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14/10/2026

Il Nobel per l’economia alla stabilità neokeynesiana, mentre tutto traballa...

I premi Nobel, come sappiamo, sono normalmente una celebrazione dello status quo occidentale e riconoscimenti politici legati agli interessi del momento. È facile leggere l’aspetto politico e ideologico dietro ai Nobel per la pace: da quello assegnato a Obama appena eletto a quello attribuito a Machado, che invocava (e ha ottenuto) l’intervento militare statunitense in Venezuela.

Se a volte la scelta può sorprenderci, come nel caso di Navanethem Pillay, è perché evidentemente ogni tanto anche il Comitato svedese deve tenere conto della realtà, come del fatto che nell’ultimo anno il Mondo si è mobilitato a sostegno della Palestina.

Più difficile è talvolta scorgere il contenuto politico di un premio apparentemente più “tecnico”, come quello per l’economia. Quest’anno è stato assegnato a due accademici distinti, che non lavorano insieme, entrambi di formazione pienamente statunitense e con un dottorato al MIT: Robert E. Hall e Michael Woodford. Il riconoscimento riguarda i loro modelli macroeconomici su come intervenire per stabilizzare i cicli economici, tanto nelle fasi recessive quanto in quelle espansive.

Il riconoscimento riguarda quindi una questione centrale della macroeconomia contemporanea. La stabilizzazione macroeconomica è un obiettivo che attraversa scuole di pensiero anche profondamente diverse, ma il modo in cui viene perseguita dipende da precise scelte teoriche e politiche.

In particolare, nel corso degli ultimi decenni la politica monetaria è diventata lo strumento privilegiato per regolare l’attività economica, attraverso la gestione dei tassi di interesse e delle aspettative di famiglie e imprese.

Questa centralità non è sempre stata scontata. La stagflazione degli anni Settanta mise in crisi le politiche economiche del dopoguerra e i presupposti teorici su cui si fondavano. La combinazione di inflazione elevata e stagnazione economica, aggravata dagli shock petroliferi, mostrava i limiti di politiche che avevano fatto affidamento sulla possibilità di sostenere l’occupazione e la crescita attraverso la domanda aggregata.

In un contesto di inflazione persistente, stimolare ulteriormente la domanda rischiava di alimentare la crescita dei prezzi senza produrre un aumento duraturo della produzione; al contrario, frenarla attraverso una stretta monetaria contribuiva a contenere l’inflazione, ma al costo di una contrazione dell’attività economica e dell’aumento della disoccupazione.

La crisi contribuì così a delegittimare l’approccio keynesiano allora dominante e favorì l’affermazione di un nuovo paradigma, incentrato sulla stabilità dei prezzi, sulle aspettative degli agenti economici e sul ruolo delle banche centrali. La politica monetaria non scomparve, dunque, dal centro dell’intervento pubblico: ne divenne anzi lo strumento privilegiato, mentre si ridimensionava la fiducia nella capacità delle politiche fiscali e della gestione della domanda di governare stabilmente il ciclo economico.

È all’interno di questa trasformazione che si colloca la ricerca premiata quest’anno. Sotto l’etichetta di “nuova macroeconomia keynesiana” si è sviluppato un filone di ricerca che ha cercato di fornire fondazioni teoriche rigorose alla stabilizzazione macroeconomica, integrando la politica monetaria in modelli formalizzati delle decisioni di famiglie e imprese.

La distanza tra questo programma di ricerca e il pensiero originario di Keynes, tuttavia, è considerevole: più che una semplice prosecuzione della sua teoria, si tratta di una rielaborazione interna all’economia mainstream, costruita attorno a strumenti analitici e assunzioni differenti.

La motivazione ufficiale del premio è “per le fondazioni microeconomiche della stabilizzazione macroeconomica”. Il riconoscimento riguarda dunque non soltanto le politiche di stabilizzazione, ma anche il quadro teorico attraverso cui vengono interpretate e giustificate.

L’economia si divide convenzionalmente in due grandi branche: la microeconomia, che studia individui e imprese (produzione, scambio, consumo, lavoro...), e la macroeconomia, che studia il sistema nel suo complesso (cicli, inflazione, disoccupazione...). Negli ultimi decenni si è affermato un programma di ricerca volto a “microfondare” la macroeconomia, cioè a collegare le due branche per spiegare come le decisioni individuali e le interazioni tra gli agenti influenzino l’economia nel suo complesso.

Sebbene affascinante e spesso metodologicamente elegante, la microfondazione è servita anche a blindare ulteriormente l’economia in un approccio teorico che pone strutturalmente l’individuo (e non la società e l’economia) al centro del ragionamento. I modelli vengono così costruiti su assunzioni talvolta molto rigide, a partire da agenti perfettamente razionali e pienamente informati, capaci di formulare aspettative realistiche sul futuro.

Per questo le critiche più ricorrenti degli economisti “eterodossi” vertono normalmente su alcuni punti: nella realtà gli individui non agiscono soltanto razionalmente; il funzionamento di una collettività non è la semplice somma dei comportamenti individuali, ma prende forma nelle relazioni tra le persone; e considerare un singolo agente “rappresentativo” cancella le differenze economiche e di potere.

Hall e Woodford rientrano pienamente nel filone delle microfondazioni, pur avendo contribuito ad attenuare metodologicamente alcuni dei suoi limiti. Nel 1978 Hall mostrò che, per una famiglia con risparmi o accesso al credito, non è possibile prevedere le variazioni del consumo sulla base delle informazioni che la famiglia già possiede: se una famiglia viene a sapere di un futuro aumento o di una riduzione del salario, comincerà ad adeguare i consumi prima che la variazione del reddito si realizzi.

Diverso è il caso delle famiglie che non hanno accesso al risparmio o al credito: anche se possono prevedere cambiamenti del salario, potrebbero non essere in grado di adeguare i consumi in anticipo. Si tratta di un contributo soprattutto metodologico, più che di un’intuizione teorica del tutto nuova.

Più incisivo sul piano politico fu invece un articolo pubblicato da Hall insieme ad Alvin Rabushka sul Wall Street Journal nel 1981, che riaprì il dibattito sulla “flat tax”: una questione tornata recentemente al centro della discussione anche in Italia. L’esigenza di semplificazione fiscale (fino alla promessa di poter compilare la dichiarazione dei redditi su una cartolina) metteva in secondo piano la questione redistributiva dell’uguaglianza.

È stato ampiamente studiato, come se servissero ulteriori dimostrazioni scientifiche, che la riduzione della progressività fiscale, anche attraverso la diminuzione del numero di aliquote, sia stata una delle cause dell’aumento delle disuguaglianze nei paesi occidentali. E in anni più recenti, riconosciuto dallo stesso Hall.

Woodford viene premiato soprattutto per il suo libro del 2003, Interest and Prices, definito “la bibbia della politica monetaria”. Anche in questo caso, il principale apporto dell’economista non consiste tanto nell’aver scoperto che i tassi di interesse influiscono sulla crescita del PIL o sull’inflazione: questi effetti sono studiati da decenni, così come l’influenza dei tassi sulle aspettative delle famiglie e, di conseguenza, sui consumi.

Il contributo sta piuttosto nella formalizzazione metodologica, che ha fornito alle banche centrali un quadro teorico per interpretare le variabili macroeconomiche e impostare la politica dei tassi di interesse.

Che cosa è stato premiato, dunque? In primo luogo, contributi “tecnici” tesi a perfezionare sul piano metodologico le fondazioni di una nuova concezione della politica economica, che punta  alla stabilizzazione dei cicli economici attraverso la politica monetaria, delegando alle Banche Centrali quello che era stato il ruolo dei governi, delle politiche fiscali e dello stato sociale.

In secondo luogo, viene premiato un approccio, quello delle microfondazioni, che ha saldato un’epistemologia individualista all’analisi dei fenomeni complessi di quella che un tempo veniva definita “economia politica”. Un Nobel nostalgico, rivolto a un periodo in cui si poteva ancora pensare di riuscire a “stabilizzare” l’economia, in un Mondo sempre più instabile.

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