Doveva succedere prima o poi, ed è successo nel luogo forse più “appropriato” per un evento del genere. Al punto che la “controffensiva” Ucraina-Nato – fin qui impantanata senza alcun “successo” da poter rivendicare – potrebbe trovare il suo miglior alleato in quello che si vantava d’essere il “conquistatore di Bakhmut”.
Nella notte il capo del gruppo mercenario Wagner, Yevgeny Prigozhin, aveva annunciato che il suo esercito privato ha varcato il confine russo ed è entrato nella regione di Rostov, nel sud del Paese. “Abbiamo attraversato il confine di stato in tutti i luoghi. Le guardie di frontiera sono uscite e hanno abbracciato i nostri combattenti. Ora stiamo entrando a Rostov”.
Il “colpo” del mercenario-capo arriva dopo mesi di critiche ai vetrici militari russi (da Shoigu a Gherasimov) e richieste continua di maggiori rifornimenti o copertura aerea.
Ha dichiarato anche di aver abbattuto un elicottero dell’esercito russo regolare perché avrebbero bombardato i suoiu accampamenti.
Ha poi incitato tutti i russi ad unirsi a lui e a “marciare su Mosca” (anche questa non suona nuovissima, a noi italici). Ma ha anche incontrato i vertici militari presenti nella città di Rostov, primo centro russo importante al di là del confine formale con l’Ucraina (la regione del Donetsk si era autonomizzata fin dal 2014).
Vladimir Putin non sembra averla presa bene. In un discorso al paese Il presidente russo ha lanciato un appello invitando a evitare conflitti interni ha definito gli uomini della Wagner «eroi che hanno liberato il Donbass» ma ha anche definito «traditori» coloro che prendono le armi contro l’esercito. E ha dichiarato: «Siamo stati colpiti alle spalle, la reazione sarà dura».
“Le persone che adesso combattono sul fronte hanno ricevuto questa pugnalata alle spalle”, ha detto il presidente russo Vladimir Putin in un discorso alla nazione. “Le azioni che hanno diviso la nostra unità sono, infatti, il rinnegamento del nostro popolo, dei nostri compagni d’armi che ora stanno combattendo al fronte, questa è una pugnalata alle spalle per il nostro Paese e il nostro popolo”.
L’esercito russo, pochi minuti prima, aveva annunciato che «garantirà l’incolumità» dei combattenti Wagner se si dissociano dal loro capo, Evgeny Prigozhin. «Siete stati indotti con l’inganno a partecipare all’impresa criminale di Prigozhin e trascinati ad un ammutinamento armato. Vi esortiamo a ragionare e contattare i rappresentanti del ministero della Difesa russo o le forze dell’ordine il prima possibile. Garantiamo la sicurezza di tutti», ha affermato il ministero in una nota rivolgendosi ai combattenti della Wagner e sostenendo che «molti dei vostri commilitoni si sono già resi conto del loro errore e hanno chiesto di rientrare nelle caserme».
La narrazione putiniana comincia ad essere abbastanza confusa, anche se sempre declinata secondo il cliché “grande russo”, ultra-nazionalista.
«Questo colpo è stato dato al popolo russo anche nel 1917 quando combatteva la Prima guerra mondiale, quando la vittoria gli è stata praticamente rubata. La guerra civile, i russi uccidevano altri russi, i fratelli uccidevano altri fratelli. I vari avventurieri politici hanno tratto vantaggio da questa situazione. Noi non permetteremo la ripetizione di una situazione del genere».
Difficile trovare qualche somiglianza tra i mercenari di Prigozhin e i bolscevichi, ma se ce la trovi significa che non hai per nulla le idee chiare...
La situazione sul campo resta confusa, anche perché è evidente che l’sercito ucraino e la Nato cercheranno immediatamente di sfruttare il “colpo di fortuna” per raggiungere qualche risultato militare, fin qui assente nonostante il ponderoso rifornimento di mezzi e consulenti Nato.
Evidente anche che sia Putin che Prigozhin (e soprattutto i suoi uomini) non hanno alcun interesse a far degenerare lo scontro sul piano militare, e quindi che siano in questo momento “friggendo” i telefoni e correndo i “pontieri”.
Vedremo nel corso delle ore se la situazione si complica o comincia a rientrare. E’ evidente però che sono state superate tutte le “linee rosse” che fin qui avevano retto.
Del resto, se “privatizzi” anche la forza militare – fenomeno peraltro comune a tutta l’area “euro-atlantica” e ai suoi alleati storici (come Israele e Australia) – ricrei quel fenomeno alla lunga ingovernabile dei “capitani di ventura”.
Che inevitabilmente vengono tentati di trasformare la propria forza militare in potere politico personale, finendo o per essere promossi “nobili” al pari dei vecchi padroni oppure cancellati dalla faccia della terra.
La Russia, in quanto sistema capitalista sui generis, è proprio il posto adatto per vedere all’opera questa “reviviscenza” di antiche avventure. Anche se nel mondo moderno, tra alte tecnologie e armi nucleari, non sembrano avere il fiato sufficientemente lungo…
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Aggiornamentto delle 11.10
Agli automobilisti che percorrono una delle principali autostrade della Russia meridionale è stato consigliato di evitare il percorso, in seguito alle notizie secondo cui convogli di combattenti Wagner lo starebbero utilizzando.
L’avviso è stato pubblicato su Telegram dalla società Avtodor, che gestisce le autostrade russe. “Guidatori, attenzione. Scegliete i percorsi intorno alla M-4“, si leggeva nel messaggio.
La M-4 corre a nord da Rostov a Voronezh e a Mosca.
Il capo dei Wagner, Yevgeny Prigozhin, ha affermato sabato di aver preso il controllo di strutture militari chiave a Rostov e Voronezh, impegnandosi a spostarsi a Mosca se il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e l’alto generale Valery Gerasimov non lo avessero incontrato.
In precedenza, l’agenzia di stampa ufficiale russa TASS ha riferito che il traffico è stato bloccato sull’autostrada M-4 dopo Rostov-sul-Don in direzione di Aksay.
“Tutte le auto che si muovono da Rostov-sul-Don verso Aksay sono state reindirizzate in città e i posti di blocco della polizia sono stati rafforzati”, ha riferito la TASS.
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Il testo integrale del discorso del presidente Putin, per gentile concessione di Slavyangrad.
Mi rivolgo ai cittadini della Russia, ai comandanti che ora combattono nelle loro posizioni di combattimento, respingendo gli attacchi del nemico e facendolo eroicamente – lo so, ho parlato di nuovo stasera con i comandanti di tutte le direzioni. Mi rivolgo anche a coloro che sono stati attirati in questa impresa criminale e spinti sulla strada del crimine più grave – l’ammutinamento armato – attraverso l’inganno o le minacce.
La Russia oggi sta combattendo una battaglia in salita per il suo futuro, respingendo l’aggressione dei neonazisti e dei loro padroni. Praticamente l’intera macchina militare, economica e informativa dell’Occidente è diretta contro di noi. Stiamo combattendo per la vita e la sicurezza del nostro popolo, per la nostra sovranità e indipendenza. Per il diritto di essere e rimanere la Russia, uno Stato con una storia millenaria.
Questa battaglia, in cui si decide il destino del nostro popolo, richiede l’unità di tutte le forze, l’unità, il consolidamento e la responsabilità. Quando tutto ciò che ci indebolisce, qualsiasi tipo di discordia, che i nostri nemici esterni possono usare e usano per minarci dall’interno, deve essere messo da parte.
Perciò le azioni che dividono la nostra unità sono, in sostanza, un’apostasia dal nostro popolo, dai nostri compagni d’arme che ora combattono in prima linea. È una pugnalata alle spalle del nostro Paese e del nostro popolo.
Questo è esattamente il colpo inferto alla Russia nel 1917, quando il Paese ha combattuto la Prima guerra mondiale. Ma la vittoria le fu rubata. Intrighi, battibecchi, politiche alle spalle dell’esercito e del popolo hanno provocato lo shock più grande, la distruzione dell’esercito e la disintegrazione dello Stato, la perdita di vasti territori. Il risultato fu la tragedia della guerra civile.
I russi uccisero i russi, i fratelli uccisero i loro fratelli e gli interessi lucrosi furono raccolti da ogni tipo di avventuriero politico e da forze straniere che divisero il Paese e lo fecero a pezzi.
Non permetteremo che questo accada di nuovo. Proteggeremo il nostro popolo e il nostro Stato da ogni minaccia. Compreso il tradimento interno.
E quello che abbiamo affrontato è proprio il tradimento. Ambizioni eccessive e interessi acquisiti hanno portato al tradimento. Tradimento del loro Paese, del loro popolo e della causa per cui i combattenti e i comandanti di Wagner hanno combattuto e sono morti insieme alle nostre altre unità.
Gli eroi che hanno liberato Soledar e Artemovsk, città e villaggi del Donbass, hanno combattuto e dato la vita per la Novorossija, per l’unità del mondo russo. Il loro nome e la loro gloria sono stati traditi anche da coloro che stanno cercando di organizzare la ribellione, spingendo il Paese verso l’anarchia e il fratricidio. Alla sconfitta, in definitiva, e alla capitolazione.
Ripeto, qualsiasi disordine interno è una minaccia mortale per il nostro Stato, per noi come nazione. È un colpo alla Russia, al nostro popolo. E le nostre azioni per difendere la Patria da una tale minaccia saranno dure.
Tutti coloro che hanno deliberatamente scelto la via del tradimento, che hanno preparato un’insurrezione armata, che hanno scelto la via del ricatto e dei metodi terroristici, subiranno una punizione inevitabile, saranno chiamati a rispondere sia davanti alla legge che davanti al nostro popolo.
Le Forze Armate e le altre agenzie governative hanno ricevuto gli ordini necessari e sono state introdotte ulteriori misure antiterrorismo a Mosca, nella regione di Mosca e in diverse altre regioni. Saranno intraprese azioni decisive anche per stabilizzare la situazione a Rostov-on-Don. La situazione rimane complessa, con il lavoro delle autorità civili e militari di fatto bloccato.
Come Presidente della Russia e Comandante in capo, come cittadino della Russia, farò del mio meglio per difendere il Paese, per proteggere l’ordine costituzionale, la vita, la sicurezza e la libertà dei suoi cittadini.
Coloro che hanno organizzato e preparato la rivolta militare, che hanno alzato le armi contro i loro compagni d’arme, hanno tradito la Russia. E saranno chiamati a risponderne. E invito coloro che sono stati trascinati in questo crimine a non commettere un errore fatale e tragico, un errore irreversibile, e a fare l’unica scelta giusta: smettere di partecipare ad azioni criminali.
Credo che preserveremo e difenderemo ciò che ci è caro e sacro, e insieme alla nostra Madrepatria supereremo qualsiasi prova, diventeremo ancora più forti.
Da @Slavyangrad
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Il comunicato di Ghennadj Zuganov, segretario del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR)
Sostengo pienamente l’appello del Presidente alla massima unità in questi tempi pericolosi e impegnativi.
Ci sono incomprensioni di ogni tipo tra le persone, ma arriva un momento nella storia di ogni Stato e di ogni cittadino in cui dobbiamo mettere da parte tutte le nostre ambizioni e pretese e difendere il nostro Paese come lo abbiamo difeso nel 1941-1945.
C’erano anche coloro che si sentivano vittime di un torto – cosacchi, preti, kulaki – ma tutti si sono sollevati e hanno difeso il loro Paese.
Faccio appello a tutte le forze patriottiche di sinistra: dobbiamo unirci il più possibile e sostenere i ragazzi che stanno combattendo per la nostra patria, liberando l’Ucraina dai nazisti, dai banderisti e dai fascisti.
Dobbiamo fermare coloro che, nonostante la situazione difficile per il Paese, hanno scelto la strada della provocazione.
Mi rivolgo direttamente ai soldati, ai comandanti e ai militari che sono stati coinvolti in questo conflitto.
Dobbiamo lottare contro il nazismo e il fascismo. E stare al gioco degli americani, degli anglosassoni e dei nemici della Russia è l’ultima cosa da fare.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/03/2022
USA e UE vanno verso la riabilitazione del fascismo
Come abbiamo provato a raccontare, in Russia esistono diversi partiti comunisti, con posizioni anche differenti rispetto alla guerra e quindi i livelli di opposizione a Putin e gli oligarchi.
Questa è la più recente presa di posizione di Ghennadi Zyuganov, segretario del PCFR, il più grande di questi partiti ma anche il più “morbido” con Putin.
Questa è la più recente presa di posizione di Ghennadi Zyuganov, segretario del PCFR, il più grande di questi partiti ma anche il più “morbido” con Putin.
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In questi giorni, cercando di evitare una sconfitta completa, i fascisti di Bandera stanno prendendo in ostaggio centinaia di migliaia di abitanti delle città ucraine. Minacciando la morte, i nazisti non fanno uscire i civili dalla zona di combattimento, condannandoli al ruolo di scudo umano. Ripetendo le tattiche atroci delle truppe hitleriane sul territorio dell’URSS, quando donne e bambini venivano spinti in avanti quando attaccavano e spingevano la gente nei campi minati.
I paesi occidentali fanno un gran caos nel caso in cui i terroristi catturino anche un solo ostaggio. Nello stesso periodo, centinaia di migliaia di persone sono diventate ostaggi in Ucraina. Pretendiamo una risposta diretta e chiara dai leader occidentali, cioè J. Biden, E. Macron, O. Scholz e B. Johnson e dei liberali russi, alla domanda se sostengono le tattiche criminali dei nazisti di Bandera per prendere ostaggi o condannano queste atrocità?
Quello che Bandera sta “facendo” in Ucraina è un vero e proprio fascismo. Le nostre speranze che la sconfitta del nazismo tedesco nel 1945 da parte del popolo sovietico e della sua vittoriosa Armata Rossa avrebbe messo fine a questo fenomeno disumano sono svanite. Esprimiamo una crescente preoccupazione nel vedere la crescita di questo tumore nel centro dell’Europa e ancora una volta ciò avviene con l’assistenza delle “democrazie” occidentali.
Non abbiamo dimenticato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno contribuito economicamente e politicamente alla formazione del fascismo in Germania. La Wehrmacht di Hitler, che ha distrutto decine di milioni di persone, è stata creata in gran parte con il sostegno monetario dei monopoli americani e degli oligarchi tedeschi.
Sia l’America che l’Unione Europea sono direttamente responsabili delle atrocità dei fascisti di Bandera che hanno preso il potere in Ucraina a seguito di un colpo di stato nel febbraio 2014. La partecipazione diretta dei paesi occidentali al suddetto colpo di stato aumenta ulteriormente la loro colpa per lo spargimento di sangue in Ucraina.
Condanniamo fermamente il tentativo delle autorità tedesche di utilizzare gli eventi in Ucraina per liberarsi della responsabilità dei crimini del nazismo tedesco durante la seconda guerra mondiale. Non accadrà mai! Berlino dovrebbe smettere di sperare che la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina abbiano dimenticato le mostruose atrocità dei fascisti tedeschi nei territori occupati dell’URSS, di milioni di persone fucilate, impiccate e torturate nei campi di concentramento in Germania e in Polonia.
Se i popoli d’Europa, molti schierati con Hitler contro l’URSS, dovessero dimenticarlo, dovremmo ricordare che la Germania nel 1999, come nel 1941, ha bombardato Belgrado. La decisione di Berlino di fornire armi ai nazisti e di permettere a cittadini tedeschi di partecipare ad azioni di combattimento dalla parte dei nazisti significa che la Germania sta ancora una volta prendendo una strada per riabilitare il fascismo.
I comunisti sono sempre stati in prima linea nella lotta contro il nazismo. Siamo sicuri che le forze di sinistra e progressiste di tutto il mondo ci sosterranno in questa lotta.
Ci appelliamo alla comunità mondiale per condannare con forza le tattiche criminali del fascismo di Bandera che prende in ostaggio i civili ucraini. Qualsiasi altra posizione significherebbe sostenere i crimini contro l’umanità.
Fonte
03/03/2022
Il PCFR tra manifestazioni contro la guerra e difesa delle popolazioni del Donbass
C’è una seria discussione tra i comunisti russi, in particolare dentro il Partito Comunista della Federazione Russa, seconda forza politica del paese e promotore – da anni – della risoluzione alla Duma che ha portato al riconoscimento delle Repubbliche Popolari del Donbass. Pubblichiamo qui di seguito due interventi diversi.
Il primo è di Mikhail Lobanov un deputato del PCFR (Partito Comunista della Federazione Russa) che invita a mobilitarsi con maggiore determinazione per la pace e contro la guerra, anche andando in contrasto con il governo di Putin.
Il secondo è di Ghennadi Zuganov, segretario del PCFR che invece invita ad una maggiore determinazione nella difesa delle Repubbliche del Donbass e critica le manifestazioni per la pace di non essersi mai viste durante gli otto anni di guerra dell’Ucraina contro le popolazioni delle Repubbliche Indipendenti né di segnalare nelle manifestazioni i bombardamenti ucraini contro queste ultime.
È una discussione seria, come è seria la situazione, anche per chi vive e agisce politicamente in Russia.
Mikhail Lobanov è un deputato del Partito Comunista della Federazione Russa. Ha pubblicato un discorso aperto ai membri, deputati e candidati del PCFR: “Comunisti e socialisti contro la guerra”.
Amici e compagni, cercherò ora di formulare dei pensieri che mi sembrano molto importanti in questo momento.
Procedo da due cose. La prima. Se vogliamo fermare la guerra fratricida, dobbiamo lavorare per la formazione di una maggioranza attiva contro la guerra nella società. La seconda. Dopo la guerra scatenata dal Cremlino la Russia non sarà più la stessa. Ma quali saranno i cambiamenti futuri dipende da voi e da me, dalle nostre azioni o dalla nostra inazione.
Una moltiplicazione della repressione, una soluzione ai problemi economici dei funzionari e dei più grandi oligarchi a nostre spese. O la democratizzazione e un cambiamento fondamentale di rotta socio-economica nell’interesse della maggioranza sotto una forte pressione dal basso.
Su questa base, sono convinto che la posizione del PCFR sia ora importante. Come maggiore partito parlamentare di opposizione in Russia, il PCFR, che ha ottenuto il sostegno pubblico nelle ultime elezioni della Duma, deve prendere parte attiva alla protesta contro la guerra e combinarla con le richieste di ristrutturazione socio-economica del paese.
Come candidato del PCFR alle ultime elezioni della Duma di Stato e come persona di convinte idee socialiste, mi considero in diritto e persino in dovere di rivolgermi ai miei compagni di partito del PCFR, suggerendo loro di assumere queste posizioni.
Insieme ad altri candidati, deputati del PCFR e membri del partito, ho lanciato un appello aperto ai membri e ai deputati del PCFR. Il link all’appello e il modulo per le firme sono nei commenti.
Anche le persone che hanno semplicemente votato per il PCFR possono firmare l’appello.
Chiedo a tutte le persone di sinistra e democratiche di sostenerlo, firmarlo e distribuirlo!
I crimini di guerra commessi dai nazisti-banditi devono essere condannati dal mondo intero.
Qui di seguito invece una dichiarazione del Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa, Ghennadi Zyuganov.
Le tattiche dei battaglioni punitivi nazisti che sono stati sconfitti nel confronto con le truppe della LNR-DNR sono diventate molto chiare. È la stessa tattica della terra bruciata usata dagli invasori nazisti per ritirarsi, sotto i colpi dell’Armata Rossa, dal territorio dell’URSS, Ucraina compresa. I tedeschi fecero saltare la diga del Dnieper, distrussero centinaia di fabbriche, miniere e ponti e bruciarono decine di migliaia di case in Ucraina.
I nazisti dei “battaglioni territoriali” stanno facendo la stessa cosa. Anche se si ritirano dal Donbass, continuano a bombardare le città e i villaggi di questa regione a lungo sofferente con cannoni da 122 e 152 mm. I civili vengono uccisi ogni giorno. Questi sono crimini di guerra.
L’Occidente non sta nemmeno cercando di fermare il bombardamento delle zone residenziali nel Donbass, il che rende i “moralisti” e gli “umanisti” dell’Unione Europea e degli Stati Uniti complici dei crimini di guerra.
Cercando di dare l’impressione che l’esercito russo sia responsabile della morte dei civili, si impegnano in sporche provocazioni, bombardando città sotto il loro controllo. C’è stata una forte esplosione nel centro di Kharkiv. Tutti i media “mondiali”, interamente controllati da Washington, hanno strombazzato che la colpa era della Russia. Ma era chiaramente un’autobomba, con centinaia di chili di esplosivo, che indica gli organizzatori e gli esecutori del crimine. Tali tattiche sono utilizzate da molte organizzazioni terroristiche in tutto il mondo, che sono sotto il controllo della CIA.
L’Occidente e la sua “quinta colonna” in Russia stanno proteggendo i peggiori fascisti e terroristi, che hanno preso il potere in Ucraina e reso i suoi cittadini ostaggi della loro vile russofobia e antisovietismo. Ostaggi nel senso letterale della parola. Per esempio, nella città di Mariupol, che è circondata dalle truppe dell’LNR-DPR, i nazisti dei reggimenti Azov e Aidar non permettono ai civili di lasciare la città.
Le unità della Bandera hanno installato postazioni di tiro ai piani superiori delle case, dalle quali non era permesso alle persone di uscire. Li hanno trasformati in scudi umani per i nazisti delle unità punitive.
Chiediamo all’Unione Europea e agli Stati Uniti di condannare il terrore dei Banderisti contro le città del Donbass, la pratica di prendere ostaggi come scudi umani e il posizionamento di armi e mortai nelle zone residenziali delle città sotto il loro controllo. Se l’Occidente non riesce a prevenire questa orribile violazione delle norme fondamentali della guerra, la responsabilità dei crimini dei suoi vassalli ricadrà anche sui loro capi.
L’Occidente ha bisogno di guardare più da vicino i volti di coloro che difende a gran voce. Dopo tutto, sono i seguaci del mercenario Bandera di Hitler e dei suoi carnefici. Furono i banderisti a commettere le atrocità più efferate nei territori dell’URSS occupati dalle truppe tedesche.
Furono i banderisti che spararono agli ebrei a Babiy Yar, massacrarono i polacchi a Volyn e bruciarono vive le persone nei villaggi della Bielorussia. E il modo in cui hanno bruciato vive decine di persone a Odessa nel 2014 dimostra che questi mostri hanno ereditato dai loro antenati hitleriani la volontà di commettere i più gravi crimini contro l’umanità. Nessuna persona decente può associarsi a loro.
Siamo colpiti dalla duplicità e dall’ipocrisia dei cosiddetti attivisti della pace. Facciamo a tutti una semplice domanda: perché siete rimasti in silenzio per 8 anni, quando quasi ogni giorno le zone residenziali del Donbass venivano bombardate con le armi?
Quando i civili venivano uccisi ogni giorno. Perché non ha avuto compassione per i parenti delle migliaia di persone uccise e mutilate? Siete stati in silenzio per tutti questi anni. Quindi abbiamo seri dubbi sulla sincerità dei nuovi “attivisti della pace”.
Se l’AFU (Forze Armate dell’Ucraina) e i battaglioni nazisti avessero invaso il Donbass come previsto e avessero massacrato i difensori del LNR-DPR e i civili, avreste protestato? O sareste rimasto in silenzio? Purtroppo, sono sicuro che nemmeno lo spargimento di sangue nel Donbass vi avrebbe spinto a scendere in piazza per chiedere la fine del genocidio del popolo russo e della popolazione russofona.
Anche noi siamo a favore della pace e sosteniamo sempre una risoluzione pacifica di qualsiasi conflitto. Siamo contro lo spargimento di sangue. E speriamo vivamente che sia possibile evitare gravi perdite non solo nell’esercito russo, ma anche tra i soldati e gli ufficiali dell’AFU, tra i quali ci sono molti russi e ucraini fuorviati.
Speriamo sinceramente in una rapida cessazione delle ostilità e in una soluzione politica negoziata. E lo stiamo promuovendo il più possibile. Chiediamo all’Occidente e in particolare agli Stati Uniti d’America di non ostacolare la ricerca di una soluzione pacifica.
Sappiamo bene che sono gli Stati Uniti d’America ad essere i più interessati a fomentare e ad agitare il conflitto tra la Russia e la fraterna Ucraina. Tuttavia, molte figure politiche e pubbliche oneste, giornalisti e accademici negli Stati Uniti, in Europa e in molti paesi del mondo sono ben consapevoli della vera natura di ciò che sta accadendo. Li ringraziamo sinceramente per questa profonda comprensione della responsabilità dell’Occidente nello scoppio di questo conflitto.
L’America e l’Unione europea non stanno combattendo per difendere l’Ucraina. Stanno combattendo per il loro diritto, con l’aiuto dei nazisti locali, di saccheggiare l’Ucraina e usarla come un trampolino di lancio per l’aggressione contro la Russia.
Chiediamo alla comunità internazionale di rendersi conto della distruttività di questo corso per la causa della pace e della vera democrazia nel mondo e di impedire attivamente i tentativi di deragliare il processo di una soluzione politica in Ucraina.
Fonte
Il primo è di Mikhail Lobanov un deputato del PCFR (Partito Comunista della Federazione Russa) che invita a mobilitarsi con maggiore determinazione per la pace e contro la guerra, anche andando in contrasto con il governo di Putin.
Il secondo è di Ghennadi Zuganov, segretario del PCFR che invece invita ad una maggiore determinazione nella difesa delle Repubbliche del Donbass e critica le manifestazioni per la pace di non essersi mai viste durante gli otto anni di guerra dell’Ucraina contro le popolazioni delle Repubbliche Indipendenti né di segnalare nelle manifestazioni i bombardamenti ucraini contro queste ultime.
È una discussione seria, come è seria la situazione, anche per chi vive e agisce politicamente in Russia.
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Mikhail Lobanov è un deputato del Partito Comunista della Federazione Russa. Ha pubblicato un discorso aperto ai membri, deputati e candidati del PCFR: “Comunisti e socialisti contro la guerra”.
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Amici e compagni, cercherò ora di formulare dei pensieri che mi sembrano molto importanti in questo momento.
Procedo da due cose. La prima. Se vogliamo fermare la guerra fratricida, dobbiamo lavorare per la formazione di una maggioranza attiva contro la guerra nella società. La seconda. Dopo la guerra scatenata dal Cremlino la Russia non sarà più la stessa. Ma quali saranno i cambiamenti futuri dipende da voi e da me, dalle nostre azioni o dalla nostra inazione.
Una moltiplicazione della repressione, una soluzione ai problemi economici dei funzionari e dei più grandi oligarchi a nostre spese. O la democratizzazione e un cambiamento fondamentale di rotta socio-economica nell’interesse della maggioranza sotto una forte pressione dal basso.
Su questa base, sono convinto che la posizione del PCFR sia ora importante. Come maggiore partito parlamentare di opposizione in Russia, il PCFR, che ha ottenuto il sostegno pubblico nelle ultime elezioni della Duma, deve prendere parte attiva alla protesta contro la guerra e combinarla con le richieste di ristrutturazione socio-economica del paese.
Come candidato del PCFR alle ultime elezioni della Duma di Stato e come persona di convinte idee socialiste, mi considero in diritto e persino in dovere di rivolgermi ai miei compagni di partito del PCFR, suggerendo loro di assumere queste posizioni.
Insieme ad altri candidati, deputati del PCFR e membri del partito, ho lanciato un appello aperto ai membri e ai deputati del PCFR. Il link all’appello e il modulo per le firme sono nei commenti.
Anche le persone che hanno semplicemente votato per il PCFR possono firmare l’appello.
Chiedo a tutte le persone di sinistra e democratiche di sostenerlo, firmarlo e distribuirlo!
I crimini di guerra commessi dai nazisti-banditi devono essere condannati dal mondo intero.
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Qui di seguito invece una dichiarazione del Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa, Ghennadi Zyuganov.
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Le tattiche dei battaglioni punitivi nazisti che sono stati sconfitti nel confronto con le truppe della LNR-DNR sono diventate molto chiare. È la stessa tattica della terra bruciata usata dagli invasori nazisti per ritirarsi, sotto i colpi dell’Armata Rossa, dal territorio dell’URSS, Ucraina compresa. I tedeschi fecero saltare la diga del Dnieper, distrussero centinaia di fabbriche, miniere e ponti e bruciarono decine di migliaia di case in Ucraina.
I nazisti dei “battaglioni territoriali” stanno facendo la stessa cosa. Anche se si ritirano dal Donbass, continuano a bombardare le città e i villaggi di questa regione a lungo sofferente con cannoni da 122 e 152 mm. I civili vengono uccisi ogni giorno. Questi sono crimini di guerra.
L’Occidente non sta nemmeno cercando di fermare il bombardamento delle zone residenziali nel Donbass, il che rende i “moralisti” e gli “umanisti” dell’Unione Europea e degli Stati Uniti complici dei crimini di guerra.
Cercando di dare l’impressione che l’esercito russo sia responsabile della morte dei civili, si impegnano in sporche provocazioni, bombardando città sotto il loro controllo. C’è stata una forte esplosione nel centro di Kharkiv. Tutti i media “mondiali”, interamente controllati da Washington, hanno strombazzato che la colpa era della Russia. Ma era chiaramente un’autobomba, con centinaia di chili di esplosivo, che indica gli organizzatori e gli esecutori del crimine. Tali tattiche sono utilizzate da molte organizzazioni terroristiche in tutto il mondo, che sono sotto il controllo della CIA.
L’Occidente e la sua “quinta colonna” in Russia stanno proteggendo i peggiori fascisti e terroristi, che hanno preso il potere in Ucraina e reso i suoi cittadini ostaggi della loro vile russofobia e antisovietismo. Ostaggi nel senso letterale della parola. Per esempio, nella città di Mariupol, che è circondata dalle truppe dell’LNR-DPR, i nazisti dei reggimenti Azov e Aidar non permettono ai civili di lasciare la città.
Le unità della Bandera hanno installato postazioni di tiro ai piani superiori delle case, dalle quali non era permesso alle persone di uscire. Li hanno trasformati in scudi umani per i nazisti delle unità punitive.
Chiediamo all’Unione Europea e agli Stati Uniti di condannare il terrore dei Banderisti contro le città del Donbass, la pratica di prendere ostaggi come scudi umani e il posizionamento di armi e mortai nelle zone residenziali delle città sotto il loro controllo. Se l’Occidente non riesce a prevenire questa orribile violazione delle norme fondamentali della guerra, la responsabilità dei crimini dei suoi vassalli ricadrà anche sui loro capi.
L’Occidente ha bisogno di guardare più da vicino i volti di coloro che difende a gran voce. Dopo tutto, sono i seguaci del mercenario Bandera di Hitler e dei suoi carnefici. Furono i banderisti a commettere le atrocità più efferate nei territori dell’URSS occupati dalle truppe tedesche.
Furono i banderisti che spararono agli ebrei a Babiy Yar, massacrarono i polacchi a Volyn e bruciarono vive le persone nei villaggi della Bielorussia. E il modo in cui hanno bruciato vive decine di persone a Odessa nel 2014 dimostra che questi mostri hanno ereditato dai loro antenati hitleriani la volontà di commettere i più gravi crimini contro l’umanità. Nessuna persona decente può associarsi a loro.
Siamo colpiti dalla duplicità e dall’ipocrisia dei cosiddetti attivisti della pace. Facciamo a tutti una semplice domanda: perché siete rimasti in silenzio per 8 anni, quando quasi ogni giorno le zone residenziali del Donbass venivano bombardate con le armi?
Quando i civili venivano uccisi ogni giorno. Perché non ha avuto compassione per i parenti delle migliaia di persone uccise e mutilate? Siete stati in silenzio per tutti questi anni. Quindi abbiamo seri dubbi sulla sincerità dei nuovi “attivisti della pace”.
Se l’AFU (Forze Armate dell’Ucraina) e i battaglioni nazisti avessero invaso il Donbass come previsto e avessero massacrato i difensori del LNR-DPR e i civili, avreste protestato? O sareste rimasto in silenzio? Purtroppo, sono sicuro che nemmeno lo spargimento di sangue nel Donbass vi avrebbe spinto a scendere in piazza per chiedere la fine del genocidio del popolo russo e della popolazione russofona.
Anche noi siamo a favore della pace e sosteniamo sempre una risoluzione pacifica di qualsiasi conflitto. Siamo contro lo spargimento di sangue. E speriamo vivamente che sia possibile evitare gravi perdite non solo nell’esercito russo, ma anche tra i soldati e gli ufficiali dell’AFU, tra i quali ci sono molti russi e ucraini fuorviati.
Speriamo sinceramente in una rapida cessazione delle ostilità e in una soluzione politica negoziata. E lo stiamo promuovendo il più possibile. Chiediamo all’Occidente e in particolare agli Stati Uniti d’America di non ostacolare la ricerca di una soluzione pacifica.
Sappiamo bene che sono gli Stati Uniti d’America ad essere i più interessati a fomentare e ad agitare il conflitto tra la Russia e la fraterna Ucraina. Tuttavia, molte figure politiche e pubbliche oneste, giornalisti e accademici negli Stati Uniti, in Europa e in molti paesi del mondo sono ben consapevoli della vera natura di ciò che sta accadendo. Li ringraziamo sinceramente per questa profonda comprensione della responsabilità dell’Occidente nello scoppio di questo conflitto.
L’America e l’Unione europea non stanno combattendo per difendere l’Ucraina. Stanno combattendo per il loro diritto, con l’aiuto dei nazisti locali, di saccheggiare l’Ucraina e usarla come un trampolino di lancio per l’aggressione contro la Russia.
Chiediamo alla comunità internazionale di rendersi conto della distruttività di questo corso per la causa della pace e della vera democrazia nel mondo e di impedire attivamente i tentativi di deragliare il processo di una soluzione politica in Ucraina.
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17/01/2018
In ricordo di Viktor Anpilov
Incontrai Viktor Anpilov per la prima volta il martedì o il mercoledì successivo alla sua scarcerazione da Lefortovo; era il 2 o il 3 marzo 1994. La Duma aveva accordato l’amnistia per i reclusi della tragedia dell’ottobre precedente, allorché i difensori del Palazzo dei soviet a Mosca avevano tentato di resistere, a costo di alcune centinaia di morti, all’assalto dei carri armati di Eltisn; così, i cancelli del carcere moscovita si erano aperti il 26 febbraio. Avevo telefonato per l’ennesima volta alla giovane e battagliera legale di Viktor Ivanovich, per avere notizie del suo assistito e lei mi rispose “Può parlarci direttamente: Viktor è a casa”.
Prima di allora lo avevo visto nelle numerose manifestazioni, alla testa dei cortei di Trudovaja Rossija e del Partito Comunista Operaio Russo; ma non avevo mai avuto occasione di incontrarlo direttamente. Anpilov mi ricevette nel suo modesto appartamento alla periferia della capitale e della lunga conversazione ne venne fuori una breve intervista per “il manifesto”. Ricordo soltanto che lui, certamente felice per la scarcerazione, si rammaricava del fatto che, con l’amnistia, la maggioranza eltsiniana alla Duma aveva di fatto posto una pietra tombale sull’inchiesta per il golpe filoyankee di Boris Eltsin e sul suo sciagurato ukaz di scioglimento del Soviet supremo, cui aveva tentato di opporsi anche il presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin, costretto a dimettersi. Nello stesso tempo, il novello emissario di Washington posto alla presidenza della Russia, chiedeva a tutti di firmare una sorta di patto di pacificazione sociale, con regole dettate dallo stesso Eltsin, cui le forze più in vista dell’opposizione – PCFR di Gennadij Zjuganov, i nazionalisti di sinistra di Sergej Baburin, insieme alle “forze patriottiche” e lo stesso Zorkin – rispondevano con l’alleanza “Intesa per la Russia”, criticata dalle organizzazioni comuniste, tra cui Trudovaja Rossija e PCOR.
Dopo, avevo incontrato altre volte Viktor Anpilov, sia durante le manifestazioni e i cortei, fattisi più sporadici per la “pacificazione” eltsinanina, sia in assemblee organizzate anche in collaborazione ad altre forze della sinistra. L’ultima volta che lo sentii parlare in pubblico, fu nella primavera del 1996, durante la campagna presidenziale in cui Trudovaja Rossija aveva deciso di appoggiare la candidatura di Gennadij Zjuganov. In quell’occasione, mentre il segretario del PCFR chiamava a una certa moderazione, evocando l’immagine di un grosso bastimento (la Russia) che non può invertire la rotta di 180 gradi, così, d’improvviso, pena il ribaltamento dello scafo, Viktor Anpilov rispondeva che se l’intero l’equipaggio, come un sol uomo, esegue correttamente, a tempo giusto, gli ordini del comandante, la nave può virare senza timore di imbarcare acqua: Anpilov aveva fiducia nella possibilità, in quel momento forse ancora concreta, di deviare il paese dalla rotta del capitalismo.
Si sa – ormai nessuno, a ogni livello, si sogna più di negarlo – come le presidenziali del 1996 fossero state vinte da Zjuganov e solo i brogli (allora non si parlava di hacker elettronici) imbastiti da oltreoceano avessero assegnato la vittoria a Boris Eltsin. Lo stesso Zjuganov sembra avrebbe poi fatto poco o nulla per contestare il risultato, forse in nome della “pace sociale”.
Non ho più incontrato Viktor Anpilov. Le cronache parlano, oltre che delle divergenze sorte in seno al PCOR e che lo videro, prima in minoranza e poi espulso, di incontri coi “nazional-bolscevichi” di Eduard Limonov, di un certo avvicinamento, a metà degli anni 2000, al cartello dell’opposizione liberale (Kasparov, Kasjanov, Limonov, ecc.) “Un’altra Russia”, avvicinamento poi rientrato e, nel 2012, al LDPR di Vladimir Zhirinovskij. Al momento del malore, sembra si stesse recando a un incontro in sostegno del candidato del PCFR alle prossime presidenziali, Pavel Grudinin.
Come scriveva ieri il sito del PCOR, “pur con tutti suoi errori, Viktor Anpilov merita che lui e i suoi valori siano ricordati. E questi sono, prima di tutto, che egli, all’inizio degli anni ’90 risvegliò la coscienza di molti. Che egli lottò allora, in un momento in cui non c’erano ancora né il PCFR, né altre organizzazioni della sinistra-patriottica. E anche quelle parole sul pane per il popolo” – il giorno della scarcerazione, appena fuori dei cancelli di Lefortovo, Anpilov chiese se il prezzo del pane, in quei sei mesi di carcere, fosse diminuito; nel qual caso, disse, avrebbe significato che Eltsin aveva ragione – “anche quelle parole sul pane sono importanti; anche solo per il fatto che non ogni politico pensa alle cose evidenti, a ciò che preoccupa milioni di persone, il prezzo del pane”.
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Prima di allora lo avevo visto nelle numerose manifestazioni, alla testa dei cortei di Trudovaja Rossija e del Partito Comunista Operaio Russo; ma non avevo mai avuto occasione di incontrarlo direttamente. Anpilov mi ricevette nel suo modesto appartamento alla periferia della capitale e della lunga conversazione ne venne fuori una breve intervista per “il manifesto”. Ricordo soltanto che lui, certamente felice per la scarcerazione, si rammaricava del fatto che, con l’amnistia, la maggioranza eltsiniana alla Duma aveva di fatto posto una pietra tombale sull’inchiesta per il golpe filoyankee di Boris Eltsin e sul suo sciagurato ukaz di scioglimento del Soviet supremo, cui aveva tentato di opporsi anche il presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin, costretto a dimettersi. Nello stesso tempo, il novello emissario di Washington posto alla presidenza della Russia, chiedeva a tutti di firmare una sorta di patto di pacificazione sociale, con regole dettate dallo stesso Eltsin, cui le forze più in vista dell’opposizione – PCFR di Gennadij Zjuganov, i nazionalisti di sinistra di Sergej Baburin, insieme alle “forze patriottiche” e lo stesso Zorkin – rispondevano con l’alleanza “Intesa per la Russia”, criticata dalle organizzazioni comuniste, tra cui Trudovaja Rossija e PCOR.
Dopo, avevo incontrato altre volte Viktor Anpilov, sia durante le manifestazioni e i cortei, fattisi più sporadici per la “pacificazione” eltsinanina, sia in assemblee organizzate anche in collaborazione ad altre forze della sinistra. L’ultima volta che lo sentii parlare in pubblico, fu nella primavera del 1996, durante la campagna presidenziale in cui Trudovaja Rossija aveva deciso di appoggiare la candidatura di Gennadij Zjuganov. In quell’occasione, mentre il segretario del PCFR chiamava a una certa moderazione, evocando l’immagine di un grosso bastimento (la Russia) che non può invertire la rotta di 180 gradi, così, d’improvviso, pena il ribaltamento dello scafo, Viktor Anpilov rispondeva che se l’intero l’equipaggio, come un sol uomo, esegue correttamente, a tempo giusto, gli ordini del comandante, la nave può virare senza timore di imbarcare acqua: Anpilov aveva fiducia nella possibilità, in quel momento forse ancora concreta, di deviare il paese dalla rotta del capitalismo.
Si sa – ormai nessuno, a ogni livello, si sogna più di negarlo – come le presidenziali del 1996 fossero state vinte da Zjuganov e solo i brogli (allora non si parlava di hacker elettronici) imbastiti da oltreoceano avessero assegnato la vittoria a Boris Eltsin. Lo stesso Zjuganov sembra avrebbe poi fatto poco o nulla per contestare il risultato, forse in nome della “pace sociale”.
Non ho più incontrato Viktor Anpilov. Le cronache parlano, oltre che delle divergenze sorte in seno al PCOR e che lo videro, prima in minoranza e poi espulso, di incontri coi “nazional-bolscevichi” di Eduard Limonov, di un certo avvicinamento, a metà degli anni 2000, al cartello dell’opposizione liberale (Kasparov, Kasjanov, Limonov, ecc.) “Un’altra Russia”, avvicinamento poi rientrato e, nel 2012, al LDPR di Vladimir Zhirinovskij. Al momento del malore, sembra si stesse recando a un incontro in sostegno del candidato del PCFR alle prossime presidenziali, Pavel Grudinin.
Come scriveva ieri il sito del PCOR, “pur con tutti suoi errori, Viktor Anpilov merita che lui e i suoi valori siano ricordati. E questi sono, prima di tutto, che egli, all’inizio degli anni ’90 risvegliò la coscienza di molti. Che egli lottò allora, in un momento in cui non c’erano ancora né il PCFR, né altre organizzazioni della sinistra-patriottica. E anche quelle parole sul pane per il popolo” – il giorno della scarcerazione, appena fuori dei cancelli di Lefortovo, Anpilov chiese se il prezzo del pane, in quei sei mesi di carcere, fosse diminuito; nel qual caso, disse, avrebbe significato che Eltsin aveva ragione – “anche quelle parole sul pane sono importanti; anche solo per il fatto che non ogni politico pensa alle cose evidenti, a ciò che preoccupa milioni di persone, il prezzo del pane”.
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31/05/2017
Russia, crisi senza interruzioni
Nel rapporto politico del Comitato Centrale del Partito Comunista della Federazione Russa (Pcfr), presentato dal Segretario Gennadij Zjuganov (riconfermato alla guida del partito) al XVII Congresso, svoltosi lo scorso 27 maggio, un paragrafo è dedicato alla crisi attraversata dalla Russia. Ne pubblichiamo la traduzione.
Traduzione di Fabrizio Poggi
Crisi senza interruzioni
Compagni, dopo il 1991 nel nostro paese si è stabilito un capitalismo regressivo, parassitario, oligarchico e comprador, fondato sui settori bancario e dell’export delle materie prime. Ciò riflette chiaramente la trasformazione della Russia in un’appendice di materie prime e mercato di sbocco di merci straniere.
Tendendo a rafforzare le proprie posizioni nel paese, la leadership statale ha intensificato la retorica patriottica, intraprendendo una serie di passi diversi. Si è riportata la Crimea nei confini patrii. Si è fornito sostegno al legittimo governo siriano. E tuttavia, l’oligarchia russa non ha né la forza né la volontà di rompere con il sistema del capitalismo globale. E’ per questo che, tuttora, non si sono riconosciute DNR e LNR. E’ in chiara fase di stallo “la svolta verso l’Oriente”. Continuano gli attacchi alla Bielorussia.
Dopo le “riforme”-pogrom di Serdjukov (Anatolij Serdjukov: ex Ministro della difesa e precedentemente Capo dell’Agenzia delle entrate. ndt) si sono risolti molti, ma certamente non tutti, i problemi legati all’effettivo potenziale delle Forze Armate. Si sta procedendo a ridurre il bilancio della Difesa; ma, senza un’industria potente, indipendente dalle forniture straniere, è impossibile una difesa efficace della sovranità del paese.
In un quarto di secolo di “riforme” liberali, si è insediato in Russia un capitalismo oligarchico-burocratico periferico.
Una pesante concessione al capitale globale è stata rappresentata dall’adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio; contro tale passo, si è mosso attivamente solo il PCFR. A causa delle riduzioni tariffarie, in 5 anni di adesione al WTO il nostro bilancio ha perso circa 800 miliardi di rubli e le perdite indirette hanno superato i 4 trilioni.
E’ stata data carta bianca ai grossi proprietari nel saccheggio della Russia. Solo negli ultimi due anni, la fuga di capitali ha superato i 70 miliardi di dollari. Le autorità stanno tranquillamente a guardare come gli oligarchi esportino i capitali in società off-shore e in banche estere e per di più invitano noi alla “pace sociale” con chi sta derubando la Russia.
La dipendenza dal capitale straniero sta cominciando a minacciare la sovranità del paese. La quota di società con capitali stranieri è del 75% nel settore delle comunicazioni, del 56% in quello estrattivo e del 49% nel settore manifatturiero.
Da oltre due anni sta riducendosi il PIL del paese. Il bilancio dello Stato perde miliardi di rubli. Dissesto ovunque, tranne che nel settore delle materie prime; sono fallite la modernizzazione e la diversificazione dell’economia.
La politica socio-economica ha trasformato il paese in una società di povertà di massa. Secondo i dati ufficiali, negli ultimi tre anni i redditi reali dei cittadini russi sono calati di circa il 13%; quasi 20 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e, secondo il PCFR, il minimo ufficiale di sussistenza è ridotto deliberatamente di 2-2,5 volte.
La Russia è diventata un paese di straordinarie disuguaglianze. Il 62% delle sue ricchezze è nelle mani di milionari in dollari e il 29% in quelle di miliardari. Secondo la società internazionale di ricerche New World Wealth, il nostro paese è al primo posto nel mondo in termini di disuguaglianza dei redditi. Solo nell’ultimo anno, la ricchezza complessiva dei 200 più ricchi uomini d’affari russi è cresciuta di 100 miliardi di dollari. I “campioni del reddito” possiedono 460 miliardi di dollari: cioè due volte tanto il budget annuale di un paese con una popolazione di 150 milioni di persone!
La realtà della Russia di oggi è descritta esattamente dalle parole del francese nel “Mistero Buffo” di Majakovskij:
“Hanno promesso di dividere in parti uguali:
a uno – una ciambella, all’altro – il buco della ciambella.
Questa è la repubblica democratica”.
Dunque, i problemi principali dell’economia russa sono:
– il suo modello basato sulle materie prime;
– la distruzione del potenziale industriale;
– la povertà e il basso potere d’acquisto dei cittadini;
– l’erronea politica monetario-creditizia;
– l’inefficienza del sistema di direzione statale.
Estremamente inefficiente è anche la politica regionale del governo. Sono soltanto nove le regioni che portano utili. Il debito dei bilanci regionali raggiunge già i 2,5 trilioni di rubli.
Il PCFR è pronto a mutare radicalmente la situazione. Noi sosteniamo che la crisi in Russia sia dovuta al fattore umano; essa è dovuta al governo, privo di un coerente programma di sviluppo. Già Spinoza diceva “Chi non sa verso dove stia navigando, non ha venti favorevoli”. Così che, o al governo della Russia ci sono cattivi nocchieri, oppure essi stanno deliberatamente guidando la nave dello stato verso gli scogli.
La contraddizione tra gli interessi del paese e quelli del capitale russo è una di quelle fondamentali. Solo un nuovo socialismo consentirà di far fronte alla disuguaglianza sociale, alla rovina economica e permetterà di dar vita a un efficiente sistema di direzione. Così è stato nel 1917. Allora la Russia fu salvata dal “progetto rosso” del Grande Ottobre. I bolscevichi ristabilirono la sovranità del paese e lo difesero dall’essere inghiottito dallo stomaco insaziabile del capitale mondiale.
Fonte
Traduzione di Fabrizio Poggi
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Crisi senza interruzioni
Compagni, dopo il 1991 nel nostro paese si è stabilito un capitalismo regressivo, parassitario, oligarchico e comprador, fondato sui settori bancario e dell’export delle materie prime. Ciò riflette chiaramente la trasformazione della Russia in un’appendice di materie prime e mercato di sbocco di merci straniere.
Tendendo a rafforzare le proprie posizioni nel paese, la leadership statale ha intensificato la retorica patriottica, intraprendendo una serie di passi diversi. Si è riportata la Crimea nei confini patrii. Si è fornito sostegno al legittimo governo siriano. E tuttavia, l’oligarchia russa non ha né la forza né la volontà di rompere con il sistema del capitalismo globale. E’ per questo che, tuttora, non si sono riconosciute DNR e LNR. E’ in chiara fase di stallo “la svolta verso l’Oriente”. Continuano gli attacchi alla Bielorussia.
Dopo le “riforme”-pogrom di Serdjukov (Anatolij Serdjukov: ex Ministro della difesa e precedentemente Capo dell’Agenzia delle entrate. ndt) si sono risolti molti, ma certamente non tutti, i problemi legati all’effettivo potenziale delle Forze Armate. Si sta procedendo a ridurre il bilancio della Difesa; ma, senza un’industria potente, indipendente dalle forniture straniere, è impossibile una difesa efficace della sovranità del paese.
In un quarto di secolo di “riforme” liberali, si è insediato in Russia un capitalismo oligarchico-burocratico periferico.
Una pesante concessione al capitale globale è stata rappresentata dall’adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio; contro tale passo, si è mosso attivamente solo il PCFR. A causa delle riduzioni tariffarie, in 5 anni di adesione al WTO il nostro bilancio ha perso circa 800 miliardi di rubli e le perdite indirette hanno superato i 4 trilioni.
E’ stata data carta bianca ai grossi proprietari nel saccheggio della Russia. Solo negli ultimi due anni, la fuga di capitali ha superato i 70 miliardi di dollari. Le autorità stanno tranquillamente a guardare come gli oligarchi esportino i capitali in società off-shore e in banche estere e per di più invitano noi alla “pace sociale” con chi sta derubando la Russia.
La dipendenza dal capitale straniero sta cominciando a minacciare la sovranità del paese. La quota di società con capitali stranieri è del 75% nel settore delle comunicazioni, del 56% in quello estrattivo e del 49% nel settore manifatturiero.
Da oltre due anni sta riducendosi il PIL del paese. Il bilancio dello Stato perde miliardi di rubli. Dissesto ovunque, tranne che nel settore delle materie prime; sono fallite la modernizzazione e la diversificazione dell’economia.
La politica socio-economica ha trasformato il paese in una società di povertà di massa. Secondo i dati ufficiali, negli ultimi tre anni i redditi reali dei cittadini russi sono calati di circa il 13%; quasi 20 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà e, secondo il PCFR, il minimo ufficiale di sussistenza è ridotto deliberatamente di 2-2,5 volte.
La Russia è diventata un paese di straordinarie disuguaglianze. Il 62% delle sue ricchezze è nelle mani di milionari in dollari e il 29% in quelle di miliardari. Secondo la società internazionale di ricerche New World Wealth, il nostro paese è al primo posto nel mondo in termini di disuguaglianza dei redditi. Solo nell’ultimo anno, la ricchezza complessiva dei 200 più ricchi uomini d’affari russi è cresciuta di 100 miliardi di dollari. I “campioni del reddito” possiedono 460 miliardi di dollari: cioè due volte tanto il budget annuale di un paese con una popolazione di 150 milioni di persone!
La realtà della Russia di oggi è descritta esattamente dalle parole del francese nel “Mistero Buffo” di Majakovskij:
“Hanno promesso di dividere in parti uguali:
a uno – una ciambella, all’altro – il buco della ciambella.
Questa è la repubblica democratica”.
Dunque, i problemi principali dell’economia russa sono:
– il suo modello basato sulle materie prime;
– la distruzione del potenziale industriale;
– la povertà e il basso potere d’acquisto dei cittadini;
– l’erronea politica monetario-creditizia;
– l’inefficienza del sistema di direzione statale.
Estremamente inefficiente è anche la politica regionale del governo. Sono soltanto nove le regioni che portano utili. Il debito dei bilanci regionali raggiunge già i 2,5 trilioni di rubli.
Il PCFR è pronto a mutare radicalmente la situazione. Noi sosteniamo che la crisi in Russia sia dovuta al fattore umano; essa è dovuta al governo, privo di un coerente programma di sviluppo. Già Spinoza diceva “Chi non sa verso dove stia navigando, non ha venti favorevoli”. Così che, o al governo della Russia ci sono cattivi nocchieri, oppure essi stanno deliberatamente guidando la nave dello stato verso gli scogli.
La contraddizione tra gli interessi del paese e quelli del capitale russo è una di quelle fondamentali. Solo un nuovo socialismo consentirà di far fronte alla disuguaglianza sociale, alla rovina economica e permetterà di dar vita a un efficiente sistema di direzione. Così è stato nel 1917. Allora la Russia fu salvata dal “progetto rosso” del Grande Ottobre. I bolscevichi ristabilirono la sovranità del paese e lo difesero dall’essere inghiottito dallo stomaco insaziabile del capitale mondiale.
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14/12/2016
Gorbacev per una nuova Unione (non sovietica)
In questi giorni hanno fatto un po' di rumore – non più di un tintinnio di campanelli, in verità, visto il pulpito – due interviste concesse da Mikhail Gorbacev, a Tass e Associated Press, in cui il primo (e ultimo) presidente dell'Urss parla della possibilità di dar vita a un nuovo Stato unitario, non Socialista e tantomeno Sovietico, su base volontaria, nello spazio delle vecchie frontiere dell'Urss.
Nell'intervista alla Tass, Gorbacev ha anche detto di non aver voluto, 25 anni fa, imprigionare i protagonisti del complotto della Belovežskaja Puša – Eltin, Kravčuk e Šuškevič – come propostogli, ad esempio, dall'ex vice presidente russo Aleksandr Rutskoj, perché il loro arresto avrebbe scatenato una “guerra civile. C'era questo pericolo”. Così che il Riccardo cuor di leone russo, ripiegò su una opzione da par suo e scelse “un'altra strada: rinunciai al potere, me ne andai, per evitare un bagno di sangue”. E, fedele alla sua inclinazione, riversa oggi le responsabilità per la fine dell'Urss sulla “cricca del GKČP” (così Gorbacev definisce oggi, senza aver mai chiarito fino a che punto lui stesso ne fosse a parte, i componenti del Comitato statale per la situazione d'emergenza, che tentarono goffamente, nell'agosto 1991, di sventare i piani eltsiniani) e sulla “sete di potere” dello stesso Eltisn, riempiendo quindi quella figura avvinazzata di capacità, acume e perspicacia che, in verità, erano peculiari solo ai suoi manovratori d'oltreoceano.
A onor del vero, Gorbacev non ha dimenticato, nelle interviste, il diretto ruolo della CIA nelle vicende che accompagnarono la fine dell'Urss. “Non si può dire che gli USA siano intervenuti direttamente, specialmente all'inizio”, ha detto Gorbacev; “Nessuno pensava che si potesse liquidare l'Unione Sovietica. Poi cominciarono a dare una mano. Sotto il tavolo si fregavano le mani: quanti anni, quasi un secolo, avevano lottato contro la Russia e ora essa stessa si sminuzzava”. Nonostante Gorbacev avesse anche in precedenza, come ricorda Gazeta.ru, accennato all'allora Segretario alla difesa USA, Richard Cheeney, quale fautore della dissoluzione dell'Urss, pare che Bush senjor fosse favorevole alla sua conservazione, temendo conseguenze catastrofiche per gli armamenti nucleari. Ma il vice Ministro degli esteri sovietico Anatolij Adamišin, imputa proprio a Bush la ricerca di precisi scopi nel gioco geopolitico, con l'appoggio fornito non a Gorbacev, ma a Eltsin e il mirino già allora puntato sull'Ucraina, quale pedina chiave nella disgregazione dell'Unione Sovietica.
A proposito delle interviste di Mikhail Gorbacev, il segretario del PCFR, Gennadij Zjuganov, ha dichiarato che, sì, si deve ristabilire l'Urss, ma Gorbacev deve essere mandato sotto giudizio, per non aver rispettato la volontà del popolo, espressosi a larghissima maggioranza, nel marzo 1991, per la conservazione dell'Unione. Zjuganov, che, non senza fondamento, da più parti viene incolpato, insieme a tanti membri del PCUS, di non aver fatto nulla, all'epoca, per contrastare la cricca eltsiniana – è nella memoria di tutti come, nel giro di qualche ora, i comitati di partito, a tutti i livelli, si fossero come dissolti; come le sedi fossero state abbandonate alle incursioni dei “democratici”; come migliaia di membri avessero semplicemente gettato la tessera, ecc. – propone di concentrarsi, all'inizio, sulla “collaborazione con Kazakhstan e Ucraina. Russia e Bielorussia costituiscono già una tale unione. Sarebbero uniti oltre 200 milioni di uomini, un mercato enorme, con sbocco nei mari caldi”. Ovviamente, anche nella visione di Zjuganov, rimangono sostanzialmente nel vago tutte le questioni di quali forme dovrebbe assumere la nuova unione, per quali strade formarsi, quali forze dovrebbero contribuire alla sua nascita, quale le basi produttive e di proprietà, ecc.
E in ogni caso, Anna Sedova, su svpressa.ru, ricorda come, già nel 2012, il Segretario di stato Hillary Clinton dichiarasse che gli USA sono intenzionati a contrastare ogni processo integrativo nello spazio postsovietico, si chiami Unione doganale, Unione Euroasiatica o altro e majdan e l'Ucraina golpista non sono che l'esempio più drammaticamente eclatante. A guardar bene, sulla linea tracciata ora da Gorbacev, aveva invitato a muoversi, già pochissimo tempo dopo la fine dell'Urss, il perenne presidente kazakho, Nursultan Nazarbaev, che nel 1994 parlava di Unione Euroasiatica. Nel 1995, ricorda Sedova, Kazakhstan, Russia e Bielorussia sottoscrivevano un accordo di Unione doganale, cui si associavano anche Kirghizia, Uzbekistan e Tadžikistan, sviluppatosi nel 2001 nella Comunità economica euroasiatica, cui partecipavano come osservatori Moldavia, Ucraina e Armenia. Nel 2007, Bielorussia, Kazakhstan e Russia firmavano l'accordo di Unione doganale, entrato in funzione nel 2010; nel 2015 veniva sancita ad Astana la nascita dell'Unione economica euroasiatica tra Russia, Kazakhstan, Bielorussia, Armenia e Kirghizia.
A parere del direttore del Centro comunicativo euroasiatico, Aleksej Pilko, “a una stretta unione economica può verosimilmente far seguito una qualche forma di integrazione politica”, che “non si contrappone in alcun modo all'Unione Europea”, così che “non inciderà molto” il fatto che da tale unione restino fuori Ucraina, Georgia e Paesi baltici, punte avanzate USA e UE nell'area postsovietca. E a tale Unione potrebbero associarsi anche Tadžikistan e Azerbajdžan. Più scettico il politologo Sergej Bespalov che non vede alcuna prospettiva di unioni politiche, non solo per il lavorio contrario di USA e UE, ma anche per le contrapposte “tendenze integrative, ma soprattutto disintegrative, manifestatesi nei 25 anni dalla fine dell'Urss”, con la nascita di élite locali più interessate ai propri nazionali interessi e il rafforzarsi, nelle stesse Bielorussia e Kazakhstan, di ideologie tali per cui “la storia sovietica è vista non nella migliore delle luci”. E la sola integrazione economica, secondo Bespalov, non è sufficiente a garantire una salda unità di prospettive.
Soprattutto, la domanda da porre a Mikhail Gorbacev, dovrebbe essere relativa a quali prospettive egli vedesse aprirsi per il paese di cui continuava a essere presidente, allorché, nell'agosto del 1991, si dimetteva dalla carica di Segretario generale del PCUS e proponeva l'autoscioglimento del Comitato Centrale.
Fonte
Nell'intervista alla Tass, Gorbacev ha anche detto di non aver voluto, 25 anni fa, imprigionare i protagonisti del complotto della Belovežskaja Puša – Eltin, Kravčuk e Šuškevič – come propostogli, ad esempio, dall'ex vice presidente russo Aleksandr Rutskoj, perché il loro arresto avrebbe scatenato una “guerra civile. C'era questo pericolo”. Così che il Riccardo cuor di leone russo, ripiegò su una opzione da par suo e scelse “un'altra strada: rinunciai al potere, me ne andai, per evitare un bagno di sangue”. E, fedele alla sua inclinazione, riversa oggi le responsabilità per la fine dell'Urss sulla “cricca del GKČP” (così Gorbacev definisce oggi, senza aver mai chiarito fino a che punto lui stesso ne fosse a parte, i componenti del Comitato statale per la situazione d'emergenza, che tentarono goffamente, nell'agosto 1991, di sventare i piani eltsiniani) e sulla “sete di potere” dello stesso Eltisn, riempiendo quindi quella figura avvinazzata di capacità, acume e perspicacia che, in verità, erano peculiari solo ai suoi manovratori d'oltreoceano.
A onor del vero, Gorbacev non ha dimenticato, nelle interviste, il diretto ruolo della CIA nelle vicende che accompagnarono la fine dell'Urss. “Non si può dire che gli USA siano intervenuti direttamente, specialmente all'inizio”, ha detto Gorbacev; “Nessuno pensava che si potesse liquidare l'Unione Sovietica. Poi cominciarono a dare una mano. Sotto il tavolo si fregavano le mani: quanti anni, quasi un secolo, avevano lottato contro la Russia e ora essa stessa si sminuzzava”. Nonostante Gorbacev avesse anche in precedenza, come ricorda Gazeta.ru, accennato all'allora Segretario alla difesa USA, Richard Cheeney, quale fautore della dissoluzione dell'Urss, pare che Bush senjor fosse favorevole alla sua conservazione, temendo conseguenze catastrofiche per gli armamenti nucleari. Ma il vice Ministro degli esteri sovietico Anatolij Adamišin, imputa proprio a Bush la ricerca di precisi scopi nel gioco geopolitico, con l'appoggio fornito non a Gorbacev, ma a Eltsin e il mirino già allora puntato sull'Ucraina, quale pedina chiave nella disgregazione dell'Unione Sovietica.
A proposito delle interviste di Mikhail Gorbacev, il segretario del PCFR, Gennadij Zjuganov, ha dichiarato che, sì, si deve ristabilire l'Urss, ma Gorbacev deve essere mandato sotto giudizio, per non aver rispettato la volontà del popolo, espressosi a larghissima maggioranza, nel marzo 1991, per la conservazione dell'Unione. Zjuganov, che, non senza fondamento, da più parti viene incolpato, insieme a tanti membri del PCUS, di non aver fatto nulla, all'epoca, per contrastare la cricca eltsiniana – è nella memoria di tutti come, nel giro di qualche ora, i comitati di partito, a tutti i livelli, si fossero come dissolti; come le sedi fossero state abbandonate alle incursioni dei “democratici”; come migliaia di membri avessero semplicemente gettato la tessera, ecc. – propone di concentrarsi, all'inizio, sulla “collaborazione con Kazakhstan e Ucraina. Russia e Bielorussia costituiscono già una tale unione. Sarebbero uniti oltre 200 milioni di uomini, un mercato enorme, con sbocco nei mari caldi”. Ovviamente, anche nella visione di Zjuganov, rimangono sostanzialmente nel vago tutte le questioni di quali forme dovrebbe assumere la nuova unione, per quali strade formarsi, quali forze dovrebbero contribuire alla sua nascita, quale le basi produttive e di proprietà, ecc.
E in ogni caso, Anna Sedova, su svpressa.ru, ricorda come, già nel 2012, il Segretario di stato Hillary Clinton dichiarasse che gli USA sono intenzionati a contrastare ogni processo integrativo nello spazio postsovietico, si chiami Unione doganale, Unione Euroasiatica o altro e majdan e l'Ucraina golpista non sono che l'esempio più drammaticamente eclatante. A guardar bene, sulla linea tracciata ora da Gorbacev, aveva invitato a muoversi, già pochissimo tempo dopo la fine dell'Urss, il perenne presidente kazakho, Nursultan Nazarbaev, che nel 1994 parlava di Unione Euroasiatica. Nel 1995, ricorda Sedova, Kazakhstan, Russia e Bielorussia sottoscrivevano un accordo di Unione doganale, cui si associavano anche Kirghizia, Uzbekistan e Tadžikistan, sviluppatosi nel 2001 nella Comunità economica euroasiatica, cui partecipavano come osservatori Moldavia, Ucraina e Armenia. Nel 2007, Bielorussia, Kazakhstan e Russia firmavano l'accordo di Unione doganale, entrato in funzione nel 2010; nel 2015 veniva sancita ad Astana la nascita dell'Unione economica euroasiatica tra Russia, Kazakhstan, Bielorussia, Armenia e Kirghizia.
A parere del direttore del Centro comunicativo euroasiatico, Aleksej Pilko, “a una stretta unione economica può verosimilmente far seguito una qualche forma di integrazione politica”, che “non si contrappone in alcun modo all'Unione Europea”, così che “non inciderà molto” il fatto che da tale unione restino fuori Ucraina, Georgia e Paesi baltici, punte avanzate USA e UE nell'area postsovietca. E a tale Unione potrebbero associarsi anche Tadžikistan e Azerbajdžan. Più scettico il politologo Sergej Bespalov che non vede alcuna prospettiva di unioni politiche, non solo per il lavorio contrario di USA e UE, ma anche per le contrapposte “tendenze integrative, ma soprattutto disintegrative, manifestatesi nei 25 anni dalla fine dell'Urss”, con la nascita di élite locali più interessate ai propri nazionali interessi e il rafforzarsi, nelle stesse Bielorussia e Kazakhstan, di ideologie tali per cui “la storia sovietica è vista non nella migliore delle luci”. E la sola integrazione economica, secondo Bespalov, non è sufficiente a garantire una salda unità di prospettive.
Soprattutto, la domanda da porre a Mikhail Gorbacev, dovrebbe essere relativa a quali prospettive egli vedesse aprirsi per il paese di cui continuava a essere presidente, allorché, nell'agosto del 1991, si dimetteva dalla carica di Segretario generale del PCUS e proponeva l'autoscioglimento del Comitato Centrale.
Fonte
16/11/2016
Russia. Gennadij Zjuganov sull’arresto del ministro Uljukaev
In relazione all'arresto, a Mosca, del Ministro per lo sviluppo economico, Aleksej Uljukaev, accusato di corruzione per una mazzetta da 2 milioni di $ nell'affare della privatizzazione di “Bašneft”, il leader del PCFR Gennadij Zjuganov ha rilasciato una dichiarazione. Al netto degli ormai classici atti di fiducia e distinguo tra politica presidenziale e attività governativa, la dichiarazione è interessante per alcuni spunti concreti sulle linee perseguite dal governo di Dmitrij Medvedev e, in generale, sull'attuale corso sociale interno russo, a proposito del quale il VTsIOM ha reso noti alcuni dati relativi a una recente indagine demoscopica. Secondo il sondaggio, l'86% dei russi avverte l'ostilità tra ricchi e poveri; il 74% la contrapposizione tra dirigenti e funzionari inferiori; il 73% tra imprenditori e lavoratori salariati. La disparità tra classe operaia e intellighenzia è sentita dal 58% degli intervistati. Tutto questo, sullo sfondo di un calo ufficiale della disoccupazione, scesa, secondo Il Ministero del lavoro, da circa il 7% al 5,8% della popolazione attiva (ma, secondo Il Ministero per lo sviluppo economico, a fine 2016 si potrebbe risalire al 6,3%), con estremi da 1,5% nella regione di Mosca a oltre il 20% in Inguscetia.
Riportiamo alcuni stralci della dichiarazione di Gennadij Zjuganov.
“L'ondata di smascheramento della corruzione ha investito Sakhalin, Kirov, Komi ed è arrivata fino alla Casa governativa” ha detto Zjuganov; “vergogna, quando i più alti funzionari governativi si trasformano in furfanti e ladri, screditando il potere e violando le norme elementari di condotta... sembra che la faccenda abbia raggiunto proporzioni tali, da diventare pericolosa per i cittadini e lo Stato nel suo complesso. Il fatto che negli ultimi tempi le forze dell'ordine lottino con più decisione e fermezza contro questo fenomeno, merita attenzione e approvazione. Capisco benissimo che, senza il consenso e un segnale da parte del Presidente, simili operazioni siano impensabili”, ha detto ancora Zjuganov.
“Sotto la guida di simili ministri, negli ultimi cinque anni il prodotto interno lordo è sceso di quasi l'8%. Il paese ha avuto 90 trilioni di rubli in meno, ha cioè perso 35 trilioni di rubli, non giunti in bilancio. Una cifra pari a due bilanci annuali. A quanto pare, è parso ancora poco, aveva bisogno anche della mancia e così si è appropriato, ha rubato altri 2 milioni di $", ha detto il leader del PCFR riferendosi a Uljukaev. “Nella Cina moderna, un simile vampiro sarebbe stato da tempo messo al muro e la mano non avrebbe tremato. E invece noi ci sediamo e ci limitiamo a discutere, nonostante la causa principale risieda nella mancanza totale di controllo sul potere esecutivo. Lo ripeto per la ventesima volta: qualsiasi potere esecutivo, senza il controllo dei cittadini e dei legislatori, inevitabilmente cade o nell'ubriacatura o nella malversazione”. “Se anche Serdjukov – ha detto Zjuganov, riferendosi all'ex Ministro della difesa, licenziato per corruzione e messo poi a capo del complesso per l'industria aeronautica “Rostekh” – o anche Uljukaev fossero passati attraverso i tre comitati della Duma per il controllo di bilancio, una sconcezza simile non si sarebbe verificata”.
“Per quanto riguarda specificamente Uljukaev, egli è il più esteso rimasuglio, la scheggia maggiore dell'epoca Gajdar-Eltsin. Faceva parte della casta degli intoccabili, ha ricoperto ogni carica e, evidentemente, credeva che tutto sarebbe andato bene. Mi spiace profondamente che tali fatti disonorino il paese e noi tutti. Incutono incertezza nella mente e nel cuore di ciascuno. Potete immaginare in che condizione si trovi chi vive con 15 mila rubli o meno al mese (e sono 72 persone su 100)! In che stato i "figli della guerra", con una pensione media di 10-12.000 rubli! Come può esserci fiducia nel governo, alla vigilia dell'adozione del bilancio, quando si scoprono tali sconcezze!”. “Un bilancio di degrado e stagnazione, di sonno letargico. Se guardate attentamente cosa propongono il signor Uljukaev e quelli come lui per i prossimi tre anni, rimane solo da sospirare. Nessuno sviluppo. Castrati tutti gli articoli relativi al futuro progresso tecnico. Tagliato quasi di un terzo tutto ciò che è legato all'assistenza sanitaria e la degenza ospedaliera è tagliata di quasi 90 miliardi”. “E' necessario correggere la macchina statale nel suo insieme. Oggi essa non lavora per i cittadini e permette le ruberie, comprese quelle di governatori, sindaci, ministri ecc.”. “Noi abbiamo proposto un intero pacchetto di leggi, in base alle quali si può formare un bilancio non di 16, bensì di 25 trilioni di rubli. Abbiamo proposto un programma di sviluppo delle imprese pubbliche, leggi sulla politica industriale e di pianificazione strategica. Ma nessuno di questi punti è stato preso in considerazione nella formazione del bilancio. E' evidente che il governo ha fatto bancarotta. Però, nel quadro dell'espansione della Nato, delle sanzioni, dei nazisti e dei banderisti, della guerra al sud, si devono adottare decisioni rapide ed efficienti. Ma loro ci girano intorno: tutti gli uljukaevy, i čubaisy, tutti questi personaggi dell'era Eltsin; essi screditano il governo, il paese e tutto il nostro potere come tale. Pertanto, il Presidente deve adottare misure di emergenza. Non capisco perché continui a tenere tali quadri nel momento in cui tutto si trasforma in una grande truffa e in un processo criminale".
“Per quanto riguarda la privatizzazione di “Bašneft”, noi abbiamo avuto un importante incontro a Ufà (capitale della Repubblica di Baškiria) e ci siamo incontrati anche col Presidente della Repubblica e abbiamo spiegato perché insistessimo che quella impresa restasse di proprietà della Baškiria: era diretta in modo ragionevole e rendeva non poco. Ho fatto una dichiarazione ufficiale: perché si continua a svendere le ultime proprietà statali, a uccidere una mucca che ci nutre tutti quanti? Mi sembrava che mi avessero ascoltato. Ma i signori Uljukaev, Šuvalov (il vice premier), a quanto pare, avevano già deciso diversamente. Non aveva alcun senso vendere quella impresa”. E invece, le privatizzazioni continuano e, “con la crisi, tutto viene svalutato. Purtroppo, l'intero budget è formato secondo una linea coloniale: si vendono le materie prime, si gonfiano i prezzi, si aggiungono le tasse e si fruga nelle tasche dei cittadini fino all'ultimo rublo per favorire i ricchi”. Ogni volta si ripete “il solito schema: ci si insinua, si controllano i flussi finanziari, si mandano via gli specialisti e al loro posto si piazzano le figlie e i figli e si continua ad arricchirsi e saccheggiare il paese. Lo scorso anno hanno venduto le materie prime: petrolio, gas, oro, diamanti, legname per 20 trilioni di rubli. Però, di quei 20, nel bilancio ne sono comparsi appena 8. Gli altri 12 trilioni costituiscono il dono pagato all'oligarchia russa e ai suoi tutori stranieri. Lo scorso anno i ricchi hanno aumentato il loro capitale del 42%, senza pagare le tasse su scala progressiva. E i cittadini si sono impoveriti del 20%. Ecco tutta l'aritmetica criminale e corrotta”, ha concluso Gennadij Zjuganov.
Fonte
Riportiamo alcuni stralci della dichiarazione di Gennadij Zjuganov.
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“L'ondata di smascheramento della corruzione ha investito Sakhalin, Kirov, Komi ed è arrivata fino alla Casa governativa” ha detto Zjuganov; “vergogna, quando i più alti funzionari governativi si trasformano in furfanti e ladri, screditando il potere e violando le norme elementari di condotta... sembra che la faccenda abbia raggiunto proporzioni tali, da diventare pericolosa per i cittadini e lo Stato nel suo complesso. Il fatto che negli ultimi tempi le forze dell'ordine lottino con più decisione e fermezza contro questo fenomeno, merita attenzione e approvazione. Capisco benissimo che, senza il consenso e un segnale da parte del Presidente, simili operazioni siano impensabili”, ha detto ancora Zjuganov.
“Sotto la guida di simili ministri, negli ultimi cinque anni il prodotto interno lordo è sceso di quasi l'8%. Il paese ha avuto 90 trilioni di rubli in meno, ha cioè perso 35 trilioni di rubli, non giunti in bilancio. Una cifra pari a due bilanci annuali. A quanto pare, è parso ancora poco, aveva bisogno anche della mancia e così si è appropriato, ha rubato altri 2 milioni di $", ha detto il leader del PCFR riferendosi a Uljukaev. “Nella Cina moderna, un simile vampiro sarebbe stato da tempo messo al muro e la mano non avrebbe tremato. E invece noi ci sediamo e ci limitiamo a discutere, nonostante la causa principale risieda nella mancanza totale di controllo sul potere esecutivo. Lo ripeto per la ventesima volta: qualsiasi potere esecutivo, senza il controllo dei cittadini e dei legislatori, inevitabilmente cade o nell'ubriacatura o nella malversazione”. “Se anche Serdjukov – ha detto Zjuganov, riferendosi all'ex Ministro della difesa, licenziato per corruzione e messo poi a capo del complesso per l'industria aeronautica “Rostekh” – o anche Uljukaev fossero passati attraverso i tre comitati della Duma per il controllo di bilancio, una sconcezza simile non si sarebbe verificata”.
“Per quanto riguarda specificamente Uljukaev, egli è il più esteso rimasuglio, la scheggia maggiore dell'epoca Gajdar-Eltsin. Faceva parte della casta degli intoccabili, ha ricoperto ogni carica e, evidentemente, credeva che tutto sarebbe andato bene. Mi spiace profondamente che tali fatti disonorino il paese e noi tutti. Incutono incertezza nella mente e nel cuore di ciascuno. Potete immaginare in che condizione si trovi chi vive con 15 mila rubli o meno al mese (e sono 72 persone su 100)! In che stato i "figli della guerra", con una pensione media di 10-12.000 rubli! Come può esserci fiducia nel governo, alla vigilia dell'adozione del bilancio, quando si scoprono tali sconcezze!”. “Un bilancio di degrado e stagnazione, di sonno letargico. Se guardate attentamente cosa propongono il signor Uljukaev e quelli come lui per i prossimi tre anni, rimane solo da sospirare. Nessuno sviluppo. Castrati tutti gli articoli relativi al futuro progresso tecnico. Tagliato quasi di un terzo tutto ciò che è legato all'assistenza sanitaria e la degenza ospedaliera è tagliata di quasi 90 miliardi”. “E' necessario correggere la macchina statale nel suo insieme. Oggi essa non lavora per i cittadini e permette le ruberie, comprese quelle di governatori, sindaci, ministri ecc.”. “Noi abbiamo proposto un intero pacchetto di leggi, in base alle quali si può formare un bilancio non di 16, bensì di 25 trilioni di rubli. Abbiamo proposto un programma di sviluppo delle imprese pubbliche, leggi sulla politica industriale e di pianificazione strategica. Ma nessuno di questi punti è stato preso in considerazione nella formazione del bilancio. E' evidente che il governo ha fatto bancarotta. Però, nel quadro dell'espansione della Nato, delle sanzioni, dei nazisti e dei banderisti, della guerra al sud, si devono adottare decisioni rapide ed efficienti. Ma loro ci girano intorno: tutti gli uljukaevy, i čubaisy, tutti questi personaggi dell'era Eltsin; essi screditano il governo, il paese e tutto il nostro potere come tale. Pertanto, il Presidente deve adottare misure di emergenza. Non capisco perché continui a tenere tali quadri nel momento in cui tutto si trasforma in una grande truffa e in un processo criminale".
“Per quanto riguarda la privatizzazione di “Bašneft”, noi abbiamo avuto un importante incontro a Ufà (capitale della Repubblica di Baškiria) e ci siamo incontrati anche col Presidente della Repubblica e abbiamo spiegato perché insistessimo che quella impresa restasse di proprietà della Baškiria: era diretta in modo ragionevole e rendeva non poco. Ho fatto una dichiarazione ufficiale: perché si continua a svendere le ultime proprietà statali, a uccidere una mucca che ci nutre tutti quanti? Mi sembrava che mi avessero ascoltato. Ma i signori Uljukaev, Šuvalov (il vice premier), a quanto pare, avevano già deciso diversamente. Non aveva alcun senso vendere quella impresa”. E invece, le privatizzazioni continuano e, “con la crisi, tutto viene svalutato. Purtroppo, l'intero budget è formato secondo una linea coloniale: si vendono le materie prime, si gonfiano i prezzi, si aggiungono le tasse e si fruga nelle tasche dei cittadini fino all'ultimo rublo per favorire i ricchi”. Ogni volta si ripete “il solito schema: ci si insinua, si controllano i flussi finanziari, si mandano via gli specialisti e al loro posto si piazzano le figlie e i figli e si continua ad arricchirsi e saccheggiare il paese. Lo scorso anno hanno venduto le materie prime: petrolio, gas, oro, diamanti, legname per 20 trilioni di rubli. Però, di quei 20, nel bilancio ne sono comparsi appena 8. Gli altri 12 trilioni costituiscono il dono pagato all'oligarchia russa e ai suoi tutori stranieri. Lo scorso anno i ricchi hanno aumentato il loro capitale del 42%, senza pagare le tasse su scala progressiva. E i cittadini si sono impoveriti del 20%. Ecco tutta l'aritmetica criminale e corrotta”, ha concluso Gennadij Zjuganov.
Fonte
11/12/2015
Dmitrij Peskov, scriveva pochi giorni fa Interfax, non è d'accordo con quanti
affermano che i redditi dei cittadini russi si sarebbero abbassati di
parecchio a causa della crisi economica. “Il governo sta adottando
misure contro la crisi, rispondenti al proprio programma e al proprio
piano d'azione. Putin riserva molto tempo alle questioni
dell'economia e alle azioni contro la crisi”. Così, il portavoce
presidenziale. Secondo i dati resi noti dal Comitato federale di
statistica e riportati sempre da Interfax, i redditi reali dei cittadini
russi, allo scorso ottobre, si erano ridotti del 5,6% rispetto allo
stesso mese del 2014 e, da gennaio a ottobre, del 3,5%, a fronte di una
riduzione dello 0,7% dell'anno precedente. Mentre i salari nominali
hanno registrato un +3% rispetto al 2014, i salari reali si sono ridotti
del 10,9%, attestandosi su una media ufficiale di 33mila rubli. Da
notare che, secondo dati riportati da Sovetskaja Rossija, gli stipendi
dei funzionari governativi si aggirano sui 224mila rubli, quelli dei
funzionari di alcuni ministeri sui 115mila, mentre il salario medio di
un insegnante è di 8mila, quello di un medico di 8-10mila, di un
ricercatore di circa 12mila.
Per quanto riguarda i prezzi, in ottobre è salita dal 39 al 43% la percentuale di coloro che giudicano “molto forte” il loro aumento, in particolare per prodotti quali carne, pesce, insaccati e prodotti caseari, uova, frutta e verdura: in pratica, l'intera spesa alimentare. Detto questo, va certamente considerata l'incidenza sull'economia russa del continuo calo di prezzo (questa mattina il Brent è sceso a 39,49 $ al barile; il WTI a 36,52 $) dei prodotti energetici, principale fonte di entrate del bilancio. In ogni caso, secondo le indagini della Banca centrale, i russi, negli ultimi tre mesi, hanno cominciato con maggior frequenza a fare economie su diversi prodotti alimentari e anche su capi di vestiario. Per quanto riguarda spese più consistenti, la tendenza è quella di maggiori economie per ristrutturazioni edilizie, vacanze e viaggi. Secondo i sondaggi, a novembre scorso è sensibilmente aumentato il timore di inflazione, unito a quelli di un ulteriore indebolimento del rublo (1 euro è cambiato oggi a circa 76 rubli; un anno fa a 67), di una riduzione del livello di vita e di aumento della disoccupazione: i famosi “diritti umani” per la cui assenza, a detta delle democrazie occidentali, tanto avevano a soffrire i cittadini sovietici trenta o quaranta anni fa!
E' ancora Interfax che scrive che il numero delle persone considerate ufficialmente “povere”, tra gennaio e settembre, ha raggiunto i 20,3 milioni, crescendo di 2,3 milioni rispetto allo stesso periodo del 2014; il livello di povertà nel paese, da gennaio a settembre, riguardava il 14,1% (era il 12,6% un anno fa) della popolazione. Nel terzo trimestre 2015, 17,9 milioni di persone (16,6 nel 2014) erano al livello di povertà, mentre erano 22,9 milioni nel primo trimestre: l'apparente “miglioramento” si spiegherebbe con i premi e gli incentivi che vengono pagati sul finire dell'anno. Secondo i dati del Comitato di statistica, il reddito minimo considerato vitale è salito a 9.673 rubli, dai 8.086 del 2014.
In questo quadro, l'organo ufficioso dei cosiddetti “circoli imprenditoriali”, Kommersant, basandosi su dati dell'Istituto di analisi sociale, osserva che la classe media russa sta scomparendo a passi da gigante e si ridurrà presto di un quarto. Se oggi rappresenta il 20% della popolazione, a causa della crisi dei settori bancario e finanziario, assicurativo e creditizio, già a inizio 2016 potrebbe essere ridotta al 15%. Secondo Kommersant, il basso aumento dei redditi costituisce il principale ostacolo alla crescita della classe media. Secondo gli analisti, possono essere qualificati come “classe media” coloro che hanno un reddito non inferiore al salario medio (diversificato in base ai territori), sufficienti risparmi, istruzione superiore, devono far parte della categoria degli specialisti o degli imprenditori: la totalità di queste caratteristiche è stata rilevata in appena l'8,1% della popolazione.
E quale è la “autovalutazione” sociale dei russi, in base alle indagini dell'ufficiale VTsIOM? A novembre scorso, tutti gli indicatori portavano un segno negativo rispetto alle valutazioni di mesi precedenti. L'indice di soddisfazione della vita, dopo la caduta, l'agosto scorso, da 69 a 56, si è attestato su 56-58 punti. In generale, scrivono gli analisti del VTsIOM, il 50% dei russi sembra soddisfatto del proprio livello di vita; completamente insoddisfatto il 22%; oscilla tra soddisfazione e insoddisfazione il 27%. L'indice relativo si fermava a novembre a 56 punti (71 un anno fa). “Stagnante” (62 punti) l'indicatore di valutazione della propria situazione materiale: il 67% degli intervistati considera “medio” il benessere della propria famiglia; il 14% lo considera buono e il 19% cattivo. Continua a perdere punti l'indice di “ottimismo sociale”, che segnava a novembre 49 punti, contro i 67 del giugno scorso (ma era a 59 anche nel novembre del 2009): il 28% pensa che la propria situazione migliorerà tra un anno, ma il 20% crede che peggiorerà e il 40% che rimarrà tale e quale. Il 53% degli intervistati pensa comunque che la situazione economica generale del paese sia “nella media”. Di contro, oscilla di mese in mese la valutazione della situazione politica: da 66 a 61 punti tra agosto e settembre; 64 in ottobre e ancora 61 a novembre, quando il 29% la giudicava buona, il 48% media e il 16% cattiva. Il 46% ritiene che gli affari dello stato, nel complesso, si muovano nella giusta direzione; il 13% nella direzione sbagliata e il 36% li giudica ora giusti ora no.
Così che ieri, il leader del PC, Ghennadij Zjuganov, nel corso di una conferenza stampa, enumerando i tre maggiori pericoli che, a parere dei comunisti, minacciano l'economia russa, ha messo al primo posto le manovre USA sui mercati internazionali, ma ha anche citato le diseguaglianze sociali e il corso liberale del governo. “La divisione sociale ha raggiunto un livello critico”, ha detto Zjuganov; “allorché il 10% dei più ricchi detiene quasi il 90% della ricchezza, si produrrà inevitabilmente la scintilla e dunque l'incendio, se i ricchi continueranno ad arricchirsi e i cittadini a immiserirsi”. A ciò si unisce l'approfondirsi della crisi economico-finanziaria, “nel cui epicentro è venuta a trovarsi anche la Russia”. Riferendosi all'intervista concessa mercoledì scorso ai media dal premier Dmitrij Medvedev, Zjuganov ha detto che “come per il passato, si giustifica il corso liberale e si tenta di incolpare l'epoca sovietica: mungono però la mucca energetica, creata proprio in epoca sovietica”. Il PC rileva come la previsione di bilancio 2016 contempli una riduzione nominale del 7,8% di spesa per assistenza sanitaria (490 miliardi di rubli rispetto ai 532 del 2015): considerato però il livello atteso di inflazione, la riduzione reale si aggirerà intorno al 20%. Per l'istruzione, la riduzione ufficiale di bilancio sarà di circa il 9% rispetto al 2015: 3,60 rubli ogni 100 rubli di spesa. Anche nella parte economica del messaggio di Vladimir Putin del 3 dicembre scorso sullo stato del paese, i comunisti russi rilevano singolari note liberali. Alla domanda perché non si introduca la tassazione progressiva sui redditi, Putin ha risposto che “temiamo che il business si rifugi nel sommerso”; il presidente non ha fatto parola della responsabilità dei funzionari per gli arricchimenti illeciti e, in definitiva, ha dichiarato che “proprio la libertà d'impresa deve aiutare a superare le limitazioni esterne”, facendo perno sulla “invisibile mano del mercato”.
Sul piano politico, al corso liberale si affianca una “nuova spirale di antisovietismo”: non ultima l'istituzione della festività in onore dei Romanov, fatta coincidere con il 7 novembre, anniversario della rivoluzione socialista che aveva abbattuto la dinastia zarista.
“Odio colui che, colto a fare il male, sia poi disposto a esaltarlo ancora”, viene da dire col Creonte sofocleo.
Fonte
Per quanto riguarda i prezzi, in ottobre è salita dal 39 al 43% la percentuale di coloro che giudicano “molto forte” il loro aumento, in particolare per prodotti quali carne, pesce, insaccati e prodotti caseari, uova, frutta e verdura: in pratica, l'intera spesa alimentare. Detto questo, va certamente considerata l'incidenza sull'economia russa del continuo calo di prezzo (questa mattina il Brent è sceso a 39,49 $ al barile; il WTI a 36,52 $) dei prodotti energetici, principale fonte di entrate del bilancio. In ogni caso, secondo le indagini della Banca centrale, i russi, negli ultimi tre mesi, hanno cominciato con maggior frequenza a fare economie su diversi prodotti alimentari e anche su capi di vestiario. Per quanto riguarda spese più consistenti, la tendenza è quella di maggiori economie per ristrutturazioni edilizie, vacanze e viaggi. Secondo i sondaggi, a novembre scorso è sensibilmente aumentato il timore di inflazione, unito a quelli di un ulteriore indebolimento del rublo (1 euro è cambiato oggi a circa 76 rubli; un anno fa a 67), di una riduzione del livello di vita e di aumento della disoccupazione: i famosi “diritti umani” per la cui assenza, a detta delle democrazie occidentali, tanto avevano a soffrire i cittadini sovietici trenta o quaranta anni fa!
E' ancora Interfax che scrive che il numero delle persone considerate ufficialmente “povere”, tra gennaio e settembre, ha raggiunto i 20,3 milioni, crescendo di 2,3 milioni rispetto allo stesso periodo del 2014; il livello di povertà nel paese, da gennaio a settembre, riguardava il 14,1% (era il 12,6% un anno fa) della popolazione. Nel terzo trimestre 2015, 17,9 milioni di persone (16,6 nel 2014) erano al livello di povertà, mentre erano 22,9 milioni nel primo trimestre: l'apparente “miglioramento” si spiegherebbe con i premi e gli incentivi che vengono pagati sul finire dell'anno. Secondo i dati del Comitato di statistica, il reddito minimo considerato vitale è salito a 9.673 rubli, dai 8.086 del 2014.
In questo quadro, l'organo ufficioso dei cosiddetti “circoli imprenditoriali”, Kommersant, basandosi su dati dell'Istituto di analisi sociale, osserva che la classe media russa sta scomparendo a passi da gigante e si ridurrà presto di un quarto. Se oggi rappresenta il 20% della popolazione, a causa della crisi dei settori bancario e finanziario, assicurativo e creditizio, già a inizio 2016 potrebbe essere ridotta al 15%. Secondo Kommersant, il basso aumento dei redditi costituisce il principale ostacolo alla crescita della classe media. Secondo gli analisti, possono essere qualificati come “classe media” coloro che hanno un reddito non inferiore al salario medio (diversificato in base ai territori), sufficienti risparmi, istruzione superiore, devono far parte della categoria degli specialisti o degli imprenditori: la totalità di queste caratteristiche è stata rilevata in appena l'8,1% della popolazione.
E quale è la “autovalutazione” sociale dei russi, in base alle indagini dell'ufficiale VTsIOM? A novembre scorso, tutti gli indicatori portavano un segno negativo rispetto alle valutazioni di mesi precedenti. L'indice di soddisfazione della vita, dopo la caduta, l'agosto scorso, da 69 a 56, si è attestato su 56-58 punti. In generale, scrivono gli analisti del VTsIOM, il 50% dei russi sembra soddisfatto del proprio livello di vita; completamente insoddisfatto il 22%; oscilla tra soddisfazione e insoddisfazione il 27%. L'indice relativo si fermava a novembre a 56 punti (71 un anno fa). “Stagnante” (62 punti) l'indicatore di valutazione della propria situazione materiale: il 67% degli intervistati considera “medio” il benessere della propria famiglia; il 14% lo considera buono e il 19% cattivo. Continua a perdere punti l'indice di “ottimismo sociale”, che segnava a novembre 49 punti, contro i 67 del giugno scorso (ma era a 59 anche nel novembre del 2009): il 28% pensa che la propria situazione migliorerà tra un anno, ma il 20% crede che peggiorerà e il 40% che rimarrà tale e quale. Il 53% degli intervistati pensa comunque che la situazione economica generale del paese sia “nella media”. Di contro, oscilla di mese in mese la valutazione della situazione politica: da 66 a 61 punti tra agosto e settembre; 64 in ottobre e ancora 61 a novembre, quando il 29% la giudicava buona, il 48% media e il 16% cattiva. Il 46% ritiene che gli affari dello stato, nel complesso, si muovano nella giusta direzione; il 13% nella direzione sbagliata e il 36% li giudica ora giusti ora no.
Così che ieri, il leader del PC, Ghennadij Zjuganov, nel corso di una conferenza stampa, enumerando i tre maggiori pericoli che, a parere dei comunisti, minacciano l'economia russa, ha messo al primo posto le manovre USA sui mercati internazionali, ma ha anche citato le diseguaglianze sociali e il corso liberale del governo. “La divisione sociale ha raggiunto un livello critico”, ha detto Zjuganov; “allorché il 10% dei più ricchi detiene quasi il 90% della ricchezza, si produrrà inevitabilmente la scintilla e dunque l'incendio, se i ricchi continueranno ad arricchirsi e i cittadini a immiserirsi”. A ciò si unisce l'approfondirsi della crisi economico-finanziaria, “nel cui epicentro è venuta a trovarsi anche la Russia”. Riferendosi all'intervista concessa mercoledì scorso ai media dal premier Dmitrij Medvedev, Zjuganov ha detto che “come per il passato, si giustifica il corso liberale e si tenta di incolpare l'epoca sovietica: mungono però la mucca energetica, creata proprio in epoca sovietica”. Il PC rileva come la previsione di bilancio 2016 contempli una riduzione nominale del 7,8% di spesa per assistenza sanitaria (490 miliardi di rubli rispetto ai 532 del 2015): considerato però il livello atteso di inflazione, la riduzione reale si aggirerà intorno al 20%. Per l'istruzione, la riduzione ufficiale di bilancio sarà di circa il 9% rispetto al 2015: 3,60 rubli ogni 100 rubli di spesa. Anche nella parte economica del messaggio di Vladimir Putin del 3 dicembre scorso sullo stato del paese, i comunisti russi rilevano singolari note liberali. Alla domanda perché non si introduca la tassazione progressiva sui redditi, Putin ha risposto che “temiamo che il business si rifugi nel sommerso”; il presidente non ha fatto parola della responsabilità dei funzionari per gli arricchimenti illeciti e, in definitiva, ha dichiarato che “proprio la libertà d'impresa deve aiutare a superare le limitazioni esterne”, facendo perno sulla “invisibile mano del mercato”.
Sul piano politico, al corso liberale si affianca una “nuova spirale di antisovietismo”: non ultima l'istituzione della festività in onore dei Romanov, fatta coincidere con il 7 novembre, anniversario della rivoluzione socialista che aveva abbattuto la dinastia zarista.
“Odio colui che, colto a fare il male, sia poi disposto a esaltarlo ancora”, viene da dire col Creonte sofocleo.
Fonte
02/12/2015
Se la Russia omaggia Boris Eltsin
Il segretario del PC della Federazione russa, Gennadij Zjuganov, commentando l'inaugurazione del Centro, ha dichiarato che “il popolo russo lega al nome di Eltsin il periodo più nero della propria storia”, i cosiddetti “malvagi anni '90” e si è detto quantomeno meravigliato della presenza, all'apertura del complesso, del presidente Putin, il quale pure, in più di un'occasione, ha definito “una catastrofe geopolitica” la fine dell'Unione Sovietica, tra i cui artefici principali si annovera Boris Eltsin.
Zjuganov ha ricordato come nel 1999 la Duma avesse iniziato la procedura di impeachment nei confronti di Eltsin, accusato di almeno cinque gravi reati.
Primo: alto tradimento, per il cosiddetto “complotto Belovežskij”, del dicembre 1991, nel corso del quale lui e i presidenti ucraino e bielorusso, Leonid Kravčuk e Stanislav Šuškevič, si accordarono a tavolino per la dissoluzione dell'Urss, a dispetto del referendum che il marzo precedente aveva visto il 78% dei cittadini sovietici votare a favore della conservazione dell'Urss.
Secondo: colpo di stato anticostituzionale del settembre-ottobre 1993, con le cannonate contro l'organo legislativo russo, il Soviet supremo, i cui poteri passarono nelle mani del presidente.
Terzo: scatenamento della guerra in Cecenia, dopo aver giocato con il separatismo – era stato proprio Eltsin a incitare tutti i soggetti federali a “prendersi più autonomia che potete”; una guerra che causò alcune decine di migliaia di morti, sia militari che civili.
Quarto: disfacimento del potenziale difensivo e del sistema di sicurezza nazionali, con il quasi completo annullamento del complesso industriale di difesa russo, nell'interesse di USA e Nato, le cui basi da allora si sono fatte sempre più vicinie alle frontiere russe.
Quinto: genocidio, per aver scientemente creato le condizioni – “terapia shock”, “riforme di mercato”, privatizzazioni – che hanno ridotto l'attesa di vita, la natalità e l'aumento della mortalità tra i cittadini russi.
Pur senza parlare di abbattimento del sistema socialista da parte delle forze, interne ed esterne, interessate al disfacimento dell'Urss e puntando il dito principalmente sulla dissoluzione della “potenza nazionale”, Zjuganov ha detto “Provate a confrontare i risultati di Eltsin con le cifre del primo piano quinquennale staliniano. Nel gennaio 1933 Stalin riferiva al plenum del Comitato Centrale: “Non avevamo metallurgia, base dell'industrializzazione del paese. Ora ce l'abbiamo. Non avevamo fabbriche di trattori. Ora le abbiamo. Niente industria automobilistica. Ora l'abbiamo. Non industria metalmeccanica; ora c'è. Non c'era industria chimica. Ora c'è”. E così via per la costruzione di macchine agricole, per l'industria aeronautica, per quella tessile, l'energia elettrica (nel cui campo la Russia prerivoluzionaria occupava l'ultimo posto tra i paesi sviluppati): “E non solo abbiamo creato queste nuove grandi industrie” concludeva Stalin, “ma le abbiamo create su una scala e di dimensioni tali, che di fronte ad esse sbiadiscono la portata e le dimensioni dell'industria europea".
Quanto realizzato negli anni dell'industrializzazione, ha detto Zjuganov, fu “alla base della vittoria del popolo sovietico nel 1945. Cosa si può trovare nel periodo eltsiniano, che ricordi pur lontanamente quei successi? Assolutamente nulla”. Citando l'inglese “Guardian”, Zjuganov ha detto: “Un presidente che ha saccheggiato un'intera generazione, arricchendo in misura inimmaginabile la propria cerchia. Un uomo che aveva iniziato la propria carriera populista con la campagna contro la modesta corruzione dei funzionari di partito, divenne capo di un paese nell'epoca della corruzione e del banditismo su larga scala. Dal punto di vista dell'Occidente, Eltsin è stato il miglior presidente della Russia”. I nostri cittadini, ha detto il segretario del PC, sopportano un'infinità di mali e di sofferenze: praticamente tutti i problemi più acuti sorgono ancora oggi da quei “malvagi anni '90”. Quel tempo vergognoso bussa di nuovo alla nostra porta con il Bilancio 2016, un bilancio di degradazione e di rischi, che porta alla Russia la politica socioeconomica del governo Medvedev, sagomata secondo le forme di Eltsin e Gajdar”.
Non a caso, pochi giorni fa, Komsomolskaja Pravda, scriveva di come, nonostante la crescita dei salari nominali in alcune branche, il salario reale dei lavoratori non vedesse tale ritmo di caduta dal 1999, con un meno 10,9% nell'ottobre scorso rispetto allo stesso mese del 2014. Ciò si evidenzia anche nella previsione del Bilancio 2016 di indicizzare i salari considerando un'inflazione del 4%, mentre, a detta dell'analista Vladimir Orešnikov, l'inflazione attesa si aggirerà intorno al 12%. Inoltre, è previsto che nel 2016 non vengano indicizzate affatto le pensioni di coloro che, continuando a lavorare, nel 2015 sono stati occupati per più di 6 mesi. Se l'indice ufficiale di disoccupazione è al 5,5%, quello reale (considerati tutti coloro che non sono iscritti alla “borsa lavoro”) può essere stimato a circa il 20%. Sul fronte sanitario (istruzione e sanità sono i settori maggiormente colpiti da quelle che i comunisti chiamano le “riforme liberali”), Vjačeslav Tetëkin, del PC, scrive che, per tagliare le spese di bilancio, si tenta di ridurre al minimo anche le garanzie sociali nell'ambito del sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria. Infatti, il Ministero delle finanze propone di mantenere l'assistenza medica gratuita solo per le categorie deboli e solo per alcune malattie. Per chi lavora i servizi medici saranno forniti solo in misura limitata: la chiamata dell'autoambulanza sarà gratuita solo per 4 volte l'anno e il medico dovrà essere pagato se ci si rivolge a lui più di 8 volte l'anno. Non saranno gratuite le visite del medico nei giorni festivi e si dovrà pagare il ricovero in ospedale oltre la seconda volta.
Il risparmio previsto è di 50 miliardi di rubli. Ma, come detto, l'apertura del “Centro Eltsin” ne già ha sottratti 10.
Niente di nuovo sul fronte del capitale; anche nell'era Putin-Medvedev.
Fonte
08/11/2015
Mosca: in piazza comunisti e militari
Mentre scriviamo sulla Piazza Rossa è in corso, in occasione del giorno della ‘Gloria Militare’ (quindi non più dell’anniversario della “rivoluzione d’ottobre”), a sua volta dedicata alla leggendaria parata del 1941, la marcia cerimoniale che vede la presenza di ben 45 unità. A marciare sono soldati russi di diverse unità dipendenti dal Ministero della Difesa e alcuni reggimenti di cavalleria del Cremlino, vestiti con le uniformi che nel 1941 indossavano i soldati dell’Armata Rossa che sfilarono in occasione dell’anniversario della Rivoluzione bolscevica quando le truppe germaniche che avevano invaso l’Urss erano arrivate a pochi chilometri dalla sua capitale. Quel 7 novembre del 1941 molti dei soldati che sfilarono vennero immediatamente inviati al fronte.
Oggi sfileranno anche gli allievi dell’Accademia Militare “Suvorov” e dell’Istituto Militari di Musica della capitale russa, nonché i cadetti delle altre scuole militari di Mosca. E’ anche previsto che più di duemila bambini accolgano le truppe sulla Piazza Rossa gridando lo slogan “Pobeda”, cioè “Vittoria”, in ricordo della sconfitta del nazifascismo nel 1941. Al termine della cerimonia sfileranno anche 55 mezzi militari utilizzati durante la ‘Grande Guerra Patriottica’, come i russi definiscono la guerra contro l’invasione nazifascista costata all’Urss decine di milioni di morti.
Oggi a Mosca sono scesi in piazza anche i comunisti del partito guidato da Gennadij Zjuganov; circa 40 mila persone hanno marciato e poi ascoltato il comizio del leader della formazione di opposizione che si è scagliato contro la corruzione del governo e la subalternità di alcuni ministri liberali agli interessi di potenze straniere e di multinazionali che non hanno certo a cuore il benessere della popolazione russa. Zjuganov, che ha incontrato ieri il presidente bielorusso Lukashenko, ha elogiato quella che ha definito l’unica repubblica postsovietica da prendere a modello.
Fonte
31/08/2015
Russia, proteste contro le diseguaglianze sociali e i privilegi
Manifestazioni organizzate dal Partito comunista della Federazione Russa contro la politica socio-economica del governo di Mosca si sono svolte sabato scorso un po' dappertutto nel paese. Nella capitale il leader Ghennadij Zjuganov ha sottolineato come il suo partito abbia “appoggiato le scelte presidenziali in occasione della vicenda della Crimea e in altre circostanze”, che hanno visto il Cremlino difendere gli interessi nazionali della Russia contro attacchi politici esterni, ma non ha mancato di denunciare gli indirizzi di politica interna che, secondo i comunisti russi, continuano a favorire esclusivamente gli interessi dell'oligarchia finanziaria.
Qual è in effetti, a grandi linee, la situazione sociale della Russia? Cosa pensano i russi del proprio paese e dei suoi dirigenti? Secondo un sondaggio condotto a luglio dalla società Romir e di cui Interfax ha dato notizia lo scorso 26 agosto, i russi sono oggi molto più orgogliosi del proprio paese e delle sue conquiste rispetto a qualche anno fa. Se nel 2003 il 25% degli intervistati dichiarava di non vedere nulla di cui andare orgogliosi, oggi la stessa risposta è data dal 6% soltanto e il 34% (era il 12% nel 2003) si dice orgoglioso di Vladimir Putin. Cresciuto anche il riconoscimento per i progressi nella cosmonautica (dal 1 al 10%), scientifici (dal 1 al 8%) e nel settore degli armamenti (dal 1 al 19%).
Ma, a fronte di questi dati, che possono testimoniare dell'umore “sovrastrutturale” dei russi, quanto favore riscuote oggi la politica governativa, in particolare quella sociale? Ancora una volta, se la linea di riaffermazione del peso internazionale della Russia, perseguita da Vladimir Putin, continua a godere dell'appoggio dei dirigenti del PC, non è così per quanto riguarda il corso di politica interna, a proposito del quale, ha detto Zjuganov, “ho l'impressione che nel governo ci siano alcuni autentici sabotatori. Non si sono trovati 140 miliardi di rubli per l'assistenza ai 12 milioni di “bambini della guerra” (i nati tra il 1928 e il 1945), ma si sono trovati 2 trilioni per i banchieri”. E' così che gli slogan che hanno scandito le manifestazioni dei comunisti sono stati “Dimissioni del governo liberale!”, “Abbasso il potere del capitale e dell'oligarchia!”. “Il nostro partito ha difeso e difenderà sempre gli interessi del popolo lavoratore” ha detto Zjuganov; “abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo che il capitalismo, soprattutto nella fattispecie dei truffatori e dei liberali, è fatale per la nostra nazione. Abbiamo dichiarato e dichiariamo: solo una svolta verso il socialismo e il governo del popolo può correggere una situazione così difficile e critica”.
Dunque, la situazione sociale, stando al vice premier Olga Golodets, ripresa da Interfax, vede un numero ufficiale di disoccupati, al 19 agosto scorso, prossimo al milione di persone. Poco o tanto? Per fare un sommario raffronto con l'Ucraina, l'Istituto ucraino di analisi e management stima che, entro l'inverno, la disoccupazione, aperta o mascherata, potrebbe raggiungere il 50%. In Russia, il Comitato per le statistiche registrava a gennaio 4,2 milioni di disoccupati, vale a dire il 5,5% della popolazione attiva; a giugno erano 4,1 milioni (5,4%). Secondo una ricerca del VTsIOM, le previsioni per l'occupazione non hanno subito sensibili variazioni tra gennaio e giugno. Il 31% degli intervistati nel sondaggio è convinto, in caso di perdita del posto di lavoro, di poter trovare una nuova occupazione nella stessa mansione, dandosi un po' da fare; ma il 30% teme di trovare non poche difficoltà e il 12% non spera di trovare nuova occupazione, senza subire perdite di salario o di mansione. Il 30% degli intervistati ha dichiarato di avere almeno un conoscente o un parente che ha perso il lavoro negli ultimi 2-3 mesi; il 9% ha più di quattro conoscenti disoccupati; il 22% ne ha due o tre. Al VTsIOM ricordano come, dopo la drammatica crisi del 2008, il 60% degli intervistati avesse dichiarato di avere più di un conoscente disoccupato.
All'interno dello stesso governo russo non c'è unanimità nel definire quale, tra la crisi attuale e quella di 7 anni fa, sia la più grave.
Anche se non manca chi si diletta a lamentare la retrocessione di ben 5 (!) russi da miliardari a “semplici” milionari nel giro della settimana del crollo mondiale delle borse, è chiaro che i problemi della popolazione russa sono quelli della realtà quotidiana, con i prezzi dei prodotti alimentari cresciuti in media del 30-35% rispetto al 2014, complici soprattutto le sanzioni occidentali e il continuo calo del prezzo del petrolio. Secondo l'agenzia Bloomberg, la popolarità di Putin (89% di consensi allo scorso giugno che, al momento, rappresenta l'apice del suo successo) comincerà a calare se il prezzo del greggio, da cui deriva il 45% delle entrate russe e il cui andamento è apertamente pilotato da USA e Arabia Saudita, scenderà fino a 30 $ al barile e ci sarà il crac economico se precipiterà a 22,5 $. Ma già con un prezzo intorno ai 40 $ - stamattina il Brent era quotato a 49,08 $, dopo il minimo di 43 $ raggiunto nei giorni scorsi – la massa di riserve valutarie comincerà a risentirne, per la necessità di sostenere il rublo in caduta.
In questa situazione, denunciava nelle scorse settimane il PC russo, a fronte di circa 23 milioni di persone considerate ufficialmente sotto la soglia di povertà e di altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, la Banca centrale russa occupa il 19° posto tra i più grossi detentori di titoli di stato statunitensi, con 72 miliardi di $ a fine giugno. “Quali miracoli! Non investiamo nella nostra economia, i nostri cittadini diventano sempre più poveri, ma continuiamo a comprare titoli americani”. E come scriveva pochi giorni fa Sovetskaja Rossija, citando il Times, a causa della crisi, del crollo del prezzo del petrolio, delle sanzioni occidentali, dei bassi salari, cade la natalità, aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo: secondo il direttore dell'Istituto di demografia e sviluppo, Jurij Krupnov, “nel 2050 dai 143 milioni attuali saremo scesi a 80 milioni”. Secondo il Ministero della sanità, nei primi 6 mesi del 2015 la mortalità è cresciuta del 5,2% rispetto al 2014, soprattutto tra le persone di età dai 30 ai 45 anni o anche più giovani. Secondo l'OMS, l'aspettativa di vita tra le donne è di 75 anni, ma tra “gli uomini è di appena 63 anni, un anno meno che nel Ruanda”. In ogni caso, il corso liberal-oligarchico, per ora, non sembra subire grandi scosse: è di questi giorni la firma presidenziale al decreto sul consolidamento delle quote private nel controllo di uno dei tre aeroporti internazionali moscoviti, quello di Šeremetevo, dopo che la USM Advisors di Ališer Usmanov (il primo miliardario russo, secondo Forbes, con un patrimonio che raggiunge i 20 miliardi di $), attraverso delle sue affiliate offshore, si era già assicurato il controllo del 60% di un altro aeroporto internazionale moscovita, quello di Vnukovo. I comunisti denunciano l'affitto di vasti territori (soprattutto investitori cinesi nella Russia orientale), la svendita delle risorse naturali, con i profitti dalla vendita del petrolio che ammontano a 16 trilioni di $ ma di cui solo 6 finiscono nelle casse dello stato; denunciano 40 milioni di ettari di seminativo lasciati incolti, con la produzione agricola caduta del 50%; e poi tagli alla spesa sociale; istruzione e medicina non più gratuite; innalzamento dell'età pensionabile...
E va ancora bene che, in Russia, ci sia comunque una qualche organizzazione politica che ricorda a chi giovino tali delizie a noi ben conosciute.
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Qual è in effetti, a grandi linee, la situazione sociale della Russia? Cosa pensano i russi del proprio paese e dei suoi dirigenti? Secondo un sondaggio condotto a luglio dalla società Romir e di cui Interfax ha dato notizia lo scorso 26 agosto, i russi sono oggi molto più orgogliosi del proprio paese e delle sue conquiste rispetto a qualche anno fa. Se nel 2003 il 25% degli intervistati dichiarava di non vedere nulla di cui andare orgogliosi, oggi la stessa risposta è data dal 6% soltanto e il 34% (era il 12% nel 2003) si dice orgoglioso di Vladimir Putin. Cresciuto anche il riconoscimento per i progressi nella cosmonautica (dal 1 al 10%), scientifici (dal 1 al 8%) e nel settore degli armamenti (dal 1 al 19%).
Ma, a fronte di questi dati, che possono testimoniare dell'umore “sovrastrutturale” dei russi, quanto favore riscuote oggi la politica governativa, in particolare quella sociale? Ancora una volta, se la linea di riaffermazione del peso internazionale della Russia, perseguita da Vladimir Putin, continua a godere dell'appoggio dei dirigenti del PC, non è così per quanto riguarda il corso di politica interna, a proposito del quale, ha detto Zjuganov, “ho l'impressione che nel governo ci siano alcuni autentici sabotatori. Non si sono trovati 140 miliardi di rubli per l'assistenza ai 12 milioni di “bambini della guerra” (i nati tra il 1928 e il 1945), ma si sono trovati 2 trilioni per i banchieri”. E' così che gli slogan che hanno scandito le manifestazioni dei comunisti sono stati “Dimissioni del governo liberale!”, “Abbasso il potere del capitale e dell'oligarchia!”. “Il nostro partito ha difeso e difenderà sempre gli interessi del popolo lavoratore” ha detto Zjuganov; “abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo che il capitalismo, soprattutto nella fattispecie dei truffatori e dei liberali, è fatale per la nostra nazione. Abbiamo dichiarato e dichiariamo: solo una svolta verso il socialismo e il governo del popolo può correggere una situazione così difficile e critica”.
Dunque, la situazione sociale, stando al vice premier Olga Golodets, ripresa da Interfax, vede un numero ufficiale di disoccupati, al 19 agosto scorso, prossimo al milione di persone. Poco o tanto? Per fare un sommario raffronto con l'Ucraina, l'Istituto ucraino di analisi e management stima che, entro l'inverno, la disoccupazione, aperta o mascherata, potrebbe raggiungere il 50%. In Russia, il Comitato per le statistiche registrava a gennaio 4,2 milioni di disoccupati, vale a dire il 5,5% della popolazione attiva; a giugno erano 4,1 milioni (5,4%). Secondo una ricerca del VTsIOM, le previsioni per l'occupazione non hanno subito sensibili variazioni tra gennaio e giugno. Il 31% degli intervistati nel sondaggio è convinto, in caso di perdita del posto di lavoro, di poter trovare una nuova occupazione nella stessa mansione, dandosi un po' da fare; ma il 30% teme di trovare non poche difficoltà e il 12% non spera di trovare nuova occupazione, senza subire perdite di salario o di mansione. Il 30% degli intervistati ha dichiarato di avere almeno un conoscente o un parente che ha perso il lavoro negli ultimi 2-3 mesi; il 9% ha più di quattro conoscenti disoccupati; il 22% ne ha due o tre. Al VTsIOM ricordano come, dopo la drammatica crisi del 2008, il 60% degli intervistati avesse dichiarato di avere più di un conoscente disoccupato.
All'interno dello stesso governo russo non c'è unanimità nel definire quale, tra la crisi attuale e quella di 7 anni fa, sia la più grave.
Anche se non manca chi si diletta a lamentare la retrocessione di ben 5 (!) russi da miliardari a “semplici” milionari nel giro della settimana del crollo mondiale delle borse, è chiaro che i problemi della popolazione russa sono quelli della realtà quotidiana, con i prezzi dei prodotti alimentari cresciuti in media del 30-35% rispetto al 2014, complici soprattutto le sanzioni occidentali e il continuo calo del prezzo del petrolio. Secondo l'agenzia Bloomberg, la popolarità di Putin (89% di consensi allo scorso giugno che, al momento, rappresenta l'apice del suo successo) comincerà a calare se il prezzo del greggio, da cui deriva il 45% delle entrate russe e il cui andamento è apertamente pilotato da USA e Arabia Saudita, scenderà fino a 30 $ al barile e ci sarà il crac economico se precipiterà a 22,5 $. Ma già con un prezzo intorno ai 40 $ - stamattina il Brent era quotato a 49,08 $, dopo il minimo di 43 $ raggiunto nei giorni scorsi – la massa di riserve valutarie comincerà a risentirne, per la necessità di sostenere il rublo in caduta.
In questa situazione, denunciava nelle scorse settimane il PC russo, a fronte di circa 23 milioni di persone considerate ufficialmente sotto la soglia di povertà e di altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, la Banca centrale russa occupa il 19° posto tra i più grossi detentori di titoli di stato statunitensi, con 72 miliardi di $ a fine giugno. “Quali miracoli! Non investiamo nella nostra economia, i nostri cittadini diventano sempre più poveri, ma continuiamo a comprare titoli americani”. E come scriveva pochi giorni fa Sovetskaja Rossija, citando il Times, a causa della crisi, del crollo del prezzo del petrolio, delle sanzioni occidentali, dei bassi salari, cade la natalità, aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo: secondo il direttore dell'Istituto di demografia e sviluppo, Jurij Krupnov, “nel 2050 dai 143 milioni attuali saremo scesi a 80 milioni”. Secondo il Ministero della sanità, nei primi 6 mesi del 2015 la mortalità è cresciuta del 5,2% rispetto al 2014, soprattutto tra le persone di età dai 30 ai 45 anni o anche più giovani. Secondo l'OMS, l'aspettativa di vita tra le donne è di 75 anni, ma tra “gli uomini è di appena 63 anni, un anno meno che nel Ruanda”. In ogni caso, il corso liberal-oligarchico, per ora, non sembra subire grandi scosse: è di questi giorni la firma presidenziale al decreto sul consolidamento delle quote private nel controllo di uno dei tre aeroporti internazionali moscoviti, quello di Šeremetevo, dopo che la USM Advisors di Ališer Usmanov (il primo miliardario russo, secondo Forbes, con un patrimonio che raggiunge i 20 miliardi di $), attraverso delle sue affiliate offshore, si era già assicurato il controllo del 60% di un altro aeroporto internazionale moscovita, quello di Vnukovo. I comunisti denunciano l'affitto di vasti territori (soprattutto investitori cinesi nella Russia orientale), la svendita delle risorse naturali, con i profitti dalla vendita del petrolio che ammontano a 16 trilioni di $ ma di cui solo 6 finiscono nelle casse dello stato; denunciano 40 milioni di ettari di seminativo lasciati incolti, con la produzione agricola caduta del 50%; e poi tagli alla spesa sociale; istruzione e medicina non più gratuite; innalzamento dell'età pensionabile...
E va ancora bene che, in Russia, ci sia comunque una qualche organizzazione politica che ricorda a chi giovino tali delizie a noi ben conosciute.
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