Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/09/2022
Gorbaciov e il trasformismo dei gruppi dirigenti
In effetti la dissoluzione dell’Urss e il ruolo avuto dall’allora segretario del Pcus, sono stati molto più di un episodio storico specifico e dell’individuazione delle responsabilità soggettive di un personaggio che aveva un ruolo di comando.
Su quest’ultimo aspetto abbiamo rilevato, come già spiegato nell’articolo pubblicato nei giorni scorsi, atteggiamenti di primitivismo politico e – specularmente – di “comprensione” che non aiutano l’analisi dei processi e delle responsabilità politiche, anche di quelle individuali.
Su queste ultime, affinché nessuno ne ricavi una qualche forma di assoluzione di Gorbaciov dalle sue responsabilità, vale la pena tornare su quello che possiamo definire come il trasformismo dei gruppi dirigenti comunisti alla fine degli Ottanta e nei primissimi anni Novanta.
Mikail Gorbaciov venne cooptato come segretario del Pcus e leader dell’Unione Sovietica dal comitato centrale del partito nel 1985. Sconosciuto ai più e quindi personaggio da scoprire per molti, venne da subito percepito come un leader giovane e dinamico che puntava a introdurre riforme e cambiamenti nella struttura dell’Urss da anni alle prese con le proprie contraddizioni interne e un feroce scontro globale con gli Usa e la Nato.
La sovrastruttura ideologica di questo processo introdusse parole come perestrojka (riforma) e glasnost (trasparenza) che ben presto dilagarono nel linguaggio politico in Occidente ma spesso ripetute a pappagallo anche in tutti i partiti comunisti a livello mondiale. In alcune conferenze internazionali sentimmo parlare della perestrojka come di “una rivoluzione nella rivoluzione”. Eppure ben presto si comprese che il senso di quelle riforme poteva prestarsi a obiettivi e risultati assai diversi tra loro.
Fino alla conferenza di organizzazione del Pcus nel 1988, anche nella nostra area si aveva la sensazione che il processo di riforme avesse come obiettivo il consolidamento del socialismo e dell’economia pianificata in Urss e – a cascata – nei paesi che vi facevano riferimento.
L’anno prima, il 1987, Gorbaciov e Reagan avevano siglato a Reykiavik l’accordo per lo smantellamento dei missili nucleari a medio raggio che in Italia portò allo smantellamento degli euromissili installati nella base di Comiso contro cui ci si era battuti negli anni precedenti.
Ma dopo il 1988 il linguaggio politico e le scelte materiali di Gorbaciov e del gruppo dirigente del Pcus cominciarono a indicare che il socialismo non era più il perimetro dentro cui avrebbero puntato e agito le riforme avviate.
Usando come una clava il “rinnovamento” e “la nuova mentalità”, Gorbaciov e i suoi uomini cominciarono a picconare molti aspetti e molti prìncipi del socialismo così come era venuto costruendosi materialmente in Urss e nella storia. Inutile dire che tutto questo ha reso popolare Gorbaciov in Occidente e veniva utilizzato contro i partiti comunisti e i “comunisti dentro i partiti”.
Di questo ebbero una chiara percezione leader comunisti come Fidel Castro e i dirigenti del Partito Comunista Cinese che nel 1989 presero apertamente le distanze da Gorbaciov e dal suo progetto. Lo fece in modo più gestito sul piano politico Fidel Castro e lo fecero in modo più pesante i dirigenti cinesi che, reprimendo le proteste in Piazza Tien An Men, stopparono ogni velleità o “importazione” del vento di Mosca in quel paese, reprimendo le proteste e liquidando i dirigenti del Pcc più allettati da quella prospettiva.
In Europa, al contrario, con le buone o con le cattive, i partiti comunisti al comando nei paesi dell’Est si adeguarono tutti (Ceausescu, che pure era quello più indipendente da Mosca fu ucciso, Honecker fu brutalmente deposto) e nel giro di pochissimo tempo arrivarono a sciogliere i partiti comunisti e convertirsi in altro. Alcuni tentarono la strada della socialdemocrazia, molti altri gettarono rapidamente la maschera e si riconvertirono in businessmen “liberali” accaparrandosi via via le risorse e le infrastrutture dei loro paesi, Urss inclusa.
In Europa occidentale cominciarono a palesarsi gli Occhetto e i tanti che ben presto smantellarono i partiti comunisti e i prìncipi del socialismo. Anche tra i partiti comunisti europei che avevano resistito “all’eurocomunismo” – che già incubava all’interno il virus del trasformismo – si riconvertirono rapidamente gruppi dirigenti in totale rottura con il socialismo. Gli unici che tennero botta furono il Partito Comunista Greco (Kke) e il Partito Comunista Portoghese.
Perfino in una delle esperienze rivoluzionarie più interessanti degli anni Ottanta, nel piccolo Salvador, dirigenti rivoluzionari come Joaquim Villalobos si avviarono al trasformismo e cominciarono a picconare il Fmln (Fronte Farabuno Martì) che pure aveva tentato il colpo insurrezionale alla fine del 1989.
Tra il 1989 e il 1991 divenne evidente che Gorbaciov stava operando apertamente un cambio di campo dietro lo schermo di una riconversione del Pcus in un partito di tipo socialdemocratico.
Proprio in questi mesi è emerso drammaticamente come il via libera di Gorbaciov alla riunificazione tedesca nel 1990, fu concesso senza alcuna contropartita. L’impegno di Usa e potenze europee che la Nato “non si sarebbe allargata di un pollice verso est” rimase solo verbale e Gorbaciov se lo fece bastare. Abbiamo visto poi come questi impegni siano stati sistematicamente disattesi dieci anni dopo.
Ma dentro il Pcus Gorbaciov e i suoi uomini (gli Shevarnadze, gli Yakovlev etc) agivano dall’alto per piegare ogni resistenza interna (l’unica voce pubblica dissenziente fu quella di Nina Andreeva, una insegnante militante del Pcus). Contestualmente “dal basso” agiva il segretario del partito di Mosca Eltsin e i leader riscopertisi nazionalisti delle varie repubbliche sovietiche (da quelle baltiche a quelle asiatiche).
Entrambi trovarono sostegni e consensi dagli Usa e dai paesi capitalisti europei. Sotto i colpi del “gorbaciovismo” l’Urss e il Pcus cedevano terreno giorno dopo giorno.
Il tentativo di invertire la rotta dell’agosto del 1991 con un maldestro rovesciamento di Gorbaciov durò solo tre giorni. Nonostante la presenza di alcuni reparti militari nelle strade di Mosca, non fu sparato un colpo e si dissolse consacrando Eltsin come l’eroe nazionale. Nei giorni successivi Gorbaciov, liberato dopo essere stato bloccato in casa dai “golpisti”, venne pubblicamente umiliato da Eltsin.
Quattro mesi dopo, veniva ammainata la bandiera rossa dal Cremlino e l’Urss cessava di esistere, ogni repubblica andò per conto suo nonostante un referendum popolare avesse ribadito a stragrande maggioranza l’unità dell’Urss, e un uomo di paglia degli Usa come Eltsin divenne presidente della Russia, fino all’avvento di Putin nel 1999.
Nella Russia di oggi non vi è alcuna nostalgia né simpatia popolare per Gorbaciov, se non in ristretti gruppi di businessmen. Insomma nessuno ne sentirà la mancanza.
Gorbaciov dunque, anche se fu il prodotto di un processo storico, non può affatto essere assolto dalle sue precise e pesanti responsabilità nella dissoluzione dell’Urss e dalle devastazioni che ne seguirono, per il suo paese innanzitutto, ma anche nelle relazioni internazionali che per più di venti anni sono state ingabbiate dal comando unipolare e imperialista degli Usa e scandite dalle aggressioni alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq.
Ma Gorbaciov rimane anche l’esempio di quel trasformismo dei gruppi dirigenti comunisti anche in Occidente di cui ancora si pagano le conseguenze. Chi è stato “gorbacioviano”, non poteva essere un nostro compagno di strada.
Fonte
02/09/2022
Morto Gorbačëv: gli imprenditori russi ringraziano le sue riforme
A parere di Spitsyn, Mikhail Sergeevič, agli inizi della perestrojka, sotto l’influenza decisiva della consorte, Rajsa Maksimovna, era probabilmente spinto da «cattivi propositi»; più tardi, però, consapevole che se si fosse «fermato sarebbe stato arrestato e condannato, passò all’attacco», semplicemente «per sottrarsi al giudizio». Vorrà pur dire qualcosa, osserva Spitsyn, se i leader di tutti i «paesi oggi in guerra con noi ne danno una valutazione positiva»!
Tra maggio e luglio, ricordano molti osservatori, sono morti almeno quattro dei peggiori “becchini” dell’URSS: gli ex Presidenti bielorusso e ucraino, Stanislav Šuškevič e Leonid Kravčuk a maggio, Gennadij Burbulis (tra i principali complici di Boris Eltsin) a giugno, Vadim Bakatin (ultimo Ministro degli interni dell’URSS nel 1990 e primo Direttore dell’ex KGB eltsiniano nel 1991) a luglio. E ora Mikhail Gorbačëv.
Con la loro morte, conclude Evgenyj Spitsyn, si chiude un’intera epoca storica, anche se la loro influenza non finisce qui e si farà sentire ancora a lungo.
Tra gli storici di orientamento più nazionalista, Andrej Fursov non risparmia i titoli di “traditore” e “giuda” all’indirizzo di Gorbačëv, ma ritiene che la sua morte non rappresenti la fine di un’epoca: la chiusura di un’epoca è costituita dall’Operazione speciale russa in Ucraina; è comunque simbolico che Gorbačëv sia morto proprio ora, dice Fursov.
Pareri in linea con gli orientamenti politico-editoriali che lo contraddistinguono sin dalla sua fondazione – per l’appunto, in epoca gorbačëviana – sono quelli proposti ai lettori dal quotidiano Kommersant, che ha raccolto le opinioni di alcuni prenditori russi, non di primo piano, sul ruolo dell’ultimo presidente dell’URSS, chiedendo loro «per che cosa direbbero grazie a Gorbačëv».
Al di là di alcuni scontati panegirici (tralasciamo di proposito varie lodi cantate all’uomo della “perestrojka”, solo per incensare proprie personali “virtù imprenditoriali” all’alba del nuovo mondo) e frasi a effetto, pare curioso come diversi attuali biznesmeny russi parlino dell’epoca “buia” precedente la “perestrojka” come vissuta in prima linea con sofferenze e privazioni, quando erano poco più che fanciulli di prima elementare. Tant’è.
Boris Titov, attuale responsabile per i diritti degli imprenditori presso il Presidente russo, inizia dicendo che «Tutti noi discendiamo da “Il cappotto” gogoliano, dicevano di sé i letterati russi. E noi, in quanto biznesmeny, discendiamo dal sistema gorbačëviano delle cooperative». È sufficiente ricordare come, infatti, negli anni 1986-’87 e dopo, le prime iniziative private (bar, ristoranti, istituti d’istruzione, piccole imprese, ecc.) portassero la denominazione di cooperative.
Non è con «Gorbačëv che si sono formate le basi degli attuali rapporti d’affari; però, proprio lui gettò nel terreno quel seme di libertà che poi è maturato... la nuova Russia democratica è stata creata grazie a lui», afferma Titov.
Senza tornare a scomodare le ben conosciute “riforme” khruščëviane, che dettero uno dei primi duri colpi all’agricoltura collettiva sovietica, basti ricordare la cosiddetta “riforma Liberman-Kosygin” avviata a metà anni ’60, per avere un’idea anche solo approssimativa di quelle «basi degli attuali rapporti d’affari».
Anastasija Tatulova, fondatrice e direttrice generale della rete di ristorazione “Anderson”, dice grazie a Gorbačëv perché a 19 anni è «diventata imprenditrice... Solo con lui, l’imprenditorialità è diventata possibile in Russia: il biznes ha cessato di ricadere sotto l’articolo del codice penale sull’attività imprenditoriale privata... Grazie per aver riconosciuto gli errori, per aver ammesso Katyn’, aver restituito la Germania ai tedeschi...». Amen.
Ecco però che Igor’ Rybakov, imprenditore e creatore del Fondo Rybakov non ha alcuna intenzione di ringraziare Gorby; molti altri, dice, «dovrebbero però essergli grati. Il governo cinese, ad esempio, che, mettendo a profitto i suggerimenti su come distruggere un grande paese, ha indirizzato il proprio sviluppo in una diversa direzione. E, ovviamente, gli USA, a cui l’eliminazione dell’Unione Sovietica dall’arena geopolitica sarebbe costata cifre immense».
Viktor Semenov, presidente dei revisori del gruppo “Belaja Dača” ricorda l’incontro con Gorbačëv per discutere la rinascita del sovkhoz in cui era cresciuto lo stesso Mikhail Sergeevič: «Ho avuto l’impressione di una persona buona, onesta, aperta, ma estremamente incompetente, anche in affari così elementari. Le sue proposte erano più simili alla carità... Devo riconoscere che diede ascolto alle mie critiche e mutò subito opinione... disse di presentare un piano... ma dopo un mese o due l’intera questione fu dimenticata».
Indicativa la parabola (ascendente o discendente: questione di punti di vista) di Vladimir Ščerbakov, nel 1988-’90 Ministro del lavoro dell’URSS; nel ’90-’91 Primo ministro dell’URSS e poi fondatore dell’impresa “Avtotor”: «Ho lavorato sei anni sotto il comando di Mikhail Sergeevič e gli sono grato per il suo spirito, il desiderio di fare tutto nel miglior modo possibile... mancava però di qualità manageriali, quali definizione concreta degli obiettivi, intransigenza nella loro attuazione, rigidità nel prendere decisioni e sanzioni per il mancato adempimento. Pensava che fosse sufficiente porre un problema e le persone avrebbero discusso e deciso dove ci si dovesse dirigere e in che modo. A ciò sono in gran parte legati i fallimenti della perestrojka, soprattutto in campo economico... noi stessi abbiamo distrutto l’economia centralizzata invece di modernizzarla. Demmo libertà alla persona, alle cooperative, alle imprese, senza creare efficaci leve di influenza su di loro».
Kirill Babaev, vice presidente di “Alfa-grupp”, direttore dell’Istituto Cina e Asia contemporanea dell’Accademia delle scienze: «Mikhail Sergeevič ha permesso a quei talenti imprenditoriali, che da sempre vivono nel popolo russo, di venire allo scoperto. Questo è il suo più grande merito. Il russo è per natura pieno d’iniziativa... Dopo 70 anni di sonno, queste capacità hanno potuto rivelarsi proprio grazie a Gorbačëv. È stato lui a gettare le basi per lo spirito imprenditoriale che ha permesso alla Russia di portare le aziende a livello mondiale». Avanti, per lo zar e per l’eterno spirito russo calpestato dai biechi bolscevichi!
Maksim Artsinovič, proprietario della gioielleria Maximiliann London e del Maximilian Art Foundation (Gran Bretagna), ringrazia il defunto idolo dell’Occidente «per le cooperative! Probabilmente, tutti i cooperatori sono diventati milionari e miliardari (i sopravvissuti degli anni ’90, che non sono morti di alcol o di droga, o ammazzati). Per me, scolaro, il 1985 è stata una boccata d’aria fresca con le parole “perestrojka” e “glasnost”. Dopo la stagnazione brežneviana, sono apparse più libertà e speranze.
Ma poi nel 1991 il crollo dell’URSS sembrò una tragedia! Sentivamo con ogni fibra della nostra anima che qualcosa di storicamente sbagliato stava accadendo e ci attendeva qualcosa di terribile e sconosciuto! Sperimentammo il crollo dell’URSS sulla nostra famiglia, sulla nostra pelle. Siamo profughi da Grozny... siamo sopravvissuti e abbiamo cominciato a vivere con dignità. Penso che se Mikhail Sergeevič non avesse piazzato questa bomba per la rovina dell’URSS, molte tragedie attuali si sarebbero potute evitare e, probabilmente, ora non ci sarebbe l’operazione speciale».
A questo punto, chi scrive si concede una breve nota personale. A differenza di altri compagni, con qualche anno di più sulle spalle e memori di quanto accaduto con Nikita Khruščëv, il sottoscritto, forse influenzato (non è una giustificazione: è una constatazione) dall’euforia dei moscoviti nella seconda metà degli anni ’80, all’inizio cadde nell’abbaglio della “perestrojka”.
Il crinale 1990-inizi ’91 ebbe però effetto: il fermo di tantissime imprese, impossibilitate a produrre per mancanza di forniture da altre imprese, impegnate in affari propri e, insieme, la “noncuranza” dei vertici politici per un tale stato di cose, convinsero moltissimi del vicolo cieco imboccato. La celebrata “venerazione” dei moscoviti per il “populismo” di Boris Eltsin finiva nel water e Mikhail Sergeevič con Rajsa Maksimovna bussavano alla porta del cesso.
La “libertà” dal Piano, iniziata più di vent’anni prima, dava gli ultimi e decisivi frutti.
Fonte
31/08/2022
Chi e cosa è stato Gorbaciov
La prima cosa da fare è sbarazzarsi di due approcci: quello glorificante che campeggia oggi in tutti i media del mondo occidentale e quello del “tradimento” che emerge in molti ambiti della compagneria.
Come tutti gli uomini che hanno avuto e portano delle responsabilità Gorbaciov è stato il prodotto di un processo storico. Per quanto le sue scelte politiche abbiano determinato la velocità di alcuni cambiamenti, se queste hanno potuto produrre quelle conseguenze, vuol dire che erano la “rivelazione” di quanto già esisteva dentro il sistema politico ed economico che era diventata l’Unione Sovietica.
Il fatto che quella esperienza si sia dissolta in pochissimi anni senza sparare un colpo e senza che si manifestasse una controtendenza in grado di rovesciare il processo in corso, ci rivela il logoramento profondo di cui Gorbaciov è stato sia conseguenza che causa.
Se a metà degli anni ’80 il PCUS elesse personaggi come Gorbaciov o Eltsin come segretari del partito (il primo a livello nazionale, il secondo a Mosca) significa che la struttura, l’ideologia, lo sviluppo produttivo dell’URSS aveva dismesso gli anticorpi necessari, se non per vincere almeno per sostenere adeguatamente lo scontro globale con il modello capitalista e liberale.
Abbiamo scritto, in quegli e in questi anni, che nel 1990 appariva evidente come il progetto gorbacioviano non fosse il rinnovamento del socialismo ma il suo affossamento. “Mentre in campo economico i membri dell’apparato del partito e dello Stato – ormai senza vincoli – si apprestavano ad appropriarsi delle imprese, il PCUS viene martellato dall’alto (Gorbaciov e i suoi dirigenti) e dal basso (Eltsin e gli oppositori interni), e i militanti più coerenti furono completamente emarginati, disorientati, subordinati” (da “Una storia anomala", volume II).
Non possiamo non sottolineare come altri dirigenti comunisti come Fidel Castro, mandarono a quel paese gli inviti di Gorbaciov ad “avviare le riforme”. Anche in questo caso la storia ha dato ragione al leader cubano.
Sul piano internazionale in Occidente si celebra l’epica gorbacioviana per il via libera alla riunificazione della Germania (sulla quale era più lungimirante Andreotti che “voleva tanto bene alla Germania da preferirne due”, ndr), eppure la capitolazione più decisiva e devastante fu il via libera dell’URSS nel 1991 alla prima guerra del Golfo da parte degli Stati Uniti contro l’Iraq.
Proprio in quella guerra gli Usa annunciarono esplicitamente “Il Nuovo Ordine Mondiale”. Ad agosto 1991, dopo un ridicolo tentativo di colpo di stato, Gorbaciov veniva umiliato pubblicamente da Eltsin ed emarginato. Pochi mesi dopo la bandiera rossa veniva ammainata definitivamente dal Cremlino e l’URSSs si dissolveva in tutti i sensi.
Dunque cosa è stato Mikhail Gorbaciov? Un traditore, un agente degli interessi occidentali o la rivelazione della crisi di una gloriosa sperimentazione storica di quello che abbiamo definito il “socialismo possibile”?
Tra le risposte consolatorie perché facili e quelle più complesse abbiamo sempre scelto le seconde. Comportano qualche mal di pancia e riflessione in più ma ci aiutano a comprendere meglio i processi storici ed anche gli uomini e donne che producono.
Fonte
07/11/2021
“Il suicidio dell’URSS”: recensione del libro di Sergio Romano
Vi proponiamo la nostra recensione del testo Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), ultima pubblicazione di Sergio Romano, già ambasciatore italiano a Mosca tra il 1985 ed il 1989.
Sergio Romano è una delle grandi figure della diplomazia italiana del ‘900, in particolare grazie agli anni passati a Mosca come ambasciatore in Unione Sovietica (1985-1989), continuando a frequentare anche negli anni successivi il Paese sia prima che dopo la fine del comunismo dell’Europa orientale. Erano quelli gli anni della perestrojka e di Michail Gorbačëv, l’uomo che, non senza responsabilità, avrebbe assistito impotente alla fine dell’URSS. Erano gli anni in cui gli intellettuali liberali come Francis Fukuyama annunciavano sprezzanti “la fine della storia”, preconizzando un futuro idilliaco che non avrebbe mai avuto luogo.
In Il suicidio dell’URSS (2021, Sandro Teti Editore), una raccolta di articoli pubblicati da Sergio Romano negli anni finali della vita dell’Unione Sovietica, non ritroviamo solamente una mera cronaca delle ultime fasi dell’esistenza dello Stato edificato da Vladimir Lenin, ma interessanti considerazioni dell’autore che spaziano in settori apparentemente poco connessi fra loro, dalla letteratura russa alla storia di Paesi lontani da Mosca, come la Jugoslavia – della cui dissoluzione viene offerta un’interessante panoramica – o l’Impero Ottomano, fino alle relazioni intercorse tra l’Unione Sovietica e gli interlocutori più insospettabili, come il Vaticano o lo Stato d’Israele, per mezzo delle vicende della numerosa comunità ebraica che vive ancora oggi in Russia, fino al governo italiano. “A una prima occhiata il libro potrebbe sembrare antologico e il titolo un comodo “contenitore” destinato ad accogliere scritti di argomento diverso”, affermiamo riprendendo il commento di Romano su di un libro di Massimo Salvadori (p. 196), ma in realtà mantiene, nella sua vasta varietà, un’organicità che ne rende sempre interessante la lettura.
Anche limitandoci alla sola Unione Sovietica, argomento portante dell’opera, il testo offre interessanti spunti che riguardano tutta la storia del Paese dalla sua fondazione rivoluzionaria alla sua dissoluzione con un colpo di mano che ebbe luogo nonostante il 76% della popolazione si fosse espresso in un referendum per il mantenimento dell’URSS. A spingere per la fine dell’Unione non furono le forze centrifughe provenienti dalla repubbliche più remote poi divenute indipendenti, ma proprio i dirigenti russi, nazionalità dominante, che, con una delle più celebri espressioni di Sergio Romano, erano “stanchi di svenarsi per finanziare il teatro di Taškent”. A portare alla dissoluzione dell’URSS fu, in fin dei conti, lo sviluppo di una classe dominante all’interno di uno Stato che era nato per abolire le differenze di classe, che raggiunse il proprio apice proprio negli anni del riformismo della perestrojka: “Il problema all’ordine del giorno non era la battaglia fra democrazia e comunismo ma fra le borghesie di partito delle singole repubbliche, ciascuna delle quali si batte per conservare i propri privilegi, difendere le proprie prerogative, impedire ad altri, all’interno del futuro Stato sovietico, di mettere le mani sulle proprie risorse” (p. 211).
La fine dell’Unione Sovietica, come – in maniera ancor più esasperata – quella della Jugoslavia, corrispose anche al riemergere di quei nazionalismi che erano stati sopiti dal collante ideologico del comunismo. Venuto a mancare quest’ultimo, “la rinascita del patriottismo nazional-religioso dei russi rialza vecchi steccati” (p. 64), quel nazionalismo panslavo e ortodosso che nell’800 si era imposto come carattere distintivo dell’identità russa, e che viene analizzato soprattutto nella prima sezione del libro. Ma “la morte del comunismo ha risvegliato […] non soltanto i nazionalismi più antichi e legittimi, ma anche i più fragili e inconsistenti” (p. 254), portando con sé non solo la frammentazione territoriale, ma anche conflitti regionali come quelli del Caucaso, che si sarebbero sviluppati negli anni seguenti.
Come detto, nella sua opera Sergio Romano raccoglie testi redatti un trentennio fa, e lo stesso autore ammette nelle note introduttive di alcune sezioni del libro di aver cambiato il suo punto di vista su determinate questioni. Non era infatti un momento semplice in cui scrivere articoli sull’Unione Sovietica, ed in quelle fasi era facile lasciarsi prendere la mano con giudizi a volte troppo ingenerosi: “Trascinati dalla furia iconoclastica di questi giorni dimentichiamo che lo Stato sovietico ha avuto in molte parti di questo immenso Paese una funzione arbitrale e modernizzatrice” (p. 254). Allo stesso tempo, Romano non poteva conoscere la bibliografia storica che sarebbe emersa successivamente, in parte purificata dai veleni della Guerra fredda che avevano spinto gli accademici a pendere da una parte o dall’altra, così come non poteva prevedere del tutto quello che sarebbe stato il mondo unipolare postsovietico a guida statunitense. Il giudizio sul boia dell’URSS Boris El’cin (a nostro avviso comunque troppo generoso, come quello su Gorbačëv), o quello su Eduard Ševardnadze, ad esempio, non potevano tener conto di quanto costoro avrebbero compiuto alla guida dei rispettivi Stati, la Federazione Russa e la Georgia.
Soprattutto, ci troviamo in disaccordo con i giudizi espressi nei confronti delle politiche sovietiche nei primi decenni di vita di questo Paese. In particolare, la lettura di Romano sembra aderire a quella che Domenico Losurdo definisce la “leggenda nera” su Stalin, utilizzando stime sulle “vittime” del “meraviglioso georgiano”, come l’autore ama chiamare il secondo leader sovietico citando un epiteto formulato da Lenin, che oggi sembrano quanto meno eccessive. Nel testo si legge che “10 milioni di kulaki […] vennero sloggiati con la forza dalle loro case, imprigionati, fucilati o costretti a camminare per decine di chilometri, buttati su un treno e scaricati al di là degli Urali”, mescolando dunque arresti e fucilazioni come fossero la stessa cosa. Secondo la ricostruzione dello storico britannico Orlando Figes, tuttavia, i morti delle purghe degli anni ‘30, compreso il processo di dekulakizzazione, ovvero di “liquidazione dei kulaki in quanto classe”, sarebbero stati 376.202, mentre il numero degli arresti sarebbe stato pari a 669.929.
Citando Andrea Graziosi, Romano afferma ancora che “nella sola Ucraina [sarebbero] morti di fame fra il 1930 e il 1933 da 4 a 7 milioni di persone”, attribuendone implicitamente le colpe alle politiche staliniane di collettivizzazione della terra. Anche in questo caso, le stime sono state oramai riviste da una storiografia che con il passare del tempo è diventata sempre più obiettiva, rifuggendo sia il totale negazionismo di una parte che l’esagerazione dei numeri a fini denigratori dell’altra. A tal proposito, lo stesso Graziosi ha pubblicato nel 2013 un nuovo articolo in collaborazione con altri autori nel quale si afferma che i morti della carestia ucraina non sarebbero stati più di 2,9 milioni. Inoltre, si calcola che la grande maggioranza di queste morti si sia verificata nella sola regione ucraina di Kuban, nella quale ebbe luogo la vera e propria carestia, mentre i suoi effetti furono molto meno importanti nel resto del Paese. Secondo lo storico statunitense Mark Tauger, la carestia sarebbe stata causata da una combinazione di fattori, in particolare il basso raccolto dovuto a disastri naturali combinato con l’aumento della domanda di cibo causata dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione.
Anche sulla morte di Sergej Mironovič Kirov, leader del Partito Comunista a Leningrado, Romano riprende quella che era la versione data dalla storiografia occidentale dell’epoca, che attribuiva il suo omicidio a Stalin. Questo era quanto meno quello che era venuto fuori nel corso del processo revisionista noto come “destalinizzazione” lanciato da Nikita Chruščёv nel 1956, ma tale versione è stata successivamente smentita da diverse ricostruzioni, tra le quali quelle dei già citati Losurdo e Graziosi, secondo i quali l’autore materiale dell’omicidio, Leonid Nikolaev, avrebbe agito da solo.
Non vogliamo soffermarci a lungo su tali questioni, e certamente non vogliamo farne una colpa all’autore, visto che le pubblicazioni da noi citate sono tutte comparse nel XXI secolo, e non erano dunque a sua disposizione a quel tempo. Tuttavia, non possiamo non accennare a quella che secondo noi è la pecca più grave del testo, ovvero dove Romano cade nella trappola dell’equiparazione del comunismo sovietico, in particolare dello stalinismo, con il nazismo, con annesso utilizzo della categoria di “totalitarismo”, spesso utilizzata come metodo di denigrazione. Vista oggi, questa equiparazione è ancora più lesiva in quanto avviene in un clima di revisionismo storico che investe tutta la prima metà del ‘900, e che tende ad equiparare l’URSS ai regimi nazi-fascisti con il fine celato di rivalutare questi ultimi.
Lungimirante, invece, il giudizio su quello che sarebbe potuta essere l’assetto mondiale postsovietico, quello di un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti: “La fine della Guerra fredda ha avuto per ora, al di fuori dell’Europa, una conseguenza potenzialmente negativa: ha sottratto le crisi locali al condominio conflittuale delle grandi potenze. Come in altre circostanze le partite della pace e della guerra potrebbero concludersi a somma zero. Alla pace sull’Elba, sul Danubio e nel Mare del Nord potrebbe corrispondere la guerra nel Caucaso, nel Mar Nero, sul Giordano e sull’Eufrate” (p. 192). Ancora, nell’articolo simbolicamente intitolato “Nuovo disordine mondiale”, in barba alla presunta “fine della storia”, l’autore afferma che “la fine della Guerra fredda non avrà alcuna benefica influenza sui conflitti regionali e sulle crisi locali. L’America è nel Golfo per difendere la via del petrolio, non per restaurare la libertà del Kuwait”. Romano del resto non ha mai risparmiato le proprie critiche agli Stati Uniti, come quando denuncia la “gabbia d’acciaio della Nato che imbottiglia l’UE condannata a rimanere un soggetto politicamente minorato” (p. 13), riprendendo la prefazione a firma di Luciano Canfora. Anzi, il nostro anticipa in maniera quasi profetica persino uno dei grandi effetti dei conflitti mediorientali e nordafricani, la crisi migratoria: “Tutti si chiedono con inquietudine che cosa accadrebbe se due grandi ondate migratorie provenienti dal Sud islamico e dal Nord-Est ex marxista investissero contemporaneamente le società occidentali” (p. 264).
Allo stesso tempo, l’autore preconizza già il risveglio della Russia post-sovietica dopo un periodo letargico, paragonando il Paese ad un orso, e ricordando che “come in altri momenti della sua storia l’orso avanzava maldestramente, ora due passi avanti e uno indietro, ora un passo avanti e due indietro” (p. 39). Dopo “la Russia postsovietica […] nel breve regno di El’cin che svendeva il suo paese a passo di carica” (Canfora, p. 10), con la nuova fase del riscatto russo, aperta dall’ascesa al potere di Vladimir Putin, “non sarebbe la prima volta che l’orso, dopo un passo indietro, ricomincia ad avanzare” (p. 40).
In conclusione, riteniamo che il testo di Sergio Romano meriti assolutamente una lettura da parte di coloro che sono interessati alla storia russa e sovietica, ma una lettura effettuata cum grano salis, ovvero alla luce dei trent’anni di storia e di storiografia trascorsi. Siamo infatti più generosi dell’autore quando afferma che “grazie al 1989 abbiamo finalmente buttato via quasi tutti i libri e gli articoli che avevamo messo da parte nella speranza di trarne qualche aiuto per anticipare il futuro” (p. 196), e riteniamo invece che la lettura di articoli scritti in quell’epoca, siano essi di Romano o di altri autori, mantengano un elevato valore storico e di documentazione.
BIBLIOGRAFIA CITATA
FIGES, Orlando (2008), The Whisperers: Private Life in Stalin’s Russia, Metropolitan Books.
GRAZIOSI, Andrea (2007), L’ Urss di Lenin e Stalin. Storia dell’Unione Sovietica, 1914-1945, Il Mulino.
GRAZIOSI, Andrea et al. (2013), After the Holodomor: The Enduring Impact of the Great Famine on Ukraine, Harvard Ukrainian Research Institute.
LOSURDO, Domenico (2008), Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci.
ROMANO, Sergio (2021), Il suicidio dell’URSS, Sandro Teti Editore.
TAUGER, Mark B. (2001), Natural Disaster and Human Action in the Soviet Famine 1931-1933, The Carl Beck Papers.
18/11/2019
Giacché - “Il muro di Berlino? Un simbolo, la Germania Est è morta con la moneta unica”
“Il muro non è caduto, è stato semplicemente aperto in corrispondenza dei check point di frontiera”, ci tiene a precisare lo studioso, che nel suo libro spiega come in realtà quel muro non sia mai riuscito ad essere abbattuto del tutto. Le “due Germanie” restano tuttora profondamente diverse, c’è un forte divario economico tra le due zone del paese, simile a quello che in Italia esiste tra il Nord e il Sud. In parte, secondo Giacché questo fenomeno è spiegabile con il repentino processo di unificazione voluto dal presidente della Repubblica federale dell’Ovest Helmut Kohl che decise di mettere in atto da subito l’unione monetaria. Il 1 luglio del 1990 l’unificazione della moneta entrò in vigore. Quella decisione per la Germania Est significò la catastrofe. “Un tasso di cambio ‘insensato’ tra i marchi dei due Paesi, fece salire i prezzi dei prodotti dell’Est del 350 per cento”, afferma Giacché. Interi settori industriali furono messi in ginocchio e solo allora si arrivò alla bancarotta, che spianò la strada anche all’unificazione politica.
In molti parlano di una Ddr in bancarotta poco prima del crollo del muro, era effettivamente così?
No, la situazione non era catastrofica anche se c’erano dei problemi. La voce che la Ddr fosse al collasso fu messa in giro dal portavoce del presidente dell’Ovest Helmut Kohl nel febbraio del ’90 ma non rispecchiava la reale situazione economica del Paese.
Che tipo di problemi c’erano prima del 1989?
Una prima battuta di arresto della produttività si ebbe negli anni ’70 quando il nuovo presidente Erich Honecker che resterà in carica fino all’89 decise di nazionalizzare tutte le residue società a partecipazione privata, che erano molte e importanti soprattutto per l’industria leggera e avevano fatto nascere un piccolo gruppo imprenditoriale. In questo modo Honecker di fatto bloccò il tentativo di un “nuovo corso” economico messo in piedi dal vecchio predecessore Walter Ulbricht. Negli anni '80 però la situazione peggiorò drasticamente, a causa in particolare del forte rialzo dei tassi di interesse USA e del conseguente rincaro degli interessi sul debito. Questo rialzo causò crisi del debito nei paesi del terzo mondo ma colpì severamente anche i paesi socialisti, che si erano indebitati con l’Occidente nel decennio precedente.
Ma in ogni caso la Ddr non si è mai trovata in una situazione di insolvenza e anche nel 1990 continuava a pagare i suoi debiti. Non era uno Stato al collasso.
I dirigenti della Sed si accorsero subito di quello che stava succedendo il 9 novembre del 1989 o furono colti di sorpresa?
Il nuovo presidente Egon Krenz non capì subito la gravità della situazione e si ostinò a pensare che l’Unione sovietica avrebbe continuato a sostenerlo. Di quello che era accaduto fu data comunicazione alla Russia solo il giorno seguente. Oggi può sembrare strano, ma la verità è che nessuno, a Est come a Ovest, intese subito la portata storica di quanto era accaduto.
Perché allora si arrivò al crollo della Ddr e perché sostiene che il muro cadde davvero solo con l’unificazione della moneta?
C’è una dato poco ricordata, è il 1 luglio del 1990. La Ddr crolla quel giorno. Il 30 giugno il presidente della Germania Ovest decide di unificare la moneta con un tasso di cambio 1:1. Ci voleva un marco della Germania est per avere indietro un marco della Germania Ovest. Questa scelta fu il disastro per l’Est. Precedentemente il cambio ufficioso che regolava le due Germanie era 1 a 4,44. La scelta di unificare la moneta subito a un tasso insensato portò a una rivalutazione del 350 per cento. Questo significa che anche i prezzi di tutti i prodotti dell'est subirono di colpo un rincaro del 350 per cento. Persino il governatore della Bundesbank dell’Ovest Karl Otto Poehl era in disaccordo, ma Kohl voleva fare in fretta e arrivare subito a un’unione monetaria e soprattutto politica. Da un giorno all’altro le imprese dell’Est andarono in bancarotta perché i loro prodotti divennero carissimi. La Ddr perde i mercati di riferimento dei paesi dell’Est all’interno del Comecon che non possono permettersi costi così alti e perde al tempo stesso sia il mercato interno che quello dell’Ovest, dove prima esportava parecchio. Nel solo luglio del ’90 la produzione industriale a Est crolla del 30 per cento. Una roba da tempo di guerra. In breve tempo si arrivò alla disoccupazione di massa.
E come si arriva invece all’unificazione politica?
Una volta unita la moneta la strada era spianata. Ma anche qui c’è un passaggio di cui si parla poco. La Germania Est fu disintegrata anche come Stato. Nel marzo del 1990 ad Est vinsero le elezioni il partito della CDU e i suoi alleati e questo fece sì che l’Est accettasse di firmare alcune leggi per disinnescare la propria Costituzione su alcuni aspetti specifici: la disoccupazione non fu più incostituzionale, così come non fu più incostituzionale privatizzare le imprese. Questo disinnescò di fatto il funzionamento della Ddr. Si approvò una riforma della divisione territoriale del paese. Le province furono accorpate in 5 grandi regioni (Laender). La Germania Est non entrò ad Ovest come uno Stato, ma come un’insieme di regioni.
Cosa ne fu delle industrie della Ddr a quel punto?
La distruzione dell’apparato produttivo fu incredibile. Tutte le imprese vennero liquidate o privatizzate tramite la Treuhandanstalt, un istituto fiduciario che aveva il compito di stabilire quali imprese chiudere o vendere. Il processo avvenne in maniera grossolana e frettolosa, su questo è stata in seguito aperta anche una commissione d’inchiesta parlamentare da cui è emerso che i funzionari dell’istituto in molte occasioni avevano deciso di chiudere fabbriche del tutto sane solo perché avevano come mercato di riferimento l’Est. Fu un processo molto traumatico e ci furono anche consistenti resistenze e proteste dei lavoratori. Le aziende che invece erano già in bancarotta a causa dello shock della moneta furono privatizzate senza subire prima un processo di risanamento. Questo fece sì che venissero svendute a basso costo agli acquirenti dell’Ovest. Grazie al fatto che era stata modificata una legge delle Ddr per cui il terreno era alienabile e non apparteneva più allo Stato, all’azienda dell’Ovest bastava comprare il terreno per comprare l’intera impresa. E quindi in molti casi le imprese furono acquistate non per rilanciarle, ma per fare speculazione edilizia sull’area su cui avevano sede.
E le case rimasero di proprietà pubblica dei cittadini?
Venne permesso legalmente il principio di restituzione per cui la casa di un cittadino dell’Est espropriata doveva essere restituita al precedente proprietario dell’Ovest. Furono aperte 2,17 milioni di cause, per lo più su case e terreni. Per gli interessati, un calvario che durò anni, anche quando riuscirono a conservare la casa in cui vivevano. Ad altri andò peggio: a Kleinmachnow, una piccola località vicina a Berlino, dovettero lasciare la loro abitazione 8.000 degli 11.000 abitanti.
Era possibile un’unificazione diversa?
Un percorso più lento che era quello più ragionevole fu proposto da Hans Modrow, penultimo Presidente della RDT, in carica dal 13 novembre dell’89 fino al 12 aprile 1990. Fu chiesta una confederazione tra i due Paesi e un avvicinamento progressivo delle economie che portasse lentamente anche a un’integrazione più equilibrata. Questo però avrebbe procrastinato un po’ i tempi dell’unione politica con tutti i rischi connessi per l’Ovest.
In che modo l’annessione della Germania Est favorì l’ascesa della Germania in Europa come potenza produttiva?
L’Ovest in breve tempo ricostruì i rapporti commerciali con i Paesi dell’Est con cui in precedenza commerciava la Ddr. Creò un specie di grande periferia dell’Est, costruendo rapporti di subfornitura e alle imprese dell’Ovest fu aperto un nuovo mercato di esportazione. Inoltre avere una Germania est molto depressa permetteva che fosse sempre disponibile una manodopera a basso costo, con la nascita di vere e proprie “gabbie salariali”. Ancora oggi in Germania Est si guadagna un 80 per cento di quello che si guadagna nelle regioni dell’Ovest. Il costo dei sussidi ai disoccupati che si erano creati a Est pesavano molto sulle casse dello Stato e così nel 2010 con l’agenda Schroeder vennero fortemente ridotti anche quelli.
Che la Germania Est confluisse nella Nato insieme a quella dell’Ovest non era scontato. Perché accadde?
Chi sposta tutti gli equilibri è Gorbaciov, che per avere dei crediti dalla Germania Ovest, decide che non solo non è un problema fare l’unificazione ma dichiara possibile anche l’unificazione dentro la Nato. Gorbaciov dà carta bianca a Kohl anche sulla trattamento dei vecchi dirigenti di partito della Sed. Molti di loro saranno processati e arrestati.
Oggi qual è la situazione in Germania Est?
C’è una diffusa estraneità all’establishment. Il voto è polarizzato su partiti di estrema destra ed estrema sinistra. L’Est risente ancora di quella rapida unificazione. Nel giro di nemmeno cinque anni fu spazzata via la grande industria e ancora oggi esistono in quelle regioni solo piccole aziende che sono rinate dopo l’89 oppure filiali di grandi imprese dell’Ovest. La disoccupazione continua ad essere un problema. È l’onda lunga della shock therapy che la Germania Est ha subito in quegli anni.
Fonte
04/11/2019
Dal 4 al 9 novembre: una “settimana santa” da Mosca a Berlino
Settimana di celebrazioni in giro per l’Europa, quella che si apre oggi. Si comincia lunedì 4 novembre a Mosca e si finirà – ma non è detto che si vogliano limitare a un solo giorno e una sola capitale i rituali sacrali – sabato 9 novembre a Berlino.
Tra l’una e l’altra data, i comunisti di tutto il mondo celebrano la propria, quella che da 102 anni simboleggia l’obiettivo per cui operano quotidianamente, con fortune più o meno stabili: il 7 novembre del 1917 e la Rivoluzione socialista in Russia.
Se a Berlino si celebrerà la “fine della divisione del mondo” e l’entusiastica unanimità universale per il “libero mercato”, proprio in Russia il nuovo regime cerca da almeno tre decenni di far dimenticare il 7 novembre e la sua portata.
Per addolcire la pillola, è uso celebrare la data del 7 novembre come Festa della gloria militare, a ricordo della parata del 7 novembre 1941. Istituzionalmente, si parla di Giornata di accordo e conciliazione ed è giorno lavorativo, anche se i lavoratori russi, già così ridotti in miseria, poco sono d’accordo a conciliarsi con la nuova pensata del premier Dmitrij Medvedev sulla settimana lavorativa di quattro giorni, in cui si condensano 40 ore.
In compenso, dal 2005 si celebra il 4 novembre: Giornata dell’unità nazionale, in ricordo del 1612, quando le milizie popolari del principe Dmitrij Požarskij e dello starosta Kuzmà Minin, liberarono Mosca dalle truppe polacco-lituane, dopo il cosiddetto “periodo dei torbidi”. Il mito che si vorrebbe rinverdire, per cercare di oscurare il significato del 7 novembre, parla di popolo unito in quella lotta, indipendentemente da origini, fede e condizioni sociali, in contrapposizione alla spaccatura del 1917.
Due anni fa, in alternativa al centenario dell’Ottobre, Vladimir Putin aveva celebrato il 4 novembre sospirando: “Conto sul fatto che questa data sarà percepita dalla nostra società come linea di confine con i drammatici eventi che avevano diviso il paese e il popolo, che essa diverrà il simbolo del superamento di quella divisione, il simbolo del reciproco perdono”. E, per propiziare quel perdono, è un continuo inaugurare statue, busti, targhe a zar, generali bianchi e “martiri del comunismo”.
Di quale unità di popolo si può parlare, scriveva tre giorni fa Ekaterina Polgueva su Sovetskaja Rossija, quando un paio di centinaia di miliardari (in dollari) dettano le linee del governo, mentre due decine di milioni di lavoratori e pensionati fanno la fame con redditi (in rubli) al di sotto del minimo di sopravvivenza, “gratificati” con l’innalzamento dell’età pensionistica.
L’ufficiale VTsIOM certifica come il 54% (62% nelle grandi città) dei russi parli di assenza di “unità di popolo”. Secondo il Credit Suisse, il 10% dei russi più ricchi possiede l’83% della ricchezza totale di tutte le famiglie russe. Più del 70% della popolazione adulta, scrive Sovetskaja Rossija, rientra nella parte più povera della popolazione mondiale: di quale “unità di oligarchi e funzionari con i normali russi si può parlare? E il fronte che divide il potere dal popolo si allarga di anno in anno”.
Secondo l’Agenzia nazionale di ricerche finanziarie, il 70% dei russi non è in condizione di avere dei risparmi. Rosstat riporta come fatto positivo che nel 2019 la percentuale di famiglie il cui reddito è sufficiente per alimenti e vestiario sia salita al 49,4%: ciò significa che sia scesa dal 16,1 al 14,1% la parte di russi il cui reddito basta solo per gli alimenti. Il 32,6% può permettersi qualche oggetto in più, escluse auto, appartamento o dača. Il 2,7% può permettersi di tutto, e anche qualcosa in più.
La crescente difficoltà a tirare avanti con lo stipendio – nonostante il Rosstat parli di un aumento del reddito del 3% nel terzo trimestre dell’anno – imprigiona sempre più i russi nella rete del debito: oltre 40 milioni – più della metà dei lavoratori dipendenti – ricorrono a prestiti con le banche. Sul piano demografico, se il Ministro della sanità Veronika Skvortsova dichiara che l’aspettativa di vita è cresciuta nel 2019 di 0,7 anni rispetto al 2018, attestandosi a 73,6 anni, è però un fatto che, da gennaio a agosto, il calo naturale della popolazione sia stato di 219.200 persone, contro 169.100 del 2018: mantenere figli, ha un prezzo improponibile per molti.
Vladimir Silčenko scrive su capitalgains.ru che 98 (106 secondo Forbes) miliardari russi possiedono oltre 1,2 trilioni di dollari: circa il 73% del PIL del paese. Ma, mentre i super-ricchi aumentano, non è così per gli investimenti; secondo la Banca Centrale, la fuga di capitali ha superato i 25 miliardi nel 2019 (2,5 volte più del 2017) e il 40% sarebbe andato in speculazioni immobiliari estere.
Non a caso, secondo i sondaggi del Centro Levada, tra il 2003 e il 2019 la parte di russi che esprime un giudizio positivo su Stalin è passata dal 53% al 70%; mentre la percentuale di coloro che danno un giudizio negativo è scesa dal 33% al 19%.
Il “libero mercato” è sulla strada giusta; la Giornata dell’unità nazionale è il suo totem, ma qualcun altro è stato il suo profeta.
Nel 2016, Anatolij Čubajs, principale privatizzatore dell’epoca eltsiniana, dichiarava candidamente che “il nostro obiettivo non era quello di far cassa, ma di distruggere il comunismo... sapevamo che ogni fabbrica venduta era un chiodo sulla bara del comunismo... la proprietà privata in Russia è irreversibile”.
Gli rispondeva indirettamente, certo dal proprio punto di vista di monarchico-nazionalista, il regista Nikita Mikhalkov, che ricordava alcune di quelle svendite: mastodontici impianti metallurgici di Samara e di Čeljabinsk; fabbrica auto “Likhacev”; fabbrica trattori Čeljabinsk – tutte con 30-50mila addetti e svendute per 2 o 3 milioni di dollari l’una – per un valore complessivo di oltre 1 trilione di dollari, avevano portato nelle casse dello Stato appena 7,2 miliardi dollari; oltre a impianti strategici – fabbriche aeronautiche, costruzioni di turbine per sommergibili – i cui pacchetti azionari sono controllati da americani, inglesi, tedeschi, cinesi, o altri.
E il piano di privatizzazioni per il 2020-2022, scrive ROTFront, dopo il picco degli anni 2005-2010, prevede ulteriori svendite di imprese a controllo statale, oltre le circa ottantamila finora già privatizzate.
Ora, che significato dare alle affermazioni di Mikhail Gorbačëv, secondo cui l’URSS avrebbe potuto essere conservata, in forma “rinnovata”, attraverso un “Nuovo Trattato dell’Unione”, che non poté esser sottoscritto “a causa del tentativo di colpo di stato in URSS del 1991”? Di quale “colpo di stato” parlano Gorbačëv e coloro che in Russia continuano a definire “colpo di stato” il goffo tentativo del GKČP di impedire l’ormai inevitabile fine dell’URSS?
Poche settimane fa, in una conversazione con lo storico Aleksandr Kolpakidi, l’ex funzionario del CC del PCUS, Vjačeslav Matuzov, parlava di un intero processo che, oltre le scelte revisionistiche degli anni ’50 e ’60, aveva portato alla svolta gorbacioviana, comprese le misteriose morti di esponenti del CC e anche del politbjuro, gli allontanamenti di alti funzionari del Ministero degli esteri, il ruolo filo-occidentale di Eduard Šhevardnadze, la fattiva dissoluzione del PCUS, intimata dai propri stessi vertici. Per cui, afferma Matuzov, “ciò che abbiamo oggi non è uno sbaglio, o errore di calcolo, ma la conclusione voluta di un piano preciso”.
Un piano che ha avuto certo in Eltsin il carnefice designato, “guardato a vista (letteralmente) dagli uomini della Goldman Sachs”, dice Matuzov, ma che era stato messo a punto ben prima e che doveva condurre alle “angeliche” odierne esternazioni del premier Medvedev, secondo cui nella politica estera russa devono avere priorità gli interessi delle grosse corporazioni e non dello stato.
Ovviamente, le eminenze grigie gorbacioviane, avevano cercato di non limitare alla sola Unione Sovietica il proprio raggio d’azione: un esempio fu quello della DDR. Sia Vjačeslav Matuzov, sia l’ultimo Segretario generale della SED Egon Krenz, ricordano come le dimissioni di Erich Honecker, contrario a seguire la strada della perestrojka, fossero state praticamente indotte dai vertici del PCUS, che trovarono gli strumenti adatti nel cosiddetto “ufficio est” della SPD e nei servigi del vice Direttore della StaSi, Markus Wolf, dell’ex PreMIER Hans Modrow e altri esponenti della SED. Come sia andata a finire, quale sia stato il ruolo di Gorbačëv nella fine dell’URSS e anche in quella della DDR, lo ha raccontato lo stesso Krenz.
Il 3 ottobre, la Berlino ufficiale ha celebrato l’unificazione tedesca. Il 9 novembre, celebrerà la caduta del muro. In ombra è stata volutamente lasciata la data del 7 ottobre, che quest’anno coincideva con il 70° della fondazione della DDR.
Ancora Egon Krenz, scrivendo il 2 novembre su Sovetskaja Rossija, si chiedeva: “Come possiamo considerarci oggi, noi ex cittadini del primo stato di operai e contadini in terra tedesca? Non intendo quelli che hanno dimenticato gli ideali su cui avevano giurato, ma quelli che hanno conservato un senso di impegno verso gli alti obiettivi per cui avevano dato la vita i primi comunisti tedeschi e per cui non hanno risparmiato nessuno sforzo i loro discendenti... Non ci sentiamo affatto come persone che soffrono di nostalgia, o “ostalgia”. Questa paroletta è diventata di moda ed è usata per distorcere i nostri autentici sentimenti per la nostra ex patria; sentimenti basati non su cieca nostalgia, ma su un’analisi cosciente del passato, sull’attaccamento ai reali valori politici e morali che esistevano nella DDR socialista”.
Nel maggio 1949, all’atto di insediamento, scrive Krenz, “il primo cancelliere della RFT, Konrad Adenauer dichiarò: “Tutte le terre a est di Verra e Elba sono province tedesche. Pertanto, il compito non è quello di ricongiungersi con questi territori, ma di liberarli. La parola “riunificazione” deve scomparire... Liberazione è il nostro motto!”.
Liberazione e “libero mercato” era l’obiettivo: l’assoggettamento è stata la strada.
Nel 1945, dice ancora Krenz, “nei settori occidentali dell’ex Terzo Reich, solo il 13% del vecchio personale nazista fu espulso dal servizio pubblico. Dopo l’annessione dei territori orientali da parte della RFT, i rappresentanti della nuova “élite” della Germania occidentale misero alla porta l’85% dei funzionari pubblici dell’est socialista”. Di recente, Angela Merkel ha parlato di “disastro economico” della DDR.
Ma, afferma Krenz, se “qualcuno ha rovinato l’economia della DDR, è l’Agenzia di gestione delle proprietà nei nuovi territori. L’85% dei beni pubblici della DDR è stato ghermito da proprietari occidentali, il 10% è finito in mani straniere e solo il 5% è rimasto a est. Eppure, la DDR non era certo entrata a mani vuote nella nuova “famiglia” di territori federali. L’ex Germania occidentale ha avuto da noi 8.000 imprese, 20 miliardi di m2 di terreni agricoli, foreste e laghi, 25 miliardi di m2 di spazi immobiliari, 40.000 imprese commerciali, 615 policlinici, 340 ambulatori di fabbrica, 5.500 punti di ostetricia; oltre a brevetti, proprietà culturali e intellettuali. La DDR non ha solo aggravato sulla RFT l’onere finanziario di 400 miliardi di marchi occidentali, come sostengono; al contrario, le ha trasferito 1,74 trilioni di marchi di immobilizzazioni e 1,25 trilioni di potenziale produttivo”.
È così che la “democrazia europeista” può celebrare la settimana santa della fine dei “regimi comunisti totalitari e antidemocratici nell’Europa centrale e orientale”: lo fa in Russia, con popi e patriarchi che benedicono la Giornata dell’unità nazionale; lo fa in Germania, sventolando i risultati dei nazisti di Alternative für Deutschland, diventati in alcuni Länder della ex DDR le seconde maggiori forze con il 27,5% in Sassonia, il 23,5% in Brandenburgo e il 23,4% in Turingia.
Fonte
10/10/2019
Venezuela - È davvero finita la guerra economica?
Cominciò così la guerra economica contro il popolo venezuelano.
In maniera inspiegabile, mentre i grandi monopoli dei capitali transnazionali e nazionali nascondevano questi beni essenziali e alteravano i canali di distribuzione, causando lunghe code, razionamento e la proliferazione di mercati informali (bachaqueros), i piccoli produttori delle campagne, con capacità finanziarie molto inferiori, rifornivano la popolazione.
Oggi, 7 anni dopo, come per magia, è riapparsa la carta igienica. Inesplicabilmente si ottengono anche farina di mais, riso, pasta e tutti gli altri prodotti, nonostante le importazioni siano inferiori del 77,5% rispetto al 2012 (nel 2018 sono state pari a 14.866 milioni di dollari, nel 2012 a 65.951 milioni di dollari, nel 2013 a 57.183 milioni di dollari, nel 2014 a 47.255 milioni di dollari, nel 2015 a 33.308 milioni di dollari).
Sorprendentemente oggi c’è tutto nonostante l’attività economica sia inferiore del 50% rispetto al 2012 e le esportazioni siano diminuite del 66% rispetto a quell’anno (nel 2012 le esportazioni sono state pari a 97.877 milioni di dollari, nel 2018 erano 33.677 milioni di dollari) e nonostante l’incertezza che per gli imprenditori deve rappresentare l’iperinflazione che ha raggiunto il 130,060% nel 2018. Nel 2012 i prezzi sono variati solo del 20,1%. Curioso, non è vero?
È finita la guerra economica oppure, dopo 7 anni di tentativi di destabilizzazione e osservando che il popolo venezuelano è riuscito a superare la scarsità, il nemico è stato costretto a “ricordare” la fedeltà ai suoi marchi come strategia di marketing?
Sarebbe ingenuo pensare che hanno messo fine alla guerra economica quando due delle loro altre armi, ancora più potenti, ovvero il blocco finanziario internazionale e soprattutto l’attacco alla moneta, persistono come una minaccia e continuano ad intensificarsi colpendo l’intero popolo venezuelano.
Finché il popolo venezuelano, fedele all’eredità dei suoi liberatori, manterrà la decisione di essere un popolo libero, indipendente, dignitoso e sovrano, finché continuerà a lottare per realizzare il sogno di consolidare un modello di giustizia sociale, di uguaglianza e più umano, il nemico, l’imperialismo, continuerà nei suoi tentativi di destabilizzazione, invasione e occupazione. Non c’è motivo di pensare il contrario.
Lunghe code sono state fatte per le strade dell’URSS nel decennio degli anni ’80 per acquisire cibo e beni di prima necessità, nonostante il fatto che l’economia sovietica fosse in chiara crescita. Nel frattempo, il rublo si deprezzava rapidamente senza alcun motivo apparente.
Margaret Thatcher confessò nel 1991: “Purtroppo e nonostante tutti i nostri sforzi, la situazione politica in URSS è rimasta stabile per molto tempo... tuttavia, poco dopo abbiamo ricevuto informazioni sulla morte prematura del leader sovietico e sulla possibilità dell’arrivo al potere, con il nostro aiuto, di una persona grazie alla quale abbiamo potuto realizzare le nostre intenzioni di indebolire l’economia dell’URSS... Quella persona era Mikhail Gorbaciov”. Poi Gorbaciov stesso l’ha ratificata nel 2000: “Lo scopo della mia vita era l’annientamento del comunismo”.
Il tradimento di Gorbaciov non solo ha abbattuto il Muro di Berlino e con esso la buona vita e le speranze di un intero popolo, ma ha aperto la strada al governo neoliberale di Boris Eltsin, che ha distrutto le indiscutibili conquiste della rivoluzione bolscevica. In meno di 5 anni, tra il 1990 e il 1995, il PIL è sceso del 51%, l’aspettativa di vita è passata da 69,4 anni nel 1988 a 64,4 anni nel 1994; il tasso di mortalità femminile è aumentato del 62%; il consumo alimentare del popolo sovietico è passato da 3.500 klc/giorno/persona a 2800 nel 1991, tutto questo nonostante il fatto che magicamente, con l’arrivo di Eltsin, il cibo fosse riapparso sugli scaffali, le code si fossero esaurite e il rublo si fosse stabilizzato.
In Nicaragua, negli anni ‘80, l’iperinflazione è stata indotta fino a raggiungere, nel 1988, il 33,547%. Le code per l’acquisto di cibo e beni di prima necessità, il blocco finanziario, l’embargo commerciale e i gruppi paramilitari finanziati dal governo statunitense, come rivelato nel caso Iran-Contra, si sono conformati al libretto delle guerre non convenzionali.
Al vertice dei presidenti della Costa del Sol nel 1989, il governo nicaraguense si era impegnato a rilasciare i “prigionieri politici”, a modificare la legge elettorale e a tenere le elezioni nel febbraio 1990. Allo stesso tempo, aveva attuato un piano di adeguamento strutturale: aveva cambiato e svalutato la moneta, tagliato la spesa pubblica, eliminato i sussidi, liberato i prezzi, aumentato le tariffe dei servizi pubblici e del carburante, reso più flessibili le politiche del lavoro, ridotto le emissioni di denaro dell’89% e privatizzato le imprese statali.
La resa agli interessi del capitale aggravò la situazione del popolo nicaraguense, già duramente colpito dalla guerra economica. Nel 1990, la rivoluzione sandinista fu sconfitta alle elezioni presidenziali. L’imperialismo statunitense assunse il potere attraverso il governo neoliberale di Violeta Chamorro. Il Nicaragua entrò in un ciclo di povertà e la disoccupazione raggiunse il 65%: tuttavia, il cibo era apparso magicamente e l’iperinflazione si era fermata.
Altri popoli e i loro leader hanno mostrato altri risultati nella storia: Cuba, il Vietnam, l’Iran, la Cina, la Russia e la Repubblica Democratica di Corea ne sono esempi.
I venezuelani sono i figli di Bolívar, di Guaicapuro e della speranza “per il momento”. Abbiamo anche la prima riserva di petrolio e oro del pianeta.
Fonte
Repubblica Democratica Tedesca - Dal 1949 al 1989, non solo Muro
La Repubblica Democratica Tedesca ha subito la sorte comune ai Paesi dell’Europa orientale e, così come in vita era stata chiamata a rappresentare la “vetrina del campo socialista”, così, quarant’anni dopo, veniva deputata a simboleggiare la “disfatta irrimediabile” di quel campo. Il 9 novembre del 1989 al capitale occidentale si spalancavano definitivamente le porte del mercato est-europeo: l’abbattimento del muro di Berlino doveva raffigurare la vittoria irreversibile “della democrazia sulla dittatura”; su quella dittatura e quel totalitarismo che, come ci è stato rivelato nell’anno di grazia 2019, “per mezzo secolo” hanno privato “della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico... altri paesi europei”, oltre, ovviamente, alla stessa diabolica Unione Sovietica.
“Chiunque voglia celebrare i trent’anni dalla caduta del muro” scriveva qualche giorno fa il deputato di Die Linke al Bundestag, Jan Kort, “ha tutti motivi per farlo. Altri, associano gli ultimi tre decenni a perdita di posti di lavoro, privatizzazioni, austerità, perdita di ogni progetto di vita”.
Se le crepe scolpite dall’anticomunismo di Solidarność in Polonia, nove anni prima, sembravano esser state rattoppate alla bell’e meglio, con le “cricche revisioniste al potere” apparentemente sorde al pericoloso campanello d’allarme; se a Timișoara l’aggressione occidentale avrebbe mostrato tutto il raccapricciante abominio di cui è capace (e che avrebbe poi ripetuto in Jugoslavia e che sta aggravando oggi in Ucraina), è però l’assalto finale alla DDR che simboleggia ancor oggi, per i “democratici” dell’orbe terraqueo, la chiusura, secondo loro definitiva, del circuito aperto nel 1917.
“Il giorno più bello per l’Europa. Addio muro di Berlino”, titolava a sette colonne l’Unità del 11 novembre 1989 e il condirettore Renzo Foa (direttore era Massimo D’Alema) esultava trattarsi di “uno di quei momenti che segnano e cambiano la storia di una nazione. In questo caso è qualcosa di più, è la storia di un continente.. mai, come in questo momento, il rapido e tumultuoso rivolgimento politico dell’Est sta aiutando tutti noi in Occidente a riscoprire i grandi valori di civiltà”, così a lungo soffocati, come ci ha appunto or ora ricordato il parlamento europeo.
Proclamata ufficialmente il 7 ottobre 1949, la nascita della DDR era stata la risposta all’unilaterale decisione USA della creazione della Repubblica federale sul territorio delle zone di occupazione americana, britannica e francese (l’URSS si era opposta alla divisione della Germania, tanto che la Costituzione della DDR approvata nel 1949 parlava di unità del Paese) con elezioni che, nell’agosto precedente e sotto la diretta supervisione del Dipartimento di stato, avevano dato la scontata vittoria ai partiti del più reazionario nazionalismo. La decisione della creazione di uno Stato tedesco separato era stata praticamente assunta alla conferenza di Londra del 1948 e la Costituzione approvata frettolosamente a Bonn ne doveva dare la sanzione “giuridica”. A est, invece, si procede cercando di mobilitare le masse. Dopo il primo Volkskongress (Congresso del popolo; prima di esso, nei 5 Länder dell’est operavano organi legislativi e esecutivi eletti nel 1946) nel dicembre ’47, al II congresso, nel marzo ’48 (vi partecipano anche delegati dell’ovest) si decide di chiedere un referendum sull’unità tedesca e si dà vita a un organo esecutivo, il Volksrat (Consiglio del popolo) di 400 elementi, diretto da un Presidium, con il compito di organizzare il referendum. Il Congresso adotta anche un progetto di risoluzione coi principi fondamentali di una Costituzione unitaria e dà mandato al Consiglio di elaborarne il progetto. Con migliaia di assemblee e 15.000 risoluzioni, il 19 marzo 1949 il Volksrat approvava il progetto. Il III Volkskongress approva il progetto e pubblica un manifesto al popolo tedesco, in cui si fa appello a una “Costituzione per la Germania intera, che garantisca l’assetto democratico di una vita nazionale, politica, economica e culturale indipendente”. Come osservava il costituzionalista Vezio Crisafulli su Rinascita del luglio 1949, “Mentre l’opera del Consiglio parlamentare di Bonn si è concretata nel dare agli occupanti lo strumento giuridico capace di perfezionare e cristallizzare lo smembramento del paese e il loro incontrastato predominio, il Congresso del popolo ha foggiato uno strumento di unità, dando vita appunto, non a una pseudo-Costituzione separata, ma al progetto di una Costituzione per l’intera Germania”.
Ma la Repubblica Democratica Tedesca non c’è più. Oggi, l’ex ordinario del Institut für Internationale Studien della Karl-Marx-Universität di Lipsia, Ekkehard Lieberam, in un’intervista pubblicata su Die junge Welt del 5 ottobre, ricorda le manifestazioni che, ancora poco dopo la caduta del muro, si ripetevano a difesa della DDR, pur se, afferma, “si trattava di tardive azioni di retroguardia” e finivano per essere, “come aveva scritto Marx nel dicembre 1848, quella “mezza rivoluzione” cui doveva seguire la controrivoluzione”. Già a dicembre del ’89 veniva eliminato il ruolo guida del partito alla Volkskammer (Parlamento), sancito dalla Costituzione e a febbraio 1990, l’Unione Sovietica si ritirava dal Paese: “il resto era inevitabile”, dice Lieberam. A poco ormai valevano le precedenti proposte su “un’alternativa socialista” o i dibattiti sulla DDR come “tentativo di socialismo” e apparivano velleitari, a “riunificazione” decretata, gli appelli al Bundestag “contro la deindustrializzazione” e a difesa degli “interessi dei tedeschi orientali”. Lieberam ricorda come nei dibattiti degli anni ’80 “su democrazia, diritti individuali nel processo politico, contraddizione tra stato e masse popolari nel socialismo” – temi già affrontati negli anni ’60 da Walter Ulbricht, che aveva “fatto del Consiglio di Stato, e non del Politbjuro, la camera di compensazione della politica statale” – mai si fosse parlato della “eliminazione del ruolo guida del partito marxista-leninista”.
Ulbricht aveva mirato a “porre le preoccupazioni e le esigenze delle persone al centro dell’azione statale. Il risultato era stato un efficace miglioramento della comunicazione tra leadership e popolo”.
Ma poi venne il 1989 e nell’estate “del 1990 furono cassate tutte le disposizioni valide della Costituzione della DDR”. Ed è così che “la diffamazione della DDR quale Stato illegittimo è stata estesa a tutta la vita sociale”: molto comodo, dato che è “un concetto che non necessita di analisi dei rapporti politici e giuridici. È un verdetto” senza appello; tanto che, ricorda l’intervistatore, Arnold Schölzel, la definizione di “Stato illegittimo” è ripetuta addirittura nel preambolo dell’accordo di coalizione del 2014 in Turingia tra Die Linke, SPD e Bündnis 90/Die Grünen.
Appena pochi giorni prima della fine, a inizio novembre 1989, l’allora Presidente del Consiglio di Stato della DDR, Egon Krenz, si era incontrato a Mosca con Mikhail Gorbačëv. Ancora Die junge Welt, lo scorso luglio proponeva un capitolo del suo libro “Noi e i russi. I rapporti tra Berlino e Mosca nell’autunno del ’89”, in cui l’ultimo Segretario della SED nota che nel “primo libro di Gorbačëv pubblicato in tedesco dopo l’Anschluss della DDR nella Repubblica federale”, dal titolo “Colloqui al vertice”, è assente “il nostro colloquio del 1 novembre 1989”. E racconta di come Gorbačëv lo avesse ricevuto non al Cremlino, ma nella sede del Comitato Centrale, a “sottolineare che ci incontravamo come segretari generali dei partiti guida nei nostri paesi. La leadership della classe operaia e il suo partito marxista-leninista erano ancora un principio costituzionale sia nella DDR che nell’Unione Sovietica”. Gorbačëv definì “totale assurdità” le voci occidentali sulle divisioni tra Unione Sovietica e suoi alleati. Krenz gli descrisse le controversie che avevano preceduto le dimissioni di Honecker, parlò dei rapporti nel Politbjuro, della situazione economica, delle relazioni con la Repubblica federale. Si parlò, racconta Krenz, “della manifestazione prevista per il 4 novembre a Berlino”, cui il partito aveva deciso di partecipare: “la SED era determinata a risolvere i problemi politici con mezzi politici”.
Gorbačëv “temeva che le manifestazioni nella DDR” potessero dar fiato alle forze antisocialiste, tanto più che “la DDR era ancora in prima linea tra il Patto di Varsavia e la NATO”; disse di non serbare “rancore per Honecker”, anche se non aveva “avviato i necessari cambiamenti tre o quattro anni fa”, intendendo i “cambiamenti” gorbacioviani in URSS. Poi Krenz arrivò al punto: si vociferava che l’URSS lavorasse per l’unità tedesca e questo aveva “suscitato la sfiducia di Honecker”; e gli chiese direttamente: “Quale posto assegna l’URSS a entrambi gli stati tedeschi nella casa comune europea?”. Gorbačëv finse di non capire e allora Krenz aggiunse: “La DDR è il risultato della seconda guerra mondiale e della successiva guerra fredda, dunque anche vostra figlia. Per noi è importante sapere se conserverete questa paternità. Difficile dire” se fosse sincero, quando rispose: “Dopo i popoli dell’URSS, il popolo della DDR è il nostro preferito”. Gorbačëv informò Krenz anche di una conversazione tra Alexandr Jakovlev e Zbigniew Brzezinski, in cui l’americano aveva detto che era inconcepibile una riunificazione dei due stati tedeschi e che essa avrebbe rappresentato “il crollo dell’architettura della sicurezza in Europa”. I colloqui con Thatcher, Mitterrand, Jaruzelski e Andreotti, disse Gorbačëv, lo avevano convinto a voler preservare la realtà postbellica, compresa l’esistenza di due stati tedeschi. E qui venne alla luce la sfiducia di Mosca verso Honecker: quando nel 1987 Reagan aveva chiesto di aprire le frontiere e abbattere il muro, Honecker pensava che Reagan non l’avrebbe mai detto se non avesse saputo che Gorbačëv aveva pensato a qualcosa di simile. Poi, dopo tanti discorsi su rapporti tra USA, RFT, URSS, riavvicinamento tra gli Stati, processi di integrazione, nota Krenz, “il 1 novembre 1989, il primo uomo del Cremlino disse che, al momento, la questione dell’unità tedesca non era attuale. “Dopo quattro ore di colloqui”, conclude Krenz, Gorbačëv gli aveva dato speranze per il futuro: “la fine alla DDR? Dato l’appoggio dell’URSS, per me era fuori discussione”.
Sempre Krenz, in un’intervista a Georgij Zotov, pubblicata lo scorso 19 settembre sul settimanale russo Argumenty i Fakty, dice ora chiaro e tondo: “ci ha traditi Gorbačëv”. L’ex Presidente della DDR vive ora nel villaggio di Dierhagen, in una casetta sul mar Baltico: “Mi ha chiesto di dargli 120 euro per la benzina” racconta Zotov, “per il viaggio fino a Berlino per l’intervista: “Mi dispiace, non avrei voluto soldi; purtroppo, anche se ho guidato il Paese, oggi ho una pensione come una donna delle pulizie”. Alla domanda diretta di Zotov, “Nel 30° anniversario delle manifestazioni a Berlino che portarono alla caduta di Erich Honecker e alla fine della DDR, la Germania orientale avrebbe potuto essere conservata?”, la risposta è altrettanto netta: “Purtroppo no. La DDR non avrebbe potuto sussistere senza l’URSS, né economicamente né politicamente. E anche l’URSS, come ricorderete, presto crollò. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’URSS vedeva la Germania come un unico paese e non intendeva lacerarla a metà. Ma ci furono le liti con gli alleati, fu creata la NATO, e alla fine andò in un altro modo”. Alla domanda: “si può direttamente affermare che Gorbačëv abbia tradito la DDR?”, Krenz non aggira la risposta: “Mi sono fidato di Gorbačëv per molto tempo, forse troppo a lungo”. Il 1 novembre 1989, sono stato a colloquio con il vostro segretario generale a Mosca per 4 ore ... Credevo a Gorbačëv, e invece, due settimane dopo, i rappresentanti sovietici stavano negoziando con l’Occidente alle nostre spalle. E chiedevano: quanto è disposto a pagare l’Occidente perché l’URSS accetti l’unificazione della Germania? È stato un brutto gioco finito male. Mi dica: è amicizia o tradimento? Sì, la DDR è stata tradita”.
Da molto tempo, già da prima della perestrojka, “i rapporti tra Honecker e Gorbačëv non andavano molto bene”. Oltre all’intenzione di “stabilire rapporti con la Cina”, cui il Cremlino era contrario, Honecker era convinto che “la perestrojka si sarebbe conclusa con un fallimento: è stupido cambiare il sistema politico e lasciare quello economico nello stesso stato”.
“Ho parlato con molti tedeschi dell’est e vedo delusione” dice l’intervistatore; “tutti nutrivano forti speranze che dopo l’unificazione sarebbe arrivato il paradiso. Ma, di recente ho visitato l’ex Karl-Marx-Stadt, ora Chemnitz: l’industria della DDR è stata liquidata; fabbriche completamente abbandonate. Disoccupazione; molti se ne sono andati a ovest”.
Beh, risponde Krenz, “nel 1990, il cancelliere Helmut Kohl disse: Una volta che la Germania sarà unita, i giardini fioriranno ovunque e nessuno starà peggio. Ma a est, milioni di persone hanno perso il lavoro. La maggior parte dei tedeschi orientali pensa di non avere più una patria. L’ordinamento della DDR era più umano in termini sociali. Tutti avevano un lavoro, istruzione gratuita, un buon stipendio. Prima, la DDR era terribilmente demonizzata, dopo 30 anni inizia a comparire un altro atteggiamento: si scopre che non era poi così male”.
“Sono giorni entusiasmanti per noi europei”, scriveva l’Unità del 11 novembre 1989, riferendosi a Berlino, Varsavia, Budapest, Sofia, definite melodrammaticamente “Le Bastiglie del 1989”. E se Stalin, congratulandosi con Wilhelm Pieck il 13 ottobre 1949, scriveva che “la fondazione della Repubblica democratica tedesca amante della pace rappresenta un punto di svolta nella storia d’Europa”, quarant’anni dopo, l’Unità auspicava per il PCI “un impegno comune con le forze del socialismo occidentale per costruire un nuovo ordine in Europa”, per “fare i conti non più soltanto con un modello politico che è franato, ma con un’epoca che si sta aprendo”.
Allora la si indovinava, quell’epoca. Oggi, purtroppo, la si conosce.
Fonte
19/09/2017
Dall’URSS alla Russia
«Culto della personalità» – 1952: la Pravda pubblica sei volte il ritratto di Stalin; 1964: 147 volte quello di Khruščëv
Dietro le quinte di una cosiddetta “formazione dei militanti” sul tema della storia dell’URSS, si contrabbandano spesso trotskismo, khruščëvismo e gorbačëvismo. Presentando la storia sovietica come un percorso “Dal capitalismo al socialismo e viceversa”, da posizioni idealistiche si attribuisce l’evoluzione e la successiva involuzione dell’esperienza socialista in URSS a soli fattori soggettivi, secondo la vulgata di una presunta “bontà innata” di chiunque si sia opposto a quelle che vengono definite le “criminali” scelte politiche ed economiche della leadership sovietica durante il trentennio in cui Stalin fu a capo del PCR(b).
Di contro, si è tentato di illustrare sommariamente come quelle scelte riflettessero reali rapporti tra le classi sociali, così come si evince da alcune fonti sovietiche. Delimitazione cronologica e schematizzazione tematica sono soggettive e solo indicative del tema.
1932: sul numero 1-2 della rivista “Sotto le bandiere del marxismo”, compare l’articolo di M. Korneev Il secondo Piano quinquennale e l’eliminazione delle classi, che illustra la politica di trasformazione delle campagne in URSS, basata sulla collettivizzazione delle piccole aziende individuali e la definitiva eliminazione dell’ultima classe sfruttatrice rimasta, quella del kulak, i contadini ricchi.
1974: intrattenendosi con lo storico Felix Čuev, l’ex membro del Politbüro, ex presidente del Consiglio dei commissari del popolo ed ex Ministro degli esteri sovietico Vjačeslav Molotov afferma: “contrappongono Stalin a Bukharin e a Dubček: sono i destri che lo fanno – i residui di kulak non liquidati. Khruščëv non è stato casuale. Il paese è contadino e la deviazione di destra è ancora forte. E’ pienamente possibile che tra pochissimo tempo vadano al potere gli antistaliniani, i bukhariniani. Le classi sfruttatrici non erano completamente debellate e questo si rifletteva nel partito. Atteggiamenti kulak ce ne sono ancora a bizzeffe nel partito”.
Tra queste due date c’è il decennio dell’industrializzazione, grazie a cui l’URSS riesce a sconfiggere il nazismo; c’è l’ingerenza, ideologica e materiale, USA: la CIA, sin dal 1957, aveva stilato l’elenco delle zone di Ucraina e Bielorussia “ottimali” per azioni armate di sabotatori; c’è l’aperto revisionismo politico-ideologico khruščëviano e l’inizio di quelle “riforme” economiche di mercato che, approfondite negli anni ’60 e ’70, porteranno alla degenerazione del modello di sviluppo pianificato, alle convulsioni della perestrojka, con il collasso economico e sociale, e, infine, all’aperta controrivoluzione yankee-eltsiniana a colpi di cannone nel 1993.
L’articolo di Korneev appare quasi in contemporanea alla XVII Conferenza del partito, che fissa il principale risultato della 1° Pjatiletka (il piano quinquennale 1928-1932), oltre che nell’eliminazione della disoccupazione nel 1931 – l’83% degli operai passa alla giornata lavorativa di 7 ore – nello “sradicamento definitivo del capitalismo nelle campagne, anteprima della completa liquidazione degli elementi capitalistici e della piena eliminazione delle classi”. Questo significa che la questione leniniana “kto-kogo” (“chi avrà il sopravvento”) è risolta “a discapito del capitalismo e a favore del socialismo pienamente e irreversibilmente. Si sono complessivamente eliminate le classi parassitarie e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. Eliminati disoccupazione e pauperismo, si eliminerà anche la forbice dei prezzi tra città e campagna, mentre aumenta il benessere di operai e contadini. Korneev scrive che l’industria pesante passa dal 48,5% di tutta l’industria nel 1930 al 52,2% nel 1932; gli operai da 8,5 milioni nel 1925 a 21 milioni nel 1932 e ricorda Lenin, secondo cui “Finché saremo un paese di piccoli contadini, ci sarà una base economica più solida per il capitalismo che non per il comunismo”. Dunque, non si potrà risolvere la questione “kto-kogo” finché coesisteranno un’industria socialista e piccole aziende contadine individuali. Di fatto, a fine 1931 oltre il 60% dei contadini sono entrati nei kolkhoz, passati da 57.000 nel 1929 a 224.500 nel 1932 (saranno 250.000 due anni più tardi): le aziende collettivizzate erano il 3,9% nel 1929 e il 65% nel 1933.
Eliminare il kulak
Il kulačestvo, scrive Korneev, è praticamente eliminato e si sono sostanzialmente chiusi i canali per la formazione delle classi nelle campagne. Per la definitiva soppressione delle classi, occorre la completa eliminazione degli elementi capitalistici, soprattutto nelle campagne e la piena liquidazione delle cause che generano le differenze di classe. Si andrà così alla collettivizzazione integrale, cioè alla trasformazione della massa lavoratrice contadina in lavoratori della società socialista senza classi: ciò grazie soprattutto alla meccanizzazione delle campagne e alla trasformazione del lavoro agricolo in lavoro industriale. Si riconosce tuttavia che rimangono ancora elementi kulak: non basta aver tolto loro la base economica, perché manterranno a lungo i propri caratteri politici e ideologici. Si sostiene dunque la necessità di socializzare i mezzi di produzione anche nelle campagne e nei kolkhoz, per eliminare la possibilità del risorgere delle classi. Si deve trasformare il piccolo contadino in operaio, scrive Korneev, anche se questi non ha completamente perso i caratteri di classe del piccolo agricoltore individuale; ciò perché, a eccezione della terra, proprietà dello stato, gli strumenti di lavoro sono ancora proprietà del singolo kolkhoz: da qui l’atteggiamento da piccolo proprietario, rafforzato dal fatto che solo una piccola quota di prodotto finisce nel fondo sociale e il resto va al singolo kolkhoz. Occorre dunque trasformare i kolkhoz in imprese statali socialiste, attraverso le MTS, le Stazioni di macchine e trattori: se nel 1929 ne era stata allestita appena una, nel 1931 erano già 1.400, che affidavano ai kolkhoz oltre 100.000 trattori (saranno oltre 500.000 nel 1936, con mietitrebbie e altri macchinari). Il lavoro agricolo comincia a trasformarsi in lavoro industriale; si era insomma nella fase che, nel 1929, scrivendo delle Questioni di politica agraria dell’URSS, Stalin aveva così caratterizzato: “Ecco perché negli ultimi tempi siamo passati dalla politica di limitazione delle tendenze sfruttatrici del kulak, alla politica di liquidazione dei kulak come classe”.
Con la 2° Pjatiletka, afferma Korneev, terra e strumenti di lavoro dovranno essere statali, con macchinisti e trattoristi che diventeranno simili a tutti gli altri lavoratori industriali, abbandonando l’atteggiamento individualista e lo spontaneismo piccolo-borghese, aiutati in ciò dalla competizione socialista dei lavoratori d’assalto.
Korneev mette comunque in guardia sul fatto che nella 2° Pjatiletka la forza lavoro arriverà all’industria dalla campagna e porterà con sé “le tradizioni del produttore individuale, dell’ugualitarismo, della psicologia del servo: lavorare il meno possibile e arraffare dallo Stato proletario quanto più possibile”. E’ quindi necessario “educare al nuovo atteggiamento verso il lavoro e alla nuova disciplina socialista di lavoro”. Per lo più i kolkhozniki sono infatti i piccoli contadini di ieri e, oltretutto, i residui kulak all’interno dei kolkhoz sobillano a favore della uravnilovka (l’ugualitarismo del piccolo proprietario) per privare i kolkhozniki dell’interessamento al lavoro socialista e ridurre produttività e qualità del lavoro.
Già alla XVII Conferenza si era parlato dell’inasprimento della lotta di classe e dell’influenza di elementi capitalistici: da qui, la necessità di rafforzare la dittatura del proletariato e l’ulteriore lotta contro l’opportunismo e la deviazione di destra – in ragione del fatto che il proletariato russo ha contro di sé sia il capitalismo russo, sia quello internazionale. Dunque: necessità di rafforzare lo Stato proletario contro a) resistenza del kulak, b) spontaneismo piccolo-borghese, abitudini e pregiudizi dei kolkhozniki, creati da secoli di aziende individuali; c) sopravvivenze del capitalismo; d) borghesia internazionale. Permangono inoltre le differenze tra lavoro qualificato e non; la contraddizione tra città e campagna, tra lavoro fisico e intellettuale; permane “l’orizzonte limitato del diritto borghese” – i prodotti si distribuiscono in base al lavoro e non alle necessità – per cui lo Stato si conserverà finché gli individui non lavoreranno volontariamente in base alle capacità, senza obbligarli a rispettare la disciplina di lavoro comunista. La funzione dello Stato decade quale organo di classe all’interno dell’URSS, ma esso non perde il carattere di classe nei confronti del capitalismo internazionale. Sul piano ideologico, scrive Korneev, se la deviazione di “sinistra” è pericolosa per la sua predica dell’ugualitarismo, contro la competizione socialista, la deviazione di destra rimane quella principale, perché riflette l’elemento piccolo-borghese e sottovaluta i residui di capitalismo, rinuncia alla lotta di classe contro il kulak, al superamento della mentalità da piccolo proprietario all’interno dei kolkhoz: rinuncia insomma a lavorare in base alle “sei condizioni” indicate da Stalin.
Le 6 condizioni di Stalin
Quelle sei condizioni vengono illustrate da D. Bilenkin nel numero 3 della rivista e, d’altronde, Stalin le aveva esposte nel 1931 in Nuova situazione – nuovi compiti dell’edificazione economica. Stalin constatava che, se alcuni settori industriali registravano una crescita del 40-50%, altri si fermavano al 6-10% e ciò perché molti dirigenti sottovalutavano 6 nuove condizioni venutesi a creare. 1) forza-lavoro: cessata la fuga dalla campagna, perché si è liquidata la disoccupazione, eliminate le differenze di classe, meccanizzato il lavoro. 2) salario: si deve contrastare la tekučest, la fluttuazione dei lavoratori, migliorando la distribuzione salariale e contrastando la uravnilovka, il non riconoscimento del lavoro qualificato, del lavoro pesante; 3) organizzazione del lavoro: occorre eliminare la obezlička, la mancanza di responsabilizzazione personale, senza con ciò intaccare la nepreryvka, la produzione ininterrotta, attraverso un’adeguata distribuzione delle forze-lavoro; 4) intelligentsia operaia: il Donbass non è più sufficiente a rifornire l’industria di metalli e carbone; si aprono nuovi bacini – Kuzbass, Siberia, Kazakhstan, Turkestan – e occorrono quindi milioni di nuovi tecnici e ingegneri, una nuova intelligentsia di classe; 5) si deve curare quella parte della vecchia intelligentsia borghese, ora ben disposta verso il potere sovietico. 6) khozrasčët, autofinanziamento o rendimento commerciale, quale fonte di accumulazione per l’industria: varie imprese hanno smesso di operare in base a categorie quali “riduzione dei costi improduttivi”, “razionalizzazione della produzione”. Bisogna disarticolare i grossi complessi industriali in cui un unico direttore dirige 100-200 aziende e non le conosce dall’interno: passare dalla direzione collegiale, fatta di chiacchiere e non di lavoro, a quella individuale, effettiva.
Bilenkin, in Sulle sei condizioni storiche del compagno Stalin, scrive che nel 1926-’27 non c’erano le condizioni per liquidare il kulak e “scorticarlo” (espressione dei trotskisti), perché kolkhoz e sovkhoz non erano ancora in grado di sostituire il grano del kulak con la propria produzione. Sul rapporto tra industria socialista e agricoltura e i ritmi di sviluppo industriale, cita quanto detto da Stalin nel 1928: “Non si può continuare a lungo a basare il potere sovietico e la costruzione del socialismo su due diverse fondamenta: grande industria socialista ed economia contadina parcellizzata, piccolo-mercantile. La soluzione è la trasformazione socialista dell’agricoltura”. Così, la superficie seminativa collettiva passa dal 40% nel 1930 al 69,8% nel 1931. Bilenkin denuncia però che in molti kolkhoz la forza produttiva è utilizzata al 45%, a causa di uravnilovka e disorganizzazione; parla della tekučest e dice che la uravnilovka salariale, predicata dai trotskisti, è la concezione del piccolo contadino, secondo cui si deve gettare tutto il prodotto in un unico calderone e poi dividerlo in parti uguali e non in base al lavoro svolto da ognuno; denuncia la obezlička, causa dell’aumento dei costi di produzione; mentre è iniziata la qualificazione tecnica di oltre 4 milioni di operai.
La nuova condizione operaia
Nel 1932 si può affermare che cresce “di anno in anno il benessere e il livello culturale degli operai e dei contadini, cala la mortalità e cresce rapidamente la popolazione”. A metà degli anni ’20, i salari erano già più alti rispetto al 1917; gli operai avevano due settimane di ferie pagate e la giornata lavorativa di 8 ore. Diminuiscono significativamente gli stipendi dei tecnici e cala così la forbice coi salari operai, più alti di quelli degli impiegati, anche se, si dice, le differenze salariali sono uno stimolo alla qualificazione. Se nel 1897 il 55% delle donne salariate era costituito da domestiche al servizio di nobili e ricchi, con un 25% di braccianti e un 17% di operaie, nel 1929 il 52% delle donne lavora nell’industria, il 22% nella sanità e istruzione e il 7% nell’amministrazione.
E’ così che sul numero 1 del 1935 di “Sotto le bandiere del marxismo”, titolando La dittatura del proletariato cambia il volto della classe operaia, P. Olešinskij cita Molotov, che al VII Congresso dei Soviet dell’URSS (genn-febb. 1935) afferma che la struttura sociale del paese è mutata: “gli elementi borghesi sono solo quasi un ricordo”. E’ raddoppiata la popolazione proletaria rispetto al 1913 e i kolkhozniki costituiscono più della metà della popolazione: le due classi insieme ne rappresentano oltre i ¾. Ma, soprattutto, è mutata la loro funzione: al 1933, oltre 700.000 tra operai e figli di operai hanno responsabilità dirigenziali: a capo di grossi complessi industriali, specialisti con istruzione superiore; governatori di regione o di repubblica; giudici, magistrati, insegnanti, scienziati o dirigenti sindacali o di partito, medici; il 42% degli alti gradi militari. Una spinta in questa direzione era venuta nel 1928: dopo “l’affare di Šakhty” (il centro minerario del Donbass in cui si erano verificati atti di sabotaggio da parte di specialisti borghesi), Stalin aveva lanciato lo slogan della creazione di una nuova intelligentsia tecnica, scelta tra la classe operaia. “Bisogna aver cura di ogni lavoratore capace e comprensivo” aveva detto Stalin; “le persone si devono coltivare con cura e attenzione, come il giardiniere coltiva la pianta da frutto prescelta. Educarle, aiutarle a crescere, dare prospettive, farle avanzare per tempo e per tempo trasferirle a un altro lavoro, se non riescono nel loro”. La svolta rispondeva a una precisa linea di classe: Olešinskij cita l’aforisma di Lenin, in Riusciranno i bolscevichi a conservare il potere statale?, a proposito della massaia che dirigerà lo Stato e il successivo, al III Congresso dei Soviet nel gennaio 1918, per cui il potere sovietico sarà forte di un numero sempre maggiore di individui “liberatisi completamente dal vecchio pregiudizio borghese secondo cui un semplice operaio o contadino non può dirigere lo Stato. Può e imparerà, se ci si metterà”. Per cui, nota Olešinskij, la dittatura del proletariato cambia radicalmente la situazione della classe operaia: ora classe dominante che, detenendo i mezzi di produzione sociali, muta i fondamenti della struttura sociale.
Anche l’editoriale del secondo numero della rivista, con Vigilanza bolscevica, inizia con Vjačeslav Molotov che, parafrasando Lenin – “La Russia della NEP è diventata la Russia socialista” – illustra le caratteristiche del paese, divenuto industriale; liquidati gli elementi capitalisti; sconfitto e sostanzialmente liquidato il kulak; nel commercio, liquidato il settore capitalistico privato, quello sovietico è ora l’unico tipo sviluppato. Al nemico di classe sconfitto è stata tolta la base economica; ma sarebbe un “rozzo travisamento del bolscevismo cadere in un opportunistico autocompiacimento e credere che la lotta di classe nel nostro paese sia terminata”. Il nemico di classe è sconfitto, ma non annientato, scrive l’editoriale; le sopravvivenze del capitalismo sono vive nelle coscienze. I resti delle classi sfruttatrici non sono del tutto eliminati: “non è completamente cessato il processo di nascita di nuovi elementi capitalisti, dal momento che esiste ancora una piccola agricoltura sminuzzata, un artigianato, dei falsi artel”.
Ricordando come al Plenum del gennaio 1933 Stalin avesse ammonito sull’inevitabilità dell’inasprimento della lotta di classe nella 2° pjatiletka, si scrive che possono risvegliarsi anche i gruppi sconfitti dei vecchi partiti controrivoluzionari – socialisti rivoluzionari, menscevichi, nazionalisti borghesi – insieme alle schegge dell’opposizione controrivoluzionaria trotskista e deviazionista di destra. Contro questo pericolo, si conta sul largo coinvolgimento di vaste masse di operai e kolkhozniki nell’apparato statale sovietico e l’elevamento ideologico dei membri del partito.
Quindi V. Berestnev, sul n.3 della rivista, in La logica della lotta di frazione, ripete l’ammonimento di Stalin e il compito lanciato dal XVII Congresso del partito (1934) sul rafforzamento del “lavoro ideologico a tutti i livelli”. Cita Stalin sulle “due stabilizzazioni: quella temporanea del capitalismo e la stabilizzazione del sistema sovietico”. Alla XIV Conferenza di partito (1925), Stalin aveva detto che “nel paese ci sono due gruppi di contraddizioni: interne, tra proletariato e contadini, ed esterne, tra il paese del socialismo e i paesi del capitalismo”. Alla domanda se sia possibile costruire il socialismo, “il leninismo risponde affermativamente, dato che proletariato e contadini, oltre che contraddizioni, hanno interessi comuni, consistenti nel fatto che la dittatura del proletariato assicura lo sviluppo dei contadini sulla via del socialismo, nonostante che parte dei contadini medi ondeggi verso il kulak. Il trotskismo nega invece la possibilità di costruire il socialismo in un paese solo, mutuando dai menscevichi la negazione del ruolo dei contadini. La strada del partito è quella della lotta contro il kulak, per il suo isolamento politico, attraverso l’alleanza della classe operaia con le masse di contadini medi, facendo perno su quelli poveri”. Questo non aveva nulla in comune con le teorie dei bukhariniani, a metà degli anni ’20 che, con lo slogan “arricchitevi” rivolto ai contadini, negavano l’esistenza della lotta di classe nelle campagne e parlavano di pacifica integrazione del kulak nel socialismo, revisionando così la teoria leninista sulla natura della piccola agricoltura mercantile che genera spontaneamente il capitalismo. Nulla in comune con le affermazioni di Zinovev che, nello stesso periodo, intendeva la NEP come capitalismo e ne negava il carattere temporaneo; mentre nel 1923 invitava a “inchinarsi” di fronte al contadino, nel ’25 sostituiva allo slogan leniniano dell’unione col contadino medio, quello della sua neutralizzazione: in pratica, liquidare la politica del partito nelle campagne.
L’industrializzazione
In ogni caso, il XIV Congresso del 1925 è quello della svolta verso l’industrializzazione, con l’opposizione che però non crede all’egemonia del proletariato, alla possibilità di attrarre i contadini alla costruzione del socialismo e guarda a essi alla stregua di nemici, li considera “una colonia per l’industria di stato”, chiede l’aumento della pressione fiscale su di loro, che avrebbe portato al fallimento delle aziende contadine, a un restringimento del mercato, alla rottura dell’unione tra proletariato e contadini. Stalin aveva criticato queste posizioni al plenum allargato dell’Internazionale (1926) e, al XV Congresso del partito (1927), aveva detto che “le radici sociali dell’opposizione si celano nella rovina degli strati piccolo-borghesi della città, nella loro bramosia di “migliorare” lo Stato nello spirito della democrazia borghese. Con l’incremento del peso dell’economia socialista, una parte della piccola borghesia va in miseria; l’opposizione esprime lo scontento di questi strati per l’ordine della rivoluzione proletaria”. Al XVI Congresso (1930) Stalin caratterizza l’essenza del trotskismo come negazione della possibilità di costruire il socialismo da parte del proletariato in unione coi contadini, negazione della possibilità di attrarre masse rilevanti di contadini alla costruzione socialista.
Nessuna velleità soggettiva dunque, ma sempre istanze di classe, espresse da questo o quell’altro esponente dell’opposizione.
Nella sostanza, è ancora V. Berestnev che, nel n.6 della rivista, a fine 1935, in Il paese sovietico verso l’età adulta, traccia un panorama della nuova Russia, tornando a citare Molotov, secondo cui il socialismo nel nostro paese ha vinto definitivamente e irrevocabilmente. L’URSS, da paese in cui coesistevano sistemi economici diversi, si è trasformato in un paese in cui domina il sistema economico socialista, sulla cui base matura l’unità di interessi di operai e kolkhozniki. Il nostro paese, scrive Berestnev, celebra il 18° anniversario della Grande rivoluzione proletaria nel periodo di brusco mutamento sull’arena internazionale, nella lotta tra socialismo e capitalismo. Le contraddizioni del capitalismo hanno raggiunto un’asprezza inaudita; il fascismo celebra le proprie orge di sangue in tutta una serie di paesi. Ma “nella coscienza delle masse matura l’idea dell’assalto” (Stalin) e si cita l’esempio degli operai tedeschi e francesi, dei minatori asturiani, degli Schutzbund austriaci, dell’esercito rosso cinese.
Ricordando la parola d’ordine staliniana de “I quadri decidono tutto” e le realizzazioni tecniche, i grandiosi canali artificiali, il movimento stakhanovista, si cita Lenin, secondo cui “la produttività del lavoro è, in definitiva, la cosa più importante, la principale, per la vittoria del nuovo ordine sociale. Il capitalismo ha creato una produttività del lavoro inimmaginabile all’epoca della servitù della gleba. Il capitalismo sarà vinto definitivamente con la creazione da parte del socialismo di una nuova e molto più sviluppata produttività del lavoro”. (La grande iniziativa). L’URSS, scrive Berestnev, occupa il secondo posto mondiale dietro agli USA e il primo in Europa per produzione industriale e durante la 1° pjatiletka sono stati istruiti oltre cinque milioni di trattoristi e mietitrebbiatori. Nelle scuole, 25 milioni di giovani frequentano elementari e medie; negli istituti tecnici e superiori studiano 1.300.000 giovani; 8 milioni di bambini seguono le attività prescolastiche.
Il bilancio delle conquiste si avrà il 5 dicembre 1936 con l’adozione, da parte del VIII Congresso straordinario dei Soviet, della nuova Costituzione dell’URSS. Essa certifica come, in conseguenza dei mutamenti “sopravvenuti nell’economia dell’URSS, si è modificata anche la struttura di classe” della società e “parte dal fatto della liquidazione del regime capitalista, dal fatto della vittoria del regime socialista”, con la “proprietà socialista della terra, delle foreste, delle fabbriche, delle officine e degli altri strumenti e mezzi di produzione; soppressione dello sfruttamento e delle classi sfruttatrici”(Stalin). La nuova Costituzione, che sostituisce quella del 1924, approvata nel primo periodo della NEP, quando il kulak costituiva “ancora una forza abbastanza notevole”, quando ancora non si parlava di “liquidazione, ma soltanto di limitazione” del kulak, vede la luce “alla fine della NEP, nel periodo della completa liquidazione del capitalismo in tutte le sfere dell’economia” e registra il fatto che “nella società non vi sono più classi antagoniste, che la società è composta di due classi amiche l’una dell’altra, di operai e di contadini, che al potere vi sono precisamente queste classi lavoratrici, che la direzione statale della società (dittatura) appartiene alla classe operaia”(Stalin). Essa sancisce l’ulteriore democratizzazione del sistema elettorale, istituendo il suffragio universale, anche per chi, in passato, aveva sfruttato il lavoro altrui.
Eliminate le classi?
Dunque, all’inizio degli anni ’30, si parlava di quasi completa eliminazione delle classi. Ma, quarant’anni dopo, Molotov sosteneva che “Le classi sfruttatrici non erano completamente debellate. La deviazione di destra è ancora forte. Dove è la garanzia che non prenda il sopravvento?”. Di fatto, già con la svolta di Khruščëv, si era aperta la strada all’economia di mercato: soprattutto in agricoltura, si arriva al punto che, secondo l’Accademia delle scienze, a inizio anni ’60 i kolkhozniki guadagnavano meno della metà degli altri lavoratori; da qui la fuga dai kolkhoz e un esborso pari a 860 tonnellate di oro per acquistare il grano dai paesi capitalistici. In generale, se con Stalin i ritmi medi annuali di crescita erano del 10,6%, con Khruščëv scesero a meno del 5%. Sul piano politico: “competizione pacifica” con l’imperialismo, “passaggio pacifico”, “Stato e partito di tutto il popolo”, collaborazione tra le classi e smantellamento della dittatura del proletariato, rimossa anche formalmente dal programma del partito nel 1961.
Nel 1962 appare sulla Pravda l’articolo dell’economista Evsej Liberman “Piano-Profitto-Premio”; nel 1965 la rivista americana Time esce con la faccia di Liberman in copertina e la scritta “The communist flirtation with profits”. In estrema sintesi, la “riforma” Liberman-Kosygin (Aleksej Kosygin sarà primo ministro dal 1964 al 1980) tende praticamente a eliminare ogni regolamentazione nell’attività delle imprese, riducendo da 30 a 9 il numero degli indicatori stabiliti dal piano e puntando su categorie quali profitto, prezzo, premio, credito. Il fulcro del nuovo sistema risiede nell’autonomia delle imprese, nell’aumento di indicatori integrati di efficienza, quali profitto e redditività; agli indicatori della produzione lorda, subentrano quelli del valore venduto; criteri essenziali diventano reddito, redditività e produzione venduta – fattore principale diventa il profitto. Le aziende scelgono autonomamente come attuare il piano, in termini di valore e non di quantità.
Se negli anni ’30 e ’40 c’era un unico generale khozrasčët, autofinanziamento, ora la redditività dell’azienda deve essere assicurata dai prezzi di vendita all’ingrosso: le aziende decidono gamma e varietà di prodotti, numero di addetti, contratti con fornitori e acquirenti. La riforma Liberman-Kosygin sarà alla base delle “riforme” del 1987-1988, che spianano la strada al golpe yankee-eltsiniano. Il fatto inoltre che da tempo l’unità elettorale di base per i Soviet non fosse più il collegio produttivo (fabbrica, officina, ecc.) bensì quello territoriale, consente nel tempo l’inserimento negli apparati statale e di partito di elementi che non rispondevano più ai collettivi operai, bensì, col riprendere forza dell’economia privata (si calcola: circa il 40% negli anni ’80, con un crescente antagonismo di classe), agli interessi dei direttori di impresa e delle consorterie burocratiche a quelli legate.
Nel corso di una tavola rotonda svoltasi a fine 2016, il rappresentante del RKRP (Partito comunista operaio russo) affermava che si può riconoscere come socialista la natura sociale dell’URSS “perché: la proprietà privata dei mezzi di produzione era stata eliminata a metà degli anni ’30; l’economia nazionale era condotta secondo un unico piano; i prodotti erano distribuiti in base al lavoro, aumentava costantemente la quota di fondi di consumo pubblico e molti sussidi per assistenza sanitaria, alloggi e altro erano distribuiti in base ai bisogni; scopo della produzione non era l’utile della singola azienda, ma il benessere generale di tutta la società; non c’era disoccupazione: non agiva la legge generale dell’accumulazione capitalistica, cioè la pressione dell’esercito industriale di riserva sul livello salariale”. Con le riforme economiche di mercato, invece, “lo sviluppo dell’interesse delle singole imprese, contrapposto a quello generale, portò al rafforzamento degli interessi della burocrazia di partito. Gli elementi di mercato nell’economia, uniti alla bassa efficienza della pianificazione statale, si rifletterono in idee non socialiste nella coscienza delle masse. Tutto questo insieme ha portato al crollo del sistema sovietico”.
Artëm Krivošeev scrive sul sito nstarikov.ru che l’economia sovietica postbellica presupponeva che “i vari settori si integrassero l’un l’altro, secondo il principio dell’autofinanziamento nazionale; il Gosplan controllava severamente la produzione in numero di pezzi prodotti e non secondo il valore realizzato. Già con Khruščëv, si ridusse il numero di indicatori controllati dal Gosplan e si passò a stabilire il valore, non la quantità; al contrario, con Stalin alle imprese era assegnata la produzione da realizzare, per cui esse avevano interesse a diminuire i prezzi e non aumentarli”. Con le riforme degli anni ’60 il criterio di efficienza delle imprese non era più la produzione, bensì il profitto e la redditività. L’economia prese a funzionare non più come un unico organismo, bensì come somma di imprese, in cui ognuna perseguiva il proprio interesse. La caduta della produzione reale con la contemporanea “esecuzione” del piano in termini di valore e non di quantità portò a un’inflazione nascosta, con salari aumentati e deficit di prodotti, soprattutto quelli di largo consumo, alla cui produzione, di basso valore, le imprese non erano interessate”. Venne meno lo scambio coordinato tra le imprese, col risultato che un’azienda fermava la produzione, non ricevendo il materiale da quella fornitrice e crebbe in definitiva l’insoddisfazione dei cittadini. “I direttori cominciarono allora a porsi il problema della “riforma” del sistema politico, per arricchirsi più in fretta. E’ così che cominciò a formarsi la “élite” della perestrojka, su cui poi fece perno Gorbačëv”.
La “nuova” Russia
Il resto, è cronaca dei “malvagi anni ’90”: colossi statali svenduti a prezzi di favore, soprattutto nei settori estrattivo ed energetico; giganti industriali messi all’asta, con capitali stranieri che facevano man bassa in settori strategici; imprese privatizzate, valutate oltre 200 miliardi di dollari, vendute per 7 miliardi sul mercato internazionale. Sul fronte sociale, tra il 1988 e il 1993 si registra il minimo di nascite di tutto il periodo postbellico, con una media annuale di 1,4 milioni di nati vivi; si privatizzano sanità e fondi pensione. Medici costretti a vendere frutta nei mercati. Scienziati ridotti a vivere in strada, dopo esser stati licenziati e aver perso tutto.
E oggi, tra crisi economica, crollo del prezzo del petrolio, sanzioni occidentali e bassi salari, cade la natalità e aumenta la mortalità per suicidi e alcolismo. Con oltre 22 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia di povertà e altri 30 milioni che arrivano a malapena a fine mese, i poveri costituiscono il 35% della popolazione. Cinque milioni di russi prendono meno di 11mila rubli: il salario medio nazionale a fine 2015 era di 42mila rubli, mentre quello reale si è fermato a 34mila; 72 persone su 100 vivono con meno di 15mila rubli al mese. Il 10% dei russi più agiati è di 16,8 volte più ricco del 10% dei poveri e l’1% dei ricchi possiede il 71% del patrimonio nazionale. Secondo l’ufficiale VTsIOM, un russo su dieci non ha abbastanza soldi per un’alimentazione completa e uno su quattro per i vestiti. Secondo il Rosstat (Comitato statale di statistica) nel 2009 c’erano 7 milioni di disoccupati, pari a circa il 7,7% della forza lavoro; nel 2016 si parlava di oltre 4 milioni di disoccupati, pari a circa il 5%. Nel 2015 i disoccupati registrati ufficialmente erano 1 milione; ma nel 2013, su una popolazione in età lavorativa di circa 87 milioni, la vice primo ministro Olga Golodets aveva dichiarato che “Nei settori a noi noti, sono occupati 48 milioni di individui. Non è chiaro dove siano occupati, in cosa siano occupati e come siano occupati tutti gli altri”. Questa è la nuova Russia.
Da nuova unità, n.4- 2017
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