Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/07/2026

Il disco dei King Crimson che folgorò Kurt Cobain influenzando i Nirvana di “In Utero”

Si è più volte sottolineato su queste pagine come suoni assurda la contrapposizione tra prog e punk (vedi anche questo approfondimento). Ma l’onda lunga progressive è arrivata anche oltre, a lambire le frontiere di uno dei generi dominanti degli anni 90: il grunge di Seattle. Un’affinità elettiva che si può sintetizzare in un legame speciale: quello di Kurt Cobain con i King Crimson, e in particolare con il loro album del 1974, il rivoluzionario “Red”.

Rosso di sera

Quaranta minuti scarsi per demolire decenni di futuri luoghi comuni sul progressive. “Red” è anzitutto questo: il compendio di un’intera stagione ormai al crepuscolo, ma anche un vademecum imprescindibile per il rock del futuro. L’ibrido fertile che ridicolizza in un colpo solo tutte le frottole sulla presunta artificiosità del prog opposta alla genuinità del rock’n’roll “stradaiolo”. Niente onanismi strumentali, niente muffa: “Red” è rock moderno e abrasivo, in cui persino il sinfonismo si trasforma in lancinante deflagrazione.

Non sorprende allora che tra i suoi più ferventi estimatori ci fosse proprio Kurt Cobain. Il leader dei Nirvana arrivò addirittura a indicare “Red” come il “più grande album di tutti i tempi”. Non solo: Robert Fripp ha raccontato che il disco venne rivenuto nel lettore cd di Cobain dopo la sua morte. A svelare la circostanza sarebbe stato il produttore Butch Wig, durante una conversazione con John Wetton, cantante e bassista che militò nei King Crimson per tre album (“Larks’ Tongues In Aspic” del 1973, “Starless And Bible Black” e “Red” del 1974).

Al di là degli aneddoti, comunque, il legame è soprattutto musicale: l’influenza di “Red” sembra riaffiorare nella ricerca di un suono fisico, ruvido e anti-patinato che avrebbe caratterizzato “In Utero”.
Uscito nel 1993, il terzo e ultimo album dei Nirvana fu anche una reazione alla perfezione sonora di “Nevermind” e alle dimensioni abnormi del suo successo. Cobain voleva recuperare attrito, rumore, dinamiche estreme, la sensazione di una band che suonasse senza filtri. La scelta di Steve Albini fu decisiva: batterie enormi e naturali, chitarre lasciate graffiare, feedback, distorsioni e violente escursioni dinamiche. “Scentless Apprentice”, con il suo riff monolitico e il drumming devastante di Dave Grohl, è forse l’esempio più evidente; “Milk It” alterna vuoti spettrali e deflagrazioni, mentre “Radio Friendly Unit Shifter” trasforma feedback e rumore in elementi strutturali. Persino dietro la melodia di “Heart-Shaped Box” e “All Apologies” resta qualcosa di ruvido e corrosivo.

Il distacco da un’era

È qui che l’impronta di “Red” si fa più nitida. Non si tratta naturalmente di un mero ricalco musicale – siamo sempre su coordinate molto distanti – bensì di una comune concezione del suono. Quasi vent’anni prima di “In Utero”, Fripp, Wetton e Bruford avevano già intuito quanto potesse essere moderna una musica costruita su questa tensione bruciante e abrasiva. Ed è proprio questa modernità a rendere “Red” un’anomalia nella storia del progressive. I King Crimson avevano contribuito in maniera decisiva a fondarne l’immaginario con “In The Court Of The Crimson King” nel 1969: mellotron, atmosfere dilatate, echi psichedelici, improvvisazione e grandiosità sinfonica. Cinque anni più tardi Fripp sembra intenzionato a distruggere dall’interno quello stesso linguaggio. La complessità rimane, ma perde quasi ogni carattere ornamentale. Il virtuosismo non scompare: viene piegato alla violenza. Il sinfonismo sopravvive, ma diventa minaccioso. E la chitarra, anziché ricamare, colpisce duramente.

La rivoluzione era stata annunciata da “Larks’ Tongues In Aspic” (1973) e “Starless And Bible Black” (1974), che avevano mostrato la volontà di Fripp di scardinare i dogmi del prog attraverso un chitarrismo sempre più squadrato, ossessivo e percussivo. “Red” porta quel processo al punto di non ritorno. Senza disperdere del tutto l’afflato romantico e solenne dei primi King Crimson, Fripp inventa una sorta di heavy-prog asciutto e affilato, destinato a riverberarsi sui decenni successivi.

Una concezione sonora sublimata nei dodici minuti di “Starless”, che riassumono il passato dei King Crimson e contemporaneamente lo superano. Si parte con l’incanto antico del mellotron, la struggente frase di Fripp e il canto dolente di Wetton; poi la musica si svuota e comincia una delle più formidabili costruzioni di tensione della storia del rock. Fripp reitera ossessivamente una figura minimale mentre basso e percussioni accumulano pressione, fino all’esplosione dell’intero gruppo e alla ripresa finale del tema iniziale, trasfigurato dal sax. Quiete cosmica e tensione parossistica, romanticismo e brutalità trovano qui una sintesi definitiva.

Senza disperdere l’afflato romantico e solenne che aveva fatto la fortuna dei primi King Crimson, dunque, il leader supremo Fripp ne opera l’ennesima palingenesi, inventandosi una sorta di heavy-prog che – a rischio di incappare nell’ossimoro – verrebbe da definire asciutto, tanto è aspro e affilato. Fripp si conferma genio bifronte: da un lato il colto avanguardista che insegue una prospettiva “artistica”, dall’altro il musicista rock che sa come colpire allo stomaco l’ascoltatore. Ecco allora i ferri del mestiere del prog – violino, tastiere, oboe, mellotron – convivere con gli assalti chitarristici di un ensemble mai così aggressivo, in un disco che suona come una liturgia nera, con la sua inquietante simbologia (“red nightmare”, “fallen angel”, “bible black”...).

Due parabole

Red” e “In Utero”, del resto, condividono anche una curiosa posizione nelle rispettive parabole. Sono due dischi terminali, realizzati da gruppi arrivati a un punto critico della propria storia, ed entrambi reagiscono contro ciò che rischiava di imprigionarli. I King Crimson sembravano voler fuggire dal progressive che avevano contribuito a inventare; i Nirvana – e in particolare il loro leader – cercavano di sottrarsi alle lusinghe del rock mainstream nel quale il successo di “Nevermind” li aveva catapultati. In entrambi i casi la risposta passa attraverso l’inasprimento del suono e il rifiuto della levigatezza.

Quando “Red” arriva nei negozi, il 6 ottobre 1974, i King Crimson sono già sciolti: Fripp ha decretato la fine della band poche settimane prima. Il disco non ottiene grandi risultati commerciali, ma il tempo gli riserverà una rivincita smisurata. Più che il testamento dell’evo prog, finirà per diventare il suo definitivo traghettamento verso un’altra epoca. Il cielo è senza stelle, gli angeli cadono e il Re sta per congedarsi dalla sua corte. Eppure “Red” parla soprattutto del futuro: del metal più obliquo, del math-rock, del noise e del post-rock, ma anche di quel ragazzo di Aberdeen (Usa) che molti anni dopo lo avrebbe eletto tra i propri dischi di culto.

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Sorvegliare e punire con l’intelligenza artificiale

Uno-due. Il decreto legislativo che recepisce il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale e lo rende una questione di polizia accelera e, con ogni probabilità, già oggi verrà licenziato. Nel frattempo Fratelli d’Italia presenta la sua proposta di legge per far sì che chi scende in piazza a manifestare possa essere accusato di associazione a delinquere.

Il primo caso è il più clamoroso, perché è destinato a finire in Gazzetta ufficiale prestissimo. Direttamente da palazzo Chigi, su impulso del sottosegretario Alfredo Mantovano, è discesa l’indicazione alle commissioni affari costituzionali, giustizia e affari europei di Camera e Senato di dare nel minor tempo possibile il proprio parere allo schema di decreto legislativo che dovrebbe armonizzare le leggi italiane alle disposizioni europee «sull’intelligenza artificiale, in materia di utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale per l’attività di polizia e di responsabilità penale e civile».

I punti caldi sono due: gli articoli 8 e 10. Uno parla dell’identificazione facciale «in tempo reale», l’altro la consente addirittura «a posteriori».

L’articolo 8 dice che «in casi di urgenza» (minacce di terrorismo, persone scomparse) la polizia può utilizzare i dati biometrici raccolti con l’IA integrati con i sistemi di videosorveglianza presenti nelle città attraverso una semplice «comunicazione, anche orale» al pubblico ministero, senza cioè dover passare per l’autorizzazione di un giudice.

L’articolo 10 è pure peggio: per «il contrasto dei reati» sarà infatti possibile effettuare una raccolta preventiva della durata di sette giorni dei dati biometrici di tutte le persone che accedono a un dato luogo. In sostanza, se in una strada o in una piazza è prevista una manifestazione, si potranno registrare ad esempio i tratti del viso e l’iride di chiunque passi di lì durante la settimana precedente. Tutto materiale che poi, eventualmente, sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria.

«Siamo al grande fratello d’Italia», dice al manifesto il senatore del PD Filippo Sensi, che, oltre ad aver trovato la battuta giusta, ieri mattina in commissione affari europei di Palazzo Madama per primo si è accorto dell’enormità della faccenda e, con i colleghi dell’opposizione, ha vanamente cercato di opporsi al colpo di mano della maggioranza.

Ma nessuna discussione è stata concessa: il testo è blindato, le possibilità di rivederlo sono pressoché nulle e anche la controfirma del presidente della Repubblica sarà un atto sostanzialmente formale, avendo lui già concesso la delega al governo. Al limite, potrà prima o poi intervenire la Corte costituzionale, ma siamo nel campo delle ipotesi senza data di scadenza.

«Di tutto l’Ai Act europeo, che è un provvedimento enorme, qui si è deciso di occuparsi solo della parte che riguarda la polizia – prosegue Sensi –. Vogliono raccogliere dati a strascico e poi verificare se c’è o no un reato. È una forma di sorveglianza indiscriminata, peraltro in aperto contrasto con lo stesso regolamento europeo».

Se qui siamo dalle parti dei peggiori incubi degli scrittori di fantascienza, con la proposta di Fratelli d’Italia sull’allargamento delle maglie dell’associazione a delinquere per includere chiunque partecipi a una protesta, invece, si realizzano i sogni più proibiti di ogni inquisitore.

La nuova norma riguarderebbe chiunque «partecipa ad un gruppo composto da tre o più persone che, pur privo dei requisiti di stabilità e di struttura gerarchica, si costituisce o si coordina, anche mediante strumenti di comunicazione elettronica o in occasione di manifestazioni pubbliche» per commettere una serie di reati: resistenza a pubblico ufficiale, devastazione e saccheggio, attentati a impianti di pubblica utilità, lesioni personali, danneggiamento.

Le tipiche accuse che vengono contestate quando le manifestazioni finiscono a tafferugli. Fatti ora equiparati a quelli di mafia e terrorismo, dalla cui legislazione deriva anche l’idea di confiscare i beni usati per commettere il reato.

La misura, spiegano da FdI, è stata studiata al volo dopo gli scontri avvenuti a Bologna e in Val di Susa la settimana scorsa per tutelare sia «i lavori democraticamente approvati», sia i rappresentanti delle forze dell’ordine (120 i feriti, secondo la questura di Torino).

«Tolleranza zero» è l’espressione – un po’ abusata – con cui il primo gruppo parlamentare ha annunciato la sua iniziativa, ieri pomeriggio alla Camera. La cosa divertente della conferenza stampa è stata che tutti gli intervenuti, dal capogruppo Galeazzo Bignami in giù, hanno candidamente ammesso che di questa legge non ce ne sarebbe alcun bisogno se i soliti giudici non avessero in più circostanze bocciato i teoremi delle procure che già ipotizzavano l’associazione a delinquere per i fatti di piazza.

Molte indagini sono in effetti cominciate così (l’ultima famosa è quella sul centro sociale Askatasuna di Torino: l’accusa è caduta in primo grado, il giudizio d’appello è in corso), ma poi non è mai stata emessa una sentenza di condanna per associazione a delinquere nei confronti chi si è scontrato con la polizia, ha sfondato una vetrina o danneggiato qualche arredo urbano.

Se questa proposta diventerà infine legge dello stato, potrà invece succedere e nascerà ufficialmente il concetto di «eversione di piazza», antico pallino dei sindacati di polizia più reazionari e di qualche procura particolarmente attiva sul fronte della repressione dei movimenti sociali.

Nel piano di FdI, per chiudere, c’è anche un’ultima novità. Che suona quasi come un monito: sarà punito per favoreggiamento, con una pena da uno a quattro anni, chi «dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano al gruppo». Invitare a cena un No Tav, in pratica, può portare dritti in galera.

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La favola tragica del riarmo a costo zero

di Emiliano Brancaccio

Come in un tetro copione shakespeariano, la corsa al riarmo dell’Italia prosegue inarrestabile. Per bocca del ministro Tajani, il governo abbandona le vecchie ritrosie e dichiara l’adesione al fondo “Safe” con una richiesta di prestito di 14,9 miliardi destinati al riarmo.

È l’ultimo anello di una ferrea catena di eventi passata per l’impegno assunto dalla premier ad Ankara, con Trump e gli alleati Nato: elevare la spesa militare al 5 percento del Pil. L’obiettivo implicherà un enorme carico per il bilancio pubblico. Se dunque i prestiti europei possono alleviare lo sforzo, sarà bene smettere di indugiare e chiederli subito.

Così, dopo Polonia, Cipro, Lituania, Croazia e Grecia, l’Italia si inserisce nel gruppo di testa dei paesi che hanno scelto di indebitarsi con l’Europa per armarsi.

I guerrafondai nostrani festeggiano e ci rassicurano. A loro avviso, il ricorso al prestito “Safe” è estremamente vantaggioso e dimostra pure che non c’è nessuna scelta politica da compiere tra burro e cannoni: per finanziare il riarmo non serviranno nuovi tagli alla sanità, alla scuola o allo stato sociale.

Nel campionario di falsità dei cocchieri della guerra, questa rientra senza dubbio tra le più ardite. La realtà del “Safe”, infatti, è ben più infida di quanto venga in queste ore narrato.

Innanzitutto, esaminiamo i presunti vantaggi del prestito europeo. Il tasso d’interesse che l’Italia pagherà dovrebbe risultare di 40 punti base inferiore alla media degli oneri solitamente pagati sui titoli nazionali, con un risparmio conseguente di circa 60 milioni annui.

Ma questo minuscolo sconto cambia solo di una virgola l’aggravio sui conti pubblici. Infatti, per rimborsare il “Safe”, l’Italia dovrà tirar fuori mezzo miliardo all’anno già a partire dal prossimo anno e un miliardo all’anno in futuro, quando bisognerà rimborsare anche il capitale. Tutto si può dire eccetto che le armi saranno gratis.

Quanto alla presunta capacità del finanziamento europeo di evitare che la spesa bellica sia coperta sacrificando altre voci di bilancio, anche qui i conti della vulgata guerrafondaia non tornano. Il prestito “Safe” rappresenta appena il 15 percento dell’impegno preso da Meloni ad accrescere di oltre 100 miliardi la spesa militare entro il 2035.

Sommando gli oneri del rimborso, mancano all’appello almeno 90 miliardi all’anno. Dove potranno mai esser trovati, se non da compressioni ulteriori del welfare? Si capisce che l’avvento di un’austerity bellica è tutt’altro che scongiurato.

L’adesione al “Safe” europeo richiederà l’approvazione del parlamento. Lo snodo potrebbe aiutare a capire se l’impulso alla guerra sia in grado di scompaginare le attuali alleanze. In effetti, nella maggioranza, qualcuno già scalpita contro il prestito. Se nel blocco meloniano dovessero contarsi defezioni, è facile prevedere un appello del governo a una «opposizione responsabile». Del resto, tra gli avversari di Meloni, c’è chi non vede l’ora di votare il “Safe”. Non è implausibile che spunti una rinnovata maggioranza pro-riarmo.

All’appuntamento sarà bene giungere con idee chiare. A partire da una constatazione decisiva, finora trascurata nel dibattito prevalente. Il boom della spesa bellica imposto in sede Nato ha ben poco a che fare con gli sbandierati obiettivi di difesa contro potenziali aggressioni esterne.

In larga misura, infatti, risulta associato a impegni militari situati oltre i confini dei paesi membri: dal dominio delle vie commerciali e dei transiti marittimi, all’impossessamento delle fonti di energia del nemico, al controllo finanziario di paesi terzi. Si tratta, in sintesi, di riarmo classicamente “imperiale”.

A questa funesta impostazione il fondo “Safe” europeo aderisce in pieno. Una ragione cristallina per cui va respinto.

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Mandato d’arresto per Evo Morales, continua la persecuzione dopo le proteste

La Procura del dipartimento di Santa Cruz ha emesso un nuovo mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente Evo Morales, accusandolo di terrorismo, sollevazione armata contro la sicurezza e la sovranità dello Stato e attentato alla sicurezza dei trasporti. Il provvedimento origina da una denuncia presentata dal gruppo conservatore Comité pro Santa Cruz, poi fatta propria dal Ministero dell’Interno.

Sotto la lente degli inquirenti ci sono i 53 giorni di blocchi stradali e imponenti mobilitazioni che tra maggio e giugno hanno paralizzato ampie zone del paese. Assieme a Morales sono stati incriminati diversi leader sindacali, tra cui Juan Carlos Huarachi, ex segretario della Central Obrera Boliviana (COB).

Le mobilitazioni di inizio estate sono state l’apice dell’attivazione di piazza dovuta a un largo malcontento sociale. Autotrasportatori, contadini e varie altre categorie di lavoratori hanno manifestato per settimane contro la grave crisi economica, l’inflazione e i tagli ai sussidi sui carburanti promossi dal presidente Rodrigo Paz, insediatosi alla guida del Paese con un programma economica nettamente neoliberista.

Secondo gli inquirenti, le proteste sarebbero state ordinate e coordinate da Morales con l’obiettivo di destabilizzare e far cadere il governo. Ovvero scambiano il possibile risultato politico della perdita di sostegno di massa per la mancata approvazione delle richieste di piazza con l’obiettivo politico dei movimenti popolari che hanno combattuto strenuamente le scelte economiche dell’esecutivo.

Attraverso i suoi canali social, Morales ha affermatoche “non ci faremo intimidire”. L’ex presidente ha qualificato le accuse come una manovra giudiziale di persecuzione politica orchestrata dal governo Paz per distogliere l’attenzione pubblica dalla drammatica crisi che vivono ampie fette del paese e nascondere la propria incapacità di gestione. “Continueremo a lottare al fianco del popolo, con la convinzione che la Bolivia meriti un cammino differente: fatto di dignità, sovranità e giustizia sociale”, ha aggiunto.

Morales si trova attualmente nella regione del Trópico de Cochabamba (nel Chapare), roccaforte dei suoi più fedeli sostenitori. La zona è presidiata da migliaia di contadini e volontari delle Seis Federaciones, che hanno istituito checkpoint, barricate e ronde di sorveglianza per impedire che il mandato d’arresto venga eseguito. Il paese si trova già evidentemente di fronte a una frattura profonda, con il rischio di sfociare in un’altra escalation dello scontro interno.

Il nuovo affondo della magistratura alza ulteriormente la temperatura di un clima politico già rovente, spingendo la Bolivia verso l’incertezza politica aggravata dall’ondata repressiva del governo, mentre l’economia annaspa. Le accuse rivolte a Morales, per cui la sua azione avrebbe tratti terroristici, segnala la volontà di fare definitivamente i conti con l’esperienza di governo popolare rappresentata dall’ex sindacalista.

Le scelte di Paz e le inchieste degli inquirenti risultano parte della più generale ondata reazionaria che, su spinta – e fondi – di Washington e anche Israele, ha condotto un attacco frontale alle opzioni popolari che negli ultimi 20 anni hanno conteso con forza il potere agli schieramenti della destra latinoamericana, sempre allineata ai voleri della Casa Bianca.

Per ora Morales rimane protetto, ma la situazione ecuadoriana rappresenta un tassello di un processo continentale. Con il recente lancio da parte del presidente argentino Milei del figlio di Bolsonaro, Flávio, nella sfida a Lula per le presidenziali brasiliane, viene fatto un ulteriore passo nell’aggressione imperialista statunitense nelle Americhe, che trova ancora oggi Cuba come il più strenuo baluardo dell’alternativa necessaria. Ma la situazione è grave, e l’attenzione verso gli eventi dall’altra parte dell’Atlantico deve rimanere alta.

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Acciaierie d’italia, il governo propone una resa di stato

Per Usb servono nazionalizzazione e tutele straordinarie per tutti i lavoratori

Il tavolo convocato oggi [ieri, ndr] dal Governo sul futuro di Acciaierie d’Italia si è aperto con l’annuncio di una resa politica e industriale.

Di fronte al decreto della Corte d’Appello di Milano, che impone la sospensione entro 90 giorni delle attività dell’area a caldo di Taranto, il Governo ha dichiarato di voler riperimetrare la gara sugli impianti a freddo e sulle attività che potranno continuare. Una prospettiva presentata senza indicare cosa si produrrà, con quali volumi, con quali investimenti e soprattutto con quanti lavoratori.

Questa non è una soluzione industriale. È la gestione amministrativa della progressiva dismissione del gruppo.

Il problema non è quanto deciso dalla magistratura. Siamo di fronte alla sesta pronuncia consecutiva e al risultato di quattordici anni di errori, rinvii, deroghe e scelte sbagliate compiute dalla politica e dai diversi Governi che si sono succeduti.

La magistratura non può diventare l’ennesimo alibi dietro il quale nascondere l’assenza di una strategia per l’acciaio, per Taranto e per l’intero sistema industriale nazionale.

Il Governo ha affermato di avere avuto pronta, fino a ieri, una soluzione industriale. Oggi sostiene invece che tutto sarebbe stato cancellato dalla decisione della Corte d’Appello. Una ricostruzione che non convince e che conferma l’assoluta fragilità del percorso seguito fino a questo momento.

Da mesi vengono prospettate soluzioni tra loro contraddittorie, mentre si continua a trattare con soggetti privati che hanno già dichiarato di non voler investire risorse proprie. Nel frattempo, sui lavoratori diretti, sugli addetti degli appalti e sui dipendenti di Ilva in amministrazione straordinaria vengono scaricati tutti i costi degli errori commessi dallo Stato e dalla politica.

La riperimetrazione della gara sull’area a freddo, senza un progetto produttivo definito, rischia di rappresentare soltanto un ulteriore passaggio verso lo spezzettamento del gruppo e la cancellazione della produzione primaria di acciaio in Italia.

Per USB resta necessaria una scelta chiara: la nazionalizzazione di Acciaierie d’Italia.

Il Governo sostiene che la proprietà pubblica non avrebbe modificato gli effetti del provvedimento giudiziario. La questione posta da USB è un’altra: la nazionalizzazione serve per assumere il controllo delle decisioni industriali, programmare gli interventi ambientali, garantire gli investimenti, difendere la produzione nazionale di acciaio e tutelare l’occupazione.

È quanto è stato fatto nel Regno Unito di fronte al rischio di fermata di British Steel e alla possibile perdita della capacità nazionale di produrre acciaio. Quando è in discussione un settore strategico, uno Stato interviene direttamente e non si limita ad attendere le decisioni dei privati.

Acciaierie d’Italia dispone già di lavoratori, tecnici e professionalità in grado di garantire la gestione e la ripartenza degli impianti. Manca una decisione politica all’altezza della situazione.

Accanto alla nazionalizzazione, è necessario aprire immediatamente un confronto su strumenti straordinari di tutela per tutti i lavoratori, senza distinzioni tra diretti, appalti e Ilva in amministrazione straordinaria. Servono garanzie occupazionali, continuità salariale e strumenti nuovi, capaci di accompagnare una vera transizione industriale e ambientale senza scaricarne i costi sulle persone.

Qualora il Governo abbia invece deciso di chiudere l’area a caldo e rinunciare alla produzione di acciaio a Taranto, deve dirlo apertamente e assumersi la responsabilità politica, industriale e sociale di questa scelta. In quel caso, Taranto e i lavoratori dovranno ricevere compensazioni straordinarie e garanzie reali, non nuovi ammortizzatori sociali destinati ad accompagnare la perdita dei posti di lavoro.

Dopo gli interventi delle organizzazioni sindacali, il Governo ha proposto l’avvio immediato di un tavolo tecnico per definire un “piano straordinario”, coinvolgendo i ministeri interessati, le organizzazioni sindacali, la Regione Puglia e il Comune di Taranto.

La proposta di aprire una discussione tecnica trova USB favorevole. È necessario verificare nel merito tutte le ricadute del provvedimento giudiziario, le prospettive industriali, gli investimenti possibili e gli strumenti straordinari necessari per tutelare l’intero perimetro occupazionale.

Questa disponibilità non comporta però alcun arretramento. Per USB la nazionalizzazione resta lo strumento principale per garantire il controllo pubblico delle scelte industriali, la continuità della produzione siderurgica, gli investimenti ambientali e la salvaguardia di tutti i lavoratori.

Il piano straordinario non può ridursi alla ricerca di nuovi investitori privati, alla riconversione delle aree liberate o alla gestione delle conseguenze della fermata. Deve prevedere un ruolo diretto dello Stato e affrontare immediatamente il tema delle garanzie occupazionali e salariali per i lavoratori diretti, degli appalti e di Ilva in amministrazione straordinaria.

USB parteciperà al confronto tecnico, ma con un presupposto politico preciso: nessuna soluzione potrà essere considerata credibile se rinuncia alla produzione di acciaio, spezza il gruppo o scarica ancora una volta sui lavoratori il costo delle scelte compiute dalla politica.

Per USB la tregua è finita. Non sono più accettabili scuse legate alla magistratura, all’Europa o alle decisioni degli enti locali.

Il Governo deve avere il coraggio di compiere la scelta necessaria per salvaguardare produzione e occupazione: nazionalizzare la fabbrica, garantire tutti i lavoratori e costruire un vero piano pubblico per l’acciaio in Italia.

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Migliaia di migranti dal Marocco sfondano le barriere dell’enclave spagnola di Ceuta

Migliaia di persone provenienti dal Marocco hanno attraversato i frangiflutti di confine verso Ceuta, l’enclave spagnola sul territorio marocchino. Si tratta di ingressi che si vanno ad aggiungere a centinaia di altri arrivati a nuoto negli ultimi giorni e contro i quali il governo spagnolo sta operando per la loro “riconsegna” al Marocco.

Tra 1.500 e 2.000 persone hanno varcato la barriera negli ultimi dieci giorni e altre migliaia si sono diretti ieri, giovedì, verso la frontiera tra Castillejos (Marocco) e Ceuta per tentare di oltrepassare il muro che separa le due città.

Le barriere di protezione non erano presidiate in quel momento da agenti di polizia, e i migranti hanno avuto accesso al territorio spagnolo mentre gli agenti delle forze ausiliarie marocchine, che si occupano della sicurezza a terra, si ritiravano al passaggio dei giovani. Nel pomeriggio di giovedì, le persone continuavano ad entrare nel territorio spagnolo.

Gli agenti di sicurezza interpellati dall’agenzia spagnola EFE hanno dichiarato di non conoscere il motivo del massiccio raduno di giovani per oltrepassare il valico, che coincide con la celebrazione della Festa del Trono in Marocco.

I governi di Spagna e Marocco hanno concordato di attuare misure per la riconsegna “il prima possibile” di “tutte” le persone migranti che sono entrate illegalmente a Ceuta nei giorni scorsi, e in particolare giovedì, quando hanno superato in massa la barriera attraverso il molo di El Tarajal.

Fonti del Ministero dell’Interno hanno indicato questo giovedì che i due paesi hanno concordato di “rafforzare il coordinamento e gli sforzi per far fronte a questi flussi e si sono impegnati a rivedere e attuare misure per la riconsegna, il prima possibile, di tutte le persone che sono entrate illegalmente” nella città autonoma.

Le Forze Armate spagnole stanno rafforzando la Guardia Civile nella città di Ceuta dopo il massiccio e improvviso arrivo dei migranti.

Il governo italiano ha scelto di strumentalizzare l’episodio chiedendo di sospendere gli accordi di Shengen per la Spagna (ripristinando cioè i controlli di frontiera su merci e persone).

Una mossa che sembra convalidare i sospetti, da più parti sollevati, sui possibili “input esterni” ed interni (di fatto il governo di Rabat ha spalancato le porte abbandonando i valichi di frontiera) a questa improvvisa ondata migratoria dal Marocco.

Ossia da uno dei paesi arabi più schierato con l’Occidente,  mentre il governo Sanchez ha mantenuto una certa differenza su diverse questioni di grande rilevanza (uso delle basi e dello spazio aereo per la guerra all’Iran, critiche radicali ad Israele per il genocidio a Gaza e l’attacco al Libano, ecc.).

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“Bibi” a Washington, la guerra all’Iran ricomincia

Un altro giro di giostra, l’ennesimo dopo una “visita” di Netanyahu a Washington (schivando New York, stavolta, e possibili incidenti diplomatici). Ci si potrebbe quasi regolare l’orologio, vista la sistematica connessione tra i due movimenti...

Questa volta, però avevano contribuito già gli iraniani colpendo una base Usa in Giordania (ufficialmente – e come sempre – “tutti i missili sono stati abbattuti”, la quantificazione dei danni verrà dopo), mentre aerei Usa e sauditi (la vera novità di questi giorni) colpivano le milizie sciite in Iraq, i coloni israeliani invadevano una zona della Siria vicino Quneitra, spalleggiati dall’esercito che poi bombardava l’area da cui sarebbe potuta arrivare un’eventuale (ma fortemente improbabile) risposta delle milizie qaediste del nuovo presidente-terrorista, “Al Jolani”.

Israele in effetti ha liberato i suoi cani anche in Libano (dove continua la distruzione delle abitazioni civili per impedire qualsiasi ritorno dei profughi), e ovviamente a Gaza e in Cisgiordania, incrementando la contabilità dei morti.

È sempre meno chiaro invece lo scopo degli attacchi statunitensi. “Decine di obbiettivi” sono stati attaccati con missili da crociera, danneggiando e uccidendo. Ma per ottenere cosa?

Se lo scopo è una maggiore arrendevolezza da parte di Teheran, sembra scontato dire che oltre un anno di guerra “a rate” e cinque mesi di “stop & go” l’hanno dimostrato utopistico. Il presidente eletto, Masoud Pezeshkian, cardiochirurgo laico e quindi considerato “moderato”, ha definito la resistenza iraniana “un modello senza precedenti di fermezza contro la coercizione e l’oppressione. Allo stesso modo, non possiamo costringere o opprimere il popolo, perché questi due approcci sono contraddittori”. Chiudendo dunque tutte le porte a una possibile divisione interna ai diversi gruppi dirigenti.

Ma se l’indebolimento della capacità missilistica e la divisione interna risultano una chimera, perché continuare a bombardare creando una situazione che l’economia mondiale dimostra di temere come la peste? Perché insistere per qualche giorno e poi di nuovo “tregua”, consumando un altro po’ delle riserve sempre più ridotte di missili intercettori?

Sul punto, la convergenza degli analisti è ormai un coro unanime. Anche Ryan Bohl, “analista senior per il Medio Oriente presso RANE Network”, sentito da Al Jazeera, spiega che questi missili “sono munizioni di difesa aerea di alta gamma, come il THAAD, le cui scorte si stanno esaurendo rapidamente, e sappiamo da diverse fonti che molti strateghi del Pentagono sono seriamente preoccupati per la loro disponibilità futura”.

Naturalmente gli Usa dispongono di molti altri mezzi offensivi, ma ognuno con qualche problema “collaterale”. Per esempio, spiega Bohl, “dispongono di una scorta pressoché illimitata di bombe non guidate che potrebbero usare contro gli iraniani”.

Purtroppo, però, questo tipo di bombe “all’antica” devono essere sganciate dagli aerei, sorvolando il territorio iraniano, che è molto esteso (oltre cinque volte l’Italia). Soprattutto, ricorda Bohl, “abbiamo già visto un F-15 abbattuto. Abbiamo visto un F-35 colpito dalla difesa aerea iraniana. E non credo che questa amministrazione sia particolarmente desiderosa di utilizzare quei sistemi più semplici che comportano un rischio maggiore, a causa della minaccia militare che la difesa aerea iraniana rappresenta per loro”.

Sembra perciò obbligatorio concludere che questa situazione continuerà almeno fino alla doppia scadenza elettorale di inizio autunno, quando sia Israele che (per metà) gli Stati Uniti rinnoveranno i rispettivi Parlamenti.

Ma mentre per Tel Aviv cambierà quasi nulla (anche se “Bibi” dovesse essere finalmente messo da parte, anzi in galera), visto che “l’opposizione” appare persino più guerrafondaia e genocida, per gli Usa potrebbe esserci comunque uno shock.

La sconfitta dei trumpiani sembra abbastanza probabile e questo apre due possibili scenari.

Il primo, più “normale”, prevede una maggioranza democratica al Congresso, con rafforzata presenza di “socialisti” (“con caratteristiche statunitensi”, ovvio) e in generale di deputati insofferenti per l’attuale legame con Israele. In tal caso ogni iniziativa di Trump sarebbe da gennaio in poi fortemente compromessa dal veto parlamentare, rendendolo la classica “anatra zoppa” fino alla fine del mandato (tra due anni).

Il secondo scenario prevede invece un mezzo “colpo di stato” all’interno della superpotenza, con Trump e il mondo “Maga” che rifiutano di riconoscere i risultati elettorali ed aprono uno scontro di potere dalle conseguenze semplicemente imprevedibili.

Entrambi gli scenari, però, non sono quelli più adatti a confermare la possibilità di condurre “guerre infinite” su tutto il globo.

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Senza controllo delle infrastrutture, la scienza aperta è solo un’illusione

Per molti anni il dibattito sulla scienza aperta si è concentrato soprattutto su una domanda: come rendere gli articoli accessibili gratuitamente ai lettori? La nuova Scholarly Communication Policy del Centre for Science and Technology Studies (CWTS) dell’Università di Leiden parte invece da una domanda più radicale: chi controlla realmente la comunicazione scientifica?

La risposta non è scontata. Anche quando un articolo è disponibile in open access, può continuare a essere ospitato, gestito e monetizzato da grandi editori commerciali. Per questo motivo il CWTS propone di spostare l’attenzione dall’accesso alla governance, sostenendo che il futuro della scienza dipende non soltanto da ciò che viene pubblicato, ma anche dalle infrastrutture che rendono possibile la pubblicazione stessa.

Il documento può essere letto come un vero e proprio manifesto politico per la comunicazione scientifica. L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema in cui ricercatori, università, biblioteche e istituzioni pubbliche tornino a esercitare un ruolo centrale nel governo della conoscenza, riducendo progressivamente la dipendenza da soggetti guidati principalmente da logiche commerciali.

Questa visione si traduce in un principio molto concreto: ogni scelta di pubblicazione dovrebbe essere valutata non solo in base alla reputazione della rivista o alla sua visibilità, ma anche considerando chi si vuole raggiungere, quanto il canale scelto sia aperto e quali siano i costi economici e sociali associati. In altre parole, pubblicare diventa una decisione che riguarda l’interesse collettivo della ricerca, non soltanto la strategia individuale del singolo autore.

Non sorprende quindi che la policy attribuisca un ruolo centrale ai preprint. Secondo il CWTS, depositare un lavoro in un archivio aperto prima della pubblicazione formale rappresenta oggi il metodo più rapido ed efficace per condividere risultati scientifici senza attendere i lunghi tempi della revisione tradizionale. La diffusione immediata della conoscenza viene considerata un valore in sé, soprattutto in un sistema in cui i processi editoriali possono richiedere mesi o persino anni.

Anche il tema della valutazione scientifica viene affrontato con notevole chiarezza. La policy sostiene apertamente modelli di open peer review, nei quali i commenti dei revisori sono pubblici e il processo di valutazione diventa trasparente. L’idea è che una revisione aperta possa migliorare la qualità del dibattito scientifico e rendere visibili contributi che oggi rimangono nascosti dietro procedure opache e spesso poco comprensibili agli stessi autori.

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il rapporto con i grandi editori. Il documento evita toni polemici, ma non rinuncia a un’analisi critica. Il CWTS osserva infatti che alcuni grandi gruppi editoriali continuano a limitare la disponibilità dei metadati delle pubblicazioni, rendendo più difficile la circolazione dell’informazione scientifica e ostacolando lo sviluppo di infrastrutture aperte per l’analisi della ricerca. Per questo la policy richiama esplicitamente i principi della Barcelona Declaration on Open Research Information, che promuove l’apertura e condivisione dei dati bibliografici e delle informazioni sulla ricerca.

La stessa logica viene applicata ai dati della ricerca e al software. Dataset, codice e materiali di supporto non sono considerati semplici allegati degli articoli, ma veri e propri prodotti della ricerca che meritano di essere condivisi, documentati e preservati. Repository pubblici come Zenodo, DataverseNL o le DANS Data Stations vengono indicati come infrastrutture preferibili rispetto a servizi controllati da grandi aziende.

È interessante notare che la policy estende questa riflessione persino agli strumenti di sviluppo software. GitHub viene riconosciuto come una piattaforma ampiamente utilizzata, ma il documento ricorda che si tratta di un servizio controllato da una società privata e che, per la conservazione a lungo termine del software scientifico, infrastrutture pubbliche come Zenodo o Software Heritage offrono maggiori garanzie.

Ancora più significativa è la posizione sui costi della pubblicazione. In un momento in cui molte istituzioni investono milioni di euro negli accordi trasformativi, il CWTS mantiene una posizione prudente. Pur riconoscendo l’utilità (solo temporanea e limitata nel tempo) dei contratti Read & Publish, il documento sottolinea che tali accordi rischiano di consolidare la dipendenza dagli stessi attori che dominano il mercato editoriale da decenni, e andrebbero considerati con molta attenzione soprattutto rispetto al valore scientifico di ciò che si pubblica all’interno di questi contratti, per altro non più sostenibili nel lungo termine. Per questo si dichiara esplicitamente che i fondi interni dell’istituto non saranno utilizzati per pagare APC in riviste ibride.

La sensazione, leggendo il testo, è che il CWTS stia cercando di andare oltre una concezione dell’open access come semplice tema di accesso ai contenuti. La questione diventa quella della sovranità della conoscenza: chi possiede le infrastrutture, chi controlla i dati, chi definisce le regole e chi beneficia economicamente del lavoro della comunità scientifica.

È probabilmente questo l’aspetto più innovativo del documento. La policy afferma infatti che scegliere dove pubblicare non è soltanto una scelta di carriera. È una forma di azione collettiva. Ogni articolo, ogni dataset, ogni software depositato in una determinata infrastruttura contribuisce a rafforzare un modello di comunicazione scientifica piuttosto che un altro.

In un contesto in cui il dibattito sull’Open Science rischia talvolta di ridursi a questioni tecniche o amministrative, il CWTS riporta al centro una domanda fondamentale: che tipo di sistema della conoscenza vogliamo costruire? La risposta proposta dal centro di Leiden è chiara: un sistema aperto, comunitario, non profit e fondato sulla responsabilità collettiva di chi produce e condivide la ricerca.

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30/07/2026

Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna

Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs.

Il libro Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale (ed. Kappavu, pag. 1108, €40) è frutto di oltre trent’anni di lavoro e segue, ampliandone documentazione e analisi storiche, il precedente Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, pubblicato nel 1995.

Colpisce, nel lavoro di Kersevan, la grande profondità dell’indagine ma ancor più la capacità dell’autrice di collocare i fatti di Topli Uorch nel loro contesto storico specifico, nella coscienza, tuttavia, che essi possono costituire un’efficace chiave di comprensione più generale del Novecento europeo e italiano, come è chiarito già nell’introduzione: “Porzûs, la sua intera vicenda, è in sintesi una storia dell’Europa e del Novecento; racchiude la Seconda guerra mondiale in tante sue implicazioni e sfumature; annuncia la guerra fredda contro il comunismo; anticipa tanti dei misteri d’Italia” (pag. 7).

Quei fatti del febbraio 1945 divennero e sono ancora tra i più citati per screditare il ruolo dei comunisti e dei partigiani garibaldini nella lotta di liberazione quando sono ricordati come un’azione di ‘combattenti rossi filo-sloveni’ che avrebbero assassinato dei ‘sinceri patrioti’ appartenenti alla Brigata partigiana Osoppo.

Un elemento geo-politico specifico del Friuli e della Venezia Giulia è che dopo l’armistizio dell’8 settembre queste regioni non furono incorporate nella repubblica di Salò bensì annesse dal Terzo Reich all’interno della cosiddetta OZAK-Operationzone Adriatisches Künstenland (Zona d’Operazioni Litorale Adriatico) con capitale Trieste e retta da un Gauleiter, cioè un governatore, nella persona del nazista carinziano Friedrich Rainer.

In seguito a questa decisione, la regione, che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e anche Lubiana, in caso di vittoria tedesca non sarebbe mai tornata all’Italia.

Come si può notare, la OZAK comprendeva regioni italiane ma anche territori strappati alla Jugoslavia e questa situazione particolare determinò che al suo interno si trovassero a operare, durante gli ultimi anni di guerra, forze di orientamento e di provenienza assai diversa.

Oltre agli occupanti tedeschi, sostenuti dalla X Mas, e ai partigiani garibaldini, erano infatti presenti la cosiddetta Resistenza “bianca”, esponenti del “governo del Sud”, dei servizi segreti italiani, tedeschi, inglesi e americani, e infine i partigiani sloveni. Come vedremo, inoltre, un ruolo significativo in funzione anticomunista fu giocato anche dalla Chiesa, segnatamente nella persona del vescovo di Udine, Giuseppe Nogara.

Questo intersecarsi di protagonisti e di situazioni è proprio ciò che fa compiere alla storia di Porzûs il salto storico da vicenda locale a evento paradigmatico di come allora e nel dopoguerra si siano dipanate le trame anticomuniste, eversive o esplicitamente golpiste che hanno segnato la storia europea e soprattutto italiana, ordite da personaggi direttamente provenienti dal fascismo, come Junio Valerio Borghese, Giovanni De Lorenzo, Giovanni Messe, oppure ambiguamente presenti anche nella Resistenza monarchica e bianca, come Edgardo Sogno e Mario Argenton.

Proprio queste situazioni motivano il sottotitolo del libro di Alessandra Kersevan “prove di Gladio sul confine orientale”, sia come senso politico generale ma anche, più concretamente, perché diversi personaggi coinvolti nelle vicende del confine orientale negli anni di occupazione tedesca fecero parte in seguito di Gladio (nome usato forse non a caso visto che il gladio era il simbolo repubblichino della X MAS).

Ancor più, il giudice Carlo Mastelloni, che si occupò del “Piano Solo”, cioè del tentativo di colpo di stato ordito nel 1964 dal generale De Lorenzo, dimostrò la continuità tra le organizzazioni anticomuniste e antislave sorte in Friuli Venezia Giulia – in particolare l’Organizzazione “O”, costituita nel dopoguerra da reduci della “Osoppo” – e Gladio, e come tali strutture fossero state utilizzate per propaganda, provocazioni e, appunto anche tentativi di golpe.

Non a caso, i depositi di armi dell’organizzazione “O” furono ceduti direttamente, al suo scioglimento, alla nascente Stay Behind-Gladio.

Così, seguendo il filo di tali vicende si risale sino ai tentativi golpisti di Borghese e alla P2 di Licio Gelli, notoriamente implicata anche nelle stragi nere e in particolare quella della stazione di Bologna.

All’interno di questo quadro generale, il lavoro di Kersevan ritorna sugli atti del processo che vide pesantemente condannati, nel 1952, quarantuno partigiani comunisti, con tre ergastoli e 704 anni di prigione.

Il libro dimostra come tale processo sia stato costruito, negli anni del dopoguerra, in chiave pregiudizialmente anticomunista, sotto uno stretto controllo politico e tenendo conto solo delle testimonianze contrarie ai garibaldini, anche se discutibili sino al falso evidente.

Kersevan ricostruisce minuziosamente il processo ai garibaldini, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le ombre, consulta nuovi documenti e anche le carte desecretate recentemente dei servizi segreti anglo-americani.

Il quadro che esce da tale lavoro documentale fa chiarezza su quali furono i reali contrasti tra brigate garibaldine e osovane, dimostrando come queste ultime si erano opposte a qualunque direzione comune (come invece disponeva il CLNAI) e avevano anzi accentuato il loro orientamento anticomunista emarginando anche la componente azionista.

Inoltre, alcune testimonianze attribuiscono agli osovari l’uccisione di partigiani garibaldini in precedenza imputate ai tedeschi. In pratica, per gli osovani, il sentimento anticomunista e la volontà di togliere qualunque spazio a una ipotetica occupazione comunista slovena, erano diventati guida prevalente dell’azione.

Mentre il CLNAI sosteneva esplicitamente la collaborazione tra Resistenza italiana e slovena, gli osovari vi si opponevano, giungendo a incontrare esponenti della X MAS e persino nazisti, patteggiando con loro.

Se non fu un caso che partigiani dell’Osoppo arrestati dai nazisti fossero rimessi in libertà, mentre ai garibaldini toccò la fucilazione, ancor più importante dal punto di vista storico sono i progetti per un’incorporazione di X MAS e Brigata Osoppo e di costruzione di un fronte comune nazionalista antislavo e anticomunista che si sviluppavano nell’inverno 1945, anche sotto la regia del già citato vescovo di Udine, Nogara e che avrebbe dovuto avere il punto di non ritorno in un assalto osovano alla postazione partigiana slovena di Robedeschis.

Appare inutile sottolineare che in un tale contesto, le presenza e l’azione di provocatori, spie e doppiogiochisti era quotidiana, e probabilmente fu proprio per comprendere quali fossero le vere intenzioni degli osovani e cercare le prove dei loro patteggiamenti con fascisti e nazisti che i partigiani garibaldini guidati da Mario Toffanin “Giacca” salirono, quel 7 febbraio 1945, al monte Topli Uorch.

Prova di tale intenzione è che l’archivio della Brigata Osoppo fu sequestrato dai garibaldini. Sullo sviluppo dell’azione che portò all’uccisione del capo della Osoppo, Francesco De Gregori “Bolla” (già facente parte delle Frecce Nere fasciste in Spagna), e di altri sedici osovari, influì certamente anche il fatto che nella malga sede della Osoppo fu riconosciuta Elda Turchetti, già denunciata da Radio Londra come spia dei nazisti, che da qualche tempo ci viveva, con un ruolo che non è mai stato completamente chiarito (spia, prigioniera, improbabile convertita alla Resistenza?).

Ciò che è chiaro, in questa vicenda che dopo ottanta anni ancora non finisce di riservare sorprese, è che fu ampiamente e strategicamente strumentalizzata a fini anticomunisti e antigaribaldini. Non è un caso che le ultime parole del libro siano una citazione di Vanni Padoan, garibaldino e storico, che ebbe a dire che “se Porzûs non ci fosse stata l’avrebbero inventata”.

Purtroppo, ritornando alle parole di Kersevan, “Chi poi ha pagato con la galera, l’esilio, l’emigrazione, la gogna sociale e mediatica in aeternum sono stati i comunisti friulani e i garibaldini; e i gappisti, 42 partigiani contadini e operai, la cui salita alle malghe, per quanto condotta in modo irriflessivo, con esiti di una tragicità non prevista di fronte a complicazioni che Giacca non fu in grado di affrontare, era stata motivata dalla conoscenza di trattative e accordi osovani con il nemico, tra i quali il dissennato piano di attacco a Robedeschis che avrebbe creato il “pretesto” per giustificare l’attivazione di un “fronte unico”, patrocinato dall’arcivescovo Nogara, tra Osoppo, repubblichini, X Mas e ambienti nazisti.” (p. 1031).

La lettura di questo libro non è sempre facile, la mole di documenti, nomi e fatti citati è enorme e così anche la quantità di osservazioni e valutazioni dell’autrice, tanto che a tratti è complicato orientarvisi, ma si tratta di un testo importante e utile, come ho scritto, non solo per la conoscenza dei fatti specifici discussi, ma per la comprensione dello scenario europeo e italiano durante la guerra, la Resistenza e gli anni a seguire.

Un testo non solo da leggere, ma che per la sua ampiezza si può tornare a consultare come fonte storica dei fatti del confine orientale, delle trame eversive italiane, ma anche per rendersi conto di quanto siano false e dannose le ricostruzioni agiografiche della Resistenza che la descrivono come un movimento privo di contraddizioni e di conflitti interni.

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Fascismo digitale, stadio superiore del capitalismo

Quando Vladimir Lenin scrisse sull’imperialismo e lo classificò come lo stadio più elevato del capitalismo, stava identificando il momento in cui il capitale era passato dallo spazio della libera concorrenza al mondo del monopolio, dove le banche si erano fuse con l’industria, lo Stato si era trasformato in uno strumento diretto al servizio del capitale finanziario e il mondo era stato ridiviso con la forza tra i grandi blocchi monopolistici.

Oggi, a più di un secolo di distanza, ci troviamo di fronte a una trasformazione simile nell’essenza, ma diversa negli strumenti: il fascismo digitale rappresenta lo stadio in cui il capitalismo monopolistico supera i limiti dell’imperialismo classico, invadendo lo spazio della coscienza, del comportamento e dei dati, attraverso una fusione organica tra il capitale tecnologico monopolistico e il potere politico nazionalista estremista.

Questa fusione trova oggi la sua espressione più vivida nel progetto trumpiano, nelle sue alleanze e nelle sue guerre aggressive.

Aziende digitali e tecnologiche ben note per le loro strette relazioni con le forze armate israeliane e i sistemi di deportazione forzata negli Stati Uniti, tra cui Palantir, costituiscono un modello rivelatore di questo stadio.

Tuttavia, la questione va oltre una singola azienda. Il punto centrale risiede nel fatto che il capitale digitale monopolistico, avendo esaurito le possibilità di espansione solo attraverso i mercati di consumo, oggi si sta orientando a trasformare i propri strumenti in armi e a impiegarli in un progetto politico nazionalista aggressivo che riproduce la logica della dominazione coloniale, questa volta sostenuta dal linguaggio degli algoritmi.

Dal monopolio del denaro al dominio degli algoritmi

All’epoca di Lenin, il monopolio si basava sul controllo dei mezzi di produzione industriale e dei mercati finanziari. Oggi, a ciò si aggiunge il controllo dell’infrastruttura digitale stessa: algoritmi, banche dati, sistemi di segmentazione e piattaforme di comunicazione.

Questo nuovo monopolio non è meno centrale del suo predecessore finanziario e, anzi, lo supera nella sua capacità di infiltrarsi nei minimi dettagli della vita quotidiana. Oggi, ogni utente, uomo o donna, si trasforma in un servo digitale all’interno di sistemi di cui non è proprietario e sui quali non ha alcuna reale capacità di influenza.

A differenza del monopolio finanziario classico analizzato da Lenin, il monopolio digitale non si accontenta dello sfruttamento economico silenzioso. Avanza rapidamente verso uno stadio in cui le principali aziende monopolistiche dichiarano il loro progetto ideologico e politico con crescente franchezza, abbandonando la maschera della neutralità tecnica dietro cui si sono nascoste per così tanto tempo.

Dichiarazioni filosofiche e politiche emesse dai vertici di queste aziende inquadrano l’investimento in strumenti di segmentazione e sorveglianza come un dovere morale verso la nazione e la civiltà, e dipingono il rifiuto di partecipare a questo progetto come un fallimento o una negligenza.

Fascismo digitale: l’alleanza della Silicon Valley con lo Stato-nazione aggressivo

Questa alleanza trova la sua traduzione più chiara nel secondo governo Trump. Il movimento dell’accelerazionismo tecnologico, con le sue figure influenti nella Silicon Valley, fornisce a questo governo gli strumenti digitali per trasformare la sua retorica nazionalista aggressiva in controllo effettivo, all’interno attraverso la deportazione forzata dei migranti e all’esterno attraverso sistemi di segmentazione che supportano campagne militari.

Il Venezuela si distingue come un modello rivelatore di questa dimensione, poiché Washington, dalla metà del 2025, ha fatto affidamento su sistemi avanzati di sorveglianza digitale e intelligence per tracciare i movimenti e identificare bersagli, il che ha portato a attacchi aerei e navali e a un’ampia operazione militare all’inizio di gennaio 2026, culminata nel criminale sequestro del presidente venezuelano, in flagrante violazione del diritto internazionale.

Questa aggressione non è nemmeno separata dal brutale blocco imposto a Cuba per oltre sei decenni.

Quanto al partenariato tra Washington e Tel Aviv, si tratta di una profonda partnership tecnica che fornisce a Israele dati e sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale, il che rende gli Stati Uniti e le principali aziende digitali partner effettivi in crimini di guerra documentati contro i civili palestinesi, mentre Trump lavora per approfondire questa alleanza attraverso contratti massicci di sicurezza e militari che garantiscono a queste aziende un’influenza crescente nella formulazione delle politiche.

A differenza del fascismo tradizionale, che necessitava di uno Stato poliziesco visibile e di un discorso propagandistico fragoroso, uccidere oggi non richiede una decisione umana responsabile né una dichiarazione di guerra; richiede invece un algoritmo, dati e un via libera da un dispositivo che non è soggetto ad alcun rendiconto.

Il crimine inizia con la classificazione, non con la bomba, e quando intere comunità vengono descritte come una minaccia attraverso criteri digitali silenziosi, l’uccisione di civili si trasforma in mera “gestione della sicurezza”, e non in crimini genocidi che richiedono responsabilità, in una logica che riproduce il colonialismo classico ma nel linguaggio dei big data.

Tuttavia, il pericolo più grave risiede nella società della sorveglianza, dove il controllo diventa più interno che esterno. Quando un individuo sa di essere costantemente sorvegliato, si autocensura e si allontana da idee contrarie, e questa autovigilanza volontaria limita i movimenti della sinistra e sindacali dall’interno, senza bisogno di prigioni, diventando la forma più efficiente di dominazione ideologica e la più difficile da contrastare, poiché penetra nel tessuto della vita quotidiana e lo rimodella dall’interno.

L’alternativa: proprietà collettiva e socialismo digitale

Collegare l’imperialismo al fascismo digitale non è una metafora teorica, ma piuttosto una necessità analitica per comprendere che gli strumenti di dominazione si sono evoluti, mentre la loro essenza di classe è rimasta invariata. La lotta oggi non riguarda solo come la tecnologia viene utilizzata, ma piuttosto chi la possiede, chi ne determina gli obiettivi e a favore di quale classe sociale viene impiegata.

La tecnologia non diventerà uno strumento di liberazione finché rimarrà sotto il controllo di monopoli digitali alleati con i progetti dell’estrema destra, le guerre e la repressione.

Pertanto, qualsiasi discussione seria sul futuro della tecnologia deve partire dalla necessità di costruire un’alternativa socialista digitale basata sulla proprietà collettiva e comunitaria dell’infrastruttura digitale, e che sottoponga gli algoritmi e l’intelligenza artificiale a un autentico controllo democratico di massa, attraverso politiche locali e globali che esprimano gli interessi delle masse lavoratrici e delle comunità danneggiate dalla dominazione digitale.

La lotta per la giustizia sociale oggi passa inevitabilmente attraverso la lotta per liberare la tecnologia da questa coalizione di classe razzista, di destra e aggressiva.

Così come Lenin diagnosticò l’imperialismo come lo stadio più elevato del capitalismo ai suoi tempi, possiamo dire oggi che il fascismo digitale rappresenta lo stadio più elevato nello sviluppo di quello stesso imperialismo, in cui il capitale monopolistico digitale si fonde con il progetto nazionalista estremo in un’alleanza organica, il cui obiettivo è concentrare potere, ricchezza, coscienza e destino umano nelle mani di una piccola minoranza di ricchi e politici.

Per affrontare questa realtà, la critica e l’analisi non sono sufficienti; dobbiamo invece avanzare nella costruzione di un lavoro internazionalista congiunto attraverso internazionali digitali di sinistra in grado di condurre la lotta nello spazio tecnologico e nella pratica. Questo sarà il tema di un prossimo articolo.

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La Russia mette di nuovo sotto tiro Telegram

Nei giorni scorsi è stato reso noto che l’FSB, i servizi di sicurezza interni russi, hanno emesso un mandato di arresto nei confronti di Pavel Durov, fondatore e amministratore della celebre piattaforma di messaggistica istantanea Telegram, nato in Russia ma con cittadinanza francese ed emiratina.

Questo è solo l’ultimo avvenimento in una lunga storia che vede contrapposto lo stato russo alla figura di Durov, riparato in Francia nel 2014 dopo aver venduto le sue quote aziendali della compagnia che gestiva il social da lui creato in precedenza, VKontakte, un equivalente russo di facebook.

La sua decisione di abbandonare il paese fu causata, a suo dire, dal non voler sottostare alle pressioni governative per aumentare la sorveglianza sugli utenti della piattaforma.

Durov è accusato di favoreggiamento del terrorismo per non aver bandito dalla piattaforma le reti ucraine che aggregano sabotatori in territorio russo e che sarebbero state utilizzate per organizzare vari attacchi ad infrastrutture e persone nella federazione.

Telegram, tra l’altro, da alcuni mesi è già stato bloccato in Russia proprio per lo stesso motivo, ma milioni di utenti continuano ad utilizzare l’app attraverso servizi VPN e simili. Nonostante tutto, la piattaforma è anche molto utilizzata per diffondere contenuti di canali con posizioni vicine a quelle governative sulla guerra in Ucraina e altri temi.

Le autorità francesi hanno dichiarato in relazione alla vicenda che nessun cittadino verrà estradato verso altri paesi e che se la Russia si rivolgerà all’Interpol potrebbero considerare se fare degli accertamenti.

Se venisse processato in Russia, Durov potrebbe rischiare una condanna a 15 anni se non pene più severe.

È utile ricordare che nel 2024 anche la Francia aveva trattenuto in stato di fermo Durov per accertamenti legati ad accuse secondo cui la società non avrebbe acconsentito a collaborare con le autorità fornendo i dati richiesti per alcune inchieste della polizia.

Inoltre, anche le autorità ucraine avevano accusato la piattaforma di essere troppo tollerante nei confronti delle reti di arruolamento di sabotatori sul loro territorio.

Il rispetto della privacy degli utenti che, almeno in teoria, caratterizza Telegram quindi, starebbe rendendo la piattaforma invisa ad un certo numero di governi a livello internazionale. Del resto questo avviene in un momento in cui anche l’UE ha rilanciato il Chat Control, un’iniziativa che di fatto elimina ogni parvenza di privacy nelle piattaforme di messaggistica.

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La storia del Pendolino. Perché i NoTav hanno ragione

Quello che vedete nella foto è un Pendolino, un treno ad Alta Velocità nonché una delle più grandi intuizioni dell’ingegneria ferroviaria mondiale, nata in Italia alla fine degli anni ’60 ed esportata in tutto il mondo, ma progressivamente accantonata proprio nel nostro Paese a favore della costruzione delle linee ad Alta Velocità (AV) tradizionali. Si, avete capito bene, a favore di quelle linee già vecchie, dritte come rette, come quella che vorrebbero tracciare da trent’anni in Val di Susa.

Il progetto del Pendolino nacque alla fine degli anni ’60 nei laboratori della Fiat Ferroviaria di Savigliano (Cuneo). L’idea era rivoluzionaria: invece di spendere cifre astronomiche per spianare le montagne e raddrizzare i binari, l’ingegnere Paolo Camposano e il suo team decisero di progettare un treno in grado di adattarsi alle curve esistenti.

Il cuore della tecnologia era l’assetto variabile attivo. Il treno era dotato di giroscopi e accelerometri (i “pendoli” posizionati sui carrelli) che rilevavano l’ingresso in curva. Il sistema idraulico inclinava la cassa del treno verso l’interno della curva fino a 8-10 gradi. Questo permetteva di neutralizzare la forza centrifuga per i passeggeri, consentendo al treno di affrontare le curve delle linee storiche con velocità superiori del 25% e fino al 35% rispetto ai convogli normali.

Dopo i primi prototipi (l’Y 0160 e l’ETR 401), il successo commerciale arrivò nel 1988 con l’ETR 450, che abbatté i tempi di percorrenza sulla tortuosa tratta Roma-Milano.

Il treno poteva affrontare curve strette, viaggiare sulla soglia dei 250 km/h, adattandosi alla morfologia di un paese come l’Italia, attraversato da due importanti catene montuose come gli Appennini e le Alpi.

Non è un caso che il brevetto Fiat divenne un successo da esportazione straordinario: venne acquistato e adottato in Germania, Regno Unito, Finlandia, Portogallo, Spagna, Repubblica Ceca, Slovenia e persino in Cina. Nella vicina Svizzera, paese montuoso e tortuoso, il Nuovo Pendolino è oggi utilizzato tanto per la circolazione interna quanto per quella transfrontaliera.

In Italia, invece, il progetto ha avuto tutt’altra storia. Nonostante il successo, infatti, a partire dagli anni ’90 le Ferrovie dello Stato (FS) e le scelte politiche dei Governi dell’epoca hanno progressivamente ridotto gli investimenti sulla tecnologia a pendolamento attivo, preferendo i treni a cassa fissa (come i Frecciarossa ETR 500 e successivi ETR 1000).

La spinta principale a questo cambio di paradigma veniva da Confindustria, in cui la stessa Fiat aveva un peso enorme, che riteneva più profittevole costruire una nuova rete di binari completamente dedicati, rettilinei e separati dal traffico locale, per viaggiare a 300 km/h. Mentre il Pendolino poteva benissimo viaggiare a 200-250 km/h sulle vecchie linee, adattandosi alle curve, l’infrastruttura AV richiedeva di bucare le montagne e spianare il resto pur di adattare il territorio a un treno in grado di viaggiare solo su rettilineo.

Con la decisione di investire miliardi nella costruzione dell’infrastruttura AV, il Pendolino perse così la sua funzione primaria sulle rotte principali e, invece di essere sviluppato per la circolazione intercity e regionale, venne progressivamente abbandonato.

Ora, immaginate di vivere in una Valle bellissima e antica, piena di storia e di natura, e immaginate che un giorno, sotto la spinta di grandi capitali, di Confindustria, Webuild etc., politici nazionali e giornalisti profumatamente pagati vi vengano a dire che occorre fare un buco di 57km dentro la montagna, che ha un manto vivo e rigoglioso, ma un cuore tossico di uranio e di amianto, per farci passare dentro una ferrovia dritta come una retta per un treno ad Alta Velocità tradizionale.

Un treno che porterà devastazione nella vostra valle, già piena di disoccupazione e problemi sociali, ma che porterà decine di miliardi di euro di prodotti nelle tasche degli azionisti delle principali imprese di costruzione europee.

Immaginate di conoscere la storia del Pendolino, di sapere che l’attuale linea Torino Lione è sottoutilizzata e basterebbe ammodernare quella per aumentare un eventuale maggiore carico di merci e passeggeri.

Immaginate di iniziare una protesta pacifica (siamo nei primi anni ’90), a cui progressivamente tutti gli abitanti, amministratori compresi, si uniscono.

E immaginate che, per tutta risposta, la vostra valle si riempia di camionette, elicotteri, droni, militari, venga occupata militarmente come oggi vengono occupati militarmente i villaggi palestinesi in Cisgiordania.

Voi cosa fareste?

Sabato scorso al corteo che OGNI ANNO i valligiani organizzano a luglio, c’erano 20mila persone. Che hanno marciato, riso, urlato la loro indignazione e bloccato, come ogni anno, i lavori di quei cantieri mortiferi. Tra loro, ovviamente, c’eravamo anche noi, con le nostre case del popolo e i nostri coordinatori locali, a partire da Nicoletta Dosio.

Quest’anno la destra ha avuto persino il coraggio di accusare il corteo di devastazione. E la finta opposizione, persino quella di Avs e dei Cinque Stelle, a rimorchio, divide i manifestanti tra “violenti” e “pacifici”.

La stessa classe dirigente che ha abbandonato uno dei progetti migliori e piú avanguardistici prodotti nell’ambito dei trasporti in Italia, la stessa che ha puntato tutto sugli idrocarburi mentre mezza Europa brucia e che non spende un euro nella cura del territorio e delle infrastrutture utili, accusa noi di essere contro il progresso e il futuro per puro amore della violenza.

Quando ascoltate il Tg1 o leggete il Corriere, la Stampa o Repubblica, pensate intensamente a questa storia. Pensate intensamente a cosa potrebbe essere il nostro meraviglioso paese se ci liberassimo da questa classe politico-imprenditoriale che zavorra il nostro futuro.

E i giovani No Tav della Valsusa, che vi dipingono come dei mostri, prenderanno la forma di un treno avanguardistico di nome Pendolino che curva rapido in velocità, sotto una montagna, come un enorme sorriso.

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Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?

Era solo questione di tempo

Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.

Il blitz di Kiev

“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.

L’intesa Mosca-Teheran

L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.

Ucraina superpotenza europea

Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.

“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.

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La guerra aperta di Israele contro la giustizia internazionale

Non ci vuole molto per capire chi ha destituito il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan. Dopo aver emesso mandati di arresto contro il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ex Ministro della Difesa Yoav Gallant per il loro ruolo nel genocidio di Gaza, è stata dichiarata guerra a Karim Khan.

Questa guerra è culminata in una clamorosa vittoria israeliana sul diritto internazionale, distruggendo brutalmente l’eredità di una delle menti giuridiche più rinomate al mondo e lasciandolo per sempre disonorato da accuse di cattiva condotta sessuale e di una relazione con una collaboratrice subalterna.

Tale è Israele nelle sue battaglie immorali, dove non solo si toglie i guanti, ma abbandona anche ogni pretesa di onore. L’onore non trova posto nella sua inimicizia, nemmeno nelle sue amicizie.

Da quando la Corte ha emesso quei mandati, Israele ha condotto una feroce campagna contro l’avvocato britannico. Ma due settimane prima di quella campagna e prima della fuga di notizie sulle molestie che ha portato al licenziamento del procuratore, l’avvocato israelo-britannico Nicholas Kaufman incontrò Karim Khan, offrendogli, come disse lui stesso, “un modo per scendere dall’albero”.

Khan rivelò all’epoca, come riportato da Middle East Eye, di aver ricevuto un avvertimento: “Se non ritira i mandati di arresto, la Corte penale internazionale verrà distrutta, e lui con essa”. Questo è accaduto l’altro ieri.

Quanto alla Corte stessa, sembra che l’amministrazione americana se ne occuperà, soprattutto perché la rimozione del procuratore non annulla i mandati di arresto. È questo che fa sì che la persecuzione di questa coppia fuorilegge – Washington e Tel Aviv – continui.

C’è una completa separazione tra Israele e la giustizia; sono opposti che non possono coesistere. La giustizia non accetta l’occupazione di un altro popolo, né accetta che una nazione domini o controlli un’altra, opprimendola e confiscandole i diritti e i sogni nazionali. Pertanto, Israele si è trovato in uno stato di perenne ostilità nei confronti della giustizia internazionale e dei suoi simboli.

Il giudice britannico Karim Khan, la cui nomina è stata revocata dai rappresentanti degli Stati membri della Corte penale internazionale, non è stato un caso isolato di Israele che ha preso di mira figure giuridiche internazionali.

Nel 2009, Israele ha lanciato un’ampia campagna politica e diplomatica contro il giudice ebreo sudafricano Richard Goldstone, incaricato all’epoca di indagare sulla guerra israeliana a Gaza. Il suo rapporto concludeva che Israele aveva fatto uso di forza eccessiva e aveva preso di mira i civili, commettendo crimini di guerra che avrebbero dovuto essere oggetto di indagine.

Sebbene il rapporto muovesse le stesse accuse contro delle fazioni palestinesi, Israele ha attaccato il giudice, esercitando su di lui una notevole pressione e mobilitando tutte le sue risorse, incluso il Congresso ebraico mondiale, per costringere Goldstone a ritrattare le sue conclusioni in un articolo scritto sotto costrizione e diffamatorio.

Anche Fatou Bensouda, ex procuratrice della Corte penale internazionale, è stata oggetto di una campagna altrettanto feroce per costringerla a chiudere l’indagine sui crimini di guerra israeliani contro i palestinesi. Fu inoltre intimidita dopo che degli sconosciuti si presentarono a casa sua all’Aia lasciandole una somma di denaro.

L’amministrazione Trump, durante il suo primo mandato, coinciso con quello di Bensouda, le impose dure sanzioni a causa delle indagini del tribunale. Queste sanzioni includevano il congelamento dei suoi conti bancari, la chiusura del suo mutuo, il congelamento del conto del figlio e l’avvio di operazioni di sorveglianza e monitoraggio nei confronti del marito.

Senza dimenticare quanto accaduto mesi prima alla procuratrice militare israeliana, Yifat Tomer-Yerushalmi, quando, sospettata di discostarsi dalla linea ufficiale, fece trapelare foto dal carcere di Sde Teiman, dove palestinesi venivano uccisi e violentati. Fu licenziata senza pietà.

Questa è la storia di Israele, in fatto di giustizia e verità. Si dice sempre che il criminale odia la luce; vuole commettere il suo crimine nell’oscurità, dove non può essere visto. Ma se qualcuno arriva a illuminare la scena del crimine, spara senza esitazione.

Questo è ciò che è accaduto a tutti coloro che hanno cercato giustizia e hanno osato far luce su crimini che non potevano più essere celati dal colabrodo dell’apparato di sicurezza, del Mossad, della corruzione e del ricatto.

Israele ha commesso un genocidio in pieno giorno e, pur non vergognandosi del crimine commesso, si vergogna di affrontarlo. Israele ha lanciato una feroce campagna contro un procuratore israeliano non per il crimine in sé, ma per aver rivelato e divulgato informazioni ai media.

L’ironia della giustizia è ulteriormente aggravata dai casi di Karim Khan ed Epstein, con ogni nuovo sviluppo. Solo dieci giorni fa, il vicepresidente degli Stati Uniti Jay D. Vance ha ammesso i legami di Epstein con i servizi segreti israeliani nel podcast “Joe Rogan Experience”.

Nonostante la natura atroce delle azioni di Epstein, la questione è stata insabbiata. Nessuno è stato perseguito, processato o nemmeno accusato di questi crimini contro l’umanità, i suoi valori e la sua morale. Nel frattempo, Karim Khan è sotto processo per aver avuto una relazione con una dipendente o stagista maggiorenne.

Ecco come si presenta la giustizia quando Israele assume una posizione di autorità e gli viene conferito il potere di minare le istituzioni internazionali. Il mondo rimane in silenzio di fronte all’enormità delle sue azioni, come se non avesse assistito a come Israele abbia portato l’intero pianeta sull’orlo del collasso incitando il presidente Trump a intraprendere una guerra sconsiderata e costosa per tutti contro l'Iran.

Questo è Israele: uno stato che non smette mai di diffondere il male. Se il mondo non lo ferma, ne subirà le conseguenze devastanti.

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La Tav è funzionale alla mobilità militare, non allo sviluppo del paese

Sulla Tav Torino Lione, no. Non chiamiamola alta velocità. L’alta velocità da Milano a Parigi c’è già, da un pezzo ed è una meraviglia.

6 ore di comodo viaggio a 45 euro. A settembre ci andiamo con tutta la famiglia. Potrebbe essere migliorata e incentivata ma c’è e passa su binari esistenti. Potrebbero migliorare i collegamenti anche regionali da Italia a Francia ma la linea c’è.

La Tav serve solo e unicamente alla Military mobility. Un piano europeo che esiste da anni ma ogni anno diventa sempre più insistente e minaccioso.

La commissione europea spinge per adeguare ogni infrastruttura logistica alla guerra, stanzia miliardi, una volta fatto tutto, la guerra può scoppiare.

Il Parlamento europeo voterà a breve, informatevi.

La Tav fa parte del Corridoio Mediterraneo, uno dei grandi assi di trasporto della rete europea TEN-T che collega la penisola iberica al confine tra Ungheria e Ucraina.

Far passare convogli fuori sagoma, militari, su gallerie dimensionate ai carri armati da ovest a est, verso l'Ucraina. A Pontedera, La Spezia, Genova, in ogni paese ci sono opere adeguamenti di porti, ferrovie, stazioni, binari, strade.

Migliaia, centinaia di altre opere, magari più piccole ma tutte per uno scopo: la guerra.

Emers è il tasto rosso, qualsiasi stato lo può premere e le nostre strade e ferrovie si riempiranno di eserciti in marcia. I lavoratori civili perderanno tutele e saranno considerati come militari.

Già tutto è in preparazione.

La Tav Torino Lione per motivi commerciali e civili non ha senso. Magari una volta, ma poi si è capito che è un danno e un costo sproporzionato rispetto al vantaggio. Ora serve solo per una cosa. La guerra.

Quando si parla di “guerriglia” o meglio sabotaggio, anche se violento, contro questa grande opera, scriviamo esattamente le cose come stanno.

La Tav non è un treno, non è freccia rossa o TGV.

La Tav è Military mobility, è guerra.

E se una volta l’anno, in pieno giorno, in un giorno stabilito, e conosciuto dalla polizia, avviene un sabotaggio... chiamiamolo per quello che è, sabotaggio della Military mobility. Può non piacere, (a me il fumo nero non piace) possiamo preferirei altri metodi, ma chiamiamolo con il suo nome.

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Traffico a Washington, vista su Hormuz

Quando Trump e Netanyahu si incontrano e addirittura si mostrano d’accordo la situazione diventa preoccupante per il resto del mondo. Se poi l’ora e mezza di chiacchierata a porte chiuse viene definita “buona e produttiva” da entrambe le parti – assegnando la diffusione del giudizio al solito Barak Ravid di Axios – qualcosa di pessimo sembra in via di maturazione.

Non sappiamo se la decisione iraniana di colpire una base statunitense in Giordania, ieri sera, sia stato un modo per far capire che anche Teheran è pronta a tutto, rompendo lo schema narrativo per cui sono gli Usa e Israele a dettare i tempi della guerra e delle incerte “trattative” che sembrano riaprirsi ad ogni “tregua”. Ma è certamente la prima volta che l’Iran assume l’iniziativa, sia pur limitata, proprio mentre l’aviazione statunitense – insieme a quella saudita – prendeva di mira le milizie sciite in Iraq.

Come si vede la guerra riguarda tutto il Medio Oriente, dal Libano al Golfo Persico, contrapponendo in ogni singolo Paese le parti più allineate con i soggetti determinanti (Usa/Israele e Iran) e sollecitando mosse anche relativamente “autonome”, ma sempre secondo uno schema tutto sommato “bipolare”.

Sta di fatto che Netanyahu era arrivato a Washington nel momento più basso della sua infame carriera genocida.

Praticamente nessun Paese del mondo vorrebbe averci pubblicamente a che fare se non ci fosse l’ombra del “Grande Protettore” americano. Ma anche quest’ultimo ha dovuto di recente marcare una qualche distanza con quel “pazzo fottuto” (Trump dixit) che ancora governa a Tel Aviv ma vede ormai vicine le elezioni che potrebbero segnare la sua fine (lo aspettano un paio di processi – per corruzione non per crimini di guerra, per carità... – e probabilmente la galera o l’esilio).

Il quadro interno all’entità sionista presenta problemi di iper-concorrenza, non certo di impostazione strategica. La gara è tra chi vuole massacrare di più (palestinesi, arabi, iraniani, ecc.), quasi senza voci contrarie. I rapporti con i vicini invece sono più problematici.

L’accordo sul programma nucleare saudita, concesso da Trump nella convinzione di legare così più strettamente la dinastia Saud agli interessi statunitensi, è invece una preoccupazione per chi – come Israele – ha fatto dell’esclusiva atomica (illegale, secondo tutti i trattati internazionali vigenti) l’asse portante della propria aggressività mirante alla “Grande Israele”.

In pratica, da Tel Aviv si vede crescere un pericoloso concorrente che potrebbe affiancare nel medio termine l’ostilità della Turchia dopo aver peraltro stretto un accordo di reciproca difesa col Pakistan, che l’atomica ce l’ha già ed anche i missili per usarla.

Tanto più se, contemporaneamente, i Paesi arabi del Golfo spalancano le porte alla proposta omanita (concordata con Teheran) di applicare in futuro una “tassa volontaria” per il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz.

Una bozza di intesa che promette all’Iran entrate finanziarie minori rispetto a quanto preteso nelle ultime settimane, ma in cambio del riconoscimento di fatto della doppia sovranità (Iran-Oman) sullo Stretto. Per quelle economie, d’altro canto, la chiusura di Hormuz rappresenta un disastro senza pari, cui bisogna metter fine il prima possibile, pagando il prezzo dovuto.

Entrare alla Casa Bianca con l’acqua alla gola ed uscirne – per quanto dalla porta di servizio, stesso trattamento offerto a Zelenskij – con la formale assicurazione di essere con Trump “sulla stessa linea per quanto riguarda l’Iran” è certamente una mezza vittoria per l’ex “testa di cuoio” da oltre venti anni al potere.

Mezza, però, e per un arco temporale non lunghissimo. La contestazione organizzata dai gruppi antisionisti durante la sua visita è stata tale da arrivare a sfiorare il corteo delle auto che lo portava alla Casa Bianca.

Un “ricordati che devi morire”, citando Massimo Troisi, che segnala quanto anche per l’America l’“amicizia ferrea” con Israele sia ormai più un problema che una risorsa.

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29/07/2026

La Cina vuole smettere di comprare cibo fuori dal paese

“Bisogna saper tramontare”

Il trauma dell’Impero alla fine della “fine della storia” e “l’impossibile ritorno”.

Dopo aver visto il film Odissea mi appare sempre più evidente un filo rosso che lega la fisica quantistica di Tenet, l’angoscia atomica di Oppenheimer e l’immaginario epico con cui Christopher Nolan rilegge il mito classico.

Dietro la complessità delle sue strutture temporali si nasconde, mi sembra, una riflessione spietatamente politica.

Visto da vicino, questo adattamento dell’Odissea si rivela come una diagnosi spietata sulla crisi del nostro presente, filtrata attraverso il tipo umano per eccellenza dell’imperialismo contemporaneo: il soldato afflitto da disturbo da stress post-traumatico (come i reduci del Vietnam, dell’Iraq o dell’Afghanistan), testimone diretto delle guerre di espansione camuffate da guerra per la “libertà, civiltà o democrazia”.

Il protagonista di Nolan somiglia a quel reduce americano di ritorno da un conflitto combattuto nominalmente “per l’onore della patria”, ma vissuto sulla pelle senza alcuna reale convinzione ideologica.

Ciò che resta appiccicato addosso al soldato non è l’aura del mito, ma il trauma viscerale e rimosso dello sterminio “oltre ragione” (che è in parte tema dello stesso poema omerico, che è causa dell’astio degli dei contro gli achei).

In questo impianto, la stessa figura di Elena perde ogni funzione di assoluzione. Se nel poema classico il suo riconoscimento della colpa serviva a restaurare l’ordine patriarcale infranto, qui l’assenza o la deformazione delle sue scuse mostra tutta la brutale futilità del conflitto. La Guerra di Troia spoglia la narrazione da ogni retorica bellica per rivelarsi ciò che è sempre stata: un massacro insensato.

È qui che la hybris della tradizione classica incontra la poetica del regista. Non siamo più di fronte alla semplice superbia dell’uomo che sfida gli dei, ma al superamento di un limite etico, ecologico e sistemico oltre il quale c’è solo la catastrofe.

Se in Tenet questo oltrepassamento assumeva le forme concrete del collasso ecologico – con un futuro che tenta letteralmente di annientare il passato per sopravvivere –, nell’Odissea il disastro è epocale.

Del resto, nella scena delle Sirene, Odisseo si chiede se davvero vuole tornare o continuare ad andare oltre.

Il film cita esplicitamente l’Età del Bronzo, ma compie un deliberato anacronismo storiografico parlando di “Popoli del Mare” (una definizione del tutto assente in Omero, coniata dall’egittologia moderna sulla base delle iscrizioni di Ramses III).

Nolan identifica gli Achei/Greci stessi con i famigerati Popoli del Mare, (“Siamo noi i Popoli del Mare, avevamo una civiltà di palazzi e di commerci, e l’abbiamo distrutta”) gli stessi che segnano la fine di imperi e di un’epoca storica, l’età del bronzo.

I “vincitori” di Troia non sono più i portatori della civiltà, ma la forza caotica, disperata e predatoria che innesca il Bronze Age Collapse.

Quel modello non è più “progressivo”, né universalizzabile. Distruggendo Troia, i Greci non inaugurano un’era di trionfo, ma sgretolano le basi del loro stesso mondo: è la cancellazione di un intero ordine “mondiale” dell’epoca (ovviamente di “quel” mondo).

Di fronte a questo scenario apocalittico qual è la soluzione? È possibile un ritorno (come per il nostos dell’Odisseo omerico) al passato? Un ritorno alle strutture tramontate della società (statunitense), al patriarcato, al ripristino della figura padre-re, del nucleo familiare come baluardo della società con alla base la proprietà privata piccolo-borghese?

Dal finale non mi pare che ciò si evinca: Odisseo abdica in favore di Telemaco (largo ai giovani!, che hanno fin troppo mitizzato i padri) e parte con Penelope (dopo la sua crisi di mezz’età) a onorare i morti da lui causati, lì dove tramonta il Sole. Il che mi ha richiamato il nietzcheano “bisogna saper tramontare” del Così parlò Zarathustra.

In ultima analisi, Nolan mi sembra tematizzare la “crisi di civiltà” alla fine della “fine della Storia” e il tramonto del Secolo Americano. La civiltà dell’imperialismo moderno, proprio come la civiltà micenea dopo Troia, si scopre vulnerabile e vittima della propria stessa hybris.

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