Un filo rosso unico collega ormai le acque del Mar Caspio, le rotte del Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz. Gli sviluppi militari hanno definitivamente infranto la separazione tra il conflitto russo-ucraino e l’aggressione all’Iran. Nella notte tra il 25 e il 26 luglio, il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU) ha condotto un attacco con droni a lungo raggio nel Mar Caspio, colpendo una nave commerciale iraniana.
L’accusa era quella di trasportare equipaggiamenti e componenti destinati a Mosca che sarebbero proibiti secondo le sanzioni imposte alla Russia. Imposte in maniera unilaterale dai paesi occidentali, ovviamente. L’attacco è avvenuto in una più ampia operazione che ha portato a colpire anche una motovedetta e un impianto petrolifero russi.
L’Ucraina è da tempo che porta avanti una convergenza strategica e tecnologica con Israele (riguardante in particolare i droni e l’intelligence). Ma il colpo inflitto qualche giorno fa segna un salto di qualità significativo, in quanto svoltosi su di un piano direttamente militare. L’Iran ha denunciato la morte di un marinaio e ha convocato i diplomatici di Kiev, definendo l’azione un atto di aggressione.
Colpendo la Repubblica islamica, l’Ucraina vuole attirare i favori di Trump, mostrandosi come elemento capace e determinante nell’indebolimento di Teheran. Allo stesso tempo, però, è un messaggio chiaro sul fatto che il conflitto in Ucraina non riguarda le “mire” russe sul paese, ma ha una dimensione tutta internazionale.
Zelensky e compagnia hanno dimostrato come ci sia un’internazionale imperialista che unisce Washington, Kiev e Tel Aviv. Alla faccia di chi accusa chi lotta contro il piano inclinato della guerra imperialista di essere “campista”: la presenza di un “campo”, imperialista però, l’ha resa plasticamente – con le bombe – la giunta di Kiev.
Il problema è che un’azione del genere non solo salda due fronti che, più o meno, erano rimasti separati fino a oggi nella “guerra mondiale a pezzi” scatenata dall’imperialismo occidentale contro il multipolarismo. L’attacco ucraino provoca un sostanziale ampliamento dell’area del conflitto, incancrenendolo e amplificando i pericoli per i civili e, in generale, che la situazione sfugga di mano.
Basti prendere ad esempio la pesante campagna ucraina di attacchi ai mercantili e alle petroliere russe. Mosca, alla fine, ha deciso di rispondere con droni e missili sui porti nemici, in particolare quello di Odessa. Gli operatori portuali hanno dunque deciso di sospendere le rotte verso l’Ucraina, facendo naufragare il cosiddetto “corridoio del grano” per un’escalation bellica senza nessun fine strategico. Un grave danno alla sicurezza alimentare globale.
Anche in Asia Occidentale, le tensioni accumulatesi in virtù dell’aggressione israelo-statunitense sono esplose persino nel rapporto tra Arabia Saudita e Houthi. Il 13 luglio la capitale dello Yemen è stata bombardata da Riad. L’obiettivo era un aereo che trasportava funzionari di Ansar Allah, ma secondo quel che riporta Reuters a bordo c’erano anche consiglieri militari iraniani, componenti per missili e droni, e fondi per l’organizzazione yemenita.
Ancora una volta, i sauditi tentano di decidere il corso politico dello Yemen, dopo aver devastato il paese con una guerra durata anni, tra denunce di crimini terribili. Gli Houthi hanno risposto colpendo installazioni, porti e petroliere dell’Arabia lungo la costa del Mar Rosso, per poi minacciare direttamente il traffico attraverso lo Stretto di Bab El Mandeb. Il traffico marittimo è crollato, mentre la raffineria ARAMCO di Jizan è stata devastata da incendi che potrebbero metterla fuori uso per anni.
L’avventurismo bellico dell’Occidente e dei suoi alleati si è naturalmente trasformato in un nuovo allarme per i mercati, con impatti significativi sui prezzi delle materie prime e sui costi di trasporto, oltre che, ovviamente, sui beni energetici. Non solo, il petrolio Brent aveva nuovamente superato i 100 dollari al barile, per poi scendere all’inizio di questa settimana solo perché gli attacchi si sono fermati causa penuria di munizione nei magazzini statunitensi, ma si registrano rincari anche per il gas naturale. Prezzi che pagheremo tutti noi, nella spesa di tutti i giorni. Un altro salasso che va inserito tra quelli determinati dalla deriva bellicista delle nostre classi dirigenti.
Non c’è giustificazione della logica “occhio per occhio” da parte nostra, ci mancherebbe, ma pretendere di fare la guerra a paesi in posizioni strategiche colpendone il commercio, per poi lamentarsi di come le reazioni abbiano ripercussioni sulle rotte mercantili è la logica di chi pretendere di essere padrone del mondo, per sclerotismo suprematista.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
04/08/2026
Dal Golfo Persico al Mar Caspio: il fronte marittimo della guerra imperialista
30/07/2026
Ucraina e Iran, verso un unico grande fronte di guerra?
Era solo questione di tempo
Prima o dopo doveva succedere, anche perché le rispettive posizioni, con l’andare del tempo, si sono estremizzate fino a diventare di un’ostilità che rasenta l’odio. E proprio in questo senso si sta sviluppando il tormentato rapporto tra Ucraina e Iran, dopo che Kiev, rompendo le residue ipocrisie, ha preso a bersaglio una nave del nemico, colpendola addirittura nel lontano Mar Caspio. L’ha fatto non tanto e non solo per ragioni tattiche, legate al commercio (di armi, dicono a Kiev) con la Russia, ma piuttosto per motivazioni strategiche: allargare il conflitto. Una mossa che vuol dire, per l’Ucraina, firmare una sorta di assicurazione sulla vita. Una guerra allargata, che dichiari ufficialmente la Russia nemico sul campo di Stati Uniti ed Europa, è la soluzione ideale per salvare l’integrità della loro patria. La Terza guerra mondiale? Nel circolo di Zelensky risponderebbero come si leggeva su certi muri sventrati, dopo Caporetto: “O il Piave o tutti accoppati”. Che, adeguato alle circostanze, potrebbe tradursi con “O si salva l’Ucraina o si crepa tutti”. Seppelliti sotto una piccola parte delle sue 5.600 testate nucleari, cominciando da quelle tattiche, “di teatro”, con un raggio d’azione limitato, che devasterebbero i campi di battaglia dell’Europa centrale, a cominciare da Polonia e Germania.
Il blitz di Kiev
“L’attacco ucraino a una nave iraniana potrebbe avvicinare ulteriormente le due guerre”, titola il New York Times, dedicando all’evento un report che ne sottolinea la portata strategica. Innanzitutto, il fatto che l’attacco sia avvenuto nel Caspio, cioè in una regione abbastanza lontana dai campi di battaglia. È stata, secondo il Times, la dimostrazione di come sia cambiata la filosofia operativa delle forze armate ucraine, che adesso progettano quotidianamente assalti in profondità nel territorio russo. Ma, naturalmente, la riflessione più importante va riservata alla scelta del bersaglio. Colpire apertamente una nave commerciale di un Paese non belligerante, tra l’altro in una zona non sottoposta alle leggi di guerra, è stata da parte ucraina una scelta che potrebbe avere pesanti conseguenze “a cascata”. Prima di tutto, sottolinea il New York Times, “l’attacco ha messo in evidenza i legami tra le guerre che i due Paesi stanno combattendo, aumentando la tensione tra di loro e il rischio di uno scontro più diretto. L’Ucraina, dal canto suo, ha affermato che la nave trasportava equipaggiamento militare tra l’Iran e la Russia. Le autorità iraniane hanno invece dichiarato che si trattava di una nave mercantile e hanno accusato l’Ucraina di aver ucciso un marinaio durante l’attacco. Funzionari iraniani – prosegue il Times – hanno minacciato ritorsioni in una serie di dichiarazioni e commenti sui media. Il Ministro degli Esteri ucraino, ha replicato duramente, affermando che l’Iran ‘non ha alcun diritto di fingere di essere una vittima’ visto il suo sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Il Ministro degli Esteri iraniano, ha collegato direttamente l’attacco alla nave al conflitto in Medio Oriente, definendolo ‘una palese violazione della Carta delle Nazioni Unite’ e affermando che era stato ‘condotto su istigazione di Israele per trascinare l’Europa nella sua guerra’. Araghchi ha aggiunto di aver parlato sia con il massimo diplomatico dell’Unione Europea che con il Ministro degli Esteri russo, per chiarire che l’attacco non può rimanere senza risposta”.
L’intesa Mosca-Teheran
L’Iran ha sviluppato, già da molti anni, una tecnologia avanzata per la costruzione di droni d’attacco che hanno la caratteristica di essere letali e di potere essere prodotti a prezzi competitivi. Secondo gli esperti di difesa, hanno cominciato a rifornire gli arsenali russi già prima dell’invasione dell’Ucraina, aumentando successivamente la fornitura di vettori di tipo “Shahed”. I tecnici della teocrazia sciita, inoltre, sono stati in grado di produrre ed esportare in Russia missili balistici a corto e medio raggio, largamente usati dalle truppe di Putin nelle prime fasi del conflitto. Inoltre, più volte, il governo di Kiev ha accusato il regime degli ayatollah di avere spedito nelle retrovie del fronte ucraino diversi specialisti, istruttori per il lancio di missili e droni. Le accuse sono state respinte da Teheran. “L’uso diffuso dei droni – afferma il Times – in particolare quelli relativamente economici forniti dall’Iran, ha trasformato la guerra in Ucraina e, più in generale, ha cambiato il modo in cui i pianificatori militari valutano le esigenze degli eserciti moderni. Ha costretto l’Ucraina a sviluppare tecnologie antidrone che, secondo gli analisti, ora rivaleggiano con i sistemi di difesa aerea convenzionali”.
Ucraina superpotenza europea
Si fa di necessità virtù. Un principio che calza a pennello per le forze armate di Kiev che, da un lato sono sottoposte a una pressione formidabile da parte della Russia, ma dall’altro godono della solidarietà (concreta) di tutto l’Occidente. Da questo ossimoro bellico nasce quello che oggi, probabilmente, è l’esercito più forte d’Europa. Esperienza, spirito di adattamento, amor patrio e, soprattutto, soldi. Tanti soldi, una montagna di risorse destinate ad acquistare le armi tecnologicamente più avanzate. Comprate, ovviamente, dall’Occidente. Che le testa, le mette in vetrina e poi le vende al resto del pianeta. Ma a Kiev sono maestri di emulazione. “Quattro anni dopo che la Russia ha scatenato quei droni iraniani contro l’Ucraina – scrive il New York Times – Kiev ha ora portato in Medio Oriente la sua esperienza, faticosamente acquisita, nel contrastarli. Dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, l’esercito iraniano ha lanciato ondate di droni contro obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo. L’Ucraina ha visto in questo un’opportunità per mostrare ed esportare i suoi sistemi anti-drone a basso costo. A marzo, il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che oltre 200 esperti militari ucraini erano stati inviati in Medio Oriente, per aiutare a difendere gli alleati dai droni iraniani. ‘Non vogliamo che questo terrorismo del regime iraniano contro i suoi vicini abbia successo’, ha affermato durante un discorso al Parlamento britannico. L’Ucraina ha inoltre siglato accordi di difesa, con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, incentrati sul contrasto alle minacce missilistiche e dei droni iraniani”.
“Sabato – conclude il Times – Zelensky ha affermato che i Servizi segreti ucraini hanno raccolto prove del fatto che la Russia sta fornendo all’Iran sorveglianza satellitare degli Stati del Golfo e delle basi militari statunitensi nella regione, aiutando Teheran a pianificare ed eseguire attacchi. Ha aggiunto che l’Ucraina condividerà queste informazioni con i suoi alleati occidentali”. Bene. Il gioco è scoperto e pure pericoloso. Non vorremmo che, mettendosi contro l’Iran, Zelensky avesse sbagliato tutti i suoi calcoli.
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19/07/2026
Il Corridoio del Caspio che scavalca tutte le crisi
A fronte delle crisi internazionali che stanno destabilizzando il pianeta, la Cina ha deciso di reagire con una strategia che punta ad aprire nuovi assi di collegamento. Un’alternativa indispensabile, per garantire la catena degli approvvigionamenti produttivi necessari, in primo luogo, all’industria europea.
Aggirare le strettoie
Gli altri tirano bombe e lanciano missili. Per giunta a casaccio. Loro, invece, davanti ai problemi e alle rogne, che nel mondo contemporaneo spuntano come funghi, molto più saggiamente provano ad evitarli. Parliamo dei cinesi, perché se le crisi ricorrenti di una geopolitica ormai turbolenta e senza equilibrio, sembra quasi obbligarli a farsi avanti, loro hanno invece strategie diverse. Gli “hotspot”, i punti caldi che angosciano la diplomazia internazionale, a Pechino preferiscono aggirarli. E così i nipotini di Mao (e di Confucio) pensano di vincere una sofisticata partita a scacchi, senza sporcarsi le mani o, meglio ancora, senza sparare un colpo. L’idiozia di utilizzare la forza bruta la lasciano ad altri statisti (si fa per dire), che vengono da culture più “grossier”. Così, davanti a tragedie come l’invasione dell’Ucraina, la mattanza di Gaza e la guerra nel Golfo Persico, Xi Jinping e compagnia si preoccupano, prima di tutto, dell’equilibrio dei mercati e della necessità di mantenere un affidabile catena degli approvvigionamenti produttivi.
Nuovi assi di trasporto
Allora, diciamo che, per andare subito al cuore del discorso, da un certo punto di vista a Pechino si sono accorti (e non da ora) di avere il coltello dalla parte del manico. È la Cina ad alimentare molte delle industrie occidentali, ed europee in particolare, con la sua gigantesca offerta di materie prime e semilavorati indispensabili per processi produttivi di tutti i tipi. Con la differenza che adesso cominciano ad arrivare in Europa anche componenti ad alto valore aggiunto, destinati ai settori più sofisticati dell’imprenditoria. Ergo: se le crisi internazionali chiudono per rappresaglia (o per un’impennata della soglia del rischio) i passaggi-chiave, i cosiddetti “colli di bottiglia” come Hormuz, allora le prospettive per l’economia mondiale si fanno cupe. E quelle per la Cina, che è considerata la “fabbrica del mondo”, diventano nere. Ma a Pechino i vertici del partito non dormono, anzi, sono in fibrillazione, e propongono quello che sembra una specie di uovo di Colombo: la realizzazione di nuovi giganteschi corridoi transcontinentali, che servano a spostare le merci dall’immenso mercato cinese verso Ovest, fino alla lontana Europa.
Un progetto faraonico
“Secondo gli analisti – scrive Ralph Jennings, del South China Morning Post di Hong Kong – la Cina sta investendo in una rotta marittima di import-export attraverso il Mar Caspio verso l’Europa, che evita la Russia e aggira i conflitti del Medio Oriente. Le aziende statali cinesi hanno già investito centinaia di milioni di dollari per costruire il ‘Corridoio Centrale’, come viene definita la nuova opera. Sarà un’infrastruttura lungo 4.750 km (2.950 miglia), che attraversa il Kazakistan, il Mar Caspio interno e prosegue via mare fino all’Azerbaigian, per poi arrivare in Georgia e infine in Turchia. Come si desume dal programma intergovernativo georgiano ‘Corridoio di trasporto Europa-Caucaso-Asia’ – chiarisce ancora Jennings – la Cina ha fornito un sostegno finanziario di circa 70 milioni di dollari e attrezzature per un valore di circa 2 milioni di dollari per il porto di Baku sul Mar Caspio. Inoltre, aziende cinesi hanno partecipato alla costruzione di un nuovo porto marittimo da 300 milioni di dollari ad Aktau, in Kazakistan, sull’altra sponda del Mar Caspio”. Il corridoio, noto anche come ‘Rotta Internazionale di Trasporto Transcaspica’, comprende strade e ferrovie, oltre ai due porti marittimi. La cosa più importante, però, è l’analisi costi benefici, con una valutazione di impatto eccezionalmente positiva. Secondo i calcoli effettuati dagli specialisti, “il Corridoio permetterebbe a una spedizione dalla Cina di raggiungere l’Europa in 15-18 giorni, rispetto ai 45-60 necessari via mare”. La notizia dello studio è stata fornita, a condizione di anonimato, da un’importante fonte diplomatica turca al South China Morning Post. Il governo di Erdogan, infatti, è particolarmente interessato al progetto, perché ne diverrebbe il terminale mediterraneo. Tra le altre cose, ricorda il South China Morning Post, “la Cina è il principale fornitore di beni importati dall’Unione Europea”. Per cui il Corridoio Transcaspico diventerebbe, per il Vecchio continente, una formidabile valvola di sicurezza per la catena degli approvvigionamenti produttivi nel caso di crisi internazionali.
Spunta la Turchia
In questo progetto è la Turchia che mira a sfruttare la propria posizione geografica, per diventare un punto di collegamento tra Asia ed Europa. Alcuni analisti sostengono che la Cina potrebbe portare finanziamenti e competenze logistiche di ‘livello mondiale’ per accelerare lo sviluppo del Corridoio. “Un tratto fondamentale del Corridoio Medio, la ferrovia Baku-Tbilisi-Kars – dice Jennings – ha ripreso a funzionare a pieno regime il 2 giugno, rafforzando la ‘connettività ininterrotta’ attraverso la Turchia. Il Corridoio di Mezzo può offrire alle aziende cinesi che operano in quel Paese un accesso più rapido e diversificato ai mercati europei e ad altri mercati regionali”. Erdogan, in fondo, ha sempre difeso la “Belt and Road Initiative”. Non per amore verso la Cina, ma perché uno statista non può sempre abbassare la testa davanti ai diktat (interessati) dei suoi alleati.
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22/10/2020
Il Caucaso, oggi e cento anni fa
Quella che non è cambiata, è l’importanza strategica, militare, logistica, energetica, della regione caucasica, in cui da alcuni secoli si scontrano gli interessi, imperiali o imperialistici, di determinati blocchi; le mire, oggi più che mai, per le rotte di gasdotti e oleodotti che scalzino le tratte energetiche di alcuni, a vantaggio di quelle di altri, l’hanno semmai accresciuta.
La questione del Nagorno-Karabakh è parte integrante del complicato quadro caucasico e l’ennesimo scontro armato tra Armenia e Azerbajdžan, che ora va avanti da quasi un mese, ne è tragica testimonianza.
Tra il 19 e il 20 ottobre si erano susseguite voci di possibili colloqui diretti, a Mosca, tra il presidente azero Il’kham Aliev e il primo ministro armeno Nikol Pašinjan, per cercare una soluzione “diplomatica”, dopo che l’incontro dei ministri degli esteri, mediato da Sergej Lavrov gli scorsi 9 e 10 ottobre, aveva prodotto un “cessate il fuoco umanitario” di pochissime ore.
Già mercoledì, però, si era punto e a capo: mentre il presidente armeno, Armen Sarkisjan si incontrava a Bruxelles col presidente del Consiglio europeo Charles Michel e da Washington il Segretario di stato Mike Pompeo annunciava colloqui per il 23 ottobre coi ministri degli esteri di Baku e Erevan, il primo ministro armeno Pašinjan constatava che “le speranze di una soluzione diplomatica sono ormai alle spalle, a causa della posizione infida dell’Azerbajdžan” ed esortava addirittura “tutti quelli che possono, prendano le armi e vadano a combattere per il Karabakh”.
Le successive parole di Pašinjan suonavano come qualcosa più di un’esortazione a Mosca ad assumere una posizione più netta: “l’Armenia sente il forte sostegno della Russia quale proprio alleato strategico”.
Indicativo, ieri, che mentre Sarkisjan dichiarava al segretario NATO, Jens Stoltenberg, che la pace sarebbe raggiungibile se solo la Turchia avesse cessato ogni intromissione, il vice Presidente turco, Fuat Oktay ribadiva che Ankara è pronta a inviare truppe turche in Azerbajdžan, non appena Baku lo richieda.
Già martedì scorso le probabilità di intesa erano apparse labili. Pašinjan aveva avanzato una proposta basata sul principio della “separazione in nome della pace”: vale a dire, la possibilità “di separarsi da un qualsiasi stato, allorché sussista il rischio di discriminazione, violazione in massa dei diritti dell’uomo e genocidio”, come da più parti paventato in caso di ritorno del Karabakh sotto controllo azero.
In un’intervista alla turca A Haber 16, Aliev ha dichiarato che simili idee, per “la liberazione di cinque province” attorno al Karabakh erano state avanzate anche prima, ma che lui “non ha mai espresso consenso su tali proposte. La mia posizione consiste nel fatto che il nostro obiettivo sarebbe incompleto senza il ritorno di Şuşa”, il capoluogo del distretto di Šowši del Karabakh. Baku mira in effetti a sette province.
Dunque, il conflitto prosegue. Martedì, la Tass riportava notizie di fonte azera, sulla prosecuzione degli scontri lungo le direttrici Agdera-Ağdam, Fizuli-Hadrut-Džebrail e Gubadly-Zangelan e sul controllo praticamente di tutto il fronte da parte azerbajdžana.
Nel pomeriggio del 20 ottobre, le truppe azere avevano occupato Zangelan e un paio di dozzine di villaggi circostanti, col che, come nota colonelcassad, l’Artsakh è di fatto tagliato dall’Iran; più tardi Erevan comunicava di aver contrattaccato, riuscendo a formare un saliente in prossimità di Zangelan.
Nella notte tra il 20 e il 21, il cessate il fuoco era stato osservato quasi lungo tutto il fronte, ma poi, all’alba, le forze azere avevano nuovamente bersagliato l’area di Martakert e i villaggi vicini.
Il politologo Vage Davtjan elenca su Realist sette distretti nel Karabakh, strategici dal punto di vista logistico-viario. Il distretto, o corridoio di Kašataġ (in azero Laçin) è decisivo per i collegamenti “tra due stati armeni. Prima della liberazione del corridoio di Laçin, l’Artsakh era sottoposta a un feroce blocco economico, senza gas ed elettricità”.
Dopo il tentativo, fallito, di Baku nel 1992 di riprendere il controllo del corridoio, nel 1997 Erevan e Baku si erano accordate per “un regime speciale sotto protezione internazionale per quel territorio e per Megri, e anche per uno scambio di territori”, secondo il cosiddetto “Piano Goble”, che prevedeva di dare all’Azerbajdžan un corridoio di collegamento con Nakhičevan, attraverso la regione armena di Megri, in cambio del corridoio di Laçin tra Artsakh e Armenia.
Per Erevan, perdere Megri significava perdere il confine con l’Iran. Oggi, la carrozzabile Erevan-Goris-Stepanakert costituisce la via chiave che collega Artsakh e Armenia.
Altro distretto importante è quello di Karvačar (ex Kel’badžar), non lontana dal lago Sevan: permette l’approvvigionamento idrico di Artsakh e di parte dell’Armenia: non a caso, in quest’area, si sono combattute alcune delle più aspre battaglie del conflitto armeno-azero. C’è poi Agdam, direttamente sul confine azero: la perdita della sua parte controllata da Artsakh, significherebbe la divisione tra nord e sud della Repubblica.
Quindi, Kubatly: via d’accesso meridionale all’Armenia, così come Kel’badžar dal nord. Infine, Zangelan, Džebrail, Fizuli: queste aree, riducendo significativamente la linea di contatto con l’Azerbajdžan, aumentano quella con l’Iran, il che accresce lo status della parte armena nella politica regionale dell’Iran.
Sul piano diplomatico, l’incontro Pašinjan-Aliev, se mai si terrà, vedrà l‘intermediazione della sola Russia – pur se l’Armenia, a differenza dell’Azerbajdžan, fa parte del Trattato per la sicurezza collettiva, Mosca non tifa particolarmente per nessuno dei due leader caucasici – senza la Turchia.
Esso è infatti visto dal Cremlino anche come riaffermazione del proprio ruolo nel Caucaso, contro l’interesse di Ankara, sul momento, alla prosecuzione del conflitto e, in generale, a essere soggetto attivo nella regione. Non a caso, gli osservatori russi mettono l’accento sulle mire turche per il Caucaso, quale trampolino verso il mar Caspio.
E il punto, osserva Viktor Sokirko su Svobodnaja Pressa, non sono “nemmeno le enormi riserve di petrolio e gas del Caspio”, ma è l’accesso “diretto ai confini meridionali della Russia, verso cui potrebbero esser puntate le frecce rosse sulle mappe delle offensive NATO”.
La Turchia potrebbe benissimo, sostiene l’ex agente israeliano di origini russe Jakov Kedmi, con il pretesto del sostegno all’Azerbajdžan, aprire basi navali sul Caspio e, nonostante gli attuali attriti, portarci truppe NATO.
Forse, dice Sokirko, il fatto che Putin ora non “interceda” particolarmente per il Karabakh, potrebbe nascondere il piano “segreto” di “impedire alla Turchia di entrare in Azerbajdžan” e anche di “conservare il mar Caspio. Ma, non c’è dubbio che se ora Erdogan ‘spreme’ il Karabakh, è improbabile che poi si fermi. E allora, l’influenza della Russia nel Caucaso dovrà essere ripristinata con la forza”, come era accaduto nel 1805 con la guerra russo-persiana
Stalin – La situazione nel Caucaso
L’importante significato del Caucaso per la rivoluzione è dato non solo dal fatto di essere una fonte di materie prime, combustibili e derrate, ma anche dalla sua posizione tra Europa e Asia, in particolare tra Russia e Turchia, e dalla presenza di importantissime vie economiche e strategiche (Batum-Baku, Batum-Tabriz, Batum-Tabriz-Erzerum).
Tutto questo è preso in considerazione dall’Intesa, che, dominando ora Costantinopoli, chiave del mar Nero, vorrebbe preservarsi la strada diretta verso l’Oriente, attraverso la Transcaucasia.
Chi alla fine si stabilirà nel Caucaso, chi potrà utilizzare il petrolio e le strade più importanti che portano in profondità nell’Asia: la rivoluzione o l’Intesa? In ciò sta tutta la questione.
La liberazione dell’Azerbajdžan ha notevolmente indebolito la posizione dell’Intesa nel Caucaso. La lotta della Turchia con l’Intesa ha portato agli stessi risultati. Cionondimeno, l’Intesa non si scoraggia e continua a tessere la propria tela nel Caucaso.
La trasformazione di Tiflis in una base di attività controrivoluzionaria; la formazione di governi borghesi in Azerbajdžan, Daghestan e negli altipiani della regione di Terek, ovviamente, con mezzi dell’Intesa e con l’aiuto della Georgia borghese; le avances ai kemalisti e le prediche dell’idea di una federazione dei popoli caucasici sotto il protettorato della Turchia; lo scompiglio ministeriale in Persia, fomentato dall’Intesa, e l’inondazione della Persia con sepoy: tutto questo e molto altro di simile, ci dice che i vecchi lupi dell’Intesa non stiano dormendo.
Non c’è dubbio che il lavoro degli agenti dell’Intesa in questa direzione si sia notevolmente intensificato e abbia assunto un carattere febbrile dopo la sconfitta di Vrangel’ [il barone Pëtr Vrangel’ fu praticamente l’ultimo generale bianco a combattere contro la Russia sovietica; i resti delle sue truppe furono evacuati da Kerč’ verso Costantinopoli con le navi dell’Intesa nel novembre 1920; ndt]
Quali sono le possibilità dell’Intesa e quali quelle della rivoluzione nel Caucaso?
Non c’è dubbio che le possibilità dell’Intesa, ad esempio, in Daghestan e nella regione di Terek, siano scese a zero. La sconfitta di Vrangel’ e la proclamazione dell’autonomia sovietica in Daghestan e nella regione di Terek, insieme all’intenso lavoro di costruzione sovietico in queste aree, hanno rafforzato la posizione del governo sovietico in quest’area. Non è un caso che i congressi popolari dei rappresentanti di milioni di abitanti di Terek e Daghestan abbiano solennemente giurato di combattere per i Soviet in stretta alleanza con gli operai e i contadini della Russia. (…)
Altrettanto basse sono le chances dell’Intesa in Azerbajdžan, che ha raggiunto la propria indipendenza e ha stretto un’unione volontaria con i popoli della Russia. Non c’è bisogno di dimostrare che gli artigli predatori dell’Intesa, protesi sull’Azerbajdžan e il petrolio di Baku, provocano solo disgusto tra i lavoratori dell’Azerbajdžan.
Anche le chances dell’Intesa in Armenia e Georgia si sono notevolmente ridotte dopo la sconfitta di Vrangel’. Senza dubbio, l’Armenia dei dašnaki è rimasta vittima della provocazione dell’Intesa, che l’ha prima spinta contro la Turchia e poi, vergognosamente, l’ha lasciata in pasto ai turchi. Non ci sono dubbi che l’Armenia non abbia alcuna possibilità di salvezza, tranne una: l’unione con la Russia sovietica. Senza dubbio, questa circostanza servirà da lezione per tutti i popoli, i cui governi borghesi non cessano mai di inchinarsi fino a terra di fronte all’Intesa, e soprattutto, per la Georgia.
La catastrofica situazione economica e alimentare della Georgia è un dato di fatto, ammesso anche dagli attuali caporioni della Georgia. La Georgia, intrappolatasi nei lacci dell’Intesa e privatasi perciò sia del petrolio di Baku che del grano del Kuban; la Georgia, trasformatasi in base principale delle operazioni imperialiste di Inghilterra e Francia e per questo in rapporti ostili con la Russia sovietica – questa Georgia sta ora vivendo gli ultimi giorni della propria vita.
Non per niente il leader decomposto della morente II Internazionale, il signor Kautsky, cacciato dall’Europa dall’ondata rivoluzionaria, ha trovato rifugio nella Georgia marcita e impigliata nelle reti dell’Intesa, presso i social-bottegai georgiani in bancarotta. Non si può dubitare che, nel momento delle difficoltà, la Georgia sarà abbandonata dall’Intesa, così come l’Armenia.
Si sta facendo sempre più chiara la posizione degli inglesi in Persia, come conquistatori di quest’ultima. È noto che il governo persiano, con la sua composizione che muta a velocità favolosa, è uno schermo per gli addetti militari inglesi. È noto che le cosiddette truppe persiane hanno cessato di esistere, sostituite dai sepoy inglesi. È noto che su questo terreno si sono avute tutta una serie di azioni contro l’Inghilterra, a Teheran e Tabriz. Difficile dubitare che questa circostanza non possa aumentare le possibilità dell’Intesa in Persia.
Infine, la Turchia. Non c’è dubbio che il periodo del Trattato di Sevres, diretto contro la Turchia in generale e contro i kemalisti in particolare, stia volgendo al termine. La lotta dei kemalisti con l’Intesa e il crescente fermento, intensificatosi su questa base, nelle colonie d’Inghilterra, da un lato, la sconfitta di Vrangel’ e la caduta di Venizelos in Grecia, dall’altro, hanno costretto l’Intesa ad ammorbidire notevolmente la propria politica nei confronti dei kemalisti.
La sconfitta dell’Armenia da parte dei kemalisti, con l’assoluta “neutralità” dell’Intesa, le voci sul presunto ritorno della Tracia e di Smirne alla Turchia, le voci su negoziati tra i kemalisti e il sultano, agente dell’Intesa, e sul presunto sgombro di Costantinopoli e, infine, la tregua sul fronte occidentale della Turchia – sono tutti sintomi che parlano delle serie avances fatte dall’Intesa ai kemalisti e di alcuni probabili spostamenti verso destra nelle posizioni dei kemalisti.
È difficile dire come finiranno le avances dell’Intesa e fino a che punto si spingeranno i kemalisti nel loro movimento verso destra. Ma è comunque certo che la lotta per la liberazione delle colonie, iniziata diversi anni fa, si intensificherà, nonostante tutto; che la Russia, come portabandiera riconosciuta di questa lotta, sosterrà i partigiani di questa lotta con tutte le sue forze e tutti i mezzi; che questa lotta condurrà alla vittoria, insieme ai Kemalisti, se non tradiscono la causa della liberazione dei popoli oppressi, o, nonostante i Kemalisti, se si troveranno nel campo dell’Intesa.
Ciò è dimostrato dalla divampante rivoluzione in Occidente e dalla crescente potenza della Russia sovietica.
“La situazione nel Caucaso”; Pravda – 30 novembre 1920
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