Per l’ex capo della Cia “Putin deve guardarsi le spalle”
Il presidente russo Vladimir Putin "ora deve guardarsi le spalle”. È quanto afferma l’ex capo del Pentagono e poi della Cia Leon Panetta in una intervista a Repubblica Sulle conseguenze della tentata insurrezione di Prigozhin, Panetta osserva che: “Non bisogna mai sottovalutare Putin, perché è un ex colonnello del KGB, è stato a lungo al potere e sa come sopravvivere, però credo che ora debba guardarsi le spalle”. Come prima cosa, “ha evidenziato spaccature molto gravi all’interno del regime. Poi Putin ha detto che Prigozhin è un traditore, ma almeno finora non lo ha punito, perché evidentemente non si sente pronto a farlo o non lo ritiene conveniente. Questo è un grave segnale di debolezza, che in una monarchia assoluta invita i suoi avversari ad approfittarne per attaccare il re”.
Lukashenko. “L’Occidente colpirà i nostri punti dolenti”
Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha affermato che il tentativo di ammutinamento della compagnia militare privata Wagner darà l’opportunità all’Occidente di colpire nei punti dolenti Russia e Bielorussia. “Affrontiamo il peggio, stiamo attraversando tempi difficili”, riferisce l’agenzia di stampa bielorussa BelTA. “I funzionari occidentali trarranno sicuramente alcune conclusioni dalla marcia di Wagner su Mosca” – ha affermato Lukashenko – “Coordineranno il loro lavoro, si concentreranno e colpiranno nei punti più dolenti”.
Il presidente bielorusso intanto ha firmato la legge sulla ratifica del protocollo all’accordo con la Russia sul gruppo di forze militare regionale.
Il protocollo è stato firmato dai ministri della difesa dei due paesi, Viktor Khrenin della Bielorussia e Sergey Shoigu della Russia. Il documento è volto ad adeguare il quadro giuridico per la cooperazione bilaterale in ambito militare. Specifica la procedura di pianificazione e le misure finanziarie per garantire il funzionamento del gruppo di forze regionale.
Il 10 ottobre 2022, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko aveva annunciato la formazione di un gruppo di forze regionale composto al suo interno da militari bielorussi, in base al suo accordo con Mosca. Le prime unità russe sono arrivate in Bielorussia a metà ottobre. Dopo i colloqui con Lukashenko a Minsk il 19 dicembre 2022, il presidente russo Vladimir Putin ha affermato che Mosca e Minsk continueranno la pratica delle esercitazioni congiunte, anche all’interno del gruppo di forze regionale. All’inizio di gennaio, il ministero della Difesa bielorusso ha affermato che il gruppo regionale era rafforzato e pronto a difendere lo Stato dell’Unione.
Il Cremlino al lavoro per normalizzare la compagnia Wagner
Secondo il Wall Street Journal, che cita funzionari anonimi e “disertori” della milizia russa, nelle ore successive alla rivolta di Progozhin il viceministro degli Esteri russo, Andrej Rudenko, è volato a Damasco per consegnare personalmente un messaggio al presidente siriano Bashar al Assad: le forze del gruppo Wagner nel Paese non opereranno più in quel Paese in maniera indipendente. Il ministero degli Esteri russo avrebbe riferito telefonicamente lo stesso messaggio al presidente della Repubblica Centrafricana, Faustin-Archange Touadera, Mosca avrebbe inoltre assicurato al presidente che la crisi dello scorso sabato non arresterà l’espansione della presenza russa in Africa. Nei giorni scorsi – prosegue il Wall Street Journal – aerei governativi russi hanno fatto la spola dalla Siria al Mali, un altro dei teatri internazionali della presenza della compagnia Wagner.
Il Wall Street Journal stima che circa 6mila mercenari e dipendenti del gruppo Wagner operino attualmente al di fuori del territorio di Russia e Ucraina, svolgendo una molteplicità di funzioni più o meno legali e regolamentate: da servizi di protezione e difesa di siti minerari, petroliferi e industriali, a operazioni militari contro gruppi islamisti a fianco delle forze armate siriana e di diversi Paesi africani.
Negoziati di pace. Il Cremlino apre, Kiev chiude
Il cardinale Zuppi, segretario della CEI, sta lavorando ad una “missione di pace” facendo la spola tra Kiev e Mosca. Finora non è trapelato molto sui risultati di questa visita. L’inviato speciale del Papa, il cardinale Matteo Zuppi, ha visitato la Russia con proposte per risolvere il conflitto ucraino, riporta l’agenzia russa Ria Novosti, sebbene non siano stati raggiunti risultati concreti dalle parti, “gli esperti ritengono che questa e altre iniziative simili costituiranno alla fine la base per una cessazione delle ostilità”.
In un’intervista al network Russia Today, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che la Russia era e rimane pronta a discutere qualsiasi iniziativa di pace.
Ha osservato che diversi paesi hanno espresso la loro intenzione di agire come mediatori per risolvere la crisi ucraina, comprese le iniziative della Cina, del Vaticano e dei paesi africani. Peskov, riferendosi alle parole di Putin, ha affermato che ora si stanno formulando iniziative specifiche e la Russia rimane aperta a discutere eventuali proposte.
Dall’Ucraina arriva l’ennesima doccia gelata sulle possibilità di un negoziato
“Abbiamo già ripetuto che non ha senso prendere iniziative che non portino alla fine della guerra a condizioni eque, bensì congelino il conflitto. Ciò condurrebbe alla ripresa della guerra nel futuro. Ecco il motivo per cui sosteniamo unicamente i passi di chi non va oltre la formula della pace avanzata da Zelensky” ha dichiarato Il consigliere presidenziale ucraino Podolyak, vera e propria anima nera dello staff di Zelenski.
“L’Ucraina – aggiunge – non ha bisogno di essere persuasa a porre fine alla guerra, non l’abbiamo iniziata noi, le chiavi si trovano al Cremlino e le mediazioni devono partire da lì: occorre che i russi abbandonino le terre occupate. Credo che il Vaticano possa coordinare il monitoraggio delle condizioni di detenzione e di ritorno dei prigionieri ucraini e dei bambini deportati in Russia”.
Quanto a Putin, secondo Podolyak “Emerge un leader debole a capo di un sistema di potere fragile e questo stravolge la tesi di chi pensava che la guerra dovesse finire con la sconfitta russa. Ciò per il fatto che sono a rischio gli arsenali nucleari di un Paese dove diversi attori oscuri stanno già pensando alla redistribuzione del potere. Ormai è iniziato il caos interno. Putin ha perso il controllo, il re è nudo. Dunque, il mondo democratico dovrebbe comprendere che non è più lui il partner con cui negoziare”.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2023
25/06/2023
Russia - Prigozhin in esilio. Il “golpe” finisce in “volemose bene”
Fine del golpe, o della “trattativa sindacale”, tra Prigozhin e il Cremlino. In appena dodici ore la speranza occidentale di un crollo catastrofico della Russia – o quantomeno del suo attuale gruppo dirigente – si è accesa e spenta. Ed è stato certamente uno spettacolo interessante vedere tanti “liberali” entusiasmarsi e tifare per un “bandito” – un “macellaio”, ecc. – solo perché sembrava potesse essere la loro soluzione per una situazione diventata palesemente negativa.
Poche ore prima, infatti, sia i vertici del Pentagono che lo stesso Zelenskij, avevano ammesso che la “grande controffensiva” non aveva avuto alcun successo. E praticamente la si poteva considerare archiviata, come prova provata dell’impossibilità di una “vittoria” occidentale in Ucraina.
La “botta di testa” di Prigozhin sembrava perciò una classica “carta di riserva”, dopo un sontuoso “contratto” per portare l’amministratore delegato della principale compagnia militare privata russa sotto le bandiere dell’Occidente.
Sembravano andare in questo senso anche numerose dichiarazioni dello stesso Prigozhin, praticamente ricalcate sui leit motiv della propaganda di Kiev e della Nato (tipo “in Ucraina non ci sono nazisti”, che non fa neanche ridere, visto il numero sconfinato di svastiche e rune tatuate ed esibite dai combattenti ucraini).
Ma era apparso subito chiaro che il putsch della Wagner poteva avere successo solo se gran parte dei vertici militari russi fosse stato “complice” o almeno orientato a sostituire Putin e il suo gruppo dirigente. Altrimenti, nel mondo militare contemporaneo, le avventure delle “compagnie di ventura” hanno le stesse possibilità di un “sei” al superenalotto.
È bastato minare qualche metro dell’autostrada che porta da Voronez a Mosca per fermare la “cavalcata delle valchirie” dei “musicisti”. Da lì in poi tutto si è sgonfiato come neve al sole di questi giorni.
La “mediazione” di Lukashenko è stata così rapida ed efficace da sembrare più che attesa dallo stesso Prigozhin. Che ha infine annunciato la fine del suo “assedio” e l’inversione di marcia della Wagner. Giustificando in modo assolutamente “imprenditoriale” (o sindacale) la sua “botta di testa”:
“Stavano per smantellare la PMC Wagner. Siamo usciti il 23 giugno alla Marcia della Giustizia. In un giorno abbiamo camminato fino a quasi 200 km di distanza da Mosca. In questo tempo, non abbiamo versato una sola goccia di sangue dei nostri combattenti. Ora è arrivato il momento in cui il sangue potrebbe scorrere. Ecco perché, comprendendo la responsabilità di versare il sangue russo da una delle parti, stiamo facendo tornare indietro i nostri convogli e rientrando nei campi secondo il piano“.
La cosa più importante da notare è però la seguente:
L’intera giustificazione originale dichiarata da Prigozhin per la marcia e la presa di Rostov era che “il suo campo era stato attaccato” da missili, artiglieria ed elicotteri russi. Con tanto di foto e video di combattimenti furiosi, ma impossibili da collocare in un qualsiasi punto del fronte.
Nella sua dichiarazione di “semi-resa”, invece, sembra aver cambiato completamente idea e la ragione dichiarata per la marcia è che Wagner sarebbe stata completamente sciolta dal Ministero della Difesa russo il 23 giugno.
Diversi analisti occidentali, ieri, ricordavano che il padrone della Wagner si era rifiutato di firmare il rinnovo del contratto con il Cremlino, probabilmente sotto pressione per un ultimatum da parte del Ministero della Difesa.
Sparite completamente le “numerose vittime” dei presunti combattimenti con l’esercito regolare. Dimenticati i “sette elicotteri” – o aerei, secondo altre versioni – abbattuti dai “musicisti”.
L’”avanzata” verso Mosca è stata tollerata e accompagnata senza scendere sul piano del confronto militare. Alcuni video mostrano addirittura mezzi della polizia che fiancheggiavano il corteo di camion della Wagner. Cosa che poteva essere sia un segno della “popolarità” di Prigozhin tra i militari russi, oppure un modo di fargli capire che non c’era “trippa per gatti”.
O addirittura che il convoglio, guidato da Utkin, il vice di Prigozhin, doveva semplicemente portare il suo “portavoce” a una trattativa certo complicata.
Poi la svolta. Il portavoce di Putin, Peskov, ha spiegato che tutte le accuse penali saranno ritirate contro Wagner e che Prigozhin ha accettato un accordo per essere “esiliato” in Bielorussia, dove la parte della Wagner che ha preso parte attiva alla “marcia” lavorerà al confine tra Polonia e Bielorussia.
I restanti membri di Wagner che non hanno preso parte al putsch saranno invece arruolati direttamente nelle forze armate russe.
L’obiettivo più alto, ha detto lo stesso Peskov, era quello di evitare spargimenti di sangue e scontri interni, e gli sforzi di Lukashenko erano in nome di questi obiettivi. Per dare con più forza il senso della vittoria totale Peskov ha detto che non è previsto un nuovo discorso di Putin nel prossimo futuro.
La Wagner viene di fatto sciolta. “Alcuni di loro firmeranno contratti con il Ministero della Difesa, se lo desiderano. Questo vale per le unità che non hanno preso parte all’ammutinamento. Per quanto riguarda il resto dei combattenti, nessuno li perseguirà in considerazione dei loro meriti al fronte. Abbiamo sempre rispettato le loro imprese”.
Soprattutto “Questo non influirà in alcun modo sul corso dell’operazione speciale (SMO). La SMO continua, i nostri combattenti in prima linea stanno dando prova di eroismo, stanno respingendo il contrattacco delle Forze Armate dell’Ucraina in modo molto efficace. E l’operazione continuerà”.
Vedremo presto come e quanto la crisi sia stata “salutare” per il gruppo dirigente russo (una interpretazione suggerita da analisti statunitensi che sia stata fondamentalmente uno “sfogo” per tensioni o ambizioni diverse tra gruppi di potere interni), oppure un segnale di debolezza. I nostri “russologi” sono al lavoro e presto ci forniranno qualche ragionamento più attendibile.
Quel che appare invece certo fin da ora è che la “narrazione” occidentale nella giornata di ieri ha dovuto fare numerosi testacoda, passando attraverso versioni completamente opposte, e rivelandosi una volta più tristemente al servizio delle speranza guerrafondaie della Nato.
Fonte
Poche ore prima, infatti, sia i vertici del Pentagono che lo stesso Zelenskij, avevano ammesso che la “grande controffensiva” non aveva avuto alcun successo. E praticamente la si poteva considerare archiviata, come prova provata dell’impossibilità di una “vittoria” occidentale in Ucraina.
La “botta di testa” di Prigozhin sembrava perciò una classica “carta di riserva”, dopo un sontuoso “contratto” per portare l’amministratore delegato della principale compagnia militare privata russa sotto le bandiere dell’Occidente.
Sembravano andare in questo senso anche numerose dichiarazioni dello stesso Prigozhin, praticamente ricalcate sui leit motiv della propaganda di Kiev e della Nato (tipo “in Ucraina non ci sono nazisti”, che non fa neanche ridere, visto il numero sconfinato di svastiche e rune tatuate ed esibite dai combattenti ucraini).
Ma era apparso subito chiaro che il putsch della Wagner poteva avere successo solo se gran parte dei vertici militari russi fosse stato “complice” o almeno orientato a sostituire Putin e il suo gruppo dirigente. Altrimenti, nel mondo militare contemporaneo, le avventure delle “compagnie di ventura” hanno le stesse possibilità di un “sei” al superenalotto.
È bastato minare qualche metro dell’autostrada che porta da Voronez a Mosca per fermare la “cavalcata delle valchirie” dei “musicisti”. Da lì in poi tutto si è sgonfiato come neve al sole di questi giorni.
La “mediazione” di Lukashenko è stata così rapida ed efficace da sembrare più che attesa dallo stesso Prigozhin. Che ha infine annunciato la fine del suo “assedio” e l’inversione di marcia della Wagner. Giustificando in modo assolutamente “imprenditoriale” (o sindacale) la sua “botta di testa”:
“Stavano per smantellare la PMC Wagner. Siamo usciti il 23 giugno alla Marcia della Giustizia. In un giorno abbiamo camminato fino a quasi 200 km di distanza da Mosca. In questo tempo, non abbiamo versato una sola goccia di sangue dei nostri combattenti. Ora è arrivato il momento in cui il sangue potrebbe scorrere. Ecco perché, comprendendo la responsabilità di versare il sangue russo da una delle parti, stiamo facendo tornare indietro i nostri convogli e rientrando nei campi secondo il piano“.
La cosa più importante da notare è però la seguente:
L’intera giustificazione originale dichiarata da Prigozhin per la marcia e la presa di Rostov era che “il suo campo era stato attaccato” da missili, artiglieria ed elicotteri russi. Con tanto di foto e video di combattimenti furiosi, ma impossibili da collocare in un qualsiasi punto del fronte.
Nella sua dichiarazione di “semi-resa”, invece, sembra aver cambiato completamente idea e la ragione dichiarata per la marcia è che Wagner sarebbe stata completamente sciolta dal Ministero della Difesa russo il 23 giugno.
Diversi analisti occidentali, ieri, ricordavano che il padrone della Wagner si era rifiutato di firmare il rinnovo del contratto con il Cremlino, probabilmente sotto pressione per un ultimatum da parte del Ministero della Difesa.
Sparite completamente le “numerose vittime” dei presunti combattimenti con l’esercito regolare. Dimenticati i “sette elicotteri” – o aerei, secondo altre versioni – abbattuti dai “musicisti”.
L’”avanzata” verso Mosca è stata tollerata e accompagnata senza scendere sul piano del confronto militare. Alcuni video mostrano addirittura mezzi della polizia che fiancheggiavano il corteo di camion della Wagner. Cosa che poteva essere sia un segno della “popolarità” di Prigozhin tra i militari russi, oppure un modo di fargli capire che non c’era “trippa per gatti”.
O addirittura che il convoglio, guidato da Utkin, il vice di Prigozhin, doveva semplicemente portare il suo “portavoce” a una trattativa certo complicata.
Poi la svolta. Il portavoce di Putin, Peskov, ha spiegato che tutte le accuse penali saranno ritirate contro Wagner e che Prigozhin ha accettato un accordo per essere “esiliato” in Bielorussia, dove la parte della Wagner che ha preso parte attiva alla “marcia” lavorerà al confine tra Polonia e Bielorussia.
I restanti membri di Wagner che non hanno preso parte al putsch saranno invece arruolati direttamente nelle forze armate russe.
L’obiettivo più alto, ha detto lo stesso Peskov, era quello di evitare spargimenti di sangue e scontri interni, e gli sforzi di Lukashenko erano in nome di questi obiettivi. Per dare con più forza il senso della vittoria totale Peskov ha detto che non è previsto un nuovo discorso di Putin nel prossimo futuro.
La Wagner viene di fatto sciolta. “Alcuni di loro firmeranno contratti con il Ministero della Difesa, se lo desiderano. Questo vale per le unità che non hanno preso parte all’ammutinamento. Per quanto riguarda il resto dei combattenti, nessuno li perseguirà in considerazione dei loro meriti al fronte. Abbiamo sempre rispettato le loro imprese”.
Soprattutto “Questo non influirà in alcun modo sul corso dell’operazione speciale (SMO). La SMO continua, i nostri combattenti in prima linea stanno dando prova di eroismo, stanno respingendo il contrattacco delle Forze Armate dell’Ucraina in modo molto efficace. E l’operazione continuerà”.
Vedremo presto come e quanto la crisi sia stata “salutare” per il gruppo dirigente russo (una interpretazione suggerita da analisti statunitensi che sia stata fondamentalmente uno “sfogo” per tensioni o ambizioni diverse tra gruppi di potere interni), oppure un segnale di debolezza. I nostri “russologi” sono al lavoro e presto ci forniranno qualche ragionamento più attendibile.
Quel che appare invece certo fin da ora è che la “narrazione” occidentale nella giornata di ieri ha dovuto fare numerosi testacoda, passando attraverso versioni completamente opposte, e rivelandosi una volta più tristemente al servizio delle speranza guerrafondaie della Nato.
Fonte
12/12/2022
Angela Merkel: memorie e bugie sugli accordi di Minsk
In un’intervista di qualche giorno fa a Der Spiegel, l’ex Cancelliera tedesca Angela Merkel aveva fatto alzare le sopracciglia a qualcuno, dicendosi contraria all’invio di armi (soprattutto quelle tedesche) a Kiev, puntando invece a pressioni politiche sulla Russia.
Bontà sua, aveva anche detto che già da oltre un anno gli accordi di Minsk erano lettera morta, (come da molto più tempo denunciavano in Donbass) evitando naturalmente di puntare il dito sui colpevoli del “decesso” di quegli accordi.
A leggere qualche quotidiano italico, si poteva ben vaneggiare di una Merkel che ricordava affranta gli “sforzi” sostenuti a febbraio 2015 nella capitale bielorussa, insieme a Vladimir Putin, Petro Porošenko e François Hollande (il “quartetto normanno”), con Aleksandr Lukašenko garante dell’ospitalità e della serietà di quei colloqui, per cercare una soluzione alla guerra in Donbass che andava avanti già da sette-otto mesi.
E le italiche penne ci assicurano che Angela Merkel «difende ancora» quegli accordi, come se davvero ci avesse creduto.
Qui termina la favola e comincia l’apostolato vero e proprio, trasformando sintatticamente una scelta ben cosciente e mirata dei garanti franco-tedeschi degli accordi di Minsk, in qualcosa che sarebbe invece comparsa per intercessione angelica.
Scompare la dichiarazione a Die Zeit del 7 dicembre scorso, secondo cui gli accordi di Minsk furono «un tentativo di dare tempo all’Ucraina» – cioè: Merkel e Hollande volevano solo far guadagnare tempo alla junta golpista, che le stava prendendo di santa ragione in Donbass – e al suo posto si manifesta in sembianze ultraterrene il miracolo secondo cui gli accordi di Minsk, di per sé, come lo spirito santo, «hanno permesso all’Ucraina di diventare militarmente forte».
Oggi Angela Merkel ammette candidamente che Kiev ha usato il tempo messo a disposizione dagli accordi (mai rispettati dai nazigolpisti, a partire dalle clausole sull’arretramento delle artiglierie pesanti e, soprattutto, sulla necessità di trattative dirette tra Kiev e Donetsk-Lugansk e la concessione di uno status speciale al Donbass) per diventare più forte militarmente.
L’Ucraina del 2014-2015, dice la Merkel a Die Zeit, «non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina.
Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina».
In effetti, ricordiamo tutti come, proprio durante le trattative a Minsk, il “prode” Porošenko interrompesse continuamente i colloqui per andare a informarsi sulla situazione alla sacca di Debaltsevo, in cui, per ottusità e dolo dei comandi golpisti (e per volontà esterna) centinaia e centinaia di soldati ucraini, accerchiati dalle milizie, persero la vita; come del resto era accaduto qualche mese prima nell’altra sacca di Ilovajsk.
Pronta la reazione della portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, alle dichiarazioni della Merkel: «Vale a dire che Berlino e, di conseguenza, l’intero Occidente collettivo, non ho mai inteso onorare gli accordi di Minsk, hanno finto di rispettare la risoluzione del Consiglio di sicurezza, mentre in realtà hanno riempito di armi il regime di Kiev; hanno ignorato i crimini commessi dal regime di Kiev in Donbass e in Ucraina, in nome di un colpo decisivo alla Russia».
Aspri i commenti del “padrone di casa” a Minsk, Aleksandr Lukašenko, che ha definito ripugnanti, vili e meschine le dichiarazioni della Merkel sugli accordi di Minsk, aggiungendo comunque di non credere che si sia trattato davvero di un tentativo occidentale di guadagnare tempo, con l’inganno, per rafforzare l’esercito ucraino e di ricordare come all’epoca, tutti, avessero intenzioni del tutto serie.
Ma se è veramente come ha detto la Merkel, ha dichiarato Lukašenko al canale TV Rossija 24, sarebbe davvero disgustoso, meschino.
Secondo RIA Novosti, il bat’ka bielorusso ha espresso sconcerto per come sia possibile «oggi, in questo contesto, dire che essi, Porošenko, Hollande, abbiano semplicemente condotto un’operazione segreta, abbiano ingannato tutti, prima di tutto la Russia e Putin, e tutti nel mondo, fornendo con una tregua l’opportunità di preparare l’esercito ucraino per questa guerra».
Lukashenko ha sottolineato come, sullo sfondo di «false dichiarazioni di Porošenko e Merkel», la Russia non possa essere incolpata per lo scoppio delle ostilità nel 2022.
La Merkel «vuole essere trendy», dice il Presidente bielorusso. «Lei e Porošenko vogliono mostrarsi importanti, come a dire: “Guardate, l’esercito ucraino sta combattendo e resistendo a uno degli eserciti più forti del mondo, perché a Minsk abbiamo ingannato tutti”».
Se avessero seguito la strada che Putin aveva proposto per l’accordo, dice bat’ka, l’Ucraina sarebbe rimasta integra, con l’eccezione della Crimea, e non ci sarebbe stata la guerra. Ricorda come, nei giorni delle trattative di Minsk, avesse fatto la spola tra Putin e Porošenko, trasmettendo informazioni, esigenze, richieste.
«Putin aveva detto a Porošenko che Mosca avrebbe aiutato a ripristinare ciò che è stato distrutto, e allora le distruzioni erano ancora minime, ma loro non ne volevano sapere; si stavano preparando alla guerra, anche se allora nessuno lo pensava, come dicono oggi Merkel e Porošenko».
Il fatto è che, «sullo sfondo degli eventi in Ucraina, la Merkel non vuole essere accusata oggi di aver spinto l’Ucraina in una direzione sbagliata... noi l’avevamo presa sul serio. E la Russia l’aveva presa sul serio. Ma ci sbagliavamo: si è rivelata misera come tutti i leader europei di oggi», ha detto Lukašenko.
Fonte
Bontà sua, aveva anche detto che già da oltre un anno gli accordi di Minsk erano lettera morta, (come da molto più tempo denunciavano in Donbass) evitando naturalmente di puntare il dito sui colpevoli del “decesso” di quegli accordi.
A leggere qualche quotidiano italico, si poteva ben vaneggiare di una Merkel che ricordava affranta gli “sforzi” sostenuti a febbraio 2015 nella capitale bielorussa, insieme a Vladimir Putin, Petro Porošenko e François Hollande (il “quartetto normanno”), con Aleksandr Lukašenko garante dell’ospitalità e della serietà di quei colloqui, per cercare una soluzione alla guerra in Donbass che andava avanti già da sette-otto mesi.
E le italiche penne ci assicurano che Angela Merkel «difende ancora» quegli accordi, come se davvero ci avesse creduto.
Qui termina la favola e comincia l’apostolato vero e proprio, trasformando sintatticamente una scelta ben cosciente e mirata dei garanti franco-tedeschi degli accordi di Minsk, in qualcosa che sarebbe invece comparsa per intercessione angelica.
Scompare la dichiarazione a Die Zeit del 7 dicembre scorso, secondo cui gli accordi di Minsk furono «un tentativo di dare tempo all’Ucraina» – cioè: Merkel e Hollande volevano solo far guadagnare tempo alla junta golpista, che le stava prendendo di santa ragione in Donbass – e al suo posto si manifesta in sembianze ultraterrene il miracolo secondo cui gli accordi di Minsk, di per sé, come lo spirito santo, «hanno permesso all’Ucraina di diventare militarmente forte».
Oggi Angela Merkel ammette candidamente che Kiev ha usato il tempo messo a disposizione dagli accordi (mai rispettati dai nazigolpisti, a partire dalle clausole sull’arretramento delle artiglierie pesanti e, soprattutto, sulla necessità di trattative dirette tra Kiev e Donetsk-Lugansk e la concessione di uno status speciale al Donbass) per diventare più forte militarmente.
L’Ucraina del 2014-2015, dice la Merkel a Die Zeit, «non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina.
Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina».
In effetti, ricordiamo tutti come, proprio durante le trattative a Minsk, il “prode” Porošenko interrompesse continuamente i colloqui per andare a informarsi sulla situazione alla sacca di Debaltsevo, in cui, per ottusità e dolo dei comandi golpisti (e per volontà esterna) centinaia e centinaia di soldati ucraini, accerchiati dalle milizie, persero la vita; come del resto era accaduto qualche mese prima nell’altra sacca di Ilovajsk.
Pronta la reazione della portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, alle dichiarazioni della Merkel: «Vale a dire che Berlino e, di conseguenza, l’intero Occidente collettivo, non ho mai inteso onorare gli accordi di Minsk, hanno finto di rispettare la risoluzione del Consiglio di sicurezza, mentre in realtà hanno riempito di armi il regime di Kiev; hanno ignorato i crimini commessi dal regime di Kiev in Donbass e in Ucraina, in nome di un colpo decisivo alla Russia».
Aspri i commenti del “padrone di casa” a Minsk, Aleksandr Lukašenko, che ha definito ripugnanti, vili e meschine le dichiarazioni della Merkel sugli accordi di Minsk, aggiungendo comunque di non credere che si sia trattato davvero di un tentativo occidentale di guadagnare tempo, con l’inganno, per rafforzare l’esercito ucraino e di ricordare come all’epoca, tutti, avessero intenzioni del tutto serie.
Ma se è veramente come ha detto la Merkel, ha dichiarato Lukašenko al canale TV Rossija 24, sarebbe davvero disgustoso, meschino.
Secondo RIA Novosti, il bat’ka bielorusso ha espresso sconcerto per come sia possibile «oggi, in questo contesto, dire che essi, Porošenko, Hollande, abbiano semplicemente condotto un’operazione segreta, abbiano ingannato tutti, prima di tutto la Russia e Putin, e tutti nel mondo, fornendo con una tregua l’opportunità di preparare l’esercito ucraino per questa guerra».
Lukashenko ha sottolineato come, sullo sfondo di «false dichiarazioni di Porošenko e Merkel», la Russia non possa essere incolpata per lo scoppio delle ostilità nel 2022.
La Merkel «vuole essere trendy», dice il Presidente bielorusso. «Lei e Porošenko vogliono mostrarsi importanti, come a dire: “Guardate, l’esercito ucraino sta combattendo e resistendo a uno degli eserciti più forti del mondo, perché a Minsk abbiamo ingannato tutti”».
Se avessero seguito la strada che Putin aveva proposto per l’accordo, dice bat’ka, l’Ucraina sarebbe rimasta integra, con l’eccezione della Crimea, e non ci sarebbe stata la guerra. Ricorda come, nei giorni delle trattative di Minsk, avesse fatto la spola tra Putin e Porošenko, trasmettendo informazioni, esigenze, richieste.
«Putin aveva detto a Porošenko che Mosca avrebbe aiutato a ripristinare ciò che è stato distrutto, e allora le distruzioni erano ancora minime, ma loro non ne volevano sapere; si stavano preparando alla guerra, anche se allora nessuno lo pensava, come dicono oggi Merkel e Porošenko».
Il fatto è che, «sullo sfondo degli eventi in Ucraina, la Merkel non vuole essere accusata oggi di aver spinto l’Ucraina in una direzione sbagliata... noi l’avevamo presa sul serio. E la Russia l’aveva presa sul serio. Ma ci sbagliavamo: si è rivelata misera come tutti i leader europei di oggi», ha detto Lukašenko.
Fonte
11/08/2021
Dove va la Bielorussia de “l’ultimo dittatore d’Europa”?
Lo scorso 8 agosto, il Ministro degli esteri bielorusso, Vladimir Makej ha ricordato come, nel 2019, a Minsk, l’ex Consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, John Bolton, avesse parlato della necessità di eliminare “zone grige” tra Russia e NATO e, dunque, dell’esigenza di inglobare Ucraina e Bielorussia nell’Alleanza atlantica.
Lo stesso giorno, in una dichiarazione del Partito popolare europeo firmata dal capogruppo, il tedesco Manfred Weber, dalla lettone Sandra Kalniete e dal lituano Andrius Kubilius (in questi tre nomi, c’è tutto un programma) si invita a prepararsi a una rivoluzione in Bielorussia, che porterà a un inevitabile cambio di potere, nonostante il sostegno russo.
«Il regime cadrà» si afferma, «e la vittoria del popolo bielorusso è inevitabile; è solo questione di tempo. L’Unione Europea deve prepararsi alla vittoria della rivoluzione democratica». In questo vero e proprio editto, si ricorda anche che «Il parlamento europeo ha già adottato una “Piattaforma per la lotta all’impunità in Bielorussia”. Lukašenko e alti funzionari del regime, come pure i loro scagnozzi, dovranno essere giudicati per i loro crimini».
Il giorno successivo, nel corso di una “Grande conversazione” coi giornalisti, in occasione dell’anniversario delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020, e delle successive ondate di protesta, bats’ka Lukašenko stesso ha dichiarato che «molto presto» lascerà il posto di Presidente. Non è del tutto chiaro se si riferisse alla prossima tornata elettorale, prevista per il 2025, o alludesse invece a proprie dimissioni, o a qualcos’altro.
A parere del politologo bielorusso Dmitrij Bolkunets, non solo Bruxelles, ma anche Mosca e Pechino ritengono che «il tempo di Lukašenko sia ormai passato e stanno tenendo il conto alla rovescia»: il Presidente e la sua cerchia hanno tentato di «spegnere gli incendi», ha dichiarato Bolkunets a Lenta.ru, «ma a tutt’oggi questi non sono spenti».
Inoltre, l’opposizione qualcosa «ha ottenuto: mai prima d’ora una crisi politica era durata così a lungo, al massimo alcuni mesi» e il Presidente «può solo ritardare il momento» dell’uscita di scena.
Il politologo russo Andrej Perla, intervenendo su IA Realist, afferma d’altra parte che «per fronteggiare una “rivoluzione colorata” sono sufficienti due cose: la consapevolezza della propria legittimità da parte delle autorità e la coscienza della legittimità delle autorità in carica da parte della maggioranza del popolo. In Bielorussia ci sono state entrambe le cose. In più, gli insorti hanno avuto sfortuna col Presidente: si è rivelato un uomo coraggioso e non ha mai avuto intenzione di arrendersi... Naturalmente, rimane la possibilità di destabilizzazione della situazione; ma questo è un problema della polizia e dei servizi di sicurezza».
Quest’ultima considerazione sembra sottintendere un fattore tutt’altro che secondario nelle “rivoluzioni colorate” in generale, e nella situazione bielorussa nel caso specifico: l’agente esterno, sia economico, che più strettamente politico.
Per limitarsi alle ultime esternazioni, ecco che Vilnius rifiuta di riconoscere legittimità agli accordi internazionali della Bielorussia (così come non riconosce Lukašenko presidente): lo ha dichiarato il Ministro degli esteri lituano Gabriel Landsbergis nel corso di una conferenza stampa comune con Svetlana Tikhanovskaja.
La quale Tikhanovskaja ha detto di sapere cosa occorra per far cambiare condotta a Lukašenko: «una nuova ondata di sanzioni di tutti i paesi democratici: USA, Gran Bretagna, Canada, Unione Europea e altri»... e ho detto tutto, avrebbe commentato Peppino De Filippo.
Sappiamo «che le sanzioni non sono pallottole d’argento» che, evidentemente, a parere della “leader dell’opposizione”, dovrebbero esser impiegate contro quel lupo mannaro del Presidente bielorusso, «ma contribuiscono a fermare le repressioni».
A proposito di sanzioni, Kommersant (il Sole 24 ore russo) calcola che dal momento della rielezione di bats’ka, un anno fa, contro la Bielorussia siano state attivate sanzioni, tra finanziarie e commerciali, per 1,7 miliardi di dollari (il 2,9% del PIL) e avviate 4.600 cause penali.
Nell’aprile scorso, altre sanzioni contro 9 tra le maggiori imprese bielorusse, tra cui “Belneftkhim”, “Grodno azot” e “Naftan”; a maggio, anche la UE ha attivato sanzioni contro i principali settori export bielorussi. Il tutto, giustificato con i calcoli degli exit-pool europeisti, secondo cui Lukašenko avrebbe ottenuto non l’80,1% dei voti, bensì il 10,09%, contro il 71,28% di Svetlana Tikhanovskaja; così che, a scrutini avvenuti, l’insieme dei “paesi democratici” aveva definito il voto «non libero e ingiusto» e non lo riconobbe.
Insieme alle “sanzioni democratiche” e per convincere i bielorussi della loro democraticità, l’americana USAID mette a concorso un posto, riservato a cittadini USA, per Consigliere senior per i rapporti con la società civile ucraina e bielorussa.
Secondo la russa RT, il budget annuale della rappresentanza USAID in Ucraina e Bielorussia è di circa 200 milioni di dollari e, dato che si tratta di una regione di «importanza strategica» per gli USA, la rappresentanza opererà «in stretta collaborazione» con le strutture governative del paese ospitante e coi rappresentanti della società civile. Particolare importanza avrà l’attività di illustrazione «delle priorità del governo USA».
Già nel 2017, RT scriveva che il “piano quinquennale” 2017-2022 per la democrazia nella ex repubblica sovietica prevedeva che circa 300 attivisti e funzionari statali avrebbero seguito corsi periodici di formazione in USA su «l’avanzamento della democrazia», secondo «un programma interdisciplinare di scambio della Community Connections per l’assistenza agli stati stranieri» che, tra il 2005 e il 2016, aveva già “istruito” 600 attivisti bielorussi.
RT ricordava come la USAID sia attiva in Bielorussia sin dal 1999, ma, per le restrizioni imposte da Minsk, alcune organizzazioni di opposizione locali abbiano trasferito le proprie sedi in Polonia o nei Paesi baltici, da dove coordinano le attività in territorio bielorusso.
Si arriva così a un nodo critico della questione bielorussa.
«C’è stata una “rivoluzione colorata” in Bielorussia?» Si chiedeva in questi giorni il politologo bielorusso Vsevolod Šimov su Rubaltic.ru, e rispondeva che la Minsk ufficiale definisce quanto accaduto dopo il 9 agosto 2020 un tentativo di rivoluzione colorata, una rivolta e persino un blitzkrieg, alimentato dall’esterno, volendo l’Occidente eliminare lo sgradito regime politico bielorusso, per indebolire ulteriormente la Russia.
Dunque, se per “rivoluzione colorata” si intendono «le agitazioni ispirate dalla rete di influenza occidentale con l’obiettivo di rovesciare il regime, allora è difficile non vedere elementi di una “rivoluzione colorata” negli eventi bielorussi».
Ma il punto è: com’è che in Bielorussia ci sono tutte queste ONG, fondazioni, iniziative, “media indipendenti”? Non è un mistero che «tutti questi soggetti abbiano operato con il tacito consenso delle autorità bielorusse, nel quadro di una politica estera multivettoriale e di contenimento dell’influenza russa nella repubblica».
Il regime bielorusso, scrive Šimov, «contava sul fatto che la società civile filo-occidentale non sarebbe andata oltre il quadro assegnatole, e l’Occidente stesso fosse sufficientemente soddisfatto di una Bielorussia multivettoriale guidata da Lukašenko, quale strumento per contenere la Russia».
Alla vigilia del voto del 2020, con la vicenda dei 33 militari della società privata russa “Wagner” arrestati a Minsk, spavaldamente Lukašenko aveva detto: «Non c’è bisogno di spaventarci con gli americani o la NATO». Né gli uni né l’altra «hanno inviato qui 33 persone». Anche se poi, appena un paio di settimane dopo, truppe bielorusse venivano dispiegate ai confini occidentali.
Sta di fatto, sostiene Šimov, che a Minsk non si erano del tutto sbagliati: l’Occidente, preso nella propria crisi, nella pandemia, impegnato nelle presidenziali USA, non aveva pianificato un cambio di regime in Bielorussia: almeno, non nel 2020. «Può darsi che la “rete sociale” abbia agito autonomamente»: una sorta di vertigine da successo, con la rete filo-occidentale che, sopravvalutando le proprie forze, aveva deciso che il «regime bielorusso fosse abbastanza marcio da poter essere abbattuto».
Il calcolo, però, non era preciso. Una “rivoluzione colorata” raggiunge il «successo quando riesce a ottenere l’appoggio di una parte dell’apparato statale e almeno la neutralità delle forze di sicurezza. Il che non si è verificato».
Ma non ha completamente vinto nemmeno Lukašenko: Minsk ha «perso la sua carta vincente preferita: il bilanciamento tra Occidente e Oriente, che le ha sinora permesso di ricevere vantaggi in entrambe le direzioni». Mosca ha iniziato da tempo a ridurre sistematicamente i sussidi all’economia del suo alleato “multivettore” e il deterioramento dei rapporti Minsk-Mosca potrebbe rafforzare «la fiducia della rete filo-occidentale nelle proprie forze».
In effetti, non sembrano esserci progressi nella realizzazione dello “Stato Unitario” russo-bielorusso, mentre l’opposizione filo-occidentale, «comunque la si giudichi, offre per molti un’immagine attraente: “fuga da Mosca” e costruzione di uno stato sovrano sotto gli auspici dell’Occidente».
Al contrario, «l’approccio multivettoriale di una Bielorussia come “centro d’Europa”, neutrale, amica di tutti, che fino a un certo punto ha anche funzionato, è del tutto esaurito».
Minsk continua a «eludere un’alleanza a tutti gli effetti con la Russia, sostituendola con vaghe speculazioni su una sorta di “grande Eurasia”, il cui avamposto occidentale dovrebbe essere la Bielorussia».
Bats’ka lo ha ribadito anche nella “Grande conversazione” del 9 agosto: la Bielorussia non ha bisogno di unirsi alla Russia per sviluppare l’integrazione e Mosca «non ha bisogno di un’altra bega», ha detto; la situazione potrebbe cambiare, ma «ora non si può pensare a distruggere lo stato bielorusso».
Il mondo è cambiato, ha detto Lukašenko: per «sviluppare l’integrazione economica, non è necessario includere qualcuno nella propria compagine». La Bielorussia è uno Stato sovrano e indipendente, e «quando sento accenni del tipo “nella compagine della Russia” e simili, penso sempre con la testa di Putin: la Russia ha davvero bisogno di un altro rompicapo? No».
D’altra parte, ha detto, «la Russia non ha nessun altro come alleato» tranne la Bielorussia; forse, «ovviamente, sarebbe meglio se fosse la Cina a essere vostro alleato», ha detto rispondendo a un giornalista russo; e questo «potrebbe essere anche meglio per il mondo, ma ahimè», non è così.
E non ha mancato di ribadire, come aveva fatto alla vigilia del voto di un anno fa e anche in altre occasioni, il forte disappunto per le «interferenze di certi “oligarchi russi” negli affari della Bielorussia».
Per la verità, a partire dal voto del 9 agosto 2020, Minsk ha notevolmente ridotto i rimbrotti all’indirizzo di Mosca, così come in Russia hanno preso campo discorsi secondo cui, dato che bats’ka non ha nessun altro su cui fare affidamento, il processo di integrazione dei due stati è destinato ad accelerare.
Ma il Presidente bielorusso non mostra alcuna fretta, anzi. Sempre nel corso della “Grande conversazione”, ad esempio, toccando il tema del riconoscimento della Crimea russa, ha dichiarato: «Quand’è che Lukašenko riconoscerà la Crimea? ... Quando l’ultimo oligarca in Russia riconoscerà la Crimea e inizierà a rifornirla di merci, allora anche per me la questione non avrà tempo di arrugginire».
A Mosca non scordano certo gli abbracci di bats’ka con Petro Porošenko e le sue simpatie per la «fraterna Ucraina», ribadite più di una volta anche dopo il 2014; ma, l’alternativa, al momento, appare quantomeno pericolosa.
Fonte
Lo stesso giorno, in una dichiarazione del Partito popolare europeo firmata dal capogruppo, il tedesco Manfred Weber, dalla lettone Sandra Kalniete e dal lituano Andrius Kubilius (in questi tre nomi, c’è tutto un programma) si invita a prepararsi a una rivoluzione in Bielorussia, che porterà a un inevitabile cambio di potere, nonostante il sostegno russo.
«Il regime cadrà» si afferma, «e la vittoria del popolo bielorusso è inevitabile; è solo questione di tempo. L’Unione Europea deve prepararsi alla vittoria della rivoluzione democratica». In questo vero e proprio editto, si ricorda anche che «Il parlamento europeo ha già adottato una “Piattaforma per la lotta all’impunità in Bielorussia”. Lukašenko e alti funzionari del regime, come pure i loro scagnozzi, dovranno essere giudicati per i loro crimini».
Il giorno successivo, nel corso di una “Grande conversazione” coi giornalisti, in occasione dell’anniversario delle elezioni presidenziali dell’agosto 2020, e delle successive ondate di protesta, bats’ka Lukašenko stesso ha dichiarato che «molto presto» lascerà il posto di Presidente. Non è del tutto chiaro se si riferisse alla prossima tornata elettorale, prevista per il 2025, o alludesse invece a proprie dimissioni, o a qualcos’altro.
A parere del politologo bielorusso Dmitrij Bolkunets, non solo Bruxelles, ma anche Mosca e Pechino ritengono che «il tempo di Lukašenko sia ormai passato e stanno tenendo il conto alla rovescia»: il Presidente e la sua cerchia hanno tentato di «spegnere gli incendi», ha dichiarato Bolkunets a Lenta.ru, «ma a tutt’oggi questi non sono spenti».
Inoltre, l’opposizione qualcosa «ha ottenuto: mai prima d’ora una crisi politica era durata così a lungo, al massimo alcuni mesi» e il Presidente «può solo ritardare il momento» dell’uscita di scena.
Il politologo russo Andrej Perla, intervenendo su IA Realist, afferma d’altra parte che «per fronteggiare una “rivoluzione colorata” sono sufficienti due cose: la consapevolezza della propria legittimità da parte delle autorità e la coscienza della legittimità delle autorità in carica da parte della maggioranza del popolo. In Bielorussia ci sono state entrambe le cose. In più, gli insorti hanno avuto sfortuna col Presidente: si è rivelato un uomo coraggioso e non ha mai avuto intenzione di arrendersi... Naturalmente, rimane la possibilità di destabilizzazione della situazione; ma questo è un problema della polizia e dei servizi di sicurezza».
Quest’ultima considerazione sembra sottintendere un fattore tutt’altro che secondario nelle “rivoluzioni colorate” in generale, e nella situazione bielorussa nel caso specifico: l’agente esterno, sia economico, che più strettamente politico.
Per limitarsi alle ultime esternazioni, ecco che Vilnius rifiuta di riconoscere legittimità agli accordi internazionali della Bielorussia (così come non riconosce Lukašenko presidente): lo ha dichiarato il Ministro degli esteri lituano Gabriel Landsbergis nel corso di una conferenza stampa comune con Svetlana Tikhanovskaja.
La quale Tikhanovskaja ha detto di sapere cosa occorra per far cambiare condotta a Lukašenko: «una nuova ondata di sanzioni di tutti i paesi democratici: USA, Gran Bretagna, Canada, Unione Europea e altri»... e ho detto tutto, avrebbe commentato Peppino De Filippo.
Sappiamo «che le sanzioni non sono pallottole d’argento» che, evidentemente, a parere della “leader dell’opposizione”, dovrebbero esser impiegate contro quel lupo mannaro del Presidente bielorusso, «ma contribuiscono a fermare le repressioni».
A proposito di sanzioni, Kommersant (il Sole 24 ore russo) calcola che dal momento della rielezione di bats’ka, un anno fa, contro la Bielorussia siano state attivate sanzioni, tra finanziarie e commerciali, per 1,7 miliardi di dollari (il 2,9% del PIL) e avviate 4.600 cause penali.
Nell’aprile scorso, altre sanzioni contro 9 tra le maggiori imprese bielorusse, tra cui “Belneftkhim”, “Grodno azot” e “Naftan”; a maggio, anche la UE ha attivato sanzioni contro i principali settori export bielorussi. Il tutto, giustificato con i calcoli degli exit-pool europeisti, secondo cui Lukašenko avrebbe ottenuto non l’80,1% dei voti, bensì il 10,09%, contro il 71,28% di Svetlana Tikhanovskaja; così che, a scrutini avvenuti, l’insieme dei “paesi democratici” aveva definito il voto «non libero e ingiusto» e non lo riconobbe.
Insieme alle “sanzioni democratiche” e per convincere i bielorussi della loro democraticità, l’americana USAID mette a concorso un posto, riservato a cittadini USA, per Consigliere senior per i rapporti con la società civile ucraina e bielorussa.
Secondo la russa RT, il budget annuale della rappresentanza USAID in Ucraina e Bielorussia è di circa 200 milioni di dollari e, dato che si tratta di una regione di «importanza strategica» per gli USA, la rappresentanza opererà «in stretta collaborazione» con le strutture governative del paese ospitante e coi rappresentanti della società civile. Particolare importanza avrà l’attività di illustrazione «delle priorità del governo USA».
Già nel 2017, RT scriveva che il “piano quinquennale” 2017-2022 per la democrazia nella ex repubblica sovietica prevedeva che circa 300 attivisti e funzionari statali avrebbero seguito corsi periodici di formazione in USA su «l’avanzamento della democrazia», secondo «un programma interdisciplinare di scambio della Community Connections per l’assistenza agli stati stranieri» che, tra il 2005 e il 2016, aveva già “istruito” 600 attivisti bielorussi.
RT ricordava come la USAID sia attiva in Bielorussia sin dal 1999, ma, per le restrizioni imposte da Minsk, alcune organizzazioni di opposizione locali abbiano trasferito le proprie sedi in Polonia o nei Paesi baltici, da dove coordinano le attività in territorio bielorusso.
Si arriva così a un nodo critico della questione bielorussa.
«C’è stata una “rivoluzione colorata” in Bielorussia?» Si chiedeva in questi giorni il politologo bielorusso Vsevolod Šimov su Rubaltic.ru, e rispondeva che la Minsk ufficiale definisce quanto accaduto dopo il 9 agosto 2020 un tentativo di rivoluzione colorata, una rivolta e persino un blitzkrieg, alimentato dall’esterno, volendo l’Occidente eliminare lo sgradito regime politico bielorusso, per indebolire ulteriormente la Russia.
Dunque, se per “rivoluzione colorata” si intendono «le agitazioni ispirate dalla rete di influenza occidentale con l’obiettivo di rovesciare il regime, allora è difficile non vedere elementi di una “rivoluzione colorata” negli eventi bielorussi».
Ma il punto è: com’è che in Bielorussia ci sono tutte queste ONG, fondazioni, iniziative, “media indipendenti”? Non è un mistero che «tutti questi soggetti abbiano operato con il tacito consenso delle autorità bielorusse, nel quadro di una politica estera multivettoriale e di contenimento dell’influenza russa nella repubblica».
Il regime bielorusso, scrive Šimov, «contava sul fatto che la società civile filo-occidentale non sarebbe andata oltre il quadro assegnatole, e l’Occidente stesso fosse sufficientemente soddisfatto di una Bielorussia multivettoriale guidata da Lukašenko, quale strumento per contenere la Russia».
Alla vigilia del voto del 2020, con la vicenda dei 33 militari della società privata russa “Wagner” arrestati a Minsk, spavaldamente Lukašenko aveva detto: «Non c’è bisogno di spaventarci con gli americani o la NATO». Né gli uni né l’altra «hanno inviato qui 33 persone». Anche se poi, appena un paio di settimane dopo, truppe bielorusse venivano dispiegate ai confini occidentali.
Sta di fatto, sostiene Šimov, che a Minsk non si erano del tutto sbagliati: l’Occidente, preso nella propria crisi, nella pandemia, impegnato nelle presidenziali USA, non aveva pianificato un cambio di regime in Bielorussia: almeno, non nel 2020. «Può darsi che la “rete sociale” abbia agito autonomamente»: una sorta di vertigine da successo, con la rete filo-occidentale che, sopravvalutando le proprie forze, aveva deciso che il «regime bielorusso fosse abbastanza marcio da poter essere abbattuto».
Il calcolo, però, non era preciso. Una “rivoluzione colorata” raggiunge il «successo quando riesce a ottenere l’appoggio di una parte dell’apparato statale e almeno la neutralità delle forze di sicurezza. Il che non si è verificato».
Ma non ha completamente vinto nemmeno Lukašenko: Minsk ha «perso la sua carta vincente preferita: il bilanciamento tra Occidente e Oriente, che le ha sinora permesso di ricevere vantaggi in entrambe le direzioni». Mosca ha iniziato da tempo a ridurre sistematicamente i sussidi all’economia del suo alleato “multivettore” e il deterioramento dei rapporti Minsk-Mosca potrebbe rafforzare «la fiducia della rete filo-occidentale nelle proprie forze».
In effetti, non sembrano esserci progressi nella realizzazione dello “Stato Unitario” russo-bielorusso, mentre l’opposizione filo-occidentale, «comunque la si giudichi, offre per molti un’immagine attraente: “fuga da Mosca” e costruzione di uno stato sovrano sotto gli auspici dell’Occidente».
Al contrario, «l’approccio multivettoriale di una Bielorussia come “centro d’Europa”, neutrale, amica di tutti, che fino a un certo punto ha anche funzionato, è del tutto esaurito».
Minsk continua a «eludere un’alleanza a tutti gli effetti con la Russia, sostituendola con vaghe speculazioni su una sorta di “grande Eurasia”, il cui avamposto occidentale dovrebbe essere la Bielorussia».
Bats’ka lo ha ribadito anche nella “Grande conversazione” del 9 agosto: la Bielorussia non ha bisogno di unirsi alla Russia per sviluppare l’integrazione e Mosca «non ha bisogno di un’altra bega», ha detto; la situazione potrebbe cambiare, ma «ora non si può pensare a distruggere lo stato bielorusso».
Il mondo è cambiato, ha detto Lukašenko: per «sviluppare l’integrazione economica, non è necessario includere qualcuno nella propria compagine». La Bielorussia è uno Stato sovrano e indipendente, e «quando sento accenni del tipo “nella compagine della Russia” e simili, penso sempre con la testa di Putin: la Russia ha davvero bisogno di un altro rompicapo? No».
D’altra parte, ha detto, «la Russia non ha nessun altro come alleato» tranne la Bielorussia; forse, «ovviamente, sarebbe meglio se fosse la Cina a essere vostro alleato», ha detto rispondendo a un giornalista russo; e questo «potrebbe essere anche meglio per il mondo, ma ahimè», non è così.
E non ha mancato di ribadire, come aveva fatto alla vigilia del voto di un anno fa e anche in altre occasioni, il forte disappunto per le «interferenze di certi “oligarchi russi” negli affari della Bielorussia».
Per la verità, a partire dal voto del 9 agosto 2020, Minsk ha notevolmente ridotto i rimbrotti all’indirizzo di Mosca, così come in Russia hanno preso campo discorsi secondo cui, dato che bats’ka non ha nessun altro su cui fare affidamento, il processo di integrazione dei due stati è destinato ad accelerare.
Ma il Presidente bielorusso non mostra alcuna fretta, anzi. Sempre nel corso della “Grande conversazione”, ad esempio, toccando il tema del riconoscimento della Crimea russa, ha dichiarato: «Quand’è che Lukašenko riconoscerà la Crimea? ... Quando l’ultimo oligarca in Russia riconoscerà la Crimea e inizierà a rifornirla di merci, allora anche per me la questione non avrà tempo di arrugginire».
A Mosca non scordano certo gli abbracci di bats’ka con Petro Porošenko e le sue simpatie per la «fraterna Ucraina», ribadite più di una volta anche dopo il 2014; ma, l’alternativa, al momento, appare quantomeno pericolosa.
Fonte
16/10/2020
Bielorussia - Quale transizione politica?
La cerimonia di insediamento alla
presidenza bielorussa di Aleksander Lukashenko è avvenuta senza essere
stata anticipata da alcuna notizia. Un fatto di cui non è facile
rintracciare un precedente nella storia europea del passato prossimo:
non più facile, del resto, è rintracciare nella storia europea un tentativo
di delegittimazione politica proveniente dall'estero analogo a quello
che si profila nei confronti di Aleksander Lukashenko.
Vagliando la storia dei popoli slavi d'Oriente – russi, ucraini, bielorussi – e di altri popoli che vissero Oltrecortina (Figura 1) non è difficile realizzare che le tendenze liberali presenti siano state in larga misura isolate dal senso comune occidentale, risultando marginali nella cultura politica generale. Tenere a mente la distanza che intercorre tra la democrazia liberale e il mondo slavo potrebbe aiutare a meglio comprendere l'attualità della Bielorussia e di altre regioni della galassia postsovietica: una galassia distante e in generale poco attratta dalle forme della democrazia liberale.
Pochi giorni fa, in una conferenza stampa tenutasi a Varsavia, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha presentato l'oppositrice bielorussa Svetlana Tikhanovskaya come “presidente della Bielorussia”: appena qualche ora dopo, l'ex presidente del Consiglio Europeo ed ex primo ministro polacco Donald Tusk , ha proposto di conferire alla Tikhanovskaya – ed al marito detenuto in Bielorussia – il premio Nobel per la Pace. In parallelo, a proposito del caso Navalny, il parlamento europeo ha adottato una risoluzione orientata ad imporre nuove sanzioni contro la Federazione Russa – sanzioni che si aggiungeranno a quelle in vigore dal 2014 – ed alla sospensione dei lavori per la costruzione del gasdotto North Stream 2 (Figura 2 e Figura 3).
Contemporaneamente, il parlamento europeo ha adottato una risoluzione orientata ad imporre sanzioni contro la Bielorussia e a far considerare ai paesi membri il “Comitato di coordinamento dell'opposizione bielorussa” come “Organo di rappresentanza ad interim”. Nella sostanza, dal 5 novembre prossimo il parlamento europeo non riconoscerà più Aleksander Lukashenko come presidente legittimo.
Per quanto riguarda l'attuale livello di consenso attribuibile a Lukashenko, al di là dei discutibili dati ufficiali, non esistono dati incontrovertibili. Si possono però proporre delle riflessioni: quella che viene considerata la principale oppositrice di Lukashenko – la Tikhanovskaja - non ha pressoché alcuna esperienza politica. Ammettendo i brogli che l'opposizione denuncia e che nella dinamica elettorale abbia prevalso la logica del voto anti-Lukashenko, è altamente improbabile che Svetlana Tikhanovskaya abbia ottenuto maggiori consensi reali di Lukashenko.
Oltre a questo, nel considerare il rapporto tra Lukashenko e la sua base di consenso si dovrebbe tenere presente che in Bielorussia esiste l'esercito di massa, fattore che implica la necessità di un livello di consenso significativo in seno alle forze armate. Inoltre, l'enorme numero di dipendenti del settore pubblico così come il peso delle “generazioni sovietiche” in seno alla società bielorussa costituisce una fisiologica base di consenso per il potere di Lukashenko.
A differenza di altri ex paesi d'Oltrecortina, nell'odierna Bielorussia la presenza organizzata di movimenti neofascisti è contenuta: un fatto che può certamente spiegarsi con la dura repressione con cui questi gruppi – come la “Legione Bianca” (in russo: Belij Leghion) – hanno dovuto fare i conti tra la fine degli anni novanta e l'inizio degli anni duemila. In questo periodo, la “Legione Bianca” – di fatto un gruppo paramilitare – avrebbe avuto a disposizione campi d'addestramento in Lituania, Polonia ed Ucraina. Nonostante la repressione volta a disarticolare questi gruppi, alcuni nuclei di militanti bielorussi hanno coadiuvato l'attività militare dell'esercito ucraino e delle formazioni paramilitari affiancate a questo nella guerra combattuta dal 2014 contro gli insorti delle regioni orientali dell'Ucraina. In parallelo agli arresti eseguiti tra le fila dei paramilitari che hanno affiancato l'esercito ucraino, negli anni scorsi l'apparato bielorusso ha eseguito arresti anche tra le fila dei bielorussi che hanno combattuto a sostegno degli insorti del Donbass: una scelta che si spiega, oltre che con le questioni di sicurezza interna, con la necessità di Aleksander Lukashenko di mantenere un atteggiamento neutralista in merito al conflitto ucraino, in quanto garante degli accordi firmati a Minsk tra le parti coinvolte.
Certamente la mano dura di Aleksander Lukashenko non ha colpito soltanto l'area neofascista: negli anni scorsi Lukashenko si è sempre mostrato riluttante a concedere spazi politici significativi agli oppositori. Prima della comparsa e dell’arresto della figura di Svetlana Tikhanovskaja, sia in Bielorussia che all'estero Viktor Babariko – banchiere bielorusso molto vicino a Gazprom arrestato alcuni mesi fa con accuse di appropriazione indebita, peraltro insieme al figlio – veniva considerato il principale avversario di Lukashenko.
Su pressione del Cremlino e di una parte della società bielorussa, domenica 10 ottobre 2020 Lukashenko si è recato nel carcere di Minsk, dove si trovano Babariko ed altri oppositori, con i quali ha discusso per oltre quattro ore. Un fatto che rappresenta un ulteriore segnale di apertura politica, oltre che il prodromo di una verosimile prossima uscita dal carcere di Babariko e di un suo successivo coinvolgimento politico.
Il rimando alla lotta contro la corruzione – definita dallo stesso Lukashenko “umiliazione dell'uomo” – ha accompagnato la carriera di Aleksander Lukashenko sin dalla sua genesi politica. Se certamente in alcuni casi l'accusa di corruzione si è fatta strumento politico – come nel caso di Viktor Babariko – è pur vero che in Bielorussa la corruzione è contenuta, specie se messa in relazione ad altri paesi ex sovietici. A questo proposito – oltre a dar conto della legge anticorruzione approvata in Bielorussia nel luglio del 2015 – vale la pena far menzione dei dati forniti dall'ONG Trasparency International (con sede a Berlino e difficilmente tacciabile di simpatie per Lukashenko). Nonostante l'orientamento liberale dell'ONG e la metodologia di ricerca – penalizzante per un paese con un'economia dominata dal settore pubblico – la Bielorussia ha un posizionamento migliore di vari altri vicini ex sovietici (66° su 180 Paesi nel 2019, Figura 4).
Secondo Bloomberg i livelli di efficienza della sanità bielorussa sono sovrapponibili a quelli di Belgio e Olanda (superiori a quelli degli Stati Uniti). Le Nazioni Unite hanno riconosciuto gli sforzi fatti dalla Bielorussia per una sanità gratuita e di libero accesso a tutta la cittadinanza. Un risultato considerevole, soprattutto tenendo conto delle modeste risorse a disposizione e dell'enorme impatto del disastro di Chernobyl sulla Bielorussia. Importanti anche i risultati che la Bielorussia ha raggiunto nell'ambito dell'istruzione, benché non totalmente gratuita, ma caratterizzata da un livello notevole di qualità, garanzia e di tutela sociale.
La possibilità che gli attuali sviluppi politici vadano ad accelerare il percorso dell'Unione di Stati tra la Federazione Russa e la Bielorussa risulta certamente possibile, ma non scontata. Nell'ultimo ventennio, nonostante dispute e contrasti, Lukashenko ha saputo offrire a Mosca solide garanzie, di cui il rinnovato sostegno del Cremlino testimonia la validità attuale, ma non sine die.
Mosca ha garantito alla Bielorussia di Lukashenko una nuova linea di credito per un valore di un miliardo e mezzo di dollari. “Su richiesta di Lukashenko” Vladimir Putin ha dichiarato di aver organizzato delle forze di polizia riserviste, che in caso di necessità saranno messe a disposizione delle autorità bielorusse. Ma quella bielorussa, non è, sicuramente, da leggersi come una questione di repressione del dissenso o di ordine pubblico. Di questo, e della necessità di una transizione politica, appaiono ben consapevoli sia Vladimir Putin sia lo stesso Aleksandr Lukashenko.
Soprattutto tenendo conto di una certa rigidità che ha contraddistinto la sua azione politica, nelle ultime settimane Lukashenko ha mosso dei passi importanti nei confronti di quella porzione di società insofferente alla sua figura. Benché le aperture di Lukashenko non abbiano goduto di particolare visibilità mediatica, quest'ultimo ha ammesso certi eccessi, arrivando ad affermare pubblicamente: “Si, può darsi che sia rimasto un po' troppo al potere...”. Rispetto alla richiesta di introdurre modifiche alla costituzione bielorussa l'atteggiamento di Aleksandr Lukashenko è apparso dialogante, così come a proposito di nuove elezioni anticipate che possano mettere fine al suo mandato appena inaugurato.
Un altro segnale importante arrivato da Lukashenko è quello relativo alla rimozione dall'incarico del capo dell'apparato di sicurezza Valerij Vakulcik. La scelta è stata motivata ufficialmente con un rimando alle sue responsabilità per l'arresto e la detenzione di alcune decine di paramilitari russi appartenenti alla nota agenzia “Wagner”: oltre l'ambiguità dell'episodio, è ragionevole presumere che la simpatia di Vakulcik – e quella di altri membri della burocrazia bielorussa – per la figura di Lukashenko non fosse massima. Una volta ricucito lo strappo con Mosca, è senz'altro possibile che l'allontanamento di Vakulcik abbia un nesso con la discussa gestione dell'ordine pubblico nel corso delle recenti mobilitazioni dell'opposizione.
Alle sanzioni imposte dall'Unione Europea contro vari funzionari bielorussi, la Bielorussia ha risposto imponendo misure speculari contro l'Unione Europea.
A risultare evidente è che chi andrà a beneficiare del tentativo di isolare la Bielorussia e di imporgli nuove sanzioni – siano queste dirette contro l'apparato bielorusso che contro la sua economia – non sarà né l'Italia né il sistema di relazioni continentali. Anziché promuovere il dialogo tra la presidenza e l'opposizione le misure antibielorusse finirebbero infatti per polarizzare la società bielorussa: a venire colpito sarebbe uno dei principali ponti tra la Federazione Russa e l'Europa occidentale, nonché un paese molto importante per l'economia italiana proprio per questa sua caratteristica.
Sullo sfondo del dialogo tra la Bielorussia e il Vaticano – avviato con la visita del segretario dei rapporti con gli stati Paul R, Gallagher a metà settembre 2020 – la possibilità di una visita a Minsk da parte di Papa Francesco viene al momento ostacolata dal “niet” delle autorità bielorusse rispetto al rientro in Bielorussia – dove si trova il Nunzio Apostolico, mons. Antonio Mennini – del vescovo Tadeusz Kondrusiewicz. Un ostacolo su cui ha posto l'accento anche il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e che la Santa Sede appare propensa a superare con il dialogo.
Mentre si attende il risultato delle presidenziali statunitensi – previste ormai tra poche settimane – risulta evidente come quella che si prospetta per la Bielorussia sia una transizione lenta e dilatata nel tempo: necessaria, ma non priva di rischi per la sua economia e per la sua società (Figura 5), così come per l'intero spazio continentale.
Fonte
Vagliando la storia dei popoli slavi d'Oriente – russi, ucraini, bielorussi – e di altri popoli che vissero Oltrecortina (Figura 1) non è difficile realizzare che le tendenze liberali presenti siano state in larga misura isolate dal senso comune occidentale, risultando marginali nella cultura politica generale. Tenere a mente la distanza che intercorre tra la democrazia liberale e il mondo slavo potrebbe aiutare a meglio comprendere l'attualità della Bielorussia e di altre regioni della galassia postsovietica: una galassia distante e in generale poco attratta dalle forme della democrazia liberale.
Pochi giorni fa, in una conferenza stampa tenutasi a Varsavia, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha presentato l'oppositrice bielorussa Svetlana Tikhanovskaya come “presidente della Bielorussia”: appena qualche ora dopo, l'ex presidente del Consiglio Europeo ed ex primo ministro polacco Donald Tusk , ha proposto di conferire alla Tikhanovskaya – ed al marito detenuto in Bielorussia – il premio Nobel per la Pace. In parallelo, a proposito del caso Navalny, il parlamento europeo ha adottato una risoluzione orientata ad imporre nuove sanzioni contro la Federazione Russa – sanzioni che si aggiungeranno a quelle in vigore dal 2014 – ed alla sospensione dei lavori per la costruzione del gasdotto North Stream 2 (Figura 2 e Figura 3).
Contemporaneamente, il parlamento europeo ha adottato una risoluzione orientata ad imporre sanzioni contro la Bielorussia e a far considerare ai paesi membri il “Comitato di coordinamento dell'opposizione bielorussa” come “Organo di rappresentanza ad interim”. Nella sostanza, dal 5 novembre prossimo il parlamento europeo non riconoscerà più Aleksander Lukashenko come presidente legittimo.
Per quanto riguarda l'attuale livello di consenso attribuibile a Lukashenko, al di là dei discutibili dati ufficiali, non esistono dati incontrovertibili. Si possono però proporre delle riflessioni: quella che viene considerata la principale oppositrice di Lukashenko – la Tikhanovskaja - non ha pressoché alcuna esperienza politica. Ammettendo i brogli che l'opposizione denuncia e che nella dinamica elettorale abbia prevalso la logica del voto anti-Lukashenko, è altamente improbabile che Svetlana Tikhanovskaya abbia ottenuto maggiori consensi reali di Lukashenko.
Oltre a questo, nel considerare il rapporto tra Lukashenko e la sua base di consenso si dovrebbe tenere presente che in Bielorussia esiste l'esercito di massa, fattore che implica la necessità di un livello di consenso significativo in seno alle forze armate. Inoltre, l'enorme numero di dipendenti del settore pubblico così come il peso delle “generazioni sovietiche” in seno alla società bielorussa costituisce una fisiologica base di consenso per il potere di Lukashenko.
A differenza di altri ex paesi d'Oltrecortina, nell'odierna Bielorussia la presenza organizzata di movimenti neofascisti è contenuta: un fatto che può certamente spiegarsi con la dura repressione con cui questi gruppi – come la “Legione Bianca” (in russo: Belij Leghion) – hanno dovuto fare i conti tra la fine degli anni novanta e l'inizio degli anni duemila. In questo periodo, la “Legione Bianca” – di fatto un gruppo paramilitare – avrebbe avuto a disposizione campi d'addestramento in Lituania, Polonia ed Ucraina. Nonostante la repressione volta a disarticolare questi gruppi, alcuni nuclei di militanti bielorussi hanno coadiuvato l'attività militare dell'esercito ucraino e delle formazioni paramilitari affiancate a questo nella guerra combattuta dal 2014 contro gli insorti delle regioni orientali dell'Ucraina. In parallelo agli arresti eseguiti tra le fila dei paramilitari che hanno affiancato l'esercito ucraino, negli anni scorsi l'apparato bielorusso ha eseguito arresti anche tra le fila dei bielorussi che hanno combattuto a sostegno degli insorti del Donbass: una scelta che si spiega, oltre che con le questioni di sicurezza interna, con la necessità di Aleksander Lukashenko di mantenere un atteggiamento neutralista in merito al conflitto ucraino, in quanto garante degli accordi firmati a Minsk tra le parti coinvolte.
Certamente la mano dura di Aleksander Lukashenko non ha colpito soltanto l'area neofascista: negli anni scorsi Lukashenko si è sempre mostrato riluttante a concedere spazi politici significativi agli oppositori. Prima della comparsa e dell’arresto della figura di Svetlana Tikhanovskaja, sia in Bielorussia che all'estero Viktor Babariko – banchiere bielorusso molto vicino a Gazprom arrestato alcuni mesi fa con accuse di appropriazione indebita, peraltro insieme al figlio – veniva considerato il principale avversario di Lukashenko.
Su pressione del Cremlino e di una parte della società bielorussa, domenica 10 ottobre 2020 Lukashenko si è recato nel carcere di Minsk, dove si trovano Babariko ed altri oppositori, con i quali ha discusso per oltre quattro ore. Un fatto che rappresenta un ulteriore segnale di apertura politica, oltre che il prodromo di una verosimile prossima uscita dal carcere di Babariko e di un suo successivo coinvolgimento politico.
Il rimando alla lotta contro la corruzione – definita dallo stesso Lukashenko “umiliazione dell'uomo” – ha accompagnato la carriera di Aleksander Lukashenko sin dalla sua genesi politica. Se certamente in alcuni casi l'accusa di corruzione si è fatta strumento politico – come nel caso di Viktor Babariko – è pur vero che in Bielorussa la corruzione è contenuta, specie se messa in relazione ad altri paesi ex sovietici. A questo proposito – oltre a dar conto della legge anticorruzione approvata in Bielorussia nel luglio del 2015 – vale la pena far menzione dei dati forniti dall'ONG Trasparency International (con sede a Berlino e difficilmente tacciabile di simpatie per Lukashenko). Nonostante l'orientamento liberale dell'ONG e la metodologia di ricerca – penalizzante per un paese con un'economia dominata dal settore pubblico – la Bielorussia ha un posizionamento migliore di vari altri vicini ex sovietici (66° su 180 Paesi nel 2019, Figura 4).
Secondo Bloomberg i livelli di efficienza della sanità bielorussa sono sovrapponibili a quelli di Belgio e Olanda (superiori a quelli degli Stati Uniti). Le Nazioni Unite hanno riconosciuto gli sforzi fatti dalla Bielorussia per una sanità gratuita e di libero accesso a tutta la cittadinanza. Un risultato considerevole, soprattutto tenendo conto delle modeste risorse a disposizione e dell'enorme impatto del disastro di Chernobyl sulla Bielorussia. Importanti anche i risultati che la Bielorussia ha raggiunto nell'ambito dell'istruzione, benché non totalmente gratuita, ma caratterizzata da un livello notevole di qualità, garanzia e di tutela sociale.
La possibilità che gli attuali sviluppi politici vadano ad accelerare il percorso dell'Unione di Stati tra la Federazione Russa e la Bielorussa risulta certamente possibile, ma non scontata. Nell'ultimo ventennio, nonostante dispute e contrasti, Lukashenko ha saputo offrire a Mosca solide garanzie, di cui il rinnovato sostegno del Cremlino testimonia la validità attuale, ma non sine die.
Mosca ha garantito alla Bielorussia di Lukashenko una nuova linea di credito per un valore di un miliardo e mezzo di dollari. “Su richiesta di Lukashenko” Vladimir Putin ha dichiarato di aver organizzato delle forze di polizia riserviste, che in caso di necessità saranno messe a disposizione delle autorità bielorusse. Ma quella bielorussa, non è, sicuramente, da leggersi come una questione di repressione del dissenso o di ordine pubblico. Di questo, e della necessità di una transizione politica, appaiono ben consapevoli sia Vladimir Putin sia lo stesso Aleksandr Lukashenko.
Soprattutto tenendo conto di una certa rigidità che ha contraddistinto la sua azione politica, nelle ultime settimane Lukashenko ha mosso dei passi importanti nei confronti di quella porzione di società insofferente alla sua figura. Benché le aperture di Lukashenko non abbiano goduto di particolare visibilità mediatica, quest'ultimo ha ammesso certi eccessi, arrivando ad affermare pubblicamente: “Si, può darsi che sia rimasto un po' troppo al potere...”. Rispetto alla richiesta di introdurre modifiche alla costituzione bielorussa l'atteggiamento di Aleksandr Lukashenko è apparso dialogante, così come a proposito di nuove elezioni anticipate che possano mettere fine al suo mandato appena inaugurato.
Un altro segnale importante arrivato da Lukashenko è quello relativo alla rimozione dall'incarico del capo dell'apparato di sicurezza Valerij Vakulcik. La scelta è stata motivata ufficialmente con un rimando alle sue responsabilità per l'arresto e la detenzione di alcune decine di paramilitari russi appartenenti alla nota agenzia “Wagner”: oltre l'ambiguità dell'episodio, è ragionevole presumere che la simpatia di Vakulcik – e quella di altri membri della burocrazia bielorussa – per la figura di Lukashenko non fosse massima. Una volta ricucito lo strappo con Mosca, è senz'altro possibile che l'allontanamento di Vakulcik abbia un nesso con la discussa gestione dell'ordine pubblico nel corso delle recenti mobilitazioni dell'opposizione.
Alle sanzioni imposte dall'Unione Europea contro vari funzionari bielorussi, la Bielorussia ha risposto imponendo misure speculari contro l'Unione Europea.
A risultare evidente è che chi andrà a beneficiare del tentativo di isolare la Bielorussia e di imporgli nuove sanzioni – siano queste dirette contro l'apparato bielorusso che contro la sua economia – non sarà né l'Italia né il sistema di relazioni continentali. Anziché promuovere il dialogo tra la presidenza e l'opposizione le misure antibielorusse finirebbero infatti per polarizzare la società bielorussa: a venire colpito sarebbe uno dei principali ponti tra la Federazione Russa e l'Europa occidentale, nonché un paese molto importante per l'economia italiana proprio per questa sua caratteristica.
Sullo sfondo del dialogo tra la Bielorussia e il Vaticano – avviato con la visita del segretario dei rapporti con gli stati Paul R, Gallagher a metà settembre 2020 – la possibilità di una visita a Minsk da parte di Papa Francesco viene al momento ostacolata dal “niet” delle autorità bielorusse rispetto al rientro in Bielorussia – dove si trova il Nunzio Apostolico, mons. Antonio Mennini – del vescovo Tadeusz Kondrusiewicz. Un ostacolo su cui ha posto l'accento anche il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e che la Santa Sede appare propensa a superare con il dialogo.
Mentre si attende il risultato delle presidenziali statunitensi – previste ormai tra poche settimane – risulta evidente come quella che si prospetta per la Bielorussia sia una transizione lenta e dilatata nel tempo: necessaria, ma non priva di rischi per la sua economia e per la sua società (Figura 5), così come per l'intero spazio continentale.
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14/10/2020
Bielorussia - La “Guajdò” dello Svisloč’ lancia l’ultimatum a Lukašenko
Gli ultimi avvenimenti nel settore sudorientale del cosiddetto “spazio post-sovietico” attorno alla Russia hanno messo un po’ in secondo piano il quadro bielorusso, nonostante i pruriti diplomatici occidentali sembrino muoversi ancora prevalentemente proprio attorno all’“ultima dittatura d’Europa”.
L’ennesimo riaccendersi del conflitto azero-armeno attorno al Nagorno-Karabakh, con un cessate il fuoco annunciato per il 10 ottobre e durato poche ore e con i coinvolgimenti delle potenze circostanti, continua a catalizzare ogni attenzione.
Le proteste in Kirgizija, dopo il voto del 4 ottobre, che ha confermato il presidente Sooronbaj Žäänbekov, vanno calando di tono e l’ex presidente Almazbek Atambaev, liberato di prigione dai manifestanti nelle prime ore delle proteste, è già di nuovo in isolamento.
Pressoché nessun problema, per ora, per Èmomali Rakhmon, confermato domenica scorsa per la quinta volta alla presidenza del Tadžikistan con oltre il 90% e un’affluenza del 85% (il suo record è quello del 1999 col 97%) coi quattro “concorrenti” attestatisi tra il 3 e il 1,5%.
Gli esperti sottolineano l’assenza nel paese di ogni contesa politica, limitata casomai alle battaglie interne al clan cui appartiene lo stesso Rakhmon; l’ultima pericolosa opposizione, quella del Partito della rinascita islamica, risale agli inizi degli anni ’90 e fu messa a tacere dopo una sanguinosa guerra civile contro gli islamisti.
Diversi interrogativi riguardano al momento la Moldavia: in vista delle presidenziali del 1 novembre, l’opposizione filo-UE, anche quella che chiede l’unione alla Romania, tanto per portarsi avanti col lavoro, già da ora parla di elezioni truccate: alla maniera bielorussa, insomma.
È del 13 ottobre l’“ultimatum popolare” lanciato dalla Guaidò bielorussa a Aleksandr Lukašenko perché “se ne vada entro il 25 ottobre”, liberi tutti gli “arrestati politici” e “cessi le violenze di strada”: in caso contrario si darà inizio a uno “sciopero generale nazionale”.
Tredici giorni: dieci giorni in più di quelli concessi nel febbraio 2019 dal “presidente a interim” venezuelano alle forze armate per passare dalla sua parte. La “democrazia” avanza sempre a colpi di ultimatum.
Svetlana Tikhanovskaja ha lanciato l’anatema dal suo “esilio” lituano, dove si trova insieme a parte dei membri del Consiglio di coordinamento, creato il 18 agosto. Un esilio, per la verità, come ha di nuovo ricordato Lukašenko, per il quale l’ex candidata presidenziale dovrebbe esser grata allo stesso bats’ka, che l’avrebbe così salvata dal diventare “la vittima sacrificale cui i suoi stessi sostenitori l’avevano condannata”.
“Facemmo in tempo a trasferirla in Lituania su sua stessa richiesta. Insieme alle persone che lei aveva richiesto l’accompagnassero, la portammo sotto scorta in Lituania dai suoi bambini. E quando disse che non aveva soldi, ordinai che gli fossero dati 15.000 dollari dal bilancio”.
Da allora, attorno all’ennesima “martire della libertà”, si è creato un alone di riconoscimento internazionale, proprio come è stato a suo tempo per il Guaidò originale: una sorta di massimo esponente di un “governo in esilio”, costretto suo malgrado a sottrarsi alle forze del male. E così, giù incontri, sia “in presenza” che in “smart working” con Merkel, Macron, coi Ministri degli esteri di Slovacchia, Bulgaria, dal Canada, alla Polonia, all’Irlanda, per non parlare dell’italico duo macchiettistico che le ha reso omaggio qualche settimana fa a Vilnius.
L’ex deputato dell’URSS, del Soviet supremo lettone e poi della Duma russa, Viktor Alksnis, ricordava nei giorni scorsi come, all’epoca dei movimenti “indipendentistici” baltici, si fossero radunati a “Cracovia, alla residentura della CIA, i rappresentanti dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del ‘Rukh’ d’Ucraina, di Georgia e Moldavia, per discutere la creazione di una Confederazione Baltico-mar Nero, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA; lo scopo era quello di creare un cordone sanitario contro la Russia: un’idea che gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato. E ora ritengono di avere una possibilità unica, dato che la Bielorussia è l’unico ostacolo rimasto su tale percorso”.
Ma, mentre le manifestazioni a Minsk stanno assumendo le caratteristiche del majdan ucraino, con le forze di sicurezza che però rispondono “a tono”, qual è la situazione sociale bielorussa?
L’osservatore Sergej Artëmenko, su iarex.ru, traccia un quadro non troppo roseo dell’economia del paese, nonostante il Ministro dell’economia Aleksandr Červjakov pronostichi una crescita del 20% del PIL per il quinquennio 2021-2025, con un incremento dell’export di 50 miliardi di dollari e investimenti per 200 miliardi.
Vale a dire, nota Artëmenko, il Ministro pianifica una crescita che riporti l’economia al livello raggiunto prima che Lukašenko la riducesse al punto attuale, ad esempio con la storia del “petrolio alternativo”, importato da Norvegia, USA, Azerbajdžan, Arabia Saudita, invece che dalla Russia.
Un anno fa, bats’ka aveva promesso un aumento del PIL del 2,8%, con un +3,6% delle esportazioni, +2,6% di produttività e +2,4% di redditi reali: cifre irreali già al momento delle previsioni. Il 1 ottobre, il Primo ministro Roman Golovčenko, ha parlato di “crescita economica prevista nel prossimo anno al 101,8% e mantenimento del PIL di quest’anno al 100%”.
Ricordiamo, scrive Artëmenko, come nell’ultimo anno i “piani napoleonici” della leadership bielorussa si siano notevolmente ridotti: il piano era quello di raddoppiare il PIL, con un aumento a 100 miliardi $ nel 2025. Sembra però che le previsioni più realistiche non siano quelle di una crescita del 3% del PIL, pronosticata dal governo, bensì di una sua caduta di valore uguale e inverso.
Nel primo semestre di quest’anno, l’esportazione di prodotti petroliferi è diminuita del 38,5% rispetto al 2019, fermandosi a 3,78 milioni di tonnellate; in termini di valore, ciò ha significato un calo del 61,8%, a 1,2 miliardi di dollari. E nella guerra del petrolio scatenata a inizio anno da Riyadh contro Mosca a colpi di dumping, Minsk si è di fatto schierata con la prima, dimostrando così ancora una volta, come bats’ka tiri ora da una parte ora da un’altra lo “Stato unitario Russia-Bielorussia” e, alla fine, non è che ci guadagni.
Anzi, come nota ancora Artëmenko, a fare passi avanti è il nazionalismo anti-russo e, nonostante tutto, ricordando le ripetute giravolte di Lukašenko in persona, è difficile pensare che “la svolta verso occidente” sia opera esclusiva del Ministro degli esteri Vladimir Makej.
A dispetto delle sanzioni occidentali, Minsk continua infatti tuttora a negoziare con USA e UE, segno di un aspro conflitto interno tra settori concorrenti del capitalismo nazionale, che si orientano chi a est, chi a ovest. E anche se ora bats’ka parla sottovoce di “non permettere che ciarlatani stranieri” si approprino di aziende trainanti bielorusse, negli anni scorsi ha dato il proprio contributo alla privatizzazione di numerosi attivi statali da parte di cordate nazionali e straniere, pur senza scadere nella farwestizzazione che a suo tempo ha contrassegnato la Russia.
Sul piano politico internazionale, Minsk prosegue ad esempio sulla strada che la vede a fianco di Kiev nelle dispute “territoriali” con la Russia, come quella sulla Crimea; e anche le ultimissime battute, a suon di richiami di ambasciatori, con Polonia e Lituania (ma, “per solidarietà” con Varsavia e Vilnius, anche altre capitali europee hanno richiamato i propri ambasciatori dalla Bielorussia), assicura Minsk, sono dovute esclusivamente alla posizione da quelle assunta col non riconoscimento del voto del 9 agosto. Per il resto: è l’interesse che conta.
Significativo come, in risposta alle sanzioni anti-russe dell’Occidente, adottate nel 2014 dopo la riunificazione della Crimea, bats’ka non solo non si fosse unito a Mosca nelle contro-misure, ma avesse dato vita a una sorta di “offshore alimentare bielorusso”, aggravando i danni arrecati a Mosca, con l’introduzione di contrabbando in Russia di prodotti alimentari occidentali sotto embargo.
E così è stato, anche in varie occasioni, anche in passato, in occasione di conflitti con Georgia, Turchia, Ucraina, ecc.
Tra l’altro, Minsk continua ad essere membro del programma UE per lo spazio post-sovietico “Partenariato orientale”, insieme a Ucraina, Georgia, Azerbajdžan, Armenia, Moldavia. Da quasi tre decenni, il Ministero della difesa e il Ministero degli esteri continuano a sviluppare relazioni con la NATO, nel quadro del Consiglio di partenariato euro-atlantico, dei programmi “Partenariato per la pace”, “Scienza per la pace e la sicurezza”, “Programma di partenariato e cooperazione individuale”, “Processo di pianificazione e valutazione delle forze”. E non si fa mancare nemmeno le attenzioni di NED (National Endowment for Democracy) e USAID (United States Agency for International Development).
E si potrebbe continuare. Ma non vogliamo tediare ulteriormente i lettori.
In sintesi, se è ovviamente eccessivo precipitare bats’ka nel nono cerchio dantesco, tra i “traditori dei parenti”, sembra chiaro come il suo ormai perenne zigzagare tra est e ovest, nord e sud, non faccia altro che il gioco di chi aspetta solo il momento di completare l’accerchiamento della Russia, passando per Minsk.
Per il resto, le varie “guajdò” servono allo scopo di creare la giusta atmosfera interna, cui una discreta mano, come era stato a suo tempo per l’Ucraina di Viktor Janukovič, l’ha già data a modo suo lo stesso Aleksandr Grigor’evič Lukašenko.
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L’ennesimo riaccendersi del conflitto azero-armeno attorno al Nagorno-Karabakh, con un cessate il fuoco annunciato per il 10 ottobre e durato poche ore e con i coinvolgimenti delle potenze circostanti, continua a catalizzare ogni attenzione.
Le proteste in Kirgizija, dopo il voto del 4 ottobre, che ha confermato il presidente Sooronbaj Žäänbekov, vanno calando di tono e l’ex presidente Almazbek Atambaev, liberato di prigione dai manifestanti nelle prime ore delle proteste, è già di nuovo in isolamento.
Pressoché nessun problema, per ora, per Èmomali Rakhmon, confermato domenica scorsa per la quinta volta alla presidenza del Tadžikistan con oltre il 90% e un’affluenza del 85% (il suo record è quello del 1999 col 97%) coi quattro “concorrenti” attestatisi tra il 3 e il 1,5%.
Gli esperti sottolineano l’assenza nel paese di ogni contesa politica, limitata casomai alle battaglie interne al clan cui appartiene lo stesso Rakhmon; l’ultima pericolosa opposizione, quella del Partito della rinascita islamica, risale agli inizi degli anni ’90 e fu messa a tacere dopo una sanguinosa guerra civile contro gli islamisti.
Diversi interrogativi riguardano al momento la Moldavia: in vista delle presidenziali del 1 novembre, l’opposizione filo-UE, anche quella che chiede l’unione alla Romania, tanto per portarsi avanti col lavoro, già da ora parla di elezioni truccate: alla maniera bielorussa, insomma.
È del 13 ottobre l’“ultimatum popolare” lanciato dalla Guaidò bielorussa a Aleksandr Lukašenko perché “se ne vada entro il 25 ottobre”, liberi tutti gli “arrestati politici” e “cessi le violenze di strada”: in caso contrario si darà inizio a uno “sciopero generale nazionale”.
Tredici giorni: dieci giorni in più di quelli concessi nel febbraio 2019 dal “presidente a interim” venezuelano alle forze armate per passare dalla sua parte. La “democrazia” avanza sempre a colpi di ultimatum.
Svetlana Tikhanovskaja ha lanciato l’anatema dal suo “esilio” lituano, dove si trova insieme a parte dei membri del Consiglio di coordinamento, creato il 18 agosto. Un esilio, per la verità, come ha di nuovo ricordato Lukašenko, per il quale l’ex candidata presidenziale dovrebbe esser grata allo stesso bats’ka, che l’avrebbe così salvata dal diventare “la vittima sacrificale cui i suoi stessi sostenitori l’avevano condannata”.
“Facemmo in tempo a trasferirla in Lituania su sua stessa richiesta. Insieme alle persone che lei aveva richiesto l’accompagnassero, la portammo sotto scorta in Lituania dai suoi bambini. E quando disse che non aveva soldi, ordinai che gli fossero dati 15.000 dollari dal bilancio”.
Da allora, attorno all’ennesima “martire della libertà”, si è creato un alone di riconoscimento internazionale, proprio come è stato a suo tempo per il Guaidò originale: una sorta di massimo esponente di un “governo in esilio”, costretto suo malgrado a sottrarsi alle forze del male. E così, giù incontri, sia “in presenza” che in “smart working” con Merkel, Macron, coi Ministri degli esteri di Slovacchia, Bulgaria, dal Canada, alla Polonia, all’Irlanda, per non parlare dell’italico duo macchiettistico che le ha reso omaggio qualche settimana fa a Vilnius.
L’ex deputato dell’URSS, del Soviet supremo lettone e poi della Duma russa, Viktor Alksnis, ricordava nei giorni scorsi come, all’epoca dei movimenti “indipendentistici” baltici, si fossero radunati a “Cracovia, alla residentura della CIA, i rappresentanti dei fronti popolari dei Paesi baltici, di Bielorussia, del ‘Rukh’ d’Ucraina, di Georgia e Moldavia, per discutere la creazione di una Confederazione Baltico-mar Nero, formalmente sotto egida polacca, in realtà sotto guida USA; lo scopo era quello di creare un cordone sanitario contro la Russia: un’idea che gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato. E ora ritengono di avere una possibilità unica, dato che la Bielorussia è l’unico ostacolo rimasto su tale percorso”.
Ma, mentre le manifestazioni a Minsk stanno assumendo le caratteristiche del majdan ucraino, con le forze di sicurezza che però rispondono “a tono”, qual è la situazione sociale bielorussa?
L’osservatore Sergej Artëmenko, su iarex.ru, traccia un quadro non troppo roseo dell’economia del paese, nonostante il Ministro dell’economia Aleksandr Červjakov pronostichi una crescita del 20% del PIL per il quinquennio 2021-2025, con un incremento dell’export di 50 miliardi di dollari e investimenti per 200 miliardi.
Vale a dire, nota Artëmenko, il Ministro pianifica una crescita che riporti l’economia al livello raggiunto prima che Lukašenko la riducesse al punto attuale, ad esempio con la storia del “petrolio alternativo”, importato da Norvegia, USA, Azerbajdžan, Arabia Saudita, invece che dalla Russia.
Un anno fa, bats’ka aveva promesso un aumento del PIL del 2,8%, con un +3,6% delle esportazioni, +2,6% di produttività e +2,4% di redditi reali: cifre irreali già al momento delle previsioni. Il 1 ottobre, il Primo ministro Roman Golovčenko, ha parlato di “crescita economica prevista nel prossimo anno al 101,8% e mantenimento del PIL di quest’anno al 100%”.
Ricordiamo, scrive Artëmenko, come nell’ultimo anno i “piani napoleonici” della leadership bielorussa si siano notevolmente ridotti: il piano era quello di raddoppiare il PIL, con un aumento a 100 miliardi $ nel 2025. Sembra però che le previsioni più realistiche non siano quelle di una crescita del 3% del PIL, pronosticata dal governo, bensì di una sua caduta di valore uguale e inverso.
Nel primo semestre di quest’anno, l’esportazione di prodotti petroliferi è diminuita del 38,5% rispetto al 2019, fermandosi a 3,78 milioni di tonnellate; in termini di valore, ciò ha significato un calo del 61,8%, a 1,2 miliardi di dollari. E nella guerra del petrolio scatenata a inizio anno da Riyadh contro Mosca a colpi di dumping, Minsk si è di fatto schierata con la prima, dimostrando così ancora una volta, come bats’ka tiri ora da una parte ora da un’altra lo “Stato unitario Russia-Bielorussia” e, alla fine, non è che ci guadagni.
Anzi, come nota ancora Artëmenko, a fare passi avanti è il nazionalismo anti-russo e, nonostante tutto, ricordando le ripetute giravolte di Lukašenko in persona, è difficile pensare che “la svolta verso occidente” sia opera esclusiva del Ministro degli esteri Vladimir Makej.
A dispetto delle sanzioni occidentali, Minsk continua infatti tuttora a negoziare con USA e UE, segno di un aspro conflitto interno tra settori concorrenti del capitalismo nazionale, che si orientano chi a est, chi a ovest. E anche se ora bats’ka parla sottovoce di “non permettere che ciarlatani stranieri” si approprino di aziende trainanti bielorusse, negli anni scorsi ha dato il proprio contributo alla privatizzazione di numerosi attivi statali da parte di cordate nazionali e straniere, pur senza scadere nella farwestizzazione che a suo tempo ha contrassegnato la Russia.
Sul piano politico internazionale, Minsk prosegue ad esempio sulla strada che la vede a fianco di Kiev nelle dispute “territoriali” con la Russia, come quella sulla Crimea; e anche le ultimissime battute, a suon di richiami di ambasciatori, con Polonia e Lituania (ma, “per solidarietà” con Varsavia e Vilnius, anche altre capitali europee hanno richiamato i propri ambasciatori dalla Bielorussia), assicura Minsk, sono dovute esclusivamente alla posizione da quelle assunta col non riconoscimento del voto del 9 agosto. Per il resto: è l’interesse che conta.
Significativo come, in risposta alle sanzioni anti-russe dell’Occidente, adottate nel 2014 dopo la riunificazione della Crimea, bats’ka non solo non si fosse unito a Mosca nelle contro-misure, ma avesse dato vita a una sorta di “offshore alimentare bielorusso”, aggravando i danni arrecati a Mosca, con l’introduzione di contrabbando in Russia di prodotti alimentari occidentali sotto embargo.
E così è stato, anche in varie occasioni, anche in passato, in occasione di conflitti con Georgia, Turchia, Ucraina, ecc.
Tra l’altro, Minsk continua ad essere membro del programma UE per lo spazio post-sovietico “Partenariato orientale”, insieme a Ucraina, Georgia, Azerbajdžan, Armenia, Moldavia. Da quasi tre decenni, il Ministero della difesa e il Ministero degli esteri continuano a sviluppare relazioni con la NATO, nel quadro del Consiglio di partenariato euro-atlantico, dei programmi “Partenariato per la pace”, “Scienza per la pace e la sicurezza”, “Programma di partenariato e cooperazione individuale”, “Processo di pianificazione e valutazione delle forze”. E non si fa mancare nemmeno le attenzioni di NED (National Endowment for Democracy) e USAID (United States Agency for International Development).
E si potrebbe continuare. Ma non vogliamo tediare ulteriormente i lettori.
In sintesi, se è ovviamente eccessivo precipitare bats’ka nel nono cerchio dantesco, tra i “traditori dei parenti”, sembra chiaro come il suo ormai perenne zigzagare tra est e ovest, nord e sud, non faccia altro che il gioco di chi aspetta solo il momento di completare l’accerchiamento della Russia, passando per Minsk.
Per il resto, le varie “guajdò” servono allo scopo di creare la giusta atmosfera interna, cui una discreta mano, come era stato a suo tempo per l’Ucraina di Viktor Janukovič, l’ha già data a modo suo lo stesso Aleksandr Grigor’evič Lukašenko.
Fonte
22/09/2020
Bielorussia - Quali prospettive per l’opposizione euroatlantica?
Gli aspiranti golpisti bielorussi stanno mettendo in piedi un gruppo
consultivo per il coordinamento delle azioni con rappresentanti occidentali
interessati al rovesciamento di Aleksandr Lukašenko: in maniera meno diretta, è
questo quanto ha dichiarato il 19 settembre Anna Krasulina, addetta stampa della
“Guaidò” bielorussa Svetlana Tikhanovskaja.
In effetti, già da giorni, una nota del Dipartimento di stato USA, annunciava per il 21 settembre l’incontro a Vilnius del proprio coordinatore per la lotta al terrorismo, Nathan Sales, coi “rappresentanti della società civile bielorussa, per discutere di come gli USA possano sostenere il popolo bielorusso nelle sue richieste di elezioni libere e giuste”.
Ma non c’è solamente Washington a preoccuparsi di “sostenere il popolo bielorusso”. Molto più vicino a Minsk, non fanno mistero delle proprie ambizioni i vecchi occupanti del territorio bielorusso.
Vilnius e Varsavia, memori chi della vecchia Confederazione (l’unione di Regno di Polonia e Granducato di Lituania nella Prima Reç Pospolita, dal XVI al XVIII secolo) che si estendeva dal Baltico al mar Neroe dai Carpazi fin quasi alla russa Smolensk; chi, invece, della II Reç Pospolita (dal 1918 al 1939: ma già senza alcuna unione, anzi, con l’annessione polacca di parti del territorio lituano. Dal 1989 esisterebbe invece la “III Reç Pospolita”) e delle sue ambizioni “da mare a mare”: Varsavia non fa mistero di considerare “vangelo” i pronostici fatti nel 2010 da George Friedman per l’americana StratFor.
Entrambe, comunque, tanto Vilnius che Varsavia, sono disposte a rappresentare insieme gli interessi generali d’oltreoceano; ma al tempo stesso, soprattutto Varsavia, ansiosa di riprendersi quello che non ha mai smesso di considerare “proprio” e che, per una ventina d’anni, fino al 1939, aveva tenuto sotto il proprio tallone, in barba a tutte le clausole sul rispetto dei diritti nazionali previste dal trattato di Riga del 1921.
Anzi, Se le rivendicazioni sulle proprietà nei cosiddetti Kresy Wschodnie – i territori orientali tornati legittimamente a far parte di Ucraina e Bielorussia nel 1939 – rischierebbero di esser contestate dalla legislazione UE, un più vasto controllo completo da parte polacca sull’intera regione può rispondere all’interesse USA di sostituire Berlino con Varsavia quale forte avamposto europeo.
Insomma, nonostante qualche litigio, Polonia e Lituania qualcosa in comune ce l’hanno. Non a caso, si è tenuta di recente a Vilnius una simbolica seduta comune dei due governi, al termine della quale i primi ministri, Saulius Skvernelis e Mateusz Morawiecki, hanno firmato una dichiarazione di sostegno “alle aspirazioni dei bielorussi a vivere in un paese libero e democratico, con la direzione di leader che siano eletti in elezioni libere e giuste”.
Inoltre “Lituania e Polonia si sono accordate per coordinare ancora più attivamente i propri sforzi, anche nei forum internazionali”. Il parlamento lituano ha anche ammonito Mosca e Minsk che non riconoscerà alcun documento firmato da Aleksandr Lukašenko con la Russia.
Ora, è quantomeno ipotesi verosimile, che al Cremlino non vedrebbero male uno “svecchiamento” a Minsk; di sicuro, però, non alle condizioni e coi personaggi dettati da Washington, Varsavia o Vilnius. Detto questo, non si deve d’altra parte nemmeno dimenticare che, pur “alleate” contro “l’aggressore orientale”, le due capitali baltiche hanno non poche reciproche dispute storiche tuttora aperte, a cominciare dalla città di Vilnius, tornata a essere capitale lituana solo nel 1939, proprio grazie a quel “tiranno sanguinario” che risiedeva allora al Cremlino, dopo un ventennio di occupazione polacca; e, di contro, la discriminazione lituana ai danni della minoranza polacca residente.
Ma non ci sono solo i “dirimpettai” ad avanzare pretese. Nella smania di mostrare una “unità d’intenti” cui non credono nemmeno loro stessi, anche a Bruxelles si sono sentiti in dovere di dire la loro.
Nella risoluzione adottata la scorsa settimana, gli euro-sproloquiatori riconoscono “Svetlana Tikhanovskaja presidente eletta e leader ad interim fino a quando non avranno luogo nuove elezioni”, che dice Bruxelles, devono svolgersi “il prima possibile”.
Manco a dirlo, a “far onore” al tricolore col voto favorevole sono stati PD, M5S, Forza Italia e Fratelli d’Italia, con l’astensione della Lega. Anche se, c’è da dire, ieri i Ministri degli esteri UE non sono riusciti ad accordarsi sulle sanzioni chieste da Tikhanovskaja contro una serie di esponenti politici bielorussi e hanno rimandato la cosa all’incontro dei Capi di stato e di governo nei prossimi giorni.
Ora, scrive Grigorij Ignatov su jpgazeta.ru, negli ultimi tempi i rapporti di Minsk con l’Unione Europea, impersonata dai più diretti vicini della Bielorussia – Lituania, Polonia e Ucraina – non erano dei peggiori: soprattutto in campo economico, il giro d’affari era tutt’altro che disprezzabile.
Ma ecco che, dopo il voto presidenziale del 10 agosto, Vilnius rifiuta di riconoscere Lukašenko e questi sposta verso la Russia il traffico mercantile che passava per i porti lituani: perdita secca del 30% per il bilancio di Vilnius. Per lo stesso motivo, Kiev perde circa 5 miliardi di dollari. Più o meno lo stesso con Polonia, Estonia e simili.
Ed ecco che il Parlamento europeo, questa volta non per bocca degli emissari orientali, ma in prima persona, dichiara: “Quando il 5 novembre scadrà il mandato dell’attuale leader autoritario Alexandr Lukašenko, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese“.
E ogni tentativo della UE di premere su Mosca, attraverso l’abbandono del “North stream 2”, affinché non aiuti Minsk, scrive ancora Grigorij Ignatev, non sarebbe altro che l’ennesima automutilazione: al Bundestag è stato detto che, in caso di rinuncia al gasdotto, dovrebbero essere pagate penali per circa dieci miliardi di euro al centinaio di ditte che partecipano al progetto e, quantomeno in Germania, si dovrebbero aumentare le tariffe del gas di circa il 20%.
Dunque, da una parte, non ci sono indizi che la rediviva “Confederazione” polacco-lituana faccia dei passi indietro e, da parte sua, “l’ultimo dittatore d’Europa”, sostiene che da oltre dieci anni la Bielorussia sta fronteggiando una guerra di informazione aggressiva condotta da USA, Polonia, Lituania, Repubblica Ceca e Ucraina, in cui ogni paese ha il proprio ruolo: Praga funge da hub di risorse, Varsavia da incubatore mediatico e piazzaforte dell’opposizione “in esilio”, la Lituania è un ariete nelle relazioni bielorusse-europee, l’Ucraina è un avamposto di provocazioni politiche. Guidano la coalizione gli USA.
Uno sguardo di sfuggita alle cronache degli ultimi anni ci dice, almeno su questo piano, che Bats’ka non abbia poi tutti i torti.
E, però, secondo il sito colonelcassad, stanti l’attuale livello e metodi di protesta dell’opposizione, al momento non ci sarebbero seri presupposti per il rovesciamento di Lukašenko. Le proteste di massa avrebbero potuto giocare un ruolo nelle prime una-due settimane dopo le elezioni, quando l’apparato governativo era in certo senso disorientato e la piazza avrebbe potuto motivare una parte dei funzionari politici e delle strutture di polizia a tradire Lukašenko.
Questo non si è verificato e l’opposizione, al di là di una consistente capacità di mobilitazione, ha manifestato un’evidente carenza di idee strategiche. Quella percentuale di apparato, prossima allo zero, che ha tradito, scommettendo su una rapida presa del potere da parte dell’opposizione, sta pagando con licenziamenti o retrocessioni di carriera.
Secondo colonelcassad, un solido argomento per rimanere fedeli a Bats’ka, soprattutto tra le strutture di polizia e i media, sarebbe stato il sostegno di Mosca al Presidente.
Questi, dopo i fischi con cui era stato accolto alla sua prima visita post-elettorale in un paio di fabbriche di Minsk, è riuscito, almeno sinora, a silurare anche la carta dello sciopero generale, agitata dall’opposizione dopo il fallimento del piano di presa del potere subito dopo le elezioni.
A differenza dell’ex presidente ucraino Janukovič, Bats’ka non è fuggito dal paese e, a distanza di un mese, lo sciopero non è iniziato, le fabbriche funzionano, non ci sono grandi contatti tra opposizione e lavoratori e, nonostante Tikhanovskaja, in un’intervista all’ucraina LB.ua, abbia annunciato – bontà sua – di garantirgli l’incolumità in caso se ne vada pacificamente, Lukašenko non è affatto intenzionato a lasciare.
Oltre a ciò, il sostegno occidentale a Tikhanovskaja e agli altri oppositori fuggiti in Polonia, Lituania, Ucraina, ha permesso al presidente di mettere in moto una certa retorica anti-majdan, qualificando quanto sta accadendo in Bielorussia non come un problema interno, ma esterno, e ha citato l’Ucraina quale esempio che, ovviamente, con tariffe e prezzi aumentati di varie volte, fine della sanità gratuita, diminuzione di pensioni e salari, disoccupazione e chiusure di stabilimenti, emigrazione forzata, nessun bielorusso vorrebbe seguire.
A ogni buon conto, e visti i movimenti militari in Lituania – ufficialmente: “esercitazioni”, anche con truppe USA – a 15 km dal confine bielorusso, Bats’ka nei giorni scorsi ha chiuso le frontiere con Polonia e Lituania e rafforzato quelle con l’Ucraina.
In questa condizioni, con un appoggio sempre più aperto (quantomeno ufficialmente) di Mosca a Lukašenko, il “serrate i ranghi” degli apparati di sicurezza e l’allarme contro gli oppressori di novant’anni fa, l’unica strada che pare rimanere all’opposizione sarebbe quella di passare dalle “marce delle donne” a scenari ucraini, con i soliti “ignoti cecchini che sparano sui pacifici manifestanti” o qualche “vittima sacrificale” tra i leader dell’opposizione. Ma non è certo questa una scelta che, caso mai venisse fatta, sarà decisa a Minsk e forse nemmeno a Vilnius.
Dunque, per ora, è poco verosimile che Mosca si faccia impressionare da Varsavia o Bruxelles: anzi, sembra baloccarsi coi suoi esponenti. E nemmeno a ovest si abbandonerà la scommessa su Tikhanovskaja. Gli uni continueranno a parlare di “illegittimità” di Lukašenko e gli altri che Tikhanovskaja non è che un futile burattino à la Guaidò.
Ovviamente, non è tutto così limpido e lineare. Non pochi paragonano la situazione bielorussa con quella venezuelana, anche se, con la Russia alle spalle, difficilmente qualcuno con un minimo di raziocinio, a ovest potrebbe pensare a un’azione di forza.
Ma gli interventi yankee non sono fatti solo di aperte aggressioni sul campo. Nientemeno che Jeffrey Sachs, noto come il padre della “terapia schock” russa del 1992, ha calcolato in oltre 40.000 i venezuelani uccisi dalle sanzioni statunitensi, dal 2002 a oggi, vittime dirette del blocco economico. Aleksandr Sitnikov ricorda su Svobodnaja pressa che, “se gli americani, negli ultimi 18 anni, hanno condotto una guerra non dichiarata contro il Venezuela, allora, come notano i media ucraini, ‘per i bielorussi, tutto è solo all’inizio’. Chi potrebbe saperlo meglio dei media di Kiev?”
Fonte
In effetti, già da giorni, una nota del Dipartimento di stato USA, annunciava per il 21 settembre l’incontro a Vilnius del proprio coordinatore per la lotta al terrorismo, Nathan Sales, coi “rappresentanti della società civile bielorussa, per discutere di come gli USA possano sostenere il popolo bielorusso nelle sue richieste di elezioni libere e giuste”.
Ma non c’è solamente Washington a preoccuparsi di “sostenere il popolo bielorusso”. Molto più vicino a Minsk, non fanno mistero delle proprie ambizioni i vecchi occupanti del territorio bielorusso.
Vilnius e Varsavia, memori chi della vecchia Confederazione (l’unione di Regno di Polonia e Granducato di Lituania nella Prima Reç Pospolita, dal XVI al XVIII secolo) che si estendeva dal Baltico al mar Neroe dai Carpazi fin quasi alla russa Smolensk; chi, invece, della II Reç Pospolita (dal 1918 al 1939: ma già senza alcuna unione, anzi, con l’annessione polacca di parti del territorio lituano. Dal 1989 esisterebbe invece la “III Reç Pospolita”) e delle sue ambizioni “da mare a mare”: Varsavia non fa mistero di considerare “vangelo” i pronostici fatti nel 2010 da George Friedman per l’americana StratFor.
Entrambe, comunque, tanto Vilnius che Varsavia, sono disposte a rappresentare insieme gli interessi generali d’oltreoceano; ma al tempo stesso, soprattutto Varsavia, ansiosa di riprendersi quello che non ha mai smesso di considerare “proprio” e che, per una ventina d’anni, fino al 1939, aveva tenuto sotto il proprio tallone, in barba a tutte le clausole sul rispetto dei diritti nazionali previste dal trattato di Riga del 1921.
Anzi, Se le rivendicazioni sulle proprietà nei cosiddetti Kresy Wschodnie – i territori orientali tornati legittimamente a far parte di Ucraina e Bielorussia nel 1939 – rischierebbero di esser contestate dalla legislazione UE, un più vasto controllo completo da parte polacca sull’intera regione può rispondere all’interesse USA di sostituire Berlino con Varsavia quale forte avamposto europeo.
Insomma, nonostante qualche litigio, Polonia e Lituania qualcosa in comune ce l’hanno. Non a caso, si è tenuta di recente a Vilnius una simbolica seduta comune dei due governi, al termine della quale i primi ministri, Saulius Skvernelis e Mateusz Morawiecki, hanno firmato una dichiarazione di sostegno “alle aspirazioni dei bielorussi a vivere in un paese libero e democratico, con la direzione di leader che siano eletti in elezioni libere e giuste”.
Inoltre “Lituania e Polonia si sono accordate per coordinare ancora più attivamente i propri sforzi, anche nei forum internazionali”. Il parlamento lituano ha anche ammonito Mosca e Minsk che non riconoscerà alcun documento firmato da Aleksandr Lukašenko con la Russia.
Ora, è quantomeno ipotesi verosimile, che al Cremlino non vedrebbero male uno “svecchiamento” a Minsk; di sicuro, però, non alle condizioni e coi personaggi dettati da Washington, Varsavia o Vilnius. Detto questo, non si deve d’altra parte nemmeno dimenticare che, pur “alleate” contro “l’aggressore orientale”, le due capitali baltiche hanno non poche reciproche dispute storiche tuttora aperte, a cominciare dalla città di Vilnius, tornata a essere capitale lituana solo nel 1939, proprio grazie a quel “tiranno sanguinario” che risiedeva allora al Cremlino, dopo un ventennio di occupazione polacca; e, di contro, la discriminazione lituana ai danni della minoranza polacca residente.
Ma non ci sono solo i “dirimpettai” ad avanzare pretese. Nella smania di mostrare una “unità d’intenti” cui non credono nemmeno loro stessi, anche a Bruxelles si sono sentiti in dovere di dire la loro.
Nella risoluzione adottata la scorsa settimana, gli euro-sproloquiatori riconoscono “Svetlana Tikhanovskaja presidente eletta e leader ad interim fino a quando non avranno luogo nuove elezioni”, che dice Bruxelles, devono svolgersi “il prima possibile”.
Manco a dirlo, a “far onore” al tricolore col voto favorevole sono stati PD, M5S, Forza Italia e Fratelli d’Italia, con l’astensione della Lega. Anche se, c’è da dire, ieri i Ministri degli esteri UE non sono riusciti ad accordarsi sulle sanzioni chieste da Tikhanovskaja contro una serie di esponenti politici bielorussi e hanno rimandato la cosa all’incontro dei Capi di stato e di governo nei prossimi giorni.
Ora, scrive Grigorij Ignatov su jpgazeta.ru, negli ultimi tempi i rapporti di Minsk con l’Unione Europea, impersonata dai più diretti vicini della Bielorussia – Lituania, Polonia e Ucraina – non erano dei peggiori: soprattutto in campo economico, il giro d’affari era tutt’altro che disprezzabile.
Ma ecco che, dopo il voto presidenziale del 10 agosto, Vilnius rifiuta di riconoscere Lukašenko e questi sposta verso la Russia il traffico mercantile che passava per i porti lituani: perdita secca del 30% per il bilancio di Vilnius. Per lo stesso motivo, Kiev perde circa 5 miliardi di dollari. Più o meno lo stesso con Polonia, Estonia e simili.
Ed ecco che il Parlamento europeo, questa volta non per bocca degli emissari orientali, ma in prima persona, dichiara: “Quando il 5 novembre scadrà il mandato dell’attuale leader autoritario Alexandr Lukašenko, il Parlamento non lo riconoscerà più come presidente del Paese“.
E ogni tentativo della UE di premere su Mosca, attraverso l’abbandono del “North stream 2”, affinché non aiuti Minsk, scrive ancora Grigorij Ignatev, non sarebbe altro che l’ennesima automutilazione: al Bundestag è stato detto che, in caso di rinuncia al gasdotto, dovrebbero essere pagate penali per circa dieci miliardi di euro al centinaio di ditte che partecipano al progetto e, quantomeno in Germania, si dovrebbero aumentare le tariffe del gas di circa il 20%.
Dunque, da una parte, non ci sono indizi che la rediviva “Confederazione” polacco-lituana faccia dei passi indietro e, da parte sua, “l’ultimo dittatore d’Europa”, sostiene che da oltre dieci anni la Bielorussia sta fronteggiando una guerra di informazione aggressiva condotta da USA, Polonia, Lituania, Repubblica Ceca e Ucraina, in cui ogni paese ha il proprio ruolo: Praga funge da hub di risorse, Varsavia da incubatore mediatico e piazzaforte dell’opposizione “in esilio”, la Lituania è un ariete nelle relazioni bielorusse-europee, l’Ucraina è un avamposto di provocazioni politiche. Guidano la coalizione gli USA.
Uno sguardo di sfuggita alle cronache degli ultimi anni ci dice, almeno su questo piano, che Bats’ka non abbia poi tutti i torti.
E, però, secondo il sito colonelcassad, stanti l’attuale livello e metodi di protesta dell’opposizione, al momento non ci sarebbero seri presupposti per il rovesciamento di Lukašenko. Le proteste di massa avrebbero potuto giocare un ruolo nelle prime una-due settimane dopo le elezioni, quando l’apparato governativo era in certo senso disorientato e la piazza avrebbe potuto motivare una parte dei funzionari politici e delle strutture di polizia a tradire Lukašenko.
Questo non si è verificato e l’opposizione, al di là di una consistente capacità di mobilitazione, ha manifestato un’evidente carenza di idee strategiche. Quella percentuale di apparato, prossima allo zero, che ha tradito, scommettendo su una rapida presa del potere da parte dell’opposizione, sta pagando con licenziamenti o retrocessioni di carriera.
Secondo colonelcassad, un solido argomento per rimanere fedeli a Bats’ka, soprattutto tra le strutture di polizia e i media, sarebbe stato il sostegno di Mosca al Presidente.
Questi, dopo i fischi con cui era stato accolto alla sua prima visita post-elettorale in un paio di fabbriche di Minsk, è riuscito, almeno sinora, a silurare anche la carta dello sciopero generale, agitata dall’opposizione dopo il fallimento del piano di presa del potere subito dopo le elezioni.
A differenza dell’ex presidente ucraino Janukovič, Bats’ka non è fuggito dal paese e, a distanza di un mese, lo sciopero non è iniziato, le fabbriche funzionano, non ci sono grandi contatti tra opposizione e lavoratori e, nonostante Tikhanovskaja, in un’intervista all’ucraina LB.ua, abbia annunciato – bontà sua – di garantirgli l’incolumità in caso se ne vada pacificamente, Lukašenko non è affatto intenzionato a lasciare.
Oltre a ciò, il sostegno occidentale a Tikhanovskaja e agli altri oppositori fuggiti in Polonia, Lituania, Ucraina, ha permesso al presidente di mettere in moto una certa retorica anti-majdan, qualificando quanto sta accadendo in Bielorussia non come un problema interno, ma esterno, e ha citato l’Ucraina quale esempio che, ovviamente, con tariffe e prezzi aumentati di varie volte, fine della sanità gratuita, diminuzione di pensioni e salari, disoccupazione e chiusure di stabilimenti, emigrazione forzata, nessun bielorusso vorrebbe seguire.
A ogni buon conto, e visti i movimenti militari in Lituania – ufficialmente: “esercitazioni”, anche con truppe USA – a 15 km dal confine bielorusso, Bats’ka nei giorni scorsi ha chiuso le frontiere con Polonia e Lituania e rafforzato quelle con l’Ucraina.
In questa condizioni, con un appoggio sempre più aperto (quantomeno ufficialmente) di Mosca a Lukašenko, il “serrate i ranghi” degli apparati di sicurezza e l’allarme contro gli oppressori di novant’anni fa, l’unica strada che pare rimanere all’opposizione sarebbe quella di passare dalle “marce delle donne” a scenari ucraini, con i soliti “ignoti cecchini che sparano sui pacifici manifestanti” o qualche “vittima sacrificale” tra i leader dell’opposizione. Ma non è certo questa una scelta che, caso mai venisse fatta, sarà decisa a Minsk e forse nemmeno a Vilnius.
Dunque, per ora, è poco verosimile che Mosca si faccia impressionare da Varsavia o Bruxelles: anzi, sembra baloccarsi coi suoi esponenti. E nemmeno a ovest si abbandonerà la scommessa su Tikhanovskaja. Gli uni continueranno a parlare di “illegittimità” di Lukašenko e gli altri che Tikhanovskaja non è che un futile burattino à la Guaidò.
Ovviamente, non è tutto così limpido e lineare. Non pochi paragonano la situazione bielorussa con quella venezuelana, anche se, con la Russia alle spalle, difficilmente qualcuno con un minimo di raziocinio, a ovest potrebbe pensare a un’azione di forza.
Ma gli interventi yankee non sono fatti solo di aperte aggressioni sul campo. Nientemeno che Jeffrey Sachs, noto come il padre della “terapia schock” russa del 1992, ha calcolato in oltre 40.000 i venezuelani uccisi dalle sanzioni statunitensi, dal 2002 a oggi, vittime dirette del blocco economico. Aleksandr Sitnikov ricorda su Svobodnaja pressa che, “se gli americani, negli ultimi 18 anni, hanno condotto una guerra non dichiarata contro il Venezuela, allora, come notano i media ucraini, ‘per i bielorussi, tutto è solo all’inizio’. Chi potrebbe saperlo meglio dei media di Kiev?”
Fonte
13/09/2020
Bielorussia - Lo strapotere di Lukašėnko e la sottomissione alla logica del capo
Nel seguire da vicino la crisi che avvolge la società della Bielorussia, si vive un intenso riverbero che mette in moto immagini, suoni e voci del popolo che abita quel territorio.
E quando si ripercorre, anche se a grandi linee, la storia di un popolo, riaffiora, seppur in modo contraddittorio, la sensazione di artificialità dei confini che racchiudono un territorio. Dire ciò non significa che non ci siano confini, anzi esiste un confine che separa e unisce l’identità di ogni persona, ma esso non è lineare, varia con il variare delle interazioni e delle circostanze, per lo più è permeabile, specialmente là dove ci sono i punti di contatto.
I confini nazionali, però, a differenza di quelli tra due individui, sono molto più astratti, in quanto vengono tracciati sulla carta, in base agli accordi raggiunti, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo lunghi e sanguinosi conflitti.
Ed è proprio in occasione di scontri e tentativi di rivolgimenti sociali, all’interno di un determinato paese, che i vecchi e delicati equilibri geopolitici dei paesi limitrofi iniziano a traballare.
Ovviamente, tali dinamiche non sono valide in ogni quadrante, tant’è vero che gli scontri tra forze dell’ordine e Gilets Jaunes, in Francia, hanno causato, fino a questo momento, molte più vittime del conflitto che si è riaperto, tra l’amministrazione di Lukašėnko e il movimento di protesta, a partire dalla data delle ultime elezioni.
Ma l’UE non ha sanzionato la Francia, né tanto meno l’Italia ha visto un pericolo per i propri confini.
In Bielorussia, invece, il Presidente in carica e la sua cricca vedono, temono e sospettano ingerenze da parte delle forze della NATO, sono convinti che ci siano finanziatori occidentali a sostegno delle forze di opposizione.
Negli Stati Uniti, forse, neanche la CIA vede l’ombra di una probabile usurpazione del confine da parte delle truppe messicane, in relazione alle rivolte interne che hanno messo a ferro e fuoco tante città pochi mesi fa e che sono riapparse in alcuni Stati in questi ultimi giorni.
Allora, perché il Presidente della Bielorussia allerta il suo esercito per difendere il confine occidentale e allo stesso tempo chiede la protezione di Putin?
In molti potrebbero credere che si tratti di un bluff. Ma ho paura che non lo sia.
Antefatto
Essenzialmente per tre motivi strettamente interconnessi tra di loro: il primo, viene da lontano e affonda le sue radici nella mutabilità delle linee di confine, nell’area attorno alla Bielorussia, a partire dal periodo in cui inizia a prendere forma il concetto di Stato-nazione; il secondo, procedendo in ordine temporale, risiede nelle profonde crepe che causarono la Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione russa.
Dal 1918 al 1921 il lembo di terra che corre dal Baltico al Mar Nero, da Nord a Sud, e che, in particolar modo, fa riferimento alle Repubbliche baltiche, alla Polonia, all’Ucraina e alla Bielorussia, da Ovest verso Est, è teatro di continui capovolgimenti di fronte, per ciò che concerne la definizione dei confini e degli schieramenti in campo.
Brest Litovsks, Versailles e il trattato di Riga, furono tre tappe fondamentali per spezzettare e rimettere insieme i suddetti territori e ridisegnare i delicati equilibri geopolitici, in base alle mutevoli sfere d’influenza.
I popoli di queste aree non fecero in tempo ad approfittare della dissoluzione degli Imperi centrali e dall’Impero zarista, in quanto entrarono nell’orbita dell’Unione Sovietica, lungo il confine orientale e delle forze che dettarono le regole durante la Conferenza di pace di Parigi, lungo il confine occidentale.
A complicare il quadro della situazione ci pensarono i Governi di Francia ed Inghilterra, i quali, nel tentativo di sotterrare la potenza germanica, istigarono pesantemente il risentimento e l’odio di quasi tutto il popolo tedesco e lo buttarono nelle braccia di un branco assetato di sangue.
Una volta terminati i tragici eventi del secondo conflitto mondiale, gli uomini e le donne di quelle terre, che avevano organizzato la resistenza contro i regimi nazisti e fascisti, si allearono con il sol dell’avvenire e spianarono la strada all’avanzata dell’URSS verso l’Europa occidentale.
Il balletto a fisarmonica, com’è noto, riprese dopo la caduta del muro di Berlino, allorquando i paesi della Cortina di ferro approfittarono della disgregazione del sistema sovietico e del conseguente allentamento della sua morsa, per rivendicare la libertà di autodeterminazione, nonché la libertà di sbarazzarsi dell’economia pianificata e transitare verso un modello misto.
Il terzo motivo è recente e riguarda la guerra nell’Ucraina orientale, nell’area del Donbass, che vede contrapposti i separatisti russi, appoggiati dal Cremlino, e le milizie del Governo di Kiev. Sebbene sia sparita dalle cronache mediatiche, essa continua a mietere vittime, per via delle mine antiuomo sparse intorno all’area del conflitto.
Questa breve introduzione, a mio avviso, è necessaria, altrimenti qualche lettore potrebbe ipotizzare o immaginare che Lukašėnko sia uscito dal cappello di un prestigiatore.
Il “mercato sociale”
In realtà, forte delle sue convinzioni politiche, Lukašėnko fu uno dei pochi che si oppose allo smantellamento e allo smembramento dell’Unione Sovietica e alla sua trasformazione in CSI, nel 1991.
Un anno prima divenne deputato del Soviet bielorusso e fondò il partito “Comunisti per la Democrazia”, poiché continuava a credere che la spinta propulsiva del socialismo reale non fosse terminata e che quindi c’erano i margini per poter sperimentare i principi fondanti di questa dottrina in senso pluralista, mettendo in discussione le condotte politiche che avevano ostacolato la libertà di associazione e che avevano censurato la libertà di criticare i privilegi dei burocrati e dei dirigenti del partito unico.
Il suo agire in controcorrente fu premiato nel 1994, quando al secondo turno venne eletto Presidente della Bielorussia con un esito plebiscitario. Noncurante dalla politica economica adottata dagli altri paesi dell’ex blocco sovietico, si oppose fermamente all’introduzione selvaggia dell’economia di mercato e al processo di privatizzazione degli apparati produttivi statali.
La profonda recessione che investì la Bielorussia gli diede una mano, il forte malcontento popolare si lasciò incanalare dalla promessa del Governo di sollevare il paese dal baratro in cui era precipitato.
Il rifiuto dei diktat della Banca Mondiale e del FMI resero Lukašėnko credibile agli occhi degli strati sociali maggiormente colpiti dalla crisi.
Infatti, non solo cancellò i pochi disegni di legge liberisti adottati dal precedente Governo, ma mise a punto una strategia economica che mirava al controllo dei prezzi e al raddoppio dei salari.
Non ha soffocato l’iniziativa privata, ma ha impedito che i vantaggi della singola impresa potessero essere a discapito della maggioranza dei cittadini. E sotto questo punto di vista, il gruppo dirigente di Lukašenko è riuscito a far passare il messaggio che non ha senso parlare di progresso economico, se a giovarne sono in pochi.
C’è da aggiungere, però, che questa visione della società rimane ancorata all’interesse nazionale, al “sovranismo”, credendo, ingenuamente, nella propria indipendenza economica e politica, tranne poi constatare le miriadi di interrelazioni che legano le attività produttive del paese al resto del mondo.
In ogni caso, per un lungo periodo di tempo dal 2001 al 2009, grazie alla formula del “mercato-sociale”, la Bielorussia ha goduto di tassi di crescita del PIL che sono equiparabili a quelli cinesi, senza subire, in un primo momento, gli stravolgimenti della crisi economica, che a partire dal 2008, ha colpito l’intera area OCSE.
Fondamentalmente, le aree della semiperiferia dell’economia mondo, appartenenti a modelli di economie pianificate, hanno continuato ad espandersi, poiché potevano contare sulla non saturazione del mercato interno.
Per certi aspetti, il consolidamento della libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nei paesi dell’uomo di ferro e di marmo, ha spiazzato l’opulenza delle società occidentali, poiché, in primo luogo, i possessori dei capitali hanno preferito investire là dove il ROI, nonostante gli elevati rischi legati alla transizione politica, esprimeva percentuali molto più elevate.
In pochi, forse, rammentano la difficoltà di trovare una serie di prodotti nei canali distributivi di quei paesi, agli inizi degli anni '90 del secolo scorso.
Non c’erano le vetrine per attirare gli allocchi, eppure nessuno di loro è mai morto di fame e di freddo. Sembra proprio che gli homeless siano un primato della società occidentale. Non è proprio così! – dicono gli storici oltranzisti liberisti.
Infatti, questi ultimi si sono sempre difesi, affermando che nell’URSS i vagabondi, gli accattoni e in generale tutti i “parassiti” erano reclusi e quindi costretti ai lavori forzati.
D’altronde, le accuse di tirannia, di brogli elettorali, di purghe per i nemici politici hanno accompagnato il nuovo volto con cui si è presentato Lukašenko, sin dal suo primo insediamento.
Stando, invece, alle dichiarazioni di indagini non sospette (1), i motivi di tanto accanimento nei confronti dei suoi Governi potrebbero risiedere proprio nel successo che l’ha accompagnato per un lungo periodo di tempo.
Da quando ha obbligato il FMI a lasciare il paese, si è guadagnato l’appellativo di dittatore, ma quella decisione è stata avallata dal consenso popolare, in quanto, grazie alla fase espansiva di cui godeva l’intera regione dell’Europa orientale e in virtù del processo di modernizzazione e ristrutturazione degli impianti produttivi di proprietà dello Stato, le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione sono migliorate. (2)
L’aumento del reddito pro capite, l’innalzamento del tenore di vita, il tasso di disoccupazione ufficiale intorno all’1%, il coefficiente di Gini tra i più bassi d’Europa, un sistema sanitario all’avanguardia e pubblico, un livello d’istruzione in grado di affrontare le nuove sfide, eccetera, sono tutti fattori che hanno contribuito a rafforzare il controllo sociale da parte del potere politico e del suo apparato amministrativo.
Il declino dell’uomo della provvidenza
Ora, se è vero che il processo di crescita ha iniziato a rallentare, dopo circa un ventennio dall’ascesa al potere di Lukašenko, non solo per la saturazione del mercato interno, ma anche per via della caduta della domanda internazionale, in seguito alla crisi del 2008, parimenti è anche vero che il modello bielorusso è caratterizzato da profonde incongruenze sul piano dell’organizzazione politica.
Nel 1996, il “Batka” – come viene ironicamente chiamato dal suo popolo – modificò la Costituzione per estendere il suo mandato a 7 anni, successivamente, nel 2004, riuscì ad apportare un’altra variazione che eliminava i limiti ai mandati del Presidente.
Da dove sorge il bisogno di non porre limiti alla carica istituzionale che si sta ricoprendo?
Un eloquente aforisma siciliano recita: «Cumannari è megghiu di futtiri». Per dire che, per le persone che entrano in questa spirale, il piacere di dirigere gli altri supera di gran lunga quello che deriva da ogni altro piacere.
La tendenza a credere di essere insostituibili è molto forte e si è avvolti nel delirio di onnipotenza, si vive nella costante ricerca di reali ed ipotetici cospiratori. Tutto ciò implica un continuo controllo di qualsiasi fonte perturbante, non c’è spazio per il dissenso. Nello specifico, però, Lukašenko è stato più volte abile a sostituire i parlamentari che lui riteneva sleali, è stato in grado di fidelizzare i deputati e di tessere con essi forme di relazioni paternalistiche.
Ha saputo recitare il ruolo del leader solo al comando, che non ha bisogno di aiuto, poiché è sostenuto direttamente dal suo “popolo”, il quale, stando ai verdetti ufficiali, gli ha dato fiducia, anzi una fiducia per tutta la vita.
E questa fiducia, fino ad un determinato periodo, è stata ripagata con il miglioramento delle condizioni materiali di esistenza degli operai delle fabbriche statali e di quelle private, degli insegnanti e dei medici, dei dipendenti pubblici e in generale della stragrande maggioranza della popolazione. Storditi da questo “miracolo economico”, gradualmente, hanno accettato passivamente una riduzione dell’agibilità politica, delegando e concentrando (3) il potere nelle mani dell’uomo della provvidenza.
Ma è evidente che in un simile contesto che si è venuto a creare, non solo siamo lontanissimi dai principi di democrazia partecipativa espressi durante la Comune di Parigi, ma siamo anche distanti dagli espedienti escogitati nella città-stato di Atene, per proteggere quella forma di democrazia dai nemici interni ed esterni. (4)
Secondo i leader delle opposizioni, senza i brogli elettorali, Lukašenko, alle ultime elezioni, avrebbe ottenuto il 3% dei consensi, mentre i dati ufficiali gli hanno attribuito una maggioranza netta. Si ha come la sensazione di trovarsi in una situazione dilaniata dagli estremi opposti, avvolti in un’atmosfera che ricorda il Grande Fratello di George Orwell o in predai a stati ipnotici derivanti dall’uso costante di anestetici.
Ma la mia ipotesi sulla longevità politica del leader bielorusso è collegata, innanzitutto, alla trasformazione del consenso iniziale e spontaneo in sottomissione alla logica del capo, della persona che diventa iper-responsabile.
Non si partecipa attivamente alle decisioni politiche, non solo per il fatto che si è persa la capacità di mettere in discussione i provvedimenti che vengono adottati, ma anche e soprattutto per la mancanza di tempo e di spazio da dedicare alle attività che producono le regole della vita associata.
Gli altri due aspetti concomitanti che hanno contribuito alla stabilità e alla lunga durata di Lukašenko sono: la congiuntura economica favorevole e il controllo capillare e la repressione di qualsiasi forma di dissenso, a partire dal 2011.
Ma quest’ultima strategia, di fronte alla trasformazione del dissenso politico in protesta sociale allargata, si sta rilevando fallimentare e rischia di esacerbare gli animi e quindi alimentare e innalzare il livello della violenza.
Insomma, sembra che la parabola discendente del Presidente sia iniziata da molti anni, ma egli continua a rimanere aggrappato alla sua carica istituzionale, non lascia la presa. Cocciuto come un mulo, non riconosce gli errori commessi e non si è reso conto che la sua politica ha cambiato rotta e che è andata contro gli interessi di quelli che lui stesso chiama “gente comune”.
I sostenitori del paradigma del “mercato sociale”, nonostante i contrasti ideologici con la Banca Mondiale e il FMI, hanno progressivamente avviato il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche e hanno introdotto tutte quelle variazioni tese a disgregare lo Stato sociale.
Già nel 2004, anche in Bielorussia, si è passati dal sistema di contrattazione collettiva a quello individuale; dal conteggio degli anni, per il calcolo della pensione, sono stati esclusi il congedo di maternità, gli studi universitari, il servizio militare. Così come non poteva mancare la solita cantilena: innalzamento dell’età pensionabile, per colpa del buco demografico!
Nel settore pubblico sono entrati in vigore contratti a tempo determinato. Essi impediscono al lavoratore di lasciare l’impiego, ma consentono al datore di lavoro, lo Stato, di licenziarlo a suo piacimento. I dipendenti dello Stato, con contratti a lungo termine, invece, sono stati costretti a ferie forzate, senza retribuzione.
Ma il provvedimento più assurdo che sfiora il grottesco, nel processo di smantellamento dello Stato sociale, rimane quello che ha scatenato le proteste di massa nel 2017, vale a dire: la tassa sulla disoccupazione. Il solo fatto di partorire l’idea di far pagare una tassa a coloro che nel corso dell’anno lavorano meno di sei mesi, la dice lunga sulla propaganda di questo Governo di schierarsi in difesa dei diritti dei lavoratori.
Del resto, mi sembra di essere giunto alla conclusione che la propagazione dei valori socialisti, nel corso degli anni, sia diventata aria fritta, mentre i monopoli strategici in mano allo Stato, organizzati in forma di società per azioni, una sorta di capitalismo collettivo, hanno eroso i benefici delle classi sociali meno abbienti, al punto di stigmatizzare i disoccupati come “parassiti sociali”.
È ridicolo che si arrivi ad utilizzare il motto del “chi non lavora non mangia”, «Kto nie rabotaiet tot nie iest», nei confronti dei disperati, di coloro che vengono espulsi dal mercato del lavoro, per via degli aumenti della produttività, piuttosto che nei riguardi degli oligarchi e della nuova borghesia emergente.
Note
1. Nell’autunno del 2010, per esempio, accade che «l’organizzazione TNS Global Research, con sede a Londra, ha intervistato 10.000 bielorussi sul loro Presidente. Il risultato è stato un Lukashenko con una forte popolarità attestarsi a circa il 75%» Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
2. Naturalmente, questa situazione economica favorevole è stata supportata anche dagli aiuti ricevuti dalla Russia mediante i vantaggiosi prezzi di petrolio grezzo da raffinare; nel momento in cui il prezzo del petrolio nel mercato mondiale è diminuito, il Cremlino ha eliminato la sovvenzione per la Bielorussia e di conseguenza gli introiti provenienti dagli impianti di raffinazione dell’oro nero sono scemati.
3. Qualcosa del genere, con tutte le dovute differenze, accade anche nelle fiacche democrazie dei paesi occidentali, qui la tendenza è quella di rafforzare il potere decisionale del Governo e ridurre le prerogative del Parlamento, sostenendo la tesi dell’inefficienza del potere legislativo, per ciò che concerne i tempi e i ritmi della produzione di nuove leggi. Ovviamente, tale affermazione può essere facilmente smentita, se si tiene conto della” giungla legislativa” che viviamo in Italia.
4. Nella città-stato di Atene, sebbene gran parte della popolazione (gli schiavi, gli stranieri e le donne) non fosse titolare di diritti politici, gli appartenenti alla comunità dei cittadini avevano messo a punto uno stratagemma per allontanare (ostracizzare) coloro che erano diventati troppo potenti. Il nome di Temistocle, per esempio, venne scritto dai cittadini ateniesi sull’ostrakon o ostracon, un pezzo di ceramica che fungeva da scheda elettorale, poiché, dopo la vittoria della sua flotta navale contro i persiani, divenne il politico più influente di quel periodo, ma allo stesso tempo rappresentava un pericolo, in quanto il sospetto di tirannia trasudava dalle sue parole e dalle sue azioni.
Bibliografia
Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
Fonte
E quando si ripercorre, anche se a grandi linee, la storia di un popolo, riaffiora, seppur in modo contraddittorio, la sensazione di artificialità dei confini che racchiudono un territorio. Dire ciò non significa che non ci siano confini, anzi esiste un confine che separa e unisce l’identità di ogni persona, ma esso non è lineare, varia con il variare delle interazioni e delle circostanze, per lo più è permeabile, specialmente là dove ci sono i punti di contatto.
I confini nazionali, però, a differenza di quelli tra due individui, sono molto più astratti, in quanto vengono tracciati sulla carta, in base agli accordi raggiunti, nella stragrande maggioranza dei casi, dopo lunghi e sanguinosi conflitti.
Ed è proprio in occasione di scontri e tentativi di rivolgimenti sociali, all’interno di un determinato paese, che i vecchi e delicati equilibri geopolitici dei paesi limitrofi iniziano a traballare.
Ovviamente, tali dinamiche non sono valide in ogni quadrante, tant’è vero che gli scontri tra forze dell’ordine e Gilets Jaunes, in Francia, hanno causato, fino a questo momento, molte più vittime del conflitto che si è riaperto, tra l’amministrazione di Lukašėnko e il movimento di protesta, a partire dalla data delle ultime elezioni.
Ma l’UE non ha sanzionato la Francia, né tanto meno l’Italia ha visto un pericolo per i propri confini.
In Bielorussia, invece, il Presidente in carica e la sua cricca vedono, temono e sospettano ingerenze da parte delle forze della NATO, sono convinti che ci siano finanziatori occidentali a sostegno delle forze di opposizione.
Negli Stati Uniti, forse, neanche la CIA vede l’ombra di una probabile usurpazione del confine da parte delle truppe messicane, in relazione alle rivolte interne che hanno messo a ferro e fuoco tante città pochi mesi fa e che sono riapparse in alcuni Stati in questi ultimi giorni.
Allora, perché il Presidente della Bielorussia allerta il suo esercito per difendere il confine occidentale e allo stesso tempo chiede la protezione di Putin?
In molti potrebbero credere che si tratti di un bluff. Ma ho paura che non lo sia.
Antefatto
Essenzialmente per tre motivi strettamente interconnessi tra di loro: il primo, viene da lontano e affonda le sue radici nella mutabilità delle linee di confine, nell’area attorno alla Bielorussia, a partire dal periodo in cui inizia a prendere forma il concetto di Stato-nazione; il secondo, procedendo in ordine temporale, risiede nelle profonde crepe che causarono la Prima guerra mondiale e lo scoppio della Rivoluzione russa.
Dal 1918 al 1921 il lembo di terra che corre dal Baltico al Mar Nero, da Nord a Sud, e che, in particolar modo, fa riferimento alle Repubbliche baltiche, alla Polonia, all’Ucraina e alla Bielorussia, da Ovest verso Est, è teatro di continui capovolgimenti di fronte, per ciò che concerne la definizione dei confini e degli schieramenti in campo.
Brest Litovsks, Versailles e il trattato di Riga, furono tre tappe fondamentali per spezzettare e rimettere insieme i suddetti territori e ridisegnare i delicati equilibri geopolitici, in base alle mutevoli sfere d’influenza.
I popoli di queste aree non fecero in tempo ad approfittare della dissoluzione degli Imperi centrali e dall’Impero zarista, in quanto entrarono nell’orbita dell’Unione Sovietica, lungo il confine orientale e delle forze che dettarono le regole durante la Conferenza di pace di Parigi, lungo il confine occidentale.
A complicare il quadro della situazione ci pensarono i Governi di Francia ed Inghilterra, i quali, nel tentativo di sotterrare la potenza germanica, istigarono pesantemente il risentimento e l’odio di quasi tutto il popolo tedesco e lo buttarono nelle braccia di un branco assetato di sangue.
Una volta terminati i tragici eventi del secondo conflitto mondiale, gli uomini e le donne di quelle terre, che avevano organizzato la resistenza contro i regimi nazisti e fascisti, si allearono con il sol dell’avvenire e spianarono la strada all’avanzata dell’URSS verso l’Europa occidentale.
Il balletto a fisarmonica, com’è noto, riprese dopo la caduta del muro di Berlino, allorquando i paesi della Cortina di ferro approfittarono della disgregazione del sistema sovietico e del conseguente allentamento della sua morsa, per rivendicare la libertà di autodeterminazione, nonché la libertà di sbarazzarsi dell’economia pianificata e transitare verso un modello misto.
Il terzo motivo è recente e riguarda la guerra nell’Ucraina orientale, nell’area del Donbass, che vede contrapposti i separatisti russi, appoggiati dal Cremlino, e le milizie del Governo di Kiev. Sebbene sia sparita dalle cronache mediatiche, essa continua a mietere vittime, per via delle mine antiuomo sparse intorno all’area del conflitto.
Questa breve introduzione, a mio avviso, è necessaria, altrimenti qualche lettore potrebbe ipotizzare o immaginare che Lukašėnko sia uscito dal cappello di un prestigiatore.
Il “mercato sociale”
In realtà, forte delle sue convinzioni politiche, Lukašėnko fu uno dei pochi che si oppose allo smantellamento e allo smembramento dell’Unione Sovietica e alla sua trasformazione in CSI, nel 1991.
Un anno prima divenne deputato del Soviet bielorusso e fondò il partito “Comunisti per la Democrazia”, poiché continuava a credere che la spinta propulsiva del socialismo reale non fosse terminata e che quindi c’erano i margini per poter sperimentare i principi fondanti di questa dottrina in senso pluralista, mettendo in discussione le condotte politiche che avevano ostacolato la libertà di associazione e che avevano censurato la libertà di criticare i privilegi dei burocrati e dei dirigenti del partito unico.
Il suo agire in controcorrente fu premiato nel 1994, quando al secondo turno venne eletto Presidente della Bielorussia con un esito plebiscitario. Noncurante dalla politica economica adottata dagli altri paesi dell’ex blocco sovietico, si oppose fermamente all’introduzione selvaggia dell’economia di mercato e al processo di privatizzazione degli apparati produttivi statali.
La profonda recessione che investì la Bielorussia gli diede una mano, il forte malcontento popolare si lasciò incanalare dalla promessa del Governo di sollevare il paese dal baratro in cui era precipitato.
Il rifiuto dei diktat della Banca Mondiale e del FMI resero Lukašėnko credibile agli occhi degli strati sociali maggiormente colpiti dalla crisi.
Infatti, non solo cancellò i pochi disegni di legge liberisti adottati dal precedente Governo, ma mise a punto una strategia economica che mirava al controllo dei prezzi e al raddoppio dei salari.
Non ha soffocato l’iniziativa privata, ma ha impedito che i vantaggi della singola impresa potessero essere a discapito della maggioranza dei cittadini. E sotto questo punto di vista, il gruppo dirigente di Lukašenko è riuscito a far passare il messaggio che non ha senso parlare di progresso economico, se a giovarne sono in pochi.
C’è da aggiungere, però, che questa visione della società rimane ancorata all’interesse nazionale, al “sovranismo”, credendo, ingenuamente, nella propria indipendenza economica e politica, tranne poi constatare le miriadi di interrelazioni che legano le attività produttive del paese al resto del mondo.
In ogni caso, per un lungo periodo di tempo dal 2001 al 2009, grazie alla formula del “mercato-sociale”, la Bielorussia ha goduto di tassi di crescita del PIL che sono equiparabili a quelli cinesi, senza subire, in un primo momento, gli stravolgimenti della crisi economica, che a partire dal 2008, ha colpito l’intera area OCSE.
Fondamentalmente, le aree della semiperiferia dell’economia mondo, appartenenti a modelli di economie pianificate, hanno continuato ad espandersi, poiché potevano contare sulla non saturazione del mercato interno.
Per certi aspetti, il consolidamento della libera circolazione delle persone, delle merci e dei capitali, nei paesi dell’uomo di ferro e di marmo, ha spiazzato l’opulenza delle società occidentali, poiché, in primo luogo, i possessori dei capitali hanno preferito investire là dove il ROI, nonostante gli elevati rischi legati alla transizione politica, esprimeva percentuali molto più elevate.
In pochi, forse, rammentano la difficoltà di trovare una serie di prodotti nei canali distributivi di quei paesi, agli inizi degli anni '90 del secolo scorso.
Non c’erano le vetrine per attirare gli allocchi, eppure nessuno di loro è mai morto di fame e di freddo. Sembra proprio che gli homeless siano un primato della società occidentale. Non è proprio così! – dicono gli storici oltranzisti liberisti.
Infatti, questi ultimi si sono sempre difesi, affermando che nell’URSS i vagabondi, gli accattoni e in generale tutti i “parassiti” erano reclusi e quindi costretti ai lavori forzati.
D’altronde, le accuse di tirannia, di brogli elettorali, di purghe per i nemici politici hanno accompagnato il nuovo volto con cui si è presentato Lukašenko, sin dal suo primo insediamento.
Stando, invece, alle dichiarazioni di indagini non sospette (1), i motivi di tanto accanimento nei confronti dei suoi Governi potrebbero risiedere proprio nel successo che l’ha accompagnato per un lungo periodo di tempo.
Da quando ha obbligato il FMI a lasciare il paese, si è guadagnato l’appellativo di dittatore, ma quella decisione è stata avallata dal consenso popolare, in quanto, grazie alla fase espansiva di cui godeva l’intera regione dell’Europa orientale e in virtù del processo di modernizzazione e ristrutturazione degli impianti produttivi di proprietà dello Stato, le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione sono migliorate. (2)
L’aumento del reddito pro capite, l’innalzamento del tenore di vita, il tasso di disoccupazione ufficiale intorno all’1%, il coefficiente di Gini tra i più bassi d’Europa, un sistema sanitario all’avanguardia e pubblico, un livello d’istruzione in grado di affrontare le nuove sfide, eccetera, sono tutti fattori che hanno contribuito a rafforzare il controllo sociale da parte del potere politico e del suo apparato amministrativo.
Il declino dell’uomo della provvidenza
Ora, se è vero che il processo di crescita ha iniziato a rallentare, dopo circa un ventennio dall’ascesa al potere di Lukašenko, non solo per la saturazione del mercato interno, ma anche per via della caduta della domanda internazionale, in seguito alla crisi del 2008, parimenti è anche vero che il modello bielorusso è caratterizzato da profonde incongruenze sul piano dell’organizzazione politica.
Nel 1996, il “Batka” – come viene ironicamente chiamato dal suo popolo – modificò la Costituzione per estendere il suo mandato a 7 anni, successivamente, nel 2004, riuscì ad apportare un’altra variazione che eliminava i limiti ai mandati del Presidente.
Da dove sorge il bisogno di non porre limiti alla carica istituzionale che si sta ricoprendo?
Un eloquente aforisma siciliano recita: «Cumannari è megghiu di futtiri». Per dire che, per le persone che entrano in questa spirale, il piacere di dirigere gli altri supera di gran lunga quello che deriva da ogni altro piacere.
La tendenza a credere di essere insostituibili è molto forte e si è avvolti nel delirio di onnipotenza, si vive nella costante ricerca di reali ed ipotetici cospiratori. Tutto ciò implica un continuo controllo di qualsiasi fonte perturbante, non c’è spazio per il dissenso. Nello specifico, però, Lukašenko è stato più volte abile a sostituire i parlamentari che lui riteneva sleali, è stato in grado di fidelizzare i deputati e di tessere con essi forme di relazioni paternalistiche.
Ha saputo recitare il ruolo del leader solo al comando, che non ha bisogno di aiuto, poiché è sostenuto direttamente dal suo “popolo”, il quale, stando ai verdetti ufficiali, gli ha dato fiducia, anzi una fiducia per tutta la vita.
E questa fiducia, fino ad un determinato periodo, è stata ripagata con il miglioramento delle condizioni materiali di esistenza degli operai delle fabbriche statali e di quelle private, degli insegnanti e dei medici, dei dipendenti pubblici e in generale della stragrande maggioranza della popolazione. Storditi da questo “miracolo economico”, gradualmente, hanno accettato passivamente una riduzione dell’agibilità politica, delegando e concentrando (3) il potere nelle mani dell’uomo della provvidenza.
Ma è evidente che in un simile contesto che si è venuto a creare, non solo siamo lontanissimi dai principi di democrazia partecipativa espressi durante la Comune di Parigi, ma siamo anche distanti dagli espedienti escogitati nella città-stato di Atene, per proteggere quella forma di democrazia dai nemici interni ed esterni. (4)
Secondo i leader delle opposizioni, senza i brogli elettorali, Lukašenko, alle ultime elezioni, avrebbe ottenuto il 3% dei consensi, mentre i dati ufficiali gli hanno attribuito una maggioranza netta. Si ha come la sensazione di trovarsi in una situazione dilaniata dagli estremi opposti, avvolti in un’atmosfera che ricorda il Grande Fratello di George Orwell o in predai a stati ipnotici derivanti dall’uso costante di anestetici.
Ma la mia ipotesi sulla longevità politica del leader bielorusso è collegata, innanzitutto, alla trasformazione del consenso iniziale e spontaneo in sottomissione alla logica del capo, della persona che diventa iper-responsabile.
Non si partecipa attivamente alle decisioni politiche, non solo per il fatto che si è persa la capacità di mettere in discussione i provvedimenti che vengono adottati, ma anche e soprattutto per la mancanza di tempo e di spazio da dedicare alle attività che producono le regole della vita associata.
Gli altri due aspetti concomitanti che hanno contribuito alla stabilità e alla lunga durata di Lukašenko sono: la congiuntura economica favorevole e il controllo capillare e la repressione di qualsiasi forma di dissenso, a partire dal 2011.
Ma quest’ultima strategia, di fronte alla trasformazione del dissenso politico in protesta sociale allargata, si sta rilevando fallimentare e rischia di esacerbare gli animi e quindi alimentare e innalzare il livello della violenza.
Insomma, sembra che la parabola discendente del Presidente sia iniziata da molti anni, ma egli continua a rimanere aggrappato alla sua carica istituzionale, non lascia la presa. Cocciuto come un mulo, non riconosce gli errori commessi e non si è reso conto che la sua politica ha cambiato rotta e che è andata contro gli interessi di quelli che lui stesso chiama “gente comune”.
I sostenitori del paradigma del “mercato sociale”, nonostante i contrasti ideologici con la Banca Mondiale e il FMI, hanno progressivamente avviato il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche e hanno introdotto tutte quelle variazioni tese a disgregare lo Stato sociale.
Già nel 2004, anche in Bielorussia, si è passati dal sistema di contrattazione collettiva a quello individuale; dal conteggio degli anni, per il calcolo della pensione, sono stati esclusi il congedo di maternità, gli studi universitari, il servizio militare. Così come non poteva mancare la solita cantilena: innalzamento dell’età pensionabile, per colpa del buco demografico!
Nel settore pubblico sono entrati in vigore contratti a tempo determinato. Essi impediscono al lavoratore di lasciare l’impiego, ma consentono al datore di lavoro, lo Stato, di licenziarlo a suo piacimento. I dipendenti dello Stato, con contratti a lungo termine, invece, sono stati costretti a ferie forzate, senza retribuzione.
Ma il provvedimento più assurdo che sfiora il grottesco, nel processo di smantellamento dello Stato sociale, rimane quello che ha scatenato le proteste di massa nel 2017, vale a dire: la tassa sulla disoccupazione. Il solo fatto di partorire l’idea di far pagare una tassa a coloro che nel corso dell’anno lavorano meno di sei mesi, la dice lunga sulla propaganda di questo Governo di schierarsi in difesa dei diritti dei lavoratori.
Del resto, mi sembra di essere giunto alla conclusione che la propagazione dei valori socialisti, nel corso degli anni, sia diventata aria fritta, mentre i monopoli strategici in mano allo Stato, organizzati in forma di società per azioni, una sorta di capitalismo collettivo, hanno eroso i benefici delle classi sociali meno abbienti, al punto di stigmatizzare i disoccupati come “parassiti sociali”.
È ridicolo che si arrivi ad utilizzare il motto del “chi non lavora non mangia”, «Kto nie rabotaiet tot nie iest», nei confronti dei disperati, di coloro che vengono espulsi dal mercato del lavoro, per via degli aumenti della produttività, piuttosto che nei riguardi degli oligarchi e della nuova borghesia emergente.
Note
1. Nell’autunno del 2010, per esempio, accade che «l’organizzazione TNS Global Research, con sede a Londra, ha intervistato 10.000 bielorussi sul loro Presidente. Il risultato è stato un Lukashenko con una forte popolarità attestarsi a circa il 75%» Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
2. Naturalmente, questa situazione economica favorevole è stata supportata anche dagli aiuti ricevuti dalla Russia mediante i vantaggiosi prezzi di petrolio grezzo da raffinare; nel momento in cui il prezzo del petrolio nel mercato mondiale è diminuito, il Cremlino ha eliminato la sovvenzione per la Bielorussia e di conseguenza gli introiti provenienti dagli impianti di raffinazione dell’oro nero sono scemati.
3. Qualcosa del genere, con tutte le dovute differenze, accade anche nelle fiacche democrazie dei paesi occidentali, qui la tendenza è quella di rafforzare il potere decisionale del Governo e ridurre le prerogative del Parlamento, sostenendo la tesi dell’inefficienza del potere legislativo, per ciò che concerne i tempi e i ritmi della produzione di nuove leggi. Ovviamente, tale affermazione può essere facilmente smentita, se si tiene conto della” giungla legislativa” che viviamo in Italia.
4. Nella città-stato di Atene, sebbene gran parte della popolazione (gli schiavi, gli stranieri e le donne) non fosse titolare di diritti politici, gli appartenenti alla comunità dei cittadini avevano messo a punto uno stratagemma per allontanare (ostracizzare) coloro che erano diventati troppo potenti. Il nome di Temistocle, per esempio, venne scritto dai cittadini ateniesi sull’ostrakon o ostracon, un pezzo di ceramica che fungeva da scheda elettorale, poiché, dopo la vittoria della sua flotta navale contro i persiani, divenne il politico più influente di quel periodo, ma allo stesso tempo rappresentava un pericolo, in quanto il sospetto di tirannia trasudava dalle sue parole e dalle sue azioni.
Bibliografia
Matthew Raphael Johnson, Social-nazionalismo. Il pensiero politico di Alexander Lukašenko, The Occidental Observer, 27 Agosto 2011.
Fonte
09/09/2020
Bielorussia tra rivolta e complotto
Con le proteste contro il presidente Lukashenko che non accennano a
fermarsi, in questo inizio di settimana ha tenuto banco in Bielorussia
la misteriosa sparizione e le ricostruzioni conflittuali della sorte
dell’ultima leader dell’opposizione – o presunta tale – rimasta in
patria, Maria Kolesnikova. Se la tenuta del regime di Minsk continua a
non essere messa in serio dubbio dalla maggioranza degli osservatori,
nondimeno l’Occidente e i paesi dell’Europa orientale alleati di
Washington e Bruxelles continuano a soffiare sul fuoco del malcontento,
con l’obiettivo non tanto di appoggiare le aspirazioni democratiche
della popolazione bielorussa, quanto di aggiungere un altro tassello
alla strategia di accerchiamento della Russia di Putin.
Per quanto riguarda la Kolesnikova, il panico si era scatenato lunedì in Occidente dopo la diffusione della notizia del suo rapimento in centro a Minsk da parte di uomini mascherati che l’avrebbero spinta in un van di colore scuro. Assieme a lei c’erano altri due attivisti dell’opposizione, Anton Rodnenkov e Ivan Kravtsov. Fonti della polizia bielorussa, citate dall’agenzia di stampa russa Interfax, avevano invece assicurato che nessuno dei tre era in stato di fermo.
Per alcune ore, l’enigma circa lo status di questi ultimi è stato al centro dell’interesse della stampa internazionale e, soprattutto, ha dato la possibilità ai governi occidentali e anti-russi in genere di montare una nuova campagna contro la brutalità di Lukashenko. Il capo della diplomazia UE, Josep Borrell, e i ministri degli Esteri di Germania e Regno Unito hanno subito espresso preoccupazione per le condizioni della Kolesnikova e dei suoi due colleghi. Da Bruxelles sono poi arrivate minacce di sanzioni contro membri della cerchia di potere di Lukashenko, sia per il presunto rapimento sia per le violenze seguite alle proteste esplose dopo le discusse elezioni presidenziali del 9 agosto scorso.
Durissima è stata in particolare la presa di posizione del ministro degli Esteri lituano, Linas Linkevicius, il cui paese, assieme alla Polonia, coerentemente con la tradizionale feroce attitudine russofoba è in prima linea nella battaglia contro Lukashenko. Linkevicius ha definito i metodi a cui sarebbe stata sottoposta Maria Kolesnikova degni della NKVD, la polizia politica dell’Unione Sovietica di Stalin. Lo stesso diplomatico lituano ha affermato che simili episodi non sono ammissibili nell’Europa del 21esimo secolo.
Se forse non lo sono da questa parte dell’oceano, lo sono invece negli Stati Uniti, di cui la Lituania è uno strettissimo alleato. Nel corso delle proteste contro la brutalità della polizia americana degli ultimi mesi, infatti, nelle città USA sono stati documentati svariati rapimenti “extra-giudiziari” di manifestanti, immobilizzati da individui non identificati e caricati su veicoli privi di segni distintivi. I fermati in questo modo sono stati rilasciati dopo molte ore, senza che contro di loro sia mai stato emesso alcun provvedimento giudiziario ufficiale.
Ad ogni modo, martedì sono poi emerse versioni dei fatti contrastanti. I leader dell’opposizione Rodnenkov e Kravtsov sarebbero giunti in Ucraina. A confermarlo è stato il ministero degli Interni di questo paese, che ha precisato come il loro abbandono del territorio bielorusso non sia stata una scelta volontaria ma seguita a un provvedimento di espulsione deciso da Minsk.
Meno chiaro è il caso della Kolesnikova. Anch’essa avrebbe dovuto essere espulsa e spedita in Ucraina, ma le cose non sono andate come dovevano per Lukashenko. A questo proposito, sempre da Kiev è arrivato un dettaglio che ha infiammato gli account sui social network dei sostenitori occidentali dell’opposizione bielorussa. La Kolesnikova avrebbe cioè distrutto il suo passaporto, impedendo così agli agenti dei servizi di sicurezza bielorussi di farle oltrepassare il confine con la forza.
Diversa è stata la ricostruzione della TV di stato bielorussa. In questo caso, i tre oppositori di Lukashenko erano diretti volontariamente verso il confine con l’Ucraina prima dell’alba di martedì ma, una volta arrivati nei pressi di un check-point, la loro auto avrebbe accelerato per evitare una pattuglia di guardie di frontiera. Un qualche incidente sarebbe poi seguito e Maria Kolesnikova avrebbe abbandonato l’automobile, per poi essere fermata e messa agli arresti dagli agenti di confine.
La Kolesnikova rimarrebbe dunque in territorio bielorusso, mentre le altre principali leader auto-proclamate della rivolta si trovano ormai all’estero. Sviatlana Tsikhanouskaya, il volto più noto in Occidente dell’opposizione e prima sfidante sconfitta da Lukashenko nelle presidenziali, ha trovato rifugio in Lituania, mentre Veronika Tsepkalo è in Polonia. Come queste ultime, che avevano preso il posto sulle schede elettorali dei rispettivi mariti, anche la Kolesnikova aveva sostituito un candidato arrestato e a cui era stato impedito di correre per la presidenza, il banchiere Viktor Babariko.
A un mese dalle contestate elezioni, la mobilitazione popolare in Bielorussa era tornata a livelli importanti nella giornata di domenica con una manifestazione che, secondo alcuni gruppi dell’opposizione, ha potuto contare su oltre centomila persone nella sola Minsk. Le forze di sicurezza di Lukashenko erano nuovamente intervenute ricorrendo spesso a metodi brutali che, come all’inizio della protesta, sembrano essere una delle ragioni principali del perdurare delle dimostrazioni.
Gli arrestati nel fine settimana sono stati un centinaio e ancora una volta le preoccupazioni maggiori del regime sembrano riguardare gli scioperi e le manifestazioni nelle fabbriche del paese, molte delle quali controllate dallo stato. Se la mobilitazione dei lavoratori bielorussi appare più o meno sotto controllo, grazie ai sindacati ufficiali così come a licenziamenti e intimidazioni, ci sono segnali di un persistente quanto giustificato malcontento nei confronti di Lukashenko.
La situazione in questo senso non promette nulla di buono se si considera l’impatto delle proteste sull’economia del paese. I dati forniti lunedì dalla Banca Centrale bielorussa hanno mostrato ad esempio come l’ex repubblica sovietica abbia bruciato quasi un sesto delle sue riserve auree e di valuta estera nel solo mese di agosto per sostenere la propria moneta durante il caos di queste settimane.
I timori per una rivolta che possa sfuggire di mano non agitano solo Lukashenko, ma anche la stessa opposizione filo-occidentale, riunita nel cosiddetto Consiglio di Coordinamento. Questa è una delle ragioni che spinge i leader della protesta a tenere aperta la porta delle trattative con il regime. L’altro motivo è da collegare invece al vicolo cieco in cui si ritrovano, quanto meno al momento e soprattutto per via del sostegno assicurato da Mosca a Lukashenko. La Bielorussia è d’altronde un elemento fondamentale per il Cremlino nella strategia di respingimento dell’offensiva UE/NATO verso i confini russi.
Ciò non toglie che le manovre occidentali continueranno, nel tentativo di destabilizzare il paese facendo leva sulle frustrazioni della popolazione bielorussa e i metodi anti-democratici di Lukashenko, la cui permanenza al potere non è vista peraltro con particolare interesse nemmeno dalla Russia nel medio e lungo periodo.
Le preoccupazioni dell’Occidente e dei governi di Lituania, Polonia e Ucraina sono soprattutto per il possibile compiersi del progetto di “Stato Unitario” tra Russia e Bielorussia, sul tavolo da due decenni ma sempre osteggiato da Lukashenko prima della recente marcia indietro, resasi necessaria per incassare l’appoggio di Putin. Con questo piano di integrazione realizzato, il fronte anti-russo vedrebbe infatti spegnersi del tutto e anche per il futuro qualsiasi velleità di “rivoluzione colorata”, ovvero di penetrare in Bielorussia per strappare il paese all’orbita strategica di Mosca.
Fonte
Per quanto riguarda la Kolesnikova, il panico si era scatenato lunedì in Occidente dopo la diffusione della notizia del suo rapimento in centro a Minsk da parte di uomini mascherati che l’avrebbero spinta in un van di colore scuro. Assieme a lei c’erano altri due attivisti dell’opposizione, Anton Rodnenkov e Ivan Kravtsov. Fonti della polizia bielorussa, citate dall’agenzia di stampa russa Interfax, avevano invece assicurato che nessuno dei tre era in stato di fermo.
Per alcune ore, l’enigma circa lo status di questi ultimi è stato al centro dell’interesse della stampa internazionale e, soprattutto, ha dato la possibilità ai governi occidentali e anti-russi in genere di montare una nuova campagna contro la brutalità di Lukashenko. Il capo della diplomazia UE, Josep Borrell, e i ministri degli Esteri di Germania e Regno Unito hanno subito espresso preoccupazione per le condizioni della Kolesnikova e dei suoi due colleghi. Da Bruxelles sono poi arrivate minacce di sanzioni contro membri della cerchia di potere di Lukashenko, sia per il presunto rapimento sia per le violenze seguite alle proteste esplose dopo le discusse elezioni presidenziali del 9 agosto scorso.
Durissima è stata in particolare la presa di posizione del ministro degli Esteri lituano, Linas Linkevicius, il cui paese, assieme alla Polonia, coerentemente con la tradizionale feroce attitudine russofoba è in prima linea nella battaglia contro Lukashenko. Linkevicius ha definito i metodi a cui sarebbe stata sottoposta Maria Kolesnikova degni della NKVD, la polizia politica dell’Unione Sovietica di Stalin. Lo stesso diplomatico lituano ha affermato che simili episodi non sono ammissibili nell’Europa del 21esimo secolo.
Se forse non lo sono da questa parte dell’oceano, lo sono invece negli Stati Uniti, di cui la Lituania è uno strettissimo alleato. Nel corso delle proteste contro la brutalità della polizia americana degli ultimi mesi, infatti, nelle città USA sono stati documentati svariati rapimenti “extra-giudiziari” di manifestanti, immobilizzati da individui non identificati e caricati su veicoli privi di segni distintivi. I fermati in questo modo sono stati rilasciati dopo molte ore, senza che contro di loro sia mai stato emesso alcun provvedimento giudiziario ufficiale.
Ad ogni modo, martedì sono poi emerse versioni dei fatti contrastanti. I leader dell’opposizione Rodnenkov e Kravtsov sarebbero giunti in Ucraina. A confermarlo è stato il ministero degli Interni di questo paese, che ha precisato come il loro abbandono del territorio bielorusso non sia stata una scelta volontaria ma seguita a un provvedimento di espulsione deciso da Minsk.
Meno chiaro è il caso della Kolesnikova. Anch’essa avrebbe dovuto essere espulsa e spedita in Ucraina, ma le cose non sono andate come dovevano per Lukashenko. A questo proposito, sempre da Kiev è arrivato un dettaglio che ha infiammato gli account sui social network dei sostenitori occidentali dell’opposizione bielorussa. La Kolesnikova avrebbe cioè distrutto il suo passaporto, impedendo così agli agenti dei servizi di sicurezza bielorussi di farle oltrepassare il confine con la forza.
Diversa è stata la ricostruzione della TV di stato bielorussa. In questo caso, i tre oppositori di Lukashenko erano diretti volontariamente verso il confine con l’Ucraina prima dell’alba di martedì ma, una volta arrivati nei pressi di un check-point, la loro auto avrebbe accelerato per evitare una pattuglia di guardie di frontiera. Un qualche incidente sarebbe poi seguito e Maria Kolesnikova avrebbe abbandonato l’automobile, per poi essere fermata e messa agli arresti dagli agenti di confine.
La Kolesnikova rimarrebbe dunque in territorio bielorusso, mentre le altre principali leader auto-proclamate della rivolta si trovano ormai all’estero. Sviatlana Tsikhanouskaya, il volto più noto in Occidente dell’opposizione e prima sfidante sconfitta da Lukashenko nelle presidenziali, ha trovato rifugio in Lituania, mentre Veronika Tsepkalo è in Polonia. Come queste ultime, che avevano preso il posto sulle schede elettorali dei rispettivi mariti, anche la Kolesnikova aveva sostituito un candidato arrestato e a cui era stato impedito di correre per la presidenza, il banchiere Viktor Babariko.
A un mese dalle contestate elezioni, la mobilitazione popolare in Bielorussa era tornata a livelli importanti nella giornata di domenica con una manifestazione che, secondo alcuni gruppi dell’opposizione, ha potuto contare su oltre centomila persone nella sola Minsk. Le forze di sicurezza di Lukashenko erano nuovamente intervenute ricorrendo spesso a metodi brutali che, come all’inizio della protesta, sembrano essere una delle ragioni principali del perdurare delle dimostrazioni.
Gli arrestati nel fine settimana sono stati un centinaio e ancora una volta le preoccupazioni maggiori del regime sembrano riguardare gli scioperi e le manifestazioni nelle fabbriche del paese, molte delle quali controllate dallo stato. Se la mobilitazione dei lavoratori bielorussi appare più o meno sotto controllo, grazie ai sindacati ufficiali così come a licenziamenti e intimidazioni, ci sono segnali di un persistente quanto giustificato malcontento nei confronti di Lukashenko.
La situazione in questo senso non promette nulla di buono se si considera l’impatto delle proteste sull’economia del paese. I dati forniti lunedì dalla Banca Centrale bielorussa hanno mostrato ad esempio come l’ex repubblica sovietica abbia bruciato quasi un sesto delle sue riserve auree e di valuta estera nel solo mese di agosto per sostenere la propria moneta durante il caos di queste settimane.
I timori per una rivolta che possa sfuggire di mano non agitano solo Lukashenko, ma anche la stessa opposizione filo-occidentale, riunita nel cosiddetto Consiglio di Coordinamento. Questa è una delle ragioni che spinge i leader della protesta a tenere aperta la porta delle trattative con il regime. L’altro motivo è da collegare invece al vicolo cieco in cui si ritrovano, quanto meno al momento e soprattutto per via del sostegno assicurato da Mosca a Lukashenko. La Bielorussia è d’altronde un elemento fondamentale per il Cremlino nella strategia di respingimento dell’offensiva UE/NATO verso i confini russi.
Ciò non toglie che le manovre occidentali continueranno, nel tentativo di destabilizzare il paese facendo leva sulle frustrazioni della popolazione bielorussa e i metodi anti-democratici di Lukashenko, la cui permanenza al potere non è vista peraltro con particolare interesse nemmeno dalla Russia nel medio e lungo periodo.
Le preoccupazioni dell’Occidente e dei governi di Lituania, Polonia e Ucraina sono soprattutto per il possibile compiersi del progetto di “Stato Unitario” tra Russia e Bielorussia, sul tavolo da due decenni ma sempre osteggiato da Lukashenko prima della recente marcia indietro, resasi necessaria per incassare l’appoggio di Putin. Con questo piano di integrazione realizzato, il fronte anti-russo vedrebbe infatti spegnersi del tutto e anche per il futuro qualsiasi velleità di “rivoluzione colorata”, ovvero di penetrare in Bielorussia per strappare il paese all’orbita strategica di Mosca.
Fonte
25/08/2020
Bielorussia, l’Occidente ci prova
La crisi che sta vivendo la Bielorussia a partire dalle controverse
elezioni del 9 agosto scorso sembra essere sempre più vicina a sfuggire
di mano al presidente, Alexander Lukashenko. Le frustrazioni diffuse tra
la popolazione del paese dell’ex URSS appaiono più che legittime e in
grado di mobilitare, in maniera cruciale, ampie fasce di lavoratori
dell’industria locale, in gran parte ancora in mano pubblica. Il
controllo delle proteste, tuttavia, è stato quasi subito assunto
dall’opposizione anti-russa e filo-occidentale, facendo dello stallo in
corso un nuovo terreno di confronto sul piano strategico tra Mosca, da
una parte, e l’Occidente e gli alleati dell’Europa orientale dall’altra.
Nel fine settimana, un’altra massiccia manifestazione è andata in scena nella capitale bielorussa, Minsk, dove i dimostranti che chiedono le dimissioni di Lukashenko e nuove elezioni sono arrivati fino alla residenza ufficiale del presidente, in carica da oltre un quarto di secolo. Secondo una stima della Reuters, domenica i manifestanti potevano essere fino a 200 mila, mentre per la televisione pubblica bielorussa appena 20 mila.
La nuova escalation della crisi ha spinto Lukashenko a esprimersi in toni minacciosi contro i suoi oppositori nelle piazze. In parallelo, il presidente ha ostentato l’appoggio che si sarebbe garantito dai militari e dalle forze di sicurezza bielorusse, secondo molti osservatori da collegare al sostegno per il suo governo ottenuto dalla Russia di Vladimir Putin. I rapporti con l’alleato russo sono però ormai deteriorati e se per il Cremlino non ci sono per ora alternative a Lukashenko, il futuro di quest’ultimo alla guida del proprio paese è tutt’altro che garantito.
Gli scenari bielorussi hanno ricalcato dal 9 agosto il solito evolversi dei piani di cambio di regime o di “guerra ibrida” che gli Stati Uniti e l’Europa orchestrano e finanziano nei paesi allineati ai propri rivali strategici. Il modello ucraino o siriano è emerso così precocemente anche a Minsk, dove a contribuire all’esplosione di tensioni che rischiano di travolgere il regime è stato peraltro in parte anche lo stesso presidente.
Nel corso del 2019, le relazioni tra Russia e Bielorussia si erano evidentemente incrinate, a causa tra l’altro delle resistenze di Lukashenko all’implementazione di un accordo – vecchio di due decenni – sulla creazione di uno “stato unitario” tra i due paesi, legati da fattori storici, culturali e linguistici comuni. Putin auspicava un’accelerazione in questo senso probabilmente anche in conseguenza delle pressioni anti-russe provenienti dall’Occidente. Di fronte ai dubbi di Lukashenko, Mosca aveva allora operato un giro di vite sugli scambi economici e sulle forniture energetiche col vicino.
Per tutta risposta, il presidente bielorusso si era rivolto all’Occidente, nel tentativo non tanto di sganciarsi dalla Russia, quanto di manovrare tra le due parti e ottenerne i massimi benefici. Ciò che ne è scaturito è stato un breve periodo di relativa distensione con USA e UE, tanto che, tra l’altro, il segretario di Stato americano Pompeo era stato protagonista di una storica visita in Bielorussia a inizio febbraio, seguita il mese successivo dalla riapertura dell’ambasciata degli Stati Uniti a Minsk.
Le aperture verso l’Occidente di Lukashenko hanno comportato un prezzo da pagare per il suo regime, che si è infatti puntualmente ritrovato davanti a un focolaio di complotti all’interno del paese, volti a installare un nuovo governo dai chiari orientamenti anti-russi. Già prima delle presidenziali del 9 agosto, che avrebbero scatenato il tentativo in corso di “rivoluzione colorata” pilotata dall’Occidente, un altro evento aveva determinato una rottura dei fragilissimi equilibri creati dal rimescolamento strategico di Lukashenko.
A fine luglio, un’operazione clandestina dei servizi segreti ucraini aveva cioè portato all’arresto a Minsk di una trentina di mercenari russi, presentati alla stampa internazionale come un corpo di spedizione inviato dal Cremlino per mettere in atto un fantomatico golpe contro il presidente bielorusso e favorire gli interessi di Mosca. In realtà, i combattenti russi erano stati ingaggiati dall’intelligence ucraina sotto copertura per essere impiegati in un non meglio definito paese africano o del vicino oriente. La sosta a Minsk doveva servire ad attendere una coincidenza aerea, ma alla fine gli ucraini hanno allertato i servizi di sicurezza bielorussi che sono intervenuti con un’operazione dal massimo clamore mediatico al chiaro fine di creare ulteriori frizioni tra Putin e Lukashenko.
Quando le relazioni tra i due leader e i due paesi sembravano sull’orlo del baratro, il presidente bielorusso ha visto esplodere la protesta nel paese e, leggendo in essa il tentativo occidentale di rimuoverlo, è tornato sui propri passi, implorando l’aiuto di Putin fino al punto di legare il destino della Bielorussia a quello della Russia e di rilanciare l’ipotesi dell’unione tra i due paesi, in precedenza fermamente avversata. A livello ufficiale, il Cremlino ha così riconosciuto la vittoria alle urne di Lukashenko, con ogni probabilità legittima anche se quasi certamente con una percentuale di consensi inferiore a quella fornita dal governo (80%). Ciò non toglie che la Russia continui a nutrire forti riserve nei confronti dell’alleato e che, una volta stabilizzata la situazione, procederà a valutare alternative più affidabili per il futuro governo di Minsk.
La candidata dell’opposizione, Sviatlana Tsikhanouskaya, sta intanto provando a unificare il fronte anti-Lukashenko con un inequivocabile appello all’Occidente. La principale, se non l’unica, credenziale dell’aspirante presidente è quella di avere preso il posto, sulle schede elettorali, del marito incarcerato. La Tsikhanouskaya, in seguito a minacce contro la propria sicurezza personale, era fuggita nella vicina Lituania. Da qui, la candidata sconfitta, assieme al “coordinamento” delle forze di opposizione creato a Minsk, continua a incitare i manifestanti, sia pure mantenendo un atteggiamento più cauto verso gli scioperi dilagati nel paese e invitando talvolta al dialogo con il regime.
L’opposizione anti-Lukashenko include svariate personalità politiche ferocemente anti-russe, filo-occidentali e ultra-nazionaliste, i cui obiettivi, in caso di presa del potere, vanno dall’integrazione della Bielorussia nella NATO e nell’Unione Europea all’apertura dell’economia del paese, in primo luogo attraverso la svendita delle industrie di proprietà statale. Questa galassia di politici e opportunisti vari agisce da strumento delle mire di USA ed Europa, dirette a spingere la propria influenza verso i confini russi.
Su questo fattore sembra volere ora puntare lo stesso Lukashenko, forse per agitare sul fronte domestico lo spettro dello scenario dell’Ucraina, paese devastato economicamente e socialmente dal golpe promosso dall’Occidente nel 2014. Nei giorni scorsi, il presidente bielorusso ha infatti denunciato i paesi NATO, accusandoli di avere ammassato soldati in Polonia e in Lituania in preparazione di un possibile intervento. Se è improbabile che la NATO possa scegliere una soluzione di questo genere, vista la certa reazione della Russia, che ha a sua volta un contingente militare in Bielorussia, la mossa di Lukashenko punta a ricompattare il paese contro le ingerenze occidentali, nel tentativo anche di rassicurare le ansie del Cremlino.
Per ragioni strategiche, geografiche e storiche, la Bielorussia è un elemento cruciale per la sicurezza nazionale russa ed è probabile per questo che Mosca metterà in campo tutte le risorse possibili per evitare un ribaltamento di campo a Minsk. Ciò non toglie che il Cremlino ritenga già di non poter più puntare su Lukashenko per il futuro. La situazione in Bielorussia resta ad ogni modo estremamente fluida. Il presidente è senza alcun dubbio odiato da buona parte della popolazione, ma allo stesso tempo, vista anche l’assenza di alternative politiche credibili, è visto da molti in patria come l’unica garanzia di stabilità e come assicurazione contro una deriva ucraina.
Per quanto riguarda l’Occidente, le manovre già in atto proseguiranno per ricavare il massimo dal caos seguito alle elezioni del 9 agosto, nel tentativo di sfruttare le tensioni tra Mosca e Minsk, così come il crescente discredito di Lukashenko, causato non solo dalla sua permanenza al potere col pugno di ferro dal 1994, ma anche dalla durissima risposta messa in atto soprattutto nelle prime fasi delle proteste che continuano a lacerare il paese dell’ex Unione Sovietica.
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Nel fine settimana, un’altra massiccia manifestazione è andata in scena nella capitale bielorussa, Minsk, dove i dimostranti che chiedono le dimissioni di Lukashenko e nuove elezioni sono arrivati fino alla residenza ufficiale del presidente, in carica da oltre un quarto di secolo. Secondo una stima della Reuters, domenica i manifestanti potevano essere fino a 200 mila, mentre per la televisione pubblica bielorussa appena 20 mila.
La nuova escalation della crisi ha spinto Lukashenko a esprimersi in toni minacciosi contro i suoi oppositori nelle piazze. In parallelo, il presidente ha ostentato l’appoggio che si sarebbe garantito dai militari e dalle forze di sicurezza bielorusse, secondo molti osservatori da collegare al sostegno per il suo governo ottenuto dalla Russia di Vladimir Putin. I rapporti con l’alleato russo sono però ormai deteriorati e se per il Cremlino non ci sono per ora alternative a Lukashenko, il futuro di quest’ultimo alla guida del proprio paese è tutt’altro che garantito.
Gli scenari bielorussi hanno ricalcato dal 9 agosto il solito evolversi dei piani di cambio di regime o di “guerra ibrida” che gli Stati Uniti e l’Europa orchestrano e finanziano nei paesi allineati ai propri rivali strategici. Il modello ucraino o siriano è emerso così precocemente anche a Minsk, dove a contribuire all’esplosione di tensioni che rischiano di travolgere il regime è stato peraltro in parte anche lo stesso presidente.
Nel corso del 2019, le relazioni tra Russia e Bielorussia si erano evidentemente incrinate, a causa tra l’altro delle resistenze di Lukashenko all’implementazione di un accordo – vecchio di due decenni – sulla creazione di uno “stato unitario” tra i due paesi, legati da fattori storici, culturali e linguistici comuni. Putin auspicava un’accelerazione in questo senso probabilmente anche in conseguenza delle pressioni anti-russe provenienti dall’Occidente. Di fronte ai dubbi di Lukashenko, Mosca aveva allora operato un giro di vite sugli scambi economici e sulle forniture energetiche col vicino.
Per tutta risposta, il presidente bielorusso si era rivolto all’Occidente, nel tentativo non tanto di sganciarsi dalla Russia, quanto di manovrare tra le due parti e ottenerne i massimi benefici. Ciò che ne è scaturito è stato un breve periodo di relativa distensione con USA e UE, tanto che, tra l’altro, il segretario di Stato americano Pompeo era stato protagonista di una storica visita in Bielorussia a inizio febbraio, seguita il mese successivo dalla riapertura dell’ambasciata degli Stati Uniti a Minsk.
Le aperture verso l’Occidente di Lukashenko hanno comportato un prezzo da pagare per il suo regime, che si è infatti puntualmente ritrovato davanti a un focolaio di complotti all’interno del paese, volti a installare un nuovo governo dai chiari orientamenti anti-russi. Già prima delle presidenziali del 9 agosto, che avrebbero scatenato il tentativo in corso di “rivoluzione colorata” pilotata dall’Occidente, un altro evento aveva determinato una rottura dei fragilissimi equilibri creati dal rimescolamento strategico di Lukashenko.
A fine luglio, un’operazione clandestina dei servizi segreti ucraini aveva cioè portato all’arresto a Minsk di una trentina di mercenari russi, presentati alla stampa internazionale come un corpo di spedizione inviato dal Cremlino per mettere in atto un fantomatico golpe contro il presidente bielorusso e favorire gli interessi di Mosca. In realtà, i combattenti russi erano stati ingaggiati dall’intelligence ucraina sotto copertura per essere impiegati in un non meglio definito paese africano o del vicino oriente. La sosta a Minsk doveva servire ad attendere una coincidenza aerea, ma alla fine gli ucraini hanno allertato i servizi di sicurezza bielorussi che sono intervenuti con un’operazione dal massimo clamore mediatico al chiaro fine di creare ulteriori frizioni tra Putin e Lukashenko.
Quando le relazioni tra i due leader e i due paesi sembravano sull’orlo del baratro, il presidente bielorusso ha visto esplodere la protesta nel paese e, leggendo in essa il tentativo occidentale di rimuoverlo, è tornato sui propri passi, implorando l’aiuto di Putin fino al punto di legare il destino della Bielorussia a quello della Russia e di rilanciare l’ipotesi dell’unione tra i due paesi, in precedenza fermamente avversata. A livello ufficiale, il Cremlino ha così riconosciuto la vittoria alle urne di Lukashenko, con ogni probabilità legittima anche se quasi certamente con una percentuale di consensi inferiore a quella fornita dal governo (80%). Ciò non toglie che la Russia continui a nutrire forti riserve nei confronti dell’alleato e che, una volta stabilizzata la situazione, procederà a valutare alternative più affidabili per il futuro governo di Minsk.
La candidata dell’opposizione, Sviatlana Tsikhanouskaya, sta intanto provando a unificare il fronte anti-Lukashenko con un inequivocabile appello all’Occidente. La principale, se non l’unica, credenziale dell’aspirante presidente è quella di avere preso il posto, sulle schede elettorali, del marito incarcerato. La Tsikhanouskaya, in seguito a minacce contro la propria sicurezza personale, era fuggita nella vicina Lituania. Da qui, la candidata sconfitta, assieme al “coordinamento” delle forze di opposizione creato a Minsk, continua a incitare i manifestanti, sia pure mantenendo un atteggiamento più cauto verso gli scioperi dilagati nel paese e invitando talvolta al dialogo con il regime.
L’opposizione anti-Lukashenko include svariate personalità politiche ferocemente anti-russe, filo-occidentali e ultra-nazionaliste, i cui obiettivi, in caso di presa del potere, vanno dall’integrazione della Bielorussia nella NATO e nell’Unione Europea all’apertura dell’economia del paese, in primo luogo attraverso la svendita delle industrie di proprietà statale. Questa galassia di politici e opportunisti vari agisce da strumento delle mire di USA ed Europa, dirette a spingere la propria influenza verso i confini russi.
Su questo fattore sembra volere ora puntare lo stesso Lukashenko, forse per agitare sul fronte domestico lo spettro dello scenario dell’Ucraina, paese devastato economicamente e socialmente dal golpe promosso dall’Occidente nel 2014. Nei giorni scorsi, il presidente bielorusso ha infatti denunciato i paesi NATO, accusandoli di avere ammassato soldati in Polonia e in Lituania in preparazione di un possibile intervento. Se è improbabile che la NATO possa scegliere una soluzione di questo genere, vista la certa reazione della Russia, che ha a sua volta un contingente militare in Bielorussia, la mossa di Lukashenko punta a ricompattare il paese contro le ingerenze occidentali, nel tentativo anche di rassicurare le ansie del Cremlino.
Per ragioni strategiche, geografiche e storiche, la Bielorussia è un elemento cruciale per la sicurezza nazionale russa ed è probabile per questo che Mosca metterà in campo tutte le risorse possibili per evitare un ribaltamento di campo a Minsk. Ciò non toglie che il Cremlino ritenga già di non poter più puntare su Lukashenko per il futuro. La situazione in Bielorussia resta ad ogni modo estremamente fluida. Il presidente è senza alcun dubbio odiato da buona parte della popolazione, ma allo stesso tempo, vista anche l’assenza di alternative politiche credibili, è visto da molti in patria come l’unica garanzia di stabilità e come assicurazione contro una deriva ucraina.
Per quanto riguarda l’Occidente, le manovre già in atto proseguiranno per ricavare il massimo dal caos seguito alle elezioni del 9 agosto, nel tentativo di sfruttare le tensioni tra Mosca e Minsk, così come il crescente discredito di Lukashenko, causato non solo dalla sua permanenza al potere col pugno di ferro dal 1994, ma anche dalla durissima risposta messa in atto soprattutto nelle prime fasi delle proteste che continuano a lacerare il paese dell’ex Unione Sovietica.
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