di Francesco Dall'Aglio
Ieri l'abbiamo buttata a scherzo, ma la decisione di Trump (ammesso sia vera) è potenzialmente la più grave escalation nucleare dal tempo della crisi dei missili a Cuba, ed è abbastanza ironico che dopo tre anni e mezzo di LA MINACCIA ATOMICA DI PUTIN sia stato proprio il "President of Peace" Trump a fare qualcosa che ha stupito perfino il nostro solitamente compassato Di Feo che parla di una Casa Bianca che "si spinge oltre la Guerra Fredda". Quindi cerchiamo di capire.
Per spiegare la decisione di Trump possiamo fare due ipotesi. La prima, e la più banale, è che frustrato dall'indisponibilità russa a "negoziare", cioè a fare quello che vuole lui, e stizzito dalle provocazioni di Medvedev abbia sbroccato malissimo come un ragazzino che perde a Fortnite e sfascia la tastiera per la rabbia. Ci siamo passati tutti ma non tutti, direi per fortuna, abbiamo a disposizione sommergibili nucleari da mandare in giro. Così facendo, però, si è messo in una situazione spiacevole, come succede ogni volta che si agisce per rabbia. Non solo ha creato quasi dal nulla una escalation nucleare potenzialmente gravissima, ma dichiarandolo pubblicamente ne ha subito negato le capacità dissuasive e coercitive: perché che ci siano sottomarini nucleari in giro per il mondo, e molto probabilmente davanti alle altrui coste, è un gioco che USA e Russia fanno da decenni ed è la base della loro deterrenza nucleare. Gli USA hanno 14 sottomarini classe Ohio ognuno dei quali può portare un massimo di 24 missili balistici Trident II D5, ed è noto che ce ne sono schierati sempre tra gli 8 e i 10: dichiarare che se ne spostano due ha poco senso nel momento in cui la Russia è già convinta che incrocino quasi tutti dalle sue parti, e non saranno certo due in più a convincerla a sbaraccare dal Donbas. Tutto questo, naturalmente, ammettendo che la cosa sia vera, cosa della quale non possiamo essere certi essendo il movimento dei sottomarini nucleari il segreto meglio custodito delle triadi russa e statunitense.
La seconda ipotesi è più raffinata e politica. Trump non ha per niente reagito con rabbia, ma ha approfittato dell'assist offerto da Medvedev per dare un contentino ai falchi del suo establishment, agli ucraini (che infatti oggi festeggiano su ogni canale come se davvero gli USA stessero andando alla guerra atomica per loro) e agli europei, che si sentono meno abbandonati e più protetti dall'ombrello statunitense. Sa benissimo che due sottomarini non servono a nulla e che dichiarare di mandarli equivale a renderli più o meno inoffensivi, ma sono un tassello in più nell'architettura di dissuasione/coercizione che gli USA stanno costruendo, tra ripresa dei voli di ricognizione sui confini russi, nuovi accordi per mandare armi in Ucraina, stoccaggio di atomiche a gravità in Gran Bretagna, eccetera. Unita alle minacce di nuove sanzioni economiche e di sanzioni secondarie ai "clienti" della Russia, come li aveva definiti Graham, questa espansione della presenza militare statunitense è probabilmente considerata necessaria per ammorbidire la posizione russa. Poiché l'ultimatum scade tra sei giorni, vedremo presto se ci saranno altri indizi a suffragare questa ipotesi.
Il modo in cui i media si sono posti nella vicenda Trump-Medvedev-sommergibili è anch'esso interessante. Poiché non si può scrivere che il capo (o il padrone, a seconda del rapporto) ha sbroccato o che sta coscientemente spingendo per una escalation tra Russia e USA, si è scelto di presentare la cosa come una risposta alle ‟minacce di Medvedev”, che poi è come l’ha messa lo stesso Trump. Ma Medvedev ha davvero minacciato gli USA? Ha fatto un riferimento alla ‟mano morta”, ovvero all’erede russo del sistema sovietico ‟Perimetr”, che è sì una minaccia di mutua distruzione assicurata, ma che scatterebbe solo in caso di eliminazione della leadership civile e militare russa, quindi in condizioni catastrofiche e solo in risposta, appunto, all’attacco che la eliminerebbe. ‟Se distruggi il mio paese io distruggo il tuo” non mi pare, onestamente, una minaccia, anche se la mascolinità molto fragile del nostro Occidente considera ormai una minaccia qualsiasi cosa. Ora, io non penso che Trump creda che la ‟mano morta”/Perimetr sia un sistema che in automatico fa partire l’arsenale termonucleare russo se qualcuno li guarda storto, per cui è chiaro che le parole di Medvedev sono una scusa per alzare un po’ la temperatura ma senza davvero rischiare una escalation (proprio perché i sottomarini sono già in giro e spostarne uno, per dire, dal Golfo Persico al Mediterraneo non cambia la situazione). C’è da chiedersi però se lo sappiano i nostri giornalisti (Di Feo sicuramente sì), perché sul Perimetr si sono spesso dette parecchie fesserie, incluso che possa decidere all’improvviso di scatenare l’apocalisse – cosa che non può fare nemmeno in caso di guerra nucleare senza una serie di passaggi, che riassumo qui a beneficio dei dubbiosi.
L’idea del Perimetr risale agli anni ‛70, come risposta alle migliorie tecnologiche nel campo dei missili intercontinentali che riducevano di molto il tempo a disposizione per rispondere a un ipotetico attacco. Era un problema sentito da tutte le potenze nucleari, e la prima risposta furono le ‟valigette nucleari” che i Presidenti si portano sempre appresso. L’URSS (lo sapreste già se aveste letto il mio bellissimo libro!) sviluppò il sistema ‟Kazbek”, che è lo stesso (con le opportune migliorie) che viene usato adesso dalla Russia: prevede tre valigette, una per il Presidente, una per il Ministro della Difesa e una per il Capo di Stato Maggiore, e per far partire un attacco servono i codici di almeno due delle valigette (non è chiaro se servano tutti e tre, certo non ce lo vengono a dire) e poi, naturalmente, tutta la trafila che arriva fino al singolo operatore che materialmente farà partire il lancio, trafila che è la stessa sia per far partire un singolo missile che per scenari catastrofici di risposta (o di attacco) globale. Tutto questo è molto bello e a prova di idiota, ma che succede, si sono chiesti i sovietici, se un attacco elimina i tre possessori delle valigette, o due su tre, o anche solo uno? Come ci si regolerebbe in una situazione del genere, considerando che l’ipotesi più probabile è che l’eliminazione sia avvenuta a seguito di un attacco nucleare? Come si risponde? Gliela si dà vinta?
Ovviamente no, e per questo è stato messo a punto il sistema Perimetr, operativo dal 1985: un sistema semi-automatico di solito in stato di inattività che, se azionato da uno degli ufficiali preposti, inizia a ricercare informazioni utilizzando una serie di rilevatori sismici, termici e di radiazioni per verificare immediatamente se il territorio russo sia stato colpito da ordigni nucleari. Se è successo, o dai sensori pare sia successo, il sistema cerca di entrare in contatto con lo Stato Maggiore. Se ci riesce e dallo Stato Maggiore non arriva l’ordine di lancio (entro un’ora, pare), significa che è tutto a posto o che eventualmente ci penseranno gli umani, e Perimetr torna in semi-attività. Se non arriva risposta, l’autorità per comandare il lancio viene immediatamente trasferita a chiunque stia operando il sistema in quel momento, senza bisogno di valigette, autorizzazioni o simili: ed è improbabile che gli operatori del Perimetr siano troppo inclini al sentimentalismo. Dove sia fisicamente custodito il sistema, non si sa: c’è chi dice in un bunker sotto il monte Jamantau negli Urali o sotto il Kosvinsky Kamen, sempre negli Urali, quindi con tutta probabilità non è lì. Non si sa nemmeno se al momento sia attivo, o attivabile senza troppi passaggi (io ho una mezza idea che lo sia, ma ovviamente non posso saperlo). Tutte le informazioni disponibili sul sistema risalgono ai primi anni 2000, ed è chiaro che le procedure si sono affinate di parecchio. Ci sono al proposito un paio di pezzi interessanti, anche se pare chiaro che gli autori avrebbero tanto voluto scrivere romanzi gialli e si sono dovuti accontentare di fare i giornalisti, usciti su Slate nel 2007 e su Wired nel 2009, che potete leggere se non altro per intrattenimento.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/08/2025
06/02/2024
Medvedev: “sostegno russo all’opposizione extrasistemica occidentale”
Stupisce di non aver visto reazioni scandalizzate (a meno che non ci siano sfuggite) di esponenti liberal-occidentali e media in doppiopetto, all’ennesima uscita “osé” del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev.
Il quale esorta (par di capire: media ed esponenti russi all’estero) ad appoggiare in qualsiasi modo i «nuovi politici» della «opposizione antisistema» in Occidente, affinché riescano a ottenere «risultati dignitosi alle elezioni».
Ora, parte della letteratura politica russa definisce “opposizione antisistema” in Russia tutta quella congerie di esponenti, partiti e organizzazioni radicali che non accettano «il sistema dei valori socio-politici dei gruppi dominanti e il relativo corso politico». Ognuno è libero di inserire in tale categoria qualunque nome tra quelli “raccomandati” da giornali e TV nostrani quali eminenti “oppositori di Putin”.
Per quanto riguarda l’Occidente, nella visione dei politologi russi il criterio principale per distinguere i tipi di opposizione politica è «la conformità degli obiettivi dell’opposizione ai principi fondamentali dell’ordine costituzionale», da cui discende che «l‘opposizione extrasistemica si distingue per un duro confronto con il potere, l’uso di metodi non sempre legittimi o legali per condurre la lotta politica».
In tale opposizione extrasistemica, sarebbero comprese «organizzazioni di sinistra e di destra di tipo radicale o estremista, che rifiutano quel sistema di valori politici, che è invece legittimo per la maggioranza della popolazione».
Dopo questo sommario excursus, di fronte, come si diceva, alle parole di Dmitrij Medvedev, pareva legittimo aspettarsi furiose e indignate alzate di scudi nelle liberal-arrivistiche democrazie elettoralistiche, con grida e lai contro nuove ingerenze russe nel “libero processo elettorale” occidentale. Per ora, a quanto pare, nulla.
Ma, non disperiamo. L’occasione è oltremodo ghiotta. Oltretutto, questa volta, Medvedev mette nella cesta “opposizione di destra e di sinistra” ed è prevedibile che si assista ad “accoltellamenti” trasversali, per addossare al “nemico dichiarato” la qualifica di “extrasistemico”, nella cui definizione ognuno farà rientrare le peggiori invettive da affibbiare al concorrente di urna, con l’aggravante di essere “al soldo di Putin”.
Dunque, non solo, che so, PD contro Lega o CasaPound, oppure FdI contro qualche oscuro gruppetto emme-elle (ve l’immaginate i “soldi russi” a un redivivo Brandirali?!) o Tomaso Montanari, oppure Sinistra italiana contro Democrazia Sovrana Popolare...
Metteranno le transenne a Roma, in via Gaeta, per regolare l’afflusso di questuanti?
Ma poi, chissà se Medvedev abbia in mente specificamente l’Italia, o non punti direttamente (come da Mosca si sente dire più spesso in questi giorni) a gente come l’AfD tedesca, quale “opposizione antisistema” davvero in grado di incidere, coi numeri che si ritrova, nello establishment teutonico.
Del resto, Medvedev parla di un «arrivo ai vertici governativi» delle forze antisistemiche. E tra i nani italici, l’obiettivo è troppo alto. In ogni caso, è probabile che ci sarà da sbellicarsi.
Ecco la traduzione – non testuale, ma conforme all’originale – di quanto scrive Dmitrij Medvedev.
Il quale esorta (par di capire: media ed esponenti russi all’estero) ad appoggiare in qualsiasi modo i «nuovi politici» della «opposizione antisistema» in Occidente, affinché riescano a ottenere «risultati dignitosi alle elezioni».
Ora, parte della letteratura politica russa definisce “opposizione antisistema” in Russia tutta quella congerie di esponenti, partiti e organizzazioni radicali che non accettano «il sistema dei valori socio-politici dei gruppi dominanti e il relativo corso politico». Ognuno è libero di inserire in tale categoria qualunque nome tra quelli “raccomandati” da giornali e TV nostrani quali eminenti “oppositori di Putin”.
Per quanto riguarda l’Occidente, nella visione dei politologi russi il criterio principale per distinguere i tipi di opposizione politica è «la conformità degli obiettivi dell’opposizione ai principi fondamentali dell’ordine costituzionale», da cui discende che «l‘opposizione extrasistemica si distingue per un duro confronto con il potere, l’uso di metodi non sempre legittimi o legali per condurre la lotta politica».
In tale opposizione extrasistemica, sarebbero comprese «organizzazioni di sinistra e di destra di tipo radicale o estremista, che rifiutano quel sistema di valori politici, che è invece legittimo per la maggioranza della popolazione».
Dopo questo sommario excursus, di fronte, come si diceva, alle parole di Dmitrij Medvedev, pareva legittimo aspettarsi furiose e indignate alzate di scudi nelle liberal-arrivistiche democrazie elettoralistiche, con grida e lai contro nuove ingerenze russe nel “libero processo elettorale” occidentale. Per ora, a quanto pare, nulla.
Ma, non disperiamo. L’occasione è oltremodo ghiotta. Oltretutto, questa volta, Medvedev mette nella cesta “opposizione di destra e di sinistra” ed è prevedibile che si assista ad “accoltellamenti” trasversali, per addossare al “nemico dichiarato” la qualifica di “extrasistemico”, nella cui definizione ognuno farà rientrare le peggiori invettive da affibbiare al concorrente di urna, con l’aggravante di essere “al soldo di Putin”.
Dunque, non solo, che so, PD contro Lega o CasaPound, oppure FdI contro qualche oscuro gruppetto emme-elle (ve l’immaginate i “soldi russi” a un redivivo Brandirali?!) o Tomaso Montanari, oppure Sinistra italiana contro Democrazia Sovrana Popolare...
Metteranno le transenne a Roma, in via Gaeta, per regolare l’afflusso di questuanti?
Ma poi, chissà se Medvedev abbia in mente specificamente l’Italia, o non punti direttamente (come da Mosca si sente dire più spesso in questi giorni) a gente come l’AfD tedesca, quale “opposizione antisistema” davvero in grado di incidere, coi numeri che si ritrova, nello establishment teutonico.
Del resto, Medvedev parla di un «arrivo ai vertici governativi» delle forze antisistemiche. E tra i nani italici, l’obiettivo è troppo alto. In ogni caso, è probabile che ci sarà da sbellicarsi.
Ecco la traduzione – non testuale, ma conforme all’originale – di quanto scrive Dmitrij Medvedev.
*****
Constatando come, ormai da tempo, l’Occidente sostenga e foraggi in qualsiasi modo la «cosiddetta opposizione antisistema» russa, del tipo Navalnyj o Garri Kasparov, «il cui posto sarebbe da tempo una clinica psichiatrica», insieme a «tutto il colorato calderone di oppositori glamour, dispersisi negli ultimi decenni, come topi appestati, in tutti i paesi occidentali», le bande di ladri e assassini di Mikhail Khodorkovskij.
Oltre ai “giovani degenerati” che hanno indossato l’uniforme dei nazisti ucraini («Khokhlonazi» li definisce Medvedev; come i nazionalisti ucraini denigrano i russi chiamandoli “moskaly”, così i russi definiscono gli ucraini “khokhli” per la loro pronuncia aspirata) per organizzare attacchi terroristici e sabotaggi in Russia.
E tra quegli «oppositori glamour», dice Medvedev, si annovera anche la loro servitù intellettuale, diffusa «tra le canaglie della letteratura, per le quali piange la piccozza di un nuovo Ramon Mercader».
«Perché ho ricordato i nostri “antisistema” con tutto il loro disgustoso squallore?
Ecco perché. Anche in Occidente c’è un’opposizione antisistema, pur se non squallida e prezzolata come quella russa, ma molto più ragionevole e dignitosa, che non desidera affatto la distruzione della propria Patria, come i rinnegati fuggiaschi russi, ma guarda a una diversa via di sviluppo.
Tale opposizione esiste sia di destra che di sinistra. Ciascuna con il proprio programma nazionale, che si contrappone al globalismo americano. È presente in tutti i paesi UE e anche oltreoceano; c’è nei parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo, dove presto si terranno le elezioni.
Senza dubbio, questi nuovi politici sono molto più corretti e motivati delle vecchie volpi dei tradizionali partiti occidentali. Questa opposizione, ancora irregolare, vede oggi chiaramente tutti i vizi dell’attuale globalismo liberale e dell’ordine mondiale incentrato sugli Stati Uniti» («pindostanocentrico», scrive Medvedev, laddove “pindos” è vocabolo dispregiativo, di origine antica, e poi tornato in uso in riferimento ai militari USA, in particolare dopo lo schieramento di contingenti ONU, anche russi, in Kosovo).
Così che, scrive Medvedev, il compito di Mosca è quello di sostenere in ogni modo possibile questi politici e i loro partiti in Occidente, aiutandoli apertum et secretum, a ottenere risultati dignitosi alle elezioni.
Alcuni di loro si trasformeranno da oppositori antisistemici in una nuova parte dell’establishment politico. E il loro arrivo ai vertici governativi è in grado di risanare radicalmente il panorama politico nel mondo occidentale.
Ecco perché sono così temuti dagli astuti («culigrassi» scrive Medvedev) «intellettuali castrati che guidano le vecchie forze politiche in Europa e oltreoceano, così come dagli asessuati arcobaleni smidollati, oggi al timone di molti paesi occidentali. E non a caso hanno paura. Dopotutto, Lao Tzu diceva che “il flessibile e debole supera il duro e il forte”».
Un po’ trash e per nulla amichevole, come quando ci si trova in guerra, chiamando in causa i veri manovratori di Kiev...
Fonte
03/11/2022
Armi nucleari. L’allarmismo del New York Times, le dichiarazioni di Medvedev
Il New York Times, citando però solo fonti statunitensi, scrive che “alti ufficiali delle forze armate della Russia hanno recentemente discusso la possibilità di un ricorso ad armi nucleari tattiche in Ucraina. Secondo questa circostanza è aumentato la preoccupazione a Washington e nei Paesi alleati degli Usa”.
Stando alle informazioni ottenute dal New York Times, “il presidente Vladimir Putin non è stato parte delle conversazioni”, che si sarebbero svolte a metà ottobre nel contesto “della crescente retorica nucleare russa e delle sconfitte sul campo di battaglia”. A prescindere dall’estraneità alle discussioni di Putin, però, “il solo fatto che i leader militari russi abbiano avuto le discussioni ha allarmato l’amministrazione del presidente Joe Biden”.
Dopo aver sparato un titolo e un incipit allarmante, il New York Times precisa però che il governo statunitense non dispone di alcuna prova che la Russia si prepari ad usare armi nucleari tattiche in Ucraina, anzi.
“Sebbene il rischio di un’ulteriore escalation rimanga preoccupantemente alto, i funzionari dell’amministrazione Biden e gli alleati statunitensi affermano che le telefonate tra le controparti occidentali e russe alla fine del mese scorso hanno contribuito ad allentare alcune tensioni nucleari” – scrive infatti il New York Times – “Secondo alcuni funzionari, il discorso di giovedì scorso in cui Putin ha negato che Mosca si stia preparando a usare un’arma nucleare in Ucraina ha ulteriormente abbassato la temperatura”.
Ieri sulla questione delle armi nucleari nel contesto della guerra in corso in Ucraina, era intervenuto il vice capo del Consiglio di Sicurezza russo, Medvedev con un discorso riportato dall’agenzia russa Tass.
“Chiamiamo il pane al pane. I paesi occidentali stanno spingendo il mondo a una guerra globale. Solo la vittoria completa e finale della Russia sarà una salvaguardia contro un conflitto mondiale”, ha affermato Medvevdev in risposta alle ripetute ambizioni dei paesi occidentali sul fatto che “Non si può permettere alla Russia di vincere la guerra”.
“Se non è la Russia che dovrebbe vincere, allora, a quanto pare, è l’Ucraina. L’obiettivo della guerra dell’Ucraina, proclamato dal regime di Kiev, è la riconquista di tutti i territori che in precedenza le appartenevano. In altre parole, la loro annessione dalla Russia. Questa è una minaccia all’esistenza del nostro Stato e al crollo della Russia di oggi”, ha chiarito il vice capo del Consiglio di Sicurezza del Cremlino.
Medvedev ha quindi citato il paragrafo 19 dei principi fondamentali della politica statale russa nel campo della deterrenza nucleare, secondo il quale le condizioni alle quali la Russia può utilizzare armi nucleari sono informazioni affidabili sul lancio di missili balistici che attaccano i territori della Russia o dei suoi alleati, l’uso da parte del nemico di armi nucleari o altri tipi di armi di distruzione di massa sui territori della Russia e dei suoi alleati, l’impatto del nemico sullo stato critico della Russia o sulle strutture militari il cui fallimento renderà inabili le forze nucleari di rappresaglia.
Inoltre, il paragrafo 19 menziona tra queste condizioni un atto di aggressione contro la Russia con l’uso di armi convenzionali che mette in pericolo l’esistenza stessa dello Stato, scenario che Medvedev ha menzionato nel suo post.
L’agenzia Ria Novosti riporta che proprio oggi Putin si riunirà con il Consiglio di Sicurezza del Cremlino.
Fonte
Stando alle informazioni ottenute dal New York Times, “il presidente Vladimir Putin non è stato parte delle conversazioni”, che si sarebbero svolte a metà ottobre nel contesto “della crescente retorica nucleare russa e delle sconfitte sul campo di battaglia”. A prescindere dall’estraneità alle discussioni di Putin, però, “il solo fatto che i leader militari russi abbiano avuto le discussioni ha allarmato l’amministrazione del presidente Joe Biden”.
Dopo aver sparato un titolo e un incipit allarmante, il New York Times precisa però che il governo statunitense non dispone di alcuna prova che la Russia si prepari ad usare armi nucleari tattiche in Ucraina, anzi.
“Sebbene il rischio di un’ulteriore escalation rimanga preoccupantemente alto, i funzionari dell’amministrazione Biden e gli alleati statunitensi affermano che le telefonate tra le controparti occidentali e russe alla fine del mese scorso hanno contribuito ad allentare alcune tensioni nucleari” – scrive infatti il New York Times – “Secondo alcuni funzionari, il discorso di giovedì scorso in cui Putin ha negato che Mosca si stia preparando a usare un’arma nucleare in Ucraina ha ulteriormente abbassato la temperatura”.
Ieri sulla questione delle armi nucleari nel contesto della guerra in corso in Ucraina, era intervenuto il vice capo del Consiglio di Sicurezza russo, Medvedev con un discorso riportato dall’agenzia russa Tass.
“Chiamiamo il pane al pane. I paesi occidentali stanno spingendo il mondo a una guerra globale. Solo la vittoria completa e finale della Russia sarà una salvaguardia contro un conflitto mondiale”, ha affermato Medvevdev in risposta alle ripetute ambizioni dei paesi occidentali sul fatto che “Non si può permettere alla Russia di vincere la guerra”.
“Se non è la Russia che dovrebbe vincere, allora, a quanto pare, è l’Ucraina. L’obiettivo della guerra dell’Ucraina, proclamato dal regime di Kiev, è la riconquista di tutti i territori che in precedenza le appartenevano. In altre parole, la loro annessione dalla Russia. Questa è una minaccia all’esistenza del nostro Stato e al crollo della Russia di oggi”, ha chiarito il vice capo del Consiglio di Sicurezza del Cremlino.
Medvedev ha quindi citato il paragrafo 19 dei principi fondamentali della politica statale russa nel campo della deterrenza nucleare, secondo il quale le condizioni alle quali la Russia può utilizzare armi nucleari sono informazioni affidabili sul lancio di missili balistici che attaccano i territori della Russia o dei suoi alleati, l’uso da parte del nemico di armi nucleari o altri tipi di armi di distruzione di massa sui territori della Russia e dei suoi alleati, l’impatto del nemico sullo stato critico della Russia o sulle strutture militari il cui fallimento renderà inabili le forze nucleari di rappresaglia.
Inoltre, il paragrafo 19 menziona tra queste condizioni un atto di aggressione contro la Russia con l’uso di armi convenzionali che mette in pericolo l’esistenza stessa dello Stato, scenario che Medvedev ha menzionato nel suo post.
L’agenzia Ria Novosti riporta che proprio oggi Putin si riunirà con il Consiglio di Sicurezza del Cremlino.
Fonte
27/09/2022
Guerra in Ucraina - Medvedev ribadisce che la Russia non bluffa sulle armi nucleari
”Questo non è un bluff. La Russia ha il diritto di usare l’arma nucleare se lo riterrà necessario”. Non è certo andato per il sottile l’ex presidente ed ex primo ministro russo Dmitry Medvedev, ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Russia. ”La Russia utilizzerà armi nucleari se essa o i suoi alleati verranno attaccati utilizzando tali armi o se vi sarà una minaccia per l’esistenza della Russia”, ha scritto su Telegram.
Secondo Medvedev, Joe Biden e Liz Truss “chiedono che la Russia allontani la mano dal pulsante nucleare” mentre Truss è “assolutamente pronta ad iniziare immediatamente uno scambio di attacchi nucleari con il nostro paese”.
“Devo ricordarvelo ancora, per quei sordi che sentono solo se stessi” – ha affermato Medvedev – “La Russia ha il diritto di utilizzare armi nucleari se necessario, in casi predeterminati, in stretta conformità con i fondamenti della politica statale in materia di deterrenza nucleare. Se noi o i nostri alleati veniamo attaccati usando questo tipo di arma. O se l’aggressione con l’uso di armi convenzionali minaccia l’esistenza stessa del nostro stato”.
Nel suo messaggio, attentamente al vaglio delle cancellerie dei paesi Nato, Medvevdev ha chiarito che “Faremo di tutto per prevenire la comparsa di armi nucleari nei paesi a noi vicini e ostili. Ad esempio, nell’Ucraina nazista, che oggi è direttamente controllata dai paesi della Nato”.
Con un innalzamento dei toni che non promette nulla di buono il vicecapo del Consiglio di Sicurezza russo ha poi aggiunto che: “Se la minaccia per la Russia supera il limite di pericolo contemplato, dovremo rispondere. Senza chiedere il permesso a nessuno, senza bisogno di lunghe consultazioni. E non si tratta certo di un bluff. Immaginate che la Russia sia costretta a usare l’arma più formidabile contro il regime ucraino, che ha commesso un atto di aggressione su larga scala, pericoloso per l’esistenza stessa del nostro stato. Credo che la Nato non interverrà direttamente nel conflitto perfino in questa situazione. Dopotutto, la sicurezza di Washington, Londra e Bruxelles è molto più importante per l’Alleanza Nord atlantica del destino dell’Ucraina, di cui nessuno ha bisogno, anche se è abbondantemente rifornita di armi diverse”.
Nel giorno in cui si sono conclusi i referendum per l’annessione delle Repubbliche del Donbass ma anche di Zaporizhia e Kherson alla Federazione Russa (con una partecipazione che va dal 63,58 di Kherson al 91% di Donetsk), le dichiarazioni di Medvedev hanno alzato pesantemente l’asticella dell’escalation nella guerra in Ucraina, mettendo i paesi della Nato di fronte ad una alternativa del diavolo: andare a vedere se quello russo è un bluff e continuare a sobillare l’Ucraina nella prosecuzione della guerra oppure fermare il conflitto allo statu quo e avviare quella fase negoziale che andava aperta sei mesi fa evitando gli orrori di questi mesi e stoppando uno scenario da incubo.
Fonte
Secondo Medvedev, Joe Biden e Liz Truss “chiedono che la Russia allontani la mano dal pulsante nucleare” mentre Truss è “assolutamente pronta ad iniziare immediatamente uno scambio di attacchi nucleari con il nostro paese”.
“Devo ricordarvelo ancora, per quei sordi che sentono solo se stessi” – ha affermato Medvedev – “La Russia ha il diritto di utilizzare armi nucleari se necessario, in casi predeterminati, in stretta conformità con i fondamenti della politica statale in materia di deterrenza nucleare. Se noi o i nostri alleati veniamo attaccati usando questo tipo di arma. O se l’aggressione con l’uso di armi convenzionali minaccia l’esistenza stessa del nostro stato”.
Nel suo messaggio, attentamente al vaglio delle cancellerie dei paesi Nato, Medvevdev ha chiarito che “Faremo di tutto per prevenire la comparsa di armi nucleari nei paesi a noi vicini e ostili. Ad esempio, nell’Ucraina nazista, che oggi è direttamente controllata dai paesi della Nato”.
Con un innalzamento dei toni che non promette nulla di buono il vicecapo del Consiglio di Sicurezza russo ha poi aggiunto che: “Se la minaccia per la Russia supera il limite di pericolo contemplato, dovremo rispondere. Senza chiedere il permesso a nessuno, senza bisogno di lunghe consultazioni. E non si tratta certo di un bluff. Immaginate che la Russia sia costretta a usare l’arma più formidabile contro il regime ucraino, che ha commesso un atto di aggressione su larga scala, pericoloso per l’esistenza stessa del nostro stato. Credo che la Nato non interverrà direttamente nel conflitto perfino in questa situazione. Dopotutto, la sicurezza di Washington, Londra e Bruxelles è molto più importante per l’Alleanza Nord atlantica del destino dell’Ucraina, di cui nessuno ha bisogno, anche se è abbondantemente rifornita di armi diverse”.
Nel giorno in cui si sono conclusi i referendum per l’annessione delle Repubbliche del Donbass ma anche di Zaporizhia e Kherson alla Federazione Russa (con una partecipazione che va dal 63,58 di Kherson al 91% di Donetsk), le dichiarazioni di Medvedev hanno alzato pesantemente l’asticella dell’escalation nella guerra in Ucraina, mettendo i paesi della Nato di fronte ad una alternativa del diavolo: andare a vedere se quello russo è un bluff e continuare a sobillare l’Ucraina nella prosecuzione della guerra oppure fermare il conflitto allo statu quo e avviare quella fase negoziale che andava aperta sei mesi fa evitando gli orrori di questi mesi e stoppando uno scenario da incubo.
Fonte
09/06/2022
Russia-Italia: chi “minaccia” davvero?
Urla, strepitii, indignazione tra i “politici” italiani alle parole dell’ex Presidente, ex Primo ministro e attuale vice Presidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, il quale sul proprio canale Telegram – dopo che il 6 giugno aveva fatto un bilancio del sesto pacchetto di sanzioni anti-russe deciso dalla Commissione europea – il giorno successivo aveva scritto, presumibilmente riferendosi agli autori della decisione: «Mi chiedono spesso il perché i miei post su Telegram siano così bruschi. Rispondo: li odio. Sono dei bastardi e degenerati. Vogliono la nostra morte, della Russia. Finché vivrò, farò di tutto perché spariscano».
Orrore e sgomento… «Sono parole inaccettabili, che ci preoccupano fortemente… parole inequivocabili di minaccia verso chi sta cercando con insistenza la pace», balbetta l’immaginifico Ministro degli esteri Di Maio, evocando fantasmi – la “ricerca della pace” – che nessuno ha sinora visto. Sono parole, a detta del Ministro, che «danno linfa a una campagna d’odio contro l’Occidente».
Sarebbe dunque il sacro nome dell’Occidente a esser vessato, insieme ai «valori europei». Secondo il Sottosegretario agli Esteri, è stato commesso il più infernale dei peccati mortali. In sostanza, «una campagna d’odio contro l’intero Occidente», si lamenta la Ministra per il Sud e la Coesione territoriale.
Per parte nostra, non da ora, nutriamo ben poca simpatia per Dmitrij Medvedev, in particolare per le sue ripetute uscite in spregio ai lavoratori e alle masse popolari russe – una delle ultime: settimana lavorativa di quattro giorni... pagati quattro – e abbiamo pochi dubbi che, messi alle strette (si fa per dire) da sanzioni equivalenti e contrapposte, gli oligarchi nostrani reagirebbero diversamente da Medvedev.
Le prefiche della “politica” italica che lanciano pianti prezzolati per le «parole di Medvedev su di noi occidentali» e per la sua presunta «campagna d’odio contro l’intero Occidente» possono tranquillizzarsi: la cosiddetta “campagna d’odio” non è affatto rivolta contro i sacri e intoccabili “valori occidentali”.
Riguarda piuttosto la stizza di una ristretta cerchia di quelli che l’occidente chiama “oligarchi” e “vips” del beau mond arricchitosi con le privatizzazioni post-sovietiche, che oggi si vede privata della possibilità di godere liberamente (uno dei sacri “valori occidentali”) dei propri conti esteri e delle ville sulle coste del Mediterraneo.
E chi la priva di tale “libertà” non è altro che l’equivalente oligarchia casualmente (?) ubicata a ovest. Nella fase attuale di quella che, cent’anni fa, Vladimir Lenin definiva una zuffa tra «due predoni», di fronte alla quale non è importante chi dei due «abbia per primo tirato fuori il coltello» – quantunque oggi non sia certo secondario stabilire quale dei “predoni” sia quello più aggressivo e più insidioso, specialmente per chi si trova “sotto l’ombrello” della NATO – la disputa riguarda due raggruppamenti distinti e strategicamente contrapposti della medesima classe capitalista.
Ma i “valori” oggetto della contesa sono gli stessi, agognati tanto a ovest quanto a est: la disputa apparentemente geografica muove dagli stessi contenuti di classe, dalle medesime prospettive sociali.
Stiano pure tranquilli i signori Della Vedova, Di Maio o Carfagna: non sono i “valori europei” quelli su cui disquisisce Dmitrij Medvedev; al contrario, il suo brusco argomentare nasce solamente dalla temporanea difficoltà, per una cerchia di russi, di godere le “gioie” di tali valori. Non si tratta di una «una campagna d’odio contro l’intero Occidente», tutt’altro…
Tant’è che Medvedev è arrivato a paragonare le sanzioni occidentali contro il business russo nientepopodimeno che alle “repressioni” staliniste, nel corso delle quali, a detta dell’ex Presidente russo (che in ciò dimostra una discreta ignoranza, o malafede) ebbero a soffrirne anche i membri delle rispettive famiglie; così come accade oggi, dice, con le famiglie di politici e funzionari russi.
Così, ricorda opportunamente ROTFront, ecco i “drammatici” casi dell’ex ministro della difesa Anatolij Serdjukov e della “consorte in affari”, Evgenija Vasileva (una truffa miliardaria sulle forniture militari), o del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov e la moglie Tat’jana Navka, con le di lei discrete proprietà immobiliari in USA... Così, per citare due coppie a caso.
E allora, ecco che i perfidi “stalinisti” (inteso, signori Di Maio, Carfagna & Co?) ligi ai “valori occidentali” bloccano «i conti esteri delle famiglie» dei russi sanzionati e «le loro proprietà, non li lasciano varcare le frontiere verso i valori occidentali» ecc; proprio come si faceva nel 1937 nei confronti delle famiglie dei “nemici del popolo”, piange Medvedev.
Peccato non fosse esattamente così. Peccato anche che la storia sovietica non ricordi ville estere, conti esteri, panfili esteri di Commissari del popolo, funzionari di partito e, soprattutto, non ricordi businessmen che disponessero di tali “valori” (nel senso pecuniario) occidentali.
Se i cosiddetti “politici” italici si indignano per l’indignazione di Dmitrij Medvedev – il quale, per inciso, a proposito di “responsabilità” familiari e non personali di fronte alla legge, prevede ironicamente «l’accettazione, da parte dell’Occidente, di altre regole familiari progressive» come quelle della «‘ndrangheta italiana e di Cosa Nostra. Oppure del codice Hammurabi... o il ritorno alle regole del taglione» – ciò significa semplicemente che essi fingono di non sapere come i “valori” che muovono entrambe le indignazioni non siano altro che quelli della inviolabilità della sacra proprietà privata. A ovest come a est.
Ecco da Likbez (una riproposizione dello storico Likvidatsija bezgramotnosti u naselenija, ovvero Liquidazione dell’analfabetismo tra la popolazione): «La tragedia dell’epoca attuale non sta nella guerra, per quanto terribile… sta nelle aspettative delle persone… Consiste nel fatto che un numero enorme di persone da entrambe le parti del fronte aspettino il potere sovietico… che quei ragazzi che innalzano sinceramente bandiere rosse sui territori liberati, sui veicoli militari… conducono al fatto che essi diano a se stessi e agli altri false speranze di cambiamenti qualitativi…
Non si può sventolare con una mano la bandiera rossa e allo stesso tempo blaterare che i bolscevichi ingannarono gli operai e che Lenin era una spia tedesca che pose una mina sotto l’edificio chiamato Russia. O sei per i rossi, cioè per il comunismo, o per i bianchi, ossia per il capitalismo».
Per quanto tempo fingeranno di non saperlo anche tutte quelle carogne che tacciano di “putiniano” chiunque sia contro la chiamata occidentale alle armi?
Fonte
Orrore e sgomento… «Sono parole inaccettabili, che ci preoccupano fortemente… parole inequivocabili di minaccia verso chi sta cercando con insistenza la pace», balbetta l’immaginifico Ministro degli esteri Di Maio, evocando fantasmi – la “ricerca della pace” – che nessuno ha sinora visto. Sono parole, a detta del Ministro, che «danno linfa a una campagna d’odio contro l’Occidente».
Sarebbe dunque il sacro nome dell’Occidente a esser vessato, insieme ai «valori europei». Secondo il Sottosegretario agli Esteri, è stato commesso il più infernale dei peccati mortali. In sostanza, «una campagna d’odio contro l’intero Occidente», si lamenta la Ministra per il Sud e la Coesione territoriale.
Per parte nostra, non da ora, nutriamo ben poca simpatia per Dmitrij Medvedev, in particolare per le sue ripetute uscite in spregio ai lavoratori e alle masse popolari russe – una delle ultime: settimana lavorativa di quattro giorni... pagati quattro – e abbiamo pochi dubbi che, messi alle strette (si fa per dire) da sanzioni equivalenti e contrapposte, gli oligarchi nostrani reagirebbero diversamente da Medvedev.
Le prefiche della “politica” italica che lanciano pianti prezzolati per le «parole di Medvedev su di noi occidentali» e per la sua presunta «campagna d’odio contro l’intero Occidente» possono tranquillizzarsi: la cosiddetta “campagna d’odio” non è affatto rivolta contro i sacri e intoccabili “valori occidentali”.
Riguarda piuttosto la stizza di una ristretta cerchia di quelli che l’occidente chiama “oligarchi” e “vips” del beau mond arricchitosi con le privatizzazioni post-sovietiche, che oggi si vede privata della possibilità di godere liberamente (uno dei sacri “valori occidentali”) dei propri conti esteri e delle ville sulle coste del Mediterraneo.
E chi la priva di tale “libertà” non è altro che l’equivalente oligarchia casualmente (?) ubicata a ovest. Nella fase attuale di quella che, cent’anni fa, Vladimir Lenin definiva una zuffa tra «due predoni», di fronte alla quale non è importante chi dei due «abbia per primo tirato fuori il coltello» – quantunque oggi non sia certo secondario stabilire quale dei “predoni” sia quello più aggressivo e più insidioso, specialmente per chi si trova “sotto l’ombrello” della NATO – la disputa riguarda due raggruppamenti distinti e strategicamente contrapposti della medesima classe capitalista.
Ma i “valori” oggetto della contesa sono gli stessi, agognati tanto a ovest quanto a est: la disputa apparentemente geografica muove dagli stessi contenuti di classe, dalle medesime prospettive sociali.
Stiano pure tranquilli i signori Della Vedova, Di Maio o Carfagna: non sono i “valori europei” quelli su cui disquisisce Dmitrij Medvedev; al contrario, il suo brusco argomentare nasce solamente dalla temporanea difficoltà, per una cerchia di russi, di godere le “gioie” di tali valori. Non si tratta di una «una campagna d’odio contro l’intero Occidente», tutt’altro…
Tant’è che Medvedev è arrivato a paragonare le sanzioni occidentali contro il business russo nientepopodimeno che alle “repressioni” staliniste, nel corso delle quali, a detta dell’ex Presidente russo (che in ciò dimostra una discreta ignoranza, o malafede) ebbero a soffrirne anche i membri delle rispettive famiglie; così come accade oggi, dice, con le famiglie di politici e funzionari russi.
Così, ricorda opportunamente ROTFront, ecco i “drammatici” casi dell’ex ministro della difesa Anatolij Serdjukov e della “consorte in affari”, Evgenija Vasileva (una truffa miliardaria sulle forniture militari), o del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov e la moglie Tat’jana Navka, con le di lei discrete proprietà immobiliari in USA... Così, per citare due coppie a caso.
E allora, ecco che i perfidi “stalinisti” (inteso, signori Di Maio, Carfagna & Co?) ligi ai “valori occidentali” bloccano «i conti esteri delle famiglie» dei russi sanzionati e «le loro proprietà, non li lasciano varcare le frontiere verso i valori occidentali» ecc; proprio come si faceva nel 1937 nei confronti delle famiglie dei “nemici del popolo”, piange Medvedev.
Peccato non fosse esattamente così. Peccato anche che la storia sovietica non ricordi ville estere, conti esteri, panfili esteri di Commissari del popolo, funzionari di partito e, soprattutto, non ricordi businessmen che disponessero di tali “valori” (nel senso pecuniario) occidentali.
Se i cosiddetti “politici” italici si indignano per l’indignazione di Dmitrij Medvedev – il quale, per inciso, a proposito di “responsabilità” familiari e non personali di fronte alla legge, prevede ironicamente «l’accettazione, da parte dell’Occidente, di altre regole familiari progressive» come quelle della «‘ndrangheta italiana e di Cosa Nostra. Oppure del codice Hammurabi... o il ritorno alle regole del taglione» – ciò significa semplicemente che essi fingono di non sapere come i “valori” che muovono entrambe le indignazioni non siano altro che quelli della inviolabilità della sacra proprietà privata. A ovest come a est.
Ecco da Likbez (una riproposizione dello storico Likvidatsija bezgramotnosti u naselenija, ovvero Liquidazione dell’analfabetismo tra la popolazione): «La tragedia dell’epoca attuale non sta nella guerra, per quanto terribile… sta nelle aspettative delle persone… Consiste nel fatto che un numero enorme di persone da entrambe le parti del fronte aspettino il potere sovietico… che quei ragazzi che innalzano sinceramente bandiere rosse sui territori liberati, sui veicoli militari… conducono al fatto che essi diano a se stessi e agli altri false speranze di cambiamenti qualitativi…
Non si può sventolare con una mano la bandiera rossa e allo stesso tempo blaterare che i bolscevichi ingannarono gli operai e che Lenin era una spia tedesca che pose una mina sotto l’edificio chiamato Russia. O sei per i rossi, cioè per il comunismo, o per i bianchi, ossia per il capitalismo».
Per quanto tempo fingeranno di non saperlo anche tutte quelle carogne che tacciano di “putiniano” chiunque sia contro la chiamata occidentale alle armi?
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17/01/2020
Russia - Chi è Mikhail Mišustin nuovo Presidente del Governo
Con un atto poco più che formale, stante l’attuale Costituzione (art.111) e visti i numeri della maggioranza governativa (341 deputati su 450), la Duma ha accolto ieri la proposta del Presidente Vladimir Putin, di nominare Mikhail Mišustin alla carica di premier (per la Costituzione: Presidente del Governo), dopo le dimissioni di Dmitrij Medvedev. Hanno votato a favore 383 deputati; per la prima volta nella storia della Duma (creata, come la Costituzione, nel dicembre 1993, dopo il famigerato ukaz 1400 di Eltsin di scioglimento del Soviet Supremo russo) non c’è stato alcun voto contrario. Ci sono stati invece 41 astenuti: con ogni evidenza, nemmeno tutti i deputati del KPRF, che ha 43 seggi; già ieri Gennadij Zjuganov, dopo i colloqui preliminari che Mišustin aveva condotto con le varie frazioni parlamentari, aveva annunciato l’astensione del suo gruppo.
Così, scrive la Tass, in base al comma “a” dell’art. 83 della Costituzione, Vladimir Putin ha decretato di “nominare Mišustin Mikhail Vladimirovič presidente del governo della Federazione Russa”.
In attesa della lista di Ministri che il nuovo premier presenterà (ha una settimana di tempo per farlo) al Presidente, le sue prime dichiarazioni aiutano a farsi un’idea delle linea che verrà seguita dal nuovo governo. Ancora la Tass scrive che Mišustin ha definito “stabile” la situazione economica del Paese e prevede di mantenere l’inflazione entro il 4%; ha promesso di occuparsi in primo luogo delle “riforme istituzionali e gestionali” e, come già dichiarato ieri, ha ribadito che “la cosa più importante è rimuovere le barriere al business, ridurre i costi per il business”.
Secondo Sergej Obukhov, del CC del KPRF, già nell’incontro di sondaggio con la frazione del KPFR, prima del voto, Mišustin aveva escluso sgravi fiscali sull’IRPF, pur promettendo “un’assistenza mirata per i poveri”: una politica che ha un nome preciso! Esclusa anche la nazionalizzazione dell’industria estrattiva e di altre branche, dichiarandosi il neo-premier “contrario in generale” alle nazionalizzazioni. Ancora: non è d’accordo con la proposta dei comunisti di una scala progressiva di tassazione, al posto dell’attuale flat tax e non ha intenzione di toccare la “riforma” che ha innalzato l’età pensionabile. Tra le priorità, Mishustin ha parlato dei progetti di digitalizzazione generale: non è una sorpresa, dal momento che, le solite malelingue, parlano di miliardi di rubli da lui accumulati nelle sue precedenti attività informatiche, prima di esser nominato alla presidenza del Servizio fiscale federale.
Nella motivazione di voto alla Duma, il segretario del KPRF, Gennadij Zjuganov ha detto che il suo partito ha “sostenuto le proposte del Presidente di entrare nel numero dei cinque paesi più sviluppati, raggiungere tassi di crescita mondiali, eliminare la povertà, fermare l’estinzione della popolazione. Abbiamo presentato il nostro programma “10 passi per una vita dignitosa” e 12 leggi per la sua attuazione, ma nessuno di questi documenti è stato approvato” dal passato governo. La TV ci soffoca con la réclame “Gazprom è il nostro patrimonio nazionale” ha detto Zjuganov, ma “in Germania il 95% dei centri abitati è coperto dalla rete del gas, in Olanda il 100%; nella regione di Pskov, nelle cui vicinanze transita il gasdotto per l’esportazione, appena il 46%; nella regione di Omsk, il 29%; a Sakhalin, dove il gas è estratto, il 35%”. Voglio ricordare, ha concluso Zjuganov, che a suo tempo non avevamo votato né per Putin, né per Medvedev, alla carica di premier. Oggi, diamo a Lei carta bianca, ma non possiamo ancora sostenerLa, dal momento che non ha parlato della composizione del nuovo governo e delle priorità di lavoro. Ma non voteremo nemmeno contro. Ci asterremo. Osserveremo la linea che Lei svilupperà e contribuiremo attivamente a garantire che le Sue promesse fatte alla Duma di Stato siano realizzate nella pratica. Le auguriamo successo”.
Da parte sua, il solito ROTFront scriveva ieri che, col nuovo Premier, “resta al potere la classe dei detentori del capitale, che vuol garantire lo sfruttamento dei lavoratori con l’aiuto dell’apparato statale”. Inoltre, lo “sponsor” del nuovo premier, l’ex Ministro delle finanze e attuale Presidente della Corte dei Conti, nonché padre-fondatore della “riforma” pensionistica, Aleksej Kudrin, colui che ha accusato il “pigro” popolo russo di esser la causa del fatto che il pese sarebbe indietro di 30-40 anni rispetto all’Occidente, Kudrin, insomma, valutando le prospettive di lavoro del suo protégé, ha detto che Mikhail Mišustin “ha il polso della situazione degli affari, sa come bilanciare gli interessi del business e dello stato”. Ci mancherebbe!
Fonte
Così, scrive la Tass, in base al comma “a” dell’art. 83 della Costituzione, Vladimir Putin ha decretato di “nominare Mišustin Mikhail Vladimirovič presidente del governo della Federazione Russa”.
In attesa della lista di Ministri che il nuovo premier presenterà (ha una settimana di tempo per farlo) al Presidente, le sue prime dichiarazioni aiutano a farsi un’idea delle linea che verrà seguita dal nuovo governo. Ancora la Tass scrive che Mišustin ha definito “stabile” la situazione economica del Paese e prevede di mantenere l’inflazione entro il 4%; ha promesso di occuparsi in primo luogo delle “riforme istituzionali e gestionali” e, come già dichiarato ieri, ha ribadito che “la cosa più importante è rimuovere le barriere al business, ridurre i costi per il business”.
Secondo Sergej Obukhov, del CC del KPRF, già nell’incontro di sondaggio con la frazione del KPFR, prima del voto, Mišustin aveva escluso sgravi fiscali sull’IRPF, pur promettendo “un’assistenza mirata per i poveri”: una politica che ha un nome preciso! Esclusa anche la nazionalizzazione dell’industria estrattiva e di altre branche, dichiarandosi il neo-premier “contrario in generale” alle nazionalizzazioni. Ancora: non è d’accordo con la proposta dei comunisti di una scala progressiva di tassazione, al posto dell’attuale flat tax e non ha intenzione di toccare la “riforma” che ha innalzato l’età pensionabile. Tra le priorità, Mishustin ha parlato dei progetti di digitalizzazione generale: non è una sorpresa, dal momento che, le solite malelingue, parlano di miliardi di rubli da lui accumulati nelle sue precedenti attività informatiche, prima di esser nominato alla presidenza del Servizio fiscale federale.
Nella motivazione di voto alla Duma, il segretario del KPRF, Gennadij Zjuganov ha detto che il suo partito ha “sostenuto le proposte del Presidente di entrare nel numero dei cinque paesi più sviluppati, raggiungere tassi di crescita mondiali, eliminare la povertà, fermare l’estinzione della popolazione. Abbiamo presentato il nostro programma “10 passi per una vita dignitosa” e 12 leggi per la sua attuazione, ma nessuno di questi documenti è stato approvato” dal passato governo. La TV ci soffoca con la réclame “Gazprom è il nostro patrimonio nazionale” ha detto Zjuganov, ma “in Germania il 95% dei centri abitati è coperto dalla rete del gas, in Olanda il 100%; nella regione di Pskov, nelle cui vicinanze transita il gasdotto per l’esportazione, appena il 46%; nella regione di Omsk, il 29%; a Sakhalin, dove il gas è estratto, il 35%”. Voglio ricordare, ha concluso Zjuganov, che a suo tempo non avevamo votato né per Putin, né per Medvedev, alla carica di premier. Oggi, diamo a Lei carta bianca, ma non possiamo ancora sostenerLa, dal momento che non ha parlato della composizione del nuovo governo e delle priorità di lavoro. Ma non voteremo nemmeno contro. Ci asterremo. Osserveremo la linea che Lei svilupperà e contribuiremo attivamente a garantire che le Sue promesse fatte alla Duma di Stato siano realizzate nella pratica. Le auguriamo successo”.
Da parte sua, il solito ROTFront scriveva ieri che, col nuovo Premier, “resta al potere la classe dei detentori del capitale, che vuol garantire lo sfruttamento dei lavoratori con l’aiuto dell’apparato statale”. Inoltre, lo “sponsor” del nuovo premier, l’ex Ministro delle finanze e attuale Presidente della Corte dei Conti, nonché padre-fondatore della “riforma” pensionistica, Aleksej Kudrin, colui che ha accusato il “pigro” popolo russo di esser la causa del fatto che il pese sarebbe indietro di 30-40 anni rispetto all’Occidente, Kudrin, insomma, valutando le prospettive di lavoro del suo protégé, ha detto che Mikhail Mišustin “ha il polso della situazione degli affari, sa come bilanciare gli interessi del business e dello stato”. Ci mancherebbe!
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16/01/2020
Russia - Putin prepara la strada al proprio futuro politico
Che qualcosa di significativo fosse nell’aria era stato chiaro sin dall’antivigilia. Il fatto che Vladimir Putin avesse anticipato al 15 gennaio il messaggio all’Assemblea Federale, che tradizionalmente rivolgeva un po’ più tardi, aveva messo sull’avviso.
E infatti è arrivata puntuale la stangata: di fronte a deputati, senatori, Governo, presidenti di Corte costituzionale, Corte dei Conti, Procuratore generale e patriarca Kirill, Putin ha elencato una serie di non poco conto di correzioni costituzionali da apportare ai poteri di Duma, Consiglio di Stato, autonomie regionali. Dopo di che, con una rapidità difficilmente scambiabile per “casuale”, sono arrivate le dimissioni dell’intero governo e la candidatura del nuovo Presidente del consiglio da parte di Putin. Tutto questo, tra le 10 e le 15 di mercoledì 15 gennaio.
Passa così, dal puro campo speculativo a quello delle reali manovre di potere, quanto ipotizzato da tempo e messo poi nero su bianco oltre un anno fa, in coincidenza con alcune esternazioni del Presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin. In sintesi, non una nuova Costituzione, ma alcuni “aggiustamenti” dell’attuale carta eltsiniana, nel quadro di una revisione della ripartizione dei poteri tra i massimi organi statali; un maggior bilanciamento tra esecutivo e legislativo, e anche tra Presidente e governo; più “sintonia” tra potere centrale e regioni: quello che Zorkin aveva definito come “necessità che il governo locale divenga l’anello più basso del potere centrale”.
E, non di poco conto: prevalenza sia della Costituzione, sia di tutta la legislazione russa, sulle norme internazionali. Il potere, scrive oggi ROTFront, sta compiendo “un ulteriore passo verso l’arbitrio. Ora, sarà possibile adottare qualsiasi legge che annulli l’efficacia degli accordi internazionali, in primo luogo i diritti umani e gli interessi dei lavoratori: sarà possibile, ad esempio, annullare l’effetto sul territorio russo delle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro”. Ancora: si potranno ignorare “trattati e norme internazionali che interferiscano con le opportunità della borghesia russa, si potranno introdurre dazi su import e export e sarà molto più facile per i capitalisti russi eludere le sanzioni internazionali”.
Secondo Putin, le modifiche proposte non incidono sui fondamenti della Carta, così da poter essere approvate dal Parlamento con procedura normale. La Russia rimane in ogni caso una Repubblica presidenziale.
Dopo alcuni punti, che sembravano messi apposta per rispondere alle richieste dell’opposizione di sinistra (il KPRF di Gennadij Zjuganov ha da anni al centro della propria politica la parola d’ordine “Dimissioni del governo Medvedev”), in particolare sui problemi sociali più acuti – pauroso calo demografico, sostegno alle famiglie, istruzione, sanità, salario minimo, minimo di sussistenza, ecc. – Putin è venuto al dunque delle variazioni costituzionali, da sottoporre al voto dei cittadini, forse con referendum. Dunque: trasferimento della nomina di Premier e Ministri nelle mani dell’Assemblea federale (Duma e Senato), che oggi può solo dare il proprio consenso alla loro nomina da parte del Presidente.
Se la correzione verrà accolta, saranno i deputati ad avanzare le candidature e il Presidente non potrà respingerle, pur mantenendo il diritto di congedare il Governo. Per quanto riguarda rafforzamento e istituzionalizzazione del Consiglio di Stato (sul cui ruolo l’attuale Costituzione tace), non pochi lo vedono quale nuova poltrona, di peso, per Vladimir Putin, allorché nel 2024 dovrà lasciare il Cremlino in mano a una figura presidenziale che sarà ben lontana dai poteri concessigli oggi dalla Costituzione e un Governo controllato dalla Duma.
Per il politologo Aleksej Makarkin, il discorso di Putin significa che la trasmissione di poteri è già iniziata e la prospettata sostanziale limitazione del futuro Presidente potrà togliere “drammaticità” alla questione su chi sostituirà Vladimir Vladimirovič: chiunque sia, sarà una figura che non potrà mettere in ombra gli altri rami della élite.
Così, a tempo di record, Putin ha accolto le dimissioni di Medvedev e dei suoi Ministri e porterà oggi all’esame della Duma la candidatura del nuovo premier, il cinquantaquattrenne attuale capo del Servizio fiscale federale, Mikhail Mišustin. L’art.111 della Costituzione dice che il Premier è nominato dal Presidente con il consenso della Duma di Stato; al comma 4, specifica che, in caso di triplice diniego della Duma sulla candidatura del Premier, il Presidente nomina il Premier, scioglie la Duma e indice le elezioni. Per gli sprovveduti che avessero qualche dubbio, stamattina la Tass precisava che fonti di “Russia Unita” (343 deputati su 450 alla Duma) hanno già confermato che il partito sosterrà la candidatura di Mišustin. Da non credere!
Putin ha già trovato lavoro anche per il dimissionario Medvedev: per lui sarà istituita la nuova figura di vice Presidente del Consiglio di sicurezza.
Resta da vedere se, quanto e in cosa, su quali politiche, il nuovo governo si differenzierà dall’attuale, cui Putin ha chiesto di continuare il lavoro ordinario fino alla formazione del nuovo esecutivo.
La reazione del KPRF è stata affidata a Gennadij Zjuganov: “Insistevamo da tempo per un cambio di rotta e la formazione di un Governo di difesa degli interessi nazionali”. Riferendosi ai punti “sociali” toccati di sfuggita da Putin, Zjuganov ha detto che, “alla fine si sono resi conto che il paese sta morendo; noi appoggeremo una serie di proposte presidenziali. Ho più volte dichiarato che con questo corso non risolveremo nessun compito. È necessario un bilancio di sviluppo, che consenta al paese di avanzare sicuro, di rafforzare la sfera sociale, l’economia, la demografia”. Nel segno della “concordia nazionale”, di cui è da sempre assertore, Zjuganov ha detto: “Spero che, tutti insieme, faremo un passo in avanti”.
Quanto a passi, meno ottimista il suo compagno di partito, membro del Presidium del KPRF, Valerij Raškin che, per quanto riguarda le dimissioni del governo Medvedev, parla di “passo ammortizzatore”: di fronte alla profonda insoddisfazione del popolo, Putin “doveva pur sacrificare qualcosa e qualcuno”.
“La cosa più importante” ha detto stamani il futuro premier Mišustin, incontrandosi coi deputati di “Russia Unita”, è “rimuovere le barriere per il business, ridurre i costi per il business, parlare in modo concreto con il business”. Appunto.
L’ex deputato del KPRF, Ivan Nikitčuk, ha freddamente osservato che Putin, nel discorso del 15 gennaio, “i problemi chiave non li ha nemmeno toccati. Ad esempio, il fatto che giorno per giorno un pugno di oligarchi derubi il nostro paese, ne estragga tutte le ricchezze, creando così miseria di massa, mancanza di diritti, assenza di prospettive e di fiducia nel futuro, selvaggia stratificazione sociale”.
Su questo, attendiamo sfiduciosi.
Fonte
E infatti è arrivata puntuale la stangata: di fronte a deputati, senatori, Governo, presidenti di Corte costituzionale, Corte dei Conti, Procuratore generale e patriarca Kirill, Putin ha elencato una serie di non poco conto di correzioni costituzionali da apportare ai poteri di Duma, Consiglio di Stato, autonomie regionali. Dopo di che, con una rapidità difficilmente scambiabile per “casuale”, sono arrivate le dimissioni dell’intero governo e la candidatura del nuovo Presidente del consiglio da parte di Putin. Tutto questo, tra le 10 e le 15 di mercoledì 15 gennaio.
Passa così, dal puro campo speculativo a quello delle reali manovre di potere, quanto ipotizzato da tempo e messo poi nero su bianco oltre un anno fa, in coincidenza con alcune esternazioni del Presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin. In sintesi, non una nuova Costituzione, ma alcuni “aggiustamenti” dell’attuale carta eltsiniana, nel quadro di una revisione della ripartizione dei poteri tra i massimi organi statali; un maggior bilanciamento tra esecutivo e legislativo, e anche tra Presidente e governo; più “sintonia” tra potere centrale e regioni: quello che Zorkin aveva definito come “necessità che il governo locale divenga l’anello più basso del potere centrale”.
E, non di poco conto: prevalenza sia della Costituzione, sia di tutta la legislazione russa, sulle norme internazionali. Il potere, scrive oggi ROTFront, sta compiendo “un ulteriore passo verso l’arbitrio. Ora, sarà possibile adottare qualsiasi legge che annulli l’efficacia degli accordi internazionali, in primo luogo i diritti umani e gli interessi dei lavoratori: sarà possibile, ad esempio, annullare l’effetto sul territorio russo delle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro”. Ancora: si potranno ignorare “trattati e norme internazionali che interferiscano con le opportunità della borghesia russa, si potranno introdurre dazi su import e export e sarà molto più facile per i capitalisti russi eludere le sanzioni internazionali”.
Secondo Putin, le modifiche proposte non incidono sui fondamenti della Carta, così da poter essere approvate dal Parlamento con procedura normale. La Russia rimane in ogni caso una Repubblica presidenziale.
Dopo alcuni punti, che sembravano messi apposta per rispondere alle richieste dell’opposizione di sinistra (il KPRF di Gennadij Zjuganov ha da anni al centro della propria politica la parola d’ordine “Dimissioni del governo Medvedev”), in particolare sui problemi sociali più acuti – pauroso calo demografico, sostegno alle famiglie, istruzione, sanità, salario minimo, minimo di sussistenza, ecc. – Putin è venuto al dunque delle variazioni costituzionali, da sottoporre al voto dei cittadini, forse con referendum. Dunque: trasferimento della nomina di Premier e Ministri nelle mani dell’Assemblea federale (Duma e Senato), che oggi può solo dare il proprio consenso alla loro nomina da parte del Presidente.
Se la correzione verrà accolta, saranno i deputati ad avanzare le candidature e il Presidente non potrà respingerle, pur mantenendo il diritto di congedare il Governo. Per quanto riguarda rafforzamento e istituzionalizzazione del Consiglio di Stato (sul cui ruolo l’attuale Costituzione tace), non pochi lo vedono quale nuova poltrona, di peso, per Vladimir Putin, allorché nel 2024 dovrà lasciare il Cremlino in mano a una figura presidenziale che sarà ben lontana dai poteri concessigli oggi dalla Costituzione e un Governo controllato dalla Duma.
Per il politologo Aleksej Makarkin, il discorso di Putin significa che la trasmissione di poteri è già iniziata e la prospettata sostanziale limitazione del futuro Presidente potrà togliere “drammaticità” alla questione su chi sostituirà Vladimir Vladimirovič: chiunque sia, sarà una figura che non potrà mettere in ombra gli altri rami della élite.
Così, a tempo di record, Putin ha accolto le dimissioni di Medvedev e dei suoi Ministri e porterà oggi all’esame della Duma la candidatura del nuovo premier, il cinquantaquattrenne attuale capo del Servizio fiscale federale, Mikhail Mišustin. L’art.111 della Costituzione dice che il Premier è nominato dal Presidente con il consenso della Duma di Stato; al comma 4, specifica che, in caso di triplice diniego della Duma sulla candidatura del Premier, il Presidente nomina il Premier, scioglie la Duma e indice le elezioni. Per gli sprovveduti che avessero qualche dubbio, stamattina la Tass precisava che fonti di “Russia Unita” (343 deputati su 450 alla Duma) hanno già confermato che il partito sosterrà la candidatura di Mišustin. Da non credere!
Putin ha già trovato lavoro anche per il dimissionario Medvedev: per lui sarà istituita la nuova figura di vice Presidente del Consiglio di sicurezza.
Resta da vedere se, quanto e in cosa, su quali politiche, il nuovo governo si differenzierà dall’attuale, cui Putin ha chiesto di continuare il lavoro ordinario fino alla formazione del nuovo esecutivo.
La reazione del KPRF è stata affidata a Gennadij Zjuganov: “Insistevamo da tempo per un cambio di rotta e la formazione di un Governo di difesa degli interessi nazionali”. Riferendosi ai punti “sociali” toccati di sfuggita da Putin, Zjuganov ha detto che, “alla fine si sono resi conto che il paese sta morendo; noi appoggeremo una serie di proposte presidenziali. Ho più volte dichiarato che con questo corso non risolveremo nessun compito. È necessario un bilancio di sviluppo, che consenta al paese di avanzare sicuro, di rafforzare la sfera sociale, l’economia, la demografia”. Nel segno della “concordia nazionale”, di cui è da sempre assertore, Zjuganov ha detto: “Spero che, tutti insieme, faremo un passo in avanti”.
Quanto a passi, meno ottimista il suo compagno di partito, membro del Presidium del KPRF, Valerij Raškin che, per quanto riguarda le dimissioni del governo Medvedev, parla di “passo ammortizzatore”: di fronte alla profonda insoddisfazione del popolo, Putin “doveva pur sacrificare qualcosa e qualcuno”.
“La cosa più importante” ha detto stamani il futuro premier Mišustin, incontrandosi coi deputati di “Russia Unita”, è “rimuovere le barriere per il business, ridurre i costi per il business, parlare in modo concreto con il business”. Appunto.
L’ex deputato del KPRF, Ivan Nikitčuk, ha freddamente osservato che Putin, nel discorso del 15 gennaio, “i problemi chiave non li ha nemmeno toccati. Ad esempio, il fatto che giorno per giorno un pugno di oligarchi derubi il nostro paese, ne estragga tutte le ricchezze, creando così miseria di massa, mancanza di diritti, assenza di prospettive e di fiducia nel futuro, selvaggia stratificazione sociale”.
Su questo, attendiamo sfiduciosi.
Fonte
10/04/2017
Russia: il “martire” Navalnyj e il “gangsterismo” sociale
Secondo una recente indagine condotta dal Centro “Opinione pubblica”, i russi sembrano dividersi pressoché in egual misura tra chi guarda al futuro con ottimismo (45%) e chi con preoccupazione (46%). Gli ottimisti affermano di esser soddisfatti del lavoro e aver fiducia in Putin e nel governo. I pessimisti si dicono preoccupati per l'instabilità interna e internazionale, disoccupazione, bassi salari e pensioni, aumento di prezzi e tariffe. Per il 41%, la situazione del paese migliorerà nel giro di 3-5 anni; per il 27% non cambierà e per il 14% non potrà che peggiorare.
Tra le ragioni del pessimismo, Svobodnaja Pressa cita l'abbassamento del 2% del minimo di sopravvivenza, mentre le stime ufficiali parlano di 20 milioni di persone il cui salario minimo solo entro il 2020 potrà raggiungere il minimo di sopravvivenza. Secondo l'ufficiale RosStat, non più del 25% dei lavoratori raggiunge il salario medio di 36.000 rubli; il 10,7% riceve meno del reddito minimo, cioè 10.722 rubli; il 27,5% tra 10 e 20.000 rubli; il 37% da 20 a 45.000 rubli. L'importo della pensione sociale è sotto quel minimo (8.700 rubli e 65 anni di età) e gli ambienti liberali del governo parlano da tempo di portare l'età pensionabile a 70 anni o addirittura di lasciare la “pensione” solo agli invalidi, riducendo inoltre i versamenti a carico delle aziende dal 34 al 22%.
Di contro alle cifre del Rosstat, in base a un'inchiesta condotta da socialcompas.com, i redditi dichiarati risultano inferiori di circa la metà, per quasi tutte le regioni, a quelli pubblicati dal Rosstat. Secondo socialcompas.com, a fine 2016 il reddito medio della popolazione lavoratrice sarebbe stato di circa 27.000 rubli. Secondo alcuni dati riportati da communist.ru, il salario medio del paese sarebbe addirittura di 15.150 rubli e pochissime aree supererebbero i 30.000 rubli, mentre nella maggior parte si viaggia sui 10.000.
Sul versante opposto, social.ranepa.ru scrive che si conterebbero oggi in Russia circa 132.000 milionari (in dollari), cioè lo 0,1% della popolazione maggiore di 15 anni e appena poche decine di miliardari; di contro, il 40% dei lavoratori riceverebbe un salario appena sufficiente all'alimentazione. Sul fronte della disoccupazione, risultano ufficialmente registrate circa 1 milione di persone, mentre la cifra reale sarebbe di oltre 4,5 milioni: 1,2 milioni di posti di lavoro rimarrebbero vuoti perché nell'80% dei casi si offre appena il salario minimo.
Il sociologo Aleksandr Prudnik considera pericoloso l'accumulo di insoddisfazione e di pessimismo e indeterminatezza nel futuro: da qui l'alto rating di Putin, visto come fattore di stabilità.
Per contro, scrive Moskovskij Komsomolets, tra febbraio e marzo sono scese dal 52% al 42% le quotazioni del primo ministro Dmitrij Medvedev: a tale risultato avrebbe non poco contribuito il peggioramento della situazione occupazionale e reddituale, tant'è che la maggior insoddisfazione si registrerebbe nei più forti centri industriali. Il video diffuso da Aleksej Navalnyj sui patrimoni immobiliari di Medvedev avrebbe poi gettato benzina sul fuoco, ma solo relativamente: secondo il Centro Levada, anche coloro che non sanno nulla del video, parlano di corruzione nel governo.
Comunque, la Duma ha votato contro la proposta del PCFR di incaricare la Commissione parlamentare su sicurezza e corruzione di verificare la veridicità sulle proprietà immobiliari di Medvedev illustrate dal video di Navalnyj; nel caso i materiali del video fossero risultati falsi, i deputati comunisti chiedevano di denunciarne gli autori. Ma il PCFR ha annunciato nuove azioni, se Medvedev non risponderà in maniera più soddisfacente di quanto abbia fatto, alle accuse mossegli nel video. Intanto, ha organizzato sabato scorso a Mosca un nutrito raduno all'insegna de “L'uscita dalla crisi è il socialismo”, “Esigiamo la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia”.
Aprendo il meeting, il leader del PCFR Gennadij Zjuganov ha denunciato come oggi “il principale criminale sia l'imperialismo, rappresentato dai globalisti americani, che spargono terrore su tutto il pianeta”. Ma, ha detto Zjuganov, “il racket e il gangsterismo più forte è costituito dal banditismo sociale, che oggi in Russia ha raggiunto proporzioni tali per cui i giovani non trovano lavoro, gli anziani non possono permettersi le medicine e un operaio con due figli non ce la fa a mantenerli. Cos'è questo se non racket sociale e terrorismo?”. La Duma non trova risorse per aumentare le pensioni, ha detto Zjuganov, ma ha trovato tre trilioni di rubli a sostegno delle banche. “Finché il popolo lavoratore non seguirà l'esempio di 100 anni fa, sarà difficile sconfiggere questa mafia, questa oligarchia compradora”.
Secondo Jurij Afonin, della Segreteria del PCFR, se da un lato i comunisti si oppongono alla politica socio-economica del governo, dall'atro si contrappongono all'opposizione liberale, una "cura peggiore della malattia": se arrivassero al potere, ha dichiarato Afonin, la loro politica economica sarebbe ancora più simile a quella di Eltsin-Gaidar e sul piano politico dovremmo aspettarci persecuzioni contro i comunisti sul modello ucraino. Il Segretario del comitato moscovita del PCFR Valerij Raškin, dichiarando che “la corruzione sta logorando la Russia come un tumore e il partito governativo "Russia Unita" copre questa corruzione", ha riproposto di indagare sul "materiale corruttivo" a carico di Medvedev e chiederne le dimissioni.
Su Sovetskaja Rossija, Natalja Eremejtseva nota come l'élite governativa, prima delle manifestazioni del 26 marzo, non avesse praticamente reagito al video di Navalnyj. Già dopo il 26 marzo, il PCFR aveva dichiarato che è “il potere e non un 'rivoluzionario arancione', a portare la gente in strada” e che Navalnyj ricopre il ruolo che fu del pope Gapon nel 1905, attirando "oggi i nostri figli in questi crimini". Ma, scrive Eremejtseva, “che logica è questa? Noi comunisti, saremmo contro i giovani che scendono in strada con giusti slogan contro la corruzione del governo, solo perché guidati da Navalnyj? Se è così, volenti o nolenti diventiamo difensori dei corrotti al potere e rischiamo di alienarci la parte cosciente della contestazione giovanile”.
In tutto il paese monta la protesta: salari arretrati, tariffe da rapina, risparmiatori truffati. Se cominceremo a guardare a ogni protesta attraverso il prisma del "cosa potrebbe accadere", saremo noi a finire dalla parte della rivoluzione "arancione". Immaginiamoci se nel 1917 i bolscevichi si fossero messi a difendere la monarchia “minacciata da falsi rivoluzionari”! Abbiamo scritto che nel concetto di “majdan” i nostri opponenti confondono forma e contenuto: tutto dipende da chi sta dietro le barricate e per che cosa. “A proposito di Navalnyj” continua Eremejtseva, si potrebbe ricordare l'aneddoto sovietico sull'idraulico che, invece di sostituire le guarnizioni, proponeva di cambiare l'intero congegno ... solo il partito comunista può assolvere il compito storico di cambiare il sistema sociale, mentre Navalnyj propone di modificare solo una guarnizione e punta lui stesso al potere”. Noi comunisti, non possiamo chiudere gli occhi di fronte all'evidenza, a cosa abbia spinto i giovani a scendere in strada.
Il video di Navalnyj era uscito il 2 marzo, ma il 26 marzo (il giorno delle manifestazioni) non si era ancora avuta una risposta ragionevole da parte del governo, ad esempio, a proposito della tenuta di Milovka, sul Volga, “donata” a Medvedev per 40 rubli all'ettaro, quando le stime si aggirano sui 160 milioni di rubli. I 96 russi le cui ricchezze, secondo Forbes, hanno raggiunto i 386 miliardi di dollari, superando le riserve valutarie-oro del paese (378 miliardi) e per i quali il governo ha stabilito regali fiscali per compensarli del fatto che, a causa delle sanzioni, non possono godere delle loro ville in occidente, possono ben fare simili regali al primo ministro, mentre i redditi della popolazione, conclude Eremejtseva, sono diminuiti del 12,7% negli ultimi due anni.
In Russia esiste uno “Stato profondo”, scrive Sergej Aksënov su Svobodnaja Pressa, rappresentato da 25 anni dal clan liberale, erede di Egor Gajdar o Anatolij Čubais e che, dai tempi di Boris Eltsin, ha conservato integre le proprie posizioni: “Per essi, maniaci del mercato e dei suoi principi, non meno che dell'arricchimento personale, le idee di mercato rivestono un carattere politico, più che economico”. Impossessatosi da 25 anni del blocco economico del governo, il clan liberale definisce i parametri di base delle politiche economiche e sociali”. Oggi, a dare il cambio ai liberali della prima ora, metà dei quali ricopriva alte cariche nel PCUS, arrivano i giovani sfornati dall'Accademia presidenziale di economia e dalla Scuola superiore di economia. Anche se alle ultime elezioni parlamentari, tutti i partiti apertamente liberali messi insieme (“Parnas”, “Jabloko”, ecc.) non arrivarono al 5%, il pericolo sta nei loro propositi – truppe NATO in Crimea, o meglio, a Mosca – e nei loro sostegni esteri e nello “zoccolo duro” dei Ministri liberali.
Non è difficile vedere come il pericolo di una “rivoluzione colorata” corra a piena velocità, dietro l'egemonia della protesta lasciata in mano ai “martiri” liberali alla Navalnyj o ai liberal-fascisti di Vladimir Žirinovskij.
Fonte
Tra le ragioni del pessimismo, Svobodnaja Pressa cita l'abbassamento del 2% del minimo di sopravvivenza, mentre le stime ufficiali parlano di 20 milioni di persone il cui salario minimo solo entro il 2020 potrà raggiungere il minimo di sopravvivenza. Secondo l'ufficiale RosStat, non più del 25% dei lavoratori raggiunge il salario medio di 36.000 rubli; il 10,7% riceve meno del reddito minimo, cioè 10.722 rubli; il 27,5% tra 10 e 20.000 rubli; il 37% da 20 a 45.000 rubli. L'importo della pensione sociale è sotto quel minimo (8.700 rubli e 65 anni di età) e gli ambienti liberali del governo parlano da tempo di portare l'età pensionabile a 70 anni o addirittura di lasciare la “pensione” solo agli invalidi, riducendo inoltre i versamenti a carico delle aziende dal 34 al 22%.
Di contro alle cifre del Rosstat, in base a un'inchiesta condotta da socialcompas.com, i redditi dichiarati risultano inferiori di circa la metà, per quasi tutte le regioni, a quelli pubblicati dal Rosstat. Secondo socialcompas.com, a fine 2016 il reddito medio della popolazione lavoratrice sarebbe stato di circa 27.000 rubli. Secondo alcuni dati riportati da communist.ru, il salario medio del paese sarebbe addirittura di 15.150 rubli e pochissime aree supererebbero i 30.000 rubli, mentre nella maggior parte si viaggia sui 10.000.
Sul versante opposto, social.ranepa.ru scrive che si conterebbero oggi in Russia circa 132.000 milionari (in dollari), cioè lo 0,1% della popolazione maggiore di 15 anni e appena poche decine di miliardari; di contro, il 40% dei lavoratori riceverebbe un salario appena sufficiente all'alimentazione. Sul fronte della disoccupazione, risultano ufficialmente registrate circa 1 milione di persone, mentre la cifra reale sarebbe di oltre 4,5 milioni: 1,2 milioni di posti di lavoro rimarrebbero vuoti perché nell'80% dei casi si offre appena il salario minimo.
Il sociologo Aleksandr Prudnik considera pericoloso l'accumulo di insoddisfazione e di pessimismo e indeterminatezza nel futuro: da qui l'alto rating di Putin, visto come fattore di stabilità.
Per contro, scrive Moskovskij Komsomolets, tra febbraio e marzo sono scese dal 52% al 42% le quotazioni del primo ministro Dmitrij Medvedev: a tale risultato avrebbe non poco contribuito il peggioramento della situazione occupazionale e reddituale, tant'è che la maggior insoddisfazione si registrerebbe nei più forti centri industriali. Il video diffuso da Aleksej Navalnyj sui patrimoni immobiliari di Medvedev avrebbe poi gettato benzina sul fuoco, ma solo relativamente: secondo il Centro Levada, anche coloro che non sanno nulla del video, parlano di corruzione nel governo.
Comunque, la Duma ha votato contro la proposta del PCFR di incaricare la Commissione parlamentare su sicurezza e corruzione di verificare la veridicità sulle proprietà immobiliari di Medvedev illustrate dal video di Navalnyj; nel caso i materiali del video fossero risultati falsi, i deputati comunisti chiedevano di denunciarne gli autori. Ma il PCFR ha annunciato nuove azioni, se Medvedev non risponderà in maniera più soddisfacente di quanto abbia fatto, alle accuse mossegli nel video. Intanto, ha organizzato sabato scorso a Mosca un nutrito raduno all'insegna de “L'uscita dalla crisi è il socialismo”, “Esigiamo la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia”.
Aprendo il meeting, il leader del PCFR Gennadij Zjuganov ha denunciato come oggi “il principale criminale sia l'imperialismo, rappresentato dai globalisti americani, che spargono terrore su tutto il pianeta”. Ma, ha detto Zjuganov, “il racket e il gangsterismo più forte è costituito dal banditismo sociale, che oggi in Russia ha raggiunto proporzioni tali per cui i giovani non trovano lavoro, gli anziani non possono permettersi le medicine e un operaio con due figli non ce la fa a mantenerli. Cos'è questo se non racket sociale e terrorismo?”. La Duma non trova risorse per aumentare le pensioni, ha detto Zjuganov, ma ha trovato tre trilioni di rubli a sostegno delle banche. “Finché il popolo lavoratore non seguirà l'esempio di 100 anni fa, sarà difficile sconfiggere questa mafia, questa oligarchia compradora”.
Secondo Jurij Afonin, della Segreteria del PCFR, se da un lato i comunisti si oppongono alla politica socio-economica del governo, dall'atro si contrappongono all'opposizione liberale, una "cura peggiore della malattia": se arrivassero al potere, ha dichiarato Afonin, la loro politica economica sarebbe ancora più simile a quella di Eltsin-Gaidar e sul piano politico dovremmo aspettarci persecuzioni contro i comunisti sul modello ucraino. Il Segretario del comitato moscovita del PCFR Valerij Raškin, dichiarando che “la corruzione sta logorando la Russia come un tumore e il partito governativo "Russia Unita" copre questa corruzione", ha riproposto di indagare sul "materiale corruttivo" a carico di Medvedev e chiederne le dimissioni.
Su Sovetskaja Rossija, Natalja Eremejtseva nota come l'élite governativa, prima delle manifestazioni del 26 marzo, non avesse praticamente reagito al video di Navalnyj. Già dopo il 26 marzo, il PCFR aveva dichiarato che è “il potere e non un 'rivoluzionario arancione', a portare la gente in strada” e che Navalnyj ricopre il ruolo che fu del pope Gapon nel 1905, attirando "oggi i nostri figli in questi crimini". Ma, scrive Eremejtseva, “che logica è questa? Noi comunisti, saremmo contro i giovani che scendono in strada con giusti slogan contro la corruzione del governo, solo perché guidati da Navalnyj? Se è così, volenti o nolenti diventiamo difensori dei corrotti al potere e rischiamo di alienarci la parte cosciente della contestazione giovanile”.
In tutto il paese monta la protesta: salari arretrati, tariffe da rapina, risparmiatori truffati. Se cominceremo a guardare a ogni protesta attraverso il prisma del "cosa potrebbe accadere", saremo noi a finire dalla parte della rivoluzione "arancione". Immaginiamoci se nel 1917 i bolscevichi si fossero messi a difendere la monarchia “minacciata da falsi rivoluzionari”! Abbiamo scritto che nel concetto di “majdan” i nostri opponenti confondono forma e contenuto: tutto dipende da chi sta dietro le barricate e per che cosa. “A proposito di Navalnyj” continua Eremejtseva, si potrebbe ricordare l'aneddoto sovietico sull'idraulico che, invece di sostituire le guarnizioni, proponeva di cambiare l'intero congegno ... solo il partito comunista può assolvere il compito storico di cambiare il sistema sociale, mentre Navalnyj propone di modificare solo una guarnizione e punta lui stesso al potere”. Noi comunisti, non possiamo chiudere gli occhi di fronte all'evidenza, a cosa abbia spinto i giovani a scendere in strada.
Il video di Navalnyj era uscito il 2 marzo, ma il 26 marzo (il giorno delle manifestazioni) non si era ancora avuta una risposta ragionevole da parte del governo, ad esempio, a proposito della tenuta di Milovka, sul Volga, “donata” a Medvedev per 40 rubli all'ettaro, quando le stime si aggirano sui 160 milioni di rubli. I 96 russi le cui ricchezze, secondo Forbes, hanno raggiunto i 386 miliardi di dollari, superando le riserve valutarie-oro del paese (378 miliardi) e per i quali il governo ha stabilito regali fiscali per compensarli del fatto che, a causa delle sanzioni, non possono godere delle loro ville in occidente, possono ben fare simili regali al primo ministro, mentre i redditi della popolazione, conclude Eremejtseva, sono diminuiti del 12,7% negli ultimi due anni.
In Russia esiste uno “Stato profondo”, scrive Sergej Aksënov su Svobodnaja Pressa, rappresentato da 25 anni dal clan liberale, erede di Egor Gajdar o Anatolij Čubais e che, dai tempi di Boris Eltsin, ha conservato integre le proprie posizioni: “Per essi, maniaci del mercato e dei suoi principi, non meno che dell'arricchimento personale, le idee di mercato rivestono un carattere politico, più che economico”. Impossessatosi da 25 anni del blocco economico del governo, il clan liberale definisce i parametri di base delle politiche economiche e sociali”. Oggi, a dare il cambio ai liberali della prima ora, metà dei quali ricopriva alte cariche nel PCUS, arrivano i giovani sfornati dall'Accademia presidenziale di economia e dalla Scuola superiore di economia. Anche se alle ultime elezioni parlamentari, tutti i partiti apertamente liberali messi insieme (“Parnas”, “Jabloko”, ecc.) non arrivarono al 5%, il pericolo sta nei loro propositi – truppe NATO in Crimea, o meglio, a Mosca – e nei loro sostegni esteri e nello “zoccolo duro” dei Ministri liberali.
Non è difficile vedere come il pericolo di una “rivoluzione colorata” corra a piena velocità, dietro l'egemonia della protesta lasciata in mano ai “martiri” liberali alla Navalnyj o ai liberal-fascisti di Vladimir Žirinovskij.
Fonte
09/03/2017
Le “fortune” dei miliardari russi e dei loro complici politici
Si parla molto in questi giorni in Russia del video diffuso su Youtube dal cosiddetto "Fondo per la lotta alla corruzione", diretto da Aleksej Navalnyj, riguardante “l'impero segreto” – ville, strutture residenziali, yacht, tenute agricole, anche in Toscana, fondi offshore – per miliardi di dollari di proprietà del primo ministro Dmitrij Medvedev, acquistate con denaro generosamente sborsato da oligarchi in testa alle classifiche mondiali.
Ora, se le denunce del blogger-affarista Aleksej Navalnyj all'indirizzo di Medvedev somigliano molto, tanto per fare un paragone italico, a quelle di un Tiziano Renzi qualunque all'indirizzo di un Denis Verdini qualsiasi, la connivenza dei “ministri liberali” con l'oligarchia finanziaria e industriale russa è da anni denunciata dai comunisti di tutte le tendenze, primo fra tutti il PCFR, così fedele d'altro canto alle scelte presidenziali. Qualche osservatore, forse sorvolando sui legami esteri dei liberali russi, nota che una raccolta di materiale così dettagliata come quella mostrata nel film, difficilmente potrebbe essere stata messa insieme dal solo Fondo Navalnyj e ipotizza quindi una “sanzione dall'alto” per dare disco verde allo stesso Navalnyj e mettere in crisi il primo Ministro. In ogni caso, il numero di firme raccolto nei primi cinque giorni dall'uscita del film avrebbe già superato la metà di quelle necessarie alla registrazione della candidatura del blogger alle prossime presidenziali. Si ipotizza che ai massimi vertici del potere si sia voluto dimostrare che, effettivamente, la lotta alla corruzione sta andando avanti, a tutti i livelli; tanto più che, anche senza il film, lo status patrimoniale di Medvedev nemmeno prima era un mistero, per nessuno.
Così come non lo è l'abisso profondo che separa le immense fortune (chissà perché poi si chiamano così, come se fossero dovute al caso!) dai redditi più bassi e che ora, in Russia come nel resto del mondo capitalista, sembrano segnare nuovi record. Secondo dati ufficiali del Centro di analisi governativo, a fine 2016 i redditi del 10% dei russi più poveri sarebbero stati di 14 volte inferiori a quelli del 10% di più ricchi. Un dato, questo, abbastanza ottimistico, dato che, appena qualche mese fa, la rivista teorica del PCFR, Političeskoe Prosveščenie, parlava di oltre 5 milioni ufficiali di lavoratori con salario pari al minimo di sopravvivenza, con stime ufficiose di due terzi di lavoratori con salari di 15mila rubli al mese e l'1% delle famiglie che possiede il 71% della ricchezza; un rapporto tra i redditi del 10% di popolazione benestante e il 10% di lavoratori peggio pagati passato da 3:1 nel 1991 a 30-40:1 intorno al 2000 e stabilizzatosi poi intorno a 26:1 dopo il 2003.
Secondo l'agenzia Bloomberg, agli 86 miliardi $ con cui Bill Gates guida ora la classifica dei più “fortunati” sulla terra, fanno riscontro il 51° posto mondiale del capo di “Norilskij nikel” Vladimir Potanin (16,6 miliardi $), il 54° del presidente di “Severstal” Aleksej Mordašov (16,5), seguiti dal 62° posto di Viktor Vekselberg (gruppo “Renova”: 14,8 miliardi) e dal 70° di uno dei più chiacchierati finanziatori, per l'appunto, di Dmitrij Medvedev, il capo della “USM Holding”, Ališer Usmanov, con 13,9 miliardi di dollari.
In compenso, è allo studio del governo l'istituzione di un elenco regionale in cui registrare tutti coloro che, in età lavorativa, risultino non occupati. Come in Bielorussia, la ragione ufficiale sarebbe il deficit del Servizio sanitario, cui non giungerebbero sufficienti quote; la soluzione, sarebbe dunque o la riduzione del servizio, o i versamenti da parte di chi (ufficiosamente: circa 20 milioni) lavora nell'economia sommersa. Il fatto è che, come nota Svobodnaja Pressa, l'attuale Costituzione russa garantisce il diritto al lavoro, ma non l'obbligo, a fronte, oltretutto, di oltre seimila imprese cessate e oltre 20 milioni di persone che vivono oltre la soglia di povertà (dati del PCFR); se ufficialmente il numero di posti di lavoro liberi è di circa 1,5 milioni e quello dei disoccupati di poco più di mezzo milione, si fa notare che l'80% di quei posti liberi è costituito da lavori con salari inferiori al minimo e che, inoltre, in alcune aree, si registrano 20-30 candidati a un solo posto di lavoro.
In questo quadro, non passa sotto silenzio la notizia pubblicata da Moskovskij Komsomolets secondo cui Žanna Nemtsova, figlia del defunto “oppositore liberale” Boris Nemtsov, assassinato a Mosca a inizio 2015 (dopo le prime solite sparate su “la mano di Putin”, fonti tedesche avevano ipotizzato l'opera della CIA) avrebbe devoluto – tanto per rimarcare per chi batte il cuore dei “poveri” “democratici” russi – 700mila euro alle famiglie dei soldati ucraini morti nel corso della guerra contro il Donbass. Parte della somma sarebbe costituita, per rimanere dalla “parte giusta”, da soldi donati a Žanna Nemtsova dal Premio di solidarietà “Lech Wałęsa”.
Poco importa in questo caso che l'Ucraina golpista, mentre continua a bombardare la popolazione civile del Donbass, faccia registrare la poco invidiabile “leadership” europea in fatto di mortalità di donne, in gravidanza o immediatamente dopo il parto. Secondo dati Unicef, ripresi dalla BBC, nel 2015 si sarebbero registrati 120 casi (contro 56 in Romania, 42 in Germania e 12 in Polonia). Per mortalità infantile, gli indici mostrano 2.378 casi nei primi 28 giorni di vita, contro 1.122 casi in Polonia, 1.047 in Romania e 1.449 in Germania.
Questo non preoccupa più di tanto i paesi “civili” d'Europa che, con il golpe neonazista del 2014 hanno già ottenuto quanto progettato, sia in termini geopolitici, che economici: è di questi giorni la notizia secondo cui compagnie svedesi avrebbero già iniziato a portarsi via le prime delle 100 milioni di tonnellate (5 euro a tonn.) di fertilissime terre nere ucraine dalle regioni di Poltava e Kherson. D'altronde appena lo scorso autunno il rappresentante della UE in Ucraina, Hug Mingarelli aveva minacciato Kiev di negare la seconda tranche di “aiuti” (600 milioni di euro) se il governo non avesse abolito la moratoria sull'export di legname, introdotta nel 2015 con validità decennale. Le “fortune” di chi ha i dollari e le disgrazie di chi non ce li ha.
Fonte
Ora, se le denunce del blogger-affarista Aleksej Navalnyj all'indirizzo di Medvedev somigliano molto, tanto per fare un paragone italico, a quelle di un Tiziano Renzi qualunque all'indirizzo di un Denis Verdini qualsiasi, la connivenza dei “ministri liberali” con l'oligarchia finanziaria e industriale russa è da anni denunciata dai comunisti di tutte le tendenze, primo fra tutti il PCFR, così fedele d'altro canto alle scelte presidenziali. Qualche osservatore, forse sorvolando sui legami esteri dei liberali russi, nota che una raccolta di materiale così dettagliata come quella mostrata nel film, difficilmente potrebbe essere stata messa insieme dal solo Fondo Navalnyj e ipotizza quindi una “sanzione dall'alto” per dare disco verde allo stesso Navalnyj e mettere in crisi il primo Ministro. In ogni caso, il numero di firme raccolto nei primi cinque giorni dall'uscita del film avrebbe già superato la metà di quelle necessarie alla registrazione della candidatura del blogger alle prossime presidenziali. Si ipotizza che ai massimi vertici del potere si sia voluto dimostrare che, effettivamente, la lotta alla corruzione sta andando avanti, a tutti i livelli; tanto più che, anche senza il film, lo status patrimoniale di Medvedev nemmeno prima era un mistero, per nessuno.
Così come non lo è l'abisso profondo che separa le immense fortune (chissà perché poi si chiamano così, come se fossero dovute al caso!) dai redditi più bassi e che ora, in Russia come nel resto del mondo capitalista, sembrano segnare nuovi record. Secondo dati ufficiali del Centro di analisi governativo, a fine 2016 i redditi del 10% dei russi più poveri sarebbero stati di 14 volte inferiori a quelli del 10% di più ricchi. Un dato, questo, abbastanza ottimistico, dato che, appena qualche mese fa, la rivista teorica del PCFR, Političeskoe Prosveščenie, parlava di oltre 5 milioni ufficiali di lavoratori con salario pari al minimo di sopravvivenza, con stime ufficiose di due terzi di lavoratori con salari di 15mila rubli al mese e l'1% delle famiglie che possiede il 71% della ricchezza; un rapporto tra i redditi del 10% di popolazione benestante e il 10% di lavoratori peggio pagati passato da 3:1 nel 1991 a 30-40:1 intorno al 2000 e stabilizzatosi poi intorno a 26:1 dopo il 2003.
Secondo l'agenzia Bloomberg, agli 86 miliardi $ con cui Bill Gates guida ora la classifica dei più “fortunati” sulla terra, fanno riscontro il 51° posto mondiale del capo di “Norilskij nikel” Vladimir Potanin (16,6 miliardi $), il 54° del presidente di “Severstal” Aleksej Mordašov (16,5), seguiti dal 62° posto di Viktor Vekselberg (gruppo “Renova”: 14,8 miliardi) e dal 70° di uno dei più chiacchierati finanziatori, per l'appunto, di Dmitrij Medvedev, il capo della “USM Holding”, Ališer Usmanov, con 13,9 miliardi di dollari.
In compenso, è allo studio del governo l'istituzione di un elenco regionale in cui registrare tutti coloro che, in età lavorativa, risultino non occupati. Come in Bielorussia, la ragione ufficiale sarebbe il deficit del Servizio sanitario, cui non giungerebbero sufficienti quote; la soluzione, sarebbe dunque o la riduzione del servizio, o i versamenti da parte di chi (ufficiosamente: circa 20 milioni) lavora nell'economia sommersa. Il fatto è che, come nota Svobodnaja Pressa, l'attuale Costituzione russa garantisce il diritto al lavoro, ma non l'obbligo, a fronte, oltretutto, di oltre seimila imprese cessate e oltre 20 milioni di persone che vivono oltre la soglia di povertà (dati del PCFR); se ufficialmente il numero di posti di lavoro liberi è di circa 1,5 milioni e quello dei disoccupati di poco più di mezzo milione, si fa notare che l'80% di quei posti liberi è costituito da lavori con salari inferiori al minimo e che, inoltre, in alcune aree, si registrano 20-30 candidati a un solo posto di lavoro.
In questo quadro, non passa sotto silenzio la notizia pubblicata da Moskovskij Komsomolets secondo cui Žanna Nemtsova, figlia del defunto “oppositore liberale” Boris Nemtsov, assassinato a Mosca a inizio 2015 (dopo le prime solite sparate su “la mano di Putin”, fonti tedesche avevano ipotizzato l'opera della CIA) avrebbe devoluto – tanto per rimarcare per chi batte il cuore dei “poveri” “democratici” russi – 700mila euro alle famiglie dei soldati ucraini morti nel corso della guerra contro il Donbass. Parte della somma sarebbe costituita, per rimanere dalla “parte giusta”, da soldi donati a Žanna Nemtsova dal Premio di solidarietà “Lech Wałęsa”.
Poco importa in questo caso che l'Ucraina golpista, mentre continua a bombardare la popolazione civile del Donbass, faccia registrare la poco invidiabile “leadership” europea in fatto di mortalità di donne, in gravidanza o immediatamente dopo il parto. Secondo dati Unicef, ripresi dalla BBC, nel 2015 si sarebbero registrati 120 casi (contro 56 in Romania, 42 in Germania e 12 in Polonia). Per mortalità infantile, gli indici mostrano 2.378 casi nei primi 28 giorni di vita, contro 1.122 casi in Polonia, 1.047 in Romania e 1.449 in Germania.
Questo non preoccupa più di tanto i paesi “civili” d'Europa che, con il golpe neonazista del 2014 hanno già ottenuto quanto progettato, sia in termini geopolitici, che economici: è di questi giorni la notizia secondo cui compagnie svedesi avrebbero già iniziato a portarsi via le prime delle 100 milioni di tonnellate (5 euro a tonn.) di fertilissime terre nere ucraine dalle regioni di Poltava e Kherson. D'altronde appena lo scorso autunno il rappresentante della UE in Ucraina, Hug Mingarelli aveva minacciato Kiev di negare la seconda tranche di “aiuti” (600 milioni di euro) se il governo non avesse abolito la moratoria sull'export di legname, introdotta nel 2015 con validità decennale. Le “fortune” di chi ha i dollari e le disgrazie di chi non ce li ha.
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