Il 12 giugno si celebra in Russia la festa nazionale con cui si evoca la data in cui, nel 1990, il primo Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottava la Dichiarazione di Sovranità nei confronti dell’URSS: prima tappa dei passi che avrebbero portato alla fine dell’Unione Sovietica, con la Bielorussia di Stanislav Šuškevič che decretava la propria “sovranità” il successivo 27 luglio, seguita il 24 agosto dall’Ucraina di Leonid Kravčuk.
Nel dicembre 1991, riuniti nella Belovežskaja pušča, Boris Eltisn, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk decretavano a tavolino la fine dell’URSS.
Sempre il 12 giugno, ma nel 1991, Boris Eltsin diventava il primo presidente della RSFSR. Ma, dato che larga parte dei russi aveva un atteggiamento negativo verso la dichiarazione di “sovranità” che, secondo loro, era alla base della liquidazione dell’URSS, il 12 giugno 1998 Eltsin decise di ridenominare la giornata in Festa della Russia.
In altre parole, il 12 giugno la Russia celebra la cosiddetta “parata delle sovranità” che, dopo la Russia, avrebbe via via investito le altre Repubbliche dell’URSS e portato alla distruzione dello stato socialista sovietico.
Si celebrano dunque con ciò stesso, tutt’oggi, anche senza dirlo apertamente, la “terapia shock” formulata da Egor Gajdar, l’iperinflazione, la miseria e la disoccupazione che avrebbero caratterizzato gli anni ’90 e si sarebbero rivelati esiziali per molti milioni di russi, portando a un pauroso decremento della popolazione, che raggiunse la cifra di un milione in meno all’anno.
Si contarono oltre 20 milioni di russi, tra morti e non nati negli anni ’90, grazie alle “riforme eltsiniane”.
A corredo, in quegli anni, il cosiddetto “far west” del primo capitalismo e della “accumulazione originaria” del capitalismo russo: diffusa criminalità economica, omicidi su commissione per accaparrarsi il controllo sulle aziende statali messe all’incanto con la privatizzazione della proprietà socialista avviata da Anatolij Čubajs.
Proprio come l’accumulazione originaria nell’Inghilterra dei secoli XV e XVI, descritta da Marx come fondata su sangue, violenza, privazione dei mezzi di sussistenza di milioni di contadini e appropriazione fraudolenta delle proprietà comuni, così nella Russia di quegli anni si assistette alla rapina “legalizzata” delle proprietà statali, tramite i cosiddetti “voucher di privatizzazione”, con cui pezzi dell’apparato di partito e dello stato misero le mani sulle imprese, lasciando sul lastrico milioni di lavoratori.
A seguire: deindustrializzazione, scadimento della ricerca scientifica e tecnologica, “ottimizzazione” delle sfere sociali come istruzione e servizi sanitari, innalzamento di cinque anni dell’età pensionabile, secondo i dettami del FMI. Il 1 giugno 1992 il governo Eltsin-Gajdar sottoscriveva col FMI una “Lettera di intenti” con cui si impegnava, nel passaggio all’economia di mercato, ad adottare solo norme, codici e Costituzione dettati dal FMI.
Non si può dimenticare come colui che oggi viene spesso citato a proposito di quello che dovrebbe essere il corretto atteggiamento nei confronti della Russia, l’economista americano Jeffrey Sachs, fosse all’epoca alla testa delle centinaia di funzionari yankee che “indicavano” alla squadra eltsiniana come tradurre in pratica il programma di “Passaggio al mercato” della Russia, acclamato dalle “democrazie” euro-atlantiche come “nuova era della civiltà”, dopo la “fine del comunismo”.
Un’era in cui scoppiarono in Russia conflitti armati regionali, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi.
Passato il periodo del cosiddetto capitalismo selvaggio e assestatesi gradualmente le proprietà delle immense ricchezze privatizzate, soprattutto nei diversi rami dell’industria estrattiva e mineraria, lo stato russo tornava poi gradualmente a controllare lo sviluppo del nuovo (nuovo, nel senso del ritorno alla vecchia formazione sociale pre-sovietica) ordine socio-economico capitalistico.
Ma, perché sia chiara la contrapposizione tra due epoche, ecco che anche nella ricorrenza del 12 giugno e della proclamata “sovranità”, come avviene da anni con la parata del 7 Novembre – in cui si celebra non la data della Rivoluzione d’ottobre, ma la sfilata militare del 1941 – sulla piazza Rossa si copre “pudicamente” il mausoleo di Lenin con schermi e pannelli disegnati coi colori della nuova (anche qui: “nuova” riprendendo i colori della Russia zarista) bandiera russa.
Un chiaro simbolismo, dicono i comunisti russi, del confronto tra due sistemi sociali e di quale dei due, socialista o borghese, testimoni della realtà russa attuale, a dispetto di alcune affermazioni della leadership del Cremlino, forse troppo frettolosamente interpretate da alcuni come “ritorno al passato sovietico”.
Tutto questo non significa che non si debbano adottare oggettivi atteggiamenti nei confronti della “nuova” Russia capitalista, impegnata a difendere il proprio spazio dalle mire aggressive delle compagini guerrafondaie euro-atlantiste, bramose di mettere le mani su quelle ricchezze che nel 1991 sembravano così a portata di mano per i capitali occidentali e che, invece, il Cremlino si è impegnato a preservare per i capitali russi.
In questo senso, senza soffermarsi particolarmente sulle “cose della guerra” in Ucraina, di cui peraltro parliamo pressoché quotidianamente, si può notare che le radici e le cause del conflitto “per interposta Ucraina”, scatenato da USA-NATO-UE ai danni della Russia, affondano ben lontano nel tempo, anche molto prima del golpe nazional-nazista del 2014 a Kiev.
Se quest’ultimo ha condotto l’ex Repubblica sovietica sulla definitiva strada del confronto armato, è però sin dagli anni ’50 – si è scritto ripetutamente – che la CIA aveva individuato in determinate regioni ucraine i “punti di forza” di un assalto anche armato all’Unione Sovietica e, successivamente, si sia continuato a puntare sulle spinte nazionaliste attive nel paese sin da inizi ‘900, per fomentare quei sentimenti che poi sarebbero stati ben sfruttati negli anni ’90, sfociando appunto nel famigerato golpe nazista del 2014.
L’accerchiamento militare anti-russo portato dalla NATO sin dai primi anni ’90, con l’assorbimento via via degli ex stati socialisti dell'Europa orientale, completa il quadro del concreto retroterra alla base della guerra guerreggiata in corso dal 2022, in vista dello scontro militare diretto per il quale le cancellerie europee non si reputano ancora sufficientemente pronte.
Ecco dunque che quando il signor Marco Imarisio, sul solito Corriere della Sera del 12 giugno, scrive che «Da una scintilla, l’immane incendio», intendendo paragonare, par di capire, “l’improvviso” scoppio del conflitto in Ucraina nel 2022 a quello che, sin dai tempi di scuola, viene presentato come “l’inatteso” «attentato di Sarajevo all’arciduca Francesco Ferdinando» e, poi, sembrerebbe voler paragonare «le sofferenze dei soldati in trincea» nella guerra del 1914-’18 e «l’enormità dell’accaduto, un massacro senza senso e senza una vera causa che non fosse un pretesto», al conflitto in Ucraina, non resta che ricordare a certi articolisti alcune considerazioni degli analisti militari che, di guerre, se ne intendevano abbastanza.
Non è necessario affrontare il tema del paragone tra i massacri degli assalti alla baionetta, dei gas mortali, delle decimazioni contro i contadini in uniforme che non ne volevano sapere di esser mandati al macello, da un lato, e le vittime dell’attuale conflitto in Ucraina: ogni singola vita ha valore e il massacro non si conta sui numeri.
Non è questo il punto. E lasciamo alla coscienza del signor Imarisio anche il paragone tra il macello imperialista delle trincee del 1914, voluto dalle potenze contrapposte dell’Intesa e dell’Alleanza per la spartizione delle sfere coloniali e dei profitti del capitale finanziario, da una parte e i motivi addotti, a detta dell’articolista, da «chi ha scatenato questa nuova carneficina», cioè il conflitto in Ucraina, dall’altra.
Perché, evidentemente, secondo questa gente solo Vladimir Putin avrebbe scatenato la guerra, facendo quindi scoccare “la scintilla” di un conflitto mondiale, proprio come con l’attentato di Sarajevo. Quello che c’è stato prima del 2022 non conta più: i rapporti tra mire del capitale occidentale e ricchezze russe non contano più, come non esiste più l’accerchiamento militare NATO a partire dagli anni ’90.
Fermiamoci qui. Ci permettiamo solo di citare le osservazioni di Carl von Clausewitz, secondo cui «Tutti sanno che le guerre sono innescate solo dai rapporti politici tra governi e popoli; ma generalmente si rappresentano la questione come se con l’inizio della guerra quei rapporti cessino e si presenti una situazione del tutto diversa, subordinata solo a proprie leggi speciali. Noi sosteniamo il contrario: la guerra non è altro che la continuazione dei rapporti politici con l’intervento di altri mezzi».
La bramosia del capitale occidentale per le ricchezze della Russia e l’accerchiamento militare del paese danno il quadro di quei «rapporti politici tra governi e popoli» di cui parlava Clausewitz. A quel punto, conta solo molto relativamente chi abbia “attaccato per primo” e solo nelle rappresentazioni liberal-confessionali si continua a piangere per “l’aggredito” e a maledire “l’aggressore”, diffondendo la novella di una supposta precedente “armonia”, della “concordia” tra le nazioni, proditoriamente infrante da qualcuno improvvisamente preso da “mire imperiali”.
La “scintilla” evocata dal signor Imarisio somiglia a quella situazione irrisa da Vladimir Lenin con il famoso aforisma secondo cui alcuni rappresentano l’inizio della guerra «in maniera infantile e ingenua, del tipo che di notte qualcuno abbia agguantato un altro per la gola e i vicini debbano salvare la vittima dell’aggressione... come dire: vivevano in pace, poi uno ha attaccato e l’altro si è difeso».
Dire che Putin abbia acceso “la scintilla”, scatenando la guerra in Ucraina senza alcun motivo, serve gli interessi di chi, secondo i piani bellicisti euroatlantisti, è impegnato a preparare la militarizzazione delle società europee in vista della guerra programmata dalle cancellerie continentali per il 2030.
«Vivevano in pace i popoli», scriveva ancora Lenin; «poi si sono azzuffati! Come fosse vero! Davvero si può spiegare la guerra senza metterla in relazione con la precedente politica di quello stato, di quel sistema di stati, di quelle classi?».
P.S.: Quando il signor Imarisio scrive che «Putin ha eluso ogni problema che la sua scelta di invadere l’Ucraina si porta dietro... i moscoviti non si recano più nelle loro dacie per paura dei droni», si tratta di una constatazione alquanto soggettiva. Altrettanto soggettivamente, si può osservare che non pochi moscoviti vivono in dača ormai da anni, praticamente dall’epoca del Covid-19 e vi trascorrono in permanenza tutti i 12 mesi, recandosi in città solo per acquisti o necessità urgenti. Va da sé che ciò dipende dalle possibilità economiche e lavorative individuali e anche da come la dača sia attrezzata per sopportare il clima russo e consentire di svernarvi.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/06/2026
Il 12 giugno della Russia e l’accerchiamento euro-atlantico
24/09/2023
[Contributo al dibattito] - L'età dei torbidi
Il conflitto è l’ovvio epilogo di una storia recente che ha escluso la politica e cerca di controllare e snaturare l’uomo animale politico. Zelenskyj, Putin e Biden sono gli ultimi artefici di un dramma che risponde a logiche di profitto, consumo e potenza.
L'articolo è pubblicato in contemporanea su Effimera e Il Salto.
Partiamo dal fondo e da un personaggio che citi appena nel tuo libro. Il presidente ucraino Zelenskyj mi pare che rappresenti appieno l’uomo non-politico di tipo nuovo di cui parli, lo strumento perfetto della teologia del consumo, che naviga nei torbidi della guerra, delle tecnologie comunicative e degli interessi privati. Sei d’accordo? In qualche modo non credi che Boris Eltsin, personaggio che hai ampiamente affrontato nel tuo libro, sia stato tra i primi di questi uomini politici?
Rispondo prima su Boris Eltsin, un uomo del sistema sovietico, che era in rotta col partito e con Gorbachev e che ha dato spazio a uomini del sistema che nei quasi dieci anni successivi lo hanno ribaltato, creato gli oligarchi e, in parallelo, aperte le porte ai consiglieri dell’altro sistema, da cui erano fortemente ammaliati. Invece per quel che riguarda Zelenskyj, sappiamo che ha appena licenziato l’oligarca che lo aveva fatto diventare presidente finanziandogli le elezioni e che sta pubblicizzando iniziative contro l’endemica corruzione del paese. In tal senso è un personaggio del tempo presente, un campione della comunicazione, un grande attore. A me quello che interessa di Zelenskyj, è il fatto che sia il primo ebreo che è stato accettato dalla comunità internazionale in quanto politico. Non come Einstein, Oppenheimer o i grandissimi scrittori e poeti, no, come politico. Perché prima di lui c’è stato solo Disraeli ma convertito (e il francese degli anni trenta). Zelenskyj, figlio di due scienziati, vissuto in un mondo russo-moscovita che ha imparato la lingua ucraina solo quando era d’obbligo, è il primo ebreo accettato dalla comunità internazionale, come non è mai successo prima, questo bisogna che sia chiaro. Accettato dai polacchi e dagli ucraini che alle spalle hanno l’antisemitismo più barbaro. Accettato da Biden, nonostante quello che sa del suo precedente rapporto con Trump: è stata appena desecretata la trascrizione di un colloquio tra Trump e Zelenskyj dove quest’ultimo ringrazia il primo per l’esempio-modello che è per lui e Trump riesce a infilare la richiesta di incriminare il figlio di Biden. C’è un’immagine di Zelenskyj con Biden dove il presidente americano gli mette una mano sulla spalla come ad un altro suo figlio. Tieni presente che gli ebrei europei, nella loro esperienza di emigrati, avevano il terrore degli irlandesi cattolici, visti come quelli che li perseguitavano di più nei poverissimi quartieri di New York. Invece non c’è un’immagine simile del presidente ucraino con Netanyahu perché Zelenskyj, amatissimo dalla comunità occidentale bianca, non lo è altrettanto in Israele, per via dei rapporti che quest’ultimo paese ha con la Russia. La scelta di Zelenskyj è legata alla cultura che si ritrova perché giovane, un giovane che ha avuto la possibilità negli ultimi dieci anni di conoscere la società occidentale e le condizioni del terzo mondo, come anche quella di Israele. Lui vuole quella di Londra, New York, Parigi. La vuole a tal punto da accettare il ruolo che lo scontro tra politiche di potenza ha riservato al suo paese, quello di combattere al loro posto, di far distruggere città, industrie, e soprattutto far morire la gente che vi abita, per la prospettiva di avere nel dopo guerra un posto al tavolo dei vincitori.
Da una parte il vecchio Putin, figlio di un operaio sovietico che ha costruito il suo successo nella guerra alla società extra-pianificazione ed extra-partito e celebra uno stato forte e indipendente che rinnega parte della sua storia – come è dimostrato dalle dichiarazioni su Lenin. Dall’altra un giovane attore, che costruisce il suo personaggio politico come il protagonista di un b-movie d’azione e rappresenta i valori occidentali del liberalismo. Per quanto riguarda le società ucraina e russa non credi ci sia anche questo scontro politico-ideologico a polarizzare i consensi?
È stato Eltsin che ha messo Putin al potere. Su Putin ho idee diverse da quelle predominanti. Non perché mi piaccia che sia andato dall’oggi al domani a buttare le bombe sull’Ucraina. Per me Putin è un politico professionale. È figlio di un operaio, ma figlio di un operaio dell’aristocrazia operaia, è stato mandato a scuola dove ha conosciuto un’insegnante di tedesco, ebrea, che lo ha preso nelle sue mani, convincendo la famiglia a farlo studiare. Non è solo figlio di operaio, è figlio della voglia di migliorare il sistema. E quando ha capito che era impossibile, lo ha mollato.
Il 12 settembre è apparsa la notizia che Putin ha detto che i sovietici avevano sbagliato ad andare in Cecoslovacchia e in Ungheria. Così come il giorno prima della aggressione all’Ucraina aveva detto che Lenin e Stalin avevano sbagliato a dividere il suo gran paese in repubbliche formalmente autonome, perché prima o poi l’autonomia l’avrebbero pretesa. Come è poi successo nel 1991.
Se noi continuiamo a vedere Putin come un uomo del sistema sovietico, sbagliamo. È un politico professionale che è stato per sei anni in Germania, conosce il tedesco, conosce la società occidentale come mai era successo a nessun altro politico sovietico. Perché però ha invaso l’Ucraina? Perché pensava che era «roba sua», che era parte della Russia, questo ce lo dobbiamo mettere in testa. Perché se ce lo mettiamo in testa facciamo prima a trovare la soluzione affinché questa guerra finisca, questa tragedia terribile, questi terribili bombardamenti, questi ammazzamenti di soldati, anziani, bambini. Ci dobbiamo mettere in testa cos’è per un russo l’Ucraina. Sono stata tante volte in Russia e in Ucraina. Per il russo era scontato che l’Ucraina stesse un passo inferiore a loro, un po’ come per un piemontese il nostro Sud. L’Ucraina è diventata industriale, industriale-agricola in gran parte per iniziativa dei tre ultimi segretari del PCUS, ucraini tutti e tre, Kruschev, Brezhnev e Chernenko, di origini operaia i quali fecero l’industrializzazione del loro paese e la meccanizzazione dell’agricoltura per farsi perdonare quello che Stalin aveva fatto nella guerra contro i contadini ricchi all’epoca della collettivizzazione. Putin è d’accordo con quest’accordo e anzi lo rivendica.
La cosa di cui dobbiamo renderci conto è che siamo in uno scontro tra l’America e la Russia, dove purtroppo c’è andata di mezzo l’Ucraina, per le ambizioni di Zelenskyj e dei suoi giovani ministri. Ma lo scontro è tra l’America e la Russia: non un solo soldato americano e neppure un ungherese, polacco, estone sta in trincea, ci sono i poveri ucraini e i poveri russi. Ma la responsabilità è da una parte di Putin e dall’altra di Biden (e del suo ministro di origini ucraine Anthony Blinken) e nel mezzo c’è l’ambizione di Zelenskyj di diventare un grande politico europeo.
Tu scrivi: «La teologia del consumo vive di un accordo tra gli uomini della moneta e gli uomini della tecnica e della scienza, e ha posto ai margini l’uso della fede e della politica». La società occidentale contemporanea che incarna questa teologia del consumo si è quindi liberata dalla politica e sta procedendo per scomporre l’uomo-animale-politico a favore di una classe dirigente di tipo nuovo. Questo processo nasce e si sviluppa con la fine violenta del Novecento, ovvero quando l’Unione Sovietica implode? Quando quello che tu hai chiamato l’esperimento profano di Lenin viene sconfitto?
Forse l’ostracismo della politica è cominciato prima della fine dell’URSS. L’analisi per capire l’ostracismo è mettere a fuoco l’integrazione tra gli uomini del denaro e gli uomini della scienza informatica che ha fatto nascere la teologia del consumo.
Nel libro chiamo il basement di Filene, la «culla» della teologia del consumo. Sembra una battuta, ma non lo è. A Boston c’è un enorme supermercato non alimentare. Io ho vissuto a Boston e Cambridge un anno (ho studiato ad Harvard e al MIT) e un’amica mi disse vuoi fare buone spese? Vai al basement di Filene. Il proprietario, Filene, si era inventato di vendere nel sotterraneo del grande magazzino, a un decimo dei prezzi, ogni tipo di merce. Un gran successo. Pensa alla Cina. Poter comprare, possedere, consumare ha riempito gran parte del nostro quotidiano, lasciando poco tempo e interesse per altro. Se non ce ne rendiamo conto, non ci rendiamo conto in quale tragedia stiamo. Non so se ti ho risposto.
Le elezioni presidenziali statunitensi del 2024 ci sembrano dirimenti nello scacchiere internazionale. A margine di un articolo del 2018, riportato nel libro, definisci Joe Biden un intermezzo. Credi che il futuro presidente sarà nuovamente il «primo uomo della moneta assurto alla massima carica politica» ovvero Donald Trump? O forse la sua compromissione più mediatica che reale con il leader russo affosserà il suo sogno di ritornare alla Casa Bianca?
Non credo proprio che Donald Trump sia messo in difficoltà dall’elogio di Putin. Putin ha elogiato Trump (e Musk) e ha detto che l’URSS aveva sbagliato a mandare i carri armati contro l’Ungheria e la Cecoslovacchia.
Nell’anno in America ho imparato che molto più che in Europa: la società è divisa tra un élite culturale ma anche finanziaria e legale, e la plebe, non il sottoproletariato di Marx, non il popolo degli stati nazione, la plebe dei secoli lontani. Trump è il presidente della plebe, ora la plebe non legge ma ascolta la radio e vede le televisioni. Quali radio e televisioni? Quelle locali. Il New York Times lo legge solo l’élite. Gli altri non leggono; ma se lo fanno, leggono il giornale di provincia. Se Trump ce la farà, sarà perché è in grado ancora una volta di convincere la plebe. È chiaro che noi vogliamo che non la convinca e che venga fuori un altro, ma chi? DeSantis, che sembrava aver una chance, è peggio di Trump. L’esito delle elezioni americane è veramente decisivo, per noi europei. Però quello che dobbiamo metterci in testa è che noi europei, italiani in particolare, negli ultimi decenni, avevamo la possibilità di avere idee «nostre» e di sapere come collocarci. In America c’è questa élite che è spaventata all’idea che vinca Trump. Ma cosa può fare? Biden è proprio anziano, si dimentica le cose e gli può succedere che venga allo scoperto che ha appoggiato sin troppo il figlio.
Biden ha certamente perso consensi negli ultimi 2 anni e ci pare che la sua politica estera sia stata dettata anche dalla necessità di recuperare il terreno perso, come anche da interessi economici e dall’influenza del segretario di stato Blinken ferocemente antirusso. Quello che però dall’esterno sembra più determinante è una classe dirigente, quella che chiami piccola élite, intenzionata a recuperare il predominio globale, che forse sogna ancora il ritorno all’egemonia pre-2001 ovvero a quello che tu chiami unipolar moment. Credi che ancora non si siano arresi alla concezione di un mondo multipolare?
Certamente, loro quello vogliono, vogliono tornare all’unipolar moment. Dal punto di vista culturale sono i neocons, e i neocons sono nei think tanks, nei giornali che si leggono, sono dappertutto e credo che loro vorrebbero tornare al periodo di Clinton-Bush. Il periodo di Clinton è stato quello che ha dato più soddisfazioni sulla scena internazionale, perché Bush alla fin fine è stato il presidente delle spedizioni fallite in Iraq e Afghanistan. Pensare a Bush è quindi difficile, la politica estera di Clinton è stata soddisfacente. Per noi no, questo dobbiamo tenerlo ben presente. È Clinton che ha impedito all’Unione Europea di farsi un esercito, una costituzione, di stare sulle proprie gambe politiche, militari, istituzionali e cosi via. I nostri sogni erano diversi, e abbiamo dovuto rinunciarvi.
Invece che cosa sognano i russi?
I russi sognano il primo Putin, il Putin dei primi suoi dieci anni, che diede la sicurezza del salario, le pensioni, l’ordine nelle strade e dichiarò «noi siamo ancora una potenza e ci dobbiamo comportare come tale». Americani e russi sono come la Francia e la Germania nel 1870, questo l’ho detto e lo ridico, all’epoca si fecero la guerra e non si capisce perché, se non per ragioni di politica di potenza, non certo per l’Alsazia e la Lorena. E oggi le ragioni della guerra che si sta combattendo sono ancora quelle della politica di potenza, i protagonisti che contano sono l’America e la Russia, il campo di battaglia è l’Ucraina. Le strategie sono quelle della prima guerra mondiale, i russi si difendono come sono in grado di fare, cioè con le trincee, mentre gli americani hanno il terrore di mandare le armi nucleari ai giovanotti al governo e agli oligarchi al potere a Kiev, perché aveva ragione Oppenheimer convintosi che dopo la bomba atomica non ci potevano più essere delle vere guerre perché significavano distruzione per tutti. Infatti da allora ci sono state delle medie e piccole guerre, giacché gli uomini senza guerra non sono capaci di stare, ma quelle in cui utilizzare armi nucleari, quelle no. Ripeto – concludendo – che la guerra in Ucraina è uno scontro di politica di potenza tra l’America e la Russia e di mezzo c’è un paese che Putin e Zelenskij stanno distruggendo, un paese bellissimo. Devi andarti a rileggere Isaak Babel', è lui che ti spiega come sono fatti i russi e gli ucraini, e quanto sarà difficile farli smettere di prendersi a pugni.
«La pratica della politica, con le sue istituzioni, con i suoi sacerdoti, e con il dio del principio speranza è stata espulsa dalla società del consumo» scrivi nelle tue conclusioni. Ci sembra che questo oltre alle precise e lucide analisi sia il filo discorsivo principale del tuo libro.
La politica come tu dici è stata indubbiamente rimossa nella società occidentale attuale. Ma se l’uomo cessa di essere animale politico a solo vantaggio degli uomini della moneta, il conflitto sociale, che pur sempre esiste, che ruolo gioca? Riteniamo che sia appunto individualizzato, fuori da qualsiasi contesto progettuale, collettivo e quindi politico, e che si riproponga solo come rivolta, spuria, caotica, fine a sé stessa, ma che nonostante ciò, nel conflitto, e nelle sue riproposizioni, risieda l’unica possibilità di un ritorno ad una politica-progetto.
Vedi nel quadro della guerra e del ritorno delle trincee delle linee di conflitto?
Tu mi stai chiedendo se io credo nel principio speranza. Posso dire che ci credo, però il conflitto sociale lo hanno distrutto attaccando le sedi dove il conflitto sociale nasceva. Non ci sono più le sedi, non ci sono più gli stabilimenti, non c’è questo, non c’è più il «da una parte il padrone e dall’altra parte una società che non lo accetta», no. La tragica situazione in cui siamo oggi è che ci sono questi uomini del denaro e anche della scienza informatica, perché non abbiamo detto nulla di quello che la scienza informatica ha regalato agli uomini del denaro e a chi comanda.
Tu stai parlando del conflitto sociale a una persona che se ne è occupata personalmente e lo ha visto cadere insieme alle strutture su cui si reggeva, che erano strutture che i padroni hanno dismesso con la delocalizzazione ma anche perché il partito che se ne occupava ha smesso di occuparsi dei bisogni e ha preso ad occuparsi dei diritti civili di cui agli operai – e ai soggetti protagonisti dei conflitti sociali – non importava niente. Il conflitto sociale come lo abbiamo conosciuto non c’è più e non potrà più esserci, perché hanno fatto in modo di distruggerlo. Quindi noi di che cosa abbiamo bisogno? Di una persona, di una mente che sia insieme Hobbes, Locke, Lenin e persino Roosevelt, perché sennò l’America rimane fuori, persino Johnson. Abbiamo bisogno di qualcuno che si inventi una nuova teoria che sia in grado di vedersela con i padroni delle big tech e i padroni del denaro, gli uomini del denaro.
Finisco con un’ultima considerazione: sono molto impressionata dall’intelligenza artificiale, dei danni che può fare all’intelligenza. Questo è il problema, il vero problema. Il conflitto sociale nasce da chi ha convinto il lavoratore, quelli che io chiamo «gli uomini del fare», a lottare contro i padroni. Quelli che io chiamo «i lavoratori della testa» sono i peggiori nemici di questo momento, di questo tempo storico che stiamo vivendo. Io non vivrò a sufficienza per vedere come uscire da questa tragedia in cui siamo oggi. La tragedia è il fatto che sono riusciti ad uccidere il principio-speranza nei lavoratori. E ci sono riusciti con l’intelligenza artificiale, questo è quello con cui posso finire. Noi esseri umani, siamo cresciuti con il principio speranza e lo stanno distruggendo, speriamo che riesca di nuovo a nascere.
Andrea Rinaldi si è laureato in scienze storiche presso l'Università di Bologna con una tesi sul pensiero di Mario Tronti nei «Quaderni rossi» e «classe operaia». Ha fatto parte della redazione di Commonware.
Rita di Leo è professoressa emerita di Relazioni Internazionali, Università Sapienza di Roma. Protagonista della stagione dell’operaismo italiano, ha contribuito alla nascita dei «Quaderni rossi» e di «Classe operaia». Ha investito il suo lavoro intellettuale da un lato sull’operaismo sovietico e sulle cause del suo fallimento, dall’altro sull’apparente vittoria degli Stati Uniti e del capitalismo occidentale. Tra i suoi numerosi libri segnaliamo Lo strappo atlantico. America contro Europa (2004), L’esperimento profano. Dal capitalismo al socialismo e viceversa (2012), Cento anni dopo. Da Lenin a Zuckerberg (2017), L’età della moneta. I suoi uomini, il suo spazio, il suo tempo (2018). Il suo ultimo lavoro è L’età dei torbidi. Il ritorno delle trincee tra Stati Uniti, Europa e Russia (DeriveApprodi, 2023).
Fonte
24/01/2023
03/09/2022
Gorbaciov e il trasformismo dei gruppi dirigenti
In effetti la dissoluzione dell’Urss e il ruolo avuto dall’allora segretario del Pcus, sono stati molto più di un episodio storico specifico e dell’individuazione delle responsabilità soggettive di un personaggio che aveva un ruolo di comando.
Su quest’ultimo aspetto abbiamo rilevato, come già spiegato nell’articolo pubblicato nei giorni scorsi, atteggiamenti di primitivismo politico e – specularmente – di “comprensione” che non aiutano l’analisi dei processi e delle responsabilità politiche, anche di quelle individuali.
Su queste ultime, affinché nessuno ne ricavi una qualche forma di assoluzione di Gorbaciov dalle sue responsabilità, vale la pena tornare su quello che possiamo definire come il trasformismo dei gruppi dirigenti comunisti alla fine degli Ottanta e nei primissimi anni Novanta.
Mikail Gorbaciov venne cooptato come segretario del Pcus e leader dell’Unione Sovietica dal comitato centrale del partito nel 1985. Sconosciuto ai più e quindi personaggio da scoprire per molti, venne da subito percepito come un leader giovane e dinamico che puntava a introdurre riforme e cambiamenti nella struttura dell’Urss da anni alle prese con le proprie contraddizioni interne e un feroce scontro globale con gli Usa e la Nato.
La sovrastruttura ideologica di questo processo introdusse parole come perestrojka (riforma) e glasnost (trasparenza) che ben presto dilagarono nel linguaggio politico in Occidente ma spesso ripetute a pappagallo anche in tutti i partiti comunisti a livello mondiale. In alcune conferenze internazionali sentimmo parlare della perestrojka come di “una rivoluzione nella rivoluzione”. Eppure ben presto si comprese che il senso di quelle riforme poteva prestarsi a obiettivi e risultati assai diversi tra loro.
Fino alla conferenza di organizzazione del Pcus nel 1988, anche nella nostra area si aveva la sensazione che il processo di riforme avesse come obiettivo il consolidamento del socialismo e dell’economia pianificata in Urss e – a cascata – nei paesi che vi facevano riferimento.
L’anno prima, il 1987, Gorbaciov e Reagan avevano siglato a Reykiavik l’accordo per lo smantellamento dei missili nucleari a medio raggio che in Italia portò allo smantellamento degli euromissili installati nella base di Comiso contro cui ci si era battuti negli anni precedenti.
Ma dopo il 1988 il linguaggio politico e le scelte materiali di Gorbaciov e del gruppo dirigente del Pcus cominciarono a indicare che il socialismo non era più il perimetro dentro cui avrebbero puntato e agito le riforme avviate.
Usando come una clava il “rinnovamento” e “la nuova mentalità”, Gorbaciov e i suoi uomini cominciarono a picconare molti aspetti e molti prìncipi del socialismo così come era venuto costruendosi materialmente in Urss e nella storia. Inutile dire che tutto questo ha reso popolare Gorbaciov in Occidente e veniva utilizzato contro i partiti comunisti e i “comunisti dentro i partiti”.
Di questo ebbero una chiara percezione leader comunisti come Fidel Castro e i dirigenti del Partito Comunista Cinese che nel 1989 presero apertamente le distanze da Gorbaciov e dal suo progetto. Lo fece in modo più gestito sul piano politico Fidel Castro e lo fecero in modo più pesante i dirigenti cinesi che, reprimendo le proteste in Piazza Tien An Men, stopparono ogni velleità o “importazione” del vento di Mosca in quel paese, reprimendo le proteste e liquidando i dirigenti del Pcc più allettati da quella prospettiva.
In Europa, al contrario, con le buone o con le cattive, i partiti comunisti al comando nei paesi dell’Est si adeguarono tutti (Ceausescu, che pure era quello più indipendente da Mosca fu ucciso, Honecker fu brutalmente deposto) e nel giro di pochissimo tempo arrivarono a sciogliere i partiti comunisti e convertirsi in altro. Alcuni tentarono la strada della socialdemocrazia, molti altri gettarono rapidamente la maschera e si riconvertirono in businessmen “liberali” accaparrandosi via via le risorse e le infrastrutture dei loro paesi, Urss inclusa.
In Europa occidentale cominciarono a palesarsi gli Occhetto e i tanti che ben presto smantellarono i partiti comunisti e i prìncipi del socialismo. Anche tra i partiti comunisti europei che avevano resistito “all’eurocomunismo” – che già incubava all’interno il virus del trasformismo – si riconvertirono rapidamente gruppi dirigenti in totale rottura con il socialismo. Gli unici che tennero botta furono il Partito Comunista Greco (Kke) e il Partito Comunista Portoghese.
Perfino in una delle esperienze rivoluzionarie più interessanti degli anni Ottanta, nel piccolo Salvador, dirigenti rivoluzionari come Joaquim Villalobos si avviarono al trasformismo e cominciarono a picconare il Fmln (Fronte Farabuno Martì) che pure aveva tentato il colpo insurrezionale alla fine del 1989.
Tra il 1989 e il 1991 divenne evidente che Gorbaciov stava operando apertamente un cambio di campo dietro lo schermo di una riconversione del Pcus in un partito di tipo socialdemocratico.
Proprio in questi mesi è emerso drammaticamente come il via libera di Gorbaciov alla riunificazione tedesca nel 1990, fu concesso senza alcuna contropartita. L’impegno di Usa e potenze europee che la Nato “non si sarebbe allargata di un pollice verso est” rimase solo verbale e Gorbaciov se lo fece bastare. Abbiamo visto poi come questi impegni siano stati sistematicamente disattesi dieci anni dopo.
Ma dentro il Pcus Gorbaciov e i suoi uomini (gli Shevarnadze, gli Yakovlev etc) agivano dall’alto per piegare ogni resistenza interna (l’unica voce pubblica dissenziente fu quella di Nina Andreeva, una insegnante militante del Pcus). Contestualmente “dal basso” agiva il segretario del partito di Mosca Eltsin e i leader riscopertisi nazionalisti delle varie repubbliche sovietiche (da quelle baltiche a quelle asiatiche).
Entrambi trovarono sostegni e consensi dagli Usa e dai paesi capitalisti europei. Sotto i colpi del “gorbaciovismo” l’Urss e il Pcus cedevano terreno giorno dopo giorno.
Il tentativo di invertire la rotta dell’agosto del 1991 con un maldestro rovesciamento di Gorbaciov durò solo tre giorni. Nonostante la presenza di alcuni reparti militari nelle strade di Mosca, non fu sparato un colpo e si dissolse consacrando Eltsin come l’eroe nazionale. Nei giorni successivi Gorbaciov, liberato dopo essere stato bloccato in casa dai “golpisti”, venne pubblicamente umiliato da Eltsin.
Quattro mesi dopo, veniva ammainata la bandiera rossa dal Cremlino e l’Urss cessava di esistere, ogni repubblica andò per conto suo nonostante un referendum popolare avesse ribadito a stragrande maggioranza l’unità dell’Urss, e un uomo di paglia degli Usa come Eltsin divenne presidente della Russia, fino all’avvento di Putin nel 1999.
Nella Russia di oggi non vi è alcuna nostalgia né simpatia popolare per Gorbaciov, se non in ristretti gruppi di businessmen. Insomma nessuno ne sentirà la mancanza.
Gorbaciov dunque, anche se fu il prodotto di un processo storico, non può affatto essere assolto dalle sue precise e pesanti responsabilità nella dissoluzione dell’Urss e dalle devastazioni che ne seguirono, per il suo paese innanzitutto, ma anche nelle relazioni internazionali che per più di venti anni sono state ingabbiate dal comando unipolare e imperialista degli Usa e scandite dalle aggressioni alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq.
Ma Gorbaciov rimane anche l’esempio di quel trasformismo dei gruppi dirigenti comunisti anche in Occidente di cui ancora si pagano le conseguenze. Chi è stato “gorbacioviano”, non poteva essere un nostro compagno di strada.
Fonte
07/11/2021
“Il suicidio dell’URSS”: recensione del libro di Sergio Romano
Vi proponiamo la nostra recensione del testo Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), ultima pubblicazione di Sergio Romano, già ambasciatore italiano a Mosca tra il 1985 ed il 1989.
Sergio Romano è una delle grandi figure della diplomazia italiana del ‘900, in particolare grazie agli anni passati a Mosca come ambasciatore in Unione Sovietica (1985-1989), continuando a frequentare anche negli anni successivi il Paese sia prima che dopo la fine del comunismo dell’Europa orientale. Erano quelli gli anni della perestrojka e di Michail Gorbačëv, l’uomo che, non senza responsabilità, avrebbe assistito impotente alla fine dell’URSS. Erano gli anni in cui gli intellettuali liberali come Francis Fukuyama annunciavano sprezzanti “la fine della storia”, preconizzando un futuro idilliaco che non avrebbe mai avuto luogo.
In Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), una raccolta di articoli pubblicati da Sergio Romano negli anni finali della vita dell’Unione Sovietica, non ritroviamo solamente una mera cronaca delle ultime fasi dell’esistenza dello Stato edificato da Vladimir Lenin, ma interessanti considerazioni dell’autore che spaziano in settori apparentemente poco connessi fra loro, dalla letteratura russa alla storia di Paesi lontani da Mosca, come la Jugoslavia – della cui dissoluzione viene offerta un’interessante panoramica – o l’Impero Ottomano, fino alle relazioni intercorse tra l’Unione Sovietica e gli interlocutori più insospettabili, come il Vaticano o lo Stato d’Israele, per mezzo delle vicende della numerosa comunità ebraica che vive ancora oggi in Russia, fino al governo italiano. “A una prima occhiata il libro potrebbe sembrare antologico e il titolo un comodo “contenitore” destinato ad accogliere scritti di argomento diverso”, affermiamo riprendendo il commento di Romano su di un libro di Massimo Salvadori (p. 196), ma in realtà mantiene, nella sua vasta varietà, un’organicità che ne rende sempre interessante la lettura.
Anche limitandoci alla sola Unione Sovietica, argomento portante dell’opera, il testo offre interessanti spunti che riguardano tutta la storia del Paese dalla sua fondazione rivoluzionaria alla sua dissoluzione con un colpo di mano che ebbe luogo nonostante il 76% della popolazione si fosse espresso in un referendum per il mantenimento dell’URSS. A spingere per la fine dell’Unione non furono le forze centrifughe provenienti dalla repubbliche più remote poi divenute indipendenti, ma proprio i dirigenti russi, nazionalità dominante, che, con una delle più celebri espressioni di Sergio Romano, erano “stanchi di svenarsi per finanziare il teatro di Taškent”. A portare alla dissoluzione dell’URSS fu, in fin dei conti, lo sviluppo di una classe dominante all’interno di uno Stato che era nato per abolire le differenze di classe, che raggiunse il proprio apice proprio negli anni del riformismo della perestrojka: “Il problema all’ordine del giorno non era la battaglia fra democrazia e comunismo ma fra le borghesie di partito delle singole repubbliche, ciascuna delle quali si batte per conservare i propri privilegi, difendere le proprie prerogative, impedire ad altri, all’interno del futuro Stato sovietico, di mettere le mani sulle proprie risorse” (p. 211).
La fine dell’Unione Sovietica, come – in maniera ancor più esasperata – quella della Jugoslavia, corrispose anche al riemergere di quei nazionalismi che erano stati sopiti dal collante ideologico del comunismo. Venuto a mancare quest’ultimo, “la rinascita del patriottismo nazional-religioso dei russi rialza vecchi steccati” (p. 64), quel nazionalismo panslavo e ortodosso che nell’800 si era imposto come carattere distintivo dell’identità russa, e che viene analizzato soprattutto nella prima sezione del libro. Ma “la morte del comunismo ha risvegliato […] non soltanto i nazionalismi più antichi e legittimi, ma anche i più fragili e inconsistenti” (p. 254), portando con sé non solo la frammentazione territoriale, ma anche conflitti regionali come quelli del Caucaso, che si sarebbero sviluppati negli anni seguenti.
Come detto, nella sua opera Sergio Romano raccoglie testi redatti un trentennio fa, e lo stesso autore ammette nelle note introduttive di alcune sezioni del libro di aver cambiato il suo punto di vista su determinate questioni. Non era infatti un momento semplice in cui scrivere articoli sull’Unione Sovietica, ed in quelle fasi era facile lasciarsi prendere la mano con giudizi a volte troppo ingenerosi: “Trascinati dalla furia iconoclastica di questi giorni dimentichiamo che lo Stato sovietico ha avuto in molte parti di questo immenso Paese una funzione arbitrale e modernizzatrice” (p. 254). Allo stesso tempo, Romano non poteva conoscere la bibliografia storica che sarebbe emersa successivamente, in parte purificata dai veleni della Guerra fredda che avevano spinto gli accademici a pendere da una parte o dall’altra, così come non poteva prevedere del tutto quello che sarebbe stato il mondo unipolare postsovietico a guida statunitense. Il giudizio sul boia dell’URSS Boris El’cin (a nostro avviso comunque troppo generoso, come quello su Gorbačëv), o quello su Eduard Ševardnadze, ad esempio, non potevano tener conto di quanto costoro avrebbero compiuto alla guida dei rispettivi Stati, la Federazione Russa e la Georgia.
Soprattutto, ci troviamo in disaccordo con i giudizi espressi nei confronti delle politiche sovietiche nei primi decenni di vita di questo Paese. In particolare, la lettura di Romano sembra aderire a quella che Domenico Losurdo definisce la “leggenda nera” su Stalin, utilizzando stime sulle “vittime” del “meraviglioso georgiano”, come l’autore ama chiamare il secondo leader sovietico citando un epiteto formulato da Lenin, che oggi sembrano quanto meno eccessive. Nel testo si legge che “10 milioni di kulaki […] vennero sloggiati con la forza dalle loro case, imprigionati, fucilati o costretti a camminare per decine di chilometri, buttati su un treno e scaricati al di là degli Urali”, mescolando dunque arresti e fucilazioni come fossero la stessa cosa. Secondo la ricostruzione dello storico britannico Orlando Figes, tuttavia, i morti delle purghe degli anni ‘30, compreso il processo di dekulakizzazione, ovvero di “liquidazione dei kulaki in quanto classe”, sarebbero stati 376.202, mentre il numero degli arresti sarebbe stato pari a 669.929.
Citando Andrea Graziosi, Romano afferma ancora che “nella sola Ucraina [sarebbero] morti di fame fra il 1930 e il 1933 da 4 a 7 milioni di persone”, attribuendone implicitamente le colpe alle politiche staliniane di collettivizzazione della terra. Anche in questo caso, le stime sono state oramai riviste da una storiografia che con il passare del tempo è diventata sempre più obiettiva, rifuggendo sia il totale negazionismo di una parte che l’esagerazione dei numeri a fini denigratori dell’altra. A tal proposito, lo stesso Graziosi ha pubblicato nel 2013 un nuovo articolo in collaborazione con altri autori nel quale si afferma che i morti della carestia ucraina non sarebbero stati più di 2,9 milioni. Inoltre, si calcola che la grande maggioranza di queste morti si sia verificata nella sola regione ucraina di Kuban, nella quale ebbe luogo la vera e propria carestia, mentre i suoi effetti furono molto meno importanti nel resto del Paese. Secondo lo storico statunitense Mark Tauger, la carestia sarebbe stata causata da una combinazione di fattori, in particolare il basso raccolto dovuto a disastri naturali combinato con l’aumento della domanda di cibo causata dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione.
Anche sulla morte di Sergej Mironovič Kirov, leader del Partito Comunista a Leningrado, Romano riprende quella che era la versione data dalla storiografia occidentale dell’epoca, che attribuiva il suo omicidio a Stalin. Questo era quanto meno quello che era venuto fuori nel corso del processo revisionista noto come “destalinizzazione” lanciato da Nikita Chruščёv nel 1956, ma tale versione è stata successivamente smentita da diverse ricostruzioni, tra le quali quelle dei già citati Losurdo e Graziosi, secondo i quali l’autore materiale dell’omicidio, Leonid Nikolaev, avrebbe agito da solo.
Non vogliamo soffermarci a lungo su tali questioni, e certamente non vogliamo farne una colpa all’autore, visto che le pubblicazioni da noi citate sono tutte comparse nel XXI secolo, e non erano dunque a sua disposizione a quel tempo. Tuttavia, non possiamo non accennare a quella che secondo noi è la pecca più grave del testo, ovvero dove Romano cade nella trappola dell’equiparazione del comunismo sovietico, in particolare dello stalinismo, con il nazismo, con annesso utilizzo della categoria di “totalitarismo”, spesso utilizzata come metodo di denigrazione. Vista oggi, questa equiparazione è ancora più lesiva in quanto avviene in un clima di revisionismo storico che investe tutta la prima metà del ‘900, e che tende ad equiparare l’URSS ai regimi nazi-fascisti con il fine celato di rivalutare questi ultimi.
Lungimirante, invece, il giudizio su quello che sarebbe potuta essere l’assetto mondiale postsovietico, quello di un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti: “La fine della Guerra fredda ha avuto per ora, al di fuori dell’Europa, una conseguenza potenzialmente negativa: ha sottratto le crisi locali al condominio conflittuale delle grandi potenze. Come in altre circostanze le partite della pace e della guerra potrebbero concludersi a somma zero. Alla pace sull’Elba, sul Danubio e nel Mare del Nord potrebbe corrispondere la guerra nel Caucaso, nel Mar Nero, sul Giordano e sull’Eufrate” (p. 192). Ancora, nell’articolo simbolicamente intitolato “Nuovo disordine mondiale”, in barba alla presunta “fine della storia”, l’autore afferma che “la fine della Guerra fredda non avrà alcuna benefica influenza sui conflitti regionali e sulle crisi locali. L’America è nel Golfo per difendere la via del petrolio, non per restaurare la libertà del Kuwait”. Romano del resto non ha mai risparmiato le proprie critiche agli Stati Uniti, come quando denuncia la “gabbia d’acciaio della Nato che imbottiglia l’UE condannata a rimanere un soggetto politicamente minorato” (p. 13), riprendendo la prefazione a firma di Luciano Canfora. Anzi, il nostro anticipa in maniera quasi profetica persino uno dei grandi effetti dei conflitti mediorientali e nordafricani, la crisi migratoria: “Tutti si chiedono con inquietudine che cosa accadrebbe se due grandi ondate migratorie provenienti dal Sud islamico e dal Nord-Est ex marxista investissero contemporaneamente le società occidentali” (p. 264).
Allo stesso tempo, l’autore preconizza già il risveglio della Russia post-sovietica dopo un periodo letargico, paragonando il Paese ad un orso, e ricordando che “come in altri momenti della sua storia l’orso avanzava maldestramente, ora due passi avanti e uno indietro, ora un passo avanti e due indietro” (p. 39). Dopo “la Russia postsovietica […] nel breve regno di El’cin che svendeva il suo paese a passo di carica” (Canfora, p. 10), con la nuova fase del riscatto russo, aperta dall’ascesa al potere di Vladimir Putin, “non sarebbe la prima volta che l’orso, dopo un passo indietro, ricomincia ad avanzare” (p. 40).
In conclusione, riteniamo che il testo di Sergio Romano meriti assolutamente una lettura da parte di coloro che sono interessati alla storia russa e sovietica, ma una lettura effettuata cum grano salis, ovvero alla luce dei trent’anni di storia e di storiografia trascorsi. Siamo infatti più generosi dell’autore quando afferma che “grazie al 1989 abbiamo finalmente buttato via quasi tutti i libri e gli articoli che avevamo messo da parte nella speranza di trarne qualche aiuto per anticipare il futuro” (p. 196), e riteniamo invece che la lettura di articoli scritti in quell’epoca, siano essi di Romano o di altri autori, mantengano un elevato valore storico e di documentazione.
BIBLIOGRAFIA CITATA
FIGES, Orlando (2008), The Whisperers: Private Life in Stalin’s Russia, Metropolitan Books.
GRAZIOSI, Andrea (2007), L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Il Mulino.
GRAZIOSI, Andrea et al. (2013), After the Holodomor: The Enduring Impact of the Great Famine on Ukraine, Harvard Ukrainian Research Institute.
LOSURDO, Domenico (2008), Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci.
ROMANO, Sergio (2021), Il suicidio dell’URSS, Sandro Teti Editore.
TAUGER, Mark B. (2001), Natural Disaster and Human Action in the Soviet Famine 1931-1933, The Carl Beck Papers.
04/10/2019
Russia 1993-2019: le privatizzazioni, prima di tutto
Le giornate del 3 e 4 ottobre segnarono la fase culminante della controrivoluzione violenta, le cui premesse erano state (senza risalire troppo addietro: XX Congresso, riforme Liberman-Kosygin, ecc.) teorizzate dall’eminenza grigia della perestrojka gorbacioviana, quel Aleksandr Jakovlev che avrebbe poi candidamente detto di come si dovesse usare “l’autorità di Lenin per colpire Stalin” e poi quella di Plekhanov “per colpire Lenin”, ecc.
E così si è arrivati all’ottobre 2019, passando per tutte le delizie e le rapine dell’epoca dei Gajdar, Čubajs, Černomyrdin e compagnia.
Oggi, scriveva pochi giorni fa Sovetskaja Rossija, riportando i dati di un’indagine del Centro Levada, i russi hanno un’altra percezione della povertà rispetto a quella del governo. Secondo quest’ultimo, la “soglia di povertà” è di qualche gradino più elevata rispetto al minimo di sopravvivenza, stabilito ufficialmente a 11.200 rubli. In base alle risposte ottenute dal Centro Levada, i russi considerano povera una famiglia in cui il reddito medio di uno dei membri sia di 12.500 rubli e il 40% degli intervistati ha dichiarato di disporre di un reddito inferiore a questa “soglia soggettiva”.
Secondo l’opinione generale, un livello dignitoso di vita è possibile solo disponendo di un reddito individuale intorno ai 38.000 rubli – media per la Russia; perché a Mosca, ad esempio, si parla di 52-60mila rubli, contro i 31-35mila di un centro di provincia – e 150.000 rubli per una famiglia media, che invece dispone di 67.000, ossia 17.000 a persona. Secondo l’indagine, solo il 7% degli intervistati ha dichiarato di disporre di un reddito “normale”, cioè pari o superiore ai 38.000 rubli.
Come che sia, dati ufficiali o meno, il numero di persone – citato da tutti, governo e opposizioni – considerate “oltre la soglia della povertà”, è di almeno 21 milioni. Vale a dire, tra 1/7 e 1/6 della popolazione russa dispone oggi di un reddito ufficiale inferiore ai 10.000 rubli, cioè meno di 150 euro al mese.
Jurij Afonin, uno dei vice Presidenti del PCFR, ricorda che appena due anni fa il russo medio considerava “normale” un reddito di 40.000 rubli: evidente, dice, che “le pretese dei russi sono calate. Cosa significa? Le persone, schiacciate dalla crescente povertà, stanno riducendo le proprie esigenze, che già così sono irrisorie: a prezzi correnti, con 40mila rubli di reddito e l’inflazione, gli aumenti di affitti e tariffe, la vita è molto modesta”. Il Rosstat (Comitato per le statistiche) calcola “il reddito pro-capite medio a oltre 34mila rubli” dice ancora Afonin; “ma secondo l’indagine Levada risulta essere di 16,8mila. Ciò non significa che Rosstat stia mentendo. Forse non sta mentendo. Ma il suo reddito “pro-capite” è ottenuto dalla media dei redditi di capitalisti, dirigenti, funzionari e comuni lavoratori”. Nulla di nuovo.
Per un confronto da “chiacchiere di cucina”, non importa guardare i “redditi” dei miliardari a capo di imperi privati: per questi, è sufficiente dare un’occhiata alla classifica di Forbes, con cifre a nove zeri. Anche “normali” deputati di assemblee elettive locali – grosso modo: i nostri assessori o consiglieri regionali – non se la passano poi tanto male. Ed è difficile immaginare che i loro introiti vengano dai “gettoni di presenza”: a mo’ di esempio, prendiamo, ancora da Forbes, la sommaria biografia del primo della lista, tale Pvel Antov, deputato dell’Assemblea legislativa regionale di Vladimir per il partito presidenziale “Russia Unita”, che presiede la Commissione politiche agricole, gestione ambientale e ecologia; un patrimonio di circa 10.000 milioni di rubli; laureato all’accademia militare di medicina di Leningrado, nel 2000 ha messo in piedi un’industria salumiera con un ricavo nel 2017 pari a 7,2 miliardi di rubli e un profitto netto di 570 milioni; è intestatario di appena 3 immobili.
Nulla, rispetto al terzo della classifica, Sergej Gusev, deputato della Duma regionale di Belgorod, che denuncia un patrimonio di “soli” 2.840 milioni di rubli, ma in compenso possiede 35 immobili; superfluo dire che anche Gusev ha la tessera di “Russia Unita”. Il buon Sergej era in origine ingegnere-capo dell’impresa dolciaria “Slavjanka”, a Staryj Oskol; nazionalizzata nel 1929, “Slavjanka” è oggi una holding che controlla una decina di imprese, con un ricavo complessivo nel 2017 di oltre dieci miliardi di rubli. Gusev ne divenne direttore nel 1994, nel periodo delle privatizzazioni; quelle privatizzazioni che trasformarono “uno dei paesi più industrializzati al mondo in un importatore di merci a basso valore e fornitore di materie prime per l’esportazione”.
Quelle privatizzazioni che non si sono ancora arrestate. Secondo “ROTFront”, il governo sta mettendo ora a punto “il piano di privatizzazioni 2020-2022 che prevede, in particolare, l’ulteriore riduzione (avviata già negli anni scorsi) della partecipazione statale in società quali “RusGidro”, “Sovkomflot”, “Transneft”, “Rostelecom”, “Rossijskie seti”, “Obedinennaja zernovaja kompanija”, per un introito complessivo nelle casse statali di circa 20 miliardi di rubli”.
Secondo varie stime, dall’inizio delle privatizzazioni, oltre “70.000 imprese industriali sono passate in mano privata” e, contrariamente a quanto si crede generalmente, il “picco delle privatizzazioni non è stato negli anni ’90, ma dopo il 2000 e, in particolare, nel 2005. Dopo, il volume è andato diminuendo, ma i ricavi dalla vendita di proprietà statali sono costantemente presenti nel bilancio del paese”. Di fatto, esse non si sono mai fermate, sia che riguardassero la cessione di quote azionarie, sia che tendessero a smantellare completamente le singole imprese.
Tra le imprese totalmente private, per il settimo anno consecutivo la “Lukojl” (gas e petrolio) è in testa alla classifica di Forbes delle maggiori compagnie private russe, con un ricavo nel 2018 di 8.036 miliardi di rubli, e guida un battaglione di altre imprese, per la maggior parte nei settori energetico, metallurgico, minerario, commerciale. Secondo Forbes, nell’ultimo anno il ricavo complessivo delle prime 200 imprese private è cresciuto del 22%, per 43,7 trilioni di rubli.
Tra le prime dieci, l’ultima, “Megapolis”, vanta “solo” 706 miliardi; la nona, “Nornikel” (metalli non ferrosi; 733 miliardi) era stata uno dei giganti dell’industrializzazione degli anni ’30; sarebbe interessante sapere, nota su Forum.msk Dmitrij Čërnyj, che si firma “cittadino dell’URSS”, cosa ne pensino tutti coloro che “incensano Putin per la rinascita dello statalismo russo”. Dicono che “l’industria è cresciuta ottimamente con Putin? Ma è solo quella privata, signori miei, l’industria privata, che a noi, ai compagni, non ai signori, è stata rubata, col programma statale di privatizzazioni (e questo non è il “Piano Dulles”: è la realtà!) durante tutte le ondate di privatizzazione, che ci fosse Eltsin, Putin, Medvedev e ancora Putin... Trentacinquemila, come minimo, le fabbriche spazzate via solo dal 2005 al 2012”.
E sempre da Forbes, apprendiamo che 20 proprietari fondiari controllano in Russia quasi 8 milioni di ettari di terreno (grosso modo: la Rep. Ceca), per 471,6 miliardi di rubli. Prima in classifica, “Agrokompleks”, di proprietà dell’ex Ministro dell’agricoltura Alexandr Tkačev, con 649.000 ha, per un valore di 68,5 miliardi di rubli (1 miliardo di dollari). Ma la maggiore estensione (1 milione di ha, anche se il valore è di “soli” 45 miliardi di rubli) è quella della “Miratorg”, dei fratelli Linnikov: si dice, malignamente, imparentati con la moglie del Primo ministro Dmitrij Medvedev, Svetlana Linnik.
Anche su questo, fanno leva i liberali russi per riempire le strade di Mosca nelle manifestazioni care ai media di casa nostra: la collusione danarosa tra business e potere (locale o centrale). Su questo, alzano le voci per chiedere che lo stato abbandoni sempre più le proprie posizioni e lasci tutto ai privati.
Vari raduni e manifestazioni, in occasione dell’anniversario del “ottobre nero” del 1993, si sono tenute ieri, indette da alcune organizzazioni comuniste, in diverse delle maggiori città russe, Mosca compresa. Oggi se ne svolgeranno altre, organizzate da altri partiti della sinistra e comunisti. Non ci sono stati, ieri, e non ci saranno nemmeno oggi, i liberali, nelle strade di Mosca. Loro, nel 1993, erano alle spalle dei carri armati e indicavano chi colpire.
Fonte
21/08/2019
Mosca 1991-1993: un colpo di stato conto terzi
GKČP – Gosudarstvennyj Komitet po Črezvyčajnomu položeniju (Comitato statale per lo stato d’emergenza): una generazione è cresciuta, e si è anche abbastanza sviluppata, in Russia e nel mondo, che non c’era ancora quando, nella notte tra 18 e 19 agosto 1991, “gli otto del GKČP” decisero di prendere il posto di Mikhail Gorbačëv (momentaneamente indisposto nella dača di Foros, dissero nel loro annuncio ufficiale) per prevenire la firma dell’accordo che doveva trasformare l’URSS in una Unione confederata di Repubbliche Sovrane, comprendente solo 9 delle 15 Repubbliche Socialiste Sovietiche.
Tentativo tardivo, oltreché goffo ed evidentemente organizzato allo stesso modo di come si potrebbe preparare una partita a carte. Tempo tre giorni, Boris Eltsin era già padrone (si fa per dire: al Dipartimento di Stato potrebbero a ragione obiettare) della Russia e lo smembramento dell’Unione Sovietica era solo questione di altri quattro mesi.
Tanto che, se si accetta la versione degli “otto gekačepisti” – vice Presidente dell’URSS, Gennadij Janaev, Presidente del Consiglio Valentin Pavlov, Ministro della difesa Dmitrij Jazov, Ministro degli interni Boris Pugo, presidente del KGB Vladimir Krjučkov, tra gli altri – si può benissimo sostenere che Gorbačëv fosse al corrente dei piani e si fosse tirato indietro all’ultimo momento; ma, allo stesso modo, non si sfugge comunque al sospetto che loro stessi stessero facendo (non proprio inconsciamente) il gioco di Boris Nikolaevič e, come si diceva una volta, “in ultima analisi”, dello zio Sam.
Oggi, quello che da 28 anni viene ufficialmente definito un “putsch”, è considerato tale dal 7% dei telespettatori e dal 11% degli internauti russi; le rimanenti percentuali considerano quell’azione un tentativo di “impedire la disgregazione del paese”. Più o meno stesse percentuali (rispettivamente 9% e 11% di approvazione) anche per il successivo banditesco “accordo della Belovežskaja puša” – tra i Presidenti di Russia, Bielorussia e Ucraina, Boris Eltsin, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk, che sgretolò l’URSS il 26 dicembre 1991.
Nella Russia odierna si preferisce però passare in sordina quei fatti, osserva Golos Mordora (La voce di Mordor); eppure quei giorni, nella leggenda diffusa, rappresentano una “svolta” (in effetti, più sui calendari, che nella realtà della perestrojka) e “l’apogeo di una rivoluzione che, dicono, ha distrutto il regime comunista”. Dunque, perché non parlarne?
Probabilmente perché oggi, scrive Mordor, “molti si vergognano di ricordare quegli eventi; anche coloro che parteciparono direttamente alla “difesa della Russia libera”, o perché “lo facevano tutti”, o perché davvero convinti”. Anche se la fine dell’URSS era “evidente già da prima e quel mediocre tentativo di putsch non poteva cambiare nulla”.
L’aspetto più interessante – e solitamente taciuto – è che “la gente appoggiò il ‘putsch’ alla chetichella, svogliatamente, sperando, senza crederci davvero, che “ora metteranno un po’ d’ordine”: la maggior parte”, ricorda Mordor, “era già stata portata all’apatia dagli scaffali vuoti dei negozi, dalla demagogia dei politici, dalla “parata di sovranità” delle repubbliche dell’URSS. Forse per questo nessuno scese apertamente in strada a sostegno dei cospiratori... E l’esercito, o non obbedì agli ordini, o addirittura si schierò con Eltsin”.
Così che, stranamente, “il colpo di stato, che aveva come obiettivo il mantenimento dell’URSS, accelerò invece il suo collasso”. Il tentativo di “putsch” non fu, in sostanza, che “l’ultimo di una serie di grandi e piccoli tradimenti, che, a partire dalla metà degli anni ’80, hanno lentamente ma sicuramente portato al crollo dell’Unione Sovietica”.
Fu così che Boris Nikolaevič, poté sproloquiare con toni epici di fronte al Congresso USA: “Il mondo può tirare un sospiro di sollievo: l’idolo comunista, che ovunque sulla terra ha seminato discordia sociale, inimicizia e crudeltà senza pari, che ha disseminato paura nella comunità umana, è crollato. Crollato per sempre. E io sono qui per assicurarvi: sulla nostra terra non lo lasceremo risorgere!”.
Vedremo. “Era stato messo il punto al Grande Tradimento. Cominciava l’epoca della Grande Rapina”, conclude Mordor.
Ma, nonostante la propaganda antisovietica che in questi quasi trent’anni non ha fatto altro che intensificarsi, scrive Ekaterina Polgueva su Sovetskaja Rossija, vediamo che se nel 1994, solo il 36% degli intervistati dal Centro Levada valutava molto positivamente l’epoca brežneviana, nel 2019, oltre il 50% ritiene che quell’epoca abbia dato “più cose positive, che negative”, mentre l’attuale potere è considerato “criminale, corrotto” (41%), “lontano, estraneo al popolo” (31%), burocratico (24%) e nessuna “politica estera patriottica di Putin” è in grado di mascherare il suo corso antisociale.
Gli osservatori sono abbastanza concordi nel ritenere che le tragiche terapie antisociali degli anni ’90, fossero già state avviate verso fine anni ’80. E dunque, dopo la sbornia golpista del 26 dicembre ’91 di Eltsin, Šuškevič e Kravčuk, il 1° gennaio 1992, il governo Eltsin-Gajdar introduce in Russia l’IVA al 28%, abolisce il controllo centralizzato sui prezzi e rimuove le restrizioni per l’acquisto di valuta estera.
I negozi, vuoti fino a ieri, si riempiono per magia di prodotti russi, ma a prezzi strabilianti: carne a 31 rubli al kg, contro i precedenti 2,90; carne di manzo macinata: 72 rubli, contro 3,50. Tutti “prodotti tenuti nascosti per creare un deficit artificiale”, scrive l’osservatore di sknews.ru.
Se l’imposta del 5% sulle vendite, introdotta in URSS nel gennaio 1991 dal governo di Valentin Pavlov, era addebitata solo nella fase di vendita al dettaglio, l’IVA di Gajdar si applicava a ogni fase del processo di produzione, compresi trasporto e stoccaggio. Finiva che, ad esempio, una lattina di concentrato costava in negozio così tanto che nessuna mensa poteva permettersela.
Cominciò così l’andirivieni verso (soprattutto) la Cina per comprare un po’ di tutto e rivenderlo a Mosca: medici, insegnanti, professori, scienziati, bibliotecari e tutti coloro che sopravvivevano con salari statali, si dettero a questo “commercio ambulante” nelle strade della capitale. “Chiusero le mense e si fermarono le fabbriche. Le imprese non avevano fondi per i pagamenti reciproci. I direttori delle aziende pagavano gli operai coi prodotti di fabbrica e questi andavano a venderli sulle strade”.
Arrivarono i famigerati “voucher di privatizzazione” di Anatolij Čubajs, con cui speculatori di partito e direttori di azienda si intestarono fabbriche, miniere, porti, immobili.
Ironia della sorte, “Gajdar ha condiviso il destino di molti milioni di concittadini, da lui ridotti in miseria. Si dette al bere e morì, nel 2009: a detta del defunto Boris Nemtsov, una bottiglia di whisky ogni sera. Secondo il famigerato Jeffrey Sachs, “artefice delle terapie shock in Bolivia, Polonia, Russia e consigliere di Gajdar, la leadership russa ha superato le più fantastiche rappresentazioni dei marxisti sul capitalismo”, dato che considera dovere dello Stato, servire una cerchia ristretta di capitalisti, pompando nelle loro tasche quanto più denaro e il più velocemente possibile.
Gli effetti più tragici di quella terapia targata Eltsin-Gajdar-Čubajs si sono manifestati direttamente sulla popolazione, passata dai 147,6 milioni del 1990, ai 142,8 del 2010, per risalire gradualmente ai 146,7 del 2019. La mortalità superò i 16-17 abitanti ogni mille tra il 1992 e il 1994. La crescita naturale, da un massimo di 17-18/1000 a metà anni 50, era caduta al 5-7/1000 fino al 1988, per poi precipitare rovinosamente a -6 e -7/1000 tra 1988 e 2005. A partire dal 2012, natalità e mortalità hanno iniziati a equilibrarsi, così che negli ultimi 5-6 anni si ha crescita oscillante attorno allo zero.
In effetti, come ricordava tre anni fa Aleksandr Bur su yakutiafuture.ru, il deficit alimentare “era stato creato ad arte” già all’epoca di Mikhail Gorbačëv. Se oggi “i prodotti domestici rappresentano il 55% degli acquisti alimentari, nell’URSS pre-Gorbačëv superavano il 95%”.
Ancora nel 1987, la produzione alimentare cresceva a un ritmo più rapido di popolazione e salari: rispetto al 1980, la produzione di carne era del 135%, quella casearia del 131%, ittica 132%; gli stipendi medi del 19%. L’industria alimentare lavorava a pieno regime. Ma, ecco che a fine 1988, fanno la loro comparsa i “talloni” (le tessere, per vari prodotti) e già verso il 1990, anche con quelli, era difficile trovare qualcosa.
“Se ne può trarre una sola conclusione” scrive Bur: “il deficit era stato creato artificialmente, e non nella fase della produzione, ma nella sfera della distribuzione. La prova migliore è che il 1° gennaio 1992 iniziò la ‘terapia shock’ di Gajdar e il 2 gennaio gli scaffali dei negozi di alimentari erano già pieni”, ma a prezzi proibitivi.
E qualche esponente “comunista” (il futuro primo Sindaco di Mosca, Gavril Popov, per dirne uno) teorizzava la “necessità del deficit per sollecitare il malcontento contro il regime sovietico”.
Nikolaj Ryžkov, presidente del Consiglio dal 1985 al 1990, ricordava come, ad esempio, Eltsin, per screditare il rivale Gorbačëv, in un giorno solo fermasse “per riparazioni” 26 delle 28 fabbriche di sigarette. L’ex Ministro per la stampa, eltsiniano di ferro, Mikhail Poltoranin, ricordava poi come l’oro scorresse a fiumi nell’acquisto di prodotti “stranieri”. Ad esempio: nei porti di Leningrado, Riga o Tallin, si riempivano le stive delle navi con grano a buon mercato, che poi, doppiando Spagna e Grecia, veniva scaricato a Odessa come “importato”, a 120 dollari la tonnellata.
Al tempo stesso, con la creazione di nuovi “istituzioni di ricerca tecnologia”, si formava la nuova nomenclatura di futuri affaristi del PCUS e Komsomol, con nomi che sarebbero poi divenuti noti: Khodorkovskij, Nevzlin, Surkov, Preobraženskij, Lisovskij, ecc.
Si creano le prime cooperative e imprese miste con capitale straniero. Nel 1990, Gorbačëv e Ryžkov obbligano i paesi del Comecon ad adottare il commercio in dollari: questi però non hanno valuta; niente paura: ci pensano FMI e Banca Mondiale. Creando qui la domanda di valuta americana, si priva l’URSS di aree di smercio e si trasferisce con ciò agli USA il controllo sull’intera zona di influenza dell’URSS. La nuova borghesia comincia a esportare tutto: burro, pesce, carne, cereali, zucchero, soprattutto nei paesi del Comecon, ma non solo.
Il 26 dicembre 1991 l’URSS cessa di esistere e il giorno dopo entra in vigore la legge sulla “riforma agraria, con cui si accelera la “decollettivizzazione forzata” delle campagne. Milioni di ettari passano sotto controllo di paesi stranieri: la Cina in estremo oriente e Siberia (si vedono oggi le conseguenze della deforestazione); a ovest: europei e kazakhi. Nel 1992 la Russia entra ufficialmente nel numero dei paesi semi-affamati: un russo medio assumeva solo 2.040 chilocalorie al giorno, contro la norma di 2.600 chilocalorie”.
Pubblicando la famosa foto di Boris Eltsin che arringa la folla dall’autoblinda il 19 agosto ’91, il sito Krasnyj Rassvet (Alba rossa) scriveva ieri che il tizio “in giacca scura, a sinistra di quello straccio di Vlasov” (il tricolore adottato dai filo-nazisti del generale Andrej Vlasov) “è un funzionario del KGB della scorta di Eltsin: Viktor Zolotov. Oggi, è generale, comandante della Guardia nazionale. Le radici dell’attuale corrotto regime autoritario sono nel colpo di stato eltsiniano del 1991”.
Era piovigginoso, quel lunedì mattina del 19 agosto; solo una leggera nebbiolina, per fortuna: poco accorto, la sera prima avevo dimenticato al loro posto i tergicristalli dell’auto e al mattino, ovviamente, non c’erano più.
Oggi si ricorda di come Gorbačëv avesse “creato scientemente il deficit alimentare” e di molti prodotti di prima necessità; quella di fregarsi i tergicristalli sembrava la risposta popolare alla carenza anche di quelli. Sta di fatto, che nessuno scendeva di macchina, senza toglierli dal parabrezza.
Dunque, non avendo acceso né Tv, né radio, ignaro di tutto, non mi stupii però più di tanto quando, lungo la strada, vidi qualche (pochissime) autoblinda ferma in corrispondenza di un paio di incroci. Mi sorpresi solo un po’ di più quando, all’ingresso del lavoro, a fianco del solito miliziano che controllava i pass, c’era un soldatino col mitra ad armacollo. Poi seppi il motivo. Due giorni dopo, era tutto finito.
Ovviamente, i liberali ancor oggi parlano del “putsch d’agosto” del ’91. Come meravigliarsi: erano loro che pagavano migliaia di dollari per ogni cannonata che i carristi della divisione “Kantemirovskaja” sparavano contro il parlamento, nell’ottobre di due anni dopo. Non le tre vittime sacrificali – Ilja Kričevskij, Dmitrij Komar, Vladimir Usov – dell’agosto ’91, ma le decine di dimostranti morti alla torre della televisione il 3 ottobre ’93 e le centinaia di morti fucilati il 4 ottobre dietro il Parlamento dopo essersi arresi agli sgherri eltsiniani.
Quello fu il colpo di stato. Quella fu la prima “majdan” del dopo URSS.
Fonte
04/10/2018
Putin, il manager della SpA “Federazione Russa”
In questi giorni, a Mosca, le varie sigle comuniste e altre forze di sinistra si ritrovano nell’area dello stadio “Krasnaja Presnja”, a commemorare i difensori del palazzo del Soviet Supremo russo.
Il piccolo stadio è alle spalle dell’edificio e lì i pretoriani eltsiniani fucilarono centinaia di prigionieri, arresisi dopo due giorni di cannoneggiamenti golpisti – e altri morti nelle giornate del 3-4 ottobre 1993. A esser presi a cannonate, furono soprattutto quei deputati che, appena tre anni prima, avevano appoggiato Eltsin nella sua “dichiarazione di sovranità russa” dall’URSS e che poi gli erano diventati di ostacolo. Ma anche migliaia di semplici cittadini, migliaia di comunisti, subirono fucilate e mitragliate sui viali che conducono al palazzo o nella zona della torre televisiva, e soccombettero poi alla repressione golpista.
Dopo il famigerato decreto N°1400 “Sulla riforma costituzionale nella Federazione Russa”, con cui Boris Eltsin il 21 settembre 1993 scioglieva il parlamento, si arrivò agli scontri sanguinosi del 3 ottobre e alle cannonate del 4 ottobre contro il Soviet Supremo.
Non mostrano alcun pudore coloro che, anche in Italia, scrivono ora di “decine di militanti comunisti e nostalgici dell’Unione Sovietica” che ieri “hanno commemorato a Mosca il 25esimo anniversario del fallito colpo di stato del 3 e 4 ottobre 1993, quando il parlamento imbracciò le armi per impedire il suo scioglimento deciso da Boris Eltsin”. Per quei signori, il golpe diventa così quello di chi tentava di impedirlo!
Prima dell’ottobre 1993, c’era stato l’ottobre 1991, con l’avvio della famigerata “terapia shock”, la politica dei “voucher di privatizzazione” inaugurata da Anatolij Čubajs, il congelamento degli assegni sociali, l’abbaglio del “diventare tutti proprietari”. Qualcuno, con quei voucher, divenne “padrone” di una bottiglia di vodka; qualcuno dell’appartamento in cui viveva, salvo poi esserne derubato dalle gang affaristiche; qualcuno, in particolare giovani rampanti della ex Gioventù Comunista, arraffò fabbriche, complessi industriali, miniere, flotte navali.
Sono trascorsi venticinque anni da quel 1993, che hanno visto alternarsi alla presidenza russa prima Eltsin, poi Vladimir Putin, seguito da Dmitrij Medvedev e poi ancora Putin. Cosa è cambiato nella politica sociale russa in questo quarto di secolo?
Ieri, Aleksej Larin arrivava a dire su iarex.ru che per la Russia furono un bene le cannonate di Eltsin e l’affermarsi del potere presidenziale. Dopo “aver sconfitto il Soviet Supremo”, scriveva Larin, “Eltsin stabilì uno stile di governo quasi monarchico, o meglio, cesaristico. Gettò le basi dell’autocrazia e un rigido modello di gestione centralizzata, che tuttavia non potè usare. Ha però potuto farlo Putin, la cui comparsa è stata possibile solo in tale modello cesaristico. In una repubblica parlamentare, Putin non avrebbe avuto possibilità”.
Nelle settimane scorse sono stati declassificati numerosi documenti dalla biblioteca dell’ex presidente USA Bill Clinton; tra gli altri, frammenti di colloqui Clinton-Eltsin dall’aprile 1996 al dicembre 1999, compresa la registrazione dell’8 settembre 1999, durante la quale Eltsin presentava al suo omonimo yankee il proprio successore. “Ho avuto bisogno di molto tempo” diceva il golpista russo, “per valutare chi potesse essere il prossimo presidente nel 2000. Alla fine, mi sono imbattuto in lui, Putin”. E lo raccomandava al padrone di casa: “Ho capito che è una persona sicura, ben consapevole di ciò che rientra nella sua sfera di responsabilità. Allo stesso tempo è concreto e forte, molto socievole. E può facilmente instaurare buone relazioni e contatti con i partner. Sono sicuro che Lei lo troverà un partner altamente qualificato”.
La cosa era fatta. A differenza dei vecchi leader democristiani che, una volta insediati a Palazzo Chigi, volavano a Washington a ricevere l’investitura, Vladimir Vladimirovic la otteneva in anticipo.
Uno dei più sicuri sponsor di Vladimir Putin, oltre a Boris Eltsin, è considerato quell’Anatolij Čubajs che a inizio anni ’90 dirigeva il Comitato statale per i beni demaniali, era autore e coordinatore del programma di privatizzazioni; in seguito direttore generale della Compagnia per le Nanotecnologie e oggi presidente del consiglio di amministrazione di “RUSNANO”.
Nel 2015, in occasione del suo 60° compleanno, la Tass riportava alcune “perle” da sue dichiarazioni: “Il paese ha superato il passaggio dal piano al mercato: non è stato indolore; ma il passaggio dal totalitarismo alla democrazia il paese non l’ha superato”. E anche: “Odio il potere sovietico. Di più: ci sono poche cose nella vita che odi quanto il potere sovietico”; “La privatizzazione in Russia, fino al 1997 non è stata un processo economico. Ha adempiuto il compito principale: arrestare il comunismo. E questo compito lo abbiamo adempiuto”; “Credo che Boris Eltsin abbia fatto l’impossibile: ci ha condotti dalla non libertà alla libertà”; “Oggi non esiste Presidente migliore. E’ chiaro come Putin sia il più forte, il più appropriato e il più giusto”.
Appunto: Čubajs e Putin. I comunisti del VKPB (Partito comunista dei bolscevichi di tutta l’Unione) di Nina Andreeva sostengono ad esempio che Vladimir Vladimirovic “sia stato e rimanga uno dei leader della banda liberale che ha preso il potere nell’URSS. Singoli individui vanno e vengono dalla banda, ma l’essenza sociale e politica di essa resta invariata. Il compito di Putin è semplice, tenendo conto dell’opinione delle masse, garantire a quella banda di rimanere seduta sul collo delle masse anche in in futuro”. Fortunatamente, “il punto di vista delle masse, in questi 25 anni, è cambiato: i termini “liberale” o “democratico” hanno assunto un significato negativo tra le masse e la gente ha capito che l’unico obiettivo dei “democratici” è saccheggiare il popolo. Il momento in cui il popolo si solleverà è però ancora molto, molto lontano”.
Qual è la posizione di alcuni di quei “democratici” russi? La loro analisi, pur incentrata, come si conviene a dei liberali, sulle persone che sembrano “fare e disfare” la politica di Mosca, sull’onnipotenza e onnipresenza di singoli personaggi e non sui rapporti di classe dell’odierna società russa, tra quei “proprietari” auspicati da Čubajs e le decine di milioni di lavoratori, piccola-borghesia (medici, insegnanti, ecc.) con salari e pensioni (Putin ha firmato ieri il definitivo innalzamento dell’età pensionistica) da fame, non manca di alcuni spunti curiosi.
Nella traduzione dell’intervista che proponiamo, si sono volutamente saltati, qua e là, gli accenni alla politica estera, ai rapporti USA-UE, o le valutazioni su “chi minacci chi”, apertamente “democratiche” (non una parola, ad esempio, sulle minacce della NATO e sulle manovre militari che si svolgono ormai senza soluzione di continuità attorno ai confini russi: dal 25 ottobre al 7 novembre, per esempio, tornano le annuali “Trident Juncture”, che quest’anno, tra Norvegia, mar Baltico e Atlantico settentrionale, vedranno impegnati 45.000 uomini di 31 paesi) e ci siamo concentrati sulle considerazioni interne, ancorché infarcite di personalismi e considerazioni liberal.
Intervistato da Russkij Monitor, il giornalista e politologo Dmitrij Zapolskij (negli anni ’90 era segretario della commissione sui diritti dell’uomo della municipalità di Leningrado) afferma senza mezzi termini che “Putin non è che il manager stipendiato della società per azioni denominata Federazione Russa”.
Russkij Monitor: Si può dire che il numero crescente di materiali che smascherano Putin e la sua cerchia, apparsi ultimamente sui media liberali russi e stranieri, suggerisca che nel paese sia iniziato il processo di cambio della élite?
Dimitrij Zapolskij: No, non si può. Tutto ciò testimonia solo la stanchezza di alcune élite, ma per ora non è in corso alcun ricambio. Io direi piuttosto che è in corso una crisi, ma è una crisi personale di Putin, il suo personale vicolo cieco, non del sistema nato più o meno nel 1990. Allora fu intrapreso il corso volto alla creazione di una “classe di proprietari” e al trasferimento di patrimoni e risorse a coloro che, dal punto di vista del gruppo Čubajs (a cui in seguito si avvicinò Putin), erano in grado di difendere armi alla mano la “giovane democrazia russa”. Poi, Putin fu scelto come custode del sistema, ma egli non è il suo creatore. I veri padroni di Putin e di tutti questi Rotenberg e compagnia, sono stati Čubajs, Nečayev, Fridman, Abramovic – tutti coloro che negli anni ’90 agitavano lo slogan “Solo una forte e feroce classe di proprietari capitalisti senza scrupoli (banditi), sotto il controllo di KGB-FSK-FSB, può proteggere la nuova Russia dai comunisti”.
Nel 1992 ho diretto la commissione statale per le indagini sulla privatizzazione illegale della Compagnia di navigazione del Baltico a Pietroburgo. I risultati del lavoro furono: 187 vascelli sottratti alla Compagnia, rubati una dozzina di edifici di valore e l’enorme base “Baltiets”. Portai tre faldoni di materiali all’allora mio amico e capo del “Goskomimuščestvo” (il demanio, ndt) Anatolij Čubajs: “Bisogna annullare al più presto la privatizzazione, hanno rubato l’intera flotta, centinaia di vascelli, mezzo miliardo di dollari; là ci sono dei banditi, agenti stranieri, è il caos!”. Era quasi notte, nell’ufficio che era stato di Brežnev, nella Piazza Vecchia, a Mosca, alla luce fioca di una lampadina, sorseggiamo il tè, Čubajs è esausto; a quel tempo lavorava giornate intere. “No, Dima, non l’annulleremo; tu, naturalmente, sei un eroe, ad aver condotto una tale indagine, ma non annulleremo la privatizzazione della Compagnia del Baltico. Abbiamo bisogno di una classe di proprietari, perfidi, forti, aggressivi. Altrimenti, saremo spazzati via dai comunisti e da altri mostri. Dopo faremo chiarezza su cosa è stato dato e a chi. Se non sei d’accordo, vai da Gajdar, ma Egor ti dirà la stessa cosa!”. Vado da Gajdar. “Egor Timurovic, la gente non ce lo perdonerà, la compagnia di Piter, una città di mare, la finestra sull’Europa, migliaia di posti di lavoro!”. E Gajdar, schioccando le labbra: “Non ci perdoneranno se falliremo la riforma e abbandoneremo il potere! Perciò, lascia che la proprietà se la prenda chi è in grado di gestirla; nessun ripensamento!”.
Molti anni dopo, chiesi a Putin, che dirigeva l’Ufficio di controllo del presidente, se fosse vero che lui e altri della cerchia di Sobčak guardavano a Čubajs come al loro leader. E Putin mi rispose del tutto seriamente che, sì, Čubajs è il leader più all’altezza “della nostra squadra”. Vale a dire, nel 1999, Putin si considerava membro della squadra di Čubajs. E andò alle elezioni come “uno dei”. Ora i politologi hanno la pappa nel cervello e i giornalisti ancor più, soprattutto gli ucraini. Putin non è un dittatore, un usurpatore, un capo-mafia o un “padrino”. Come per il passato, egli è “uno della squadra di Čubajs”. Uno di quelli che presero il potere in Russia nei primi anni ’90 e lo mantengono finora. Come prova più evidente di ciò, si può riportare il fatto che Čubajs, Gref, Kudrin, Medvedev, Mutko sono tutti in affari, tutti appagati e contenti. Naturalmente, oltre alla squadra “di Piter”, c’è anche la componente “Vološin”, cioè la squadra della “famiglia Eltsin”. Già da 25 anni in Russia conserva il potere un determinato gruppo di persone, che lavorano su determinati interessi e facendo perno su determinati strati della società. Si possono analizzare tutte queste componenti: quali strati, chi fa parte del gruppo, chi sono gli interessati. Ma considerare Putin capo di un clan mafioso è una semplificazione molto forte. Primitivismo politico.
Qual è oggi il reale ruolo di Putin?
Io lo inquadro così: Putin è presidente del consiglio di amministrazione della società per azioni “Federazione Russa”, ma lui è un azionista di minoranza, che diventa gradualmente azionista di maggioranza. Ed è anche un eccellente manager di una società che attraversa momenti difficili. Vale a dire: gli azionisti sono del tutto soddisfatti del suo lavoro; perlomeno, fino a pochissimo tempo fa, il suo lavoro li soddisfaceva al cento per cento. Ora, forse, questo gradimento è diminuito, ma non ha ancora raggiunto un livello critico. Quando stava per concludersi il primo mandato di Boris Eltsin (il cui rating era al 3%!), divenne chiaro che in Russia, come in tutti i paesi dell’Europa orientale, dopo il democratico carismatico, sarebbe venuto un comunista o un socialista, a correggere le distorsioni e gli errori predecessore. Ma ciò avrebbe significato la revisione delle privatizzazioni e, come minimo, un processo contro Čubajs, Gajdar e gli altri. E forse, anche contro lo stesso Eltsin, che aveva affidato loro il potere! Naturalmente, ciò provocò uno shock nelle file della più alta élite finanziaria e politica. Di fronte a tale minaccia, i più ricchi e i più forti furono costretti a far fronte comune. Parlando delle persone, ricordiamoci chi sponsorizzò il secondo mandato di Eltsin: i cosiddetti “Sette banchieri”: Fridman, Aven, Potanin, Gusinskij, Berezovskij, Khodorkovskij, Smolenskij. Nel 1996 essi controllavano il 51% dell’economia russa. Conclusero un patto originale con la famiglia Eltsin, dando vita a un’alleanza, garantendo l’inviolabilità dei capitali di quella famiglia e il proseguimento del corso di Eltsin.
Poi, nel gruppo entrarono Abramovic, in qualità di “portafoglio” di famiglia, Čubajs e Vološin, come amministratori (Čubajs anche quale collegamento con determinati circoli USA), e una serie di altre figure. Nonostante fosse lacerato da contraddizioni interne, tale gruppo teneva tenacemente il potere. Fin dall’inizio del suo secondo mandato, Eltsin fu di fatto estraniato dalle autentiche leve di direzione per motivi di salute e il gruppo (possiamo proprio chiamarlo “junta”) si mise attivamente in cerca del successore. Ci fu un casting prolungato. Eltsin e Naina Iosifovna (sua moglie, ndt) sognavano di portare al Cremlino Nemtsov, per i legami familiari con Naina. Vološin puntava su Stepašin. Si guardò a Lebed (Aleksandr Lebed, eroe del conflitto in Transnistria e poi della guerra in Cecenia, ndt), all’oftalmologo Fëdorov e al casting partecipò addirittura Nikita Mikhalkov; si cercò di “scolpire” un candidato dal nulla, si considerarono anche opzioni molto esotiche, del tipo dell’incoronazione del pupillo della famiglia Hohenzollern, con Čubajs come reggente. Il quale ultimo avrebbe voluto, ma non potè, a causa della sua reputazione di scaltro e subdolo ingannatore. Nel 1998 il rublo crolla, l’intera economia va all’inferno, falliscono Inkombank di Vinogradov, Most-Bank di Gusinskij e SBS-Agro di Smolenskij. Restano a galla Berezovskij, Khodorkovskij, Abramovic, Aven, Fridman, Čubajs e Vološin; il gruppo si rafforza con l’ingresso di Primakov. Prendono in mano la direzione e la junta inizia, con forza raddoppiata, a cercare il successore per il Cremlino. (...)
Come risultato di questo casting, fu trovato Putin. A proporlo a Eltsin fu proprio Čubajs, e non Berezovskij o qualche altro “banchiere ortodosso”. Naturalmente, la cosa fu concordata con l’establishment americano. La candidatura andava bene a tutti. La “famiglia” valutò positivamente Putin e la decisione fu presa abbastanza in fretta. Fu così che divenne il successore al trono eltsiniano, facente funzioni di presidente ed entrò facilmente al Cremlino. Nel frattempo, all’interno della junta erano sorte contraddizioni; due uomini, Berezovskij e Khodorkovskij, avevano cominciato a tirare dalla propria parte: un’azione questa, come mostrarono gli eventi successivi, non troppo ponderata. Ben presto, per decisione collettiva, Berezovskij e Khodorkovskij vengono esclusi dal gioco e, ai posti liberatisi, nelle fila dell’oligarchia entrano nuovi membri – i vari Rotenberg, Kovalčuk, Šamalov, vale a dire la cooperativa “Ozero” (i liberali la associano a Putin e a Medvedev, ndt). Ma gli obblighi per Putin rimangono e lui li rispetta fedelmente: Berezovskij non viene eliminato e gli si offre l’opportunità di fuggire in Inghilterra; Khodorkovskij si rifiuta di emigrare e viene messo in manette. Credo che le decisioni in tal senso non siano state adottate personalmente da Putin, ma collegialmente da chi lo ha prodotto: Vološin, Čubajs, Fridman, Aven, Primakov e le élite straniere, i cui interessi sono rappresentati da Čubajs e Primakov. Questi sono gli azionisti di maggioranza.
Lei ha parlato delle élite straniere tra gli azionisti di maggioranza; al momento, sta cambiando il loro atteggiamento verso Putin?
Penso che le stesse élite straniere mutino, insieme alla loro visione dell’ordine mondiale. Naturalmente, l’atteggiamento verso Putin è cambiato, ma ciò è per lo più una commedia: Putin sta facendo quanto nessuno abbia fatto per le élite politiche occidentali, e soprattutto per gli Stati Uniti. Non è difficile ricordare il mondo di cinque anni fa. L’influenza USA in Europa era minima, la NATO andava avanti per inerzia, nel Baltico si rafforzavano le forze pro-russe, tutta l’Europa era ostaggio della Russia con il suo gas, petrolio e (cosa principale!) mercato di consumo praticamente sconfinato. Oggi, la NATO è come una fenice che rinasce dalle ceneri, l’Europa si consolida, l’influenza degli Stati Uniti quale unica speranza in caso di conflitto è cresciuta come ai tempi di Khruščëv. Per alcune élite occidentali e americane, Putin è una manna! Proprio a Putin, la Georgia è debitrice della sua “rivoluzione delle rose”, l’Ucraina di due majdan, la Turchia del suo verosimile ingresso tra qualche anno nella UE. (...)
Tornando all’elenco degli azionisti di casa che Lei ha rammentato, qualcuno di essi è pronto a votare contro Putin?
Difficile a dirsi. Credo, nessuno. Per prima cosa, Putin ha dimostrato al suo entourage che non abbandona nessuno, adempie a tutti i suoi obblighi in modo dettagliato e puntuale. In secondo luogo, essi sono interessati alla stabilità della situazione. Tutto è tranquillo, stabile e va a gonfie vele per Potanin, Fridman, Aven, Čubajs, Abramovic; e ora anche Prokhorov si è guadagnato il diritto a entrare come candidato in questo “Politburo”. Perché votare contro? Perché cambiarlo? Proprio dalla sua cerchia io non vedo alcuna minaccia per Putin. Sottolineo ancora una volta: quando le élite europee e americane cominceranno il processo di esclusione di Putin, sotto sanzioni finiranno i veri azionisti della SpA “Federazione Russa” e non il management di medio livello, che attinge ai bonus dei vari Rotenberg e Kovalčuk. Quando sotto le sanzioni finiranno “Rosnano” e Čubais, allora si potrà scrivere che tutto è perduto. Ma per il momento, si tratta solo di mosse rituali. Per ora, Putin non minaccia nulla né all’esterno né all’interno.
Speculazioni di varia natura sull’onnipotenza di Čubais ce n’erano a sufficienza alla fine degli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, ma è difficile credere che oggi nella gerarchia del Cremlino Čubais sia al di sopra di Rotenberg.
Incommensurabilmente più in alto! Che si provi Rotenberg, in una qualsiasi cena di lavoro, a dire che ha un sacco di soldi. Una settimana dopo, si ritroverebbe a mendicare, dopo aver trasferito lui stesso i propri beni a un qualche aiutante, del tipo di Secin. Contro Čubais ha timidamente abbaiato solo Dvorkovic. Ricordate le parole di Putin: “è il più degno di noi”. E’ cambiato qualcosa da allora? Ha cambiato posto di lavoro e moglie. E allora? Si raccapezza forse peggio nelle nanotecnologie che nel coseno a circuito chiuso? Era il reggente e tale rimane.
Tutto ciò non sembra cospirologia?
No. Nessuna cospirazione, nessuna teoria del complotto: è tutto palese. Quando il potere nel 1991-1994 era appeso a un filo, quando in qualsiasi momento poteva esserci un colpo di stato militare, disordini operai di massa, scontri armati con la folla che va all’assalto di un odierno Smolnij/Palazzo d’Inverno, la questione dell’approvvigionamento del paese fu decisa dagli americani e dai paesi NATO. Si dette vita ai cosiddetti aiuti umanitari, si trasportavano senza sosta cosce di pollo, alcol, sigarette e latte in polvere, per scongiurare sul nascere le manifestazioni popolari. In cambio, come è noto, Eltsin nominò Andrej Kozyrev al Ministero degli esteri e Čubais alle privatizzazioni.
Ricordate come il ministro Bakatin trasmise agli americani lo schema di intercettazione nel nuovo edificio dell’ambasciata USA? L’intero settore industriale strategico fu non ufficialmente declassificato attraverso il Goskomimuščestvo, cui erano stati trasferiti tutti i documenti del Gosplan per decidere sulle privatizzazioni. Il processo analitico fu condotto da consiglieri americani: non è affatto un segreto. Guidava il gruppo Jonathan Haye, diventato poi famoso, anche negli Stati Uniti, per essere finito in tribunale per frode, nonostante fosse membro effettivo dell’intelligence. Non c’è alcuna cospirazione; semplicemente, a nessuno piace ricordare... Da allora, la Russia si è alzata dall’essere in ginocchio; ma nessuno ha cancellato i risultati delle privatizzazioni, nessuno è stato condannato, nemmeno a parole. (...)
D’altra parte, l’Occidente non ha seguito meno attentamente i progressi delle riforme in altri paesi del blocco orientale. Ma lì la cosa non ha portato a conseguenze così penose. Perché la Russia non è diventata membro della NATO, perché non è diventata quantomeno membro candidato per l’adesione alla UE, anche con scadenze di adesione incerte, come la Turchia?
Questa è una domanda molto interessante! Ricordiamo che all’inizio del primo mandato, la Russia non faceva altro che chiedere l’adesione alla NATO; Putin lo ha dichiarato apertamente. Era stata messa a punto una piattaforma transitoria e creata una struttura comune. Da entrambe le parti ci si preparava all’ingresso. Poi improvvisamente tutto andò in frantumi. Credo che abbiano agito due fattori: da un lato, la cricca dirigente in Russia non riuscì a mettersi d’accordo con i generali e l’industria militare, dato che si sarebbe dovuto riequipaggiare completamente l’esercito secondo gli standard NATO e ciò significava abbandonare un enorme flusso di tangenti. (...) Se la Russia fosse entrata nella NATO, tutti questi ordinativi sarebbero diventati trasparenti. Putin stesso a suo tempo rimase sbalordito da queste perdite colossali, allorché incaricò il finanziere Serdjukov di occuparsi della faccenda. E poi fu costretto a sacrificarlo sotto la pressione di generali e industria militare. Questa fu la prima ragione per rifiutare di aderire alla NATO. La seconda ragione è che la leadership russa si ritenne ingannata quando fallì il piano di Kučma (Leonid Kučma: presidente ucraino dal 1994 al 2005, ndt) in Ucraina. Allora fu chiaro che a Kiev operavano i servizi occidentali... Le élite russe si sentirono minacciate. E poi ci fu la rivoluzione filoamericana in Georgia, e ancora gli scandali spionistici con la Gran Bretagna...
La domanda più interessante qui è un’altra: la cosa non era così concepita fin dall’inizio? Cioè, l’Occidente voleva giocare alla partnership con la Russia, sedurla e poi lasciarla. Proprio per poter disporre di un “nemico” deliberatamente debole.
Le ragioni del rifiuto della Russia di aderire alla NATO all’inizio del 2000 sono che l’establishment americano, guidato dal non brillante presidente Bush, chiuse semplicemente la porta a questa opportunità unica per tutta l’umanità. Avrebbero potuto comprare i generali russi, come quelli iracheni, ma non lo fecero. Molto probabilmente, a causa dell’avidità, giocando sull’aumento di prezzo del petrolio.
Per quanto riguarda l’adesione alla UE, fu sin dall’inizio fuori questione: essere membro dell’Unione europea, significa porre sotto controllo collettivo tutti i flussi finanziari, il che contraddice direttamente con l’idea della junta di non condividere niente con la società.
All’inizio della nostra intervista, Lei ha detto che negli anni ’90 fu deciso di creare una “classe di proprietari” e di trasferire patrimoni e risorse sotto il controllo del KGB. Lei sostiene che Putin non è nemmeno l’azionista di maggioranza, che Čubajs gli è addirittura superiore nella gerarchia e che dietro a Čubajs stava il FSB; ma, lo stesso Putin era a capo di questa struttura. Come si lega tutto questo?
Putin divenne capo del FSB quando la sua candidatura era già stata approvata. Cioè, era solo una tappa. In generale, si ritiene che il FSB sin dai tempi di Bakatin fosse sotto controllo del gruppo Čubajs e che tutto ciò che è avvenuto in seguito andasse nella direzione dovuta. Ma il SVR (Služba vnešnej razvedki: Servizio di intelligence estero, ndt) l’ex Primo Direttorato del KGB, rimase fuori dalla sfera del gruppo, ricadendo sotto il controllo di Primakov. Ricordate come Berezovskij “fece fuori” Primakov (e Lužkov) prima dell’elezione di Putin. Fu una lotta tra servizi speciali. Per qualche ragione, tutti dimenticano che Berezovskij nel 1997-’98 era vice segretario del Consiglio di sicurezza russo, cioè, di fatto controllava il FSB. Tra l’altro, alla vigilia delle presidenziali, Primakov tentò di arrestarlo, con l’accusa di frode.
E in che modo il gruppo Čubajs riuscì a prendere il controllo del FSB?
Sin dall’inizio, più di ogni altra cosa Eltsin aveva paura del KGB e tutta la sua squadra aveva paura di rivelazioni d’archivio. Molti erano agenti segreti, qualcuno collaborava con l’intelligence occidentale. Insomma, la prima cosa dopo il crollo dell’URSS fu la creazione di un nuovo servizio speciale, a cui poi fu associato ciò che rimaneva del KGB. Tutto questo processo fu curato da Sergej Stepašin. Ero in ottimi rapporti con lui e mi ha raccontato cose interessanti. Stepašin era vicino a Čubajs e alla sua squadra. Sebbene in seguito abbia preso le distanze dai democratici entrando a far parte di “Jabloko”, quando Javlinskij (Grigorij Javlinskij: economista liberale, vice primo ministro della RSFSR nel 1990, ndt) gli promise di rimetterlo al posto di primo ministro se avesse vinto le elezioni presidenziali. Gli costò la carriera: Sergej Vadimovic fu allontanato dal FSB e la struttura fu trasferita a Putin. Naturalmente, la faccenda fu curata da Čubajs che, insieme a Vološin, dal 1995 stava dietro a tutti i problemi interni. E fu Čubajs a eliminare Stepašin, per mettere al suo posto Putin. In breve, il FSB è stato creato sotto Čubajs e la sua squadra. Di nuovo, nessun segreto, sono fatti storici evidenti.
D’altra parte, se il quadro che Lei ha delineato è vicino alla realtà, allora perché questo “consiglio degli azionisti” non rimuove Putin, quando le sue mosse politiche avvicinano sempre più la Russia a un conflitto militare con l’Occidente, in cui Putin, con ogni evidenza, fallirà. Cosa darà tutto ciò a Fridman e Prokhorov e ai loro compagni?
Fonti pubbliche affermano che Čubajs ha fatto parte per lungo tempo del consiglio internazionale della banca J.P.Morgan Chase; ora è stato sostituito da Gherman Gref, figura a lui vicina e ne fanno parte, tra gli altri, Tony Blair e Henry Kissinger. Si ritiene che Čubajs rappresenti quella parte dell’establishment americano, che fa affidamento non su Israele, ma sul resto del mondo. Quindi, Čubajs è un protetto del più influente gruppo imprenditoriale transnazionale che sostiene la Federal Reserve statunitense. Detta così, suona abbastanza terribile; di fatto, egli è un abile lobbista di uno dei più potenti gruppi finanziario-industriali USA in Russia. E non c’è nulla di criminale in ciò. La prima economia mondiale ha il diritto di avere rappresentanti dei propri interessi nei paesi creati dagli americani o da essi salvati da un crollo militare o economico.
E, a proposito dell’approssimarsi di un collasso militare, non vedo un simile approssimarsi. In senso militare, la Russia è in evidente ritardo rispetto al blocco NATO; la flotta è al sesto posto nel mondo dopo India, Cina e Giappone. E la flotta americana è più forte di tutti gli altri messi insieme. Anche nelle armi offensive, non siamo molto avanti, come in tutti gli armamenti in generale, tranne che per la triade nucleare, che è ancora in grado di colpire gli Stati Uniti e i loro alleati. E poi? La guerra nucleare mondiale è uno spauracchio, non è uno scenario che abbia senso prendere in considerazione, perché dopo di esso non ci sarà storia, l’umanità cesserà di esistere nella forma che esiste ora. E, nonostante il fatto che l’inverno nucleare sia più un’invenzione di propaganda che uno scenario reale, dopo uno scambio di colpi nucleari nessuna delle forze politiche e dei regimi in tutto il mondo sarà in grado di rimanere invariato e funzionare normalmente.
Pertanto, una guerra nucleare (da non confondere con il ricorso all’arma nucleare tattica) fa parte degli incubi notturni dell’umanità.
Spaventare con la bomba è possibile e anche vantaggioso, ma usare forze strategiche è irrealistico, non ha senso. E Putin non lo farà, così come non lo ha fatto Khruščëv e non lo avrebbe fatto Stalin. Ma in qualità di spauracchio, con una bomba arrugginita in mano, Putin è la figura ideale per USA e Europa. Ripeto: cinque o sette anni fa, molti economisti credevano seriamente che il dollaro sarebbe caduto in rapporto all’euro, che l’America si sarebbe impantanata nella bolla del debito e che si andasse incontro a una lunga recessione, come negli anni ’30. Si andava davvero in quella direzione; poi, come per magia, Medvedev mandò i carri armati a Tbilisi. Ecco che l’esistenza della NATO in Europa acquista un senso. Putin torna al potere e tira fuori dalla naftalina i bombardieri strategici dei tempi di Očakov e della conquista della Crimea (espressione letteraria da “Che disgrazia l’ingegno” di Aleksandr Griboedov, ndt). E si poi arriva alla vera conquista della Crimea, e gli Stati Uniti tornano improvvisamente a essere leader del mondo libero – arrivederci crisi! E se non fosse per Putin, probabilmente ora un dollaro varrebbe 30 centesimi di euro... Niente preoccupa né Fridman, né Aven, né Čubajs. Non c’è motivo di preoccupazione, il regime in Russia può durare almeno altri cinque anni in questa forma. E poi, secondo l’usanza russa, trasformarsi tranquillamente in qualcosa dal volto umano. E Fridman o Čubajs non c’entreranno niente: di cosa si dovrebbero accusare? Persone cristalline... Ecco, Abramovic, di’ quello che vuoi, ma per la legge britannica è lindo come una lacrima di bambino. Ed è così per l’intera camarilla, tutti ugualmente senza peccato come il Papa. E cosa sarà di Putin? Difficile dirlo. Molto probabilmente, la junta lo considera il sovrano perenne della Russia. Ahimè...
E quali sono i membri della junta che hanno conservato la loro influenza?
Credo che la cerchia sia la stessa, con un piccolo allargamento e un difetto “naturale”: Čubajs, Vološin con le sue “quote familiari”, Fridman, Abramovic, Potanin, come principali azionisti. Medvedev, il gruppo “Ozero” (tutti di secondo piano, ma come gruppo sono piuttosto influenti), Ivanov, Miller, Sečin, come azionisti di minoranza. Certo, ci sono i detentori di una o due azioni, hanno persino accesso alle assemblee degli azionisti, ma il pacchetto di controllo resta alla “vecchia guardia” e a Putin stesso. Non sono uno specialista. Constato solamente che Putin non è uno zar, non è un padrone, non un autocrate. E’ un manager salariato, anche se riceve bonus sotto forma di azioni della sua Società per Azioni. Non credo nei suoi miliardi di dollari, nascosti in chissà quali banche segrete. Ritengo in generale impossibile che possieda denaro e patrimoni, dato che non c’è per lui un’uscita personale dal sistema del suo potere, e se non c’è uscita, allora perché accumulare? È del tutto possibile che lasci dopo di sé una decina di abiti, una dozzina di scarpe, (riferimento a Stalin che, si dice, alla morte non possedeva che un uniforme da generalissimus e un cappotto militare, ndt) una pistola premio con il profilo di Dzeržinskij e una siringa con Botox.
Dunque, di fatto la configurazione non è cambiata?
E’ la stessa di prima. Putin rispetta fedelmente i propri obblighi, cercando in ogni modo di mantenere l’unità del Paese, l’unità del governo e se stesso come garante. Sacrifica la propria cerchia, i propri amici, i seguaci, ma non tradisce coloro che sin dall’inizio detengono il pacchetto di controllo: Čubajs (e tutta la sua squadra, da Gref e Kudrin, a Gozman, fino all’ultimo impiegato) Abramovic, Potanin, il gruppo-Alfa. E lui non si arrenderà mai. E neanche loro lo abbandoneranno. Si ritiene che il gruppo-Alfa costituisca un’opposizione alternativa a Putin, mentre la squadra-Čubajs risolve con successo i problemi con l’America, in modo che Putin non finisca del tutto fuori bordo. In fin dei conti, è chiaro a tutti il ruolo della Russia quale potenza regionale. Tutto il resto, Crimea, Janukovic, e altro, sono tutti giochi a uso interno.
Il loro effetto reale è il consolidamento della NATO, il rafforzamento del ruolo USA in Europa, la spinta dei paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale vero la UE. Tutto come prima, senza nessun cambiamento. Semplicemente, tutti i partecipanti a questo processo sono molto stanchi, invecchiati e l’obiettivo più importante è quasi raggiunto: la CSI è crollata, la Russia non è più leader nello spazio post-sovietico, l’Europa non è più ostaggio di Gazprom. Beh, quasi non più ostaggio, rimane ancora un po’ da fare. (...)
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