La sfida lanciata dai portuali con lo sciopero internazionale del 30 ottobre, comprensibile e condivisibile da chiunque, sta creando – insieme alle gigantesche mobilitazioni degli studenti in tutta Europa – delle condizioni nuove e decisamente interessanti per il conflitto sociale in diversi paesi, incluso il nostro.
In primo luogo, per la prima volta, le organizzazioni dei lavoratori si sono coordinate a livello prima regionale (il Mediterraneo) e poi internazionale (India, Stati Uniti, Nord Europa) per dare vita allo sciopero di una categoria strategica come i portuali.
L’ultima volta che i sindacati – in quel caso quelli “concertativi” – hanno provato a coordinare uno sciopero europeo, era il lontano 14 novembre 2012, nel pieno delle misure di austerity con cui la Ue stava massacrando socialmente i lavoratori dei paesi europei, in particolari quelli definiti “Pigs”.
Lo sciopero del 2012 era stato sollecitato dalle Comisiones Obreras spagnole e si svolse anche in Francia, Grecia, Italia, Portogallo, Cipro, Malta. Anche in quella occasione la famosa “classe operaia tedesca” e i suoi sindacati si sfilarono. La Cgil limitò lo sciopero a quattro ore, i sindacati di base lo convocarono per tutta la giornata. Scelte trasparenti già allora, comprese quelle totalmente sbagliate.
Al centro dell’agitazione dei portuali del prossimo 30 ottobre ci sono sia le condizioni lavorative (introduzione dell’automazione nei porti, sicurezza sul lavoro, privatizzazioni), sia questioni politiche generali, come il rifiuto di imbarcare e sbarcare armamenti destinati alle guerre in corso.
Il primo test era avvenuto a febbraio scorso in alcuni e importanti porti del Mediterraneo. Poi, con la riunione e la dichiarazione di Istanbul del 19 maggio, i sindacati dei portuali hanno rilanciato la mobilitazione e sono riusciti a far convergere quelli di altri paesi, e altri porti, sullo sciopero del 30 ottobre, fino a coinvolgere diversi scali dell’India e statunitensi. Prova provata che questo è uno dei comparti più “globalizzati” del capitalismo attuale, e tende perciò a reagire in modo simile ovunque.
La dimensione internazionale dello sciopero è indubbiamente uno dei suoi punti di forza e di novità ma non è l’unico.
I portuali, così come i lavoratori della logistica, infatti, oggi sono uno dei settori di classe operaia che hanno un “potere contrattuale”, visto che agiscono su un nervo strategico del capitalismo moderno “non delocalizzabile” come la circolazione delle merci.
In secondo luogo lo sciopero dei portuali – così come avvenuto in Italia con le mobilitazioni di settembre-ottobre dello scorso anno – ha la credibilità e la potenzialità di “contagiare” altri settori sociali. Una straordinaria anticipazione di questa potenzialità l’abbiamo vista già all’opera nelle manifestazioni di massa degli studenti che ieri, in tutto il paese, hanno rilanciato sia l’appuntamento dello sciopero generale del 30 ottobre che lo sciopero studentesco europeo del 20 novembre contro la leva militare e la guerra.
In Italia l’USB ha giustamente costruito, intorno alla mobilitazione dei portuali del 30 ottobre, uno sciopero generale importante e dirimente nei contenuti: salari, questione abitativa, carovita e le loro strettissime connessioni con l’economia di guerra e il rifiuto del riarmo. Una sintesi che lo slogan: “Abbassate le armi, alzate i salari” riassume perfettamente già da qualche anno, così come la parola d’ordine del “Blocchiamo tutto” ha corrisposto – e continua a farlo – ad un sentimento di indignazione diffuso ma soprattutto ad una coerente linea di condotta nel conflitto.
Se in Italia il 30 ottobre sarà sciopero generale, anche il sindacato dei portuali greci sta operando per estendere la mobilitazione ai lavoratori metallurgici, ai marittimi e alla scuola. Lo stesso avverrà in India, dove oltre ai portuali sciopereranno anche i lavoratori marittimi imbarcati – in condizioni quasi sempre insopportabili – sulle navi che trasportano ovunque le merci e che sono diventate obiettivi delle guerre in corso. 15 marittimi indiani sono già stati uccisi tra Golfo Persico e Mar Nero. Ma in quel paese pesa anche il governo reazionario di Modi, che ha tolto il diritto di voto a 130 milioni di persone e fa arrestare migliaia di attivisti comunisti e/o delle “caste inferiori” (gli “scarafaggi”).
Anche in Euskadi o in Francia i portuali hanno chiamato gli studenti e i movimenti sociali a “generalizzare” lo sciopero del 30 ottobre. Non è difficile immaginare che, viste le dimensioni delle mobilitazioni recenti, la risposta possa essere molto buona (anche se va ricordato che in Francia in quella data le scuole saranno chiuse per le vacanze d’autunno).
In terzo luogo, la giornata di lotta del 30 ottobre arriva in un contesto sociale e politico europeo ed italiano di grande conflitto e tensioni sociali.
Se in Francia e in Spagna questo è ben evidente, in Italia il governo appare seriamente preoccupato per la situazione sociale e quindi anche per lo sciopero generale.
La conferma implicita viene dalla convocazione a Roma per il 27 ottobre – tardiva per un verso, anticipatrice per un altro – sia degli operai dell’ex Ilva, sia delle associazioni degli autotrasportatori che stanno bloccando le strade del Meridione. Un aperto tentativo di “disinnescare” almeno alcune delle tensioni sociali oggi in campo alla vigilia del 30 ottobre.
Il governo ha poco o nulla da offrire sia ai lavoratori dell’ex Ilva che rischiano la chiusura della fabbrica e il licenziamento, sia ai trasportatori e agricoltori con l’acqua alla gola per il prezzo dei carburanti. Ma prova ad impedire in ogni modo che le proteste sociali si saldino oggettivamente – se non soggettivamente – tra loro.
Sullo sfondo di un clima di guerra che le classi dominanti europee stanno alimentando spudoratamente, emerge anche l’impossibilità dei governi di contenere, dispensando qualche briciola, un malessere sociale crescente e determinato dalle loro consapevoli scelte recenti. Basti pensare all’aumento dei costi energetici (causa guerra in Ucraina e guerra all’Iran) e, specularmente, all’aumento delle spese militari.
In questo contesto la giornata di lotta del 30 ottobre ha tutte le caratteristiche per diventare un passaggio decisivo del conflitto politico e sociale nel nostro come negli altri paesi. E stavolta con un livello di coordinamento più avanzato di quanto lo sia mai stato nei decenni precedenti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
17/10/2026
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