Due settimane dopo le elezioni parlamentari italiane, si svolgeranno in Russia quelle presidenziali. Diversi osservatori sostengono che la data del 18 marzo non sia stata scelta a caso: nel dibattito, non su chi sarà il vincitore, ma con quale percentuale trionferà, la data del 18 marzo, quarto anniversario della riunificazione della Crimea alla Russia, può giocare un ruolo significativo nel consenso a VVP: Vladimir Vladimirovič Putin.
Ciò, anche a dispetto dell’alto numero di candidati ammessi dalla Commissione elettorale e di quelli (ad esempio: Sergej Mironov, per Russia Giusta) che hanno rinunciato a candidarsi, a favore di VVP.
Tra i “soliti” nomi che parteciperanno, in testa ancora una volta il leader del LDPR, Vladimir Žirinovskij, il liberale Grigorij Javlinskij, la conduttrice televisiva Ksenija Sobčak.
Per il PCFR, un nome nuovo, quello di Pavel Grudinin, non membro del partito e direttore del “Sovkhoz Lenin”: una grossa società per azioni dell’agrobusiness, che ha conservato sì il vecchio nome sovietico, ma in cui terra, strumenti e macchinari sono di proprietà dei dirigenti e i 9/10 delle cui entrate, a detta dei maligni, sarebbero dati dall’affitto dei terreni con destinazione edificabile e commerciale.
Il VKPB (Partito comunista dei bolscevichi) di Nina Andreeva sostiene che tutti i candidati in lizza “esprimano gli interessi non del popolo lavoratore, bensì di questa o quella frazione della borghesia”: a partire da VVP, “protégé” del grande capitale oligarchico, che sta proseguendo la politica dei liberali eltsiniani e continua a dichiarare che “non ci sarà alcuna revisione dei risultati delle privatizzazioni” degli anni ’90, proponendo di sottrarre il grosso business al controllo statale.
Sorvolando sulle uscite clownesche e antisovietiche di Žirinovskij – che però, con il suo elettorato paraleghista e il 13,14%, si piazzò al terzo posto alle ultime elezioni, dietro di un pelo al PCFR (13,34%) – il VKPB concentra la propria attenzione sull’opposizione liberale e sulla persona di Pavel Grudinin. La prima (ma il “martire” Aleksej Navalnyj non è stato ammesso alla gara, perché condannato) riflette “la rabbia” occidentale per la ritrovata posizione geopolitica di Mosca e predica la sottomissione ai diktat USA.
La candidatura del secondo sta facendo molto discutere la sinistra, soprattutto quella parte di essa che ha deciso di partecipare al voto. Proposto dal PDS-NPSR (Assemblea permanente delle Forze nazional patriottiche di Russia: ha come simbolo la bandiera nero-giallo-bianca zarista, con lo stemma imperiale dell’aquila bicipite; sostiene di raggruppare “comunisti, nazionalisti e monarchici”), il nome di Grudinin testimonierebbe, a detta di molti, la fase di crisi del PCFR. Socialdemocratico, ex membro del partito presidenziale Russia Unita, dopo un fallito tentativo di avvicinamento a Žirinovskij, Grudinin si pronuncia ora per un “socialismo scandinavo” e presenta il programma del PCFR di nazionalizzazione dei settori strategici, ma con indennizzo. Contrario al corso liberale del governo, è però a favore di un’economia di mercato, orientata in senso sociale, “per scongiurare situazioni rivoluzionarie”. Propone la “ridistribuzione di parte del reddito nazionale a favore dei poveri”, mantenendo comunque i rapporti di proprietà capitalistici. “Grudinin non è comunista; e non è nemmeno socialdemocratico” affermano al VKPB e, a proposito del “Sovkhoz Lenin”, scrivono che il capitale sarebbe in mano a circa 40 azionisti, ma solo 5 o 6 di essi sembra ne detengano il grosso e Grudinin ne controllerebbe il 40%. Secondo le cifre ufficiali, il salario mensile degli oltre 500 lavoratori del sovkhoz sarebbe intorno agli 80.000 rubli (oltre il doppio della media russa); ma pare che Grudinin, negli ultimi sei anni, abbia intascato qualcosa come 157 milioni di rubli. Non a caso, dicono al VKPB, egli si presenta come “Il candidato di tutti”: cioè, di sfruttatori e sfruttati. “Il nostro obiettivo strategico” afferma il VKPB, “è la rivoluzione socialista, per la quale dobbiamo lavorare. Chiediamo che tutti, il 18 marzo, si rechino ai seggi e annullino la scheda elettorale in qualsiasi modo: scrivendo “Abbasso il capitalismo”, “Viva il socialismo”. Tale modo di esprimere l’atteggiamento nei confronti delle elezioni dimostrerà il vostro attivo boicottaggio”.
Da parte sua, il PCOR (Partito comunista operaio russo) di Viktor Tjulkin, dopo che l’iniziale appoggio al PCFR, con la candidatura dell’operaia gruista Natalja Lisitsyna, è stato ignorato dagli zjuganovisti, ha deciso di partecipare autonomamente alle elezioni e sta raccogliendo le firme necessarie. Lisitsyna, scrive Rot Front, “si presenta alle elezioni non per una qualche mitica “vittoria”, ma per smascherare l’attuale ordine socio-economico”.
Il Rot Front (Fronte unito dei lavoratori di Russia), che affianca il PCOR, ha interpellato alcuni esponenti della sinistra, a proposito della candidatura di Pavel Grudinin.
Secondo il sociologo e pubblicista Boris Kagarlitskij, la candidatura di Grudinin rappresenta la naturale evoluzione della lotta interna al PCFR: molti dirigenti imputano a Gennadij Zjuganov una serie di disfatte, così che il leader ha deciso di legare l’ennesima certa sconfitta non al proprio nome, ma a quello di un indipendente, il quale ultimo, per non mettere in pericolo i propri affari, si guarderà bene dall’insidiare il potere. A parere di Kagarlitskij, “a registrazione dei candidati ultimata, sarà definitivamente chiara la natura farsesca di queste elezioni, in cui non verrà registrato alcun candidato progressista”.
Per Anatolij Baranov, del CC del PCO (Partito comunista unito) e direttore di “Forum.Msk”, Grudinin susciterà la ripulsa anche del nocciolo duro dell’elettorato del PCFR, come è già successo per il Fronte di sinistra, che “ha organizzato le primarie farsa, fonte di aperta manipolazione politica” a favore di Grudinin. Diversa sarebbe stata la candidatura di Lisitsyna e non ci sarebbe stato bisogno di falsificare le primarie, anche se “le probabilità della sua registrazione sono altrettanto nulle quanto la vittoria di Grudinin alle elezioni, già qualificate come un referendum sulla fiducia a Putin”. Secondo Baranov, “i comunisti dovranno chiarire il proprio atteggiamento verso queste elezioni, in cui sulla scheda non comparirà alcun candidato operaio. Credo che dovremmo seguire la proposta dei compagni della città di Penza, di prendere le schede elettorali e portarsele via, oppure annullarle, in modo che non ci sia alcun referendum sulla fiducia”.
A parere del conduttore televisivo di “Rossija-24”, Konstantin Sëmin, la candidatura di Grudinin rappresenta un “aperto tentativo di dare legittimità alle elezioni, secondo la nota tecnologia del male minore. Ritengo che la propaganda dei comunisti debba tendere a liquidare ogni illusione; si deve lavorare nei sindacati, popolarizzare l’idea dei Soviet; è necessaria una piattaforma teorica”.
Aleksandr Stepanov, ex deputato della Repubblica di Carelia, espulso dal PCFR, afferma che ormai da tempo il PCFR si è spostato a destra, ma “la candidatura di un capitalista e latifondista è troppo anche per il partito di Zjuganov. Questo passo dimostra che il partito si è trasformato in un “cortile di passaggio” per carrieristi e briganti”. La candidatura di Grudinin, dice, “è stata calata dall’alto e, senza dubbio, previo accordo con l’amministrazione presidenziale”.
Aleksandr Batov, membro del CC del PCOR e segretario dell’organizzazione moscovita di Rot Front, dice che “Grudinin non è il personaggio peggiore tra le potenziali candidature, ma considerarlo unificante per la sinistra, o adatto come candidato dei comunisti, è quantomeno assurdo”. La questione di fondo è che, “da tempo, il PCFR adotta ogni decisione di un certo rilievo consultandosi con l’amministrazione presidenziale. Lo stesso con la candidatura di Grudinin”, passata per la scarcerazione del leader del movimento Avanguardia della rossa gioventù, Sergej Udaltsov, il suo appello per un candidato unico, il suo benestare per primarie abbastanza torbide e la strana vittoria di Grudinin. Secondo me, continua Batov, la candidatura di Grudinin ha una spiegazione abbastanza semplice. Alla vigilia della “elezione dello zar”, il Cremlino è preoccupato non tanto per il risultato (non è in dubbio per nessuno), ma per l’affluenza. Se questa fosse bassa, per Putin sarebbe difficile presentarsi quale “leader nazionale”, sia sull’arena interna, che internazionale. Una chiara mancanza di coesione attorno al presidente, significherebbe vulnerabilità politica. “Se le “elezioni” fossero prevedibili e poco interessanti, la gente non andrebbe ai seggi e sarebbe un fiasco”.
Quindi, dice Batov, uno dei modi per rendere “intrigante lo spettacolo pre-elettorale, è quello di circondare il leader con concorrenti più vigorosi e più giovani, dato che l’anziano e sempre perdente Zjuganov non attira più nessuno”. Con Navalnij fuori gioco, era necessario “trovare qualcun altro che di sicuro non possa vincere, ma al tempo stesso sembri una figura vincente. Questo concorrente è stato trovato; e non è casuale che questo “sparring partner” sia candidato dal PCFR. Il Cremlino è preoccupato che i “comunisti”-marionetta stiano perdendo influenza nella società e ha invece bisogno che il PCFR continui a svolgere il ruolo di “opposizione di corte” e la funzione di parafulmine sociale. Con Zjuganov, questo non è più possibile, dato che continua a perdere popolarità. Ecco allora che i tecno-politici dell’amministrazione presidenziale hanno suggerito il nome ai loro fedeli subordinati. Ci dovremo aspettare una certa radicalizzazione della retorica dalla parte del PCFR e del suo candidato, in modo che le migliaia di delusi credano ancora nel partito. Penso che le sorprese che ci riservano i tecno-politici non si esauriranno con la candidatura di Grudinin”, conclude Batov.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/01/2018
17/01/2018
In ricordo di Viktor Anpilov
Incontrai Viktor Anpilov per la prima volta il martedì o il mercoledì successivo alla sua scarcerazione da Lefortovo; era il 2 o il 3 marzo 1994. La Duma aveva accordato l’amnistia per i reclusi della tragedia dell’ottobre precedente, allorché i difensori del Palazzo dei soviet a Mosca avevano tentato di resistere, a costo di alcune centinaia di morti, all’assalto dei carri armati di Eltisn; così, i cancelli del carcere moscovita si erano aperti il 26 febbraio. Avevo telefonato per l’ennesima volta alla giovane e battagliera legale di Viktor Ivanovich, per avere notizie del suo assistito e lei mi rispose “Può parlarci direttamente: Viktor è a casa”.
Prima di allora lo avevo visto nelle numerose manifestazioni, alla testa dei cortei di Trudovaja Rossija e del Partito Comunista Operaio Russo; ma non avevo mai avuto occasione di incontrarlo direttamente. Anpilov mi ricevette nel suo modesto appartamento alla periferia della capitale e della lunga conversazione ne venne fuori una breve intervista per “il manifesto”. Ricordo soltanto che lui, certamente felice per la scarcerazione, si rammaricava del fatto che, con l’amnistia, la maggioranza eltsiniana alla Duma aveva di fatto posto una pietra tombale sull’inchiesta per il golpe filoyankee di Boris Eltsin e sul suo sciagurato ukaz di scioglimento del Soviet supremo, cui aveva tentato di opporsi anche il presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin, costretto a dimettersi. Nello stesso tempo, il novello emissario di Washington posto alla presidenza della Russia, chiedeva a tutti di firmare una sorta di patto di pacificazione sociale, con regole dettate dallo stesso Eltsin, cui le forze più in vista dell’opposizione – PCFR di Gennadij Zjuganov, i nazionalisti di sinistra di Sergej Baburin, insieme alle “forze patriottiche” e lo stesso Zorkin – rispondevano con l’alleanza “Intesa per la Russia”, criticata dalle organizzazioni comuniste, tra cui Trudovaja Rossija e PCOR.
Dopo, avevo incontrato altre volte Viktor Anpilov, sia durante le manifestazioni e i cortei, fattisi più sporadici per la “pacificazione” eltsinanina, sia in assemblee organizzate anche in collaborazione ad altre forze della sinistra. L’ultima volta che lo sentii parlare in pubblico, fu nella primavera del 1996, durante la campagna presidenziale in cui Trudovaja Rossija aveva deciso di appoggiare la candidatura di Gennadij Zjuganov. In quell’occasione, mentre il segretario del PCFR chiamava a una certa moderazione, evocando l’immagine di un grosso bastimento (la Russia) che non può invertire la rotta di 180 gradi, così, d’improvviso, pena il ribaltamento dello scafo, Viktor Anpilov rispondeva che se l’intero l’equipaggio, come un sol uomo, esegue correttamente, a tempo giusto, gli ordini del comandante, la nave può virare senza timore di imbarcare acqua: Anpilov aveva fiducia nella possibilità, in quel momento forse ancora concreta, di deviare il paese dalla rotta del capitalismo.
Si sa – ormai nessuno, a ogni livello, si sogna più di negarlo – come le presidenziali del 1996 fossero state vinte da Zjuganov e solo i brogli (allora non si parlava di hacker elettronici) imbastiti da oltreoceano avessero assegnato la vittoria a Boris Eltsin. Lo stesso Zjuganov sembra avrebbe poi fatto poco o nulla per contestare il risultato, forse in nome della “pace sociale”.
Non ho più incontrato Viktor Anpilov. Le cronache parlano, oltre che delle divergenze sorte in seno al PCOR e che lo videro, prima in minoranza e poi espulso, di incontri coi “nazional-bolscevichi” di Eduard Limonov, di un certo avvicinamento, a metà degli anni 2000, al cartello dell’opposizione liberale (Kasparov, Kasjanov, Limonov, ecc.) “Un’altra Russia”, avvicinamento poi rientrato e, nel 2012, al LDPR di Vladimir Zhirinovskij. Al momento del malore, sembra si stesse recando a un incontro in sostegno del candidato del PCFR alle prossime presidenziali, Pavel Grudinin.
Come scriveva ieri il sito del PCOR, “pur con tutti suoi errori, Viktor Anpilov merita che lui e i suoi valori siano ricordati. E questi sono, prima di tutto, che egli, all’inizio degli anni ’90 risvegliò la coscienza di molti. Che egli lottò allora, in un momento in cui non c’erano ancora né il PCFR, né altre organizzazioni della sinistra-patriottica. E anche quelle parole sul pane per il popolo” – il giorno della scarcerazione, appena fuori dei cancelli di Lefortovo, Anpilov chiese se il prezzo del pane, in quei sei mesi di carcere, fosse diminuito; nel qual caso, disse, avrebbe significato che Eltsin aveva ragione – “anche quelle parole sul pane sono importanti; anche solo per il fatto che non ogni politico pensa alle cose evidenti, a ciò che preoccupa milioni di persone, il prezzo del pane”.
Fonte
Prima di allora lo avevo visto nelle numerose manifestazioni, alla testa dei cortei di Trudovaja Rossija e del Partito Comunista Operaio Russo; ma non avevo mai avuto occasione di incontrarlo direttamente. Anpilov mi ricevette nel suo modesto appartamento alla periferia della capitale e della lunga conversazione ne venne fuori una breve intervista per “il manifesto”. Ricordo soltanto che lui, certamente felice per la scarcerazione, si rammaricava del fatto che, con l’amnistia, la maggioranza eltsiniana alla Duma aveva di fatto posto una pietra tombale sull’inchiesta per il golpe filoyankee di Boris Eltsin e sul suo sciagurato ukaz di scioglimento del Soviet supremo, cui aveva tentato di opporsi anche il presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin, costretto a dimettersi. Nello stesso tempo, il novello emissario di Washington posto alla presidenza della Russia, chiedeva a tutti di firmare una sorta di patto di pacificazione sociale, con regole dettate dallo stesso Eltsin, cui le forze più in vista dell’opposizione – PCFR di Gennadij Zjuganov, i nazionalisti di sinistra di Sergej Baburin, insieme alle “forze patriottiche” e lo stesso Zorkin – rispondevano con l’alleanza “Intesa per la Russia”, criticata dalle organizzazioni comuniste, tra cui Trudovaja Rossija e PCOR.
Dopo, avevo incontrato altre volte Viktor Anpilov, sia durante le manifestazioni e i cortei, fattisi più sporadici per la “pacificazione” eltsinanina, sia in assemblee organizzate anche in collaborazione ad altre forze della sinistra. L’ultima volta che lo sentii parlare in pubblico, fu nella primavera del 1996, durante la campagna presidenziale in cui Trudovaja Rossija aveva deciso di appoggiare la candidatura di Gennadij Zjuganov. In quell’occasione, mentre il segretario del PCFR chiamava a una certa moderazione, evocando l’immagine di un grosso bastimento (la Russia) che non può invertire la rotta di 180 gradi, così, d’improvviso, pena il ribaltamento dello scafo, Viktor Anpilov rispondeva che se l’intero l’equipaggio, come un sol uomo, esegue correttamente, a tempo giusto, gli ordini del comandante, la nave può virare senza timore di imbarcare acqua: Anpilov aveva fiducia nella possibilità, in quel momento forse ancora concreta, di deviare il paese dalla rotta del capitalismo.
Si sa – ormai nessuno, a ogni livello, si sogna più di negarlo – come le presidenziali del 1996 fossero state vinte da Zjuganov e solo i brogli (allora non si parlava di hacker elettronici) imbastiti da oltreoceano avessero assegnato la vittoria a Boris Eltsin. Lo stesso Zjuganov sembra avrebbe poi fatto poco o nulla per contestare il risultato, forse in nome della “pace sociale”.
Non ho più incontrato Viktor Anpilov. Le cronache parlano, oltre che delle divergenze sorte in seno al PCOR e che lo videro, prima in minoranza e poi espulso, di incontri coi “nazional-bolscevichi” di Eduard Limonov, di un certo avvicinamento, a metà degli anni 2000, al cartello dell’opposizione liberale (Kasparov, Kasjanov, Limonov, ecc.) “Un’altra Russia”, avvicinamento poi rientrato e, nel 2012, al LDPR di Vladimir Zhirinovskij. Al momento del malore, sembra si stesse recando a un incontro in sostegno del candidato del PCFR alle prossime presidenziali, Pavel Grudinin.
Come scriveva ieri il sito del PCOR, “pur con tutti suoi errori, Viktor Anpilov merita che lui e i suoi valori siano ricordati. E questi sono, prima di tutto, che egli, all’inizio degli anni ’90 risvegliò la coscienza di molti. Che egli lottò allora, in un momento in cui non c’erano ancora né il PCFR, né altre organizzazioni della sinistra-patriottica. E anche quelle parole sul pane per il popolo” – il giorno della scarcerazione, appena fuori dei cancelli di Lefortovo, Anpilov chiese se il prezzo del pane, in quei sei mesi di carcere, fosse diminuito; nel qual caso, disse, avrebbe significato che Eltsin aveva ragione – “anche quelle parole sul pane sono importanti; anche solo per il fatto che non ogni politico pensa alle cose evidenti, a ciò che preoccupa milioni di persone, il prezzo del pane”.
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30/10/2014
Come la Russia ha abbandonato il Donbass
La tragedia del Donbass: le promesse a parole da parte delle autorità Russe hanno significato sostanzialmente un tradimento della resistenza in Ucraina.
Dichiarazione del Partito Comunista Operaio Russo-CPSU
Cose terribili avvengono nella regione del Donbass in Ucraina. La natura della conseguenza degli eventi recenti è diventata sempre più chiara.
Per un considerevole periodo di tempo, le autorità Russe hanno osservato il massacro disumano e lo sterminio di massa della popolazione civile nella regione del Donbass, come in altre parti del Sud-Est dell’Ucraina, limitandosi ad una retorica aggressiva contro la giunta di Kiev ed esprimendo la propria simpatia nei confronti delle sofferenze del popolo. Solo successivamente, quando si poteva intravedere un imminente minaccia di totale annichilimento di entrambe le Repubbliche Popolari di Luhansk e Donetsk, le autorità Russe hanno cominciato ad offrire un’assistenza limitata in termini di aiuti. La propaganda ufficiale era solita proclamare con forza e con patos che “i Russi non abbandonano altri Russi nella sofferenza”.
Ciò nonostante, per alcune ragioni non chiare, gli aiuti venivano portati soltanto in maniera limitata, così da non danneggiare il fragile equilibrio tra le parti in guerra, per far continuare il conflitto, dove le nuove Repubbliche non avrebbero dovuto vincere “accidentalmente”. Nel frattempo successe una cosa inaspettata: i combattenti della resistenza antifascista hanno dimostrato non solo la capacità di cacciare i nemici dai propri centri regionali, ma anche di cominciare un’offensiva risolutiva. Le truppe punitive della giunta sono fuggite in preda al panico da tutti i fronti lasciando dietro di sé i propri equipaggiamenti militari, le munizioni e le armi. Successivamente è arrivato un ordine di fermare la vittoriosa offensiva. Perché? A quale scopo? I comandanti della resistenza militare hanno espresso le proprie perplessità, e hanno cominciato a discutere sempre di più circa le possibilità di tale tradimento.
Ciò fu seguito dai bizzarri negoziati di Minsk, che hanno colto di sorpresa molti dei comandanti militari. Nel corso di questi negoziati le parti sono giunte ad un cessate il fuoco. Chi beneficia maggiormente da tale cessate il fuoco? Le vittoriose unità che avanzavano o le truppe della giunta che fuggivano in preda al panico? E’ una domanda retorica e la risposta è ovvia. Come è ovvio che tutto ciò non poteva succedere senza l’ingerenza di Mosca.
Allo stesso tempo, sia i leader politici che quelli militari delle repubbliche sono stati sostituiti. Persone che non potevano vantare gli stessi impressionanti record nei campi di battaglia sono stati installati, perché erano più obbedienti, obbedienti si intende agli uomini del Cremlino. Allo stesso tempo le persone che non avevano intenzione di fermare la resistenza contro il governo di Kiev rimangono tuttora al comando delle più attive unità di guerriglia. E ora accade un altro evento delle “pacifiche” negoziazioni ed iniziative. Con il pretesto del disimpegno delle truppe, le unità della resistenza sono state allontanate dalla linea di contatto, mentre le truppe punitive sono rimaste dove erano e hanno continuato i loro disumani bombardamenti dei quartieri urbani di Donetsk. Ogni aiuto da parte dello Stato Russo decresce considerevolmente. La popolazione delle città distrutte è condannata alla fame e al freddo senza cibo, acqua e carburante. Allo stesso tempo le truppe della Resistenza sono condannate alla sconfitta in quanto non ci sono abbastanza equipaggiamenti militari o munizioni che, secondo alcuni testimoni oculari, basterebbero al momento per non più di due ore di combattimento. Non è che stanno dando un aiuto meno consistente: hanno smesso di aiutarli e basta. Allo stesso tempo Kiev sta attivamente armando le truppe fasciste, inclusa l’importazione di equipaggiamenti e mezzi militari, ed altre truppe fresche sono state inviate sulla linea del fronte da parte della giunta.
Quali sono le attuali azioni delle autorità Russe? Fanno dichiarazioni, e ora non sono nemmeno più rabbiose come prima. Allo stesso tempo nella vita reale, il commercio tra Russia e Ucraina continua, e non solo il gas viene fornito, ma anche parti e articoli necessari all’industria militare Ucraina. Ciò che avvalora tale notizia sta nel fatto che le nuove autorità di Luhansk e Donetsk continuano ad inviare carbone estratto in Donbass all’Ucraina centrale e occidentale. Il popolo del Donbass viene lasciato in balia dell’inverno senza carbone perché questo viene inviato ai territori controllati dalla giunta. Le imprese del Donbass che ancora producono trasferiscono le proprie tasse a Kiev. Inoltre, i proprietari delle imprese richiedono una speciale “tassa per la guerra” utile a finanziare la così chiamata “Operazione Antiterrorismo”! Pagano affinché la giunta possa comprare le armi che li uccideranno. E’ una guerra molto interessante! E’ una strana guerra. Il popolo è in guerra mentre i suoi governanti aiutano i nemici. Tutti lo sanno! Tutti possono vederlo poiché niente è all’oscuro. Le miniere di carbone e le altre imprese sono ancora di proprietà dei vecchi padroni, in primis appartengono all’oligarca Akhmetov. Tutti i tentativi di suggerire la nazionalizzazione delle imprese sono stati strettamente banditi dalle autorità. Che nazionalizzazione sarebbe se le autorità di Donetsk e Luhansk mandano i propri ricavi e i prodotti della manifattura locale ai propri nemici. In questo particolare caso, la proprietà dello stato non si traduce con la proprietà del popolo.
Mentre la guerra continua, essi indicono inutili elezioni in Novorossiya. Possiamo dunque giungere alla stessa conclusione, se paragonata alle elezioni truccate avvenute in Ucraina: legalizzare le autorità che hanno recentemente preso il potere. Conosciamo il lavoro di un numero di irriducibili antifascisti e veri combattenti nei Soviet Supremi di entrambe le repubbliche. Le elezioni sono state organizzate in modo tale che tali combattenti vangano purgati, e che gli venga negata l’influenza che meritano. Tutto viene fatto in ragione di ottenere i risultati di queste elezioni – basta dare un’occhiata alle regole delle elezioni adottate con l’aiuto di strateghi politici del Cremlino. Queste regole sono formulate per creare confusione e per lasciare che gli ufficiali che le supervisionano, scelti dalle autorità, facciano ciò che vogliono. Chiunque può vedere che essi registrano e ammettono a partecipare alle elezioni solo coloro che considerano “corretti” e che sono, in maniera predominante, appoggiati dal business, mentre alle forze popolari genuine non è permesso partecipare.
Ogni giorno ci sono bombardamenti, e la gente muore. Mentre il Presidente Putin già riconosce la legalità della giunta di Kiev che ha commesso un golpe anticostituzionale (secondo la sua stessa ammissione) e conduce amichevoli trattative con Poroshenko e altri leader occidentali circa le forniture di gas e l’estensione della tregua, quest’ultima viene utilizzata per aumentare il potenziale militare delle truppe punitive. Entrambe le parti delle trattative lamentano l’inviolabilità dell’integrità territoriale dell’Ucraina, mentre nessuno menziona l’indipendenza delle due repubbliche e il volere popolare chiaramente espresso nel corso dei referendum indetti nelle due repubbliche.
Esiste una conclusione ovvia: le autorità Russe non hanno difeso e non difenderanno mai il popolo del Donbass. Hanno difeso e difenderanno gli interessi del capitale Russo in Ucraina, in Europa e in Donbass. Il Donbass e il suo popolo sono semplicemente consegnati all’affettuosa clemenza delle autorità fasciste di Kiev. La natura di questa clemenza è stata ampiamente dimostrata al mondo durante i terribili crimini di Odessa, quando civili innocenti sono stati bruciati vivi, con l’unica colpa di aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro il fascismo. Il Donbass è stato venduto dai collaborazionisti Russi. Il prezzo sarà deciso nel corso degli accordi commerciali tra gli oligarchi di Russia, Ucraina, USA e UE. E’ il popolo che deve pagare con il proprio sangue e le proprie macerie.
Il Partito Comunista Operaio Russo esprime la propria risoluta protesta contro le azioni ingannevoli e l’infida inattività dei governanti della borghesia Russa. Esprimiamo la nostra fraterna solidarietà con la lotta della classe lavoratrice del Donbass e di tutte le regioni d’Ucraina dove essa non è scesa a compromessi con le regole dei fascisti. Continuiamo a dare tutta la nostra assistenza ai nostri fratelli, e continueremo a farlo in futuro. Siamo in contatto con i nostri compagni – la classe lavoratrice delle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, con il Fronte dei Lavoratori d’Ucraina e quello delle Repubbliche.
Al contrario delle autorità Russe, noi non lasciamo e non abbandoneremo i nostri compagni nella sofferenza!
Non esitiamo sulla strada scelta!
Fonte
Dichiarazione del Partito Comunista Operaio Russo-CPSU
Cose terribili avvengono nella regione del Donbass in Ucraina. La natura della conseguenza degli eventi recenti è diventata sempre più chiara.
Per un considerevole periodo di tempo, le autorità Russe hanno osservato il massacro disumano e lo sterminio di massa della popolazione civile nella regione del Donbass, come in altre parti del Sud-Est dell’Ucraina, limitandosi ad una retorica aggressiva contro la giunta di Kiev ed esprimendo la propria simpatia nei confronti delle sofferenze del popolo. Solo successivamente, quando si poteva intravedere un imminente minaccia di totale annichilimento di entrambe le Repubbliche Popolari di Luhansk e Donetsk, le autorità Russe hanno cominciato ad offrire un’assistenza limitata in termini di aiuti. La propaganda ufficiale era solita proclamare con forza e con patos che “i Russi non abbandonano altri Russi nella sofferenza”.
Ciò nonostante, per alcune ragioni non chiare, gli aiuti venivano portati soltanto in maniera limitata, così da non danneggiare il fragile equilibrio tra le parti in guerra, per far continuare il conflitto, dove le nuove Repubbliche non avrebbero dovuto vincere “accidentalmente”. Nel frattempo successe una cosa inaspettata: i combattenti della resistenza antifascista hanno dimostrato non solo la capacità di cacciare i nemici dai propri centri regionali, ma anche di cominciare un’offensiva risolutiva. Le truppe punitive della giunta sono fuggite in preda al panico da tutti i fronti lasciando dietro di sé i propri equipaggiamenti militari, le munizioni e le armi. Successivamente è arrivato un ordine di fermare la vittoriosa offensiva. Perché? A quale scopo? I comandanti della resistenza militare hanno espresso le proprie perplessità, e hanno cominciato a discutere sempre di più circa le possibilità di tale tradimento.
Ciò fu seguito dai bizzarri negoziati di Minsk, che hanno colto di sorpresa molti dei comandanti militari. Nel corso di questi negoziati le parti sono giunte ad un cessate il fuoco. Chi beneficia maggiormente da tale cessate il fuoco? Le vittoriose unità che avanzavano o le truppe della giunta che fuggivano in preda al panico? E’ una domanda retorica e la risposta è ovvia. Come è ovvio che tutto ciò non poteva succedere senza l’ingerenza di Mosca.
Allo stesso tempo, sia i leader politici che quelli militari delle repubbliche sono stati sostituiti. Persone che non potevano vantare gli stessi impressionanti record nei campi di battaglia sono stati installati, perché erano più obbedienti, obbedienti si intende agli uomini del Cremlino. Allo stesso tempo le persone che non avevano intenzione di fermare la resistenza contro il governo di Kiev rimangono tuttora al comando delle più attive unità di guerriglia. E ora accade un altro evento delle “pacifiche” negoziazioni ed iniziative. Con il pretesto del disimpegno delle truppe, le unità della resistenza sono state allontanate dalla linea di contatto, mentre le truppe punitive sono rimaste dove erano e hanno continuato i loro disumani bombardamenti dei quartieri urbani di Donetsk. Ogni aiuto da parte dello Stato Russo decresce considerevolmente. La popolazione delle città distrutte è condannata alla fame e al freddo senza cibo, acqua e carburante. Allo stesso tempo le truppe della Resistenza sono condannate alla sconfitta in quanto non ci sono abbastanza equipaggiamenti militari o munizioni che, secondo alcuni testimoni oculari, basterebbero al momento per non più di due ore di combattimento. Non è che stanno dando un aiuto meno consistente: hanno smesso di aiutarli e basta. Allo stesso tempo Kiev sta attivamente armando le truppe fasciste, inclusa l’importazione di equipaggiamenti e mezzi militari, ed altre truppe fresche sono state inviate sulla linea del fronte da parte della giunta.
Quali sono le attuali azioni delle autorità Russe? Fanno dichiarazioni, e ora non sono nemmeno più rabbiose come prima. Allo stesso tempo nella vita reale, il commercio tra Russia e Ucraina continua, e non solo il gas viene fornito, ma anche parti e articoli necessari all’industria militare Ucraina. Ciò che avvalora tale notizia sta nel fatto che le nuove autorità di Luhansk e Donetsk continuano ad inviare carbone estratto in Donbass all’Ucraina centrale e occidentale. Il popolo del Donbass viene lasciato in balia dell’inverno senza carbone perché questo viene inviato ai territori controllati dalla giunta. Le imprese del Donbass che ancora producono trasferiscono le proprie tasse a Kiev. Inoltre, i proprietari delle imprese richiedono una speciale “tassa per la guerra” utile a finanziare la così chiamata “Operazione Antiterrorismo”! Pagano affinché la giunta possa comprare le armi che li uccideranno. E’ una guerra molto interessante! E’ una strana guerra. Il popolo è in guerra mentre i suoi governanti aiutano i nemici. Tutti lo sanno! Tutti possono vederlo poiché niente è all’oscuro. Le miniere di carbone e le altre imprese sono ancora di proprietà dei vecchi padroni, in primis appartengono all’oligarca Akhmetov. Tutti i tentativi di suggerire la nazionalizzazione delle imprese sono stati strettamente banditi dalle autorità. Che nazionalizzazione sarebbe se le autorità di Donetsk e Luhansk mandano i propri ricavi e i prodotti della manifattura locale ai propri nemici. In questo particolare caso, la proprietà dello stato non si traduce con la proprietà del popolo.
Mentre la guerra continua, essi indicono inutili elezioni in Novorossiya. Possiamo dunque giungere alla stessa conclusione, se paragonata alle elezioni truccate avvenute in Ucraina: legalizzare le autorità che hanno recentemente preso il potere. Conosciamo il lavoro di un numero di irriducibili antifascisti e veri combattenti nei Soviet Supremi di entrambe le repubbliche. Le elezioni sono state organizzate in modo tale che tali combattenti vangano purgati, e che gli venga negata l’influenza che meritano. Tutto viene fatto in ragione di ottenere i risultati di queste elezioni – basta dare un’occhiata alle regole delle elezioni adottate con l’aiuto di strateghi politici del Cremlino. Queste regole sono formulate per creare confusione e per lasciare che gli ufficiali che le supervisionano, scelti dalle autorità, facciano ciò che vogliono. Chiunque può vedere che essi registrano e ammettono a partecipare alle elezioni solo coloro che considerano “corretti” e che sono, in maniera predominante, appoggiati dal business, mentre alle forze popolari genuine non è permesso partecipare.
Ogni giorno ci sono bombardamenti, e la gente muore. Mentre il Presidente Putin già riconosce la legalità della giunta di Kiev che ha commesso un golpe anticostituzionale (secondo la sua stessa ammissione) e conduce amichevoli trattative con Poroshenko e altri leader occidentali circa le forniture di gas e l’estensione della tregua, quest’ultima viene utilizzata per aumentare il potenziale militare delle truppe punitive. Entrambe le parti delle trattative lamentano l’inviolabilità dell’integrità territoriale dell’Ucraina, mentre nessuno menziona l’indipendenza delle due repubbliche e il volere popolare chiaramente espresso nel corso dei referendum indetti nelle due repubbliche.
Esiste una conclusione ovvia: le autorità Russe non hanno difeso e non difenderanno mai il popolo del Donbass. Hanno difeso e difenderanno gli interessi del capitale Russo in Ucraina, in Europa e in Donbass. Il Donbass e il suo popolo sono semplicemente consegnati all’affettuosa clemenza delle autorità fasciste di Kiev. La natura di questa clemenza è stata ampiamente dimostrata al mondo durante i terribili crimini di Odessa, quando civili innocenti sono stati bruciati vivi, con l’unica colpa di aver partecipato ad una manifestazione di protesta contro il fascismo. Il Donbass è stato venduto dai collaborazionisti Russi. Il prezzo sarà deciso nel corso degli accordi commerciali tra gli oligarchi di Russia, Ucraina, USA e UE. E’ il popolo che deve pagare con il proprio sangue e le proprie macerie.
Il Partito Comunista Operaio Russo esprime la propria risoluta protesta contro le azioni ingannevoli e l’infida inattività dei governanti della borghesia Russa. Esprimiamo la nostra fraterna solidarietà con la lotta della classe lavoratrice del Donbass e di tutte le regioni d’Ucraina dove essa non è scesa a compromessi con le regole dei fascisti. Continuiamo a dare tutta la nostra assistenza ai nostri fratelli, e continueremo a farlo in futuro. Siamo in contatto con i nostri compagni – la classe lavoratrice delle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, con il Fronte dei Lavoratori d’Ucraina e quello delle Repubbliche.
Al contrario delle autorità Russe, noi non lasciamo e non abbandoneremo i nostri compagni nella sofferenza!
Non esitiamo sulla strada scelta!
Fonte
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