In un’intervista di qualche giorno fa a Der Spiegel, l’ex Cancelliera tedesca Angela Merkel aveva fatto alzare le sopracciglia a qualcuno, dicendosi contraria all’invio di armi (soprattutto quelle tedesche) a Kiev, puntando invece a pressioni politiche sulla Russia.
Bontà sua, aveva anche detto che già da oltre un anno gli accordi di Minsk erano lettera morta, (come da molto più tempo denunciavano in Donbass) evitando naturalmente di puntare il dito sui colpevoli del “decesso” di quegli accordi.
A leggere qualche quotidiano italico, si poteva ben vaneggiare di una Merkel che ricordava affranta gli “sforzi” sostenuti a febbraio 2015 nella capitale bielorussa, insieme a Vladimir Putin, Petro Porošenko e François Hollande (il “quartetto normanno”), con Aleksandr Lukašenko garante dell’ospitalità e della serietà di quei colloqui, per cercare una soluzione alla guerra in Donbass che andava avanti già da sette-otto mesi.
E le italiche penne ci assicurano che Angela Merkel «difende ancora» quegli accordi, come se davvero ci avesse creduto.
Qui termina la favola e comincia l’apostolato vero e proprio, trasformando sintatticamente una scelta ben cosciente e mirata dei garanti franco-tedeschi degli accordi di Minsk, in qualcosa che sarebbe invece comparsa per intercessione angelica.
Scompare la dichiarazione a Die Zeit del 7 dicembre scorso, secondo cui gli accordi di Minsk furono «un tentativo di dare tempo all’Ucraina» – cioè: Merkel e Hollande volevano solo far guadagnare tempo alla junta golpista, che le stava prendendo di santa ragione in Donbass – e al suo posto si manifesta in sembianze ultraterrene il miracolo secondo cui gli accordi di Minsk, di per sé, come lo spirito santo, «hanno permesso all’Ucraina di diventare militarmente forte».
Oggi Angela Merkel ammette candidamente che Kiev ha usato il tempo messo a disposizione dagli accordi (mai rispettati dai nazigolpisti, a partire dalle clausole sull’arretramento delle artiglierie pesanti e, soprattutto, sulla necessità di trattative dirette tra Kiev e Donetsk-Lugansk e la concessione di uno status speciale al Donbass) per diventare più forte militarmente.
L’Ucraina del 2014-2015, dice la Merkel a Die Zeit, «non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina.
Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina».
In effetti, ricordiamo tutti come, proprio durante le trattative a Minsk, il “prode” Porošenko interrompesse continuamente i colloqui per andare a informarsi sulla situazione alla sacca di Debaltsevo, in cui, per ottusità e dolo dei comandi golpisti (e per volontà esterna) centinaia e centinaia di soldati ucraini, accerchiati dalle milizie, persero la vita; come del resto era accaduto qualche mese prima nell’altra sacca di Ilovajsk.
Pronta la reazione della portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, alle dichiarazioni della Merkel: «Vale a dire che Berlino e, di conseguenza, l’intero Occidente collettivo, non ho mai inteso onorare gli accordi di Minsk, hanno finto di rispettare la risoluzione del Consiglio di sicurezza, mentre in realtà hanno riempito di armi il regime di Kiev; hanno ignorato i crimini commessi dal regime di Kiev in Donbass e in Ucraina, in nome di un colpo decisivo alla Russia».
Aspri i commenti del “padrone di casa” a Minsk, Aleksandr Lukašenko, che ha definito ripugnanti, vili e meschine le dichiarazioni della Merkel sugli accordi di Minsk, aggiungendo comunque di non credere che si sia trattato davvero di un tentativo occidentale di guadagnare tempo, con l’inganno, per rafforzare l’esercito ucraino e di ricordare come all’epoca, tutti, avessero intenzioni del tutto serie.
Ma se è veramente come ha detto la Merkel, ha dichiarato Lukašenko al canale TV Rossija 24, sarebbe davvero disgustoso, meschino.
Secondo RIA Novosti, il bat’ka bielorusso ha espresso sconcerto per come sia possibile «oggi, in questo contesto, dire che essi, Porošenko, Hollande, abbiano semplicemente condotto un’operazione segreta, abbiano ingannato tutti, prima di tutto la Russia e Putin, e tutti nel mondo, fornendo con una tregua l’opportunità di preparare l’esercito ucraino per questa guerra».
Lukashenko ha sottolineato come, sullo sfondo di «false dichiarazioni di Porošenko e Merkel», la Russia non possa essere incolpata per lo scoppio delle ostilità nel 2022.
La Merkel «vuole essere trendy», dice il Presidente bielorusso. «Lei e Porošenko vogliono mostrarsi importanti, come a dire: “Guardate, l’esercito ucraino sta combattendo e resistendo a uno degli eserciti più forti del mondo, perché a Minsk abbiamo ingannato tutti”».
Se avessero seguito la strada che Putin aveva proposto per l’accordo, dice bat’ka, l’Ucraina sarebbe rimasta integra, con l’eccezione della Crimea, e non ci sarebbe stata la guerra. Ricorda come, nei giorni delle trattative di Minsk, avesse fatto la spola tra Putin e Porošenko, trasmettendo informazioni, esigenze, richieste.
«Putin aveva detto a Porošenko che Mosca avrebbe aiutato a ripristinare ciò che è stato distrutto, e allora le distruzioni erano ancora minime, ma loro non ne volevano sapere; si stavano preparando alla guerra, anche se allora nessuno lo pensava, come dicono oggi Merkel e Porošenko».
Il fatto è che, «sullo sfondo degli eventi in Ucraina, la Merkel non vuole essere accusata oggi di aver spinto l’Ucraina in una direzione sbagliata... noi l’avevamo presa sul serio. E la Russia l’aveva presa sul serio. Ma ci sbagliavamo: si è rivelata misera come tutti i leader europei di oggi», ha detto Lukašenko.
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12/12/2022
19/10/2019
Siria - Un bombardamento cancella “le imbarazzanti prove” nel cementificio Lafarge
Due giorni fa, ricostruendo lo scenario delle forze in campo nella Siria del Nord oggetto dell’invasione turca, avevamo sottolineato la presenza militare in quel quadrante di diverse potenze. Non solo gli Usa, ma anche Francia e Gran Bretagna. I soldati e le forze speciali di questi paesi spesso convivevano e agivano dalla stesse basi militari. In una di queste, a Jalabya, si erano installati nel famoso cementificio Lafarge dove risultavano operativi militari statunitensi e francesi.
E doveva essere una base importante visto che due giorni fa un raid chirurgico di due F15 lo ha bombardato per cancellare ogni traccia di quello che vi era rimasto dentro.
Il portavoce della operazione Inherent Resolve, il colonnello Myles B. Caggins, in un tweet ha rivendicato il bombardamento:“Il 16 ottobre, dopo che tutto il personale della Coalizione e l’equipaggiamento tattico essenziale hanno abbandonato la posizione, due F-15E della Coalizione hanno condotto con successo un attacco aereo di precisione pre-pianificato presso la fabbrica di cemento di Lafarge per distruggere un deposito di munizioni e ridurre l’utilità militare della struttura”.
Il precipitoso ritiro dei militari statunitensi, francesi e britannici da alcune basi nella Siria del Nord rappresenta ancora oggi uno dei lati più oscuri della missione francese in Siria.
Come noto il cementificio Lafarge a Jalabya è stato al centro delle connessioni tra la Francia con i gruppi jihadisti quando la “guerra in Siria” non era contro l’Isis ma contro il governo di Damasco.
Gli inviati di Le Monde avevano trovato un lasciapassare dato dalle cellule dell’Isis ai camionisti che trasportavano cemento dall’impianto proprio per evitare che i miliziani fermassero il trasporto. Nel lasciapassare rilasciato dai miliziani dell’Isis era scritto: “Si pregano i fratelli combattenti di lasciar passare ai checkpoint questo veicolo che trasporta il cemento di Lafarge, sulla base di un accordo che abbiamo concluso con quell’impianto”. Il documento rivelato da Le Monde (e riportato in Italia da Il Fatto) mise nei guai il gruppo francese Lafarge, diventato svizzero nel 2015 attraverso la fusione con il gruppo Holcim
La magistratura francese ha aperto una inchiesta piuttosto rognosa sia per Macron che per il suo predecessore, Hollande. I governi francesi sin dal 2012 hanno operato in Siria per far cadere il governo di Assad e la vicenda del cementificio Lafarge delinea bene le connessione tra autorità e industriali francesi con gli jihadisti dello Stato islamico. Tant’è che le forze speciali francesi presenti in Siria si erano insediate proprio nell’ex cementificio trasformandolo nella base dei servizi segreti della Francia nel nord-est della Siria.
Fonte
E doveva essere una base importante visto che due giorni fa un raid chirurgico di due F15 lo ha bombardato per cancellare ogni traccia di quello che vi era rimasto dentro.
Il portavoce della operazione Inherent Resolve, il colonnello Myles B. Caggins, in un tweet ha rivendicato il bombardamento:“Il 16 ottobre, dopo che tutto il personale della Coalizione e l’equipaggiamento tattico essenziale hanno abbandonato la posizione, due F-15E della Coalizione hanno condotto con successo un attacco aereo di precisione pre-pianificato presso la fabbrica di cemento di Lafarge per distruggere un deposito di munizioni e ridurre l’utilità militare della struttura”.
Il precipitoso ritiro dei militari statunitensi, francesi e britannici da alcune basi nella Siria del Nord rappresenta ancora oggi uno dei lati più oscuri della missione francese in Siria.
Come noto il cementificio Lafarge a Jalabya è stato al centro delle connessioni tra la Francia con i gruppi jihadisti quando la “guerra in Siria” non era contro l’Isis ma contro il governo di Damasco.
Gli inviati di Le Monde avevano trovato un lasciapassare dato dalle cellule dell’Isis ai camionisti che trasportavano cemento dall’impianto proprio per evitare che i miliziani fermassero il trasporto. Nel lasciapassare rilasciato dai miliziani dell’Isis era scritto: “Si pregano i fratelli combattenti di lasciar passare ai checkpoint questo veicolo che trasporta il cemento di Lafarge, sulla base di un accordo che abbiamo concluso con quell’impianto”. Il documento rivelato da Le Monde (e riportato in Italia da Il Fatto) mise nei guai il gruppo francese Lafarge, diventato svizzero nel 2015 attraverso la fusione con il gruppo Holcim
La magistratura francese ha aperto una inchiesta piuttosto rognosa sia per Macron che per il suo predecessore, Hollande. I governi francesi sin dal 2012 hanno operato in Siria per far cadere il governo di Assad e la vicenda del cementificio Lafarge delinea bene le connessione tra autorità e industriali francesi con gli jihadisti dello Stato islamico. Tant’è che le forze speciali francesi presenti in Siria si erano insediate proprio nell’ex cementificio trasformandolo nella base dei servizi segreti della Francia nel nord-est della Siria.
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30/04/2017
Il blocco centrista emerge dalle elezioni francesi
di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Queste elezioni presidenziali rimarranno nella memoria degli elettori francesi a lungo. Il paesaggio politico, definito dal 1970 in poi, è stato stravolto e i nuovi equilibri restano ancora nell'ombra. Quello che è certo è che il padronato francese è il vero vincitore politico e sociale.
Cinque anni di presidenza socialista
Il 2012, anno delle ultime elezioni nazionali, sembra appartenere ad un'altra epoca storica[1]. Quelle elezioni erano state vissute da molti come una liberazione da un presidente, Sarkozy, che era il più impopolare e filo americano di tutta la storia della Francia. Il risultato di Hollande e della sinistra francese, che andava al governo per la seconda volta durante la Quinta Repubblica dopo l'esperienza di Mitterand, era il risultato di cinque anni di mobilitazioni che erano culminate con il lungo ciclo di scioperi contro la riforma pensionistica che faceva aumentare l'età pensionabile dai 60 ai 63 anni (e duramente repressa dal governo).
Queste elezioni presidenziali rimarranno nella memoria degli elettori francesi a lungo. Il paesaggio politico, definito dal 1970 in poi, è stato stravolto e i nuovi equilibri restano ancora nell'ombra. Quello che è certo è che il padronato francese è il vero vincitore politico e sociale.
Cinque anni di presidenza socialista
Il 2012, anno delle ultime elezioni nazionali, sembra appartenere ad un'altra epoca storica[1]. Quelle elezioni erano state vissute da molti come una liberazione da un presidente, Sarkozy, che era il più impopolare e filo americano di tutta la storia della Francia. Il risultato di Hollande e della sinistra francese, che andava al governo per la seconda volta durante la Quinta Repubblica dopo l'esperienza di Mitterand, era il risultato di cinque anni di mobilitazioni che erano culminate con il lungo ciclo di scioperi contro la riforma pensionistica che faceva aumentare l'età pensionabile dai 60 ai 63 anni (e duramente repressa dal governo).
Hollande cercò di farsi portavoce di tutto questo, mantenendo ambiguità e reticenze. Ma anche con alcuni slogan chiari e alcune promesse precise. Ricordiamo quante speranze questo suscitò nella disarticolata sinistra italiana, la promessa di essere il candidato anti-Merkel? E ricordiamo anche la promessa di cambiare i trattati europei, a partire dal six-pack e dal fiscal-compact! Ma suscitò molte speranze, specie in tempi di crisi finanziaria ed economica, la designazione del suo nemico, la finanza:
“Mais avant d’évoquer mon projet, je vais vous confier une chose. Dans cette bataille qui s’engage, je vais vous dire qui est mon adversaire, mon véritable adversaire. Il n’a pas de nom, pas de visage, pas de parti, il ne présentera jamais sa candidature, il ne sera donc pas élu, et pourtant il gouverne. Cet adversaire, c’est le monde de la finance”[2][Ma prima di parlare del mio progetto, vi confiderò una cosa. In questa battaglia che comincia, vi dirò chi è il mio avversario, il mio vero avversario. Non ha un nome, non ha un viso, non un partito, non presenterà mai la sua candidatura, e quindi mai sarà eletto, ciononostante governa. Questo avversario è il mondo della finanza.]
Sappiamo tutti com'è andata. Nessuna riscrittura dei trattati, nessuno scontro con la Germania, nessun disturbo per il mondo della finanza[3]. Questa da nemica diventa sua fida alleata, quando, in un rimpasto di governo, entra come Ministro dell'Economia il giovane banchiere Macron, con un cospicuo patrimonio guadagnato al servizio di banche d'affari internazionali.
Altre promesse riguardavano l'inversione della curva della disoccupazione, in crescita ormai da oltre 10 anni. Nei cinque anni di Sarkozy, questa era aumentata di 1 milione di nuovi disoccupati. Dopo cinque anni di presidenza socialista un altro milione si aggiunge ai precedenti[4]. Hollande ha cercato di mascherare la cosa a fine del mandato, attraverso l'aumento dei fondi per la formazione, in modo che questi sparissero dalle statistiche come disoccupati, per figurare tra le persone in formazione: un trucco che serve ad ingannare le statistiche ma non i disoccupati e i precari. A questo si aggiunge la riforma del lavoro imposta a suon di bastonate ai sindacati e ai lavoratori, nell'idea che se il lavoro costa meno ed è flessibile, le imprese investono maggiormente e la disoccupazione diminuisce[5].
Infine le guerre. Molti avevano confidato nella promessa di un presidente normale, fuori dal machismo di Sarkozy[6] (con le sue bombe sulla Libia). Invece si sono trovati un presidente che è intervenuto in Mali e che ha giocato in Siria un ruolo a volte più spinto di quello americano. E ha promulgato una legge per l'immunità totale delle truppe Nato su territorio francese. Senza dimenticare che niente è stato detto contro le sanzioni alla Russia, a cui si è preferito pagare una penale di centinaia di milioni di euro piuttosto che consegnare una nave da guerra già ordinata e costruita
Hollande è diventato il presidente più impopolare della storia francese, battendo anche Sarkozy. Tanto da essere il primo a non presentarsi per la rielezione.
Un antipasto del disastro: le primarie
Non che la bufera che ha colpito domenica la Francia non fosse stata annunciata da venti sempre più forti. Negli anni ho cercato di raccontare i pericoli a cui i francesi andavano incontro, i cui segnali erano evidenti.
Ad ogni elezione che si è svolta negli ultimi cinque anni, i socialisti e le altre forze che sostenevano il Governo sono sempre state puniti[7], mentre i voti del Fronte Nazionale crescevano. Non si può tacere il fatto che a questo ha contribuito la strategia socialista, come già avvenuto in precedenza: per imporre politiche antisociali, senza per questo perdere il governo, una crescita del FN avrebbe permesso di dividere i voti della destra, che in questo modo non sarebbe riuscita a vincere alle successive elezioni. Già Mitterand aveva usato questa tattica. I risultati li abbiamo sotto i nostri occhi[8].
Non contenti dei risultati che stavano raccogliendo, e a fronte degli insuccessi elettorali, i socialisti hanno deciso, a metà mandato, un cambio completo di governo: via il centrista Marc Hayrault, e al suo posto è entrato il “renziano” Manuel Valls, sconfitto da Hollande alle primarie socialiste con un voto bassissimo e propugnatore della fine dell'esperienza socialista in Francia, in favore di un partito post-ideologico. Una svolta a destra dopo i ripensamenti centristi post elettorali. Così hanno continuato a perdere un'elezione dopo l'altra[9]. Forse la sconfitta più simbolica è quella delle regionali dell'anno scorso[10]: i socialisti sono passati dal governare tutte le regioni tranne una, a una situazione in cui dopo averle perse quasi tutte quelle regioni, si è trovato a dover sostenere la destra in diversi ballottaggi con il Fn.
Che qualcosa sarebbe cambiato profondamente in Francia, lo si era capito anche dalle primarie che i vari partiti hanno organizzato. Tutte hanno dato risultati inattesi e indesiderati per le dirigenze dei pariti.
L'Ump, diventata I Repubblicani per volere di Sarkozy (tanto per rimarcare il legame atlantico), ha visto l'ex presidente finire addirittura in terza posizione: i due candidati al ballottaggio sono stati Alain Juppé (ex primo ministro di Chirac) e il futuro candidato Fillon. Stessa cosa è accaduta in casa socialista: il candidato della dirigenza e presidente del Consiglio Emmanuel Valls ha perso di fronte al socialista frondista Hamon (che apparteneva ai deputati socialisti che, pur sostenendo i vari governi, si sono opposti da sinistra alle riforme proposte). Infine tra i verdi prevale un altro outsider, Yannick Jadot, mentre l'ex ministra verde Cécile Duflot finisce anch'essa terza.
I risultati
I risultati elettorali non sono altro che il risultato di questi cinque anni, delle speranze frustrate e della reazione sociale e sindacale.
È doveroso partire da un dato spesso ignorato. In Francia l'iscrizione alle liste elettorali non è automatica. Quando si cambia residenza (e questo avviene con maggiore frequenza rispetto all'Italia), bisogna ricordarsi di chiedere l'iscrizione alle liste e va fatto in tempo per le elezioni. Su 45 milioni di potenziali elettori, si stima che i non iscritti siano 4 milioni a cui si aggiungono 7 milioni di mal-iscritti (quelli iscritti in un comune in cui non risiedono più, spesso a centinaia di chilometri di distanza)[11]. Mentre sicuramente una parte importante dei mal-iscritti si sarà recata alle urne, i 4 milioni di non iscritti sono un sintomo forte, forse più dell'astensione.
L'astensione stessa è in crescita ed è passata dai 9'400'000 elettori (pari al 20,52% degli iscritti) ai 10'500'000 (il 22,23%). Sebbene la partecipazione rimanga alta, un milione di francesi si è aggiunto a chi ha ritenuto non fosse importante votare, nonostante le sirene sul pericolo Le Pen.
Il grande perdente (dopo Hollande) è François Fillon, uscito vincitore dalle primarie della destra. In queste si era disputato (tra le altre cose) su quanti dipendenti pubblici licenziare: la cifra variava dai 500'000 ad oltre un milione (su 5,5 Milioni[12], cioè tra il 10% e il 20%). Vista la crisi verticale di Hollande e dei socialisti, prima dello scandalo personale che lo ha colpito, era dato sicuro vincitore. Le sue posizioni in ambito internazionale sembravano orientate a una minore ostilità verso la Russia e forse a una sospensione delle sanzioni (anche se su questo tema ha oscillato a lungo). I voti dei Repubblicani passano dai 9,7 milioni di voti di Sarkozy ai 7,2 milioni di Fillon (20% in meno).
La candidata che ha più beneficiato di questo crollo è stata Marine Le Pen, che passa dai 6,4 milioni di voti del 2012 ai 7,6 milioni di quest'anno (21,3% dei votanti). Il processo seguito ormai da anni è quello di eliminare i toni troppo aspri del padre (marginalizzato e poi cacciato dal partito), di mettere in secondo piano l'ala violenta, e di mostrare un volto più accettabile. In particolare ha più volte cercato di appropriarsi di temi cari alla sinistra, come la laicità, utilizzata contro gli immigrati colpevoli di fare mostra della propria fede. Una novità sembra essere il voto islamico per il Fn, dovuto alla comune opposizione alla legge sui matrimoni gay. Spesso descritta come la candidata di Putin, quella che chiede l'uscita dalla Nato e dall'Unione Europea, nella realtà il suo programma risulta essere molto meno pacifico: la retorica anti musulmana sfoderata in occasione degli attentati non fa altro che preparare il terreno a nuove incursioni militari in Medio Oriente a fianco degli americani.
Un crollo ancora più forte lo hanno subito i socialisti. Questi passano dai 10,2 milioni di voti di Hollande nel 2012, ai 2,2 di Hamon (6,3% dei votanti). Queste cifre impietose raccontano meglio di qualsiasi altra cosa il disastro del governo socialista. Hamon ha fatto opposizione ai governi, cercando insieme ad altri deputati socialisti, di proporre una linea differente, spesso in coordinamento con il Front de Gauche. Ma non si può recuperare in due mesi cinque anni di massacro. E in politica internazionale non si sono osservate differenze. Se poi si pensa che il candidato era sostenuto anche dai Verdi, che dopo aver fatto le primarie per un proprio candidato, hanno raggiunto un accordo con i socialisti e hanno ritirato il proprio candidato. Questi, nel 2012, avevano ottenuto 820'000 voti pari al 2,8%.
Molti di questi voti si sono spostati su Jean-Luc Mélenchon, candidato del neonato movimento La France Insoumise. Questa non ha niente a che fare con il Front de Gauche, formato dai partiti della sinistra francese, che aveva sostenuto Mélenchon nel 2012. Dopo il declino di questo a causa di divisioni elettorali e al rifiuto da parte dei comunisti di trasformarlo in partito, Mélenchon ha lasciato temporaneamente la politica, per rientrarvi successivamente per lanciare il suo movimento. Un movimento dal basso, formato da gruppi di cittadini che si ritrovano per discutere e che si coordinano tramite una piattaforma internet. In un anno il movimento è passato dai 10'000 aderenti del Giugno 2016 ai 450'000 di oggi. Si basa su gruppi di appoggio che possono essere liberamente creati, formati da sostenitori iscritti alla piattaforma. La simbologia della sinistra, molto forte nel Front de Gauche, è abbandonata: si canta solo la Marsigliese non più accompagnata dall'Internazionale e il simbolo è il phi greco. Il programma, elaborato, discusso e votato dagli aderenti, è orientato verso l'ecosocialismo. I punti forti erano la proposta di una profonda riforma istituzionale che eliminasse il presidenzialismo e reintroducesse il proporzionale (una battaglia portata avanti dai comunisti fin dal 1958); l'aumento del salario minimo a 1'300 euro; la riforma dei trattati europei e in alternativa un'uscita della Francia dall'UE; l'uscita dal comando Nato e l'adesione all'ALBA bolivariana e alla banca dei BRICS[13]; l'abrogazione della legge sul lavoro di Hollande e la fine del precariato[14]. Il modello di Mélenchon è Chavez, con il tentativo di creare un movimento populista in Francia, che sebbene non si richiami apertamente alla sinistra, ne riprenda molti punti. I suoi voti sono passati dai 3,9 milioni del 2012 ai 7 milioni di oggi (19,6% dei votanti).
Il vero vincitore di queste elezioni è sicuramente Emmanuel Macron, che con il suo nuovo movimento En Marche![15] È arrivato in testa al primo turno. Giovane, già milionario, ex banchiere presso la Banca d'affari Rotschild ed ex ministro delle finanze durante la presidenza Hollande, è riuscito in poco tempo a tramutarsi da “tecnico” prestato alla politica al candidato più votato. Molti dubbi restano sui finanziamenti, tutt'ora molto opachi. Mentre è stato chiarissimo l'appoggio unanime dei media, che l'hanno aiutato a crescere e l'hanno lanciato verso il primo posto. Il suo programma è totalmente liberista, teso a smantellare in poco tempo quanto resta delle politiche sociali francesi, in nome di un "nuovo" che sblocchi un paese preda della disoccupazione: quindi basta con le 35 ore, aperture domenicali, fine della securité sociale (la sanità e le pensioni), e vendita delle società statali. Il tutto da compiere nel più breve tempo possibile, non appena eletto, per mettere i sindacati e l'opposizione di sinistra davanti al fatto compiuto. Ovviamente è il candidato più europeista. La retorica è sempre quella del nuovo e del giovane, contro il vecchio che non funziona. Se proprio si vuole trovare un paragone italiano, lo si può descrivere come la fusione di Renzi e Monti. In poco più di un anno ha creato un movimento che ha raccolto 8,6 milioni di voti e che lo ha portato ad essere in testa al primo turno. I voti sono venuti da destra[16] e (per la maggior parte) da sinistra[17]. Il partito centrista di Bayrou, i Modem, che aveva preso 3,2 milioni di voti nel 2012, ha deciso di sostenerlo.
Dal punto di vista sociale, Macron ottiene i successi maggiori nelle grandi città, soprattutto nei quartieri agiati e in quelli ricchi. Mélenchon ha successo nelle periferie e nei quartieri popolari delle grandi città: un esempio su tutti, quella che una volta era la Banlieu Rouge di Parigi, ha votato per lui, e ovunque ottiene risultati oltre il 30 percento e a volte oltre il 40%. Marine Le Pen è invece la prima candidata in tutta la Francia rurale, nei piccoli e piccolissimi paesi.
Il risultato è che per la prima volta nessuno dei due partiti che hanno governato la Francia sarà al ballottaggio: la Le Pen si scontrerà questa volta contro un volto nuovo. E chiunque sarà eletto, governerà con il sostegno di solo il 20% dei francesi.
A questi si aggiungono i 600'000 voti della sinistra trotskysta (Npa e Lutte Ovrière), rimasti invariati negli ultimi 5 anni.
Infine si è assistito all'exploit dei candidati gollisti, tanto di destra quanto di sinistra, legati alle posizioni politiche del Generale che ritengono essere state tradite da Sarkozy. Le posizioni sono anti americane e filorusse, con posizioni diverse sull'Europa (alcuni chiedono di uscirne, altri vogliono un polo europeo indipendente dagli Usa a guida francese); tutti sostengono uno stato sociale non assistenzialista, sul modello francese dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il successo maggiore è di Nicolas Dupont-Aignant, di Debout la France (Francia in Piedi!), il cui slogan è “Né il sistema, né le estreme”, che passa dai 640'000 voti del 2012 ai 1,7 milioni di oggi (4,7%). A questi vanno aggiunti altri 500'000 voti di Assalineau e Cheminade, su posizioni politiche simili (1,4%).
Se guardiamo ai saldi, la sinistra (Ps, Verdi e Mélenchon) passando dai 15 milioni di voti del 2012 ai 9,2 attuali; la destra dai 16 milioni (Sarkozy e Le Pen) di cinque anni fa ai 15 di oggi. Il centro invece esplode, grazie a Macron e Bayrou, che passano dai 3,2 milioni agli 8,6 milioni di oggi.
Emersione del blocco centrista
Questo sconvolgimento ha cause profonde che non possono (e non devono) essere ignorate.
Da un lato, come detto in precedenza, il popolo francese si è opposto alle riforme degli ultimi 10 anni, sia a quelle di Sarkozy sia a quelle di Hollande. Il segno di queste riforme, a dispetto delle diverse etichette politiche, era lo stesso, così come il modo di imporle: approvazione imposta dal Presidente, in mancanza di una maggioranza parlamentare (articolo 49-3 della Costituzione francese); provocazioni e repressione poliziesca contro le manifestazioni sindacali che vi si opponevano. Il prezzo di 10 anni di crisi economica è stato fatto pagare interamente ai ceti popolari, ai lavoratori, ai giovani e ai pensionati. Di fronte a quello che appare ai più come un teatrino teso ad ingannare gli elettori, questi hanno dapprima cercato facce nuove alle primarie, per poi premiare alle elezioni chi appariva fuori dal sistema: Macron, Le Pen, Mélenchon.
Ma il vero artefice e vincitore del nuovo scenario è il padronato francese. Come mostrano le statistiche sul saggio di profitto, anche questo ha di cui lagnarsi: a causa della forte resistenza operaia, il saggio di profitto francese continua a stagnare[18], soprattutto se comparato a quello del rivale tedesco. I governi da esso sostenuti negli anni non si sono rivelati capaci di sconfiggere la resistenza dei lavoratori e di applicare riforme tali da permettere una considerevole compressione dei salari (diretti, indiretti e differiti) e dello stato sociale tale da fare aumentare la parte di prodotto di cui si appropriano loro. Il risultato è un apparato produttivo francese che, al di fuori di alcuni settori strategici e collaterali allo stato (difesa, aeronautica, automobilistica e poco altro) soccombe davanti al capitale straniero.
Una grande coalizione come quella usata altrove - Germania - è difficile da attuarsi in Francia senza una generale riforma istituzionale. Al contempo governi deboli difficilmente possono imbarcarsi in un'avventura di tale portata. Inoltre questo sistema istituzionale si è dimostrato ottimo nel marginalizzare le forze ritenute pericolose (il Pcf e la sinistra radicale), anche quando queste raccoglievano un consenso consistente.
Il metodo per imporre una grande coalizione alla Francia è stata la coppia Macron/Le Pen. Macron, giovane e rampante banchiere, senza partito (e quindi in teoria senza maggioranza parlamentare) rappresenta la soluzione ideale. La sua maggioranza sarà costituita dai deputati centristi sia del Ps che dei Repubblicani, che davanti alla crisi verticale dei propri partiti, decideranno di accettare l'etichetta di “En Marche”[19] e candidarsi per Macron. In questo modo si formerà un largo gruppo parlamentare centrista, a sostegno delle politiche liberiste e atlantiche di Macron, che non dovrà temere di subire i rovesci elettorali conseguenti alle politiche anti-popolari che imporrà. Quando queste colpiranno nel vivo la carne della classe operaia francese, sicuramente aumenteranno i voti delle due ali estreme, Le Pen e Mélenchon. Ma la distanza ideologica di questi due blocchi impedirà che una nuova maggioranza si possa formare per scalzare l'attuale. E in caso che anche il blocco centrista dovesse subire punizioni consistenti, la soluzione della Le Pen sarebbe già pronta all'uso.
Come si vede, la vittoria è assicurata, qualsiasi sia la reazione (elettorale) dei lavoratori e dei ceti popolari.
Ma ci sono ancora diverse partite da giocare. E il risultato è tutt'altro che determinato. Innanzitutto bisognerà vedere chi prevarrà al secondo turno. Poi ci saranno i due turni delle legislative, in cui si dovranno eleggere i deputati: stando alle stime fatte dal Pcf sui voti alle presidenziali, la sinistra unita potrebbe eleggerne 292 su 600. Ma i socialisti accetteranno di unirsi e farsi guidare dalla forza politica al momento più forte a sinistra, cioè la France Insoumise di Mélenchon? E infine ci sarà quello che i sindacalisti francesi chiamano il quinto turno sociale: le mobilitazioni sociali, sicuri che chiunque dei due vinca, i lavoratori francesi dovranno continuare la resistenza e le lotte di questi anni.
NOTE
[1] Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa? http://www.marx21.it/internazionale/europa/1592-presidenziali-di-francia-quale-lezione-per-leuropa.html
[2] L'intégralité du discours de François Hollande au Bourget http://tempsreel.nouvelobs.com/politique/election-presidentielle-2012/sources-brutes/20120122.OBS9488/l-integralite-du-discours-de-francois-hollande-au-bourget.html
[3] I primi sei mesi del governo Hollande: la pericolosità di un presidente “normale” http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/8227-i-primi-sei-mesi-del-governo-hollande-la-pericolosita-di-un-presidente-normale
[4] Chômage : le vrai match Sarkozy-Hollandehttp://www.lefigaro.fr/economie/le-scan-eco/le-vrai-du-faux/2016/05/25/29003-20160525ARTFIG00005-chomage-le-vrai-match-sarkozy-hollande.php
[5] La riforma del lavoro francese, la Nato e la fine del ruolo del Ps francese http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/27055-la-riforma-del-lavoro-francese-la-nato-e-la-fine-del-ruolo-del-ps-francese
[6] Una parte dei militari francesi aveva sostenuto il candidato socialista, poiché non avevano apprezzato il reintegro della Francia nel comando Nato deciso da Sarkozy, che metteva la Francia sotto comando americano, con annesse decisioni sulle carriere.
[7] Sulle elezioni in Francia e in Andalusia http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/25413-sulle-elezioni-in-francia-e-in-andalusia
[8] Al riguardo, scrivevo su Marx 21tre anni fa: “È un gioco pericoloso quello che i socialisti stanno giocando. È lo stesso gioco che portò nel 2002 i francesi a scegliere tra la destra di Chirac e quella di Jean-Marie Le Pen, quando le politiche del pareggio di bilancio per il rispetto dei trattati della Gauche Plurielle furono sonoramente bocciate dagli elettori. Nella mente di alcuni socialisti c’è forse l’idea di arrivare, tra tre anni, a vivere la stessa esperienza al contrario: un ballottaggio tra Hollande e la Le Pen che costringa tutti i francesi a un fronte repubblicano per fermare l’estrema destra. In questo modo si potrebbero imporre le misure le europee, senza pagarne un prezzo elettorale. Ma è appunto un gioco estremamente pericoloso.” La crescita della destra estrema in Francia. Le responsabilità dei socialisti http://www.marx21.it/internazionale/europa/23853-la-crescita-della-destra-estrema-in-francia-le-responsabilita-dei-socialisti.html
[9] Riflessioni sulle elezioni municipali francesi: la sconfitta dei socialisti, la resistenza del Pcf http://www.marx21.it/internazionale/europa/23920-riflessioni-sulle-elezioni-municipali-francesi-la-sconfitta-dei-socialisti-la-resistenza-del-pcf.html
[10] Le cause della vittoria del Front national alle regionali francesi http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/26383-le-cause-della-vittoria-del-front-national-alle-regionali-francesi
[11] Radiés des listes, mal-inscrits... ces Français qui ne voteront pas malgré eux http://www.lexpress.fr/actualite/societe/radies-des-listes-mal-inscrits-ces-francais-qui-ne-voteront-pas-malgre-eux_1900773.html
[12] Idées reçues sur les fonctionnaires (2/4) : « Ils sont trop nombreux » http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2016/11/25/idees-recues-sur-les-fonctionnaires-2-4-ils-sont-trop-nombreux_5038028_4355770.html
[13] Sui temi internazionali ci sono state alcune incertezze. Mentre non si può dimenticare che Mélenchon nel 2011 appoggiò il bombardamento della Libia, per quanto riguarda la Siria ha avuto posizioni altalenanti, che andavano dall'appoggio all'intervento russo, a semplici opposizioni all'uso delle armi per dirimere il conflitto.
[14] È stato fatto notare che, dietro queste proposte, si celano diversi passi indietro rispetto al programma del 2012. Per esempio in esso si proponeva di aumentare il salario minimo a 1700 euro al mese, in linea con le richieste sindacali, e di eliminare la disoccupazione, mentre qui si parla solamente di eliminare la precarietà. Le programme de la «France insoumise » : des choix contraires à ce pour quoi nous combattons http://www.economie-politique.org/sites/default/files/leproblemecestleprogramme-rev_0.pdf
[15] Il nome è stato scelto partendo dalle iniziali del nome del suo fondatore.
[16] Tra questi il più conosciuto è l'ex primo ministro Dominique de Villepin
[17] I sostegni da sinistra sono numerosi. Un gruppo di 54 deputati socialisti ha deciso di appoggiarlo in blocco; molti dirigenti nazionali del Ps, dopo la vittoria di Hamon, hanno esternato il loro appoggio a Macron. Tra questi l'ex sindaco di Parigi e l'attuale Ministro della Difesa. Inoltre lo hanno sostenuto l'ex comunista Braouzec e l'ex segretario del Pcf Robert Hue.
[18] France: penned in https://thenextrecession.wordpress.com/2017/02/01/france-penned-in/[19] In modo simile a quello che avviene in Italia con i 5 Stelle, solo il fondatore ha il potere di attribuire questo marchio.
06/01/2017
Contatti segreti tra banche e governi per smontare le tutele del lavoro
Come funzionano i rapporti tra governi e grande finanza internazionale? In modo abbastanza semplice ed unilaterale: i gradi gruppi dicono ai governi "se volete che apriamo qualche sede e creiamo qualche centinaio di posti di lavoro nel vostro paese, dovete annullare tutte le leggi che proteggono i dipendenti".
E i governi si fanno concorrenza tra loro – stiamo parlando in ambito europeo, naturalmente – per creare il "miglior ambiente" per i banchieri. Che ovviamente pretendono di fare come vogliono e, all'occorrenza, sbranare i bancari (i dipendenti!).
Già che ci sono, i governi – quando tolgono le tutele ai lavoratori – agiscono sul piano legislativo in modo universale. Anche perché le aziende non finanziarie chiedevano le stesse cose già da anni.
Quindi non è affatto un insulto, ma la banale fotografia della realtà, definire i governi europei – e a maggior ragione tutta l'infrastruttura dell'Unione Europea – "servi delle banche".
Vabbeh dirà qualcuno, "siete comunisti e trinariciuti, quindi preconcetti e un po' esagerati...".
E allora eccovi un articolo del Wall Street Journal, che certamente ha poco amichevoli frequentazioni con il comunismo e molte, invece, con la finanza globale (fin dal titolo...).
Come potrete agevolmente notare da soli, in tutto l'articolo e nei discorsi tra banchieri e governi, non si accenna mai ad alcuna "superiore esigenza dell'economia", tantomeno a "sacrifici per la crescita" o consimili idiozie sparate tutti i giorni da governanti e opinionisti. Solo il brutale interesse aziendale: voglio questo, o me lo dai o vado da un'altra parte. Prosit...
Quando Jamie Dimon ha incontrato François Hollande: piano segreto in Francia per attirare i banchieri dopo la Brexit
Il presidente francese François Hollande ha incontrato l'amministratore delegato di J.P. Morgan Chase & Co., James Dimon, alla fine di ottobre per sapere come la Francia avrebbe potuto attirare posti di lavoro in ambito finanziario lontano da Londra dopo la Brexit.
Il messaggio di Mr. Dimon è stato schietto: le probabilità che le banche potessero spostare più dipendenti in Francia erano scarse, a meno che il paese non ammorbidisca le sue severe leggi sul lavoro.
Il signor Hollande – che non aveva ancora annunciato di non cercare la rielezione – ha rassicurato Dimon che l'atteso cambiamento sarebbe arrivato. Ma si sarebbe realizzato sotto il suo successore. "Siamo consapevoli", ha detto Hollande, secondo fonti vicine alla vicenda. "Ma è complicato."
Lo scambio presso il Palazzo dell'Eliseo illustra il campo minato in cui l'establishment politico dell'Europa sta navigando, alla ricerca di un modo di capitalizzare il voto britannico a favore dell'uscita dall'Unione europea. Le città di tutto il continente stanno manovrando per attirare posti di lavoro lontano da Londra, centro finanziario d'Europa. Ma con le elezioni all'orizzonte in Francia, Germania e Paesi Bassi, e con partiti populisti come il Fronte Nazionale di Marine Le Pen che stanno guadagnando terreno nei sondaggi, i governi hanno paura di corteggiare pubblicamente le grandi banche con la promessa di trattamenti di favore.
Invece, Parigi e altre capitali hanno intrapreso un giro di diplomazia silenziosa con il settore finanziario per fornire assicurazioni che, a prescindere dai risultati delle elezioni di quest'anno, le più grandi banche del mondo possono iniziare a trasferire le loro attività da Londra verso altre piazze finanziarie.
In Francia, per esempio, il governo Hollande ha utilizzato Christian Noyer, ex governatore della Banca di Francia, come ponte verso la prossima amministrazione nella negoziazione e nell'attuazione di nuovi incentivi per invogliare le banche.
François Fillon, candidato conservatore de Les Républicains, partito che potrebbe sostituire Hollande dopo le elezioni presidenziali di maggio, si è a sua volta incontrato con le banche per discutere delle loro proposte. Durante la campagna elettorale, il signor Fillon è stato un critico convinto delle tutele del lavoro di Francia.
I rappresentanti dell'ufficio del presidente francese e il signor Fillon hanno rifiutato di commentare. Anche una portavoce di J.P. Morgan ha rifiutato di commentare.
Le banche però non possono aspettare. I negoziati per la Brexit avrebbero dovuto cominciare all'inizio di quest'anno, e i dirigenti hanno cominciato ad elaborare piani dettagliati che potrebbero essere eseguiti rapidamente se, come sembra, il Regno Unito non dovesse più garantire l'accesso ai mercati finanziari dell'UE.
La competizione si sta riscaldando, anche raccogliere qualche migliaio di posti di lavoro avrebbe effetti importanti su città come Parigi, Francoforte o Dublino, i cui centri finanziari sono una frazione delle dimensioni di Londra. La loro fretta è rafforzata dalle regole in arrivo, che potrebbero costringere le grandi banche non UE a costituire filiali e tenere ulteriori riserve di capitale, se vogliono essere basate nel blocco commerciale Ue. Questo potrebbe costringere i grandi istituti di credito ad impostare operazioni consistenti nella UE per supportare i clienti indipendentemente dal fatto che l'accordo sulla Brexit possano provocare gli scioperi nel Regno Unito.
Nel frattempo, “l'incertezza sulla posizione negoziale del governo britannico ha indebolito la capacità britannica di invogliare le banche a restare”, come di recente ha spiegato Andrew Bailey, un veterano della regolazione britannica della finanza, ai legislatori di Londra.
Finora le banche si sono concentrate soprattutto sul rafforzamento là dove sono già operative. HSBC Holdings PLC ha detto che si sta concentrando su Parigi, dove ha già una presenza come sportelli aperti al pubblico. I funzionari Goldman Sachs Group Inc. dicono invece che la banca si sta rafforzando a Francoforte, dove ha una licenza bancaria, e Citigroup Inc. sta esplorando l'ipotesi di muovere diverse centinaia di posti di lavoro da Londra a Dublino, se il Regno Unito dovesse perdere l'accesso al mercato unico europeo.
Il clima politico in Francia, invece, è un chiaro esempio degli ostacoli che affrontano le banche e l'establishment politico. I banchieri di Londra temono la signora Le Pen, una euroscettica anti-immigrazione, che potrebbe vincere le elezioni presidenziali francesi di quest'anno.
Hollande, un socialista che una volta aveva bollato la finanza come il suo "vero avversario," sa che il codice del lavoro nazionale è oggetto di conflitto, in Francia. Prima del referendum sulla Brexit, il presidente francese ha cercato di riformare le regole del mercato del lavoro, ma è stato costretto a annacquare le misure di fronte alle massicce proteste di strada.
Sulla scia del voto sulla Brexit, il ministro delle finanze del governo Hollande, Michel Sapin, ha respinto qualsiasi discorso sull'allentamento delle leggi sul lavoro per il settore bancario, raccontando in una conferenza, il 27 ottobre, che il governo ha rifiutato di creare uno "status speciale per la finanza".
Dietro le quinte, tuttavia, i funzionari francesi stanno cercando il modo per accontentare gli istituti di credito. Da metà settembre, i dirigenti di banche negli Stati Uniti, in Asia e nel Golfo Persico hanno tenuto colloqui riservati con i funzionari del governo francese sul tema del trasferimento di alcune attività dopo la Brexit.
Nel corso degli incontri, i dirigenti di banca degli Stati Uniti hanno condiviso le loro preoccupazioni circa le severe leggi del lavoro in Francia, che renderebbero difficile per loro assumere e licenziare funzionari e trader ad alto stipendio.
Un'opzione, secondo un funzionario francese, sarebbe quella di consentire alle banche di licenziare facilmente i dipendenti che rientrano in alcune classificazioni dell'Autorità bancaria europea.
"E' necessario, se vogliamo essere attrattivi", ha detto il funzionario.
Fonte
E i governi si fanno concorrenza tra loro – stiamo parlando in ambito europeo, naturalmente – per creare il "miglior ambiente" per i banchieri. Che ovviamente pretendono di fare come vogliono e, all'occorrenza, sbranare i bancari (i dipendenti!).
Già che ci sono, i governi – quando tolgono le tutele ai lavoratori – agiscono sul piano legislativo in modo universale. Anche perché le aziende non finanziarie chiedevano le stesse cose già da anni.
Quindi non è affatto un insulto, ma la banale fotografia della realtà, definire i governi europei – e a maggior ragione tutta l'infrastruttura dell'Unione Europea – "servi delle banche".
Vabbeh dirà qualcuno, "siete comunisti e trinariciuti, quindi preconcetti e un po' esagerati...".
E allora eccovi un articolo del Wall Street Journal, che certamente ha poco amichevoli frequentazioni con il comunismo e molte, invece, con la finanza globale (fin dal titolo...).
Come potrete agevolmente notare da soli, in tutto l'articolo e nei discorsi tra banchieri e governi, non si accenna mai ad alcuna "superiore esigenza dell'economia", tantomeno a "sacrifici per la crescita" o consimili idiozie sparate tutti i giorni da governanti e opinionisti. Solo il brutale interesse aziendale: voglio questo, o me lo dai o vado da un'altra parte. Prosit...
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Quando Jamie Dimon ha incontrato François Hollande: piano segreto in Francia per attirare i banchieri dopo la Brexit
Il presidente francese François Hollande ha incontrato l'amministratore delegato di J.P. Morgan Chase & Co., James Dimon, alla fine di ottobre per sapere come la Francia avrebbe potuto attirare posti di lavoro in ambito finanziario lontano da Londra dopo la Brexit.
Il messaggio di Mr. Dimon è stato schietto: le probabilità che le banche potessero spostare più dipendenti in Francia erano scarse, a meno che il paese non ammorbidisca le sue severe leggi sul lavoro.
Il signor Hollande – che non aveva ancora annunciato di non cercare la rielezione – ha rassicurato Dimon che l'atteso cambiamento sarebbe arrivato. Ma si sarebbe realizzato sotto il suo successore. "Siamo consapevoli", ha detto Hollande, secondo fonti vicine alla vicenda. "Ma è complicato."
Lo scambio presso il Palazzo dell'Eliseo illustra il campo minato in cui l'establishment politico dell'Europa sta navigando, alla ricerca di un modo di capitalizzare il voto britannico a favore dell'uscita dall'Unione europea. Le città di tutto il continente stanno manovrando per attirare posti di lavoro lontano da Londra, centro finanziario d'Europa. Ma con le elezioni all'orizzonte in Francia, Germania e Paesi Bassi, e con partiti populisti come il Fronte Nazionale di Marine Le Pen che stanno guadagnando terreno nei sondaggi, i governi hanno paura di corteggiare pubblicamente le grandi banche con la promessa di trattamenti di favore.
Invece, Parigi e altre capitali hanno intrapreso un giro di diplomazia silenziosa con il settore finanziario per fornire assicurazioni che, a prescindere dai risultati delle elezioni di quest'anno, le più grandi banche del mondo possono iniziare a trasferire le loro attività da Londra verso altre piazze finanziarie.
In Francia, per esempio, il governo Hollande ha utilizzato Christian Noyer, ex governatore della Banca di Francia, come ponte verso la prossima amministrazione nella negoziazione e nell'attuazione di nuovi incentivi per invogliare le banche.
François Fillon, candidato conservatore de Les Républicains, partito che potrebbe sostituire Hollande dopo le elezioni presidenziali di maggio, si è a sua volta incontrato con le banche per discutere delle loro proposte. Durante la campagna elettorale, il signor Fillon è stato un critico convinto delle tutele del lavoro di Francia.
I rappresentanti dell'ufficio del presidente francese e il signor Fillon hanno rifiutato di commentare. Anche una portavoce di J.P. Morgan ha rifiutato di commentare.
Le banche però non possono aspettare. I negoziati per la Brexit avrebbero dovuto cominciare all'inizio di quest'anno, e i dirigenti hanno cominciato ad elaborare piani dettagliati che potrebbero essere eseguiti rapidamente se, come sembra, il Regno Unito non dovesse più garantire l'accesso ai mercati finanziari dell'UE.
La competizione si sta riscaldando, anche raccogliere qualche migliaio di posti di lavoro avrebbe effetti importanti su città come Parigi, Francoforte o Dublino, i cui centri finanziari sono una frazione delle dimensioni di Londra. La loro fretta è rafforzata dalle regole in arrivo, che potrebbero costringere le grandi banche non UE a costituire filiali e tenere ulteriori riserve di capitale, se vogliono essere basate nel blocco commerciale Ue. Questo potrebbe costringere i grandi istituti di credito ad impostare operazioni consistenti nella UE per supportare i clienti indipendentemente dal fatto che l'accordo sulla Brexit possano provocare gli scioperi nel Regno Unito.
Nel frattempo, “l'incertezza sulla posizione negoziale del governo britannico ha indebolito la capacità britannica di invogliare le banche a restare”, come di recente ha spiegato Andrew Bailey, un veterano della regolazione britannica della finanza, ai legislatori di Londra.
Finora le banche si sono concentrate soprattutto sul rafforzamento là dove sono già operative. HSBC Holdings PLC ha detto che si sta concentrando su Parigi, dove ha già una presenza come sportelli aperti al pubblico. I funzionari Goldman Sachs Group Inc. dicono invece che la banca si sta rafforzando a Francoforte, dove ha una licenza bancaria, e Citigroup Inc. sta esplorando l'ipotesi di muovere diverse centinaia di posti di lavoro da Londra a Dublino, se il Regno Unito dovesse perdere l'accesso al mercato unico europeo.
Il clima politico in Francia, invece, è un chiaro esempio degli ostacoli che affrontano le banche e l'establishment politico. I banchieri di Londra temono la signora Le Pen, una euroscettica anti-immigrazione, che potrebbe vincere le elezioni presidenziali francesi di quest'anno.
Hollande, un socialista che una volta aveva bollato la finanza come il suo "vero avversario," sa che il codice del lavoro nazionale è oggetto di conflitto, in Francia. Prima del referendum sulla Brexit, il presidente francese ha cercato di riformare le regole del mercato del lavoro, ma è stato costretto a annacquare le misure di fronte alle massicce proteste di strada.
Sulla scia del voto sulla Brexit, il ministro delle finanze del governo Hollande, Michel Sapin, ha respinto qualsiasi discorso sull'allentamento delle leggi sul lavoro per il settore bancario, raccontando in una conferenza, il 27 ottobre, che il governo ha rifiutato di creare uno "status speciale per la finanza".
Dietro le quinte, tuttavia, i funzionari francesi stanno cercando il modo per accontentare gli istituti di credito. Da metà settembre, i dirigenti di banche negli Stati Uniti, in Asia e nel Golfo Persico hanno tenuto colloqui riservati con i funzionari del governo francese sul tema del trasferimento di alcune attività dopo la Brexit.
Nel corso degli incontri, i dirigenti di banca degli Stati Uniti hanno condiviso le loro preoccupazioni circa le severe leggi del lavoro in Francia, che renderebbero difficile per loro assumere e licenziare funzionari e trader ad alto stipendio.
Un'opzione, secondo un funzionario francese, sarebbe quella di consentire alle banche di licenziare facilmente i dipendenti che rientrano in alcune classificazioni dell'Autorità bancaria europea.
"E' necessario, se vogliamo essere attrattivi", ha detto il funzionario.
Fonte
22/11/2016
Francia, la fine di Sarkozy
di Michele Paris
Il risultato del primo turno delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza francese del partito gollista “I Repubblicani” (LR o Les Républicaines) si è concluso con la vittoria a sorpresa dell’ex primo ministro, François Fillon, davanti al favorito della vigilia, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé. Dal ballottaggio di domenica prossima resterà fuori l’ex presidente, Nicolas Sarkozy, giunto tristemente terzo a conferma della persistente ostilità nei suoi confronti anche tra gli elettori di centro-destra dopo i cinque anni trascorsi al palazzo dell’Eliseo.
Fillon, primo ministro proprio durante la presidenza Sarkozy tra il 2007 e il 2012, ha messo a segno un risultato difficilmente pronosticabile, visto che solo alcune settimane fa era accreditato di un consenso attorno al 10% tra i potenziali votanti nelle primarie. Il 44,1% raccolto domenica lo proietta così verso una probabile “nomination” del principale partito di centro-destra francese e, alla luce della profonda impopolarità dei Socialisti al governo e, in particolare, del presidente François Hollande, in posizione di vantaggio nelle elezioni della prossima primavera.
Juppé, da parte sua, si è fermato al 28,6%, mentre Sarkozy al 20,6%. Trascurabili sono state invece le percentuali degli altri contendenti, tra cui la 43enne deputata dell’LR, Nathalie Kosciusko-Morizet (2,6%), e l’ex ministro e attualmente deputato, Bruno Le Maire (2,4%). A favorire Fillon in vista del secondo turno delle primarie è anche l’appoggio già incassato di Sarkozy e Le Maire.
Sul voto di domenica, il primo di questo genere per il partito neo-gollista, ha inciso con ogni probabilità l’altissima affluenza. A scegliere il candidato dell’LR sono stati oltre 4 milioni di francesi. Per dare l’idea dell’importanza di questo dato basti ricordare che nelle primarie del Partito Socialista del 2011 i partecipanti, stimolati anche dall’impopolarità di Sarkozy, furono poco meno di 2,7 milioni.
La valanga di votanti del fine settimana è dovuta probabilmente sia al desiderio degli elettori di mandare un messaggio a Hollande e alla sua disastrosa presidenza sia all’interesse suscitato da una sfida che, nonostante sia interna all’LR, designerà quasi certamente lo sfidante della leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, nel ballottaggio per l’Eliseo. Quest’ultima, proprio grazie al discredito dei Socialisti, sembra essere favorita per l’accesso al secondo turno nelle prossime presidenziali.
Proprio questa prospettiva potrebbe avere convinto molti a scegliere domenica il candidato che appariva maggiormente in grado di battere Marine Le Pen. I problemi di Juppé sono da collegare alla sua immagine di politico che incarna l’establishment francese. In uno scenario segnato dal populismo e dall’ostilità nei confronti delle élite, ciò potrebbe giocare a favore dei neo-fascisti e della loro retorica anti-sistema.
Sarkozy, a sua volta, aveva fatto ricorso a toni molto simili a quelli del Fronte Nazionale in molti ambiti, così che, allo stesso modo, una campagna elettorale all’insegna della corsa verso l’estrema destra si sarebbe potuta trasformare in un boomerang, col rischio di portare la Le Pen all’Eliseo. In questo quadro, Fillon è apparso allora come il candidato potenzialmente più rassicurante o, quanto meno, così è stato spesso dipinto anche da una stampa che aveva evidenziato le sue prestazioni convincenti nei dibattiti televisivi tenuti prima del voto.
Per
alcuni giornali francesi, un altro fattore può avere contribuito al
recupero di Fillon e al successo di domenica. Secondo un’analisi
pubblicata ad esempio dal quotidiano Libération, l’ex premier
non solo è riuscito a intercettare i voti degli imprenditori “grazie al
suo programma thatcheriano”, ma anche della destra cattolica d’oltralpe,
ovvero una fetta di elettorato significativa nel centro-destra.
Fillon ha spesso insistito in campagna elettorale sulla necessità di “rimettere la famiglia al centro delle politiche pubbliche”, prendendo le distanze dalla battaglia per quello che egli stesso ha definito “un laicismo d’altri tempi”, talvolta condotta soprattutto dall’ex presidente Sarkozy. In questo senso vanno intese proposte come lo stop alle adozioni per le coppie dello stesso sesso e la limitazione della procreazione assistita alle sole coppie eterosessuali.
Per quanto riguarda le proposte dei candidati alla presidenza dell’LR in ambito economico, le differenze non appaiono rilevanti, poiché tutti sono orientati verso politiche sostanzialmente neo-liberiste e Fillon ancor più dei rivali interni al partito.
Il favorito per la “nomination” gollista aveva ad esempio contestato l’approccio ritenuto a suo dire troppo prudente di Juppé in merito al taglio del pubblico impiego. Su questo punto, Fillon propone infatti il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici nei prossimi cinque anni, mentre uno dei suoi tradizionali cavalli di battaglia è la riduzione del carico fiscale per i redditi più alti.
Il suo programma di governo prevede quello che il quotidiano Le Monde ha definito uno “shock liberista” dell’economia, basato su un taglio della spesa pubblica da ben 110 miliardi di euro. Fillon propone inoltre l’innalzamento a 65 anni dell’età per accedere alla pensione e l’abolizione della settimana da 35 ore lavorative. A suo dire, la piena occupazione sarebbe poi raggiungibile con misure come la liberalizzazione dei negoziati sui contratti di lavoro a favore della contrattazione a livello aziendale, come peraltro già previsto dalla “riforma” dell’attuale governo Socialista.
In generale, Fillon appartiene alla fazione della destra francese più apertamente liberista e thatcheriana, laddove Juppé rappresenterebbe le tradizionali forze politiche conservatrici che continuano a vedere positivamente un certo intervento dello stato nell’economia.
Sia Juppé che Fillon si sono comunque distinti per misure reazionarie e anti-sociali alla guida di governi ugualmente impopolari. Nel 1995, a pochi mesi dall’ingresso di Jacques Chirac all’Eliseo, il primo dovette fronteggiare un’ondata di scioperi contro la sua proposta di “riforma” del sistema pensionistico pubblico, mentre il vincitore del primo turno delle primarie dell’LR è stato l’esecutore delle politiche di rigore promosse durante la presidenza Sarkozy.
In linea di massima, chiunque esca vincitore dal ballottaggio di domenica prossima e dal voto per il nuovo presidente da qui a pochi mesi, è estremamente probabile che le politiche di austerity e di confronto sociale dell’amministrazione Hollande saranno proseguite, col rischio concreto di rafforzare ancor più l’estrema destra dell’FN.
Non solo, le stesse iniziative da quasi stato di polizia messe in atto dopo gli attentati terroristici di Parigi e di Nizza dal presidente Hollande e dal premier Socialista Manuel Valls, a cominciare da uno stato di emergenza più volte esteso e appoggiato dal centro-destra, verranno inevitabilmente intensificate, visto anche il più che probabile aumento delle tensioni sociali.
Per
quanto riguarda le previsioni in vista del voto di domenica, infine,
sono pochi i sondaggi di opinione commissionati su una sfida tra Fillon e
Juppé, a causa principalmente della vittoria inattesa dell’ex primo
ministro di Sarkozy. I rilevamenti esistenti, citati dalla stampa
francese, danno comunque Fillon in vantaggio mediamente con un dato
attorno al 55-56%.
Dopo le primarie dell’LR, a gennaio sarà il Partito Socialista a chiedere ai propri elettori di scegliere il candidato alla presidenza. Nel partito di governo la situazione appare ancora piuttosto incerta, con il presidente Hollande, i cui indici di gradimento sono tra i più infimi nella storia della repubblica, ancora indeciso se prendere parte o meno a una competizione che presenta concrete possibilità di risolversi in una clamorosa bocciatura da parte dei suoi stessi elettori.
Fonte
Il risultato del primo turno delle primarie per la scelta del candidato alla presidenza francese del partito gollista “I Repubblicani” (LR o Les Républicaines) si è concluso con la vittoria a sorpresa dell’ex primo ministro, François Fillon, davanti al favorito della vigilia, l’altro ex capo del governo e sindaco di Bordeaux, Alain Juppé. Dal ballottaggio di domenica prossima resterà fuori l’ex presidente, Nicolas Sarkozy, giunto tristemente terzo a conferma della persistente ostilità nei suoi confronti anche tra gli elettori di centro-destra dopo i cinque anni trascorsi al palazzo dell’Eliseo.
Fillon, primo ministro proprio durante la presidenza Sarkozy tra il 2007 e il 2012, ha messo a segno un risultato difficilmente pronosticabile, visto che solo alcune settimane fa era accreditato di un consenso attorno al 10% tra i potenziali votanti nelle primarie. Il 44,1% raccolto domenica lo proietta così verso una probabile “nomination” del principale partito di centro-destra francese e, alla luce della profonda impopolarità dei Socialisti al governo e, in particolare, del presidente François Hollande, in posizione di vantaggio nelle elezioni della prossima primavera.
Juppé, da parte sua, si è fermato al 28,6%, mentre Sarkozy al 20,6%. Trascurabili sono state invece le percentuali degli altri contendenti, tra cui la 43enne deputata dell’LR, Nathalie Kosciusko-Morizet (2,6%), e l’ex ministro e attualmente deputato, Bruno Le Maire (2,4%). A favorire Fillon in vista del secondo turno delle primarie è anche l’appoggio già incassato di Sarkozy e Le Maire.
Sul voto di domenica, il primo di questo genere per il partito neo-gollista, ha inciso con ogni probabilità l’altissima affluenza. A scegliere il candidato dell’LR sono stati oltre 4 milioni di francesi. Per dare l’idea dell’importanza di questo dato basti ricordare che nelle primarie del Partito Socialista del 2011 i partecipanti, stimolati anche dall’impopolarità di Sarkozy, furono poco meno di 2,7 milioni.
La valanga di votanti del fine settimana è dovuta probabilmente sia al desiderio degli elettori di mandare un messaggio a Hollande e alla sua disastrosa presidenza sia all’interesse suscitato da una sfida che, nonostante sia interna all’LR, designerà quasi certamente lo sfidante della leader dei neo-fascisti del Fronte Nazionale (FN), Marine Le Pen, nel ballottaggio per l’Eliseo. Quest’ultima, proprio grazie al discredito dei Socialisti, sembra essere favorita per l’accesso al secondo turno nelle prossime presidenziali.
Proprio questa prospettiva potrebbe avere convinto molti a scegliere domenica il candidato che appariva maggiormente in grado di battere Marine Le Pen. I problemi di Juppé sono da collegare alla sua immagine di politico che incarna l’establishment francese. In uno scenario segnato dal populismo e dall’ostilità nei confronti delle élite, ciò potrebbe giocare a favore dei neo-fascisti e della loro retorica anti-sistema.
Sarkozy, a sua volta, aveva fatto ricorso a toni molto simili a quelli del Fronte Nazionale in molti ambiti, così che, allo stesso modo, una campagna elettorale all’insegna della corsa verso l’estrema destra si sarebbe potuta trasformare in un boomerang, col rischio di portare la Le Pen all’Eliseo. In questo quadro, Fillon è apparso allora come il candidato potenzialmente più rassicurante o, quanto meno, così è stato spesso dipinto anche da una stampa che aveva evidenziato le sue prestazioni convincenti nei dibattiti televisivi tenuti prima del voto.
Fillon ha spesso insistito in campagna elettorale sulla necessità di “rimettere la famiglia al centro delle politiche pubbliche”, prendendo le distanze dalla battaglia per quello che egli stesso ha definito “un laicismo d’altri tempi”, talvolta condotta soprattutto dall’ex presidente Sarkozy. In questo senso vanno intese proposte come lo stop alle adozioni per le coppie dello stesso sesso e la limitazione della procreazione assistita alle sole coppie eterosessuali.
Per quanto riguarda le proposte dei candidati alla presidenza dell’LR in ambito economico, le differenze non appaiono rilevanti, poiché tutti sono orientati verso politiche sostanzialmente neo-liberiste e Fillon ancor più dei rivali interni al partito.
Il favorito per la “nomination” gollista aveva ad esempio contestato l’approccio ritenuto a suo dire troppo prudente di Juppé in merito al taglio del pubblico impiego. Su questo punto, Fillon propone infatti il licenziamento di mezzo milione di dipendenti pubblici nei prossimi cinque anni, mentre uno dei suoi tradizionali cavalli di battaglia è la riduzione del carico fiscale per i redditi più alti.
Il suo programma di governo prevede quello che il quotidiano Le Monde ha definito uno “shock liberista” dell’economia, basato su un taglio della spesa pubblica da ben 110 miliardi di euro. Fillon propone inoltre l’innalzamento a 65 anni dell’età per accedere alla pensione e l’abolizione della settimana da 35 ore lavorative. A suo dire, la piena occupazione sarebbe poi raggiungibile con misure come la liberalizzazione dei negoziati sui contratti di lavoro a favore della contrattazione a livello aziendale, come peraltro già previsto dalla “riforma” dell’attuale governo Socialista.
In generale, Fillon appartiene alla fazione della destra francese più apertamente liberista e thatcheriana, laddove Juppé rappresenterebbe le tradizionali forze politiche conservatrici che continuano a vedere positivamente un certo intervento dello stato nell’economia.
Sia Juppé che Fillon si sono comunque distinti per misure reazionarie e anti-sociali alla guida di governi ugualmente impopolari. Nel 1995, a pochi mesi dall’ingresso di Jacques Chirac all’Eliseo, il primo dovette fronteggiare un’ondata di scioperi contro la sua proposta di “riforma” del sistema pensionistico pubblico, mentre il vincitore del primo turno delle primarie dell’LR è stato l’esecutore delle politiche di rigore promosse durante la presidenza Sarkozy.
In linea di massima, chiunque esca vincitore dal ballottaggio di domenica prossima e dal voto per il nuovo presidente da qui a pochi mesi, è estremamente probabile che le politiche di austerity e di confronto sociale dell’amministrazione Hollande saranno proseguite, col rischio concreto di rafforzare ancor più l’estrema destra dell’FN.
Non solo, le stesse iniziative da quasi stato di polizia messe in atto dopo gli attentati terroristici di Parigi e di Nizza dal presidente Hollande e dal premier Socialista Manuel Valls, a cominciare da uno stato di emergenza più volte esteso e appoggiato dal centro-destra, verranno inevitabilmente intensificate, visto anche il più che probabile aumento delle tensioni sociali.
Dopo le primarie dell’LR, a gennaio sarà il Partito Socialista a chiedere ai propri elettori di scegliere il candidato alla presidenza. Nel partito di governo la situazione appare ancora piuttosto incerta, con il presidente Hollande, i cui indici di gradimento sono tra i più infimi nella storia della repubblica, ancora indeciso se prendere parte o meno a una competizione che presenta concrete possibilità di risolversi in una clamorosa bocciatura da parte dei suoi stessi elettori.
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10/09/2016
“Club Med” ad Atene, piccoli premier in cerca di flessibilità
L'Unione Europea è in fibrillazione. Il referendum sulla Brexit sta portando allo scoperto contraddizioni e problemi fin lì cuciti con un filo sottilissimo, quasi inconsistente, che era rappresentato plasticamente dal cosiddetto “asse Parigi-Berlino”. In realtà tutti hanno sempre saputo che Berlino è il Sole e la Francia deve girargli intorno, visto lo squilibrio economico tra i due paesi – anche rispetto ai parametri di Maastricht, con Parigi che non riesce da un decennio a stare nei limiti del deficit e Berlino che sfora regolarmente, e di molto, quelli del surplus – ma la parità fittizia serviva ad entrambi per non dare l'impressione di una “Europa tedesca” e costruire più facilmente il consenso dei vari governi a misure di politica economico-finanziaria chiaramente suicide.
Il punto di equilibrio esterno era la Gran Bretagna, che sta ancora rinviando l'avvio delle procedure per la Brexit con il tacito consenso tedesco. Ma se un grande paese può decidere di andarsene, allora non c'è più ragione per non rivedere l'insieme delle scelte fin qui fatte. Perlomeno sul tema che sta massacrando i paesi più deboli, non casualmente quelli del Mediterraneo.
E la riunione di ieri ad Atene, convocata da un Alexis Tsipras in grande debito di ossigeno – paese in recessione, Troika inferocita per la lentezza con cui sta comunque procedendo “sulla strada delle riforme”, minacce di non ricevere le altre tranche del “programma di aiuto”, consenso popolare in discesa libera – sembra un primo tentativo di creare un “Club Med” in grado di riequilibrare lo strapotere del “gruppo di Visegrad”, che vede Berlino – appunto – al centro di una solida alleanza tra i paesi del Nord e dell'Est europeo.
Sembra, per l'appunto, perché nessuno dei protagonisti – oltre al padrone di casa c'erano il maltese Joseph Muscat, il portoghese Antonio Costa, il presidente di Cipro Nikos Anastasiadis, il segretario di Stato per gli affari europei del Governo spagnolo, Fernando Eguidazu, e soprattutto Matteo Renzi e Francopis Hollande – ha la minima intenzione di “contrapporsi” alla guida effettiva dell'Unione.
Questione di forza, di bilanci, di prospettive. Non appare per esempio un dettaglio che la Spagna fosse rappresentata da un viceministro invece che dal presidente del consiglio (ancorché solo “facente funzioni”, visti i risultati paralizzanti di due elezioni politiche in sei mesi).
Questione anche di idee. Tutti e sette i protagonisti che hanno sottoscritto la “Carta di Atene” chiedono l'ovvio: basta con l'austerità a tutti i costi e una ripartizione più sensata dei flussi di migranti da Africa e Medio Oriente. Ma tutti sanno che l'anno prossimo si vota in Germania, quindi nessun vero cambiamento può essere chiesto prima che Angela Merkel – è la speranza di tutti, nelle cancellerie europee – venga confermata in sella. A chieder troppo e subito, infatti, c'è solo il rischio di favorire candidati alternativi e ancor meno disposti a sacrificare anche un solo euro di benessere tedesco per sfamare le “cicale mediterranee”.
Cazzate razziste, certo, ma le elezioni si giocano su queste cose anche lì.
Quindi la riunione di Atene – che sarà seguita da un altro incontro in Portogallo, in data da fissarsi – è solo un accenno di “club dei disperati”, del tutto privi di soluzioni alternative come di forza per imporle, che si compatta un po' per chiedere... “margini di flessibilità più ampi”.
Non stupisce che le prime reazioni da Berlino e Eurogruppo siano decisamente sprezzanti. Wolfgang Schäuble è stato come sempre il più velenoso («quando i leader socialisti si incontrano, il più delle volte, non esce nulla di intelligente»), mentre Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'illegale Eurogruppo è arrivato a minacciare la sospensione dei prestiti per 2,8 miliardi di euro attesi dalla Grecia, se Tsipras non si sbrigherà a privatizzare anche il settore dell'energia e quel poco di “pubblico” che è rimasto in piedi.
Il clima giusto, insomma, per restituire a Jean-Claude Juncker, nel prossimo vertice, il mantello di grande mediatore che riporta all'ovile le pecorelle recalcitranti sotto il dominio totale del “lupo cattivo”.
Fonte
Il punto di equilibrio esterno era la Gran Bretagna, che sta ancora rinviando l'avvio delle procedure per la Brexit con il tacito consenso tedesco. Ma se un grande paese può decidere di andarsene, allora non c'è più ragione per non rivedere l'insieme delle scelte fin qui fatte. Perlomeno sul tema che sta massacrando i paesi più deboli, non casualmente quelli del Mediterraneo.
E la riunione di ieri ad Atene, convocata da un Alexis Tsipras in grande debito di ossigeno – paese in recessione, Troika inferocita per la lentezza con cui sta comunque procedendo “sulla strada delle riforme”, minacce di non ricevere le altre tranche del “programma di aiuto”, consenso popolare in discesa libera – sembra un primo tentativo di creare un “Club Med” in grado di riequilibrare lo strapotere del “gruppo di Visegrad”, che vede Berlino – appunto – al centro di una solida alleanza tra i paesi del Nord e dell'Est europeo.
Sembra, per l'appunto, perché nessuno dei protagonisti – oltre al padrone di casa c'erano il maltese Joseph Muscat, il portoghese Antonio Costa, il presidente di Cipro Nikos Anastasiadis, il segretario di Stato per gli affari europei del Governo spagnolo, Fernando Eguidazu, e soprattutto Matteo Renzi e Francopis Hollande – ha la minima intenzione di “contrapporsi” alla guida effettiva dell'Unione.
Questione di forza, di bilanci, di prospettive. Non appare per esempio un dettaglio che la Spagna fosse rappresentata da un viceministro invece che dal presidente del consiglio (ancorché solo “facente funzioni”, visti i risultati paralizzanti di due elezioni politiche in sei mesi).
Questione anche di idee. Tutti e sette i protagonisti che hanno sottoscritto la “Carta di Atene” chiedono l'ovvio: basta con l'austerità a tutti i costi e una ripartizione più sensata dei flussi di migranti da Africa e Medio Oriente. Ma tutti sanno che l'anno prossimo si vota in Germania, quindi nessun vero cambiamento può essere chiesto prima che Angela Merkel – è la speranza di tutti, nelle cancellerie europee – venga confermata in sella. A chieder troppo e subito, infatti, c'è solo il rischio di favorire candidati alternativi e ancor meno disposti a sacrificare anche un solo euro di benessere tedesco per sfamare le “cicale mediterranee”.
Cazzate razziste, certo, ma le elezioni si giocano su queste cose anche lì.
Quindi la riunione di Atene – che sarà seguita da un altro incontro in Portogallo, in data da fissarsi – è solo un accenno di “club dei disperati”, del tutto privi di soluzioni alternative come di forza per imporle, che si compatta un po' per chiedere... “margini di flessibilità più ampi”.
Non stupisce che le prime reazioni da Berlino e Eurogruppo siano decisamente sprezzanti. Wolfgang Schäuble è stato come sempre il più velenoso («quando i leader socialisti si incontrano, il più delle volte, non esce nulla di intelligente»), mentre Jeroen Dijsselbloem, presidente dell'illegale Eurogruppo è arrivato a minacciare la sospensione dei prestiti per 2,8 miliardi di euro attesi dalla Grecia, se Tsipras non si sbrigherà a privatizzare anche il settore dell'energia e quel poco di “pubblico” che è rimasto in piedi.
Il clima giusto, insomma, per restituire a Jean-Claude Juncker, nel prossimo vertice, il mantello di grande mediatore che riporta all'ovile le pecorelle recalcitranti sotto il dominio totale del “lupo cattivo”.
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23/08/2016
Tre leader in barca, ma con i cannoni
Il vertice a tre, a bordo di una portaerei – l'unica, per l'Italia – ha confermato le più facili e peggiori previsioni. Da un lato la retorica seul'”Europa unita”, nonostante la Brexit, dall'altra interessi divergenti che appaiono giorno dopo giorno meno ricomponibili.
La retorica è stata la chiave scelta, ancora una volta e molto “italianamente”, dal governo Renzi. Ventotene come fondale per le inquadrature fotovideo, esattamente come la stazione Ostiense, costruita a tempo di record nel 1938, per mostrare ad Hitler una “potenza” italica che non aveva molto da offrire oltre alla facciata “romana”. Questo è un governo in crisi, quindi si è risparmiato – nessuna nuova costruzione, solo un viaggetto in elicottero e nave – speculando oltre ogni decenza su un simbolo deriso nei fatti. L'unica spesa vera è stata la fiction commissionata alla Rai dei fidi Campo Dall'Orto e Monica Maggioni (una pioniera del giornalismo embedded, nella prima guerra all'Iraq), sui poveri tre confinati che sognavano l'Europa unita. Fondali e narrazione, null'altro.
Di risultati è difficile persino parlare, visto che nemmeno in conferenza stampa – davanti a una platea di cronisti mai come questa volta embedded (selezionati per esse ammessi sulla portaerei) – i tre leader di Italia, Francia e Germania sono riusciti a nascondere uno spirito “nazionalistico”, più che europeo-solidale.
Del resto, mettere riparo allo sbrego reale, oltre che simbolico, creato dalla Brexit non è affatto facile. Soprattutto per una costruzione oppressiva – l'Unione Europea, una macchina burocratico-amministrativa – che poco ha da spartire con l'Europa delle utopie. Costruzione che dunque si trova quasi costretta a non cambiare alcunché sul piano economico-normativo proprio nel momento in cui la prima, rilevantissima, defezione mostra l'insopportabilità sociale di quanto fin qui realizzato.
Se ne è avuta una prova immediata nel bislacco sì-però-no tra Renzi e la Merkel. Con il primo a insistere sulla “flessibilità” per i conti pubblici nazionali in vista della legge di stabilità (si punta a guadagnare un margine minimo di 10 miliardi, ha ammesso il viceministro dell'economia Morando), e l'altra a ricordare che nei trattati ce n'è già quanto basta. Il distinguo non è affatto secondario, perché a Bruxelles questa “flessibilità” è considerata una tantum, e quindi già sfruttata dal governo Renzi nel 2015. Chiederla di nuovo, insomma, non sarebbe permesso, ma basta non alzare troppo la voce – anche Angela Merkel è pericolante, in vista delle elezioni 2017 tedesche – e magari un via libera a mezza bocca potrebbe anche arrivare (come per Spagna e Portogallo, completamente fuori dai parametri di Maastricht, ma “perdonate” in vista di scadenze elettorali difficili per i governi “europeisti”).
E proprio per ottenere questa “flessibilità” contabile il contafrottole di Rignano sta finendo di mettere a punto l'ennesima mazzata contro i lavoratori di questo paese: la detassazione dei contratti di secondo livello, quelli aziendali, in modo da annullare i contratti nazionali di lavoro.
Da quando sono stati istituiti, infatti, i contratti nazionali costituiscono una sorta di “difesa minima” per i lavoratori delle aziende più piccole o meno sindacalizzate, dove non esistono i le condizioni per una “contrattazione” vera e propria. Le regole sul salario e sulle condizioni di lavoro medie, insomma, vengono contrattate a livello nazionale (tra sindacati e Confindustria), lasciando ovviamente spazio ai contratti aziendali per aggiustamenti o miglioramenti a seconda dell'impresa. Sono oramai decenni che i contratti di secondi livello non prevedono alcun “miglioramento”, ma soltanto “aggiustamenti pro azienda”, come l'aumento dei turni di lavoro (il notturno è ormai dilagante anche nella grande distribuzione commerciale).
Azzerare il contratto nazionale significa – come già avvenuto con l'abolizione dell'art. 18 – consegnare il lavoratore singolo, nudo e indifeso, nella mani dell'azienda. Un solo esempio sarà sufficiente: la più grande azienda italiana è forse ancora la Fiat-Fca, non a caso uscita dal sistema Confindustria ai tempi del “modello Pomigliano”, e neanche in quella i lavoratori riescono più a contrattare qualcosa. Figuriamoci cosa può avvenire in tutte le altre imprese con meno dipendenti...
Bene. Una misura strutturale del genere – tendenzialmente perpetua – è vista dal governo Renzi come “contropartita” per ottenere flessibilità temporanea (un altro anno, al massimo) sui conti pubblici. C'è bisogno di altri esempi per trovare conferma di che pasta sia fatto questo governo? O meglio, a quali interessi – nazionali e multinazionali – risponda?
Gli altri argomenti del vertice si riducono tutti a dichiarazioni spot (come sull'immigrazione, con il ministro Alfano a giurare che i migranti saranno dirottati in Germania a partire dalla prossima settimana…), tranne che sul piano militare e della “sicurezza”.
Un po' poco per “ridisegnare il futuro dell'Unione Europea”. E soprattutto qualcosa di segno opposto rispetto al “sogno di Ventotene”.
Fonte
La retorica è stata la chiave scelta, ancora una volta e molto “italianamente”, dal governo Renzi. Ventotene come fondale per le inquadrature fotovideo, esattamente come la stazione Ostiense, costruita a tempo di record nel 1938, per mostrare ad Hitler una “potenza” italica che non aveva molto da offrire oltre alla facciata “romana”. Questo è un governo in crisi, quindi si è risparmiato – nessuna nuova costruzione, solo un viaggetto in elicottero e nave – speculando oltre ogni decenza su un simbolo deriso nei fatti. L'unica spesa vera è stata la fiction commissionata alla Rai dei fidi Campo Dall'Orto e Monica Maggioni (una pioniera del giornalismo embedded, nella prima guerra all'Iraq), sui poveri tre confinati che sognavano l'Europa unita. Fondali e narrazione, null'altro.
Di risultati è difficile persino parlare, visto che nemmeno in conferenza stampa – davanti a una platea di cronisti mai come questa volta embedded (selezionati per esse ammessi sulla portaerei) – i tre leader di Italia, Francia e Germania sono riusciti a nascondere uno spirito “nazionalistico”, più che europeo-solidale.
Del resto, mettere riparo allo sbrego reale, oltre che simbolico, creato dalla Brexit non è affatto facile. Soprattutto per una costruzione oppressiva – l'Unione Europea, una macchina burocratico-amministrativa – che poco ha da spartire con l'Europa delle utopie. Costruzione che dunque si trova quasi costretta a non cambiare alcunché sul piano economico-normativo proprio nel momento in cui la prima, rilevantissima, defezione mostra l'insopportabilità sociale di quanto fin qui realizzato.
Se ne è avuta una prova immediata nel bislacco sì-però-no tra Renzi e la Merkel. Con il primo a insistere sulla “flessibilità” per i conti pubblici nazionali in vista della legge di stabilità (si punta a guadagnare un margine minimo di 10 miliardi, ha ammesso il viceministro dell'economia Morando), e l'altra a ricordare che nei trattati ce n'è già quanto basta. Il distinguo non è affatto secondario, perché a Bruxelles questa “flessibilità” è considerata una tantum, e quindi già sfruttata dal governo Renzi nel 2015. Chiederla di nuovo, insomma, non sarebbe permesso, ma basta non alzare troppo la voce – anche Angela Merkel è pericolante, in vista delle elezioni 2017 tedesche – e magari un via libera a mezza bocca potrebbe anche arrivare (come per Spagna e Portogallo, completamente fuori dai parametri di Maastricht, ma “perdonate” in vista di scadenze elettorali difficili per i governi “europeisti”).
E proprio per ottenere questa “flessibilità” contabile il contafrottole di Rignano sta finendo di mettere a punto l'ennesima mazzata contro i lavoratori di questo paese: la detassazione dei contratti di secondo livello, quelli aziendali, in modo da annullare i contratti nazionali di lavoro.
Da quando sono stati istituiti, infatti, i contratti nazionali costituiscono una sorta di “difesa minima” per i lavoratori delle aziende più piccole o meno sindacalizzate, dove non esistono i le condizioni per una “contrattazione” vera e propria. Le regole sul salario e sulle condizioni di lavoro medie, insomma, vengono contrattate a livello nazionale (tra sindacati e Confindustria), lasciando ovviamente spazio ai contratti aziendali per aggiustamenti o miglioramenti a seconda dell'impresa. Sono oramai decenni che i contratti di secondi livello non prevedono alcun “miglioramento”, ma soltanto “aggiustamenti pro azienda”, come l'aumento dei turni di lavoro (il notturno è ormai dilagante anche nella grande distribuzione commerciale).
Azzerare il contratto nazionale significa – come già avvenuto con l'abolizione dell'art. 18 – consegnare il lavoratore singolo, nudo e indifeso, nella mani dell'azienda. Un solo esempio sarà sufficiente: la più grande azienda italiana è forse ancora la Fiat-Fca, non a caso uscita dal sistema Confindustria ai tempi del “modello Pomigliano”, e neanche in quella i lavoratori riescono più a contrattare qualcosa. Figuriamoci cosa può avvenire in tutte le altre imprese con meno dipendenti...
Bene. Una misura strutturale del genere – tendenzialmente perpetua – è vista dal governo Renzi come “contropartita” per ottenere flessibilità temporanea (un altro anno, al massimo) sui conti pubblici. C'è bisogno di altri esempi per trovare conferma di che pasta sia fatto questo governo? O meglio, a quali interessi – nazionali e multinazionali – risponda?
Gli altri argomenti del vertice si riducono tutti a dichiarazioni spot (come sull'immigrazione, con il ministro Alfano a giurare che i migranti saranno dirottati in Germania a partire dalla prossima settimana…), tranne che sul piano militare e della “sicurezza”.
Un po' poco per “ridisegnare il futuro dell'Unione Europea”. E soprattutto qualcosa di segno opposto rispetto al “sogno di Ventotene”.
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22/08/2016
Il “sogno di Ventotene” deriso su una portaerei
Lo storytelling è in crisi. La realtà erompe da tutte le parti e non ci sono più modelli narrativi per contenere i problemi che non trovano soluzioni. Ma lo scarto tra chiacchiere di governo e fatti diventa clamoroso per questo cosiddetto “vertice di Ventotene” tra i tre big residui dell'Unione Europea dopo la vittoria della Brexit, ossia Germania, Francia e Italia.
Diciamo che il “manifesto di Ventotene” sta all'Unione Europea reale come l'isola omonima a una portaerei. La Garibaldi, per la precisione. Perché sull'isola reale i tre non metteranno neanche piede, se non per una photo opportunity sulla tomba di Altiero Spinelli. Persino la conferenza stampa finale avverrà “a bordo”, con giornalisti selezionati (embedded) trasportati da Napoli fin da lunedì mattina.
Non ci potrebbe essere metafora più precisa per descrivere l'infamia di quel che c'è (l'Unione Europea dei trattati ordoliberisti, pensati per distruggere il “modello sociale europeo”) e l'idealismo progressista degli estensori del “manifesto” del 1941. Da un lato un meccanismo strangolante fondato sulla lex mercatoria (il “libero mercato” non deve avere vincoli né limiti, gli stati e gli esseri umani sì, soprattutto per quanto riguarda salario e diritti), dall'altra un sogno di salvezza nel momento più buio dell'Europa schiacciata dai panzer nazisti (la vittoria di Stalingrado arrivò all'inizio del '43), che immaginava una rivoluzione europea socialista, fondata su un'inedita alleanza tra classe operaia e intellettuali:
Su quella nave da guerra, simbolo forse involontario della protervia e della paura in cui vivono i “decisori” della politica continentale, si riuniranno tre presunti leader reazionari in profonda crisi, ognuno nel proprio paese e con modalità diverse. Quello “nostrano”, soltanto ieri, ha rovesciato platealmente la strategia comunicativa relativa al referendum costituzionale d'autunno: “Comunque vada il referendum noi ce le abbiamo nel 2018”. Niente più dimissioni, insomma, nel caso ormai probabile, di sconfitta. E anche un'ignoranza costituzionale che mal s'addice a chi vuol stravolgere una Costituzione (nel caso di una crisi di governo, infatti, starebbe al presidente della Repubblica, l'impalpabile Mattarella, verificare se ci sono le condizioni per un nuovo governo o indire elezioni politiche).
Di Hollande non c'è più nulla da dire, dopo la loi travail imposta al paese senza neppure un voto parlamentare. Tutte le sue illusioni (chiamarle speranze sarebbe eccessivo) sono concentrate in un raddoppio del “piano Juncker” per sostenere la “ripresa” dell'economia. Un piano che nessuno ha ancora visto all'opera, che doveva mobilitare “a leva” 150 miliardi mettendocene realmente pochissimi (basterebbe vedere qui), e che dunque, anche “raddoppiando” le dimensioni, difficilmente potrebbe creare effetti visibili in popolazioni stremate da otto anni di austerità.
La stessa Merkel non sembra più possedere il tocco magico della “massaia”, abile a districarsi con il semplice “buon senso” tra spinte e interessi diversi. Anche lì, nella potente Germania, quindici anni di precarizzazione del lavoro (cominciò il “socialdemocratico” Gerhard Schroeder, con i “piani Hartz”) hanno prodotto un paio di generazioni di lavoratori a basso salario e senza diritti, disoccupazione e revanscismi reazionari che si polarizzano intorno al problema dei migranti.
Tre personaggi in cerca di improbabile salvezza, anche personale, che giocano disinvoltamente con i simboli e la storia mentre si trovano costretti a immaginare una “rifondazione” dell'Unione Europea dopo il voto sulla Brexit, che potrebbe portare con sé anche il fallimento dei negoziato sul Ttip. Al massimo, per obbligo, dovranno stilare un'agenda credibile per il vertice europeo del 27 settembre, che potrebbe altrimenti evidenziare slabbrature ancora più consistenti delle attuali.
I media mainstream elencano nervosamente i temi fondamentali su cui, pragmaticamente, i tre dovrebbero trovare qualche risposta: “sicurezza e difesa, crescita e investimenti, lavoro e giovani”. Temi che richiedono tutti, e in modo molto diverso, una struttura politica sovranazionale assai diversa dall'attuale. Che è bloccata nello status quo (austerità economica, ordine sparso sul terreno militare e del “terrorismo”, ecc) non da questioni ideologiche, ma da concretissimi e divergenti interessi.
Fa ridere quasi tutti, ormai, la chiacchiera senza pudore del contafrottole ("Gli italiani devono essere orgogliosi che in un luogo simbolo di un grande ideale dell'Europa, Merkel e Hollande verranno per rilanciare dal basso l'Unione europea"), aggrappato allo slogan “più flessibilità sui conti pubblici” per poter varare qualche misura spot prima del referendum.
A bordo della Garibaldi, per lui, ci sarà forse spazio per un “vedremo...” (non è interesse di nessuno, in quella sede, far cadere uno degli altri due), ma difficilmente potranno venire davvero “nuove idee” per reinventare una costruzione stanca, indebolita, oppressiva, impopolare ovunque.
L'unico punto su cui forse riusciranno a fare un passo avanti è anche il più minaccioso: la “difesa comune” ossia una maggiore integrazione tra le forze armate di paesi che comunque fin qui hanno risposto in modo assai diverso agli input di Washington (su Siria e Iraq) o agli appetiti nazionali (Libia, per la Francia). Se non altro, è questo l'augurio che si fa il sottosegretario agli esteri, l'ex pannelliano, ex berlusconiano, ex..., Benedetto Della Vedova: "trovo molto positivo che da parte italiana il presidente del Consiglio, sulla base di un documento elaborato dal ministro Gentiloni e dal Ministro Pinotti, metta al centro della discussione la proposta di avviare una Schengen della Difesa, quindi un accordo concreto e percorribile in tempi relativamente rapidi di integrazione di alcune funzioni legate alla difesa comune”.
Curioso, no? che mentre ogni Stato dell'Unione chiude i propri confini seppellendo il trattato di Shengen, un governante non trovi di meglio che adottarne la retorica (“libera circolazione”) per un obiettivo... militare. Le persone subiscono controlli e freni oggettivi sempre più pressanti, che sconsigliano in varia misura l'attraversamento dei confini, mentre i soldati di élite si avviano a diventare una forza armata “liberamente circolante” per operazioni coperte dallo stesso livello di segretezza che si usa per i “servizi” (è con questo escamotage, ad esempio, che truppe italiane stanno combattendo in Libia senza alcuna autorizzazione parlamentare).
Una “contraddizione” perfettamente coerente, però, con lo scarto immenso tra il sogno pacifista elaborato da antifascisti confinati su un'isola e la realtà economico-militare di una struttura politica sovranazionale orientata soltanto dal grande capitale multinazionale (i cosiddetti “mercati”).
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Diciamo che il “manifesto di Ventotene” sta all'Unione Europea reale come l'isola omonima a una portaerei. La Garibaldi, per la precisione. Perché sull'isola reale i tre non metteranno neanche piede, se non per una photo opportunity sulla tomba di Altiero Spinelli. Persino la conferenza stampa finale avverrà “a bordo”, con giornalisti selezionati (embedded) trasportati da Napoli fin da lunedì mattina.
Non ci potrebbe essere metafora più precisa per descrivere l'infamia di quel che c'è (l'Unione Europea dei trattati ordoliberisti, pensati per distruggere il “modello sociale europeo”) e l'idealismo progressista degli estensori del “manifesto” del 1941. Da un lato un meccanismo strangolante fondato sulla lex mercatoria (il “libero mercato” non deve avere vincoli né limiti, gli stati e gli esseri umani sì, soprattutto per quanto riguarda salario e diritti), dall'altra un sogno di salvezza nel momento più buio dell'Europa schiacciata dai panzer nazisti (la vittoria di Stalingrado arrivò all'inizio del '43), che immaginava una rivoluzione europea socialista, fondata su un'inedita alleanza tra classe operaia e intellettuali:
La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.L'esatto opposto di quel che ci impongono, giorno dopo giorno, le Merkel e gli Schaeuble, i Dijsselboem e i Draghi, gli Hollande e i Renzi. La stessa distanza tra un'isola e una portaerei.
Su quella nave da guerra, simbolo forse involontario della protervia e della paura in cui vivono i “decisori” della politica continentale, si riuniranno tre presunti leader reazionari in profonda crisi, ognuno nel proprio paese e con modalità diverse. Quello “nostrano”, soltanto ieri, ha rovesciato platealmente la strategia comunicativa relativa al referendum costituzionale d'autunno: “Comunque vada il referendum noi ce le abbiamo nel 2018”. Niente più dimissioni, insomma, nel caso ormai probabile, di sconfitta. E anche un'ignoranza costituzionale che mal s'addice a chi vuol stravolgere una Costituzione (nel caso di una crisi di governo, infatti, starebbe al presidente della Repubblica, l'impalpabile Mattarella, verificare se ci sono le condizioni per un nuovo governo o indire elezioni politiche).
Di Hollande non c'è più nulla da dire, dopo la loi travail imposta al paese senza neppure un voto parlamentare. Tutte le sue illusioni (chiamarle speranze sarebbe eccessivo) sono concentrate in un raddoppio del “piano Juncker” per sostenere la “ripresa” dell'economia. Un piano che nessuno ha ancora visto all'opera, che doveva mobilitare “a leva” 150 miliardi mettendocene realmente pochissimi (basterebbe vedere qui), e che dunque, anche “raddoppiando” le dimensioni, difficilmente potrebbe creare effetti visibili in popolazioni stremate da otto anni di austerità.
La stessa Merkel non sembra più possedere il tocco magico della “massaia”, abile a districarsi con il semplice “buon senso” tra spinte e interessi diversi. Anche lì, nella potente Germania, quindici anni di precarizzazione del lavoro (cominciò il “socialdemocratico” Gerhard Schroeder, con i “piani Hartz”) hanno prodotto un paio di generazioni di lavoratori a basso salario e senza diritti, disoccupazione e revanscismi reazionari che si polarizzano intorno al problema dei migranti.
Tre personaggi in cerca di improbabile salvezza, anche personale, che giocano disinvoltamente con i simboli e la storia mentre si trovano costretti a immaginare una “rifondazione” dell'Unione Europea dopo il voto sulla Brexit, che potrebbe portare con sé anche il fallimento dei negoziato sul Ttip. Al massimo, per obbligo, dovranno stilare un'agenda credibile per il vertice europeo del 27 settembre, che potrebbe altrimenti evidenziare slabbrature ancora più consistenti delle attuali.
I media mainstream elencano nervosamente i temi fondamentali su cui, pragmaticamente, i tre dovrebbero trovare qualche risposta: “sicurezza e difesa, crescita e investimenti, lavoro e giovani”. Temi che richiedono tutti, e in modo molto diverso, una struttura politica sovranazionale assai diversa dall'attuale. Che è bloccata nello status quo (austerità economica, ordine sparso sul terreno militare e del “terrorismo”, ecc) non da questioni ideologiche, ma da concretissimi e divergenti interessi.
Fa ridere quasi tutti, ormai, la chiacchiera senza pudore del contafrottole ("Gli italiani devono essere orgogliosi che in un luogo simbolo di un grande ideale dell'Europa, Merkel e Hollande verranno per rilanciare dal basso l'Unione europea"), aggrappato allo slogan “più flessibilità sui conti pubblici” per poter varare qualche misura spot prima del referendum.
A bordo della Garibaldi, per lui, ci sarà forse spazio per un “vedremo...” (non è interesse di nessuno, in quella sede, far cadere uno degli altri due), ma difficilmente potranno venire davvero “nuove idee” per reinventare una costruzione stanca, indebolita, oppressiva, impopolare ovunque.
L'unico punto su cui forse riusciranno a fare un passo avanti è anche il più minaccioso: la “difesa comune” ossia una maggiore integrazione tra le forze armate di paesi che comunque fin qui hanno risposto in modo assai diverso agli input di Washington (su Siria e Iraq) o agli appetiti nazionali (Libia, per la Francia). Se non altro, è questo l'augurio che si fa il sottosegretario agli esteri, l'ex pannelliano, ex berlusconiano, ex..., Benedetto Della Vedova: "trovo molto positivo che da parte italiana il presidente del Consiglio, sulla base di un documento elaborato dal ministro Gentiloni e dal Ministro Pinotti, metta al centro della discussione la proposta di avviare una Schengen della Difesa, quindi un accordo concreto e percorribile in tempi relativamente rapidi di integrazione di alcune funzioni legate alla difesa comune”.
Curioso, no? che mentre ogni Stato dell'Unione chiude i propri confini seppellendo il trattato di Shengen, un governante non trovi di meglio che adottarne la retorica (“libera circolazione”) per un obiettivo... militare. Le persone subiscono controlli e freni oggettivi sempre più pressanti, che sconsigliano in varia misura l'attraversamento dei confini, mentre i soldati di élite si avviano a diventare una forza armata “liberamente circolante” per operazioni coperte dallo stesso livello di segretezza che si usa per i “servizi” (è con questo escamotage, ad esempio, che truppe italiane stanno combattendo in Libia senza alcuna autorizzazione parlamentare).
Una “contraddizione” perfettamente coerente, però, con lo scarto immenso tra il sogno pacifista elaborato da antifascisti confinati su un'isola e la realtà economico-militare di una struttura politica sovranazionale orientata soltanto dal grande capitale multinazionale (i cosiddetti “mercati”).
Fonte
21/08/2016
La Francia vieta il burkini ma vende le armi all’Arabia Saudita
Da sottolineare sempre dove viene pubblicato un articolo così duro: Famiglia Cristiana. Il rifiuto di inquadrare il conflitto in atto come guerra di religione è particolarmente forte proprio nel soggetto che più di tutti dovrebbe farsi carico di convalidare questa narrazione tossica: il Vaticano e la Chiesa.
Ci sono naturalmente ottime ragioni e altrettanti interessi dietro questo rifiuto, a cominciare dal fatto di non sovraesporre le gerarchie, le chiese, i preti e i credenti. Ma proprio per questo risalta ancor più nettamente la "tossicità" falsificante di quel che viene ripetuto ogni giorno dai media mainstream.
Strana "guerra di religione", insomma, quella in cui i rappresentanti ufficiali della religione si chiamano fuori. E contro.
Il sonno della ragione dei politici europei, impegnati a rincorrere qualunque retorica pur di speculare su qualche voto, produce mostri come la polemica francese sul burkini. A sua volta preziosa perché, letta in controluce, spiega tutto non solo della Francia, afflitta da una classe di governo di rara mediocrità, ma dell’Europa intera e, alla fin fine, di questo Occidente insopportabilmente pigro dal punto di vista morale e ipocrita.
Qualche fatto. Pochi giorni fa il sindaco di Cannes, David Lisnard, ha emesso un’ordinanza per vietare sul territorio del suo comune l’uso del burkini, l’orribile costume da bagno che copra tutto il corpo della dona, capo compreso, ed è usato da certe donne musulmane. Nell’ordinanza, Lisnard si richiama alla necessità di difendere “i buoni costumi” e “la laicità” e “di far rispettare le regole d’ igiene e sicurezza”. L’ ordinanza, ovviamente, è stata subito replicata dai sindaci di altri comuni della Costa Azzurra ed è poi finita davanti al magistrato per gli altrettanto ovvi ricorsi.
A dispetto del nome, il burkini c’entra poco col burka. In Italia il burka, che copre anche interamente il volto, è fuori legge… per legge: la legge Reale del 1975, che disciplina la tutela dell’ordine pubblico e proibisce, appunto, di rendersi irriconoscibili coprendo il volto. Ma il burkini, che in definitiva somiglia a una muta completa da subacqueo, da noi dovrebbe essere proibito con un provvedimento ad hoc. Detto questo, ci sono alcune ragioni precise che rendono l’operato dei francesi non solo una farsa ma una farsa pericolosa.
La Cannes di Lisnard dove si vieta il burkini
Frequento da anni la Costa Azzurra, alla maniera di tanti altri piccoli borghesi del Piemonte e della Lombardia. Mini appartamento a Mentone (in società con mia madre e mio fratello), poi da lì si va qua e là. In questi anni di burkini ne avrò visti, a dir tanto, tre. Mi sfugge quindi come il sindaco di Cannes (75 mila abitanti, d’estate almeno oltre i 100 mila) possa sentire minacciati, tutti insieme, i costumi, la laicità, l’igiene e la sicurezza del suo ricco Comune. Soprattutto mi pare incredibile che il sindaco non noti una contraddizione. Lui vieta i burkini in spiaggia, ma nel centro si vedono donne abbondantemente velate (le stesse che hanno finito di fare il bagno?) che, pasturando stuoli di bambini e restando disciplinate nell’ombra dei mariti entrano nei ristoranti, escono dalle boutique con mazzi di pacchetti, vanno a curiosare nelle agenzie immobiliare, fanno acquisti in gioielleria e così via. In quei casi, a quanto pare, il sindaco Lisnard non vede alcun pericolo per la laicità e l’igiene, anche se le donne sono coperte proprio come se avessero il burkini. Che sia una questione di quattrini? Veli e coperture vanno bene tra i negozi, perché da sotto quei veli escono gli euro. E non vanno bene in spiaggia, dove qualche turista potrebbe adontarsi e portare i propri euro lontano dal comune di Cannes?
Si diceva prima del magistrati e dei ricorsi che si è trovato a esaminare. L’ordinanza del sindaco Lisnard è stata sdoganata. Anche alla luce, ha sentenziato il magistrato, dello stato di emergenza proclamato dopo la strage di Nizza del 14 luglio. Curioso anche questo: Mohamed Bouhlel, il camionista che uccise 84 persone investendole sul lungomare, era uno piscopatico violento che andava a donne, beveva, non frequentava la moschea e non osservava il Ramadan, il mese del digiuno che è uno dei cinque precetti che definiscono il musulmano.
Manuel Valls, il burkini incompatibile con la Francia e la "relazione strategica" con l'Arabia Saudita
Quel che è peggio, però, è che sulle stesse posizioni si è allineato anche il premier Manuel Valls, che si è lanciato in frasi importanti. “Il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”. Forse il burkini è incompatibile con la Francia, ma tutto il resto no. Voglio dire: il burkini offende la Repubblica e le donne ma ciò che produce il burkini e, soprattutto, produce quella visione estrema dell’islam, l’asservimento delle donne e molte altre cose al premier Valls va benone. Anzi: lui lo ama, lo ritiene indispensabile.
Fu proprio Valls, qualche mese fa, a dire che la Francia ha con l’Arabia Saudita una “relazione strategica”. Quindi importante, anzi irrinunciabile. Eppure Valls sa come sono vestite le donne saudite. Sa che non possono guidare. Sa che per mandare una donna a correre alle Olimpiadi di Rio, anche lei per altro vestita con una sorta di burkini su cui nessuno ha protestato, hanno dovuto trovarne una che fosse accompagnata in Brasile da un parente maschio e avesse il permesso di padre e marito. Sa anche, Valls, che il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice di islam oggi praticata nel mondo. E che i wahabiti, usando i petrodollari, propagandano quella visione dell’islam in tutto il mondo, finanziando scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, financo gruppi terroristi. Ma ciò che offende e indigna Valls è il burkini.
Di più. La frase sulla “relazione strategica” fu pronunciata subito dopo che il presidente Hollande aveva concesso la Legion d’ Onore, massima onorificenza francese, a Mohammed bin Nayef, principe ereditario della monarchia saudita e ministro degli Interni. In quel momento del 2016 , Bin Nayef aveva già firmato 70 condanne a morte (una fu eseguita due giorni dopo il ritiro della Legione) e, come ministro degli Interni, è responsabile proprio di quel sistema perverso di leggi civili e leggi religiose che tiene le donne saudite nello stato in cui sono, quasi prive di diritti e, ovviamente, obbligate a indossare il burkini. Ma Valls non era turbato dal fatto di onorare un tale personaggio. No, lui si turba per il burkini.
D’altra parte i politici francesi sono tipi particolari. Nel 2015 per ben tre volte i vertici del sistema politico d Oltralpe si sono recati in Arabia Saudita, il Paese dove l’asservimento delle donne è più palese, a omaggiarne i dirigenti. Due volte Hollande e una lo stesso Valls il quale, il 12 e 13 ottobre, ha firmato contratti per 10 miliardi di euro. Quei soldi coprivano anche un’abbondante fornitura di armi prodotte in Francia. Il che significa solo una cosa: che per un po’ di denaro, il buon Valls e il buon Hollande andavano a rafforzare il regime che fa della negazione della laicità e dell’asservimento delle donne due capisaldi della propria visione del mondo. Per non parlare del fatto che molte di quelle armi saranno probabilmente passate a gruppi armati fondamentalisti, per esempio l’Isis. Tutto questo però non è incompatibile con i valori della Repubblica francese. Tutto questo non sconvolge Valls. A lui lo sconvolgono solo i burkini.
Alla fin fine, è sempre la solita storia. Siamo moralmente pigri e miseri, per quattro petrodollari diamo via l’anima e altro. Quindi proprio non possiamo prendercela con le centrali che alimentano nel mondo, concretamente, il fanatismo, il radicalismo islamico, il terrorismo. Così ce la prendiamo coi simboli. Il che è una vera stupidaggine. Perché i simboli appartengono a tutti i musulmani, il terrorismo e le armi solo a una parte di loro. Per denaro, quindi, preferiamo prendercela indistintamente con l’islam, scontentando quindi tutti i musulmani, e lasciare in pace chi, in definitiva, ci spara addosso.
E’ il marchio di fabbrica di questa Europa imbelle, senza nerbo e senza visione. E il trionfo delle teorie dello “scontro di civiltà” partorite dai neocon americani e da quelli che li hanno seguiti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal 2000 a oggi le vittime di atti terroristici sono aumentate di nove volte.
Come diceva Nanni Moretti. Continuiamo così, facciamoci del male.
Fonte
Ci sono naturalmente ottime ragioni e altrettanti interessi dietro questo rifiuto, a cominciare dal fatto di non sovraesporre le gerarchie, le chiese, i preti e i credenti. Ma proprio per questo risalta ancor più nettamente la "tossicità" falsificante di quel che viene ripetuto ogni giorno dai media mainstream.
Strana "guerra di religione", insomma, quella in cui i rappresentanti ufficiali della religione si chiamano fuori. E contro.
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Il sonno della ragione dei politici europei, impegnati a rincorrere qualunque retorica pur di speculare su qualche voto, produce mostri come la polemica francese sul burkini. A sua volta preziosa perché, letta in controluce, spiega tutto non solo della Francia, afflitta da una classe di governo di rara mediocrità, ma dell’Europa intera e, alla fin fine, di questo Occidente insopportabilmente pigro dal punto di vista morale e ipocrita.
Qualche fatto. Pochi giorni fa il sindaco di Cannes, David Lisnard, ha emesso un’ordinanza per vietare sul territorio del suo comune l’uso del burkini, l’orribile costume da bagno che copra tutto il corpo della dona, capo compreso, ed è usato da certe donne musulmane. Nell’ordinanza, Lisnard si richiama alla necessità di difendere “i buoni costumi” e “la laicità” e “di far rispettare le regole d’ igiene e sicurezza”. L’ ordinanza, ovviamente, è stata subito replicata dai sindaci di altri comuni della Costa Azzurra ed è poi finita davanti al magistrato per gli altrettanto ovvi ricorsi.
A dispetto del nome, il burkini c’entra poco col burka. In Italia il burka, che copre anche interamente il volto, è fuori legge… per legge: la legge Reale del 1975, che disciplina la tutela dell’ordine pubblico e proibisce, appunto, di rendersi irriconoscibili coprendo il volto. Ma il burkini, che in definitiva somiglia a una muta completa da subacqueo, da noi dovrebbe essere proibito con un provvedimento ad hoc. Detto questo, ci sono alcune ragioni precise che rendono l’operato dei francesi non solo una farsa ma una farsa pericolosa.
La Cannes di Lisnard dove si vieta il burkini
Frequento da anni la Costa Azzurra, alla maniera di tanti altri piccoli borghesi del Piemonte e della Lombardia. Mini appartamento a Mentone (in società con mia madre e mio fratello), poi da lì si va qua e là. In questi anni di burkini ne avrò visti, a dir tanto, tre. Mi sfugge quindi come il sindaco di Cannes (75 mila abitanti, d’estate almeno oltre i 100 mila) possa sentire minacciati, tutti insieme, i costumi, la laicità, l’igiene e la sicurezza del suo ricco Comune. Soprattutto mi pare incredibile che il sindaco non noti una contraddizione. Lui vieta i burkini in spiaggia, ma nel centro si vedono donne abbondantemente velate (le stesse che hanno finito di fare il bagno?) che, pasturando stuoli di bambini e restando disciplinate nell’ombra dei mariti entrano nei ristoranti, escono dalle boutique con mazzi di pacchetti, vanno a curiosare nelle agenzie immobiliare, fanno acquisti in gioielleria e così via. In quei casi, a quanto pare, il sindaco Lisnard non vede alcun pericolo per la laicità e l’igiene, anche se le donne sono coperte proprio come se avessero il burkini. Che sia una questione di quattrini? Veli e coperture vanno bene tra i negozi, perché da sotto quei veli escono gli euro. E non vanno bene in spiaggia, dove qualche turista potrebbe adontarsi e portare i propri euro lontano dal comune di Cannes?
Si diceva prima del magistrati e dei ricorsi che si è trovato a esaminare. L’ordinanza del sindaco Lisnard è stata sdoganata. Anche alla luce, ha sentenziato il magistrato, dello stato di emergenza proclamato dopo la strage di Nizza del 14 luglio. Curioso anche questo: Mohamed Bouhlel, il camionista che uccise 84 persone investendole sul lungomare, era uno piscopatico violento che andava a donne, beveva, non frequentava la moschea e non osservava il Ramadan, il mese del digiuno che è uno dei cinque precetti che definiscono il musulmano.
Manuel Valls, il burkini incompatibile con la Francia e la "relazione strategica" con l'Arabia Saudita
Quel che è peggio, però, è che sulle stesse posizioni si è allineato anche il premier Manuel Valls, che si è lanciato in frasi importanti. “Il burkini è incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica, ed è l’espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”. Forse il burkini è incompatibile con la Francia, ma tutto il resto no. Voglio dire: il burkini offende la Repubblica e le donne ma ciò che produce il burkini e, soprattutto, produce quella visione estrema dell’islam, l’asservimento delle donne e molte altre cose al premier Valls va benone. Anzi: lui lo ama, lo ritiene indispensabile.
Fu proprio Valls, qualche mese fa, a dire che la Francia ha con l’Arabia Saudita una “relazione strategica”. Quindi importante, anzi irrinunciabile. Eppure Valls sa come sono vestite le donne saudite. Sa che non possono guidare. Sa che per mandare una donna a correre alle Olimpiadi di Rio, anche lei per altro vestita con una sorta di burkini su cui nessuno ha protestato, hanno dovuto trovarne una che fosse accompagnata in Brasile da un parente maschio e avesse il permesso di padre e marito. Sa anche, Valls, che il wahabismo saudita è la forma più radicale e conservatrice di islam oggi praticata nel mondo. E che i wahabiti, usando i petrodollari, propagandano quella visione dell’islam in tutto il mondo, finanziando scuole coraniche radicali, gruppi estremistici, financo gruppi terroristi. Ma ciò che offende e indigna Valls è il burkini.
Di più. La frase sulla “relazione strategica” fu pronunciata subito dopo che il presidente Hollande aveva concesso la Legion d’ Onore, massima onorificenza francese, a Mohammed bin Nayef, principe ereditario della monarchia saudita e ministro degli Interni. In quel momento del 2016 , Bin Nayef aveva già firmato 70 condanne a morte (una fu eseguita due giorni dopo il ritiro della Legione) e, come ministro degli Interni, è responsabile proprio di quel sistema perverso di leggi civili e leggi religiose che tiene le donne saudite nello stato in cui sono, quasi prive di diritti e, ovviamente, obbligate a indossare il burkini. Ma Valls non era turbato dal fatto di onorare un tale personaggio. No, lui si turba per il burkini.
D’altra parte i politici francesi sono tipi particolari. Nel 2015 per ben tre volte i vertici del sistema politico d Oltralpe si sono recati in Arabia Saudita, il Paese dove l’asservimento delle donne è più palese, a omaggiarne i dirigenti. Due volte Hollande e una lo stesso Valls il quale, il 12 e 13 ottobre, ha firmato contratti per 10 miliardi di euro. Quei soldi coprivano anche un’abbondante fornitura di armi prodotte in Francia. Il che significa solo una cosa: che per un po’ di denaro, il buon Valls e il buon Hollande andavano a rafforzare il regime che fa della negazione della laicità e dell’asservimento delle donne due capisaldi della propria visione del mondo. Per non parlare del fatto che molte di quelle armi saranno probabilmente passate a gruppi armati fondamentalisti, per esempio l’Isis. Tutto questo però non è incompatibile con i valori della Repubblica francese. Tutto questo non sconvolge Valls. A lui lo sconvolgono solo i burkini.
Alla fin fine, è sempre la solita storia. Siamo moralmente pigri e miseri, per quattro petrodollari diamo via l’anima e altro. Quindi proprio non possiamo prendercela con le centrali che alimentano nel mondo, concretamente, il fanatismo, il radicalismo islamico, il terrorismo. Così ce la prendiamo coi simboli. Il che è una vera stupidaggine. Perché i simboli appartengono a tutti i musulmani, il terrorismo e le armi solo a una parte di loro. Per denaro, quindi, preferiamo prendercela indistintamente con l’islam, scontentando quindi tutti i musulmani, e lasciare in pace chi, in definitiva, ci spara addosso.
E’ il marchio di fabbrica di questa Europa imbelle, senza nerbo e senza visione. E il trionfo delle teorie dello “scontro di civiltà” partorite dai neocon americani e da quelli che li hanno seguiti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dal 2000 a oggi le vittime di atti terroristici sono aumentate di nove volte.
Come diceva Nanni Moretti. Continuiamo così, facciamoci del male.
Fonte
22/07/2016
Signor padrone, mi ricorderò di te!
Ieri il parlamento di Parigi, in ossequio alla lotta contro il salario
sui cui si fonda l’Unione Europea, ha definitivamente approvato la “Loi
Travail”. Almeno per il momento dunque le esigenze delle borghesia
europea di veder compressi i propri costi per mantenere competitive sul
mercato mondiale le proprie merci (e intatti i propri profitti)
sembrerebbero aver prevalso sulle pur generose lotte che hanno
riscaldato la primavera francese. Il premier Manuel Valls ha così commentato soddisfatto: un
grande passo per la riforma del nostro Paese; più diritti per i nostri
lavoratori, più visibilità per le nostre piccole e medie imprese, più
posti di lavoro, recitando alla perfezione lo stesso mantra con cui
il nostro Renzi accompagnò l’introduzione del Jobs Act, tanto che ci
viene il dubbio che a Bruxelles tengano degli appositi corsi di
“storytelling liberista”.
Nonostante la spaccatura provocata nel Paese, la “riforma” del codice del lavoro avanzata dalla ministra El Khomri è stata dunque approvata senza sostanziali modifiche. D’ora in poi sarà sufficiente un calo dei ricavi per un solo trimestre per poter procedere ai licenziamenti per ragioni economiche nelle aziende con meno di 11 dipendenti, per due trimestri consecutivi per le aziende da 11 a 50 dipendenti, di tre per quelle da 50 a 300 e di quattro per quelle con oltre 300 addetti. Si dovrà passare per un accordo sindacale e l’azienda potrà indire un referendum nel caso l’accordo venga comunque sottoscritto da un sindacato che ha il 30% dei consensi. In caso di vittoria dei “Si” l’accordo verrà comunque applicato e chi si oppone potrà essere licenziato. La nuova legge introduce anche la possibilità per le imprese di “concordare” la flessibilità dell’orario per far fronte ad un aumento della domanda, ovviamente senza che questo comporti un aumento del salario. Anche in questo caso chi si rifiuta potrà essere licenziato per ragioni economiche. Viene inoltre ribadita la prevalenza della contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale in merito ad orari e straordinari.
Insomma, non c'è che dire, una vera riforma “di sinistra” fortemente voluta dal socialista Hollande che, nonostante il baratro di consensi in cui è caduto, ha sentito l’esigenza di portare a compimento il proprio mandato. Rimane in ultimo il paradosso a cui rischiamo di essere costretti ancora una volta ad assistere il prossimo anno in occasione delle elezioni presidenziali quando, a fronte delle lotte sociali e di classe che dal basso e da sinistra hanno animato questa stagione politica, chi passerà all’incasso sarà probabilmente la destra reazionaria del Front National... ma del resto si sa, in politica gli spazi lasciati vuoti prima o poi vengono sempre occupati, e quasi mai da chi vorremmo noi.
Fonte
Nonostante la spaccatura provocata nel Paese, la “riforma” del codice del lavoro avanzata dalla ministra El Khomri è stata dunque approvata senza sostanziali modifiche. D’ora in poi sarà sufficiente un calo dei ricavi per un solo trimestre per poter procedere ai licenziamenti per ragioni economiche nelle aziende con meno di 11 dipendenti, per due trimestri consecutivi per le aziende da 11 a 50 dipendenti, di tre per quelle da 50 a 300 e di quattro per quelle con oltre 300 addetti. Si dovrà passare per un accordo sindacale e l’azienda potrà indire un referendum nel caso l’accordo venga comunque sottoscritto da un sindacato che ha il 30% dei consensi. In caso di vittoria dei “Si” l’accordo verrà comunque applicato e chi si oppone potrà essere licenziato. La nuova legge introduce anche la possibilità per le imprese di “concordare” la flessibilità dell’orario per far fronte ad un aumento della domanda, ovviamente senza che questo comporti un aumento del salario. Anche in questo caso chi si rifiuta potrà essere licenziato per ragioni economiche. Viene inoltre ribadita la prevalenza della contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale in merito ad orari e straordinari.
Insomma, non c'è che dire, una vera riforma “di sinistra” fortemente voluta dal socialista Hollande che, nonostante il baratro di consensi in cui è caduto, ha sentito l’esigenza di portare a compimento il proprio mandato. Rimane in ultimo il paradosso a cui rischiamo di essere costretti ancora una volta ad assistere il prossimo anno in occasione delle elezioni presidenziali quando, a fronte delle lotte sociali e di classe che dal basso e da sinistra hanno animato questa stagione politica, chi passerà all’incasso sarà probabilmente la destra reazionaria del Front National... ma del resto si sa, in politica gli spazi lasciati vuoti prima o poi vengono sempre occupati, e quasi mai da chi vorremmo noi.
Fonte
06/07/2016
Loi Travail, il governo francese impone di nuovo l’articolo 49.3
I sindacati – in particolare Cgt, FO e Sud – e le organizzazioni studentesche sono impegnate oggi nella dodicesima giornata di contestazioni in Francia contro la Loi Travail, la controriforma del lavoro che ha scatenato una reazione popolare senza precedenti nel paese governato dai socialisti.
Oggi la mobilitazione andrà avanti proprio mentre il testo legislativo torna all’esame dell’Assemblea nazionale. Non godendo di una maggioranza nella ‘camera bassa’ del Parlamento, visto che alcune decine di deputati socialisti sono indisponibili a votare un testo che precarizza e flessibilizza il mercato del lavoro, rende i licenziamenti più facili e meno onerosi per le aziende e concede priorità ai contratti aziendali rispetto a quelli di categoria, il governo Valls ha già annunciato di aver deciso di ricorrere per la seconda volta in poche settimane all’odioso articolo 49.3 della Costituzione, ovvero alla scorciatoia normativa che permette all’esecutivo di far adottare un testo senza il voto dei deputati.
Il primo ministro socialista Manuel Valls ha fatto trapelare stamattina la decisione tramite il suo entourage: “Non c’è ragione di perdere altro tempo” ha detto il capo del governo di Parigi. Che poi ha aggiunto, rivolgendosi al Parlamento: “Questo Paese è troppo abituato alla disoccupazione di massa”, lo facciamo “nell’interesse generale” del popolo francese, non per intransigenza”. All’annuncio di Valls i deputati delle opposizioni hanno reagito abbandonando l’aula parlamentare.
Se nessuna mozione di censura sarà depositata entro le prossime 24 ore, il progetto di legge, nonostante quattro mesi di manifestazioni e scioperi, sarà adottato dall’Assemblea Nazionale in seconda lettura. Poi però dovrà comunque tornare al Senato e infine alla Camera bassa a fine luglio per l’approvazione definitiva e la tramutazione in legge.
I deputati dell’opposizione di destra hanno annunciato che non presenteranno nessuna mozione come invece era avvenuto a maggio contro il primo ricorso all’articolo 49.3. L’iniziativa però, stando ad alcune indiscrezioni diffuse dalla stampa, potrebbe essere presa addirittura dai deputati socialisti dissidenti. Il leader dei socialisti “frondisti”, Christian Paul, ha avvertito che Valls rischia di allontanare ulteriormente gli elettori di sinistra dal PS a neanche un anno dalle elezioni legislative e presidenziali del 2017. “È triste, il compromesso sarebbe stato possibile”, ha dichiarato Laurent Baumel, un altro dei deputati socialisti dissidenti, che ha tacciato Valls di intransigenza.
Questo, mentre i sindacati che contestano il progetto di legge El Khomri, dal nome della giovane ministra del Lavoro che l’ha presentato, stanno manifestando a Parigi ed in numerose altre regioni del paese. Nella capitale francese, nel solito percorso da Place d’Italie verso la Bastiglia, hanno sfilato circa 45 mila lavoratori (una settimana fa erano stati 55 mila) mentre altre manifestazioni si stanno tenendo a Rennes, Tolosa, Grenoble, Marsiglia e Bordeaux.
Fonte
Oggi la mobilitazione andrà avanti proprio mentre il testo legislativo torna all’esame dell’Assemblea nazionale. Non godendo di una maggioranza nella ‘camera bassa’ del Parlamento, visto che alcune decine di deputati socialisti sono indisponibili a votare un testo che precarizza e flessibilizza il mercato del lavoro, rende i licenziamenti più facili e meno onerosi per le aziende e concede priorità ai contratti aziendali rispetto a quelli di categoria, il governo Valls ha già annunciato di aver deciso di ricorrere per la seconda volta in poche settimane all’odioso articolo 49.3 della Costituzione, ovvero alla scorciatoia normativa che permette all’esecutivo di far adottare un testo senza il voto dei deputati.
Il primo ministro socialista Manuel Valls ha fatto trapelare stamattina la decisione tramite il suo entourage: “Non c’è ragione di perdere altro tempo” ha detto il capo del governo di Parigi. Che poi ha aggiunto, rivolgendosi al Parlamento: “Questo Paese è troppo abituato alla disoccupazione di massa”, lo facciamo “nell’interesse generale” del popolo francese, non per intransigenza”. All’annuncio di Valls i deputati delle opposizioni hanno reagito abbandonando l’aula parlamentare.
Se nessuna mozione di censura sarà depositata entro le prossime 24 ore, il progetto di legge, nonostante quattro mesi di manifestazioni e scioperi, sarà adottato dall’Assemblea Nazionale in seconda lettura. Poi però dovrà comunque tornare al Senato e infine alla Camera bassa a fine luglio per l’approvazione definitiva e la tramutazione in legge.
I deputati dell’opposizione di destra hanno annunciato che non presenteranno nessuna mozione come invece era avvenuto a maggio contro il primo ricorso all’articolo 49.3. L’iniziativa però, stando ad alcune indiscrezioni diffuse dalla stampa, potrebbe essere presa addirittura dai deputati socialisti dissidenti. Il leader dei socialisti “frondisti”, Christian Paul, ha avvertito che Valls rischia di allontanare ulteriormente gli elettori di sinistra dal PS a neanche un anno dalle elezioni legislative e presidenziali del 2017. “È triste, il compromesso sarebbe stato possibile”, ha dichiarato Laurent Baumel, un altro dei deputati socialisti dissidenti, che ha tacciato Valls di intransigenza.
Questo, mentre i sindacati che contestano il progetto di legge El Khomri, dal nome della giovane ministra del Lavoro che l’ha presentato, stanno manifestando a Parigi ed in numerose altre regioni del paese. Nella capitale francese, nel solito percorso da Place d’Italie verso la Bastiglia, hanno sfilato circa 45 mila lavoratori (una settimana fa erano stati 55 mila) mentre altre manifestazioni si stanno tenendo a Rennes, Tolosa, Grenoble, Marsiglia e Bordeaux.
Fonte
28/06/2016
Un vertice per le banche? Europeisti, votate Fitch…
Dopo i tanti pianti a reti e giornali unificati sui giovani Erasmus, si sarebbe potuto credere che i tre grandi, si fa per dire, d’Europa nel loro vertice dopo la Brexit discutessero innanzitutto di istruzione. Immaginate un piano straordinario di borse di studio per permettere di andare a studiare nei paesi ricchi del continente anche ai giovani poveri di Grecia e di tutti i paesi devastati dalle politiche di austerità. Immaginatevi un grande investimento europeo sulle scuole pubbliche di periferia. E visto che siamo in vena di utopie, immaginiamo che al vertice UE si fosse discusso di come recuperare consenso tra gli operai e nei quartieri distrutti dalle delocalizzazioni, con una terapia d’urto europea per la creazione di posti di lavoro. E poi immaginiamo il varo di un programma vero di accoglienza dei migranti, condivisa in base alla ricchezza dei diversi stati. E poi sostegno continentale alla sanità e alla previdenza pubbliche e lotta comune alla corruzione e alla evasione fiscale.
Immaginiamo un vertice europeo che avesse affrontato questi temi e avesse detto ai britannici: peccato che ve ne siate andati, ora dimostreremo che abbiamo capito la lezione e faremo della Unione Europea il luogo ove si combattono le ingiustizie e le sofferenze dilagate nel continente. Di fronte ad una risposta di questo tipo anche noi feroci avversari della patria europea avremmo avuto qualche tormento, emesso qualche sospiro.
Ma Renzi, Merkel, Hollande e compagnia, e Draghi con loro, di una sola cosa si sono preoccupati, di una sola cosa hanno discusso: delle banche. Ancora una volta hanno mostrato che l’Unione Europea vede i popoli solo come risparmiatori da spennare e lavoratori da licenziare e che anziché il voto dei cittadini, per UE e i suoi governi conta solo quello di Fitch.
Consiglio agli europeisti istruiti un referendum per scegliere quale sia la migliore tra le agenzie di rating. Meglio Fitch che ha svalutato la Gran Bretagna o Moody’s e Standard & Poor che hanno imperversato su Grecia e Italia? Questa è la vera alternanza di governo nella UE della Troika , su questo si dovrebbero pronunciare le persone colte che sanno su cosa votare.
Fonte
Immaginiamo un vertice europeo che avesse affrontato questi temi e avesse detto ai britannici: peccato che ve ne siate andati, ora dimostreremo che abbiamo capito la lezione e faremo della Unione Europea il luogo ove si combattono le ingiustizie e le sofferenze dilagate nel continente. Di fronte ad una risposta di questo tipo anche noi feroci avversari della patria europea avremmo avuto qualche tormento, emesso qualche sospiro.
Ma Renzi, Merkel, Hollande e compagnia, e Draghi con loro, di una sola cosa si sono preoccupati, di una sola cosa hanno discusso: delle banche. Ancora una volta hanno mostrato che l’Unione Europea vede i popoli solo come risparmiatori da spennare e lavoratori da licenziare e che anziché il voto dei cittadini, per UE e i suoi governi conta solo quello di Fitch.
Consiglio agli europeisti istruiti un referendum per scegliere quale sia la migliore tra le agenzie di rating. Meglio Fitch che ha svalutato la Gran Bretagna o Moody’s e Standard & Poor che hanno imperversato su Grecia e Italia? Questa è la vera alternanza di governo nella UE della Troika , su questo si dovrebbero pronunciare le persone colte che sanno su cosa votare.
Fonte
23/06/2016
Parigi. Vietato il corteo contro la Loi Travail, dietrofront dopo le proteste
Questa mattina, dopo un lungo tira e molla con i sindacati promotori della protesta contro la Loi Travail, il prefetto della capitale francese aveva dichiarato lo stop della trattativa e imposto la proibizione della manifestazione convocata domani a Parigi prima di un’altra protesta già organizzata per il prossimo 28 giugno.
La giustificazione: dopo le violenze avvenute durante il grande corteo del 14 giugno scorso, quando solo nella capitale erano scese in piazza un milione di persone, è evidente che i sindacati non sono in grado di garantire l’ordine.
All’inizio le autorità avevano proibito il corteo autorizzando solo una ‘manifestazione statica’, una eventualità che però i sindacati dei lavoratori e degli studenti hanno subito respinto. Per giorni Cgt, Force Ouvriere e altre sigle hanno proposto vari percorsi più brevi e più ‘gestibili’ rispetto a quello originariamente chiesto, ma la prefettura è stata irremovibile fino a dettare stamattina una proibizione senza precedenti negli ultimi decenni. Una scelta sostenuta dall’esecutivo socialista, il cui portavoce aveva replicato quanto affermato dal presidente Hollande al termine del Consiglio dei Ministri: “La libertà di scioperare e manifestare sono due diritti fondamentali, ma non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza”.
Ma appena i media e le direzioni sindacali hanno diffuso la notizia del divieto il governo e le autorità di pubblica sicurezza sono state letteralmente sommerse di proteste, ed in pochissime ore una petizione lanciata ieri su Change.org a favore della libertà di espressione e manifestazione, intitolata “Io non rispetterò il divieto di manifestare”, ha superato le 140 mila firme. Contro il governo e a favore della possibilità per i sindacati e le organizzazioni sociali di poter sfilare domani non si sono schierati solo il Front de Gauche e il Partito Comunista, ma anche il settore del Partito Socialista Francese (che può contare su una nutrita pattuglia parlamentare) che si è dichiarato indisponibile a votare a favore di una Loi El Khomri che rende i licenziamenti più facili, precarizza e flessibilizza ulteriormente i contratti di lavoro e concede la priorità ai contratti aziendali rispetto a quelli nazionali di categoria.
Addirittura la leader della destra populista, Marine Le Pen, ha parlato di “grave attentato alla democrazia” cogliendo l’occasione per attaccare un esecutivo al minimo storico di popolarità mentre i sondaggi continuano a confermare che tra i due terzi e i tre quarti dei francesi sono contrari all’approvazione della Loi Travail.
All’annuncio della proibizione del prefetto, i leader sindacali di FO e CGT, Jean-Claude Mailly e Philippe Martinez, hanno chiesto ed ottenuto di essere “ricevuti rapidamente” dal ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve. Poi, dopo pranzo, è arrivato l’imbarazzante dietrofront delle autorità. Dopo l’incontro il segretario della Cgt Martinez ha convocato una conferenza stampa facendo sapere che il corteo è stato autorizzato in un percorso di un chilometro e mezzo nei dintorni di Place de la Bastille, nella stessa zona scelta inizialmente dalle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti. Un minicorteo (il cui percorso non è privo di probabili trappole) ma comunque un passo indietro e un passo falso dell’esecutivo che la dice lunga sulla debolezza dei socialisti al potere stretti tra le proteste popolari e le pressioni, di natura opposta, da parte delle destre (che però oggi hanno criticato la proibizione) e degli ambienti padronali.
Valls ha tentato di elevare il livello dello scontro ma non è stato in grado di sostenere la reazione provocata da una decisione che ha scatenato un putiferio.
Era stato il leader della fronda socialista contro la Loi El Khomri, Christian Paul, ad affermare stamattina: “Ritengo, pesando attentamente le mie parole, che sia un evento storico. Era dal 1958 che un governo, un primo ministro, non vietavano una manifestazione organizzata dalle grandi organizzazioni sindacali”. In realtà la più recente proibizione di una manifestazione convocata da grandi partiti o sindacati risale al 1962, quando un corteo convocato dal Partito comunista e dalla CGT contro la repressione del movimento di liberazione algerino fu vietato e, quando gli organizzatori scesero comunque in piazza, fu attaccato dalla polizia che provocò ben nove morti.
Già venerdì scorso il prefetto di Tolosa aveva annunciato di “non essere in grado” di assicurare la sicurezza del presidio convocato dalla Cgt per lunedì 20 giugno, vista la presenza in città di bande di hooligans russi. Una mossa che ha convinto il sindacato a disdire la manifestazione.
Come detto, erano stati soprattutto gli scontri avvenuti in piazza a Parigi il 14 giugno, e saldatisi con centinaia di feriti e contusi e molte decine di fermati e arrestati, a fornire al governo gli argomenti per chiedere prima ai sindacati di evitare nuove manifestazioni, e poi per minacciare un divieto che tra ieri e oggi la Prefettura della capitale ha provato, per ora senza successo, ad applicare.
Uno degli episodi che aveva destato maggiore scalpore e indignazione – opportunamente pompate da parte dei media filogovernativi – era stata la rottura di alcune vetrine del piano terra dell’ospedale pediatrico Necker da parte di alcuni incappucciati.
Ma nei giorni scorsi, un lettore di Lundi Matin che si firma “il padre di un bambino molto malato dell’ospedale Necker” ha indirizzato al giornale una assai lucida testimonianza che smonta pezzo per pezzo la propaganda filogovernativa. Qui di seguito alcuni dei passaggi più rilevanti della lettera:
La giustificazione: dopo le violenze avvenute durante il grande corteo del 14 giugno scorso, quando solo nella capitale erano scese in piazza un milione di persone, è evidente che i sindacati non sono in grado di garantire l’ordine.
All’inizio le autorità avevano proibito il corteo autorizzando solo una ‘manifestazione statica’, una eventualità che però i sindacati dei lavoratori e degli studenti hanno subito respinto. Per giorni Cgt, Force Ouvriere e altre sigle hanno proposto vari percorsi più brevi e più ‘gestibili’ rispetto a quello originariamente chiesto, ma la prefettura è stata irremovibile fino a dettare stamattina una proibizione senza precedenti negli ultimi decenni. Una scelta sostenuta dall’esecutivo socialista, il cui portavoce aveva replicato quanto affermato dal presidente Hollande al termine del Consiglio dei Ministri: “La libertà di scioperare e manifestare sono due diritti fondamentali, ma non ci sono le condizioni per garantire la sicurezza”.
Ma appena i media e le direzioni sindacali hanno diffuso la notizia del divieto il governo e le autorità di pubblica sicurezza sono state letteralmente sommerse di proteste, ed in pochissime ore una petizione lanciata ieri su Change.org a favore della libertà di espressione e manifestazione, intitolata “Io non rispetterò il divieto di manifestare”, ha superato le 140 mila firme. Contro il governo e a favore della possibilità per i sindacati e le organizzazioni sociali di poter sfilare domani non si sono schierati solo il Front de Gauche e il Partito Comunista, ma anche il settore del Partito Socialista Francese (che può contare su una nutrita pattuglia parlamentare) che si è dichiarato indisponibile a votare a favore di una Loi El Khomri che rende i licenziamenti più facili, precarizza e flessibilizza ulteriormente i contratti di lavoro e concede la priorità ai contratti aziendali rispetto a quelli nazionali di categoria.
Addirittura la leader della destra populista, Marine Le Pen, ha parlato di “grave attentato alla democrazia” cogliendo l’occasione per attaccare un esecutivo al minimo storico di popolarità mentre i sondaggi continuano a confermare che tra i due terzi e i tre quarti dei francesi sono contrari all’approvazione della Loi Travail.
All’annuncio della proibizione del prefetto, i leader sindacali di FO e CGT, Jean-Claude Mailly e Philippe Martinez, hanno chiesto ed ottenuto di essere “ricevuti rapidamente” dal ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve. Poi, dopo pranzo, è arrivato l’imbarazzante dietrofront delle autorità. Dopo l’incontro il segretario della Cgt Martinez ha convocato una conferenza stampa facendo sapere che il corteo è stato autorizzato in un percorso di un chilometro e mezzo nei dintorni di Place de la Bastille, nella stessa zona scelta inizialmente dalle organizzazioni dei lavoratori e degli studenti. Un minicorteo (il cui percorso non è privo di probabili trappole) ma comunque un passo indietro e un passo falso dell’esecutivo che la dice lunga sulla debolezza dei socialisti al potere stretti tra le proteste popolari e le pressioni, di natura opposta, da parte delle destre (che però oggi hanno criticato la proibizione) e degli ambienti padronali.
Valls ha tentato di elevare il livello dello scontro ma non è stato in grado di sostenere la reazione provocata da una decisione che ha scatenato un putiferio.
Era stato il leader della fronda socialista contro la Loi El Khomri, Christian Paul, ad affermare stamattina: “Ritengo, pesando attentamente le mie parole, che sia un evento storico. Era dal 1958 che un governo, un primo ministro, non vietavano una manifestazione organizzata dalle grandi organizzazioni sindacali”. In realtà la più recente proibizione di una manifestazione convocata da grandi partiti o sindacati risale al 1962, quando un corteo convocato dal Partito comunista e dalla CGT contro la repressione del movimento di liberazione algerino fu vietato e, quando gli organizzatori scesero comunque in piazza, fu attaccato dalla polizia che provocò ben nove morti.
Già venerdì scorso il prefetto di Tolosa aveva annunciato di “non essere in grado” di assicurare la sicurezza del presidio convocato dalla Cgt per lunedì 20 giugno, vista la presenza in città di bande di hooligans russi. Una mossa che ha convinto il sindacato a disdire la manifestazione.
Come detto, erano stati soprattutto gli scontri avvenuti in piazza a Parigi il 14 giugno, e saldatisi con centinaia di feriti e contusi e molte decine di fermati e arrestati, a fornire al governo gli argomenti per chiedere prima ai sindacati di evitare nuove manifestazioni, e poi per minacciare un divieto che tra ieri e oggi la Prefettura della capitale ha provato, per ora senza successo, ad applicare.
Uno degli episodi che aveva destato maggiore scalpore e indignazione – opportunamente pompate da parte dei media filogovernativi – era stata la rottura di alcune vetrine del piano terra dell’ospedale pediatrico Necker da parte di alcuni incappucciati.
Ma nei giorni scorsi, un lettore di Lundi Matin che si firma “il padre di un bambino molto malato dell’ospedale Necker” ha indirizzato al giornale una assai lucida testimonianza che smonta pezzo per pezzo la propaganda filogovernativa. Qui di seguito alcuni dei passaggi più rilevanti della lettera:
“(...) I manifestanti hanno compiuto diverse distruzioni. Per quello che ho potuto costatare, si trattava di azioni mirate: banche, assicurazioni e pubblicità. Non credo che queste iniziative abbiano bisogno di un dibattito. Il mondo della finanza non trema di certo ogniqualvolta un bancomat viene colpito; che invece i giovani lo vedano come un simbolo lo posso invece capire. (…) Anche se i vetri in questione non servivano altro che a isolare termicamente sono d’accordo che non è stata un’azione intelligente.Fonte
Certo rompere i vetri di un ospedale anche se per errore, è idiota: ma approfittare di questo fatto per strumentalizzare la sofferenza dei bambini malati e dei loro genitori per screditare un movimento sociale è indecente e inaccettabile. Eppure questa è la strategia di comunicazione messa subito in atto dai signori Cazeneuve e Valls.
Lo dico tanto più volentieri visto che all’ospedale Necker ci passo molto del mio tempo e so di cosa si parla quando ci sono di mezzo l’angoscia e la disperazione dei genitori dei bambini gravemente malati. Strumentalizzare questa sofferenza per fini così meschinamente politici è abietto.
Tale comportamento indecente è tanto più scioccante se si conosce l'attuale situazione dell’ospedale pubblico. Valls e Cazeneuve, “indignati” nel più profondo del cuore per cinque vetri rotti, lo sono altrettanto per le condizioni di lavoro sconcertanti del personale ospedaliero? Quando un genetista deve lavorare settanta ore a settimana perché la direzione non ha i mezzi per assumere un nuovo medico, e nemmeno una segretaria, quali sono le conseguenze su questi cari bambini malati al cui capezzale accorrono da ieri i nostri ministri? Quando le inservienti e le infermiere sono esaurite, la schiena spezzata dalla fatica e pagate al minimo sindacale, che ne è della qualità delle cure e dell’attenzione necessaria per chi passa mesi, a volte anni, nei corridoi degli ospedali?
Quando mettono sullo stesso piano “emotivo” dei pannelli di vetro rotti e la sofferenza di centinaia di migliaia di famiglie, Valls e Cazeneuve non si vergognano? E tutti quei giornalisti che hanno titolato su questo orribile assalto contro l’ospedale dei “bambini malati”, misurano il senso delle loro parole? (...) Invece di passare da un set televisivo all’altro per dire simili stupidaggini, ritirate la Loi Travail, finanziate come si deve gli ospedali e risparmiate ai bambini e ai loro genitori le vostre ignobili strumentalizzazioni”.
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