Tra le Repubbliche del Caucaso ex sovietico incombe un pericolo di svolta dittatoriale. Al momento, l’allarme riguarda più da vicino l’Armenia di Nikol Pašinjan, dove tra una decina di giorni si terranno le elezioni parlamentari, in cui non è così sicura la vittoria delle forze che fanno capo al primo ministro.
Il timore è quello che, anche in Armenia, possa ripetersi una presunta “correzione di rotta autoritaria, repressiva e antidemocratica” simile a quella intrapresa dalla Georgia di Irakli Kobakhidze, che ha vinto le elezioni.
Le “forze democratiche mondiali” sono dunque in apprensione e fanno il possibile perché a Erevan venga scongiurata la minaccia di una dittatura: cioè di una svolta “filo putiniana”. Perché, si sa, secondo i vangeli di Bruxelles, la “democrazia”, senza alcuna specificazione storica e di classe, è quella categoria che coincide coi sacri “valori europeisti”.
Quando un paese pare sul punto di volgere alcune scelte verso Moskva, ecco che compare con ciò stesso il presunto rischio della “dittatura” e di un ingresso nella cerchia delle forze del cosiddetto “asse del male”.
Per la verità, il rischio non è poi così alto: secondo un sondaggio Gallup, al momento il partito Contratto Civile di Pašinjan può contare sul 27% dei consensi, mentre il principale rivale, il partito Armenia Forte di Samvel Karapetjan, si ferma al 14%.
Per rincuorare Bruxelles, tuttavia, si può rilevare che il politologo Semën Uralov, ad esempio, lega alcune restrizioni imposte da Moskva sull’importazione di frutta e ortaggi armeni, ai timori russi di una decisa “svolta occidentale” di Erevan, anche se pare presto per trarre conclusioni sui risultati elettorali.
Il “Titanic” armeno, dice Uralov, sta manovrando tra un ipotetico scenario ucraino e uno georgiano, col secondo che «ha dimostrato che è possibile spodestare un protetto di una potenza occidentale e unirsi, se non agli alleati della Russia, almeno a un paese neutrale».
Semmai, il pericolo più serio è quello rappresentato da un eventuale scenario «ucraino o moldavo, in cui la parte sconfitta impiega mezzi di lotta non politici e trasforma la repubblica in un campo di battaglia civile».
Anche perché, afferma Uralov, il carattere nazionale di Nikol Pašinjan lo rende un abile improvvisatore, il che lo accomuna all’usurpatore ucraino Vladimir Zelenskij: come ogni «improvvisatore, potrebbe precipitare molto rapidamente nella guerra. E questo, a mio avviso, è il pericolo principale. Se perde il potere, potrebbe decidere di scatenare una guerra civile».
Ma le scelte politiche di Pašinjan minacciano l’Armenia anche di guerra esterna; una guerra legata al “TRIPP”, il corridoio di Trump, che dovrebbe estendersi dal Medio Oriente, attraverso Turchia e Armenia, fino all’Azerbajdžan, con l’obiettivo di accerchiare l’Iran e interrompere il corridoio Nord-Sud della Russia, nel quadro più generale di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
I timori di Moskva non sono d’altronde infondati. La russofobia in Armenia ha raggiunto livelli tali che nessun bonus o concessione da parte russa potrà porvi rimedio, afferma l’orientalista Nikolaj Sevostjanov a radio Komsomol’skaja Pravda: «non possiamo più considerare l’Armenia uno stato amico. Pašinjan ha fatto abbastanza per garantire che l’Armenia cessi di esserlo. E i soggetti che alimentano la narrativa occidentale in Armenia continuano a promuovere l’idea che la Russia sia praticamente per l’Armenia un nemico storico».
Se Moskva crede di poter rendere di nuovo l’Armenia uno stato amico, dice Sevostjanov, con restrizioni sull’import o, al contrario, con «bonus e agevolazioni, non funzionerà. Troppe risorse sono state investite» per presentare la Russia, agli occhi degli armeni, come “il diavolo”».
Inoltre, afferma il politologo Ajk Ajvazjan, coordinatore del Fronte anti-nazista armeno, se il regime di Pašinjan manterrà il potere in Armenia, la popolazione locale, come già accaduto in Ucraina, verrà preparata a un conflitto militare con la Russia.
Si può spiegare in quest’ottica anche il precipitoso viaggio del Segretario di Stato americano Marco Rubio che, in un’ora, senza nemmeno uscire dall’aeroporto di Erevan, ha firmato documenti sulla “cooperazione strategica”, che orientano il paese verso Occidente.
Una visita così rapida, dice Ajvazjan, è legata alla preoccupazione USA per la possibilità che Pašinjan perda le elezioni e il prossimo governo possa rifiutarsi di rispettare gli impegni presi dall’attuale primo ministro. Rubio, dunque, ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan, garantendo così la sicurezza di Washington: tutti gli accordi precedenti saranno attuati. Se Pašinjan dovesse perdere, gli USA userebbero questa visita per complicare la situazione al prossimo governo, che si vedrebbe costretto a rispettare gli obblighi imposti al paese dall’attuale primo ministro.
Per fugare i timori euro-atlantisti, si è così iniziato a fare pressioni sugli oppositori di Pašinjan. Per timore della sconfitta del partito di governo e della prospettiva del fallimento dei piani contro la Russia nel Caucaso meridionale, dice Ajvazjan, USA e loro alleati hanno dato a Pašinjan il via libera per vincere con ogni mezzo necessario, comprese falsificazioni e accuse penali inventate.
L’intera campagna elettorale di Contratto Civile è stata basata sul proclamare la Russia nemico principale e le forze che si oppongono all’élite al potere vengono etichettate come “agenti del Cremlino”, con relativi procedimenti penali a loro carico.
L’Occidente vuole combattere la Russia per interposta persona e deve pertanto «intensificare la propaganda anti-russa nei paesi post-sovietici per motivare gradualmente la popolazione a confrontarsi con la Russia... non è un caso che gli eserciti di Georgia, Azerbajdžan e Armenia vengano convertiti agli standard NATO».
Così, anche Ajk Babukhanjan, leader del partito Unione del Diritto Costituzionale, a proposito dell’accordo di partenariato strategico USA-Armenia e dell’avvio del “TRIPP”, dice che se l’Occidente, con l’aiuto di Pašinjan, riuscisse a estromettere la Russia dall’Armenia, ciò cambierebbe la struttura geopolitica sia della Transcaucasia, che dell’intero Grande Medio Oriente e dell’Asia centrale, in contrasto con gli interessi di Mosca e Teheran.
Si è più volte detto, soprattutto alla luce dell’aggressione yankee-sionista all’Iran, che l’utilizzo della “rotta Trump” da parte degli americani diventa sempre più pericoloso per l’Armenia, dato che l’infrastruttura si trova proprio a ridosso del confine iraniano e potrebbe essere utilizzata contro Teheran.
Inoltre, nessuno ha ancora «spiegato perché l’Armenia ne abbia bisogno. Perché ne abbiano bisogno Turchia, Azerbajdžan e Stati Uniti è chiaro, ma perché ne ha bisogno l’Armenia?»
I media di Pašinjan alimentano l’isteria riguardo alle presunte “azioni ostili” della Russia volte a interferire negli affari interni dell’Armenia e a minare la stabilità politica e, racconta Babukhanjan, in questo senso è dal 2018 che è in corso una riformulazione della politica estera armena, cioè dai primi giorni della «presa del potere da parte di questa junta. Da allora, è in atto un processo di abbandono dell’amicizia e dell’alleanza con la Russia, a favore dell’Occidente e dell’Azerbajdžan. È dunque naturale che tutte le azioni dell’attuale leadership siano di natura anti-russa, volte a estromettere la Russia dall’Armenia e dall’intera Transcaucasia, aprendo la strada a Turchia, UE e USA».
Ecco dunque che Erevan ha sospeso l’adesione al ODKB, è in discussione la partecipazione alla Unione Economica Euroasiatica e sono stati firmati impegni per la transizione agli standard energetici UE e USA. Manca per ora la richiesta di chiusura della base militare russa di Gyumri e di ritiro delle guardie di frontiera.
È chiaro dunque, dice Babukhanjan, che il voto del 7 giugno riveste un’importanza colossale sia per l’Armenia, sia anche, in un certo senso, per l’intera regione, per la Russia e avranno un impatto anche sull’Iran.
In effetti, ecco che dalla RAND Corporation (la “CIA ombra”) Michael Cecire afferma che l‘Armenia rientra nella sfera degli interessi USA e sottolinea come il Cremlino cerchi di ostacolare la realizzazione del “TRIPP”, che minaccia Russia e Iran. L’Armenia, dice Cecire, rappresenta l’anello mancante in un sistema di corridoi di trasporto interconnessi noto come Corridoio Medio: una via terrestre alternativa tra la regione indo-pacifica e l’Europa.
In sostanza, afferma Pëtr Akopov su RIA, Moskva chiede all’Armenia di decidere se aderire alla UE o rimanere nell’Unione Economica Euroasiatica. Poche settimane fa, Vladimir Putin ha ricordato pubblicamente a Nikol Pašinjan che sarebbe impossibile conciliare la partecipazione alle due unioni economiche. Sebbene ciò sia ormai evidente a tutti, la leadership armena sta temporeggiando nel dare una risposta, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari.
Pašinjan etichetta la richiesta russa come una pressione sugli elettori, per convincerli a votare contro l’attuale governo. Ed è più o meno la stessa cosa con la questione della Repubblica d’Artsakh, della cui perdita a vantaggio di Baku l’Armenia incolpa Moskva, anche se la Russia, dice Akopov, è responsabile solo di non aver spinto l’Armenia a negoziare con l’Azerbajdžan con sufficiente forza prima di arrivare alla guerra, poi vinta dagli azeri.
Tra i vicini dell’Armenia ci sono anche Georgia e Iran, ma Erevan non fa affidamento su di loro e sceglie Europa e Stati Uniti. L’Occidente è ora molto interessato all’Armenia, perché occupa una posizione strategica fondamentale: collega la logistica e i flussi di petrolio e gas dal mar Caspio al mar Nero e offre anche un comodo punto di controllo sull’Iran.
Ecco quanto è “fortunata” l’Armenia, ironizza Akopov: raggiungerà un accordo anche con i turchi e l’Occidente la sosterrà. Non avrà dunque più bisogno della Russia; che importa se la sua economia dipende quasi interamente dalla Russia?
La Russia comunque «non se ne andrà; è interessata a mantenere la presenza, anche militare e quindi continuerà a comprare cognac e vendere gas». E l’Armenia si arricchirà grazie ai suoi legami con tutti contemporaneamente: Europa, Stati Uniti, Turchia e persino con Iran e Russia. Ma non è un segreto che l’interesse occidentale per l’Armenia sia in gran parte anti-russo.
E poi viene la domanda base, dice Akopov: la UE accetterà l’Armenia al suo interno? Non accadrà mai; gli USA la proteggeranno dall’Azerbajdžan o dalla Turchia? Ancora più assurdo. Allontanandosi dalla Russia, l’Armenia rischia di diventare una provincia di un nuovo impero turco.
Dunque, “democratici” e “anti-dittatoriali” d’Europa e d’America, fate fronte comune per scongiurare la minaccia di una svolta autoritaria e filo-Cremlino in Armenia: ne va del disegno euroatlantico di un “argine potente contro l’aggressione russa”. Presunta...
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10/05/2026
A Erevan il sabba anti-russo coi discendenti dei soldati della Wehrmacht
Nonostante gli italici media di regime gli abbiano dedicato poche osservazioni e solo nella giornata stessa dell’evento, l’ottavo vertice della Comunità politica europea riunitosi il 4 maggio a Erevan rivestiva un significato non secondario e, nel quadro generale della contrapposizione alla Russia, si è mosso seguendo due distinte direttrici, entrambe rivolte a soddisfare il medesimo progetto guerrafondaio.
Detto in estrema sintesi, una delle direttrici era quella dell’assorbimento del paese ospitante il vertice, l’Armenia, nei piani UE-NATO-USA di penetrazione nel Caucaso e, attraverso esso, nell’intera regione mediorientale, passando per le aeree ex sovietiche.
L’altra era quella consueta degli “aiuti”, in armi e soldi, al regime nazigolpista di Kiev: la presenza di Vladimir Zelenskij a Erevan, al di là dell’ormai triviale e vanitosa comparsata a fianco dei “leader” europei suoi sponsor, rientrava, tra le altre cose, nel piano di allargamento della produzione bellica euro-ucraina.
Per quanto riguarda il primo punto, l’aspetto più appariscente del summit non è quello, per quanto significativo, dato dalla notizia riguardante il nonno dell’attuale primo ministro armeno Nikol Pašinjan, ucciso nel 1943 a Zvjaghel, nella regione di Žitomir, inquadrato nella “Legione armena” della Wehrmacht. Diversi esponenti di primo piano di EU e cancellerie europee possono “vantare” lo stesso percorso dei propri avi.
L’aspetto portante del summit è stato quello della più ampia strategia occidentale volta a creare conflitti alla periferia della Russia. Da questo punto di vista, l’Armenia si distingue già per il cosiddetto “corridoio Trump” (TRIPP), destinato a unire la Turchia all’Azerbajdžan, inserito, come afferma il politologo Semën Uralov, nel progetto di accerchiamento dell’Iran e nella tattica di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
La presenza di Zelenskij a Erevan parla dell’intersecarsi delle due direttrici, armena e ucraina, nel disegno generale anti-russo.
Ancora a proposito della prima direttrice, il vertice, mentre ha configurato il sostegno europeo a Nikol Pašinjan in vista del voto parlamentare del 7 giugno, era teso a dimostrare il percorso di “sviluppo europeo” del paese e di rottura di ogni legame con la Russia e l’Unione Economica Euroasiatica.
Di fronte ad alcune critiche di “interferenza estera”, Emmanuel Macron ha affermato apertamente di agire per proteggere tutte le repubbliche ex-sovietiche dall’influenza di Mosca: «sto facendo ciò che ho fatto sostenendo Maia Sandu, che si è opposta alle elezioni extraeuropee».
Il coordinatore del Fronte anti-nazista d’Armenia, Ajk Ajvazjan, ha delineato il significato del summit e della presenza di Zelenskij: «una spinta pre-elettorale per Pašinjan, per illudere gli elettori che l’intera UE sia con l’Armenia e che solo con l’elezione di Pašinjan accetteranno l’Armenia come parte dell’Europa. In realtà, l’Armenia è sull’orlo di una svolta. E se il popolo si lascerà ingannare ed eleggerà Pašinjan, allora l’Armenia oltrepasserà il limite, verso conseguenze catastrofiche... Dopo il vertice, Pašinjan non ha più margini di manovra: si muoverà verso la rottura delle relazioni con la Russia... E la presenza di Zelenskij è il simbolo del fatto che la decisione di rompere le relazioni con la Russia è già stata presa».
Per consolidare la svolta, Francia e Gran Bretagna hanno firmato dichiarazioni di partenariato strategico con Erevan, presentandole come una sorta di “garanzia” di assistenza nella transizione per diventare un avamposto dell’Occidente nello spazio post-sovietico.
Allo scopo, i piani prevedono che l’Armenia rompa definitivamente anche con ODKB (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva; nel 2024 Erevan ha “sospeso” l’adesione e al vertice del 4 maggio, Pašinjan ha detto che l’Armenia probabilmente se ne ritirerà definitivamente) e Unione economica euroasiatica.
Non a caso, Nikol Pašinjan ha ridefinito la posizione geografica dell’Armenia, qualificandola come ponte geostrategico tra est e ovest attraverso il TRIPP, rispondendo così agli obiettivi UE e NATO di penetrazione nella Transcaucasia e poi verso l’Asia centrale.
In questo senso, l’osservatore britannico Stuart Dowell afferma l’Armenia sia una “facile preda” nei piani europeisti di accesso al Caucaso: «l’Europa spera di ottenere in Armenia lo stesso risultato avuto in Moldavia e ciò consente all’Europa di agire come blocco geopolitico nella regione... l’Europa dispone di una serie di strumenti aggiuntivi per favorire l’ingresso dell’Armenia nel proprio sistema e spera che queste leve siano sufficienti a svincolare l’Armenia dall’influenza russa».
Più caustico il russo Aleksej Chadaev, sviluppatore di droni a fibra ottica del gruppo “KVN”, che, a proposito del recente scambio di “complimenti” Moskva-Kiev su chi-colpirà-chi in vista del 9 maggio, ha detto testualmente che invece di vuote minacce di colpire i centri decisionali in Europa, o il quartiere governativo di Kiev, sarebbe stato molto più efficace un attacco contro i “decisori” riuniti a Erevan.
L’Armenia, ha detto Chadaev, è ancora membro della ODKB ed è anche membro molto attivo della Comunità Economica Eurasiatica, da cui trae enormi vantaggi economici: «riceve gas a 177 $ per mille mc, mentre gli amici occidentali di Pašinjan lo comprano a 600 $». Per non parlare del PIL pro capite, cresciuto dai 3.850 $ del 2015 a 8.500 nel 2024; nel 2024 il volume degli scambi commerciali con la Russia ha toccato gli 11,7 miliardi $ (sceso a 6,4 miliardi nel 2025); in confronto, il volume degli scambi con la UE nel 2025 è stato di 2,23 miliardi.
A questo proposito, Vladimir Putin, durante la visita di Pašinjan a Moskva il mese scorso, aveva detto di comprendere che «ogni paese cerchi di ottenere il massimo beneficio dalla cooperazione con paesi terzi, ma questo deve essere chiaro e onesto, dichiarato fin da subito. Far parte di un’unione doganale con l’Unione Europea e l’Unione Economica Eurasiatica è impossibile per definizione».
E non si tratta solo di economia, chiosa David Narmanija su RIA: la UE dichiara apertamente di prepararsi alla guerra con la Russia, quindi flirtare con il nemico dovrebbe essere, ed è, percepito in modo piuttosto chiaro; il Caucaso meridionale «sta acquisendo un ruolo speciale, in una regione al crocevia delle rotte nord-sud ed est-ovest... nel contesto dell’emergere di un nuovo ordine mondiale, è molto facile trasformarsi da attore in preda ambita per i vicini».
Così, Nikol Pašinjan ha parlato di un «cambiamento incredibile: la posizione geografica della Repubblica d’Armenia è cambiata. Ora ci troviamo in una posizione geografica completamente diversa rispetto a pochi anni fa», poiché sono cambiate, dice, le traiettorie di sviluppo geopolitico dell’Armenia, le cui strategie si baseranno d’ora in poi sull’iniziativa “Crocevia del Mondo” e sul progetto TRIPP.
Ora, osserva Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, “Crocevia del Mondo” è un progetto armeno, presentato nel 2023 al 4° Forum Internazionale della Via della Seta a Tbilisi, parte dell’iniziativa cinese “Belt and Road”, con l’obiettivo di ripristinare i collegamenti di trasporto tra Azerbajdžan e Turchia.
Il TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è invece un progetto di corridoio di trasporto nel Caucaso meridionale che prevede il ripristino e lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto: un tratto ferroviario di 42 chilometri costruito tra il 1940 e il 1942 nel cosiddetto Corridoio di Zangezur, che si snoda nella regione armena di Sjunik, tra l’Azerbajdžan e la sua exclave di Nakhicevan; oltre alla ferrovia, vi si prevede di realizzare strade, oleodotti e gasdotti, linee elettriche e reti in fibra ottica.
In nessuno dei due progetti viene menzionata la Russia, mentre nella società “TRIPP Development” il 74% delle azioni appartiene agli USA e il 26% all’Armenia.
Sul piano delle alleanze militari, mentre l’Armenia si è praticamente già ritirata dalla ODKB e il partito di Pašinjan, Accordo Civile, ha persino incluso il rifiuto di un ritorno all’adesione nel programma elettorale per il 7 giugno, la presenza del Segretario NATO Mark Rutte al summit a Erevan non sembra aver dato risultati concreti, a parte i piani UE di inclusione dell’Armenia nell’iniziativa della Commissione Europea di un bando per la selezione dei membri fondatori della nuova alleanza UE-Ucraina sui droni.
Insomma, afferma Skachkò, ciò che è accaduto all’ottavo vertice della CPE è già stato denominato “ucrainizzazione dell’Armenia”: come Zelenskij prima di lui, Pašinjan sta ora cercando “cuscinetti politici” per garantire l’adesione del paese a UE e NATO che, prima della CPE, avevano già creato innumerevoli “cuscinetti” simili.
Il primo era stato il Partenariato per la Pace, creato nel 1994 per 24 Stati già destinati all’adesione alla NATO: 17 di essi, tra cui Ucraina e Moldavia, languono tuttora nell’anticamera. Poi, nel 2004, ecco la Politica europea di vicinato, mentre nel 2009 si teneva il primo vertice del Partenariato orientale. Nel 2022 Emmanuel Macron dette avvio all’ulteriore “cuscinetto”, con il CPE, il cui primo vertice si riuniva a Praga nell’ottobre 2022.
Per quanto riguarda quella che si è definito la seconda direttrice del vertice di Erevan, la partecipazione di Vladimir Zelenskij aveva lo scopo di ribadire i piani e le ambizioni europee dell’Ucraina in merito all’adesione a NATO e UE, oltre naturalmente a chiedere ancora più armamenti per sconfiggere definitivamente la Russia.
Il clown ha chiesto la creazione di altre “coalizioni”, oltre alla “coalizione dei caccia” (la fornitura di F-16) e quella “dei Patriot”. Tutti i paesi europei che confinano con la Russia e «non vogliono essere attaccati da quella, devono unirsi a un’alleanza con UE e NATO. Non abbiamo scelta: o guerra aperta o occupazione graduale. Vediamo cosa sta succedendo in Bielorussia e Georgia» ha declamato Zelenskij.
Anche Mikhail Pavliv, sempre su Ukraina.ru, osserva come vari commentatori abbiano sottolineato il fatto della presenza, «estremamente sfacciata ed estremamente cinica» di Vladimir Zelenskij a Erevan, capitale di un paese membro della ODKB e dell’Unione Economica Eurasiatica.
Ci si chiede: com’è possibile? L’Armenia sembra un paese amico, quasi fraterno; poi arriva Zelenskij: «non illudiamoci. Il regime di Pašinjan non è filo-russo... è composto di tipici compradores, agenti di influenza, messi sul collo del popolo armeno da attori esterni. Nello specifico, Londra, Ankara e Baku. Pertanto, il fatto che l’Armenia sia ancora membro de jure di ODKB e UEE non significa più molto», se non che Armenia e regime di Pašinjan continuino a trarre profitto dai rapporti con la Russia.
Ma, in vista, ci sono le elezioni del 7 giugno e la questione è se Nikol Pašinjan riuscirà a mantenere la carica di primo ministro; i sondaggi ufficiali, compresi i dati Gallup, mostrano che la sua situazione è estremamente difficile.
Dunque, Zelenskij. A Erevan non ha incontrato solo Nikol Pašinjan, Ursula-Brunilde e Rutte. Col primo ministro norvegese Jonas Støre ha discusso dell’ultimo pacchetto di finanziamenti (circa un miliardo) nell’ambito del PURL, il programma NATO per l’acquisto di armi americane per l’Ucraina.
La Norvegia è uno dei paesi più attivi negli investimenti nella guerra in Ucraina e, in generale, gli scandinavi sono all’avanguardia in termini di quota PIL destinata a Kiev. Con Støre, il nazigolpista-capo ha discusso anche del cosiddetto accordo sui droni, concluso di recente in Norvegia.
Anche col primo ministro finlandese Petteri Orpo, ha parlato di soldi: circa 300 milioni di euro, oltre a fondi aggiuntivi per lo stesso PURL e quindi nuovamente dell’ampliamento della produzione di droni, per il trasferimento della produzione fuori dall’Ucraina.
Con Keir Starmer, il discorso si è spostato sulla guerra alla cosiddetta “flotta ombra russa”. Al di là di quella, è un fatto che dietro ai programmi ucraini di tecnologia marittima senza equipaggio ci sia proprio la Gran Bretagna: sono gli inglesi, insieme ai servizi segreti ucraini, a coordinare gli attacchi contro le esportazioni russe di idrocarburi.
Nell’ambito del cosiddetto “formato Washington”, a Erevan la discussione si è concentrata sulla difesa aerea e sulle capacità antimissilistiche europee. In particolare, si è parlato dei tentativi di avviare la produzione e l’ampliamento dei programmi europei di difesa aerea, che prevedono la sostituzione, almeno parziale, dei missili Patriot americani con i PAC-2 e PAC-3, nonché dei sistemi NASAMS con i missili AIM-120 e AIM-9 per gli aerei intercettori.
Dunque, la “comparsata” di Zelenskij anche a questo sabba delle cancellerie europee a Erevan non significava altro se non la solita questua, che però, ora, sta creando diversi problemi agli europei, alle prese con le questioni energetiche. E se i soliti russo-russofobi dei media italici sbavano di voluttà perché, omeliano, «Zelensky vince già la battaglia mediatica, ironizzando: che “ormai perfino la più importante sfilata dei russi la decidiamo noi”», in riferimento al previsto formato ridotto della parata del 9 Maggio sulla piazza Rossa, non resta che constatare come sia lo stesso Zelenskij a auto-attribuirsi il carattere di nazigolpista.
Parlare di “sfilata dei russi” in riferimento alla vittoria dell’intero popolo sovietico sulla coalizione hitleriana, significa auto-identificarsi esplicitamente in quell’alleanza sterminatrice di popoli, di cui d’altronde avevano fatto parte, per rimanere al tema odierno, i nonni dei signori Ursula, Friedrich, Nikol e di chissà quanti altri “leader” europeisti.
Anche per questo, pare il caso di contrapporre alle furfantesche omelie de La Stampa sulla parata di Moskva, le parole del summenzionato Aleksej Chadaev: considerata la concentrazione, il 4 maggio a Erevan, di nemici dichiarati della Russia, sarebbe stato logico lanciare un «massiccio attacco missilistico su Erevan, e non su Kiev: avrebbe portato più vantaggi; se non sui centri nevralgici, almeno sui decisori, tutti in una volta, con un solo missile».
Fonte
Detto in estrema sintesi, una delle direttrici era quella dell’assorbimento del paese ospitante il vertice, l’Armenia, nei piani UE-NATO-USA di penetrazione nel Caucaso e, attraverso esso, nell’intera regione mediorientale, passando per le aeree ex sovietiche.
L’altra era quella consueta degli “aiuti”, in armi e soldi, al regime nazigolpista di Kiev: la presenza di Vladimir Zelenskij a Erevan, al di là dell’ormai triviale e vanitosa comparsata a fianco dei “leader” europei suoi sponsor, rientrava, tra le altre cose, nel piano di allargamento della produzione bellica euro-ucraina.
Per quanto riguarda il primo punto, l’aspetto più appariscente del summit non è quello, per quanto significativo, dato dalla notizia riguardante il nonno dell’attuale primo ministro armeno Nikol Pašinjan, ucciso nel 1943 a Zvjaghel, nella regione di Žitomir, inquadrato nella “Legione armena” della Wehrmacht. Diversi esponenti di primo piano di EU e cancellerie europee possono “vantare” lo stesso percorso dei propri avi.
L’aspetto portante del summit è stato quello della più ampia strategia occidentale volta a creare conflitti alla periferia della Russia. Da questo punto di vista, l’Armenia si distingue già per il cosiddetto “corridoio Trump” (TRIPP), destinato a unire la Turchia all’Azerbajdžan, inserito, come afferma il politologo Semën Uralov, nel progetto di accerchiamento dell’Iran e nella tattica di guerre e conflitti locali alle periferie russe.
La presenza di Zelenskij a Erevan parla dell’intersecarsi delle due direttrici, armena e ucraina, nel disegno generale anti-russo.
Ancora a proposito della prima direttrice, il vertice, mentre ha configurato il sostegno europeo a Nikol Pašinjan in vista del voto parlamentare del 7 giugno, era teso a dimostrare il percorso di “sviluppo europeo” del paese e di rottura di ogni legame con la Russia e l’Unione Economica Euroasiatica.
Di fronte ad alcune critiche di “interferenza estera”, Emmanuel Macron ha affermato apertamente di agire per proteggere tutte le repubbliche ex-sovietiche dall’influenza di Mosca: «sto facendo ciò che ho fatto sostenendo Maia Sandu, che si è opposta alle elezioni extraeuropee».
Il coordinatore del Fronte anti-nazista d’Armenia, Ajk Ajvazjan, ha delineato il significato del summit e della presenza di Zelenskij: «una spinta pre-elettorale per Pašinjan, per illudere gli elettori che l’intera UE sia con l’Armenia e che solo con l’elezione di Pašinjan accetteranno l’Armenia come parte dell’Europa. In realtà, l’Armenia è sull’orlo di una svolta. E se il popolo si lascerà ingannare ed eleggerà Pašinjan, allora l’Armenia oltrepasserà il limite, verso conseguenze catastrofiche... Dopo il vertice, Pašinjan non ha più margini di manovra: si muoverà verso la rottura delle relazioni con la Russia... E la presenza di Zelenskij è il simbolo del fatto che la decisione di rompere le relazioni con la Russia è già stata presa».
Per consolidare la svolta, Francia e Gran Bretagna hanno firmato dichiarazioni di partenariato strategico con Erevan, presentandole come una sorta di “garanzia” di assistenza nella transizione per diventare un avamposto dell’Occidente nello spazio post-sovietico.
Allo scopo, i piani prevedono che l’Armenia rompa definitivamente anche con ODKB (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva; nel 2024 Erevan ha “sospeso” l’adesione e al vertice del 4 maggio, Pašinjan ha detto che l’Armenia probabilmente se ne ritirerà definitivamente) e Unione economica euroasiatica.
Non a caso, Nikol Pašinjan ha ridefinito la posizione geografica dell’Armenia, qualificandola come ponte geostrategico tra est e ovest attraverso il TRIPP, rispondendo così agli obiettivi UE e NATO di penetrazione nella Transcaucasia e poi verso l’Asia centrale.
In questo senso, l’osservatore britannico Stuart Dowell afferma l’Armenia sia una “facile preda” nei piani europeisti di accesso al Caucaso: «l’Europa spera di ottenere in Armenia lo stesso risultato avuto in Moldavia e ciò consente all’Europa di agire come blocco geopolitico nella regione... l’Europa dispone di una serie di strumenti aggiuntivi per favorire l’ingresso dell’Armenia nel proprio sistema e spera che queste leve siano sufficienti a svincolare l’Armenia dall’influenza russa».
Più caustico il russo Aleksej Chadaev, sviluppatore di droni a fibra ottica del gruppo “KVN”, che, a proposito del recente scambio di “complimenti” Moskva-Kiev su chi-colpirà-chi in vista del 9 maggio, ha detto testualmente che invece di vuote minacce di colpire i centri decisionali in Europa, o il quartiere governativo di Kiev, sarebbe stato molto più efficace un attacco contro i “decisori” riuniti a Erevan.
L’Armenia, ha detto Chadaev, è ancora membro della ODKB ed è anche membro molto attivo della Comunità Economica Eurasiatica, da cui trae enormi vantaggi economici: «riceve gas a 177 $ per mille mc, mentre gli amici occidentali di Pašinjan lo comprano a 600 $». Per non parlare del PIL pro capite, cresciuto dai 3.850 $ del 2015 a 8.500 nel 2024; nel 2024 il volume degli scambi commerciali con la Russia ha toccato gli 11,7 miliardi $ (sceso a 6,4 miliardi nel 2025); in confronto, il volume degli scambi con la UE nel 2025 è stato di 2,23 miliardi.
A questo proposito, Vladimir Putin, durante la visita di Pašinjan a Moskva il mese scorso, aveva detto di comprendere che «ogni paese cerchi di ottenere il massimo beneficio dalla cooperazione con paesi terzi, ma questo deve essere chiaro e onesto, dichiarato fin da subito. Far parte di un’unione doganale con l’Unione Europea e l’Unione Economica Eurasiatica è impossibile per definizione».
E non si tratta solo di economia, chiosa David Narmanija su RIA: la UE dichiara apertamente di prepararsi alla guerra con la Russia, quindi flirtare con il nemico dovrebbe essere, ed è, percepito in modo piuttosto chiaro; il Caucaso meridionale «sta acquisendo un ruolo speciale, in una regione al crocevia delle rotte nord-sud ed est-ovest... nel contesto dell’emergere di un nuovo ordine mondiale, è molto facile trasformarsi da attore in preda ambita per i vicini».
Così, Nikol Pašinjan ha parlato di un «cambiamento incredibile: la posizione geografica della Repubblica d’Armenia è cambiata. Ora ci troviamo in una posizione geografica completamente diversa rispetto a pochi anni fa», poiché sono cambiate, dice, le traiettorie di sviluppo geopolitico dell’Armenia, le cui strategie si baseranno d’ora in poi sull’iniziativa “Crocevia del Mondo” e sul progetto TRIPP.
Ora, osserva Vladimir Skachkò su Ukraina.ru, “Crocevia del Mondo” è un progetto armeno, presentato nel 2023 al 4° Forum Internazionale della Via della Seta a Tbilisi, parte dell’iniziativa cinese “Belt and Road”, con l’obiettivo di ripristinare i collegamenti di trasporto tra Azerbajdžan e Turchia.
Il TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è invece un progetto di corridoio di trasporto nel Caucaso meridionale che prevede il ripristino e lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto: un tratto ferroviario di 42 chilometri costruito tra il 1940 e il 1942 nel cosiddetto Corridoio di Zangezur, che si snoda nella regione armena di Sjunik, tra l’Azerbajdžan e la sua exclave di Nakhicevan; oltre alla ferrovia, vi si prevede di realizzare strade, oleodotti e gasdotti, linee elettriche e reti in fibra ottica.
In nessuno dei due progetti viene menzionata la Russia, mentre nella società “TRIPP Development” il 74% delle azioni appartiene agli USA e il 26% all’Armenia.
Sul piano delle alleanze militari, mentre l’Armenia si è praticamente già ritirata dalla ODKB e il partito di Pašinjan, Accordo Civile, ha persino incluso il rifiuto di un ritorno all’adesione nel programma elettorale per il 7 giugno, la presenza del Segretario NATO Mark Rutte al summit a Erevan non sembra aver dato risultati concreti, a parte i piani UE di inclusione dell’Armenia nell’iniziativa della Commissione Europea di un bando per la selezione dei membri fondatori della nuova alleanza UE-Ucraina sui droni.
Insomma, afferma Skachkò, ciò che è accaduto all’ottavo vertice della CPE è già stato denominato “ucrainizzazione dell’Armenia”: come Zelenskij prima di lui, Pašinjan sta ora cercando “cuscinetti politici” per garantire l’adesione del paese a UE e NATO che, prima della CPE, avevano già creato innumerevoli “cuscinetti” simili.
Il primo era stato il Partenariato per la Pace, creato nel 1994 per 24 Stati già destinati all’adesione alla NATO: 17 di essi, tra cui Ucraina e Moldavia, languono tuttora nell’anticamera. Poi, nel 2004, ecco la Politica europea di vicinato, mentre nel 2009 si teneva il primo vertice del Partenariato orientale. Nel 2022 Emmanuel Macron dette avvio all’ulteriore “cuscinetto”, con il CPE, il cui primo vertice si riuniva a Praga nell’ottobre 2022.
Per quanto riguarda quella che si è definito la seconda direttrice del vertice di Erevan, la partecipazione di Vladimir Zelenskij aveva lo scopo di ribadire i piani e le ambizioni europee dell’Ucraina in merito all’adesione a NATO e UE, oltre naturalmente a chiedere ancora più armamenti per sconfiggere definitivamente la Russia.
Il clown ha chiesto la creazione di altre “coalizioni”, oltre alla “coalizione dei caccia” (la fornitura di F-16) e quella “dei Patriot”. Tutti i paesi europei che confinano con la Russia e «non vogliono essere attaccati da quella, devono unirsi a un’alleanza con UE e NATO. Non abbiamo scelta: o guerra aperta o occupazione graduale. Vediamo cosa sta succedendo in Bielorussia e Georgia» ha declamato Zelenskij.
Anche Mikhail Pavliv, sempre su Ukraina.ru, osserva come vari commentatori abbiano sottolineato il fatto della presenza, «estremamente sfacciata ed estremamente cinica» di Vladimir Zelenskij a Erevan, capitale di un paese membro della ODKB e dell’Unione Economica Eurasiatica.
Ci si chiede: com’è possibile? L’Armenia sembra un paese amico, quasi fraterno; poi arriva Zelenskij: «non illudiamoci. Il regime di Pašinjan non è filo-russo... è composto di tipici compradores, agenti di influenza, messi sul collo del popolo armeno da attori esterni. Nello specifico, Londra, Ankara e Baku. Pertanto, il fatto che l’Armenia sia ancora membro de jure di ODKB e UEE non significa più molto», se non che Armenia e regime di Pašinjan continuino a trarre profitto dai rapporti con la Russia.
Ma, in vista, ci sono le elezioni del 7 giugno e la questione è se Nikol Pašinjan riuscirà a mantenere la carica di primo ministro; i sondaggi ufficiali, compresi i dati Gallup, mostrano che la sua situazione è estremamente difficile.
Dunque, Zelenskij. A Erevan non ha incontrato solo Nikol Pašinjan, Ursula-Brunilde e Rutte. Col primo ministro norvegese Jonas Støre ha discusso dell’ultimo pacchetto di finanziamenti (circa un miliardo) nell’ambito del PURL, il programma NATO per l’acquisto di armi americane per l’Ucraina.
La Norvegia è uno dei paesi più attivi negli investimenti nella guerra in Ucraina e, in generale, gli scandinavi sono all’avanguardia in termini di quota PIL destinata a Kiev. Con Støre, il nazigolpista-capo ha discusso anche del cosiddetto accordo sui droni, concluso di recente in Norvegia.
Anche col primo ministro finlandese Petteri Orpo, ha parlato di soldi: circa 300 milioni di euro, oltre a fondi aggiuntivi per lo stesso PURL e quindi nuovamente dell’ampliamento della produzione di droni, per il trasferimento della produzione fuori dall’Ucraina.
Con Keir Starmer, il discorso si è spostato sulla guerra alla cosiddetta “flotta ombra russa”. Al di là di quella, è un fatto che dietro ai programmi ucraini di tecnologia marittima senza equipaggio ci sia proprio la Gran Bretagna: sono gli inglesi, insieme ai servizi segreti ucraini, a coordinare gli attacchi contro le esportazioni russe di idrocarburi.
Nell’ambito del cosiddetto “formato Washington”, a Erevan la discussione si è concentrata sulla difesa aerea e sulle capacità antimissilistiche europee. In particolare, si è parlato dei tentativi di avviare la produzione e l’ampliamento dei programmi europei di difesa aerea, che prevedono la sostituzione, almeno parziale, dei missili Patriot americani con i PAC-2 e PAC-3, nonché dei sistemi NASAMS con i missili AIM-120 e AIM-9 per gli aerei intercettori.
Dunque, la “comparsata” di Zelenskij anche a questo sabba delle cancellerie europee a Erevan non significava altro se non la solita questua, che però, ora, sta creando diversi problemi agli europei, alle prese con le questioni energetiche. E se i soliti russo-russofobi dei media italici sbavano di voluttà perché, omeliano, «Zelensky vince già la battaglia mediatica, ironizzando: che “ormai perfino la più importante sfilata dei russi la decidiamo noi”», in riferimento al previsto formato ridotto della parata del 9 Maggio sulla piazza Rossa, non resta che constatare come sia lo stesso Zelenskij a auto-attribuirsi il carattere di nazigolpista.
Parlare di “sfilata dei russi” in riferimento alla vittoria dell’intero popolo sovietico sulla coalizione hitleriana, significa auto-identificarsi esplicitamente in quell’alleanza sterminatrice di popoli, di cui d’altronde avevano fatto parte, per rimanere al tema odierno, i nonni dei signori Ursula, Friedrich, Nikol e di chissà quanti altri “leader” europeisti.
Anche per questo, pare il caso di contrapporre alle furfantesche omelie de La Stampa sulla parata di Moskva, le parole del summenzionato Aleksej Chadaev: considerata la concentrazione, il 4 maggio a Erevan, di nemici dichiarati della Russia, sarebbe stato logico lanciare un «massiccio attacco missilistico su Erevan, e non su Kiev: avrebbe portato più vantaggi; se non sui centri nevralgici, almeno sui decisori, tutti in una volta, con un solo missile».
Fonte
07/05/2026
Il vertice europeista in Armenia e le novelle naval’niane del Corriere
5 maggio. Se si ignorano le zotiche allucinazioni di quel fogliaccio milanese “uso a ubbedir” a fascisti di ieri e di oggi e che, mentre riesce a farneticare di «brutalismo sovietico» in un edificio di Erevan, sentenzia che l’Armenia «prova a fare la pace con Azerbaijan», rimane ben poco da constatare sul vertice della Commissione politica europea tenutosi il 4 maggio a Erevan, se non che la presenza praticamente di tutti i leader dei paesi europei e NATO aveva tra gli obiettivi primari quello di dar man forte al premier Nikol Pašinjan, in vista delle elezioni del 7 giugno.
Ripetendo gli scenari delle prove elettorali in Moldavia, Romania e, con molti distinguo, Ungheria, i furfanti delle cancellerie europee puntano ora sulla pedina armena, dando per acquisito il versante azero e in attesa di rinnovare lo scontro, per ora rinviato, in Georgia.
Quanto a «fare la pace» con l’Azerbajdžan, c’è da ribadire che i disegni euro-atlantici riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense.
La “pace” di cui vaneggia l’articolista del Corriere della Sera, tacendo sulla resa incondizionata alle mire turco-azere da parte del governo di Nikol Pašinjan, è già stata da tempo servita sul tavolo delle condanne all’ergastolo inflitte dai tribunali azeri agli ex leader del Nagorno-Karabakh, dopo che la Repubblica di Artsakh era stata proditoriamente abbandonata da Erevan.
Di fatto, il 4 maggio si sono ritrovati nella capitale armena il Segretario della NATO, i vertici di Ucraina, Francia, Gran Bretagna, Canada e di quasi tutti i paesi europei, impegnati, direttamente o indirettamente, nelle operazioni militari contro la Russia per mano dei giovani e meno giovani ucraini, mandati al macello dal regime nazigolpista di Kiev.
L’evento, sintetizza Mikhail Rjabov su PolitNavigator, può essere considerato la risposta dimostrativa di Pašinjan ai recenti avvertimenti di Putin, secondo cui l’Armenia non può continuare a essere membro dell’Unione Eurasiatica, perseguendo al contempo la nuova rotta «verso l’Europa».
Nello specifico del vertice, il politologo Semën Uralov vi scorge, a livello strategico, un’espansione della “coalizione dei volenterosi”, coi «“padroni bianchi” ben visibili che finanziano e supportano la guerra, parallelamente a un gruppo di “capi indiani con il cilindro” che tradiscono i loro compagni di tribù e i loro territori».
Da una parte, c’è Pašinjan che, per continuare l’avanzata “verso l’Europa”, deve vincere le elezioni; dall’altra, c’è la “coalizione dei volenterosi” che combatte la Russia per procura. La guerra in Transcaucasia, pronostica Uralov, è prevista dopo il 2030, subito dopo il coinvolgimento degli Stati baltici. Ma il fronte transcaucasico potrebbe essere aperto anche prima, «se la situazione nell’Ucraina post-bellica dovesse sgretolarsi».
D’accordo anche l’attivista armeno Mika Badaljan, secondo il quale Erevan si sta trasformando in un campo di prova e Pašinjan viene condotto apertamente «al macello per provocare la Russia... Il prezzo di questo gioco è l’ucrainizzazione dell’Armenia, le cui conseguenze saranno tragiche. Veniamo usati come materiale sacrificabile nella guerra di qualcun altro».
La guerra di chi, è cosa nota, purtroppo, anche se taciuta dai farabutti dei media di regime. Pazienza; al loro posto, c’è chi si incarica di dirlo apertamente, come ha fatto Emmanuel Macron: «Penso che il lavoro svolto da Nikol in Armenia negli ultimi anni sia impressionante. Siamo onesti, otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui. E il fatto che così tanti alti esponenti visitino il vostro Paese è un buon segno. Otto anni fa, molti paesi percepivano questo paese come una sorta di satellite russo. Nikol ha organizzato la “Rivoluzione di Velluto” e ha deciso di liberare il paese dall’influenza russa: per questo continua a essere criticato quotidianamente. E il fatto che abbia scelto la pace e l’Europa è un segnale molto forte».
Il neo-napoleone ha fatto capire come ciò che accade in Ucraina, Moldavia, Armenia sia orchestrato da un’unica regia: «la guerra di resistenza in Ucraina, la strategia dell’Armenia, ciò che accade in Moldavia, così come ciò che fanno molti paesi intorno a noi, è anche perché noi europei abbiamo deciso negli ultimi anni di compiere un passo collettivo verso il risveglio e di smettere di dipendere da una qualche grande potenza», ha detto Macron, assestando così un colpo a est e uno a ovest.
E il “padrone di casa” ha detto “orgogliosamente” che i ministri degli esteri armeno e azero hanno «siglato un accordo per l’instaurazione di relazioni pacifiche tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbajdžan». Con ciò, ha omeliato, «siamo sulla buona strada per realizzare un progetto importantissimo: la Trump Route for International Peace and Prosperity, che promuove la pace sbloccando le vie di trasporto regionali e creando nuove rotte internazionali da est a ovest e da sud a nord, contribuendo notevolmente alla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali». Eccoci al dunque.
E a proposito della presenza del nazigolpista-capo a Erevan, a parte i suoi deliri sui droni ucraini da lanciare il 9 maggio contro Moskva, c’è da osservare che da moltissimi anni non c’erano state visite ufficiali di leader ucraini in Caucaso e ora, nel giro di dieci giorni, Zelenskij è volato prima a Baku e ora a Erevan.
Se la visita dello scorso 25 aprile in Azerbajdžan riguardava, ufficialmente, «l’espansione della cooperazione nel settore energetico» – semi ufficialmente, sin dal 2022 l’Azerbajdžan collabora con Kiev nelle forniture militari e nei dati di intelligence – il clown ucraino non poteva mancare a un vertice che vedeva una così ampia presenza di suoi finanziatori e padrini bellici.
Ora, c’è da dire che l’Armenia, insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghyzstan, è membro fondatore dell’Unione economica eurasiatica e, sebbene abbia sospeso la propria adesione, rimane formalmente membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (ODKB), di cui fanno parte anche Russia, Kazakhstan, Kirghyzstan e Tadžikistan.
Appare dunque evidente come uno degli obiettivi principali dell’evento fosse appunto quello di accelerare il processo di dissoluzione del partenariato politico-economico armeno-russo; non a caso, nell’occasione, Londra ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan. Lo ha detto esplicitamente il presidente del parlamento armeno, Alen Simonjan: «Non permetteremo che l’Armenia venga trasformata in un governatorato. Non ci faremo dirigere come viene diretta la Bielorussia».
In questo contesto, scrive Dmitrij Ševcenko su Fond Strateghiceskoj Kul’tury, la visita ostentata di Zelenskij è diventata una sorta di dimostrazione delle intenzioni europee, del tipo “non abbiamo paura di Putin e non avete nulla da temere se persino il suo nemico dichiarato si reca coraggiosamente nel Caucaso”, dove ha nuovamente esortato i propri sponsor a rafforzare la cooperazione con Kiev nel settore energetico e a produrre congiuntamente droni.
A proposito dell’incontro Zelenskij-Pašinjan, non ha usato mezzi termini Dmitrij Medvedev, ironizzando che «a Erevan, due minorati russofobi, che parlano un russo eccellente, hanno conversato in un inglese scadente... anche se è possibile che lo abbiano fatto a favore di telecamere, per poi continuare nella lingua a loro familiare»; cioè in russo.
Nella sua solita posa da gradasso, sfoderata come di consueto di fronte ai propri padroni, el jefe de la junta ha lasciato intendere che droni ucraini avrebbero potuto comparire durante la parata del 9 maggio a Moskva. Rispondendogli indirettamente, il ministero della difesa russo ha avvertito che, in caso di tentativi di sabotare le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Moskva lancerebbe «un massiccio attacco missilistico di rappresaglia sul centro di Kiev».
Senza nominare direttamente il vertice di Erevan, il leader della DNR Denis Pušilin ha dichiarato di ritenere che l’Occidente stia valutando diverse opzioni per la creazione di blocchi militari: «esistono effettivamente opzioni aggressive per la creazione di questi blocchi, anche intercontinentali, dato che si sta cercando di coinvolgere l’Australia in modo particolare, insieme a diversi altri paesi».
Le parole di Pušilin fanno seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri russo Serghej Lavrov che, a metà aprile, aveva parlato della possibilità che diversi paesi occidentali, vista la situazione “traballante” della NATO, diano vita a un nuovo blocco militare che comprenda anche l’Ucraina.
Non ci è dato sapere se, a Erevan, le canaglie guerrafondaie delle cancellerie europee, a porte chiuse ne abbiano discusso col nazigolpista-capo. La presenza anche di Mark Carney, primo ministro di un Canada, a suo tempo tra i paesi fondatori della NATO, che è uso osannare in parlamento i reduci filo-nazisti ucraini, qualche ipotesi in proposito la consente.
Tutt’al più, si tratterebbe di un’ipotesi, crediamo, appena un po’ più verosimile della novella – che lo stesso Corriere dice doversi trattare «con una certa cautela» – di un «Putin chiuso in un bunker per timore di un colpo di Stato» ma che, d’altra parte, assicura l’articolista, vivrebbe da sempre rinchiuso nei sotterranei del Cremlino.
Ora, poste le debite differenze e distanze, temporali ma soprattutto politiche tra le due figure, tornano in mente le identiche novelle diffuse a suo tempo dai trotskisti a proposito di Iosif Stalin, terrorizzato, dicevano, al solo pensiero di dover uscire in strada. Oggi, scrive quel fogliaccio di via Solferino, Putin «sa a malapena cos’è internet, non sa usare un computer, si informa con i tazebai compilati da collaboratori compiacenti che gli fanno leggere solo quel che lui desidera leggere. Il grande problema per tutti non è che Putin sia ritornato nel bunker. È il fatto che in tutti questi anni non ne sia mai uscito».
Potremmo limitarci a far notare al degno articolista che, tanto in russo quanto in italiano, esiste il modo congiuntivo. Ma tant’è...
Pare chiaro che, tra tutte le magagne e i mali terminali che gli sono stati appioppati, il peggiore che affligge il presidente russo sia una grave cecità, tanto che le comunicazioni gli debbano essere confezionate a caratteri da manifesti murali: non stupisce che i redattori del foglio milanese mutuino le proprie narrazioni dal fu nazi-nazionalista Aleksej Naval’nyj.
Fonte
Ripetendo gli scenari delle prove elettorali in Moldavia, Romania e, con molti distinguo, Ungheria, i furfanti delle cancellerie europee puntano ora sulla pedina armena, dando per acquisito il versante azero e in attesa di rinnovare lo scontro, per ora rinviato, in Georgia.
Quanto a «fare la pace» con l’Azerbajdžan, c’è da ribadire che i disegni euro-atlantici riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense.
La “pace” di cui vaneggia l’articolista del Corriere della Sera, tacendo sulla resa incondizionata alle mire turco-azere da parte del governo di Nikol Pašinjan, è già stata da tempo servita sul tavolo delle condanne all’ergastolo inflitte dai tribunali azeri agli ex leader del Nagorno-Karabakh, dopo che la Repubblica di Artsakh era stata proditoriamente abbandonata da Erevan.
Di fatto, il 4 maggio si sono ritrovati nella capitale armena il Segretario della NATO, i vertici di Ucraina, Francia, Gran Bretagna, Canada e di quasi tutti i paesi europei, impegnati, direttamente o indirettamente, nelle operazioni militari contro la Russia per mano dei giovani e meno giovani ucraini, mandati al macello dal regime nazigolpista di Kiev.
L’evento, sintetizza Mikhail Rjabov su PolitNavigator, può essere considerato la risposta dimostrativa di Pašinjan ai recenti avvertimenti di Putin, secondo cui l’Armenia non può continuare a essere membro dell’Unione Eurasiatica, perseguendo al contempo la nuova rotta «verso l’Europa».
Nello specifico del vertice, il politologo Semën Uralov vi scorge, a livello strategico, un’espansione della “coalizione dei volenterosi”, coi «“padroni bianchi” ben visibili che finanziano e supportano la guerra, parallelamente a un gruppo di “capi indiani con il cilindro” che tradiscono i loro compagni di tribù e i loro territori».
Da una parte, c’è Pašinjan che, per continuare l’avanzata “verso l’Europa”, deve vincere le elezioni; dall’altra, c’è la “coalizione dei volenterosi” che combatte la Russia per procura. La guerra in Transcaucasia, pronostica Uralov, è prevista dopo il 2030, subito dopo il coinvolgimento degli Stati baltici. Ma il fronte transcaucasico potrebbe essere aperto anche prima, «se la situazione nell’Ucraina post-bellica dovesse sgretolarsi».
D’accordo anche l’attivista armeno Mika Badaljan, secondo il quale Erevan si sta trasformando in un campo di prova e Pašinjan viene condotto apertamente «al macello per provocare la Russia... Il prezzo di questo gioco è l’ucrainizzazione dell’Armenia, le cui conseguenze saranno tragiche. Veniamo usati come materiale sacrificabile nella guerra di qualcun altro».
La guerra di chi, è cosa nota, purtroppo, anche se taciuta dai farabutti dei media di regime. Pazienza; al loro posto, c’è chi si incarica di dirlo apertamente, come ha fatto Emmanuel Macron: «Penso che il lavoro svolto da Nikol in Armenia negli ultimi anni sia impressionante. Siamo onesti, otto anni fa nessuno sarebbe venuto qui. E il fatto che così tanti alti esponenti visitino il vostro Paese è un buon segno. Otto anni fa, molti paesi percepivano questo paese come una sorta di satellite russo. Nikol ha organizzato la “Rivoluzione di Velluto” e ha deciso di liberare il paese dall’influenza russa: per questo continua a essere criticato quotidianamente. E il fatto che abbia scelto la pace e l’Europa è un segnale molto forte».
Il neo-napoleone ha fatto capire come ciò che accade in Ucraina, Moldavia, Armenia sia orchestrato da un’unica regia: «la guerra di resistenza in Ucraina, la strategia dell’Armenia, ciò che accade in Moldavia, così come ciò che fanno molti paesi intorno a noi, è anche perché noi europei abbiamo deciso negli ultimi anni di compiere un passo collettivo verso il risveglio e di smettere di dipendere da una qualche grande potenza», ha detto Macron, assestando così un colpo a est e uno a ovest.
E il “padrone di casa” ha detto “orgogliosamente” che i ministri degli esteri armeno e azero hanno «siglato un accordo per l’instaurazione di relazioni pacifiche tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbajdžan». Con ciò, ha omeliato, «siamo sulla buona strada per realizzare un progetto importantissimo: la Trump Route for International Peace and Prosperity, che promuove la pace sbloccando le vie di trasporto regionali e creando nuove rotte internazionali da est a ovest e da sud a nord, contribuendo notevolmente alla stabilità delle catene di approvvigionamento internazionali». Eccoci al dunque.
E a proposito della presenza del nazigolpista-capo a Erevan, a parte i suoi deliri sui droni ucraini da lanciare il 9 maggio contro Moskva, c’è da osservare che da moltissimi anni non c’erano state visite ufficiali di leader ucraini in Caucaso e ora, nel giro di dieci giorni, Zelenskij è volato prima a Baku e ora a Erevan.
Se la visita dello scorso 25 aprile in Azerbajdžan riguardava, ufficialmente, «l’espansione della cooperazione nel settore energetico» – semi ufficialmente, sin dal 2022 l’Azerbajdžan collabora con Kiev nelle forniture militari e nei dati di intelligence – il clown ucraino non poteva mancare a un vertice che vedeva una così ampia presenza di suoi finanziatori e padrini bellici.
Ora, c’è da dire che l’Armenia, insieme a Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghyzstan, è membro fondatore dell’Unione economica eurasiatica e, sebbene abbia sospeso la propria adesione, rimane formalmente membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (ODKB), di cui fanno parte anche Russia, Kazakhstan, Kirghyzstan e Tadžikistan.
Appare dunque evidente come uno degli obiettivi principali dell’evento fosse appunto quello di accelerare il processo di dissoluzione del partenariato politico-economico armeno-russo; non a caso, nell’occasione, Londra ha firmato un accordo di partenariato strategico con Erevan. Lo ha detto esplicitamente il presidente del parlamento armeno, Alen Simonjan: «Non permetteremo che l’Armenia venga trasformata in un governatorato. Non ci faremo dirigere come viene diretta la Bielorussia».
In questo contesto, scrive Dmitrij Ševcenko su Fond Strateghiceskoj Kul’tury, la visita ostentata di Zelenskij è diventata una sorta di dimostrazione delle intenzioni europee, del tipo “non abbiamo paura di Putin e non avete nulla da temere se persino il suo nemico dichiarato si reca coraggiosamente nel Caucaso”, dove ha nuovamente esortato i propri sponsor a rafforzare la cooperazione con Kiev nel settore energetico e a produrre congiuntamente droni.
A proposito dell’incontro Zelenskij-Pašinjan, non ha usato mezzi termini Dmitrij Medvedev, ironizzando che «a Erevan, due minorati russofobi, che parlano un russo eccellente, hanno conversato in un inglese scadente... anche se è possibile che lo abbiano fatto a favore di telecamere, per poi continuare nella lingua a loro familiare»; cioè in russo.
Nella sua solita posa da gradasso, sfoderata come di consueto di fronte ai propri padroni, el jefe de la junta ha lasciato intendere che droni ucraini avrebbero potuto comparire durante la parata del 9 maggio a Moskva. Rispondendogli indirettamente, il ministero della difesa russo ha avvertito che, in caso di tentativi di sabotare le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Moskva lancerebbe «un massiccio attacco missilistico di rappresaglia sul centro di Kiev».
Senza nominare direttamente il vertice di Erevan, il leader della DNR Denis Pušilin ha dichiarato di ritenere che l’Occidente stia valutando diverse opzioni per la creazione di blocchi militari: «esistono effettivamente opzioni aggressive per la creazione di questi blocchi, anche intercontinentali, dato che si sta cercando di coinvolgere l’Australia in modo particolare, insieme a diversi altri paesi».
Le parole di Pušilin fanno seguito alle dichiarazioni del ministro degli esteri russo Serghej Lavrov che, a metà aprile, aveva parlato della possibilità che diversi paesi occidentali, vista la situazione “traballante” della NATO, diano vita a un nuovo blocco militare che comprenda anche l’Ucraina.
Non ci è dato sapere se, a Erevan, le canaglie guerrafondaie delle cancellerie europee, a porte chiuse ne abbiano discusso col nazigolpista-capo. La presenza anche di Mark Carney, primo ministro di un Canada, a suo tempo tra i paesi fondatori della NATO, che è uso osannare in parlamento i reduci filo-nazisti ucraini, qualche ipotesi in proposito la consente.
Tutt’al più, si tratterebbe di un’ipotesi, crediamo, appena un po’ più verosimile della novella – che lo stesso Corriere dice doversi trattare «con una certa cautela» – di un «Putin chiuso in un bunker per timore di un colpo di Stato» ma che, d’altra parte, assicura l’articolista, vivrebbe da sempre rinchiuso nei sotterranei del Cremlino.
Ora, poste le debite differenze e distanze, temporali ma soprattutto politiche tra le due figure, tornano in mente le identiche novelle diffuse a suo tempo dai trotskisti a proposito di Iosif Stalin, terrorizzato, dicevano, al solo pensiero di dover uscire in strada. Oggi, scrive quel fogliaccio di via Solferino, Putin «sa a malapena cos’è internet, non sa usare un computer, si informa con i tazebai compilati da collaboratori compiacenti che gli fanno leggere solo quel che lui desidera leggere. Il grande problema per tutti non è che Putin sia ritornato nel bunker. È il fatto che in tutti questi anni non ne sia mai uscito».
Potremmo limitarci a far notare al degno articolista che, tanto in russo quanto in italiano, esiste il modo congiuntivo. Ma tant’è...
Pare chiaro che, tra tutte le magagne e i mali terminali che gli sono stati appioppati, il peggiore che affligge il presidente russo sia una grave cecità, tanto che le comunicazioni gli debbano essere confezionate a caratteri da manifesti murali: non stupisce che i redattori del foglio milanese mutuino le proprie narrazioni dal fu nazi-nazionalista Aleksej Naval’nyj.
Fonte
14/10/2025
Ecco perché in Georgia le opposizioni filo-Ue non ottengono nulla
di Fulvio Scaglione
Il 4 ottobre, in Georgia, si sono svolte le elezioni amministrative. Risultato: Sogno Georgiano, il partito di governo fondato nel 2012 dal miliardario e oligarca Bidzina Ivanishvili, ha ottenuto una schiacciante vittoria, piazzando i propri candidati al primo posto in tutti i sessantaquattro comuni del Paese, Tbilisi compresa, dove l’ex calciatore del Milan Kakha Kaladze è stato comodamente rieletto, nonostante che la capitale sia il teatro massimo delle manifestazioni dell’opposizione. O per meglio dire delle opposizioni, che si sono presentate al voto senza una strategia concordata. A votare in realtà sono andati in pochi, il 41% degli aventi diritto, ovvero il 10% meno delle precedenti amministrative del 2021.
Al computo dei votanti mancano non solo i renitenti e i disillusi ma anche gli oppositori che hanno scelto la strada del boicottaggio. Strategia di poca sostanza e di nessun risultato. Già nello scorso autunno, in occasione delle elezioni politiche pur criticate per i sospetti di brogli e diverse violazioni, reali e presunte, delle regole elettorali, i partiti di opposizione, che pure avevano raccolto il 38% dei voti e 51 seggi sui 150 del Parlamento, avevano scelto il boicottaggio, contando sulle pressioni internazionali, soprattutto UE, e sulle proteste di piazza per dare uno scossone al sistema.
Un anno dopo, Sogno Georgiano governa ancora, a livello locale (come abbiamo visto) domina e le opposizioni sono messe così: due delle quattro coalizioni di opposizione elette in Parlamento lo scorso anno hanno deciso di partecipare alle elezioni municipali: Lelo/Georgia Forte, guidata dall’imprenditore Mamuka Khazaradze, e il partito Per la Georgia dell’ex primo ministro Giorgi Gakharia. Le altre due – la Coalizione liberale per il Cambiamento e il Movimento Nazionale Unito – hanno deciso di boicottare le elezioni e hanno invitato i loro sostenitori a scendere in piazza dopo il voto, al fine di “riportare il nostro Paese sulla strada verso l’Europa” dopo essersi “arreso” alla Russia nei tredici anni di governo di Sogno Georgiano. Le proteste di piazza, pur appassionatamente riprese dai media occidentali, si sono ridimensionate e un velleitario assalto al palazzo presidenziale ha offerto al Governo l’opportunità di arrestare alcuni degli oppositori più esposti. Le pressioni dell’Unione Europea, infine, sono state assai più blande di quel che certe dichiarazioni facevano supporre: l’obbligo di visto per i georgiani all’ingresso nella UE non è stato ripristinato e di sanzioni severe contro l’economia georgiana nemmeno si parla.
La memoria della guerra del 2008
Per incompetenza o partito preso, i media occidentali tendono a descrivere la Georgia come un Paese autocratico, quasi dittatoriale. In proposito vale ciò che ha scritto Bashir Kitachaev per Carnegie Politika: “Sogno Georgiano arresta manifestanti e personaggi dell’opposizione, limita i finanziamenti ai media indipendenti e alle ONG e inventa costantemente nuovi strumenti per fare pressione sui dissidenti. Ma fa tutto questo senza adottare misure drastiche che potrebbero intensificare le proteste al punto da portare gli elettori moderati a scendere in piazza. Canali televisivi dell’opposizione come Formula e TV Pirveli continuano a trasmettere e, sebbene la pressione sui critici del governo sia in aumento, non è ancora paragonabile alla situazione in Russia o Bielorussia”.
L’altro argomento che viene spesso usato è che Sogno Georgiano starebbe riconducendo la Georgia nell’orbita del Cremlino. Com’è ovvio, le cose sono un po’ più complicate. Che il primo ministro Irakli Kobakhidze non abbia alcuna voglia di mettersi in contrasto con Mosca è evidente. Ma tra Russia e Georgia non esistono relazioni diplomatiche (anche se Mosca preme per ripristinarle) e, al contrario, la posizione ufficiale delle autorità georgiane è sempre quella di chiedere la restituzione dei territori dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia controllati dai seguaci di Mosca. Sono le persistenti conseguenze della guerra del 2008, quando i carri armati russi arrivarono a venti chilometri da Tbilisi. Ed è vero che le relazioni economiche tra Russia e Georgia sono in crescita, in un quadro che ha visto il Pil georgiano crescere in termini reali del 9,4% nel 2024.
Però poi ci sono i particolari. La Russia vale per il 10% del commercio estero georgiano ed è il terzo partner commerciale della Georgia, ma dopo Usa e Regno Unito. Nel 2024 la Georgia ha comprato 145,7 milioni di dollari di gas naturale russo. Gli immigrati russi hanno generato una notevole attività economica in Georgia, soprattutto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: hanno fondato 30.000 piccole imprese e hanno aperto migliaia di conti bancari presso banche georgiane. Nel 2024, la Georgia si è classificata al secondo posto, dopo la Thailandia, nella classifica degli acquisti immobiliari da parte di russi all’estero. I depositi di cittadini stranieri presso le banche georgiane ammontano ora a 9,16 miliardi di lari georgiani (3,3 miliardi di dollari), di cui il 37% intestato a russi.
La Russia come “Paese nemico”
Eppure, a conferma che le cose non sono così semplici, il 69% dei georgiani, secondo un recente sondaggio di Caucasus Barometer, vede la Russia come un “Paese nemico”. E dunque? Nonostante le pessime memorie del 2008, la retorica anti-russa non basta a spingere i georgiani al ribaltone. Soprattutto se l’alternativa, agitata con profitto dalle forze di Governo, è quella di andare al confronto con Mosca in nome di un allineamento alle posizioni UE sull’Ucraina, trasformando il Paese in una retrovia della guerra, in una Moldavia sul Mar Nero. Al contrario, nonostante l’antipatia per i russi e la simpatia di certa parte della popolazione per gli Usa e l’Europa, a far premio è la situazione economica. Dell’ottimo 9,4% di crescita del Pil nel 2024 abbiamo già detto. I dati di quest’anno sono analoghi: il PIL della Georgia è cresciuto del 7,9% su base annua da gennaio ad agosto; nello stesso periodo le esportazioni sono aumentate del 13,7%, le entrate del bilancio statale aumentate dell’8% e, a metà del 2025, lo stipendio medio nominale era superiore del 10,3% rispetto all’anno precedente.
Non è un caso se nelle manifestazioni di piazza è così poco rappresentata la classe media. Chi vorrebbe davvero spezzare questo equilibrio così precario ma anche così fruttuoso? E se poi tocca sopportare quei quasi 2 milioni di turisti russi arrivati in vacanza nel 2024, pazienza. Lo spauracchio ucraino è vicino, appena al di là del mare.
Fonte
Il 4 ottobre, in Georgia, si sono svolte le elezioni amministrative. Risultato: Sogno Georgiano, il partito di governo fondato nel 2012 dal miliardario e oligarca Bidzina Ivanishvili, ha ottenuto una schiacciante vittoria, piazzando i propri candidati al primo posto in tutti i sessantaquattro comuni del Paese, Tbilisi compresa, dove l’ex calciatore del Milan Kakha Kaladze è stato comodamente rieletto, nonostante che la capitale sia il teatro massimo delle manifestazioni dell’opposizione. O per meglio dire delle opposizioni, che si sono presentate al voto senza una strategia concordata. A votare in realtà sono andati in pochi, il 41% degli aventi diritto, ovvero il 10% meno delle precedenti amministrative del 2021.
Al computo dei votanti mancano non solo i renitenti e i disillusi ma anche gli oppositori che hanno scelto la strada del boicottaggio. Strategia di poca sostanza e di nessun risultato. Già nello scorso autunno, in occasione delle elezioni politiche pur criticate per i sospetti di brogli e diverse violazioni, reali e presunte, delle regole elettorali, i partiti di opposizione, che pure avevano raccolto il 38% dei voti e 51 seggi sui 150 del Parlamento, avevano scelto il boicottaggio, contando sulle pressioni internazionali, soprattutto UE, e sulle proteste di piazza per dare uno scossone al sistema.
Un anno dopo, Sogno Georgiano governa ancora, a livello locale (come abbiamo visto) domina e le opposizioni sono messe così: due delle quattro coalizioni di opposizione elette in Parlamento lo scorso anno hanno deciso di partecipare alle elezioni municipali: Lelo/Georgia Forte, guidata dall’imprenditore Mamuka Khazaradze, e il partito Per la Georgia dell’ex primo ministro Giorgi Gakharia. Le altre due – la Coalizione liberale per il Cambiamento e il Movimento Nazionale Unito – hanno deciso di boicottare le elezioni e hanno invitato i loro sostenitori a scendere in piazza dopo il voto, al fine di “riportare il nostro Paese sulla strada verso l’Europa” dopo essersi “arreso” alla Russia nei tredici anni di governo di Sogno Georgiano. Le proteste di piazza, pur appassionatamente riprese dai media occidentali, si sono ridimensionate e un velleitario assalto al palazzo presidenziale ha offerto al Governo l’opportunità di arrestare alcuni degli oppositori più esposti. Le pressioni dell’Unione Europea, infine, sono state assai più blande di quel che certe dichiarazioni facevano supporre: l’obbligo di visto per i georgiani all’ingresso nella UE non è stato ripristinato e di sanzioni severe contro l’economia georgiana nemmeno si parla.
La memoria della guerra del 2008
Per incompetenza o partito preso, i media occidentali tendono a descrivere la Georgia come un Paese autocratico, quasi dittatoriale. In proposito vale ciò che ha scritto Bashir Kitachaev per Carnegie Politika: “Sogno Georgiano arresta manifestanti e personaggi dell’opposizione, limita i finanziamenti ai media indipendenti e alle ONG e inventa costantemente nuovi strumenti per fare pressione sui dissidenti. Ma fa tutto questo senza adottare misure drastiche che potrebbero intensificare le proteste al punto da portare gli elettori moderati a scendere in piazza. Canali televisivi dell’opposizione come Formula e TV Pirveli continuano a trasmettere e, sebbene la pressione sui critici del governo sia in aumento, non è ancora paragonabile alla situazione in Russia o Bielorussia”.
L’altro argomento che viene spesso usato è che Sogno Georgiano starebbe riconducendo la Georgia nell’orbita del Cremlino. Com’è ovvio, le cose sono un po’ più complicate. Che il primo ministro Irakli Kobakhidze non abbia alcuna voglia di mettersi in contrasto con Mosca è evidente. Ma tra Russia e Georgia non esistono relazioni diplomatiche (anche se Mosca preme per ripristinarle) e, al contrario, la posizione ufficiale delle autorità georgiane è sempre quella di chiedere la restituzione dei territori dell’Ossetia del Sud e dell’Abkhazia controllati dai seguaci di Mosca. Sono le persistenti conseguenze della guerra del 2008, quando i carri armati russi arrivarono a venti chilometri da Tbilisi. Ed è vero che le relazioni economiche tra Russia e Georgia sono in crescita, in un quadro che ha visto il Pil georgiano crescere in termini reali del 9,4% nel 2024.
Però poi ci sono i particolari. La Russia vale per il 10% del commercio estero georgiano ed è il terzo partner commerciale della Georgia, ma dopo Usa e Regno Unito. Nel 2024 la Georgia ha comprato 145,7 milioni di dollari di gas naturale russo. Gli immigrati russi hanno generato una notevole attività economica in Georgia, soprattutto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina: hanno fondato 30.000 piccole imprese e hanno aperto migliaia di conti bancari presso banche georgiane. Nel 2024, la Georgia si è classificata al secondo posto, dopo la Thailandia, nella classifica degli acquisti immobiliari da parte di russi all’estero. I depositi di cittadini stranieri presso le banche georgiane ammontano ora a 9,16 miliardi di lari georgiani (3,3 miliardi di dollari), di cui il 37% intestato a russi.
La Russia come “Paese nemico”
Eppure, a conferma che le cose non sono così semplici, il 69% dei georgiani, secondo un recente sondaggio di Caucasus Barometer, vede la Russia come un “Paese nemico”. E dunque? Nonostante le pessime memorie del 2008, la retorica anti-russa non basta a spingere i georgiani al ribaltone. Soprattutto se l’alternativa, agitata con profitto dalle forze di Governo, è quella di andare al confronto con Mosca in nome di un allineamento alle posizioni UE sull’Ucraina, trasformando il Paese in una retrovia della guerra, in una Moldavia sul Mar Nero. Al contrario, nonostante l’antipatia per i russi e la simpatia di certa parte della popolazione per gli Usa e l’Europa, a far premio è la situazione economica. Dell’ottimo 9,4% di crescita del Pil nel 2024 abbiamo già detto. I dati di quest’anno sono analoghi: il PIL della Georgia è cresciuto del 7,9% su base annua da gennaio ad agosto; nello stesso periodo le esportazioni sono aumentate del 13,7%, le entrate del bilancio statale aumentate dell’8% e, a metà del 2025, lo stipendio medio nominale era superiore del 10,3% rispetto all’anno precedente.
Non è un caso se nelle manifestazioni di piazza è così poco rappresentata la classe media. Chi vorrebbe davvero spezzare questo equilibrio così precario ma anche così fruttuoso? E se poi tocca sopportare quei quasi 2 milioni di turisti russi arrivati in vacanza nel 2024, pazienza. Lo spauracchio ucraino è vicino, appena al di là del mare.
Fonte
14/08/2025
Caucaso: contractors USA ai confini con l’Iran?
Armenia ed Azerbaijan hanno stretto un accordo sulla questione del cosiddetto corridoio di Zangezur o corridoio di Syunik per gli Armeni, ora comicamente ribattezzato “rotta di Trump per la pace e la prosperità internazionale”. Si tratta della striscia di terra che divide l’exclave di Naxçıvan, appartenente all’Azerbaijan, al resto del territorio azero, tramite la regione armena del Syunik, al confine con l’Iran.
Per anni, le frontiere fra i due paesi sono state chiuse a causa del conflitto secolare riesploso dopo caduta dell’URSS, rispetto al quale il garante del cessate il fuoco e, soprattutto della parte più debole, ovvero l’Armenia, era la presenza militare russa dispiegata sui confini ed in alcune infrastrutture armene strategiche. Il tutto per effetto di accordi trilaterali fra i paesi.
Da quando Nikol Pashinyan è diventato Primo Ministro dell’Armenia, nel 2018, come risultato della vittoria elettorale dopo una rivoluzione colorata denominata immancabilmente “rivoluzione di velluto”, l’obiettivo principale del governo di Yerevan è stato disfarsi della Russia come garante della propria sicurezza per integrarsi economicamente e militarmente nel campo euroatlantico, quale che fosse il prezzo da pagare.
E ed è stato un prezzo elevatissimo: fra il 2020 ed il 2023 l’Azerbaijan ha riconquistato militarmente tutti i territori della Repubblica dell’Artsakh, piccola enclave armena in territorio azero che costituiva uno stato di fatto, anche se non riconosciuto da nessuno. In conseguenza di ciò, le autorità dell’Artsakh sono state poste in arresto e la totalità della popolazione armena, anziani e disabili a parte, è stata sfollata.
In tali frangenti, la Russia non ha mosso un dito a causa dello stato dei rapporti con le nuove autorità armene. La scelta è stata di completa non ingerenza: Mosca non ha cercato di porsi come “garante della minoranza armeno – cristiana in Azerbaijan”, oppure di sfruttare la rabbia seguita allo sfollamento di massa dell’Artasakh per sostenere un movimento anti-Pashinyan, in modo da ristabilire i rapporti con Yerevan allo status precedente al 2018.
Ha semplicemente ridotto di molto la propria presenza militare, lasciando fare all’Azerbaijan. L’Armenia, infatti, dalla Federazione Russa non è percepita come una questione esistenziale al pari di quella dell’Ucraina e del Donbass.
Il problema di Pashinyan e della sua cricca di dilettanti allo sbaraglio è che anche i nuovi “garanti della sicurezza” occidentali (in particolare la Francia, con cui aveva stretto rapporti militari) hanno lasciato fare all’Azerbaijan, dal quale dipendono in larga parte per quanto riguarda le forniture energetiche; queste ultime, fra parentesi, non sono tutte originarie dal sottosuolo azero, ma sono spesso rivendute dalla Russia in una delle tante triangolazioni nate dopo le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina.
Le successive mire annessionistiche palesate da Baku nei confronti di un’Armenia abbandonata a se stessa sono state, appunto, rivolte verso il corridoio di Zangezur, con il pretesto della riunificazione del Naxçıvan con il resto del paese.
Qui sono intervenuti gli USA che, sfruttando anche l’assoluta incapacità francese ed europea di determinare alcunché nelle dinamiche dell’area, si sono posti come mediatori, giungendo ad un compromesso apparentemente, tortuoso, ampolloso e poco chiaro: il corridoio di Zangezur rimane formalmente sotto la sovranità armena, ma il suo utilizzo, a garanzia dei collegamenti fra Naxçıvan ed il resto dell’Azerbaijan, è appaltato ad un oscuro consorzio armeno-statunitense, che dovrebbe guidare la costruzione di infrastrutture energetiche e di trasporto, nonché garantire la sicurezza dei traffici.
La riunione fra i due primi ministri con Trump per firmare quest’accordo si è svolta alla Casa Bianca l’8 agosto, ed ha avuto tutto un corollario comico con la “dedica” al Presidente Usa nella ridenominazione dell’area e con il sostegno, promesso da Pashinyan e dall’omologo azero Alyev, alla sua nomination per il Premio Nobel della Pace.
Immediatamente è scattato l’allarme rispetto al possibile coinvolgimento sul terreno di personale militare statunitense, anche mercenario, dato che, come detto, parliamo del confine fra Armenia ed Iran.
Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, ha tuonato: “Il Caucaso è una delle regioni più sensibili al mondo e questa rotta non diventerà un corridoio in nome di Trump, ma un cimitero per i suoi mercenari... Riteniamo che anche la Russia sia strategicamente contraria alla creazione di questo corridoio”. Tuttavia L’Iran deciderà di proteggere la regione “con o senza la Russia”, ha aggiunto.
Più moderata è stata la reazione dei funzionari dell’esecutivo di Teheran, i quali hanno parlato semplicemente di “preoccupazioni per gli interventi stranieri”, in quella che è una dicotomia di voci che si ripete continuamente in Iran.
Le preoccupazioni dell’Ayatollah e del suo staff sembrano più che fondate in quanto la Repubblica Islamica sta già palesando, sugli oltre 600 km di confine con l’Azerbaijan, problemi di attività di spionaggio e sabotaggio per conto sionista, oltre che problemi minori di attività separatiste, riguardanti gli azeri etnici cittadini dell’Iran. Inoltre, nei giorni scorsi, è stato ufficialmente chiesto conto alle autorità di Baku circa l’utilizzo dello spazio aereo del paese durante l’aggressione sionista nella guerra dei 12 giorni. L’aggiunta di un altro hub spionistico, con personale USA, anche sulla porzione armena del confine costituirebbe un grave problema.
Mosca, da parte sua, continuando la sua politica di disimpegno da quel conflitto, ha ufficialmente benedetto l’intesa fra Armenia e Azerbaijan, con l’avvertenza che “l’intervento straniero potrebbe complicare la situazione del Caucaso”.
Per quanto riguarda Yerevan, in questi giorni, per rassicurare tutti, Iran compreso, sta cercando di minimizzare la portata dell’intesa in termini d’intervento diretto USA, smentendo di aver dato in affitto per 99 anni il corridoio in questione, come molti interpretano i termini reali dell’accordo: tutto avverrà nel rispetto della sovranità dell’Armenia e dei suoi confini, secondo Yerevan.
Tuttavia, quanto può essere credibile il governo armeno, che in precedenza ha sempre capitolato su tutta la linea, agli occhi di Russia, Iran e non solo?
Pashinyan, con quest’accordo, si sta giocando l’intera credibilità del suo progetto politico di integrazione nel blocco euro-atlantico, in quanto esso dovrebbe costituire la fine definitiva dei fattori che lo ostacolano, ovvero i contenziosi territoriali con l’Azerbaijan, e, più in generale, la diatriba storica con il “mondo turco”. Poco importa se ciò abbia comportato il sacrificio degli Armeni dell’Artsakh e la svendita di un’altra porzione del proprio territorio.
Peccato che, contestualmente all’intesa, Trump abbia sospeso una legge che proibiva l’invio di armi all’Azerbaijan.
Pashinyan, in definitiva, come tutti i capi delle rivoluzioni colorate, sembra pronto ai sacrifici più estremi pur di coltivare il “sogno europeo ed occidentale”, compresa la fine stessa della Repubblica di Armenia.
Fonte
Per anni, le frontiere fra i due paesi sono state chiuse a causa del conflitto secolare riesploso dopo caduta dell’URSS, rispetto al quale il garante del cessate il fuoco e, soprattutto della parte più debole, ovvero l’Armenia, era la presenza militare russa dispiegata sui confini ed in alcune infrastrutture armene strategiche. Il tutto per effetto di accordi trilaterali fra i paesi.
Da quando Nikol Pashinyan è diventato Primo Ministro dell’Armenia, nel 2018, come risultato della vittoria elettorale dopo una rivoluzione colorata denominata immancabilmente “rivoluzione di velluto”, l’obiettivo principale del governo di Yerevan è stato disfarsi della Russia come garante della propria sicurezza per integrarsi economicamente e militarmente nel campo euroatlantico, quale che fosse il prezzo da pagare.
E ed è stato un prezzo elevatissimo: fra il 2020 ed il 2023 l’Azerbaijan ha riconquistato militarmente tutti i territori della Repubblica dell’Artsakh, piccola enclave armena in territorio azero che costituiva uno stato di fatto, anche se non riconosciuto da nessuno. In conseguenza di ciò, le autorità dell’Artsakh sono state poste in arresto e la totalità della popolazione armena, anziani e disabili a parte, è stata sfollata.
In tali frangenti, la Russia non ha mosso un dito a causa dello stato dei rapporti con le nuove autorità armene. La scelta è stata di completa non ingerenza: Mosca non ha cercato di porsi come “garante della minoranza armeno – cristiana in Azerbaijan”, oppure di sfruttare la rabbia seguita allo sfollamento di massa dell’Artasakh per sostenere un movimento anti-Pashinyan, in modo da ristabilire i rapporti con Yerevan allo status precedente al 2018.
Ha semplicemente ridotto di molto la propria presenza militare, lasciando fare all’Azerbaijan. L’Armenia, infatti, dalla Federazione Russa non è percepita come una questione esistenziale al pari di quella dell’Ucraina e del Donbass.
Il problema di Pashinyan e della sua cricca di dilettanti allo sbaraglio è che anche i nuovi “garanti della sicurezza” occidentali (in particolare la Francia, con cui aveva stretto rapporti militari) hanno lasciato fare all’Azerbaijan, dal quale dipendono in larga parte per quanto riguarda le forniture energetiche; queste ultime, fra parentesi, non sono tutte originarie dal sottosuolo azero, ma sono spesso rivendute dalla Russia in una delle tante triangolazioni nate dopo le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina.
Le successive mire annessionistiche palesate da Baku nei confronti di un’Armenia abbandonata a se stessa sono state, appunto, rivolte verso il corridoio di Zangezur, con il pretesto della riunificazione del Naxçıvan con il resto del paese.
Qui sono intervenuti gli USA che, sfruttando anche l’assoluta incapacità francese ed europea di determinare alcunché nelle dinamiche dell’area, si sono posti come mediatori, giungendo ad un compromesso apparentemente, tortuoso, ampolloso e poco chiaro: il corridoio di Zangezur rimane formalmente sotto la sovranità armena, ma il suo utilizzo, a garanzia dei collegamenti fra Naxçıvan ed il resto dell’Azerbaijan, è appaltato ad un oscuro consorzio armeno-statunitense, che dovrebbe guidare la costruzione di infrastrutture energetiche e di trasporto, nonché garantire la sicurezza dei traffici.
La riunione fra i due primi ministri con Trump per firmare quest’accordo si è svolta alla Casa Bianca l’8 agosto, ed ha avuto tutto un corollario comico con la “dedica” al Presidente Usa nella ridenominazione dell’area e con il sostegno, promesso da Pashinyan e dall’omologo azero Alyev, alla sua nomination per il Premio Nobel della Pace.
Immediatamente è scattato l’allarme rispetto al possibile coinvolgimento sul terreno di personale militare statunitense, anche mercenario, dato che, come detto, parliamo del confine fra Armenia ed Iran.
Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, ha tuonato: “Il Caucaso è una delle regioni più sensibili al mondo e questa rotta non diventerà un corridoio in nome di Trump, ma un cimitero per i suoi mercenari... Riteniamo che anche la Russia sia strategicamente contraria alla creazione di questo corridoio”. Tuttavia L’Iran deciderà di proteggere la regione “con o senza la Russia”, ha aggiunto.
Più moderata è stata la reazione dei funzionari dell’esecutivo di Teheran, i quali hanno parlato semplicemente di “preoccupazioni per gli interventi stranieri”, in quella che è una dicotomia di voci che si ripete continuamente in Iran.
Le preoccupazioni dell’Ayatollah e del suo staff sembrano più che fondate in quanto la Repubblica Islamica sta già palesando, sugli oltre 600 km di confine con l’Azerbaijan, problemi di attività di spionaggio e sabotaggio per conto sionista, oltre che problemi minori di attività separatiste, riguardanti gli azeri etnici cittadini dell’Iran. Inoltre, nei giorni scorsi, è stato ufficialmente chiesto conto alle autorità di Baku circa l’utilizzo dello spazio aereo del paese durante l’aggressione sionista nella guerra dei 12 giorni. L’aggiunta di un altro hub spionistico, con personale USA, anche sulla porzione armena del confine costituirebbe un grave problema.
Mosca, da parte sua, continuando la sua politica di disimpegno da quel conflitto, ha ufficialmente benedetto l’intesa fra Armenia e Azerbaijan, con l’avvertenza che “l’intervento straniero potrebbe complicare la situazione del Caucaso”.
Per quanto riguarda Yerevan, in questi giorni, per rassicurare tutti, Iran compreso, sta cercando di minimizzare la portata dell’intesa in termini d’intervento diretto USA, smentendo di aver dato in affitto per 99 anni il corridoio in questione, come molti interpretano i termini reali dell’accordo: tutto avverrà nel rispetto della sovranità dell’Armenia e dei suoi confini, secondo Yerevan.
Tuttavia, quanto può essere credibile il governo armeno, che in precedenza ha sempre capitolato su tutta la linea, agli occhi di Russia, Iran e non solo?
Pashinyan, con quest’accordo, si sta giocando l’intera credibilità del suo progetto politico di integrazione nel blocco euro-atlantico, in quanto esso dovrebbe costituire la fine definitiva dei fattori che lo ostacolano, ovvero i contenziosi territoriali con l’Azerbaijan, e, più in generale, la diatriba storica con il “mondo turco”. Poco importa se ciò abbia comportato il sacrificio degli Armeni dell’Artsakh e la svendita di un’altra porzione del proprio territorio.
Peccato che, contestualmente all’intesa, Trump abbia sospeso una legge che proibiva l’invio di armi all’Azerbaijan.
Pashinyan, in definitiva, come tutti i capi delle rivoluzioni colorate, sembra pronto ai sacrifici più estremi pur di coltivare il “sogno europeo ed occidentale”, compresa la fine stessa della Repubblica di Armenia.
Fonte
12/08/2025
Caucaso - L'accordo tra Azerbaijan e Armenia non è una vittoria statunitense
di Francesco Dall'Aglio
L'idea che a giorni la 101a divisione aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un'autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l'Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell'Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po' peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all'Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l'antipatia mi pareva davvero troppo).
La reazione della Russia e dell'Iran avevano chiarito che un'ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l'intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ЮКЖД, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L'Iran era scattato subito dicendo che la presenza di "mercenari" statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po' azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da "ingerenze esterne".
Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell'accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 stabiliva che l'Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l'Azerbaijan e il Naxçıvan e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell'accordo qui). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, "interpretando" l'articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.
Passata l'euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c'è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per "ragguagliarlo" sulle condizioni del trattato firmato a Washington, e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all'inviolabilità dei confini dell'Armenia, che non guasta mai.
Contatti ci sono stati anche con l'Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l'agenzia iraniana WANA Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.
E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone) il testo ufficiale dell'accordo, che condivido non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri armeno. Ci interessano due punti in particolare: l'articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all'interno dell'URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall'articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l'articolo 7 secondo il quale "le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti", il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa).
Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell'Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l'attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.
Fonte
L'idea che a giorni la 101a divisione aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un'autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l'Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell'Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po' peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all'Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l'antipatia mi pareva davvero troppo).
La reazione della Russia e dell'Iran avevano chiarito che un'ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l'intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ЮКЖД, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L'Iran era scattato subito dicendo che la presenza di "mercenari" statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po' azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da "ingerenze esterne".
Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell'accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 stabiliva che l'Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l'Azerbaijan e il Naxçıvan e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell'accordo qui). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, "interpretando" l'articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.
Passata l'euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c'è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per "ragguagliarlo" sulle condizioni del trattato firmato a Washington, e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all'inviolabilità dei confini dell'Armenia, che non guasta mai.
Contatti ci sono stati anche con l'Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l'agenzia iraniana WANA Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.
E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone) il testo ufficiale dell'accordo, che condivido non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri armeno. Ci interessano due punti in particolare: l'articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all'interno dell'URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall'articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l'articolo 7 secondo il quale "le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti", il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa).
Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell'Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l'attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.
Fonte
10/08/2025
Caucaso - Accordo tra Azerbaijan e Armenia
di Francesco Dall'Aglio
I commenti cauti ma positivi del Ministero degli Esteri russo sull’accordo firmato ieri a Washington tra Aliyev e Pashinyan hanno chiarito ciò che era chiaro da un pezzo a chiunque non fosse prigioniero della dicotomia Putin umiliato/Putin trionfante: la Russia ha mollato l’Armenia al suo destino, non da ora peraltro, visto che l’Armenia (o almeno la leadership di Pashinyan) ha fatto di tutto per farsi mollare, in una dinamica comune sia alle storie da adolescenti che alla politica internazionale. Questo è infatti l’ultimo atto di una catena di eventi iniziata nel 2018, quando Pashinyan ha preso il potere alla testa del partito ‟europeista” Yelk a seguito della ‟rivoluzione di velluto”, alla vittoria nelle successive elezioni e nelle elezioni anticipate del 2021 (leggetevi l’articolo di Euractive appunto del 2018, dove era la grande speranza della democrazia mondiale e pareva una via di mezzo tra Gesù e Martin Luther King). Nel frattempo è riuscito a perdere la seconda guerra del Karabakh nel 2020, conclusasi grazie alla mediazione russa che aveva, almeno per il momento, garantito a un pezzo di Karabakh di restare autonomo, e a perdere quello che ne restava nel 2023 riuscendo a dare la colpa dell’intera faccenda, ovviamente, proprio alla Russia mentre i suoi nuovi amici, ovvero l’Unione Europea, non hanno mosso un dito e anzi non hanno fatto altro che blandire, per non dir di peggio, Aliyev e l’Azerbaijan, che a differenza dell’Armenia ha un bel po’ di gas naturale che serve molto, visto che non si vuole più quello russo. Nel frattempo la Russia, che è spesso ostinata ma non cretina, ha preso atto della situazione e ha deciso che tutto sommato le conveniva di più stringere nuovi accordi con l’Azerbaijan, soprattutto per la costruzione del corridoio nord-sud, di cui abbiamo parlato altre volte, che la collegherà all’Oceano Indiano via Iran.
L’accordo raggiunto ieri a Washington certifica la vittoria totale dell’Azerbaijan e conseguenze ancora più gravi per l’Armenia, che non solo ha ceduto il Karabakh e altri territori di confine ma rischia adesso di perdere la sovranità sul corridoio di Zangezur che collega l’Azerbaijan alla regione azera del Naxçıvan, dalla quale è separato appunto dal territorio armeno, che stando alle voci che circolano (perché di definito ancora non c’è niente) dovrebbe essere dato in gestione a compagnie statunitensi per costruire una ferrovia e un’autostrada che colleghino Naxçıvan e Azerbaijan e che si chiamerà, tra tutte le sigle possibili, TRIPP, "Trump Route for International Peace and Prosperity" (a proposito: a testimonianza del fatto che è solo la voce azera che si ascolta, il corridoio dovrebbe chiamarsi, visto che è in Armenia, di Syunik. E invece no, Zangezur).
I problemi sono tre: l’Azerbaijan vuole la sovranità sulla ferrovia e sull’autostrada, che sarebbero quindi sottratte al controllo armeno pur trovandosi in territorio armeno; la creazione di queste vie di comunicazione collegherebbe direttamente l’Azerbaijan al suo alleato e sponsor, la Turchia, e darebbe a quest’ultima un accesso diretto (anche se di mezzo c’è il Mar Caspio) all’Asia centrale, rinverdendo il sogno pan-turco del ‟Grande Turan” di una parte della leadership di Ankara; soprattutto, questa infrastruttura strategica sarebbe costruita sul confine con l’Iran che ha già dichiarato che non tollererà alcuna presenza militare statunitense, che sia il loro esercito o compagnie militari private, dall’altro lato della frontiera, visto che c’è l’idea di ‟affittarlo” per 99 anni (ovvero per sempre) agli USA, che ovviamente dovrebbero garantirne la sicurezza. Il problema quindi non è cosa questo accordo significherà per la Russia, ma cosa significherà per l’Iran: niente di buono, considerando anche che l’altro grande sponsor dell’Azerbaijan è Israele e che gli USA vorrebbero inserire l’Azerbaijan negli ‟accordi di Abramo”, aumentando ancora di più l’accerchiamento dell’Iran.
Cosa invece ci guadagnerà l’Armenia se davvero cederà la sovranità del corridoio agli USA o a chiunque altro, è presto detto: assolutamente niente. Nella migliore delle ipotesi non perderà altro territorio, e questo è quanto. I flussi commerciali, sia est-ovest che nord-sud, la taglieranno completamente fuori e non sarà certo l’Unione Europea a darle una mano. La decisione di Trump, comunicata immediatamente, di riprendere le esportazioni militari verso l’Azerbaijan la mettono a rischio ulteriore di altre pressioni perché ceda altro territorio. Però adesso di sicuro l’influenza russa è finita, quindi gran vittoria.
Fonte
I commenti cauti ma positivi del Ministero degli Esteri russo sull’accordo firmato ieri a Washington tra Aliyev e Pashinyan hanno chiarito ciò che era chiaro da un pezzo a chiunque non fosse prigioniero della dicotomia Putin umiliato/Putin trionfante: la Russia ha mollato l’Armenia al suo destino, non da ora peraltro, visto che l’Armenia (o almeno la leadership di Pashinyan) ha fatto di tutto per farsi mollare, in una dinamica comune sia alle storie da adolescenti che alla politica internazionale. Questo è infatti l’ultimo atto di una catena di eventi iniziata nel 2018, quando Pashinyan ha preso il potere alla testa del partito ‟europeista” Yelk a seguito della ‟rivoluzione di velluto”, alla vittoria nelle successive elezioni e nelle elezioni anticipate del 2021 (leggetevi l’articolo di Euractive appunto del 2018, dove era la grande speranza della democrazia mondiale e pareva una via di mezzo tra Gesù e Martin Luther King). Nel frattempo è riuscito a perdere la seconda guerra del Karabakh nel 2020, conclusasi grazie alla mediazione russa che aveva, almeno per il momento, garantito a un pezzo di Karabakh di restare autonomo, e a perdere quello che ne restava nel 2023 riuscendo a dare la colpa dell’intera faccenda, ovviamente, proprio alla Russia mentre i suoi nuovi amici, ovvero l’Unione Europea, non hanno mosso un dito e anzi non hanno fatto altro che blandire, per non dir di peggio, Aliyev e l’Azerbaijan, che a differenza dell’Armenia ha un bel po’ di gas naturale che serve molto, visto che non si vuole più quello russo. Nel frattempo la Russia, che è spesso ostinata ma non cretina, ha preso atto della situazione e ha deciso che tutto sommato le conveniva di più stringere nuovi accordi con l’Azerbaijan, soprattutto per la costruzione del corridoio nord-sud, di cui abbiamo parlato altre volte, che la collegherà all’Oceano Indiano via Iran.
L’accordo raggiunto ieri a Washington certifica la vittoria totale dell’Azerbaijan e conseguenze ancora più gravi per l’Armenia, che non solo ha ceduto il Karabakh e altri territori di confine ma rischia adesso di perdere la sovranità sul corridoio di Zangezur che collega l’Azerbaijan alla regione azera del Naxçıvan, dalla quale è separato appunto dal territorio armeno, che stando alle voci che circolano (perché di definito ancora non c’è niente) dovrebbe essere dato in gestione a compagnie statunitensi per costruire una ferrovia e un’autostrada che colleghino Naxçıvan e Azerbaijan e che si chiamerà, tra tutte le sigle possibili, TRIPP, "Trump Route for International Peace and Prosperity" (a proposito: a testimonianza del fatto che è solo la voce azera che si ascolta, il corridoio dovrebbe chiamarsi, visto che è in Armenia, di Syunik. E invece no, Zangezur).
I problemi sono tre: l’Azerbaijan vuole la sovranità sulla ferrovia e sull’autostrada, che sarebbero quindi sottratte al controllo armeno pur trovandosi in territorio armeno; la creazione di queste vie di comunicazione collegherebbe direttamente l’Azerbaijan al suo alleato e sponsor, la Turchia, e darebbe a quest’ultima un accesso diretto (anche se di mezzo c’è il Mar Caspio) all’Asia centrale, rinverdendo il sogno pan-turco del ‟Grande Turan” di una parte della leadership di Ankara; soprattutto, questa infrastruttura strategica sarebbe costruita sul confine con l’Iran che ha già dichiarato che non tollererà alcuna presenza militare statunitense, che sia il loro esercito o compagnie militari private, dall’altro lato della frontiera, visto che c’è l’idea di ‟affittarlo” per 99 anni (ovvero per sempre) agli USA, che ovviamente dovrebbero garantirne la sicurezza. Il problema quindi non è cosa questo accordo significherà per la Russia, ma cosa significherà per l’Iran: niente di buono, considerando anche che l’altro grande sponsor dell’Azerbaijan è Israele e che gli USA vorrebbero inserire l’Azerbaijan negli ‟accordi di Abramo”, aumentando ancora di più l’accerchiamento dell’Iran.
Cosa invece ci guadagnerà l’Armenia se davvero cederà la sovranità del corridoio agli USA o a chiunque altro, è presto detto: assolutamente niente. Nella migliore delle ipotesi non perderà altro territorio, e questo è quanto. I flussi commerciali, sia est-ovest che nord-sud, la taglieranno completamente fuori e non sarà certo l’Unione Europea a darle una mano. La decisione di Trump, comunicata immediatamente, di riprendere le esportazioni militari verso l’Azerbaijan la mettono a rischio ulteriore di altre pressioni perché ceda altro territorio. Però adesso di sicuro l’influenza russa è finita, quindi gran vittoria.
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02/07/2025
Azerbajdžan: mosse turco-britanniche per aprire un fronte caucasico contro Mosca
Acque moderatamente agitate nel Caucaso, con bisticci – al momento, pare, solo bisticci – tra Mosca e Baku per alcuni arresti, a Ekaterinburg, di elementi azeri ritenuti implicati nella criminalità organizzata locale (omicidi su commissione, legati alle sfere di influenza in vari business, ma anche il riemergere della vicenda, risalente al 2021, dell’avvelenamento di una cinquantina di persone, con esiti letali, per lo spaccio di alcol contraffatto) e la relativa ritorsione delle autorità azerbajdžane, che hanno chiuso l’emittente “Spunik Azerbajdžan”, fermandone o arrestandone i redattori.
Pare però che le onde del mare caucasico, da mosso ad agitato, non si fermino qui e possano estendersi ben al di là dello spazio ex sovietico, con diversi osservatori che accusano Baku di aver consentito il sorvolo del territorio azero da parte di droni e caccia sionisti che andavano a colpire l’Iran. Andiamo con ordine.
Il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha espresso rincrescimento per la reazione azera a provvedimenti giudiziari russi che, per la loro natura, non dovrebbero implicare reazioni politico-diplomatiche. È importante, ha detto Peskov, «continuare a lavorare per spiegare le ragioni e la natura degli eventi che, secondo la parte azera, hanno portato a tali iniziative».
Dopo gli arresti a Ekaterinburg, Baku ha deciso la cancellazione di eventi culturali con la partecipazione russa, l’annullamento della visita di una delegazione parlamentare in Russia e la convocazione di un diplomatico russo al Ministero degli esteri azero. In risposta, il Ministero degli esteri russo ha convocato l’ambasciatore azero a Mosca per chiarimenti.
L’Unione Russa dei Giornalisti ha chiesto il rilascio dei collaboratori di Sputnik, cittadini russi e il diritto di avvocati e diplomatici a contattarli; ha rilasciato anche una dichiarazione, in cui si dice, tra l’altro, che le «accuse nei confronti dei giornalisti, di legami con Servizi segreti stranieri sono del tutto infondate».
Alcune radici del “bisticcio” però, a detta del blogger “Cigno nero” – che ne scrive sul proprio canale Telegram – risalirebbero a un po’ di tempo addietro, allorché Baku, probabilmente con le spalle coperte da più lontano, aveva deciso di fornire apparecchiature elettriche a Kiev per poter disporre di energia sufficiente alla produzione di armi.
A fine maggio, Zelenskij aveva pubblicamente ringraziato il leader azero Il’kham Aliev per tale «sostegno umanitario». Un sostegno di cui si ha notizia documentata, non escludendo altre diverse informazioni che circolano sui media su come le autorità azere aiutino di fatto la junta golpista a rimanere a galla.
Ora, si chiede retoricamente “Cigno nero”, Baku ha forse perso il senso strategico, sottintendendo il passaggio dal precedente appressarsi a Mosca, a un diverso orientamento verso ovest. Attenzione, avverte il blogger – alquanto ansioso di riorientare le direttrici di Baku – «non si può fare il gioco di qualcun altro: è così facile perdere la propria indipendenza. Auspichiamo che le autorità azere tornino rapidamente in sé e perseguano una politica nell’interesse del paese».
Per quanto riguarda la seconda ragione di burrasca, media iraniani hanno accusato Baku di aver concesso a Israele il sorvolo del territorio azero per colpire, in particolare, Rasht, Teheran e Karaj. La maggior parte degli attacchi sionisti a tali città, sarebbe stata effettuata sorvolando il mar Caspio, una volta attraversato l’Azerbajdžan.
Il presidente Aliev ha ufficialmente negato il coinvolgimento azero, ma è vero che lo aveva negato anche per la partecipazione di agenti turchi alla guerra contro il Karabakh nel 2020, per la quale aveva utilizzato droni da ricognizione e missili tattici israeliani.
L’Azerbajdžan, nota il blogger Boris Rožin (ColonelCassad) è interessato all’indebolimento e alla disintegrazione dell’Iran, che darebbe a Baku la possibilità di impadronirsi dell’Armenia meridionale e annettere le regioni nord-occidentali dell’Iran, dove una percentuale significativa della popolazione è composta da azeri.
Su Radio Komsomol’skaja pravda, Rožin fa risalire abbastanza addietro nel tempo i “dissapori” russo-azeri, in particolare per forniture militari a Kiev e altri paesi della regione, come era avvenuto durante la guerra in Siria, quando le forniture di armi agli islamisti anti-Assad passavano per l’Azerbajdžan.
È chiaro, dice Rožin, che Baku «ha intrapreso da tempo e sistematicamente la strada per rivedere le relazioni con la Russia e la questione degli arresti a Ekaterinburg, o la storia dell’aereo precipitato ad Aktau» – il volo Baku-Groznyj precipitato in Kazakhstan del dicembre 2024: il governo azero accusa Mosca di averlo abbattuto con un missile terra-aria, mentre erano in corso voli di droni ucraini sopra l’aeroporto di Groznyj – «sono piuttosto dei pretesti, dal momento che il percorso ostile nei confronti della Russia e il sostegno all’Ucraina risalgono a molto prima».
Più diretto l’attivista sindacale kazakho Ajnur Kurmanov che, su PolitNavigator, afferma apertamente che «il via libera è stato dato: Aliev si è smascherato come agente di Ankara e Londra» per provocare instabilità ai confini meridionali della Russia.
In particolare, l’intelligence azera avrebbe fornito a Kiev informazioni sul sistema di sicurezza delle infrastrutture di trasporto russe e sulla successiva risposta del FSB agli attacchi dei droni ucraini: pare che il taglio dei «tentacoli spionistici abbia causato tale isteria da parte azera», da provocare la reazione di cui si diceva all’inizio e che potrebbe addirittura portare alla rottura dei rapporti diplomatici con Mosca.
È ovvio, afferma Kurmanov, che sia di vitale interesse per Baku la prosecuzione della guerra in Ucraina, dato che la sconfitta di Kiev colpirebbe i piani di «ulteriore assorbimento del “Azerbajdžan occidentale” armeno e le ambizioni a diventare il principale motore della politica occidentale e turca in Asia centrale. Così che si sta facendo tutto il possibile e l’impossibile per complicare» le cose alla Russia.
Ecco che oggi Baku cerca di imporre agli altri membri dell’Organizzazione degli Stati Turchi (OTG: Azerbajdžan, Kazakhstan, Kirghizstan, Turchia, Uzbekistan) la metodologia turco-britannica, per eliminare il loro campo informativo da media e organizzazioni russe, adottando «leggi discriminatorie e arrestando i sostenitori dell’integrazione. Tutta questa attività russofoba è coordinata da un unico centro, e l’Azerbajdžan funge da locomotiva del processo».
In generale, però, Aliev non si sarebbe impegnato proprio ora in uno scontro aperto se non avesse concordato le mosse con Ankara e non si fosse assicurato il sostegno di Londra. Secondo Kurmanov, l’Azerbajdžan verrebbe utilizzato da turchi e britannici come «un ariete per creare un saliente di tensione a sud, con l’obiettivo di salvare l’Ucraina e cacciare la Russia da Transcaucasia e Asia centrale».
Ciò sarebbe confermato dagli ultimi eventi in Armenia, che sta «diventando un protettorato della Turchia e dell’Occidente, mentre la NATO sta ottenendo un corridoio senza ostacoli verso il mar Caspio e l’Asia centrale».
Di fatto, è in corso la formazione di un nuovo fronte per sfrangiare le «risorse militari di Mosca e creare una catena di stati ostili lungo il perimetro dei suoi confini meridionali, stringendola in un anello di accerchiamento».
Per mano di Baku potrebbe venir «bloccata la rotta geostrategica Nord-Sud», mentre Kazakhstan e Asia centrale, nel quadro del blocco politico-militare del OTG, potrebbero chiudere i loro territori alle «comunicazioni con il Sud-est asiatico; verrebbero così bloccate anche quelle con l’Iran, vero alleato di Mosca, il che renderebbe più facili i compiti di Israele e Stati Uniti».
E se Kurmanov disquisisce in particolare delle possibili conseguenze delle azioni azere, è ancora Boris Rožin che indica i passi di Mosca da lui considerati più appropriati per ridurre Baku alla ragione politica.
Da tempo, l’Azerbajdžan si considera una potenza regionale, dice Rožin: la vittoria in Karabakh, la crescita della potenza militare, il sostegno della Turchia; tutto ciò rafforza le sue ambizioni. I rapporti con Mosca sono «formalmente cordiali, ma in realtà stanno scivolando sempre più verso la freddezza».
Qualsiasi incidente potrebbe diventare un fattore scatenante, che sia un’operazione anti-crimine in Siberia, o un attacco missilistico russo a una raffineria di petrolio in Ucraina importante per Baku: anzi, proprio la «distruzione delle raffinerie potrebbe essere la vera ragione dell’isteria azera. Pare che la raffineria di Kremenchug fosse rifornita con petrolio azero “Azeri Light”»; produceva ultimamente circa 500.000 tonnellate, mentre la sua capacità prebellica era intorno ai 3 milioni.
A giugno, è stata definitivamente distrutta da diversi attacchi aerei; colpita anche la raffineria di Drogobichskij, di capacità comparabile. Da ciò, ne sarebbe rimasto svantaggiato l’Azerbajdžan, che vende il petrolio all’Ucraina.
Dunque, si interroga Rožin, quali potrebbero essere le mosse di Mosca, in caso di escalation, per proteggere i propri interessi senza arrivare a uno scontro militare? Non ci si dovrebbe scusare per l’intervento della polizia a Ekaterinburg e nemmeno alzare la polemica per la chiusura di “Sputnik Azerbajdžan”: a volte, i «canali chiusi sono molto più efficaci. Mosca, dovrebbe dare invece un segnale freddo e chiaro: “Questa è una questione interna. Continuate così, non finirà bene”».
Se Baku usa la diaspora azera come leva di pressione, la Russia ha una risposta simmetrica: «rafforzamento dei controlli su mercati, logistica, edilizia», in cui si muovono i “biznesmeny” azeri in Russia; ispezioni, misure fiscali e sanitarie, ripulisti legale dei legami criminali. «Il messaggio è trasparente: gli affari delle vostre élite sono qui. E sono vulnerabili».
Inoltre, se l’Azerbajdžan, come riconosce Kurmanov, è un anello chiave nel “corridoio Nord-Sud”, Mosca deve dimostrare di disporre di un’alternativa, attraverso mar Caspio, Iran, Turkmenistan, pur più impervia, ma «possibile, con rotte di bypass, investimenti nei porti, nuovi mezzi: tutto ciò riduce il potenziale di ricatto di Baku. Gli imprenditori azeri in Russia sono influenti e ricchi, dice Rožin; il loro interesse è la stabilità delle relazioni». Attraverso segnali informali, essi stessi potrebbero far capire a Baku che il confronto è un rischio per il patrimonio e la reputazione: ciò sarebbe più convincente di qualsiasi nota diplomatica.
C’è di più: la Turchia è un partner dell’Azerbajdžan, ma non è favorevole ai conflitti con la Russia; l’Iran è più dalla parte di Mosca; l’India è a favore della logistica e della stabilità. Coordinando le azioni con questi paesi, «Baku può essere privata del suo senso di impunità. E, soprattutto, si può dimostrare che l’isolamento non minaccia Mosca», ma Aliev stesso.
Non sarebbe la prima volta che Baku ritorna sui propri passi, cercando il riavvicinamento a Mosca. D’altronde, la situazione in tutta l’area è lungi dall’essere tranquilla, come testimonia anche la vicenda armena per cui, ovviamente, UE-NATO puntano il dito su Mosca. È tutto in movimento.
Bibliografia
https://colonelcassad.livejournal.com/9926683.html
https://www.kp.ru/daily/27719/5107980/
https://politnavigator.news/azerbajjdzhan-davno-i-sistemno-vedjot-politiku-protiv-rossii-ehkspert.html
https://politnavigator.news/otmashka-poluchena-aliev-vskrylsya-kak-agent-na-zadanii-ankary-i-londona.html
Fonte
17/01/2025
Georgia - La UE finanzia i media “indipendenti”
La vicenda della Georgia, dopo le elezioni che hanno visto la vittoria del partito Sogno Georgiano e il disconoscimento dei risultati da parte delle opposizioni e dell’ormai ex presidente Salomé Zourabichvili, ha preso i contorni delle scontro internazionale giocato attraverso gli strumenti della guerra ibrida.
Alle proteste di piazza si sono affiancate le dichiarazioni di condanna dei vertici occidentali e l’inasprimento del regime dei visti – da parte di USA e paesi baltici – per i funzionari georgiani. Intanto, Tbilisi ha messo in pausa il processo di adesione alla UE, e di conseguenza il tema è rientrato anche nel dibatitto intorno ai possibili nuovi membri della Comunità Europea.
Marta Kos, commissaria all’Allargamento, in audizione alla Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, si è infatti espressa sui candidati ad entrare nella UE. Ha innanzitutto ricordato i limiti di un percorso che vede almeno 150 decisioni da prendere all’unanimità, rendendo dunque necessaria un’ampia collaborazione tra tutti gli stati membri.
Ha ovviamente accennato all’Ucraina, al Montenegro e alla Moldavia, della quale la vita politica, a suo avviso, è fortemente condizionata da influenze russe. Ma se per questi paesi, per ora, il processo di adesione continua, la Georgia rappresenta il caso in cui “possono verificarsi anche battute d’arresto”, ha detto.
Ovviamente, questo ha portato anche a congelare i fondi europei di cui Tbilisi aveva fino ad oggi goduto. “La Commissione – ha specificato – ha già trattenuto più di 100 milioni di euro di finanziamenti, a diretto beneficio delle autorità georgiane, e stiamo valutando ulteriori riassegnazioni”.
Proprio la questione delle riassegnazioni ha assunto i contorni dell’idiozia che siamo ormai fin troppo abituati a vedere nell’Occidente in crisi. Di questi milioni bloccati, infatti, 8,5 sono già stati riallocati verso “organizzazioni della società civile e media indipendenti”, e altri 7 potrebbero essere ridestinati ad “attività di comunicazione”.
L’obiettivo è quello di contrastare “la disinformazione diffusa dalla leadership di Sogno Georgiano”. Si tratta, insomma, di un imponente intervento straniero sui media, e dunque sulla dialettica politica del paese caucasico: proprio quel tipo di “influenza straniera” che era al centro delle limitazioni della legge approvata da Tbilisi a maggio, e da cui sono originate le proteste sostenute dall’Occidente.
Non che l’opinione pubblica georgiana sia ferocemente anti-occidentale, anzi. Un sondaggio effettuato a fine 2023 dal National Democratic Institute (NDI), con sede a Washington e certamente non di simpatie filo-russe, ha registrato che quasi i tre quarti della popolazione del paese preferisce affiliarsi all’Occidente, quando si parla di politica estera.
Allo stesso tempo, però, la metà di questo 75% vuole mantenere buone relazioni con Mosca, per evidenti necessità di ‘buon vicinato’, se così vogliamo chiamarlo. Ma la logica che ormai governa le centrali imperialiste euroatlantiche non contempla più vie di mezzo: o si è completamente asserviti agli interessi occidentali, o si è dei nemici.
La sospensione dell’accordo per facilitare i visti tra UE e Georgia per i titolari di passaporti per il servizio diplomatico verrà votata definitivamente a fine gennaio. Un’altra mossa che serve, da parte di Bruxelles, a continuare il braccio di ferro verso il governo georgiano, in questa corsa all’escalation che non accenna a fermarsi.
Fonte
Alle proteste di piazza si sono affiancate le dichiarazioni di condanna dei vertici occidentali e l’inasprimento del regime dei visti – da parte di USA e paesi baltici – per i funzionari georgiani. Intanto, Tbilisi ha messo in pausa il processo di adesione alla UE, e di conseguenza il tema è rientrato anche nel dibatitto intorno ai possibili nuovi membri della Comunità Europea.
Marta Kos, commissaria all’Allargamento, in audizione alla Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, si è infatti espressa sui candidati ad entrare nella UE. Ha innanzitutto ricordato i limiti di un percorso che vede almeno 150 decisioni da prendere all’unanimità, rendendo dunque necessaria un’ampia collaborazione tra tutti gli stati membri.
Ha ovviamente accennato all’Ucraina, al Montenegro e alla Moldavia, della quale la vita politica, a suo avviso, è fortemente condizionata da influenze russe. Ma se per questi paesi, per ora, il processo di adesione continua, la Georgia rappresenta il caso in cui “possono verificarsi anche battute d’arresto”, ha detto.
Ovviamente, questo ha portato anche a congelare i fondi europei di cui Tbilisi aveva fino ad oggi goduto. “La Commissione – ha specificato – ha già trattenuto più di 100 milioni di euro di finanziamenti, a diretto beneficio delle autorità georgiane, e stiamo valutando ulteriori riassegnazioni”.
Proprio la questione delle riassegnazioni ha assunto i contorni dell’idiozia che siamo ormai fin troppo abituati a vedere nell’Occidente in crisi. Di questi milioni bloccati, infatti, 8,5 sono già stati riallocati verso “organizzazioni della società civile e media indipendenti”, e altri 7 potrebbero essere ridestinati ad “attività di comunicazione”.
L’obiettivo è quello di contrastare “la disinformazione diffusa dalla leadership di Sogno Georgiano”. Si tratta, insomma, di un imponente intervento straniero sui media, e dunque sulla dialettica politica del paese caucasico: proprio quel tipo di “influenza straniera” che era al centro delle limitazioni della legge approvata da Tbilisi a maggio, e da cui sono originate le proteste sostenute dall’Occidente.
Non che l’opinione pubblica georgiana sia ferocemente anti-occidentale, anzi. Un sondaggio effettuato a fine 2023 dal National Democratic Institute (NDI), con sede a Washington e certamente non di simpatie filo-russe, ha registrato che quasi i tre quarti della popolazione del paese preferisce affiliarsi all’Occidente, quando si parla di politica estera.
Allo stesso tempo, però, la metà di questo 75% vuole mantenere buone relazioni con Mosca, per evidenti necessità di ‘buon vicinato’, se così vogliamo chiamarlo. Ma la logica che ormai governa le centrali imperialiste euroatlantiche non contempla più vie di mezzo: o si è completamente asserviti agli interessi occidentali, o si è dei nemici.
La sospensione dell’accordo per facilitare i visti tra UE e Georgia per i titolari di passaporti per il servizio diplomatico verrà votata definitivamente a fine gennaio. Un’altra mossa che serve, da parte di Bruxelles, a continuare il braccio di ferro verso il governo georgiano, in questa corsa all’escalation che non accenna a fermarsi.
Fonte
30/12/2024
Georgia - Insediamento del nuovo presidente, quali scenari si aprono?
Si è infine insediato il nuovo presidente della Georgia, Mikheil Kavelashvili, eletto in maniera indiretta dal parlamento di Tbilisi lo scorso 14 dicembre. Tra le proteste di piazza, costellate di bandiere statunitensi ed europee, il processo elettorale cominciato a ottobre si è infine concluso, e per ora senza smottamenti istituzionali.
Salomé Zourabishvili, il capo di Stato uscente, ha infatti lasciato il palazzo presidenziale appena prima del giuramento di Kavelashvili. Ma ha anche continuato a ribadire che si considera come “l’unica leader legittima” del paese, in riferimento ai contestati risultati delle votazioni appena svolte.
Il 20 dicembre è stato presentato il rapporto finale dell’OCSE sulla situazione osservata nel giorno delle elezioni. E come già fatto presente nelle note preliminari già rilasciate, “dal punto di vista procedurale, il giorno delle elezioni è stato generalmente gestito in maniera ordinata” anche se ci sono state tensioni e anche casi di intimidazione.
Nulla comunque che renda illegittimo il voto, come sostenuto dalle opposizioni, e difatti la missione dell’Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) dell’OCSE si limita a consigliare alcune misure per rientrare in cosiddetti “standard internazionali“. Ma a vedere alcuni temi, è facile vedere l’ipocrisia.
L’offerta politica è stata amplia e inclusiva, e i candidati hanno potuto fare campagna liberamente, ma viene ad esempio sottolineato come l’orizzonte dei media sia altamente polarizzato… come se in Occidente non lo fosse. E ovviamente viene anche attaccata la legge sulle influenze straniere, oggetto di forti proteste pochi mesi fa.
Anche in questo caso è bene ricordare che la norma, più che all’omologa russa, è simile a quella statunitense o a quella introdotta dalla UE, anch’essa oggetto di ampie critiche da parte delle organizzazioni non governative. E ovviamente, in quest’ultimo caso, rimaste inascoltate.
Non bisogna dimenticare che alla missione dell’ODIHR in Georgia si sono aggregati anche rappresentanti dell’Assemblea parlamentare della NATO e del Parlamento Europeo. Non si può dunque certo dire che fosse una delegazione neutra, se si considera che il nodo centrale delle elezioni è stato proprio il rapporto con Mosca.
Lo stesso giorno della presentazione del rapporto, Zourabishvili ha parlato in audizione davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa e Politiche del Senato italiano, dopo aver parlato al Parlamento Europeo. I partiti sconfitti a ottobre e la presidente uscente hanno più volte chiesto un intervento delle potenze occidentali, ma per ora la questione rimane in sospeso.
Rimangono però due temi sul piatto che lasciano aperte le strade di un’ulteriore destabilizzazione del paese caucasico. Innanzitutto, il fatto che il consesso parlamentare non è stato ancora riconosciuto dalle opposizioni, e poi il fatto che Zourabishvili, postasi alla loro testa, si considera come unico capo di Stato legittimo.
Questa è una situazione che crea le basi per una sorta di governo alternativo e parallelo, magari “in esilio“, che se riconosciuto significherebbe rompere la continuità istituzionale per ora mantenuta. Insomma, ci sono le condizioni per aprire un disconoscimento totale degli attuali rappresentanti georgiani, se venisse considerato utile fare questo passo.
Ciò potrà avvenire – e questo è il secondo tema – solo se gli imperialisti occidentali valuteranno la propria capacità di influenzare la vita politica ed economica del paese sufficientemente solida, proprio attraverso le organizzazione non governative che sono state oggetto del provvedimento contestato mesi fa.
La situazione per ora rimane in stand by, ma nel precipitare degli eventi a livello mondiale le fondamenta di un ennesimo golpe istituzionale sono state poste. Il clima a Tbilisi va tenuto d’occhio.
Fonte
Salomé Zourabishvili, il capo di Stato uscente, ha infatti lasciato il palazzo presidenziale appena prima del giuramento di Kavelashvili. Ma ha anche continuato a ribadire che si considera come “l’unica leader legittima” del paese, in riferimento ai contestati risultati delle votazioni appena svolte.
Il 20 dicembre è stato presentato il rapporto finale dell’OCSE sulla situazione osservata nel giorno delle elezioni. E come già fatto presente nelle note preliminari già rilasciate, “dal punto di vista procedurale, il giorno delle elezioni è stato generalmente gestito in maniera ordinata” anche se ci sono state tensioni e anche casi di intimidazione.
Nulla comunque che renda illegittimo il voto, come sostenuto dalle opposizioni, e difatti la missione dell’Office for Democratic Institutions and Human Rights (ODIHR) dell’OCSE si limita a consigliare alcune misure per rientrare in cosiddetti “standard internazionali“. Ma a vedere alcuni temi, è facile vedere l’ipocrisia.
L’offerta politica è stata amplia e inclusiva, e i candidati hanno potuto fare campagna liberamente, ma viene ad esempio sottolineato come l’orizzonte dei media sia altamente polarizzato… come se in Occidente non lo fosse. E ovviamente viene anche attaccata la legge sulle influenze straniere, oggetto di forti proteste pochi mesi fa.
Anche in questo caso è bene ricordare che la norma, più che all’omologa russa, è simile a quella statunitense o a quella introdotta dalla UE, anch’essa oggetto di ampie critiche da parte delle organizzazioni non governative. E ovviamente, in quest’ultimo caso, rimaste inascoltate.
Non bisogna dimenticare che alla missione dell’ODIHR in Georgia si sono aggregati anche rappresentanti dell’Assemblea parlamentare della NATO e del Parlamento Europeo. Non si può dunque certo dire che fosse una delegazione neutra, se si considera che il nodo centrale delle elezioni è stato proprio il rapporto con Mosca.
Lo stesso giorno della presentazione del rapporto, Zourabishvili ha parlato in audizione davanti alle Commissioni riunite Esteri e Difesa e Politiche del Senato italiano, dopo aver parlato al Parlamento Europeo. I partiti sconfitti a ottobre e la presidente uscente hanno più volte chiesto un intervento delle potenze occidentali, ma per ora la questione rimane in sospeso.
Rimangono però due temi sul piatto che lasciano aperte le strade di un’ulteriore destabilizzazione del paese caucasico. Innanzitutto, il fatto che il consesso parlamentare non è stato ancora riconosciuto dalle opposizioni, e poi il fatto che Zourabishvili, postasi alla loro testa, si considera come unico capo di Stato legittimo.
Questa è una situazione che crea le basi per una sorta di governo alternativo e parallelo, magari “in esilio“, che se riconosciuto significherebbe rompere la continuità istituzionale per ora mantenuta. Insomma, ci sono le condizioni per aprire un disconoscimento totale degli attuali rappresentanti georgiani, se venisse considerato utile fare questo passo.
Ciò potrà avvenire – e questo è il secondo tema – solo se gli imperialisti occidentali valuteranno la propria capacità di influenzare la vita politica ed economica del paese sufficientemente solida, proprio attraverso le organizzazione non governative che sono state oggetto del provvedimento contestato mesi fa.
La situazione per ora rimane in stand by, ma nel precipitare degli eventi a livello mondiale le fondamenta di un ennesimo golpe istituzionale sono state poste. Il clima a Tbilisi va tenuto d’occhio.
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04/12/2024
Georgia - Continuano le proteste, evocato lo spettro di una nuova Euromaidan
Continuano le proteste in Georgia, e in particolare nella capitale Tbilisi, nel mezzo della profonda crisi nata dal non riconoscimento dei risultati elettorali di fine ottobre. Otto città sono state paralizzate dai manifestanti ed è stata bloccata la strada di acceso al porto di Poti, uno dei più importanti snodi del Mar Nero.
Negli scorsi giorni il ministro della Sanità Mikheil Sarjveladze ha reso noto che ci sono stati 37 feriti portati in ospedale, a cui si aggiungono 200 arrestati. Decine di diplomatici georgiani si sono dimessi in segno di protesta, tentando di allargare a livello internazionale l’eco delle proteste.
Sono continuati gli scontri di fronte al Parlamento, con barricate e lanci di molotov. Durante le manifestazioni è stato arrestato Zurab Japaridze, uno dei leader del partito di opposizione “Coalizione per il cambiamento”, l’ombrello sotto cui si sono riunite le sigle che contrastano il governo del partito Sogno Georgiano.
Sui media occidentali si continua a ricordare come secondo un sondaggio della fine dello scorso anno, condotto da un’organizzazione non governativa statunitense, l’International Republican Institute (IRI), l’80% dei georgiani vorrebbe entrare nella UE. E perciò sembrano delineare uno scenario in cui l’intero paese è tenuto in ostaggio dall’esecutivo.
Ma oltre al fatto che il sondaggio è abbastanza datato e che le elezioni hanno visto come elemento centrale proprio il posizionamento geopolitico – sembra difficile, dunque, che oltre la metà dei votanti abbiano scelto l’opzione definita alle nostre latitudini come “filo-russa” – l’IRI è finanziato dal governo di Washington: non propriamente un attore neutrale.
Comunque, va riscontrato che molti universitari sono scesi in piazza, mentre la presidente uscente Salomé Zourabichvili ha chiesto anche agli studenti delle scuole di affiancare e solidarizzare con le proteste. Intanto, ha anche affermato che non lascerà il suo incarico perché “le elezioni sono rubate. Non sono riconosciute da nessuno, ci confrontiamo con un regime che viola la legge costituzionale”.
Il 14 dicembre sarà eletto dal Parlamento appena insediatosi il nuovo Presidente, che entrerà in carica il 29 dicembre. Alla volontà espressa dalla Zourabichvili di non dimettersi fino a nuove elezioni, il primo ministro Irakli Kobakhidze ha risposto mettendola in guardia dall’operare una tale rottura del sistema istituzionale del paese.
Del resto, nonostante le pressioni e tensioni riscontrate, è stata la stessa OCSE alla fine a riconoscere l’assenza di truffe su larga scala, mentre Zourabichvili si era già rifiutata di essere interrogata per mostrare prove dei brogli. Ora, anche la Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi, e si cominciano a notare perciò i sintomi di una certa deriva verso una soluzione oltre il recinto della legalità.
Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato: “abbiamo visto eventi simili in diversi Paesi. Il più diretto parallelo che si può tracciare è con gli eventi di Maidan in Ucraina”. Lo stesso Kobakhidze ha parlato di “ucrainizzazione” della Georgia, e ha ribadito che Tbilisi non farà la stessa fine di Kiev.
Il ministro degli Esteri ucraino ha invece affermato che “il governo georgiano dovrebbe smettere di intimidire il suo popolo con il mito del cosiddetto ‘scenario ucraino’ e contemporaneamente implementare nella pratica uno scenario bielorusso”. A suo avviso, la sospensione dell’adesione al percorso di ingresso nella UE presentata come temporanea è assimilabile a quello che fece il governo di Kiev nel 2013.
Kaja Kallas, Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, ha parlato della possibile introduzione di sanzioni o di un inasprimento del regime dei visti. Intanto, hanno fatto da avanguardia i paesi baltici, che hanno deciso di sanzionare 11 funzionari georgiani, tra cui il ministro dell’Interno di Tbilisi.
Il dossier georgiano sarà sul tavolo dei ministri degli Esteri UE il prossimo 16 dicembre. Zourabichvili ha chiesto che Bruxelles “passi dalle parole ai fatti”, e che quindi si inasprisca la situazione, che sembra avvicinarsi sempre più a un punto di rottura. Bisognerà capire se questi “fatti” saranno davvero anche un’altra Euromaidan.
Fonte
Negli scorsi giorni il ministro della Sanità Mikheil Sarjveladze ha reso noto che ci sono stati 37 feriti portati in ospedale, a cui si aggiungono 200 arrestati. Decine di diplomatici georgiani si sono dimessi in segno di protesta, tentando di allargare a livello internazionale l’eco delle proteste.
Sono continuati gli scontri di fronte al Parlamento, con barricate e lanci di molotov. Durante le manifestazioni è stato arrestato Zurab Japaridze, uno dei leader del partito di opposizione “Coalizione per il cambiamento”, l’ombrello sotto cui si sono riunite le sigle che contrastano il governo del partito Sogno Georgiano.
Sui media occidentali si continua a ricordare come secondo un sondaggio della fine dello scorso anno, condotto da un’organizzazione non governativa statunitense, l’International Republican Institute (IRI), l’80% dei georgiani vorrebbe entrare nella UE. E perciò sembrano delineare uno scenario in cui l’intero paese è tenuto in ostaggio dall’esecutivo.
Ma oltre al fatto che il sondaggio è abbastanza datato e che le elezioni hanno visto come elemento centrale proprio il posizionamento geopolitico – sembra difficile, dunque, che oltre la metà dei votanti abbiano scelto l’opzione definita alle nostre latitudini come “filo-russa” – l’IRI è finanziato dal governo di Washington: non propriamente un attore neutrale.
Comunque, va riscontrato che molti universitari sono scesi in piazza, mentre la presidente uscente Salomé Zourabichvili ha chiesto anche agli studenti delle scuole di affiancare e solidarizzare con le proteste. Intanto, ha anche affermato che non lascerà il suo incarico perché “le elezioni sono rubate. Non sono riconosciute da nessuno, ci confrontiamo con un regime che viola la legge costituzionale”.
Il 14 dicembre sarà eletto dal Parlamento appena insediatosi il nuovo Presidente, che entrerà in carica il 29 dicembre. Alla volontà espressa dalla Zourabichvili di non dimettersi fino a nuove elezioni, il primo ministro Irakli Kobakhidze ha risposto mettendola in guardia dall’operare una tale rottura del sistema istituzionale del paese.
Del resto, nonostante le pressioni e tensioni riscontrate, è stata la stessa OCSE alla fine a riconoscere l’assenza di truffe su larga scala, mentre Zourabichvili si era già rifiutata di essere interrogata per mostrare prove dei brogli. Ora, anche la Corte Costituzionale ha respinto i ricorsi, e si cominciano a notare perciò i sintomi di una certa deriva verso una soluzione oltre il recinto della legalità.
Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato: “abbiamo visto eventi simili in diversi Paesi. Il più diretto parallelo che si può tracciare è con gli eventi di Maidan in Ucraina”. Lo stesso Kobakhidze ha parlato di “ucrainizzazione” della Georgia, e ha ribadito che Tbilisi non farà la stessa fine di Kiev.
Il ministro degli Esteri ucraino ha invece affermato che “il governo georgiano dovrebbe smettere di intimidire il suo popolo con il mito del cosiddetto ‘scenario ucraino’ e contemporaneamente implementare nella pratica uno scenario bielorusso”. A suo avviso, la sospensione dell’adesione al percorso di ingresso nella UE presentata come temporanea è assimilabile a quello che fece il governo di Kiev nel 2013.
Kaja Kallas, Alto rappresentante UE per gli Affari Esteri, ha parlato della possibile introduzione di sanzioni o di un inasprimento del regime dei visti. Intanto, hanno fatto da avanguardia i paesi baltici, che hanno deciso di sanzionare 11 funzionari georgiani, tra cui il ministro dell’Interno di Tbilisi.
Il dossier georgiano sarà sul tavolo dei ministri degli Esteri UE il prossimo 16 dicembre. Zourabichvili ha chiesto che Bruxelles “passi dalle parole ai fatti”, e che quindi si inasprisca la situazione, che sembra avvicinarsi sempre più a un punto di rottura. Bisognerà capire se questi “fatti” saranno davvero anche un’altra Euromaidan.
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01/12/2024
Cosa è successo in Abkhazia
Il presidente dell’Abkhazia, Aslan Bzhania si è dimesso dopo le violente proteste di piazza e i disordini nella capitale Sukhumi, che sono cessati solo con un accordo tra le autorità e l’opposizione. Il presidente si è dimesso, come richiesto dai manifestanti, ma ponendo loro una contro condizione: l’obbligo di lasciare pacificamente gli uffici governativi occupati e che i manifestanti avrebbero smesso di attaccare le istituzioni governative e fermato le proteste. Se ciò non fosse avvenuto Bzhania avrebbe ritirato la sua decisione. I manifestanti hanno accettato e ora si tratterà di capire chi altro, a livello governativo, lascerà il proprio incarico a seguito dei negoziati e chi guiderà le istituzioni, fino alle prossime elezioni presidenziali, dove il presidente dimissionario ha già dichiarato di voler partecipare.
La Repubblica dell’Abkhazia è uno stato parzialmente riconosciuto della regione transcaucasica, auto proclamato dopo il conflitto georgiano-abkhazo. La capitale della repubblica è la città di Sukhumi, la lingua ufficiale è l’abkhazo; il russo, insieme all’abkhazo, sono riconosciute come le lingue dello stato e delle altre istituzioni. La popolazione è di circa 240.000 persone.
L’indipendenza della repubblica è riconosciuta da 5 stati membri dell’ONU: Russia, Nicaragua, Venezuela, Nauru e Siria. Oltre all’Ossezia del Sud. Nei documenti delle Nazioni Unite, l’Abkhazia è considerata territorio della Georgia.
Nel 1990, la RSS dell’Abkhazia, fu trasformata in Repubblica socialista sovietica sovrana dell’Abkhazia; il nome moderno di Repubblica dell’Abkhazia è stato istituito ufficialmente il 23 luglio 1992.
Nell’estate del 1992, i disaccordi tra l’Abkhazia e la leadership georgiana si intensificarono, principalmente sulla questione costituzionale: in risposta alla decisione del Consiglio militare della Georgia di ritornare alla costituzione della Repubblica democratica georgiana del 1921, il Consiglio supremo dell’Abkhazia decretò il decadimento della Costituzione della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma dell’Abkhazia del 1978 e annunciò il ripristino della Costituzione (Legge Fondamentale) della RSS Abkhazia dell’anno 1925, che definiva costituzionalmente i rapporti contrattuali tra Abkhazia e Georgia. I disaccordi portarono a un conflitto armato, ricordato come la Guerra in Abkhazia del 1992-1993. Più di 230mila georgiani locali fuggirono dalla regione insieme all’esercito georgiano in ritirata. Dalla fine del 1993 iniziarono negoziati per accordi di pace sotto gli auspici dell’ONU, che sono tuttora in corso. Fu stabilito un contingente di mantenimento della pace della CSI. Nel 1994, rappresentanti dell’Abkhazia e della Georgia firmarono un accordo su una soluzione di pace.
L’indipendenza della Repubblica è stata proclamata dal Consiglio Supremo dell’Abkhazia con la nuova costituzione del 26 novembre 1994 e con la legge del 12 dicembre 1999, secondo i risultati del precedente referendum.
Dopo le proteste di queste settimane, le trattative sono durate oltre nove ore, poi è stato firmato un accordo con i manifestanti per risolvere la crisi politica, che ha incluso una clausola per le dimissioni del capo di stato Bzhania, il quale ha motivato la sua decisione “per il bene dell’Abkhazia e per preservare la stabilità e l’ordine costituzionale del Paese”.
Il 15 novembre il parlamento abkhazo ha annullato la riunione in cui i deputati avrebbero dovuto ratificare il documento. Ora le autorità dovrebbero discutere nuovamente i termini dell’accordo con i rappresentanti russi.
Dopo che gli oppositori hanno abbandonato la piazza antistante l’edificio governativo di Sukhumi, il leader del movimento di protesta e dell’opposizione abkhaza Adgur Ardzinba, ha dichiarato che “Siamo tornati in campo legale e agiremo nel quadro della Costituzione. Riteniamo che questa crisi politica sia ormai alle nostre spalle. Spero davvero che non si verifichino più eventi del genere nel nostro Paese”.
Allo stesso tempo, gli organizzatori delle manifestazioni hanno sottolineato che le loro azioni non erano dirette contro la Russia o per la messa in discussione dei rapporti con essa.
Questo è anche dimostrato dal fatto che nella piazza spesso si levavano slogan come “Russia! Russia!” o “Abkhazia! Russia!”. Uno dei leader della protesta ha dichiarato alla stampa: “Voglio dirvi qualcos’altro, voglio dirlo qui davanti a tutti manifestanti. Alcuni provocatori in alcuni media cercano di dire che qui si sono radunate forze anti-russe, questa è una completa menzogna”, ha detto in piazza.
Poi sul social dell’opposizione “Respublika” è stata pubblicata una dichiarazione ufficiale dell’opposizione in cui si affermava: “le azioni dei manifestanti non sono dirette contro le relazioni russo-abkhaze. Al contrario, noi, come opposizione, abbiamo sempre sottolineato l’importanza dei legami fraterni e strategici tra i nostri paesi… il presidente Bzhania ha cercato di utilizzare queste relazioni per i propri interessi personali, manipolandole per rafforzare il suo governo. Oggi i manifestanti si sono riuniti presso il palazzo del parlamento non per opporsi ai nostri alleati russi, ma per proteggere gli interessi nazionali dell’Abkhazia, le sue risorse naturali e ricchezze”, hanno dichiarato gli oppositori.
Quando si parla di “opposizione” in Abkhazia, va tenuto conto che è difficile identificare un partito o una coalizione che faccia da contrappeso alle autorità. L’Assemblea popolare, il parlamento unicamerale, conta 35 deputati, 30 dei quali non iscritti a partiti; se si oppongono alle politiche del governo, lo fanno a titolo soggettivo. A giudicare da chi ha firmato la dichiarazione al culmine delle proteste il 15 novembre (11 deputati), l’opposizione non è composta tanto da partiti politici quanto da organizzazioni pubbliche repubblicane (RPO) e tutte fortemente fondate su una profonda radice di identità nazionale e tradizionalismo. Ciò che viene chiamato “asuara”, o “abkhazismo”.
Secondo gli accordi firmati, oltre a Bzhania, dovrebbero dimettersi anche il primo ministro Alexander Ankvab e il capo dei servizi di sicurezza statali Dmitry Dbar. Il vicepresidente Badra Gunba è diventato il presidente ad interim dell’Abkhazia, in attesa che nella repubblica si tengano le elezioni anticipate del capo dello Stato.
Le proteste nella repubblica erano iniziate il 12 novembre contro un accordo di investimenti che l’Abkhazia aveva firmato con la Russia poche settimane prima, dove venivano assicurati vantaggi alle grandi aziende russe che intendevano fare affari in loco, in particolare, nel settore delle costruzioni e del turismo. Tra i vantaggi c’era l’esenzione fiscale.
L’opposizione abkhaza è stata da subito critica nei confronti di questo accordo, perché, secondo lei, la sua attuazione porterebbe alla costruzione su larga scala di appartamenti e altre infrastrutture che rovinerebbero le imprese locali, poiché la maggior parte dell’economia dell’Abkhazia è incentrata sul settore del turismo e i cittadini locali, potrebbero rimanere senza lavoro e mezzi di sussistenza.
L’accordo sugli investimenti tra Russia e Abkhazia prevedeva i seguenti vantaggi e misure di sostegno per gli investitori russi:
- esenzione per otto anni dai dazi doganali sull’importazione di materiali e attrezzature da costruzione, dal pagamento delle tasse sulle proprietà delle organizzazioni e sui profitti;
- aliquota dell’imposta sul valore aggiunto – 5% (metà dello standard);
- quota per i lavoratori stranieri, che gli investitori distribuiscono autonomamente;
- gli investitori iscritti dal governo della repubblica in un registro speciale ricevono un diritto preferenziale per fornire capacità energetica e connettersi alle reti di servizi e alle comunicazioni;
- l’investitore ha il diritto di utilizzare il terreno fornitogli dalle autorità dell’Abkhazia come garanzia per un prestito bancario.
Rispetto alla crisi abkhaza la Russia ha tenuto un atteggiamento estremamente cauto e di osservazione degli eventi. In precedenza, al culmine delle proteste, il presidente dell’Abkhazia aveva ricevuto il sostegno pubblico del ministero degli Esteri russo, la portavoce Maria Zakharova, la quale aveva definito l’opposizione, responsabile dell’escalation della crisi invitandola a tornare nel quadro della legalità. “Le forze di opposizione, purtroppo, non hanno ritenuto possibile risolvere le divergenze con il governo legittimo del paese attraverso un dialogo civile e reciprocamente rispettoso... Mosca non interferisce negli affari interni della repubblica e si aspetta che la situazione venga risolta esclusivamente con mezzi politici pacifici”, aveva affermato, per poi aspettare senza ulteriori commenti lo sviluppo degli eventi.
Il principale ricercatore dell’Istituto di studi internazionali russo MGIMO, Alexei Tokarev, ha spiegato che, una reazione così dura all’accordo sugli investimenti con la Russia è legata al fatto che gli investitori russi sono molto più potenti economicamente e strutturalmente delle imprese locali, e la reazione e le preoccupazioni degli abkhazi sono abbastanza razionali: “la differenza tra il potenziale economico dell’Abkhazia e della Russia è evidente, gli imprenditori russi che commerciano con essa lo sanno e a Mosca se ne parla anche pubblicamente come un aspetto favorevole ai loro interessi. Le reazioni sono realtà dell’Abkhazia e in questo non si dovrebbero cercare le macchinazioni dell’Occidente, della Georgia o della Russia. Considerando anche che la repubblica è piccola, tutti sono imparentati tra loro e le informazioni si diffondono rapidamente, possiamo dire che questa è una società facilmente risvegliabile e sensibile a interessi nazionali ma anche di sopravvivenza stessa della società abkhaza”.
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