Se non fosse una situazione a suo modo drammatica, potremmo dire che in Francia siamo alle comiche finali.
Non pago di aver fatto battere al diletto Sebastien Lecornu il record negativo di durata per un primo ministro – 14 ore; lista dei ministri presentata di sera e dimissioni la mattina dopo – Emmanuel Macron ha tirato fuori dal cilindro la penultima mossa possibile: nominare il quarto kamikaze in un anno disposto a fingere di cercare una maggioranza in Parlamento per far approvare un piano di tagli e nuove tasse di cui nessuno è disposto ad assumersi la paternità.
Per di più, ha di fatto obbligato il povero (di spirito) Lecornu a dare lui stesso il surreale annuncio in un’intervista in prima serata su France 2. Con un discorso pasticciato e pieno di silenzi l’ancora ministro della difesa – incaricato dal predecessore Bayrou, dimissionario un mese fa – ha dovuto spiegare che ritiene la sua “missione compiuta”, anche se non è riuscito a formare una maggioranza parlamentare.
Per spiegare il paradosso, però, ha dovuto svelare qualche problemino che adesso sta sul tavolo di Macron e quindi su quello del prossimo kamikaze. In pratica ogni capo di partito disposto a far parte della maggioranza ha una sua diversa soluzione per il debito pubblico fuori controllo. Non solo. Ognuno nutre anche la segreta speranza di essere il candidato “centrista” alle prossime presidenziali, se o quando Macron sarà costretto a gettare la spugna.
Il che costringe ora l’inquilino dell’Eliseo a cercare un nome che non abbia questa pretesa sul futuro, e che quindi non sfrutti l’incarico da primo ministro per costruirsi una credibilità che metta in ombra lo stesso Macron.
Preoccupazione eccessiva, potremmo dire, perché appare semplicemente impossibile che il banchiere prestato alla politica – lavorava ai vertici di Rotschild, non una banca qualsiasi – possa restare in gioco per qualsiasi incarico pubblico. Ma anche l’eventuale kamikaze si coprirà in poche settimane di dileggio e odio popolare.
Il lavoro svolto da Lecornu è diventato un po’ più chiaro quando ha spiegato di aver negoziato con “partiti politici che sono sostanzialmente pronti a concordare un bilancio comune e partiti di opposizione che vogliono anch’essi questa stabilità ma stanno ponendo delle condizioni. Credo che una strada sia possibile”.
Il che ha fatto pensare a tutti che i socialisti – già distrutti una volta dal duo Hollande-Macron (allora in veste di ministro delle finanze) – siano pronti a sacrificarsi definitivamente sull’altare dell’austerità e della distruzione dello stato sociale, a partire soprattutto dal sistema pensionistico, che i loro predecessori (tra cui Mitterand) avevano costruito.
Del resto, il livello di commistione quasi incestuosa tra classe politica e sistema mediatico in Francia è comprovato dal fatto che per fare questo “grande annuncio” Lecornu si è fatto intervistare da Léa Salamé, notissima giornalista – certo – ma anche altrettanto nota come compagna di Raphael Glucksmann, il “post-socialista” che da anni si candida a “ricostruire la sinistra” sulle orme di... Tony Blair. E che potrebbe dar via libera a un “governicchio di salvezza nazionale” per approvare almeno la legge di bilancio e i tagli sociali conseguenti.
Il collante che tiene appiccicata la pattuglia parlamentare “socialista” a gollisti e macroniani sarebbe, secondo Lecornu, banalissimo: la “maggioranza assoluta dell’Assemblea Nazionale” è contraria al suo scioglimento. Anche perché molti centristi difficilmente possono sperare in una rielezione.
Così dovremo attendere fino a domani sera per conoscere il nome del pallido incaricato al ruolo di bersaglio delle mozioni di censura parlamentari (ricordiamo che non dovrà avere ambizioni presidenziali, né essere stato troppo esposto finora).
Ma intanto crescono i timori “europei” per una crisi del secondo “motore” della UE che non sembra conoscere fine. È chiaro a tutti, infatti, che qualsiasi sia la prossima tornata elettorale – parlamentare o presidenziale – il pallino finirà in mano ai fascisti di Marine Le Pen e del giovane Bardella. Con l’opposizione affidata soprattutto a La France Insoumise di Jean-Luc Mélénchon, mentre “il centro” sarà un frullato di frazioni assai poco consistente (oltretutto il sistema elettorale maggioritario taglia programmaticamente via le forze minoritarie).
A quel punto si avrebbe la situazione più temuta a Bruxelles, che vede ormai aumentare a dismisura il numero di paesi governati da forze “europeisticamente inaffidabili” – oltre a Ungheria, Slovacchia e probabilmente anche la Repubblica Ceca, se Babis riuscirà a formare un governo, con la Meloni sempre sotto osservazione speciale – proprio mentre la folle von der Leyen spinge per far diventare la guerra da “rischio” a “realtà”.
E questo senza dimenticare che anche la Spagna ha problemi simili (Sanchez resta in sella, ma indebolito dalle accuse di corruzione alla moglie) e soprattutto la Germania vede i nazisti ormai al 30% nei sondaggi, con la quasi certezza che arriveranno al potere quando l’altro super-demente – il cancelliere Merz – avrà ormai fatto partire il programma di riarmo per fare dell’esercito tedesco di nuovo “il più potente d’Europa”.
Allacciate le cinture...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/10/2025
15/06/2024
Francia - Poche luci e molte ombre nel programma del Nuovo Fronte Popolare
Nel giro di quattro giorni, Partito Socialista, La France Insoumise, Verdi e Partito Comunista Francese hanno concordato un programma e una ripartizione dei collegi elettorali, lasciandosi alle spalle la campagna “fratricida” delle elezioni europee e rimandando, per ora, la scelta del leader.
I negoziati si sono svolti a ritmo serrato, condizionati dalla scadenza del termine per la presentazione delle liste, domenica 16 giugno, e dalla gravità delle circostanze di fronte al trionfo dell’estrema destra alle elezioni europee.
“Ci siamo riusciti. È stata scritta una pagina di storia francese”, ha esultato giovedì il primo segretario del Partito socialista (PS), Olivier Faure, mentre, Jean-Luc Mélenchon, ha salutato sul suo blog “un grande evento politico in Francia”.
I partiti di sinistra (PS, LFI, EELV, PCF) hanno annunciato nella serata di giovedì 13 giugno di aver formalizzato la creazione di un “Nuovo Fronte Popolare”, che prevede un “programma di rottura con le politiche di Emmanuel Macron”.
Il programma, frutto di un compromesso tra le varie anime politiche che compongono il Fronte, stabilisce una rottura complessiva con la politica economica di Macron e con la torsione autoritaria in atto nel paese, accogliendo alcune istanze emerse dai variegati movimenti politici, sindacali e sociali in Francia.
Rivede l’impostazione fin qui data rispetto ai Territori di Oltremare ed in particolare nei confronti della Nuova Caledonia.
Allo stesso tempo non si può assolutamente parlare di rottura rispetto alla politica estera francese, se non – parzialmente – in confronto alla questione palestinese, ma di assoluta continuità invece rispetto all’aggressione NATO alla Federazione Russa.
E le proposte di modifica rispetto alle politiche imposte dall’Unione Europea sono ben poca cosa.
In sintesi, potremmo dire che il programma del Nuovo Fronte Popolare affronta la natura neo-liberista della presidenza Macron, ma non il suo profilo guerrafondaio, dunque non mettendolo in difficoltà su questo terreno qualora ci fosse una coabitazione.
In questo contesto, il numero inferiore di circoscrizioni in cui la La Frances Insoumise potrà presentare propri candidati appoggiati dal NFP in confronto a quelle presentate con la NUPES, penalizzerà la composizione di coloro che possono portare istanze più avanzate nella futura Assemblea Nazionale.
Senza una effettiva costante pressione popolare su alcuni temi, è chiaro che dal punto di vista politico, il NFP risulta debole in alcune questioni strategiche sul piano delle compatibilità con le politiche del polo imperialista europeo e dell’Alleanza Atlantica.
Di seguito una sintesi del programma che si è dato il Nuovo Fronte Popolare
Politica Estera
Ucraina. Il programma prevede la necessità di “difendere l’Ucraina e la pace nel continente europeo”. Si legge: “Difenderemo incrollabilmente la sovranità e la libertà del popolo ucraino e l’integrità dei suoi confini”, anche “fornendo le armi necessarie”.
Israele-Palestina. I partiti di sinistra hanno concordato di “agire per il rilascio degli ostaggi detenuti dopo i massacri terroristici da parte di Hamas, di cui rifiutano il progetto teocratico”. Chiedono inoltre “il rilascio dei prigionieri politici palestinesi”.
L’alleanza di sinistra chiede anche “l’immediato riconoscimento dello Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele” e “la rottura con il colpevole sostegno del governo francese al governo suprematista di estrema destra di Netanyahu per imporre un immediato cessate il fuoco a Gaza e garantire il rispetto dell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia, che fa riferimento inequivocabilmente al rischio di genocidio”.
Unione Europea. Il Nuovo Fronte Popolare chiede la “fine dei trattati di libero scambio” e una “riforma della PAC”. Propone inoltre di “tassare i più ricchi a livello europeo per aumentare le risorse proprie del bilancio” dell’UE e di generalizzare “la tassazione dei superprofitti a livello europeo”.
Economia e affari sociali
Pensioni. I partiti di sinistra propongono “di abrogare immediatamente i decreti di attuazione della riforma di Emmanuel Macron che innalza l’età pensionabile a 64 anni”. A lungo termine, vogliono “riaffermare l’obiettivo comune del diritto di andare in pensione a 60 anni”, “ripristinare i fattori di lavoro gravoso aboliti da Emmanuel Macron” e “tenere conto dell’RSA per convalidare i trimestri verso la pensione”.
Assicurazione contro la disoccupazione. Il Nuovo Fronte Popolare intende ribaltare le riforme approvate sotto la presidenza di Emmanuel Macron.
Potere d’acquisto. Il Nuovo Fronte Popolare propone un “congelamento dei prezzi dei beni di prima necessità come cibo, energia e carburante”. Intende inoltre “annullare l’aumento del prezzo del gas previsto per il 1° luglio”. Infine, chiede di “abolire i tagli all’elettricità, al calore e al gas” al di fuori delle tregue invernali, nonché di “rendere gratuito il primo chilowattora”.
Il programma prevede anche una misura per “limitare le spese bancarie”.
Lavoro. Il Nuovo Fronte Popolare vuole “una garanzia di autonomia per integrare il reddito delle famiglie sotto la soglia di povertà“.
Il programma dell’Alleanza di Sinistra prevede “l’aumento dei salari attraverso l’innalzamento del salario minimo a 1.600 euro netti, l’indicizzazione dei salari all’inflazione e l’aumento del 10% del punto di indicizzazione per i dipendenti pubblici”.
Propone inoltre la creazione di un congedo mestruale in tutte le aziende e amministrazioni.
Infine, i partiti di sinistra auspicano l’organizzazione di una “conferenza nazionale sul lavoro e sulle condizioni di lavoro gravose”, con l’obiettivo di passare a una settimana lavorativa di 32 ore nei “lavori gravosi o notturni”.
Cambiamento climatico e ambiente
Il Nouveau Front Populaire vuole una moratoria sui grandi progetti di infrastrutture autostradali e sui megabacini e chiede “regole precise per la condivisione dell’acqua tra tutte le attività”.
Propone inoltre l’introduzione di un piano climatico volto a raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050.
I partiti di sinistra vogliono garantire “il completo efficientamento energetico delle abitazioni, aumentando il sostegno a tutte le famiglie e garantendo la copertura totale delle famiglie a basso reddito”. Vogliono accelerare la ristrutturazione degli edifici pubblici.
Vogliono fare della Francia “il leader europeo delle energie marine con l’eolico offshore e lo sviluppo dell’energia mareomotrice”.
Il Nuovo Fronte Popolare vuole annullare la fusione tra l’Agenzia per la sicurezza nucleare (ASN) e l’Istituto di ricerca sulla sicurezza nucleare (IRSN) e rifiuta la privatizzazione delle centrali idroelettriche. Intende inoltre “ripristinare le migliaia di posti di lavoro tagliati nel servizio pubblico di monitoraggio e protezione della natura: presso l’Office national des forêts, l’Office français de la biodiversité, Météo France e Cerema”.
L’alleanza dei partiti di sinistra propone di “passare a una gestione pubblica al 100% dell’acqua attraverso le autorità locali”, di “raggiungere, durante il mandato, un ottimo stato ecologico e chimico per tutti i corsi d’acqua (fiumi, torrenti) e le riserve sotterranee, e di far sì che l’industria contribuisca alla decontaminazione delle acque sotterranee e del suolo”, e di “coprire l’intero Paese con fontane, docce e bagni pubblici gratuiti”.
Servizi pubblici
Occupazione. Il Nuovo Fronte Popolare vuole “compensare la carenza di dipendenti pubblici negli ospedali pubblici, nei servizi di assistenza e medico-sociali, nelle scuole pubbliche, nel sistema giudiziario, nei dipartimenti e nelle agenzie governative, migliorando i posti di lavoro e gli stipendi”.
Territori. Vuole anche “garantire a tutti l’accesso ai servizi pubblici in tutto il Paese attraverso un piano di investimenti”, in modo che “nessuno (possa) vivere a meno di trenta minuti da un servizio pubblico”.
Prima infanzia. I partiti di sinistra intendono “garantire a ogni famiglia l’accesso a un’assistenza all’infanzia pubblica, che offra 500.000 posti in asili nido o altre soluzioni”.
Istruzione
Scuole. I partiti di sinistra vogliono “abolire” lo “scontro sui saperi” promosso da Gabriel Attal, preservare la libertà di insegnamento dei docenti e ridurre le dimensioni delle classi “per fare meglio della media europea di 19 alunni”. Intendono fare i “primi passi per rendere la scuola completamente gratuita: mensa, forniture, trasporti, attività extrascolastiche”.
Propongono “un servizio pubblico a sostegno degli alunni con disabilità”, oltre ad “aumentare le tabelle salariali” e rafforzare i servizi medici scolastici.
Istruzione secondaria. L’Alleanza di sinistra propone di “modulare il finanziamento delle scuole – comprese quelle private – in base alla loro conformità agli obiettivi di diversità sociale”.
Istruzione superiore. Il Nuovo Fronte Popolare vuole porre fine al Parcoursup e alla “selezione nelle università pubbliche”. Intende “introdurre i pasti a un euro a Crous”.
Sanità
Ospedali. I partiti di sinistra vogliono organizzare rapidamente una “conferenza per salvare la sanità pubblica” e “proporre il potenziamento del lavoro notturno e nei fine settimana per il personale”. Vogliono che l’apertura di cliniche private sia subordinata alla “partecipazione alla continuità delle cure e alla garanzia di zero spese vive”.
Sanità privata. Sono favorevoli a “regolamentare l’insediamento dei medici privati” e a ripristinare l’assistenza su chiamata da parte di medici indipendenti nei centri sanitari.
Farmaci. Sono favorevoli a un “centro pubblico per i farmaci con requisiti più severi per le scorte”.
Inquinanti. Auspicano il divieto di “tutti i PFAS per tutti gli usi, in particolare per gli utensili da cucina”.
Lotta al razzismo, all’antisemitismo e all’islamofobia
Il Nouveau Front Populaire afferma che “non c’è spazio per la tolleranza” in un momento in cui “i discorsi e gli atti razzisti, antisemiti e islamofobici si stanno diffondendo in tutta la società e stanno vivendo un’esplosione preoccupante”.
“L’antisemitismo ha una storia tragica nel nostro Paese che non deve ripetersi. Tutti coloro che propagano l’odio verso gli ebrei devono essere combattuti”, si legge nel programma. I partiti di sinistra propongono un piano interministeriale per analizzare, prevenire e combattere l’antisemitismo e un altro sul tema dell’islamofobia.
Fiscalità
Il Nouveau Front populaire spinge per “una legge finanziaria che rettifichi i provvedimenti del 4 agosto” per “adottare una politica fiscale equa”. Propone di “aumentare la progressività dell’imposta sul reddito a 14 scaglioni”, “rendere progressiva la CSG”, “ristabilire un’imposta patrimoniale più forte con una componente climatica”, “abolire la flat tax e ristabilire l’exit tax”, “abolire le scappatoie fiscali inefficienti, ingiuste e inquinanti”, “riformare l’imposta di successione per renderla più progressiva”, “introdurre una successione massima”. Ha inoltre suggerito di “introdurre una tassa chilometrica sui prodotti importati”.
Territori d'oltremare
Il Nuovo Fronte Popolare propone di “rafforzare rapidamente lo scudo qualità-prezzo”. Vuole inoltre “regolamentare le tariffe aeree” e introdurre un “contenuto massimo di zucchero negli alimenti trasformati”.
L’alleanza di sinistra vuole organizzare “la distribuzione di acqua in bottiglia e limitare il prezzo dell’acqua laddove il servizio di acqua potabile non funziona”.
Inoltre, chiede la creazione di un fondo di compensazione per la prevenzione dell’inquinamento per “risarcire e fornire assistenza medica alle vittime del clordecone e del sargassum” e per investire nella decontaminazione del suolo e delle acque.
Nuova Caledonia
Il Nouveau Front populaire (Nuovo Fronte Popolare) chiede di abbandonare il processo di riforma costituzionale volto a sbloccare immediatamente l’elettorato.
Economia francese
Industria. Il Nouveau Front populaire vuole “lanciare un piano di ricostruzione industriale per porre fine alla dipendenza della Francia e dell’Europa in settori strategici (semiconduttori, farmaci, tecnologie di punta, auto elettriche, pannelli solari, ecc.)
Il documento auspica una “diagnosi preventiva delle risorse naturali prima dell’insediamento dell’industria” e una “supervisione dei subappalti”. Propone inoltre l’introduzione di “quote di subappaltatori provenienti dal tessuto delle piccole e medie imprese e dell’artigianato locale”.
Imprese. L’Alleanza di sinistra intende “subordinare gli aiuti alle imprese al rispetto di criteri ambientali, sociali e antidiscriminatori all’interno dell’azienda” ed “esigere la restituzione degli aiuti in caso di mancato rispetto di tali condizioni”.
Infine, l’alleanza vuole “rendere i lavoratori veri protagonisti della vita economica, riservando loro almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione ed estendendo il loro diritto di intervento nell’azienda”.
Banche. Il Nouveau Front populaire auspica “una maggiore tassazione delle transazioni finanziarie” e “zero finanziamenti bancari per i combustibili fossili”.
Agricoltura
Fissazione dei prezzi. Il Nuovo Fronte Popolare vuole “garantire un prezzo minimo che paghi agli agricoltori un salario equo” e tassare i “superprofitti degli agroindustriali e dei supermercati”. Chiede la cancellazione del CETA e il divieto di “importare qualsiasi produzione agricola che non rispetti i nostri standard sociali e ambientali”.
Allevamento. L’alleanza dei partiti di sinistra vuole sbarazzarsi degli “allevamenti in fabbrica”, migliorare il benessere degli animali e “vietare l’allevamento in gabbia entro la fine del mandato”.
Pesticidi. I partiti di sinistra vogliono ripristinare il “piano Ecophyto, vietare il glifosato e i neonicotinoidi” e sostenere il settore biologico e l’agroecologia, in particolare per “garantire uno sbocco ai prodotti biologici nel settore della ristorazione”.
Alloggi
Il Nouveau Front populaire propone la costruzione di 200.000 alloggi pubblici all’anno per cinque anni. Auspica l’adozione di una legge per “garantire il diritto a un alloggio effettivo”, che preveda il controllo obbligatorio degli affitti nelle aree a rischio e una garanzia universale degli affitti. Le APL verrebbero aumentate del 10%.
I partiti di sinistra vogliono anche “rilanciare la costruzione di alloggi sociali, invertendo i tagli annuali di Macron di 1,4 miliardi di euro per le organizzazioni HLM”.
Media
Il Nuovo Fronte Popolare vuole “limitare rigorosamente la concentrazione dell’industria culturale e dei media nelle mani di pochi proprietari” ed “escludere dalle sovvenzioni pubbliche i media condannati per incitamento all’odio o offesa alla dignità delle persone”. Intende “garantire la continuità di un servizio pubblico di radiodiffusione stabilendo un finanziamento a lungo termine”.
Lo sport
Il Nuovo Fronte Popolare chiede quattro ore di educazione fisica “in tutta la scuola”. Vuole aumentare l’importo del Pass’sport a 150 euro ed estenderne l’uso allo sport scolastico. Intende sviluppare “centri sportivi-sanitari” e rimborsare il costo delle prescrizioni sportive.
I giovani
I partiti di sinistra vogliono “porre fine alla SNU e dare nuovo sostegno alle associazioni giovanili e di educazione popolare”.
Per quanto riguarda i trasporti, vorrebbero la creazione di un “sistema di biglietto unico” aperto ai giovani, che dia loro accesso a tutti i treni, i trasporti pubblici, le biciclette e le auto self-service della regione.
Immigrazione
Il Nouveau Front populaire intende abrogare le leggi sull’asilo e sull’immigrazione approvate sotto Emmanuel Macron, regolarizzare lo status di lavoratori, studenti e genitori di bambini in età scolare e introdurre un permesso di soggiorno decennale come documento di residenza standard. Il partito sostiene la creazione di uno “status di sfollato climatico”.
I partiti di sinistra vogliono creare un “canale di immigrazione legale e sicuro” e istituire “un’agenzia di salvataggio marittimo e terrestre”. Vogliono “garantire l’accesso all’assistenza medica statale”.
Polizia e giustizia
Il Nouveau Front Populaire vuole ripristinare la polizia locale, mantenere tutte le gendarmerie, invertire la riforma della polizia giudiziaria e aumentare il numero di poliziotti. Vuole vietare l’uso di LBD e granate mutilanti, smantellare il BRAV-M e introdurre un nuovo codice etico.
I partiti di sinistra propongono di abolire l’IGPN e l’IGGN e di sostituirli con un nuovo organismo indipendente collegato all’Ombudsman per i diritti umani. Auspicano l’introduzione di ricevute per i controlli d’identità.
Il programma chiede una revisione della dottrina sull’apertura del fuoco “per porre fine alle morti dovute al rifiuto di conformarsi”. Si chiede inoltre di vietare il riconoscimento facciale.
Fonte
I negoziati si sono svolti a ritmo serrato, condizionati dalla scadenza del termine per la presentazione delle liste, domenica 16 giugno, e dalla gravità delle circostanze di fronte al trionfo dell’estrema destra alle elezioni europee.
“Ci siamo riusciti. È stata scritta una pagina di storia francese”, ha esultato giovedì il primo segretario del Partito socialista (PS), Olivier Faure, mentre, Jean-Luc Mélenchon, ha salutato sul suo blog “un grande evento politico in Francia”.
I partiti di sinistra (PS, LFI, EELV, PCF) hanno annunciato nella serata di giovedì 13 giugno di aver formalizzato la creazione di un “Nuovo Fronte Popolare”, che prevede un “programma di rottura con le politiche di Emmanuel Macron”.
Il programma, frutto di un compromesso tra le varie anime politiche che compongono il Fronte, stabilisce una rottura complessiva con la politica economica di Macron e con la torsione autoritaria in atto nel paese, accogliendo alcune istanze emerse dai variegati movimenti politici, sindacali e sociali in Francia.
Rivede l’impostazione fin qui data rispetto ai Territori di Oltremare ed in particolare nei confronti della Nuova Caledonia.
Allo stesso tempo non si può assolutamente parlare di rottura rispetto alla politica estera francese, se non – parzialmente – in confronto alla questione palestinese, ma di assoluta continuità invece rispetto all’aggressione NATO alla Federazione Russa.
E le proposte di modifica rispetto alle politiche imposte dall’Unione Europea sono ben poca cosa.
In sintesi, potremmo dire che il programma del Nuovo Fronte Popolare affronta la natura neo-liberista della presidenza Macron, ma non il suo profilo guerrafondaio, dunque non mettendolo in difficoltà su questo terreno qualora ci fosse una coabitazione.
In questo contesto, il numero inferiore di circoscrizioni in cui la La Frances Insoumise potrà presentare propri candidati appoggiati dal NFP in confronto a quelle presentate con la NUPES, penalizzerà la composizione di coloro che possono portare istanze più avanzate nella futura Assemblea Nazionale.
Senza una effettiva costante pressione popolare su alcuni temi, è chiaro che dal punto di vista politico, il NFP risulta debole in alcune questioni strategiche sul piano delle compatibilità con le politiche del polo imperialista europeo e dell’Alleanza Atlantica.
Di seguito una sintesi del programma che si è dato il Nuovo Fronte Popolare
Politica Estera
Ucraina. Il programma prevede la necessità di “difendere l’Ucraina e la pace nel continente europeo”. Si legge: “Difenderemo incrollabilmente la sovranità e la libertà del popolo ucraino e l’integrità dei suoi confini”, anche “fornendo le armi necessarie”.
Israele-Palestina. I partiti di sinistra hanno concordato di “agire per il rilascio degli ostaggi detenuti dopo i massacri terroristici da parte di Hamas, di cui rifiutano il progetto teocratico”. Chiedono inoltre “il rilascio dei prigionieri politici palestinesi”.
L’alleanza di sinistra chiede anche “l’immediato riconoscimento dello Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele” e “la rottura con il colpevole sostegno del governo francese al governo suprematista di estrema destra di Netanyahu per imporre un immediato cessate il fuoco a Gaza e garantire il rispetto dell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia, che fa riferimento inequivocabilmente al rischio di genocidio”.
Unione Europea. Il Nuovo Fronte Popolare chiede la “fine dei trattati di libero scambio” e una “riforma della PAC”. Propone inoltre di “tassare i più ricchi a livello europeo per aumentare le risorse proprie del bilancio” dell’UE e di generalizzare “la tassazione dei superprofitti a livello europeo”.
Economia e affari sociali
Pensioni. I partiti di sinistra propongono “di abrogare immediatamente i decreti di attuazione della riforma di Emmanuel Macron che innalza l’età pensionabile a 64 anni”. A lungo termine, vogliono “riaffermare l’obiettivo comune del diritto di andare in pensione a 60 anni”, “ripristinare i fattori di lavoro gravoso aboliti da Emmanuel Macron” e “tenere conto dell’RSA per convalidare i trimestri verso la pensione”.
Assicurazione contro la disoccupazione. Il Nuovo Fronte Popolare intende ribaltare le riforme approvate sotto la presidenza di Emmanuel Macron.
Potere d’acquisto. Il Nuovo Fronte Popolare propone un “congelamento dei prezzi dei beni di prima necessità come cibo, energia e carburante”. Intende inoltre “annullare l’aumento del prezzo del gas previsto per il 1° luglio”. Infine, chiede di “abolire i tagli all’elettricità, al calore e al gas” al di fuori delle tregue invernali, nonché di “rendere gratuito il primo chilowattora”.
Il programma prevede anche una misura per “limitare le spese bancarie”.
Lavoro. Il Nuovo Fronte Popolare vuole “una garanzia di autonomia per integrare il reddito delle famiglie sotto la soglia di povertà“.
Il programma dell’Alleanza di Sinistra prevede “l’aumento dei salari attraverso l’innalzamento del salario minimo a 1.600 euro netti, l’indicizzazione dei salari all’inflazione e l’aumento del 10% del punto di indicizzazione per i dipendenti pubblici”.
Propone inoltre la creazione di un congedo mestruale in tutte le aziende e amministrazioni.
Infine, i partiti di sinistra auspicano l’organizzazione di una “conferenza nazionale sul lavoro e sulle condizioni di lavoro gravose”, con l’obiettivo di passare a una settimana lavorativa di 32 ore nei “lavori gravosi o notturni”.
Cambiamento climatico e ambiente
Il Nouveau Front Populaire vuole una moratoria sui grandi progetti di infrastrutture autostradali e sui megabacini e chiede “regole precise per la condivisione dell’acqua tra tutte le attività”.
Propone inoltre l’introduzione di un piano climatico volto a raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2050.
I partiti di sinistra vogliono garantire “il completo efficientamento energetico delle abitazioni, aumentando il sostegno a tutte le famiglie e garantendo la copertura totale delle famiglie a basso reddito”. Vogliono accelerare la ristrutturazione degli edifici pubblici.
Vogliono fare della Francia “il leader europeo delle energie marine con l’eolico offshore e lo sviluppo dell’energia mareomotrice”.
Il Nuovo Fronte Popolare vuole annullare la fusione tra l’Agenzia per la sicurezza nucleare (ASN) e l’Istituto di ricerca sulla sicurezza nucleare (IRSN) e rifiuta la privatizzazione delle centrali idroelettriche. Intende inoltre “ripristinare le migliaia di posti di lavoro tagliati nel servizio pubblico di monitoraggio e protezione della natura: presso l’Office national des forêts, l’Office français de la biodiversité, Météo France e Cerema”.
L’alleanza dei partiti di sinistra propone di “passare a una gestione pubblica al 100% dell’acqua attraverso le autorità locali”, di “raggiungere, durante il mandato, un ottimo stato ecologico e chimico per tutti i corsi d’acqua (fiumi, torrenti) e le riserve sotterranee, e di far sì che l’industria contribuisca alla decontaminazione delle acque sotterranee e del suolo”, e di “coprire l’intero Paese con fontane, docce e bagni pubblici gratuiti”.
Servizi pubblici
Occupazione. Il Nuovo Fronte Popolare vuole “compensare la carenza di dipendenti pubblici negli ospedali pubblici, nei servizi di assistenza e medico-sociali, nelle scuole pubbliche, nel sistema giudiziario, nei dipartimenti e nelle agenzie governative, migliorando i posti di lavoro e gli stipendi”.
Territori. Vuole anche “garantire a tutti l’accesso ai servizi pubblici in tutto il Paese attraverso un piano di investimenti”, in modo che “nessuno (possa) vivere a meno di trenta minuti da un servizio pubblico”.
Prima infanzia. I partiti di sinistra intendono “garantire a ogni famiglia l’accesso a un’assistenza all’infanzia pubblica, che offra 500.000 posti in asili nido o altre soluzioni”.
Istruzione
Scuole. I partiti di sinistra vogliono “abolire” lo “scontro sui saperi” promosso da Gabriel Attal, preservare la libertà di insegnamento dei docenti e ridurre le dimensioni delle classi “per fare meglio della media europea di 19 alunni”. Intendono fare i “primi passi per rendere la scuola completamente gratuita: mensa, forniture, trasporti, attività extrascolastiche”.
Propongono “un servizio pubblico a sostegno degli alunni con disabilità”, oltre ad “aumentare le tabelle salariali” e rafforzare i servizi medici scolastici.
Istruzione secondaria. L’Alleanza di sinistra propone di “modulare il finanziamento delle scuole – comprese quelle private – in base alla loro conformità agli obiettivi di diversità sociale”.
Istruzione superiore. Il Nuovo Fronte Popolare vuole porre fine al Parcoursup e alla “selezione nelle università pubbliche”. Intende “introdurre i pasti a un euro a Crous”.
Sanità
Ospedali. I partiti di sinistra vogliono organizzare rapidamente una “conferenza per salvare la sanità pubblica” e “proporre il potenziamento del lavoro notturno e nei fine settimana per il personale”. Vogliono che l’apertura di cliniche private sia subordinata alla “partecipazione alla continuità delle cure e alla garanzia di zero spese vive”.
Sanità privata. Sono favorevoli a “regolamentare l’insediamento dei medici privati” e a ripristinare l’assistenza su chiamata da parte di medici indipendenti nei centri sanitari.
Farmaci. Sono favorevoli a un “centro pubblico per i farmaci con requisiti più severi per le scorte”.
Inquinanti. Auspicano il divieto di “tutti i PFAS per tutti gli usi, in particolare per gli utensili da cucina”.
Lotta al razzismo, all’antisemitismo e all’islamofobia
Il Nouveau Front Populaire afferma che “non c’è spazio per la tolleranza” in un momento in cui “i discorsi e gli atti razzisti, antisemiti e islamofobici si stanno diffondendo in tutta la società e stanno vivendo un’esplosione preoccupante”.
“L’antisemitismo ha una storia tragica nel nostro Paese che non deve ripetersi. Tutti coloro che propagano l’odio verso gli ebrei devono essere combattuti”, si legge nel programma. I partiti di sinistra propongono un piano interministeriale per analizzare, prevenire e combattere l’antisemitismo e un altro sul tema dell’islamofobia.
Fiscalità
Il Nouveau Front populaire spinge per “una legge finanziaria che rettifichi i provvedimenti del 4 agosto” per “adottare una politica fiscale equa”. Propone di “aumentare la progressività dell’imposta sul reddito a 14 scaglioni”, “rendere progressiva la CSG”, “ristabilire un’imposta patrimoniale più forte con una componente climatica”, “abolire la flat tax e ristabilire l’exit tax”, “abolire le scappatoie fiscali inefficienti, ingiuste e inquinanti”, “riformare l’imposta di successione per renderla più progressiva”, “introdurre una successione massima”. Ha inoltre suggerito di “introdurre una tassa chilometrica sui prodotti importati”.
Territori d'oltremare
Il Nuovo Fronte Popolare propone di “rafforzare rapidamente lo scudo qualità-prezzo”. Vuole inoltre “regolamentare le tariffe aeree” e introdurre un “contenuto massimo di zucchero negli alimenti trasformati”.
L’alleanza di sinistra vuole organizzare “la distribuzione di acqua in bottiglia e limitare il prezzo dell’acqua laddove il servizio di acqua potabile non funziona”.
Inoltre, chiede la creazione di un fondo di compensazione per la prevenzione dell’inquinamento per “risarcire e fornire assistenza medica alle vittime del clordecone e del sargassum” e per investire nella decontaminazione del suolo e delle acque.
Nuova Caledonia
Il Nouveau Front populaire (Nuovo Fronte Popolare) chiede di abbandonare il processo di riforma costituzionale volto a sbloccare immediatamente l’elettorato.
Economia francese
Industria. Il Nouveau Front populaire vuole “lanciare un piano di ricostruzione industriale per porre fine alla dipendenza della Francia e dell’Europa in settori strategici (semiconduttori, farmaci, tecnologie di punta, auto elettriche, pannelli solari, ecc.)
Il documento auspica una “diagnosi preventiva delle risorse naturali prima dell’insediamento dell’industria” e una “supervisione dei subappalti”. Propone inoltre l’introduzione di “quote di subappaltatori provenienti dal tessuto delle piccole e medie imprese e dell’artigianato locale”.
Imprese. L’Alleanza di sinistra intende “subordinare gli aiuti alle imprese al rispetto di criteri ambientali, sociali e antidiscriminatori all’interno dell’azienda” ed “esigere la restituzione degli aiuti in caso di mancato rispetto di tali condizioni”.
Infine, l’alleanza vuole “rendere i lavoratori veri protagonisti della vita economica, riservando loro almeno un terzo dei posti nei consigli di amministrazione ed estendendo il loro diritto di intervento nell’azienda”.
Banche. Il Nouveau Front populaire auspica “una maggiore tassazione delle transazioni finanziarie” e “zero finanziamenti bancari per i combustibili fossili”.
Agricoltura
Fissazione dei prezzi. Il Nuovo Fronte Popolare vuole “garantire un prezzo minimo che paghi agli agricoltori un salario equo” e tassare i “superprofitti degli agroindustriali e dei supermercati”. Chiede la cancellazione del CETA e il divieto di “importare qualsiasi produzione agricola che non rispetti i nostri standard sociali e ambientali”.
Allevamento. L’alleanza dei partiti di sinistra vuole sbarazzarsi degli “allevamenti in fabbrica”, migliorare il benessere degli animali e “vietare l’allevamento in gabbia entro la fine del mandato”.
Pesticidi. I partiti di sinistra vogliono ripristinare il “piano Ecophyto, vietare il glifosato e i neonicotinoidi” e sostenere il settore biologico e l’agroecologia, in particolare per “garantire uno sbocco ai prodotti biologici nel settore della ristorazione”.
Alloggi
Il Nouveau Front populaire propone la costruzione di 200.000 alloggi pubblici all’anno per cinque anni. Auspica l’adozione di una legge per “garantire il diritto a un alloggio effettivo”, che preveda il controllo obbligatorio degli affitti nelle aree a rischio e una garanzia universale degli affitti. Le APL verrebbero aumentate del 10%.
I partiti di sinistra vogliono anche “rilanciare la costruzione di alloggi sociali, invertendo i tagli annuali di Macron di 1,4 miliardi di euro per le organizzazioni HLM”.
Media
Il Nuovo Fronte Popolare vuole “limitare rigorosamente la concentrazione dell’industria culturale e dei media nelle mani di pochi proprietari” ed “escludere dalle sovvenzioni pubbliche i media condannati per incitamento all’odio o offesa alla dignità delle persone”. Intende “garantire la continuità di un servizio pubblico di radiodiffusione stabilendo un finanziamento a lungo termine”.
Lo sport
Il Nuovo Fronte Popolare chiede quattro ore di educazione fisica “in tutta la scuola”. Vuole aumentare l’importo del Pass’sport a 150 euro ed estenderne l’uso allo sport scolastico. Intende sviluppare “centri sportivi-sanitari” e rimborsare il costo delle prescrizioni sportive.
I giovani
I partiti di sinistra vogliono “porre fine alla SNU e dare nuovo sostegno alle associazioni giovanili e di educazione popolare”.
Per quanto riguarda i trasporti, vorrebbero la creazione di un “sistema di biglietto unico” aperto ai giovani, che dia loro accesso a tutti i treni, i trasporti pubblici, le biciclette e le auto self-service della regione.
Immigrazione
Il Nouveau Front populaire intende abrogare le leggi sull’asilo e sull’immigrazione approvate sotto Emmanuel Macron, regolarizzare lo status di lavoratori, studenti e genitori di bambini in età scolare e introdurre un permesso di soggiorno decennale come documento di residenza standard. Il partito sostiene la creazione di uno “status di sfollato climatico”.
I partiti di sinistra vogliono creare un “canale di immigrazione legale e sicuro” e istituire “un’agenzia di salvataggio marittimo e terrestre”. Vogliono “garantire l’accesso all’assistenza medica statale”.
Polizia e giustizia
Il Nouveau Front Populaire vuole ripristinare la polizia locale, mantenere tutte le gendarmerie, invertire la riforma della polizia giudiziaria e aumentare il numero di poliziotti. Vuole vietare l’uso di LBD e granate mutilanti, smantellare il BRAV-M e introdurre un nuovo codice etico.
I partiti di sinistra propongono di abolire l’IGPN e l’IGGN e di sostituirli con un nuovo organismo indipendente collegato all’Ombudsman per i diritti umani. Auspicano l’introduzione di ricevute per i controlli d’identità.
Il programma chiede una revisione della dottrina sull’apertura del fuoco “per porre fine alle morti dovute al rifiuto di conformarsi”. Si chiede inoltre di vietare il riconoscimento facciale.
Fonte
13/06/2024
La Francia in tumulto verso le elezioni
L’annuncio dello scioglimento dell’Assemblea Nazionale da parte del Presidente francese è esploso dentro la rappresentanza politica dell’Esagono che si va riconfigurando intorno a tre schieramenti: un “Nuovo Fronte Popolare” che raggruppa tutta la sinistra francese – moderata e radicale – dopo la fine dell’esperienza della NUPES; un polo centrista attorno a Macron, ed un fronte neo-conservatore sbilanciato a destra che ha come perno il RN (ex-FN) che sta attirando pezzi alla sua destra, come la parte legata a M.Maréchal di Rêconquete, e i gollisti che fanno riferimento a Eric Ciotti e all’organizzazione giovanile.
Le due formazioni della destra: Rêconquete e LR stanno di fatto implodendo rispetto alla possibilità o meno di allearsi a livello elettorale con la formazione della Le Pen.
Da un lato sembra saltato, per ciò che concerne una parte dei gollisti, quel “cordone sanitario” che fino ad ora aveva sostanzialmente tenuto – non tanto in termini di convergenza di contenuti quanto di alleanza elettorale – rispetto all’estrema-destra – e dall’altra rientrerebbe parzialmente la dissidenza a destra della “famiglia”, non solo in senso politico, dell’ex Front National.
Eric Ciotti, per il quale i principali dirigenti gollisti hanno votato la sua esclusione dal partito nel corso di una riunione del bureau politico, dopo che aveva deciso senza discuterne con nessuno l’alleanza con il RN della Le Pen e Barella, ha denunciato su France 2 giovedì mattina “lotte di retroguardia che non hanno compreso nulla di quello che succede nel paese”.
La questione politica è diventata quella su chi ha la legittimità o meno per decidere la linea dei gollisti, in una spaccatura che non sembra avere possibilità di ricomporsi. Si sfidano due tattiche: allearsi con il RN e sperare di entrare con una propria compagine nel futuro governo a trazione lepenista, o mantenere la propria indipendenza e “contrattare” in seguito un proprio appoggio esterno (formale o sostanziale) come fatto più o meno con i governi che si sono succeduti con la seconda presidenza Macron.
Marion Maréchal, capo-lista per le elezioni europee dell’altro partito di destra Rêconquete, ha disapprovato la strategia del presidente del suo partito – Eric Zemmour – ed ha fatto appello a sostenere i candidati dell’alleanza elettorale tra RN e Eric Ciotti. Come conseguenza, Zemmour ha escluso la Maréchal dalla “sua” formazione.
Macron, in una conferenza di stampa, ha spiegato le ragioni delle sua decisioni di sciogliere l’Assemblea Nazionale e soprattutto ha rilanciato il suo progetto politico contro gli “estremi”, prendendosela con la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, accusato di “antisemitismo” e “antiparlamentarismo”, e contro “le alleanze contro-natura a destra”.
Il Nuove Fronte Popolare ha trovato un accordo sulla ripartizione delle circoscrizioni, in attesa di raggiungerlo sui candidati, e soprattutto sembra che sia stata disinnescata sul nascere la possibile competizione rispetto alla scelta del futuro primo ministro di un possibile governo.
Le discussioni sono state fatte usando come criterio di base per decidere il risultato alle europee, e comprendono le 546 circoscrizioni della Francia metropolitana, escludendo l’oltre-mare e la Corsica (31 su 577).
Certamente il Partito Socialista ha rimandato la decisione ufficiale per il progetto d’accordo sul Nuovo Fronte Popolare, e presenterà 175 candidati – rispetto ai 70 di due anni fa – a causa dei risultati delle europee in cui hanno raccolto 13,8% dei consensi grazie alla lista PS-Place Publique guidata da Raphaël Glucksmann.
La France Insoumise, che aveva propri candidati in 326 circoscrizioni nel 2022, ne avrà 229, i Verdi passeranno da 100 a 92, il PCF mantiene la quota di 50.
Una radiografia dei risultati alle europee mostra che la destra di RN è arrivata in testa in 457 circoscrizioni su 577, mentre la sinistra “in ordine sparso” è arrivata prima in solo 78 e ipoteticamente, sommandone i voti, sarebbe stata in testa in 256.
Come registra Mediapart, è in corso una vera e propria mobilitazione dei militanti delle formazioni della sinistra in vista della campagna elettorale “lampo”, spinti dalla possibilità concreta di ritrovarsi con un governo conservatore a trazione lepenista e dalla maturità politica della leadership della sinistra nell’affrontare in maniera unitaria questa sfida – dopo la rottura della NUPES (1) – sotto la spinta di una pressione popolare visibile già dalla sera del 9 giugno e che continuerà a riempire strade e piazze anche questo fine settimana.
Fonte
Le due formazioni della destra: Rêconquete e LR stanno di fatto implodendo rispetto alla possibilità o meno di allearsi a livello elettorale con la formazione della Le Pen.
Da un lato sembra saltato, per ciò che concerne una parte dei gollisti, quel “cordone sanitario” che fino ad ora aveva sostanzialmente tenuto – non tanto in termini di convergenza di contenuti quanto di alleanza elettorale – rispetto all’estrema-destra – e dall’altra rientrerebbe parzialmente la dissidenza a destra della “famiglia”, non solo in senso politico, dell’ex Front National.
Eric Ciotti, per il quale i principali dirigenti gollisti hanno votato la sua esclusione dal partito nel corso di una riunione del bureau politico, dopo che aveva deciso senza discuterne con nessuno l’alleanza con il RN della Le Pen e Barella, ha denunciato su France 2 giovedì mattina “lotte di retroguardia che non hanno compreso nulla di quello che succede nel paese”.
La questione politica è diventata quella su chi ha la legittimità o meno per decidere la linea dei gollisti, in una spaccatura che non sembra avere possibilità di ricomporsi. Si sfidano due tattiche: allearsi con il RN e sperare di entrare con una propria compagine nel futuro governo a trazione lepenista, o mantenere la propria indipendenza e “contrattare” in seguito un proprio appoggio esterno (formale o sostanziale) come fatto più o meno con i governi che si sono succeduti con la seconda presidenza Macron.
Marion Maréchal, capo-lista per le elezioni europee dell’altro partito di destra Rêconquete, ha disapprovato la strategia del presidente del suo partito – Eric Zemmour – ed ha fatto appello a sostenere i candidati dell’alleanza elettorale tra RN e Eric Ciotti. Come conseguenza, Zemmour ha escluso la Maréchal dalla “sua” formazione.
Macron, in una conferenza di stampa, ha spiegato le ragioni delle sua decisioni di sciogliere l’Assemblea Nazionale e soprattutto ha rilanciato il suo progetto politico contro gli “estremi”, prendendosela con la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, accusato di “antisemitismo” e “antiparlamentarismo”, e contro “le alleanze contro-natura a destra”.
Il Nuove Fronte Popolare ha trovato un accordo sulla ripartizione delle circoscrizioni, in attesa di raggiungerlo sui candidati, e soprattutto sembra che sia stata disinnescata sul nascere la possibile competizione rispetto alla scelta del futuro primo ministro di un possibile governo.
Le discussioni sono state fatte usando come criterio di base per decidere il risultato alle europee, e comprendono le 546 circoscrizioni della Francia metropolitana, escludendo l’oltre-mare e la Corsica (31 su 577).
Certamente il Partito Socialista ha rimandato la decisione ufficiale per il progetto d’accordo sul Nuovo Fronte Popolare, e presenterà 175 candidati – rispetto ai 70 di due anni fa – a causa dei risultati delle europee in cui hanno raccolto 13,8% dei consensi grazie alla lista PS-Place Publique guidata da Raphaël Glucksmann.
La France Insoumise, che aveva propri candidati in 326 circoscrizioni nel 2022, ne avrà 229, i Verdi passeranno da 100 a 92, il PCF mantiene la quota di 50.
Una radiografia dei risultati alle europee mostra che la destra di RN è arrivata in testa in 457 circoscrizioni su 577, mentre la sinistra “in ordine sparso” è arrivata prima in solo 78 e ipoteticamente, sommandone i voti, sarebbe stata in testa in 256.
Come registra Mediapart, è in corso una vera e propria mobilitazione dei militanti delle formazioni della sinistra in vista della campagna elettorale “lampo”, spinti dalla possibilità concreta di ritrovarsi con un governo conservatore a trazione lepenista e dalla maturità politica della leadership della sinistra nell’affrontare in maniera unitaria questa sfida – dopo la rottura della NUPES (1) – sotto la spinta di una pressione popolare visibile già dalla sera del 9 giugno e che continuerà a riempire strade e piazze anche questo fine settimana.
Fonte
10/09/2018
La France Insoumise verso le elezioni europee
In un articolo di Le Monde del 21 agosto, Européennes: les partis cherchent toujours leur tête de liste, Olivier Faye e Astrit de Villaines, fanno il quadro dei principali raggruppamenti politici francesi di fronte alle elezioni europee che si svolgeranno il maggio prossimo:
“Tranne la France Insoumise (LFI), che ha designato il binomio Charlotte Girard-Manuel Bompard come teste di lista per questo scrutinio, le principali formazioni della scena politica francese, dal partie Les Republicain (LR) alla République en Marche (LRM), passando per il Partie Socialiste (PS) o il Rassemblement National (ex-FN), non hanno ancora trovato dei capilista per le elezioni del 26 maggio 2019.”
Questo dato già da sé rappresenta la profonda differenza tra l’empasse delle forze politiche in campo e la dinamicità dell’organizzazione di Jean-Luc Mèlenchon.
La France Insoumise sta da tempo preparando l’appuntamento elettorale.
Sul “fronte interno” ha selezionato da tempo i suoi candidati, riservando 13 posti a “personalità esterne” con il fine di allargare il movimento, tra cui l’eurodeputato della sinistra socialista Emmanuel Maurel, la cui corrente – che ha ottenuto 18,8% dei suffragi all’ultimo congresso socialista – ha infittito i rapporti con LFI.
Come ha dichiarato Bompard a Le Monde, a proposito dello scambio tra l’ala della sinistra socialista e la France Insoumise: “c’è un gruppo all’interno del PS che ha degli orientamenti vicini ai nostri, notoriamente sull’Europa. Tutti coloro che condividono le nostre analisi sono i benvenuti. In tutti i casi, si sentiranno più al loro posto qui che in una lista guidata da Pierre Moscovici”.
Un’apertura che marca un diverso orientamento, anche sul piano comunicativo da parte di LFI, tesa ad accreditarsi come “testa di lancia” di un fronte politico-sociale ampio.
La sconfitta di Macron è uno degli obiettivi degli insoumis, che vogliono trasformare le elezioni del maggio prossimo in un “referendum contro Macron”, mentre il capofila del binomio verrà indicato “in funzione dello scenario politico e dei nostri concorrenti”, ha dichiarato Charlotte Girard.
Sul “fronte esterno”. l’allargamento dell’”appello di Lisbona” firmato il 12 aprile, estesosi il 27 giugno a forze politiche del nord Europa, insieme al lancio del movimento “Aufstehen” in Germania, sono dei punti di forza per la strategia europea de la France Insoumise.
Il posizionamento politico sulle elezioni europee tra le differenti forze della “sinistra” dell’Esagono ha fin qui portato solo il PCF – che alle ultime legislative ha ottenuto con 600.000 voti pari al 2,7% il risultato peggiore della propria storia – a selezionare il proprio capofila, Ian Brossat che tende “la mano a tutti coloro che vogliono un’altra Europa” e dovrebbe proseguire le discussioni con Génération.S questo autunno, nonostante ci sia un'ala del partito più incline ad un dialogo con LFI.
Génération.S di B.Hamon non è riuscito a concludere un’alleanza con gli ecologisti e non ha ancora annunciato il suo capofila, ed ha visto sempre più declinare l’appeal del progetto europeo, di cui fa parte, lanciato dall’ex ministro delle finanze greco e da DIEM 25, mentre Europe Ecologie-Les Verts ha designato Yannick Jadot, che mira ad un risultato del 15% per raggiungere per l’exlpoit storico del movimento nel 2009.
Dal 23 al 26 agosto, la France Insoumise si è riunita a Marsiglia al parco Chanot, con circa 150 tavoli di discussione e 100 interventi esterni su differenti temi, e Jean-Luc Mèlenchon ha pronunciato il suo discorso finale di due ore la sera del sabato.
“Quando fate un referendum sul Signor Macron, voi fate un referendum sull’Europa. Il Signor Macron attua una politica che “fotocopia” la Commissione Europea e la Signora Merkel”, ha tuonato il leader di FI durante il comizio.
La riforma delle pensioni prevista per la primavera dell’anno prossimo, per esempio, fortemente voluta dalla UE, è nell’agenda di Macron e sarà un terreno di battaglia: “Quando le persone scopriranno questo sistema, quando avranno compreso che l’Europa ha deciso tutto ciò, daranno il loro voto a LFI”.
Le misure d’austerità che si vanno profilando all’orizzonte inserite nella manovra economico-finanziaria di quest’anno per il 2019 e la marcia indietro o la diluizione riguardo ad importanti dossier legati alla questione ambientale (asse portate del programma della LFI), che hanno portato alle dimissioni del Ministro dell’ecologia, sembrano confermare la correttezza dell’impostazione degli insoumis, che legano gli orientamenti politici della politica macroniana ai Diktat di Bruxelles.
Come aveva dichiarato il co-capolista Bompard alle europee per la LFI, in una intervista a l’Heure du Peuple: “c’è una coerenza totale tra il voler sanzionare duramente la politica del governo e quella di rompere con l’Europa della casta. Perché sono gli stessi capricci che dominano all’Eliseo e che occupano gli spiriti dei tecnocrati di Bruxelles”.
La France Insoumise, che non rinuncia al “Piano B”, si presenta quindi alle elezioni capitalizzando il calo drastico dei consensi nei confronti di Macron, il ruolo di vettore di mobilitazioni contro la macronie, che hanno contribuito a disvelare la natura reale delle sue politiche e il ruolo di punta assunto nell’opposizione parlamentare, sapendo coagulare i raggruppamenti della “sinistra” – come nel caso della revisione della legge sul diritto d’asilo e l’immigrazione – o a essere elemento cardine del “fuoco incrociato” delle opposizioni di destra e di sinistra come durante lo scoppio dell’affare Benalla.
Il convegno di Eurostop di domenica 16 settembre: “costruiamo l’area alternativa euromediterranea” al Centro Congressi Cavour a Roma, successivo all’assemblea nazionale capitolina presso il CSA Intifada del giorno prima, sarà una occasione più unica che rara di potere sentire proprio il co-capolista alle elezioni europee di LFI Manuel Bompard (si è in attesa della conferma definitiva), per potere saggiare direttamente il portato di questa formazione ed entrare nel vivo degli scenari politici prossimi e venturi.
Fonte
“Tranne la France Insoumise (LFI), che ha designato il binomio Charlotte Girard-Manuel Bompard come teste di lista per questo scrutinio, le principali formazioni della scena politica francese, dal partie Les Republicain (LR) alla République en Marche (LRM), passando per il Partie Socialiste (PS) o il Rassemblement National (ex-FN), non hanno ancora trovato dei capilista per le elezioni del 26 maggio 2019.”
Questo dato già da sé rappresenta la profonda differenza tra l’empasse delle forze politiche in campo e la dinamicità dell’organizzazione di Jean-Luc Mèlenchon.
La France Insoumise sta da tempo preparando l’appuntamento elettorale.
Sul “fronte interno” ha selezionato da tempo i suoi candidati, riservando 13 posti a “personalità esterne” con il fine di allargare il movimento, tra cui l’eurodeputato della sinistra socialista Emmanuel Maurel, la cui corrente – che ha ottenuto 18,8% dei suffragi all’ultimo congresso socialista – ha infittito i rapporti con LFI.
Come ha dichiarato Bompard a Le Monde, a proposito dello scambio tra l’ala della sinistra socialista e la France Insoumise: “c’è un gruppo all’interno del PS che ha degli orientamenti vicini ai nostri, notoriamente sull’Europa. Tutti coloro che condividono le nostre analisi sono i benvenuti. In tutti i casi, si sentiranno più al loro posto qui che in una lista guidata da Pierre Moscovici”.
Un’apertura che marca un diverso orientamento, anche sul piano comunicativo da parte di LFI, tesa ad accreditarsi come “testa di lancia” di un fronte politico-sociale ampio.
La sconfitta di Macron è uno degli obiettivi degli insoumis, che vogliono trasformare le elezioni del maggio prossimo in un “referendum contro Macron”, mentre il capofila del binomio verrà indicato “in funzione dello scenario politico e dei nostri concorrenti”, ha dichiarato Charlotte Girard.
Sul “fronte esterno”. l’allargamento dell’”appello di Lisbona” firmato il 12 aprile, estesosi il 27 giugno a forze politiche del nord Europa, insieme al lancio del movimento “Aufstehen” in Germania, sono dei punti di forza per la strategia europea de la France Insoumise.
Il posizionamento politico sulle elezioni europee tra le differenti forze della “sinistra” dell’Esagono ha fin qui portato solo il PCF – che alle ultime legislative ha ottenuto con 600.000 voti pari al 2,7% il risultato peggiore della propria storia – a selezionare il proprio capofila, Ian Brossat che tende “la mano a tutti coloro che vogliono un’altra Europa” e dovrebbe proseguire le discussioni con Génération.S questo autunno, nonostante ci sia un'ala del partito più incline ad un dialogo con LFI.
Génération.S di B.Hamon non è riuscito a concludere un’alleanza con gli ecologisti e non ha ancora annunciato il suo capofila, ed ha visto sempre più declinare l’appeal del progetto europeo, di cui fa parte, lanciato dall’ex ministro delle finanze greco e da DIEM 25, mentre Europe Ecologie-Les Verts ha designato Yannick Jadot, che mira ad un risultato del 15% per raggiungere per l’exlpoit storico del movimento nel 2009.
Dal 23 al 26 agosto, la France Insoumise si è riunita a Marsiglia al parco Chanot, con circa 150 tavoli di discussione e 100 interventi esterni su differenti temi, e Jean-Luc Mèlenchon ha pronunciato il suo discorso finale di due ore la sera del sabato.
“Quando fate un referendum sul Signor Macron, voi fate un referendum sull’Europa. Il Signor Macron attua una politica che “fotocopia” la Commissione Europea e la Signora Merkel”, ha tuonato il leader di FI durante il comizio.
La riforma delle pensioni prevista per la primavera dell’anno prossimo, per esempio, fortemente voluta dalla UE, è nell’agenda di Macron e sarà un terreno di battaglia: “Quando le persone scopriranno questo sistema, quando avranno compreso che l’Europa ha deciso tutto ciò, daranno il loro voto a LFI”.
Le misure d’austerità che si vanno profilando all’orizzonte inserite nella manovra economico-finanziaria di quest’anno per il 2019 e la marcia indietro o la diluizione riguardo ad importanti dossier legati alla questione ambientale (asse portate del programma della LFI), che hanno portato alle dimissioni del Ministro dell’ecologia, sembrano confermare la correttezza dell’impostazione degli insoumis, che legano gli orientamenti politici della politica macroniana ai Diktat di Bruxelles.
Come aveva dichiarato il co-capolista Bompard alle europee per la LFI, in una intervista a l’Heure du Peuple: “c’è una coerenza totale tra il voler sanzionare duramente la politica del governo e quella di rompere con l’Europa della casta. Perché sono gli stessi capricci che dominano all’Eliseo e che occupano gli spiriti dei tecnocrati di Bruxelles”.
La France Insoumise, che non rinuncia al “Piano B”, si presenta quindi alle elezioni capitalizzando il calo drastico dei consensi nei confronti di Macron, il ruolo di vettore di mobilitazioni contro la macronie, che hanno contribuito a disvelare la natura reale delle sue politiche e il ruolo di punta assunto nell’opposizione parlamentare, sapendo coagulare i raggruppamenti della “sinistra” – come nel caso della revisione della legge sul diritto d’asilo e l’immigrazione – o a essere elemento cardine del “fuoco incrociato” delle opposizioni di destra e di sinistra come durante lo scoppio dell’affare Benalla.
Il convegno di Eurostop di domenica 16 settembre: “costruiamo l’area alternativa euromediterranea” al Centro Congressi Cavour a Roma, successivo all’assemblea nazionale capitolina presso il CSA Intifada del giorno prima, sarà una occasione più unica che rara di potere sentire proprio il co-capolista alle elezioni europee di LFI Manuel Bompard (si è in attesa della conferma definitiva), per potere saggiare direttamente il portato di questa formazione ed entrare nel vivo degli scenari politici prossimi e venturi.
Fonte
22/02/2018
Mélenchon: 'le elezioni europee sono cominciate'
Che strano tweet, quello pubblicato da “Génération-s” [1]. Si vede una foto di Benoît Hamon con Isabelle Thomas e due interlocutori attorno a un tavolo: "Discussione produttiva questa mattina con @syriza_gr. Un desiderio comune di costruire un'Europa ecologica, democratica e sociale, libera dall'austerità #EuropeanRebirth".
"Generation-s" sostiene quindi Syriza? Tuttavia, pochi giorni prima "Génération-s" aveva dichiarato per bocca di Benoît Hamon di lasciare la "porta aperta" alla "Francia Insoumise" per un'alleanza alle prossime elezioni europee. È stato molto generoso da parte sua. Mi ha rallegrato, anche se molti dei miei sostenitori non hanno creduto a nessuna delle sue parole e si divertivano per il doppio tono che intravedevano nelle sue osservazioni. Certo, ho avuto difficoltà a capire perché abbia abbinato queste buone maniere con inutili ingiunzioni del tipo "a condizione che gli insoumis [i sostenitori del partito guidato da Jean-Luc Mélenchon, ndt] cambino la loro posizione sull'Europa". Questa cosa ricordava molto il solito tono prepotente degli altri esponenti del Partito Socialista che si sono espressi a riguardo durante la scorsa settimana.
Ma qui vediamo che non si tratta del solito gioco del gatto e del topo sulla modalità "non esiste al mondo persona più unitaria di me" che ci ricorda i migliori momenti della campagna presidenziale. Qui si tratta di questioni di fondo. Si tratta della ragione fondamentale del divorzio che ha distrutto il legame tra i partiti socialisti e i popoli in tutta Europa. É la causa che ha reso i partiti socialisti delle appendici della politica della finanza, dei sostenitori delle "grandi coalizioni". Questo sottofondo ha fatto di una parte del Partito Socialista in Francia una componente della grande coalizione in Francia, ovvero con "La République en Marche" [il partito del presidente Emmanuel Macron, ndt]. La domanda è se vogliamo resistere o meno alle politiche definite dai Trattati europei e attuate dalla Commissione di Bruxelles! Tsipras e Syriza sono il modello del rifiuto di questa rottura. Tsipras ha tradito tutti i suoi sostenitori in Grecia e tutti quelli che hanno combattuto qui per lui nel momento in cui nessuno voleva riceverlo a Parigi. La rottura con i Trattati non è quindi una differenza di grado sulla questione europea, ma una differenza di natura strutturale.
La politica che inizia con l'accettazione delle politiche di aggiustamento strutturale non può che finire con la negazione delle libertà dopo la loro riduzione volontaria e forzata. Tsipras ha percorso questo declino. Una settimana prima del tweet di "Generation-s", il governo di Syriza aveva in effetti accettato di applicare un ulteriore piano di austerità. Pertanto, parlare di "volontà comune di porre fine all'austerità" è un ritorno al doppio gioco alla Hollande. Ma la cosa più seria è un’altra. Perché oltre a tutto il resto, Tsipras e il suo gruppo hanno deciso di ridurre il diritto di sciopero. Non è nulla? Ai nostri occhi è la fine della discesa intrapresa con la resa iniziale di Tsipras. Ecco perché, dopo averlo aiutato con tutte le nostre forze, abbiamo immediatamente rotto con lui il giorno in cui ha firmato il documento che Hollande e Merkel gli hanno presentato per la sua capitolazione definitiva. Ovviamente, questo non ci ha impedito di essere derisi in tutta Europa e, soprattutto, dal governo del Partito Socialista di allora con la modalità del tipo "vedete bene che non si può fare diversamente; anche i vostri migliori amici sono d'accordo".
Spero che Benoît Hamon e "Génération-s" si riprendano. Potrebbero non aver compreso ciò che questa intera pagina della storia ha rappresentato in Europa nel periodo di costruzione dell'"altra sinistra”. Penso che non si rendano conto che tutto ciò li riconduce alle posizioni di Hollande e Cambadélis che avevano accompagnato, con la beffa del rigore contro di noi, il loro accordo con Tsípras dalla sua resa.
Questa decisione di Tsipras e Syriza contro il diritto di sciopero cambia ufficialmente il loro schieramento. Perché il diritto di sciopero è una "libertà" fondamentale dei lavoratori sin da quando esiste il movimento operaio. Questa decisione è così grave da giustificare la richiesta del “Parti de Gauche” di espellere Syriza dal Partito della Sinistra Europea, di cui è membro. Una richiesta alla quale la direzione del Partito Comunista Francese (PCF), che ha presieduto l'organizzazione per due anni e di cui il suo segretario generale Pierre Laurent è ancora vice-presidente, ha risposto dicendo che è "ridicola e inutile". Invito i miei amici e sostenitori a non rimanere un altro giorno in tale compagnia. Ma se "Generation-s" e il PCF ritengono che Tsipras sia un partner accettabile, la cosa migliore sarebbe che facessero insieme una lista comune alle elezioni europee e che si impegnassero a spiegarla di fronte agli elettori. Non sarei geloso, me ne guardo bene. In ogni caso, che sia chiaro a tutti: un'alleanza con Syriza è fuori questione per noi, qualunque sia la sua forma. In Grecia, dobbiamo aiutare con tutte le nostre forze "Unità Popolare" e Zoe Konstantopoulou, i quali hanno risollevato la fiaccola della lotta indipendente. Questo è quello che ho fatto durante la mia visita alla riunione di lancio del movimento di Zoe al fianco di Michel Larive, Loïc Prudhomme, Bénédicte Taurina e Bastien Lachaud, deputati della "France Insoumise".
Inoltre, il Partito della Sinistra Europea di Tsípras e Pierre Laurent non svolge alcun ruolo politico concreto in Europa se non per la ripartizione confidenziale di posizioni e risorse. E naturalmente per cercare di deviare dalla proposta del "Forum del Piano B" che, senza alcun aiuto, è riuscito a tenere quattro summit in tre anni e si sta rivelando il vero punto d'incontro internazionale della rivolta progressista in Europa. Il Forum si raduna in maniera sempre più ampia in Europa e attrae osservatori da tutto il mondo. Da parte sua, il Partito della Sinistra Europea, sotto l'influenza di Tsípras, crea dei “fuochi di bonifica”, all’antica, senza il respiro e l'immaginazione che caratterizzano il resto del mondo dei “ribelli” in Europa. Ancora una volta, su questo argomento come sugli altri, la direzione del PCF prova le stesse perenni tattiche per prender tempo: la vaghezza dei testi, l’incantesimo dell’unitarietà, il furto dell'identità, la cattura di luoghi e posizioni.
I numerosi comunisti polemici, che si indignano per ognuna delle mie frasi, non hanno ancora detto una sola parola sulla loro conclamata alleanza con Tsipras. Ma in ultima istanza, conosciamo la musica degli apparati politici: Tsipras sì, la rottura con l'Europa dei trattati no. Non accettare di passare dalla parte del "Piano B" ha un solo obiettivo: non rendersi impresentabili nei municipi, nei comuni, nelle regioni dove la stessa commedia unitaria senza principio verrà riprodotta. Alla fine, il ridicolo bussa a tutte le porte.
Quindi quando di recente c'è stata una riunione del Partito Socialista Europeo, a Marsiglia, la dirigenza del PCF ha iniziato ad annunciare a gran voce un discorso di Tsipras. Certo, lui non è andato. Uno dei suoi rappresentanti è venuto a sparare le assurdità della resa "utile", "meno peggio" e persino "di sinistra". Ma tutte queste umiliazioni e questo disprezzo, che si aggiungono alla lunga lista di exploits di questo stesso gruppo non hanno cambiato nulla. Anche la polemica che volevano aprire contro di me, dipingendomi ancora una volta come settario perché mi rifiutavo di approvare questa pantomima, non interessava a nessuno. Le scarse assemblee hanno aumentato le sedute sinistre, senza obiettivi o prospettive. Così è il mondo: riunire tutte le forze del Partito Socialista Europeo in Europa per umiliarmi e disprezzarmi nella mia circoscrizione non è abbastanza per farne un evento.
Da parte mia, con i miei sostenitori in Francia, gli organizzatori del "Forum del Piano B" [2], abbiamo deciso di mettere al servizio della resistenza tutta l'autorevolezza acquisita nella nostra campagna presidenziale in Francia. Non ci importa di sapere quali sono i sondaggi per coloro che resistono. Li supportiamo. Non ci interessa sapere se sono d'accordo con noi su tutti i singoli punti. Li aiutiamo. La cosa fondamentale è che esista una forza che fornisca un punto d'appoggio in ogni paese per continuare questo cammino. Una forza impegnata nella logica della rivoluzione dei cittadini in Europa. Ecco perché sono andato in Grecia per sostenere Zoe Konstantopoulou e "Unità Popolare". In Catalogna a sostenere la lista supportata da Podemos, in Italia a Napoli con Potere al Popolo. E così via. Questo è il significato dei tre discorsi che ho pronunciato nell'Assemblea nazionale per definire i nostri principi. E di quello che Éric Coquerel [3] ha pronunciato nella stessa tribuna nel giorno della litania sul Trattato dell'Eliseo alla presenza di Schäuble. E come ha fatto ancora al Forum del Piano B a Lisbona.
La partita che si giocherà nel vecchio continente come in Francia merita qualcosa di meglio rispetto agli accordi e alle trattative tra le piccole forze travolte dagli eventi. È la guerra o la pace, il collasso o la sopravvivenza di uno spazio sociale e di civiltà. Questo è un salto ecologico o un suicidio collettivo.
Per noi "ribelli", la campagna è iniziata. È iniziata con le nostre battaglie di idee nella tribuna dell'Assemblea nazionale e ai summit del Plan B, e mentre giravamo per l'Europa! È iniziata con le iniziative legislative di Younous Omarjee [4] al Parlamento europeo. Ma si è mai interrotta dal 2005 [5]? Riteniamo che questa volta si presenti di nuovo un'opportunità per segnare un punto determinante e procedere ad un decisivo raggruppamento di forze per scrivere il resto della storia europea, guardando e puntando in grande. E per questo, prima di tutto, bisogna rompere con i miserabili intrighi degli apparati tradizionali.
Note:
[1] “Génération.s, le movement” è un partito politico francese, fondato e guidato nel luglio 2017 da Benoît Hamon (candidato alle Presidenziali del 2017 per il Partito Socialista). Nasce a seguito del tracollo del Partito Socialista alle elezioni presidenziali (6,19% al primo turno) e che, a detta dello stesso, mira a “Rifondare e unire la sinistra” in Francia.
[2] Un piano B in Europa: https://melenchon.fr/2015/10/11/un-piano-b-in-europa
[3] Deputato della “France Insoumise” all’Assemble Nationale e deputato eletto nella circoscrizione Seine-Saint-Denis.
[4] Eurodeputato nel gruppo GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica).
[5] Mélenchon si riferisce al Référendum français sur le traité établissant une constitution pour l'Europe, che si è svolto il 29 maggio 2005. Il quesito referendario domandava se la Francia avrebbe dovuto ratificare il Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa, redatta dalla Convenzione Europea nel 2003. I risultati videro uscire vittorioso il fronte del "No" con il 55% dei votanti che si espressero per rifiutare il trattato con un'affluenza del 69%.
Traduzione a cura di Redazione Rete dei Comunisti dell’articolo “Les élections européennes ont commencé”:
https://melenchon.fr/2018/02/20/les-elections-europeennes-ont-commence
Fonte
"Generation-s" sostiene quindi Syriza? Tuttavia, pochi giorni prima "Génération-s" aveva dichiarato per bocca di Benoît Hamon di lasciare la "porta aperta" alla "Francia Insoumise" per un'alleanza alle prossime elezioni europee. È stato molto generoso da parte sua. Mi ha rallegrato, anche se molti dei miei sostenitori non hanno creduto a nessuna delle sue parole e si divertivano per il doppio tono che intravedevano nelle sue osservazioni. Certo, ho avuto difficoltà a capire perché abbia abbinato queste buone maniere con inutili ingiunzioni del tipo "a condizione che gli insoumis [i sostenitori del partito guidato da Jean-Luc Mélenchon, ndt] cambino la loro posizione sull'Europa". Questa cosa ricordava molto il solito tono prepotente degli altri esponenti del Partito Socialista che si sono espressi a riguardo durante la scorsa settimana.
Ma qui vediamo che non si tratta del solito gioco del gatto e del topo sulla modalità "non esiste al mondo persona più unitaria di me" che ci ricorda i migliori momenti della campagna presidenziale. Qui si tratta di questioni di fondo. Si tratta della ragione fondamentale del divorzio che ha distrutto il legame tra i partiti socialisti e i popoli in tutta Europa. É la causa che ha reso i partiti socialisti delle appendici della politica della finanza, dei sostenitori delle "grandi coalizioni". Questo sottofondo ha fatto di una parte del Partito Socialista in Francia una componente della grande coalizione in Francia, ovvero con "La République en Marche" [il partito del presidente Emmanuel Macron, ndt]. La domanda è se vogliamo resistere o meno alle politiche definite dai Trattati europei e attuate dalla Commissione di Bruxelles! Tsipras e Syriza sono il modello del rifiuto di questa rottura. Tsipras ha tradito tutti i suoi sostenitori in Grecia e tutti quelli che hanno combattuto qui per lui nel momento in cui nessuno voleva riceverlo a Parigi. La rottura con i Trattati non è quindi una differenza di grado sulla questione europea, ma una differenza di natura strutturale.
La politica che inizia con l'accettazione delle politiche di aggiustamento strutturale non può che finire con la negazione delle libertà dopo la loro riduzione volontaria e forzata. Tsipras ha percorso questo declino. Una settimana prima del tweet di "Generation-s", il governo di Syriza aveva in effetti accettato di applicare un ulteriore piano di austerità. Pertanto, parlare di "volontà comune di porre fine all'austerità" è un ritorno al doppio gioco alla Hollande. Ma la cosa più seria è un’altra. Perché oltre a tutto il resto, Tsipras e il suo gruppo hanno deciso di ridurre il diritto di sciopero. Non è nulla? Ai nostri occhi è la fine della discesa intrapresa con la resa iniziale di Tsipras. Ecco perché, dopo averlo aiutato con tutte le nostre forze, abbiamo immediatamente rotto con lui il giorno in cui ha firmato il documento che Hollande e Merkel gli hanno presentato per la sua capitolazione definitiva. Ovviamente, questo non ci ha impedito di essere derisi in tutta Europa e, soprattutto, dal governo del Partito Socialista di allora con la modalità del tipo "vedete bene che non si può fare diversamente; anche i vostri migliori amici sono d'accordo".
Spero che Benoît Hamon e "Génération-s" si riprendano. Potrebbero non aver compreso ciò che questa intera pagina della storia ha rappresentato in Europa nel periodo di costruzione dell'"altra sinistra”. Penso che non si rendano conto che tutto ciò li riconduce alle posizioni di Hollande e Cambadélis che avevano accompagnato, con la beffa del rigore contro di noi, il loro accordo con Tsípras dalla sua resa.
Questa decisione di Tsipras e Syriza contro il diritto di sciopero cambia ufficialmente il loro schieramento. Perché il diritto di sciopero è una "libertà" fondamentale dei lavoratori sin da quando esiste il movimento operaio. Questa decisione è così grave da giustificare la richiesta del “Parti de Gauche” di espellere Syriza dal Partito della Sinistra Europea, di cui è membro. Una richiesta alla quale la direzione del Partito Comunista Francese (PCF), che ha presieduto l'organizzazione per due anni e di cui il suo segretario generale Pierre Laurent è ancora vice-presidente, ha risposto dicendo che è "ridicola e inutile". Invito i miei amici e sostenitori a non rimanere un altro giorno in tale compagnia. Ma se "Generation-s" e il PCF ritengono che Tsipras sia un partner accettabile, la cosa migliore sarebbe che facessero insieme una lista comune alle elezioni europee e che si impegnassero a spiegarla di fronte agli elettori. Non sarei geloso, me ne guardo bene. In ogni caso, che sia chiaro a tutti: un'alleanza con Syriza è fuori questione per noi, qualunque sia la sua forma. In Grecia, dobbiamo aiutare con tutte le nostre forze "Unità Popolare" e Zoe Konstantopoulou, i quali hanno risollevato la fiaccola della lotta indipendente. Questo è quello che ho fatto durante la mia visita alla riunione di lancio del movimento di Zoe al fianco di Michel Larive, Loïc Prudhomme, Bénédicte Taurina e Bastien Lachaud, deputati della "France Insoumise".
Inoltre, il Partito della Sinistra Europea di Tsípras e Pierre Laurent non svolge alcun ruolo politico concreto in Europa se non per la ripartizione confidenziale di posizioni e risorse. E naturalmente per cercare di deviare dalla proposta del "Forum del Piano B" che, senza alcun aiuto, è riuscito a tenere quattro summit in tre anni e si sta rivelando il vero punto d'incontro internazionale della rivolta progressista in Europa. Il Forum si raduna in maniera sempre più ampia in Europa e attrae osservatori da tutto il mondo. Da parte sua, il Partito della Sinistra Europea, sotto l'influenza di Tsípras, crea dei “fuochi di bonifica”, all’antica, senza il respiro e l'immaginazione che caratterizzano il resto del mondo dei “ribelli” in Europa. Ancora una volta, su questo argomento come sugli altri, la direzione del PCF prova le stesse perenni tattiche per prender tempo: la vaghezza dei testi, l’incantesimo dell’unitarietà, il furto dell'identità, la cattura di luoghi e posizioni.
I numerosi comunisti polemici, che si indignano per ognuna delle mie frasi, non hanno ancora detto una sola parola sulla loro conclamata alleanza con Tsipras. Ma in ultima istanza, conosciamo la musica degli apparati politici: Tsipras sì, la rottura con l'Europa dei trattati no. Non accettare di passare dalla parte del "Piano B" ha un solo obiettivo: non rendersi impresentabili nei municipi, nei comuni, nelle regioni dove la stessa commedia unitaria senza principio verrà riprodotta. Alla fine, il ridicolo bussa a tutte le porte.
Quindi quando di recente c'è stata una riunione del Partito Socialista Europeo, a Marsiglia, la dirigenza del PCF ha iniziato ad annunciare a gran voce un discorso di Tsipras. Certo, lui non è andato. Uno dei suoi rappresentanti è venuto a sparare le assurdità della resa "utile", "meno peggio" e persino "di sinistra". Ma tutte queste umiliazioni e questo disprezzo, che si aggiungono alla lunga lista di exploits di questo stesso gruppo non hanno cambiato nulla. Anche la polemica che volevano aprire contro di me, dipingendomi ancora una volta come settario perché mi rifiutavo di approvare questa pantomima, non interessava a nessuno. Le scarse assemblee hanno aumentato le sedute sinistre, senza obiettivi o prospettive. Così è il mondo: riunire tutte le forze del Partito Socialista Europeo in Europa per umiliarmi e disprezzarmi nella mia circoscrizione non è abbastanza per farne un evento.
Da parte mia, con i miei sostenitori in Francia, gli organizzatori del "Forum del Piano B" [2], abbiamo deciso di mettere al servizio della resistenza tutta l'autorevolezza acquisita nella nostra campagna presidenziale in Francia. Non ci importa di sapere quali sono i sondaggi per coloro che resistono. Li supportiamo. Non ci interessa sapere se sono d'accordo con noi su tutti i singoli punti. Li aiutiamo. La cosa fondamentale è che esista una forza che fornisca un punto d'appoggio in ogni paese per continuare questo cammino. Una forza impegnata nella logica della rivoluzione dei cittadini in Europa. Ecco perché sono andato in Grecia per sostenere Zoe Konstantopoulou e "Unità Popolare". In Catalogna a sostenere la lista supportata da Podemos, in Italia a Napoli con Potere al Popolo. E così via. Questo è il significato dei tre discorsi che ho pronunciato nell'Assemblea nazionale per definire i nostri principi. E di quello che Éric Coquerel [3] ha pronunciato nella stessa tribuna nel giorno della litania sul Trattato dell'Eliseo alla presenza di Schäuble. E come ha fatto ancora al Forum del Piano B a Lisbona.
La partita che si giocherà nel vecchio continente come in Francia merita qualcosa di meglio rispetto agli accordi e alle trattative tra le piccole forze travolte dagli eventi. È la guerra o la pace, il collasso o la sopravvivenza di uno spazio sociale e di civiltà. Questo è un salto ecologico o un suicidio collettivo.
Per noi "ribelli", la campagna è iniziata. È iniziata con le nostre battaglie di idee nella tribuna dell'Assemblea nazionale e ai summit del Plan B, e mentre giravamo per l'Europa! È iniziata con le iniziative legislative di Younous Omarjee [4] al Parlamento europeo. Ma si è mai interrotta dal 2005 [5]? Riteniamo che questa volta si presenti di nuovo un'opportunità per segnare un punto determinante e procedere ad un decisivo raggruppamento di forze per scrivere il resto della storia europea, guardando e puntando in grande. E per questo, prima di tutto, bisogna rompere con i miserabili intrighi degli apparati tradizionali.
Note:
[1] “Génération.s, le movement” è un partito politico francese, fondato e guidato nel luglio 2017 da Benoît Hamon (candidato alle Presidenziali del 2017 per il Partito Socialista). Nasce a seguito del tracollo del Partito Socialista alle elezioni presidenziali (6,19% al primo turno) e che, a detta dello stesso, mira a “Rifondare e unire la sinistra” in Francia.
[2] Un piano B in Europa: https://melenchon.fr/2015/10/11/un-piano-b-in-europa
[3] Deputato della “France Insoumise” all’Assemble Nationale e deputato eletto nella circoscrizione Seine-Saint-Denis.
[4] Eurodeputato nel gruppo GUE/NGL (Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica).
[5] Mélenchon si riferisce al Référendum français sur le traité établissant une constitution pour l'Europe, che si è svolto il 29 maggio 2005. Il quesito referendario domandava se la Francia avrebbe dovuto ratificare il Trattato che adotta una Costituzione per l'Europa, redatta dalla Convenzione Europea nel 2003. I risultati videro uscire vittorioso il fronte del "No" con il 55% dei votanti che si espressero per rifiutare il trattato con un'affluenza del 69%.
Traduzione a cura di Redazione Rete dei Comunisti dell’articolo “Les élections européennes ont commencé”:
https://melenchon.fr/2018/02/20/les-elections-europeennes-ont-commence
Fonte
30/04/2017
Il blocco centrista emerge dalle elezioni francesi
di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Queste elezioni presidenziali rimarranno nella memoria degli elettori francesi a lungo. Il paesaggio politico, definito dal 1970 in poi, è stato stravolto e i nuovi equilibri restano ancora nell'ombra. Quello che è certo è che il padronato francese è il vero vincitore politico e sociale.
Cinque anni di presidenza socialista
Il 2012, anno delle ultime elezioni nazionali, sembra appartenere ad un'altra epoca storica[1]. Quelle elezioni erano state vissute da molti come una liberazione da un presidente, Sarkozy, che era il più impopolare e filo americano di tutta la storia della Francia. Il risultato di Hollande e della sinistra francese, che andava al governo per la seconda volta durante la Quinta Repubblica dopo l'esperienza di Mitterand, era il risultato di cinque anni di mobilitazioni che erano culminate con il lungo ciclo di scioperi contro la riforma pensionistica che faceva aumentare l'età pensionabile dai 60 ai 63 anni (e duramente repressa dal governo).
Queste elezioni presidenziali rimarranno nella memoria degli elettori francesi a lungo. Il paesaggio politico, definito dal 1970 in poi, è stato stravolto e i nuovi equilibri restano ancora nell'ombra. Quello che è certo è che il padronato francese è il vero vincitore politico e sociale.
Cinque anni di presidenza socialista
Il 2012, anno delle ultime elezioni nazionali, sembra appartenere ad un'altra epoca storica[1]. Quelle elezioni erano state vissute da molti come una liberazione da un presidente, Sarkozy, che era il più impopolare e filo americano di tutta la storia della Francia. Il risultato di Hollande e della sinistra francese, che andava al governo per la seconda volta durante la Quinta Repubblica dopo l'esperienza di Mitterand, era il risultato di cinque anni di mobilitazioni che erano culminate con il lungo ciclo di scioperi contro la riforma pensionistica che faceva aumentare l'età pensionabile dai 60 ai 63 anni (e duramente repressa dal governo).
Hollande cercò di farsi portavoce di tutto questo, mantenendo ambiguità e reticenze. Ma anche con alcuni slogan chiari e alcune promesse precise. Ricordiamo quante speranze questo suscitò nella disarticolata sinistra italiana, la promessa di essere il candidato anti-Merkel? E ricordiamo anche la promessa di cambiare i trattati europei, a partire dal six-pack e dal fiscal-compact! Ma suscitò molte speranze, specie in tempi di crisi finanziaria ed economica, la designazione del suo nemico, la finanza:
“Mais avant d’évoquer mon projet, je vais vous confier une chose. Dans cette bataille qui s’engage, je vais vous dire qui est mon adversaire, mon véritable adversaire. Il n’a pas de nom, pas de visage, pas de parti, il ne présentera jamais sa candidature, il ne sera donc pas élu, et pourtant il gouverne. Cet adversaire, c’est le monde de la finance”[2][Ma prima di parlare del mio progetto, vi confiderò una cosa. In questa battaglia che comincia, vi dirò chi è il mio avversario, il mio vero avversario. Non ha un nome, non ha un viso, non un partito, non presenterà mai la sua candidatura, e quindi mai sarà eletto, ciononostante governa. Questo avversario è il mondo della finanza.]
Sappiamo tutti com'è andata. Nessuna riscrittura dei trattati, nessuno scontro con la Germania, nessun disturbo per il mondo della finanza[3]. Questa da nemica diventa sua fida alleata, quando, in un rimpasto di governo, entra come Ministro dell'Economia il giovane banchiere Macron, con un cospicuo patrimonio guadagnato al servizio di banche d'affari internazionali.
Altre promesse riguardavano l'inversione della curva della disoccupazione, in crescita ormai da oltre 10 anni. Nei cinque anni di Sarkozy, questa era aumentata di 1 milione di nuovi disoccupati. Dopo cinque anni di presidenza socialista un altro milione si aggiunge ai precedenti[4]. Hollande ha cercato di mascherare la cosa a fine del mandato, attraverso l'aumento dei fondi per la formazione, in modo che questi sparissero dalle statistiche come disoccupati, per figurare tra le persone in formazione: un trucco che serve ad ingannare le statistiche ma non i disoccupati e i precari. A questo si aggiunge la riforma del lavoro imposta a suon di bastonate ai sindacati e ai lavoratori, nell'idea che se il lavoro costa meno ed è flessibile, le imprese investono maggiormente e la disoccupazione diminuisce[5].
Infine le guerre. Molti avevano confidato nella promessa di un presidente normale, fuori dal machismo di Sarkozy[6] (con le sue bombe sulla Libia). Invece si sono trovati un presidente che è intervenuto in Mali e che ha giocato in Siria un ruolo a volte più spinto di quello americano. E ha promulgato una legge per l'immunità totale delle truppe Nato su territorio francese. Senza dimenticare che niente è stato detto contro le sanzioni alla Russia, a cui si è preferito pagare una penale di centinaia di milioni di euro piuttosto che consegnare una nave da guerra già ordinata e costruita
Hollande è diventato il presidente più impopolare della storia francese, battendo anche Sarkozy. Tanto da essere il primo a non presentarsi per la rielezione.
Un antipasto del disastro: le primarie
Non che la bufera che ha colpito domenica la Francia non fosse stata annunciata da venti sempre più forti. Negli anni ho cercato di raccontare i pericoli a cui i francesi andavano incontro, i cui segnali erano evidenti.
Ad ogni elezione che si è svolta negli ultimi cinque anni, i socialisti e le altre forze che sostenevano il Governo sono sempre state puniti[7], mentre i voti del Fronte Nazionale crescevano. Non si può tacere il fatto che a questo ha contribuito la strategia socialista, come già avvenuto in precedenza: per imporre politiche antisociali, senza per questo perdere il governo, una crescita del FN avrebbe permesso di dividere i voti della destra, che in questo modo non sarebbe riuscita a vincere alle successive elezioni. Già Mitterand aveva usato questa tattica. I risultati li abbiamo sotto i nostri occhi[8].
Non contenti dei risultati che stavano raccogliendo, e a fronte degli insuccessi elettorali, i socialisti hanno deciso, a metà mandato, un cambio completo di governo: via il centrista Marc Hayrault, e al suo posto è entrato il “renziano” Manuel Valls, sconfitto da Hollande alle primarie socialiste con un voto bassissimo e propugnatore della fine dell'esperienza socialista in Francia, in favore di un partito post-ideologico. Una svolta a destra dopo i ripensamenti centristi post elettorali. Così hanno continuato a perdere un'elezione dopo l'altra[9]. Forse la sconfitta più simbolica è quella delle regionali dell'anno scorso[10]: i socialisti sono passati dal governare tutte le regioni tranne una, a una situazione in cui dopo averle perse quasi tutte quelle regioni, si è trovato a dover sostenere la destra in diversi ballottaggi con il Fn.
Che qualcosa sarebbe cambiato profondamente in Francia, lo si era capito anche dalle primarie che i vari partiti hanno organizzato. Tutte hanno dato risultati inattesi e indesiderati per le dirigenze dei pariti.
L'Ump, diventata I Repubblicani per volere di Sarkozy (tanto per rimarcare il legame atlantico), ha visto l'ex presidente finire addirittura in terza posizione: i due candidati al ballottaggio sono stati Alain Juppé (ex primo ministro di Chirac) e il futuro candidato Fillon. Stessa cosa è accaduta in casa socialista: il candidato della dirigenza e presidente del Consiglio Emmanuel Valls ha perso di fronte al socialista frondista Hamon (che apparteneva ai deputati socialisti che, pur sostenendo i vari governi, si sono opposti da sinistra alle riforme proposte). Infine tra i verdi prevale un altro outsider, Yannick Jadot, mentre l'ex ministra verde Cécile Duflot finisce anch'essa terza.
I risultati
I risultati elettorali non sono altro che il risultato di questi cinque anni, delle speranze frustrate e della reazione sociale e sindacale.
È doveroso partire da un dato spesso ignorato. In Francia l'iscrizione alle liste elettorali non è automatica. Quando si cambia residenza (e questo avviene con maggiore frequenza rispetto all'Italia), bisogna ricordarsi di chiedere l'iscrizione alle liste e va fatto in tempo per le elezioni. Su 45 milioni di potenziali elettori, si stima che i non iscritti siano 4 milioni a cui si aggiungono 7 milioni di mal-iscritti (quelli iscritti in un comune in cui non risiedono più, spesso a centinaia di chilometri di distanza)[11]. Mentre sicuramente una parte importante dei mal-iscritti si sarà recata alle urne, i 4 milioni di non iscritti sono un sintomo forte, forse più dell'astensione.
L'astensione stessa è in crescita ed è passata dai 9'400'000 elettori (pari al 20,52% degli iscritti) ai 10'500'000 (il 22,23%). Sebbene la partecipazione rimanga alta, un milione di francesi si è aggiunto a chi ha ritenuto non fosse importante votare, nonostante le sirene sul pericolo Le Pen.
Il grande perdente (dopo Hollande) è François Fillon, uscito vincitore dalle primarie della destra. In queste si era disputato (tra le altre cose) su quanti dipendenti pubblici licenziare: la cifra variava dai 500'000 ad oltre un milione (su 5,5 Milioni[12], cioè tra il 10% e il 20%). Vista la crisi verticale di Hollande e dei socialisti, prima dello scandalo personale che lo ha colpito, era dato sicuro vincitore. Le sue posizioni in ambito internazionale sembravano orientate a una minore ostilità verso la Russia e forse a una sospensione delle sanzioni (anche se su questo tema ha oscillato a lungo). I voti dei Repubblicani passano dai 9,7 milioni di voti di Sarkozy ai 7,2 milioni di Fillon (20% in meno).
La candidata che ha più beneficiato di questo crollo è stata Marine Le Pen, che passa dai 6,4 milioni di voti del 2012 ai 7,6 milioni di quest'anno (21,3% dei votanti). Il processo seguito ormai da anni è quello di eliminare i toni troppo aspri del padre (marginalizzato e poi cacciato dal partito), di mettere in secondo piano l'ala violenta, e di mostrare un volto più accettabile. In particolare ha più volte cercato di appropriarsi di temi cari alla sinistra, come la laicità, utilizzata contro gli immigrati colpevoli di fare mostra della propria fede. Una novità sembra essere il voto islamico per il Fn, dovuto alla comune opposizione alla legge sui matrimoni gay. Spesso descritta come la candidata di Putin, quella che chiede l'uscita dalla Nato e dall'Unione Europea, nella realtà il suo programma risulta essere molto meno pacifico: la retorica anti musulmana sfoderata in occasione degli attentati non fa altro che preparare il terreno a nuove incursioni militari in Medio Oriente a fianco degli americani.
Un crollo ancora più forte lo hanno subito i socialisti. Questi passano dai 10,2 milioni di voti di Hollande nel 2012, ai 2,2 di Hamon (6,3% dei votanti). Queste cifre impietose raccontano meglio di qualsiasi altra cosa il disastro del governo socialista. Hamon ha fatto opposizione ai governi, cercando insieme ad altri deputati socialisti, di proporre una linea differente, spesso in coordinamento con il Front de Gauche. Ma non si può recuperare in due mesi cinque anni di massacro. E in politica internazionale non si sono osservate differenze. Se poi si pensa che il candidato era sostenuto anche dai Verdi, che dopo aver fatto le primarie per un proprio candidato, hanno raggiunto un accordo con i socialisti e hanno ritirato il proprio candidato. Questi, nel 2012, avevano ottenuto 820'000 voti pari al 2,8%.
Molti di questi voti si sono spostati su Jean-Luc Mélenchon, candidato del neonato movimento La France Insoumise. Questa non ha niente a che fare con il Front de Gauche, formato dai partiti della sinistra francese, che aveva sostenuto Mélenchon nel 2012. Dopo il declino di questo a causa di divisioni elettorali e al rifiuto da parte dei comunisti di trasformarlo in partito, Mélenchon ha lasciato temporaneamente la politica, per rientrarvi successivamente per lanciare il suo movimento. Un movimento dal basso, formato da gruppi di cittadini che si ritrovano per discutere e che si coordinano tramite una piattaforma internet. In un anno il movimento è passato dai 10'000 aderenti del Giugno 2016 ai 450'000 di oggi. Si basa su gruppi di appoggio che possono essere liberamente creati, formati da sostenitori iscritti alla piattaforma. La simbologia della sinistra, molto forte nel Front de Gauche, è abbandonata: si canta solo la Marsigliese non più accompagnata dall'Internazionale e il simbolo è il phi greco. Il programma, elaborato, discusso e votato dagli aderenti, è orientato verso l'ecosocialismo. I punti forti erano la proposta di una profonda riforma istituzionale che eliminasse il presidenzialismo e reintroducesse il proporzionale (una battaglia portata avanti dai comunisti fin dal 1958); l'aumento del salario minimo a 1'300 euro; la riforma dei trattati europei e in alternativa un'uscita della Francia dall'UE; l'uscita dal comando Nato e l'adesione all'ALBA bolivariana e alla banca dei BRICS[13]; l'abrogazione della legge sul lavoro di Hollande e la fine del precariato[14]. Il modello di Mélenchon è Chavez, con il tentativo di creare un movimento populista in Francia, che sebbene non si richiami apertamente alla sinistra, ne riprenda molti punti. I suoi voti sono passati dai 3,9 milioni del 2012 ai 7 milioni di oggi (19,6% dei votanti).
Il vero vincitore di queste elezioni è sicuramente Emmanuel Macron, che con il suo nuovo movimento En Marche![15] È arrivato in testa al primo turno. Giovane, già milionario, ex banchiere presso la Banca d'affari Rotschild ed ex ministro delle finanze durante la presidenza Hollande, è riuscito in poco tempo a tramutarsi da “tecnico” prestato alla politica al candidato più votato. Molti dubbi restano sui finanziamenti, tutt'ora molto opachi. Mentre è stato chiarissimo l'appoggio unanime dei media, che l'hanno aiutato a crescere e l'hanno lanciato verso il primo posto. Il suo programma è totalmente liberista, teso a smantellare in poco tempo quanto resta delle politiche sociali francesi, in nome di un "nuovo" che sblocchi un paese preda della disoccupazione: quindi basta con le 35 ore, aperture domenicali, fine della securité sociale (la sanità e le pensioni), e vendita delle società statali. Il tutto da compiere nel più breve tempo possibile, non appena eletto, per mettere i sindacati e l'opposizione di sinistra davanti al fatto compiuto. Ovviamente è il candidato più europeista. La retorica è sempre quella del nuovo e del giovane, contro il vecchio che non funziona. Se proprio si vuole trovare un paragone italiano, lo si può descrivere come la fusione di Renzi e Monti. In poco più di un anno ha creato un movimento che ha raccolto 8,6 milioni di voti e che lo ha portato ad essere in testa al primo turno. I voti sono venuti da destra[16] e (per la maggior parte) da sinistra[17]. Il partito centrista di Bayrou, i Modem, che aveva preso 3,2 milioni di voti nel 2012, ha deciso di sostenerlo.
Dal punto di vista sociale, Macron ottiene i successi maggiori nelle grandi città, soprattutto nei quartieri agiati e in quelli ricchi. Mélenchon ha successo nelle periferie e nei quartieri popolari delle grandi città: un esempio su tutti, quella che una volta era la Banlieu Rouge di Parigi, ha votato per lui, e ovunque ottiene risultati oltre il 30 percento e a volte oltre il 40%. Marine Le Pen è invece la prima candidata in tutta la Francia rurale, nei piccoli e piccolissimi paesi.
Il risultato è che per la prima volta nessuno dei due partiti che hanno governato la Francia sarà al ballottaggio: la Le Pen si scontrerà questa volta contro un volto nuovo. E chiunque sarà eletto, governerà con il sostegno di solo il 20% dei francesi.
A questi si aggiungono i 600'000 voti della sinistra trotskysta (Npa e Lutte Ovrière), rimasti invariati negli ultimi 5 anni.
Infine si è assistito all'exploit dei candidati gollisti, tanto di destra quanto di sinistra, legati alle posizioni politiche del Generale che ritengono essere state tradite da Sarkozy. Le posizioni sono anti americane e filorusse, con posizioni diverse sull'Europa (alcuni chiedono di uscirne, altri vogliono un polo europeo indipendente dagli Usa a guida francese); tutti sostengono uno stato sociale non assistenzialista, sul modello francese dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il successo maggiore è di Nicolas Dupont-Aignant, di Debout la France (Francia in Piedi!), il cui slogan è “Né il sistema, né le estreme”, che passa dai 640'000 voti del 2012 ai 1,7 milioni di oggi (4,7%). A questi vanno aggiunti altri 500'000 voti di Assalineau e Cheminade, su posizioni politiche simili (1,4%).
Se guardiamo ai saldi, la sinistra (Ps, Verdi e Mélenchon) passando dai 15 milioni di voti del 2012 ai 9,2 attuali; la destra dai 16 milioni (Sarkozy e Le Pen) di cinque anni fa ai 15 di oggi. Il centro invece esplode, grazie a Macron e Bayrou, che passano dai 3,2 milioni agli 8,6 milioni di oggi.
Emersione del blocco centrista
Questo sconvolgimento ha cause profonde che non possono (e non devono) essere ignorate.
Da un lato, come detto in precedenza, il popolo francese si è opposto alle riforme degli ultimi 10 anni, sia a quelle di Sarkozy sia a quelle di Hollande. Il segno di queste riforme, a dispetto delle diverse etichette politiche, era lo stesso, così come il modo di imporle: approvazione imposta dal Presidente, in mancanza di una maggioranza parlamentare (articolo 49-3 della Costituzione francese); provocazioni e repressione poliziesca contro le manifestazioni sindacali che vi si opponevano. Il prezzo di 10 anni di crisi economica è stato fatto pagare interamente ai ceti popolari, ai lavoratori, ai giovani e ai pensionati. Di fronte a quello che appare ai più come un teatrino teso ad ingannare gli elettori, questi hanno dapprima cercato facce nuove alle primarie, per poi premiare alle elezioni chi appariva fuori dal sistema: Macron, Le Pen, Mélenchon.
Ma il vero artefice e vincitore del nuovo scenario è il padronato francese. Come mostrano le statistiche sul saggio di profitto, anche questo ha di cui lagnarsi: a causa della forte resistenza operaia, il saggio di profitto francese continua a stagnare[18], soprattutto se comparato a quello del rivale tedesco. I governi da esso sostenuti negli anni non si sono rivelati capaci di sconfiggere la resistenza dei lavoratori e di applicare riforme tali da permettere una considerevole compressione dei salari (diretti, indiretti e differiti) e dello stato sociale tale da fare aumentare la parte di prodotto di cui si appropriano loro. Il risultato è un apparato produttivo francese che, al di fuori di alcuni settori strategici e collaterali allo stato (difesa, aeronautica, automobilistica e poco altro) soccombe davanti al capitale straniero.
Una grande coalizione come quella usata altrove - Germania - è difficile da attuarsi in Francia senza una generale riforma istituzionale. Al contempo governi deboli difficilmente possono imbarcarsi in un'avventura di tale portata. Inoltre questo sistema istituzionale si è dimostrato ottimo nel marginalizzare le forze ritenute pericolose (il Pcf e la sinistra radicale), anche quando queste raccoglievano un consenso consistente.
Il metodo per imporre una grande coalizione alla Francia è stata la coppia Macron/Le Pen. Macron, giovane e rampante banchiere, senza partito (e quindi in teoria senza maggioranza parlamentare) rappresenta la soluzione ideale. La sua maggioranza sarà costituita dai deputati centristi sia del Ps che dei Repubblicani, che davanti alla crisi verticale dei propri partiti, decideranno di accettare l'etichetta di “En Marche”[19] e candidarsi per Macron. In questo modo si formerà un largo gruppo parlamentare centrista, a sostegno delle politiche liberiste e atlantiche di Macron, che non dovrà temere di subire i rovesci elettorali conseguenti alle politiche anti-popolari che imporrà. Quando queste colpiranno nel vivo la carne della classe operaia francese, sicuramente aumenteranno i voti delle due ali estreme, Le Pen e Mélenchon. Ma la distanza ideologica di questi due blocchi impedirà che una nuova maggioranza si possa formare per scalzare l'attuale. E in caso che anche il blocco centrista dovesse subire punizioni consistenti, la soluzione della Le Pen sarebbe già pronta all'uso.
Come si vede, la vittoria è assicurata, qualsiasi sia la reazione (elettorale) dei lavoratori e dei ceti popolari.
Ma ci sono ancora diverse partite da giocare. E il risultato è tutt'altro che determinato. Innanzitutto bisognerà vedere chi prevarrà al secondo turno. Poi ci saranno i due turni delle legislative, in cui si dovranno eleggere i deputati: stando alle stime fatte dal Pcf sui voti alle presidenziali, la sinistra unita potrebbe eleggerne 292 su 600. Ma i socialisti accetteranno di unirsi e farsi guidare dalla forza politica al momento più forte a sinistra, cioè la France Insoumise di Mélenchon? E infine ci sarà quello che i sindacalisti francesi chiamano il quinto turno sociale: le mobilitazioni sociali, sicuri che chiunque dei due vinca, i lavoratori francesi dovranno continuare la resistenza e le lotte di questi anni.
NOTE
[1] Presidenziali di Francia. Quale lezione per l’Europa? http://www.marx21.it/internazionale/europa/1592-presidenziali-di-francia-quale-lezione-per-leuropa.html
[2] L'intégralité du discours de François Hollande au Bourget http://tempsreel.nouvelobs.com/politique/election-presidentielle-2012/sources-brutes/20120122.OBS9488/l-integralite-du-discours-de-francois-hollande-au-bourget.html
[3] I primi sei mesi del governo Hollande: la pericolosità di un presidente “normale” http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/8227-i-primi-sei-mesi-del-governo-hollande-la-pericolosita-di-un-presidente-normale
[4] Chômage : le vrai match Sarkozy-Hollandehttp://www.lefigaro.fr/economie/le-scan-eco/le-vrai-du-faux/2016/05/25/29003-20160525ARTFIG00005-chomage-le-vrai-match-sarkozy-hollande.php
[5] La riforma del lavoro francese, la Nato e la fine del ruolo del Ps francese http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/27055-la-riforma-del-lavoro-francese-la-nato-e-la-fine-del-ruolo-del-ps-francese
[6] Una parte dei militari francesi aveva sostenuto il candidato socialista, poiché non avevano apprezzato il reintegro della Francia nel comando Nato deciso da Sarkozy, che metteva la Francia sotto comando americano, con annesse decisioni sulle carriere.
[7] Sulle elezioni in Francia e in Andalusia http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/25413-sulle-elezioni-in-francia-e-in-andalusia
[8] Al riguardo, scrivevo su Marx 21tre anni fa: “È un gioco pericoloso quello che i socialisti stanno giocando. È lo stesso gioco che portò nel 2002 i francesi a scegliere tra la destra di Chirac e quella di Jean-Marie Le Pen, quando le politiche del pareggio di bilancio per il rispetto dei trattati della Gauche Plurielle furono sonoramente bocciate dagli elettori. Nella mente di alcuni socialisti c’è forse l’idea di arrivare, tra tre anni, a vivere la stessa esperienza al contrario: un ballottaggio tra Hollande e la Le Pen che costringa tutti i francesi a un fronte repubblicano per fermare l’estrema destra. In questo modo si potrebbero imporre le misure le europee, senza pagarne un prezzo elettorale. Ma è appunto un gioco estremamente pericoloso.” La crescita della destra estrema in Francia. Le responsabilità dei socialisti http://www.marx21.it/internazionale/europa/23853-la-crescita-della-destra-estrema-in-francia-le-responsabilita-dei-socialisti.html
[9] Riflessioni sulle elezioni municipali francesi: la sconfitta dei socialisti, la resistenza del Pcf http://www.marx21.it/internazionale/europa/23920-riflessioni-sulle-elezioni-municipali-francesi-la-sconfitta-dei-socialisti-la-resistenza-del-pcf.html
[10] Le cause della vittoria del Front national alle regionali francesi http://www.marx21.it/index.php/internazionale/europa/26383-le-cause-della-vittoria-del-front-national-alle-regionali-francesi
[11] Radiés des listes, mal-inscrits... ces Français qui ne voteront pas malgré eux http://www.lexpress.fr/actualite/societe/radies-des-listes-mal-inscrits-ces-francais-qui-ne-voteront-pas-malgre-eux_1900773.html
[12] Idées reçues sur les fonctionnaires (2/4) : « Ils sont trop nombreux » http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2016/11/25/idees-recues-sur-les-fonctionnaires-2-4-ils-sont-trop-nombreux_5038028_4355770.html
[13] Sui temi internazionali ci sono state alcune incertezze. Mentre non si può dimenticare che Mélenchon nel 2011 appoggiò il bombardamento della Libia, per quanto riguarda la Siria ha avuto posizioni altalenanti, che andavano dall'appoggio all'intervento russo, a semplici opposizioni all'uso delle armi per dirimere il conflitto.
[14] È stato fatto notare che, dietro queste proposte, si celano diversi passi indietro rispetto al programma del 2012. Per esempio in esso si proponeva di aumentare il salario minimo a 1700 euro al mese, in linea con le richieste sindacali, e di eliminare la disoccupazione, mentre qui si parla solamente di eliminare la precarietà. Le programme de la «France insoumise » : des choix contraires à ce pour quoi nous combattons http://www.economie-politique.org/sites/default/files/leproblemecestleprogramme-rev_0.pdf
[15] Il nome è stato scelto partendo dalle iniziali del nome del suo fondatore.
[16] Tra questi il più conosciuto è l'ex primo ministro Dominique de Villepin
[17] I sostegni da sinistra sono numerosi. Un gruppo di 54 deputati socialisti ha deciso di appoggiarlo in blocco; molti dirigenti nazionali del Ps, dopo la vittoria di Hamon, hanno esternato il loro appoggio a Macron. Tra questi l'ex sindaco di Parigi e l'attuale Ministro della Difesa. Inoltre lo hanno sostenuto l'ex comunista Braouzec e l'ex segretario del Pcf Robert Hue.
[18] France: penned in https://thenextrecession.wordpress.com/2017/02/01/france-penned-in/[19] In modo simile a quello che avviene in Italia con i 5 Stelle, solo il fondatore ha il potere di attribuire questo marchio.
03/02/2017
Francia, Hamon spacca il PS
di Michele Paris
La definitiva vittoria di Benoît Hamon nel secondo turno delle primarie presidenziali, tenute nella giornata di domenica in Francia, rischia di spaccare un Partito Socialista (PS) già nel pieno di una gravissima crisi provocata dalle politiche di destra perseguite da François Hollande e dai governi che si sono succeduti a Parigi negli ultimi cinque anni.
Il successo dell’ex ministro dell’Educazione è stato ancora più netto di quanto prevedevano i sondaggi. Il 59% dei consensi ottenuti, contro il 41% dell’ex primo ministro Manuel Valls, ha confermato l’esistenza di un fortissimo malcontento popolare nei confronti dei vertici socialisti. Malcontento che si è materializzato anche con una bassa partecipazione al voto, fermatasi come al primo turno a circa due milioni, cioè la metà rispetto alle primarie della destra gollista (Les Républicaines) organizzate nel mese di novembre.
Lo schiaffo a Valls rappresenta così un’autentica umiliazione per il suo partito e, in particolare, per l’ala destra del PS che ha sostenuto Hollande e i suoi governi nell’attacco ai diritti democratici e dei lavoratori. Hamon, da parte sua, ha evidentemente beneficiato di questa situazione, proponendo una campagna basata su misure come l’istituzione di un reddito minimo universale e l’abrogazione delle odiate “riforme” del lavoro implementate da Hollande e Valls.
Alla chiusura delle urne, Hamon, ha celebrato la possibile rinascita della sinistra francese dopo gli anni di Hollande, con il quale aveva rotto proprio sulle politiche economiche dei suoi governi. Il 49enne deputato del dipartimento di Yvelines ha inoltre fatto appello ai candidati alla presidenza del Partito di Sinistra (PG), Jean-Luc Mélenchon, e dei Verdi (EELV), Yannick Jadot, per costruire quella che ha definito “una maggioranza governativa sociale, economica e democratica”.
La proposta politica di Hamon è però illusoria e destinata al fallimento. In primo luogo, quali che siano gli sviluppi delle prossime settimane, il candidato all’Eliseo del Partito Socialista finirà per incassare una pesante batosta nel primo turno delle presidenziali di aprile. Inoltre, qualsiasi iniziativa che implichi un aumento della spesa sociale è fortemente avversata da una larghissima maggioranza della classe politica francese, compresa quella rappresentata dal Partito Socialista.
La coalizione di “sinistra” che Hamon ipotizza con i Verdi e il “Parti de Gauche” è stata poi in sostanza alla base anche del successo di misura di Hollande su Nicolas Sarkozy nel 2012, quando l’allora candidato socialista prometteva anch’egli una rottura con le politiche liberiste del presidente in carica. La strategia del male minore e delle pressioni da “sinistra” non ha portato a nessun risultato positivo, ma ha in qualche modo avallato la deriva liberista del PS sotto la guida di Hollande e di fatto disarmato l’opposizione pure presente nel paese.
Anche nell’eventualità di un miracolo che portasse Hamon all’Eliseo, è più che probabile che quest’ultimo finirebbe per operare una voltafaccia simile a quello di Hollande o, quanto meno, si troverebbe a fare i conti con un PS e con un parlamento decisamente ostili.
Il programma di Hamon, oltretutto, presenta a ben vedere aspetti tutt’altro che progressisti. Ad esempio, l’istituzione di un reddito minimo garantito s’inserisce in una visione disfattista della situazione economica francese, nella quale sembra accettare come dato irreversibile il declino e la deindustrializzazione, così che l’unica prospettiva che resterebbe per milioni di persone non sarebbe altro che povertà e disoccupazione permanenti.
In campagna elettorale, Hamon ha anche sostanzialmente appoggiato le politiche reazionarie di Hollande sul fronte estero e della sicurezza nazionale. In altre parole, mentre in ambito sociale il candidato del PS dovrebbe percorrere una strada teoricamente progressista, senza apparenti contraddizioni sotto la sua guida verrebbero confermate sia la compressione dei diritti democratici in nome della lotta al terrorismo sia le sanzioni contro la Russia e le operazioni militari in vari paesi per la promozione degli interessi della classe dirigente d’oltralpe.
Uno degli aspetti più significativi della vittoria nelle primarie di Hamon, come già anticipato, è ad ogni modo il riflesso che essa avrà sulle dinamiche interne al Partito Socialista. Già dopo i risultati del primo turno, che lasciavano intravedere la disfatta di Valls, molti leader socialisti avevano iniziato a mobilitarsi per rendere chiara la loro netta opposizione all’adozione da parte del partito anche solo di una retorica vagamente di “sinistra”. Questa tendenza ha visto un’inevitabile accelerazione una volta ufficializzati i risultati del ballottaggio di domenica.
Lo
stato di degrado del PS francese è tale infatti da avere spinto
numerosi deputati, ex ministri e amministratori locali a dichiarare la
loro intenzione di sostenere nelle presidenziali della prossima
primavera il candidato “indipendente” e “pro-business” Emmanuel Macron,
ovviamente senza nessuno scrupolo per l’opinione espressa nelle primarie
dagli elettori del partito.
Il 39enne banchiere e ministro dell’Economia dal 2014 al 2016 nel governo Valls qualche mese fa aveva lasciato il Partito Socialista per lanciare un proprio movimento – “En Marche !” – e la sua candidatura all’Eliseo, precisamente nella speranza di raccogliere consensi al centro strappandoli a un PS sempre più screditato dalla presidenza Hollande.
Nella realtà, attorno alla candidatura di Macron si è compattata quella parte dei grandi interessi economici francesi che, pur non tollerando un allentamento delle politiche anti-sociali e di austerity perseguite da Sarkozy e Hollande, vede con timore il crescere del sentimento anti-europeista e populista.
Dando ormai per certo il rovescio elettorale del PS sia nelle presidenziali sia nelle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale a giugno, questa sezione della classe dirigente transalpina scommette su Macron per impedire lo sfondamento del Fronte Nazionale (FN) e l’approdo all’Eliseo di un candidato di centro-destra – François Fillon – che ha già mostrato possibili tendenze filo-russe e (relativamente) anti-americane.
Molti giornali e siti di informazione in Francia e non solo hanno proclamato lunedì proprio Macron il vero vincitore della consultazione interna a un PS che sembra diretto sempre più verso una possibile spaccatura nel prossimo futuro.
Ancora a favore di Macron è da registrare infine un’altra vicenda che sta scuotendo il panorama politico francese. Con un tempismo perfetto, la settimana scorsa il candidato favorito alla presidenza del principale partito di centro destra è stato coinvolto in una vicenda che minaccia seri guai legali e, verosimilmente, la fine della sua corsa all’Eliseo.
Il settimanale satirico Le Canard Enchaîné aveva cioè rivelato che la moglie di nazionalità britannica di Fillon aveva incassato compensi pari ad almeno 600 mila euro per impieghi di assistente parlamentare che non avrebbe invece mai svolto.
Tra gli incarichi per cui Penelope Fillon aveva ricevuto denaro pubblico c’era quello di assistente di Marc Joulaud, il deputato del dipartimento di Sarthe, nella regione Paesi della Loira, che aveva occupato il seggio del marito dopo che quest’ultimo era diventato ministro. I giornalisti di Le Canard Enchaîné hanno intervistato un altro assistente di Joulaud, il quale ha affermato di non ricordare di avere mai lavorato con la signora Fillon.
La nomina di famigliari di politici per svolgere incarichi parlamentari più o meno reali è pratica piuttosto comune in Francia come altrove. Il caso che riguarda Fillon, particolarmente delicato viste le ambizioni presidenziali e la promozione di un’immagine di politico non corrotto a differenza anche dei colleghi del suo stesso partito, è tuttavia sospetto.
Come
già ricordato in precedenza, Fillon prospetta una serie di cambiamenti
degli orientamenti strategici di Parigi in caso di elezione a
presidente. Cambiamenti che sono visti con sospetto da molti
nell’establishment francese. Forse non a caso, l’emergere della vicenda
dei pagamenti alla moglie è coincisa con una sua visita in Germania e il
rilascio di interviste nelle quali metteva tra l’altro in discussione
la linea dura dell’Europa nei confronti della Russia.
Allo stesso modo, Fillon criticava gli interventi occidentali in scenari di crisi come Siria e Ucraina, mentre auspicava la formazione di una sorta di asse con Berlino per contrastare l’agenda nazionalista della nuova amministrazione di Donald Trump negli Stati Uniti.
L’affondamento della candidatura di Fillon potrebbe essere perciò un obiettivo dei poteri che operano dietro le quinte della politica francese, assieme alla promozione di Emmanuel Macron. Il rischio concreto, tuttavia, è che simili manovre finiscano per gettare ancor più nel discredito la classe politica d’oltralpe, favorendo ulteriormente l’ascesa dell’estrema destra del “Front National”.
Fonte
La definitiva vittoria di Benoît Hamon nel secondo turno delle primarie presidenziali, tenute nella giornata di domenica in Francia, rischia di spaccare un Partito Socialista (PS) già nel pieno di una gravissima crisi provocata dalle politiche di destra perseguite da François Hollande e dai governi che si sono succeduti a Parigi negli ultimi cinque anni.
Il successo dell’ex ministro dell’Educazione è stato ancora più netto di quanto prevedevano i sondaggi. Il 59% dei consensi ottenuti, contro il 41% dell’ex primo ministro Manuel Valls, ha confermato l’esistenza di un fortissimo malcontento popolare nei confronti dei vertici socialisti. Malcontento che si è materializzato anche con una bassa partecipazione al voto, fermatasi come al primo turno a circa due milioni, cioè la metà rispetto alle primarie della destra gollista (Les Républicaines) organizzate nel mese di novembre.
Lo schiaffo a Valls rappresenta così un’autentica umiliazione per il suo partito e, in particolare, per l’ala destra del PS che ha sostenuto Hollande e i suoi governi nell’attacco ai diritti democratici e dei lavoratori. Hamon, da parte sua, ha evidentemente beneficiato di questa situazione, proponendo una campagna basata su misure come l’istituzione di un reddito minimo universale e l’abrogazione delle odiate “riforme” del lavoro implementate da Hollande e Valls.
Alla chiusura delle urne, Hamon, ha celebrato la possibile rinascita della sinistra francese dopo gli anni di Hollande, con il quale aveva rotto proprio sulle politiche economiche dei suoi governi. Il 49enne deputato del dipartimento di Yvelines ha inoltre fatto appello ai candidati alla presidenza del Partito di Sinistra (PG), Jean-Luc Mélenchon, e dei Verdi (EELV), Yannick Jadot, per costruire quella che ha definito “una maggioranza governativa sociale, economica e democratica”.
La proposta politica di Hamon è però illusoria e destinata al fallimento. In primo luogo, quali che siano gli sviluppi delle prossime settimane, il candidato all’Eliseo del Partito Socialista finirà per incassare una pesante batosta nel primo turno delle presidenziali di aprile. Inoltre, qualsiasi iniziativa che implichi un aumento della spesa sociale è fortemente avversata da una larghissima maggioranza della classe politica francese, compresa quella rappresentata dal Partito Socialista.
La coalizione di “sinistra” che Hamon ipotizza con i Verdi e il “Parti de Gauche” è stata poi in sostanza alla base anche del successo di misura di Hollande su Nicolas Sarkozy nel 2012, quando l’allora candidato socialista prometteva anch’egli una rottura con le politiche liberiste del presidente in carica. La strategia del male minore e delle pressioni da “sinistra” non ha portato a nessun risultato positivo, ma ha in qualche modo avallato la deriva liberista del PS sotto la guida di Hollande e di fatto disarmato l’opposizione pure presente nel paese.
Anche nell’eventualità di un miracolo che portasse Hamon all’Eliseo, è più che probabile che quest’ultimo finirebbe per operare una voltafaccia simile a quello di Hollande o, quanto meno, si troverebbe a fare i conti con un PS e con un parlamento decisamente ostili.
Il programma di Hamon, oltretutto, presenta a ben vedere aspetti tutt’altro che progressisti. Ad esempio, l’istituzione di un reddito minimo garantito s’inserisce in una visione disfattista della situazione economica francese, nella quale sembra accettare come dato irreversibile il declino e la deindustrializzazione, così che l’unica prospettiva che resterebbe per milioni di persone non sarebbe altro che povertà e disoccupazione permanenti.
In campagna elettorale, Hamon ha anche sostanzialmente appoggiato le politiche reazionarie di Hollande sul fronte estero e della sicurezza nazionale. In altre parole, mentre in ambito sociale il candidato del PS dovrebbe percorrere una strada teoricamente progressista, senza apparenti contraddizioni sotto la sua guida verrebbero confermate sia la compressione dei diritti democratici in nome della lotta al terrorismo sia le sanzioni contro la Russia e le operazioni militari in vari paesi per la promozione degli interessi della classe dirigente d’oltralpe.
Uno degli aspetti più significativi della vittoria nelle primarie di Hamon, come già anticipato, è ad ogni modo il riflesso che essa avrà sulle dinamiche interne al Partito Socialista. Già dopo i risultati del primo turno, che lasciavano intravedere la disfatta di Valls, molti leader socialisti avevano iniziato a mobilitarsi per rendere chiara la loro netta opposizione all’adozione da parte del partito anche solo di una retorica vagamente di “sinistra”. Questa tendenza ha visto un’inevitabile accelerazione una volta ufficializzati i risultati del ballottaggio di domenica.
Il 39enne banchiere e ministro dell’Economia dal 2014 al 2016 nel governo Valls qualche mese fa aveva lasciato il Partito Socialista per lanciare un proprio movimento – “En Marche !” – e la sua candidatura all’Eliseo, precisamente nella speranza di raccogliere consensi al centro strappandoli a un PS sempre più screditato dalla presidenza Hollande.
Nella realtà, attorno alla candidatura di Macron si è compattata quella parte dei grandi interessi economici francesi che, pur non tollerando un allentamento delle politiche anti-sociali e di austerity perseguite da Sarkozy e Hollande, vede con timore il crescere del sentimento anti-europeista e populista.
Dando ormai per certo il rovescio elettorale del PS sia nelle presidenziali sia nelle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale a giugno, questa sezione della classe dirigente transalpina scommette su Macron per impedire lo sfondamento del Fronte Nazionale (FN) e l’approdo all’Eliseo di un candidato di centro-destra – François Fillon – che ha già mostrato possibili tendenze filo-russe e (relativamente) anti-americane.
Molti giornali e siti di informazione in Francia e non solo hanno proclamato lunedì proprio Macron il vero vincitore della consultazione interna a un PS che sembra diretto sempre più verso una possibile spaccatura nel prossimo futuro.
Ancora a favore di Macron è da registrare infine un’altra vicenda che sta scuotendo il panorama politico francese. Con un tempismo perfetto, la settimana scorsa il candidato favorito alla presidenza del principale partito di centro destra è stato coinvolto in una vicenda che minaccia seri guai legali e, verosimilmente, la fine della sua corsa all’Eliseo.
Il settimanale satirico Le Canard Enchaîné aveva cioè rivelato che la moglie di nazionalità britannica di Fillon aveva incassato compensi pari ad almeno 600 mila euro per impieghi di assistente parlamentare che non avrebbe invece mai svolto.
Tra gli incarichi per cui Penelope Fillon aveva ricevuto denaro pubblico c’era quello di assistente di Marc Joulaud, il deputato del dipartimento di Sarthe, nella regione Paesi della Loira, che aveva occupato il seggio del marito dopo che quest’ultimo era diventato ministro. I giornalisti di Le Canard Enchaîné hanno intervistato un altro assistente di Joulaud, il quale ha affermato di non ricordare di avere mai lavorato con la signora Fillon.
La nomina di famigliari di politici per svolgere incarichi parlamentari più o meno reali è pratica piuttosto comune in Francia come altrove. Il caso che riguarda Fillon, particolarmente delicato viste le ambizioni presidenziali e la promozione di un’immagine di politico non corrotto a differenza anche dei colleghi del suo stesso partito, è tuttavia sospetto.
Allo stesso modo, Fillon criticava gli interventi occidentali in scenari di crisi come Siria e Ucraina, mentre auspicava la formazione di una sorta di asse con Berlino per contrastare l’agenda nazionalista della nuova amministrazione di Donald Trump negli Stati Uniti.
L’affondamento della candidatura di Fillon potrebbe essere perciò un obiettivo dei poteri che operano dietro le quinte della politica francese, assieme alla promozione di Emmanuel Macron. Il rischio concreto, tuttavia, è che simili manovre finiscano per gettare ancor più nel discredito la classe politica d’oltralpe, favorendo ulteriormente l’ascesa dell’estrema destra del “Front National”.
Fonte
24/01/2017
Francia, primarie PS: Hamon beffa Valls
di Michele Paris
L’inattesa sconfitta nel primo turno delle primarie presidenziali in Francia dell’ex primo ministro, Manuel Valls, rischia di aggravare la profonda crisi in cui versa il Partito Socialista d’oltralpe (PS) dopo cinque anni sotto la guida del super-screditato François Hollande e dei governi da lui nominati. Valls ha chiuso al secondo posto dietro al “frondista” e suo ex ministro Benoît Hamon, in grado di intercettare la maggior parte dei consensi di un elettorato Socialista che continua a chiedere politiche progressiste e a respingere la deriva liberista accentuatasi in questi ultimi anni.
La destra del PS francese è apparsa essere in netta minoranza nella consultazione di domenica. Valls, emblema stesso dell’involuzione reazionaria del suo partito, si è fermato a poco più del 31%, mentre Hamon ha superato quota 36%.
Se ai voti del 49enne ex ministro dell’Educazione e deputato del dipartimento di Yvelines si aggiunge il 17,6% ottenuto da un altro ex membro di “sinistra” del primo governo Valls, Arnaud Montebourg, si comprende agevolmente come la maggioranza dei votanti auspichi una svolta in senso progressista del Partito Socialista. Sia Hamon che Montebourg erano stati di fatto allontanati dal governo Valls nel 2014 per avere criticato le politiche economiche liberiste dell’allora primo ministro.
Al di là dei risultati, le primarie di domenica si sono tenute prevedibilmente in un’atmosfera di relativa indifferenza. L’ostilità dei francesi nei confronti dei governi Socialisti e del presidente Hollande si è manifestata con un’affluenza che è stata meno della metà rispetto a quella registrata qualche settimana fa nelle primarie della destra gollista, vinte anch’esse a sorpresa da François Fillon.
Hollande sta facendo segnare il minimo storico nei livelli di approvazione per un presidente in carica dopo che il suo mandato è stato caratterizzato dall’implementazione e dal tentativo di implementazione di misure di austerity e dallo smantellamento dei diritti dei lavoratori. Ancora, Hollande e lo stesso Valls sono identificati con l’adozione di misure anti-democratiche, come lo scavalcamento delle prerogative del Parlamento e lo stato di emergenza tuttora in vigore, quest’ultimo destinato teoricamente a combattere la minaccia di attentati terroristici.
Hamon ha in ogni caso incassato già nella serata di domenica l’appoggio di Montebourg, anche se il conforto della matematica potrebbe non essere sufficiente a garantirgli il successo nel secondo turno delle primarie di domenica prossima. Per i media francesi, a influire sulle scelte degli elettori del PS potrebbe essere il dibattito televisivo previsto a metà settimana tra Hamon e Valls.
Chiunque
esca vittorioso dalle primarie, il candidato Socialista alla
successione di Hollande, il quale ha da tempo ha annunciato di non
volersi ripresentare alle elezioni per evitare una clamorosa batosta,
sembra essere comunque destinato a una sonora sconfitta nel primo turno
delle presidenziali nel mese di aprile.
I più recenti sondaggi danno addirittura l’aspirante presidente del PS in quinta posizione nel primo turno delle presidenziali, dietro a Fillon e a Marine Le Pen del Fronte Nazionale (FN) di estrema destra, ma anche all’indipendente ex ministro Socialista, Emannuel Macron, e a Jean-Luc Mélenchon del Partito di Sinistra (PG).
Dietro a Hamon si sono coalizzate quelle forze che cercano di conservare una qualche credibilità del PS, impostando una campagna elettorale basata sulle critiche all’impopolare presidenza Hollande e proponendo l’illusione di un partito che, dietro le pressioni popolari, possa mettere in atto misure come l’istituzione di un reddito minimo universale garantito per tutti.
Quest’ultima è una delle due proposte cardine di Hamon, da finanziare con una ancora più improbabile tassa sulla ricchezza in un clima nel quale le classi dirigenti di qualsiasi schieramento, in Francia come altrove, appaiono sempre più ostili anche a un minimo aumento della spesa sociale. L’altra iniziativa propagandata da Hamon è l’ulteriore riduzione dell’orario lavorativo settimanale da 35 a 32 ore.
La fragilità del PS rischia di aggravarsi dopo il secondo turno di domenica prossima. Un’eventuale vittoria di Hamon acuirebbe le divisioni interne, nascoste a malapena negli ultimi cinque anni dal timore di riconsegnare il governo alla destra. Sotto la spinta dell’estrema destra e con la prospettiva sia di vedere all’Eliseo un presidente gollista critico dell’Unione Europea sia di sparire virtualmente dalla mappa elettorale francese, la maggioranza del PS e le forze borghesi europeiste che a esso fanno riferimento potrebbero optare per una soluzione clamorosa.
Invece di appoggiare Hamon per la presidenza, questi ultimi potrebbero cioè dare il proprio sostegno a Emmanuel Macron, lasciando il candidato Socialista ufficiale a poter contare solo sui “frondisti” della “sinistra” del partito. Già alla vigilia delle primarie, decine di membri del PS che ricoprono cariche elettive a livello regionale avevano annunciato il loro appoggio a Macron, mentre fonti vicine a Hollande avevano affermato, prima di smentire le loro stesse dichiarazioni, che lo stesso presidente era pronto ad appoggiare l’ex banchiere ed ex ministro dell’Industria diventato indipendente.
Quali che siano le scelte di Hollande, è innegabile che Macron trovi ampi consensi nelle stanze del potere in Francia, soprattutto tra coloro che, ormai sicuri dell’inevitabile rovescio elettorale che attende i Socialisti, intendono puntare su un candidato che rappresenti un punto di riferimento per il business all’interno di un quadro europeista.
Macron,
in altre parole, potrebbe essere l’unica residua speranza per
installare all’Eliseo un presidente che, presentandosi con un’apparenza
di modernità e un finto appeal da giovane imprenditore vincente,
prosegua con le distruttive politiche di austerity di Hollande e si
adoperi per evitare l’implosione dell’UE.
Se Valls dovesse quindi fallire, buona parte dei vertici del PS e dei poteri che a questa fazione fanno riferimento potrebbe essere pronta a scommettere su un candidato dal chiaro profilo ultra-liberista, chiudendo così definitivamente il cerchio di un percorso verso destra.
Fonte
L’inattesa sconfitta nel primo turno delle primarie presidenziali in Francia dell’ex primo ministro, Manuel Valls, rischia di aggravare la profonda crisi in cui versa il Partito Socialista d’oltralpe (PS) dopo cinque anni sotto la guida del super-screditato François Hollande e dei governi da lui nominati. Valls ha chiuso al secondo posto dietro al “frondista” e suo ex ministro Benoît Hamon, in grado di intercettare la maggior parte dei consensi di un elettorato Socialista che continua a chiedere politiche progressiste e a respingere la deriva liberista accentuatasi in questi ultimi anni.
La destra del PS francese è apparsa essere in netta minoranza nella consultazione di domenica. Valls, emblema stesso dell’involuzione reazionaria del suo partito, si è fermato a poco più del 31%, mentre Hamon ha superato quota 36%.
Se ai voti del 49enne ex ministro dell’Educazione e deputato del dipartimento di Yvelines si aggiunge il 17,6% ottenuto da un altro ex membro di “sinistra” del primo governo Valls, Arnaud Montebourg, si comprende agevolmente come la maggioranza dei votanti auspichi una svolta in senso progressista del Partito Socialista. Sia Hamon che Montebourg erano stati di fatto allontanati dal governo Valls nel 2014 per avere criticato le politiche economiche liberiste dell’allora primo ministro.
Al di là dei risultati, le primarie di domenica si sono tenute prevedibilmente in un’atmosfera di relativa indifferenza. L’ostilità dei francesi nei confronti dei governi Socialisti e del presidente Hollande si è manifestata con un’affluenza che è stata meno della metà rispetto a quella registrata qualche settimana fa nelle primarie della destra gollista, vinte anch’esse a sorpresa da François Fillon.
Hollande sta facendo segnare il minimo storico nei livelli di approvazione per un presidente in carica dopo che il suo mandato è stato caratterizzato dall’implementazione e dal tentativo di implementazione di misure di austerity e dallo smantellamento dei diritti dei lavoratori. Ancora, Hollande e lo stesso Valls sono identificati con l’adozione di misure anti-democratiche, come lo scavalcamento delle prerogative del Parlamento e lo stato di emergenza tuttora in vigore, quest’ultimo destinato teoricamente a combattere la minaccia di attentati terroristici.
Hamon ha in ogni caso incassato già nella serata di domenica l’appoggio di Montebourg, anche se il conforto della matematica potrebbe non essere sufficiente a garantirgli il successo nel secondo turno delle primarie di domenica prossima. Per i media francesi, a influire sulle scelte degli elettori del PS potrebbe essere il dibattito televisivo previsto a metà settimana tra Hamon e Valls.
I più recenti sondaggi danno addirittura l’aspirante presidente del PS in quinta posizione nel primo turno delle presidenziali, dietro a Fillon e a Marine Le Pen del Fronte Nazionale (FN) di estrema destra, ma anche all’indipendente ex ministro Socialista, Emannuel Macron, e a Jean-Luc Mélenchon del Partito di Sinistra (PG).
Dietro a Hamon si sono coalizzate quelle forze che cercano di conservare una qualche credibilità del PS, impostando una campagna elettorale basata sulle critiche all’impopolare presidenza Hollande e proponendo l’illusione di un partito che, dietro le pressioni popolari, possa mettere in atto misure come l’istituzione di un reddito minimo universale garantito per tutti.
Quest’ultima è una delle due proposte cardine di Hamon, da finanziare con una ancora più improbabile tassa sulla ricchezza in un clima nel quale le classi dirigenti di qualsiasi schieramento, in Francia come altrove, appaiono sempre più ostili anche a un minimo aumento della spesa sociale. L’altra iniziativa propagandata da Hamon è l’ulteriore riduzione dell’orario lavorativo settimanale da 35 a 32 ore.
La fragilità del PS rischia di aggravarsi dopo il secondo turno di domenica prossima. Un’eventuale vittoria di Hamon acuirebbe le divisioni interne, nascoste a malapena negli ultimi cinque anni dal timore di riconsegnare il governo alla destra. Sotto la spinta dell’estrema destra e con la prospettiva sia di vedere all’Eliseo un presidente gollista critico dell’Unione Europea sia di sparire virtualmente dalla mappa elettorale francese, la maggioranza del PS e le forze borghesi europeiste che a esso fanno riferimento potrebbero optare per una soluzione clamorosa.
Invece di appoggiare Hamon per la presidenza, questi ultimi potrebbero cioè dare il proprio sostegno a Emmanuel Macron, lasciando il candidato Socialista ufficiale a poter contare solo sui “frondisti” della “sinistra” del partito. Già alla vigilia delle primarie, decine di membri del PS che ricoprono cariche elettive a livello regionale avevano annunciato il loro appoggio a Macron, mentre fonti vicine a Hollande avevano affermato, prima di smentire le loro stesse dichiarazioni, che lo stesso presidente era pronto ad appoggiare l’ex banchiere ed ex ministro dell’Industria diventato indipendente.
Quali che siano le scelte di Hollande, è innegabile che Macron trovi ampi consensi nelle stanze del potere in Francia, soprattutto tra coloro che, ormai sicuri dell’inevitabile rovescio elettorale che attende i Socialisti, intendono puntare su un candidato che rappresenti un punto di riferimento per il business all’interno di un quadro europeista.
Se Valls dovesse quindi fallire, buona parte dei vertici del PS e dei poteri che a questa fazione fanno riferimento potrebbe essere pronta a scommettere su un candidato dal chiaro profilo ultra-liberista, chiudendo così definitivamente il cerchio di un percorso verso destra.
Fonte
25/12/2015
Francia, l’emergenza democratica
di Michele Paris
Come annunciato all’indomani degli attentati di Parigi del 13 novembre scorso, il presidente francese, François Hollande, e il primo ministro, Manuel Valls, hanno presentato questa settimana al Consiglio dei ministri una proposta di riforma della Costituzione per dare solide fondamenta legali a iniziative da stato di polizia. Il presidente potrebbe avere la facoltà di dichiarare arbitrariamente lo stato di emergenza nel paese per un periodo ancora da stabilire, durante il quale sarebbero sospese tutte le principali libertà democratiche.
La proposta era stata avanzata dopo la strage dallo stesso Hollande nel corso di un intervento straordinario di fronte a una sessione congiunta del Parlamento a Versailles. In quell’occasione, Hollande aveva anche chiesto il prolungamento di tre mesi dello stato di emergenza da poco dichiarato.
Tra i poteri che verrebbero assegnati alle forze di sicurezza grazie all’emendamento in discussione figurano quelli di sorveglianza e di arresto sulla semplice base di comportamenti sospetti o minacciosi dell’ordine pubblico. Perquisizioni e detenzioni potranno essere effettuate con questi semplici pretesti e non ci sarà possibilità di contestare le misure davanti a un giudice.
Non solo, nella proposta del presidente e del capo del governo vi è anche la possibilità di togliere la cittadinanza francese ai condannati per atti di “terrorismo”. Il provvedimento sembra essere stato modificato rispetto alle intenzioni iniziali e sarà previsto solo per coloro che hanno doppia nazionalità.
Il fatto che molti francesi di origine nordafricana mantengano la cittadinanza del loro paese di origine rende potenzialmente molto vasta la portata della misura. In ogni caso, la privazione della cittadinanza è una soluzione profondamente anti-democratica, visti anche i precedenti storici relativi proprio alla Francia.
Oltre a essere una proposta tradizionalmente sostenuta dal Fronte Nazionale (FN), la revoca della cittadinanza fu usata nei confronti di decine di migliaia di ebrei e oppositori dell’occupazione nazista e del regime di Vichy durante la seconda guerra mondiale.
Come
ha spiegato lo storico francese Patrick Weil nei giorni scorsi, se la
proposta del governo dovesse essere adottata, si creeranno “due
categorie di cittadini” di fronte alla Costituzione francese. La stessa
ministra della Giustizia, Christiane Taubira, solo lunedì aveva
affermato in un’intervista a una radio algerina che “la privazione della
cittadinanza ai nati in Francia – i quali appartengono alla comunità
nazionale fin dalla nascita – solleva problematiche sostanziali su un
principio fondamentale, quello dello jus soli”, previsto appunto dalla
legge transalpina.
La presa di posizione della ministra è sintomatica delle divisioni che devono essere emerse all’interno del governo e dell’establishment Socialista, vista la delicatezza della questione. Secondo il Nouvel Observateur, infatti, la proposta di emendare la Costituzione voluta da Hollande sarebbe stata modificata “dopo numerosi dibattiti” interni, mentre molti giuristi e parlamentari avrebbero criticato l’iniziativa.
Il quotidiano Le Monde, ad esempio, ha citato deputati e veterani Socialisti che hanno bocciato l’emendamento, facendo riferimento sia alle implicazioni legali sia, più frequentemente, alla sua inefficacia nella lotta al terrorismo. Mercoledì anche il sindaco di Parigi, la socialista Anne Hidalgo, si è detta “fermamente contraria” all’ipotesi avanzata dal governo sul ritiro della nazionalità francese.
Il cambio della Costituzione per codificare l’assegnazione di poteri virtualmente assoluti al presidente è solo lo sviluppo più recente del processo di spostamento verso destra del Partito Socialista francese. La rapidità di questa evoluzione, sotto la spinta non tanto della minaccia del terrorismo quanto della crisi economica e della risposta ad essa data della classe dirigente transalpina, è testimoniata dal fatto che solo alcuni anni fa i leader Socialisti, tra cui lo stesso Valls, avevano aspramente criticato l’allora presidente Sarkozy per avere ipotizzato la privazione della nazionalità per quanti minacciavano la vita di membri delle forze di sicurezza.
Oltre
a un certo numero di politici, anche svariati giornali francesi hanno
più o meno apertamente denunciato le riforme costituzionali proposte da
Hollande, principalmente per il timore che una troppo evidente deriva
autoritaria e la rottura con i principi repubblicani possa provocare una
crisi di legittimità per un governo e un presidente già tra i più
impopolari della recente storia della Francia.
Il numero uno dell’Eliseo e il primo ministro Valls sembrano intenzionati invece a fare appello al nazionalismo e ai sentimenti xenofobi di una parte della popolazione, alimentandoli con lo spettro del terrorismo, per ritagliarsi una qualche base di consenso che legittimi la prosecuzione di politiche impopolari sia sul fronte economico sia su quello della sicurezza nazionale.
Fonte
Come annunciato all’indomani degli attentati di Parigi del 13 novembre scorso, il presidente francese, François Hollande, e il primo ministro, Manuel Valls, hanno presentato questa settimana al Consiglio dei ministri una proposta di riforma della Costituzione per dare solide fondamenta legali a iniziative da stato di polizia. Il presidente potrebbe avere la facoltà di dichiarare arbitrariamente lo stato di emergenza nel paese per un periodo ancora da stabilire, durante il quale sarebbero sospese tutte le principali libertà democratiche.
La proposta era stata avanzata dopo la strage dallo stesso Hollande nel corso di un intervento straordinario di fronte a una sessione congiunta del Parlamento a Versailles. In quell’occasione, Hollande aveva anche chiesto il prolungamento di tre mesi dello stato di emergenza da poco dichiarato.
Tra i poteri che verrebbero assegnati alle forze di sicurezza grazie all’emendamento in discussione figurano quelli di sorveglianza e di arresto sulla semplice base di comportamenti sospetti o minacciosi dell’ordine pubblico. Perquisizioni e detenzioni potranno essere effettuate con questi semplici pretesti e non ci sarà possibilità di contestare le misure davanti a un giudice.
Non solo, nella proposta del presidente e del capo del governo vi è anche la possibilità di togliere la cittadinanza francese ai condannati per atti di “terrorismo”. Il provvedimento sembra essere stato modificato rispetto alle intenzioni iniziali e sarà previsto solo per coloro che hanno doppia nazionalità.
Il fatto che molti francesi di origine nordafricana mantengano la cittadinanza del loro paese di origine rende potenzialmente molto vasta la portata della misura. In ogni caso, la privazione della cittadinanza è una soluzione profondamente anti-democratica, visti anche i precedenti storici relativi proprio alla Francia.
Oltre a essere una proposta tradizionalmente sostenuta dal Fronte Nazionale (FN), la revoca della cittadinanza fu usata nei confronti di decine di migliaia di ebrei e oppositori dell’occupazione nazista e del regime di Vichy durante la seconda guerra mondiale.
La presa di posizione della ministra è sintomatica delle divisioni che devono essere emerse all’interno del governo e dell’establishment Socialista, vista la delicatezza della questione. Secondo il Nouvel Observateur, infatti, la proposta di emendare la Costituzione voluta da Hollande sarebbe stata modificata “dopo numerosi dibattiti” interni, mentre molti giuristi e parlamentari avrebbero criticato l’iniziativa.
Il quotidiano Le Monde, ad esempio, ha citato deputati e veterani Socialisti che hanno bocciato l’emendamento, facendo riferimento sia alle implicazioni legali sia, più frequentemente, alla sua inefficacia nella lotta al terrorismo. Mercoledì anche il sindaco di Parigi, la socialista Anne Hidalgo, si è detta “fermamente contraria” all’ipotesi avanzata dal governo sul ritiro della nazionalità francese.
Il cambio della Costituzione per codificare l’assegnazione di poteri virtualmente assoluti al presidente è solo lo sviluppo più recente del processo di spostamento verso destra del Partito Socialista francese. La rapidità di questa evoluzione, sotto la spinta non tanto della minaccia del terrorismo quanto della crisi economica e della risposta ad essa data della classe dirigente transalpina, è testimoniata dal fatto che solo alcuni anni fa i leader Socialisti, tra cui lo stesso Valls, avevano aspramente criticato l’allora presidente Sarkozy per avere ipotizzato la privazione della nazionalità per quanti minacciavano la vita di membri delle forze di sicurezza.
Il numero uno dell’Eliseo e il primo ministro Valls sembrano intenzionati invece a fare appello al nazionalismo e ai sentimenti xenofobi di una parte della popolazione, alimentandoli con lo spettro del terrorismo, per ritagliarsi una qualche base di consenso che legittimi la prosecuzione di politiche impopolari sia sul fronte economico sia su quello della sicurezza nazionale.
Fonte
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