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14/08/2025

Caucaso: contractors USA ai confini con l’Iran?

Armenia ed Azerbaijan hanno stretto un accordo sulla questione del cosiddetto corridoio di Zangezur o corridoio di Syunik per gli Armeni, ora comicamente ribattezzato “rotta di Trump per la pace e la prosperità internazionale”. Si tratta della striscia di terra che divide l’exclave di Naxçıvan, appartenente all’Azerbaijan, al resto del territorio azero, tramite la regione armena del Syunik, al confine con l’Iran.

Per anni, le frontiere fra i due paesi sono state chiuse a causa del conflitto secolare riesploso dopo caduta dell’URSS, rispetto al quale il garante del cessate il fuoco e, soprattutto della parte più debole, ovvero l’Armenia, era la presenza militare russa dispiegata sui confini ed in alcune infrastrutture armene strategiche. Il tutto per effetto di accordi trilaterali fra i paesi.

Da quando Nikol Pashinyan è diventato Primo Ministro dell’Armenia, nel 2018, come risultato della vittoria elettorale dopo una rivoluzione colorata denominata immancabilmente “rivoluzione di velluto”, l’obiettivo principale del governo di Yerevan è stato disfarsi della Russia come garante della propria sicurezza per integrarsi economicamente e militarmente nel campo euroatlantico, quale che fosse il prezzo da pagare.

E ed è stato un prezzo elevatissimo: fra il 2020 ed il 2023 l’Azerbaijan ha riconquistato militarmente tutti i territori della Repubblica dell’Artsakh, piccola enclave armena in territorio azero che costituiva uno stato di fatto, anche se non riconosciuto da nessuno. In conseguenza di ciò, le autorità dell’Artsakh sono state poste in arresto e la totalità della popolazione armena, anziani e disabili a parte, è stata sfollata.

In tali frangenti, la Russia non ha mosso un dito a causa dello stato dei rapporti con le nuove autorità armene. La scelta è stata di completa non ingerenza: Mosca non ha cercato di porsi come “garante della minoranza armeno – cristiana in Azerbaijan”, oppure di sfruttare la rabbia seguita allo sfollamento di massa dell’Artasakh per sostenere un movimento anti-Pashinyan, in modo da ristabilire i rapporti con Yerevan allo status precedente al 2018.

Ha semplicemente ridotto di molto la propria presenza militare, lasciando fare all’Azerbaijan. L’Armenia, infatti, dalla Federazione Russa non è percepita come una questione esistenziale al pari di quella dell’Ucraina e del Donbass.

Il problema di Pashinyan e della sua cricca di dilettanti allo sbaraglio è che anche i nuovi “garanti della sicurezza” occidentali (in particolare la Francia, con cui aveva stretto rapporti militari) hanno lasciato fare all’Azerbaijan, dal quale dipendono in larga parte per quanto riguarda le forniture energetiche; queste ultime, fra parentesi, non sono tutte originarie dal sottosuolo azero, ma sono spesso rivendute dalla Russia in una delle tante triangolazioni nate dopo le sanzioni occidentali per la guerra in Ucraina.

Le successive mire annessionistiche palesate da Baku nei confronti di un’Armenia abbandonata a se stessa sono state, appunto, rivolte verso il corridoio di Zangezur, con il pretesto della riunificazione del Naxçıvan con il resto del paese.

Qui sono intervenuti gli USA che, sfruttando anche l’assoluta incapacità francese ed europea di determinare alcunché nelle dinamiche dell’area, si sono posti come mediatori, giungendo ad un compromesso apparentemente, tortuoso, ampolloso e poco chiaro: il corridoio di Zangezur rimane formalmente sotto la sovranità armena, ma il suo utilizzo, a garanzia dei collegamenti fra Naxçıvan ed il resto dell’Azerbaijan, è appaltato ad un oscuro consorzio armeno-statunitense, che dovrebbe guidare la costruzione di infrastrutture energetiche e di trasporto, nonché garantire la sicurezza dei traffici.

La riunione fra i due primi ministri con Trump per firmare quest’accordo si è svolta alla Casa Bianca l’8 agosto, ed ha avuto tutto un corollario comico con la “dedica” al Presidente Usa nella ridenominazione dell’area e con il sostegno, promesso da Pashinyan e dall’omologo azero Alyev, alla sua nomination per il Premio Nobel della Pace.

Immediatamente è scattato l’allarme rispetto al possibile coinvolgimento sul terreno di personale militare statunitense, anche mercenario, dato che, come detto, parliamo del confine fra Armenia ed Iran.

Ali Akbar Velayati, consigliere di Khamenei per la politica estera, ha tuonato: “Il Caucaso è una delle regioni più sensibili al mondo e questa rotta non diventerà un corridoio in nome di Trump, ma un cimitero per i suoi mercenari... Riteniamo che anche la Russia sia strategicamente contraria alla creazione di questo corridoio”. Tuttavia L’Iran deciderà di proteggere la regione “con o senza la Russia”, ha aggiunto.

Più moderata è stata la reazione dei funzionari dell’esecutivo di Teheran, i quali hanno parlato semplicemente di “preoccupazioni per gli interventi stranieri”, in quella che è una dicotomia di voci che si ripete continuamente in Iran.

Le preoccupazioni dell’Ayatollah e del suo staff sembrano più che fondate in quanto la Repubblica Islamica sta già palesando, sugli oltre 600 km di confine con l’Azerbaijan, problemi di attività di spionaggio e sabotaggio per conto sionista, oltre che problemi minori di attività separatiste, riguardanti gli azeri etnici cittadini dell’Iran. Inoltre, nei giorni scorsi, è stato ufficialmente chiesto conto alle autorità di Baku circa l’utilizzo dello spazio aereo del paese durante l’aggressione sionista nella guerra dei 12 giorni. L’aggiunta di un altro hub spionistico, con personale USA, anche sulla porzione armena del confine costituirebbe un grave problema.

Mosca, da parte sua, continuando la sua politica di disimpegno da quel conflitto, ha ufficialmente benedetto l’intesa fra Armenia e Azerbaijan, con l’avvertenza che “l’intervento straniero potrebbe complicare la situazione del Caucaso”.

Per quanto riguarda Yerevan, in questi giorni, per rassicurare tutti, Iran compreso, sta cercando di minimizzare la portata dell’intesa in termini d’intervento diretto USA, smentendo di aver dato in affitto per 99 anni il corridoio in questione, come molti interpretano i termini reali dell’accordo: tutto avverrà nel rispetto della sovranità dell’Armenia e dei suoi confini, secondo Yerevan.

Tuttavia, quanto può essere credibile il governo armeno, che in precedenza ha sempre capitolato su tutta la linea, agli occhi di Russia, Iran e non solo?

Pashinyan, con quest’accordo, si sta giocando l’intera credibilità del suo progetto politico di integrazione nel blocco euro-atlantico, in quanto esso dovrebbe costituire la fine definitiva dei fattori che lo ostacolano, ovvero i contenziosi territoriali con l’Azerbaijan, e, più in generale, la diatriba storica con il “mondo turco”. Poco importa se ciò abbia comportato il sacrificio degli Armeni dell’Artsakh e la svendita di un’altra porzione del proprio territorio.

Peccato che, contestualmente all’intesa, Trump abbia sospeso una legge che proibiva l’invio di armi all’Azerbaijan.

Pashinyan, in definitiva, come tutti i capi delle rivoluzioni colorate, sembra pronto ai sacrifici più estremi pur di coltivare il “sogno europeo ed occidentale”, compresa la fine stessa della Repubblica di Armenia.

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21/09/2023

Nagorno-Karabakh - Tra disinformazione occidentale e disimpegno armeno

Questo titolo (di Repubblica, manco a dirlo. Il titolo dell'edizione a stampa è "L'Armenia capitola dopo 24 ore di guerra, il Nagorno ora è azero. Putin abbandona l'alleato, a Erevan folla in piazza: "Assassino". Tensioni al governo") è talmente tanto ingannevole che se esistesse ancora un Ordine dei Giornalisti sarebbe il caso che intervenisse a fare un po' di chiarezza.

L'Armenia non è stata "abbandonata da Putin" e non ha capitolato, perché non solo il Nagorno Karabakh non è Armenia, visto che nemmeno lei l'ha riconosciuto, ma soprattutto è Pashinyan ad avere abbandonato il Nagorno Karabakh, dichiarando mesi fa che faceva parte dell'Azerbaijan e non muovendo un dito in sua difesa (e come avrebbe potuto, dopo quelle dichiarazioni e dopo non averne riconosciuto l'indipendenza?). E "assassino" e "dimissioni" la folla della foto, che sta davanti al palazzo del Governo a Erevan, lo grida a Pashinyan e non a Putin: gli insulti a Putin, se uno vuole, si possono sentire ogni giorno e ogni notte davanti all'ambasciata russa ma non in Piazza dell'Indipendenza adesso, e anche nell'articolo l'unico che ce l'ha con Putin da quelle parti è "Yuri Gayane, 22 anni", che martedì sera era appunto a manifestare davanti l'ambasciata russa e viene cazziato da "Sarhat Hakobyan, bancario di 42 anni".

Insomma, per i giornalisti nostrani non c'è differenza tra Artsakh e Armenia, l'Azerbaijan ha invaso l'Armenia, e Putin non è intervenuto in sua difesa. Del resto alla controffensiva ormai non ci crede manco più Iacoboni, la Polonia ha dichiarato tramite il suo primo ministro che non fornirà più armi a Kiev visto che deve pensare a sé stessa, un bel po' di parlamentari USA si stanno sganciando apertamente, all'ONU Lavrov era come al solito la reginetta del ballo con la folla fuori la sua stanza delle riunioni, e qualcosa ci si deve dunque inventare - quindi ben venga "Putin assassino dell'Armenia", mentre del moderatissimo e benevolo Aliyev niente di male si può dire visto che ci fornisce il suo gas e quindi lui deve essere buono, dato che noi la roba dai cattivi non la compriamo.

Venendo alla realtà delle cose, oggi è cominciato il vertice, se così possiamo chiamarlo, tra autorità militari e civili dell'Artsakh e azere. Nella stanza c'è solo la bandiera azera, ovviamente, visto che la Repubblica dell'Artsakh non esiste nemmeno per l'Armenia. Non credo sia un caso (conoscendo appunto il benevolo Aliyev che non c'entra assolutamente nulla con tutta questa storiaccia ordita da Putin) che il tutto si tenga il 21 settembre, giorno in cui in Armenia si celebra l'indipendenza.

La popolazione dell'Artsakh però non deve avercela poi troppo coi russi assassini, visto che ormai i rifugiati nelle basi russe sono più di 5000, come riportato anche nell'articolo di Anna Lombardi. Chissà se i nuovi amici di Pashinyan manderanno qualche aiuto. Non so perché, ma ne dubito: molto meglio dare la colpa dell'ovvio, futuro collasso umanitario alla Russia senza muovere un dito. In fondo chi gli ha mai promesso niente, a Pashinyan? Ma che vuole, chi lo conosce? Intanto, proprio alcuni soldati russi, per la precisione cinque, sono rimasti uccisi ieri quando l'auto sulla quale si spostavano è stata colpita dall'artiglieria azera. Aliyev si è mortificato, si è scusato, e ha promesso indagini e compensazioni alle famiglie delle vittime.

PS - e stavolta invece applausi a Di Feo per questo articolo. Indovinate un po' con chi è in contatto l'Azerbaijan per nuove forniture di armi? Con noi, che però non potremmo vendergliele perché è in guerra. E allora che problema c'è, cambiamo le regole. Colpa di Putin pure questo, noi non c'entriamo nulla.

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20/09/2023

Fine della contesa sul Nagorno-Karabakh?

di Francesco Dall'Aglio

Alle 13 ora locale è entrato in vigore il coprifuoco, mediato dal contingente russo, tra le autorità dell'Artsakh e le truppe azere. Le richieste formulate dal governo dell'Azerbaijan come condizione per la fine della "operazione antiterrorismo" sono state sostanzialmente accolte in toto: le formazioni militari dell'Artsakh saranno disarmate e sciolte e domani le autorità si incontreranno a Yevlakh, in territorio azero, per concordare il pieno reintegro del Nagorno Karabakh sotto la sovranità azera e le garanzie di sicurezza per la popolazione armena. Popolazione che non si fida molto (e probabilmente fa bene) e che si sta rifugiando nelle basi russe o nell'aeroporto di Stepanakert, dove c'è un contingente russo. Al momento le autorità russe comunicano la presenza nelle loro basi di 2621 civili armeni.

Pashinyan, intanto, continua la sua politica che definire ambigua è poco, scaricando la responsabilità dell'intera situazione sulla Russia. Ieri aveva comunicato che l'Armenia non era implicata in alcun modo nella questione dell'Artsakh e, dopo l'inizio delle proteste contro di lui, parte dei suoi sostenitori avevano inscenato una contro-protesta, ovviamente sotto l'ambasciata russa. Oggi, dopo avere dichiarato in un'altra diretta Facebook (alla De Luca, diciamo) che la Russia non è amica dell'Armenia e che l'Armenia non ha preso parte ai negoziati tra Arsakh e Azerbaijan (mi sfugge il nesso tra le due cose), ha aggiunto che ora tocca ai peacekeepers russi assumersi la responsabilità di proteggere la popolazione dell'Artsakh e garantire che possano vivere tranquilli sotto il governo azero senza discriminazioni. Stranamente non ha però chiamato in causa né gli USA, i cui soldati hanno lasciato il paese dopo le esercitazioni congiunte, né gli altri paesi occidentali con i quali si è consultato ieri, primo fra tutti la Francia. La traiettoria futura della sua carriera politica resta abbastanza incerta e non saranno le manifestazioni sotto l'ambasciata russa a Erevan che lo metteranno al riparo da un'opposizione che, al di là dei cortei in piazza, presto gli chiederà conto in Parlamento di quanto successo e del fatto che i "nuovi amici" non hanno mosso un dito, come era ovvio, dopo che dal 2018 a questa parte non ha fatto altro che mettersi contro i "vecchi" i quali, molto diplomaticamente (Zacharov) e col solito stile (Medvedev) gli hanno ricordato ieri che, come dice il nostro proverbio, ognuno dorme nel letto che si è fatto.

Repubblica, come era ovvio aspettarsi, si è unita in pompa magna al treno anti-russo, come se di questa tragedia immane l'unica cosa che conti sia questa, con ben due articoli. Il primo, "Nagorno Karabakh, l’analista Frappi: “Mosca che sta a guardare è la minaccia più grande per gli alleati di Erevan” è, al di là del titolo, molto bilanciato e non assegna nessuna responsabilità.

Il secondo un'intervista a Marut Vanyan, giornalista abbastanza schierato, è di tenore ben diverso a partire dal titolo: "Le voci dal Nagorno Karabakh, nei rifugi a Stepanakert con le bibbie e i video: “I russi ci hanno tradito” e dalla conclusione: "... gli abitanti di Stepanakert non sanno cosa aspettarsi dal futuro e si sentono abbandonati dal mondo e soprattutto dalla Russia. Quando la gente parla dei peacekeepers russi li ricopre di insulti" continua Vanyan. "In molti si aspettavano che avrebbero garantito la pace ed ora che veniamo bombardati non fanno nulla. È difficile pensare che non fossero al corrente di questo attacco. Sono qui ma è come se non ci fossero". Colpa della Russia, quindi, in un articolo nel quale Vanyan riesce a non nominare mai Pashinyan e il fatto che l'Armenia in primis non ha mai riconosciuto l'indipendenza dell'Artsakh.

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