Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Francesco Dall'Aglio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francesco Dall'Aglio. Mostra tutti i post
25/09/2026
23/04/2026
Dopo il voto in Bulgaria tra Ue, Nato e dialogo con Mosca
di Francesco Dall’Aglio
Alle 15 del 20 aprile la commissione elettorale della Bulgaria ha comunicato di avere ultimato lo spoglio del 100% dei voti delle elezioni parlamentari tenutesi il 19, confermando la vittoria schiacciante e mai in discussione del neonato partito dell’ex-Presidente della Repubblica Rumen Radev, dimessosi dalla carica a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato proprio per potersi presentare alle elezioni. La sua formazione, “Progresivna Balgarija” (Bulgaria Progressista) ha ottenuto il 44,59% dei voti, staccando senza possibilità di appello sia la coalizione di centrodestra GERB-SDS guidata da Boyko Borisov, politico di lunghissimo corso e per anni dominatore pressoché indiscusso della politica bulgara che in queste elezioni ha raccolto solo il 13,38%, sia i liberali “europeisti” del PP-DB (Prodalžavame Promjanata – Demokratična Balgarija, “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica”) con il 12,61% dei voti. Ancora più staccato il DPS del discusso Deljan Peevski con il 7,12% e, appena sopra la soglia di sbarramento, il partito nazionalista Vazraždane (“Risorgimento”) col 4,25%. Altri partiti nazionalisti come Veličie o Meč sono rimasti fuori, così come il Partito Socialista che gli exit poll davano invece tra il 5 e il 7%.
Non è stato questo l’unico dato non corretto dei primi sondaggi: se la vittoria di Progresivna Balgarija non era in discussione, e mai lo era stata nemmeno per i sondaggi in campagna elettorale, la formazione di Radev era accreditata del 34-38%, dato ampiamente superato, e PP-DB era considerato il secondo partito anche se la forbice che lo separava da GERB era molto piccola. Anche il numero di votanti era stato sovrastimato al 60% mentre in realtà si è attestato al 50,2%, un dato comunque straordinario se pensiamo che alle elezioni dell’ottobre 2024 aveva toccato appena il 38,81%.
La vittoria di Radev è stata dunque schiacciante e soprattutto trasversale. Chi pensava che le generazioni più giovani avrebbero votato a maggioranza per i partiti liberali si è dovuto ricredere anche se, come era prevedibile, i maggiori consensi Radev li ha ottenuti nelle fasce di età più alte. Il dato più importante, ad ogni modo, è che Progresivna Balgarija otterrà 130 o 131 seggi parlamentari su 240 e potrà quindi governare da sola senza dover mettere in piedi una coalizione con forze diverse. Proprio questo era stato il motivo principale dell’estrema instabilità politica della Bulgaria, che negli ultimi cinque anni è andata alle urne otto volte: nessun partito e nessuna coalizione aveva mai ottenuto una maggioranza indiscussa ed era sempre stato costretto ad alleanze estemporanee e transitorie con altre forze politiche, a volte anche di orientamento diametralmente opposto, con le conseguenze ovvie di non riuscire mai a portare a termine una legislatura. L’ultimo caso aveva portato alle dimissioni del governo l’11 dicembre 2025 senza che si fosse riusciti ad approvare la finanziaria per l’anno successivo. Si immaginava che anche Radev, nonostante il sostegno che si evinceva dai sondaggi, non si sarebbe potuto sottrarre a questo destino, tanto che ci si chiedeva quale partito avrebbe potuto entrare in coalizione con Progresivna Balgarija dato che lui stesso aveva escluso ogni possibilità di dialogo con i liberali e Borisov, fino alla sera del 19, si era dichiarato contrario a sostenerla facendo beffardamente gli auguri a Radev dopo i primi exit poll e dichiarando che una cosa è vincere le elezioni e tutt’altra è formare un governo. Almeno questo problema sembrerebbe superato, considerando anche l’ostilità reciproca che separa le altre formazioni politiche, ed è proprio la promessa di stabilità ad avere portato la grande maggioranza degli elettori a votare per l’ex-Presidente.
Rumen Radev è un personaggio non facilmente inquadrabile, soprattutto nella dicotomia pro-o anti-Russia che sembra, per i commentatori occidentali, essere l’unico discrimine per valutare la posizione di un candidato. La stampa occidentale pare essersi accorta di lui solo in questo senso, e solo dopo la sconfitta elettorale di Orbán, quando alcune testate (Politico, Daily Telegraph, Reuters, Atlantic Council)[1] hanno cominciato a chiedersi se, ricondotta l’Ungheria nei ranghi europeisti, non ci si dovesse aspettare la defezione della Bulgaria. Ex generale dell’aviazione, pilota di caccia, eletto Presidente con l’appoggio del partito Socialista che allora, nel 2017, aveva un peso politico ben maggiore di quello odierno, Radev ha sempre proiettato l’immagine di un uomo forte e determinato ma al contempo calmo e riflessivo, molto lontano dalle spacconate e dagli scandali che hanno spesso caratterizzato la scena politica bulgara negli anni della democrazia. La sua seconda presidenza lo ha visto molto più attivo, in una direzione che è stata spesso classificata come “filorussa”. Si è opposto alle sanzioni alla Russia, ha rimarcato quanto il paese fosse dipendente dal petrolio e dal gas russi, si è opposto all’invio di armamenti all’Ucraina (ma non all’invio di materiale umanitario) e ha detto più volte, in campagna elettorale e anche nel discorso successivo alla sua vittoria, che con la Russia bisognerà riprendere il dialogo. Viene accusato anche di atteggiamenti “antieuropeisti” per aver proposto un referendum sull’introduzione dell’Euro (che in precedenza era osteggiata solo dai partiti della destra populista che l’avevano monopolizzata) e per i suoi numerosi screzi con i partiti “europeisti” durante i suoi mandati presidenziali.
In realtà la sua posizione è molto più sfumata di quanto si possa credere, al di là della sua difesa, che potrebbe parere semplice retorica, di non essere né filorusso né antieuropeista ma semplicemente filobulgaro. La sua ricerca di un dialogo con la Russia parte da una costatazione piuttosto evidente, ovvero che la Bulgaria dipende in larga misura dalla Russia per le sue necessità energetiche: non solo riguardo al petrolio e al gas, ma anche alle sue centrali nucleari che sono state costruite durante il periodo socialista e successivamente rimodernate dalla Rosatom. Perdere la Russia come partner energetico sarebbe per la Bulgaria un problema economico di non piccolo conto e trovare alternative, come nel caso dell’Ungheria, non è una cosa semplice, senza considerare i problemi ulteriori che la crisi iraniana ha creato e creerà nel futuro. Il progressivo disaccoppiamento dalle fonti energetiche russe, che i governi precedenti hanno incominciato, ha portato aumenti in bolletta stimati intorno al 20%. Le difficoltà si ripercuotono anche sui comparti produttivi e il rilancio dell’economia bulgara è tra le priorità del programma del suo partito, rilancio che non potrà ripartire senza un approvvigionamento energetico costante, garantito e, se possibile, economico. Questo, a suo dire, non vale solo per la Bulgaria ma per l’Europa tutta: come ha affermato nel suo discorso la sera del 19 aprile, “se vogliamo che l’Europa abbia autonomia strategica, deve ripristinare la sua competitività e arrestare il processo di deindustrializzazione. L’Europa deve riflettere seriamente su come garantire le proprie risorse, perché senza risorse energetiche non si può parlare di competitività”[2]. Va inoltre tenuto presente che tra le attività produttive della Bulgaria c’è l’industria militare che produce, quasi unica al mondo, proiettili d’artiglieria ancora di calibro non-NATO, buona parte dei quali sono stati inviati, direttamente o indirettamente, in Ucraina, e che la Rheinmetall ha stabilito una joint venture con la fabbrica VMZ per impiantare a Sopot una grande fabbrica di munizioni di calibro NATO e di polvere da sparo, di cui in Occidente c’è grande scarsità.[3] Rinunciare a questi asset economici è assolutamente impossibile. Solo la fabbrica Rheinmetall-VMZ darà lavoro, a pieno regime, a più di mille persone, senza considerare le altre imprese che lavorano su commesse della NATO e senza contare che tra i vari punti del piano di sviluppo economico proposti da Radev vi è anche la modernizzazione delle forze armate bulgare e l’incremento della loro interoperabilità con le altre forze NATO.
I suoi detrattori, naturalmente, considerano queste solo scuse e hanno cercato più volte di presentarlo, sia all’opinione pubblica bulgara che a quella europea, come un amico di Putin. Il momento di maggiore scontro è stato senza dubbio il 30 marzo, quando una delegazione governativa di altissimo livello, comprendente il Primo Ministro ad interim Andrey Gyurov e i ministri, sempre ad interim, degli Esteri, Difesa, Trasporti e Telecomunicazioni, Istruzione ed Energia si è recata a Kiev. La delegazione ha firmato con l’Ucraina un accordo di sicurezza decennale e un protocollo di intesa sulla produzione congiunta di droni, in linea con quanto fatto in quei giorni da Germania, Gran Bretagna e Italia. La delegazione ha inoltre accettato di discutere il trasferimento dei reattori della centrale nucleare di Belene, che l’Ucraina ha più volte richiesto per poter sostituire alcuni reattori delle sue centrali senza dovere richiedere l’assistenza della Rosatom.[4] Come era facile prevedere le decisioni del governo ad interim, senza discussione parlamentare e a poco più di due settimane dal voto, hanno provocato una gran quantità di polemiche sia per ciò che riguarda la dimensione militare che, soprattutto, quella energetica, tanto che tre giorni dopo il viceministro degli Esteri ad interim, Marin Raykov, si è affrettato a dichiarare in televisione che l’accordo era più che altro una dichiarazione politica di sostegno all’Ucraina che non impegnava davvero il paese in alcuna direzione concreta.[5] L’impressione di una tentata imboscata ai danni di Radev, i cui consensi aumentavano sempre più nei sondaggi, è stata molto forte e probabilmente si è rivelata negativa per le formazioni “europeiste”.
La questione ucraina, ad ogni modo, non ha pesato più di tanto nelle intenzioni di voto, se non in quelle di chi comunque non avrebbe votato per Radev. Ben più importante per l’elettorato è stata una serie di questioni sottovalutate sia dai commentatori occidentali che, apparentemente, dalle stesse forze “europeiste” bulgare e invece di importanza fondamentale: la lotta alla corruzione, che almeno a parole ogni partito intende portare avanti, la fine delle precedenti “oligarchie politiche”, con chiaro riferimento a Borisov e Peevski, e soprattutto la preoccupazione e il disorientamento nei riguardi della situazione economica del paese, che il passaggio all’Euro ha reso ancora più grande. Il 3 aprile il Ministero delle Finanze ha confermato che i timori sono più che concreti, pubblicando i dati relativi al primo trimestre del 2026. Sono dati certamente allarmanti: un deficit di bilancio di 1,5 miliardi di € a fronte di un bilancio in attivo da molto tempo, un aumento apparentemente incontrollabile di tutte le voci di spesa pubblica e un aumento dell’inflazione che, stimato attorno al 4%, viaggia invece almeno sull’8%. Il Ministro ad interim Georgi Klisurski ne ha approfittato per mettere ancor più pressione su Radev, ormai chiaramente considerato il vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, dichiarando che il prossimo governo avrebbe dovuto affrontare “decisioni difficili” e prendere in considerazione tagli alla spesa pubblica.[6] Il 14 aprile, infine, il Fondo Monetario Internazionale si è espresso negativamente sulle prospettive di crescita della Bulgaria, rivedendole al ribasso.[7] In queste condizioni pensare a Radev come al “nuovo Orbán” sembra francamente risibile. La Bulgaria, che è percettore netto di fondi dell’Unione Europea e uno dei paesi cardine dello schieramento NATO in Europa meridionale, oltre che come abbiamo visto uno dei suoi fornitori di armi, non può certamente permettersi di allontanarsi né da Bruxelles né dall’Alleanza Atlantica. Radev cercherà certamente di bilanciare la posizione del paese tra i due schieramenti per minimizzare le perdite e massimizzare i vantaggi restituendo alla Bulgaria il suo ruolo di ponte culturale tra le due metà dell’Europa ed evitando escalation che potrebbero coinvolgerla direttamente, cosa molto diversa dalle immaginarie posizioni “filorusse” che i suoi avversari politici gli attribuiscono.
Note
[1] https://www.politico.eu/article/hungary-viktor-orban-out-who-eu-next-disruptor-in-chief/; https://www.politico.eu/article/bulgaria-election-fighter-pilot-rumen-radev-political-deadlock-coalition-struggle/; https://www.telegraph.co.uk/news/2026/04/14/putin-loses-best-friend-orban/; https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/18/pro-putin-pilot-take-orbans-role-eu-nightmare-bulgaria/; https://www.reuters.com/world/europe/bulgaria-votes-pro-russian-former-president-leads-polls-2026-04-19/; https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/could-bulgaria-replace-hungary-as-putins-proxy-inside-the-eu/
[2] https://glasove.com/novini/radev-pobedihme-apatiyata-no-nedoverieto-v-balgarskata-politika-vse-oshte-e-golyamo
[3] https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2025/10/2025-10-28-rheinmetall-and-vmz-establish-joint-venture-cooperation-with-bulgaria
[4] https://bntnews.bg/news/gyurov-i-zelenski-podpisaha-v-kiev-10-godishno-sporazumenie-za-sigurnost-mezhdu-balgariya-i-ukraina-1386111news.html
[5] https://bntnews.bg/news/marin-raikov-sporazumenieto-s-ukraina-e-po-skoro-politicheska-deklaraciya-ne-sadarzha-nikakvi-konkretni-angazhimenti-1386715news.html
[6] https://www.mediapool.bg/finansoviyat-ministar-byudzhetat-e-na-avtopilot-news381982.html
[7] https://www.bta.bg/en/news/economy/1105323-imf-lowers-economic-growth-forecast-for-bulgaria
Fonte
Alle 15 del 20 aprile la commissione elettorale della Bulgaria ha comunicato di avere ultimato lo spoglio del 100% dei voti delle elezioni parlamentari tenutesi il 19, confermando la vittoria schiacciante e mai in discussione del neonato partito dell’ex-Presidente della Repubblica Rumen Radev, dimessosi dalla carica a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato proprio per potersi presentare alle elezioni. La sua formazione, “Progresivna Balgarija” (Bulgaria Progressista) ha ottenuto il 44,59% dei voti, staccando senza possibilità di appello sia la coalizione di centrodestra GERB-SDS guidata da Boyko Borisov, politico di lunghissimo corso e per anni dominatore pressoché indiscusso della politica bulgara che in queste elezioni ha raccolto solo il 13,38%, sia i liberali “europeisti” del PP-DB (Prodalžavame Promjanata – Demokratična Balgarija, “Continuiamo il cambiamento – Bulgaria Democratica”) con il 12,61% dei voti. Ancora più staccato il DPS del discusso Deljan Peevski con il 7,12% e, appena sopra la soglia di sbarramento, il partito nazionalista Vazraždane (“Risorgimento”) col 4,25%. Altri partiti nazionalisti come Veličie o Meč sono rimasti fuori, così come il Partito Socialista che gli exit poll davano invece tra il 5 e il 7%.
Non è stato questo l’unico dato non corretto dei primi sondaggi: se la vittoria di Progresivna Balgarija non era in discussione, e mai lo era stata nemmeno per i sondaggi in campagna elettorale, la formazione di Radev era accreditata del 34-38%, dato ampiamente superato, e PP-DB era considerato il secondo partito anche se la forbice che lo separava da GERB era molto piccola. Anche il numero di votanti era stato sovrastimato al 60% mentre in realtà si è attestato al 50,2%, un dato comunque straordinario se pensiamo che alle elezioni dell’ottobre 2024 aveva toccato appena il 38,81%.
La vittoria di Radev è stata dunque schiacciante e soprattutto trasversale. Chi pensava che le generazioni più giovani avrebbero votato a maggioranza per i partiti liberali si è dovuto ricredere anche se, come era prevedibile, i maggiori consensi Radev li ha ottenuti nelle fasce di età più alte. Il dato più importante, ad ogni modo, è che Progresivna Balgarija otterrà 130 o 131 seggi parlamentari su 240 e potrà quindi governare da sola senza dover mettere in piedi una coalizione con forze diverse. Proprio questo era stato il motivo principale dell’estrema instabilità politica della Bulgaria, che negli ultimi cinque anni è andata alle urne otto volte: nessun partito e nessuna coalizione aveva mai ottenuto una maggioranza indiscussa ed era sempre stato costretto ad alleanze estemporanee e transitorie con altre forze politiche, a volte anche di orientamento diametralmente opposto, con le conseguenze ovvie di non riuscire mai a portare a termine una legislatura. L’ultimo caso aveva portato alle dimissioni del governo l’11 dicembre 2025 senza che si fosse riusciti ad approvare la finanziaria per l’anno successivo. Si immaginava che anche Radev, nonostante il sostegno che si evinceva dai sondaggi, non si sarebbe potuto sottrarre a questo destino, tanto che ci si chiedeva quale partito avrebbe potuto entrare in coalizione con Progresivna Balgarija dato che lui stesso aveva escluso ogni possibilità di dialogo con i liberali e Borisov, fino alla sera del 19, si era dichiarato contrario a sostenerla facendo beffardamente gli auguri a Radev dopo i primi exit poll e dichiarando che una cosa è vincere le elezioni e tutt’altra è formare un governo. Almeno questo problema sembrerebbe superato, considerando anche l’ostilità reciproca che separa le altre formazioni politiche, ed è proprio la promessa di stabilità ad avere portato la grande maggioranza degli elettori a votare per l’ex-Presidente.
Rumen Radev è un personaggio non facilmente inquadrabile, soprattutto nella dicotomia pro-o anti-Russia che sembra, per i commentatori occidentali, essere l’unico discrimine per valutare la posizione di un candidato. La stampa occidentale pare essersi accorta di lui solo in questo senso, e solo dopo la sconfitta elettorale di Orbán, quando alcune testate (Politico, Daily Telegraph, Reuters, Atlantic Council)[1] hanno cominciato a chiedersi se, ricondotta l’Ungheria nei ranghi europeisti, non ci si dovesse aspettare la defezione della Bulgaria. Ex generale dell’aviazione, pilota di caccia, eletto Presidente con l’appoggio del partito Socialista che allora, nel 2017, aveva un peso politico ben maggiore di quello odierno, Radev ha sempre proiettato l’immagine di un uomo forte e determinato ma al contempo calmo e riflessivo, molto lontano dalle spacconate e dagli scandali che hanno spesso caratterizzato la scena politica bulgara negli anni della democrazia. La sua seconda presidenza lo ha visto molto più attivo, in una direzione che è stata spesso classificata come “filorussa”. Si è opposto alle sanzioni alla Russia, ha rimarcato quanto il paese fosse dipendente dal petrolio e dal gas russi, si è opposto all’invio di armamenti all’Ucraina (ma non all’invio di materiale umanitario) e ha detto più volte, in campagna elettorale e anche nel discorso successivo alla sua vittoria, che con la Russia bisognerà riprendere il dialogo. Viene accusato anche di atteggiamenti “antieuropeisti” per aver proposto un referendum sull’introduzione dell’Euro (che in precedenza era osteggiata solo dai partiti della destra populista che l’avevano monopolizzata) e per i suoi numerosi screzi con i partiti “europeisti” durante i suoi mandati presidenziali.
In realtà la sua posizione è molto più sfumata di quanto si possa credere, al di là della sua difesa, che potrebbe parere semplice retorica, di non essere né filorusso né antieuropeista ma semplicemente filobulgaro. La sua ricerca di un dialogo con la Russia parte da una costatazione piuttosto evidente, ovvero che la Bulgaria dipende in larga misura dalla Russia per le sue necessità energetiche: non solo riguardo al petrolio e al gas, ma anche alle sue centrali nucleari che sono state costruite durante il periodo socialista e successivamente rimodernate dalla Rosatom. Perdere la Russia come partner energetico sarebbe per la Bulgaria un problema economico di non piccolo conto e trovare alternative, come nel caso dell’Ungheria, non è una cosa semplice, senza considerare i problemi ulteriori che la crisi iraniana ha creato e creerà nel futuro. Il progressivo disaccoppiamento dalle fonti energetiche russe, che i governi precedenti hanno incominciato, ha portato aumenti in bolletta stimati intorno al 20%. Le difficoltà si ripercuotono anche sui comparti produttivi e il rilancio dell’economia bulgara è tra le priorità del programma del suo partito, rilancio che non potrà ripartire senza un approvvigionamento energetico costante, garantito e, se possibile, economico. Questo, a suo dire, non vale solo per la Bulgaria ma per l’Europa tutta: come ha affermato nel suo discorso la sera del 19 aprile, “se vogliamo che l’Europa abbia autonomia strategica, deve ripristinare la sua competitività e arrestare il processo di deindustrializzazione. L’Europa deve riflettere seriamente su come garantire le proprie risorse, perché senza risorse energetiche non si può parlare di competitività”[2]. Va inoltre tenuto presente che tra le attività produttive della Bulgaria c’è l’industria militare che produce, quasi unica al mondo, proiettili d’artiglieria ancora di calibro non-NATO, buona parte dei quali sono stati inviati, direttamente o indirettamente, in Ucraina, e che la Rheinmetall ha stabilito una joint venture con la fabbrica VMZ per impiantare a Sopot una grande fabbrica di munizioni di calibro NATO e di polvere da sparo, di cui in Occidente c’è grande scarsità.[3] Rinunciare a questi asset economici è assolutamente impossibile. Solo la fabbrica Rheinmetall-VMZ darà lavoro, a pieno regime, a più di mille persone, senza considerare le altre imprese che lavorano su commesse della NATO e senza contare che tra i vari punti del piano di sviluppo economico proposti da Radev vi è anche la modernizzazione delle forze armate bulgare e l’incremento della loro interoperabilità con le altre forze NATO.
I suoi detrattori, naturalmente, considerano queste solo scuse e hanno cercato più volte di presentarlo, sia all’opinione pubblica bulgara che a quella europea, come un amico di Putin. Il momento di maggiore scontro è stato senza dubbio il 30 marzo, quando una delegazione governativa di altissimo livello, comprendente il Primo Ministro ad interim Andrey Gyurov e i ministri, sempre ad interim, degli Esteri, Difesa, Trasporti e Telecomunicazioni, Istruzione ed Energia si è recata a Kiev. La delegazione ha firmato con l’Ucraina un accordo di sicurezza decennale e un protocollo di intesa sulla produzione congiunta di droni, in linea con quanto fatto in quei giorni da Germania, Gran Bretagna e Italia. La delegazione ha inoltre accettato di discutere il trasferimento dei reattori della centrale nucleare di Belene, che l’Ucraina ha più volte richiesto per poter sostituire alcuni reattori delle sue centrali senza dovere richiedere l’assistenza della Rosatom.[4] Come era facile prevedere le decisioni del governo ad interim, senza discussione parlamentare e a poco più di due settimane dal voto, hanno provocato una gran quantità di polemiche sia per ciò che riguarda la dimensione militare che, soprattutto, quella energetica, tanto che tre giorni dopo il viceministro degli Esteri ad interim, Marin Raykov, si è affrettato a dichiarare in televisione che l’accordo era più che altro una dichiarazione politica di sostegno all’Ucraina che non impegnava davvero il paese in alcuna direzione concreta.[5] L’impressione di una tentata imboscata ai danni di Radev, i cui consensi aumentavano sempre più nei sondaggi, è stata molto forte e probabilmente si è rivelata negativa per le formazioni “europeiste”.
La questione ucraina, ad ogni modo, non ha pesato più di tanto nelle intenzioni di voto, se non in quelle di chi comunque non avrebbe votato per Radev. Ben più importante per l’elettorato è stata una serie di questioni sottovalutate sia dai commentatori occidentali che, apparentemente, dalle stesse forze “europeiste” bulgare e invece di importanza fondamentale: la lotta alla corruzione, che almeno a parole ogni partito intende portare avanti, la fine delle precedenti “oligarchie politiche”, con chiaro riferimento a Borisov e Peevski, e soprattutto la preoccupazione e il disorientamento nei riguardi della situazione economica del paese, che il passaggio all’Euro ha reso ancora più grande. Il 3 aprile il Ministero delle Finanze ha confermato che i timori sono più che concreti, pubblicando i dati relativi al primo trimestre del 2026. Sono dati certamente allarmanti: un deficit di bilancio di 1,5 miliardi di € a fronte di un bilancio in attivo da molto tempo, un aumento apparentemente incontrollabile di tutte le voci di spesa pubblica e un aumento dell’inflazione che, stimato attorno al 4%, viaggia invece almeno sull’8%. Il Ministro ad interim Georgi Klisurski ne ha approfittato per mettere ancor più pressione su Radev, ormai chiaramente considerato il vincitore delle elezioni che si sarebbero tenute dopo poco, dichiarando che il prossimo governo avrebbe dovuto affrontare “decisioni difficili” e prendere in considerazione tagli alla spesa pubblica.[6] Il 14 aprile, infine, il Fondo Monetario Internazionale si è espresso negativamente sulle prospettive di crescita della Bulgaria, rivedendole al ribasso.[7] In queste condizioni pensare a Radev come al “nuovo Orbán” sembra francamente risibile. La Bulgaria, che è percettore netto di fondi dell’Unione Europea e uno dei paesi cardine dello schieramento NATO in Europa meridionale, oltre che come abbiamo visto uno dei suoi fornitori di armi, non può certamente permettersi di allontanarsi né da Bruxelles né dall’Alleanza Atlantica. Radev cercherà certamente di bilanciare la posizione del paese tra i due schieramenti per minimizzare le perdite e massimizzare i vantaggi restituendo alla Bulgaria il suo ruolo di ponte culturale tra le due metà dell’Europa ed evitando escalation che potrebbero coinvolgerla direttamente, cosa molto diversa dalle immaginarie posizioni “filorusse” che i suoi avversari politici gli attribuiscono.
Note
[1] https://www.politico.eu/article/hungary-viktor-orban-out-who-eu-next-disruptor-in-chief/; https://www.politico.eu/article/bulgaria-election-fighter-pilot-rumen-radev-political-deadlock-coalition-struggle/; https://www.telegraph.co.uk/news/2026/04/14/putin-loses-best-friend-orban/; https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/18/pro-putin-pilot-take-orbans-role-eu-nightmare-bulgaria/; https://www.reuters.com/world/europe/bulgaria-votes-pro-russian-former-president-leads-polls-2026-04-19/; https://www.atlanticcouncil.org/blogs/ukrainealert/could-bulgaria-replace-hungary-as-putins-proxy-inside-the-eu/
[2] https://glasove.com/novini/radev-pobedihme-apatiyata-no-nedoverieto-v-balgarskata-politika-vse-oshte-e-golyamo
[3] https://www.rheinmetall.com/en/media/news-watch/news/2025/10/2025-10-28-rheinmetall-and-vmz-establish-joint-venture-cooperation-with-bulgaria
[4] https://bntnews.bg/news/gyurov-i-zelenski-podpisaha-v-kiev-10-godishno-sporazumenie-za-sigurnost-mezhdu-balgariya-i-ukraina-1386111news.html
[5] https://bntnews.bg/news/marin-raikov-sporazumenieto-s-ukraina-e-po-skoro-politicheska-deklaraciya-ne-sadarzha-nikakvi-konkretni-angazhimenti-1386715news.html
[6] https://www.mediapool.bg/finansoviyat-ministar-byudzhetat-e-na-avtopilot-news381982.html
[7] https://www.bta.bg/en/news/economy/1105323-imf-lowers-economic-growth-forecast-for-bulgaria
Fonte
02/03/2026
Aggressione all'Iran, qualche considerazione
di Francesco Dall'Aglio
A più di 24 ore dall’inizio degli attacchi sull’Iran alcune cose sono più chiare, altre restano oscure e lo resteranno per un bel po’. Partiamo dalla cosa più chiara di tutte: Khamenei è stato ucciso, insieme ad altre figure chiave dei vertici civili e soprattutto militari (Mohammad Pakpour, comandante in capo delle Guardie della rivoluzione islamica, e l’ammiraglio Ali Shamkani, segretario del Consiglio superiore di difesa). Non è la prima volta che figure chiave vengano eliminate e questo chiarisce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, due cose. La prima è che per la dottrina strategica USA eliminare fisicamente i leader civili, militari e religiosi dei propri avversari, magari nel bel mezzo di un negoziato, è una pratica ormai consolidata e direi standard, con tutte le conseguenze che la cosa comporta dal punto di vista della fiducia reciproca e della credibilità diplomatica. La seconda, che gli USA hanno a disposizione capacità tuttora impareggiabili di intelligence, proiezione e attacco a lungo raggio.
Questa cosa è per loro ottima ma i problemi, sia storicamente che in questo caso, cominciano dopo: perché eliminare il capo significa far cadere la piramide sul cui vertice si trova solo nei brutti film di Hollywood, e questo non lo è. Un capo è un capo (anche Trump) perché comanda grazie a un apparato di potere e repressione (spoiler: anche la democrazia parlamentare è un apparato di potere e repressione, non occorre nemmeno aver letto Foucault) che prescinde dalla sua figura e perché questo apparato riesce, in un modo o nell’altro, a rendere non intollerabile la vita a buona parte della popolazione. L’idea che il mondo ‟altro” sia in mano a matti che governano col terrore e che le popolazioni dominate non vedano l’ora che un salvatore bianco e biondo le venga a liberare e a donare loro i McDonald’s (o Pizza Hut, come nel caso di quell’altro maledetto sciagurato) non è nemmeno ridicola, è pietosa oltre che schifosamente ipocrita.
È abbastanza chiaro, comunque, che questa è stata la strategia seguita: uccidiamo Khamenei e tre-quattro pezzi grossi e il tutto cadrà naturalmente, tanto che pare molto probabile che l’attacco sia partito in un orario piuttosto inusuale per questo genere di cose (in Iran erano le 9:40/9:45 del mattino) perché tutti i bersagli più importanti erano radunati insieme, e che non si sia dato troppo peso al cosa fare dopo, visto che né ieri né oggi si segnalano attacchi ‟shock and awe” e da quello che si vede (che non necessariamente è quello che è) i missili iraniani non hanno troppi problemi a volare in giro. In sintesi, è stato un ‟decapitation strike” che ha certamente decapitato, ma non pare aver sortito altri effetti. Questo genere di operazioni funziona solo se hai già in tasca il successore o il vice del leader che hai eliminato. Al momento però non pare (ripeto: non pare) che sia così, come non lo è stato in Iraq, in Libia, in Afghanistan, eccetera, e se il regime non crolla gli USA rischiano, oltre che di impantanarsi in un altro conflitto mediorientale dagli obiettivi incerti e dalla gestione complicata, di esaurire abbastanza rapidamente le scorte di munizionamento antiaeree ed antimissile, che probabilmente è la strategia che intende seguire l’Iran buttandola sull’attrito (l’attrito, questo sconosciuto alle dottrine NATO che considerano l’efficacia di una strategia esclusivamente in base ai km di territorio catturati al giorno e in base al numero di capi della tribù nemica uccisi).
Altre considerazioni. Gli USA hanno ucciso un leader religioso oltre che politico, e questa cosa avrà delle conseguenze non limitate solo all’Iran (già se ne vedono avvisaglie in Pakistan, che è un paese a larghissima maggioranza sunnita ma che ospita la più grande comunità sciita al mondo dopo quella iraniana). Khamenei, che tra l’altro aveva 86 anni ed era chiaramente a fine vita (e nel 2003 aveva emesso una fatwa che dichiarava che produzione, possesso e utilizzo delle armi nucleari erano contrarie alla legge islamica...), ha ‟raggiunto le schiere dei martiri”, per di più nel mese di Ramadan, e queste cose hanno un peso non indifferente in una parte del pianeta dove la religione continua ad essere una forza importante e per gli sciiti che sono estremamente sensibili, per tutta una serie di ragioni, alla questione del martirio.
Ultima considerazione. Oltre che Israele l’Iran sta colpendo principalmente obiettivi, statunitensi o meno, dislocati in Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati, Giordania e Arabia Saudita. Il motivo è semplice: non avendo i mezzi per proteggere tutti, gli USA stanno dando priorità alla difesa di Israele, scaricando gli altri alleati. La scommessa è che la latitanza statunitense pesi, per questi stati, più dell’irritazione per gli attacchi iraniani.
Fonte
A più di 24 ore dall’inizio degli attacchi sull’Iran alcune cose sono più chiare, altre restano oscure e lo resteranno per un bel po’. Partiamo dalla cosa più chiara di tutte: Khamenei è stato ucciso, insieme ad altre figure chiave dei vertici civili e soprattutto militari (Mohammad Pakpour, comandante in capo delle Guardie della rivoluzione islamica, e l’ammiraglio Ali Shamkani, segretario del Consiglio superiore di difesa). Non è la prima volta che figure chiave vengano eliminate e questo chiarisce, se mai ce ne fosse ancora bisogno, due cose. La prima è che per la dottrina strategica USA eliminare fisicamente i leader civili, militari e religiosi dei propri avversari, magari nel bel mezzo di un negoziato, è una pratica ormai consolidata e direi standard, con tutte le conseguenze che la cosa comporta dal punto di vista della fiducia reciproca e della credibilità diplomatica. La seconda, che gli USA hanno a disposizione capacità tuttora impareggiabili di intelligence, proiezione e attacco a lungo raggio.
Questa cosa è per loro ottima ma i problemi, sia storicamente che in questo caso, cominciano dopo: perché eliminare il capo significa far cadere la piramide sul cui vertice si trova solo nei brutti film di Hollywood, e questo non lo è. Un capo è un capo (anche Trump) perché comanda grazie a un apparato di potere e repressione (spoiler: anche la democrazia parlamentare è un apparato di potere e repressione, non occorre nemmeno aver letto Foucault) che prescinde dalla sua figura e perché questo apparato riesce, in un modo o nell’altro, a rendere non intollerabile la vita a buona parte della popolazione. L’idea che il mondo ‟altro” sia in mano a matti che governano col terrore e che le popolazioni dominate non vedano l’ora che un salvatore bianco e biondo le venga a liberare e a donare loro i McDonald’s (o Pizza Hut, come nel caso di quell’altro maledetto sciagurato) non è nemmeno ridicola, è pietosa oltre che schifosamente ipocrita.
È abbastanza chiaro, comunque, che questa è stata la strategia seguita: uccidiamo Khamenei e tre-quattro pezzi grossi e il tutto cadrà naturalmente, tanto che pare molto probabile che l’attacco sia partito in un orario piuttosto inusuale per questo genere di cose (in Iran erano le 9:40/9:45 del mattino) perché tutti i bersagli più importanti erano radunati insieme, e che non si sia dato troppo peso al cosa fare dopo, visto che né ieri né oggi si segnalano attacchi ‟shock and awe” e da quello che si vede (che non necessariamente è quello che è) i missili iraniani non hanno troppi problemi a volare in giro. In sintesi, è stato un ‟decapitation strike” che ha certamente decapitato, ma non pare aver sortito altri effetti. Questo genere di operazioni funziona solo se hai già in tasca il successore o il vice del leader che hai eliminato. Al momento però non pare (ripeto: non pare) che sia così, come non lo è stato in Iraq, in Libia, in Afghanistan, eccetera, e se il regime non crolla gli USA rischiano, oltre che di impantanarsi in un altro conflitto mediorientale dagli obiettivi incerti e dalla gestione complicata, di esaurire abbastanza rapidamente le scorte di munizionamento antiaeree ed antimissile, che probabilmente è la strategia che intende seguire l’Iran buttandola sull’attrito (l’attrito, questo sconosciuto alle dottrine NATO che considerano l’efficacia di una strategia esclusivamente in base ai km di territorio catturati al giorno e in base al numero di capi della tribù nemica uccisi).
Altre considerazioni. Gli USA hanno ucciso un leader religioso oltre che politico, e questa cosa avrà delle conseguenze non limitate solo all’Iran (già se ne vedono avvisaglie in Pakistan, che è un paese a larghissima maggioranza sunnita ma che ospita la più grande comunità sciita al mondo dopo quella iraniana). Khamenei, che tra l’altro aveva 86 anni ed era chiaramente a fine vita (e nel 2003 aveva emesso una fatwa che dichiarava che produzione, possesso e utilizzo delle armi nucleari erano contrarie alla legge islamica...), ha ‟raggiunto le schiere dei martiri”, per di più nel mese di Ramadan, e queste cose hanno un peso non indifferente in una parte del pianeta dove la religione continua ad essere una forza importante e per gli sciiti che sono estremamente sensibili, per tutta una serie di ragioni, alla questione del martirio.
Ultima considerazione. Oltre che Israele l’Iran sta colpendo principalmente obiettivi, statunitensi o meno, dislocati in Bahrein, Qatar, Kuwait, Emirati, Giordania e Arabia Saudita. Il motivo è semplice: non avendo i mezzi per proteggere tutti, gli USA stanno dando priorità alla difesa di Israele, scaricando gli altri alleati. La scommessa è che la latitanza statunitense pesi, per questi stati, più dell’irritazione per gli attacchi iraniani.
Fonte
10/01/2026
Bulgaria, una crisi senza uscita (terza prima). Le dimissioni del governo e l’euro come frattura
di Francesco Dall'Aglio
L’11 novembre il presidente dell’agenzia statale per le riserve energetiche, Asen Asenov, dichiarò con una certa preoccupazione che il paese aveva riserve di benzina per 35 giorni e di diesel per 50, mentre il ministro dell’energia Zhecho Stankov (GERB) si diceva molto più preoccupato: secondo lui le riserve sarebbero state a malapena sufficienti per una settimana, aggiungendo però che i suoi uffici erano ‟in costante contatto” con quelli dell’OFAC statunitense, nella speranza di riuscire a ottenere una proroga ed esortando alla calma.[1] Oramai pareva chiaro che la strategia governativa era proprio quella, e non era possibile che ce ne fosse un’altra visti i tempi strettissimi e l’assenza di alternative valide. Il problema è che se l’OFAC non avesse accettato la situazione sarebbe precipitata, con conseguenze imprevedibili. Il 12 Radev, che aveva già espresso varie volte le sue perplessità sulla vicenda, pubblicava un post molto polemico sul suo profilo Facebook nel quale scriveva che ormai l’operato del governo non era più giustificabile e che se lo scopo fosse stato quello di continuare a far funzionare senza interruzioni la raffineria ed evitare una crisi energetica e un aumento dei prezzi del carburante un gestore sarebbe dovuto essere nominato immediatamente dopo l’annuncio delle sanzioni, aggiungendo che forse lo scopo di questo ritardo era far passare modifiche legislative per favorire interessi poco chiari,[2]e rimandava alle camere la legge approvata il 7 novembre definendola incostituzionale, sostenuto dalla vicepresidente Iliana Yotova che definiva l’operato del governo ‟degno di una pièce di Beckett”, e sosteneva fosse assurdo che al governo importasse solo discutere su chi sarebbe stato il nuovo gestore della Lukoil e non del futuro della raffineria e delle conseguenze per il paese.[3] A loro volta, i deputati della commissione parlamentare per l’energia respingevano il veto di Radev, sostenendo che la legge fosse necessaria per garantire sia l’operato della raffineria che una vendita che non desse adito a ricorsi. Dopo che già da qualche giorno alcune stazioni di servizio della Teboil, una sussidiaria Lukoil, avevano iniziato ad avere problemi di approvvigionamento, il panico iniziò a diffondersi, con tentativi di accaparramento segnalati in centri periferici come Vraza.[4] Il 13 Borisov si dichiarava assolutamente convinto che gli USA avrebbero concesso una deroga, e attaccava Radev per il suo veto che, a suo dire, aveva ritardato la scelta del nuovo gestore che sarebbe stato nominato di lì a pochi giorni: e aveva ragione, perché il giorno successivo gli USA annunciavano che le sanzioni erano sospese fino alle ore 12.01 del 29 aprile 2026, e la Gran Bretagna si accodava immediatamente sospendendole anch’essa.[5] Borisov e il resto della squadra di governo ostentavano sicurezza, sostenendo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo e che le accuse di opposizione e presidenza erano solo strumentalizzazioni. Lo scontro si spostava quindi sul candidato proposto dal governo come commissario, l’ex Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Rumen Spetsov: ma chiuso almeno momentaneamente il fronte Lukoil se ne apriva immediatamente un altro ancora peggiore, quello appunto della legge di bilancio 2026.
Si trattava, a onor del vero, di un bilancio difficilissimo da scrivere. Il 2026, con l’ingresso nell’Euro dal 1 gennaio, sarebbe stato un passaggio strutturale delicatissimo per il paese. I margini di manovra politica si sarebbero ridotti notevolmente per la necessità di dimostrare disciplina fiscale, mantenere deficit e debito sotto controllo e accettare un livello di sorveglianza europea e di attenzione dei mercati molto più alto rispetto al passato, senza più le flessibilità informali di cui avevano potuto godere i governi precedenti e che avevano contribuito moltissimo a non trasformare in rabbia l’insoddisfazione. A questa notazione generale andava aggiunta una forte pressione simultanea sulle spese e sulle entrate. Sul lato della spesa il governo si trovava di fronte a richieste che non potevano essere ignorate, quali aumenti salariali nel settore pubblico, in particolare in sanità e istruzione, la crescita delle pensioni e della spesa sociale legata all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione, la necessità di maggiori investimenti in difesa per rispettare gli impegni NATO e i costi amministrativi e tecnici della transizione all’euro. Sul lato delle entrate, invece, il sistema fiscale bulgaro resta uno dei più leggeri dell’Unione europea e qualsiasi aumento delle imposte incontra una resistenza politica e sociale fortissima. Un ulteriore elemento di difficoltà era la fine delle misure straordinarie utilizzate negli anni precedenti. Durante le crisi energetiche e inflazionistiche il paese aveva potuto contare su fondi europei, sussidi temporanei e rinvii di spesa, ma nel 2026 molte di queste soluzioni non sarebbero state più prorogabili, mentre i bisogni che avevano coperto erano diventati permanenti. Questo costringeva il governo a trasformare costi eccezionali in spesa strutturale, finanziandoli con entrate stabili, un passaggio sempre politicamente e tecnicamente complesso.
Viste le premesse, non sorprende che il bilancio, una volta presentato, abbia scontentato immediatamente tutti. Il provvedimento si inserisce infatti in un quadro economico che abbiamo già definito molto complesso, caratterizzato da un’inflazione superiore alla media dell’UE, da una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, dalle conseguenze della guerra in Ucraina su bollette e consumi e dall’incertezza legata all’imminente ingresso nell’Eurozona. Nonostante ciò, la manovra non prevede vere misure di contrasto all’inflazione e punta a fissare il deficit al 3% del PIL per rientrare nei criteri dell’Eurozona, finanziando la spesa con oltre 10 miliardi di nuovo debito nel 2026 e portando il debito pubblico a superare il 21–22% del PIL entro fine anno. La legge prevede un lieve aumento del salario minimo, che salirebbe a 620 euro mensili, e delle pensioni, ma tali incrementi risultano insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita. Al tempo stesso vengono aumentati i contributi previdenziali e assicurativi obbligatori (pensioni, sanità, malattia e maternità): il contributo pensionistico, ad esempio, salirebbe di circa due punti percentuali, con un ulteriore aumento previsto nel corso dell’anno. Si tratta di fatto di un aumento indiretto delle tasse, che finirebbe per gravare sui cittadini in un momento economico particolarmente delicato, in cui anche poche decine di euro possono fare la differenza.
Dal lato delle imprese, la manovra suscita forti preoccupazioni per l’aumento del costo del lavoro, che potrebbe ridurre la competitività, favorire il lavoro nero e scoraggiare gli investimenti esteri, già messi a rischio dal raddoppio della tassa sui dividendi dal 5 al 10%. Ulteriore motivo di protesta è il fatto che il bilancio sia stato approvato senza la consueta consultazione con imprenditori e sindacati. Le critiche arrivano da tutti i settori: gli imprenditori e la piccola e media impresa contestano l’aumento dei contributi e la tassazione sui dividendi; i lavoratori dipendenti temono di perdere potere d’acquisto; i pensionati giudicano insufficiente l’aumento delle pensioni minime (da 322 a 346 euro); i sindacati, pur riconoscendo gli aumenti, li considerano inferiori all’inflazione e accusano il governo di scaricare i costi sui cittadini; gli studenti guardano al futuro con crescente sfiducia; medici e infermieri protestano per i salari troppo bassi e per la distribuzione dei fondi destinati alla sanità. Anche l’opposizione è divisa: quella liberale critica l’aumento del deficit e della spesa pubblica, mentre quella populista denuncia l’insufficienza della spesa sociale e l’assenza di misure anti-inflazione. In questo contesto di diffuso malcontento, alla protesta contro la legge di bilancio si è rapidamente affiancata, sotto la guida del PP-DB, una richiesta esplicita di dimissioni del governo, che alla fine sono effettivamente arrivate.
Già il 7 novembre, con un altro lungo post su Facebook, era stato proprio Radev ad aprire le ostilità contro il budget: ‟in questo budget non c’è visione, non ci sono riforme, non ci sono incentivi per la crescita, ma il contrario – un soffocamento dell’economia e noi trascinati in una spirale di debito”.[6] Il 26 novembre, giorno in cui si sarebbe tenuta la seconda votazione per la legge di bilancio, sono iniziate le proteste con una imponente manifestazione nel cosiddetto ‟triangolo del potere” (la piazza chiusa sui tre lati dagli uffici del Parlamento – ex sede del partito Comunista – dall’edificio del Consiglio dei Ministri e dal palazzo della Presidenza della Repubblica, organizzata dai liberali del PP-DS, ma alla manifestazione hanno partecipato anche Radostin Vasilev, il leader del partito di destra nazionalista ed anti-europeista Mech, e vari sostenitori di Vazrazhdane.[7] Il 27 novembre, in risposta al malcontento popolare, il bilancio venne ritirato e sostituito con un budget rivisto, che però per l’opposizione conteneva solo modifiche cosmetiche; il 1 dicembre si tennero manifestazioni non solo a Sofia ma in molte città del paese, e questa volta la richiesta non era solo il ritiro della legge ma le dimissioni del governo, affiancando alle proteste contro il bilancio del 2026 quelle contro la corruzione, con una nutrita partecipazione anche da parte degli studenti universitari e del personale medico e infermieristico.[8] Peevski fece pubblicare dalla pagina Facebook del suo partito un post durissimo, nel quale accusava senza mezzi termini Radev di avere ‟organizzato il pogrom”, di volere il caos nel paese e di essersi accordato con il PP-DB per far cadere il governo;[9] Vazrazhdane, invece, temendo di essere del tutto scavalcato decideva di unirsi alla manifestazione ma solo dopo la conclusione di quella organizzata da loro davanti alla Banca nazionale, come al solito contro l’Euro. Radev fece sentire ancora la sua voce, sempre via social, dichiarando che i bulgari avevano scelto, e che lui era con loro.[10] Il giorno dopo, 11 dicembre, il governo si dimette. Peevski dichiara che il vero vincitore non è ‟la coalizione di Soros”, ovvero il PP-DS, ma ‟qualcun altro” ovvero, anche se non lo nomina, Radev, mentre da alcuni giorni i suoi sostenitori manifestano in tutta la Bulgaria ‟contro l’odio”, con più bandiere europee che bulgare;[11] il 12 il leader di Vazrazhdave, Kostadin Kostadinov, tenta di sfruttare il caos che si è venuto a creare proponendo di posticipare l’ingresso nell’Euro di un anno per cause di forza maggiore.[12] Da Bruxelles, ovviamente, fanno sapere che non è possibile, ma Vazrazhdane riacquista una buona visibilità dopo essere passato in secondo piano durante l’ultima ondata di proteste.[13]
La situazione politica resta in apparenza priva di soluzioni. Le consultazioni tra Radev e i leader dei partiti, per provare a formare un nuovo governo senza ricorrere a elezioni anticipate, con l’Euro in arrivo nel giro di nemmeno due settimane, si stanno rivelando futili. Nessun partito è disposto a formare nuove coalizioni e l’ostilità tra le forze politiche, e tra esse e la Presidenza, pare insormontabile. Radev è accusato da tutti di aver fatto precipitare la situazione per presentarsi alle prossime elezioni come l’unico politico in grado di salvare il paese, il che è certamente un’ipotesi molto verosimile ma non si capisce chi farebbe parte della sua squadra e che colore avrebbe la sua proposta politica.
Il 2026 si annuncia nel peggiore dei modi: l’ingresso nell’Eurozona doveva rappresentare il culmine trionfale di anni di crescita economica e progresso civile, ma al momento pare annunciare ben altro.
Note
[1] https://www.reuters.com/business/energy/bulgaria-has-one-month-gasoline-supplies-us-sanctions-loom-state-reserve-agency-2025-11-11/
[2] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1360659268758740
[3] https://www.focus-news.net/novini/Bylgaria/Iliyana-Iotova-Tova-koeto-se-sluchi-na-7-noemvri-mozhe-da-supernichi-na-piesa-na-Samyuul-Beket-2783539
[4] https://www.bulnews.bg/article/497839
[5] https://ofac.treasury.gov/media/934756/download?inline
[6] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1356577769166890
[7] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/1016436-grazhdani-protestirat-protiv-byudzheta-za-2026-g-v-sofiya
[8] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1019432-protesti-v-sofiya-i-v-stranata-bezreditsi-v-kasnite-chasove-v-stolitsata
[9] https://www.facebook.com/photo?fbid=1388404912646629&set=a.472263154260814
[10] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1382016656623001?ref=embed_post
[11] https://glasove.com/novini/peevski-za-ostavkata-pechelivshiyat-e-drug-ne-pp-db-da-idva-oshte-dnes
[12] https://glasove.com/novini/kostadinov-vnasyame-reshenie-za-otlagane-na-evrozonata-zaradi-forsmazhorni-obstoyatelstva
[13] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1026851-ek-resheniyata-za-vlizaneto-na-balgariya-v-evrozonata-sa-prieti-i-ostavat-v-sil
Fonte
L’11 novembre il presidente dell’agenzia statale per le riserve energetiche, Asen Asenov, dichiarò con una certa preoccupazione che il paese aveva riserve di benzina per 35 giorni e di diesel per 50, mentre il ministro dell’energia Zhecho Stankov (GERB) si diceva molto più preoccupato: secondo lui le riserve sarebbero state a malapena sufficienti per una settimana, aggiungendo però che i suoi uffici erano ‟in costante contatto” con quelli dell’OFAC statunitense, nella speranza di riuscire a ottenere una proroga ed esortando alla calma.[1] Oramai pareva chiaro che la strategia governativa era proprio quella, e non era possibile che ce ne fosse un’altra visti i tempi strettissimi e l’assenza di alternative valide. Il problema è che se l’OFAC non avesse accettato la situazione sarebbe precipitata, con conseguenze imprevedibili. Il 12 Radev, che aveva già espresso varie volte le sue perplessità sulla vicenda, pubblicava un post molto polemico sul suo profilo Facebook nel quale scriveva che ormai l’operato del governo non era più giustificabile e che se lo scopo fosse stato quello di continuare a far funzionare senza interruzioni la raffineria ed evitare una crisi energetica e un aumento dei prezzi del carburante un gestore sarebbe dovuto essere nominato immediatamente dopo l’annuncio delle sanzioni, aggiungendo che forse lo scopo di questo ritardo era far passare modifiche legislative per favorire interessi poco chiari,[2]e rimandava alle camere la legge approvata il 7 novembre definendola incostituzionale, sostenuto dalla vicepresidente Iliana Yotova che definiva l’operato del governo ‟degno di una pièce di Beckett”, e sosteneva fosse assurdo che al governo importasse solo discutere su chi sarebbe stato il nuovo gestore della Lukoil e non del futuro della raffineria e delle conseguenze per il paese.[3] A loro volta, i deputati della commissione parlamentare per l’energia respingevano il veto di Radev, sostenendo che la legge fosse necessaria per garantire sia l’operato della raffineria che una vendita che non desse adito a ricorsi. Dopo che già da qualche giorno alcune stazioni di servizio della Teboil, una sussidiaria Lukoil, avevano iniziato ad avere problemi di approvvigionamento, il panico iniziò a diffondersi, con tentativi di accaparramento segnalati in centri periferici come Vraza.[4] Il 13 Borisov si dichiarava assolutamente convinto che gli USA avrebbero concesso una deroga, e attaccava Radev per il suo veto che, a suo dire, aveva ritardato la scelta del nuovo gestore che sarebbe stato nominato di lì a pochi giorni: e aveva ragione, perché il giorno successivo gli USA annunciavano che le sanzioni erano sospese fino alle ore 12.01 del 29 aprile 2026, e la Gran Bretagna si accodava immediatamente sospendendole anch’essa.[5] Borisov e il resto della squadra di governo ostentavano sicurezza, sostenendo di aver sempre avuto la situazione sotto controllo e che le accuse di opposizione e presidenza erano solo strumentalizzazioni. Lo scontro si spostava quindi sul candidato proposto dal governo come commissario, l’ex Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate Rumen Spetsov: ma chiuso almeno momentaneamente il fronte Lukoil se ne apriva immediatamente un altro ancora peggiore, quello appunto della legge di bilancio 2026.
Si trattava, a onor del vero, di un bilancio difficilissimo da scrivere. Il 2026, con l’ingresso nell’Euro dal 1 gennaio, sarebbe stato un passaggio strutturale delicatissimo per il paese. I margini di manovra politica si sarebbero ridotti notevolmente per la necessità di dimostrare disciplina fiscale, mantenere deficit e debito sotto controllo e accettare un livello di sorveglianza europea e di attenzione dei mercati molto più alto rispetto al passato, senza più le flessibilità informali di cui avevano potuto godere i governi precedenti e che avevano contribuito moltissimo a non trasformare in rabbia l’insoddisfazione. A questa notazione generale andava aggiunta una forte pressione simultanea sulle spese e sulle entrate. Sul lato della spesa il governo si trovava di fronte a richieste che non potevano essere ignorate, quali aumenti salariali nel settore pubblico, in particolare in sanità e istruzione, la crescita delle pensioni e della spesa sociale legata all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione, la necessità di maggiori investimenti in difesa per rispettare gli impegni NATO e i costi amministrativi e tecnici della transizione all’euro. Sul lato delle entrate, invece, il sistema fiscale bulgaro resta uno dei più leggeri dell’Unione europea e qualsiasi aumento delle imposte incontra una resistenza politica e sociale fortissima. Un ulteriore elemento di difficoltà era la fine delle misure straordinarie utilizzate negli anni precedenti. Durante le crisi energetiche e inflazionistiche il paese aveva potuto contare su fondi europei, sussidi temporanei e rinvii di spesa, ma nel 2026 molte di queste soluzioni non sarebbero state più prorogabili, mentre i bisogni che avevano coperto erano diventati permanenti. Questo costringeva il governo a trasformare costi eccezionali in spesa strutturale, finanziandoli con entrate stabili, un passaggio sempre politicamente e tecnicamente complesso.
Viste le premesse, non sorprende che il bilancio, una volta presentato, abbia scontentato immediatamente tutti. Il provvedimento si inserisce infatti in un quadro economico che abbiamo già definito molto complesso, caratterizzato da un’inflazione superiore alla media dell’UE, da una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, dalle conseguenze della guerra in Ucraina su bollette e consumi e dall’incertezza legata all’imminente ingresso nell’Eurozona. Nonostante ciò, la manovra non prevede vere misure di contrasto all’inflazione e punta a fissare il deficit al 3% del PIL per rientrare nei criteri dell’Eurozona, finanziando la spesa con oltre 10 miliardi di nuovo debito nel 2026 e portando il debito pubblico a superare il 21–22% del PIL entro fine anno. La legge prevede un lieve aumento del salario minimo, che salirebbe a 620 euro mensili, e delle pensioni, ma tali incrementi risultano insufficienti a compensare l’aumento del costo della vita. Al tempo stesso vengono aumentati i contributi previdenziali e assicurativi obbligatori (pensioni, sanità, malattia e maternità): il contributo pensionistico, ad esempio, salirebbe di circa due punti percentuali, con un ulteriore aumento previsto nel corso dell’anno. Si tratta di fatto di un aumento indiretto delle tasse, che finirebbe per gravare sui cittadini in un momento economico particolarmente delicato, in cui anche poche decine di euro possono fare la differenza.
Dal lato delle imprese, la manovra suscita forti preoccupazioni per l’aumento del costo del lavoro, che potrebbe ridurre la competitività, favorire il lavoro nero e scoraggiare gli investimenti esteri, già messi a rischio dal raddoppio della tassa sui dividendi dal 5 al 10%. Ulteriore motivo di protesta è il fatto che il bilancio sia stato approvato senza la consueta consultazione con imprenditori e sindacati. Le critiche arrivano da tutti i settori: gli imprenditori e la piccola e media impresa contestano l’aumento dei contributi e la tassazione sui dividendi; i lavoratori dipendenti temono di perdere potere d’acquisto; i pensionati giudicano insufficiente l’aumento delle pensioni minime (da 322 a 346 euro); i sindacati, pur riconoscendo gli aumenti, li considerano inferiori all’inflazione e accusano il governo di scaricare i costi sui cittadini; gli studenti guardano al futuro con crescente sfiducia; medici e infermieri protestano per i salari troppo bassi e per la distribuzione dei fondi destinati alla sanità. Anche l’opposizione è divisa: quella liberale critica l’aumento del deficit e della spesa pubblica, mentre quella populista denuncia l’insufficienza della spesa sociale e l’assenza di misure anti-inflazione. In questo contesto di diffuso malcontento, alla protesta contro la legge di bilancio si è rapidamente affiancata, sotto la guida del PP-DB, una richiesta esplicita di dimissioni del governo, che alla fine sono effettivamente arrivate.
Già il 7 novembre, con un altro lungo post su Facebook, era stato proprio Radev ad aprire le ostilità contro il budget: ‟in questo budget non c’è visione, non ci sono riforme, non ci sono incentivi per la crescita, ma il contrario – un soffocamento dell’economia e noi trascinati in una spirale di debito”.[6] Il 26 novembre, giorno in cui si sarebbe tenuta la seconda votazione per la legge di bilancio, sono iniziate le proteste con una imponente manifestazione nel cosiddetto ‟triangolo del potere” (la piazza chiusa sui tre lati dagli uffici del Parlamento – ex sede del partito Comunista – dall’edificio del Consiglio dei Ministri e dal palazzo della Presidenza della Repubblica, organizzata dai liberali del PP-DS, ma alla manifestazione hanno partecipato anche Radostin Vasilev, il leader del partito di destra nazionalista ed anti-europeista Mech, e vari sostenitori di Vazrazhdane.[7] Il 27 novembre, in risposta al malcontento popolare, il bilancio venne ritirato e sostituito con un budget rivisto, che però per l’opposizione conteneva solo modifiche cosmetiche; il 1 dicembre si tennero manifestazioni non solo a Sofia ma in molte città del paese, e questa volta la richiesta non era solo il ritiro della legge ma le dimissioni del governo, affiancando alle proteste contro il bilancio del 2026 quelle contro la corruzione, con una nutrita partecipazione anche da parte degli studenti universitari e del personale medico e infermieristico.[8] Peevski fece pubblicare dalla pagina Facebook del suo partito un post durissimo, nel quale accusava senza mezzi termini Radev di avere ‟organizzato il pogrom”, di volere il caos nel paese e di essersi accordato con il PP-DB per far cadere il governo;[9] Vazrazhdane, invece, temendo di essere del tutto scavalcato decideva di unirsi alla manifestazione ma solo dopo la conclusione di quella organizzata da loro davanti alla Banca nazionale, come al solito contro l’Euro. Radev fece sentire ancora la sua voce, sempre via social, dichiarando che i bulgari avevano scelto, e che lui era con loro.[10] Il giorno dopo, 11 dicembre, il governo si dimette. Peevski dichiara che il vero vincitore non è ‟la coalizione di Soros”, ovvero il PP-DS, ma ‟qualcun altro” ovvero, anche se non lo nomina, Radev, mentre da alcuni giorni i suoi sostenitori manifestano in tutta la Bulgaria ‟contro l’odio”, con più bandiere europee che bulgare;[11] il 12 il leader di Vazrazhdave, Kostadin Kostadinov, tenta di sfruttare il caos che si è venuto a creare proponendo di posticipare l’ingresso nell’Euro di un anno per cause di forza maggiore.[12] Da Bruxelles, ovviamente, fanno sapere che non è possibile, ma Vazrazhdane riacquista una buona visibilità dopo essere passato in secondo piano durante l’ultima ondata di proteste.[13]
La situazione politica resta in apparenza priva di soluzioni. Le consultazioni tra Radev e i leader dei partiti, per provare a formare un nuovo governo senza ricorrere a elezioni anticipate, con l’Euro in arrivo nel giro di nemmeno due settimane, si stanno rivelando futili. Nessun partito è disposto a formare nuove coalizioni e l’ostilità tra le forze politiche, e tra esse e la Presidenza, pare insormontabile. Radev è accusato da tutti di aver fatto precipitare la situazione per presentarsi alle prossime elezioni come l’unico politico in grado di salvare il paese, il che è certamente un’ipotesi molto verosimile ma non si capisce chi farebbe parte della sua squadra e che colore avrebbe la sua proposta politica.
Il 2026 si annuncia nel peggiore dei modi: l’ingresso nell’Eurozona doveva rappresentare il culmine trionfale di anni di crescita economica e progresso civile, ma al momento pare annunciare ben altro.
Note
[1] https://www.reuters.com/business/energy/bulgaria-has-one-month-gasoline-supplies-us-sanctions-loom-state-reserve-agency-2025-11-11/
[2] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1360659268758740
[3] https://www.focus-news.net/novini/Bylgaria/Iliyana-Iotova-Tova-koeto-se-sluchi-na-7-noemvri-mozhe-da-supernichi-na-piesa-na-Samyuul-Beket-2783539
[4] https://www.bulnews.bg/article/497839
[5] https://ofac.treasury.gov/media/934756/download?inline
[6] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1356577769166890
[7] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/1016436-grazhdani-protestirat-protiv-byudzheta-za-2026-g-v-sofiya
[8] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1019432-protesti-v-sofiya-i-v-stranata-bezreditsi-v-kasnite-chasove-v-stolitsata
[9] https://www.facebook.com/photo?fbid=1388404912646629&set=a.472263154260814
[10] https://www.facebook.com/PresidentRumenRadev/posts/1382016656623001?ref=embed_post
[11] https://glasove.com/novini/peevski-za-ostavkata-pechelivshiyat-e-drug-ne-pp-db-da-idva-oshte-dnes
[12] https://glasove.com/novini/kostadinov-vnasyame-reshenie-za-otlagane-na-evrozonata-zaradi-forsmazhorni-obstoyatelstva
[13] https://www.bta.bg/bg/news/bulgaria/national-news/1026851-ek-resheniyata-za-vlizaneto-na-balgariya-v-evrozonata-sa-prieti-i-ostavat-v-sil
Fonte
25/12/2025
Bulgaria, una crisi senza uscita (seconda prima). Lukoil, sanzioni e sovranità limitata
di Francesco Dall'Aglio
Alle elezioni il DPS-NN ottenne l’11,13% e l’APS il 7,24, ma nessuno dei partiti che componevano la coalizione GERB-BPS-ITN intendeva governare con Peevdki, e fu all’APS che si rivolsero per ottenere appoggio che fu prontamente concesso. La formazione del Governo fu caotica e lunghissima e fu resa ancora più caotica dal ricorso di uno dei partiti della destra nazionalista, Velichie, che chiese un riconteggio perché si era fermato al 3,99%, mancando lo sbarramento del 4% per poche migliaia di voti: il riconteggio confermò che lo sbarramento era stato passato, il partito fu ammesso in Parlamento e fu necessario rivedere l’assegnazione dei seggi. C’erano inoltre molti malumori di fronte all’idea che Borisov tornasse a occupare la carica di Primo Ministro, e alla fine ci si accordò per Rosen Zhelyazkov, sempre di GERB, per cui il governo si insediò solo il 16 gennaio 2025.
Ad aprile, viste le difficoltà che il governo affrontava nelle votazioni, Peevski dichiarò che era disposto, se necessario, a sostenerlo; l’APS dichiarò a sua volta che in questo caso si sarebbero ritirati, ma dato che Peevski aveva più deputati dell’APS il governo riuscì comunque a metter su una maggioranza minimamente più stabile al costo però di assestare un duro colpo alla sua credibilità per via dell’associazione a una figura così controversa, con la quale avevano in passato giurato di non voler mai governare. I due partiti di opposizione approfittarono della situazione iniziando subito a lavorare contro il governo, seguendo ognuno la sua strada: PP-DB scagliandosi contro Peevski e contro le forze politiche che lo avevano accolto, Vazrazhdane continuando la sua campagna di manifestazioni contro l’Euro, che si mantennero sostanzialmente pacifiche tranne il 22 febbraio, quando la sede della Commissione UE a Sofia fu fatta oggetto di lanci di vernice e bombe-carta e vi furono feriti e arresti.[1] Il 9 maggio la campagna anti-Euro ricevette un insperato aiuto dal Presidente Radev che in un discorso alla nazione propose di indire un referendum sull’adozione dell’Euro nel 2026, formalizzato con una proposta ufficiale fatta in Parlamento il 12.[2] Il Parlamento non approvò e costituzionalmente non era possibile che lo facesse, per cui è ovvio che la mossa di Radev era politica, per colpire sia il governo e l’opposizione liberale, che per una volta compatti si schierarono a favore della moneta unica, che l’opposizione nazionalista togliendole l’esclusiva delle proteste anti-Euro.
In questo clima di guerra per bande il Governo era alle battute finali della preparazione della legge di bilancio per il 2026, e dalle prime indiscrezioni pareva certo che anche in quel caso si sarebbe profilata, come in effetti è stato, una decisa opposizione, quando inaspettatamente l’amministrazione Trump decise, il 22 ottobre, di sanzionare la Rosneft e soprattutto la Lukoil, incluse le loro sussidiarie tra le quali vi è la Litasco SA, con sede in Svizzera e che dal 1999 detiene l’89,97% delle quote azionarie della raffineria Lukoil Neftochim di Burgas. L’impatto di una simile decisione per l’economia bulgara minacciava di essere letteralmente catastrofico: la Neftochim è una delle più importanti imprese del paese e prima dell’inizio del conflitto processava circa tre milioni di barili di greggio russo al mese, il che faceva della Bulgaria il quarto acquirente mondiale dopo India, Cina e Turchia. Forniva, e fornisce tuttora (anche se il greggio che arriva adesso a Burgas non è più russo) l’80% del diesel e della benzina venduta in Bulgaria, oltre alla quasi totalità del carburante per aerei, e contribuisce al PIL bulgaro per il 10%, impiegando tra la raffineria e il vicino terminale di Rosenets, anch’esso gestito da Litasco, circa 5000 persone senza considerare l’indotto e senza contare la rete di distributori di benzina Lukoil che costellano il paese.
A queste condizioni è facile immaginare che il peso economico di Lukoil si è spesso tradotto in peso politico, il che spiega anche la riluttanza, da parte dei governi che in questi anni si sono succeduti in Bulgaria, ad affrontare la questione del destino ultimo della raffineria. Pur aderendo subito sia ai meccanismi sanzionatori contro la Russia che all’invio di armi e materiale all’Ucraina, anche le coalizioni più accesamente liberali e atlantiste, come quella guidata da Petkov (PP) fino all’agosto 2022, hanno provato a minimizzare le ricadute sulla raffineria e sul rapporto privilegiato tra Bulgaria e Lukoil. Asen Vasilev, dello stesso partito liberista ed “europeista” di Petkov e all’epoca vice-primo ministro, aveva chiesto con insistenza a Bruxelles una deroga al bando del 5 dicembre 2022, che vietava le importazioni di greggio russo, arrivando a minacciare il veto bulgaro all’intero pacchetto di sanzioni, e l’aveva ottenuta fino al dicembre 2024.[3]
Oltre alla minaccia di affondare le sanzioni, deve aver giocato a suo favore il fatto che nel 2022, senza che la cosa fosse pubblicizzata, la Bulgaria aveva esportato in Ucraina gasolio proveniente proprio dalla raffineria Lukoil per 700 milioni di €, pagati in larga parte da USA e Gran Bretagna, e fornito sempre in segreto un gran numero di munizioni. La notizia era stata resa di dominio pubblico solo nel gennaio 2023 in un’intervista di Petkov, Vasilev e dell’allora Ministro degli esteri ucraino Kuleba a Die Welt, quando il governo Petkov, che aveva approvato l’operazione, era già caduto da qualche mese e aveva bisogno di un po’ di pubblicità positiva per le prossime elezioni (Petkov e Vasiliev, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate al giornale, avevano convinto da soli l’intera Unione Europea che bisognava aiutare l'Ucraina, ma al tempo stesso avevano dovuto tenerlo nascosto in patria per timore degli elementi filorussi).[4]
Nel novembre 2023 però un’indagine condotta congiuntamente dalla associazione non-profit Global Witness, dal CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air) e dal CSD (Center for the Study of Democracy) riportava che il volume delle importazioni di greggio russo a Burgas era cresciuto dopo l’invasione dell’Ucraina dal 70 al 93%;[5] soprattutto, stando ai risultati dell’indagine, era stato per buona parte esportato dopo la raffinazione e non più in Ucraina ma sia fuori che all’interno dei confini dell’Unione Europea, sfruttando alcune clausole relative al bando sui prodotti raffinati russi entrato in vigore il 5 febbraio 2023, soprattutto quella che consentiva alla Bulgaria di esportare prodotti raffinati, anche provenienti da greggio russo, in caso non fosse possibile conservarli sul territorio bulgaro senza rischi per l’ambiente perché la produzione eccedeva le capacità di stoccaggio nelle cisterne bulgare.[6] Stando all’indagine questo avrebbe portato a ricavi per la Russia per circa un miliardo di dollari.
La risposta di Lukoil Bulgaria era arrivata già il giorno dopo, affidata alle dichiarazioni del vicepresidente Aleksander Veličkov che aveva respinto tutte le accuse di esportazioni illegali, anche se i sospetti perduravano e anzi un articolo di Euractiv aggiungeva altri dettagli.[7] Anche Vasilev, che nel 2023 era passato a reggere il Ministero delle Finanze (carica occupata per tre volte tra il 2021 e il 2024) aveva difeso l’operato di Lukoil e ammesso che la Bulgaria aveva guadagnato, nel 2023, circa 250 milioni di € in tasse da queste vendite, che giudicava assolutamente legali e ossequiose del regime di sanzioni.[8] Ad aprile del 2023 il governo bulgaro multava Lukoil Bulgaria per 195 milioni di leva, poco meno di 100 milioni di Euro, per abuso di posizione dominante,[9] ma si trattava di un procedimento avviato già nel 2021, prima quindi della guerra e delle sanzioni, e ad agosto trasferiva il controllo del terminale di Rosenets dalla Lukoil alla compagnia statale delle infrastrutture portuali.[10]
La situazione si faceva caotica tra ottobre e dicembre 2023, con l’aumento delle pressioni europee per risolvere la questione che ormai, come abbiamo visto, era diventata di dominio pubblico e minacciava di mettere in cattiva luce l’intero meccanismo sanzionatorio. Il governo bulgaro annunciava improvvisamente una tassa di 20 leva a megawatt-ora sul transito del gas russo (mossa che riguardava quindi Gazprom e non Lukoil), che ne avrebbe aumentato il costo finale di circa il 20%: la mossa provocava una reazione molto dura da parte della Serbia e dell’Ungheria, destinatarie finali del gas che transita dalla Bulgaria attraverso il gasdotto Turkstream, oltre che della Russia. Alla fine la tassa veniva revocata ma, in una sorta di compensazione, veniva annunciato tra novembre e dicembre che le importazioni di greggio russo sarebbero cessate il 1 marzo 2024, quindi ben prima della data di scadenza negoziata nel 2022.[11] Visto anche che dal gennaio 2024 le importazioni di greggio russo si riducevano, per essere sostituite da greggio kazako, tunisino e iracheno, Lukoil dichiarava la sua intenzione di mettere in vendita la raffineria. Il governo bulgaro dichiarava una disponibilità di massima ad acquistarla ma senza finalizzare alcuna offerta (a seconda delle valutazioni il costo di acquisto si aggirerebbe tra 1 e 2 miliardi di Euro), mentre varie voci riferivano dell’interesse della compagnia petrolifera statale azera SOCAR, della KazMunayGas kazaka e dell’ungherese MOL.
Nonostante l’urgenza, il governo non sembrava curarsi troppo della faccenda, che si trascinava senza sostanziali novità fino appunto alle sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC) statunitense, la cui entrata in vigore era stata fissata per il 21 novembre: un mese per risolvere una situazione di cui per tre anni nessuno si era mai occupato veramente. Mentre il paese rimaneva attonito, la risposta iniziale del governo fu di provare a rassicurare l’opinione pubblica ma senza annunciare una linea di condotta, come testimoniato dall’intervista rilasciata a caldo dal premier Zhelyazkov, raggiunto dalla notizia a Bruxelles dove si trovava per un vertice UE e apparso sinceramente stupito della novità.[12] Fu subito evidente che al di là di annunciare vaghi progetti di nazionalizzazione o vendita non esisteva nessun piano, e che la preoccupazione principale era rassicurare la popolazione che c’erano scorte di carburante sufficienti per almeno un paio di mesi senza ipotizzare cosa sarebbe successo in caso non si fosse riusciti a vendere la raffineria. La strategia più percorribile, ma che non dava nessuna garanzia di riuscita, era quella di richiedere una proroga, ed è in quella direzione che si orientò il governo.
Il 27 ottobre, mentre qualcuno calcolava che lo stop alla produzione della raffineria di Burgas avrebbe aumentato i prezzi del carburante del 50% e in molti cominciavano a fare scorte, la Lukoil annunciava di avere messo in vendita i suoi asset internazionali, che ovviamente non comprendevano solo la Neftochim,[13] e il 30 ottobre comunicava di avere ricevuto una formale proposta da parte della Gunvor per l’acquisto del 100% delle quote della Lukoil International, specificando che la vendita era subordinata al parere positivo dell’OFAC.[14] L’entusiasmo fu di breve durata. La Gunvor Group Ltd., registrata a Cipro e con sede a Ginevra, era stata fondata nel 2000 da Torbjörn Törnqvist e Gennadii Timchenko; entrambi possedevano originariamente il 43,5% delle azioni a testa, ma Timchenko aveva venduto la sua quota a Törnqvist il 19 marzo 2014, letteralmente il giorno prima che gli USA lo sanzionassero per la sua ‟prossimità” a Putin.[15] Törnqvist possedeva dunque l’87% delle azioni e presiedeva il consiglio d’amministrazione ma il sospetto che Timchenko non avesse realmente abbandonato il suo ruolo nel gruppo rimaneva forte, tanto che la stampa bulgara presentò immediatamente la proposta di acquisto come fatta ‟da un amico di Putin” con interessi in Bank Rossiya.[16] Il giorno successivo all’annuncio, 31 ottobre, la Bulgaria dichiarò la sua volontà di chiedere una proroga alle sanzioni paventando scenari di crisi, soprattutto politica: i partiti populisti, era la tesi, avrebbero potuto approfittare della scarsità di petrolio (scarsità che, nota bene, era stata precedentemente esclusa in maniera netta dal governo) e fomentare disordini.[17] Il 6 novembre gli USA diedero parere negativo alla cessione, con un tweet insolitamente duro e nient’affatto diplomatico del Dipartimento del Tesoro che definiva senza mezzi termini la Gunvor ‟un pupazzo del Cremlino”, concludendo che finché ‟Putin non porrà fine alle uccisioni insensate” non le sarebbe stata concessa alcuna autorizzazione;[18] lo stesso giorno la Gunvor ritirava la sua offerta,[19] e 7 novembre il Parlamento bulgaro approvava in tutta fretta un disegno di legge che consentiva al Governo di nominare un manager esterno che avesse il pieno controllo della raffineria, inclusa la possibilità di venderla o nazionalizzarla anche senza il consenso del proprietario, con decisioni non soggette a revisione giudiziaria.[20] L’opposizione, sia quella liberale che quella nazionalista, protestò per quello che definì un piano pessimo e scritto senza riflettere, con tratti chiaramente incostituzionali e, come al solito, col timore che il tutto sarebbe stato gestito da Peevski, presentato ormai coma una sorta di novello Rasputin che manovrava l’intero governo. Dalla Russia, intanto, Peskov faceva sapere che gli interessi della Lukoil andavano tutelati, e che la Russia non sarebbe stata a guardare in caso di irregolarità nella vendita.
Note
[1] https://www.euronews.com/my-europe/2025/02/22/bulgarian-nationalists-vandalise-eu-building-in-protest-against-plans-to-join-eurozone
[2] https://www.reuters.com/markets/europe/bulgarian-president-proposes-referendum-euro-zone-entry-2025-05-12/
[3] https://www.newbalkanslawoffice.com/new-bulgarian-act-implements-eu-sanctions-on-russian-oil-and-petroleum-products/
[4] https://www.welt.de/politik/ausland/plus243262783/Bulgarien-Das-Land-das-heimlich-die-Ukraine-rettete.html; https://www.politico.eu/article/bulgaria-volodymyr-zelenskyy-kiril-petkov-poorest-country-eu-ukraine/; https://www.euractiv.com/news/investigation-ukraine-buys-huge-amounts-of-russian-fuels-from-bulgaria/
[5] https://energyandcleanair.org/russian-oil-on-eu-soil-bulgarian-refinery-skirts-sanctions-and-buys-russian-crude/
[6] https://www.newbalkanslawoffice.com/new-bulgarian-act-implements-eu-sanctions-on-russian-oil-and-petroleum-products/
[7] https://www.euractiv.com/news/lukoil-bulgaria-claims-it-can-legally-export-fuels-to-the-eu/
[8] https://www.politico.eu/article/how-russia-made-e1b-from-an-eu-sanctions-loophole-for-bulgaria/
[9] https://www.cpc.bg/en/news-317
[10] https://www.mtc.government.bg/en/category/1/procedure-transfer-port-terminal-rosenets-state-has-started
[11] https://www.enerdata.net/publications/daily-energy-news/bulgaria-revokes-tax-russian-gas-transit-hardens-stance-russian-oil.html
[12] https://www.24chasa.bg/biznes/article/21561369
[13] https://www.lukoil.com/PressCenter/Pressreleases/Pressrelease/on-international-assets-of-lukoil-group
[14] https://www.lukoil.com/PressCenter/Pressreleases/Pressrelease/lukoil-receives-offer-from-gunvor-to-purchase
[15] https://home.treasury.gov/news/press-releases/jl23331
[16] https://www.24chasa.bg/biznes/article/21609885
[17] https://www.politico.eu/article/bulgaria-lukoil-burgas-refinery-donald-trump-oil-sanctions-fuel-shortages/
[18] https://x.com/ustreasury/status/1986536068410405305?s=46
[19] https://www.mediapool.bg/gunvor-ottegli-ofertata-za-lukoil-sled-kato-be-narechena-marionetka-na-kremal-news376998.html
[20] https://www.mediapool.bg/praven-chobanizam-za-7-chasa-parlamentat-prie-natsionalizatsiyata-na-lukoil-news377007.html
Fonte
Alle elezioni il DPS-NN ottenne l’11,13% e l’APS il 7,24, ma nessuno dei partiti che componevano la coalizione GERB-BPS-ITN intendeva governare con Peevdki, e fu all’APS che si rivolsero per ottenere appoggio che fu prontamente concesso. La formazione del Governo fu caotica e lunghissima e fu resa ancora più caotica dal ricorso di uno dei partiti della destra nazionalista, Velichie, che chiese un riconteggio perché si era fermato al 3,99%, mancando lo sbarramento del 4% per poche migliaia di voti: il riconteggio confermò che lo sbarramento era stato passato, il partito fu ammesso in Parlamento e fu necessario rivedere l’assegnazione dei seggi. C’erano inoltre molti malumori di fronte all’idea che Borisov tornasse a occupare la carica di Primo Ministro, e alla fine ci si accordò per Rosen Zhelyazkov, sempre di GERB, per cui il governo si insediò solo il 16 gennaio 2025.
Ad aprile, viste le difficoltà che il governo affrontava nelle votazioni, Peevski dichiarò che era disposto, se necessario, a sostenerlo; l’APS dichiarò a sua volta che in questo caso si sarebbero ritirati, ma dato che Peevski aveva più deputati dell’APS il governo riuscì comunque a metter su una maggioranza minimamente più stabile al costo però di assestare un duro colpo alla sua credibilità per via dell’associazione a una figura così controversa, con la quale avevano in passato giurato di non voler mai governare. I due partiti di opposizione approfittarono della situazione iniziando subito a lavorare contro il governo, seguendo ognuno la sua strada: PP-DB scagliandosi contro Peevski e contro le forze politiche che lo avevano accolto, Vazrazhdane continuando la sua campagna di manifestazioni contro l’Euro, che si mantennero sostanzialmente pacifiche tranne il 22 febbraio, quando la sede della Commissione UE a Sofia fu fatta oggetto di lanci di vernice e bombe-carta e vi furono feriti e arresti.[1] Il 9 maggio la campagna anti-Euro ricevette un insperato aiuto dal Presidente Radev che in un discorso alla nazione propose di indire un referendum sull’adozione dell’Euro nel 2026, formalizzato con una proposta ufficiale fatta in Parlamento il 12.[2] Il Parlamento non approvò e costituzionalmente non era possibile che lo facesse, per cui è ovvio che la mossa di Radev era politica, per colpire sia il governo e l’opposizione liberale, che per una volta compatti si schierarono a favore della moneta unica, che l’opposizione nazionalista togliendole l’esclusiva delle proteste anti-Euro.
In questo clima di guerra per bande il Governo era alle battute finali della preparazione della legge di bilancio per il 2026, e dalle prime indiscrezioni pareva certo che anche in quel caso si sarebbe profilata, come in effetti è stato, una decisa opposizione, quando inaspettatamente l’amministrazione Trump decise, il 22 ottobre, di sanzionare la Rosneft e soprattutto la Lukoil, incluse le loro sussidiarie tra le quali vi è la Litasco SA, con sede in Svizzera e che dal 1999 detiene l’89,97% delle quote azionarie della raffineria Lukoil Neftochim di Burgas. L’impatto di una simile decisione per l’economia bulgara minacciava di essere letteralmente catastrofico: la Neftochim è una delle più importanti imprese del paese e prima dell’inizio del conflitto processava circa tre milioni di barili di greggio russo al mese, il che faceva della Bulgaria il quarto acquirente mondiale dopo India, Cina e Turchia. Forniva, e fornisce tuttora (anche se il greggio che arriva adesso a Burgas non è più russo) l’80% del diesel e della benzina venduta in Bulgaria, oltre alla quasi totalità del carburante per aerei, e contribuisce al PIL bulgaro per il 10%, impiegando tra la raffineria e il vicino terminale di Rosenets, anch’esso gestito da Litasco, circa 5000 persone senza considerare l’indotto e senza contare la rete di distributori di benzina Lukoil che costellano il paese.
A queste condizioni è facile immaginare che il peso economico di Lukoil si è spesso tradotto in peso politico, il che spiega anche la riluttanza, da parte dei governi che in questi anni si sono succeduti in Bulgaria, ad affrontare la questione del destino ultimo della raffineria. Pur aderendo subito sia ai meccanismi sanzionatori contro la Russia che all’invio di armi e materiale all’Ucraina, anche le coalizioni più accesamente liberali e atlantiste, come quella guidata da Petkov (PP) fino all’agosto 2022, hanno provato a minimizzare le ricadute sulla raffineria e sul rapporto privilegiato tra Bulgaria e Lukoil. Asen Vasilev, dello stesso partito liberista ed “europeista” di Petkov e all’epoca vice-primo ministro, aveva chiesto con insistenza a Bruxelles una deroga al bando del 5 dicembre 2022, che vietava le importazioni di greggio russo, arrivando a minacciare il veto bulgaro all’intero pacchetto di sanzioni, e l’aveva ottenuta fino al dicembre 2024.[3]
Oltre alla minaccia di affondare le sanzioni, deve aver giocato a suo favore il fatto che nel 2022, senza che la cosa fosse pubblicizzata, la Bulgaria aveva esportato in Ucraina gasolio proveniente proprio dalla raffineria Lukoil per 700 milioni di €, pagati in larga parte da USA e Gran Bretagna, e fornito sempre in segreto un gran numero di munizioni. La notizia era stata resa di dominio pubblico solo nel gennaio 2023 in un’intervista di Petkov, Vasilev e dell’allora Ministro degli esteri ucraino Kuleba a Die Welt, quando il governo Petkov, che aveva approvato l’operazione, era già caduto da qualche mese e aveva bisogno di un po’ di pubblicità positiva per le prossime elezioni (Petkov e Vasiliev, a giudicare dalle dichiarazioni rilasciate al giornale, avevano convinto da soli l’intera Unione Europea che bisognava aiutare l'Ucraina, ma al tempo stesso avevano dovuto tenerlo nascosto in patria per timore degli elementi filorussi).[4]
Nel novembre 2023 però un’indagine condotta congiuntamente dalla associazione non-profit Global Witness, dal CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air) e dal CSD (Center for the Study of Democracy) riportava che il volume delle importazioni di greggio russo a Burgas era cresciuto dopo l’invasione dell’Ucraina dal 70 al 93%;[5] soprattutto, stando ai risultati dell’indagine, era stato per buona parte esportato dopo la raffinazione e non più in Ucraina ma sia fuori che all’interno dei confini dell’Unione Europea, sfruttando alcune clausole relative al bando sui prodotti raffinati russi entrato in vigore il 5 febbraio 2023, soprattutto quella che consentiva alla Bulgaria di esportare prodotti raffinati, anche provenienti da greggio russo, in caso non fosse possibile conservarli sul territorio bulgaro senza rischi per l’ambiente perché la produzione eccedeva le capacità di stoccaggio nelle cisterne bulgare.[6] Stando all’indagine questo avrebbe portato a ricavi per la Russia per circa un miliardo di dollari.
La risposta di Lukoil Bulgaria era arrivata già il giorno dopo, affidata alle dichiarazioni del vicepresidente Aleksander Veličkov che aveva respinto tutte le accuse di esportazioni illegali, anche se i sospetti perduravano e anzi un articolo di Euractiv aggiungeva altri dettagli.[7] Anche Vasilev, che nel 2023 era passato a reggere il Ministero delle Finanze (carica occupata per tre volte tra il 2021 e il 2024) aveva difeso l’operato di Lukoil e ammesso che la Bulgaria aveva guadagnato, nel 2023, circa 250 milioni di € in tasse da queste vendite, che giudicava assolutamente legali e ossequiose del regime di sanzioni.[8] Ad aprile del 2023 il governo bulgaro multava Lukoil Bulgaria per 195 milioni di leva, poco meno di 100 milioni di Euro, per abuso di posizione dominante,[9] ma si trattava di un procedimento avviato già nel 2021, prima quindi della guerra e delle sanzioni, e ad agosto trasferiva il controllo del terminale di Rosenets dalla Lukoil alla compagnia statale delle infrastrutture portuali.[10]
La situazione si faceva caotica tra ottobre e dicembre 2023, con l’aumento delle pressioni europee per risolvere la questione che ormai, come abbiamo visto, era diventata di dominio pubblico e minacciava di mettere in cattiva luce l’intero meccanismo sanzionatorio. Il governo bulgaro annunciava improvvisamente una tassa di 20 leva a megawatt-ora sul transito del gas russo (mossa che riguardava quindi Gazprom e non Lukoil), che ne avrebbe aumentato il costo finale di circa il 20%: la mossa provocava una reazione molto dura da parte della Serbia e dell’Ungheria, destinatarie finali del gas che transita dalla Bulgaria attraverso il gasdotto Turkstream, oltre che della Russia. Alla fine la tassa veniva revocata ma, in una sorta di compensazione, veniva annunciato tra novembre e dicembre che le importazioni di greggio russo sarebbero cessate il 1 marzo 2024, quindi ben prima della data di scadenza negoziata nel 2022.[11] Visto anche che dal gennaio 2024 le importazioni di greggio russo si riducevano, per essere sostituite da greggio kazako, tunisino e iracheno, Lukoil dichiarava la sua intenzione di mettere in vendita la raffineria. Il governo bulgaro dichiarava una disponibilità di massima ad acquistarla ma senza finalizzare alcuna offerta (a seconda delle valutazioni il costo di acquisto si aggirerebbe tra 1 e 2 miliardi di Euro), mentre varie voci riferivano dell’interesse della compagnia petrolifera statale azera SOCAR, della KazMunayGas kazaka e dell’ungherese MOL.
Nonostante l’urgenza, il governo non sembrava curarsi troppo della faccenda, che si trascinava senza sostanziali novità fino appunto alle sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC) statunitense, la cui entrata in vigore era stata fissata per il 21 novembre: un mese per risolvere una situazione di cui per tre anni nessuno si era mai occupato veramente. Mentre il paese rimaneva attonito, la risposta iniziale del governo fu di provare a rassicurare l’opinione pubblica ma senza annunciare una linea di condotta, come testimoniato dall’intervista rilasciata a caldo dal premier Zhelyazkov, raggiunto dalla notizia a Bruxelles dove si trovava per un vertice UE e apparso sinceramente stupito della novità.[12] Fu subito evidente che al di là di annunciare vaghi progetti di nazionalizzazione o vendita non esisteva nessun piano, e che la preoccupazione principale era rassicurare la popolazione che c’erano scorte di carburante sufficienti per almeno un paio di mesi senza ipotizzare cosa sarebbe successo in caso non si fosse riusciti a vendere la raffineria. La strategia più percorribile, ma che non dava nessuna garanzia di riuscita, era quella di richiedere una proroga, ed è in quella direzione che si orientò il governo.
Il 27 ottobre, mentre qualcuno calcolava che lo stop alla produzione della raffineria di Burgas avrebbe aumentato i prezzi del carburante del 50% e in molti cominciavano a fare scorte, la Lukoil annunciava di avere messo in vendita i suoi asset internazionali, che ovviamente non comprendevano solo la Neftochim,[13] e il 30 ottobre comunicava di avere ricevuto una formale proposta da parte della Gunvor per l’acquisto del 100% delle quote della Lukoil International, specificando che la vendita era subordinata al parere positivo dell’OFAC.[14] L’entusiasmo fu di breve durata. La Gunvor Group Ltd., registrata a Cipro e con sede a Ginevra, era stata fondata nel 2000 da Torbjörn Törnqvist e Gennadii Timchenko; entrambi possedevano originariamente il 43,5% delle azioni a testa, ma Timchenko aveva venduto la sua quota a Törnqvist il 19 marzo 2014, letteralmente il giorno prima che gli USA lo sanzionassero per la sua ‟prossimità” a Putin.[15] Törnqvist possedeva dunque l’87% delle azioni e presiedeva il consiglio d’amministrazione ma il sospetto che Timchenko non avesse realmente abbandonato il suo ruolo nel gruppo rimaneva forte, tanto che la stampa bulgara presentò immediatamente la proposta di acquisto come fatta ‟da un amico di Putin” con interessi in Bank Rossiya.[16] Il giorno successivo all’annuncio, 31 ottobre, la Bulgaria dichiarò la sua volontà di chiedere una proroga alle sanzioni paventando scenari di crisi, soprattutto politica: i partiti populisti, era la tesi, avrebbero potuto approfittare della scarsità di petrolio (scarsità che, nota bene, era stata precedentemente esclusa in maniera netta dal governo) e fomentare disordini.[17] Il 6 novembre gli USA diedero parere negativo alla cessione, con un tweet insolitamente duro e nient’affatto diplomatico del Dipartimento del Tesoro che definiva senza mezzi termini la Gunvor ‟un pupazzo del Cremlino”, concludendo che finché ‟Putin non porrà fine alle uccisioni insensate” non le sarebbe stata concessa alcuna autorizzazione;[18] lo stesso giorno la Gunvor ritirava la sua offerta,[19] e 7 novembre il Parlamento bulgaro approvava in tutta fretta un disegno di legge che consentiva al Governo di nominare un manager esterno che avesse il pieno controllo della raffineria, inclusa la possibilità di venderla o nazionalizzarla anche senza il consenso del proprietario, con decisioni non soggette a revisione giudiziaria.[20] L’opposizione, sia quella liberale che quella nazionalista, protestò per quello che definì un piano pessimo e scritto senza riflettere, con tratti chiaramente incostituzionali e, come al solito, col timore che il tutto sarebbe stato gestito da Peevski, presentato ormai coma una sorta di novello Rasputin che manovrava l’intero governo. Dalla Russia, intanto, Peskov faceva sapere che gli interessi della Lukoil andavano tutelati, e che la Russia non sarebbe stata a guardare in caso di irregolarità nella vendita.
Note
[1] https://www.euronews.com/my-europe/2025/02/22/bulgarian-nationalists-vandalise-eu-building-in-protest-against-plans-to-join-eurozone
[2] https://www.reuters.com/markets/europe/bulgarian-president-proposes-referendum-euro-zone-entry-2025-05-12/
[3] https://www.newbalkanslawoffice.com/new-bulgarian-act-implements-eu-sanctions-on-russian-oil-and-petroleum-products/
[4] https://www.welt.de/politik/ausland/plus243262783/Bulgarien-Das-Land-das-heimlich-die-Ukraine-rettete.html; https://www.politico.eu/article/bulgaria-volodymyr-zelenskyy-kiril-petkov-poorest-country-eu-ukraine/; https://www.euractiv.com/news/investigation-ukraine-buys-huge-amounts-of-russian-fuels-from-bulgaria/
[5] https://energyandcleanair.org/russian-oil-on-eu-soil-bulgarian-refinery-skirts-sanctions-and-buys-russian-crude/
[6] https://www.newbalkanslawoffice.com/new-bulgarian-act-implements-eu-sanctions-on-russian-oil-and-petroleum-products/
[7] https://www.euractiv.com/news/lukoil-bulgaria-claims-it-can-legally-export-fuels-to-the-eu/
[8] https://www.politico.eu/article/how-russia-made-e1b-from-an-eu-sanctions-loophole-for-bulgaria/
[9] https://www.cpc.bg/en/news-317
[10] https://www.mtc.government.bg/en/category/1/procedure-transfer-port-terminal-rosenets-state-has-started
[11] https://www.enerdata.net/publications/daily-energy-news/bulgaria-revokes-tax-russian-gas-transit-hardens-stance-russian-oil.html
[12] https://www.24chasa.bg/biznes/article/21561369
[13] https://www.lukoil.com/PressCenter/Pressreleases/Pressrelease/on-international-assets-of-lukoil-group
[14] https://www.lukoil.com/PressCenter/Pressreleases/Pressrelease/lukoil-receives-offer-from-gunvor-to-purchase
[15] https://home.treasury.gov/news/press-releases/jl23331
[16] https://www.24chasa.bg/biznes/article/21609885
[17] https://www.politico.eu/article/bulgaria-lukoil-burgas-refinery-donald-trump-oil-sanctions-fuel-shortages/
[18] https://x.com/ustreasury/status/1986536068410405305?s=46
[19] https://www.mediapool.bg/gunvor-ottegli-ofertata-za-lukoil-sled-kato-be-narechena-marionetka-na-kremal-news376998.html
[20] https://www.mediapool.bg/praven-chobanizam-za-7-chasa-parlamentat-prie-natsionalizatsiyata-na-lukoil-news377007.html
Fonte
Bulgaria, una crisi senza uscita (parte prima). Cinque anni di instabilità e il collasso della politica
di Francesco Dall’Aglio
Le dimissioni del governo bulgaro, avvenute l’11 dicembre sull’onda di una serie di manifestazioni molto partecipate a Sofia e in molte altre città, sono l’ultimo atto di una crisi politica che si trascina da anni e che negli ultimi mesi, complice una serie di motivi, si è trasformata in una tempesta perfetta per l’esecutivo e per l’intera politica bulgara. Provocate dalle proteste contro la nuova legge di bilancio per il 2026, approvata in maniera poco rituale e che sembra essere riuscita a scontentare tutte le parti sociali, le proteste si sono innestate su una serie di altre istanze che preoccupano la popolazione: una insoddisfazione generalizzata nei confronti della classe politica, pesanti accuse di corruzione a membri importanti dell’esecutivo, l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, inclusa una bolla del mercato immobiliare che sta aumentando a dismisura il costo delle abitazioni, l’entrata in vigore dell’Euro il 1 gennaio 2026, la spaccatura dell’opinione pubblica sul conflitto in Ucraina, le sanzioni trumpiane alla Lukoil e la preoccupazione per la sorte della raffineria di Burgas, che fornisce da sola l’80% del carburante della Bulgaria, e non ultimo un complesso sistema di inimicizie politiche e personali, e di sabotaggi reciproci, tra la Presidenza della repubblica guidata da Rumen Radev, il governo guidato da Boijko Borisov e l’opposizione, sia quella liberale che quella nazionalista.
Il tutto in un Paese fondamentale per il “fianco sud-est” della NATO, non solo dal punto di vista della posizione geografica ma soprattutto per la produzione bellica: è infatti l’unico paese dell’ex-Patto di Varsavia ad aver mantenuto una linea di produzione per i proiettili d’artiglieria sovietici, che sono stati fondamentali per garantire potenza di fuoco all’Ucraina nella prima fase del conflitto, e recentemente la Rheinmetall ha deciso di investirvi massicciamente in nuove linee di produzione sia per i proiettili d’artiglieria calibro NATO che per la produzione di polvere da sparo, uno dei punti deboli dell’industria militare europea.[1] Non tutti, sia tra i cittadini che tra i partiti politici, sono d’accordo col ruolo di prima linea che nelle intenzioni della NATO e dell’UE la Bulgaria dovrebbe giocare nel conflitto ucraino e nel successivo potenziamento militare europeo, il che contribuisce a rendere la situazione ancor più volatile di quanto già non sia.
Questa crisi ha raggiunto il punto di non ritorno quest’anno, ma è da tempo che la Bulgaria non riesce ad esprimere un governo stabile e che il malcontento della popolazione dei confronti della classe politica cresce. Possiamo fissarne l’inizio al 9 luglio 2020, quando si è tenuta la prima manifestazione contro l’esecutivo di Bojko Borisov, leader del partito conservatore GERB e personaggio molto noto, che guidava il paese dal 2016 e il cui governo era stato coinvolto in una lunga serie di scandali. Le manifestazioni contro di lui e in generale contro la corruzione erano proseguite letteralmente ogni giorno fino alla scadenza del suo mandato nell’aprile 2021, ma chi sperava che nuove elezioni avrebbero riportato il paese alla normalità si è dovuto ricredere perché da allora non è stato possibile formare una maggioranza di governo che restasse in carica per più di un anno. Dal 2021 si è andati alle urne 7 volte (3 nel 2021, 1 nel 2022, 1 nel 2023 e 2 nel 2024), senza contare le elezioni che si terranno a breve, e la percentuale dei votanti disillusi è cresciuta progressivamente fino ad arrivare, alle ultime elezioni, a percentuali di astensione superiori al 65%.
Nessuno schieramento è riuscito a creare una coalizione di governo stabile, né le formazioni politiche nate dalle manifestazioni e basate sostanzialmente sulla protesta e l’anticorruzione, né i liberali ‟europeisti” né la sinistra né la destra nazionalista, in crescita nei sondaggi ma ben lontana dai numeri necessari.
Un panorama politico dunque estremamente volatile, con alleanze opportunistiche e transitorie e coalizioni pronte a spaccarsi alla minima difficoltà. Emblematico a questo proposito è il caso del governo appena dimessosi, che a sua volta è la conseguenza del fallimento della coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni dell’aprile 2023, le prime di quell’anno, formata dall’intramontabile GERB di Borisov e dai liberali di ‟Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica” (PP-DS) guidati da Kiril Petkov (già Primo Ministro dal dicembre 2021 all’agosto 2022) e Asen Vasilev, entrambi economisti. Si tratta di due partiti che hanno ben poco in comune: conservatore e populista uno, liberale l’altro, erano riusciti comunque a trovare un modus vivendi in nome dell’Unione Europea, dell’ingresso nell’Euro e del sostegno all’Ucraina.
Era stato deciso che la carica di Primo Ministro sarebbe stata assegnata a rotazione tra i due partiti, toccando prima a Nikolai Denkov (PP-DB) con Mariya Gabriel come vice, per poi invertire i ruoli dopo nove mesi. Alla scadenza del termine di Denkov, però, le tensioni tra i due partiti, già presenti fin dall’inizio, esplosero facendo naufragare il passaggio di consegne e portando nuovamente il paese ad elezioni anticipate nel giugno 2024. Da quel momento i rapporti tra GERB e PP-DS si guastarono, e peggiorarono sempre più. Le elezioni del 9 giugno 2024 videro sempre GERB come primo partito, ma non fu possibile formare una maggioranza anche perché il Presidente della Repubblica Rumen Radev (eletto come indipendente ma con l’appoggio del Partito Socialista nel 2017 e al suo secondo mandato) aveva fatto largo uso dei suoi poteri di veto, attirandosi notevoli critiche ma anche l’appoggio di chi, a sinistra come a destra, continuava a identificare GERB come il simbolo della corruzione e del malgoverno, e Borisov come un personaggio pericoloso per la democrazia. Nuove elezioni furono fissate per il 27 ottobre 2024 e tra accuse di brogli e compravendite di voti GERB si trovò ancora una volta primo partito e ancora una volta impossibilitato a governare da solo. Per non ricorrere un’altra volta alle elezioni anticipate si formò una complessa maggioranza che vedeva insieme GERB, il Partito Socialista – Sinistra Unita (BSP, ma alcune delle formazioni minori lo abbandonarono non volendo collaborare con GERB), e il partito populista anti-corruzione ITN con PP-DB all’opposizione insieme (o meglio contro) i partiti nazionalisti Vazrazhdane (Risorgimento), Mech e Velichie, tutti e tre su posizioni sovraniste ed anti-europeiste.
La coalizione restava comunque fragile e per rinforzarla furono avviate consultazioni con quello che è spesso stato in passato l’ago della bilancia della politica bulgara, il partito centrista e storicamente espressione del voto della minoranza turca Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), che si era però da pochissimo spaccato in due tronconi a causa di una profonda crisi interna dovuta in gran parte all’ascesa al suo interno di Delyan Peevski, coinvolto in una infinità di scandali fin dal suo debutto sulla scena politica nel 2001 e dal 2021 sotto sanzioni statunitensi per ‟significativi atti di corruzione” in base al cosiddetto ‟Magnitsky Act”.[2] Nell’ottobre 2023 Peevski era diventato vicepresidente del gruppo parlamentare del DPS insieme a Mustafa Sali Karadayi (la carica di presidente era attribuita ad honorem ad Ahmed Dogan, fondatore del partito nel 1990), schierandosi da subito su posizioni europeiste ed anti-russe e litigando, nei mesi successivi, con tutte le personalità politiche di governo e opposizione, incluso il Presidente della Repubblica. Il 7 novembre 2023 Karadayi si dimise dalla carica per motivi personali, lasciando Peevski unico vicepresidente, e 10 giorni dopo annunciò la sua intenzione di candidarsi a presidente del partito incassando anche l’appoggio di Dogan che però, vista una significativa fronda all’interno del partito, successivamente decise di mantenere la doppia vicepresidenza affiancandogli l’ex-ministro Dzhevdet Chakarov.[3] Il 27 agosto 2024, a due mesi dalle elezioni, Peevski e parte del suo gruppo vennero espulsi dal partito, probabilmente su iniziativa di Dogan. Peevski, che da candidato indipendente non avrebbe avuto alcuna speranza di essere eletto, fece ricorso, riuscì a prendere il controllo del sito web del partito e si presentò all’opinione pubblica come il vero continuatore dell’opera del DPS, chiamando la sua formazione DPS-NN, ‟DPS-Nuovo Inizio”.[4]
Il 2 settembre sia lui che Chakarov presentarono le loro liste, entrambe sotto la sigla DPS: Peevski riuscì a presentarla per primo avvalendosi della possibilità di farlo elettronicamente, e non personalmente allo sportello della commissione elettorale, registrando così la sua candidatura alle 00.05 all’insaputa di Chakarov che consegnò firme e richiesta all’apertura dell’ufficio. Il Tribunale amministrativo al quale entrambi fecero ricorso riconobbe dunque che Peevski aveva presentato la lista per primo, e un altro tribunale stabilì che la sua espulsione dal partito era stata irregolare, consentendogli così di utilizzare nome, simbolo e strutture del DPS; Chakarov abbandonò il partito per formare l’Alleanza per i Diritti e le Libertà (il simbolo dei due partiti e diverso ma la sigla è quasi uguale, АПС per Chakarov e ДПС per Peevski, ma la A di АПС è resa graficamente in maniera estremamente simile alla Д, cosicché a prima vista i nomi dei due partiti, complici anche colore e font uguali, sono indistinguibili).
Note
[1] https://www.novinite.com/articles/234154/Defense+Minister%3A+New+Factory+Will+Turn+Bulgaria+into+Key+NATO+and+EU+Ammunition+Supplier
[2] https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy0208
[3] https://www.mediapool.bg/po-narezhdane-na-dogan-dps-izbra-peevski-i-chakarov-za-lideri-news356539.html
[4] https://boulevardbulgaria.bg/articles/shte-ima-li-dps-dogan-i-dps-peevski-v-byuletinata-na-izborite-na-27-oktomvri
Fonte
Le dimissioni del governo bulgaro, avvenute l’11 dicembre sull’onda di una serie di manifestazioni molto partecipate a Sofia e in molte altre città, sono l’ultimo atto di una crisi politica che si trascina da anni e che negli ultimi mesi, complice una serie di motivi, si è trasformata in una tempesta perfetta per l’esecutivo e per l’intera politica bulgara. Provocate dalle proteste contro la nuova legge di bilancio per il 2026, approvata in maniera poco rituale e che sembra essere riuscita a scontentare tutte le parti sociali, le proteste si sono innestate su una serie di altre istanze che preoccupano la popolazione: una insoddisfazione generalizzata nei confronti della classe politica, pesanti accuse di corruzione a membri importanti dell’esecutivo, l’aumento dell’inflazione e del costo della vita, inclusa una bolla del mercato immobiliare che sta aumentando a dismisura il costo delle abitazioni, l’entrata in vigore dell’Euro il 1 gennaio 2026, la spaccatura dell’opinione pubblica sul conflitto in Ucraina, le sanzioni trumpiane alla Lukoil e la preoccupazione per la sorte della raffineria di Burgas, che fornisce da sola l’80% del carburante della Bulgaria, e non ultimo un complesso sistema di inimicizie politiche e personali, e di sabotaggi reciproci, tra la Presidenza della repubblica guidata da Rumen Radev, il governo guidato da Boijko Borisov e l’opposizione, sia quella liberale che quella nazionalista.
Il tutto in un Paese fondamentale per il “fianco sud-est” della NATO, non solo dal punto di vista della posizione geografica ma soprattutto per la produzione bellica: è infatti l’unico paese dell’ex-Patto di Varsavia ad aver mantenuto una linea di produzione per i proiettili d’artiglieria sovietici, che sono stati fondamentali per garantire potenza di fuoco all’Ucraina nella prima fase del conflitto, e recentemente la Rheinmetall ha deciso di investirvi massicciamente in nuove linee di produzione sia per i proiettili d’artiglieria calibro NATO che per la produzione di polvere da sparo, uno dei punti deboli dell’industria militare europea.[1] Non tutti, sia tra i cittadini che tra i partiti politici, sono d’accordo col ruolo di prima linea che nelle intenzioni della NATO e dell’UE la Bulgaria dovrebbe giocare nel conflitto ucraino e nel successivo potenziamento militare europeo, il che contribuisce a rendere la situazione ancor più volatile di quanto già non sia.
Questa crisi ha raggiunto il punto di non ritorno quest’anno, ma è da tempo che la Bulgaria non riesce ad esprimere un governo stabile e che il malcontento della popolazione dei confronti della classe politica cresce. Possiamo fissarne l’inizio al 9 luglio 2020, quando si è tenuta la prima manifestazione contro l’esecutivo di Bojko Borisov, leader del partito conservatore GERB e personaggio molto noto, che guidava il paese dal 2016 e il cui governo era stato coinvolto in una lunga serie di scandali. Le manifestazioni contro di lui e in generale contro la corruzione erano proseguite letteralmente ogni giorno fino alla scadenza del suo mandato nell’aprile 2021, ma chi sperava che nuove elezioni avrebbero riportato il paese alla normalità si è dovuto ricredere perché da allora non è stato possibile formare una maggioranza di governo che restasse in carica per più di un anno. Dal 2021 si è andati alle urne 7 volte (3 nel 2021, 1 nel 2022, 1 nel 2023 e 2 nel 2024), senza contare le elezioni che si terranno a breve, e la percentuale dei votanti disillusi è cresciuta progressivamente fino ad arrivare, alle ultime elezioni, a percentuali di astensione superiori al 65%.
Nessuno schieramento è riuscito a creare una coalizione di governo stabile, né le formazioni politiche nate dalle manifestazioni e basate sostanzialmente sulla protesta e l’anticorruzione, né i liberali ‟europeisti” né la sinistra né la destra nazionalista, in crescita nei sondaggi ma ben lontana dai numeri necessari.
Un panorama politico dunque estremamente volatile, con alleanze opportunistiche e transitorie e coalizioni pronte a spaccarsi alla minima difficoltà. Emblematico a questo proposito è il caso del governo appena dimessosi, che a sua volta è la conseguenza del fallimento della coalizione uscita vittoriosa dalle elezioni dell’aprile 2023, le prime di quell’anno, formata dall’intramontabile GERB di Borisov e dai liberali di ‟Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica” (PP-DS) guidati da Kiril Petkov (già Primo Ministro dal dicembre 2021 all’agosto 2022) e Asen Vasilev, entrambi economisti. Si tratta di due partiti che hanno ben poco in comune: conservatore e populista uno, liberale l’altro, erano riusciti comunque a trovare un modus vivendi in nome dell’Unione Europea, dell’ingresso nell’Euro e del sostegno all’Ucraina.
Era stato deciso che la carica di Primo Ministro sarebbe stata assegnata a rotazione tra i due partiti, toccando prima a Nikolai Denkov (PP-DB) con Mariya Gabriel come vice, per poi invertire i ruoli dopo nove mesi. Alla scadenza del termine di Denkov, però, le tensioni tra i due partiti, già presenti fin dall’inizio, esplosero facendo naufragare il passaggio di consegne e portando nuovamente il paese ad elezioni anticipate nel giugno 2024. Da quel momento i rapporti tra GERB e PP-DS si guastarono, e peggiorarono sempre più. Le elezioni del 9 giugno 2024 videro sempre GERB come primo partito, ma non fu possibile formare una maggioranza anche perché il Presidente della Repubblica Rumen Radev (eletto come indipendente ma con l’appoggio del Partito Socialista nel 2017 e al suo secondo mandato) aveva fatto largo uso dei suoi poteri di veto, attirandosi notevoli critiche ma anche l’appoggio di chi, a sinistra come a destra, continuava a identificare GERB come il simbolo della corruzione e del malgoverno, e Borisov come un personaggio pericoloso per la democrazia. Nuove elezioni furono fissate per il 27 ottobre 2024 e tra accuse di brogli e compravendite di voti GERB si trovò ancora una volta primo partito e ancora una volta impossibilitato a governare da solo. Per non ricorrere un’altra volta alle elezioni anticipate si formò una complessa maggioranza che vedeva insieme GERB, il Partito Socialista – Sinistra Unita (BSP, ma alcune delle formazioni minori lo abbandonarono non volendo collaborare con GERB), e il partito populista anti-corruzione ITN con PP-DB all’opposizione insieme (o meglio contro) i partiti nazionalisti Vazrazhdane (Risorgimento), Mech e Velichie, tutti e tre su posizioni sovraniste ed anti-europeiste.
La coalizione restava comunque fragile e per rinforzarla furono avviate consultazioni con quello che è spesso stato in passato l’ago della bilancia della politica bulgara, il partito centrista e storicamente espressione del voto della minoranza turca Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), che si era però da pochissimo spaccato in due tronconi a causa di una profonda crisi interna dovuta in gran parte all’ascesa al suo interno di Delyan Peevski, coinvolto in una infinità di scandali fin dal suo debutto sulla scena politica nel 2001 e dal 2021 sotto sanzioni statunitensi per ‟significativi atti di corruzione” in base al cosiddetto ‟Magnitsky Act”.[2] Nell’ottobre 2023 Peevski era diventato vicepresidente del gruppo parlamentare del DPS insieme a Mustafa Sali Karadayi (la carica di presidente era attribuita ad honorem ad Ahmed Dogan, fondatore del partito nel 1990), schierandosi da subito su posizioni europeiste ed anti-russe e litigando, nei mesi successivi, con tutte le personalità politiche di governo e opposizione, incluso il Presidente della Repubblica. Il 7 novembre 2023 Karadayi si dimise dalla carica per motivi personali, lasciando Peevski unico vicepresidente, e 10 giorni dopo annunciò la sua intenzione di candidarsi a presidente del partito incassando anche l’appoggio di Dogan che però, vista una significativa fronda all’interno del partito, successivamente decise di mantenere la doppia vicepresidenza affiancandogli l’ex-ministro Dzhevdet Chakarov.[3] Il 27 agosto 2024, a due mesi dalle elezioni, Peevski e parte del suo gruppo vennero espulsi dal partito, probabilmente su iniziativa di Dogan. Peevski, che da candidato indipendente non avrebbe avuto alcuna speranza di essere eletto, fece ricorso, riuscì a prendere il controllo del sito web del partito e si presentò all’opinione pubblica come il vero continuatore dell’opera del DPS, chiamando la sua formazione DPS-NN, ‟DPS-Nuovo Inizio”.[4]
Il 2 settembre sia lui che Chakarov presentarono le loro liste, entrambe sotto la sigla DPS: Peevski riuscì a presentarla per primo avvalendosi della possibilità di farlo elettronicamente, e non personalmente allo sportello della commissione elettorale, registrando così la sua candidatura alle 00.05 all’insaputa di Chakarov che consegnò firme e richiesta all’apertura dell’ufficio. Il Tribunale amministrativo al quale entrambi fecero ricorso riconobbe dunque che Peevski aveva presentato la lista per primo, e un altro tribunale stabilì che la sua espulsione dal partito era stata irregolare, consentendogli così di utilizzare nome, simbolo e strutture del DPS; Chakarov abbandonò il partito per formare l’Alleanza per i Diritti e le Libertà (il simbolo dei due partiti e diverso ma la sigla è quasi uguale, АПС per Chakarov e ДПС per Peevski, ma la A di АПС è resa graficamente in maniera estremamente simile alla Д, cosicché a prima vista i nomi dei due partiti, complici anche colore e font uguali, sono indistinguibili).
Note
[1] https://www.novinite.com/articles/234154/Defense+Minister%3A+New+Factory+Will+Turn+Bulgaria+into+Key+NATO+and+EU+Ammunition+Supplier
[2] https://home.treasury.gov/news/press-releases/jy0208
[3] https://www.mediapool.bg/po-narezhdane-na-dogan-dps-izbra-peevski-i-chakarov-za-lideri-news356539.html
[4] https://boulevardbulgaria.bg/articles/shte-ima-li-dps-dogan-i-dps-peevski-v-byuletinata-na-izborite-na-27-oktomvri
Fonte
15/12/2025
Bulgaria - La crisi è più radicata di come appare
di Francesco Dall'Aglio
Da qualche giorno sto leggendo una serie di interpretazioni diciamo fantasiose sulle proteste di piazza in Bulgaria, che vanno dalla lotta di popolo contro la tirannia dell'Unione Europea all'ennesimo "schiaffo a Putin" alla rivoluzione colorata (contro un governo stabilmente nell'Unione Europea, nella NATO e che dal 1 gennaio passerà all'Euro), il tutto accompagnato dall'immancabile "non ce lo diconoooooo". Che "non ce lo dicano" è abbastanza ovvio, visto che storicamente gli esteri sono il punto debole delle redazioni italiane, che non ci sono mazzate o scontri con la polizia, che nessuno ha mai avuto idea di cosa succede in Bulgaria e che, appunto, non puoi interpretare le proteste come pro/contro l'UE o pro/contro Putin.
Prima di tutto, queste proteste non c'entrano niente con quelle di qualche tempo fa contro l'Euro: quelle erano organizzate dai partiti della destra nazionalista/populista, primo fra tutti "Възраждане" ("Risorgimento", VZ), queste sono organizzate dal partito liberale/europeista "Продължаваме промяната – Демократична България" ("Continuiamo il cambiamento - Bulgaria democratica", PP-DB - in realtà è una coalizione di due partiti ma facciamola breve) contro la legge di bilancio per il 2026 varata dal governo di Bojko Borisov, leader del partito di centrodestra GERB, e Delyan Peevski, leader del partito di centro DPS-NN (e per questo, si dice, ancora a piede libero e non rinchiuso nelle patrie galere). PP-DB ce l'ha a morte con Borisov: dopo le elezioni del 2023 sono andati al governo insieme ma nel giro di nemmeno un anno la coalizione è crollata, Borisov si è alleato con il chiacchieratissimo Peevski e si è andati a elezioni anticipate a giugno 2024, dalle quali è emerso il governo attuale GERB, DPS-NN e BSP (il partito socialista), con PP-DB fuori dal governo e smanioso di vendetta, perché l'ingresso nell'Euro, storico cavallo di battaglia, sarebbe avvenuto senza di loro. Ai due litiganti dobbiamo aggiungere il terzo, il Presidente della repubblica Rumen Radev (centrosinistra), che odia entrambi (soprattutto Borisov) e da entrambi è odiato - in molti sperano, o temono, che alla scadenza del mandato presidenziale, l'anno prossimo, formi un partito ed entri in politica.
Questo è il quadro di partenza, che a noi italiani ricorda gli anni ruggenti del pentapartito. Le manifestazioni di questi giorni, abbiamo detto, sono contro la nuova legge di bilancio approvata dal governo, che ha scontentato tutti perché, in un quadro economico dominato da un'inflazione abbastanza alta (più della media UE), una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, i problemi derivanti dalla guerra in Ucraina e l'incertezza dovuta all'imminente ingresso nell'Euro, non contiene nessuna misura anti-inflattiva, prevede 10 miliardi di nuovo debito e, anche se aumenta di poco il salario minimo (620 €) e le pensioni, aumenta anche dell'1-2% i contributi previdenziali e pensionistici, ovvero aumenta le tasse in maniera indiretta - perché tenerle basse è fondamentale per attirare gli investimenti esteri, il disavanzo lo pagheranno i cittadini. Certo si tratta di aumenti contenuti, ma in questa congiuntura economica anche una ventina di euro possono pesare (soprattutto perché non si sa cosa succederà di qui a qualche settimana). Gli imprenditori protestano per l'aumento del costo del lavoro, i dipendenti per l'aumento dei contributi, i pensionati perché l'aumento delle pensioni è molto basso, i sindacati perché il salario minimo è inferiore a quanto volevano, gli studenti perché temono per il futuro, medici e infermieri perché li pagano troppo poco e contestano la distribuzione dei fondi destinati alla sanità, e insomma tutti sono scontenti e soprattutto sono scontenti del governo, perché alla protesta contro la legge di bilancio si è affiancata molto presto, e sempre guidata da PP-DB, l'esplicita richiesta di dimissioni, che alla fine sono arrivate ieri. VZ, forse sorpreso dagli eventi, si è affrettato a partecipare ma la piazza non è sua (per dire, il 10 dicembre hanno organizzato la solita manifestazione anti-Euro davanti alla banca nazionale un paio d'ore prima dell'appuntamento fissato per la manifestazione contro il governo, annunciando che "sarebbero confluiti" dopo aver finito la loro).
La legge di bilancio è stata ritirata, il governo si è dimesso, ma non è chiaro cosa succederà adesso. Stando ai risultati delle elezioni del 2024 PP-DB e VZ sono il terzo e quarto partito, con una differenza percentuale irrisoria (13.92% e 13.38%), ma non hanno i numeri per formare un governo. Ovviamente non collaborerebbero con GERB e DPS-NN, e quasi sicuramente nemmeno con i socialisti (che comunque avevano il 6.85%), per non parlare degli altri partitini, che siano al governo (ITN, 5.79%) o meno. Lunedì Radev (soddisfattissimo, va detto) inizierà le consultazioni, ma le prospettive sono piuttosto fosche. A 20 giorni dall'ingresso nell'Eurozona la Bulgaria è sostanzialmente senza governo ed eventuali elezioni anticipate non potrebbero comunque essere organizzate immediatamente, senza contare che ormai a votare, dopo 7 elezioni in 4 anni, non ci va quasi più nessuno (alle ultime ha votato il 34.43% degli aventi diritto). Il problema è molto più profondo di Euro/no Euro, Putin/no Putin o Generazione Z/boomer.
Fonte
Da qualche giorno sto leggendo una serie di interpretazioni diciamo fantasiose sulle proteste di piazza in Bulgaria, che vanno dalla lotta di popolo contro la tirannia dell'Unione Europea all'ennesimo "schiaffo a Putin" alla rivoluzione colorata (contro un governo stabilmente nell'Unione Europea, nella NATO e che dal 1 gennaio passerà all'Euro), il tutto accompagnato dall'immancabile "non ce lo diconoooooo". Che "non ce lo dicano" è abbastanza ovvio, visto che storicamente gli esteri sono il punto debole delle redazioni italiane, che non ci sono mazzate o scontri con la polizia, che nessuno ha mai avuto idea di cosa succede in Bulgaria e che, appunto, non puoi interpretare le proteste come pro/contro l'UE o pro/contro Putin.
Prima di tutto, queste proteste non c'entrano niente con quelle di qualche tempo fa contro l'Euro: quelle erano organizzate dai partiti della destra nazionalista/populista, primo fra tutti "Възраждане" ("Risorgimento", VZ), queste sono organizzate dal partito liberale/europeista "Продължаваме промяната – Демократична България" ("Continuiamo il cambiamento - Bulgaria democratica", PP-DB - in realtà è una coalizione di due partiti ma facciamola breve) contro la legge di bilancio per il 2026 varata dal governo di Bojko Borisov, leader del partito di centrodestra GERB, e Delyan Peevski, leader del partito di centro DPS-NN (e per questo, si dice, ancora a piede libero e non rinchiuso nelle patrie galere). PP-DB ce l'ha a morte con Borisov: dopo le elezioni del 2023 sono andati al governo insieme ma nel giro di nemmeno un anno la coalizione è crollata, Borisov si è alleato con il chiacchieratissimo Peevski e si è andati a elezioni anticipate a giugno 2024, dalle quali è emerso il governo attuale GERB, DPS-NN e BSP (il partito socialista), con PP-DB fuori dal governo e smanioso di vendetta, perché l'ingresso nell'Euro, storico cavallo di battaglia, sarebbe avvenuto senza di loro. Ai due litiganti dobbiamo aggiungere il terzo, il Presidente della repubblica Rumen Radev (centrosinistra), che odia entrambi (soprattutto Borisov) e da entrambi è odiato - in molti sperano, o temono, che alla scadenza del mandato presidenziale, l'anno prossimo, formi un partito ed entri in politica.
Questo è il quadro di partenza, che a noi italiani ricorda gli anni ruggenti del pentapartito. Le manifestazioni di questi giorni, abbiamo detto, sono contro la nuova legge di bilancio approvata dal governo, che ha scontentato tutti perché, in un quadro economico dominato da un'inflazione abbastanza alta (più della media UE), una bolla speculativa immobiliare che ha fatto schizzare alle stelle il costo delle abitazioni, i problemi derivanti dalla guerra in Ucraina e l'incertezza dovuta all'imminente ingresso nell'Euro, non contiene nessuna misura anti-inflattiva, prevede 10 miliardi di nuovo debito e, anche se aumenta di poco il salario minimo (620 €) e le pensioni, aumenta anche dell'1-2% i contributi previdenziali e pensionistici, ovvero aumenta le tasse in maniera indiretta - perché tenerle basse è fondamentale per attirare gli investimenti esteri, il disavanzo lo pagheranno i cittadini. Certo si tratta di aumenti contenuti, ma in questa congiuntura economica anche una ventina di euro possono pesare (soprattutto perché non si sa cosa succederà di qui a qualche settimana). Gli imprenditori protestano per l'aumento del costo del lavoro, i dipendenti per l'aumento dei contributi, i pensionati perché l'aumento delle pensioni è molto basso, i sindacati perché il salario minimo è inferiore a quanto volevano, gli studenti perché temono per il futuro, medici e infermieri perché li pagano troppo poco e contestano la distribuzione dei fondi destinati alla sanità, e insomma tutti sono scontenti e soprattutto sono scontenti del governo, perché alla protesta contro la legge di bilancio si è affiancata molto presto, e sempre guidata da PP-DB, l'esplicita richiesta di dimissioni, che alla fine sono arrivate ieri. VZ, forse sorpreso dagli eventi, si è affrettato a partecipare ma la piazza non è sua (per dire, il 10 dicembre hanno organizzato la solita manifestazione anti-Euro davanti alla banca nazionale un paio d'ore prima dell'appuntamento fissato per la manifestazione contro il governo, annunciando che "sarebbero confluiti" dopo aver finito la loro).
La legge di bilancio è stata ritirata, il governo si è dimesso, ma non è chiaro cosa succederà adesso. Stando ai risultati delle elezioni del 2024 PP-DB e VZ sono il terzo e quarto partito, con una differenza percentuale irrisoria (13.92% e 13.38%), ma non hanno i numeri per formare un governo. Ovviamente non collaborerebbero con GERB e DPS-NN, e quasi sicuramente nemmeno con i socialisti (che comunque avevano il 6.85%), per non parlare degli altri partitini, che siano al governo (ITN, 5.79%) o meno. Lunedì Radev (soddisfattissimo, va detto) inizierà le consultazioni, ma le prospettive sono piuttosto fosche. A 20 giorni dall'ingresso nell'Eurozona la Bulgaria è sostanzialmente senza governo ed eventuali elezioni anticipate non potrebbero comunque essere organizzate immediatamente, senza contare che ormai a votare, dopo 7 elezioni in 4 anni, non ci va quasi più nessuno (alle ultime ha votato il 34.43% degli aventi diritto). Il problema è molto più profondo di Euro/no Euro, Putin/no Putin o Generazione Z/boomer.
Fonte
07/09/2025
Le contraddizioni nella politica imperiale della seconda amministrazione Trump
di Francesco Dall'Aglio
Articolo piuttosto interessante di Politico, che ci fornisce qualche elemento in più per rispondere a una domanda che da un po' ci ponevamo, ovvero: abbiamo capito che gli USA si vogliono sganciare dall'Ucraina, forse dall'Europa in generale, e dare priorità al nemico "vero", la Cina – ma lo stanno effettivamente facendo? Perché in linea di principio pare di no. Certo, un paio di batterie di missili sono state portate nelle Filippine per esercitazioni è lì sono restate, è stato mandato qualche carico di armi a Taiwan, ma insomma non pare davvero di vedere una escalation, né come esposizione militare e nemmeno come linguaggio diplomatico. E infatti Politico ha parlato con tre persone che hanno avuto accesso alle versioni preliminari del nuovo National Defense Strategy nel quale si dice che per la nuova amministrazione statunitense la priorità è domestica e regionale, non più il contrasto a Russia e Cina. Secondo uno dei tre, "Questo sarà un cambiamento grosso per gli USA e i loro alleati su più continenti. Le vecchie, fidate promesse degli USA sono messe in discussione".
Politico ricorda ovviamente che il piano non è ancora definitivo e potrebbe essere modificato. Però spiegherebbe sia l'infatuazione, chiamiamola così, per la Groenlandia che la retorica piuttosto bellicosa sul Messico che soprattutto l'escalation, questa sì evidente e sostanziale, a Portorico dove si stanno concentrando un buon numero di navi, mezzi da sbarco, F-35 e aerocisterne (quest'ultimo di solito un buon indizio che qualcosa in ballo c'è davvero) in seguito alle minacce contro il Venezuela di essere uno stato che sponsorizza il narcotraffico. Del resto, ricorda sempre l'articolo, il responsabile della politica del Pentagono è Elbridge Colby, storicamente un isolazionista, molto allineato quindi alle posizioni di Vance. Il mese prossimo, quando il documento definitivo dovrebbe essere reso pubblico, sapremo se le cose stanno davvero così.
A proposito di disimpegni, comunque, ce n'è appena stato un altro: gli USA hanno tagliato una serie di finanziamenti che rientravano nella "Section 333", un programma federale per il rafforzamento delle forze militari straniere, ovviamente alleate. I finanziamenti a Estonia, Lettonia e Lituania sono stati tagliati, e non è un problema da poco: la Lituania aveva ricevuto 200 milioni di $, Estonia e Lettonia 360 milioni. Non cifre formidabili ma comunque di tutto rispetto, tagliate proprio quando i tre avevano deciso di aumentare, dall'anno prossimo, le spese militari oltre il 5% del PIL. Dovranno rinunciarci oppure, come al solito, quello che manca ce lo mettiamo noi.
Fonte
Articolo piuttosto interessante di Politico, che ci fornisce qualche elemento in più per rispondere a una domanda che da un po' ci ponevamo, ovvero: abbiamo capito che gli USA si vogliono sganciare dall'Ucraina, forse dall'Europa in generale, e dare priorità al nemico "vero", la Cina – ma lo stanno effettivamente facendo? Perché in linea di principio pare di no. Certo, un paio di batterie di missili sono state portate nelle Filippine per esercitazioni è lì sono restate, è stato mandato qualche carico di armi a Taiwan, ma insomma non pare davvero di vedere una escalation, né come esposizione militare e nemmeno come linguaggio diplomatico. E infatti Politico ha parlato con tre persone che hanno avuto accesso alle versioni preliminari del nuovo National Defense Strategy nel quale si dice che per la nuova amministrazione statunitense la priorità è domestica e regionale, non più il contrasto a Russia e Cina. Secondo uno dei tre, "Questo sarà un cambiamento grosso per gli USA e i loro alleati su più continenti. Le vecchie, fidate promesse degli USA sono messe in discussione".
Politico ricorda ovviamente che il piano non è ancora definitivo e potrebbe essere modificato. Però spiegherebbe sia l'infatuazione, chiamiamola così, per la Groenlandia che la retorica piuttosto bellicosa sul Messico che soprattutto l'escalation, questa sì evidente e sostanziale, a Portorico dove si stanno concentrando un buon numero di navi, mezzi da sbarco, F-35 e aerocisterne (quest'ultimo di solito un buon indizio che qualcosa in ballo c'è davvero) in seguito alle minacce contro il Venezuela di essere uno stato che sponsorizza il narcotraffico. Del resto, ricorda sempre l'articolo, il responsabile della politica del Pentagono è Elbridge Colby, storicamente un isolazionista, molto allineato quindi alle posizioni di Vance. Il mese prossimo, quando il documento definitivo dovrebbe essere reso pubblico, sapremo se le cose stanno davvero così.
A proposito di disimpegni, comunque, ce n'è appena stato un altro: gli USA hanno tagliato una serie di finanziamenti che rientravano nella "Section 333", un programma federale per il rafforzamento delle forze militari straniere, ovviamente alleate. I finanziamenti a Estonia, Lettonia e Lituania sono stati tagliati, e non è un problema da poco: la Lituania aveva ricevuto 200 milioni di $, Estonia e Lettonia 360 milioni. Non cifre formidabili ma comunque di tutto rispetto, tagliate proprio quando i tre avevano deciso di aumentare, dall'anno prossimo, le spese militari oltre il 5% del PIL. Dovranno rinunciarci oppure, come al solito, quello che manca ce lo mettiamo noi.
Fonte
20/08/2025
Qualche riflessione sull'incontro tra Trump ed i ‟volenterosi”
di Francesco Dall'Aglio
Tentare un’analisi della riunione di lunedì 18 agosto tra Trump, Zelensky e i volenterosi è molto complicato, perché non è stata seguita né da una conferenza stampa né da dichiarazioni ufficiali e ognuno dei presenti, in ordine sparso, sta dicendo più o meno quello che gli pare. Quindi, capire davvero quale sia la base di partenza dei prossimi negoziati è, appunto, complicato. Per fortuna, direi, perché se ci basassimo sulle dichiarazioni di alcuni dei convenuti parrebbe che la proposta negoziale di Ucraina e UE sia rimasta sostanzialmente la stessa, anche se timidamente si inizia ad accennare al fatto che la Crimea è con tutta probabilità persa.
Per il resto, però, non pare di ravvisare cambiamenti: cessate il fuoco incondizionato prima di qualsiasi negoziato, nessuno scambio o cessione di territori (anche se Zelensky in un brevissimo incontro con i giornalisti dopo il vertice, ha detto che è disposto a discutere della questione ma solo personalmente con Putin), nessun accenno a un ritiro delle sanzioni, nessuna smilitarizzazione dell’Ucraina, ampie ‟garanzie di sicurezza” (sulle quali torniamo subito), invio di assistenza militare pagata dagli europei per fare dell’Ucraina il ‟porcospino d’acciaio” di cui pare essersi invaghita von der Leyen, presenza di truppe dei ‟volenterosi”, ovvero NATO, in Ucraina dopo il cessate il fuoco, e nessun accenno né alla questione della lingua russa nell’Ucraina post-conflitto né alla questione della Chiesa ortodossa che afferisce al patriarcato di Mosca.
Trump ha detto che il cessate il fuoco non è necessario per negoziare, aggiungendo che lui ha fatto finire sei guerre senza che ce ne fosse uno, e che qualche territorio sarà perso, ma ha anche detto che gli europei pagheranno loro per l’assistenza militare all’Ucraina comprando armi americane (che continueranno dunque a essere spedite) e che anche gli USA forniranno le famose ‟garanzie di sicurezza”.
Ora cerchiamo un attimo di fare chiarezza su quest’ultima cosa, quella delle garanzie, perché mi pare che sull’argomento si dica tutto e il contrario di tutto. La disponibilità statunitense è stata interpretata come una gran vittoria dai ‟volenterosi”, che sembrano intendere le garanzie in questione come le intende Giorgia Meloni che da tempo le ipotizza come pari a quelle dell’articolo 5 della NATO. Ora, anche se trascuriamo per un attimo un paio di problemi che a me non sembrano di poco conto (ritrovarsi a godere solo dei vantaggi di un’alleanza senza nessuno degli obblighi, perché di quell’alleanza in realtà non fai parte, e trasformare un proprio conflitto aperto nel conflitto di tutti – perché non si può entrare nella NATO se si è impegnati in un conflitto, ma appunto l’Ucraina non ci entrerebbe) c’è da capire bene cosa dice questo benedetto articolo 5, citato molto spesso a sproposito e considerato da molti come la garanzia che, in caso di attacco a un paese membro dell’Alleanza, tutti gli altri si metterebbero sul piede di guerra inviando armi, rifornimenti e truppe. Se lo si legge, però, ci si rende subito conto che di tutto questo nell’articolo 5 non c’è traccia. Recita infatti (copio dal sito della NATO): ‟Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale”.
Nessuna clausola automatica di ingresso in guerra, dunque, e direi anche per fortuna, ma ‟l’azione che giudicherà necessaria, IVI COMPRESO [enfasi mia] l’uso della forza armata”. Che è, in sintesi, quello che stiamo già facendo per l’Ucraina tranne l’uso della forza armata. Se le garanzie di sicurezza sono queste si tratterebbe dunque di un ingresso indiretto nella NATO che esenterebbe gli altri paesi dal prestare automaticamente assistenza militare, ma nulla osta se volessero invece farlo – come, appunto, avviene nella NATO. Ci troveremmo in sintesi alla stessa situazione del 2022 ma col confine orientale ucraino un po’ spostato verso ovest e verso nord. Se poi uniamo la proposta di Meloni a quelle di Macron-Starmer e degli altri ‟volenterosi” avremmo il ‟porcospino d’acciaio” armato di armi NATO, con le garanzie dell’art. 5 e in più contingenti militari di paesi NATO presenti sul territorio ucraino, eventualmente sostenuti da flotta e aviazione e quindi, per la Russia, molto peggio del 2022. Non si capisce perché dovrebbe accettare e infatti non accetterà nulla del genere, come abbondantemente ribadito, anche oggi, dai vertici del Ministero degli Esteri: anche perché in tutto il discorso delle garanzie di sicurezza par di capire che debbano valere solo per l’Ucraina, mentre nessun meccanismo di tutela è previsto per la Russia in caso, dopo qualche anno di riarmo, sia l’Ucraina a riaprire le ostilità (‟eh ma non succede”. Spero per voi, ma soprattutto per i vostri clienti, che non facciate i notai).
Se la proposta è questa, quindi, si è solo perso tempo. L’idea di ‟garanzie di sicurezza” stringenti avrebbe senso, anche per la Russia, in un solo caso: che l’Ucraina rinunci a entrare nella NATO, ristabilisca il suo status di neutralità, accetti una smobilitazione e una smilitarizzazione e rinunci all’idea di ospitare truppe straniere sul suo territorio a qualunque titolo. In questo caso la sua difesa da eventuali aggressioni potrebbe e dovrebbe essere demandata a una coalizione di ‟volenterosi”, che coinvolga magari anche la Cina e altri paesi non occidentali (e che la tuteli da ogni aggressione, non solo da quelle ipotizzabili da parte russa. Niente polacchi e ungheresi nei volenterosi, insomma, e infatti non ci sono). È di questo che si è parlato, di questo tipo di garanzie per questo tipo di assetto futuro del paese? Non lo sappiamo, ovviamente, ma non credo. L’unica cosa che sappiamo è che i negoziati continuano ma continua anche la guerra, e continua il sostegno occidentale all’Ucraina.
Per ora non è cambiato niente.
Fonte
Tentare un’analisi della riunione di lunedì 18 agosto tra Trump, Zelensky e i volenterosi è molto complicato, perché non è stata seguita né da una conferenza stampa né da dichiarazioni ufficiali e ognuno dei presenti, in ordine sparso, sta dicendo più o meno quello che gli pare. Quindi, capire davvero quale sia la base di partenza dei prossimi negoziati è, appunto, complicato. Per fortuna, direi, perché se ci basassimo sulle dichiarazioni di alcuni dei convenuti parrebbe che la proposta negoziale di Ucraina e UE sia rimasta sostanzialmente la stessa, anche se timidamente si inizia ad accennare al fatto che la Crimea è con tutta probabilità persa.
Per il resto, però, non pare di ravvisare cambiamenti: cessate il fuoco incondizionato prima di qualsiasi negoziato, nessuno scambio o cessione di territori (anche se Zelensky in un brevissimo incontro con i giornalisti dopo il vertice, ha detto che è disposto a discutere della questione ma solo personalmente con Putin), nessun accenno a un ritiro delle sanzioni, nessuna smilitarizzazione dell’Ucraina, ampie ‟garanzie di sicurezza” (sulle quali torniamo subito), invio di assistenza militare pagata dagli europei per fare dell’Ucraina il ‟porcospino d’acciaio” di cui pare essersi invaghita von der Leyen, presenza di truppe dei ‟volenterosi”, ovvero NATO, in Ucraina dopo il cessate il fuoco, e nessun accenno né alla questione della lingua russa nell’Ucraina post-conflitto né alla questione della Chiesa ortodossa che afferisce al patriarcato di Mosca.
Trump ha detto che il cessate il fuoco non è necessario per negoziare, aggiungendo che lui ha fatto finire sei guerre senza che ce ne fosse uno, e che qualche territorio sarà perso, ma ha anche detto che gli europei pagheranno loro per l’assistenza militare all’Ucraina comprando armi americane (che continueranno dunque a essere spedite) e che anche gli USA forniranno le famose ‟garanzie di sicurezza”.
Ora cerchiamo un attimo di fare chiarezza su quest’ultima cosa, quella delle garanzie, perché mi pare che sull’argomento si dica tutto e il contrario di tutto. La disponibilità statunitense è stata interpretata come una gran vittoria dai ‟volenterosi”, che sembrano intendere le garanzie in questione come le intende Giorgia Meloni che da tempo le ipotizza come pari a quelle dell’articolo 5 della NATO. Ora, anche se trascuriamo per un attimo un paio di problemi che a me non sembrano di poco conto (ritrovarsi a godere solo dei vantaggi di un’alleanza senza nessuno degli obblighi, perché di quell’alleanza in realtà non fai parte, e trasformare un proprio conflitto aperto nel conflitto di tutti – perché non si può entrare nella NATO se si è impegnati in un conflitto, ma appunto l’Ucraina non ci entrerebbe) c’è da capire bene cosa dice questo benedetto articolo 5, citato molto spesso a sproposito e considerato da molti come la garanzia che, in caso di attacco a un paese membro dell’Alleanza, tutti gli altri si metterebbero sul piede di guerra inviando armi, rifornimenti e truppe. Se lo si legge, però, ci si rende subito conto che di tutto questo nell’articolo 5 non c’è traccia. Recita infatti (copio dal sito della NATO): ‟Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell'Atlantico settentrionale”.
Nessuna clausola automatica di ingresso in guerra, dunque, e direi anche per fortuna, ma ‟l’azione che giudicherà necessaria, IVI COMPRESO [enfasi mia] l’uso della forza armata”. Che è, in sintesi, quello che stiamo già facendo per l’Ucraina tranne l’uso della forza armata. Se le garanzie di sicurezza sono queste si tratterebbe dunque di un ingresso indiretto nella NATO che esenterebbe gli altri paesi dal prestare automaticamente assistenza militare, ma nulla osta se volessero invece farlo – come, appunto, avviene nella NATO. Ci troveremmo in sintesi alla stessa situazione del 2022 ma col confine orientale ucraino un po’ spostato verso ovest e verso nord. Se poi uniamo la proposta di Meloni a quelle di Macron-Starmer e degli altri ‟volenterosi” avremmo il ‟porcospino d’acciaio” armato di armi NATO, con le garanzie dell’art. 5 e in più contingenti militari di paesi NATO presenti sul territorio ucraino, eventualmente sostenuti da flotta e aviazione e quindi, per la Russia, molto peggio del 2022. Non si capisce perché dovrebbe accettare e infatti non accetterà nulla del genere, come abbondantemente ribadito, anche oggi, dai vertici del Ministero degli Esteri: anche perché in tutto il discorso delle garanzie di sicurezza par di capire che debbano valere solo per l’Ucraina, mentre nessun meccanismo di tutela è previsto per la Russia in caso, dopo qualche anno di riarmo, sia l’Ucraina a riaprire le ostilità (‟eh ma non succede”. Spero per voi, ma soprattutto per i vostri clienti, che non facciate i notai).
Se la proposta è questa, quindi, si è solo perso tempo. L’idea di ‟garanzie di sicurezza” stringenti avrebbe senso, anche per la Russia, in un solo caso: che l’Ucraina rinunci a entrare nella NATO, ristabilisca il suo status di neutralità, accetti una smobilitazione e una smilitarizzazione e rinunci all’idea di ospitare truppe straniere sul suo territorio a qualunque titolo. In questo caso la sua difesa da eventuali aggressioni potrebbe e dovrebbe essere demandata a una coalizione di ‟volenterosi”, che coinvolga magari anche la Cina e altri paesi non occidentali (e che la tuteli da ogni aggressione, non solo da quelle ipotizzabili da parte russa. Niente polacchi e ungheresi nei volenterosi, insomma, e infatti non ci sono). È di questo che si è parlato, di questo tipo di garanzie per questo tipo di assetto futuro del paese? Non lo sappiamo, ovviamente, ma non credo. L’unica cosa che sappiamo è che i negoziati continuano ma continua anche la guerra, e continua il sostegno occidentale all’Ucraina.
Per ora non è cambiato niente.
Fonte
12/08/2025
Caucaso - L'accordo tra Azerbaijan e Armenia non è una vittoria statunitense
di Francesco Dall'Aglio
L'idea che a giorni la 101a divisione aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un'autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l'Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell'Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po' peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all'Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l'antipatia mi pareva davvero troppo).
La reazione della Russia e dell'Iran avevano chiarito che un'ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l'intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ЮКЖД, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L'Iran era scattato subito dicendo che la presenza di "mercenari" statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po' azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da "ingerenze esterne".
Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell'accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 stabiliva che l'Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l'Azerbaijan e il Naxçıvan e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell'accordo qui). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, "interpretando" l'articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.
Passata l'euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c'è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per "ragguagliarlo" sulle condizioni del trattato firmato a Washington, e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all'inviolabilità dei confini dell'Armenia, che non guasta mai.
Contatti ci sono stati anche con l'Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l'agenzia iraniana WANA Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.
E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone) il testo ufficiale dell'accordo, che condivido non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri armeno. Ci interessano due punti in particolare: l'articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all'interno dell'URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall'articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l'articolo 7 secondo il quale "le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti", il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa).
Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell'Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l'attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.
Fonte
L'idea che a giorni la 101a divisione aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un'autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l'Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell'Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po' peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all'Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l'antipatia mi pareva davvero troppo).
La reazione della Russia e dell'Iran avevano chiarito che un'ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l'intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ЮКЖД, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L'Iran era scattato subito dicendo che la presenza di "mercenari" statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po' azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da "ingerenze esterne".
Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell'accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 stabiliva che l'Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l'Azerbaijan e il Naxçıvan e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell'accordo qui). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, "interpretando" l'articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.
Passata l'euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c'è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per "ragguagliarlo" sulle condizioni del trattato firmato a Washington, e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all'inviolabilità dei confini dell'Armenia, che non guasta mai.
Contatti ci sono stati anche con l'Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l'agenzia iraniana WANA Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.
E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone) il testo ufficiale dell'accordo, che condivido non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri armeno. Ci interessano due punti in particolare: l'articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all'interno dell'URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall'articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l'articolo 7 secondo il quale "le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti", il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa).
Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell'Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l'attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.
Fonte
10/08/2025
Caucaso - Accordo tra Azerbaijan e Armenia
di Francesco Dall'Aglio
I commenti cauti ma positivi del Ministero degli Esteri russo sull’accordo firmato ieri a Washington tra Aliyev e Pashinyan hanno chiarito ciò che era chiaro da un pezzo a chiunque non fosse prigioniero della dicotomia Putin umiliato/Putin trionfante: la Russia ha mollato l’Armenia al suo destino, non da ora peraltro, visto che l’Armenia (o almeno la leadership di Pashinyan) ha fatto di tutto per farsi mollare, in una dinamica comune sia alle storie da adolescenti che alla politica internazionale. Questo è infatti l’ultimo atto di una catena di eventi iniziata nel 2018, quando Pashinyan ha preso il potere alla testa del partito ‟europeista” Yelk a seguito della ‟rivoluzione di velluto”, alla vittoria nelle successive elezioni e nelle elezioni anticipate del 2021 (leggetevi l’articolo di Euractive appunto del 2018, dove era la grande speranza della democrazia mondiale e pareva una via di mezzo tra Gesù e Martin Luther King). Nel frattempo è riuscito a perdere la seconda guerra del Karabakh nel 2020, conclusasi grazie alla mediazione russa che aveva, almeno per il momento, garantito a un pezzo di Karabakh di restare autonomo, e a perdere quello che ne restava nel 2023 riuscendo a dare la colpa dell’intera faccenda, ovviamente, proprio alla Russia mentre i suoi nuovi amici, ovvero l’Unione Europea, non hanno mosso un dito e anzi non hanno fatto altro che blandire, per non dir di peggio, Aliyev e l’Azerbaijan, che a differenza dell’Armenia ha un bel po’ di gas naturale che serve molto, visto che non si vuole più quello russo. Nel frattempo la Russia, che è spesso ostinata ma non cretina, ha preso atto della situazione e ha deciso che tutto sommato le conveniva di più stringere nuovi accordi con l’Azerbaijan, soprattutto per la costruzione del corridoio nord-sud, di cui abbiamo parlato altre volte, che la collegherà all’Oceano Indiano via Iran.
L’accordo raggiunto ieri a Washington certifica la vittoria totale dell’Azerbaijan e conseguenze ancora più gravi per l’Armenia, che non solo ha ceduto il Karabakh e altri territori di confine ma rischia adesso di perdere la sovranità sul corridoio di Zangezur che collega l’Azerbaijan alla regione azera del Naxçıvan, dalla quale è separato appunto dal territorio armeno, che stando alle voci che circolano (perché di definito ancora non c’è niente) dovrebbe essere dato in gestione a compagnie statunitensi per costruire una ferrovia e un’autostrada che colleghino Naxçıvan e Azerbaijan e che si chiamerà, tra tutte le sigle possibili, TRIPP, "Trump Route for International Peace and Prosperity" (a proposito: a testimonianza del fatto che è solo la voce azera che si ascolta, il corridoio dovrebbe chiamarsi, visto che è in Armenia, di Syunik. E invece no, Zangezur).
I problemi sono tre: l’Azerbaijan vuole la sovranità sulla ferrovia e sull’autostrada, che sarebbero quindi sottratte al controllo armeno pur trovandosi in territorio armeno; la creazione di queste vie di comunicazione collegherebbe direttamente l’Azerbaijan al suo alleato e sponsor, la Turchia, e darebbe a quest’ultima un accesso diretto (anche se di mezzo c’è il Mar Caspio) all’Asia centrale, rinverdendo il sogno pan-turco del ‟Grande Turan” di una parte della leadership di Ankara; soprattutto, questa infrastruttura strategica sarebbe costruita sul confine con l’Iran che ha già dichiarato che non tollererà alcuna presenza militare statunitense, che sia il loro esercito o compagnie militari private, dall’altro lato della frontiera, visto che c’è l’idea di ‟affittarlo” per 99 anni (ovvero per sempre) agli USA, che ovviamente dovrebbero garantirne la sicurezza. Il problema quindi non è cosa questo accordo significherà per la Russia, ma cosa significherà per l’Iran: niente di buono, considerando anche che l’altro grande sponsor dell’Azerbaijan è Israele e che gli USA vorrebbero inserire l’Azerbaijan negli ‟accordi di Abramo”, aumentando ancora di più l’accerchiamento dell’Iran.
Cosa invece ci guadagnerà l’Armenia se davvero cederà la sovranità del corridoio agli USA o a chiunque altro, è presto detto: assolutamente niente. Nella migliore delle ipotesi non perderà altro territorio, e questo è quanto. I flussi commerciali, sia est-ovest che nord-sud, la taglieranno completamente fuori e non sarà certo l’Unione Europea a darle una mano. La decisione di Trump, comunicata immediatamente, di riprendere le esportazioni militari verso l’Azerbaijan la mettono a rischio ulteriore di altre pressioni perché ceda altro territorio. Però adesso di sicuro l’influenza russa è finita, quindi gran vittoria.
Fonte
I commenti cauti ma positivi del Ministero degli Esteri russo sull’accordo firmato ieri a Washington tra Aliyev e Pashinyan hanno chiarito ciò che era chiaro da un pezzo a chiunque non fosse prigioniero della dicotomia Putin umiliato/Putin trionfante: la Russia ha mollato l’Armenia al suo destino, non da ora peraltro, visto che l’Armenia (o almeno la leadership di Pashinyan) ha fatto di tutto per farsi mollare, in una dinamica comune sia alle storie da adolescenti che alla politica internazionale. Questo è infatti l’ultimo atto di una catena di eventi iniziata nel 2018, quando Pashinyan ha preso il potere alla testa del partito ‟europeista” Yelk a seguito della ‟rivoluzione di velluto”, alla vittoria nelle successive elezioni e nelle elezioni anticipate del 2021 (leggetevi l’articolo di Euractive appunto del 2018, dove era la grande speranza della democrazia mondiale e pareva una via di mezzo tra Gesù e Martin Luther King). Nel frattempo è riuscito a perdere la seconda guerra del Karabakh nel 2020, conclusasi grazie alla mediazione russa che aveva, almeno per il momento, garantito a un pezzo di Karabakh di restare autonomo, e a perdere quello che ne restava nel 2023 riuscendo a dare la colpa dell’intera faccenda, ovviamente, proprio alla Russia mentre i suoi nuovi amici, ovvero l’Unione Europea, non hanno mosso un dito e anzi non hanno fatto altro che blandire, per non dir di peggio, Aliyev e l’Azerbaijan, che a differenza dell’Armenia ha un bel po’ di gas naturale che serve molto, visto che non si vuole più quello russo. Nel frattempo la Russia, che è spesso ostinata ma non cretina, ha preso atto della situazione e ha deciso che tutto sommato le conveniva di più stringere nuovi accordi con l’Azerbaijan, soprattutto per la costruzione del corridoio nord-sud, di cui abbiamo parlato altre volte, che la collegherà all’Oceano Indiano via Iran.
L’accordo raggiunto ieri a Washington certifica la vittoria totale dell’Azerbaijan e conseguenze ancora più gravi per l’Armenia, che non solo ha ceduto il Karabakh e altri territori di confine ma rischia adesso di perdere la sovranità sul corridoio di Zangezur che collega l’Azerbaijan alla regione azera del Naxçıvan, dalla quale è separato appunto dal territorio armeno, che stando alle voci che circolano (perché di definito ancora non c’è niente) dovrebbe essere dato in gestione a compagnie statunitensi per costruire una ferrovia e un’autostrada che colleghino Naxçıvan e Azerbaijan e che si chiamerà, tra tutte le sigle possibili, TRIPP, "Trump Route for International Peace and Prosperity" (a proposito: a testimonianza del fatto che è solo la voce azera che si ascolta, il corridoio dovrebbe chiamarsi, visto che è in Armenia, di Syunik. E invece no, Zangezur).
I problemi sono tre: l’Azerbaijan vuole la sovranità sulla ferrovia e sull’autostrada, che sarebbero quindi sottratte al controllo armeno pur trovandosi in territorio armeno; la creazione di queste vie di comunicazione collegherebbe direttamente l’Azerbaijan al suo alleato e sponsor, la Turchia, e darebbe a quest’ultima un accesso diretto (anche se di mezzo c’è il Mar Caspio) all’Asia centrale, rinverdendo il sogno pan-turco del ‟Grande Turan” di una parte della leadership di Ankara; soprattutto, questa infrastruttura strategica sarebbe costruita sul confine con l’Iran che ha già dichiarato che non tollererà alcuna presenza militare statunitense, che sia il loro esercito o compagnie militari private, dall’altro lato della frontiera, visto che c’è l’idea di ‟affittarlo” per 99 anni (ovvero per sempre) agli USA, che ovviamente dovrebbero garantirne la sicurezza. Il problema quindi non è cosa questo accordo significherà per la Russia, ma cosa significherà per l’Iran: niente di buono, considerando anche che l’altro grande sponsor dell’Azerbaijan è Israele e che gli USA vorrebbero inserire l’Azerbaijan negli ‟accordi di Abramo”, aumentando ancora di più l’accerchiamento dell’Iran.
Cosa invece ci guadagnerà l’Armenia se davvero cederà la sovranità del corridoio agli USA o a chiunque altro, è presto detto: assolutamente niente. Nella migliore delle ipotesi non perderà altro territorio, e questo è quanto. I flussi commerciali, sia est-ovest che nord-sud, la taglieranno completamente fuori e non sarà certo l’Unione Europea a darle una mano. La decisione di Trump, comunicata immediatamente, di riprendere le esportazioni militari verso l’Azerbaijan la mettono a rischio ulteriore di altre pressioni perché ceda altro territorio. Però adesso di sicuro l’influenza russa è finita, quindi gran vittoria.
Fonte
07/08/2025
La Russia esce fuori dal trattato INF
di Francesco Dall'Aglio
Il revival anni '80, che tanto ci piace, presenta anche degli inconvenienti, tipo il ritorno di quelli che all'epoca si chiamavano "euromissili", ovvero i missili a medio raggio schierati da USA e URSS sul continente europeo.
Chi ha qualche anno alle spalle si ricorda, credo, i nomi: quelli cattivi erano gli SS-20 (in realtà si chiamavano RSD-10 "Pioner", ma così erano designati dalla NATO), quelli buoni erano i Pershing-II e i BGM-109 Tomahawk, detti sbrigativamente "cruise" (per me erano alternativamente buoni o cattivi a seconda del lato della cortina di ferro oltre il quale mi trovavo).
Nel 1987, però, per la precisione l'8 dicembre, Reagan e Gorbačëv firmarono a Washington il trattato INF, Intermediate-Range Nuclear Forces, che non si limitava a bandirli ma li eliminava del tutto. Un’ottima cosa, sicuramente, ma in retrospettiva (e certo tutti sono bravi, in retrospettiva) si trattò da parte dell’URSS di un’ingenuità colossale, non solo perché di lì a 5 anni l’URSS non sarebbe più esistita, cosa che oggettivamente non si poteva prevedere, ma perché il trattato stesso era pesantemente sbilanciato in favore degli USA e della NATO. Non prevedeva, infatti, la dismissione dei missili a medio raggio lanciati da piattaforme navali o aeree: e se per quanto riguarda l’aria i sovietici avevano già sviluppato un equivalente del Tomahawk e dell’AGM-86 (ALCM) che lo sostituì di lì a poco, non avevano nulla di paragonabile ai Tomahawk lanciati da piattaforme navali perché i loro P-700 ‟Granit” o P-5 ‟Pyatyorka” erano molto meno versatili, più datati e sostanzialmente utili solo come armi anti-nave e non per colpire bersagli a terra, come i Tomahawk fecero con grande entusiasmo (e per fortuna senza carico nucleare) e gran risalto mediatico nelle varie guerre giuste degli anni ‛90. I russi hanno colmato il divario con l’introduzione del Kalibr che però è entrato in servizio nel 2012.
La Russia quindi si è trovata incatenata a un trattato che la sfavoriva strategicamente e che, in virtù dell’allargamento della NATO e della disponibilità di basi navali e aeree per l’aviazione USA molto più a est di quanto non fossero mai state durante la guerra fredda (e molto più a sud, dopo l’ingresso in forze degli asset militari statunitensi in Iraq e, per qualche tempo, Afghanistan, cosa che tendiamo sempre a sottovalutare perché, si sa, quello che non succede in Europa non conta), e senza contare il contributo che gli alleati NATO potevano dare agli USA e che non era più bilanciato dal Patto di Varsavia, che non esisteva più, aumentava di parecchio la sua insicurezza.
La situazione peggiorò ulteriormente nel 2002, quando gli USA abbandonarono unilateralmente il trattato ABM sulla limitazione dei missili balistici (presidenza George Bush, ma il recesso fu votato già nel 1997 durante la presidenza Clinton, anche se il congresso era a maggioranza repubblicana). Per rassicurare la Russia si disse che l’abbandono del trattato non era diretto contro di loro ma contro i ‟rogue states” tipo Iran o Corea del Nord, ma la rassicurazione non servì a molto soprattutto perché contemporaneamente gli USA cominciarono a giocherellare con il concetto EIS, European Interceptor Site, un sistema antimissile a medio raggio anti-missili balistici. Anche qui i bersagli erano nominalmente Iran e Corea del Nord, ma la base doveva essere in Polonia – cosa che, come è facile capire, non venne accolta benissimo a Mosca.
Nel 2009 (c’era già stato il ‟discorso di Monaco” di Putin nel 2007 e, soprattutto, il vertice NATO di Bucarest nel 2008) l’amministrazione Obama passò all’EPAA, European Phased Adaptive Approach: al posto dell’EIS ci sarebbe stato l’Aegis Ashore, ovvero una versione lanciabile da terra del sistema missilistico navale Aegis BMD che utilizza missili SM-3, da piazzare sempre in Polonia, a Redizikowo, entro il 2018. I lavori per la costruzione della base iniziarono nel 2016 ma un po’ di ritardi e la questione del Covid hanno ritardato l’inaugurazione del sistema al 2024; intanto però già dal 2016 era operative la base di Deveselu, in Romania, equipaggiata sempre con il sistema Aegis Ashore. La pezza giuridica, diciamo così, era sempre la stessa: gli SM-3 sono missili difensivi, non offensivi, quindi anche se il raggio operativo è esattamente quello proibito dal trattato INF non conta. La Russia ha risposto che gli SM-3 certamente lo sono, ma che non lo sono i Thomawak, che l’Aegis può teoricamente lanciare, e mentre noi eravamo distratti da tutt’altre questioni, questa, unita ovviamente alla situazione in Ucraina, fu la controversia che avvelenò definitivamente i rapporti tra USA e Russia.
Alla fine furono gli USA a uscire dal trattato, nel 2019 con decisione presa nel 2018 (presidenza Trump), sostenendo che fosse stata la Russia ad averlo violato (questo già nel 2014, presidenza Obama) schierando due battaglioni armati di missili 9M729 (che la NATO designa come SSC-8, e che in Russia sono anche noti come ‟Novator” perché li produce, appunto, la OKB Novator) solo nominalmente a corto raggio ma in realtà, sempre secondo gli USA, con un raggio di circa 2500 km. Questa accusa non è stata provata (come quella russa che l’Aegis può lanciare i Tomahawk) ma ha consentito agli USA di ritirarsi dal trattato, che la Russia ha invece continuato a rispettare provando più volte a convincere gli USA a rientrarci. Il 26 ottobre 2020, ad esempio. Putin aveva proposto una moratoria che comprendesse ‟misure di verifica reciproche sui sistemi Aegis Ashore con lanciatori MK-41 che sono schierati nelle basi USA e NATO in Europa, così come sui missili 9M729 nei siti delle Forze Armate della Federazione Russa nella regione di Kaliningrad” e, nonostante i missili 9M729 non rientrassero tra quelli proibiti dal trattato si diceva disposto a non schierarli a patto che i paesi NATO prendessero misure analoghe. Il 25 dicembre 2020 Vladimir Ermakov, in una lunga intervista per RIA Novosti nella quale toccava parecchi punti, tornava sulle procedure di controllo reciproche includendovi esplicitamente i 9M729 schierati a Kaliningrad, e l’11 febbraio 2021 Sergey Ryabkov (dal minuto 15) ripeteva il concetto aggiungendo che lo si poteva estendere anche all’area dell’Asia e del Pacifico. Nonostante queste aperture, né l’amministrazione Trump I né l’amministrazione Biden fecero un passo per provare a disinnescare la tensione, con i risultati che vediamo adesso.
Non solo, ma dal 2024 gli USA hanno schierato nelle Filippine (non contro la Russia quindi, ma contro la Cina) i sistemi missilistici Typhon, che impiegano una versione lanciabile da sistemi di terra del missile navale SM-6 e del Tomahawk, che torna così alla sua origine da ‟euromissile”. Le batterie sono state portate nelle Filippine nell’aprile 2024 per una esercitazione, ma stranamente pare non riescano a tornare a casa e anzi il loro numero è aumentato. Per quanto riguarda la Russia, appena il mese scorso, il 15 luglio, il Ministero della Difesa tedesco ha annunciato che la Germania intende acquistare alcuni sistemi Typhon. Se quindi mettiamo insieme l’Aegis Ashore, i Typhon che la Germania intende schierare, le atomiche a gravità che gli USA hanno spostato in Gran Bretagna e l’ultima sparata sui sommergibili nucleari, sembra abbastanza chiaro il motivo per cui la Russia ha deciso di uscire anch’essa dal trattato.
Dal punto di vista pratico, la Russia si sente ora autorizzata a schierare sul suo territorio, regione di Kalningrad inclusa e probabilmente anche Bielorussia, una serie di armamenti che finora non schierava: non solo i 9M729, ma anche versioni terrestri del Kalibr e dello Tsirkon, e gli Iskander 1000 a gittata aumentata, per non parlare dell’Oreshnik. Niente più ‟gesti di buona volontà”, quindi, ma una risposta abbastanza decisa a una situazione escalatoria che la Russia ha lasciato sobbollire per un po’, prima di decidersi a rispondere. Inoltre, nella risposta russa si sottolineano le azioni escalatorie degli USA non solo nel teatro europeo, ma anche in quello indo-pacifico, in un assist evidente alla Cina. Sarà interessante vedere se decideranno di schierare qualcosa anche in Corea del Nord.
Fonte
Il revival anni '80, che tanto ci piace, presenta anche degli inconvenienti, tipo il ritorno di quelli che all'epoca si chiamavano "euromissili", ovvero i missili a medio raggio schierati da USA e URSS sul continente europeo.
Chi ha qualche anno alle spalle si ricorda, credo, i nomi: quelli cattivi erano gli SS-20 (in realtà si chiamavano RSD-10 "Pioner", ma così erano designati dalla NATO), quelli buoni erano i Pershing-II e i BGM-109 Tomahawk, detti sbrigativamente "cruise" (per me erano alternativamente buoni o cattivi a seconda del lato della cortina di ferro oltre il quale mi trovavo).
Nel 1987, però, per la precisione l'8 dicembre, Reagan e Gorbačëv firmarono a Washington il trattato INF, Intermediate-Range Nuclear Forces, che non si limitava a bandirli ma li eliminava del tutto. Un’ottima cosa, sicuramente, ma in retrospettiva (e certo tutti sono bravi, in retrospettiva) si trattò da parte dell’URSS di un’ingenuità colossale, non solo perché di lì a 5 anni l’URSS non sarebbe più esistita, cosa che oggettivamente non si poteva prevedere, ma perché il trattato stesso era pesantemente sbilanciato in favore degli USA e della NATO. Non prevedeva, infatti, la dismissione dei missili a medio raggio lanciati da piattaforme navali o aeree: e se per quanto riguarda l’aria i sovietici avevano già sviluppato un equivalente del Tomahawk e dell’AGM-86 (ALCM) che lo sostituì di lì a poco, non avevano nulla di paragonabile ai Tomahawk lanciati da piattaforme navali perché i loro P-700 ‟Granit” o P-5 ‟Pyatyorka” erano molto meno versatili, più datati e sostanzialmente utili solo come armi anti-nave e non per colpire bersagli a terra, come i Tomahawk fecero con grande entusiasmo (e per fortuna senza carico nucleare) e gran risalto mediatico nelle varie guerre giuste degli anni ‛90. I russi hanno colmato il divario con l’introduzione del Kalibr che però è entrato in servizio nel 2012.
La Russia quindi si è trovata incatenata a un trattato che la sfavoriva strategicamente e che, in virtù dell’allargamento della NATO e della disponibilità di basi navali e aeree per l’aviazione USA molto più a est di quanto non fossero mai state durante la guerra fredda (e molto più a sud, dopo l’ingresso in forze degli asset militari statunitensi in Iraq e, per qualche tempo, Afghanistan, cosa che tendiamo sempre a sottovalutare perché, si sa, quello che non succede in Europa non conta), e senza contare il contributo che gli alleati NATO potevano dare agli USA e che non era più bilanciato dal Patto di Varsavia, che non esisteva più, aumentava di parecchio la sua insicurezza.
La situazione peggiorò ulteriormente nel 2002, quando gli USA abbandonarono unilateralmente il trattato ABM sulla limitazione dei missili balistici (presidenza George Bush, ma il recesso fu votato già nel 1997 durante la presidenza Clinton, anche se il congresso era a maggioranza repubblicana). Per rassicurare la Russia si disse che l’abbandono del trattato non era diretto contro di loro ma contro i ‟rogue states” tipo Iran o Corea del Nord, ma la rassicurazione non servì a molto soprattutto perché contemporaneamente gli USA cominciarono a giocherellare con il concetto EIS, European Interceptor Site, un sistema antimissile a medio raggio anti-missili balistici. Anche qui i bersagli erano nominalmente Iran e Corea del Nord, ma la base doveva essere in Polonia – cosa che, come è facile capire, non venne accolta benissimo a Mosca.
Nel 2009 (c’era già stato il ‟discorso di Monaco” di Putin nel 2007 e, soprattutto, il vertice NATO di Bucarest nel 2008) l’amministrazione Obama passò all’EPAA, European Phased Adaptive Approach: al posto dell’EIS ci sarebbe stato l’Aegis Ashore, ovvero una versione lanciabile da terra del sistema missilistico navale Aegis BMD che utilizza missili SM-3, da piazzare sempre in Polonia, a Redizikowo, entro il 2018. I lavori per la costruzione della base iniziarono nel 2016 ma un po’ di ritardi e la questione del Covid hanno ritardato l’inaugurazione del sistema al 2024; intanto però già dal 2016 era operative la base di Deveselu, in Romania, equipaggiata sempre con il sistema Aegis Ashore. La pezza giuridica, diciamo così, era sempre la stessa: gli SM-3 sono missili difensivi, non offensivi, quindi anche se il raggio operativo è esattamente quello proibito dal trattato INF non conta. La Russia ha risposto che gli SM-3 certamente lo sono, ma che non lo sono i Thomawak, che l’Aegis può teoricamente lanciare, e mentre noi eravamo distratti da tutt’altre questioni, questa, unita ovviamente alla situazione in Ucraina, fu la controversia che avvelenò definitivamente i rapporti tra USA e Russia.
Alla fine furono gli USA a uscire dal trattato, nel 2019 con decisione presa nel 2018 (presidenza Trump), sostenendo che fosse stata la Russia ad averlo violato (questo già nel 2014, presidenza Obama) schierando due battaglioni armati di missili 9M729 (che la NATO designa come SSC-8, e che in Russia sono anche noti come ‟Novator” perché li produce, appunto, la OKB Novator) solo nominalmente a corto raggio ma in realtà, sempre secondo gli USA, con un raggio di circa 2500 km. Questa accusa non è stata provata (come quella russa che l’Aegis può lanciare i Tomahawk) ma ha consentito agli USA di ritirarsi dal trattato, che la Russia ha invece continuato a rispettare provando più volte a convincere gli USA a rientrarci. Il 26 ottobre 2020, ad esempio. Putin aveva proposto una moratoria che comprendesse ‟misure di verifica reciproche sui sistemi Aegis Ashore con lanciatori MK-41 che sono schierati nelle basi USA e NATO in Europa, così come sui missili 9M729 nei siti delle Forze Armate della Federazione Russa nella regione di Kaliningrad” e, nonostante i missili 9M729 non rientrassero tra quelli proibiti dal trattato si diceva disposto a non schierarli a patto che i paesi NATO prendessero misure analoghe. Il 25 dicembre 2020 Vladimir Ermakov, in una lunga intervista per RIA Novosti nella quale toccava parecchi punti, tornava sulle procedure di controllo reciproche includendovi esplicitamente i 9M729 schierati a Kaliningrad, e l’11 febbraio 2021 Sergey Ryabkov (dal minuto 15) ripeteva il concetto aggiungendo che lo si poteva estendere anche all’area dell’Asia e del Pacifico. Nonostante queste aperture, né l’amministrazione Trump I né l’amministrazione Biden fecero un passo per provare a disinnescare la tensione, con i risultati che vediamo adesso.
Non solo, ma dal 2024 gli USA hanno schierato nelle Filippine (non contro la Russia quindi, ma contro la Cina) i sistemi missilistici Typhon, che impiegano una versione lanciabile da sistemi di terra del missile navale SM-6 e del Tomahawk, che torna così alla sua origine da ‟euromissile”. Le batterie sono state portate nelle Filippine nell’aprile 2024 per una esercitazione, ma stranamente pare non riescano a tornare a casa e anzi il loro numero è aumentato. Per quanto riguarda la Russia, appena il mese scorso, il 15 luglio, il Ministero della Difesa tedesco ha annunciato che la Germania intende acquistare alcuni sistemi Typhon. Se quindi mettiamo insieme l’Aegis Ashore, i Typhon che la Germania intende schierare, le atomiche a gravità che gli USA hanno spostato in Gran Bretagna e l’ultima sparata sui sommergibili nucleari, sembra abbastanza chiaro il motivo per cui la Russia ha deciso di uscire anch’essa dal trattato.
Dal punto di vista pratico, la Russia si sente ora autorizzata a schierare sul suo territorio, regione di Kalningrad inclusa e probabilmente anche Bielorussia, una serie di armamenti che finora non schierava: non solo i 9M729, ma anche versioni terrestri del Kalibr e dello Tsirkon, e gli Iskander 1000 a gittata aumentata, per non parlare dell’Oreshnik. Niente più ‟gesti di buona volontà”, quindi, ma una risposta abbastanza decisa a una situazione escalatoria che la Russia ha lasciato sobbollire per un po’, prima di decidersi a rispondere. Inoltre, nella risposta russa si sottolineano le azioni escalatorie degli USA non solo nel teatro europeo, ma anche in quello indo-pacifico, in un assist evidente alla Cina. Sarà interessante vedere se decideranno di schierare qualcosa anche in Corea del Nord.
Fonte
03/08/2025
Trump gioca con l'orologio dell'apocalisse
di Francesco Dall'Aglio
Ieri l'abbiamo buttata a scherzo, ma la decisione di Trump (ammesso sia vera) è potenzialmente la più grave escalation nucleare dal tempo della crisi dei missili a Cuba, ed è abbastanza ironico che dopo tre anni e mezzo di LA MINACCIA ATOMICA DI PUTIN sia stato proprio il "President of Peace" Trump a fare qualcosa che ha stupito perfino il nostro solitamente compassato Di Feo che parla di una Casa Bianca che "si spinge oltre la Guerra Fredda". Quindi cerchiamo di capire.
Per spiegare la decisione di Trump possiamo fare due ipotesi. La prima, e la più banale, è che frustrato dall'indisponibilità russa a "negoziare", cioè a fare quello che vuole lui, e stizzito dalle provocazioni di Medvedev abbia sbroccato malissimo come un ragazzino che perde a Fortnite e sfascia la tastiera per la rabbia. Ci siamo passati tutti ma non tutti, direi per fortuna, abbiamo a disposizione sommergibili nucleari da mandare in giro. Così facendo, però, si è messo in una situazione spiacevole, come succede ogni volta che si agisce per rabbia. Non solo ha creato quasi dal nulla una escalation nucleare potenzialmente gravissima, ma dichiarandolo pubblicamente ne ha subito negato le capacità dissuasive e coercitive: perché che ci siano sottomarini nucleari in giro per il mondo, e molto probabilmente davanti alle altrui coste, è un gioco che USA e Russia fanno da decenni ed è la base della loro deterrenza nucleare. Gli USA hanno 14 sottomarini classe Ohio ognuno dei quali può portare un massimo di 24 missili balistici Trident II D5, ed è noto che ce ne sono schierati sempre tra gli 8 e i 10: dichiarare che se ne spostano due ha poco senso nel momento in cui la Russia è già convinta che incrocino quasi tutti dalle sue parti, e non saranno certo due in più a convincerla a sbaraccare dal Donbas. Tutto questo, naturalmente, ammettendo che la cosa sia vera, cosa della quale non possiamo essere certi essendo il movimento dei sottomarini nucleari il segreto meglio custodito delle triadi russa e statunitense.
La seconda ipotesi è più raffinata e politica. Trump non ha per niente reagito con rabbia, ma ha approfittato dell'assist offerto da Medvedev per dare un contentino ai falchi del suo establishment, agli ucraini (che infatti oggi festeggiano su ogni canale come se davvero gli USA stessero andando alla guerra atomica per loro) e agli europei, che si sentono meno abbandonati e più protetti dall'ombrello statunitense. Sa benissimo che due sottomarini non servono a nulla e che dichiarare di mandarli equivale a renderli più o meno inoffensivi, ma sono un tassello in più nell'architettura di dissuasione/coercizione che gli USA stanno costruendo, tra ripresa dei voli di ricognizione sui confini russi, nuovi accordi per mandare armi in Ucraina, stoccaggio di atomiche a gravità in Gran Bretagna, eccetera. Unita alle minacce di nuove sanzioni economiche e di sanzioni secondarie ai "clienti" della Russia, come li aveva definiti Graham, questa espansione della presenza militare statunitense è probabilmente considerata necessaria per ammorbidire la posizione russa. Poiché l'ultimatum scade tra sei giorni, vedremo presto se ci saranno altri indizi a suffragare questa ipotesi.
Il modo in cui i media si sono posti nella vicenda Trump-Medvedev-sommergibili è anch'esso interessante. Poiché non si può scrivere che il capo (o il padrone, a seconda del rapporto) ha sbroccato o che sta coscientemente spingendo per una escalation tra Russia e USA, si è scelto di presentare la cosa come una risposta alle ‟minacce di Medvedev”, che poi è come l’ha messa lo stesso Trump. Ma Medvedev ha davvero minacciato gli USA? Ha fatto un riferimento alla ‟mano morta”, ovvero all’erede russo del sistema sovietico ‟Perimetr”, che è sì una minaccia di mutua distruzione assicurata, ma che scatterebbe solo in caso di eliminazione della leadership civile e militare russa, quindi in condizioni catastrofiche e solo in risposta, appunto, all’attacco che la eliminerebbe. ‟Se distruggi il mio paese io distruggo il tuo” non mi pare, onestamente, una minaccia, anche se la mascolinità molto fragile del nostro Occidente considera ormai una minaccia qualsiasi cosa. Ora, io non penso che Trump creda che la ‟mano morta”/Perimetr sia un sistema che in automatico fa partire l’arsenale termonucleare russo se qualcuno li guarda storto, per cui è chiaro che le parole di Medvedev sono una scusa per alzare un po’ la temperatura ma senza davvero rischiare una escalation (proprio perché i sottomarini sono già in giro e spostarne uno, per dire, dal Golfo Persico al Mediterraneo non cambia la situazione). C’è da chiedersi però se lo sappiano i nostri giornalisti (Di Feo sicuramente sì), perché sul Perimetr si sono spesso dette parecchie fesserie, incluso che possa decidere all’improvviso di scatenare l’apocalisse – cosa che non può fare nemmeno in caso di guerra nucleare senza una serie di passaggi, che riassumo qui a beneficio dei dubbiosi.
L’idea del Perimetr risale agli anni ‛70, come risposta alle migliorie tecnologiche nel campo dei missili intercontinentali che riducevano di molto il tempo a disposizione per rispondere a un ipotetico attacco. Era un problema sentito da tutte le potenze nucleari, e la prima risposta furono le ‟valigette nucleari” che i Presidenti si portano sempre appresso. L’URSS (lo sapreste già se aveste letto il mio bellissimo libro!) sviluppò il sistema ‟Kazbek”, che è lo stesso (con le opportune migliorie) che viene usato adesso dalla Russia: prevede tre valigette, una per il Presidente, una per il Ministro della Difesa e una per il Capo di Stato Maggiore, e per far partire un attacco servono i codici di almeno due delle valigette (non è chiaro se servano tutti e tre, certo non ce lo vengono a dire) e poi, naturalmente, tutta la trafila che arriva fino al singolo operatore che materialmente farà partire il lancio, trafila che è la stessa sia per far partire un singolo missile che per scenari catastrofici di risposta (o di attacco) globale. Tutto questo è molto bello e a prova di idiota, ma che succede, si sono chiesti i sovietici, se un attacco elimina i tre possessori delle valigette, o due su tre, o anche solo uno? Come ci si regolerebbe in una situazione del genere, considerando che l’ipotesi più probabile è che l’eliminazione sia avvenuta a seguito di un attacco nucleare? Come si risponde? Gliela si dà vinta?
Ovviamente no, e per questo è stato messo a punto il sistema Perimetr, operativo dal 1985: un sistema semi-automatico di solito in stato di inattività che, se azionato da uno degli ufficiali preposti, inizia a ricercare informazioni utilizzando una serie di rilevatori sismici, termici e di radiazioni per verificare immediatamente se il territorio russo sia stato colpito da ordigni nucleari. Se è successo, o dai sensori pare sia successo, il sistema cerca di entrare in contatto con lo Stato Maggiore. Se ci riesce e dallo Stato Maggiore non arriva l’ordine di lancio (entro un’ora, pare), significa che è tutto a posto o che eventualmente ci penseranno gli umani, e Perimetr torna in semi-attività. Se non arriva risposta, l’autorità per comandare il lancio viene immediatamente trasferita a chiunque stia operando il sistema in quel momento, senza bisogno di valigette, autorizzazioni o simili: ed è improbabile che gli operatori del Perimetr siano troppo inclini al sentimentalismo. Dove sia fisicamente custodito il sistema, non si sa: c’è chi dice in un bunker sotto il monte Jamantau negli Urali o sotto il Kosvinsky Kamen, sempre negli Urali, quindi con tutta probabilità non è lì. Non si sa nemmeno se al momento sia attivo, o attivabile senza troppi passaggi (io ho una mezza idea che lo sia, ma ovviamente non posso saperlo). Tutte le informazioni disponibili sul sistema risalgono ai primi anni 2000, ed è chiaro che le procedure si sono affinate di parecchio. Ci sono al proposito un paio di pezzi interessanti, anche se pare chiaro che gli autori avrebbero tanto voluto scrivere romanzi gialli e si sono dovuti accontentare di fare i giornalisti, usciti su Slate nel 2007 e su Wired nel 2009, che potete leggere se non altro per intrattenimento.
Fonte
Ieri l'abbiamo buttata a scherzo, ma la decisione di Trump (ammesso sia vera) è potenzialmente la più grave escalation nucleare dal tempo della crisi dei missili a Cuba, ed è abbastanza ironico che dopo tre anni e mezzo di LA MINACCIA ATOMICA DI PUTIN sia stato proprio il "President of Peace" Trump a fare qualcosa che ha stupito perfino il nostro solitamente compassato Di Feo che parla di una Casa Bianca che "si spinge oltre la Guerra Fredda". Quindi cerchiamo di capire.
Per spiegare la decisione di Trump possiamo fare due ipotesi. La prima, e la più banale, è che frustrato dall'indisponibilità russa a "negoziare", cioè a fare quello che vuole lui, e stizzito dalle provocazioni di Medvedev abbia sbroccato malissimo come un ragazzino che perde a Fortnite e sfascia la tastiera per la rabbia. Ci siamo passati tutti ma non tutti, direi per fortuna, abbiamo a disposizione sommergibili nucleari da mandare in giro. Così facendo, però, si è messo in una situazione spiacevole, come succede ogni volta che si agisce per rabbia. Non solo ha creato quasi dal nulla una escalation nucleare potenzialmente gravissima, ma dichiarandolo pubblicamente ne ha subito negato le capacità dissuasive e coercitive: perché che ci siano sottomarini nucleari in giro per il mondo, e molto probabilmente davanti alle altrui coste, è un gioco che USA e Russia fanno da decenni ed è la base della loro deterrenza nucleare. Gli USA hanno 14 sottomarini classe Ohio ognuno dei quali può portare un massimo di 24 missili balistici Trident II D5, ed è noto che ce ne sono schierati sempre tra gli 8 e i 10: dichiarare che se ne spostano due ha poco senso nel momento in cui la Russia è già convinta che incrocino quasi tutti dalle sue parti, e non saranno certo due in più a convincerla a sbaraccare dal Donbas. Tutto questo, naturalmente, ammettendo che la cosa sia vera, cosa della quale non possiamo essere certi essendo il movimento dei sottomarini nucleari il segreto meglio custodito delle triadi russa e statunitense.
La seconda ipotesi è più raffinata e politica. Trump non ha per niente reagito con rabbia, ma ha approfittato dell'assist offerto da Medvedev per dare un contentino ai falchi del suo establishment, agli ucraini (che infatti oggi festeggiano su ogni canale come se davvero gli USA stessero andando alla guerra atomica per loro) e agli europei, che si sentono meno abbandonati e più protetti dall'ombrello statunitense. Sa benissimo che due sottomarini non servono a nulla e che dichiarare di mandarli equivale a renderli più o meno inoffensivi, ma sono un tassello in più nell'architettura di dissuasione/coercizione che gli USA stanno costruendo, tra ripresa dei voli di ricognizione sui confini russi, nuovi accordi per mandare armi in Ucraina, stoccaggio di atomiche a gravità in Gran Bretagna, eccetera. Unita alle minacce di nuove sanzioni economiche e di sanzioni secondarie ai "clienti" della Russia, come li aveva definiti Graham, questa espansione della presenza militare statunitense è probabilmente considerata necessaria per ammorbidire la posizione russa. Poiché l'ultimatum scade tra sei giorni, vedremo presto se ci saranno altri indizi a suffragare questa ipotesi.
Il modo in cui i media si sono posti nella vicenda Trump-Medvedev-sommergibili è anch'esso interessante. Poiché non si può scrivere che il capo (o il padrone, a seconda del rapporto) ha sbroccato o che sta coscientemente spingendo per una escalation tra Russia e USA, si è scelto di presentare la cosa come una risposta alle ‟minacce di Medvedev”, che poi è come l’ha messa lo stesso Trump. Ma Medvedev ha davvero minacciato gli USA? Ha fatto un riferimento alla ‟mano morta”, ovvero all’erede russo del sistema sovietico ‟Perimetr”, che è sì una minaccia di mutua distruzione assicurata, ma che scatterebbe solo in caso di eliminazione della leadership civile e militare russa, quindi in condizioni catastrofiche e solo in risposta, appunto, all’attacco che la eliminerebbe. ‟Se distruggi il mio paese io distruggo il tuo” non mi pare, onestamente, una minaccia, anche se la mascolinità molto fragile del nostro Occidente considera ormai una minaccia qualsiasi cosa. Ora, io non penso che Trump creda che la ‟mano morta”/Perimetr sia un sistema che in automatico fa partire l’arsenale termonucleare russo se qualcuno li guarda storto, per cui è chiaro che le parole di Medvedev sono una scusa per alzare un po’ la temperatura ma senza davvero rischiare una escalation (proprio perché i sottomarini sono già in giro e spostarne uno, per dire, dal Golfo Persico al Mediterraneo non cambia la situazione). C’è da chiedersi però se lo sappiano i nostri giornalisti (Di Feo sicuramente sì), perché sul Perimetr si sono spesso dette parecchie fesserie, incluso che possa decidere all’improvviso di scatenare l’apocalisse – cosa che non può fare nemmeno in caso di guerra nucleare senza una serie di passaggi, che riassumo qui a beneficio dei dubbiosi.
L’idea del Perimetr risale agli anni ‛70, come risposta alle migliorie tecnologiche nel campo dei missili intercontinentali che riducevano di molto il tempo a disposizione per rispondere a un ipotetico attacco. Era un problema sentito da tutte le potenze nucleari, e la prima risposta furono le ‟valigette nucleari” che i Presidenti si portano sempre appresso. L’URSS (lo sapreste già se aveste letto il mio bellissimo libro!) sviluppò il sistema ‟Kazbek”, che è lo stesso (con le opportune migliorie) che viene usato adesso dalla Russia: prevede tre valigette, una per il Presidente, una per il Ministro della Difesa e una per il Capo di Stato Maggiore, e per far partire un attacco servono i codici di almeno due delle valigette (non è chiaro se servano tutti e tre, certo non ce lo vengono a dire) e poi, naturalmente, tutta la trafila che arriva fino al singolo operatore che materialmente farà partire il lancio, trafila che è la stessa sia per far partire un singolo missile che per scenari catastrofici di risposta (o di attacco) globale. Tutto questo è molto bello e a prova di idiota, ma che succede, si sono chiesti i sovietici, se un attacco elimina i tre possessori delle valigette, o due su tre, o anche solo uno? Come ci si regolerebbe in una situazione del genere, considerando che l’ipotesi più probabile è che l’eliminazione sia avvenuta a seguito di un attacco nucleare? Come si risponde? Gliela si dà vinta?
Ovviamente no, e per questo è stato messo a punto il sistema Perimetr, operativo dal 1985: un sistema semi-automatico di solito in stato di inattività che, se azionato da uno degli ufficiali preposti, inizia a ricercare informazioni utilizzando una serie di rilevatori sismici, termici e di radiazioni per verificare immediatamente se il territorio russo sia stato colpito da ordigni nucleari. Se è successo, o dai sensori pare sia successo, il sistema cerca di entrare in contatto con lo Stato Maggiore. Se ci riesce e dallo Stato Maggiore non arriva l’ordine di lancio (entro un’ora, pare), significa che è tutto a posto o che eventualmente ci penseranno gli umani, e Perimetr torna in semi-attività. Se non arriva risposta, l’autorità per comandare il lancio viene immediatamente trasferita a chiunque stia operando il sistema in quel momento, senza bisogno di valigette, autorizzazioni o simili: ed è improbabile che gli operatori del Perimetr siano troppo inclini al sentimentalismo. Dove sia fisicamente custodito il sistema, non si sa: c’è chi dice in un bunker sotto il monte Jamantau negli Urali o sotto il Kosvinsky Kamen, sempre negli Urali, quindi con tutta probabilità non è lì. Non si sa nemmeno se al momento sia attivo, o attivabile senza troppi passaggi (io ho una mezza idea che lo sia, ma ovviamente non posso saperlo). Tutte le informazioni disponibili sul sistema risalgono ai primi anni 2000, ed è chiaro che le procedure si sono affinate di parecchio. Ci sono al proposito un paio di pezzi interessanti, anche se pare chiaro che gli autori avrebbero tanto voluto scrivere romanzi gialli e si sono dovuti accontentare di fare i giornalisti, usciti su Slate nel 2007 e su Wired nel 2009, che potete leggere se non altro per intrattenimento.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)
