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17/01/2020

Russia - Chi è Mikhail Mišustin nuovo Presidente del Governo

Con un atto poco più che formale, stante l’attuale Costituzione (art.111) e visti i numeri della maggioranza governativa (341 deputati su 450), la Duma ha accolto ieri la proposta del Presidente Vladimir Putin, di nominare Mikhail Mišustin alla carica di premier (per la Costituzione: Presidente del Governo), dopo le dimissioni di Dmitrij Medvedev. Hanno votato a favore 383 deputati; per la prima volta nella storia della Duma (creata, come la Costituzione, nel dicembre 1993, dopo il famigerato ukaz 1400 di Eltsin di scioglimento del Soviet Supremo russo) non c’è stato alcun voto contrario. Ci sono stati invece 41 astenuti: con ogni evidenza, nemmeno tutti i deputati del KPRF, che ha 43 seggi; già ieri Gennadij Zjuganov, dopo i colloqui preliminari che Mišustin aveva condotto con le varie frazioni parlamentari, aveva annunciato l’astensione del suo gruppo.

Così, scrive la Tass, in base al comma “a” dell’art. 83 della Costituzione, Vladimir Putin ha decretato di “nominare Mišustin Mikhail Vladimirovič presidente del governo della Federazione Russa”.

In attesa della lista di Ministri che il nuovo premier presenterà (ha una settimana di tempo per farlo) al Presidente, le sue prime dichiarazioni aiutano a farsi un’idea delle linea che verrà seguita dal nuovo governo. Ancora la Tass scrive che Mišustin ha definito “stabile” la situazione economica del Paese e prevede di mantenere l’inflazione entro il 4%; ha promesso di occuparsi in primo luogo delle “riforme istituzionali e gestionali” e, come già dichiarato ieri, ha ribadito che “la cosa più importante è rimuovere le barriere al business, ridurre i costi per il business”.

Secondo Sergej Obukhov, del CC del KPRF, già nell’incontro di sondaggio con la frazione del KPFR, prima del voto, Mišustin aveva escluso sgravi fiscali sull’IRPF, pur promettendo “un’assistenza mirata per i poveri”: una politica che ha un nome preciso! Esclusa anche la nazionalizzazione dell’industria estrattiva e di altre branche, dichiarandosi il neo-premier “contrario in generale” alle nazionalizzazioni. Ancora: non è d’accordo con la proposta dei comunisti di una scala progressiva di tassazione, al posto dell’attuale flat tax e non ha intenzione di toccare la “riforma” che ha innalzato l’età pensionabile. Tra le priorità, Mishustin ha parlato dei progetti di digitalizzazione generale: non è una sorpresa, dal momento che, le solite malelingue, parlano di miliardi di rubli da lui accumulati nelle sue precedenti attività informatiche, prima di esser nominato alla presidenza del Servizio fiscale federale.

Nella motivazione di voto alla Duma, il segretario del KPRF, Gennadij Zjuganov ha detto che il suo partito ha “sostenuto le proposte del Presidente di entrare nel numero dei cinque paesi più sviluppati, raggiungere tassi di crescita mondiali, eliminare la povertà, fermare l’estinzione della popolazione. Abbiamo presentato il nostro programma “10 passi per una vita dignitosa” e 12 leggi per la sua attuazione, ma nessuno di questi documenti è stato approvato” dal passato governo. La TV ci soffoca con la réclame “Gazprom è il nostro patrimonio nazionale” ha detto Zjuganov, ma “in Germania il 95% dei centri abitati è coperto dalla rete del gas, in Olanda il 100%; nella regione di Pskov, nelle cui vicinanze transita il gasdotto per l’esportazione, appena il 46%; nella regione di Omsk, il 29%; a Sakhalin, dove il gas è estratto, il 35%”. Voglio ricordare, ha concluso Zjuganov, che a suo tempo non avevamo votato né per Putin, né per Medvedev, alla carica di premier. Oggi, diamo a Lei carta bianca, ma non possiamo ancora sostenerLa, dal momento che non ha parlato della composizione del nuovo governo e delle priorità di lavoro. Ma non voteremo nemmeno contro. Ci asterremo. Osserveremo la linea che Lei svilupperà e contribuiremo attivamente a garantire che le Sue promesse fatte alla Duma di Stato siano realizzate nella pratica. Le auguriamo successo”.

Da parte sua, il solito ROTFront scriveva ieri che, col nuovo Premier, “resta al potere la classe dei detentori del capitale, che vuol garantire lo sfruttamento dei lavoratori con l’aiuto dell’apparato statale”. Inoltre, lo “sponsor” del nuovo premier, l’ex Ministro delle finanze e attuale Presidente della Corte dei Conti, nonché padre-fondatore della “riforma” pensionistica, Aleksej Kudrin, colui che ha accusato il “pigro” popolo russo di esser la causa del fatto che il pese sarebbe indietro di 30-40 anni rispetto all’Occidente, Kudrin, insomma, valutando le prospettive di lavoro del suo protégé, ha detto che Mikhail Mišustin “ha il polso della situazione degli affari, sa come bilanciare gli interessi del business e dello stato”. Ci mancherebbe!

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10/09/2018

Russia: poche sorprese dal voto amministrativo


Giornata di voto amministrativo ieri in Russia. Oltre cinquemila elezioni di vari livelli hanno coinvolto 63 milioni di elettori di 80 diverse regioni. Si rinnovavano tra gli altri 26 governatori di “soggetti federali” (territori di Jakutija, Khakasija, Primore, ecc; regioni di Voronežh, Kemerevo, Magadan, Novosibirsk, Mosca ecc), i sindaci di Mosca e delle capitali di territori quali Jakutija, Abakan, Khabarovsk e i deputati di 16 parlamenti regionali.

I risultati non hanno riservato grosse sorprese, a partire dalla riconferma del putiniano sindaco della capitale, Sergej Sobjanin che, già ieri sera, con appena il 7% di schede scrutinate, si autoproclamava assoluto trionfatore con il 74% dei consensi. Nessuna sorpresa nemmeno per il proseguimento delle manifestazioni di protesta un po’ in tutte le regioni della Russia, contro l’innalzamento dell’età pensionabile; anche se, ieri, il monopolio delle scene è andato ai fans del liberale Aleksej Navalnyj.

Proprio l’opposizione alla riforma pensionistica, da anni ventilata dai ministeri economici del governo Medvedev e infine sanzionata dal discorso del 29 agosto di Vladimir Putin, poteva far temere qua e là qualche picco dei partiti d’opposizione – un’indagine congiunta del Centro di cultura politica e del PCFR (comunisti) registrava un balzo dal 15 al 26% di coloro che considerano il Presidente come il principale motore dei cambiamenti antipopolari – ma anche questo è stato molto contenuto.

Stando ai primi conteggi, il PCFR sarebbe in testa in alcune assemblee regionali (Khakasija: oltre il 30%; Uljanovsk: oltre il 40%; Irkutsk: 36%, raddoppiando i consensi rispetto alle precedenti amministrative); in altre, i suoi candidati hanno trionfato con l’appoggio del partito presidenziale “Russia Unita”; in alcune regioni (Primore, Khabarovsk) si andrà al ballottaggio per la scelta del Governatore, mentre in quella di Orël, il candidato zjuganoviano era dato nella nottata a oltre l’80% dei consensi. Nella regione di Rostov sul Don, il PCFR denuncia manovre equivoche da parte degli scrutatori di “Russia Unita” e in altre lo scrutinio sarebbe stato sospeso (ma poi ripreso) per “troppo evidenti perdite” del partito di governo.

“Il partito di potere perde posizioni” ha osservato il membro del Presidium del PCFR Dmitrij Novikov; “e Russia Unita non è riuscita a compensare la perdita di voti nemmeno ricorrendo a vari partiti-civetta. Il PCFR è percepito dai cittadini come alternativa al partito di governo”. E Sergej Obukhov: “Dopo queste elezioni, una nuova realtà politica ha preso forma. Tre governatori, nominati direttamente dal Presidente, non sono riusciti a vincere al primo turno. Ciò dimostra che si sta sgretolando il perno dell’attuale sistema politico: il consenso al Presidente Putin, grazie soprattutto al suo sostegno alla riforma pensionistica”.

In effetti, il “correttivo” presidenziale – “limitare” l’elevamento dell’età pensionabile per le donne, dagli attuali 55 anni a 60 e non 63, come previsto dal progetto di riforma, lasciando inalterato l’innalzamento da 60 a 65 anni per gli uomini – è stato ridicolizzato dall’opposizione di sinistra e le proteste sembrano aver inciso qua e là sul voto, considerando anche che la tornata amministrativa è tradizionalmente più “varia” rispetto alle politiche o alle presidenziali.

Per quanto riguarda Mosca, anche il candidato sindaco del PCFR, Vadim Kumin (la sua campagna elettorale si è appuntata sul problema abitativo e la mancanza di alloggi ad affitti accessibili) è stato boicottato dagli altri partiti comunisti, al pari di Sobjanin e compagnia. “Tra i 5 candidati a sindaco di Mosca”, aveva detto ad esempio il “Nuovo movimento comunista”, “non ce n’è uno che rappresenti la classe operaia, i lavoratori moscoviti e i migranti. I nomi scritti sulle schede elettorali vengono tutti dal grande business e dall’alta burocrazia. Dare il voto a qualcuno di essi, significa sostenere il sistema. Se sarete obbligati a recarvi alle urne sotto minaccia di licenziamento, annullate la scheda”. Il movimento “Alba Rossa” aveva diffuso un manifesto che diceva “Moscovita, ricorda, andando alle urne e votando per uno dei grassi gatti, uno dei ricchi vampiri (altro non c’è sulla scheda), tu sostieni il regime borghese anti-popolare con tutte le sue “riforme”, “ottimizzazioni” e privatizzazioni!”. Insomma: a sinistra, come era stato per le elezioni del Presidente, si invitava a boicottare il voto.

Proprio sul nodo dell’affluenza, infatti puntava ancora una volta “Russia Unita”: lo aveva fatto soprattutto in occasione delle presidenziali del marzo scorso. Questa volta, ad esempio, a Togliatti, “Russia unita”, rivolgendosi agli operai della “Avtovaz”, non chiedeva il voto, ma solo di andare a votare, attirandoli con la prospettiva di poter vincere una “Lada-Granta”. Era già accaduto un anno fa, in occasione del voto amministrativo in altre regioni: allora si promettevano smartphone e automobili. Al momento, “Russia unita” non ha certo timori di sconfitte; ma l’affluenza è vista come la certificazione popolare della fiducia nelle proprie scelte.

Anche se non è proprio così. Secondo l’Istituto Levada (da tempo, considerato però “agente straniero”, dotato di finanziamenti non statali) una buona metà di russi è altamente preoccupata della crescita di disoccupazione e diseguaglianza sociale, insieme all’aumento dei prezzi e alla non accessibilità all’istruzione non gratuita.

“E’ ormai alle spalle l’epoca d’oro dell’unione della Crimea e della guerra vittoriosa in Siria; dunque, è tempo di preoccuparsi di ciò che è sotto gli occhi di tutti”, notava “ROTFront”. Con l’innalzamento “dell’età pensionabile, la perdita di lavoro per i russi in età pre-pensionabile diventa un incubo. Come trovare un lavoro quando hai già 60 anni?”. Tra l’altro, per ribadire l’orientamento del sistema, proprio alla vigilia del voto Putin ha proposto di ridurre la durata degli assegni per disoccupazione: tre o sei mesi per tutti, a eccezione dei lavoratori in età pre-pensionamento, per i quali rimane di 12 mesi; in compenso, l’assegno sale da 4.900 a 11.000 rubli, al livello del minimo ufficiale di sopravvivenza.

Significativo, nota Svobodnaja Pressa, che a favore della riforma pensionistica si siano pronunciati gli oligarchi dei maggiori consorzi del paese, da Rostekh, a Rosneft, (la più grossa compagnia petrolifera russa, che ha rastrellato tutte le altre imprese “minori”. Il suo capo, Igor Sečin, valutato a 2.000.000 di rubli al giorno, due anni fa riuscì a far incriminare il liberale Ministro per lo sviluppo economico, Aleksej Uljukaev, che tentava di impedirgli l’acquisizione di Bašneft) a Rosatom, Transneft, Gazprom.

Nonostante solo nei primi sette mesi del 2018 le entrate russe da esportazioni di greggio siano aumentate del 33,9% rispetto al 2017, ammontando a 71,2 miliardi di dollari; quelle da vendite di benzina siano cresciute del 26,6%, fino a 1,5 miliardi di dollari; del gasolio del 39%, pari a 19,4 miliardi di dollari; del gas naturale liquefatto del 70%, arrivando a 2,835 miliardi di dollari; nonostante ciò, la situazione della classe operaia e degli altri lavoratori continua a peggiorare, mentre il grosso capitale emigra verso i paradisi fiscali.

Nella sostanza, scrive Anton Čablin ancora su Svobodnaja Pressa, “gli oligarchi hanno mostrato al Cremlino chi è che comanda in Russia”.

Secondo il consigliere presidenziale Andrej Belousov, grazie alla svalutazione del rublo, i grossi complessi soprattutto dei settori chimico e metallurgico (Severstal, Mečel, Metalloinvest, Norilskij nikel, ecc) sono riusciti a incamerare con l’export oltre 2,2 trilioni di rubli da inizio 2017 a oggi, ma non dimostrano alcuna intenzione di versare 200-300 miliardi “dai loro superprofitti”, da destinare a “nuovi promettenti progetti”. Non va dimenticato, osserva Čablin, che molti di tali complessi industriali hanno forti “azionisti nascosti” della cerchia presidenziale, i quali non hanno alcuna voglia di versare i propri dividendi per fumosi i progetti di Belousov.

Secondo dati del PCFR, “200 oligarchi detengono “il 90% della ricchezza nazionale; nelle banche sono fermi 28 trilioni di rubli; ma il governo punta sulle pensioni dei lavoratori”.

Oltre all’opposizione parlamentare del PCFR, dal “Fronte della Sinistra” si afferma chiaro e tondo che “Putin non può più ormai nascondere l’essenza oligarchica del potere”, pur con il gioco delle parti di un governo antipopolare e un Presidente che ne smussa le misure più aspre. I liberali sostengono “che la gente sia stanca del “marchio” Putin, in realtà, è mutata la struttura di classe della società e il Presidente sacrifica all’oligarchia gli interessi della maggioranza”.

Ciononostante, secondo l’Istituto Levada, “non c’è oggi in Russia un partito o un movimento politico in grado di articolare l’insoddisfazione sociale e rappresentarla in un programma d’azione politica”. D’altronde, secondo l’ex deputato del PCFR Viktor Alksnis, “la gente non è pronta a scendere in strada; continuano a rimbrottare contro il governo, ma lo fanno in cucina o parlando con i vicini, e basta. Sbaglia però chi crede che in Russia non ci sarà prima o poi qualche sommovimento”.

Ma Gennadij Zjuganov continua a ripetere “io, al posto del Presidente, farei...”, dando l’impressione, come per il passato, di contare su una chimerica “politica sociale” di Vladimir Putin, contrapposta a quella oligarchica di Dmitrij Medvedev. Un po’ poco, per puntare a qualcosina in più della “opposizione di sua maestà”.

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31/05/2017

Russia, crisi senza interruzioni

Nel rapporto politico del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa (Pcfr), presentato dal Segretario Gennadij Zjuganov (riconfermato alla guida del partito) al XVII Congresso, svoltosi lo scorso 27 maggio, un paragrafo è dedicato alla crisi attraversata dalla Russia. Ne pubblichiamo la traduzione.

Traduzione di Fabrizio Poggi

*****

Crisi senza interruzioni

Compagni, dopo il 1991 nel nostro paese si è stabilito un capitalismo regressivo, parassitario, oligarchico e comprador, fondato sui settori bancario e dell’export delle materie prime. Ciò riflette chiaramente la trasformazione della Russia in un’appendice di materie prime e mercato di sbocco di merci straniere.

Tendendo a rafforzare le proprie posizioni nel paese, la leadership statale ha intensificato la retorica patriottica, intraprendendo una serie di passi diversi. Si è riportata la Crimea nei confini patrii. Si è fornito sostegno al legittimo governo siriano. E tuttavia, l’oligarchia russa non ha né la forza né la volontà di rompere con il sistema del capitalismo globale. E’ per questo che, tuttora, non si sono riconosciute DNR e LNR. E’ in chiara fase di stallo “la svolta verso l’Oriente”. Continuano gli attacchi alla Bielorussia.

Dopo le “riforme”-pogrom di Serdjukov (Anatolij Serdjukov: ex Ministro della difesa e precedentemente Capo dell’Agenzia delle entrate. ndt) si sono risolti molti, ma certamente non tutti, i problemi legati all’effettivo potenziale delle Forze Armate. Si sta procedendo a ridurre il bilancio della Difesa; ma, senza un’industria potente, indipendente dalle forniture straniere, è impossibile una difesa efficace della sovranità del paese.

In un quarto di secolo di “riforme” liberali, si è insediato in Russia un capitalismo oligarchico-burocratico periferico.

Una pesante concessione al capitale globale è stata rappresentata dall’adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio; contro tale passo, si è mosso attivamente solo il PCFR. A causa delle riduzioni tariffarie, in 5 anni di adesione al WTO il nostro bilancio ha perso circa 800 miliardi di rubli e le perdite indirette hanno superato i 4 trilioni.

E’ stata data carta bianca ai grossi proprietari nel saccheggio della Russia. Solo negli ultimi due anni, la fuga di capitali ha superato i 70 miliardi di dollari. Le autorità stanno tranquillamente a guardare come gli oligarchi esportino i capitali in società off-shore e in banche estere e per di più invitano noi alla “pace sociale” con chi sta derubando la Russia.

La dipendenza dal capitale straniero sta cominciando a minacciare la sovranità del paese. La quota di società con capitali stranieri è del 75% nel settore delle comunicazioni, del 56% in quello estrattivo e del 49% nel settore manifatturiero.

Da oltre due anni sta riducendosi il PIL del paese. Il bilancio dello Stato perde miliardi di rubli. Dissesto ovunque, tranne che nel settore delle materie prime; sono fallite la modernizzazione e la diversificazione dell’economia.

La politica socio-economica ha trasformato il paese in una società di povertà di massa. Secondo i dati ufficiali, negli ultimi tre anni i redditi reali dei cittadini russi sono calati di circa il 13%; quasi 20 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e, secondo il PCFR, il minimo ufficiale di sussistenza è ridotto deliberatamente di 2-2,5 volte.

La Russia è diventata un paese di straordinarie disuguaglianze. Il 62% delle sue ricchezze è nelle mani di milionari in dollari e il 29% in quelle di miliardari. Secondo la società internazionale di ricerche New World Wealth, il nostro paese è al primo posto nel mondo in termini di disuguaglianza dei redditi. Solo nell’ultimo anno, la ricchezza complessiva dei 200 più ricchi uomini d’affari russi è cresciuta di 100 miliardi di dollari. I “campioni del reddito” possiedono 460 miliardi di dollari: cioè due volte tanto il budget annuale di un paese con una popolazione di 150 milioni di persone!

La realtà della Russia di oggi è descritta esattamente dalle parole del francese nel “Mistero Buffo” di Majakovskij:

“Hanno promesso di dividere in parti uguali:

a uno – una ciambella, all’altro – il buco della ciambella.

Questa è la repubblica democratica”.

Dunque, i problemi principali dell’economia russa sono:

– il suo modello basato sulle materie prime;

– la distruzione del potenziale industriale;

– la povertà e il basso potere d’acquisto dei cittadini;

– l’erronea politica monetario-creditizia;

– l’inefficienza del sistema di direzione statale.

Estremamente inefficiente è anche la politica regionale del governo. Sono soltanto nove le regioni che portano utili. Il debito dei bilanci regionali raggiunge già i 2,5 trilioni di rubli.

Il PCFR è pronto a mutare radicalmente la situazione. Noi sosteniamo che la crisi in Russia sia dovuta al fattore umano; essa è dovuta al governo, privo di un coerente programma di sviluppo. Già Spinoza diceva “Chi non sa verso dove stia navigando, non ha venti favorevoli”. Così che, o al governo della Russia ci sono cattivi nocchieri, oppure essi stanno deliberatamente guidando la nave dello stato verso gli scogli.

La contraddizione tra gli interessi del paese e quelli del capitale russo è una di quelle fondamentali. Solo un nuovo socialismo consentirà di far fronte alla disuguaglianza sociale, alla rovina economica e permetterà di dar vita a un efficiente sistema di direzione. Così è stato nel 1917. Allora la Russia fu salvata dal “progetto rosso” del Grande Ottobre. I bolscevichi ristabilirono la sovranità del paese e lo difesero dall’essere inghiottito dallo stomaco insaziabile del capitale mondiale.

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10/04/2017

Russia: il “martire” Navalnyj e il “gangsterismo” sociale

Secondo una recente indagine condotta dal Centro “Opinione pubblica”, i russi sembrano dividersi pressoché in egual misura tra chi guarda al futuro con ottimismo (45%) e chi con preoccupazione (46%). Gli ottimisti affermano di esser soddisfatti del lavoro e aver fiducia in Putin e nel governo. I pessimisti si dicono preoccupati per l'instabilità interna e internazionale, disoccupazione, bassi salari e pensioni, aumento di prezzi e tariffe. Per il 41%, la situazione del paese migliorerà nel giro di 3-5 anni; per il 27% non cambierà e per il 14% non potrà che peggiorare.

Tra le ragioni del pessimismo, Svobodnaja Pressa cita l'abbassamento del 2% del minimo di sopravvivenza, mentre le stime ufficiali parlano di 20 milioni di persone il cui salario minimo solo entro il 2020 potrà raggiungere il minimo di sopravvivenza. Secondo l'ufficiale RosStat, non più del 25% dei lavoratori raggiunge il salario medio di 36.000 rubli; il 10,7% riceve meno del reddito minimo, cioè 10.722 rubli; il 27,5% tra 10 e 20.000 rubli; il 37% da 20 a 45.000 rubli. L'importo della pensione sociale è sotto quel minimo (8.700 rubli e 65 anni di età) e gli ambienti liberali del governo parlano da tempo di portare l'età pensionabile a 70 anni o addirittura di lasciare la “pensione” solo agli invalidi, riducendo inoltre i versamenti a carico delle aziende dal 34 al 22%.

Di contro alle cifre del Rosstat, in base a un'inchiesta condotta da socialcompas.com, i redditi dichiarati risultano inferiori di circa la metà, per quasi tutte le regioni, a quelli pubblicati dal Rosstat. Secondo socialcompas.com, a fine 2016 il reddito medio della popolazione lavoratrice sarebbe stato di circa 27.000 rubli. Secondo alcuni dati riportati da communist.ru, il salario medio del paese sarebbe addirittura di 15.150 rubli e pochissime aree supererebbero i 30.000 rubli, mentre nella maggior parte si viaggia sui 10.000.

Sul versante opposto, social.ranepa.ru scrive che si conterebbero oggi in Russia circa 132.000 milionari (in dollari), cioè lo 0,1% della popolazione maggiore di 15 anni e appena poche decine di miliardari; di contro, il 40% dei lavoratori riceverebbe un salario appena sufficiente all'alimentazione. Sul fronte della disoccupazione, risultano ufficialmente registrate circa 1 milione di persone, mentre la cifra reale sarebbe di oltre 4,5 milioni: 1,2 milioni di posti di lavoro rimarrebbero vuoti perché nell'80% dei casi si offre appena il salario minimo.

Il sociologo Aleksandr Prudnik considera pericoloso l'accumulo di insoddisfazione e di pessimismo e indeterminatezza nel futuro: da qui l'alto rating di Putin, visto come fattore di stabilità.

Per contro, scrive Moskovskij Komsomolets, tra febbraio e marzo sono scese dal 52% al 42% le quotazioni del primo ministro Dmitrij Medvedev: a tale risultato avrebbe non poco contribuito il peggioramento della situazione occupazionale e reddituale, tant'è che la maggior insoddisfazione si registrerebbe nei più forti centri industriali. Il video diffuso da Aleksej Navalnyj sui patrimoni immobiliari di Medvedev avrebbe poi gettato benzina sul fuoco, ma solo relativamente: secondo il Centro Levada, anche coloro che non sanno nulla del video, parlano di corruzione nel governo.

Comunque, la Duma ha votato contro la proposta del PCFR di incaricare la Commissione parlamentare su sicurezza e corruzione di verificare la veridicità sulle proprietà immobiliari di Medvedev illustrate dal video di Navalnyj; nel caso i materiali del video fossero risultati falsi, i deputati comunisti chiedevano di denunciarne gli autori. Ma il PCFR ha annunciato nuove azioni, se Medvedev non risponderà in maniera più soddisfacente di quanto abbia fatto, alle accuse mossegli nel video. Intanto, ha organizzato sabato scorso a Mosca un nutrito raduno all'insegna de “L'uscita dalla crisi è il socialismo”, “Esigiamo la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia”.

Aprendo il meeting, il leader del PCFR Gennadij Zjuganov ha denunciato come oggi “il principale criminale sia l'imperialismo, rappresentato dai globalisti americani, che spargono terrore su tutto il pianeta”. Ma, ha detto Zjuganov, “il racket e il gangsterismo più forte è costituito dal banditismo sociale, che oggi in Russia ha raggiunto proporzioni tali per cui i giovani non trovano lavoro, gli anziani non possono permettersi le medicine e un operaio con due figli non ce la fa a mantenerli. Cos'è questo se non racket sociale e terrorismo?”. La Duma non trova risorse per aumentare le pensioni, ha detto Zjuganov, ma ha trovato tre trilioni di rubli a sostegno delle banche. “Finché il popolo lavoratore non seguirà l'esempio di 100 anni fa, sarà difficile sconfiggere questa mafia, questa oligarchia compradora”.

Secondo Jurij Afonin, della Segreteria del PCFR, se da un lato i comunisti si oppongono alla politica socio-economica del governo, dall'atro si contrappongono all'opposizione liberale, una "cura peggiore della malattia": se arrivassero al potere, ha dichiarato Afonin, la loro politica economica sarebbe ancora più simile a quella di Eltsin-Gaidar e sul piano politico dovremmo aspettarci persecuzioni contro i comunisti sul modello ucraino. Il Segretario del comitato moscovita del PCFR Valerij Raškin, dichiarando che “la corruzione sta logorando la Russia come un tumore e il partito governativo "Russia Unita" copre questa corruzione", ha riproposto di indagare sul "materiale corruttivo" a carico di Medvedev e chiederne le dimissioni.

Su Sovetskaja Rossija, Natalja Eremejtseva nota come l'élite governativa, prima delle manifestazioni del 26 marzo, non avesse praticamente reagito al video di Navalnyj. Già dopo il 26 marzo, il PCFR aveva dichiarato che è “il potere e non un 'rivoluzionario arancione', a portare la gente in strada” e che Navalnyj ricopre il ruolo che fu del pope Gapon nel 1905, attirando "oggi i nostri figli in questi crimini". Ma, scrive Eremejtseva, “che logica è questa? Noi comunisti, saremmo contro i giovani che scendono in strada con giusti slogan contro la corruzione del governo, solo perché guidati da Navalnyj? Se è così, volenti o nolenti diventiamo difensori dei corrotti al potere e rischiamo di alienarci la parte cosciente della contestazione giovanile”.

In tutto il paese monta la protesta: salari arretrati, tariffe da rapina, risparmiatori truffati. Se cominceremo a guardare a ogni protesta attraverso il prisma del "cosa potrebbe accadere", saremo noi a finire dalla parte della rivoluzione "arancione". Immaginiamoci se nel 1917 i bolscevichi si fossero messi a difendere la monarchia “minacciata da falsi rivoluzionari”! Abbiamo scritto che nel concetto di “majdan” i nostri opponenti confondono forma e contenuto: tutto dipende da chi sta dietro le barricate e per che cosa. “A proposito di Navalnyj” continua Eremejtseva, si potrebbe ricordare l'aneddoto sovietico sull'idraulico che, invece di sostituire le guarnizioni, proponeva di cambiare l'intero congegno ... solo il partito comunista può assolvere il compito storico di cambiare il sistema sociale, mentre Navalnyj propone di modificare solo una guarnizione e punta lui stesso al potere”. Noi comunisti, non possiamo chiudere gli occhi di fronte all'evidenza, a cosa abbia spinto i giovani a scendere in strada.

Il video di Navalnyj era uscito il 2 marzo, ma il 26 marzo (il giorno delle manifestazioni) non si era ancora avuta una risposta ragionevole da parte del governo, ad esempio, a proposito della tenuta di Milovka, sul Volga, “donata” a Medvedev per 40 rubli all'ettaro, quando le stime si aggirano sui 160 milioni di rubli. I 96 russi le cui ricchezze, secondo Forbes, hanno raggiunto i 386 miliardi di dollari, superando le riserve valutarie-oro del paese (378 miliardi) e per i quali il governo ha stabilito regali fiscali per compensarli del fatto che, a causa delle sanzioni, non possono godere delle loro ville in occidente, possono ben fare simili regali al primo ministro, mentre i redditi della popolazione, conclude Eremejtseva, sono diminuiti del 12,7% negli ultimi due anni.

In Russia esiste uno “Stato profondo”, scrive Sergej Aksënov su Svobodnaja Pressa, rappresentato da 25 anni dal clan liberale, erede di Egor Gajdar o Anatolij Čubais e che, dai tempi di Boris Eltsin, ha conservato integre le proprie posizioni: “Per essi, maniaci del mercato e dei suoi principi, non meno che dell'arricchimento personale, le idee di mercato rivestono un carattere politico, più che economico”. Impossessatosi da 25 anni del blocco economico del governo, il clan liberale definisce i parametri di base delle politiche economiche e sociali”. Oggi, a dare il cambio ai liberali della prima ora, metà dei quali ricopriva alte cariche nel PCUS, arrivano i giovani sfornati dall'Accademia presidenziale di economia e dalla Scuola superiore di economia. Anche se alle ultime elezioni parlamentari, tutti i partiti apertamente liberali messi insieme (“Parnas”, “Jabloko”, ecc.) non arrivarono al 5%, il pericolo sta nei loro propositi – truppe NATO in Crimea, o meglio, a Mosca – e nei loro sostegni esteri e nello “zoccolo duro” dei Ministri liberali.

Non è difficile vedere come il pericolo di una “rivoluzione colorata” corra a piena velocità, dietro l'egemonia della protesta lasciata in mano ai “martiri” liberali alla Navalnyj o ai liberal-fascisti di Vladimir Žirinovskij.

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06/12/2016

Russia: riconciliazione nazionale contro la guerra civile

Difficile pensare che si tratti di una mera coincidenza temporale: nel giorno dell'80° anniversario della seconda, forse la più longeva Costituzione dell'Unione Sovietica, quella detta “staliniana”, approvata il 5 dicembre 1936, e quando mancano due giorni al venticinquesimo anniversario di un avvenimento ancora più decisivo, pur se, disgraziatamente di segno completamente opposto, la disgregazione a tavolino dell'Urss, è stato portato all'esame della Duma un disegno di legge in cui si propone di punire con tre anni di reclusione o un'ammenda di 300mila rubli chiunque metta in discussione i risultati della Rivoluzione d'Ottobre.
 
La proposta è del deputato del PCFR Valerij Raškin che, in tal modo, scrive RT, intende scongiurare ogni tentativo di dar vita a una “storia alternativa”, tramite “la diffusione di false affermazioni sulle gesta dell'Esercito Rosso" e sui "risultati della rivoluzione del 1917", come accaduto nell'Ucraina golpista. Secondo Raškin, anche in Russia esiste un potenziale pericolo di riscrivere la storia, dando spazio a proprie mitologie ed eroi paralleli e non sarebbero più sufficienti gli articoli del codice penale – in particolare: il 354.1, “riabilitazione del nazismo” e 282 “Incitamento all'odio o all'ostilità e umiliazione della dignità della persona" – di fronte a episodi come le varie targhe apposte in onore di generali bianchi o filonazisti, rubriche dedicate da alcune radio all'autocrazia zarista, la pubblicazione dei dati personali di 40mila funzionari della ČeKa sul portale dell'organizzazione revisionista Memorial.
 
Non si sono fatte attendere le reazioni: l'arciprete della chiesa dell'Ascensione, Vsevolod Čaplin ha dichiarato a RT che non è il caso di abolire il diritto a valutare un periodo storico e, anzi, “lo studio delle cause di quanto avvenuto nell'ottobre 1917 può essere una lezione per i russi. Difficile capire di quale risultato si tratti: della rivoluzione di febbraio o di quella d'ottobre” dice Čaplin; “i risultati di entrambe sono comunque negativi: a febbraio l'élite ha tradito lo zar, e in ottobre i bolscevichi versarono il sangue che portò alla guerra civile. Deve essere chiaro che ciò non è avvenuto senza la volontà di Dio”. Amen. D'altro canto, il politologo Sergej Aksënov ritiene che il problema sollevato da Raškin sia reale. Si ha l'impressione, ha detto, che negli ultimi tempi si imponga al paese, in maniera persistente e metodica, “l'epopea bianca”. Le targhe sui muri di Piter a Mannerheim e Kolčak, i tentativi di abbattere il monumento a Lenin in Crimea, sono tutti esempi di lotta col passato sovietico, alla maniera ucraina e di perpetuazione della “liquidazione dei rossi” iniziata con Boris Eltsin. Secondo il fondatore dell'ex Partito degli amanti della birra (!), nonché ex vice sindaco di Volgograd (nelle cui vesti pare sia stato implicato in non poche speculazioni terriere) Konstantin Kalačëv "oggi rossi e bianchi si devono stringere la mano e porre fine alla guerra civile iniziata 100 anni fa. Politicizzare la rivoluzione, è cosa del tutto diversa da ciò cui ha invitato il presidente, parlando al Consiglio della Federazione".
 
In effetti, Vladimir Putin, accennando al prossimo centenario della Rivoluzione d'Ottobre, era nuovamente tornato sulla questione della “divisione della società”, quale elemento maggiormente negativo uscito dal 1917. Ma il problema sollevato da Valerij Raškin è  tangibile e non c'è dubbio che il tema della “riconciliazione” sia sempre più spesso tirato in ballo, ai livelli più alti. Già lo scorso giugno, in occasione dell'inaugurazione della targa al generale finlandese Karl Gustav Mannerheim, l'allora capo dell’amministrazione presidenziale, Sergej Ivanov, aveva detto a mezza voce che quello era da considerasi un gesto che mira a superare la divisione della società russa determinata dalla Rivoluzione d’Ottobre e il Ministro della cultura, Vladimir Medinskij – che i comunisti russi annoverano tra i “cavalieri dell'apocalisse” della squadra liberale governativa – aveva definito Mannerheim un “cittadino illustre della Russia”.
 
Significativo quindi che la proposta di Raškin cada a cavallo di due anniversari così rappresentativi e distanti – non solo temporalmente – tra loro. L'8 dicembre 1991, nella foresta di Białowieża, i presidenti di Russia, Ucraina e Bielorussia commisero quello che oggi Sergej Veselovskij, su news-front, qualifica come un “reato senza termini di prescrizione”, cioè “tradimento della patria, a detrimento della potenza militare dell'URSS, della sua indipendenza e dell'integrità del territorio: spionaggio, consegna di segreti militari o statali, passaggio al nemico; crimini punibili con la suprema sanzione penale: fucilazione e confisca di tutti i beni”. Boris Eltsin, Leonid Kravčuk e Stanislav Šuškevič, scrive Veselovskij, sono “nemici del popolo. I loro nomi devono rimanere scritti nel libro della vergogna”. Altro che riconciliazione!
 
Sul fronte dell'altro anniversario, Vasilij Volga chiede provocatoriamente – “mi qualificheranno come terrorista, per questo”, scrive – che il giorno dell'adozione della Costituzione del 1936 venga considerato festivo. Proprio nello spirito che oggi in Russia viene definito della “riconciliazione”, Volga ricorda come 80 anni fa, “nel momento in cui negli Stati Uniti, milioni di persone, solo perché avevano un diverso colore della pelle, erano discriminati nei diritti civili fondamentali, in Unione Sovietica veniva costituzionalmente sancita l'uguaglianza di tutti, in tutti i loro diritti. Sempre la Costituzione del 1936 dichiarava al mondo intero che i popoli dell'Unione Sovietica erano riusciti a costruire il primo stato al mondo, in cui non vi è sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo... uno Stato di operai e contadini, il cui epicentro erano gli operai e non un banchiere o un politico”.
 
Dunque, a ragione oggi il 50% dei russi ritiene che si sarebbe potuta evitare la fine dell'Urss, il 56% è dispiaciuto che ciò sia avvenuto, il 29% ne incolpa il trio Eltsin-Kravčuk-Šuškevič, il 23% vi scorge un “complotto di forze straniere nemiche dell'Urss” e il 21% accusa Mikhail Gorbaciov e la sua cerchia. Una cerchia i cui eredi sono ancora ai vertici del governo di Dmitrij Medvedev, che proprio in questi giorni ha deciso di abbassare il cosiddetto “minimo di sopravvivenza” per l'ultimo quadrimestre del 2016 a 9.889 rubli (10.678 per i lavoratori, 8.136 per i pensionati e 9.668 per i minori) “grazie” alla riduzione di prezzo dei prodotti alimentari.
 
Una riconciliazione con le scelte peggiori di quelli che i comunisti russi definiscono “i malvagi anni '90”. 

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16/11/2016

Russia. Gennadij Zjuganov sull’arresto del ministro Uljukaev

In relazione all'arresto, a Mosca, del Ministro per lo sviluppo economico, Aleksej Uljukaev, accusato di corruzione per una mazzetta da 2 milioni di $ nell'affare della privatizzazione di “Bašneft”, il leader del PCFR Gennadij Zjuganov ha rilasciato una dichiarazione. Al netto degli ormai classici atti di fiducia e distinguo tra politica presidenziale e attività governativa, la dichiarazione è interessante per alcuni spunti concreti sulle linee perseguite dal governo di Dmitrij Medvedev e, in generale, sull'attuale corso sociale interno russo, a proposito del quale il VTsIOM ha reso noti alcuni dati relativi a una recente indagine demoscopica. Secondo il sondaggio, l'86% dei russi avverte l'ostilità tra ricchi e poveri; il 74% la contrapposizione tra dirigenti e funzionari inferiori; il 73% tra imprenditori e lavoratori salariati. La disparità tra classe operaia e intellighenzia è sentita dal 58% degli intervistati. Tutto questo, sullo sfondo di un calo ufficiale della disoccupazione, scesa, secondo Il Ministero del lavoro, da circa il 7% al 5,8% della popolazione attiva (ma, secondo Il Ministero per lo sviluppo economico, a fine 2016 si potrebbe risalire al 6,3%), con estremi da 1,5% nella regione di Mosca a oltre il 20% in Inguscetia.

Riportiamo alcuni stralci della dichiarazione di Gennadij Zjuganov.

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“L'ondata di smascheramento della corruzione ha investito Sakhalin, Kirov, Komi ed è arrivata fino alla Casa governativa” ha detto Zjuganov; “vergogna, quando i più alti funzionari governativi si trasformano in furfanti e ladri, screditando il potere e violando le norme elementari di condotta... sembra che la faccenda abbia raggiunto proporzioni tali, da diventare pericolosa per i cittadini e lo Stato nel suo complesso. Il fatto che negli ultimi tempi le forze dell'ordine lottino con più decisione e fermezza contro questo fenomeno, merita attenzione e approvazione. Capisco benissimo che, senza il consenso e un segnale da parte del Presidente, simili operazioni siano impensabili”, ha detto ancora Zjuganov.

“Sotto la guida di simili ministri, negli ultimi cinque anni il prodotto interno lordo è sceso di quasi l'8%. Il paese ha avuto 90 trilioni di rubli in meno, ha cioè perso 35 trilioni di rubli, non giunti in bilancio. Una cifra pari a due bilanci annuali. A quanto pare, è parso ancora poco, aveva bisogno anche della mancia e così si è appropriato, ha rubato altri 2 milioni di $", ha detto il leader del PCFR riferendosi a Uljukaev. “Nella Cina moderna, un simile vampiro sarebbe stato da tempo messo al muro e la mano non avrebbe tremato. E invece noi ci sediamo e ci limitiamo a discutere, nonostante la causa principale risieda nella mancanza totale di controllo sul potere esecutivo. Lo ripeto per la ventesima volta: qualsiasi potere esecutivo, senza il controllo dei cittadini e dei legislatori, inevitabilmente cade o nell'ubriacatura o nella malversazione”. “Se anche Serdjukov – ha detto Zjuganov, riferendosi all'ex Ministro della difesa, licenziato per corruzione e messo poi a capo del complesso per l'industria aeronautica “Rostekh” – o anche Uljukaev fossero passati attraverso i tre comitati della Duma per il controllo di bilancio, una sconcezza simile non si sarebbe verificata”.

“Per quanto riguarda specificamente Uljukaev, egli è il più esteso rimasuglio, la scheggia maggiore dell'epoca Gajdar-Eltsin. Faceva parte della casta degli intoccabili, ha ricoperto ogni carica e, evidentemente, credeva che tutto sarebbe andato bene. Mi spiace profondamente che tali fatti disonorino il paese e noi tutti. Incutono incertezza nella mente e nel cuore di ciascuno. Potete immaginare in che condizione si trovi chi vive con 15 mila rubli o meno al mese (e sono 72 persone su 100)! In che stato i "figli della guerra", con una pensione media di 10-12.000 rubli! Come può esserci fiducia nel governo, alla vigilia dell'adozione del bilancio, quando si scoprono tali sconcezze!”. “Un bilancio di degrado e stagnazione, di sonno letargico. Se guardate attentamente cosa propongono il signor Uljukaev e quelli come lui per i prossimi tre anni, rimane solo da sospirare. Nessuno sviluppo. Castrati tutti gli articoli relativi al futuro progresso tecnico. Tagliato quasi di un terzo tutto ciò che è legato all'assistenza sanitaria e la degenza ospedaliera è tagliata di quasi 90 miliardi”. “E' necessario correggere la macchina statale nel suo insieme. Oggi essa non lavora per i cittadini e permette le ruberie, comprese quelle di governatori, sindaci, ministri ecc.”. “Noi abbiamo proposto un intero pacchetto di leggi, in base alle quali si può formare un bilancio non di 16, bensì di 25 trilioni di rubli. Abbiamo proposto un programma di sviluppo delle imprese pubbliche, leggi sulla politica industriale e di pianificazione strategica. Ma nessuno di questi punti è stato preso in considerazione nella formazione del bilancio. E' evidente che il governo ha fatto bancarotta. Però, nel quadro dell'espansione della Nato, delle sanzioni, dei nazisti e dei banderisti, della guerra al sud, si devono adottare decisioni rapide ed efficienti. Ma loro ci girano intorno: tutti gli uljukaevy, i čubaisy, tutti questi personaggi dell'era Eltsin; essi screditano il governo, il paese e tutto il nostro potere come tale. Pertanto, il Presidente deve adottare misure di emergenza. Non capisco perché continui a tenere tali quadri nel momento in cui tutto si trasforma in una grande truffa e in un processo criminale".

“Per quanto riguarda la privatizzazione di “Bašneft”, noi abbiamo avuto un importante incontro a Ufà (capitale della Repubblica di Baškiria) e ci siamo incontrati anche col Presidente della Repubblica e abbiamo spiegato perché insistessimo che quella impresa restasse di proprietà della Baškiria: era diretta in modo ragionevole e rendeva non poco. Ho fatto una dichiarazione ufficiale: perché si continua a svendere le ultime proprietà statali, a uccidere una mucca che ci nutre tutti quanti? Mi sembrava che mi avessero ascoltato. Ma i signori Uljukaev, Šuvalov (il vice premier), a quanto pare, avevano già deciso diversamente. Non aveva alcun senso vendere quella impresa”. E invece, le privatizzazioni continuano e, “con la crisi, tutto viene svalutato. Purtroppo, l'intero budget è formato secondo una linea coloniale: si vendono le materie prime, si gonfiano i prezzi, si aggiungono le tasse e si fruga nelle tasche dei cittadini fino all'ultimo rublo per favorire i ricchi”. Ogni volta si ripete “il solito schema: ci si insinua, si controllano i flussi finanziari, si mandano via gli specialisti e al loro posto si piazzano le figlie e i figli e si continua ad arricchirsi e saccheggiare il paese. Lo scorso anno hanno venduto le materie prime: petrolio, gas, oro, diamanti, legname per 20 trilioni di rubli. Però, di quei 20, nel bilancio ne sono comparsi appena 8. Gli altri 12 trilioni costituiscono il dono pagato all'oligarchia russa e ai suoi tutori stranieri. Lo scorso anno i ricchi hanno aumentato il loro capitale del 42%, senza pagare le tasse su scala progressiva. E i cittadini si sono impoveriti del 20%. Ecco tutta l'aritmetica criminale e corrotta”, ha concluso Gennadij Zjuganov.

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20/09/2016

Russia: l’astensionismo al centro dei commenti post-voto

Sebbene si preveda che il risultato ufficiale venga annunciato dalla Commissione elettorale centrale soltanto venerdì prossimo, lo scrutinio già ora del 99% e rotti delle schede consente di considerare definitivo il conteggio dei voti alla nuova Duma di Stato. Russia Unita, col 54,2% dei voti, si aggiudica 343 deputati su 450; il PCFR, col 13,4%, 42 seggi; al LDPR vanno 39 seggi, avendo ottenuto il 13,2% dei consensi. 23 deputati per Russia Giusta, che ha raccolto il 6,2% dei voti.

“Le elezioni al parlamento sono state di fatto un referendum sulla fiducia al presidente”, scrivono oggi le vedomosti.ru; “il consenso è consenso proprio perché non prevede discussioni, ma solo unità di fronte alla minaccia esterna”. Sembra che in quest'ultima frase possa genericamente riassumersi l'esito del voto di domenica scorsa in Russia. Amici e conoscenti che hanno deciso di non andare a votare, hanno detto che, di fronte al dilemma di appoggiare pienamente la politica estera presidenziale o bocciare senza appello il corso interno del Governo, hanno preferito rimanere a casa. Difficile dire se sia stato così per tutto quel 52% di russi (ma è stato il 74% a Piter e il 71% a Mosca, contro il 16% di non partecipanti in Cecenia o il 20% in Kabardino-Balkarija) che non hanno partecipato al voto; in ogni caso, le stesse vedomosti.ru notano come il 54% di Russia Unita rappresenti solo il 26% del corpo elettorale complessivo: quattro punti in meno rispetto al 2011, allorché al partito presidenziale erano però andati “soltanto” 238 seggi.

Sin dall'avvio della campagna elettorale, l'opposizione comunista aveva denunciato l'anticipazione del voto, inizialmente previsto a dicembre, obiettando che nel periodo estivo il centro di gravità dell'agitazione politica sarebbe stato concentrato quasi esclusivamente su temi di politica estera: sembra che proprio su questo contasse Russia Unita. Ma è comunque difficile imputare soltanto a fattori “temporali” e ai pur numerosissimi “giri di giostra” degli “elettori di professione”, il distacco abissale che oggi separa, alla Duma, il partito presidenziale dal PCFR o dal LDPR. L'apatia generale, a differenza di quanto sostenuto dagli osservatori cosiddetti ”antisistema” – un aggettivo con cui, sia in Occidente, sia nei circoli filooccidentali russi, si è soliti caratterizzare esclusivamente l'opposizione liberale e “democratica” – non ha certo penalizzato solamente “l'opposizione liberale e la classe media cittadina” che, secondo vedomosti.ru, “sono rimaste prive di rappresentanza parlamentare e, nell'attuale situazione, dovranno trovare un'idea alternativa allo slogan “Russia senza Putin”. La scarsa affluenza ha castigato in larga parte, e forse molto di più, anche la politica per molti versi “bifronte” dei comunisti di Gennadij Zjuganov.

Quei russi che domenica scorsa sono rimasti a casa, hanno anche espresso con ciò stesso un rifiuto proprio delle politiche liberali – con buona pace di chi piange sull'assenza in parlamento di figure favorevoli a liberalizzazioni ancor più sfrenate rispetto alle attuali, privatizzazioni estese anche ai settori fondamentali del paese, genuflessioni a iosa a UE e USA, aumenti tariffari, tagli a sanità e istruzione che surclassino quelli condotti dal governo Medvedev – portate avanti oggi da ministri e oligarchi di sicura fede eltsiniana. Per certi aspetti, probabilmente non sono lontane dal vero nemmeno le vedomosti.ru, quando parlano di “classe media cittadina” priva di rappresentanza: il voto a favore di Russia Unita è anche un voto alla simbiosi tra grande capitale e alte sfere statali, con agganci sovranazionali, mentre pare rimanere un po' a bocca asciutta quella parte di Russia (una percentuale di poco superiore a quella costituita dall'oligarchia energetico-finanziaria) del piccolo business, più legato all'imprenditoria nazionale. Quantunque non del tutto a bocca asciutta. Perché?

Il Partito Comunista Operaio di Russia riporta i risultati di un breve sondaggio condotto da “Fontanka.ru” sui candidati di Piter alla Duma di Stato e all'assemblea elettiva cittadina. Ora, secondo i dati diffusi dal Comitato statale per le statistiche, i redditi reali dei russi, ad agosto, erano scesi del 8,3% rispetto al 2015; la caduta tra gennaio e agosto 2016 è stata del 5,8% e il salario medio era di 34.095 rubli (ma secondo le stime del PCFR, 7 persone su 10 hanno un salario di 15.000 rubli) al mese, calato del 1% rispetto a un anno fa. Ebbene, a fronte di tale situazione, i candidati di Russia Unita a Piter per la Duma di Stato dichiarano un reddito medio di 16 milioni annui (il reddito comprende gli introiti dell'intero nucleo familiare. Ma alcuni arrivano a 48 milioni), oltre a proprietà immobiliari anche all'estero; i candidati dello stesso partito all'assemblea cittadina, dichiarano una media di 2,8 milioni annui. Un candidato medio del PCFR, insieme alla famiglia, ha un reddito di 2,5 milioni, un appartamento, quattro case, un'auto; ma, il reddito complessivo degli otto candidati del partito è di 45 milioni di rubli. Gli introiti medi del candidato del LDPR a Piter sono di 1,5 milioni, due appartamenti, un appezzamento di terra e un'auto. Il candidato di Crescita (il partito degli imprenditori) guadagna 26 milioni l'anno, ha tre appartamenti e almeno una villa all'estero. Il candidato di Jabloko (la formazione dell'inossidabile eltsiniano Grigorij Javlinskij) dichiara “appena” 2 milioni, un appartamento e un'auto. Ancora più misero il candidato medio di Parnas (la formazione capeggiata dall'ex premier Mikhail Kasjanov), che dichiara “solo” 900mila rubli, vive in un solo appartamento e può disporre appena di 1/3 di auto. Stesso reddito medio per i candidati di Patria. Molto più alti i redditi dei Patrioti di Russia: 6 milioni, un appartamento e un'auto. “Poveri” appaiono i candidati dei Verdi, che dichiarano in media 500mila rubli annui, ma hanno in compenso due appartamenti, un pezzo di terra e due auto. In coda, i Comunisti di Russia, con 200mila rubli e un appartamento.

Più modesti i redditi dei candidati per gli stessi partiti all'assemblea cittadina di Piter, anche se, in ogni caso, ben al disopra della media nazionale ufficiale di 34mila rubli; anche il candidato di Rot Front dichiara 290mila rubli, dispone di 0,3 auto e vivacchia in 0,7 appartamenti.

Per quanto la cosa suoni abbastanza di “populismo” a buon mercato e, tralasciando ogni analisi di classe, rivolga sulla sola “casta” politica l'attenzione delle ricerche, tali indicatori non hanno probabilmente lasciato indifferenti gli elettori russi. Soprattutto quei 57 milioni (secondo il leader LDPR Vladimir Žirinovskij) o due terzi (secondo il capo del PCFR Gennadij Zjuganov) del corpo elettorale complessivo che hanno deciso di rimanere a casa.

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Russia Unita stravince le elezioni per la Duma

Alle 9 di stamani, quando erano state scrutinate il 93% delle schede e l'affluenza veniva valutata al 47,91%, il partito presidenziale Russia Unita era in testa con il 54,27% dei voti: ben oltre le previsioni pubblicate la scorsa settimana dall'ufficiale VTsIOM. Quantunque non definitivi, i risultati non confermano invece il sorpasso del PCFR da parte del LDPR: 13,46% per il partito di Gennadij Zjuganov e 13,25% per i nazionalisti di Vladimir Žirinovskij. Ferma al 6,17% Russia Giusta. Nessun'altra formazione supera la soglia del 5%. Tra i partiti di opposizione, in cui a partire dal “maggior quotidiano italiano”, fino al tuttora autoproclamantesi “quotidiano comunista”, passando per l'Ansa, sembrano rientrare solamente formazioni liberali quali Jabloko o Parnas, infarcite di personaggi dell'eredità eltsiniana, quello che sembra aver raccolto più consensi è il partito dei Comunisti di Russia (2,40%). Jabloko è per ora fermo al 1,77%; il partito dei pensionati al 1,75%; seguono Patria (1,42%); Crescita (1,11%); Verdi (0,72%); Parnas (0,68%); Patrioti di Russia (0,57%); Piattaforma civile (0,22%); Forza civile (0,13%). Rispetto alla vecchia Duma, Russia Unita avrebbe dunque stravinto, conquistando 140 deputati per lista di partito e 203 nei collegi uninominali: 343 deputati sui 450 totali (sinora ne aveva 238); ridotto quasi di un terzo il PCFR (da 92 a 35) e ridimensionato il LDPR (da 56 a 34 deputati).

Questi i risultati parziali per l'intera Federazione. In alcune regioni Russia Unita è andata anche oltre: in Kabardino-Balkarija ha mietuto il 77% dei voti, con un'affluenza del 90%; il PCFR il 19% e Russia Giusta il 2%. In Daghestan, in cui alle 9 era stato scrutinato il 60% delle schede, con un'affluenza del 86,87%, Russia Unita registrava l'89% dei consensi; 5,22% al PCFR e 1,7 a Russia Giusta. Nel Circondario autonomo di Khanty-Mansijskij e Jurga, scrutinato il 22,22% delle schede: a Russia Unita il 45,07%, LDPR 24,35%, PCFR 11,78%, Russia Giusta 10,55%. In controtendenza Mosca, dove pare che Russia Unita si sia fermata al 37,55%; PCFR al 13,95% e LDPR al 13,1%. Per la gioia dei nostri liberal, il quarto posto sarebbe andato a Jabloko, col 9,56% e solo il quinto posto a Russia Giusta, col 6,59%.

Già dai giorni precedenti il voto, vari candidati del PCFR nei collegi uninominali (le elezioni alla Duma prevedono un sistema misto, per cui 225 deputati vengono eletti per lista di partito e 225 per collegio uninominale) avevano denunciato intimidazioni, tentativi di non ammissione alla registrazione, violazione di norme procedurali. In altri casi, dove si votava anche per il rinnovo di assemblee locali e regionali, cui partecipavano anche partiti non in lizza per la Duma, candidati di formazioni comuniste minori non erano proprio stati ammessi alla registrazione; mentre lo erano stati quelli dei raggruppamenti liberali: per la tranquillità delle anime belle nostrane.

Oggi, sulle pagine del PCFR, è un fiorire di denunce di irregolarità, soprattutto con i cosiddetti “giostrai” che, in numerose città, sarebbero stati accompagnati in autobus ai diversi seggi per dare una manciata di voti ciascuno a Russia Unita, al prezzo, pare, di mille rubli. A Krasnodar, pare che i membri della Commissione elettorale avessero preparato il brogliaccio coi risultati già tre ore prima della chiusura delle urne. La stessa ufficiale RT scrive che a Rostov sul Don il voto potrebbe essere annullato: Gazeta.ru riproduce un video che mostra una componente di seggio che tranquillamente infila nell'urna una scheda dietro l'altra. La Commissione elettorale centrale parla di episodi simili a Piter, Mosca, Volgograd e nelle rispettive regioni. Pacchetti di schede già votate per Russia Unita sono state rinvenute a Kazan. E così via.

E, insieme a tali denunce, le critiche di chi rimprovera al PCFR, ad esempio, di aver paura di vincere: “Compagni comunisti” twitta tale Sergej Golubev, “perché nel 1996 concedeste la vittoria a Eltsin? Condivido le vostre idee, ma non credo in voi”. Oppure: “da tempo il PCFR non è più il partito che pretende di essere. L'attuale PCFR sfrutta semplicemente le grandi idee”, scrive Vitalij RF. Di fronte alla sfacciataggine dei “giostrai” che si sono presentati, soprattutto a Mosca, Piter, Krasnodar, a votare più e più volte, c'è chi propone di abolire il voto anonimo e registrare gli elettori secondo il numero personale di previdenza; ma c'è anche chi incolpa il PCFR di aver “accettato in silenzio tale bordello per tutti questi anni. Ora avete visto le giostre; e prima non le avevate viste?”.

Altra storia per tutti quei russi residenti in Ucraina: tanto a Kiev, come a Odessa, per citare solo due esempi, le rappresentanze diplomatiche di Mosca, in cui erano allestiti i seggi, sono state bersagliate sin dalla vigilia da bande ultranazionaliste e ieri i russi che si presentavano ai cancelli per votare, erano quasi sempre presi a botte sotto gli occhi della polizia ucraina, anche se, come dichiarato da quegli stessi elettori, si recavano a votare non per il partito putiniano, ma per Jabloko o Parnas.

Se i liberali nostrani si strapperanno le vesti, forse gridando ai brogli ai danni dei loro beniamini, quali Kasjanov, Navalnij, Kasparov, possiamo dire che l'affermazione moscovita di Jabloko, dell'ultraeltsiniano Grigorij Javlinskij, dimostra come, nonostante tutto, i liberal occidentali possano stare tranquilli. Nei centri in cui, come a Mosca, più si concentra la ricchezza, le cose vanno ancora bene per i rappresentanti della grossa borghesia russa, sia che si presentino schierati in una sola formazione, sia che si “dividano” qualche poltrona in raggruppamenti diversi. Quel 7% di popolazione che raggruppa la parte più ricca della borghesia (un migliaio di famiglie, che godono di introiti di miliardi di $ da imprese energetiche) e l'alta burocrazia statale e che, insieme a un altro 7-8% di media borghesia (redditi da centinaia di milioni di $) e alti funzionari regionali, incamera il 92% delle ricchezze del paese, contro l'8% che va a nutrire (male) il 70-75% della popolazione lavoratrice, può stare tranquilla. Che al governo sia l'ex Ministro Kudrin o l'attuale Ministro Siluanov; che sia l'ex premier Kasjanov o l'attuale Medvedev, il corso liberale è assicurato.

Per quanto riguarda il PCFR, se i risultati finali saranno confermati (in ogni caso, non dovrebbero cambiare di molto) pare evidente che esso paghi gli esiti di una politica indirizzata in larga parte solo a parole contro i “Ministri liberali”. Se l'appoggio alla politica presidenziale – soprattutto estera – riscuote molto probabilmente il consenso degli elettori, la situazione sociale che vede oltre due terzi di russi con redditi mensili sotto i 15mila rubli (ma Političeskoe Prosveščenie, la rivista teorica del PCFR, scriveva nell'aprile scorso che le statistiche del 2010 davano ancora un 38% di persone in povertà; un 28% in miseria e un 13,4% in miseria nera; contro un 5% di oligarchi che nuotano nel lusso) non gioca a favore di chi solo all'apparenza lotta contro il governo. Si dovranno attendere analisi del voto disaggregate per composizione sociale, ma sembra di poter dire che se l'affluenza non è stata, in fondo, bassissima come si temeva, questa ha però premiato il partito di governo e, qua e là, qualche formazione liberale, segno di una sfiducia diffusa tra i potenziali elettori della sinistra e della pressoché completa assenza (per ora) di prospettive politiche chiare, pur in presenza di larghi movimenti rivendicativi economici in molti settori industriali.

Il corso eltsiniano è tutt'altro che sconfitto.

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01/07/2016

Russia: “Russia Unita” vuol stravincere le elezioni per la Duma?

Lo scorso 20 giugno è partita ufficialmente in Russia la campagna elettorale per le elezioni parlamentari del 18 settembre che, al momento, non sembrano dover riserbare grosse sorprese. Secondo molti osservatori russi, alla Duma il partito presidenziale “Russia Unita” dovrebbe persino rafforzare la prima posizione e il Partito Comunista di Gennadij Zjuganov sembra destinato a non salire oltre il secondo posto attuale o addirittura cederlo al LDPR di Vladimir Žirinovskij. All’altro estremo della scala “di grandezza”, nulla lascia pensare a qualche repentino balzo in avanti dei beniamini del liberalismo mediatico occidentale, quelli che, nel marzo scorso, si erano dati convegno in Lituania, per stilare i piani de “La Russia dopo Putin”. Gli osservatori non danno chance ai vari Kasjanov, Khodorkovskij, Kasparov o Navalnij.

A parere del politologo Konstantin Kostin, nel voto di lista, solo quattro partiti (sui 14 in lizza) riusciranno a superare la soglia di sbarramento del 5%. Quanto all’opposizione “democratica”, alcuni pronostici danno in ascesa forse il solo “Jabloko”, il partito di uno degli esponenti liberal più rappresentativi del periodo eltsiniano, Grigorij Javlinskij; ma, secondo Kostin, anche questo avrebbe buone probabilità solo nei collegi uninominali (dopo un lungo intervallo, i deputati verranno di nuovo eletti col sistema misto: 225 per lista di partito e 225 per collegio) sui quali, tra l’altro, puntano le formazioni minori, che aspirano a raggiungere almeno il 3% necessario ad accedere ai contributi statali. Per lo più, l’opposizione filo-occidentale, schierata per le sanzioni contro la Russia, ha minime possibilità nel voto di lista: il leader di “Parnas”, l’ex premier Mikhail Kasjanov, nota Kostin, è visto in Russia alla stregua di quanti in tempo di guerra collaboravano con gli occupanti. Quanto a “Elezioni aperte”, la lista sponsorizzata dall’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij all’insegna del “in ogni caso le elezioni saranno truccate”, pare si possa dire che, quanto più si è venerati come “martiri” in occidente, tanto più si è screditati in patria. Così è anche per “Scelta occidentale” del magnate Konstantin Borovoj.

Jurij Gorodnenko scrive su Svobodnaja Pressa che il risultato di formazioni quali “Jabloko” e “Parnas” dipende da quali progetti strutturali intendano proporre: “con la sola critica al “regime” non si conquista la simpatia dei russi”. Da questo punto di vista, i loro programmi si riducono a “formare una società “veramente” democratica, assimilare le tradizioni e i valori occidentali e integrare la Russia nella UE”. Ciò, nota Gorodnenko, proprio “quando i paesi UE tendono a una reale e non immaginaria sovranità e cercano in ogni maniera di uscire dalla UE”. Inoltre, l’ingresso nella UE, significherebbe trasformare la Russia, nel migliore dei casi, in una confederazione, dividendo la parte asiatica (il 77% del territorio) da quella europea, come previsto dalla Carta UE.

Lo scrittore Zakhar Prilepin allarga il tema delle aspettative elettorali all’eredità sovietica della Russia che, afferma Prilepin, ancora oggi moltissimi media russi dipingono come il “mito nero” da esorcizzare. Ma, ecco che, se nel 1995 l’atteggiamento del 48% dei russi verso la figura di Lenin era negativo, ora le percentuali sono ribaltate: Lenin è l’antitesi dell’oligarchia e del glamour oggi imperanti; è il “fanatico” fedele alle proprie idee, una qualità pressoché scomparsa nell’élite politica attuale. E se nel 1989 il rating di Stalin era al 12%, nel 2012 era balzato al primo posto, col 42%. Nel 2015 il 52% (70% secondo valutazioni ufficiose) dei russi dichiarava che Stalin ha giocato un ruolo positivo nella storia russa. In Stalin si identificano la vittoria sul nazismo e l’industrializzazione ma, afferma Prilepin, Stalin, al pari di Lenin, è soprattutto sentito come un “asceta”, una qualità oggi scomparsa, sostituita dal “bottegaio” oligarca. Più in generale, il 40% dei russi reputa positiva l’esperienza sovietica, mentre più dei 2/3 giudicano negativamente i risultati della perestrojka e del periodo eltsiniano; ma, scrive Prilepin, “la parte prevalente dell’élite politica russa è figlia degli anni ’90: una generazione liberal-borghese, figlia di Boris” Eltsin. Riassumendo, dal 40 al 60% dei russi guarda “a sinistra”; le ideologie liberali o destro-nazionaliste non godono di alcun reale sostegno. “Il comunismo”, conclude Prilepin “è al tempo stesso la nostra tradizione e la nostra unica speranza di futuro”.

In parallelo alle considerazioni di Prilepin, i sondaggi del VTsIOM indicano che i russi vorrebbero eletti alla Duma politici professionisti, specialisti nei propri settori di competenza, conosciuti nei territori e non volti apparsi in tv, attori o campioni sportivi.

Ma l’attenzione generale un po’ di tutte le formazioni, più che sulle percentuali, sembra appuntarsi sulla “legittimità e trasparenza del voto”, anche se la situazione pare alquanto diversa da quella che, dopo la consultazione del 2011, diede luogo alle proteste dell’opposizione liberale di piazza Bolotnaja.

In apertura della campagna elettorale, il segretario del PC Gennadij Zjuganov ha dichiarato che “il valore di queste elezioni è estremamente alto. Se la crescita del PIL, nel 2011, era del +3,4%, oggi è scesa al -3,7%, con 2/3 del paese che ha stipendi di 15mila rubli o anche meno e una pressione esterna sulla Russia, mediatica, militare ed economica, da parte dell’occidente, mai vista prima”. Zjuganov, mentre condivide l’appello di Putin perché le elezioni si tengano in modo tale che i cittadini abbiano fiducia” nel risultato, ricorda come alle amministrative parziali del settembre scorso i media abbiano condotto una campagna denigratoria contro i comunisti: “Addirittura all’epoca di Eltsin, la stampa anticomunista veniva tirata in Finlandia in milioni di copie, ma non a Mosca, mentre oggi la stampa calunniatrice viene diffusa ogni dove. I comunisti sono pronti a collaborare pienamente col partito di governo e con la Commissione elettorale centrale” ha detto Zjuganov, ma “già nel corso delle primarie “Russia Unita” ha occupato i media 25 volte più del nostro partito. E’ assolutamente inaccettabile”. I comunisti denunciano la pubblicazione di numerosi giornali che, sotto false testate fiancheggiatrici del PC, ne alterano le proposte elettorali; si intimoriscono gli attivisti con metodi semisquadristici, come avvenuto pochi giorni fa a Krasnodar dove, a quanto pare, si fa sentire il vicino “spirito di majdan”. “Nel contesto di aspra contrapposizione internazionale” dichiarano i comunisti, “i nemici esterni possono approfittare dell’attività disgregatrice dell’oligarchia compradora interna. Tale situazione impone alla leadership del paese una specifica responsabilità per il rispetto del voto delle masse. I reati penali e amministrativi durante la campagna elettorale, le falsificazioni dei risultati, costituiscono perciò una minaccia diretta alla sicurezza del paese”. A dir poco curiosa la vicenda del candidato del PC per la regione del Kuban, Sergej Obukhov, che un giorno i media locali incitano a “pentirsi per i crimini di Lenin, la decosacchizzazione, la dekulakizzazione e il golodomor”, su cui, a quanto sembra, si ha la stessa visione dei banderisti ucraini e dei moderni majdanisti, salvo il giorno successivo essere accusato proprio di “nazismo” e di “banderismo”.

I comunisti del Fronte Rosso, in ragione delle difficoltà oggettive, per le piccole formazioni, di ottemperare la normativa – “scritta a uso dei soli partiti parlamentari”, affermano i comunisti del RKRP della vasta regione di Tjumen, che si estende dal Kazakistan al mar Glaciale Artico; una delle regioni energetiche più ricche del mondo, per le riserve di gas e petrolio – relativa alle elezioni per la Duma, hanno deciso di concentrare le forze per le sole elezioni alle assemblee legislative dei soggetti federali e di governo locale, con una lista di estrazione operaia.

In definitiva, se “Russia Unita” non pare doversi particolarmente preoccupare per i risultati del voto, sono le altre formazioni che paventano, forse non senza fondamento, che il colosso presidenziale voglia stravincere. Del resto, con gli “eroi” miliardari del liberalismo filoeuropeo che non rappresentano se non capi di spillo nel panorama politico russo, il grosso dell’oligarchia industriale e finanziaria è fermamente attestato, per ora, con il partito leader dello schieramento parlamentare.

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18/12/2015

Russia: Putin tra privatizzazioni e politica liberale del governo

Per l'11° conferenza stampa di fine anno di Vladimir Putin, i riflettori dei media occidentali si sono puntati, ovviamente, sui temi internazionali della politica russa. Oltre alla crisi con la Turchia, che ha tenuto banco, Putin ha anche accennato, quasi di passaggio, al Donbass: nella zona del conflitto in Ucraina, ha detto, ci sono cittadini russi, ma non si tratta di militari in servizio e la Russia, da parte sua, è pronta a far pressioni sulle milizie in funzione degli accordi di Minsk, ma conta anche su una posizione costruttiva di Kiev.
Argomenti questi non indifferenti nemmeno al cittadino russo medio; cui però stanno più a cuore temi più direttamente legati alla propria condizione.

Dunque, di cosa ha parlato Vladimir Vladimirovič? Secondo la sintesi delle agenzie russe, il presidente ha detto che l'economia russa ha superato il picco di crisi e ci sono segnali di stabilizzazione; anzi, a settembre e ottobre si è registrata una crescita, per quanto piccola, rispettivamente dello 0,2 e 0,1%. Il governo conta su una crescita dello 0,7% nel 2016, del 1,9% nel 2017 e del 2,4% nel 2018: il tutto, partendo da una previsione del prezzo del petrolio di 50 $ al barile.

Putin ha anche parlato di una “stabilizzazione” del mercato del lavoro: “il livello di disoccupazione oscilla attorno al 5,6%. Se ricordiamo la situazione del 2008”, ha detto, “nel complesso è un risultato positivo, un lavoro positivo del governo”. Si è anche sensibilmente ridotta la fuga di capitali: “Anzi, nel terzo trimestre di quest'anno si è osservato un rientro”: anche qui, Putin si è detto soddisfatto del lavoro del governo.

Riguardo i piani di innalzamento dell'età pensionistica, secondo il presidente prima o poi vi si dovrà metter mano, anche se non è ancora il momento e Putin “si augura” che nel 2016 le pensioni potranno essere indicizzate al livello reale di inflazione.

Al nocciolo delle questioni, “parte delle azioni delle imprese di stato – ad esempio “Rosneft” – potranno essere privatizzate, anche se il pacchetto di controllo rimarrà comunque nelle mani dello stato”.

Nei giudizi degli esperti di politica economica del PC russo, la principale forza di opposizione, la conferenza stampa voleva avere, in generale, un effetto rassicurante di fronte all'acutizzarsi della situazione internazionale, alla caduta del prezzo del petrolio e alla crisi economica; nel complesso, è stata abbastanza generica, quasi "sfocata"; il presidente ha promesso di "tenere sotto controllo, di vedere, di capire", ma senza specificare nulla.

In sostanza, stante la polemica dei comunisti russi contro la politica liberista del governo, spicca che Putin non ha intenzione di cambiarne compagine: "non è necessaria alcuna altalena ministeriale", ha detto e ha valutato il lavoro dei Ministri finanziari, quelli giudicati “liberali” dai comunisti, come "responsabile" e "soddisfacente".

Secondo il Presidente tutto va ogni giorno sempre meglio: crescita della popolazione, aumento della produzione, flussi di capitali; quasi lo staliniano "La vita è diventata migliore, la vita è diventata più felice".

L'Urss è diventata per Putin, dicono i comunisti, quasi ufficialmente un modello da seguire; ma al tempo stesso egli conferma che il processo di privatizzazione delle proprietà statali va avanti e crede ancora nella “maggiore efficienza” del proprietario privato. Inoltre, Putin lascia completamente in balia dei liberali del governo la questione delle privatizzazioni: ha apertamente dichiarato che "in queste questioni sto cercando di non interferire".

In generale, vista da sinistra, la parte economica e sociale della conferenza stampa è stata la più debole. Ci si è scordati che il rallentamento della crescita e la caduta economica si erano già manifestati durante il picco del prezzo del petrolio e, in sostanza, affermano i comunisti, la dipendenza dal petrolio per una potenza come la Russia è semplicemente umiliante: “per la geopolitica siamo quasi il secondo centro di forza globale, mentre nell'economia mondiale, siamo una cimice...”.

Di fatto, si sono evitati i grandi temi sociali, come l'aumento del numero di poveri fino a 23 milioni di persone, la caduta dell'11% dei redditi reali, la mancata indicizzazione delle pensioni. Riguardo poi l'esportazione di denaro: più di 21 miliardi di $, solo nell'agosto scorso, sono andati a sostenere l'economia degli Stati Uniti; ma, domandano i comunisti, gli Stati Uniti sono così poveri che noi siamo obbligati a finanziarli per mantenere la stabilità globale, come sostiene il vice primo ministro Arkadij Dvorkovič? Si taglia tutto ciò che è possibile tagliare nel bilancio, e però spendiamo il 4% per il servizio sul debito: più che per cultura, servizi municipali, media, ecologia e sport messi insieme. “Per ogni persona normale è una sciocchezza, ma per "la setta dei testimoni di Gajdar" (l'ideologo delle “riforme” eltsiniane a inizio anni '90), che occupano il governo e la banca centrale, in questo schema, non c'è contraddizione”.

Se poi tutto va bene, come mai il paese è impoverito? Secondo le statistiche ufficiali, il numero dei poveri in Russia è aumentato quest'anno del 15,7%: cittadini ridotti letteralmente sull'orlo della sopravvivenza. Questo perché il salario minimo è quasi due volte meno del minimo di sussistenza; si è legalmente autorizzati a pagare le persone meno di quanto necessario alla sopravvivenza fisiologica. Secondo la Costituzione, la Russia è uno Stato sociale; un disegno di legge per aumentare il salario minimo almeno al livello minimo di sussistenza è stato presentato alla Duma. “Russia Unita”, che detiene la maggioranza parlamentare, è disposta a votarlo? Oppure la Costituzione continuerà a rappresentare solo una foglia di fico?

Nella lotta alla corruzione, si evitano le linee di principio e sistemiche e ci si impantana nelle questioni individuali. Serdjukov (l'ex Ministro della difesa dimissionato nel 2012 per scandali corruttivi) è stato nominato nel Consiglio di Amministrazione di "Elicoteri di Russia"; Vasileva (funzionaria del Ministero della difesa), arrestata per aver intascato alcuni milioni di rubli, rilasciata e risarcita in tutti gli averi. I prezzi aumentano in misura crescente, ma stipendi, pensioni e sussidi non tengono il passo. Mentre si impongono imposte e tasse di ogni tipo – sulla ristrutturazione degli appartamenti, sui valori catastali – si attua una confisca dissimulata della parte contributiva delle pensioni, si rifiuta l'indicizzazione della pensione ai lavoratori anziani e dello stipendio di insegnanti e medici, etc.  Che fine hanno fatto i decreti presidenziali? Putin nel suo messaggio all'Assemblea federale si era lamentato del sabotaggio di fatto dei suoi decreti, ma ora elogia l'attività del governo.

La sintesi del fatto che non ci saranno cambiamenti nella composizione del gabinetto e che si continuerà nella politica antisociale, è stata formulata dall'analista Olga Alimova: “Spero che le risposte del presidente siano sufficienti per le persone ingenue che credono ancora nell'antico adagio secondo cui “i boiari sono cattivi, ma lo zar è buono, solo che non conosce la verità". No: i boiari sono cattivi e lo zar, sapendo la verità, li sostiene.

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02/12/2015

Se la Russia omaggia Boris Eltsin

Lo scorso 25 novembre è stato ufficialmente inaugurato a Ekaterinburg (dal 1924 al 1991 Sverdlovsk) il “Centro Eltsin”, una sorta di museo interamente dedicato al primo presidente della Russia postsovietica, originario proprio della regione transuralica di Sverdlovsk. Le cronache parlano di una spesa, per la realizzazione del complesso, di circa dieci miliardi di rubli, finanziati anche da sponsor privati, tra cui non mancano le imprese della regione degli Urali. Quelle un tempo statali che, proprio grazie a Eltsin, sono diventate il vaso di pandora per sterminati arricchimenti privati.

Il segretario del PC della Federazione russa, Gennadij Zjuganov, commentando l'inaugurazione del Centro, ha dichiarato che “il popolo russo lega al nome di Eltsin il periodo più nero della propria storia”, i cosiddetti “malvagi anni '90” e si è detto quantomeno meravigliato della presenza, all'apertura del complesso, del presidente Putin, il quale pure, in più di un'occasione, ha definito “una catastrofe geopolitica” la fine dell'Unione Sovietica, tra i cui artefici principali si annovera Boris Eltsin.

Zjuganov ha ricordato come nel 1999 la Duma avesse iniziato la procedura di impeachment nei confronti di Eltsin, accusato di almeno cinque gravi reati.

Primo: alto tradimento, per il cosiddetto “complotto Belovežskij”, del dicembre 1991, nel corso del quale lui e i presidenti ucraino e bielorusso, Leonid Kravčuk e Stanislav Šuškevič, si accordarono a tavolino per la dissoluzione dell'Urss, a dispetto del referendum che il marzo precedente aveva visto il 78% dei cittadini sovietici votare a favore della conservazione dell'Urss.

Secondo: colpo di stato anticostituzionale del settembre-ottobre 1993, con le cannonate contro l'organo legislativo russo, il Soviet supremo, i cui poteri passarono nelle mani del presidente.

Terzo: scatenamento della guerra in Cecenia, dopo aver giocato con il separatismo – era stato proprio Eltsin a incitare tutti i soggetti federali a “prendersi più autonomia che potete”; una guerra che causò alcune decine di migliaia di morti, sia militari che civili.

Quarto: disfacimento del potenziale difensivo e del sistema di sicurezza nazionali, con il quasi completo annullamento del complesso industriale di difesa russo, nell'interesse di USA e Nato, le cui basi da allora si sono fatte sempre più vicinie alle frontiere russe.

Quinto: genocidio, per aver scientemente creato le condizioni – “terapia shock”, “riforme di mercato”, privatizzazioni – che hanno ridotto l'attesa di vita, la natalità e l'aumento della mortalità tra i cittadini russi.

Pur senza parlare di abbattimento del sistema socialista da parte delle forze, interne ed esterne, interessate al disfacimento dell'Urss e puntando il dito principalmente sulla dissoluzione della “potenza nazionale”, Zjuganov ha detto “Provate a confrontare i risultati di Eltsin con le cifre del primo piano quinquennale staliniano. Nel gennaio 1933 Stalin riferiva al plenum del Comitato Centrale: “Non avevamo metallurgia, base dell'industrializzazione del paese. Ora ce l'abbiamo. Non avevamo fabbriche di trattori. Ora le abbiamo. Niente industria automobilistica. Ora l'abbiamo. Non industria metalmeccanica; ora c'è. Non c'era industria chimica. Ora c'è”. E così via per la costruzione di macchine agricole, per l'industria aeronautica, per quella tessile, l'energia elettrica (nel cui campo la Russia prerivoluzionaria occupava l'ultimo posto tra i paesi sviluppati): “E non solo abbiamo creato queste nuove grandi industrie” concludeva Stalin, “ma le abbiamo create su una scala e di dimensioni tali, che di fronte ad esse sbiadiscono la portata e le dimensioni dell'industria europea".

Quanto realizzato negli anni dell'industrializzazione, ha detto Zjuganov, fu “alla base della vittoria del popolo sovietico nel 1945. Cosa si può trovare nel periodo eltsiniano, che ricordi pur lontanamente quei successi? Assolutamente nulla”. Citando l'inglese “Guardian”, Zjuganov ha detto: “Un presidente che ha saccheggiato un'intera generazione, arricchendo in misura inimmaginabile la propria cerchia. Un uomo che aveva iniziato la propria carriera populista con la campagna contro la modesta corruzione dei funzionari di partito, divenne capo di un paese nell'epoca della corruzione e del banditismo su larga scala. Dal punto di vista dell'Occidente, Eltsin è stato il miglior presidente della Russia”. I nostri cittadini, ha detto il segretario del PC, sopportano un'infinità di mali e di sofferenze: praticamente tutti i problemi più acuti sorgono ancora oggi da quei “malvagi anni '90”. Quel tempo vergognoso bussa di nuovo alla nostra porta con il Bilancio 2016, un bilancio di degradazione e di rischi, che porta alla Russia la politica socioeconomica del governo Medvedev, sagomata secondo le forme di Eltsin e Gajdar”.

Non a caso, pochi giorni fa, Komsomolskaja Pravda, scriveva di come, nonostante la crescita dei salari nominali in alcune branche, il salario reale dei lavoratori non vedesse tale ritmo di caduta dal 1999, con un meno 10,9% nell'ottobre scorso rispetto allo stesso mese del 2014. Ciò si evidenzia anche nella previsione del Bilancio 2016 di indicizzare i salari considerando un'inflazione del 4%, mentre, a detta dell'analista Vladimir Orešnikov, l'inflazione attesa si aggirerà intorno al 12%. Inoltre, è previsto che nel 2016 non vengano indicizzate affatto le pensioni di coloro che, continuando a lavorare, nel 2015 sono stati occupati per più di 6 mesi. Se l'indice ufficiale di disoccupazione è al 5,5%, quello reale (considerati tutti coloro che non sono iscritti alla “borsa lavoro”) può essere stimato a circa il 20%. Sul fronte sanitario (istruzione e sanità sono i settori maggiormente colpiti da quelle che i comunisti chiamano le “riforme liberali”), Vjačeslav Tetëkin, del PC, scrive che, per tagliare le spese di bilancio, si tenta di ridurre al minimo anche le garanzie sociali nell'ambito del sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria. Infatti, il Ministero delle finanze propone di mantenere l'assistenza medica gratuita solo per le categorie deboli e solo per alcune malattie. Per chi lavora i servizi medici saranno forniti solo in misura limitata: la chiamata dell'autoambulanza sarà gratuita solo per 4 volte l'anno e il medico dovrà essere pagato se ci si rivolge a lui più di 8 volte l'anno. Non saranno gratuite le visite del medico nei giorni festivi e si dovrà pagare il ricovero in ospedale oltre la seconda volta.

Il risparmio previsto è di 50 miliardi di rubli. Ma, come detto, l'apertura del “Centro Eltsin” ne già ha sottratti 10.

Niente di nuovo sul fronte del capitale; anche nell'era Putin-Medvedev.

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08/11/2015

Mosca: in piazza comunisti e militari


Mentre scriviamo sulla Piazza Rossa è in corso, in occasione del giorno della ‘Gloria Militare’ (quindi non più dell’anniversario della “rivoluzione d’ottobre”), a sua volta dedicata alla leggendaria parata del 1941, la marcia cerimoniale che vede la presenza di ben 45 unità. A marciare sono soldati russi di diverse unità dipendenti dal Ministero della Difesa e alcuni reggimenti di cavalleria del Cremlino, vestiti con le uniformi che nel 1941 indossavano i soldati dell’Armata Rossa che sfilarono in occasione dell’anniversario della Rivoluzione bolscevica quando le truppe germaniche che avevano invaso l’Urss erano arrivate a pochi chilometri dalla sua capitale. Quel 7 novembre del 1941 molti dei soldati che sfilarono vennero immediatamente inviati al fronte.

Oggi sfileranno anche gli allievi dell’Accademia Militare “Suvorov” e dell’Istituto Militari di Musica della capitale russa, nonché i cadetti delle altre scuole militari di Mosca. E’ anche previsto che più di duemila bambini accolgano le truppe sulla Piazza Rossa gridando lo slogan “Pobeda”, cioè “Vittoria”, in ricordo della sconfitta del nazifascismo nel 1941. Al termine della cerimonia sfileranno anche 55 mezzi militari utilizzati durante la ‘Grande Guerra Patriottica’, come i russi definiscono la guerra contro l’invasione nazifascista costata all’Urss decine di milioni di morti.

Oggi a Mosca sono scesi in piazza anche i comunisti del partito guidato da Gennadij Zjuganov; circa 40 mila persone hanno marciato e poi ascoltato il comizio del leader della formazione di opposizione che si è scagliato contro la corruzione del governo e la subalternità di alcuni ministri liberali agli interessi di potenze straniere e di multinazionali che non hanno certo a cuore il benessere della popolazione russa. Zjuganov, che ha incontrato ieri il presidente bielorusso Lukashenko, ha elogiato quella che ha definito l’unica repubblica postsovietica da prendere a modello.





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23/10/2015

Putin al massimo storico dei consensi. Grazie alla politica estera

Nuovo record di consensi in ottobre per Vladimir Putin. Secondo l'ufficiale VTsIOM la percentuale di russi che si dichiarano soddisfatti del suo operato ha raggiunto quasi il 90%: per l'esattezza, l'89,9%, contro l'89,1% del giugno scorso. Secondo la rilevazione, una spinta significativa alla crescita di consensi è venuta dall'intervento in Siria – tema su cui Putin si è soffermato anche ieri, nel proprio intervento al “Forum Valdaj”, conclusosi a Soči, a due passi dalla Crimea – e gli esperti del VTsIOM rilevano come l'appoggio al presidente si mantenga stabilmente al di sopra del 80% da un anno e mezzo a questa parte, a partire cioè dalla riunione della Crimea e di Sebastopoli alla Russia. Fino al marzo 2014 infatti i consensi erano di circa il 76% (58,8% a inizio 2012) e già in aprile, cioè dopo la Crimea, erano saliti al 82,2% e a maggio al 86,2%. Sembra dunque di poter dire che sia la politica estera, quella che porta maggiore popolarità a Putin: i cittadini russi sentono cioè che il loro paese ha riacquistato un ruolo di primo piano sulla scena mondiale e tratta oggi con le maggiori potenze da un livello che non è più quel basso scalino di quindici anni fa.

In politica interna, intanto, le statistiche rilevano una diminuzione del 4,3% dei redditi reali a settembre, rispetto allo stesso periodo del 2014. Secondo Interfax, che riprende una nota del Rosstat, il Comitato federale di statistica, anche in agosto la diminuzione era stata del 5,3%, del 2% a luglio, 6,3% a maggio, partendo da uno 0,7% di gennaio: tutti i dati fanno riferimento al corrispondente mese di un anno fa e la media per i primi nove mesi del 2015 è dunque di una diminuzione del 3,3% rispetto al 2014. Già allora i redditi reali erano scesi dello 0,7% rispetto a un anno prima, quando, al contrario, avevano registrato un aumento del 4% sul 2013; questo, nonostante i redditi nominali fossero cresciuti, a settembre, del 8,2%, attestandosi su una media procapite di 29.300 rubli mensili. Così, anche per i salari nominali medi mensili, cresciuti del 4,5% sul 2014, mentre quelli reali hanno subito una perdita del 9%. Ed è ancora il VTsIOM che registra i timori della popolazione riguardo a possibilità di riduzione dei salari o addirittura di perdita del posto di lavoro. Se le preoccupazioni si sono fatte più acute dopo la pausa estiva, è pur vero però che registrano punte più basse rispetto a inizio anno. Il mese scorso temeva una riduzione degli stipendio o ritardi nel loro pagamento, rispettivamente il 36% e il 31% degli intervistati, contro il 40% e 37% di gennaio.

Tali timori si registrano sullo sfondo delle discussioni sempre più frequenti, in Russia, su un tema a noi molto vicino: l'innalzamento dell'età pensionabile. Il più energico paladino della “riforma”, già da diversi mesi, è il Ministro dello sviluppo economico Aleksej Uljukaev, che giudica inevitabile e da attuare quanto prima l'elevamento a 63 anni per uomini e donne. Il Ministro delle finanze Anton Siluanov chiede invece l'innalzamento a 65 anni. Come da copione, ambedue legano i propri progetti, da approvare preferibilmente prima del 2018, alle necessità del bilancio e a quelle, della finanza, di poter pianificare i relativi investimenti.

Intanto, i due consigliano di cominciare a “preparare moralmente” i cittadini, “in particolare quelli di età vicina alla pensione”. Così che il premier Dmitrij Medvedev ha sentito il bisogno di sostenere “moralmente” la stragrande maggioranza dei russi, assicurando che l'aumento dell’età pensionabile non riguarda (per ora) la maggior parte dei cittadini, ma solo i funzionari statali, per i quali è già stato approvato un progetto di legge che prevede l'innalzamento graduale, per gli impiegati civili dello stato, da 15 a 20 anni dello stage minimo di servizio e, corrispondentemente, l'età pensionabile a 65 anni.

E come nelle più sperimentate sequenze di casa nostra, il sonetto sulle pensioni è accompagnato dal ritmo dell'elevamento dell'età media dei russi: anche se, per la verità, il dato si riferisce alla sola Mosca, in cui la vita media, dal 2010 a oggi, pare  cresciuta da 74 a 77 anni. Ne ha dato notizia il sindaco della capitale, Sergej Sobianin, attribuendo il merito del dato, senz'altro positivo, in gran parte alle strutture sanitarie cittadine e ai più larghi finanziamenti loro destinati da parte della municipalità.

Ma il Partito Comunista di Gennadij Zjuganov tiene a ricordare come le spese messe in bilancio per il 2013-2015 a favore della sanità siano ridotte dal 4,4% al 2,7%, insieme a quelle per l'istruzione che passano dal 4,8% al 4,1%. Ed è sempre il PC a insistere sulle dichiarazioni governative, mai attuate, di puntare a una diversificazione dell'economia, per renderla meno dipendente dall'export di risorse naturali, considerando che circa il 70% delle entrate di bilancio viene da gas e petrolio. E sono ancora loro, i comunisti, che tornano alla carica sui 90 miliardi di $ che la Russia, invece di investire nella propria economia, continua a tenere fermi nelle casse degli Stati Uniti; il PC mette l'accento, in particolare, sui pericoli della perdita di una somma non certo misera investita in titoli del Tesoro statunitense, pericoli che potrebbero aggravarsi per un inasprimento dei rapporti tra Mosca e Washington.

A parere del portavoce del gruppo "Kalita-Finance", Aleksej Vjazovskij, in caso di inasprimento delle sanzioni occidentali, “si potrebbe ripetere lo scenario iraniano, allorché gli Stati Uniti congelarono tutte le attività della Banca Centrale iraniana e, anche in Europa, gli investimenti rimasero congelati per decenni. Per quanto ne so, lo stesso governo russo è consapevole di un simile rischio, del tutto reale”. Secondo i comunisti russi, il “blocco liberale” dei Ministri economici si attiene alla “consolidata ideologia” che non prevede lo sviluppo industriale del paese. Per investire nell'industria nazionale, continua Vjazovskij, “si dovrebbero emettere più rubli e condurre una politica creditizia autonoma. Il Ministero delle Finanze dovrebbe creare punti di crescita del capitale sovrano. Ad esempio, obbligazioni sulle infrastrutture, in cui si potrebbe investire. Ma non si fa nulla di tutto ciò”.

E così i comunisti chiamano a sfiduciare la politica interna del Governo, mentre non mancano di apprezzare quella estera del Presidente, quasi a echeggiare il virgiliano “tutti sanno qual è il bene del popolo, ma sottovoce lo dicono”.

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15/09/2015

Elezioni amministrative russe: i risultati non riservano sorprese

“Il suffragio universale è dunque la misura della maturità della classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato odierno”, scriveva Friedrich Engels a conclusione della sua opera sullo Stato.

Se è così, allora bisogna dire che è quantomeno presto per valutare non tanto l'esito (scontato in partenza) delle elezioni locali svoltesi domenica in Russia, quanto la fiducia nella possibilità di cambiamento rispetto a un potere che sembra aver mutato soggetti e forme, ma poco, nella sostanza, rispetto alle scelte sfrontate dell'epoca eltsiniana a beneficio dei gruppi oligarchici finanziario-industriali, russi e stranieri.

Dunque, nella “Giornata unica elettorale” del 13 settembre, si è votato in 84 degli 85 “soggetti federali” (a eccezione della Repubblica di Kabardino-Balkarija) per il rinnovo di oltre 1.300 tra governatori regionali e presidenti municipali e più di 90mila deputati a vari livelli amministrativi. Un complesso di quasi 11mila diverse votazioni e, in alcune zone, più di 70 referendum locali, con oltre 50 partiti partecipanti. Dovevano andare al voto quasi 52 milioni di elettori, sui poco meno di 112 milioni di aventi diritto al voto in tutta la Russia. A ragione, quasi tutti gli osservatori avevano definito la giornata di ieri come “la prova generale” del voto per il rinnovo della Duma di stato che si terrà tra un anno esatto; anche perché, nel 2016, 225 deputati verranno presentati nelle liste di partito, ma altrettanti nei collegi uninominali e, dunque, una posizione conquistata ora rappresenta un trampolino per il settembre 2016.

Venendo al sodo, ancora nel pomeriggio di lunedì era impossibile trovare sui vari siti web russi, la percentuale globale di quante persone si siano effettivamente recate alle urne. Alla difficoltà oggettiva di una registrazione complessiva, pare verosimile si sia aggiunta la titubanza sull'opportunità di dare risonanza a una affluenza davvero scarsa. Qua e là si legge la percentuale in questa o quella regione (ad esempio: 27% per il Consiglio municipale di Uljanovsk); si riporta che, alle 17 di domenica, il maggior afflusso si era registrato per il rinnovo del consiglio regionale di Kemerovo (83%) e i più bassi in quella di Smolensk (18,57%) e di Arkhangelsk (13,92%; 18% un'ora più tardi). Bassa anche l'affluenza per l'elezione dei consigli regionali di Kostroma (24,27%) e Kaluga (24,23%). Per il posto di governatore regionale, alle 18 di domenica aveva votato il 37% degli elettori della regione di Voronež.

Comunque, pur con queste percentuali di affluenza, quasi tutti i nuovi governatori sono passati al primo turno; solo nella regione di Irkutsk si andrà al ballottaggio il 27 settembre tra il candidato di Russia Unita (il partito di governo), che non ha superato il 50% e quello del PCFR di Gennadij Zjuganov, che già nel 2001, dicono i comunisti, stava vincendo quando, durante il conteggio delle schede, fu tolta la corrente e al riaccendersi dei monitor, era indietro di molti punti! Nella stragrande maggioranza, le urne hanno confermato nella carica i cosiddetti “facente funzione” di governatore (o perché dimessisi nei mesi scorsi, per potersi candidare, ma lasciati in carica da Putin fino al voto; o perché nominati dal Presidente in sostituzione di altri “licenziati”): tutti di Russia Unita. E la bassa affluenza non ha impedito ai governatori di uscire eletti o confermati con percentuali anche del 96% (Tatarstan e Kemerovo) o, al peggio, dell'80% (regioni di Penza, Tambov, Leningrad, Rostov). Vero è che, in altre regioni, ci si è “accontentati” anche del 73%, come ad esempio Anatolij Artamanov, in carica a Kaluga dal 2000 (affluenza del 35%), dove il candidato del PCFR ha preso appena l'11,75% e quello del LDPR l'8,63%. Percentuali simili nelle aree di Kamčatka, Sakhalin, Amur, ecc.

A livello di Consigli municipali, qua e là il PCFR sopravanza Russia Unita; in altri raccoglie meno dei nazionalisti del LDPR di Vladimir Žirinovskij.

Andando ai numeri, le previsioni di voto non sono state in alcun modo contraddette: al primo posto si è piazzata Russia Unita, con percentuali (a seconda delle aree) dal 50 al 60%, distanziando di molto il secondo (PCFR) e il terzo (LDPR) partito, che si alternano, a seconda delle zone, con percentuali tra l'11 e il 13%. Seguono poi i socialdemocratici di Russia Giusta (circa 8%), i Patrioti di Russia, staccatisi nel 2005 dal PCFR. Nel voto per i consigli municipali in diverse aree della Siberia e della Russia meridionale, hanno ottenuto seggi, con risultati in qualche caso molto lusinghieri, i rappresentanti di varie formazioni comuniste non presenti alla Duma; tra le pochissime registrate e ammesse al voto, il “Fronte del lavoro”, coalizione elettorale del Partito comunista operaio russo, o i Comunisti di Russia. Molte altre formazioni – per citarne solo alcune: il Partito comunista panrusso dei bolscevichi, il Partito russo dei comunisti, il Partito unificato dei comunisti – come la stragrande maggioranza delle organizzazioni comuniste, non sono finora riuscite a ottenere la registrazione al Ministero della giustizia e avere così accesso alle elezioni.

Da più parti, nel corso della tavola rotonda organizzata ieri dalla Tass, si è puntato il dito contro il meccanismo di filtraggio locale e municipale dei candidati, a favore pressoché esclusivo dei partiti presenti in Parlamento. Il leader dei Comunisti di Russia, Maksim Surajkin, ha dichiarato alla Tass che “la procedura restrittiva e alquanto non democratica di raccolta delle firme premia i partiti parlamentari e ha impedito ai Comunisti di Russia di registrare una parte significativa dei candidati. Si è manifestato chiaramente un complotto tra i partiti parlamentari e le amministrazioni regionali. In molte regioni, si sono semplicemente trovati nuovi metodi, nascosti alle forze dell'ordine, per correggere sostanzialmente i risultati”.

Il leader del PCFR ha attribuito la scarsa affluenza anche alla scelta di chiamare alle urne troppo presto dopo le ferie estive, senza concedere ai partiti un adeguato periodo di campagna elettorale. Intervistato dal canale tv Vesti 24 alla chiusura delle urne, Zjuganov ha attribuito tale scelta alla carenza, nel partito di governo, di programmi politici ed economici tali da poter attrarre la stragrande maggioranza degli strati sociali più disagiati, così che Russia Unita, ha detto, ha rifiutato la partecipazione a qualsiasi confronto pre-elettorale.

Se scontata era la vittoria di Russia Unita e altrettanto certo il secondo posto del PCFR, ha invece sorpreso per proporzioni la prevista disfatta di tutte quelle forze “post eltsiniane” che, da sempre, sono chiamate a far valere i cosiddetti “valori occidentali”. I vari soggetti – Navalnyj, Javlinskij, Kasparov, con le formazioni Parnas o Jabloko – che l'occidente considera uniche forze di opposizione, si confermano effettivamente “uniche”, prive cioè di alcun seguito: in molti casi non hanno raggiunto nemmeno la metà della soglia del 5%.

In diverse circoscrizioni, sia il PCFR, sia il LDPR, si apprestano a fare ricorso, per il riconteggio delle schede, contro tentativi di broglio o di scorrettezze ai seggi. Il PCFR, mentre propone la creazione di una commissione interparlamentare per verificare alcuni risultati regionali, lamenta oltre duemila violazioni durante il voto e, alla vigilia, numerosi casi di intimidazione (anche due casi, di omicidio e di suicidio indotto, contro propri candidati), esclusione di candidati, divieto di accesso ai protocolli elettorali, ecc. E' stato denunciato il caso di tre candidati con identico nome e cognome (due di essi li avevano cambiati la settimana prima) nello stesso mandato uninominale; oppure la registrazione all'ultimo tuffo del Partito cosacco (PCFR), con uguale sigla dei comunisti.

Ma, se alcuni politologi e analisti dichiarano che, in generale, una decina di partiti (degli oltre 50 ammessi al voto) possano dirsi vincitori, il PCFR ritiene che “non ci siano vincitori, perché non esiste una ricetta per far uscire il paese dalla profondissima crisi economico-finanziaria. Per la prima volta dal 1998 è caduto del 9% in sette mesi il reddito procapite; metà della popolazione vive con 15mila rubli”, a fronte di funzionari pubblici e privati le cui entrate sono di centinaia di migliaia di rubli e di “prezzi dei prodotti alimentari cresciuti del 30% e più. In questa situazione, “il PCFR aveva proposto di utilizzare i quasi 10 trilioni di rubli fermi in banche estere, per lo sviluppo industriale e agricolo, per sostenere i settori sanitario e scolastico”; ma non c'è stata risposta da parte del governo.

E' così che la maggior parte delle organizzazioni comuniste, che giudicano quella del PCFR una “opposizione di ruolo”, sembrano essersi disinteressate ai risultati dello scontato voto di domenica. Il Fronte Rosso (Fronte operaio unificato russo), ad esempio, non parlava ieri di elezioni, ma riportava alla pagina d'apertura del proprio sito web le previsioni del Ministero del lavoro, secondo cui, a fine anno, i redditi della popolazione si saranno ridotti del 4-5% e potranno raggiungere il livello del 2014 solo fra tre anni. Tuttavia, scrive Fronte Rosso “il governo non intraprende nulla per riequilibrare la situazione: non indicizza le pensioni, gli stipendi degli studenti, i salari, i sussidi di maternità. Aiuta però le banche: a inizio anno, 1 trilione di rubli è andato alle 27 banche più forti, mentre un trilione e mezzo è destinato a Rosneft”.

"Finché la classe oppressa, dunque nel nostro caso il proletariato, non sarà matura per la propria emancipazione, sino allora, nella sua maggioranza, essa riconoscerà l'ordinamento sociale esistente come il solo possibile e, dal punto di vista politico, sarà la coda della classe capitalistica, la sua estrema ala sinistra” scriveva ancora Engels. Al massimo, può esprimere il proprio rifiuto di quella politica che mantiene l'ordine esistente, rinunciando al voto.

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