, secondo cui “Come risultato di un errore umano, accidentalmente il velivolo è stato abbattuto”.
Nella nota è detto anche che l’aereo delle linee MAU ucraine è stato colpito, a causa della sua rotta vicinissima a un’importante struttura militare e dopo che aveva compiuto una repentina virata, da farlo scambiare per un bersaglio nemico, date anche configurazione e altezza di volo.
La tragedia, è detto ancora, si è consumata in un momento di massimo allarme, per una possibile risposta USA agli attacchi missilistici sulle basi statunitensi in Iraq. “Poche ore dopo gli attacchi missilistici” è detto ancora nella dichiarazione, “il numero di voli di aerei militari statunitensi è aumentato in modo significativo”, tanto da portare a “una maggiore sensibilità tra le unità di difesa aerea”.
Una delle scatole nere del velivolo precipitato è stata consegnata alle autorità francesi per la decifrazione dei dati.
Il presidente iraniano Hassan Rouhani, ha espresso le condoglianze alle famiglie delle vittime, ha ordinato di adottare tutte le misure per il risarcimento per l’aereo abbattuto e ha dichiarato che Teheran continuerà le indagini per “stabilire e perseguire le cause di questa grande tragedia e di questo imperdonabile errore”.
Il Ministro degli esteri Javad Zarif ha affermato che la catastrofe è stata causata da “un errore umano, in un periodo di crisi provocata dall’avventurismo USA” e ha porto condoglianze e scuse alle famiglie delle vittime.
Questa la notizia, diffusa dopo che, nei giorni scorsi, Teheran aveva dichiarato essersi trattato di guasto ai motori del Boeing 737, oppure di errore dei piloti.
Due considerazioni paiono d’obbligo, nello specifico dell’abbattimento. L’Iran, come dichiarato da Rouhani, continuerà le indagini sull’accaduto, mentre lo Stato maggiore afferma che il velivolo civile è stato colpito, a causa della sua rotta vicinissima a un’importante struttura militare e dopo che era stato scambiato per un bersaglio nemico. Involontariamente, la memoria va al Boeing delle linee aeree sudcoreane, abbattuto da intercettori sovietici nel settembre del 1983, dopo aver deviato di quasi 500 km dalla rotta prevista, esser penetrato nello spazio aereo sovietico e aver sorvolato obiettivi militari dell’URSS.
L’ipotesi che, sulla scia del velivolo civile, ci fossero aerei spia statunitensi e che l’aereo sudcoreano facesse da scudo a quelli, non è mai stata completamente rigettata. Le dichiarazioni rilasciate ieri dal Presidente ucraino Vladimir Zelenskij, che, a differenza del suo capo dei Servizi di sicurezza, metteva in dubbio la responsabilità iraniana nell’abbattimento e adombrava anzi possibili coinvolgimenti USA, non possono non indurre a “pensieri cattivi” circa un possibile ruolo assegnato dal Pentagono agli ignari piloti ucraini del Boeing civile.
L’altra considerazione, già riportata da alcune fonti, riguarda il Boeing malese abbattuto nel 2014 sopra il Donbass, per cui Kiev e la “commissione d’indagine internazionale” continuano a cercare di attribuire la responsabilità alle milizie delle Repubbliche popolari. Ebbene: in quel caso, il Pentagono si è finora rifiutato di fornire dati satellitari in suo possesso relativi ai momenti dell’abbattimento, mentre nel caso del Boeing ucraino abbattuto a Teheran, ha immediatamente puntato il dito sull’Iran.
Fonte
Alle prime ore di stamane, la russa RIA Novosti riportava la dichiarazione dello Stato maggiore iraniano, diffusa dal canale televisivo IRIB, secondo cui “Come risultato di un errore umano, accidentalmente il velivolo è stato abbattuto”.
Nella nota è detto anche che l’aereo delle linee MAU ucraine è stato colpito, a causa della sua rotta vicinissima a un’importante struttura militare e dopo che aveva compiuto una repentina virata, da farlo scambiare per un bersaglio nemico, date anche configurazione e altezza di volo.
La tragedia, è detto ancora, si è consumata in un momento di massimo allarme, per una possibile risposta USA agli attacchi missilistici sulle basi statunitensi in Iraq. “Poche ore dopo gli attacchi missilistici” è detto ancora nella dichiarazione, “il numero di voli di aerei militari statunitensi è aumentato in modo significativo”, tanto da portare a “una maggiore sensibilità tra le unità di difesa aerea”.
Una delle scatole nere del velivolo precipitato è stata consegnata alle autorità francesi per la decifrazione dei dati.
Il presidente iraniano Hassan Rouhani, ha espresso le condoglianze alle famiglie delle vittime, ha ordinato di adottare tutte le misure per il risarcimento per l’aereo abbattuto e ha dichiarato che Teheran continuerà le indagini per “stabilire e perseguire le cause di questa grande tragedia e di questo imperdonabile errore”.
Il Ministro degli esteri Javad Zarif ha affermato che la catastrofe è stata causata da “un errore umano, in un periodo di crisi provocata dall’avventurismo USA” e ha porto condoglianze e scuse alle famiglie delle vittime.
Questa la notizia, diffusa dopo che, nei giorni scorsi, Teheran aveva dichiarato essersi trattato di guasto ai motori del Boeing 737, oppure di errore dei piloti.
Due considerazioni paiono d’obbligo, nello specifico dell’abbattimento. L’Iran, come dichiarato da Rouhani, continuerà le indagini sull’accaduto, mentre lo Stato maggiore afferma che il velivolo civile è stato colpito, a causa della sua rotta vicinissima a un’importante struttura militare e dopo che era stato scambiato per un bersaglio nemico. Involontariamente, la memoria va al Boeing delle linee aeree sudcoreane, abbattuto da intercettori sovietici nel settembre del 1983, dopo aver deviato di quasi 500 km dalla rotta prevista, esser penetrato nello spazio aereo sovietico e aver sorvolato obiettivi militari dell’URSS.
L’ipotesi che, sulla scia del velivolo civile, ci fossero aerei spia statunitensi e che l’aereo sudcoreano facesse da scudo a quelli, non è mai stata completamente rigettata. Le dichiarazioni rilasciate ieri dal Presidente ucraino Vladimir Zelenskij, che, a differenza del suo capo dei Servizi di sicurezza, metteva in dubbio la responsabilità iraniana nell’abbattimento e adombrava anzi possibili coinvolgimenti USA, non possono non indurre a “pensieri cattivi” circa un possibile ruolo assegnato dal Pentagono agli ignari piloti ucraini del Boeing civile.
L’altra considerazione, già riportata da alcune fonti, riguarda il Boeing malese abbattuto nel 2014 sopra il Donbass, per cui Kiev e la “commissione d’indagine internazionale” continuano a cercare di attribuire la responsabilità alle milizie delle Repubbliche popolari. Ebbene: in quel caso, il Pentagono si è finora rifiutato di fornire dati satellitari in suo possesso relativi ai momenti dell’abbattimento, mentre nel caso del Boeing ucraino abbattuto a Teheran, ha immediatamente puntato il dito sull’Iran.
Fonte
10/01/2020
Boeing ucraino: per i media occidentali “non avrai altro colpevole che l’Iran”
Il presidente dell’aviazione civile iraniana, Ali Abedzadeh, ha definito “voci insensate” gli annunci secondo cui il Boeing 737 della MAU sarebbe stato colpito da un razzo. “Dal punto di vista tecnico è impossibile che un razzo abbia colpito l’aereo ucraino” ha detto. Tanto più che è accertato che i piloti hanno tentato di tornare verso l’aeroporto: già per questo scompare la versione del missile.
Abedzadeh ha dichiarato anche che l’Iran non consegnerà a Washington le scatole nere dell’aereo, ma che comunque i tecnici della Boeing, così come quelli ucraini, canadesi e dei Paesi di appartenenza delle vittime, prendono parte a Teheran alle indagini sul disastro, costato la vita a 176 persone.
Ovviamente, non appena il Pentagono ha raccomandato a Kiev di cambiare la prima versione (quella che escludeva l’ipotesi di un attentato) ed ha diffuso la velina con la propria verità, tutti i “più seri” media del “mondo libero” si sono gettati a capofitto sulla versione del missile antiaereo iraniano “Tor-M1”, ovviamente di fabbricazione russa che, pur se “per sbaglio”, avrebbe colpito il velivolo civile ucraino.
Non si cura nemmeno di usare un condizionale – quasi d’obbligo in questi casi – Il Sole 24 ore, che sul proprio sito web riporta perentoriamente la certezza yankee: “Media Usa: Boeing 737 abbattuto sopra Teheran da un missile iraniano”, nascondendo poi nei sottotitoli che “Nessuna ipotesi è esclusa”. E poi, via di corsa a citare le americane Newsweek, Cbs, e l’intelligence americana, che “avrebbe intercettato segnali di due missili lanciati dagli iraniani”.
Segue poi un video del New York Times, insieme alle dichiarazioni del premier canadese Justin Trudeau, anche lui, citando imprecisate “fonti di intelligence”, convinto del missile iraniano, quando ieri i gli esperti canadesi avevano escluso ogni ipotesi di atto terroristico. Per quanto riguarda il coinvolgimento nelle indagini degli esperti della Boeing, cui, secondo Il Sole, Teheran avrebbe negato il permesso a partecipare alle investigazioni, bastano le parole di Abedzadeh citate prima.
Di contro, l’agenzia iarex.ru dice chiaramente che gli USA stanno ricorrendo alle menzogne pur di incolpare l’Iran del disastro. Questo perché, a parere del politologo Oleg Lavashov, tra gli osservatori sta prendendo peso l’ipotesi che sia stato invece proprio un drone USA a causare la tragedia.
Tra l’altro, afferma Lavashov, gli americani stanno operando con “banali campagne sui media”, e lo fanno anche in maniera “abbastanza poco professionale, contando sul fatto che i media loro amici cantino sulle note USA”. I media americani citano ora a profusione le più svariate “fonti di intelligence” e di altro genere, pur di accusare l’Iran, dice ancora Lavashov; ma, “quando si trattava di scagionare Kiev per il Boeing malese, non si trovava nessuna fonte, dato che gli USA dispongono dei dati secondo cui il Boeing malese era stato abbattuto dall’Ucraina”.
C’è poi la CNN che, citando un’imprecisata “fonte d’intelligence”, parla di due missili terra-aria “SA-15” di fabbricazione russa.
E il segretario del Servizio di sicurezza ucraino, Aleksej Danilov, che nella mattina di giovedì aveva parlato di 4 versioni sulle possibili cause del disastro (razzo antiaereo “Tor”, scontro con uno o più droni, causa tecnica, attentato a bordo), già in serata parlava di 7 ipotesi, tre delle quali, rimanevano al momento “segrete”.
Molto più cauto, almeno in apparenza, il suo capo dello Stato, Vladimir Zelenskij, che venerdì dice che la versione del missile “non è esclusa, ma a oggi non è confermata. Tenendo conto delle dichiarazioni dei leader politici ai media, invitiamo tutti i partner internazionali – in primo luogo i governi di USA, Canada e Gran Bretagna – a presentare dati e prove riguardanti la catastrofe”.
Nella giornata di giovedì si era giunti al punto di mostrare “fotografie” dei resti di un razzo nella zona in cui era precipitato il Boeing, messe su twitter da tale Ashkan Monfared, il cui account, però, secondo il canale-telegram “Sheptun”, risultava bloccato per altre numerose false informazioni. Inoltre, nota Sheptun, tutti i metadati delle foto erano stati anticipatamente cancellati e una semplice ricerca su Google e Jandex non fornisce risultati utili. Al momento, scrive Sheptun, “gli ‘esperti’ di fama mondiale di Bellingcat, e il loro fedele esercito di investigatori via Internet, stanno cercando di determinare l’origine della fotografia. Finora, tuttavia, senza successo”.
In generale, osserva il sito web fort-russ.com, le affermazioni di Trudeau costituiscono “il primo serio tentativo di legittimare i pettegolezzi originati per la prima volta da anonime fonti del Dipartimento di Stato, poche ore dopo l’incidente”. Trudeau ha dichiarato anche di aver condiviso questa “intelligence segreta” con i governi ucraino e olandese che hanno condotto le indagini sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014. Abbattimento che, peraltro”, nota fort-russ.com, “le recenti dichiarazioni del tenente-colonnello Vasilij Prozorov hanno dimostrato esser stato causato dalle forze di ‘Azov’ collegate al governo Poroshenko, d’intesa con l’intelligence britannica”.
Nessun media del “mondo libero” accenna, nemmeno di sfuggita, alla possibilità ventilata da fonti militari iraniane al canale Live Report, che il Boeing 737 ucraino possa esser stato abbattuto per errore da un missile lanciato da droni USA, a caccia di velivoli governativi iraniani; così come nessuna fonte occidentale fa parola dei resti di un drone MQ-1 “Predator” rinvenuti alla periferia di Teheran.
Fonte
Abedzadeh ha dichiarato anche che l’Iran non consegnerà a Washington le scatole nere dell’aereo, ma che comunque i tecnici della Boeing, così come quelli ucraini, canadesi e dei Paesi di appartenenza delle vittime, prendono parte a Teheran alle indagini sul disastro, costato la vita a 176 persone.
Ovviamente, non appena il Pentagono ha raccomandato a Kiev di cambiare la prima versione (quella che escludeva l’ipotesi di un attentato) ed ha diffuso la velina con la propria verità, tutti i “più seri” media del “mondo libero” si sono gettati a capofitto sulla versione del missile antiaereo iraniano “Tor-M1”, ovviamente di fabbricazione russa che, pur se “per sbaglio”, avrebbe colpito il velivolo civile ucraino.
Non si cura nemmeno di usare un condizionale – quasi d’obbligo in questi casi – Il Sole 24 ore, che sul proprio sito web riporta perentoriamente la certezza yankee: “Media Usa: Boeing 737 abbattuto sopra Teheran da un missile iraniano”, nascondendo poi nei sottotitoli che “Nessuna ipotesi è esclusa”. E poi, via di corsa a citare le americane Newsweek, Cbs, e l’intelligence americana, che “avrebbe intercettato segnali di due missili lanciati dagli iraniani”.
Segue poi un video del New York Times, insieme alle dichiarazioni del premier canadese Justin Trudeau, anche lui, citando imprecisate “fonti di intelligence”, convinto del missile iraniano, quando ieri i gli esperti canadesi avevano escluso ogni ipotesi di atto terroristico. Per quanto riguarda il coinvolgimento nelle indagini degli esperti della Boeing, cui, secondo Il Sole, Teheran avrebbe negato il permesso a partecipare alle investigazioni, bastano le parole di Abedzadeh citate prima.
Di contro, l’agenzia iarex.ru dice chiaramente che gli USA stanno ricorrendo alle menzogne pur di incolpare l’Iran del disastro. Questo perché, a parere del politologo Oleg Lavashov, tra gli osservatori sta prendendo peso l’ipotesi che sia stato invece proprio un drone USA a causare la tragedia.
Tra l’altro, afferma Lavashov, gli americani stanno operando con “banali campagne sui media”, e lo fanno anche in maniera “abbastanza poco professionale, contando sul fatto che i media loro amici cantino sulle note USA”. I media americani citano ora a profusione le più svariate “fonti di intelligence” e di altro genere, pur di accusare l’Iran, dice ancora Lavashov; ma, “quando si trattava di scagionare Kiev per il Boeing malese, non si trovava nessuna fonte, dato che gli USA dispongono dei dati secondo cui il Boeing malese era stato abbattuto dall’Ucraina”.
C’è poi la CNN che, citando un’imprecisata “fonte d’intelligence”, parla di due missili terra-aria “SA-15” di fabbricazione russa.
E il segretario del Servizio di sicurezza ucraino, Aleksej Danilov, che nella mattina di giovedì aveva parlato di 4 versioni sulle possibili cause del disastro (razzo antiaereo “Tor”, scontro con uno o più droni, causa tecnica, attentato a bordo), già in serata parlava di 7 ipotesi, tre delle quali, rimanevano al momento “segrete”.
Molto più cauto, almeno in apparenza, il suo capo dello Stato, Vladimir Zelenskij, che venerdì dice che la versione del missile “non è esclusa, ma a oggi non è confermata. Tenendo conto delle dichiarazioni dei leader politici ai media, invitiamo tutti i partner internazionali – in primo luogo i governi di USA, Canada e Gran Bretagna – a presentare dati e prove riguardanti la catastrofe”.
Nella giornata di giovedì si era giunti al punto di mostrare “fotografie” dei resti di un razzo nella zona in cui era precipitato il Boeing, messe su twitter da tale Ashkan Monfared, il cui account, però, secondo il canale-telegram “Sheptun”, risultava bloccato per altre numerose false informazioni. Inoltre, nota Sheptun, tutti i metadati delle foto erano stati anticipatamente cancellati e una semplice ricerca su Google e Jandex non fornisce risultati utili. Al momento, scrive Sheptun, “gli ‘esperti’ di fama mondiale di Bellingcat, e il loro fedele esercito di investigatori via Internet, stanno cercando di determinare l’origine della fotografia. Finora, tuttavia, senza successo”.
In generale, osserva il sito web fort-russ.com, le affermazioni di Trudeau costituiscono “il primo serio tentativo di legittimare i pettegolezzi originati per la prima volta da anonime fonti del Dipartimento di Stato, poche ore dopo l’incidente”. Trudeau ha dichiarato anche di aver condiviso questa “intelligence segreta” con i governi ucraino e olandese che hanno condotto le indagini sul Boeing malese abbattuto in Ucraina nel 2014. Abbattimento che, peraltro”, nota fort-russ.com, “le recenti dichiarazioni del tenente-colonnello Vasilij Prozorov hanno dimostrato esser stato causato dalle forze di ‘Azov’ collegate al governo Poroshenko, d’intesa con l’intelligence britannica”.
Nessun media del “mondo libero” accenna, nemmeno di sfuggita, alla possibilità ventilata da fonti militari iraniane al canale Live Report, che il Boeing 737 ucraino possa esser stato abbattuto per errore da un missile lanciato da droni USA, a caccia di velivoli governativi iraniani; così come nessuna fonte occidentale fa parola dei resti di un drone MQ-1 “Predator” rinvenuti alla periferia di Teheran.
Fonte
09/01/2020
Boeing ucraino precipitato a Teheran: Kiev ora non esclude l’attentato
Già nella giornata di mercoledì, poche ore dopo l’incidente, dal sito dell’ambasciata ucraina a Teheran è improvvisamente scomparsa la prima versione sul disastro del Boeing 737 delle MAU (Linee internazionali ucraine), in volo da Teheran a Kiev, costato la vita a 176 persone, vale a dire la versione che escludeva l’ipotesi dell’attentato. Come facile immaginare, scrive qualche voce maligna, Washington deve aver “chiesto” a Kiev di cancellare l’informazione precedente e includere tra le possibili varianti anche quella dell’atto terroristico.
Questo, nonostante gli stessi esperti canadesi (molte delle vittime erano canadesi) giunti sul luogo della sciagura, abbiano parlato di surriscaldamento di un motore, che avrebbe poi preso fuoco, prima ancora della caduta del velivolo.
Secondo i funzionari dell’aviazione civile iraniana, addirittura, dopo l’incendio del motore, i piloti avrebbero tentato, senza riuscirci, di invertire la rotta e tentare di atterrare all’aeroporto di Teheran, senza con ciò mettersi in contatto con la torre di controllo. L’ultimo dato riferito dagli stessi funzionari, indica che il Boeing sarebbe stato avvolto quasi completamente dalle fiamme prima ancora di toccare terra e, successivamente, si sarebbe verificata una esplosione.
La tragedia, verificatasi mercoledì alle 6 ora locale, ha causato la morte di 9 membri dell’equipaggio (tutti ucraini) e 167 passeggeri: 82 iraniani, 63 canadesi, 10 svedesi, 4 afghani, 3 tedeschi, 3 inglesi e 2 ucraini.
Ora, dopo che le autorità di Kiev hanno incluso tra le possibili cause l’ipotesi dell’attentato, anche i media ucraini sembrano orientandosi in tal senso, basandosi su fonti dell’intelligence, secondo cui si tratterebbe di un piano preordinato, teso a sgombrare lo spazio aereo iraniano. In second’ordine, la catastrofe sarebbe stata architettata appositamente per distogliere l’attenzione dall’attacco missilistico alle basi militari USA e acuire la tensione tra Washington e Teheran.
Secondo la Reuters, l’intelligence occidentale giudica quale causa verosimile un problema tecnico ai mortori, nonostante la MAU continui a parlare del velivolo caduto come “uno dei migliori” in dotazione, e giudicando “minima” la possibilità di errori da parte dei piloti.
A Teheran sono circolate anche voci secondo cui nella tragedia del Boeing ucraino potrebbe essere coinvolto un drone USA, che avrebbe colpito “per errore” il velivolo civile. Ma la versione più accreditata rimane comunque per ora quella dell’incidente.
Non potevano mancare i servizi di sicurezza ucraini (SNBO), che ora parlano di quattro possibili varianti: collisione (?) con un drone (di chi?), esplosione a bordo causata da un attentato, problema ai motori e, l’immancabile ciliegina, un razzo russo “Buk”, del tipo di quello, chiosa l’ucraina NV.UA, che colpì il Boeing malese MH17 nel 2014. Il Segretario del SNBO, Aleksej Danilov, dice addirittura che “si stanno cercando frammenti del razzo”.
Fonte
Questo, nonostante gli stessi esperti canadesi (molte delle vittime erano canadesi) giunti sul luogo della sciagura, abbiano parlato di surriscaldamento di un motore, che avrebbe poi preso fuoco, prima ancora della caduta del velivolo.
Secondo i funzionari dell’aviazione civile iraniana, addirittura, dopo l’incendio del motore, i piloti avrebbero tentato, senza riuscirci, di invertire la rotta e tentare di atterrare all’aeroporto di Teheran, senza con ciò mettersi in contatto con la torre di controllo. L’ultimo dato riferito dagli stessi funzionari, indica che il Boeing sarebbe stato avvolto quasi completamente dalle fiamme prima ancora di toccare terra e, successivamente, si sarebbe verificata una esplosione.
La tragedia, verificatasi mercoledì alle 6 ora locale, ha causato la morte di 9 membri dell’equipaggio (tutti ucraini) e 167 passeggeri: 82 iraniani, 63 canadesi, 10 svedesi, 4 afghani, 3 tedeschi, 3 inglesi e 2 ucraini.
Ora, dopo che le autorità di Kiev hanno incluso tra le possibili cause l’ipotesi dell’attentato, anche i media ucraini sembrano orientandosi in tal senso, basandosi su fonti dell’intelligence, secondo cui si tratterebbe di un piano preordinato, teso a sgombrare lo spazio aereo iraniano. In second’ordine, la catastrofe sarebbe stata architettata appositamente per distogliere l’attenzione dall’attacco missilistico alle basi militari USA e acuire la tensione tra Washington e Teheran.
Secondo la Reuters, l’intelligence occidentale giudica quale causa verosimile un problema tecnico ai mortori, nonostante la MAU continui a parlare del velivolo caduto come “uno dei migliori” in dotazione, e giudicando “minima” la possibilità di errori da parte dei piloti.
A Teheran sono circolate anche voci secondo cui nella tragedia del Boeing ucraino potrebbe essere coinvolto un drone USA, che avrebbe colpito “per errore” il velivolo civile. Ma la versione più accreditata rimane comunque per ora quella dell’incidente.
Non potevano mancare i servizi di sicurezza ucraini (SNBO), che ora parlano di quattro possibili varianti: collisione (?) con un drone (di chi?), esplosione a bordo causata da un attentato, problema ai motori e, l’immancabile ciliegina, un razzo russo “Buk”, del tipo di quello, chiosa l’ucraina NV.UA, che colpì il Boeing malese MH17 nel 2014. Il Segretario del SNBO, Aleksej Danilov, dice addirittura che “si stanno cercando frammenti del razzo”.
Fonte
13/12/2019
Competizione globale - Boeing sotto accusa per il niovo 737 Max
È in arrivo una mazzata per Boeing, il gigante statunitense dell’aerospaziale. Le autorità di controllo dell’aviazione civile americana avevano consentito che il nuovo velivolo 737 Max rimanesse in servizio, anche all’indomani del primo dei due incidenti mortali in cui il nuovo aereo era precipitato subito dopo il decollo (il primo della compagnia indonesiana Lion Airlines con 189 vittime in Indonesia, il secondo della Ethiopian Airlines, con 157 persone a bordo caduto ad Addis Abeba).
L’indagine interna della Faa, chiamata Taram (Transport Airplane Risk Assessment methodology), aveva calcolato un tasso di incidenti di molto superiore a quanto fino a quel momento pubblicamente riconosciuto possibile dall’azienda o dalle autorità. E quell’analisi era stata effettuata subito dopo il crash del volo Lion Air in Indonesia in ottobre, quindi potenzialmente in tempo per fermare il successivo incidente avvenuto pochi mesi dopo in Africa. La frequenza dei possibili disastri è stata definita da esperti chiamati a testimoniare in Congresso come “inaccettabile” nella storia moderna dell’aviazione.
La Federal Aviation Administration, secondo documenti resi noti durante un’audizione parlamentare, nel novembre 2018 aveva concluso che il 737 Max poteva soffrire in media un incidente fatale ogni due o tre anni. Sull’intero, prevedibile periodo di servizio del nuovo 737, tra i 35 e i 45 anni, le tragedie “attese” erano 15 a meno di interventi drastici sul sistema di pilotaggio automatico al cuore dei problemi. Quel numero di incidenti era pari al totale dei disastri di ogni natura che in trent’anni aveva coinvolto i modelli 757, 767, 777 e 787 e i più recenti 747.
Sarebbero quasi mezzo milione i documenti in possesso dei parlamentari Usa. Secondo quanto riferito dal presidente della Commissione trasporti del Congresso, Peter De Fazio, i documenti rivelano senza ombra di dubbio “una fallimentare cultura della sicurezza”. C’è poi un ex dipendente di Boeing che ha testimoniato come l’azienda avesse ignorato i suoi allarmi sulla scarsa affidabilità del velivolo e puntato l’indice sulle pressioni del management per accelerare la produzione a scapito di qualità e verifiche.
La Federal Aviation Administration, da parte sua, ha indicato che non intende autorizzare il 737 Max a tornare in servizio entro fine anno, come invece sperava Boeing impegnata a rivedere le tecnologie e i test. Secondo il Sole 24 Ore le autorità americane hanno anzi fatto sapere che potrebbero richiedere ancora ulteriori sanzioni nei confronti dell’azienda.
Il fatto che Boeing sia finita sotto accusa per la non sicurezza del suo ultimo velivolo – il 737 Max – infligge un duro colpo alla multinazionale statunitense impegnata in una sfrenata competizione, senza esclusione di colpi, con il suo rivale strategico: l’europea Airbus.
Come noto Boeing aveva annunciato 239 consegne di aerei commerciali nei primi 6 mesi del 2019, cioè il 37% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Al contrario, la multinazionale europea Airbus ha consegnato 389 aerei, con un aumento del 28% rispetto all’anno precedente. Se a fine anno questo risultato sarà confermato scalzerà Boeing come primo produttore al mondo di aerei. Sarebbe la fine di un’epoca e un cambiamento epocale.
Fonte
L’indagine interna della Faa, chiamata Taram (Transport Airplane Risk Assessment methodology), aveva calcolato un tasso di incidenti di molto superiore a quanto fino a quel momento pubblicamente riconosciuto possibile dall’azienda o dalle autorità. E quell’analisi era stata effettuata subito dopo il crash del volo Lion Air in Indonesia in ottobre, quindi potenzialmente in tempo per fermare il successivo incidente avvenuto pochi mesi dopo in Africa. La frequenza dei possibili disastri è stata definita da esperti chiamati a testimoniare in Congresso come “inaccettabile” nella storia moderna dell’aviazione.
La Federal Aviation Administration, secondo documenti resi noti durante un’audizione parlamentare, nel novembre 2018 aveva concluso che il 737 Max poteva soffrire in media un incidente fatale ogni due o tre anni. Sull’intero, prevedibile periodo di servizio del nuovo 737, tra i 35 e i 45 anni, le tragedie “attese” erano 15 a meno di interventi drastici sul sistema di pilotaggio automatico al cuore dei problemi. Quel numero di incidenti era pari al totale dei disastri di ogni natura che in trent’anni aveva coinvolto i modelli 757, 767, 777 e 787 e i più recenti 747.
Sarebbero quasi mezzo milione i documenti in possesso dei parlamentari Usa. Secondo quanto riferito dal presidente della Commissione trasporti del Congresso, Peter De Fazio, i documenti rivelano senza ombra di dubbio “una fallimentare cultura della sicurezza”. C’è poi un ex dipendente di Boeing che ha testimoniato come l’azienda avesse ignorato i suoi allarmi sulla scarsa affidabilità del velivolo e puntato l’indice sulle pressioni del management per accelerare la produzione a scapito di qualità e verifiche.
La Federal Aviation Administration, da parte sua, ha indicato che non intende autorizzare il 737 Max a tornare in servizio entro fine anno, come invece sperava Boeing impegnata a rivedere le tecnologie e i test. Secondo il Sole 24 Ore le autorità americane hanno anzi fatto sapere che potrebbero richiedere ancora ulteriori sanzioni nei confronti dell’azienda.
Il fatto che Boeing sia finita sotto accusa per la non sicurezza del suo ultimo velivolo – il 737 Max – infligge un duro colpo alla multinazionale statunitense impegnata in una sfrenata competizione, senza esclusione di colpi, con il suo rivale strategico: l’europea Airbus.
Come noto Boeing aveva annunciato 239 consegne di aerei commerciali nei primi 6 mesi del 2019, cioè il 37% in meno rispetto allo stesso periodo del 2018. Al contrario, la multinazionale europea Airbus ha consegnato 389 aerei, con un aumento del 28% rispetto all’anno precedente. Se a fine anno questo risultato sarà confermato scalzerà Boeing come primo produttore al mondo di aerei. Sarebbe la fine di un’epoca e un cambiamento epocale.
Fonte
04/01/2017
2017, cominciamo bene!
Avrei voluto scrivere un pezzo leggero
di apertura anno, scherzando sull’inconsistenza del discorso di
Mattarella, il cui unico contenuto è che per ora non si vota, perché
“non c’è la legge elettorale”; quella stessa legge che questo Parlamento
avrebbe dovuto fare e che, in qualche modo ha fatto, salvo poi
rimangiarsela e che ora, non si capisce in virtù di quale intervento
dello Spirito Santo, dovrebbe essere in grado di fare migliore
dell’altra. Roba da ridere. Ma le notizie da Istanbul mi dicono che c’è poco da ridere e mi obbligano a temi meno allegri.
A questo punto, mi pare difficile negare
che ci sia qualche nesso fra questi ultimi avvenimenti e che qualcuno
(o forse più di uno) stia giocando una partita molto pesante sulla
Turchia.
Togliamo di mezzo prima di tutto
un’ipotesi che ogni tanto si affaccia: una nuova strategia della
tensione, orchestrata da Erdogan. L’ipotesi non ha senso:
Erdogan il colpo di stato l’ha già fatto, non mi pare in difetto di
consensi e l’opposizione, almeno per ora è alle corde e dunque che
motivo avrebbe? Semmai questi attentati lo indeboliscono, dimostrando
che non ha in pugno la situazione.
Visto che ci siamo, togliamo di mezzo anche la “pista Gulen”,
regolarmente invocata dal governo turco, perché una pista Gulen non
esiste se non (eventualmente e da vedere sino a che punto) come parte di
una pista americana. Gulen è ospite sorvegliatissimo degli americani,
se fa qualcosa è perché i suoi generosi anfitrioni glielo consentono.
Non è immaginabile egli possa muoversi in perfetta autonomia, perché gli
americani non lo consentirebbero. E dunque dire Gulen è dire Usa in
modo più delicato.
Curdi o una qualche opposizione interna?
Si tratterebbe di una pista già meno inconsistente, ma l’obiettivo ed
il momento non sembrano funzionali ai disegni di una qualsiasi
opposizione interna al regime e, poi resta sempre da capire cosa c’entri
lo strano incidente del Tupolev e l’assassinio dell’ambasciatore russo
(sempre che il nesso fra le tre cose non sia puramente apparente), per
non dire della strage di Berlino. Insomma, anche questa pista non
convince per nulla.
Allora andiamo fuori dai confini.
L’accusato naturale sarebbe l’Isis che subisce l’attacco russo ad
Aleppo e che ormai è in rotta di collisione con Ankara. Questo farebbe
quadrare i conti con la strage berlinese (dove l’obiettivo sarebbe
dimostrare d’essere ancora in grado di colpire in Europa).
Però, però... prima di tutto come mai non
c’è rivendicazione in nessun caso? La cosa potrebbe spiegarsi in due
modi: o l’Isis non c’entra niente, o sono cambiate le “regole di
ingaggio” della guerra terroristica, per cui la rivendicazione non serve
più, bastano i messaggi in codice e chi deve capire capisce. Anche nei
confronti dell’opinione pubblica la scelta può rivelarsi pagante: una
angosciosa incertezza sull’origine del colpo può rivelarsi più
destabilizzante dell’identificazione di un nemico preciso. Resterebbe da
capire come hanno fatto a tirar giù il Tupolev (sempre che si sia
trattato di un attentato) visto che sabotare un aereo militare che è in
una base militare, o magari mettergli una bomba a bordo, non è la cosa
più semplice del mondo.
Comunque, la pista Isis ha una sua
consistenza e può spiegare ciascuno dei quattro episodi recenti. Ma,
ovviamente, non ci sono elementi per dirlo.
Qualcuno li cerca in possibili messaggi
simbolici come il periodo natalizio, il vestito da babbo Natale
dell’ultimo attentatore, un obiettivo altamente simbolico come il coro
dell’Armata Rossa ecc. Ma a cercare simboli si rischia di trovarne anche
troppi e di uscire matti, meglio lasciar perdere e tenersi sul terreno
solido dell’analisi dei dati di fatto.
A luglio, in occasione del colpo di stato di Erdogan, scrivemmo della centralità strategica della Turchia in questo momento,
al centro fra alcune delle maggiori crisi internazionali (Ucraina e
Siria), punto di passaggio della politica dei gasdotti, paese Nato ma
possibile alleato di Mosca e Pechino nel grande blocco euroasiatico.
Questo dato non va assolutamente dimenticato ora che siamo in un
passaggio del tutto critico, con una amministrazione uscente americana
che sta cercando di lasciare l’eredità più pesante possibile a quella
entrante, mettendo più ostacoli possibili sulla strada di una nuova
convergenza fra Mosca e Washington. La cosa lascia perplessi perché
mancano pochissimi giorni all’insediamento di Trump, che già promette di
ribaltare questo corso e Putin fa apertamente mostra di snobbare le
mosse di Obama, semplicemente in attesa dell’arrivo dell’amico Donald,
senza neanche preoccuparsi di replicare all’espulsione dei suoi
diplomatici.
Questo potrebbe anche spiegare la
perentorietà nell’escludere un attentato terroristico al Tupolev: au
fin de non recevoir, e magari nell’incertezza della reale origine del
disastro aereo.
Fin qui va bene, ma allora, chi
sta orchestrando questa manovra diretta a spaccare i russi dai turchi,
cosa si spera di ottenere? E lo stesso Obama, che si espone con
queste mosse, cosa pensa di fare? La cosa avrebbe un senso se una
qualche autorità giudiziaria americana stabilisse che, effettivamente,
c’è stata una ingerenza russa nelle elezioni e tale da falsare il
risultato. Ma questo sarebbe enorme perché provocherebbe la più grave
crisi istituzionale americana dalla fine della guerra di secessione.
Sarebbe messa in causa la stessa legittimità di Trump e ne sarebbe
investita la Corte Suprema e con l’ovvia reazione dei sostenitori del
Presidente eletto (anche se con meno voti della sua concorrente). Roba
da guerra civile: possibile che i democratici si spingano a tanto?
Difficile crederlo.
Resterebbe comunque da capire il
rapporto con i tre casi riguardanti la Turchia ed il suo rapporto con
Mosca. Anche qui, se dovesse esserci dietro un qualche programma Cia
(pura ipotesi senza riscontri), resterebbe in piedi dopo l’avvento di
Trump? Forse si, se si determinasse una situazione di eccezionale
gravità che non lasciasse al Presidente altra strada che quella segnata
da chi sta orchestrano tutto. Ma di cosa potrebbe trattarsi e come?
Ed allora che si sta cercando di fare?
Sono solo colpi di coda finali per sfogare il rancore per come è andata?
Anche questo è possibile; per ora abbiamo solo due certezze: che
qualcosa di incomprensibile stia avvenendo e che non finisce qua e che
il livello di opacità della politica internazionale è diventato tale da
farci mancare le informazioni più elementari per capire costa sta
accadendo.
Il che non mi impedisce, anzi mi
induce con più forza, a rinnovare gli auguri di un buon 2017. Ne
abbiamo tutti bisogno, speriamo bene.
Lo svolgersi dei fatti ha parzialmente superato l'analisi di Giannuli cui resta comunque il merito di porre sotto la lente d'ingrandimento il fatto che il baricentro di almeno una parte degli equilibri mondiali si sta, se non spostando, quanto meno allargando dalla Siria, anche alla Turchia, fatto che, se effettivamente tale, si configurerebbe come di una gravità inaudita.
31/12/2016
Ankara, Berlino e Mar Nero, a proposito di alcuni episodi recenti
In breve tempo si sono succeduti tre
avvenimenti che non sembrano collegati da nulla, ma che forse in qualche
modo lo sono, magari solo in parte: l’uccisione dell’ambasciatore russo
in Turchia, l’attentato di Berlino con relativa uccisione a distanza
dell’attentatore, infine la caduta dell’aereo russo nel mar Nero. Non
abbiamo alcun elemento concreto che colleghi un episodio all’altro,
possiamo solo osservare alcune stranezze, coincidenze, evidenze.
Iniziamo dall'assassinio dell’ambasciatore russo
compiuto da un poliziotto turco che non si capisce se lo abbia fatto
per simpatie integraliste (come il grido “Allah akbar” e il riferimento
ad Aleppo farebbero pensare) o per altre motivazioni meno palesi.
Comunque non potrà dircelo perché è rimasto ucciso ed anche questo è un
classico di queste storie: l’attentatore che muore sul posto, mai che
riescano a ferire questi attentatori ed interrogarli. Di fatto è
evidente che questo potrebbe essere una vendetta dell’Isis per
l’intervento russo in Siria. Ma a gioire di questo episodio potrebbero
essere anche altri: ad esempio, una grana nei rapporti fra Ankara e
Mosca probabilmente non dispiace affatto agli americani che, dal colpo
di stato di luglio in poi, hanno ben pochi motivi per stare sereni. E,
guarda caso, questo accade pochi giorni prima che Obama lasci una grana
sotto il camino di Trump, sbattendo fuori una trentina di diplomatici
russi, così da ostacolare la distensione Usa-Russia. O ancora, gli
oppositori interni di Erdogan: i turchi hanno detto che dietro c’è
Gulen, ma prove di una pista o dell’altra? Neanche l’ombra.
E veniamo all’aereo russo caduto nel Mar Nero. La
cosa più strana di questa vicenda è stata la fretta con la quale le
autorità hanno negato l’attentato terroristico, salvo poi rettificare il
tiro e dire che questa matrice non può essere esclusa, per poi tornare
subito a negarla. Perché tanta fretta e queste oscillazioni? Tanto più
che è evidente come, a poche ore (se non minuti) dal disastro, non è
umanamente possibile né escludere né considerare una pista qualsiasi e
per di più, a bordo dell’aereo, oltre che il coro dell’Armata rossa (di
per sé un obiettivo simbolico) c’era il capo della polizia militare, e
l’aereo era diretto in Siria. Ora si parla di incidente, però ci sono
aspetti che non quadrano: girano voci (smentite dalle autorità) che
alcuni cadaveri indossavano i giubbetti di salvataggio, ma sino a
pochissimo prima la torre di controllo aveva parlato con il pilota e
sembrava tutto calmo. Si parla di un pezzo caduto nel motore non si
capisce in quale modo e perché, inoltre l’aereo era stato revisionato a
settembre. Ma soprattutto, un pezzo che si stacca da solo non esclude
affatto un attentato in forma di sabotaggio. Perché escluderlo? Questo
ricorda la storia dell’aereo caduto nella zona del Sinai nell’autunno
del 2016: anche in quel caso i russi esclusero dal primo momento e con
forza che si trattasse di un attentato, ma poi è venuto fuori che fu
abbattuto. Perché questo interesse a negare attentati nei quali si è
vittime?
Vero è che in questo caso non c’è alcuna
rivendicazione che, per logica, avrebbe dovuto esserci. Di fatto,
uccisione dell’ambasciatore (anche qui nessuna rivendicazione) e caduta
dell’aereo si succedono a brevissima distanza di tempo che è di per sé
sospetta. Pertanto, anche qui abbiamo pochissimi elementi per capire, ma
molti sospetti da risolvere.
Berlino: ci sono forti somiglianze con Nizza nella metodologia,
e somiglianze con Charlie Hebdo, circa strani comportamenti. Ad esempio
la stranezza di questi terroristi che vanno a fare attentati
scrupolosamente con documenti che poi lasciano nel mezzo usato.
Distrazione? E non mi spiego neppure come ha fatto il personaggio a
girare mezza Europa, per venire in Italia via Olanda (sic!), passare
diverse frontiere e diverse stazioni senza essere riconosciuto dalle
telecamere. Poi in Italia viene inquadrato dalle telecamere all’uscita
della stazione di Milano, ma non viene né fermato né seguito, forse
perché non riconosciuto per finire casualmente a Sesto San Giovanni.
Insomma se queste telecamere non servono neppure ad identificare il super ricercato del momento che le teniamo a fare?
Comunque, in questi attentati c’è sempre
qualcosa che non si capisce bene. Ovviamente non penso affatto che si
tratti di un episodio di strategia della tensione in salsa islamista:
l’attentato è quello che sembra, una strage pensata ed eseguita da
islamisti radicalizzati, per dimostrare di esistere ancora, solo che in
queste circostanze ci sono mille pasticci, confusioni, versioni
inventate per far quadrare i conti nell’immediatezza che poi vengono
rabberciate. Ed anche la mitica polizia tedesca fa pasticci come tutte
le altre.
Cosa ci dice questo attentato? Ho
l’impressione che il terrorismo jihadista, per lo meno quello di marca
Isis, sia in difficoltà. Rispetto al ciclo di attentati iniziato con la
strage di Charlie Hebdo e poi proseguito sino a Nizza, si ha la
sensazione di un’azione molto meno complessa, forse improvvisata o
quasi, e forse neppure ascrivibile direttamente all’Isis ma opera di una
cellula isolata (infatti manca rivendicazione credibile).
Almeno per ora, fortunatamente, non
seguito dallo sciame terroristico cui siamo abituati. Il che, dopo
l’offensiva subita ad Aleppo e Mosul sembra molto poco. Si ha quasi la
sensazione di un esaurimento di questo ciclo dello jihadismo. Ma
ovviamente è presto per dirlo, per ora possiamo avere solo l’impressione
di una fase calante nella quale l’Isis raschia il fondo del barile, a
meno che non si stia concentrando sulla Russia, ed allora le due vicende
precedenti vanno lette in un’altra ottica, nella quale c’è un conflitto
coperto in cui l’attentatore non rivendica e l’aggredito nega di ave
subito un attentato. Resterebbe da capire perché.
In ogni caso, anche se l’Isis dovesse
perdere il suo dominio territoriale e ridursi solo ad una forma di
guerriglia fra Siria ed Iraq, questo non vorrebbe dire che è finito o
sta finendo lo scontro con lo jihadismo: dopo Al Quaeda e dopo l’Isis potrebbe esserci un nuovo ciclo.
Nel complesso abbiamo tre casi di difficile interpretabilità,
ma tutti in qualche modo riconducibili al quadro mediorientale. Un
quadro frammentario ed oscuro, nel quale forse uno dei tre avvenimenti
può essere casuale (in fondo, gli aerei cadono anche per errore di
manovra o per cedimento strutturale) ma che non si può escludere neppure
che sia nella serie. Ed anche se la questione dell’aereo russo fosse
solo un incidente, gli altri due eventi sono sicuramente delittuosi e
non può escludersi che abbiano un qualche rapporto fra loro. Ed è questa
fitta nebbia che ci impedisce di capire cosa stia succedendo il dato
più inquietante che ci fa temere si stia preparando un “botto” senza
precedenti. Ovviamente speriamo di sbagliarci.
28/12/2016
Tupolev 154: è ancora “non prioritaria” l’ipotesi dell’attentato?
In base ai risultati dell'analisi preliminare della scatola nera principale, quella “parametrica”, del Tu-154 del Ministero della difesa russo precipitato nel mar Nero il 25 dicembre, l'ipotesi considerata prioritaria sulle cause della tragedia costata la vita a 92 persone sarebbe quella di un errore dei piloti, anche se un po' tutte le agenzie russe sottolineano l'assenza di conferme dirette. E in ogni caso, come scrive oggi rusvesna.su, quantunque considerata “non prioritaria”, nessuno scarta per ora l'ipotesi dell'attentato.
La congettura che al momento trova più credito è quella per cui potrebbe essersi verificata una situazione di emergenza, a partire da un inspiegato mancato ritorno dei flaps che, in fase di decollo, assicurano una spinta supplementare sulle ali e, tentando di compensare la conseguente picchiata, i piloti avrebbero aggravato la situazione, innalzando eccessivamente il muso dell'aereo. L'ipotesi dell'incidente sembrerebbe confermata dal fatto che la coda dell'apparecchio mostra lesioni compatibili con un tentativo del pilota di effettuare un ammaraggio. Komsomolskaja Pravda scriveva ieri di un militare della guardia costiera, in mare al momento della tragedia, che avrebbe visto il velivolo diminuire la velocità e scendere di quota velocemente e in maniera strana, con il muso puntato innaturalmente verso l'alto, come se lo si volesse far ammarare sulla coda, ma beccheggiando a destra e a sinistra.
Allo stadio attuale, non si escludono ovviamente varie diverse ipotesi, come il possibile sovraccarico: pare che il pilota si fosse lamentato con la torre di controllo per la “pesantezza” dell'apparecchio e ci sono le testimonianze di chi avrebbe visto l'areo volare a lungo a quota insolitamente bassa, non riuscendo a prender quota. Si tende invece a scartare una delle prime ipotesi: quella della cattiva qualità del carburante, per il semplice fatto che molti altri velivoli erano stati riforniti con lo stesso combustibile.
Sull'errore umano aveva scritto Kommersant già ieri l'altro: i piloti avrebbero cercato di salire in maniera troppo “energica”, portando l'aereo a un'angolazione supercritica, che ha provocato una perdita di velocità e di forza di sollevamento sulle ali. Ma tale “errore” potrebbe esser dovuto all'estremo tentativo del comandante di rimediare a un non simmetrico funzionamento dei flap o degli stabilizzatori. La Tass parla di perdita di spinta delle ali: “per cause non accertate l'aereo ha iniziato a volare con un angolo di tangente troppo ampio. A quanto pare, si è verificata una perdita di quota, con una brusca inclinazione sul fianco destro – l'asimmetria dei flap, appunto – e come risultato l'aereo ha toccato la superficie del mare virando a sinistra a 510 km/h".
A parere dell'ex vice Ministro dell'aviazione civile dell'Urss, Oleg Smirnov, sentito da Komsomolskaja Pravda, i dati in possesso al momento non sono sufficienti a escludere alcuna ipotesi, nemmeno quella dell'attentato. Smirnov ritiene che né l'età del velivolo, 33 anni e nemmeno le sue ore di volo, fossero critiche e le non annovera tra le possibili cause. Secondo lui, è accaduto “qualcosa di eccezionale”; l'apparecchio è sceso di quota, ma “in modo caotico, non come per un ammaraggio”; è possibile solo supporre che sia accaduto qualcosa che “abbia impedito ai piloti di staccare le mani dal timone, anche per una frazione di secondo, per informare terra che stava accadendo qualcosa fuori dell'ordinario o che essi fossero stati messi “fuori combattimento”. Ogni pilota” conclude Smirnov, “è tenuto a informare terra di una situazione di emergenza. E' accaduto qualcosa di estremo”.
Ma, secondo una parziale decifrazione delle ultime parole dei piloti, riportata da Life.ru, questi erano pienamente coscienti della situazione, non essendo però in grado di raddrizzarla: si sente il comandante che se la prende coi flap e, mentre si attiva il segnale di pericoloso avvicinamento al suolo, il secondo pilota urla “Comandante, precipitiamo”. I piloti stessi erano considerati superesperti: l'ufficiale di rotta, Aleksandr Petukhov, nel 2011 era riuscito a riportare a terra un altro Tu-154 venutosi a trovare pressappoco nella stessa situazione.
Ma, nonostante si tenda a minimizzare o qualificare come “complottistica” ogni ipotesi di attentato, rimangono però alcuni momenti non chiari, tra cui, appunto, il misterioso silenzio dei piloti su una qualche avaria – i collegamenti tra torre di controllo e Tupolev si sono interrotti circa un minuto dopo il decollo – il raggio piuttosto ampio all'interno del quale erano stati avvistati i primi rottami, o, addirittura, pretesi “testimoni oculari” che avrebbero dichiarato di aver visto una strana luce (l'incidente era avvenuto nelle primissime ore del mattino) in direzione del volo del Tupolev. Ma se ne trovano comunque possibili spiegazioni: non sarebbe la prima volta che si verifica un'avaria al sistema di collegamento radio; inoltre, i possibili attentatori avrebbero dovuto esser avvertiti all'ultimo momento che il rifornimento, inizialmente previsto all'aeroporto di Mozdok, nell'Ossetia meridionale, era stato dirottato su Soči per ragioni meteo: quindi, nessuna pianificazione terroristica sarebbe stata possibile all'aerodromo di Adler; inoltre, tutti passeggeri erano rimasti a bordo, durante il rifornimento. E, scrive il politologo Sergej Markov su rusvesna.su, perché non c'è stata alcuna rivendicazione? “Ora sui blog è diffusa la tesi che si sia trattato di un attentato” scrive Markov, “ma che le autorità, però, ce lo nascondano per non ammettere che FSB e Ministero della difesa hanno fatto fiasco. Secondo me, invece, per le autorità sarebbe vantaggioso dire che sia stato un attentato, perché ciò legittimerebbe di fronte al mondo l'operazione militare russa in Siria. Come dire: visto che è stato un attentato, la Russia ha il diritto di rispondere”.
Come che sia, fanno pensare le parole pronunciate dalla portavoce del Ministero degli esteri, Marija Zakharova. Intervenendo domenica sera a uno dei talk show russi più seguiti, aveva ricordato come, nell'ottobre 2015, nel corso di vari colloqui a livello di Ministri degli esteri, qualche esponente occidentale avesse detto di “dover trasmettere un messaggio abbastanza chiaro”, il più duro avvertimento, lanciato a Mosca da “altre forze”, secondo si “sarebbe fatto in modo che la Russia”, per il suo impegno nella guerra al terrorismo, “avrebbe ben presto saputo cosa significhi soffrire molto. Tenete a mente: tutto ciò che farete, verrà decuplicato nella campagna informativa che coprirà i risultati del vostro lavoro; lotterete contro i terroristi, ma vi faremo apparire come gli aggressori”. A ottobre 2015 “questo fu detto a porte chiuse; ma dopo, Casa Bianca e Dipartimento di stato minacciarono ufficialmente il nostro paese” ha detto Zakharova e, dopo, “ci furono i richiami diretti a intervenire contro le nostre ambasciate”. E, di fatto, dopo di ciò, c'era stato l'attentato del 31 ottobre 2105 all'aereo civile A 321, in volo da Sharm el Sheikh a Piter, costato la vita a 224 persone; c'era stato l'abbattimento del Su-24 da parte dei caccia turchi il 24 novembre e, molto più recentemente, il mese scorso, il bombardamento dell'ospedale da campo russo in Siria, con l'uccisione di due operatrici sanitarie russe.
Forse non casualmente il leader del PCRF, Gennadij Zjuganov, ha dichiarato di avere “un'intima convinzione” trattarsi di un atto terroristico e ha invitato gli inquirenti a “indagare accuratamente e con la massima scrupolosità”.
Fonte
La congettura che al momento trova più credito è quella per cui potrebbe essersi verificata una situazione di emergenza, a partire da un inspiegato mancato ritorno dei flaps che, in fase di decollo, assicurano una spinta supplementare sulle ali e, tentando di compensare la conseguente picchiata, i piloti avrebbero aggravato la situazione, innalzando eccessivamente il muso dell'aereo. L'ipotesi dell'incidente sembrerebbe confermata dal fatto che la coda dell'apparecchio mostra lesioni compatibili con un tentativo del pilota di effettuare un ammaraggio. Komsomolskaja Pravda scriveva ieri di un militare della guardia costiera, in mare al momento della tragedia, che avrebbe visto il velivolo diminuire la velocità e scendere di quota velocemente e in maniera strana, con il muso puntato innaturalmente verso l'alto, come se lo si volesse far ammarare sulla coda, ma beccheggiando a destra e a sinistra.
Allo stadio attuale, non si escludono ovviamente varie diverse ipotesi, come il possibile sovraccarico: pare che il pilota si fosse lamentato con la torre di controllo per la “pesantezza” dell'apparecchio e ci sono le testimonianze di chi avrebbe visto l'areo volare a lungo a quota insolitamente bassa, non riuscendo a prender quota. Si tende invece a scartare una delle prime ipotesi: quella della cattiva qualità del carburante, per il semplice fatto che molti altri velivoli erano stati riforniti con lo stesso combustibile.
Sull'errore umano aveva scritto Kommersant già ieri l'altro: i piloti avrebbero cercato di salire in maniera troppo “energica”, portando l'aereo a un'angolazione supercritica, che ha provocato una perdita di velocità e di forza di sollevamento sulle ali. Ma tale “errore” potrebbe esser dovuto all'estremo tentativo del comandante di rimediare a un non simmetrico funzionamento dei flap o degli stabilizzatori. La Tass parla di perdita di spinta delle ali: “per cause non accertate l'aereo ha iniziato a volare con un angolo di tangente troppo ampio. A quanto pare, si è verificata una perdita di quota, con una brusca inclinazione sul fianco destro – l'asimmetria dei flap, appunto – e come risultato l'aereo ha toccato la superficie del mare virando a sinistra a 510 km/h".
A parere dell'ex vice Ministro dell'aviazione civile dell'Urss, Oleg Smirnov, sentito da Komsomolskaja Pravda, i dati in possesso al momento non sono sufficienti a escludere alcuna ipotesi, nemmeno quella dell'attentato. Smirnov ritiene che né l'età del velivolo, 33 anni e nemmeno le sue ore di volo, fossero critiche e le non annovera tra le possibili cause. Secondo lui, è accaduto “qualcosa di eccezionale”; l'apparecchio è sceso di quota, ma “in modo caotico, non come per un ammaraggio”; è possibile solo supporre che sia accaduto qualcosa che “abbia impedito ai piloti di staccare le mani dal timone, anche per una frazione di secondo, per informare terra che stava accadendo qualcosa fuori dell'ordinario o che essi fossero stati messi “fuori combattimento”. Ogni pilota” conclude Smirnov, “è tenuto a informare terra di una situazione di emergenza. E' accaduto qualcosa di estremo”.
Ma, secondo una parziale decifrazione delle ultime parole dei piloti, riportata da Life.ru, questi erano pienamente coscienti della situazione, non essendo però in grado di raddrizzarla: si sente il comandante che se la prende coi flap e, mentre si attiva il segnale di pericoloso avvicinamento al suolo, il secondo pilota urla “Comandante, precipitiamo”. I piloti stessi erano considerati superesperti: l'ufficiale di rotta, Aleksandr Petukhov, nel 2011 era riuscito a riportare a terra un altro Tu-154 venutosi a trovare pressappoco nella stessa situazione.
Ma, nonostante si tenda a minimizzare o qualificare come “complottistica” ogni ipotesi di attentato, rimangono però alcuni momenti non chiari, tra cui, appunto, il misterioso silenzio dei piloti su una qualche avaria – i collegamenti tra torre di controllo e Tupolev si sono interrotti circa un minuto dopo il decollo – il raggio piuttosto ampio all'interno del quale erano stati avvistati i primi rottami, o, addirittura, pretesi “testimoni oculari” che avrebbero dichiarato di aver visto una strana luce (l'incidente era avvenuto nelle primissime ore del mattino) in direzione del volo del Tupolev. Ma se ne trovano comunque possibili spiegazioni: non sarebbe la prima volta che si verifica un'avaria al sistema di collegamento radio; inoltre, i possibili attentatori avrebbero dovuto esser avvertiti all'ultimo momento che il rifornimento, inizialmente previsto all'aeroporto di Mozdok, nell'Ossetia meridionale, era stato dirottato su Soči per ragioni meteo: quindi, nessuna pianificazione terroristica sarebbe stata possibile all'aerodromo di Adler; inoltre, tutti passeggeri erano rimasti a bordo, durante il rifornimento. E, scrive il politologo Sergej Markov su rusvesna.su, perché non c'è stata alcuna rivendicazione? “Ora sui blog è diffusa la tesi che si sia trattato di un attentato” scrive Markov, “ma che le autorità, però, ce lo nascondano per non ammettere che FSB e Ministero della difesa hanno fatto fiasco. Secondo me, invece, per le autorità sarebbe vantaggioso dire che sia stato un attentato, perché ciò legittimerebbe di fronte al mondo l'operazione militare russa in Siria. Come dire: visto che è stato un attentato, la Russia ha il diritto di rispondere”.
Come che sia, fanno pensare le parole pronunciate dalla portavoce del Ministero degli esteri, Marija Zakharova. Intervenendo domenica sera a uno dei talk show russi più seguiti, aveva ricordato come, nell'ottobre 2015, nel corso di vari colloqui a livello di Ministri degli esteri, qualche esponente occidentale avesse detto di “dover trasmettere un messaggio abbastanza chiaro”, il più duro avvertimento, lanciato a Mosca da “altre forze”, secondo si “sarebbe fatto in modo che la Russia”, per il suo impegno nella guerra al terrorismo, “avrebbe ben presto saputo cosa significhi soffrire molto. Tenete a mente: tutto ciò che farete, verrà decuplicato nella campagna informativa che coprirà i risultati del vostro lavoro; lotterete contro i terroristi, ma vi faremo apparire come gli aggressori”. A ottobre 2015 “questo fu detto a porte chiuse; ma dopo, Casa Bianca e Dipartimento di stato minacciarono ufficialmente il nostro paese” ha detto Zakharova e, dopo, “ci furono i richiami diretti a intervenire contro le nostre ambasciate”. E, di fatto, dopo di ciò, c'era stato l'attentato del 31 ottobre 2105 all'aereo civile A 321, in volo da Sharm el Sheikh a Piter, costato la vita a 224 persone; c'era stato l'abbattimento del Su-24 da parte dei caccia turchi il 24 novembre e, molto più recentemente, il mese scorso, il bombardamento dell'ospedale da campo russo in Siria, con l'uccisione di due operatrici sanitarie russe.
Forse non casualmente il leader del PCRF, Gennadij Zjuganov, ha dichiarato di avere “un'intima convinzione” trattarsi di un atto terroristico e ha invitato gli inquirenti a “indagare accuratamente e con la massima scrupolosità”.
Fonte
26/12/2016
La gioia dei “liberali” ucraini e russi per le vittime del Tu-154
Giornata di lutto nazionale oggi in Russia, per le 92 vittime del Tu-154 precipitato ieri mattina nel mar Nero. Le fonti ufficiali russe continuano a considerare “non prioritaria” la pista dell'attentato terroristico, nonostante alcuni dettagli lascino perplessi, a partire dalla mancanza di segnali di pericolo lanciati dall'aereo – come se qualche fatto straordinario fosse accaduto a bordo, a impedire le comunicazioni radio – prima di scomparire dai radar, o l'esteso spazio di mare in cui sono stati avvistati i primi rottami, che contraddirebbe con una caduta verticale del velivolo integro.
Ma l'attenzione in Russia, oltre che concentrarsi sulla tragedia che ha sconvolto la popolazione, è attirata dalle esternazioni di giubilo che giungono dall'Ucraina e anche, è obbligatorio rimarcarlo, dagli esponenti di quella “opposizione democratica” russa che non ha mancato di rimarcare la propria “liberalità”. Se i massimi rappresentanti della junta golpista di Kiev si sono distinti dal resto del mondo per l'eloquente silenzio con cui hanno evitato di esprimere il pur minimo sentimento di cordoglio, incaricando i propri tirapiedi di inondare i social network di scherni macabri, anche persone apparentemente comuni non sono state da meno nei commenti euforici per “i nemici dell'Ucraina castigati da dio”.
La portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, scriveva ieri che la “gioia” per l'avaria occorsa al Tu-154 è manifestata dai radicali e dai nazionalisti ucraini e invitava i “gli amici liberali” russi ad abbandonare “questo scannatoio che si dileggia del sangue”. Se a Kiev il consigliere presidenziale ucraino, Jurij Birjukov giudica su feisbuc “un paradosso paradossale” il fatto che i russi “davvero non comprendano le regioni per cui noi gioiamo per la morte di 80 militari” e scriveva di voler portare all'ambasciata russa a Kiev una bottiglia di “Bojaryšnik” (il riferimento è alla marca di vodka adulterata, venduta a buon mercato, che negli ultimissimi giorni ha causato la morte di oltre 80 persone nella regione di Irkutsk), ecco che a Mosca non poteva non distinguersi la giornalista rosa Božena Rynska, non nuova a comparsate folkloristiche da guardarobiera dei profeti liberal della “Russia dopo Putin”: su feisbuc si dispiace per il fatto che i passeggeri dell'aereo precipitato non fossero tutti giornalisti di NTV che, a suoi dire, l'hanno ripetutamente insultata e ringraziava dio “per il bonus” consistente almeno “nella troupe televisiva di NTV”, riferendosi ai tre giornalisti della rete indipendente, periti insieme ai tre colleghi del Primo canale e ai tre del canale Zvezda. Al pari di Božena, altri liberal, di quelli che non hanno mai un mal di pancia senza che i nostri media non ne incolpino il virus postsovietico, hanno scritto che “le vittime si stavano recando a esibirsi davanti agli assassini, perciò se la sono meritata”. Sergej Aleksašenko (ex vice presidente della Banca centrale all'epoca di Eltsin; dal 2013 “profugo” in USA) su tuitter: “Il moloch della guerra in Siria esige nuove vittime. Che differenza c'è: attentato o no. Volevano andare a danzare sulle tombe di Aleppo”. Il telegiornalista Aleksandr Gorokhov, a proposito del coro “Aleksandrov” ha sentenziato: “Quel coro impressionava prima, e impressiona ora, soprattutto con "Guerra santa" – insieme a “Katjuša”, forse l'aria più celebrata della Guerra patriottica – “una delle canzoni più orribili e sanguinarie ... non fatevi turbare dal fatto mettessero il loro talento al servizio del regime”. Altri personaggi più in vista del mondo liberal – Navalnyj, Khodorkovskij o Kasjanov – più intelligentemente, si sono limitati a fredde parole di cordoglio. E di fronte alle esternazioni di Božena, c'è stato chi ha proposto di toglierle la cittadinanza russa e mettere all'asta tutti i suoi beni, a favore del fondo “Doktor Liza” per i bambini del Donbass, o chi ha scritto “vien voglia di ripristinare la psichiatria punitiva”.
Ma, naturalmente, è in Ucraina che ci si è davvero, per dirla con Zakharava, scherniti con il sangue: “i compagni d'arme di Bin Laden, che appoggiano i suoi metodi sanguinari, vengono eliminati a bordo degli aerei”; “in guerra si calcola in modo semplice: quanti più soldati nemici muoiono, tanti meno ne muoiono dei nostri”; “l'unica emozione: sono morti i nostri nemici. Punto”; “né gioia, né compassione; semplicemente, lo 0,01% di lavoro in meno” e via di questo passo.
“Il banchetto al tempo della peste”, potrebbe ripetere anche oggi Aleksandr Puškin, a proposito di tutti quegli ucraini che, mentre continua la tragedia del Donbass, mentre il paese vien considerato il più corrotto d'Europa e la capitale la più pericolosa, mentre l'80% della popolazione non può permettersi di accendere il riscaldamento, se vuol risparmiare per il cibo, non si rendono conto di come il paese stia scivolando verso una molto probabile disintegrazione. Accanto alle pretese più o meno dirette su parti del suo territorio che vengono da Polonia, Romania, Ungheria, ecc., ecco che rischia di aprirsi anche un fronte interno: la comunità polacca della regione di L'vov (“la città più polacca di tutta la Polonia”, la definiscono a Varsavia) chiede l'autonomia economica da Kiev, per integrarsi alla Polonia. Secondo il presidente dell'Unione dei polacchi di L'vov, Sergej Lukjanenko, l'arretratezza economica della Galizia ucraina è di almeno 50 anni rispetto alla Polonia odierna; per questo, il forum della comunità polacca della regione di L'vov intende richiedere a Kiev l'autonomia economica. Ha fatto da sponda a Lukjanenko, il deputato al Sejm polacco per il partito governativo “Diritto e giustizia”, Jan Zharin, secondo cui Varsavia deve venire incontro ai propri compatrioti della Galizia orientale. “I processi di decentralizzazione in Ucraina” ha detto Zharin, “sono un fatto naturale e inevitabile e costituiscono una smentita del mito sull'antica grande Ukra”; L'vov è sempre stata fedele alla Polonia, ha detto, ribadendo che “senza L'vov non esiste una nazione polacca” e l'autonomia economica da Kiev sarebbe un “primo passo di contatto con i compatrioti”. Quella stessa autonomia (ma politica) già richiesta dalla comunità ungherese della Transcarpazia ucraina e appoggiata dal partito ultradestro ungherese “Jobbik”. E Jurij Gorodnenko, su svpressa.ru, nota come i massimi esponenti del potere golpista, originari proprio dell'Ucraina occidentale e in particolare della regione di L'vov, dietro le insegne nazionalistiche e di grandezza, stiano portando il paese alla disgregazione territoriale. Sono gli stessi che, da majdan in poi, hanno iniziato la guerra nel Donbass e la fascistizzazione dell'Ucraina: l'attuale speaker della Rada, Andrej Parubij, che si sgola per l'introduzione del visto con la Russia (anche per quei 3 o 4 milioni di ucraini che sono costretti a lavorare in Russia), oppure il leader di “Svoboda” Oleg Tjagnibok, che voleva la segregazione per i russi di Crimea e del Donbass e che, con molti suoi colleghi, si è già procurato il passaporto britannico; o l'ex primo ministro Arsenij Jatsenjuk. Viene dalla regione occidentale di Ivano-Frank un altro “eroe” di majdan, Evgenij Niščuk, che accusava di “inferiorità genetica” tutti gli abitanti del Donbass. Altro galiziano è Vladimir Parasjuk che, secondo lo stesso SBU ucraino, sarebbe stato l'organizzatore delle sparatorie dei cecchini a majdan il 20 febbraio 2014. Sono essi i fautori della “grande Ucraina”.
Eppure, scrive Gorodnenko, ogni straniero giunto da padrone in Galizia, Bucovina, Volynia prima del 1939, fossero gli austriaci, i polacchi o i rumeni, ha sempre considerato gli abitanti inferiori socialmente, culturalmente ed etnicamente, senza che questi ultimi si rivoltassero contro tale atteggiamento. Solo nel 1918, al crollo dell'impero austro-ungarico, fu proclamata la “Repubblica popolare dell'Ucraina occidentale”, che si liquefece di fronte ai nuovi padroni polacchi, cecoslovacchi e rumeni, cui i galiziani si offersero di buon grado come sudditi. E nessun ruolo di “Piemonte ucraino”, scrive Gorodnenko, cui ambivano nella “rinascita” dell'Ucraina moderna, riuscirono a giocare i galiziani; tantomeno lo hanno fatto nel 1991 e ancor meno in questi ultimi tre anni di potere dei golpisti provenienti dall'Ucraina occidentale.
Sono questi gli “eroi” dell'Ucraina europeista, stretti “compagni d'arme” dei liberali a est del Dnepr della Russia postsovietica.
Fonte
25/12/2016
Tu-154 precipitato nel mar Nero. Prime ipotesi: incidente o avaria
Sarebbe stato avvistato intorno alle 8 (ora italiana), circa 6 miglia dalla costa, il primo corpo degli 84 passeggeri e 8 membri d'equipaggio del Tu-154 del Ministero della difesa russo precipitato nel mar Nero poco dopo la partenza da Soči e diretto in Siria. Il velivolo era scomparso dai radar 20 minuti dopo la partenza dalla località turistica della Russia meridionale. Interfax scrive che secondo le valutazioni degli esperti, sarebbero pressoché nulle le probabilità di trovare viva qualcuna delle persone a bordo, tra cui 8 membri dell'equipaggio, 8 militari, 2 funzionari civili, 9 giornalisti dei canali “Rossija-24” e “Zvezda”, la rappresentante di “Spravedlivaja pomošč” (una specie di “Medici senza frontiere” russa), Elizaveta Glinka, oltre i 64 componenti del complesso musicale “Aleksandrov”, che avrebbero dovuto esibirsi alla base aerea “Khmeymim” di Latakia per gli auguri di fine anno agli aviatori russi dislocati in Siria. Secondo la stessa “Rossija-24”, l'areo sarebbe precipitato durante le manovre susseguenti il decollo, senza che l'equipaggio abbia lanciato nessun segnale di pericolo.
Secondo fonti del Ministero della difesa russo, l'aereo, partito dall'aeroporto “Čkalov” di Mosca, aveva fatto uno scalo tecnico a Soči per rifornirsi di carburante ed era quindi decollato dall'aeroporto “Adler” di Soči alle 3.40 del mattino; poco dopo se ne era perso il segnale di radiolocalizzazione.
Già intorno alle 7 ora italiana, Interfax scriveva che chiazze d'olio e rottami di carlinga erano stati avvistati nelle acque agitate del mar Nero, di fronte all'area di Khosta, a sud di Soči.
Al momento, non si parla di possibile attentato e, tra le versioni al vaglio degli inquirenti, c'è quella di un qualche volatile finito in uno dei tre motori del velivolo; non lontano dall'aeroporto di Soči c'è infatti un'area destinata alla sosta di uccelli migratori, con annesso parco ornitologico. Si valutano anche le ipotesi di guasto tecnico ai motori e della qualità del carburante.
Fonte
Secondo fonti del Ministero della difesa russo, l'aereo, partito dall'aeroporto “Čkalov” di Mosca, aveva fatto uno scalo tecnico a Soči per rifornirsi di carburante ed era quindi decollato dall'aeroporto “Adler” di Soči alle 3.40 del mattino; poco dopo se ne era perso il segnale di radiolocalizzazione.
Già intorno alle 7 ora italiana, Interfax scriveva che chiazze d'olio e rottami di carlinga erano stati avvistati nelle acque agitate del mar Nero, di fronte all'area di Khosta, a sud di Soči.
Al momento, non si parla di possibile attentato e, tra le versioni al vaglio degli inquirenti, c'è quella di un qualche volatile finito in uno dei tre motori del velivolo; non lontano dall'aeroporto di Soči c'è infatti un'area destinata alla sosta di uccelli migratori, con annesso parco ornitologico. Si valutano anche le ipotesi di guasto tecnico ai motori e della qualità del carburante.
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05/11/2015
Disastro Sinai, ipotesi attentato
Bomba, probabilmente. Non ci sono le certezze assolute, ma s’indaga e gli esperti statunitensi e britannici propendono per l’ipotesi perché dalla disamina delle ‘scatole nere’ dell’Airbus precipitato nel Sinai, causando il decesso di 224 passeggeri ed equipaggio, non risultano anomalie ai motori. Stesse considerazioni vengono dagli esperti russi rimasti per giorni taciturni ma orientati anche loro verso questa terribile realtà. Insomma lo spettro della bomba ha una sua pista ben al di là dei proclami che, con la consueta enfasi propagandistica, quattro miliziani dell’Isis hanno diffuso tramite un video. Per evitare tragiche ripetizioni i britannici hanno sospeso i voli su Sharm el-Sheikh, sebbene debbano valutare come far rientrare oltre duecento connazionali presenti nei resort della località turistica. Se come probabile l’ipotesi verrà confermata l’Egitto di Al-Sisi subirà un colpo alla già traballante industria turistica, che voleva riprendersi dal magro periodo iniziato con la “rivoluzione” del gennaio 2011.
Ma fra agenti e investigatori, non solo quelli locali propensi a difendere i sistemi di sicurezza dell’aeroporto sul Mar Rosso, c’è stupore su come sia stato possibile introdurre l’ordigno nell’area di volo e poi sul veicolo. I bagagli subiscono ben quattro passaggi sotto i metal-detector, le stesse vivande distribuite sugli aerei e quelle vendute nei punti ristoro sono sottoposte a un simile trattamento, scrive la stampa egiziana che cerca di perorare la causa del Mukhabarat, sempre efficiente nel ruolo repressivo molto meno in quello preventivo e investigativo. Lo dimostra l’ondata di attentati che il Paese subisce da due anni a questa parte. L’area del Sinai poi sta diventando off limit, e vede una presenza in loco delle bande armate alleate dell’Isis (Ansar Bayt al-Maqdis) che riescono a muoversi anche infiltrate, secondo l’esercito egiziano coperte, fra alcune tribù beduine. Del resto aver ricevuto ripetuti attacchi anche a reparti blindati dimostra la capacità armata dei fondamentalisti.
Riguardo all’attentato all’Airbus s’era avanzata la tesi dell’uso di un missile, però lo scandaglio dell’ampia area nella quale sono finite le macerie e la disamina tecnica sul relitto sembra escludere questo genere d’attacco, orientandosi sull’esplosione interna al velivolo. Situazione ancor più angosciosa per la sicurezza perché evidenzia le doti d’infiltrazione del gruppo terrorista che può aver utilizzato uomini in servizio nell’aeroporto (anche quelli della vigilanza) o personale di volo che avrebbe assunto il ruolo di kamikaze, come fu per l’attacco qaedista alle Torri Gemelle. Ben oltre il danno economico cui l’Egitto è esposto, già parecchie sono le disdette dei viaggi vacanza nei resort e nei luoghi archeologici, c’è la ricaduta politico-amministrativa per la presidenza Sisi, che puntava a una “normalizzazione” incentrata sull’immagine rassicurante offerta da lui stesso e dalle Forze Armate a concittadini e Paesi alleati. L’altro messaggio il combattentismo dello Stato Islamico lo rivolge all’Occidente e alla Russia: chi è impegnato nel conflitto siriano può diventare un bersaglio. Nella sua componente più indifesa: i civili.
Fonte
Ma fra agenti e investigatori, non solo quelli locali propensi a difendere i sistemi di sicurezza dell’aeroporto sul Mar Rosso, c’è stupore su come sia stato possibile introdurre l’ordigno nell’area di volo e poi sul veicolo. I bagagli subiscono ben quattro passaggi sotto i metal-detector, le stesse vivande distribuite sugli aerei e quelle vendute nei punti ristoro sono sottoposte a un simile trattamento, scrive la stampa egiziana che cerca di perorare la causa del Mukhabarat, sempre efficiente nel ruolo repressivo molto meno in quello preventivo e investigativo. Lo dimostra l’ondata di attentati che il Paese subisce da due anni a questa parte. L’area del Sinai poi sta diventando off limit, e vede una presenza in loco delle bande armate alleate dell’Isis (Ansar Bayt al-Maqdis) che riescono a muoversi anche infiltrate, secondo l’esercito egiziano coperte, fra alcune tribù beduine. Del resto aver ricevuto ripetuti attacchi anche a reparti blindati dimostra la capacità armata dei fondamentalisti.
Riguardo all’attentato all’Airbus s’era avanzata la tesi dell’uso di un missile, però lo scandaglio dell’ampia area nella quale sono finite le macerie e la disamina tecnica sul relitto sembra escludere questo genere d’attacco, orientandosi sull’esplosione interna al velivolo. Situazione ancor più angosciosa per la sicurezza perché evidenzia le doti d’infiltrazione del gruppo terrorista che può aver utilizzato uomini in servizio nell’aeroporto (anche quelli della vigilanza) o personale di volo che avrebbe assunto il ruolo di kamikaze, come fu per l’attacco qaedista alle Torri Gemelle. Ben oltre il danno economico cui l’Egitto è esposto, già parecchie sono le disdette dei viaggi vacanza nei resort e nei luoghi archeologici, c’è la ricaduta politico-amministrativa per la presidenza Sisi, che puntava a una “normalizzazione” incentrata sull’immagine rassicurante offerta da lui stesso e dalle Forze Armate a concittadini e Paesi alleati. L’altro messaggio il combattentismo dello Stato Islamico lo rivolge all’Occidente e alla Russia: chi è impegnato nel conflitto siriano può diventare un bersaglio. Nella sua componente più indifesa: i civili.
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