Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/11/2019

Giacché - “Il muro di Berlino? Un simbolo, la Germania Est è morta con la moneta unica”

Vladimiro Giacchè, classe 1963, è uno studioso italiano esperto della storia della Ddr, attivo da oltre 25 anni nel settore finanziario e presidente del Centro Europa Ricerche che realizza report e analisi di mercato sull’economia italiana ed europea. Nel 2013 ha pubblicato il saggio “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa”, un’importante ricostruzione su quello che accadde subito dopo la caduta del muro di Berlino e sul processo che portò all’unificazione della Germania Est con la Germania Ovest.

“Il muro non è caduto, è stato semplicemente aperto in corrispondenza dei check point di frontiera”, ci tiene a precisare lo studioso, che nel suo libro spiega come in realtà quel muro non sia mai riuscito ad essere abbattuto del tutto. Le “due Germanie” restano tuttora profondamente diverse, c’è un forte divario economico tra le due zone del paese, simile a quello che in Italia esiste tra il Nord e il Sud. In parte, secondo Giacché questo fenomeno è spiegabile con il repentino processo di unificazione voluto dal presidente della Repubblica federale dell’Ovest Helmut Kohl che decise di mettere in atto da subito l’unione monetaria. Il 1 luglio del 1990 l’unificazione della moneta entrò in vigore. Quella decisione per la Germania Est significò la catastrofe. “Un tasso di cambio ‘insensato’ tra i marchi dei due Paesi, fece salire i prezzi dei prodotti dell’Est del 350 per cento”, afferma Giacché. Interi settori industriali furono messi in ginocchio e solo allora si arrivò alla bancarotta, che spianò la strada anche all’unificazione politica.

In molti parlano di una Ddr in bancarotta poco prima del crollo del muro, era effettivamente così?

No, la situazione non era catastrofica anche se c’erano dei problemi. La voce che la Ddr fosse al collasso fu messa in giro dal portavoce del presidente dell’Ovest Helmut Kohl nel febbraio del ’90 ma non rispecchiava la reale situazione economica del Paese.

Che tipo di problemi c’erano prima del 1989?

Una prima battuta di arresto della produttività si ebbe negli anni ’70 quando il nuovo presidente Erich Honecker che resterà in carica fino all’89 decise di nazionalizzare tutte le residue società a partecipazione privata, che erano molte e importanti soprattutto per l’industria leggera e avevano fatto nascere un piccolo gruppo imprenditoriale. In questo modo Honecker di fatto bloccò il tentativo di un “nuovo corso” economico messo in piedi dal vecchio predecessore Walter Ulbricht. Negli anni '80 però la situazione peggiorò drasticamente, a causa in particolare del forte rialzo dei tassi di interesse USA e del conseguente rincaro degli interessi sul debito. Questo rialzo causò crisi del debito nei paesi del terzo mondo ma colpì severamente anche i paesi socialisti, che si erano indebitati con l’Occidente nel decennio precedente.

Ma in ogni caso la Ddr non si è mai trovata in una situazione di insolvenza e anche nel 1990 continuava a pagare i suoi debiti. Non era uno Stato al collasso.

I dirigenti della Sed si accorsero subito di quello che stava succedendo il 9 novembre del 1989 o furono colti di sorpresa?

Il nuovo presidente Egon Krenz non capì subito la gravità della situazione e si ostinò a pensare che l’Unione sovietica avrebbe continuato a sostenerlo. Di quello che era accaduto fu data comunicazione alla Russia solo il giorno seguente. Oggi può sembrare strano, ma la verità è che nessuno, a Est come a Ovest, intese subito la portata storica di quanto era accaduto.

Perché allora si arrivò al crollo della Ddr e perché sostiene che il muro cadde davvero solo con l’unificazione della moneta?

C’è una dato poco ricordata, è il 1 luglio del 1990. La Ddr crolla quel giorno. Il 30 giugno il presidente della Germania Ovest decide di unificare la moneta con un tasso di cambio 1:1. Ci voleva un marco della Germania est per avere indietro un marco della Germania Ovest. Questa scelta fu il disastro per l’Est. Precedentemente il cambio ufficioso che regolava le due Germanie era 1 a 4,44. La scelta di unificare la moneta subito a un tasso insensato portò a una rivalutazione del 350 per cento. Questo significa che anche i prezzi di tutti i prodotti  dell'est subirono di colpo un rincaro del 350 per cento. Persino il governatore della Bundesbank dell’Ovest Karl Otto Poehl era in disaccordo, ma Kohl voleva fare in fretta e arrivare subito a un’unione monetaria e soprattutto politica. Da un giorno all’altro le imprese dell’Est andarono in bancarotta perché i loro prodotti divennero carissimi. La Ddr perde i mercati di riferimento dei paesi dell’Est all’interno del Comecon che non possono permettersi costi così alti e perde al tempo stesso sia il mercato interno che quello dell’Ovest, dove prima esportava parecchio. Nel solo luglio del ’90 la produzione industriale a Est crolla del 30 per cento. Una roba da tempo di guerra. In breve tempo si arrivò alla disoccupazione di massa.

E come si arriva invece all’unificazione politica?

Una volta unita la moneta la strada era spianata. Ma anche qui c’è un passaggio di cui si parla poco. La Germania Est fu disintegrata anche come Stato. Nel marzo del 1990 ad Est vinsero le elezioni il partito della CDU e i suoi alleati e questo fece sì che l’Est accettasse di firmare alcune leggi per disinnescare la propria Costituzione su alcuni aspetti specifici: la disoccupazione non fu più incostituzionale, così come non fu più incostituzionale privatizzare le imprese. Questo disinnescò di fatto il funzionamento della Ddr. Si approvò una riforma della divisione territoriale del paese. Le province furono accorpate in 5 grandi regioni (Laender). La Germania Est non entrò ad Ovest come uno Stato, ma come un’insieme di regioni.

Cosa ne fu delle industrie della Ddr a quel punto?

La distruzione dell’apparato produttivo fu incredibile. Tutte le imprese vennero liquidate o privatizzate tramite la Treuhandanstalt, un istituto fiduciario che aveva il compito di stabilire quali imprese chiudere o vendere. Il processo avvenne in maniera grossolana e frettolosa, su questo è stata in seguito aperta anche una commissione d’inchiesta parlamentare da cui è emerso che i funzionari dell’istituto in molte occasioni avevano deciso di chiudere fabbriche del tutto sane solo perché avevano come mercato di riferimento l’Est. Fu un processo molto traumatico e ci furono anche consistenti resistenze e proteste dei lavoratori. Le aziende che invece erano già in bancarotta a causa dello shock della moneta furono privatizzate senza subire prima un processo di risanamento. Questo fece sì che venissero svendute a basso costo agli acquirenti dell’Ovest. Grazie al fatto che era stata modificata una legge delle Ddr per cui il terreno era alienabile e non apparteneva più allo Stato, all’azienda dell’Ovest bastava comprare il terreno per comprare l’intera impresa. E quindi in molti casi le imprese furono acquistate non per rilanciarle, ma per fare speculazione edilizia sull’area su cui avevano sede.

E le case rimasero di proprietà pubblica dei cittadini?

Venne permesso legalmente il principio di restituzione per cui la casa di un cittadino dell’Est espropriata doveva essere restituita al precedente proprietario dell’Ovest. Furono aperte 2,17 milioni di cause, per lo più su case e terreni. Per gli interessati, un calvario che durò anni, anche quando riuscirono a conservare la casa in cui vivevano. Ad altri andò peggio: a Kleinmachnow, una piccola località vicina a Berlino, dovettero lasciare la loro abitazione 8.000 degli 11.000 abitanti.

Era possibile un’unificazione diversa?

Un percorso più lento che era quello più ragionevole fu proposto da Hans Modrow, penultimo Presidente della RDT, in carica dal 13 novembre dell’89 fino al 12 aprile 1990. Fu chiesta una confederazione tra i due Paesi e un avvicinamento progressivo delle economie che portasse lentamente anche a un’integrazione più equilibrata. Questo però avrebbe procrastinato un po’ i tempi dell’unione politica con tutti i rischi connessi per l’Ovest.

In che modo l’annessione della Germania Est favorì l’ascesa della Germania in Europa come potenza produttiva?

L’Ovest in breve tempo ricostruì i rapporti commerciali con i Paesi dell’Est con cui in precedenza commerciava la Ddr. Creò un specie di grande periferia dell’Est, costruendo rapporti di subfornitura e alle imprese dell’Ovest fu aperto un nuovo mercato di esportazione. Inoltre avere una Germania est molto depressa permetteva che fosse sempre disponibile una manodopera a basso costo, con la nascita di vere e proprie “gabbie salariali”. Ancora oggi in Germania Est si guadagna un 80 per cento di quello che si guadagna nelle regioni dell’Ovest. Il costo dei sussidi ai disoccupati che si erano creati a Est pesavano molto sulle casse dello Stato e così nel 2010 con l’agenda Schroeder vennero fortemente ridotti anche quelli.

Che la Germania Est confluisse nella Nato insieme a quella dell’Ovest non era scontato. Perché accadde?

Chi sposta tutti gli equilibri è Gorbaciov, che per avere dei crediti dalla Germania Ovest, decide che non solo non è un problema fare l’unificazione ma dichiara possibile anche l’unificazione dentro la Nato. Gorbaciov dà carta bianca a Kohl anche sulla trattamento dei vecchi dirigenti di partito della Sed. Molti di loro saranno processati e arrestati.

Oggi qual è la situazione in Germania Est?

C’è una diffusa estraneità all’establishment. Il voto è polarizzato su partiti di estrema destra ed estrema sinistra. L’Est risente ancora di quella rapida unificazione. Nel giro di nemmeno cinque anni fu spazzata via la grande industria e ancora oggi esistono in quelle regioni solo piccole aziende che sono rinate dopo l’89 oppure filiali di grandi imprese dell’Ovest. La disoccupazione continua ad essere un problema. È l’onda lunga della shock therapy che la Germania Est ha subito in quegli anni.

Fonte

04/11/2019

Il peso della Germania sfascia “l’Europa”


Della serie: quando la scala scricchiola ad ogni gradino, probabilmente sta per rompersi da qualche parte.

Torniamo spesso sullo “stato dell’Unione” perché troppo spesso vediamo sottovalutazione della gravità dei problemi, anche tra aree politiche molto diverse. Ci sono quelli che ancora non hanno capito che il vero “governo” del paese non sta a Palazzo Chigi, ma a Bruxelles (più realisticamente: tra Francoforte e Berlino, con qualche vacanza a Parigi). E ci sono quelli che l’hanno capito e sperano (o fanno finta, o temono) che tutti i problemi siano stati risolti, e dunque l’Unione Europea marci sicura verso un destino (o un incubo) senza grandi scossoni.

In questi due insieme potete trovare nazionalisti strabici, “internazionalisti” miopi, europeisti spinti e complottisti hard.

La situazione è come sempre un po’ più complicata e sotto la cortina di fumo dell’ufficialità (“tutto va bene, siamo nel migliore dei mondi possibili”) si agitano sofferenze, tensioni, contraddizioni palesi. Tanto da far entrare in campo progetti di “riforma” sagomati su interessi nazionali malamente mascherati e tentativi di mantenere lo status quo motivati dal interessi diversi, ma altrettanto nazionali.

Abbiamo trovato dunque interessanti due riflessioni che più diverse non si può, per appartenenza politica, ma straordinariamente convergenti nell’individuare alcuni dei “difetti” più vistosi nell’architettura europea che vanno diventando fratture destinate ad esplodere, se non interverranno – stavolta sì – “riforme radicali” di un progetto malpensato, malgestito e oggi in palese difficoltà.

Sergio Romano, ex ambasciatore italiano a Mosca, conservatore intelligente ed esperto, molto disincantato, ricorda la diffidenza di tutti i leader del Vecchio Continente davanti alla prospettiva della riunificazione tedesca. Al di là delle chiacchiere di circostanza, infatti, chi conosce la vera storia europea (quella racchiusa negli archivi dei ministeri degli esteri, non quella dei manuali di liceo) sa che gran parte degli ultimi due secoli sono stati “mossi” in coincidenza con le dinamiche tedesche. Per motivi oggettivi (la preponderanza economico-industriale, la qualità tecnologica, ecc.) come per motivi “soggettivi” (la “volontà di potenza” tradotta in politica estera).

Il secondo, Gyorgy Matolcsy, governatore della Banca centrale ungherese, mette invece al centro la “stupidità” della moneta comune, varata per ragioni più politiche che economiche – “imbrigliare” la Germania! – e priva dei pilastri (“uno stato comune, un budget che copre almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle finanze della zona euro e un ministero con cui accompagnare il processo”) che normalmente rendono una moneta uno strumento positivo per tutti, anziché devastante per molti, come si è rivelato l’euro.

Si potrebbe dire: “un ungherese al servizio di Orbàn! Mio dio, ma come si fa dargli credito...”. Glielo ha dato il Financial Times, che qualcosina – in materia di economia capitalistica – ne capisce.

Naturalmente sono due stimoli per riflettere avendo in testa tutt’altra cosa che il “buon funzionamento del sistema capitalistico”. Anzi, il suo esatto opposto. Ma l’unico modo di cambiare il mondo che abbiamo davanti è, prima di tutto, capire esattamente com’è fatto. Non c’è niente di più dannoso che combattere contro nemici “incogniti”...

Buona lettura.

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Lady Thatcher aveva ragione a temere una Germania riunificata

Sergio Romano – Corriere della Sera

Forse non avevano torto quei tedeschi, soprattutto a sinistra, che preferivano una confederazione.

Sapevamo che trent’anni fa, dopo il crollo del muro di Berlino, alcuni uomini di Stato europei (fra i quali Mitterrand, Thatcher e Andreotti) vedevano con qualche timore e molta diffidenza la prospettiva di una Germania riunificata. Ma un articolo di Philip Stephens apparso sul Financial Times del 25 ottobre ci ricorda che Margaret Thatcher, allora primo ministro del Regno Unito, si spinse più in là.

Approfittò del viaggio di ritorno, dopo una visita a Tokyo nel settembre 1989, per una sosta a Mosca dove ebbe una conversazione a quattrocchi, nella sala di Santa Caterina del Cremlino, con Mikhail Gorbaciov, presidente dell’Unione Sovietica e segretario generale del Partito comunista. Parlarono di Germania e la Lady di ferro, secondo le note prese da un consigliere di Gorbaciov (Anatolij Cerniaev), disse al suo interlocutore che la Gran Bretagna non desiderava la riunificazione tedesca «perché temeva mutamenti territoriali che avrebbero pregiudicato gli equilibri del secondo dopoguerra».

Per le stesse ragioni Thatcher, in quella circostanza, avrebbe garantito a Gorbaciov che la Nato non si sarebbe adoperata per la dissoluzione del Patto di Varsavia (l’accordo stipulato dall’Urss con i suoi satelliti nel 1955).

Contemporaneamente, secondo i ricordi di Philip Stephens, Thatcher avrebbe proposto al presidente francese François Mitterrand la conclusione di una Intesa Cordiale simile a quella che Francia e Gran Bretagna avevano concluso nell’aprile del 1904 per contenere la crescente potenza del Reich tedesco.

Trent’anni dopo, le preoccupazioni della signora Thatcher mi sembrano almeno in parte giustificate. Con la sua insistenza per il frettoloso riconoscimento della Slovenia e della Croazia nel gennaio 1991, la Germania unificata ha provocato la disintegrazione dello Stato jugoslavo e la frammentazione del Balcani.

Con l’apertura dell’Unione europea agli ex satelliti dell’Urss, fortemente voluta da Berlino, sono stati creati due problemi. Abbiamo accolto nella Ue Paesi che non hanno alcun desiderio di rinunciare alla propria sovranità per creare una Europa federale; e quei Paesi sono diventati satelliti della Nato pregiudicando gravemente i rapporti con la Russia.

La riunificazione tedesca, inoltre, non ha soddisfatto le aspettative dei suoi promotori. Come hanno ricordato Milena Gabanelli e Danilo Taino sul Corriere del 28 ottobre, alcune regioni della Germania orientale continuano a manifestare malumori per le loro condizioni sociali. Sembra esistere ancora, paradossalmente, un patriottismo tedesco-orientale che ha favorito l’ascesa della destra radicale.

Forse non avevano torto quei tedeschi, prevalentemente social-democratici, che nel 1989 avrebbero preferito una confederazione tedesca composta di due Germanie piuttosto che una Germania unificata.

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Il governatore della Banca Centrale ungherese: «È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro»

Gyorgy Matolcsy* – Financial Times

È giunto il momento di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. C’è un dogma dannoso che vuole l’euro come il “normale” prossimo passo verso l’unificazione dell’Europa occidentale. Ma la valuta comune europea non era affatto normale, perché quasi nessuna delle condizioni preliminari era soddisfatta.

Due decenni dopo il lancio dell’euro, la maggior parte dei pilastri necessari per una valuta globale di successo – uno stato comune, un budget che copra almeno il 15-20% del prodotto interno lordo totale della zona euro, un ministro delle finanze della zona euro e un ministero con cui accompagnare il processo – mancano ancora.

Raramente ammettiamo le vere radici della decisione sconsiderata di creare la valuta comune: era una trappola francese. Mentre la Germania si univa, François Mitterrand, allora presidente francese, temeva un crescente potere tedesco e credeva che convincere il paese a rinunciare al proprio marco tedesco fosse sufficiente per evitare un’Europa tedesca. Il cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, cedette e considerò l’euro il prezzo finale per una Germania unificata.

Erano entrambi in errore. Ora abbiamo una Germania europea, non un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di una nuova forte potenza tedesca.

Ma anche i tedeschi caddero nella trappola dell’euro “troppo bello per essere vero”. L’inclusione delle economie dell’Europa meridionale nella zona euro ha portato a un tasso di cambio abbastanza debole da consentire ai tedeschi di diventare la più forte macchina di esportazione globale nell’UE.

Questa opportunità inaspettata li ha resi compiacenti. Hanno trascurato di aggiornare la propria infrastruttura o di investire abbastanza nelle industrie del futuro. Hanno perso la rivoluzione digitale, calcolato male l’emergere della Cina e non sono riusciti a costruire società globali paneuropee. Allo stesso tempo, aziende come Allianz, Deutsche Bank e Bayer hanno lanciato inutili sforzi per conquistare Wall Street e gli Stati Uniti.

La maggior parte dei paesi della zona euro ha avuto un andamento migliore prima dell’euro rispetto a quanto non abbiano fatto dopo.

Secondo l’analisi del Center for European Policy, ci sono stati pochi vincitori e molti perdenti nei primi due decenni dell’euro.

La valuta comune non era necessaria per le storie di successo europee prima del 1999 e la maggior parte degli Stati membri dell’Eurozona non ne ha beneficiato in seguito.

Durante la crisi finanziaria del 2008 e la crisi economica della zona euro 2011-12, la maggior parte dei membri è stata gravemente colpita, avendo accumulato enormi debiti di governo. Non ci sono pasti gratis e i prestiti a basso costo spesso costano molto, più tardi.

Alexandre Lamfalussy, l’economista ungherese, aveva ragione a dirci che era necessaria una moneta comune per rafforzare il legame tra le potenze europee e difendere l’UE dai sovietici. C’è solo un inconveniente: la decisione finale di creare l’euro è stata presa a Maastricht nel 1992, con il crollo dell’Unione Sovietica. La raison d’être della valuta terminò proprio mentre stava nascendo.

È giunto il momento di svegliarsi da questo sogno dannoso e infruttuoso. Un buon punto di partenza sarebbe riconoscere che la moneta unica è una trappola praticamente per tutti i suoi membri – per ragioni diverse – non una miniera d’oro.

Gli Stati dell’UE, sia all’interno che all’esterno della zona euro, dovrebbero ammettere che l’euro è stato un errore strategico. L’obiettivo di costruire una valuta occidentale globale in competizione con il dollaro era una sfida per gli Stati Uniti. La visione europea degli Stati Uniti d’Europa ha portato a una guerra americana aperta e nascosta contro l’UE e la zona euro negli ultimi due decenni.

Dobbiamo capire come liberarci da questa trappola. Gli europei devono rinunciare alle loro rischiose fantasie di creare un potere in grado di competere con gli Stati Uniti. I membri della zona euro dovrebbero essere autorizzati a lasciare la zona di valuta nei prossimi decenni e quelli rimanenti dovrebbero costruire una valuta globale più sostenibile. Celebriamo il trentesimo anniversario nel 2022 del trattato di Maastricht che ha generato l’euro riscrivendo il patto.

Fonte

07/09/2015

L’Europa e la società multirazziale

Esiste un’Europa della solidarietà? Sembra di sì, nel moto generoso di singoli cittadini, associazioni, strutture religiose, laiche e anche di certi partiti. Addirittura governanti di rango come la severa Cancelliera tedesca, che qualche settimana addietro faceva spuntare le lacrime a una ragazzina palestinese spiegandole i motivi d’un mancato ricongiungimento familiare, brilla d’un ritrovato moto sentimentale verso le disperate peregrinazioni dei profughi siriani. Ovviamente non è tutt’oro quel che luccica, e le riflessioni critiche di diversi analisti non sospettabili di anti europeismo, spiegano i risvolti di quest’apertura in ragioni strutturali d’un mercato del lavoro che potrà contare su manodopera giovane, motivata e disponibile a ogni sorta di sacrificio “a prescindere da tutto”. Del resto questa partita la Germania, non di Angela ma di Helmut, la giocò un quarto di secolo addietro, coi fratelli dell’est, e con le genti dell’ex “cortina di ferro”, immigrate e fatte oggetto di particolare attenzione.

Pur salvando poco credibili ragioni kantiane oppure occulte sensibilità dell’anima Merkel, che il sud del vecchio continente, con in testa la Grecia, non ha finora conosciuto, sono svariati i temi ideologici con cui l’Europa può (potrà-potrebbe) misurarsi, seppure si mostri inesorabilmente spaccata. Oltre il magnifico “Inno alla gioia”, sulle cui note i nostri cuori possono aprirsi, chiediamoci se esiste una popolazione europea. Esiste secondo numeri e statistiche. Esisteva nella bella utopia dei padri di Ventotene, che mai le leadership che quella strada dicono d’aver percorso e stanno percorrendo, hanno cercato di applicare perché gli interessi economico-monetari hanno fatto piazza pulita non solo dei sogni, ma degli stessi bisogni. Allo stato delle cose esistono almeno tre tipologie d’Europa e forse più, che si ritrovano parlandosi in tanti casi addosso a Bruxelles e decidendo cose che nelle singole nazioni quasi mai piacciono.

Gli ideologi dell’Unione europea, prima che dell’Europa, discettano sulle radici comuni culturali, che esistono certo, ma con varianti spesso ricordate solo da storici e accademici riguardo a mescolanze e contaminazioni con altri angoli del mondo. Le stesse fedi di matrice cristiana, nelle sue chiese, costatano presenze, tendenze e interpretazioni che, attorno all’attuale tema dell’accoglienza di milioni di persone in cerca di futuro, rispondono aprendo le braccia o chiudendole. Le tre, o più, Europa si continueranno a confrontare e scontrare attorno a totem antichi oggi riproposti come simbolo per un domani che è solo passato. Il più noto è la Patria col suo modello di stato nazionale. Sul quale l’Europa ha riempito le sue terre di sangue, sia nelle fasi di conquista e sottomissione, sia per i moti di liberazione che rigettavano l’oppressione. Del nazionalismo gli storici insegnano il duplice volto, e oggi ci si divide fra chi ne rilancia un ruolo ancora valido, seppur in tanti casi nostalgico di sciovinismo e xenofobia, come mostrano i Paesi centroeuropei che invocano muri. E chi lo considera superato, proponendo una società multiculturale e multirazziale, che però stenta a decollare secondo criteri di reale parità ed eguaglianza.

Gli esempi, poco credibili, li propongono le grandi nazioni d’Europa, che non hanno smesso d’essere tali anzi non si sono emancipate dal morbo coloniale profuso a piene mani nell’Otto e Novecento, da Londra come da Parigi. Un po’ come il pattern statunitense (gli Imperi si somigliano) accolgono razze e religioni ma chiedono la cieca adesione al proprio modello, cosa che certi accolti poco gradiscono, anche alla terza generazione. Fra le tante leadership e i vari sistemi geopolitici tuttora non si vede chi lavori a integrazioni paritarie e realmente democratiche. E nel cuore di quell’Europa, che attualmente riscopre “valori di purezza e chiusura” o fra le democrazie liberal falsamente integratrici, un antico tentativo di convivenza fra etnìe non facilmente propensi alla pacifica convivenza era la Jugoslavia titina. Sistema nato in una fase storica particolare, vissuto fra contraddizioni, probabilmente imploso per una mancanza di ricambio dell’establishment dopo la scomparsa del fondatore, ma tenacemente attaccato dal politico della Germania unita e dal pontefice che sconfisse il socialismo reale. Quanto i passi di Kohl e Woityla, eminenze grigie della disgregazione dell’ex Jugoslavia, influenzano ancora gli artefici di un’Europa votata agli allargamenti speculativi d’un progetto politico che fra diverse vie ha imboccato in assoluto la peggiore?

Fonte

06/10/2014

Le verità di Helmut Khol

di Emanuela Pessina

BERLINO. Festa della riunificazione al veleno quest’anno per l’ex-Cancelliere Helmut Kohl (CDU), vero e proprio fautore politico della riunificazione tedesca. L’autorevole settimanale Der Spiegel ha finalmente pubblicato frammenti di sue interviste rilasciate nel 2001 al giornalista Heribert Schwan (Westdeutsche Rundfunk) e, a quanto pare, Kohl non ha usato mezzi toni: ce n’è per tutti, in particolare per i suoi colleghi di partito cristianodemocratici, a prescindere dall’influenza politica attuale o dalla rilevanza d’allora, in particolare per la sua erede politica Angela Merkel (CDU).

Certo, non sono paragonabili i rispettivi livelli di qualità politica. Se la Cancelliera appare come un rigido ragioniere dei conti tedeschi alla cui convenienza piega l'Europa intera, a Khol, insieme a Mitterrand, si deve l'architettura del disegno europeo, compreso quell'accordo per l'asse Bonn-Parigi che ipotizzò una Europa a due velocità ma sempre come soggetto politico ad autonomia crescente rispetto alla leadership statunitense.*

Ma è proprio nell'anniversario della riunificazione che il settimanale fa cadere quanto contenuto nella lunghissima intervista con l'ex Cancelliere. Si tratta di più di 600 ore di colloqui registrate tra il 2001 e il 2002, in circa 100 incontri tra Kohl e il giornalista. Per l’ex-cancelliere della riunificazione sono gli anni dello scandalo dei fondi al partito, l’Unione cristianodemocratica (CDU).
Cancelliere della ex-Germania dell’ovest (RFT) e poi della prima Germania unita, Kohl ha guidato i tedeschi per ben sedici anni (1982 -1998), accompagnandoli durante la riunificazione e diventandone l’idolo. Dopo la fine del suo mandato, nel 1999, si è scoperto che la CDU, sotto la sua leadership, riceveva fondi illegali e Kohl è stato processato. Nel luglio 2001, pochi mesi dopo l’inizio delle interviste, Hannelore, la moglie di Kohl, si è tolta la vita.

Le registrazioni avrebbero dovuto precedere la stesura delle memorie di Kohl, ma nel 2009 l’ex-Cancelliere e il suo scrittore ombra Schwan hanno litigato: il progetto è stato bloccato da un lungo processo giudiziario per l’assegnazione dei diritti dei testi. La legge tedesca ha preso solo ora le sue decisioni, riassegnando le registrazioni a Kohl e solo adesso, per la prima volta, Der Spiegel ne ha potuto pubblicare dei frammenti.

Helmut Kohl non ha risparmiato nessuno. La prima della sua lista è Angela Merkel, sua erede politica e attuale Cancelliera. Kohl l’ha dovuta pescare in un paiolo di giovani, insignificanti politici senza nome, spiega l’ex-Cancelliere, per vederla poi allontanarsi durante lo scandalo dei finanziamenti al partito: la giovane Cancelliera, per tutto ringraziamento, gli avrebbe quindi voltato la schiena.

Kohl non si risparmia dettagli divertenti e quasi personali circa la sua protetta d’allora. “Frau Merkel non sapeva neppure usare correttamente coltello e forchetta. Andava volentieri a spasso durante le cene di Stato e la dovevo spesso richiamare all’ordine”.
Difficile immaginarsi una giovane Fraeulein Merkel che gironzola svagata fra i tavoli dei vertici politici internazionali. Qualche parola più seria anche circa la politica europea di Merkel e team: la Merkel “non ne ha la più pallida idea”, dice Kohl nel 2001 a proposito, così come l’allora capo del gruppo parlamentare Friedrich Merz (CDU), che definisce un “bambino politico”.

Un'altra vittima delle interviste al veleno è l’ex-presidente della repubblica federale Christian Wulff, definito “un grande imbroglione e, allo stesso tempo, una nullità”. È una prospettiva interessante se si considera che Kohl ha rilasciato queste interviste nel 2001.
Qualche anno più tardi, Wulff, considerato “uomo della Merkel”, sarà eletto alla carica più alta della Germania federale nel 2010, per poi essere costretto a dimettersi due anni dopo in seguito a un presunto finanziamento agevolato ricevuto da un amico e al conseguente processo giudiziario. Kohl, evidentemente, ci vedeva lungo.

Ed è proprio in concomitanza con i festeggiamenti per la riunificazione della Germania che Kohl esprime la sua opinione, alquanto disincantata in verità, circa la rivoluzione della Repubblica democratica tedesca (Rdt) e la conseguente caduta del Muro. Il regime di Berlino dell’Est non è caduto per il movimento dei cittadini e per l’aspirazione somma al diritto e alla libertà dei popoli: “È sbagliato pensare che, improvvisamente, lo spirito santo sia sceso sulle piazze di Lipsia e abbia cambiato il mondo”, dice Kohl. La causa primaria di questo radicale cambiamento sarebbe stato l’indebolimento di Mosca e la politica di Mikhail Gorbaciov. “Gorbaciov ha rinnovato il comunismo, a tratti controvoglia, ma di fatto lo ha sostituito. Senza violenza. Senza spargimenti di sangue. Non mi sembra sia rimasto molto di più, di lui“.

Dal Cancelliere della riunificazione ci si poteva forse aspettare più idealismo ed entusiasmo, ma i tempi cambiano e, probabilmente, l’età e il distacco rendono tutti un po’ più freddi. O sinceri.

Fonte

* Bella merda di modello quello di Khol e Mitterand.

Al netto del chiacchiericcio da comari che bene o male pervade il pezzo, è interessante constatare che:
  • anche i "compassati" tedeschi sono "fratelli-coltelli" come tutto il resto dell'umanità, 
  • la classe dirigente dei decenni post-ideologici è una mezza tacca un po' dappertutto, al netto delle tangenti che giravano, girano e gireranno per sempre;
  • il mito popolare della fine della DDR è una sonora puttanata;
  •  Gorbaciov è stato più una iattura che una risorsa, col senno di poi, anche per l'occidente.
Amen.