Fa un po’ sorridere sentire Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli Affari Esteri UE, fare la ramanzina ad Angela Merkel. Fosse anche solo per il fatto che, mentre la prima è stata primo ministro di un paese che conta circa la metà degli abitanti del comune di Roma, la seconda è stata per 16 anni alla guida della principale potenza economica europea.
Ma quando il nodo del contendere è come la posizione dei paesi Baltici, tra cui l’Estonia di Kallas, e la Polonia abbiano bloccato anche le idee tedesche intorno alla possibilità di composizione diplomatica dei contrasti con la Russia, lasciando come unica opzione quella che fossero le armi a parlare, il sorriso se ne va in fretta.
È stata la ricostruzione dei fatti che Merkel ha fatto in Ungheria, dove è andata a presentare la sua autobiografia Libertà, uscita alla fine dello scorso anno, che ha sollevato polemiche e la reazione dell’Alta rappresentante europea. La quale rappresenta la linea più oltranzista contro Mosca, nello spirito che discende sin dal bisnonno, il quale guidò la Kaitseliit, un’organizzazione paramilitare nazionalistica ora integrata nelle forze armate estoni.
Queste le parole dell’ex cancelliera: “a giugno 2021 sentivo che Putin non stava più prendendo sul serio l’accordo di Minsk. Ed è per questo che volevo un nuovo formato in cui noi, come Unione Europea, potessimo parlare direttamente con Putin”. Ma questa posizione, dice Merkel, “non era sostenuta da tutti. Principalmente dai Paesi baltici, ma anche la Polonia era contraria”.
Apriti cielo. A partire dal fatto che Merkel abbia fatto queste dichiarazioni in Ungheria (poco importa che siano apparse in un’intervista a Partizán, canale famoso proprio per le sue critiche a Orbán), da più parti si è gridato allo scandalo, per il fatto che la politica tedesca – la quale sa sicuramente cosa accadeva all’epoca, dato che era al governo – abbia parlato di opzioni diplomatiche, e chi gli si è opposto.
L’intervista che, in risposta a Merkel, Kallas ha rilasciato a EER News, il servizio pubblico estone d’informazione in lingua inglese, dovrebbe essere presa ad esempio della propaganda guerrafondaia europeista, ma anche della manipolazione della comunicazione e delle contraddizioni di una narrazione egemonica occidentale e suprematista che è ormai marcita e irrecuperabile... per fortuna!
L’Alta rappresentante ribadisce che ogni responsabilità della guerra in Ucraina è in capo alla Russia, che ha deciso di “attaccare un’altra nazione sovrana. Quanto alle loro cosiddette ragioni, non ci sono giustificazioni. Il diritto internazionale non dà a nessuno il diritto di usare la forza contro un altro paese”. Sarebbe da ricordare la prossima volta che a Bruxelles parleranno di cosa ha fatto Israele a Libano, Siria, Iran.
Ma è al limite del distopico la risposta appena precedente. Kallas dice di aver da poco letto un libro su U Thant, terzo segretario generale delle Nazioni Unite e il primo asiatico, di cui sottolinea un passaggio su come sia i paesi africani sia quelli asiatici percepiscano in coloro che provengono dal ‘Primo Mondo’ una pretesa per cui, secondo loro, l’Occidente ha sempre ragione. “E penso che da questo tipo di mentalità derivi forse anche questa [opinione della Merkel]”.
Espressione del senso di superiorità occidentale non è l’intransigenza guerrafondaia e vendicativa di chi si sente di aver diritto di imporre il proprio volere alla Russia, in quanto sconfitta della Guerra Fredda (ma pur sempre potenza atomica). Lo sarebbero invece le parole di Angela Merkel, le quali esprimono il dubbio sul fatto che un’opzione diplomatica perseguita coerentemente nel 2021 avrebbe potuto evitare la conflagrazione del conflitto in Ucraina.
A rimarcare il ribaltamento della realtà operato dalle affermazioni della politica estone ci pensa poi un’altra frase espressa nero su bianco nell’intervista: “siamo certamente dalla parte giusta della storia”. Sicuramente un’altra convinzione che non ha nulla a che vedere con la pretesa occidentale che i bianchi europei, e i loro discendenti in giro per il mondo, abbiano sempre ragione.
A ribadire l’assurdità della propaganda guerrafondaia ci si è aggiunto anche Marko Mihkelson, presidente della commissione Affari esteri del parlamento estone. A suo avviso, “se mai ci fosse stato un momento o un modo per fermare Putin, sarebbe potuto accadere al vertice NATO del 2008 a Bucarest. Purtroppo, fu la Merkel a bloccare la concessione di un Piano d’azione per l’adesione alla NATO a Ucraina e Georgia”.
Esattamente il contrario della realtà: le preoccupazioni sulla sicurezza del Cremlino ignorate dalla NATO che passano dall’essere causa del conflitto a ostacolo alla pace. E sia chiaro che qui non si sta osannando l’operato di Angela Merkel o di altri politici che si sono sempre distinti per le proprie politiche antipopolari. Qui si sta mettendo sul piatto la concretezza dei processi storici.
Su questo, un ultimo appunto. Con la guerra in Ucraina, la UE si è ritrovata a dover inseguire un riarmo impossibile per pensare di poter contare ancora qualcosa, mentre la rottura degli equilibri precedenti al 2022 ha spinto nuovamente Trump alla Casa Bianca e a una guerra commerciale che sta incancrenendo ancora di più la crisi economica e industriale del Vecchio Continente.
L’accordo sui dazi con Washington e il finanziamento dello sforzo militare ucraino hanno sancito il fallimento del progetto europeista come costruzione di un soggetto al pari degli altri nella competizione globale, mentre anche a livello interno le mobilitazioni per la Palestina e, per fare un esempio, la crisi francese mostrano la perdita di legittimità sempre maggiore da parte delle classi dirigenti continentali.
Paradossalmente, se la UE avesse assunto un ruolo diplomatico autonomo, capace di disinnescare un conflitto ai propri confini, avrebbe ottenuto il ruolo internazionale che cercava, e diversi altri guadagni economici e geopolitici. Invece, l’oltranzismo guerrafondaio, in primis di paesi baltici e Polonia, ci ha condotto dove siamo ora.
Se Kallas dicesse che ciò significa che bisogna armare ancora di più la UE, a nostro avviso è la dimostrazione lampante di come Bruxelles abbia perso il proprio appuntamento con la Storia, e di come la gabbia europeista sia un ostacolo allo sviluppo interno, ma anche a una diplomazia di pace alternativa e finalizzata alla crescita comune.
Insomma, una prova ulteriore di come la rottura della UE sia fondamentale per ogni esperienza che si voglia instradare su una via diversa rispetto al baratro della guerra imperialista, che Bruxelles ha fatto proprio in tutto e per tutto.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/02/2023
“La preoccupazione fondamentale degli europei deve essere quella di liberarsi dalla tutela statunitense”
La Germania ha annunciato l’invio di carri armati Leopard 2 all’Ucraina, anche se lo stesso Cancelliere Olaf Scholz ci aveva assicurato a marzo che una simile mossa avrebbe potuto portare il Paese e i suoi partner NATO direttamente in guerra.
Abbiamo intervistato Oskar Lafontaine, ex ministro delle Finanze, ex presidente del partito socialdemocratico SPD e fondatore del partito di sinistra Die Linke, che ha lasciato a marzo. Lafontaine ha scritto un libro intitolato “Amico, è ora di andare”, in cui riflette sulla guerra in Ucraina e sul ruolo della Germania e dell’Europa nel conflitto. Questa intervista per il portale spagnolo CTXT è stata condotta telefonicamente nella prima settimana di gennaio 2023.
Abbiamo intervistato Oskar Lafontaine, ex ministro delle Finanze, ex presidente del partito socialdemocratico SPD e fondatore del partito di sinistra Die Linke, che ha lasciato a marzo. Lafontaine ha scritto un libro intitolato “Amico, è ora di andare”, in cui riflette sulla guerra in Ucraina e sul ruolo della Germania e dell’Europa nel conflitto. Questa intervista per il portale spagnolo CTXT è stata condotta telefonicamente nella prima settimana di gennaio 2023.
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Perché ritiene importante opporsi alla fornitura di armi all’Ucraina?
Il continuo invio di armi all’Ucraina non fa che prolungare le sofferenze, la morte delle persone e la distruzione dell’Ucraina. La guerra in Ucraina non è una guerra della Russia contro l’Ucraina o viceversa, ma una guerra degli Stati Uniti contro la Russia.
È un confronto geostrategico già annunciato negli anni ’90 da politici come Henry Kissinger. Gli ucraini sono solo le vittime di questo confronto strategico, che pagano con le loro vite e la distruzione del loro Paese.
Il riarmo della Germania dovrebbe preoccuparci come europei, in quanto Paese che ha condotto l’Europa alla Seconda guerra mondiale?
Questa paura è infondata. La questione se la Germania vuole rimanere un protettorato degli Stati Uniti è molto più importante, perché le decisioni militari che comportano il pericolo di una guerra nucleare sul territorio europeo sono prese esclusivamente dagli Stati Uniti e gli europei non hanno voce in capitolo. La preoccupazione fondamentale degli europei deve essere quella di liberarsi dalla tutela statunitense.
Questa è la tesi che lei difende nel suo libro Amico, è ora di andare”, che è diventato un bestseller. Eppure i media ci dicono continuamente che gli Stati Uniti spendono di più per la difesa e che questo ci protegge da potenziali avversari. È un’idea sbagliata?
Gli Stati hanno interessi e li difendono. L’interesse degli Stati Uniti non è difendere l’Europa, ma avere l’Europa come avamposto disponibile per i propri interessi di potenza mondiale.
Al momento, gli Stati Uniti sono i grandi vincitori della guerra in Ucraina. Stanno rifornendo i loro partner, come i tedeschi e i polacchi, di grandi quantità di armi; hanno spinto il gas russo a basso costo fuori dall’Europa e possono finalmente fare quello che volevano fare da anni: vendere il loro gas di scisto dannoso per l’ambiente in Europa.
E hanno realizzato ciò che Kissinger aveva proposto molti anni fa: mettere l’Europa di fronte alla Russia secondo il principio del “divide et impera” per assicurarsi il potere. Credere che gli Stati Uniti vogliano proteggerci non è solo ingenuo, è anche dannoso.
Per la Germania, l’energia più costosa dei terminali di gas liquefatto si ripercuote sulla sua industria, per cui molte aziende vogliono spostare la propria produzione in altri Paesi, tra cui gli stessi Stati Uniti.
Il gas russo è molto importante per la Germania e per l’Europa. Eppure l’attacco ai gasdotti russi Nord Stream è scomparso dal discorso pubblico prima ancora di essere chiarito.
Non c’è più nulla da chiarire. Possiamo credere al Presidente Joe Biden, che ha detto che se i russi avessero marciato in Ucraina, avrebbero fermato il gasdotto. Tutte le speculazioni sul fatto che sia stato un altro Paese a causare le esplosioni sono ridicole e dimostrano lo stato in cui si trova l’Europa.
L’attacco al gasdotto è stato un atto terroristico che potrebbe essere considerato un atto di guerra, e il governo vassallo tedesco non ne parla.
Nel frattempo, un ministro verde ha decretato il prolungamento della vita delle centrali nucleari e la riapertura di decine di centrali a carbone. Come si è arrivati a questa situazione assurda?
È una diretta conseguenza della decisione della Germania di sostenere la politica aggressiva degli Stati Uniti, che ha portato alla guerra economica contro la Russia, preparata da tempo, impedendo la vendita di gas alla Germania.
Nel 2017 era già stato progettato un embargo sul gas russo. In questo senso, il tentativo di trasformare l’economia tedesca per coprire il suo fabbisogno con le energie rinnovabili, con un periodo di transizione basato sul gas naturale, è fallito miseramente.
Ora siamo costretti a produrre elettricità dal carbone. È incomprensibile che il partito dei Verdi (Die Grünen), nato dal movimento pacifista e che aveva come bandiera la tutela dell’ambiente, sia diventato il partito della guerra.
Quanto è pericolosa la situazione in Ucraina per noi europei?
Il pericolo per gli europei è che la guerra continui ad aggravarsi, perché gli Stati Uniti hanno deciso di continuare questa guerra finché la Russia non sarà chiaramente indebolita. Questo è importante quando si tratta di fare previsioni, perché quando gli Stati Uniti dicono di volere che questa guerra finisca presto, è poco credibile.
Joe Biden è stato vicepresidente durante l'amministrazione di Obama, che è il presidente che ha finanziato il colpo di Stato di Maidan. D’altra parte, il suo stesso figlio sembra essere coinvolto nella corruzione in Ucraina. Gli assistenti del ministero degli Esteri di Biden, tra cui Victoria Nuland, continuano la loro strategia di provocazione della Russia e, a quanto pare, non ascoltano nemmeno il Pentagono.
Lo stesso presidente degli Stati Maggiori Riuniti, Mark Milley, la più alta autorità militare dopo il Presidente, ha proposto di cercare negoziati di pace, ma a quanto pare non viene ascoltato dalla Casa Bianca.
Purtroppo, negli Stati Uniti c’è più di un politico che ritiene che una guerra nucleare sarebbe giustificabile e che sarebbe anche possibile limitarla all’Europa. Per questo è necessario che l’Europa conduca una propria politica di difesa e si liberi dalla fatale politica di aggressione degli Stati Uniti.
Agli europei va ricordato ogni giorno che non ci sono truppe russe o cinesi al confine degli Stati Uniti con il Messico o il Canada, ma che le truppe statunitensi sono ovunque ai confini con la Russia e la Cina.
Gli accordi di Minsk erano solo una strategia per guadagnare tempo, come ha suggerito l’ex cancelliere Angela Merkel in un’intervista a Die Zeit?
Queste dichiarazioni di Angela Merkel sono state fatali, perché con esse ha riconosciuto pubblicamente che gli sforzi di pace in Ucraina, la cui guerra è iniziata già nel 2014, non erano seri. Merkel, come l’oligarca Poroshenko, ha ammesso di aver sostenuto i negoziati di pace solo per dare all’Ucraina il tempo di armarsi.
Queste dichiarazioni insensate peggiorano le relazioni con la Russia e portano il presidente e i politici russi a concludere che con gli europei non si possono firmare accordi, perché mentono e imbrogliano soltanto.
Come valuta i 16 anni di mandato dell’ex Cancelliere Merkel?
Basta ascoltare le lamentele del suo stesso partito ora che è all’opposizione nel Bundestag. Si lamentano che le infrastrutture tedesche si stanno sgretolando e questa lamentela è giustificata. Un Paese industrializzato che lascia che le sue infrastrutture, comprese la cultura, le scuole e le università, vadano in rovina sta facendo una cattiva politica e non assicura il futuro del suo Paese e della sua gente.
La signora Merkel è anche corresponsabile della politica ultraliberista nei confronti dell’Europa meridionale. Abbiamo imparato qualcosa a questo proposito?
I problemi in Europa sono iniziati con l’introduzione dell’euro, perché era troppo debole per i Paesi del Nord come la Germania e troppo forte per quelli del Sud. Questo ha portato a svantaggi competitivi per i Paesi dell’Europa meridionale e la Germania è stata in grado di dominare il mercato europeo delle esportazioni. Sarebbe importante che tutti i Paesi dell’Unione monetaria avessero le stesse opportunità, ma al momento non è così.
Durante la crisi dell’euro si è formato il partito di estrema destra Alternativa per la Germania. Possiamo parlare di fascismo in questo caso?
Nel partito ci sono diversi politici le cui idee possono essere descritte come fasciste. In Germania, l’AfD si è formato inizialmente contro l’Unione monetaria europea. Quindi la questione del fascismo è molto più ampia: stiamo andando verso il fascismo in tutto il mondo? Penso agli Stati Uniti, ma anche alla Germania, e la domanda è se stiamo andando verso il totalitarismo.
Certamente stiamo assistendo a tendenze molto problematiche. Il premio per la pace dell’industria libraria tedesca è stato assegnato a Serhiy Viktorovych Zhadan, un autore ucraino che ha definito i russi “spazzatura” e “animali“, “maiali che dovrebbero bruciare all’inferno“. Per questo motivo la questione del fascismo deve essere vista in modo più ampio e non solo come l’arrivo dei partiti di estrema destra, perché l’estremismo in Europa si sta spostando al centro della società. Il ministro degli Esteri tedesco ha detto che le sanzioni dovrebbero “rovinare” la Russia. Questo è un linguaggio fascista.
Che speranza c’è per la sinistra in Europa e in particolare in Germania?
In tutta Europa, la sinistra deve riflettere sul significato di politica di sinistra. In parole povere: difendere le persone che non hanno redditi e ricchezze elevati.
Negli ultimi decenni, le questioni relative al sistema economico, la questione marxista della contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro, sono state messe in secondo piano. Di conseguenza, la concentrazione della ricchezza è cresciuta sempre di più e il divario salariale ha continuato ad aumentare. La questione è stata spostata da altri dibattiti, come il razzismo, l’orientamento sessuale o la diversità.
Tutti questi temi sono importanti, ma sono stati privilegiati, come si può vedere nelle multinazionali statunitensi, a scapito di questioni fondamentali sul nostro sistema economico in relazione alla distribuzione della ricchezza.
Questo è un problema che si può vedere molto chiaramente nei partiti socialdemocratici. La SPD, di cui ero presidente, era un partito per la pace, il disarmo e lo sviluppo dello Stato sociale. Oggi il Cancelliere Scholz del Partito Socialdemocratico dà la priorità al riarmo e alla guerra in Ucraina e sostiene lo smantellamento dello Stato sociale degli anni ’90, che ha portato un pensionato tedesco a guadagnare in media 800 euro in meno al mese di un pensionato austriaco.
La questione più importante al momento è il prezzo dell’energia, che svolge un ruolo fondamentale per le imprese e i cittadini tedeschi. Dobbiamo tornare ai bassi prezzi dell’energia che hanno giovato al benessere della Germania e dell’Europa nel suo complesso. A tal fine, per qualche tempo sarà inevitabile dover fare nuovamente affidamento sul gas russo.
Fonte
12/12/2022
Angela Merkel: memorie e bugie sugli accordi di Minsk
In un’intervista di qualche giorno fa a Der Spiegel, l’ex Cancelliera tedesca Angela Merkel aveva fatto alzare le sopracciglia a qualcuno, dicendosi contraria all’invio di armi (soprattutto quelle tedesche) a Kiev, puntando invece a pressioni politiche sulla Russia.
Bontà sua, aveva anche detto che già da oltre un anno gli accordi di Minsk erano lettera morta, (come da molto più tempo denunciavano in Donbass) evitando naturalmente di puntare il dito sui colpevoli del “decesso” di quegli accordi.
A leggere qualche quotidiano italico, si poteva ben vaneggiare di una Merkel che ricordava affranta gli “sforzi” sostenuti a febbraio 2015 nella capitale bielorussa, insieme a Vladimir Putin, Petro Porošenko e François Hollande (il “quartetto normanno”), con Aleksandr Lukašenko garante dell’ospitalità e della serietà di quei colloqui, per cercare una soluzione alla guerra in Donbass che andava avanti già da sette-otto mesi.
E le italiche penne ci assicurano che Angela Merkel «difende ancora» quegli accordi, come se davvero ci avesse creduto.
Qui termina la favola e comincia l’apostolato vero e proprio, trasformando sintatticamente una scelta ben cosciente e mirata dei garanti franco-tedeschi degli accordi di Minsk, in qualcosa che sarebbe invece comparsa per intercessione angelica.
Scompare la dichiarazione a Die Zeit del 7 dicembre scorso, secondo cui gli accordi di Minsk furono «un tentativo di dare tempo all’Ucraina» – cioè: Merkel e Hollande volevano solo far guadagnare tempo alla junta golpista, che le stava prendendo di santa ragione in Donbass – e al suo posto si manifesta in sembianze ultraterrene il miracolo secondo cui gli accordi di Minsk, di per sé, come lo spirito santo, «hanno permesso all’Ucraina di diventare militarmente forte».
Oggi Angela Merkel ammette candidamente che Kiev ha usato il tempo messo a disposizione dagli accordi (mai rispettati dai nazigolpisti, a partire dalle clausole sull’arretramento delle artiglierie pesanti e, soprattutto, sulla necessità di trattative dirette tra Kiev e Donetsk-Lugansk e la concessione di uno status speciale al Donbass) per diventare più forte militarmente.
L’Ucraina del 2014-2015, dice la Merkel a Die Zeit, «non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina.
Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina».
In effetti, ricordiamo tutti come, proprio durante le trattative a Minsk, il “prode” Porošenko interrompesse continuamente i colloqui per andare a informarsi sulla situazione alla sacca di Debaltsevo, in cui, per ottusità e dolo dei comandi golpisti (e per volontà esterna) centinaia e centinaia di soldati ucraini, accerchiati dalle milizie, persero la vita; come del resto era accaduto qualche mese prima nell’altra sacca di Ilovajsk.
Pronta la reazione della portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, alle dichiarazioni della Merkel: «Vale a dire che Berlino e, di conseguenza, l’intero Occidente collettivo, non ho mai inteso onorare gli accordi di Minsk, hanno finto di rispettare la risoluzione del Consiglio di sicurezza, mentre in realtà hanno riempito di armi il regime di Kiev; hanno ignorato i crimini commessi dal regime di Kiev in Donbass e in Ucraina, in nome di un colpo decisivo alla Russia».
Aspri i commenti del “padrone di casa” a Minsk, Aleksandr Lukašenko, che ha definito ripugnanti, vili e meschine le dichiarazioni della Merkel sugli accordi di Minsk, aggiungendo comunque di non credere che si sia trattato davvero di un tentativo occidentale di guadagnare tempo, con l’inganno, per rafforzare l’esercito ucraino e di ricordare come all’epoca, tutti, avessero intenzioni del tutto serie.
Ma se è veramente come ha detto la Merkel, ha dichiarato Lukašenko al canale TV Rossija 24, sarebbe davvero disgustoso, meschino.
Secondo RIA Novosti, il bat’ka bielorusso ha espresso sconcerto per come sia possibile «oggi, in questo contesto, dire che essi, Porošenko, Hollande, abbiano semplicemente condotto un’operazione segreta, abbiano ingannato tutti, prima di tutto la Russia e Putin, e tutti nel mondo, fornendo con una tregua l’opportunità di preparare l’esercito ucraino per questa guerra».
Lukashenko ha sottolineato come, sullo sfondo di «false dichiarazioni di Porošenko e Merkel», la Russia non possa essere incolpata per lo scoppio delle ostilità nel 2022.
La Merkel «vuole essere trendy», dice il Presidente bielorusso. «Lei e Porošenko vogliono mostrarsi importanti, come a dire: “Guardate, l’esercito ucraino sta combattendo e resistendo a uno degli eserciti più forti del mondo, perché a Minsk abbiamo ingannato tutti”».
Se avessero seguito la strada che Putin aveva proposto per l’accordo, dice bat’ka, l’Ucraina sarebbe rimasta integra, con l’eccezione della Crimea, e non ci sarebbe stata la guerra. Ricorda come, nei giorni delle trattative di Minsk, avesse fatto la spola tra Putin e Porošenko, trasmettendo informazioni, esigenze, richieste.
«Putin aveva detto a Porošenko che Mosca avrebbe aiutato a ripristinare ciò che è stato distrutto, e allora le distruzioni erano ancora minime, ma loro non ne volevano sapere; si stavano preparando alla guerra, anche se allora nessuno lo pensava, come dicono oggi Merkel e Porošenko».
Il fatto è che, «sullo sfondo degli eventi in Ucraina, la Merkel non vuole essere accusata oggi di aver spinto l’Ucraina in una direzione sbagliata... noi l’avevamo presa sul serio. E la Russia l’aveva presa sul serio. Ma ci sbagliavamo: si è rivelata misera come tutti i leader europei di oggi», ha detto Lukašenko.
Fonte
Bontà sua, aveva anche detto che già da oltre un anno gli accordi di Minsk erano lettera morta, (come da molto più tempo denunciavano in Donbass) evitando naturalmente di puntare il dito sui colpevoli del “decesso” di quegli accordi.
A leggere qualche quotidiano italico, si poteva ben vaneggiare di una Merkel che ricordava affranta gli “sforzi” sostenuti a febbraio 2015 nella capitale bielorussa, insieme a Vladimir Putin, Petro Porošenko e François Hollande (il “quartetto normanno”), con Aleksandr Lukašenko garante dell’ospitalità e della serietà di quei colloqui, per cercare una soluzione alla guerra in Donbass che andava avanti già da sette-otto mesi.
E le italiche penne ci assicurano che Angela Merkel «difende ancora» quegli accordi, come se davvero ci avesse creduto.
Qui termina la favola e comincia l’apostolato vero e proprio, trasformando sintatticamente una scelta ben cosciente e mirata dei garanti franco-tedeschi degli accordi di Minsk, in qualcosa che sarebbe invece comparsa per intercessione angelica.
Scompare la dichiarazione a Die Zeit del 7 dicembre scorso, secondo cui gli accordi di Minsk furono «un tentativo di dare tempo all’Ucraina» – cioè: Merkel e Hollande volevano solo far guadagnare tempo alla junta golpista, che le stava prendendo di santa ragione in Donbass – e al suo posto si manifesta in sembianze ultraterrene il miracolo secondo cui gli accordi di Minsk, di per sé, come lo spirito santo, «hanno permesso all’Ucraina di diventare militarmente forte».
Oggi Angela Merkel ammette candidamente che Kiev ha usato il tempo messo a disposizione dagli accordi (mai rispettati dai nazigolpisti, a partire dalle clausole sull’arretramento delle artiglierie pesanti e, soprattutto, sulla necessità di trattative dirette tra Kiev e Donetsk-Lugansk e la concessione di uno status speciale al Donbass) per diventare più forte militarmente.
L’Ucraina del 2014-2015, dice la Merkel a Die Zeit, «non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina.
Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina».
In effetti, ricordiamo tutti come, proprio durante le trattative a Minsk, il “prode” Porošenko interrompesse continuamente i colloqui per andare a informarsi sulla situazione alla sacca di Debaltsevo, in cui, per ottusità e dolo dei comandi golpisti (e per volontà esterna) centinaia e centinaia di soldati ucraini, accerchiati dalle milizie, persero la vita; come del resto era accaduto qualche mese prima nell’altra sacca di Ilovajsk.
Pronta la reazione della portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, alle dichiarazioni della Merkel: «Vale a dire che Berlino e, di conseguenza, l’intero Occidente collettivo, non ho mai inteso onorare gli accordi di Minsk, hanno finto di rispettare la risoluzione del Consiglio di sicurezza, mentre in realtà hanno riempito di armi il regime di Kiev; hanno ignorato i crimini commessi dal regime di Kiev in Donbass e in Ucraina, in nome di un colpo decisivo alla Russia».
Aspri i commenti del “padrone di casa” a Minsk, Aleksandr Lukašenko, che ha definito ripugnanti, vili e meschine le dichiarazioni della Merkel sugli accordi di Minsk, aggiungendo comunque di non credere che si sia trattato davvero di un tentativo occidentale di guadagnare tempo, con l’inganno, per rafforzare l’esercito ucraino e di ricordare come all’epoca, tutti, avessero intenzioni del tutto serie.
Ma se è veramente come ha detto la Merkel, ha dichiarato Lukašenko al canale TV Rossija 24, sarebbe davvero disgustoso, meschino.
Secondo RIA Novosti, il bat’ka bielorusso ha espresso sconcerto per come sia possibile «oggi, in questo contesto, dire che essi, Porošenko, Hollande, abbiano semplicemente condotto un’operazione segreta, abbiano ingannato tutti, prima di tutto la Russia e Putin, e tutti nel mondo, fornendo con una tregua l’opportunità di preparare l’esercito ucraino per questa guerra».
Lukashenko ha sottolineato come, sullo sfondo di «false dichiarazioni di Porošenko e Merkel», la Russia non possa essere incolpata per lo scoppio delle ostilità nel 2022.
La Merkel «vuole essere trendy», dice il Presidente bielorusso. «Lei e Porošenko vogliono mostrarsi importanti, come a dire: “Guardate, l’esercito ucraino sta combattendo e resistendo a uno degli eserciti più forti del mondo, perché a Minsk abbiamo ingannato tutti”».
Se avessero seguito la strada che Putin aveva proposto per l’accordo, dice bat’ka, l’Ucraina sarebbe rimasta integra, con l’eccezione della Crimea, e non ci sarebbe stata la guerra. Ricorda come, nei giorni delle trattative di Minsk, avesse fatto la spola tra Putin e Porošenko, trasmettendo informazioni, esigenze, richieste.
«Putin aveva detto a Porošenko che Mosca avrebbe aiutato a ripristinare ciò che è stato distrutto, e allora le distruzioni erano ancora minime, ma loro non ne volevano sapere; si stavano preparando alla guerra, anche se allora nessuno lo pensava, come dicono oggi Merkel e Porošenko».
Il fatto è che, «sullo sfondo degli eventi in Ucraina, la Merkel non vuole essere accusata oggi di aver spinto l’Ucraina in una direzione sbagliata... noi l’avevamo presa sul serio. E la Russia l’aveva presa sul serio. Ma ci sbagliavamo: si è rivelata misera come tutti i leader europei di oggi», ha detto Lukašenko.
Fonte
22/10/2022
Angela Merkel, la sopravvalutata
L’altro ieri si è rivista Angela Merkel che di fronte ai giornalisti ha rivendicato l’acquisto a prezzi bassissimi del gas dalla Russia come una “scelta razionale”.
Dietro le sue parole c’è tutta la pochezza culturale di questa povera casalinga tedesca. La signora, non riesce a capire che le regole delle politiche economiche non sono deterministiche, immutabili e slegate dalle altre politiche che un governante è chiamato a realizzare.
Nel suo lunghissimo mandato è riuscita a creare un sistema di regole che favorivano sfacciatamente i paesi del nord Europa, non scontentavano la Francia, ingrassavano i vassalli polacchi e mandavano in rovina i paesi del sud Europa (italia compresa).
Con il risultato finale, di arricchire in maniera impressionante il suo paese, non solo a scapito dei paesi europei ma anche degli americani che si sono visti invadere di merci tedesche e nord europee il loro mercato domestico mandando in rovina le aziende nazionali.
Uno dei grimaldelli fondamentali di questo infernale meccanismo è stato il costo dell’energia bassissimo grazie alla benevolenza russa probabilmente ingolosita da qualche promessa di entrata nell’Europa che conta.
Il risultato finale come ho detto è stato lo sfacciato arricchimento tedesco e l’abnorme peso politico e diplomatico di questo paese nel contesto europeo.
Ma c’era un problema; gli americani. Un paese ormai tecnicamente in rovina, in piedi solo grazie al loro enorme potere militare, diplomatico e monetario. Gli americani hanno sopportato per un decennio, avvertendo che la situazione era insostenibile e che bisognava trovare dei rimedi. Ma dall’Europa egemonizzata da Berlino rispondevano picche: “Le regolen, sono regolen, ja“.
Solo che le regole sono regole puoi dirlo alla Grecia mentre la bullizzi con la ferocia delle SS. Non agli Stati Uniti che hanno 12 Carrier Strike Group in mare, una infinità di basi a terra e migliaia di aerei militari in grado di annichilire qualsiasi paese (o quasi). Oltre naturalmente a capacità diplomatiche certamente superiori a quelle tedesche.
E come hanno reagito gli americani dopo 10 anni di avvertimenti. Hanno rispolverato Otto von Bismark per paradosso: “Conosco molti modi per far uscire dalla tana l’orso russo, nessuno per farcelo rientrare“. E così hanno fatto: hanno provocato la Russia fino ad avere l’invasione dell’Ucraina costringendo così l’Europa ad imporre sanzioni suicide e rompendo quel cordone ombelicale tra Mosca e Berlino.
Rompendo il cordone ombelicale tra Mosca e Berlino. Rompendo il cordone ombelicale – sia chiaro – non solo in maniera politica ma anche fisica.
Per non sbagliarsi hanno fatto anche saltare in aria il gasdotto North Stream che attraverso il baltico riforniva di gas a basso costo l’enorme apparato produttivo tedesco. Non solo, i paesi dell’Est Europa, utilizzati dalla Germania come serbatoio di manodopera a basso costo per le catene produttive e del valore in cambio dei soldi della EU, hanno tradito la Germania e appoggiato appieno Washington.
Rimangono i paesi del Sud Europa, prima l’hanno presa in tasca dai tedeschi, finendo umiliati, bullizzati, depredati e affamati e ora la prendono in tasca dagli americani che si riprendono con gli interessi ciò che era “loro”.
E in tutto questo la Merkel che vede distrutta l’architettura che ha creato in 20 anni senza alcuno scrupolo e che non riesce a farsi una ragione di una cosa ovvia.
L’economia, la politica, la diplomazia, le scienze militari sono tra loro collegate e vengono usate armonicamente per raggiungere degli obbiettivi, dove non esistono regole “fisse”, immutabili nel tempo. E se non lo capisci che non esistono regole fisse tranne ovviamente quella che impone il buon senso, presto o tardi arriva qualcuno con un bastone che ti spacca tutte le ossa.
Ma questo una casalinga tedesca con laurea, dottorato e stracazzo in Fisica (dove le regole sono “fisse”) non riesce a concepirlo. Gente che ha simili portati culturali può solo farti finire nei guai neri. Come è avvenuto.
P.S. Almeno non chiamatela “statista”.
Fonte
Dietro le sue parole c’è tutta la pochezza culturale di questa povera casalinga tedesca. La signora, non riesce a capire che le regole delle politiche economiche non sono deterministiche, immutabili e slegate dalle altre politiche che un governante è chiamato a realizzare.
Nel suo lunghissimo mandato è riuscita a creare un sistema di regole che favorivano sfacciatamente i paesi del nord Europa, non scontentavano la Francia, ingrassavano i vassalli polacchi e mandavano in rovina i paesi del sud Europa (italia compresa).
Con il risultato finale, di arricchire in maniera impressionante il suo paese, non solo a scapito dei paesi europei ma anche degli americani che si sono visti invadere di merci tedesche e nord europee il loro mercato domestico mandando in rovina le aziende nazionali.
Uno dei grimaldelli fondamentali di questo infernale meccanismo è stato il costo dell’energia bassissimo grazie alla benevolenza russa probabilmente ingolosita da qualche promessa di entrata nell’Europa che conta.
Il risultato finale come ho detto è stato lo sfacciato arricchimento tedesco e l’abnorme peso politico e diplomatico di questo paese nel contesto europeo.
Ma c’era un problema; gli americani. Un paese ormai tecnicamente in rovina, in piedi solo grazie al loro enorme potere militare, diplomatico e monetario. Gli americani hanno sopportato per un decennio, avvertendo che la situazione era insostenibile e che bisognava trovare dei rimedi. Ma dall’Europa egemonizzata da Berlino rispondevano picche: “Le regolen, sono regolen, ja“.
Solo che le regole sono regole puoi dirlo alla Grecia mentre la bullizzi con la ferocia delle SS. Non agli Stati Uniti che hanno 12 Carrier Strike Group in mare, una infinità di basi a terra e migliaia di aerei militari in grado di annichilire qualsiasi paese (o quasi). Oltre naturalmente a capacità diplomatiche certamente superiori a quelle tedesche.
E come hanno reagito gli americani dopo 10 anni di avvertimenti. Hanno rispolverato Otto von Bismark per paradosso: “Conosco molti modi per far uscire dalla tana l’orso russo, nessuno per farcelo rientrare“. E così hanno fatto: hanno provocato la Russia fino ad avere l’invasione dell’Ucraina costringendo così l’Europa ad imporre sanzioni suicide e rompendo quel cordone ombelicale tra Mosca e Berlino.
Rompendo il cordone ombelicale tra Mosca e Berlino. Rompendo il cordone ombelicale – sia chiaro – non solo in maniera politica ma anche fisica.
Per non sbagliarsi hanno fatto anche saltare in aria il gasdotto North Stream che attraverso il baltico riforniva di gas a basso costo l’enorme apparato produttivo tedesco. Non solo, i paesi dell’Est Europa, utilizzati dalla Germania come serbatoio di manodopera a basso costo per le catene produttive e del valore in cambio dei soldi della EU, hanno tradito la Germania e appoggiato appieno Washington.
Rimangono i paesi del Sud Europa, prima l’hanno presa in tasca dai tedeschi, finendo umiliati, bullizzati, depredati e affamati e ora la prendono in tasca dagli americani che si riprendono con gli interessi ciò che era “loro”.
E in tutto questo la Merkel che vede distrutta l’architettura che ha creato in 20 anni senza alcuno scrupolo e che non riesce a farsi una ragione di una cosa ovvia.
L’economia, la politica, la diplomazia, le scienze militari sono tra loro collegate e vengono usate armonicamente per raggiungere degli obbiettivi, dove non esistono regole “fisse”, immutabili nel tempo. E se non lo capisci che non esistono regole fisse tranne ovviamente quella che impone il buon senso, presto o tardi arriva qualcuno con un bastone che ti spacca tutte le ossa.
Ma questo una casalinga tedesca con laurea, dottorato e stracazzo in Fisica (dove le regole sono “fisse”) non riesce a concepirlo. Gente che ha simili portati culturali può solo farti finire nei guai neri. Come è avvenuto.
P.S. Almeno non chiamatela “statista”.
Fonte
15/09/2021
Quanto conviene alla Germania una improbabile "Polexit"?
Manca ormai poco all’addio di Angela Merkel alla poltrona di Cancelliere tedesco; ma in questo “poco”, ha fatto in tempo a suscitare le bizze di Varsavia, confermando così quanto affermato dalla rappresentante governativa tedesca Ulrike Demmer, secondo cui i rapporti tedesco-polacchi si trovano oggi al livello più basso.
Sabato scorso, il Presidente polacco Andrzej Duda ha molto poco diplomaticamente rifiutato di incontrare la Merkel, nonostante il programma della sua visita a Varsavia lo prevedesse.
All’ultimo momento, Duda ha fatto dire che l’impegno per i festeggiamenti a Katowice per l’anniversario di “Solidarnosc”, gli impedivano di essere a Varsavia.
Il commento di alcuni media tedeschi è stato che «la Germania versa ogni anno indirettamente quasi 4,5 miliardi di euro alla Polonia, maggior beneficiario netto della UE in termini assoluti. Come ringraziamento, il polacco Duda non ha tempo per la cancelliera tedesca. Forse la Germania dovrebbe mandare ancora più miliardi alla Polonia, o no?».
«Problemi di programmazione», ha detto il portavoce del governo Steffen Seibert; «coincidenza di circostanze e disallineamento», ha detto il capo dell’Ufficio presidenziale, Pawel Soloch. Gazeta Wyborcza sostiene che il rifiuto di Duda sia dovuto al fatto che la Merkel avesse concordato la visita a Varsavia con il Primo ministro Mateusz Morawiecki e non col Presidente.
Ma Duda sarebbe anche arrabbiato per un episodio del giugno scorso, quando pare che la Merkel non avesse acconsentito alla visita di Morawiecki a Berlino, per “diversità di vedute” col governo guidato dal partito “Diritto e Giustizia” (Prawo i Sprawiedliwość: PiS).
Sabato scorso a Varsavia, invece, Angela Merkel ha incontrato proprio Mateusz Morawiecki. Indicativo, comunque, il fatto che il rifiuto di Duda abbia seguito a ruota l’annuncio russo dell’ultimazione del “North stream 2”, osteggiato da Varsavia. Ma a molti osservatori nemmeno questo sembra un motivo sufficiente.
In effetti, scrive la tedesca Focus.de, ci sono oggi «molti disaccordi tra Varsavia e Berlino. Insieme alla UE, la Germania aveva più volte criticato il governo nazional-conservatore di Varsavia per la sua riforma del sistema giudiziario, e questa settimana la Commissione UE ha chiesto sanzioni finanziarie contro la Polonia».
Difficile credere che a Bruxelles o Berlino siano scandalizzati perché Varsavia, con la “riforma” della giustizia, intenda sbarazzarsi della «eredità del comunismo», sottoponendo al giudizio di uno speciale organo disciplinare certi giudici sgraditi, tuttora influenzati dai loro predecessori d’epoca sovietica: era stato proprio Mateusz Morawiecki, a fine 2019, a dire che in Polonia «negli anni ’90 i giudici comunisti hanno modellato i loro successori», esortando quindi a fare come la Germania dopo il 1989, che aveva licenziato il 30% dei giudici della DDR, «troppo strettamente legati al regime totalitario».
In effetti, il 7 settembre la Commissione europea si era rivolta alla Corte di giustizia UE, chiedendo di imporre sanzioni a Varsavia, giudicando il sistema giudiziario polacco «non conforme alle norme democratiche» e, potremmo aggiungere, ai sacri «valori fondamentali dell’Occidente e della comunità transatlantica».
In risposta, Varsavia ha minacciato, per bocca del vice Maresciallo del Sejm polacco ed esponente di punta del PiS, Richard Terletsky, una inverosimile Polexit, che ha riscosso i commenti ironici di moltissimi internauti: «sniffa meno colla: il tuo cervello è completamente andato. Dove prenderete i soldi?!»; oppure «i polacchi non vogliono la Polexit. Come se nessuno capisse che questo significa impoverimento istantaneo!».
Di fatto, ancora secondo Focus.de, la Polonia è il maggior beneficiario netto della UE in termini assoluti, avendo ricevuto 12,4 miliardi di euro in più di quanto versato; secondo i dati ufficiali UE per il 2018, Varsavia avrebbe ricevuto 16,3 miliardi di euro (pari al 3,43% dell’economia polacca), versando al bilancio UE 3,9 miliardi, pari allo 0,84% dell’economia polacca.
Pare comunque che le grida (abbastanza di facciata) sulla Polexit abbiano ricevuto l’appoggio almeno di una parte dei sostenitori del governo: «La proposta è corretta, perché la Commissione europea non capisce un altro linguaggio. Non siamo entrati in una unione ideologica, bensì economica. Davanti ai nostri occhi, la UE si sta trasformando nell’URSS».
E «I tedeschi portano avanti i propri interessi e cercano di manipolare la Polonia, mentre qui da noi molti si comportano da bambini e credono che siamo in una dittatura». Poveri ingenui, che non capiscono come la messa fuori legge dei comunisti, rappresenti l’apice della democrazia!
Così, la destra sembra essere nuovamente in testa ai sondaggi, col 30% degli intervistati che sostengono l’Unione di destra (coalizione di PiS e Solidarnosc Polonia), seguita da Piattaforma Civica al 24% e l’unione “Polonia 2050” al 14%. E addirittura “l’opposizione” vede in testa un personaggio come l’ex presidente del Consiglio europeo e attuale presidente del PPE, Donald Tusk che, stando a euronews, si dichiara impegnato a guidare proprio Piattaforma Civica.
D’altra parte, è lo stesso Morawiecki a smentire categoricamente ogni ipotesi di Polexit, aggiustando il tiro con un «Dobbiamo pensare a come potremmo cooperare meglio in futuro in modo che tutti rimangano nell’Unione europea, ma che questa UE sia accettabile per noi», precisando che «se tutto andrà come ora, dovremo cercare soluzioni radicali. Gli inglesi hanno dimostrato che la dittatura della burocrazia di Bruxelles non è adatta a loro, si sono voltati e se ne sono andati. Noi non vogliamo andarcene, il nostro sostegno alla UE è molto forte, ma non possiamo permetterci di essere costretti a fare ciò che limita la nostra libertà e limita il nostro sviluppo»; assicurando però che la Polonia «era, è e sarà un membro dell’Unione europea». E dove andrebbe senza i fondi UE?
L’uscita di Terletsky e la reazione di Morawiecki, commenta il polonista russo Stanislav Stremidlovskij, indicano che il partito di governo sta camminando sul filo del rasoio, cercando di usare la retorica antieuropea per coprire i problemi esterni ed interni.
Il motivo formale dell’ultimo conflitto può essere visto nei ritardi della Commissione europea per il cosiddetto Recovery Plan polacco, che impedisce l’apertura di «finanziamenti dal Fondo europeo per la ripresa economica. Ma il punto, ovviamente, non sono solo i trucchi della “democrazia di Bruxelles”, bensì la difficile ricerca polacca di una nuova collocazione nella UE. A giudicare dalle dichiarazioni, i rappresentanti del PiS oggi percepiscono l’Unione Europea esclusivamente come uno spazio economico, in cui prendere prestiti a basso costo e guadagnare bene con i commerci».
Secondo altri deputati polacchi, la Germania, parlando di esercito europeo e di forze di polizia UE, punta a uno Stato federale, mentre la federalizzazione della UE è osteggiata da PiS e da tutte le forze polacche di destra in generale, che si inventano vari formati regionali sia all’interno della UE (iniziativa dei “Tre mari”) che al di fuori di essa (“Triangolo di Lublino” polacco-lituano-ucraino).
Il problema per PiS, dice ancora Stremidlovskij, è che, «date le sue relazioni conflittuali con Bruxelles e Berlino, i progetti polacchi, dichiarati progetti di integrazione, sembrano disintegrativi e miranti a dividere la UE. Ciò solleva la questione di chi altro nell’Unione europea, oltre alla Germania», coi suoi forti investimenti in Polonia, rimanga un sostenitore del mantenimento di Varsavia: sembra che questi paesi siano sempre meno.
Sembra che, in qualche modo, la nuova szlachta polacca stia sopravvalutando la propria importanza anche per la UE, di cui è membro dal 2004, oltre al ruolo di nuovo avamposto yankee in Europa. L’economia polacca occupa un «posto importante nell’Unione europea; ma non dominante», scrive Stremidlovskij.
E se lo stesso partito di governo (PiS) «si pone il problema della trasformazione ideologica della UE, ritenendola inaccettabile per Varsavia, il processo può andare anche in direzione opposta, con la UE che, soppesati tutti i pro e i contro, decida che non abbia senso fare ulteriori concessioni a una tale Polonia e sia il momento di lasciare che se ne vada dalla UE».
Una decisione in tal senso, non potrebbe che passare per il civico 1 della Willy-Brandt-Straße, al Bundeskanzleramt.
Fonte
Sabato scorso, il Presidente polacco Andrzej Duda ha molto poco diplomaticamente rifiutato di incontrare la Merkel, nonostante il programma della sua visita a Varsavia lo prevedesse.
All’ultimo momento, Duda ha fatto dire che l’impegno per i festeggiamenti a Katowice per l’anniversario di “Solidarnosc”, gli impedivano di essere a Varsavia.
Il commento di alcuni media tedeschi è stato che «la Germania versa ogni anno indirettamente quasi 4,5 miliardi di euro alla Polonia, maggior beneficiario netto della UE in termini assoluti. Come ringraziamento, il polacco Duda non ha tempo per la cancelliera tedesca. Forse la Germania dovrebbe mandare ancora più miliardi alla Polonia, o no?».
«Problemi di programmazione», ha detto il portavoce del governo Steffen Seibert; «coincidenza di circostanze e disallineamento», ha detto il capo dell’Ufficio presidenziale, Pawel Soloch. Gazeta Wyborcza sostiene che il rifiuto di Duda sia dovuto al fatto che la Merkel avesse concordato la visita a Varsavia con il Primo ministro Mateusz Morawiecki e non col Presidente.
Ma Duda sarebbe anche arrabbiato per un episodio del giugno scorso, quando pare che la Merkel non avesse acconsentito alla visita di Morawiecki a Berlino, per “diversità di vedute” col governo guidato dal partito “Diritto e Giustizia” (Prawo i Sprawiedliwość: PiS).
Sabato scorso a Varsavia, invece, Angela Merkel ha incontrato proprio Mateusz Morawiecki. Indicativo, comunque, il fatto che il rifiuto di Duda abbia seguito a ruota l’annuncio russo dell’ultimazione del “North stream 2”, osteggiato da Varsavia. Ma a molti osservatori nemmeno questo sembra un motivo sufficiente.
In effetti, scrive la tedesca Focus.de, ci sono oggi «molti disaccordi tra Varsavia e Berlino. Insieme alla UE, la Germania aveva più volte criticato il governo nazional-conservatore di Varsavia per la sua riforma del sistema giudiziario, e questa settimana la Commissione UE ha chiesto sanzioni finanziarie contro la Polonia».
Difficile credere che a Bruxelles o Berlino siano scandalizzati perché Varsavia, con la “riforma” della giustizia, intenda sbarazzarsi della «eredità del comunismo», sottoponendo al giudizio di uno speciale organo disciplinare certi giudici sgraditi, tuttora influenzati dai loro predecessori d’epoca sovietica: era stato proprio Mateusz Morawiecki, a fine 2019, a dire che in Polonia «negli anni ’90 i giudici comunisti hanno modellato i loro successori», esortando quindi a fare come la Germania dopo il 1989, che aveva licenziato il 30% dei giudici della DDR, «troppo strettamente legati al regime totalitario».
In effetti, il 7 settembre la Commissione europea si era rivolta alla Corte di giustizia UE, chiedendo di imporre sanzioni a Varsavia, giudicando il sistema giudiziario polacco «non conforme alle norme democratiche» e, potremmo aggiungere, ai sacri «valori fondamentali dell’Occidente e della comunità transatlantica».
In risposta, Varsavia ha minacciato, per bocca del vice Maresciallo del Sejm polacco ed esponente di punta del PiS, Richard Terletsky, una inverosimile Polexit, che ha riscosso i commenti ironici di moltissimi internauti: «sniffa meno colla: il tuo cervello è completamente andato. Dove prenderete i soldi?!»; oppure «i polacchi non vogliono la Polexit. Come se nessuno capisse che questo significa impoverimento istantaneo!».
Di fatto, ancora secondo Focus.de, la Polonia è il maggior beneficiario netto della UE in termini assoluti, avendo ricevuto 12,4 miliardi di euro in più di quanto versato; secondo i dati ufficiali UE per il 2018, Varsavia avrebbe ricevuto 16,3 miliardi di euro (pari al 3,43% dell’economia polacca), versando al bilancio UE 3,9 miliardi, pari allo 0,84% dell’economia polacca.
Pare comunque che le grida (abbastanza di facciata) sulla Polexit abbiano ricevuto l’appoggio almeno di una parte dei sostenitori del governo: «La proposta è corretta, perché la Commissione europea non capisce un altro linguaggio. Non siamo entrati in una unione ideologica, bensì economica. Davanti ai nostri occhi, la UE si sta trasformando nell’URSS».
E «I tedeschi portano avanti i propri interessi e cercano di manipolare la Polonia, mentre qui da noi molti si comportano da bambini e credono che siamo in una dittatura». Poveri ingenui, che non capiscono come la messa fuori legge dei comunisti, rappresenti l’apice della democrazia!
Così, la destra sembra essere nuovamente in testa ai sondaggi, col 30% degli intervistati che sostengono l’Unione di destra (coalizione di PiS e Solidarnosc Polonia), seguita da Piattaforma Civica al 24% e l’unione “Polonia 2050” al 14%. E addirittura “l’opposizione” vede in testa un personaggio come l’ex presidente del Consiglio europeo e attuale presidente del PPE, Donald Tusk che, stando a euronews, si dichiara impegnato a guidare proprio Piattaforma Civica.
D’altra parte, è lo stesso Morawiecki a smentire categoricamente ogni ipotesi di Polexit, aggiustando il tiro con un «Dobbiamo pensare a come potremmo cooperare meglio in futuro in modo che tutti rimangano nell’Unione europea, ma che questa UE sia accettabile per noi», precisando che «se tutto andrà come ora, dovremo cercare soluzioni radicali. Gli inglesi hanno dimostrato che la dittatura della burocrazia di Bruxelles non è adatta a loro, si sono voltati e se ne sono andati. Noi non vogliamo andarcene, il nostro sostegno alla UE è molto forte, ma non possiamo permetterci di essere costretti a fare ciò che limita la nostra libertà e limita il nostro sviluppo»; assicurando però che la Polonia «era, è e sarà un membro dell’Unione europea». E dove andrebbe senza i fondi UE?
L’uscita di Terletsky e la reazione di Morawiecki, commenta il polonista russo Stanislav Stremidlovskij, indicano che il partito di governo sta camminando sul filo del rasoio, cercando di usare la retorica antieuropea per coprire i problemi esterni ed interni.
Il motivo formale dell’ultimo conflitto può essere visto nei ritardi della Commissione europea per il cosiddetto Recovery Plan polacco, che impedisce l’apertura di «finanziamenti dal Fondo europeo per la ripresa economica. Ma il punto, ovviamente, non sono solo i trucchi della “democrazia di Bruxelles”, bensì la difficile ricerca polacca di una nuova collocazione nella UE. A giudicare dalle dichiarazioni, i rappresentanti del PiS oggi percepiscono l’Unione Europea esclusivamente come uno spazio economico, in cui prendere prestiti a basso costo e guadagnare bene con i commerci».
Secondo altri deputati polacchi, la Germania, parlando di esercito europeo e di forze di polizia UE, punta a uno Stato federale, mentre la federalizzazione della UE è osteggiata da PiS e da tutte le forze polacche di destra in generale, che si inventano vari formati regionali sia all’interno della UE (iniziativa dei “Tre mari”) che al di fuori di essa (“Triangolo di Lublino” polacco-lituano-ucraino).
Il problema per PiS, dice ancora Stremidlovskij, è che, «date le sue relazioni conflittuali con Bruxelles e Berlino, i progetti polacchi, dichiarati progetti di integrazione, sembrano disintegrativi e miranti a dividere la UE. Ciò solleva la questione di chi altro nell’Unione europea, oltre alla Germania», coi suoi forti investimenti in Polonia, rimanga un sostenitore del mantenimento di Varsavia: sembra che questi paesi siano sempre meno.
Sembra che, in qualche modo, la nuova szlachta polacca stia sopravvalutando la propria importanza anche per la UE, di cui è membro dal 2004, oltre al ruolo di nuovo avamposto yankee in Europa. L’economia polacca occupa un «posto importante nell’Unione europea; ma non dominante», scrive Stremidlovskij.
E se lo stesso partito di governo (PiS) «si pone il problema della trasformazione ideologica della UE, ritenendola inaccettabile per Varsavia, il processo può andare anche in direzione opposta, con la UE che, soppesati tutti i pro e i contro, decida che non abbia senso fare ulteriori concessioni a una tale Polonia e sia il momento di lasciare che se ne vada dalla UE».
Una decisione in tal senso, non potrebbe che passare per il civico 1 della Willy-Brandt-Straße, al Bundeskanzleramt.
Fonte
22/06/2021
Le giornate particolari di Draghi, tra Merkel e Von der Leyen
Quanto siete tranquilli nel sentirvi dire che la “pagella” per il piano presentato dal governo è “con voti alti” – secondo i tecnoburocrati di Bruxelles e, soprattutto, Berlino – mentre nessuno dei normali cittadini (a cominciare dagli organi di stampa) ne sa assolutamente nulla?
Anche le “indiscrezioni”, uscite fuori a spizzichi e bocconi, non sono altro che titoli generici, sotto cui si potrebbe scrivere qualsiasi cosa, anche due opposte fra loro. Chi mai potrebbe essere – in astratto – contrario a “profonde riforme” in un paese in cui ormai ben poco funziona per il benessere di tutti?
Chi potrebbe essere contrario a una politica produttiva “più attenta all’ambiente”, all’“ammodernamento tecnologico”, alla “banda larga” e via elencando?
Il segno di classe (pro o contro la popolazione) si vede dai dettagli. Non a caso sono quelli che mancano. Ma che evidentemente a Bruxelles sono stati comunicati con dovizia di particolari.
Poi, certo, gioca l’antica consuetudine “europeista e atlantica” garantita da un premier che fa parte da decenni dell’élite finanziaria internazionale. Una “garanzia” che le politiche disegnate altrove saranno applicate in Italia (come negli altri paesi europei) senza troppe variazioni sul tema.
Lo spazio per le “autonomie nazionali” è condensato nella battuta rivelatrice di Angela Merkel: “siamo d’accordo su tutto, tranne che sul calcio”. Ecco, cari lavoratori e sudditi europei, potete tifare per la vostra squadra nazionale come per quella cittadina. Ma non rompete le scatole con le vostre pretese su tutto il resto (politiche industriali, occupazione, condizioni di lavoro, salari, pensioni, sanità, istruzione, welfare, ecc.).
Un assetto padronale e reazionario giocato sul filo sella “simpatia”, sfruttando – da parte dell’establishment italiano – il felice abbrivio della squadra di Mancini agli europei. Lo “stellone” italico sta tutto lì: se per caso ci dovessero essere degli intoppi prima di arrivare in finale, al governo resterebbe ben poco da sbandierare per tener su l’”orgoglio nazionale” a sostegno della ristrutturazione generale prevista dal PNRR.
Al di sotto della facciata, però, non tutto è altrettanto commendevole.
Sulla questione dei flussi migratori, per esempio, da un lato si ribadisce la centralità degli accordi con la Turchia, che “va aiutata” (leggi: pagata) nel trattenere alcuni milioni di profughi dalla Siria all’Afghanistan (tutti frutto delle politiche militari “atlantiche” degli ultimi 20 anni).
Ancora più spinoso il dossier sulla “redistribuzione” di quanti, comunque, riescono ad approdare fortunosamente (in Italia, Spagna, Grecia) dentro un confine europeo.
Qui la diversità dei vari interessi nazionali (e della difficoltà di governare le rispettive opinioni pubbliche, pesantemente condizionate dalle pulsioni razziste) è emersa con grande chiarezza.
Merkel ha spiegato che “l’Italia è un Paese di arrivo, noi [tedeschi, ndr] siamo colpiti dai flussi secondari. Occorre iniziare ad agire dai Paesi di provenienza e su questa gestione siamo completamente d’accordo“. E quindi non c’è disponibilità di Berlino ad allargare i corridoi dal nostro e da altri paesi. Semmai a trasferire la “frontiera europea” anti-immigrazione sempre più lontano.
Così come è nota la resistenza reazionaria soprattutto dei paesi dell’Est (Polonia, Ungheria, baltici, ex Cecoslovacchi, ecc.), che pretendono di non condividere neanche le spese per l’”accoglienza”. Figuriamoci le persone in carne e ossa...
Tocca però oggi a Ursula von der Leyen, come capo della Commissione europea, consegnare la “pagella” e, con essa, i primi 25 miliardi del Recovery Fund. Con tutte le condizionalità che abbiamo provato più volte a illustrare.
La prossima tranche, se ci sarà, sarà erogata sulla base della realizzazione di alcune delle “riforme” indicate dalla stessa Commissione. E che non potranno essere contrattate più di tanto nel dibattito parlamentare (ormai ridotto a pura esibizione canora di “personaggetti” senza storia, spessore, dignità).
Un’ultima nota di colore ci sembra adeguata a illustrare il rapporto ora esistente tra governo italiano e Unione Europea, sempre più decisamente a “trazione tedesca”.
La location scelta da Draghi come palcoscenico dell’ok di Bruxelles sono gli studios di Cinecittà, gestiti da Istituto Luce Cinecittà (controllata del Mef). Stabilimenti gloriosi di una delle principali industrie di questo paese, certo, ma anche il regno della “narrazione”, della “recita”, della “finzione”.
La distanza tra quel che accade davvero e lo spettacolo imbastito per mostrare il contrario non potrebbe essere indicata meglio.
Roba da far impallidire il ricordo dei fondali di cartone (provenienti appunto da Cinecittà) per “ingigantire” il colpo d’occhio della Stazione Ostiense, costruita apposta per ricevere il macellaio di Berlino nel 1936.
La differenza? Non occorre più far accorrere un popolo che applauda l’evento (per quello, lo si manda allo stadio). E del resto non vediamo all’orizzonte registi pronti a girare un’altra “Giornata particolare”...
Fonte
Anche le “indiscrezioni”, uscite fuori a spizzichi e bocconi, non sono altro che titoli generici, sotto cui si potrebbe scrivere qualsiasi cosa, anche due opposte fra loro. Chi mai potrebbe essere – in astratto – contrario a “profonde riforme” in un paese in cui ormai ben poco funziona per il benessere di tutti?
Chi potrebbe essere contrario a una politica produttiva “più attenta all’ambiente”, all’“ammodernamento tecnologico”, alla “banda larga” e via elencando?
Il segno di classe (pro o contro la popolazione) si vede dai dettagli. Non a caso sono quelli che mancano. Ma che evidentemente a Bruxelles sono stati comunicati con dovizia di particolari.
Poi, certo, gioca l’antica consuetudine “europeista e atlantica” garantita da un premier che fa parte da decenni dell’élite finanziaria internazionale. Una “garanzia” che le politiche disegnate altrove saranno applicate in Italia (come negli altri paesi europei) senza troppe variazioni sul tema.
Lo spazio per le “autonomie nazionali” è condensato nella battuta rivelatrice di Angela Merkel: “siamo d’accordo su tutto, tranne che sul calcio”. Ecco, cari lavoratori e sudditi europei, potete tifare per la vostra squadra nazionale come per quella cittadina. Ma non rompete le scatole con le vostre pretese su tutto il resto (politiche industriali, occupazione, condizioni di lavoro, salari, pensioni, sanità, istruzione, welfare, ecc.).
Un assetto padronale e reazionario giocato sul filo sella “simpatia”, sfruttando – da parte dell’establishment italiano – il felice abbrivio della squadra di Mancini agli europei. Lo “stellone” italico sta tutto lì: se per caso ci dovessero essere degli intoppi prima di arrivare in finale, al governo resterebbe ben poco da sbandierare per tener su l’”orgoglio nazionale” a sostegno della ristrutturazione generale prevista dal PNRR.
Al di sotto della facciata, però, non tutto è altrettanto commendevole.
Sulla questione dei flussi migratori, per esempio, da un lato si ribadisce la centralità degli accordi con la Turchia, che “va aiutata” (leggi: pagata) nel trattenere alcuni milioni di profughi dalla Siria all’Afghanistan (tutti frutto delle politiche militari “atlantiche” degli ultimi 20 anni).
Ancora più spinoso il dossier sulla “redistribuzione” di quanti, comunque, riescono ad approdare fortunosamente (in Italia, Spagna, Grecia) dentro un confine europeo.
Qui la diversità dei vari interessi nazionali (e della difficoltà di governare le rispettive opinioni pubbliche, pesantemente condizionate dalle pulsioni razziste) è emersa con grande chiarezza.
Merkel ha spiegato che “l’Italia è un Paese di arrivo, noi [tedeschi, ndr] siamo colpiti dai flussi secondari. Occorre iniziare ad agire dai Paesi di provenienza e su questa gestione siamo completamente d’accordo“. E quindi non c’è disponibilità di Berlino ad allargare i corridoi dal nostro e da altri paesi. Semmai a trasferire la “frontiera europea” anti-immigrazione sempre più lontano.
Così come è nota la resistenza reazionaria soprattutto dei paesi dell’Est (Polonia, Ungheria, baltici, ex Cecoslovacchi, ecc.), che pretendono di non condividere neanche le spese per l’”accoglienza”. Figuriamoci le persone in carne e ossa...
Tocca però oggi a Ursula von der Leyen, come capo della Commissione europea, consegnare la “pagella” e, con essa, i primi 25 miliardi del Recovery Fund. Con tutte le condizionalità che abbiamo provato più volte a illustrare.
La prossima tranche, se ci sarà, sarà erogata sulla base della realizzazione di alcune delle “riforme” indicate dalla stessa Commissione. E che non potranno essere contrattate più di tanto nel dibattito parlamentare (ormai ridotto a pura esibizione canora di “personaggetti” senza storia, spessore, dignità).
Un’ultima nota di colore ci sembra adeguata a illustrare il rapporto ora esistente tra governo italiano e Unione Europea, sempre più decisamente a “trazione tedesca”.
La location scelta da Draghi come palcoscenico dell’ok di Bruxelles sono gli studios di Cinecittà, gestiti da Istituto Luce Cinecittà (controllata del Mef). Stabilimenti gloriosi di una delle principali industrie di questo paese, certo, ma anche il regno della “narrazione”, della “recita”, della “finzione”.
La distanza tra quel che accade davvero e lo spettacolo imbastito per mostrare il contrario non potrebbe essere indicata meglio.
Roba da far impallidire il ricordo dei fondali di cartone (provenienti appunto da Cinecittà) per “ingigantire” il colpo d’occhio della Stazione Ostiense, costruita apposta per ricevere il macellaio di Berlino nel 1936.
La differenza? Non occorre più far accorrere un popolo che applauda l’evento (per quello, lo si manda allo stadio). E del resto non vediamo all’orizzonte registi pronti a girare un’altra “Giornata particolare”...
Fonte
20/01/2021
In questa crisi la Germania è il nemico, non l’esempio
La crisi di governo ha mostrato l’indecenza della classe politica del paese e la parallela fragilità delle istituzioni statuali, o almeno per come le raccontano la borghesia da due secoli a questa parte, ossia luogo di dibattito, mediazione, rappresentanza.
Nulla di tutto questo ovviamente è andato in scena nei “palazzi” e in onda nelle tv nazionali, dove la compravendita del voto ha guidato gli interventi in aula e le frenetiche trattative dietro le quinte, in un remake da fine campagna acquisti calcistica, dove al posto del “Corriere dello sport” c’era quello “della sera”, e in gioco il presente e buona parte del futuro del paese.
In questo Tagadà da giostra di periferia, molte volte i politici e gli organi d’informazione hanno valutato il precario passaggio politico-istituzionale nello specchio della stabilità della Germania, campione europeo di fermezza e buon senso.
Gli argomenti, molteplici, tirati in ballo dall’Udc a Giuseppe Conte, da Julia Unterberger (gruppo per le Autonomie al Senato) agli ospiti di Enrico Mentana, sono riassumibili in due filoni: la Germania, a differenza dell’Italia, ha una situazione politica stabile; la Germania, a differenza dell’Italia, ha un’economica solida. Nulla di più ideologico. Ma andiamo con ordine.
L’argomento principe della stabilità politica tedesca è basato sul numero di governi che si sono avvicendati nei due paesi a partire dal Secondo dopoguerra, 19 contro i 66 nostrani. In Italia saremmo dunque a uno stato infantile, capriccioso della politica, si buttano giù maggioranze come fossero castelli di carta, non si può programmare perché i partiti sono sempre appesi sul filo dei numeri, e magari del ricatto del piccolo partito di turno (ieri il Prc, oggi Iv).
In realtà, per i primi 33 anni della nostra Repubblica, dal 1948 al 1981, il cambio di maggioranza al governo non ha mai rappresentato un cambio di potere al comando, ben saldo nelle mani della Democrazia cristiana, indipendentemente da quale corrente interna (o quale equilibrio) esprimeva il Presidente del consiglio di turno.
Ci volle l’esperienza del Pentapartito per vedere a Palazzo Chigi un non-democristiano, a partire dal socialista Giovanni Spadolini e poi Bettino Craxi, fino alla fine della Prima Repubblica.
Gli storici parlano a ragion veduta di “democrazia bloccata”, altro che instabile, perché dall’altra parte dell’aula c’erano i comunisti e il veto dell’alleanza atlantica ai rossi di entrare al governo (l’Operazione Gladio ne è un esempio concreto), maggioranza invece aperta ai socialisti “di buona volontà” da J. F. Kennedy (quello della Baia dei Porci, per intenderci) e da Papa Giovanni XXIII sin dagli anni Sessanta, i cui frutti sono ancora oggi ben visibili nei balletti di governo di Riccardo Nencini (“l’ultimo dei craxiani“, per sua stessa ammissione) e del simbolo del Psi.
Con l’ammutinamento del Pci e l’avvento della Seconda Repubblica invece assistiamo all’alternarsi “virtuoso” di governi di centrodestra e di centrosinistra, simbolo della democrazia liberale di matrice anglosassone che di democratico nel senso etimologico – potere al popolo – non ha proprio nulla, complice le liste bloccate, il mancato vincolo di mandato, la partecipazione centellinata al momento del voto ecc.
Questo fino all’ingresso del Movimento 5 Stelle, che sull’onda della crisi del 2008 spariglia le carte e palesa la crepa nel modello liberale, tamponata da governi tecnici, cessioni sempre maggiori di sovranità a Bruxelles e Francoforte, e oggi dall’arrocco proprio del M5S con Pd e Leu sul “Conte bis”.
Se di instabilità si può parlare allora, semmai ci sembra corretto farlo a livello sociale, su più ondate e con alterni risultati, fermento che nei corridoi del Parlamento giurano pronto a riesplodere una volta sbloccati i licenziamenti e gli sfratti.
E la Germania? Stando solo all’oggi, il governo è l’equivalente istituzionale del famigerato “Patto del Nazareno”, con democristiani e socialdemocratici in crisi nera costretti ad allearsi per non cedere soprattutto all’estrema destra, che soffia forte a est sul fallimento della riunificazione ordoliberale dopo la disgregazione del blocco sovietico. Bell’esempio di stabilità...
Per quanto riguarda l’economia, i lettori di questo giornale sanno bene che il vantaggio teutonico risiede in quell’architettura dei Trattati europei che hanno permesso all’asse franco-tedesco, soprattutto nell’ambito rispettivamente della politica estera/finanza e della produzione, di colonizzare il vicinato, dall’Europa del sud a quella dell’est.
Per la Germania in particolare, lo strumento privilegiato è stato l’annessione dell’ex-DDR e la costituzione dell’euro, paniere di monete basato su competizione e cambi fissi tra valute con peso diverso e non ancorate a un bene fisico, fattori che hanno cementificato, anzi ampliato, il vantaggio accumulato dalla Germania con l’allargamento del mercato ai quasi 17 milioni di abitanti della Repubblica federale e alla manodopera delle repubbliche sovietiche.
Tuttavia, parlare di “stabilità” all’oggi dell’economia tedesca è un assurdo, considerando la situazione delle maggiori banche (le meno solvibili del pianeta), del mercato del lavoro (basato su part-time e flessibilità), dell’anzianità della popolazione (che ha portato cinque anni fa la destra Merkel ad aprire le porte ai “giovani” rifugiati siriani), e in generale del passaggio storico che l’Ue si trova ad attraversare, Biden o non Biden, con la competizione tra blocchi che spinge forte sulla ripartenza e sulla riconversione produttiva.
La Germania dunque, rispetto alla nostra condizione, è tutto tranne che l’esempio, anzi come da titolo è il nemico, in quanto è il motore dominante (ma non trainante) dell’Unione europea, quella dell’austerità e del ricatto del debito, che ha picchiato duro i ceti popolari, e che non sembra disposta a risparmiare neanche quelli medi, oggi a forte rischio impoverimento – con buona pace, stavolta sì, della stabilità del sistema liberale, neo oppure ordo che dir si voglia.
A questo proposito, non ingannino le parole della senatrice Julia Unterberger, che da Palazzo Madama ha salutato la vittoria del centrista Armin Laschet contro il falco Fredrich Merz alla guida della Cdu del dopo-Merkel.
“Merz avrebbe portato austerità e rigore, Laschet invece porta in dote la volontà di coesione della cancelliera uscente”, le parole della Unterberger.
Se la “coesione” è quella dei risultati economici e sociali degli ultimi 30 anni di europeismo, a cui la maggioranza che verrà si vuole aggrappare a piene mani, la sbandierata “instabilità di sistema” sarebbe ora finisse nelle “cose da fare” degli abitanti del nostro paese.
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Dove va la Germania?
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Nulla di tutto questo ovviamente è andato in scena nei “palazzi” e in onda nelle tv nazionali, dove la compravendita del voto ha guidato gli interventi in aula e le frenetiche trattative dietro le quinte, in un remake da fine campagna acquisti calcistica, dove al posto del “Corriere dello sport” c’era quello “della sera”, e in gioco il presente e buona parte del futuro del paese.
In questo Tagadà da giostra di periferia, molte volte i politici e gli organi d’informazione hanno valutato il precario passaggio politico-istituzionale nello specchio della stabilità della Germania, campione europeo di fermezza e buon senso.
Gli argomenti, molteplici, tirati in ballo dall’Udc a Giuseppe Conte, da Julia Unterberger (gruppo per le Autonomie al Senato) agli ospiti di Enrico Mentana, sono riassumibili in due filoni: la Germania, a differenza dell’Italia, ha una situazione politica stabile; la Germania, a differenza dell’Italia, ha un’economica solida. Nulla di più ideologico. Ma andiamo con ordine.
L’argomento principe della stabilità politica tedesca è basato sul numero di governi che si sono avvicendati nei due paesi a partire dal Secondo dopoguerra, 19 contro i 66 nostrani. In Italia saremmo dunque a uno stato infantile, capriccioso della politica, si buttano giù maggioranze come fossero castelli di carta, non si può programmare perché i partiti sono sempre appesi sul filo dei numeri, e magari del ricatto del piccolo partito di turno (ieri il Prc, oggi Iv).
In realtà, per i primi 33 anni della nostra Repubblica, dal 1948 al 1981, il cambio di maggioranza al governo non ha mai rappresentato un cambio di potere al comando, ben saldo nelle mani della Democrazia cristiana, indipendentemente da quale corrente interna (o quale equilibrio) esprimeva il Presidente del consiglio di turno.
Ci volle l’esperienza del Pentapartito per vedere a Palazzo Chigi un non-democristiano, a partire dal socialista Giovanni Spadolini e poi Bettino Craxi, fino alla fine della Prima Repubblica.
Gli storici parlano a ragion veduta di “democrazia bloccata”, altro che instabile, perché dall’altra parte dell’aula c’erano i comunisti e il veto dell’alleanza atlantica ai rossi di entrare al governo (l’Operazione Gladio ne è un esempio concreto), maggioranza invece aperta ai socialisti “di buona volontà” da J. F. Kennedy (quello della Baia dei Porci, per intenderci) e da Papa Giovanni XXIII sin dagli anni Sessanta, i cui frutti sono ancora oggi ben visibili nei balletti di governo di Riccardo Nencini (“l’ultimo dei craxiani“, per sua stessa ammissione) e del simbolo del Psi.
Con l’ammutinamento del Pci e l’avvento della Seconda Repubblica invece assistiamo all’alternarsi “virtuoso” di governi di centrodestra e di centrosinistra, simbolo della democrazia liberale di matrice anglosassone che di democratico nel senso etimologico – potere al popolo – non ha proprio nulla, complice le liste bloccate, il mancato vincolo di mandato, la partecipazione centellinata al momento del voto ecc.
Questo fino all’ingresso del Movimento 5 Stelle, che sull’onda della crisi del 2008 spariglia le carte e palesa la crepa nel modello liberale, tamponata da governi tecnici, cessioni sempre maggiori di sovranità a Bruxelles e Francoforte, e oggi dall’arrocco proprio del M5S con Pd e Leu sul “Conte bis”.
Se di instabilità si può parlare allora, semmai ci sembra corretto farlo a livello sociale, su più ondate e con alterni risultati, fermento che nei corridoi del Parlamento giurano pronto a riesplodere una volta sbloccati i licenziamenti e gli sfratti.
E la Germania? Stando solo all’oggi, il governo è l’equivalente istituzionale del famigerato “Patto del Nazareno”, con democristiani e socialdemocratici in crisi nera costretti ad allearsi per non cedere soprattutto all’estrema destra, che soffia forte a est sul fallimento della riunificazione ordoliberale dopo la disgregazione del blocco sovietico. Bell’esempio di stabilità...
Per quanto riguarda l’economia, i lettori di questo giornale sanno bene che il vantaggio teutonico risiede in quell’architettura dei Trattati europei che hanno permesso all’asse franco-tedesco, soprattutto nell’ambito rispettivamente della politica estera/finanza e della produzione, di colonizzare il vicinato, dall’Europa del sud a quella dell’est.
Per la Germania in particolare, lo strumento privilegiato è stato l’annessione dell’ex-DDR e la costituzione dell’euro, paniere di monete basato su competizione e cambi fissi tra valute con peso diverso e non ancorate a un bene fisico, fattori che hanno cementificato, anzi ampliato, il vantaggio accumulato dalla Germania con l’allargamento del mercato ai quasi 17 milioni di abitanti della Repubblica federale e alla manodopera delle repubbliche sovietiche.
Tuttavia, parlare di “stabilità” all’oggi dell’economia tedesca è un assurdo, considerando la situazione delle maggiori banche (le meno solvibili del pianeta), del mercato del lavoro (basato su part-time e flessibilità), dell’anzianità della popolazione (che ha portato cinque anni fa la destra Merkel ad aprire le porte ai “giovani” rifugiati siriani), e in generale del passaggio storico che l’Ue si trova ad attraversare, Biden o non Biden, con la competizione tra blocchi che spinge forte sulla ripartenza e sulla riconversione produttiva.
La Germania dunque, rispetto alla nostra condizione, è tutto tranne che l’esempio, anzi come da titolo è il nemico, in quanto è il motore dominante (ma non trainante) dell’Unione europea, quella dell’austerità e del ricatto del debito, che ha picchiato duro i ceti popolari, e che non sembra disposta a risparmiare neanche quelli medi, oggi a forte rischio impoverimento – con buona pace, stavolta sì, della stabilità del sistema liberale, neo oppure ordo che dir si voglia.
A questo proposito, non ingannino le parole della senatrice Julia Unterberger, che da Palazzo Madama ha salutato la vittoria del centrista Armin Laschet contro il falco Fredrich Merz alla guida della Cdu del dopo-Merkel.
“Merz avrebbe portato austerità e rigore, Laschet invece porta in dote la volontà di coesione della cancelliera uscente”, le parole della Unterberger.
Se la “coesione” è quella dei risultati economici e sociali degli ultimi 30 anni di europeismo, a cui la maggioranza che verrà si vuole aggrappare a piene mani, la sbandierata “instabilità di sistema” sarebbe ora finisse nelle “cose da fare” degli abitanti del nostro paese.
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Dove va la Germania?
Fonte
18/01/2021
Dove va la Germania?
Il nuovo leader dei conservatori tedeschi
Sabato 16 gennaio Armin Laschet è stato eletto Presidente della CDU, la tradizionale formazione conservatrice tedesca, alleata con la “gemella” CSU bavarese.
Laschet è un navigato politico conservatore dalle alterne fortune, che tra i tre sfidanti alla più alta carica del Partito – con Norbert Röttingen uscito sconfitto al primo turno e Fredrich Merz, rappresentante della destra interna – è quello che maggiormente rappresentava la continuità con le politiche di Angela Merkel.
56 anni, cattolico praticante e figlio di un minatore, ha iniziato la sua carriera politica nella Germania Unita; è stato deputato federale tra il '94 e il ’99, poi deputato europeo dal ’99 al 2004, assumendo funzioni via via più importanti. Il suo profilo, al di là del suo spessore, sembra essere più simile alla tradizione conservatrice renana del Partito di Adenauer e Kohl che non alla stessa Merkel.
Con 521 voti favorevoli e 466 contrari, cioè appena il 52,8% delle preferenze dei poco più di mille delegati della CDU che si sono espressi “a distanza”, Laschet ha conquistato la carica di Presidente contro l’outsider di destra Merz, ritornato in politica dopo una carriera di alto profilo nel mondo dell’alta finanza, nella BlackRock di Warren Buffett.
È il suo secondo grande ingresso in politica, dopo avere conquistato qualche anno fa la presidenza del Nord Reno Westfalia, il Land più popoloso della Germania – abitato da circa 18 milioni di cittadini, su un totale di 85 – la regione industrial-mineraria tradizionale bastione della socialdemocrazia, ora alle prese con una complessa transizione ecologica.
Non è però detto che il neo-eletto presidente Laschet diventi automaticamente il candidato della CDU/CSU alle elezioni del 26 settembre prossimo, considerato che il ministro della Sanità, Jens Spahn, e il leader della CSU bavarese Markus Söder risultano al momento più popolari nei sondaggi.
Dopo la lotta di potere per la carica di Presidente, si apre quindi quella per la candidatura a Cancelliere.
La crisi dei due pilastri della politica tedesca
La destra del Partito aveva nel tempo, con sempre maggio forza, accusato la Merkel di averne progressivamente “social-democratizzato” la politica, considerando le sue scelte sull’immigrazione, in particolare la decisione di regolarizzare un milione di profughi siriani durante la crisi migratoria del 2015, oltre ad un atteggiamento ritenuto “poco intransigente” nei confronti degli altri paesi della UE.
Bisogna ricordare che 3 su 4 degli ultimi governi della Germania sono stati il frutto di una “Grande Coalizione” insieme alla SPD, l’altra formazione che ha dominato tradizionalmente l’arena politica tedesca. Una strategia che ora sembra essere giunta ad un punto morto, visto che ha penalizzato entrambe le formazioni, e soprattutto ha fatto emergere due soggetti politici in grado di destabilizzare – almeno in parte – la politica tedesca: i “Verdi”, non più ai margini della vita politica soprattutto ad ovest, e l’estrema destra dell’AFD, soprattutto ad Est.
Nelle legislative del 2017 la CDU-CSU raggiungeva uno dei suoi peggiori risultati assestandosi sotto il 33%, mentre alle europee del 2019 diminuiva ulteriormente i suoi consensi, scendendo al 28,9%; risultati poi confermati dalle varie elezioni regionali.
Angela Merkel, con le elezioni di settembre, non sarà più Cancelliere dopo 16 anni in cui ha dominato la politica tedesca ed in parte quella continentale. E non si profila all’orizzonte un leader tedesco che possa rilevarne il ruolo.
Frau Angela, succeduta ad Helmut Kohl, già da tempo non era più Presidente della sua formazione, anche se la sua “delfina” Annegret Kramp-Karrenbauer (“AKK”), designata per la sua successione, era rimasta in carica appena 14 mesi.
Si era dovuta dimettere dopo lo “scandalo” delle elezioni regionali in Turingia, nel febbraio scorso. In quel Land della Germania orientale la leadership locale della CDU aveva consentito la formazione di una maggioranza regionale grazie ai voti dell’estrema destra dell’AFD, causando un terremoto politico.
Una decisione “sconfessata” dal centro, e poi rientrata, ma che aveva di fatto aperto il vaso di pandora dell'“apertura a destra” e costituito un significativo precedente nei confronti di una formazione con cui si escludeva ogni forma di collaborazione.
L’emergere della formazione “populista di destra” AFD aveva infatti messo in crisi l’orientamento complessivo dei conservatori tedeschi, visto che nelle elezioni legislative del 2017 vi era stato un travaso di circa un milioni di voti dalla CDU-CSU alla AFD, che aveva portato ad maggiore sbilanciamento a destra da parte del leader della formazione bavarese – in parte rientrato – comunque non premiato alle successive elezioni regionali.
L’exploit di Alternative für Deutschland alle regionali, in particolare ad est, non aveva fatto altro che approfondire questa crisi, considerato che in Brandeburgo ed in Sassonia è ora il secondo partito, con percentuali ben oltre il 20%.
Catastrofe sanitaria, recessione economica e crisi istituzionale
A otto mesi dalle elezioni legislative (a fine settembre), e le regionali di marzo nel Baden-Wütternberg ed in Renania-Palatinato, la Germania è minata da numerosi problemi al centro dall’intreccio tra crisi sanitaria e recessione economica.
Se lo Stato ha gestito relativamente bene la “prima ondata”, la seconda è risultata invece catastrofica. Uno scontro di potere tra il governo centrale e i 16 presidenti dei Land ha portato al varo, a metà ottobre, di misure di contenimento decisamente inadeguate.
Il 14 ottobre, dopo 8 ore di riunione, l’unica decisione presa riguardava solo la chiusura di bar e ristoranti dopo le 11 di sera, nonostante i precisi moniti della Merkel.
La situazione è precipitata, soprattutto nei Land orientali, ed ha costretto dal 13 dicembre alla chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali e delle scuole.
La gravità della situazione aveva superato un mese prima, cioè già a metà novembre, le già fosche previsioni della Merkel (si parlava di un numero dei contagiati sopra i 20 mila al giorno).
Oggi la situazione sembra essere sfuggita di mano, con 1.244 morti il solo 14 gennaio e più di 26 mila contagiati. Il numero dei decessi a dicembre ha superato i 16mila, portando il totale a più di 46 mila.
Inoltre si è avuto un netto calo degli screening, da metà dicembre a metà gennaio, il che ha annullato di fatto ogni possibilità di tracciamento, e quindi anche l’incapacità di valutare l’impatto della cosiddetta “variante inglese”.
Un vuoto di iniziativa che non sembra possa essere colmato in tempi rapidi dalla vaccinazione, visto che al 15 gennaio hanno la prima somministrazione solo 842.000 persone.
Anche la situazione economica è preoccupante.
Il PIL tedesco è calato lo scorso anno del 5%, interrompendo un decennio di crescita successiva alla crisi del 2009, quando la contrazione del PIL era stata del 5,7%.
Un dato spicca su tutti: la fine dell’aumento costante degli occupati, che erano 40,8 milioni nel 2010 e 44,8 nel 2020, l’1,1% in meno rispetto al picco del 2019.
Certo si tratta di una performance migliore della media europea (-7,8%), ma dovuta al massiccio flusso di aiuti dello Stato, con interventi complessivi per circa 75 miliardi. Aiuti pubblici che hanno fatto schizzare il deficit al +4,8%, mentre prima era a zero.
Tra i settori più colpiti vi è il comparto manifatturiero, assolutamente strategico, visto che determina più di ¼ del PIL complessivo; qui il calo è del 10,4%, con le esportazioni diminuite del 9,9% e le importazioni dell’8,6%.
Oltre a questo vi è stata una evidente “crisi istituzionale” tra il governo federale e d i governi locali sulle misure da adottare, con una pressione della destra negazionista (ma non solo) che rappresenta ormai porzioni non trascurabili della popolazione tedesca, specie ad est.
Una vera e propria “crisi di civiltà” in quello che sembrava essere lo Stato più avanzato dell’Unione.
Questa mancanza di coesione si inserisce in una mai sanata frattura tra Ovest ed Est, successiva all’annessione della RDT dell’ex RFT, e nella crescente polarizzazione sociale che colpiva già prima della pandemia parti consistenti dell’Ovest.
Il futuro della Germania è quindi molto più incerto e imprevedibile di quanto narrato dai media mainstream.
Fonte
13/07/2020
Mes o Recovery fund, comunque al guinzaglio
La settimana che si apre dovrebbe essere quella decisiva per quanto riguarda la strategia europea per il post-pandemia (ammesso e non concesso che ci si trovi in un “post” anziché in una pausa stagionale). Gli iniziali atteggiamenti ritardatari dei “paesi frugali” (“l’importante è fare bene”) sono stati improvvisamente accantonati su indicazione della cancelliera Angela Merkel, per sei mesi presidente di turno di tutta l’Unione Europea, che intende sfruttare anche questa occasione – e la crisi ne sta offrendo a decine – per imporre l’imprinting sull’Unione 2.0.
Cuore della discussione continentale è il Recovery Fund, ossia il fondo straordinario “per la ricostruzione” da aggiungere al normale bilancio europeo. 500 miliardi, come nella proposta iniziale di Merkel e Macron, e non 750 come poi proposto dalla Commissione guidata da Von der Leyen. Tanto per far capire chi è che comanda (nonostante anche la presidente della Commissione sia tedesca, ma con una composizione ovviamente più “pluralista”).
500 miliardi di “trasferimenti a fondo perduto”, vincolati a investimenti per effettuare precise “riforme strutturali” che l’Unione Europea pretende da ogni Paese non le abbia ancora compiute o completate. I dettagli non sono ancora stati resi noti, ci si è limitati ad evocare “svolte green”, rivoluzioni digitali, ecc. Ma sono più che intuibili...
Per esempio, l’incontro tra Giuseppe Conte e il suo omologo olandese Mark Rutte ha provveduto a sgomberare il campo da ogni equivoco, visto che il boero ha consigliato all’”avvocato del popolo” di eliminare “quota 100”. Una battuta informale, certo – “quota 100” vale pochissimo, in termini di bilancio, e comunque doveva scadere nel 2021 – ma che indica con nettezza la direzione da prendere: i Paesi con alto debito pubblico, quelli euromediterranei, insomma, devono tagliare ancora di più la spesa sociale, a cominciare da quella pensionistica.
Per essere ancora più esplicito, il boero si è ripetuto stamattina anche nell’incontro con il pari grado spagnolo Pedro Sanchez, oggi in visita all’Aja: “non sarà facile” raggiungere un accordo per il fondo europeo di ricostruzione post-pandemia. Dunque Rutte ha invitato Sanchez “a cercare una soluzione interna alla Spagna“. Non sappiamo come si dica “cazzi vostri”, in quella lingua, ma certo non lo si può accusare di ostilità verso la sola Italia...
Ma come, non eravamo qui per discutere dei “miliardi che devono arrivare dall’Europa per la ricostruzione”?
Ancora con queste favole per bambini ipodotati... La prima cosa da capire è che “l’Europa” non ha un solo euro, di suo. Tutto quello che le arriva, viene dai singoli Stati. I quali versano soldi cash oppure forniscono “garanzie” di contribuire alle spese comunitarie con il criterio della percentuale rispetto al Pil. Mentre i “fondi europei”, così costituiti, trasferiscono quei soldi ai vari Paesi secondo criteri dipendenti dalle “politiche europee”. Per esempio, dalla caduta del Muro in poi, i Paesi dell’ex Patto di Varsavia o ex sovietici, ricevono più di quanto versano per “aiutare il loro sviluppo”. Con una mano si dà, con l’altra si prende, con qualche piccola differenza.
L’Italia, in questo gioco di versamenti e ritorni sotto forma di “fondi europei”, è da sempre contributore netto. Ossia versa all’Unione Europea più di quanto poi riceva.
Bene, dirà il lettore depistato da Repubblica e via elencando, ma “questa volta avverrà il contrario!”
No. Nemmeno per sogno, o meglio, per incubo (da virus).
Tutto dovrà andare come sempre, più duramente di sempre. Per capirlo, naturalmente, non ci si può basare sulle “dichiarazioni” dei politici. Quelli “europeisti” dicono che “finalmente l’Europa mutualizza il debito e aiuta i Paesi in difficoltà”; oppure – sul ricorso al Mes – giurano che “possiamo prendere 37 miliardi senza condizionalità”. I nazionalisti alla Salvini e Meloni dicono che è una “fregatura”, ma non spiegano il perché (è un po’ complicato capire il meccanismo, e può darsi lo sia troppo, per loro...), tantomeno indicano una via per superare l’impasse che non sia una sciocchezza buttata lì.
Per capire tocca fare i conti, guardare i numeri e fare le quattro operazioni fondamentali che si imparano ai primi anni delle elementari.
Ci aiutiamo ancora una volta con l’analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza sabato, così nessuno potrà dire che “facciamo solo ideologia”.
Primo numero: il bilancio dell’Unione Europea, relativo al settennato 2021-2027, è di 1.279 miliardi di euro, pari all’1,11% del Reddito nazionale lordo dell’Unione, da ripartire in proporzione tra i 27 Stati membri. Ma quei soldi finanziano in pratica le “spese correnti” della Ue (commissari, funzionari, staff, strutture, ecc.) e i “progetti” o “linee di investimento” già approvate o in corso.
Dunque non è da lì che arriverà qualcosa, anzi non è stato ancora risolto il problema di come riempire il “buco” aperto dalla Brexit (13 miliardi l’anno, per complessivi 91 miliardi).
Il fatto brutale che il Recovery Fund sarà di soli 500 miliardi, anziché di 750, smonta in un attimo tutta la fantasiosa macchina narrativa secondo cui all’Italia sarebbero arrivati 153 miliardi (il 20,4% del totale) rispetto a 96,3 miliardi di contributi (il 12,8% del totale), con un incasso netto di 56,7 miliardi.
Secondo quella proposta – che non è più sul tavolo, ripetiamo – i “contributi a fondo perduto” (grant) sarebbero stati pari a 81,8 miliardi, mentre i prestiti (loan) a 71,2.
Gaudio, tripudio, manna dal cielo? No, perché il contributo italiano a quel fondo ormai morto sarebbe stato di 96,3 miliardi, ossia 14,5 in più di quanto sarebbe stato ricevuto come grant. Dove sarebbe stato il guadagno, non si può proprio capire...
In più, ci sarebbero stati i 71,2 miliardi di normali prestiti, ovviamente da restituire con interessi (quasi zero, com’è oggi sul mercato), che comunque andavano ad aumentare il debito pubblico e quindi a peggiorare le cicliche “verifiche” della Ue (in base alle quali scattano, oppure no, prescrizioni, sanzioni, “sorveglianze rafforzate”, ecc).
Se guardate i giornali o ascoltate i talk show, noterete che “gli europeisti” continuano a cianciare di quei 153 miliardi stracciati dalla Merkel, come se fossero cosa quasi fatta, invece che s-fatta...
Verrebbe quasi la tentazione di tirare un sospiro di sollievo per il fatto che il Next Generation EU della Commissione non esiste più.
Trattenetevi.
Il “piano Merkel” è naturalmente assai più rigido, drastico, sparagnino.
Citiamo direttamente Salerno Aletta:
“’Sosteniamo la dote da 500 miliardi per tutta l’Europa’, ha affermato [Merkel], intendendo soprattutto che si dovrà trattare di solo grant. Niente loan: per i debiti, si dovrà far ricorso al Mes.
Ha prevalso la linea dei Paesi frugali: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, la testuggine politica usata dalla Germania per contrastare le velleità di spesa dei Paesi mediterranei. Insieme a Gran Bretagna ed Irlanda, anche Danimarca, Olanda e Svezia hanno ampiamente risparmiato sui versamenti al bilancio europeo nel settennio 2014-2020 tutelandosi con i rebates: sono davvero frugali, ma con i soldi degli altri. Anche con quelli dell’Italia, che infatti contribuisce all’Unione in misura più che proporzionale rispetto al suo pil.”
Non dovrebbe servire traduzione, ma cerchiamo comunque di “agevolare” il lettore non abituato al linguaggio economico. I 500 miliardi saranno messi insieme con lo stesso meccanismo di ripartizione adottato per qualsiasi fondo europeo (contributi degli Stati, proporzionali al Pil), e saranno redistribuiti “a fondo perduto” con l’identica logica (vincolati a “riforme strutturali” per cui vanno presentati al più presto “piani nazionali” che dovranno essere esaminati e, se approvati, finanziati).
Il “guadagno”, per l’Italia, starebbe solo nel fatto che – essendo il “piano Merkel” più povero – bisognerebbe contribuire con una cifra minore per ricevere comunque un qualcosa di più modesto, e dunque con uno scarto tra dare e avere minore di quanto previsto nel piano della Commissione per cui abbiamo dato i numeri.
La parte peggiore arriva infatti dal lato prestiti: “ricorrete al Mes”. Ossia al fondo che ha distrutto la Grecia facendo scendere in campo la Troika (Ue, Bce, Fmi) e devastando la società greca.
Gli “europeisti” assicurano: “ma stavolta non ci sono condizionalità, tranne quella di spendere quei soldi per la spesa sanitaria!”.
Vero e falso, ma soprattutto molto falso.
Di vero c’è pochissimo, ossia il fatto che la ferree “condizionalità” previste dal Mes (che è stato istituito con un trattato apposito) sono momentaneamente sospese. Non cancellate. Né avrebbero potuto esserlo senza rivedere totalmente il trattato relativo.
Lo stesso megadirettore galattico del Mes – Klaus Regling, uno degli architetti dell’euro – aveva già provveduto a precisare, un paio di mesi fa, che “La Commissione Europea chiarirà monitoraggio e sorveglianza in accordo con le regole del Two Pack”.
E qui tocca aprire una breve parentesi per ricordare che il sistema dei trattati che regolano e reggono l’Unione Europea è per l’appunto un sistema. Ossia un insieme di “contratti” tutti logicamente e contenutisticamente correlati. La sospensione temporanea di una regola – per motivi contingenti o straordinari, come la pandemia – non abolisce di per sé “le regole”. Altrimenti si dovrebbe scriverne di nuove.
Il Two Pack richiamato da Regling, non a caso, disciplina insieme al trattato Six Pack (i nomi non significano niente, di modo che nessuno possa intuire cosa c’è dentro) tutta la complessa procedura di redazione della “legge di stabilità” di ogni singolo Stato dell’Unione Europea. Una procedura che da aprile ad ottobre – il “semestre europeo” – vede ogni governo stilare il modo in cui troverà risorse e per cosa le spenderà l’anno successivo; ad ogni tappa dell’elaborazione (ne sono previste diverse) dovrà sottostare all’approvazione della Commissione. Quei 37 miliardi in meno di spesa sanitaria italiana, per esempio, in appena dieci anni, sono maturati in questo modo. E casualmente corrispondono quasi al centesimo ai fondi in prestito che si potrebbero chiedere al Mes.
Non entreremo di più nei dettagli, rimandandovi per questo all’analisi di Salerno Aletta, più che esauriente sia nei numeri sia nell’individuazione della “razionalità strategica” della politica tedesca.
Sull’uso dei fondi del Mes, del resto, è stato già lapidario il ministro dell’economia Gualtieri, che ha spiegato come eventualmente quei 37 miliardi verrebbero usati “per pagare le fatture emesse durante la pandemia, non per effettuare nuova spesa sanitaria”. Ossia non per rimettere in sesto il servizio sanitario pubblico e renderlo più pronto ad inevitabili nuovi shock.
Ci basta qui, per chiudere, rispondere a quanti, come contabili di condominio, raccontano che “chiedere i fondi del Mes ci costa meno di interessi rispetto a quanto spenderemmo finanziandoci sui mercati emettendo titoli di stato”.
È vero. Con un piccolo particolare che fa una grande differenza. Sui mercati ti chiedono di pagare un interesse “attraente”, ma resti in qualche modo padrone delle scelte da fare su come spendere quei soldi (stendiamo un velo pietoso sull’attuale classe dirigente italiana, tutta, e immaginiamo una condizione “ideale”).
Dal Mes pretendono di avere le chiavi della tua cassa, poi decidono loro cosa fare...
Guido Salerno Aletta * – Milano Finanza
Prima i numeri. Senza i numeri è vano dar conto del Recovery Fund e di quanto è accaduto nel corso della settimana: dal discorso inaugurale del semestre di presidenza europea della Cancelliera Angela Merkel, secondo cui “c’è un nuovo inizio che richiede di essere particolarmente responsabili per preservare e proteggere l’Europa in modo che possa svolgere in modo sovrano il ruolo che le spetta nel mondo”, ai colloqui madrileni tra il presidente Conte ed il suo omologo sagnolo Sanchez, convenendo sulla necessità di accelerarne al massimo l’approvazione.
Bisogna fare in fretta, come sempre, anche se non sembrano affatto chiare le reali conseguenze economiche per l’Italia. Se ne parla senza mettere i numeri.
Affossando per l’ennesima volta la prospettiva di una mutualizzazione dei debiti degli Stati membri dell’Unione, che stavolta considerava quelli necessari per fronteggiare le conseguenze economiche e sociali dell’emergenza sanitaria denominandoli Emergency Bond, Pandemic Bond ovvero Recovery Bond, la prima proposta alternativa è stata avanzata insieme da Francia e Germania, prevedendo di istituire nel periodo 2021-2027 un “Recovery Fund” di 500 miliardi di euro: un programma straordinario, quindi una tantum, aggiuntivo rispetto alle iniziative già previste nel Quadro finanziario pluriennale della Unione riferito al medesimo periodo.
Il predetto Quadro finanziario, che ancora non è stato approvato secondo la procedura che richiede la unanimità dei 27 Paesi aderenti, prevede stanziamenti complessivi per 1.279 miliardi di euro a prezzi correnti, che equivalgono ad un contributo pari al 1,11% del Reddito nazionale lordo dell’Unione, da ripartire tra i 27 Stati membri.
Nella ripartizione occorre ancora risolvere la questione della mancata partecipazione della Gran Bretagna al bilancio dell’Unione, che pesa all’incirca per 13 miliardi li euro l’anno: mancano entrate per 91 miliardi di euro, pari al 7% del totale. Qualcuno se ne dovrà far carico, se non si vuole tagliare di altrettanto gli impegni di spesa.
Nel conto del dare e dell’avere con l’Unione, l’Italia è da decenni contributrice netta: nel settennio 2012-2018 ha versato 34,7 miliardi di euro più di quanto non abbia ricevuto beneficiando dei programmi di spesa. Tralasciando la questione dei mancati contributi della Gran Bretagna, è presumibile che anche nel settennio 2021-2027 l’Italia rimarrà contributrice per una cifra analoga.
Per dimostrare di essere in grado di affrontare una situazione economica mai così grave, la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha battuto un colpo, proponendo di elevare la dotazione proposta da Francia e Germania portandola a 750 miliardi di euro, aggiungendo 250 miliardi di prestiti (loan) da erogare agli Stati in difficoltà. Di conseguenza, mentre la copertura dei complessivi 750 miliardi di spesa veniva ripartita tra i 27 Paesi della Unione secondo la consueta chiave di contribuzione basata sul rispettivo pil, la allocazione delle erogazioni avrebbe tenuto conto di una serie di parametri (allocation keys), differenziando i Paesi in tre categorie, a seconda che avessero un basso ovvero un alto debito pro capite, oppure un alto reddito pro capite.
L’Italia, rientrando nella seconda di queste categorie, avrebbe ricevuto risorse per 153 miliardi (il 20,4% del totale) rispetto a 96,3 miliardi di contributi (il 12,8% del totale, commisurato al pil), con un incasso netto a suo favore di 56,7 miliardi pari al 3,2% del pil. Quest’ultimo importo avrebbe rappresentato il beneficio della solidarietà europea.
La ripartizione tra grant e loan sarebbe stata di 81,8 miliardi per i primi e di 71,2 miliardi per i secondi. Il saldo tra i contributi (96,3 miliardi) e le erogazioni a fondo perduto (81,8 miliardi) sarebbe stato dunque negativo per 14,5 miliardi: un contributo, questo sì a fondo perduto pagato dall’Italia.
Un costo enorme per ottenere 71,2 miliardi di loan: nessun differenziale di interessi, infatti, tra i più alti tassi richiesti dal mercato e le migliori condizioni che sarebbero state offerte dalla Unione, avrebbe mai coperto questo importo.
Tenendo poi conto del contributo netto al Quadro settennale 2021-2027, il passivo italiano nei confronti dell’Unione sarebbe lievitato a 49,2 miliardi di euro. E comunque, niente sarebbe cambiato anche se i loan a favore dell’Italia fossero arrivati a 90,9 miliardi, secondo le diverse stime tweettate dal Commissario europeo Paolo Gentiloni.
A Bruxelles, la Cancelliera Merkel ha smontato il progetto della von der Leyen, riportando le lancette all’indietro. “Sosteniamo la dote da 500 miliardi per tutta l’Europa”, ha affermato, intendendo soprattutto che si dovrà trattare solo di grant. Niente loan: per i debiti, si dovrà far ricorso al Mes.
Ha prevalso la linea dei Paesi frugali: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, la testuggine politica usata dalla Germania per contrastare le velleità di spesa dei Paesi mediterranei. Insieme a Gran Bretagna ed Irlanda, anche Danimarca, Olanda e Svezia hanno ampiamente risparmiato sui versamenti al bilancio europeo nel settennio 2014-2020 tutelandosi con i rebates: sono davvero frugali, ma con i soldi degli altri. Anche con quelli dell’Italia, che infatti contribuisce all’Unione in misura più che proporzionale rispetto al suo pil.
Le ambizioni della Presidente von der Leyen escono fortemente ridimensionate dalla Cancelliera Merkel, che ha ricondotto il Recovery Fund alla dimensione ed alla configurazione iniziale: non solo si torna alla dotazione di 500 miliardi di euro, ma il bilancio dell’Unione non andrà gravato in alcun modo da prestiti contratti sul mercato.
La procedura di anticipazione della provvista per erogare i loan, che era stata ipotizzata nel Next Generation Ue con il loro rimborso da parte degli Stati beneficiari solo a partire dal 2028, era troppo pericolosa. Non solo derogava alla prescrizione del TFUE, secondo cui il bilancio della Unione è “in pareggio”, ma depotenziava il ruolo del Mes, fiore all’occhiello della strategia tedesca volta a condizionare severamente qualsiasi sostegno finanziario concesso dall’Unione agli Stati.
L’articolo 136, comma 3, del Trattato, appositamente introdotto nel 2010, prevede infatti che: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.
Diversamente dai prestiti concessi dal Mes, che nella revisione non ancora approvata del proprio Statuto prevede verifiche puntuali della sostenibilità dei debiti per i Paesi che non rispettano i parametri del Fiscal Compact e quindi una loro eventuale ristrutturazione preliminare, i loan erogati attraverso il meccanismo previsto dal Next Generation UE non sarebbero stati assistiti da una altrettanto rigorosa condizionalità.
La von der Leyen, assai ingenuamente, stava mettendo fuori uso lo schiacciasassi che la Germania ha costruito con tanta cura in questi anni, non solo per smarcarsi dalla ingombrante presenza americana nel Fmi, membro della Troika con la Commissione e la Bce, quanto per mettere direttamente sotto tutela i Paesi dell’Eurozona che non riescono a finanziarsi sul mercato.
Per l’Europa non c’è dunque nessun “Hamilton moment”: non solo non c’è in vista nessun debito comune, ferma rimanendo come negli Usa la assoluta responsabilità di ciascuno Stato per il proprio, ma non c’è neppure una svolta “rooseveltiana” nel senso che l’Unione provvederebbe con propri interventi diretti in luogo dei singoli Stati.
Si conferma invece il meccanismo tradizionale che si fonda su una contribuzione al bilancio dell’Unione tendenzialmente proporzionale rispetto al pil, ovvero al comportamento concreto di ciascuno Stato membro (ad esempio, la plastic tax si baserebbe sulla quantità di prodotto non riciclato), e dall’altra su una distribuzione delle risorse legata a programmi “a gara” o che riflettono situazione oggettive, soprattutto di svantaggio economico e sociale.
Tot paghiamo, meno riceviamo: essendo già contributrice netta al bilancio europeo, e rimanendo tale anche nel prossimo settennio, all’Italia non serve un programma che peggiora ulteriormente il suo saldo finanziario nei confronti dell’Unione. Anche i prestiti previsti dalla Next Generation Ue sarebbero stati costosissimi per via del pesante squilibrio previsto tra i contributi comunque versati e le erogazioni ricevute a fondo perduto.
Comunque vada, anche nel caso di un programma ridotto a 500 miliardi di euro, dovremo contribuire al Fondo proporzionalmente al nostro pil. E se pure ci fosse nella distribuzione delle erogazioni una speciale considerazione per la maggior gravità della epidemia che ha colpito l’Italia, la complessità delle procedure europee rallenterebbe le spese in modo estenuante.
Senza contare che questi grant saranno condizionati alla adozione di riforme strutturali, come avviene con i prestiti del Mes: questo è ciò che chiedono i Paesi frugali.
Per l’Italia significa mettersi il cappio al collo da sola: pagheremmo per farci condizionare.
Fonte
Cuore della discussione continentale è il Recovery Fund, ossia il fondo straordinario “per la ricostruzione” da aggiungere al normale bilancio europeo. 500 miliardi, come nella proposta iniziale di Merkel e Macron, e non 750 come poi proposto dalla Commissione guidata da Von der Leyen. Tanto per far capire chi è che comanda (nonostante anche la presidente della Commissione sia tedesca, ma con una composizione ovviamente più “pluralista”).
500 miliardi di “trasferimenti a fondo perduto”, vincolati a investimenti per effettuare precise “riforme strutturali” che l’Unione Europea pretende da ogni Paese non le abbia ancora compiute o completate. I dettagli non sono ancora stati resi noti, ci si è limitati ad evocare “svolte green”, rivoluzioni digitali, ecc. Ma sono più che intuibili...
Per esempio, l’incontro tra Giuseppe Conte e il suo omologo olandese Mark Rutte ha provveduto a sgomberare il campo da ogni equivoco, visto che il boero ha consigliato all’”avvocato del popolo” di eliminare “quota 100”. Una battuta informale, certo – “quota 100” vale pochissimo, in termini di bilancio, e comunque doveva scadere nel 2021 – ma che indica con nettezza la direzione da prendere: i Paesi con alto debito pubblico, quelli euromediterranei, insomma, devono tagliare ancora di più la spesa sociale, a cominciare da quella pensionistica.
Per essere ancora più esplicito, il boero si è ripetuto stamattina anche nell’incontro con il pari grado spagnolo Pedro Sanchez, oggi in visita all’Aja: “non sarà facile” raggiungere un accordo per il fondo europeo di ricostruzione post-pandemia. Dunque Rutte ha invitato Sanchez “a cercare una soluzione interna alla Spagna“. Non sappiamo come si dica “cazzi vostri”, in quella lingua, ma certo non lo si può accusare di ostilità verso la sola Italia...
Ma come, non eravamo qui per discutere dei “miliardi che devono arrivare dall’Europa per la ricostruzione”?
Ancora con queste favole per bambini ipodotati... La prima cosa da capire è che “l’Europa” non ha un solo euro, di suo. Tutto quello che le arriva, viene dai singoli Stati. I quali versano soldi cash oppure forniscono “garanzie” di contribuire alle spese comunitarie con il criterio della percentuale rispetto al Pil. Mentre i “fondi europei”, così costituiti, trasferiscono quei soldi ai vari Paesi secondo criteri dipendenti dalle “politiche europee”. Per esempio, dalla caduta del Muro in poi, i Paesi dell’ex Patto di Varsavia o ex sovietici, ricevono più di quanto versano per “aiutare il loro sviluppo”. Con una mano si dà, con l’altra si prende, con qualche piccola differenza.
L’Italia, in questo gioco di versamenti e ritorni sotto forma di “fondi europei”, è da sempre contributore netto. Ossia versa all’Unione Europea più di quanto poi riceva.
Bene, dirà il lettore depistato da Repubblica e via elencando, ma “questa volta avverrà il contrario!”
No. Nemmeno per sogno, o meglio, per incubo (da virus).
Tutto dovrà andare come sempre, più duramente di sempre. Per capirlo, naturalmente, non ci si può basare sulle “dichiarazioni” dei politici. Quelli “europeisti” dicono che “finalmente l’Europa mutualizza il debito e aiuta i Paesi in difficoltà”; oppure – sul ricorso al Mes – giurano che “possiamo prendere 37 miliardi senza condizionalità”. I nazionalisti alla Salvini e Meloni dicono che è una “fregatura”, ma non spiegano il perché (è un po’ complicato capire il meccanismo, e può darsi lo sia troppo, per loro...), tantomeno indicano una via per superare l’impasse che non sia una sciocchezza buttata lì.
Per capire tocca fare i conti, guardare i numeri e fare le quattro operazioni fondamentali che si imparano ai primi anni delle elementari.
Ci aiutiamo ancora una volta con l’analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza sabato, così nessuno potrà dire che “facciamo solo ideologia”.
Primo numero: il bilancio dell’Unione Europea, relativo al settennato 2021-2027, è di 1.279 miliardi di euro, pari all’1,11% del Reddito nazionale lordo dell’Unione, da ripartire in proporzione tra i 27 Stati membri. Ma quei soldi finanziano in pratica le “spese correnti” della Ue (commissari, funzionari, staff, strutture, ecc.) e i “progetti” o “linee di investimento” già approvate o in corso.
Dunque non è da lì che arriverà qualcosa, anzi non è stato ancora risolto il problema di come riempire il “buco” aperto dalla Brexit (13 miliardi l’anno, per complessivi 91 miliardi).
Il fatto brutale che il Recovery Fund sarà di soli 500 miliardi, anziché di 750, smonta in un attimo tutta la fantasiosa macchina narrativa secondo cui all’Italia sarebbero arrivati 153 miliardi (il 20,4% del totale) rispetto a 96,3 miliardi di contributi (il 12,8% del totale), con un incasso netto di 56,7 miliardi.
Secondo quella proposta – che non è più sul tavolo, ripetiamo – i “contributi a fondo perduto” (grant) sarebbero stati pari a 81,8 miliardi, mentre i prestiti (loan) a 71,2.
Gaudio, tripudio, manna dal cielo? No, perché il contributo italiano a quel fondo ormai morto sarebbe stato di 96,3 miliardi, ossia 14,5 in più di quanto sarebbe stato ricevuto come grant. Dove sarebbe stato il guadagno, non si può proprio capire...
In più, ci sarebbero stati i 71,2 miliardi di normali prestiti, ovviamente da restituire con interessi (quasi zero, com’è oggi sul mercato), che comunque andavano ad aumentare il debito pubblico e quindi a peggiorare le cicliche “verifiche” della Ue (in base alle quali scattano, oppure no, prescrizioni, sanzioni, “sorveglianze rafforzate”, ecc).
Se guardate i giornali o ascoltate i talk show, noterete che “gli europeisti” continuano a cianciare di quei 153 miliardi stracciati dalla Merkel, come se fossero cosa quasi fatta, invece che s-fatta...
Verrebbe quasi la tentazione di tirare un sospiro di sollievo per il fatto che il Next Generation EU della Commissione non esiste più.
Trattenetevi.
Il “piano Merkel” è naturalmente assai più rigido, drastico, sparagnino.
Citiamo direttamente Salerno Aletta:
“’Sosteniamo la dote da 500 miliardi per tutta l’Europa’, ha affermato [Merkel], intendendo soprattutto che si dovrà trattare di solo grant. Niente loan: per i debiti, si dovrà far ricorso al Mes.
Ha prevalso la linea dei Paesi frugali: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, la testuggine politica usata dalla Germania per contrastare le velleità di spesa dei Paesi mediterranei. Insieme a Gran Bretagna ed Irlanda, anche Danimarca, Olanda e Svezia hanno ampiamente risparmiato sui versamenti al bilancio europeo nel settennio 2014-2020 tutelandosi con i rebates: sono davvero frugali, ma con i soldi degli altri. Anche con quelli dell’Italia, che infatti contribuisce all’Unione in misura più che proporzionale rispetto al suo pil.”
Non dovrebbe servire traduzione, ma cerchiamo comunque di “agevolare” il lettore non abituato al linguaggio economico. I 500 miliardi saranno messi insieme con lo stesso meccanismo di ripartizione adottato per qualsiasi fondo europeo (contributi degli Stati, proporzionali al Pil), e saranno redistribuiti “a fondo perduto” con l’identica logica (vincolati a “riforme strutturali” per cui vanno presentati al più presto “piani nazionali” che dovranno essere esaminati e, se approvati, finanziati).
Il “guadagno”, per l’Italia, starebbe solo nel fatto che – essendo il “piano Merkel” più povero – bisognerebbe contribuire con una cifra minore per ricevere comunque un qualcosa di più modesto, e dunque con uno scarto tra dare e avere minore di quanto previsto nel piano della Commissione per cui abbiamo dato i numeri.
La parte peggiore arriva infatti dal lato prestiti: “ricorrete al Mes”. Ossia al fondo che ha distrutto la Grecia facendo scendere in campo la Troika (Ue, Bce, Fmi) e devastando la società greca.
Gli “europeisti” assicurano: “ma stavolta non ci sono condizionalità, tranne quella di spendere quei soldi per la spesa sanitaria!”.
Vero e falso, ma soprattutto molto falso.
Di vero c’è pochissimo, ossia il fatto che la ferree “condizionalità” previste dal Mes (che è stato istituito con un trattato apposito) sono momentaneamente sospese. Non cancellate. Né avrebbero potuto esserlo senza rivedere totalmente il trattato relativo.
Lo stesso megadirettore galattico del Mes – Klaus Regling, uno degli architetti dell’euro – aveva già provveduto a precisare, un paio di mesi fa, che “La Commissione Europea chiarirà monitoraggio e sorveglianza in accordo con le regole del Two Pack”.
E qui tocca aprire una breve parentesi per ricordare che il sistema dei trattati che regolano e reggono l’Unione Europea è per l’appunto un sistema. Ossia un insieme di “contratti” tutti logicamente e contenutisticamente correlati. La sospensione temporanea di una regola – per motivi contingenti o straordinari, come la pandemia – non abolisce di per sé “le regole”. Altrimenti si dovrebbe scriverne di nuove.
Il Two Pack richiamato da Regling, non a caso, disciplina insieme al trattato Six Pack (i nomi non significano niente, di modo che nessuno possa intuire cosa c’è dentro) tutta la complessa procedura di redazione della “legge di stabilità” di ogni singolo Stato dell’Unione Europea. Una procedura che da aprile ad ottobre – il “semestre europeo” – vede ogni governo stilare il modo in cui troverà risorse e per cosa le spenderà l’anno successivo; ad ogni tappa dell’elaborazione (ne sono previste diverse) dovrà sottostare all’approvazione della Commissione. Quei 37 miliardi in meno di spesa sanitaria italiana, per esempio, in appena dieci anni, sono maturati in questo modo. E casualmente corrispondono quasi al centesimo ai fondi in prestito che si potrebbero chiedere al Mes.
Non entreremo di più nei dettagli, rimandandovi per questo all’analisi di Salerno Aletta, più che esauriente sia nei numeri sia nell’individuazione della “razionalità strategica” della politica tedesca.
Sull’uso dei fondi del Mes, del resto, è stato già lapidario il ministro dell’economia Gualtieri, che ha spiegato come eventualmente quei 37 miliardi verrebbero usati “per pagare le fatture emesse durante la pandemia, non per effettuare nuova spesa sanitaria”. Ossia non per rimettere in sesto il servizio sanitario pubblico e renderlo più pronto ad inevitabili nuovi shock.
Ci basta qui, per chiudere, rispondere a quanti, come contabili di condominio, raccontano che “chiedere i fondi del Mes ci costa meno di interessi rispetto a quanto spenderemmo finanziandoci sui mercati emettendo titoli di stato”.
È vero. Con un piccolo particolare che fa una grande differenza. Sui mercati ti chiedono di pagare un interesse “attraente”, ma resti in qualche modo padrone delle scelte da fare su come spendere quei soldi (stendiamo un velo pietoso sull’attuale classe dirigente italiana, tutta, e immaginiamo una condizione “ideale”).
Dal Mes pretendono di avere le chiavi della tua cassa, poi decidono loro cosa fare...
*****
Il vero obbiettivo della Merkel sul Recovery Fund
Guido Salerno Aletta * – Milano Finanza
Prima i numeri. Senza i numeri è vano dar conto del Recovery Fund e di quanto è accaduto nel corso della settimana: dal discorso inaugurale del semestre di presidenza europea della Cancelliera Angela Merkel, secondo cui “c’è un nuovo inizio che richiede di essere particolarmente responsabili per preservare e proteggere l’Europa in modo che possa svolgere in modo sovrano il ruolo che le spetta nel mondo”, ai colloqui madrileni tra il presidente Conte ed il suo omologo sagnolo Sanchez, convenendo sulla necessità di accelerarne al massimo l’approvazione.
Bisogna fare in fretta, come sempre, anche se non sembrano affatto chiare le reali conseguenze economiche per l’Italia. Se ne parla senza mettere i numeri.
Affossando per l’ennesima volta la prospettiva di una mutualizzazione dei debiti degli Stati membri dell’Unione, che stavolta considerava quelli necessari per fronteggiare le conseguenze economiche e sociali dell’emergenza sanitaria denominandoli Emergency Bond, Pandemic Bond ovvero Recovery Bond, la prima proposta alternativa è stata avanzata insieme da Francia e Germania, prevedendo di istituire nel periodo 2021-2027 un “Recovery Fund” di 500 miliardi di euro: un programma straordinario, quindi una tantum, aggiuntivo rispetto alle iniziative già previste nel Quadro finanziario pluriennale della Unione riferito al medesimo periodo.
Il predetto Quadro finanziario, che ancora non è stato approvato secondo la procedura che richiede la unanimità dei 27 Paesi aderenti, prevede stanziamenti complessivi per 1.279 miliardi di euro a prezzi correnti, che equivalgono ad un contributo pari al 1,11% del Reddito nazionale lordo dell’Unione, da ripartire tra i 27 Stati membri.
Nella ripartizione occorre ancora risolvere la questione della mancata partecipazione della Gran Bretagna al bilancio dell’Unione, che pesa all’incirca per 13 miliardi li euro l’anno: mancano entrate per 91 miliardi di euro, pari al 7% del totale. Qualcuno se ne dovrà far carico, se non si vuole tagliare di altrettanto gli impegni di spesa.
Nel conto del dare e dell’avere con l’Unione, l’Italia è da decenni contributrice netta: nel settennio 2012-2018 ha versato 34,7 miliardi di euro più di quanto non abbia ricevuto beneficiando dei programmi di spesa. Tralasciando la questione dei mancati contributi della Gran Bretagna, è presumibile che anche nel settennio 2021-2027 l’Italia rimarrà contributrice per una cifra analoga.
Per dimostrare di essere in grado di affrontare una situazione economica mai così grave, la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha battuto un colpo, proponendo di elevare la dotazione proposta da Francia e Germania portandola a 750 miliardi di euro, aggiungendo 250 miliardi di prestiti (loan) da erogare agli Stati in difficoltà. Di conseguenza, mentre la copertura dei complessivi 750 miliardi di spesa veniva ripartita tra i 27 Paesi della Unione secondo la consueta chiave di contribuzione basata sul rispettivo pil, la allocazione delle erogazioni avrebbe tenuto conto di una serie di parametri (allocation keys), differenziando i Paesi in tre categorie, a seconda che avessero un basso ovvero un alto debito pro capite, oppure un alto reddito pro capite.
L’Italia, rientrando nella seconda di queste categorie, avrebbe ricevuto risorse per 153 miliardi (il 20,4% del totale) rispetto a 96,3 miliardi di contributi (il 12,8% del totale, commisurato al pil), con un incasso netto a suo favore di 56,7 miliardi pari al 3,2% del pil. Quest’ultimo importo avrebbe rappresentato il beneficio della solidarietà europea.
La ripartizione tra grant e loan sarebbe stata di 81,8 miliardi per i primi e di 71,2 miliardi per i secondi. Il saldo tra i contributi (96,3 miliardi) e le erogazioni a fondo perduto (81,8 miliardi) sarebbe stato dunque negativo per 14,5 miliardi: un contributo, questo sì a fondo perduto pagato dall’Italia.
Un costo enorme per ottenere 71,2 miliardi di loan: nessun differenziale di interessi, infatti, tra i più alti tassi richiesti dal mercato e le migliori condizioni che sarebbero state offerte dalla Unione, avrebbe mai coperto questo importo.
Tenendo poi conto del contributo netto al Quadro settennale 2021-2027, il passivo italiano nei confronti dell’Unione sarebbe lievitato a 49,2 miliardi di euro. E comunque, niente sarebbe cambiato anche se i loan a favore dell’Italia fossero arrivati a 90,9 miliardi, secondo le diverse stime tweettate dal Commissario europeo Paolo Gentiloni.
A Bruxelles, la Cancelliera Merkel ha smontato il progetto della von der Leyen, riportando le lancette all’indietro. “Sosteniamo la dote da 500 miliardi per tutta l’Europa”, ha affermato, intendendo soprattutto che si dovrà trattare solo di grant. Niente loan: per i debiti, si dovrà far ricorso al Mes.
Ha prevalso la linea dei Paesi frugali: Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, la testuggine politica usata dalla Germania per contrastare le velleità di spesa dei Paesi mediterranei. Insieme a Gran Bretagna ed Irlanda, anche Danimarca, Olanda e Svezia hanno ampiamente risparmiato sui versamenti al bilancio europeo nel settennio 2014-2020 tutelandosi con i rebates: sono davvero frugali, ma con i soldi degli altri. Anche con quelli dell’Italia, che infatti contribuisce all’Unione in misura più che proporzionale rispetto al suo pil.
Le ambizioni della Presidente von der Leyen escono fortemente ridimensionate dalla Cancelliera Merkel, che ha ricondotto il Recovery Fund alla dimensione ed alla configurazione iniziale: non solo si torna alla dotazione di 500 miliardi di euro, ma il bilancio dell’Unione non andrà gravato in alcun modo da prestiti contratti sul mercato.
La procedura di anticipazione della provvista per erogare i loan, che era stata ipotizzata nel Next Generation Ue con il loro rimborso da parte degli Stati beneficiari solo a partire dal 2028, era troppo pericolosa. Non solo derogava alla prescrizione del TFUE, secondo cui il bilancio della Unione è “in pareggio”, ma depotenziava il ruolo del Mes, fiore all’occhiello della strategia tedesca volta a condizionare severamente qualsiasi sostegno finanziario concesso dall’Unione agli Stati.
L’articolo 136, comma 3, del Trattato, appositamente introdotto nel 2010, prevede infatti che: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un meccanismo di stabilità da attivare ove indispensabile per salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo insieme. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.
Diversamente dai prestiti concessi dal Mes, che nella revisione non ancora approvata del proprio Statuto prevede verifiche puntuali della sostenibilità dei debiti per i Paesi che non rispettano i parametri del Fiscal Compact e quindi una loro eventuale ristrutturazione preliminare, i loan erogati attraverso il meccanismo previsto dal Next Generation UE non sarebbero stati assistiti da una altrettanto rigorosa condizionalità.
La von der Leyen, assai ingenuamente, stava mettendo fuori uso lo schiacciasassi che la Germania ha costruito con tanta cura in questi anni, non solo per smarcarsi dalla ingombrante presenza americana nel Fmi, membro della Troika con la Commissione e la Bce, quanto per mettere direttamente sotto tutela i Paesi dell’Eurozona che non riescono a finanziarsi sul mercato.
Per l’Europa non c’è dunque nessun “Hamilton moment”: non solo non c’è in vista nessun debito comune, ferma rimanendo come negli Usa la assoluta responsabilità di ciascuno Stato per il proprio, ma non c’è neppure una svolta “rooseveltiana” nel senso che l’Unione provvederebbe con propri interventi diretti in luogo dei singoli Stati.
Si conferma invece il meccanismo tradizionale che si fonda su una contribuzione al bilancio dell’Unione tendenzialmente proporzionale rispetto al pil, ovvero al comportamento concreto di ciascuno Stato membro (ad esempio, la plastic tax si baserebbe sulla quantità di prodotto non riciclato), e dall’altra su una distribuzione delle risorse legata a programmi “a gara” o che riflettono situazione oggettive, soprattutto di svantaggio economico e sociale.
Tot paghiamo, meno riceviamo: essendo già contributrice netta al bilancio europeo, e rimanendo tale anche nel prossimo settennio, all’Italia non serve un programma che peggiora ulteriormente il suo saldo finanziario nei confronti dell’Unione. Anche i prestiti previsti dalla Next Generation Ue sarebbero stati costosissimi per via del pesante squilibrio previsto tra i contributi comunque versati e le erogazioni ricevute a fondo perduto.
Comunque vada, anche nel caso di un programma ridotto a 500 miliardi di euro, dovremo contribuire al Fondo proporzionalmente al nostro pil. E se pure ci fosse nella distribuzione delle erogazioni una speciale considerazione per la maggior gravità della epidemia che ha colpito l’Italia, la complessità delle procedure europee rallenterebbe le spese in modo estenuante.
Senza contare che questi grant saranno condizionati alla adozione di riforme strutturali, come avviene con i prestiti del Mes: questo è ciò che chiedono i Paesi frugali.
Per l’Italia significa mettersi il cappio al collo da sola: pagheremmo per farci condizionare.
Fonte
10/06/2020
Gli Usa riducono le truppe in Germania. Per spostarle in Polonia
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ordinato il 5 giugno al Pentagono di ridurre di 9.500 unità entro settembre la presenza dei soldati statunitensi in Germania.
La riduzione riguarderebbe un terzo dei 34.500 militari americani stanziati in Germania dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che scenderebbero così a circa 25mila. Ma il dato più inquietante di quella che potrebbe sembrare una buona notizia, è che i soldati statunitensi ritirati dalla Germania verrebbero spostati in Polonia, cioè ancora più a ridosso del confine con la Russia.
Secondo il sito AnalisiDifesa.it Washington rimprovera alla Germania di non aver condannato duramente le responsabilità cinesi nella diffusione del Coronavirus, di non dedicare una quota sufficiente del suo Pil alle spese militari. Occorre ricordare che nel 2017 gli Stati Uniti avevano richiesto che il governo tedesco pagasse i costi del mantenimento delle truppe statunitensi in Germania.
Sembra che l’annuncio di Trump sia arrivato anche come irritata reazione alla mancata partecipazione di Angela Merkel al G7 convocato in fretta e furia negli USA da una amministrazione in forte debito d’ossigeno.
Il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato le reazioni di diversi esponenti politici tedeschi, alle indiscrezioni secondo cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe ridurre gli effettivi delle Forze armate statunitensi del paese di stanza in Germania.
Le reazioni a questa ipotesi sono state assai diversificate. Da quelli che temono l’allentamento delle storiche relazioni con gli Usa all’interno della Nato, a chi considera questa una opportunità/necessità per accelerare sul piano di una Difesa e di un esercito europeo.
Nella CDU c’è chi, come il responsabile della politica estera Juergen Hardt, ritiene che “Trump è una spina nel fianco del lento aumento delle spese per la difesa” da parte della Germania e del progetto del gasdotto Nord Stream 2, che collegherà il paese alla Russia attraverso il Mar Baltico. Gli Usa hanno già approvato sanzioni contro l’infrastruttura e si apprestano a votare provvedimenti analoghi. Non solo. Per Hardt “Il problema è che Trump sta ostacolando l’Alleanza atlantica e gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti”.
Diversamente, secondo Norbert Roettgen, presidente della commissione esteri del Bundestag e candidato alla presidenza della CDU “i militari degli Stati Uniti sono i benvenuti in Germania” e la cooperazione tra i due paesi “sta andando bene”, ma se gli Usa si ritirassero dalla Germania, si presenta una opportunità per “incorporare la politica di sicurezza tedesca in un contesto europeo”, mossa “urgente e ragionevole” data “l’attuale politica degli Stati Uniti”.
Più ambigua e più “tecnica“ invece è la posizione del capogruppo della Spd al Bundestag, Rolf Muetzenich, secondo il quale se le truppe degli Usa lasciassero la Germania si avrebbe “una svolta che metterebbe a repentaglio il buon funzionamento di numerose strutture” delle forze armate statunitensi in territorio tedesco.
Per il deputato e responsabile esteri dei Verdi Omid Nouripour, “lo stile del ricatto di Trump è soprattutto imbarazzante per gli Stati Uniti e quindi non richiede alcuna reazione speciale dalla Germania”. Il deputato dei Verdi ha definito come “altrettanto preoccupante” il fatto che gli Stati Uniti non abbiano comunicato alla Nato l’intenzione di ridispiegare “in Europa orientale” le proprie forze ora in Germania.
Fonte
La riduzione riguarderebbe un terzo dei 34.500 militari americani stanziati in Germania dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, che scenderebbero così a circa 25mila. Ma il dato più inquietante di quella che potrebbe sembrare una buona notizia, è che i soldati statunitensi ritirati dalla Germania verrebbero spostati in Polonia, cioè ancora più a ridosso del confine con la Russia.
Secondo il sito AnalisiDifesa.it Washington rimprovera alla Germania di non aver condannato duramente le responsabilità cinesi nella diffusione del Coronavirus, di non dedicare una quota sufficiente del suo Pil alle spese militari. Occorre ricordare che nel 2017 gli Stati Uniti avevano richiesto che il governo tedesco pagasse i costi del mantenimento delle truppe statunitensi in Germania.
Sembra che l’annuncio di Trump sia arrivato anche come irritata reazione alla mancata partecipazione di Angela Merkel al G7 convocato in fretta e furia negli USA da una amministrazione in forte debito d’ossigeno.
Il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato le reazioni di diversi esponenti politici tedeschi, alle indiscrezioni secondo cui il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe ridurre gli effettivi delle Forze armate statunitensi del paese di stanza in Germania.
Le reazioni a questa ipotesi sono state assai diversificate. Da quelli che temono l’allentamento delle storiche relazioni con gli Usa all’interno della Nato, a chi considera questa una opportunità/necessità per accelerare sul piano di una Difesa e di un esercito europeo.
Nella CDU c’è chi, come il responsabile della politica estera Juergen Hardt, ritiene che “Trump è una spina nel fianco del lento aumento delle spese per la difesa” da parte della Germania e del progetto del gasdotto Nord Stream 2, che collegherà il paese alla Russia attraverso il Mar Baltico. Gli Usa hanno già approvato sanzioni contro l’infrastruttura e si apprestano a votare provvedimenti analoghi. Non solo. Per Hardt “Il problema è che Trump sta ostacolando l’Alleanza atlantica e gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti”.
Diversamente, secondo Norbert Roettgen, presidente della commissione esteri del Bundestag e candidato alla presidenza della CDU “i militari degli Stati Uniti sono i benvenuti in Germania” e la cooperazione tra i due paesi “sta andando bene”, ma se gli Usa si ritirassero dalla Germania, si presenta una opportunità per “incorporare la politica di sicurezza tedesca in un contesto europeo”, mossa “urgente e ragionevole” data “l’attuale politica degli Stati Uniti”.
Più ambigua e più “tecnica“ invece è la posizione del capogruppo della Spd al Bundestag, Rolf Muetzenich, secondo il quale se le truppe degli Usa lasciassero la Germania si avrebbe “una svolta che metterebbe a repentaglio il buon funzionamento di numerose strutture” delle forze armate statunitensi in territorio tedesco.
Per il deputato e responsabile esteri dei Verdi Omid Nouripour, “lo stile del ricatto di Trump è soprattutto imbarazzante per gli Stati Uniti e quindi non richiede alcuna reazione speciale dalla Germania”. Il deputato dei Verdi ha definito come “altrettanto preoccupante” il fatto che gli Stati Uniti non abbiano comunicato alla Nato l’intenzione di ridispiegare “in Europa orientale” le proprie forze ora in Germania.
Fonte
15/03/2020
Germania - La pandemia mette a nudo le fragilità del sistema tedesco
Venerdì 13 marzo il totale delle persone contagiate da Covid-19 in Germania erano 2369 secondo le statistiche ufficiali fornite dall’Istituto Robert Koch.
Il sito dell’Istituto (www.rki.de) è la fonte ufficiale su tutto ciò che riguarda all’attuale emergenza sanitaria, insieme al Bundesministerium für Gesundheit, il Ministero della salute federale.
Questi dati precedentemente inseriti “manualmente” attraverso le segnalazioni fatte dagli ospedali e dalle autorità federali, ora vengono determinati digitalmente tramite le segnalazioni che le autorità federali ricevono dalle istituzioni sanitarie locali. Il bollettino medico viene aggiornato ogni giorno in prima serata. Tre sono le zone di maggior contagi.
La Renania Settentrionale – Vestfalia, che è la zona più popolata della Germania in cui vive quasi un quarto della popolazione tedesca e che confina con Belgio ed Olanda, con 688 casi. In questa regione si sono avuti i primi due decessi come riporta “Le Monde” il 10 marzo causati da Covid-19, una donna di 89 anni che aveva contratto il virus sei giorni prima, ed un uomo di 78. In questo Land vi è la prima e l’unica parte di territorio messa in quarantena, Heinsberg, una misura che riguarda 400 abitanti del primo “focolaio” accertato della malattia.
La Baviera a Sud che confina con l’Austria e la Repubblica Ceca, 500 casi.
Il Baden-Württemberg che confina con la Francia e la Svizzera con 454 casi.
La Germania ha iniziato a registrare i casi relativamente tardi a fine febbraio, periodo in cui molti suoi abitanti facevano ritorno da importanti zone di contagio come l’Italia e la Francia per la fine del corrispettivo della nostra “settimana bianca”.
Negli ultimi giorni l’aumento dei casi registrati è stato “esponenziale”, più 802 quelli registrati nell’ultimo bollettino che abbiamo qui considerato e 271 in più il giorno prima.
La prima dichiarazione pubblica rispetto all’emergenza sanitaria della premier Angela Merkel risale all’11 marzo, insieme al Ministro della Salute Federale, nonché direttore dell’Istituto Robert Koch, Jens Spahn, di cui abbondanti stralci sono stati riportati dal quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.
Da quanto riporta la “FAZ”, Merkel ha parlato schiettamente della possibilità del contagio che potrebbe colpire il 60-70% della popolazione, ha espressamente detto che non esiste né vaccino né terapia, che non sono da escludere dei casi gravi e l’innalzamento della mortalità.
Ha altresì affermato sostanzialmente che verrà messa in discussone la politica di rigore per ciò che riguarda il Paese ed il Patto di stabilità per quanto concerne l’UE, ed ha affermato che non verranno chiuse le frontiere.
In realtà vengono da qualche giorno fermati sistematicamente i “transfrontalieri” che tornano in Germania dalla Francia a cui viene domandato se abbiano febbre o si sentano male, mentre le aziende tedesche hanno di fatto “imposto” ai propri dipendenti che abitano in Francia di stare a casa, assicurandogli il regolare pagamento dello stipendio, e la stessa cosa succede al contrario.
La Repubblica Ceca ha varato giovedì lo “stato d’urgenza” di 30 giorni, chiudendo tra l’altro i confini con Germania ed Austria, rimangono solo 11 punti di attraversamento della frontiera altamente sorvegliati.
È notizia di venerdì che l’Austria ha chiuso le sue frontiere.
All’inizio della settimana erano 1139 i casi rilevati in Germania, di cui quasi la metà – 484 – nella sola Renania Settentrionale.
Frank Ulrich Montgomery aveva usato toni rassicuranti lunedì affermando: «il sistema sanitario tedesco è perfettamente preparato (...) noi ce la caveremo».
Un ottimismo che fa a pugni con quanto si può leggere “sottotraccia” nelle raccomandazioni dell’Istituto Koch e da una minima decostruzione dei dati sulla capacità del sistema sanitario tedesco.
Bisogna ricordare che la Germania è uno Stato Federale che può dare alcune “raccomandazioni” a livello centrale, ma in cui spetta ai singoli Stati federali ed ai comuni la presa di decisioni che vanno ad incidere sulla vita quotidiana: dalla limitazione degli assembramenti alla chiusura delle scuole od altro.
Fino ad ora non è stato preso alcun provvedimento realmente restrittivo tendente al contenimento della diffusione virale.
Questo venerdì la premier aveva annunciato che avrebbe reso pubbliche alcune misure di aiuto per affrontare la situazione.
Due sono i criteri generali, di cui uno fissato costituzionalmente, che regolano le scelte di politica economica, il primo è il cosiddetto “freno al debito” (Schuldenbremse in tedesco) che impedisce l’indebitamento federale oltre il 0,35% del PIL.
Questa soglia può essere superata in tre casi: crisi, catastrofe naturale e “situazioni di urgenza straordinaria”. E la Pandemia rientra in questa casistica.
La seconda regola “non scritta” è il cosiddetto Schwarze Null (letteralmente “zero nero”), adottato dal 2014, che è la politica di pareggio di bilancio, od il suo surplus, dopo 44 anni.
Si tratta in questo caso di una scelta puramente politica, che non ha nessuna gabbia legislativa che ne obbliga l’attuazione.
Una economia già stagnante e fortemente votata all’export, e con un sistema bancario sull’orlo del collasso non potrà che risentire in maniera consistente delle conseguenze economiche della pandemia, anche in considerazione della progressiva chiusura delle frontiere e delle limitazioni al trasporto aereo.
Intanto le misure prefigurate sono un aiuto statale alle imprese in difficoltà la facilitazione del ricorso alla disoccupazione parziale.
Andiamo ora a vedere più nel dettaglio le disposizione prese fino ad ora e come si sta riorganizzando il sistema sanitario tedesco.
Rispetto al test, l’assicurazione sanitaria lo paga dal 28 febbraio, e la Germania dovrebbe disporre di una rete laboratoriale in grado di poterlo effettuare con relativa efficienza.
In primis secondo le indicazioni ufficiali: solo i pazienti sintomatici devono essere testati, ed un medico deve effettuare una diagnosi che ne certifichi la necessità.
Nel formulare tale richiesta viene consigliato ai medici di far si che l’indicazione per il test sia documentata in modo tale da poter anche stabilire le priorità in caso di mancanze interne. E quindi probabilmente, la rete dei laboratori rischia di essere insufficiente.
La strada intrapresa è quella dell’auto-confinamento domiciliare e della consulenza medica telefonica: la gamma di consulenza medica per telefono dovrebbe essere ampliata e utilizzata dove possibile.
Le disposizioni date permettono dal 9 marzo di assentarsi per una prima tranche di 7 giorni, rinnovabili per 6 settimane oltre i quali verrà pagato la quota di stipendio spettante per la malattia a chi sta male.
Viene detto espressamente che febbre, mal di gola e problemi respiratori non sono sufficienti ai malati per potere effettuare il test.
È necessario in caso di questi sintomi anche avere avuto contatti con una persona infetta, o essere stati in regioni nel quale il virus è provato esista su vasta scala.
In caso di sintomi lievi e di casi sospetti la degenza domiciliare e quella ambulatoriale dovrebbe essere la strada prediletta.
In sintesi, non è previsto uno screening reale della popolazione che potrebbe avere contratto il virus perché ne manifesta i sintomi, cosa che impedisce la tracciabilità effettiva dell’evoluzione della malattia e ostacola la previsione degli scenari secondo un metodo predittivo soprattutto in questa fase del contagio.
La riorganizzazione ospedaliera dovrebbe prevedere la rigida separazione tra luoghi dove vengono ospedalizzati i casi di Covid-19 e tutto il rimanente dei pazienti, suddividendo lo spazio dedicato ai primi in tre aree, e consigliando il personale medico che risulta sintomatico di rimanere a casa.
Il personale che si occupa dei malati di Covid-19, in questo casi con ogni probabilità quelli che manifestando sintomi gravi, non dovrà avere contatti con l’altro personale medico.
Si fa esplicito riferimento, in caso di mancanza di organico, all’assunzione di personale interinale o a quello andato in pensione, oltre alla canalizzazione di personale medico destinato all’emergenza.
Di fatto, è una ammissione di una carenza di risorse per fare fronte all’attuale emergenza.
Questo approccio non è frutto tanto di una “neutrale” razionalità, ma della ben più realistica considerazione delle mancanze strutturali del sistema sanitario tedesco di fronte a questa emergenza, frutto di politiche bi-partisan che si vorrebbero rimuovere dall’attuale dibattito politico.
Se non si testano le persone, non le si ricovera e si prospetta l’assunzione di interinali e pensionati vuol dire che un modello sanitario derivato da particolare sistema economico è impreparato ad assecondare i bisogni curativi della propria popolazione.
E che questo succeda anche nel primo Paese della UE la dice lunga sul modello che la Germania ad imposto al resto dell’Unione Europea.
È in pieno svolgimento il dibattito sulle reali capacità del sistema sanitario tedesco di fare fronte all’emergenza.
Un articolo di Christian Geinitz sulla “Faz” dal titolo “Bis wann reichen die Krankenhausenbetten?” in sostanza “per quanto tempo avremmo letti d’ospedale a disposizione?” ci aiuta a fare il punto.
Secondo uno studio della “Deutsche Bank Research”: «il 14 maggio la Germania non avrà più letti nelle unità di terapia intensiva e nessun letto d’ospedale ad inizio di giugno».
In Germania ci sono quasi mezzo milioni di posti letto complessivi in quasi 2 mila ospedali – 497.000 su 1942 per la precisione – e circa 80% è occupato. Su 1942 cliniche, 1160 hanno letti di terapia intensiva, cioè circa il 60%.
Il 79% di questi 28.000 posti letto esistenti è occupato, cioè i posti letto usufruibili in terapia intensiva per questa emergenza sarebbero solo 5.600 circa.
Alla luce di questo dato le disposizioni citate precedentemente rivelano tutto il loro significato.
A titolo di paragone, la Gran Bretagna che ha un sistema sanitario nazionale in buona misura privatizzato e ha un quinto degli abitanti in meno rispetto alla Germania, può contare su poco più di 100 mila posti letto, con un tasso d’occupazione del 92%, cioè prossimo alla saturazione.
Di questi posti letto, 4 mila sono dedicati alla terapia intensiva, ma solo un migliaio sarebbero disponibili per l'emergenza determinata da Covid-19.
È sintomatico dell'approccio politico alla questione sanitaria tedesca uno studio dello scorso anno del Bertelsmann Stiftung, che ha suscitato entusiasmo (!) affermava che il numero degli ospedali avrebbe potuto essere più che dimezzato migliorando la qualità delle cure e del personale.
Questo approccio è stato criticato dalla DKG che ribadisce come per due decenni gli Stati Federali non abbiano destinato alcun fondo per il miglioramento del servizio sanitario.
L’Associazione delle municipalità tedesche ha criticato i criteri di pianificazione con un approccio legato solo all’efficienza economica come mostra l’attuale emergenza.
Susanne Johna del sindacato dei medici “Marburg Bund”, ha giustamente affermato che “le cure just-in-time non funzionano”.
Anche la Germania, dunque, sta andando incontro ad uno stress test non da poco per il proprio sistema sanitario, minato da una politica non dissimile a quella perpetrata in altri Paesi dove ha imperato il neo-liberalismo. Allo stesso tempo sarà costretta a fare i conti con misure tardive ed insufficienti del contenimento del contagio, ma come altri Stati risulta più propensa a salvaguardare la logica del profitto.
Per un sistema economico in crisi ed un ceto politico in piene convulsioni, la pandemia potrebbe essere un acceleratore del tramonto dell’ex Paese guida della UE ed un vettore della critica del “modello tedesco” da parte dei suoi stessi cittadini.
Fonte
Il sito dell’Istituto (www.rki.de) è la fonte ufficiale su tutto ciò che riguarda all’attuale emergenza sanitaria, insieme al Bundesministerium für Gesundheit, il Ministero della salute federale.
Questi dati precedentemente inseriti “manualmente” attraverso le segnalazioni fatte dagli ospedali e dalle autorità federali, ora vengono determinati digitalmente tramite le segnalazioni che le autorità federali ricevono dalle istituzioni sanitarie locali. Il bollettino medico viene aggiornato ogni giorno in prima serata. Tre sono le zone di maggior contagi.
La Renania Settentrionale – Vestfalia, che è la zona più popolata della Germania in cui vive quasi un quarto della popolazione tedesca e che confina con Belgio ed Olanda, con 688 casi. In questa regione si sono avuti i primi due decessi come riporta “Le Monde” il 10 marzo causati da Covid-19, una donna di 89 anni che aveva contratto il virus sei giorni prima, ed un uomo di 78. In questo Land vi è la prima e l’unica parte di territorio messa in quarantena, Heinsberg, una misura che riguarda 400 abitanti del primo “focolaio” accertato della malattia.
La Baviera a Sud che confina con l’Austria e la Repubblica Ceca, 500 casi.
Il Baden-Württemberg che confina con la Francia e la Svizzera con 454 casi.
La Germania ha iniziato a registrare i casi relativamente tardi a fine febbraio, periodo in cui molti suoi abitanti facevano ritorno da importanti zone di contagio come l’Italia e la Francia per la fine del corrispettivo della nostra “settimana bianca”.
Negli ultimi giorni l’aumento dei casi registrati è stato “esponenziale”, più 802 quelli registrati nell’ultimo bollettino che abbiamo qui considerato e 271 in più il giorno prima.
La prima dichiarazione pubblica rispetto all’emergenza sanitaria della premier Angela Merkel risale all’11 marzo, insieme al Ministro della Salute Federale, nonché direttore dell’Istituto Robert Koch, Jens Spahn, di cui abbondanti stralci sono stati riportati dal quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”.
Da quanto riporta la “FAZ”, Merkel ha parlato schiettamente della possibilità del contagio che potrebbe colpire il 60-70% della popolazione, ha espressamente detto che non esiste né vaccino né terapia, che non sono da escludere dei casi gravi e l’innalzamento della mortalità.
Ha altresì affermato sostanzialmente che verrà messa in discussone la politica di rigore per ciò che riguarda il Paese ed il Patto di stabilità per quanto concerne l’UE, ed ha affermato che non verranno chiuse le frontiere.
In realtà vengono da qualche giorno fermati sistematicamente i “transfrontalieri” che tornano in Germania dalla Francia a cui viene domandato se abbiano febbre o si sentano male, mentre le aziende tedesche hanno di fatto “imposto” ai propri dipendenti che abitano in Francia di stare a casa, assicurandogli il regolare pagamento dello stipendio, e la stessa cosa succede al contrario.
La Repubblica Ceca ha varato giovedì lo “stato d’urgenza” di 30 giorni, chiudendo tra l’altro i confini con Germania ed Austria, rimangono solo 11 punti di attraversamento della frontiera altamente sorvegliati.
È notizia di venerdì che l’Austria ha chiuso le sue frontiere.
All’inizio della settimana erano 1139 i casi rilevati in Germania, di cui quasi la metà – 484 – nella sola Renania Settentrionale.
Frank Ulrich Montgomery aveva usato toni rassicuranti lunedì affermando: «il sistema sanitario tedesco è perfettamente preparato (...) noi ce la caveremo».
Un ottimismo che fa a pugni con quanto si può leggere “sottotraccia” nelle raccomandazioni dell’Istituto Koch e da una minima decostruzione dei dati sulla capacità del sistema sanitario tedesco.
Bisogna ricordare che la Germania è uno Stato Federale che può dare alcune “raccomandazioni” a livello centrale, ma in cui spetta ai singoli Stati federali ed ai comuni la presa di decisioni che vanno ad incidere sulla vita quotidiana: dalla limitazione degli assembramenti alla chiusura delle scuole od altro.
Fino ad ora non è stato preso alcun provvedimento realmente restrittivo tendente al contenimento della diffusione virale.
Questo venerdì la premier aveva annunciato che avrebbe reso pubbliche alcune misure di aiuto per affrontare la situazione.
Due sono i criteri generali, di cui uno fissato costituzionalmente, che regolano le scelte di politica economica, il primo è il cosiddetto “freno al debito” (Schuldenbremse in tedesco) che impedisce l’indebitamento federale oltre il 0,35% del PIL.
Questa soglia può essere superata in tre casi: crisi, catastrofe naturale e “situazioni di urgenza straordinaria”. E la Pandemia rientra in questa casistica.
La seconda regola “non scritta” è il cosiddetto Schwarze Null (letteralmente “zero nero”), adottato dal 2014, che è la politica di pareggio di bilancio, od il suo surplus, dopo 44 anni.
Si tratta in questo caso di una scelta puramente politica, che non ha nessuna gabbia legislativa che ne obbliga l’attuazione.
Una economia già stagnante e fortemente votata all’export, e con un sistema bancario sull’orlo del collasso non potrà che risentire in maniera consistente delle conseguenze economiche della pandemia, anche in considerazione della progressiva chiusura delle frontiere e delle limitazioni al trasporto aereo.
Intanto le misure prefigurate sono un aiuto statale alle imprese in difficoltà la facilitazione del ricorso alla disoccupazione parziale.
Andiamo ora a vedere più nel dettaglio le disposizione prese fino ad ora e come si sta riorganizzando il sistema sanitario tedesco.
Rispetto al test, l’assicurazione sanitaria lo paga dal 28 febbraio, e la Germania dovrebbe disporre di una rete laboratoriale in grado di poterlo effettuare con relativa efficienza.
In primis secondo le indicazioni ufficiali: solo i pazienti sintomatici devono essere testati, ed un medico deve effettuare una diagnosi che ne certifichi la necessità.
Nel formulare tale richiesta viene consigliato ai medici di far si che l’indicazione per il test sia documentata in modo tale da poter anche stabilire le priorità in caso di mancanze interne. E quindi probabilmente, la rete dei laboratori rischia di essere insufficiente.
La strada intrapresa è quella dell’auto-confinamento domiciliare e della consulenza medica telefonica: la gamma di consulenza medica per telefono dovrebbe essere ampliata e utilizzata dove possibile.
Le disposizioni date permettono dal 9 marzo di assentarsi per una prima tranche di 7 giorni, rinnovabili per 6 settimane oltre i quali verrà pagato la quota di stipendio spettante per la malattia a chi sta male.
Viene detto espressamente che febbre, mal di gola e problemi respiratori non sono sufficienti ai malati per potere effettuare il test.
È necessario in caso di questi sintomi anche avere avuto contatti con una persona infetta, o essere stati in regioni nel quale il virus è provato esista su vasta scala.
In caso di sintomi lievi e di casi sospetti la degenza domiciliare e quella ambulatoriale dovrebbe essere la strada prediletta.
In sintesi, non è previsto uno screening reale della popolazione che potrebbe avere contratto il virus perché ne manifesta i sintomi, cosa che impedisce la tracciabilità effettiva dell’evoluzione della malattia e ostacola la previsione degli scenari secondo un metodo predittivo soprattutto in questa fase del contagio.
La riorganizzazione ospedaliera dovrebbe prevedere la rigida separazione tra luoghi dove vengono ospedalizzati i casi di Covid-19 e tutto il rimanente dei pazienti, suddividendo lo spazio dedicato ai primi in tre aree, e consigliando il personale medico che risulta sintomatico di rimanere a casa.
Il personale che si occupa dei malati di Covid-19, in questo casi con ogni probabilità quelli che manifestando sintomi gravi, non dovrà avere contatti con l’altro personale medico.
Si fa esplicito riferimento, in caso di mancanza di organico, all’assunzione di personale interinale o a quello andato in pensione, oltre alla canalizzazione di personale medico destinato all’emergenza.
Di fatto, è una ammissione di una carenza di risorse per fare fronte all’attuale emergenza.
Questo approccio non è frutto tanto di una “neutrale” razionalità, ma della ben più realistica considerazione delle mancanze strutturali del sistema sanitario tedesco di fronte a questa emergenza, frutto di politiche bi-partisan che si vorrebbero rimuovere dall’attuale dibattito politico.
Se non si testano le persone, non le si ricovera e si prospetta l’assunzione di interinali e pensionati vuol dire che un modello sanitario derivato da particolare sistema economico è impreparato ad assecondare i bisogni curativi della propria popolazione.
E che questo succeda anche nel primo Paese della UE la dice lunga sul modello che la Germania ad imposto al resto dell’Unione Europea.
È in pieno svolgimento il dibattito sulle reali capacità del sistema sanitario tedesco di fare fronte all’emergenza.
Un articolo di Christian Geinitz sulla “Faz” dal titolo “Bis wann reichen die Krankenhausenbetten?” in sostanza “per quanto tempo avremmo letti d’ospedale a disposizione?” ci aiuta a fare il punto.
Secondo uno studio della “Deutsche Bank Research”: «il 14 maggio la Germania non avrà più letti nelle unità di terapia intensiva e nessun letto d’ospedale ad inizio di giugno».
In Germania ci sono quasi mezzo milioni di posti letto complessivi in quasi 2 mila ospedali – 497.000 su 1942 per la precisione – e circa 80% è occupato. Su 1942 cliniche, 1160 hanno letti di terapia intensiva, cioè circa il 60%.
Il 79% di questi 28.000 posti letto esistenti è occupato, cioè i posti letto usufruibili in terapia intensiva per questa emergenza sarebbero solo 5.600 circa.
Alla luce di questo dato le disposizioni citate precedentemente rivelano tutto il loro significato.
A titolo di paragone, la Gran Bretagna che ha un sistema sanitario nazionale in buona misura privatizzato e ha un quinto degli abitanti in meno rispetto alla Germania, può contare su poco più di 100 mila posti letto, con un tasso d’occupazione del 92%, cioè prossimo alla saturazione.
Di questi posti letto, 4 mila sono dedicati alla terapia intensiva, ma solo un migliaio sarebbero disponibili per l'emergenza determinata da Covid-19.
È sintomatico dell'approccio politico alla questione sanitaria tedesca uno studio dello scorso anno del Bertelsmann Stiftung, che ha suscitato entusiasmo (!) affermava che il numero degli ospedali avrebbe potuto essere più che dimezzato migliorando la qualità delle cure e del personale.
Questo approccio è stato criticato dalla DKG che ribadisce come per due decenni gli Stati Federali non abbiano destinato alcun fondo per il miglioramento del servizio sanitario.
L’Associazione delle municipalità tedesche ha criticato i criteri di pianificazione con un approccio legato solo all’efficienza economica come mostra l’attuale emergenza.
Susanne Johna del sindacato dei medici “Marburg Bund”, ha giustamente affermato che “le cure just-in-time non funzionano”.
Anche la Germania, dunque, sta andando incontro ad uno stress test non da poco per il proprio sistema sanitario, minato da una politica non dissimile a quella perpetrata in altri Paesi dove ha imperato il neo-liberalismo. Allo stesso tempo sarà costretta a fare i conti con misure tardive ed insufficienti del contenimento del contagio, ma come altri Stati risulta più propensa a salvaguardare la logica del profitto.
Per un sistema economico in crisi ed un ceto politico in piene convulsioni, la pandemia potrebbe essere un acceleratore del tramonto dell’ex Paese guida della UE ed un vettore della critica del “modello tedesco” da parte dei suoi stessi cittadini.
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