Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
09/09/2024
Con Michel Barnier l’Unione Europea “commissaria” la Francia
La funzione di Barnier sarebbe quindi, mutatis mutandis, quella di Monti e di Draghi in Italia, ovvero rispettare la tabella di marcia della UE attraverso la presa incarico diretta del governo da parte di un proprio tecnocrate.
A tentare di sbarrare la strada a questo progetto c’è per ora solo una sinistra abbastanza unita, la maggioranza del movimento sindacale, un variegato arco di esperienze di movimento che hanno sostenuto il Nuovo Fronte Popolare, e la capacità delle piazze francesi di “incendiarsi” pur di poter cambiare i rapporti di forza, nonostante la blindatura politica evidente.
Macron Destitution!
Sabato 7 settembre, in centinaia di città francesi, si sono svolte le prime mobilitazioni contro il “coup de force de Macron”, che giovedì scorso ha nominato a capo dell’esecutivo il tecnocrate conservatore Michel Barnier.
Le manifestazioni erano già previste prima di tale nomina ed avevano come principale richiesta la destituzione di Macron, che prima si era rifiutato di dare l’incarico a Lucie Castets, la candidata proposta unitariamente dal Nuovo Fronte Popolare – la coalizione che ha ottenuto più deputati alle elezioni politiche anticipate – e poi aveva escluso dalle consultazioni un solo partito, La France Insoumise.
Alle mobilitazioni di sabato hanno aderito la maggioranza delle forze del NFP – tranne i socialisti – che sono servite a dare un primo sbocco di piazza al clima di indignazione rispetto alle decisione presa dal Presidente.
Naturalmente, come avviene per ogni manifestazione di carattere politico in genere, ed in particolare in Francia, dall’affermarsi del movimento dei gilet jaunes passando per quello contro l'estensione dell’età pensionabile, vi è una marcata distanza tra i numeri dati dagli organizzatori (300 mila in tutta la Francia) e il Ministro dell’Interno (110 mila).
La differenza maggiore tra le cifre si riscontra non a caso per la manifestazione principale – quella parigina – dove al corteo, secondo la prefettura, avrebbero partecipato solo 26 mila persone, mentre Mathilde Panot della LFI ha annunciato 160 mila partecipanti su suo profilo di X.
Da notare che, a differenza delle indicazioni date dalla segretaria della CGT Sophie Binet, la quale – come aveva annunciato – puntava ad una mobilitazione sindacale dal 1 ottobre, ha promosso la mobilitazione anche UD CGT 13 (che comprende all’incirca la regione metropolitana di Marsiglia).
Un corteo importante ha sfilato per strade del Vieux Port della città mediterranea al grido di “tout le monde déteste Michel Barnier”.
Sul volantino di convocazione si dà appuntamento per altri momenti di mobilitazione il 10 settembre, a fianco degli insegnanti, il 13 con i lavoratori della siderurgia, mentre si propone “lo sciopero inter-professionale nazionale” – di fatto uno sciopero generale – per il 1 ottobre.
Insomma, l’anima più combattiva della, CGT che tra l’altro aderisce alla Federazione Sindacale Mondiale (non alla cadaverica CES), è già sul piede di guerra.
Le piazze di sabato sono in continuità con quelle di giugno, mobilitate la sera stessa dell’annuncio delle elezioni anticipate da parte di Macron. Manifestazioni spontanee contro l’ipotesi di un governo di estrema destra, che avevano spinto ulteriormente le forze della sinistra a formare una coalizione unitaria, dopo la conclusione dell'esperienza della NUPES.
Una spinta che ha trovato allineate la quasi totalità delle organizzazioni sindacali e le variegate esperienze di movimento, e tanti e tante militanti di base che si sono “messi a disposizione” per la campagna politica lampo.
Voci dal corteo parigino
Il sito d’informazione Mediapart ha raccolto alcune voci del corteo parigino, che restituiscono un mix di indignazione, determinazione e – in dose minore – di fatalismo rispetto alla situazione.
“È un vero piacere essere qui, vedere così tante persone mobilitate: nonostante i postumi delle elezioni legislative, i Giochi Olimpici e l’attesa di due mesi per la nomina del primo ministro, la gente è ancora qui! (…) È molto importante denunciare questo colpo di forza democratico: il nostro voto non è stato rispettato”, dice Élodie, 24 anni, responsabile della comunicazione e attivista femminista.
“Macron deve restituirci il potere e noi dobbiamo applicare il programma del NFP. Purtroppo le strade sono l’unico modo rimasto per farci sentire”, dice Mireille, pensionata di 75 anni.
“Siamo in un momento storico molto grave, perché il popolo francese si è appena visto rubare le elezioni”, ha dichiarato Aurélie Trouvé, deputata insoumise, alla testa del corteo, denunciando un “patto” siglato da Emmanuel Macron con il Rassemblement national (RN) per portare avanti le sue politiche neoliberiste e antipopolari, cui aggiunge solo “l’odio per gli stranieri”.
“Sono assolutamente indignato. Sono davvero preoccupato che Macron voglia forzare la strada ancora una volta, sta facendo tutto il possibile per mantenere i pieni poteri”, ha detto Stéphane, un’insegnante di 40 anni. “È una catastrofe per la democrazia, perché molte persone di sinistra che non votavano da tempo lo hanno fatto alle elezioni legislative e non torneranno più. Alla fine, è la RN che conta i punti”, aggiunge l’amica Julie.
“Mi sento tradita, fa molto male, arriviamo primi e abbiamo un primo ministro di destra ultra-minoritario. Alla fine, per colpa di Macron, le elezioni non sono servite a nulla”, spiega Suzanne, 22 anni, una studentessa che era venuta a manifestare con due amiche.
Clara, ingegnere di 25 anni, e il suo compagno, manifestavano per la prima volta: “Macron ci ha rubato il voto. Abbiamo lasciato correre molte cose, ma questa è l’ultima goccia”.
“È un po’ debole, non siamo abbastanza. È meno che contro la riforma delle pensioni”, sospira Jean-Marc, un sostenitore di LFI che ha partecipato a tutti i movimenti contro le riforme di Emmanuel Macron.
“È difficile mobilitarsi, molte persone sono rassegnate”, dice Alice, una logista di 32 anni. “Penso che possiamo ricominciare a mobilitarci, ma purtroppo non sono convinta che questo cambierà le cose. Macron dice sempre che ci ascolta, ma continua esattamente come prima. Penso che potrebbe esserci una scintilla, un errore e le cose potrebbero esplodere, la gente è nervosa”, dice Madeleine, una pensionata di 68 anni.
“Macron va per la sua strada, ma se non ci ascolta continueremo”, ha aggiunto Yuna, una studentessa di 21 anni.
I manifestanti sono anche preoccupati per l’arrivo al potere di un primo ministro di destra, con il tacito sostegno della RN: “Dobbiamo rispondere all’emergenza sociale. Se Macron ha nominato Barnier, è per compiacere il Medef e i mercati finanziari, la stessa politica che sta facendo salire il RN”, ha detto un manifestante.
Alice, 24 anni, simpatizzante ambientalista, è venuta a ricordare l’urgenza di combattere il cambiamento climatico: “È un problema grave, ma Michel Barnier preferisce parlare di immigrazione”.
Un governo con il doppio “collare a strozzo”
La promozione mediatica di Barnier, che si sta sottoponendo ad un vero e proprio “tour de force” per cercare di creare consenso attorno alla propria figura, è iniziata poco dopo la sua investitura.
Solo domenica si è registrata una doppia intervista ai giornali domenicali francesi, che gli danno grande spazio come La Tribune de Dimanche col titolo “ho la calma delle vecchie truppe e dei montanari”, o il JDD, a cui riserva le proprie confidenze in tono poetico: “voglio incarnare una speranza per la Francia”.
Una luna di miele che però non può celare la verità.
Qualsiasi governo verrà composto, la sua agenda – viste le premesse della nomina del tecnocrate conservatore – avrà un doppio “collare a strozzo”.
Da una parte ci sarà l’UE che, per voce della Von der Leyen, si è subito felicitata per la “nuova missione” che per l’Unione andrà a compiere l’ex negoziatore comunitario della Brexit, e dall’altro il RN di Le Pen e Bardella, che si è posto come “sorvegliante” dell’esecutivo di minoranza in formazione, verificandone l’operato con la perenne spada di Damocle della “mozione di sfiducia” qualora non fossero presi in considerazione i propri desiderata.
Secondo la Costituzione non ci sono obblighi di tempo per la formazione di un governo che verrà scelto più a Bruxelles che a Parigi, con il beneplacito di Macron, né obblighi di comunicare l’indirizzo di politica generale in Parlamento.
Il costume politico lo imporrebbe, ma stiamo assistendo allo svuotamento della prassi politica della V Repubblica e ad una accentuazione dei suoi caratteri più autoritari permessi dall’architettura gollista.
Tutti i partiti del NFP si sono detti pronti a depositare una “mozione di sfiducia”, appena i tempi tecnici lo permetteranno, che dovrà essere votata entro 48 ore – raccogliendo le firme di almeno 58 deputati sui 577 dell’Assemblea Nazionale – ma che avrà bisogno dei voti della maggioranza dei deputati (289) per poter passare, cosa che è accaduta solo una volta nel corso della V Repubblica, il 5 ottobre 1962, con la sfiducia a Pompidou.
L’agenda del prossimo esecutivo
Veniamo quindi alla fitta agenda e al calendario serrato del nuovo esecutivo in fieri.
La questione di “massima urgenza” è il completamento del bilancio per il 2025, poiché i tempi sono strettissimi. Entro venerdì 13 settembre, l’esecutivo deve completare il progetto di bilancio dello Stato e inviarlo al Consiglio superiore delle finanze pubbliche, affinché possa essere esaminato dal Parlamento a partire dal primo ottobre, come previsto dalla legge.
A Bercy, i ministri dimissionari Bruno Le Maire e Thomas Cazeneuve hanno già preparato il lavoro, soprattutto sul fronte delle spese, mentre a Matignon, Gabriel Attal e i suoi consiglieri hanno effettuato i primi arbitrati.
Incaricato di accelerare gli affari correnti, il primo ministro dimissionario aveva optato per un bilancio 2025 il meno impegnativo possibile, accontentandosi, per la maggior parte, di rinnovare quello del 2024. La spesa pubblica totale è stata congelata a 492 miliardi di euro, con pochi cambiamenti nella ripartizione tra i ministeri, “a parte un taglio particolare al Ministero del Lavoro e dell’Occupazione”, ci informa Le Monde.
La domanda è se Barnier manterrà questa versione della legge finanziaria, praticamente scritta dal governo uscente, o se la modificherà introducendo misure più severe di riduzione dei costi per limitare il deficit. Appare abbastanza scontato che scarterà l’ipotesi di nuove spese in risposta alle tensioni sociali e ai cambiamenti climatici.
Il dibattito parlamentare modificherà ben poco l’impianto che gli verrà illustrato, ed il voto potrà essere bypassato con l’utilizzo dell’articolo costituzionale 49.3.
Mentre si rifinisce il progetto di bilancio per il 2025, il nuovo Primo Ministro dovrà affrontare un’altra emergenza: lo slittamento dei conti per il 2024. Lunedì 2 settembre, un mese e mezzo dopo aver ricevuto una nota del Tesoro, Bruno Le Maire ha avvertito i parlamentari che il deficit pubblico francese è in condizioni critiche.
Secondo il ministro dimissionario, invece di iniziare a scendere, come previsto, il deficit rischia di aumentare ulteriormente nel 2024, raggiungendo il 5,6% del prodotto interno lordo (PIL). Ciò significa che gli impegni presi da Emmanuel Macron (ridurre il deficit a meno del 3% del PIL entro il 2027) sono già lettera morta.
Barnier dovrà prendere in esame l’abrogazione della legge del 14 aprile 2023, che ha portato l’allungamento dell’età pensionabile dai 62 a 64 anni
Ma né Emmanuel Macron né i parlamentari dell’ex maggioranza vogliono sentirne parlare, a parte alcune modifiche parziali.
Barnier nel recente passato si è espresso a favore di disposizioni ancora più draconiane della riforma del 2023, con l’età pensionabile fissata a 65 anni.
Una proposta di legge per abolire il rinvio dell’età pensionabile legale a 64 anni sarà discussa il 31 ottobre all’Assemblea nazionale, su iniziativa del RN. La France Insoumise, da parte sua, ha presentato un testo di contenuto analogo, ma più netto.
Un altro scoglio è l’abbandono o il rilancio della riforma sull’indennità di disoccupazione. La questione è stata accantonata da Gabriel Attal in vista delle elezioni. Inizialmente rinviata a fine luglio, la riforma dell’assicurazione contro la disoccupazione è stata infine rinviata al 31 ottobre.
Il disegno di legge, che dovrebbe consentire al governo di risparmiare 3,6 miliardi di euro all’anno, inasprisce significativamente le condizioni in cui le persone in cerca di lavoro possono beneficiare dell’indennità di disoccupazione
Il testo aumenta il periodo di lavoro richiesto per ricevere l’indennità a otto degli ultimi venti mesi (rispetto ai sei su ventiquattro attuali, per coloro che non sono considerati “cittadini anziani”). Il periodo di erogazione del sussidio verrebbe ridotto da diciotto a quindici mesi (con un sistema più favorevole solo per le persone con più di 57 anni).
Da qui alla fine di ottobre, il nuovo Primo Ministro ha due possibilità. O lascia che la riforma entri in vigore il primo dicembre, come previsto, o decide di abbandonarla definitivamente.
In quest’ultimo caso, tuttavia, sarebbe necessario riaprire rapidamente i negoziati tra le parti sociali per stabilire nuove regole di compensazione. Gli accordi precedenti sono scaduti il 30 giugno e sono stati poi prorogati per decreto. Questa situazione non dovrebbe durare per sempre.
Fonte
06/09/2024
Francia - Macron sceglie un tecnocrate conservatore come Primo Ministro
Michel Barnier è un membro dei LR, o meglio della parte dei gollisti che hanno scelto – a differenza del loro presidente Eric Ciotti – di non allearsi formalmente con l’estrema-destra di Le Pen e Bardella alle ultime elezioni politiche.
Per chiarire il profilo di quello che viene definito un “centrista” basti ricordare le sue dichiarazioni a favore dell’allungamento dell’età pensionabile a 65 anni e di una legislazione più restrittiva per ciò che concerne l’immigrazione.
Un uomo di così “ampie vedute” che ad inizio Anni Ottanta, sotto la presidenza Mitterand, insieme ai suoi colleghi di partito votò contro la depenalizzazione dell’omosessualità!
Michel Barnier è parte integrante di quel ristretto cerchio di burocrati conservatori che si concepisce come classe dirigente europea d’origine francese, più conosciuta a Bruxelles che nell’Esagono.
Non a caso, mentre l’estrema destra annunciava che non avrebbe votato – almeno in prima battuta – la sfiducia a Barrier, a differenza di tutti i componenti del Nuovo Fronte Popolare, ha ricevuto l’endorsement della Von der Leyen.
Per la presidente della Commissione Europea, infatti, Barnier ha “a cuore gli interessi dell’Europa e della Francia, come dimostra la sua lunga esperienza”, ha scritto su X, augurandogli il migliore successo nella sua “nuova missione”.
Gli fa eco il padronato francese.
Contattato da Le Monde, Patrick Martin, presidente del Medef (la “Confindustria d’oltralpe”) ritiene che “la nomina di Michel Barnier a Primo Ministro sia di buon auspicio”.
“La sua esperienza, la sua comprensione delle questioni internazionali e la sua capacità di raggiungere compromessi su dossier difficili sono risorse inestimabili nella delicata situazione che il nostro Paese sta attraversando”, ha proseguito, sottolineando che si aspetta che “proponga un percorso economico all’altezza delle sfide che le imprese francesi devono affrontare”.
Così, alla vigilia della mobilitazione di sabato 7 settembre per la sua “destituzione”, promossa da varie forze del NFP, “Mac-Macron” ha di fatto dato seguito all’ipotesi di un governo “tecnico” di minoranza – o per meglio dire “tecnocrate” –, gradito alla UE, con il sostegno esterno dei gollisti ed il beneplacito di Marine Le Pen.
Dopo il rifiuto di prendere in considerazione la candidatura di Lucie Castets, proposta unitariamente dal NFP – la formazione che ha ottenuto più deputati – e dopo aver escluso dalle consultazioni La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon; dopo aver verificato l’impossibilità – per gli equilibri interni ai socialisti (componente del NFP) – di proporre un nome della destra del PS, Macron ha vagliato una serie di nomi scegliendo, in evidente accordo con Le Pen, il navigato politico conservatore che per la UE ha diretto le trattative sulla Brexit.
Certamente è uno stravolgimento totale delle indicazioni uscite dalle urne, in cui una parte importante dei francesi aveva votato contro l’ipotesi di avere l’estrema-destra a governare dopo l’exploit del RN (ex-FN), e per voltare pagina rispetto alla macronie che ha caratterizzato gli ultimi sette anni di vita politica francese. Una negazione esplicita dei criteri base della “democrazia liberale”...
Risultato: se il governo di Barnier, che prende il testimone dell’esecutivo Attal a Matignon – rimasto in carica per gli “affari correnti” per ben due mesi, la più lunga crisi politico-istituzionale dal 1958 ad oggi – non verrà sfiduciato, i francesi si ritroveranno un primo ministro della formazione giunta quarta e che al ballottaggio del secondo turno si è rifiutata di dare indicazione di voto per candidati diversi dei propri. Rompendo così il “fronte repubblicano” e quindi quel cordone sanitario che i conservatori avevano eretto intorno all’estrema-destra dall’era Chirac fino a Sarkozy.
Altro dettaglio non secondario: i deputati eletti ai ballottaggi nelle file del campo della coalizione presidenziale Ensemble contro sfidanti dell’estrema destra, grazie alle scelta effettuata dall’arco del cosiddetto “Fronte Repubblicano”, voteranno ora per un Primo Ministro nominato con il benestare di Le Pen e Bardella. Ovvero contro l’indicazione dei propri elettori.
Se così fosse, probabilmente sarebbe l’ennesimo salto di qualità nel processo di normalizzazione/cooptazione dell’estrema-destra, promossa a forza politica “responsabile” più degli stessi socialisti francesi che seguono Faure.
Uno dei tanti paradossi che segnalano come la politica nella UE non svolga più un ruolo di “cerniera” ma di vero e proprio “rasoio” nei confronti delle istanze popolari, trovando una classe politica asservita ai desiderata di Bruxelles, ovvero del grande capitale internazionale.
Barnier renderebbe la “coabitazione” con Macron piuttosto agevole, dando un segno di continuità con le scelte politiche fatte dagli esecutivi che l’hanno preceduto, ma sacrificando le istanze di una democrazia borghese che – svuotandosi dei residui della sovranità popolare – si regge su continue forzature istituzionali.
Si potrebbe dire che i sogni di De Gaulle di realizzare – attraverso l’architettura della V Repubblica – una sorta di “consolato personale” sono stati realizzati da Macron grazie alla UE, facendo diventare la Francia una sorta di democradura senza più bilanciamento di poteri effettivi, dove la consuetudine politica è divenuta lettera morta e l’estrema-destra è stata invitata indirettamente nella “stanza dei bottoni”.
Le reazione del Nuovo Fronte Popolare
Sono durissimi i toni usati dell’opposizione, cui è rimasta ora solo la piazza come canale d’espressione.
“Le elezioni sono state rubate ai francesi”, ha denunciato Jean-Luc Mélenchon. Riferendosi a “un primo ministro che viene nominato con il permesso e forse su suggerimento del Rassemblement national”, il leader de La France insoumise (LFI), in un video postato sui social network, ha invitato alla “mobilitazione più potente possibile” sabato.
Sarà la prima manifestazione contro quello che LFI, i sindacati delle scuole superiori e degli studenti, definiscono il “colpo di forza” di Emmanuel Macron, ovvero il suo rifiuto di nominare la candidata della coalizione di sinistra, Lucie Castets, a Matignon.
“Dopo cinquantadue giorni di governo sconfitto alle urne, Macron continua a comportarsi come un autocrate”, ha aggiunto Mathilde Panot, leader dei deputati “insoumis” su X, secondo cui “il presidente rifiuta di rispettare la sovranità popolare e la scelta fatta alle urne”.
Olivier Faure, segretario nazionale del Partito socialista (PS), sempre su X, ha descritto una “negazione democratica giunta al suo apogeo: un primo ministro del partito che è arrivato quarto e non ha nemmeno partecipato al fronte repubblicano” contro l’estrema destra. A suo avviso, la Francia sta entrando in “una crisi di regime”.
In un comunicato stampa ufficiale il PS ha affermato che Emmanuel Macron sta “calpestando il voto del popolo francese” e ha annunciato che “sfiducerà” il governo di Michel Barnier.
Anche Marine Tondelier è rimasta delusa. “Chi vogliamo prendere in giro? È un vero e proprio scandalo”, ha dichiarato la leader degli Ecologisti.
Secondo lei, “quello che è appena accaduto in Francia per sessanta giorni (…), se fosse accaduto in qualsiasi altra parte d’Europa, lo avremmo trovato deplorevole da un punto di vista democratico. Questa storia senza precedenti sta prendendo una piega estremamente preoccupante”, ha proseguito.
Per il leader del PC Fabien Roussel, la nomina di Michel Barnier alla carica di primo ministro è “un insulto al popolo francese che vuole il cambiamento”. “Liberale, europeista, antisociale, Barnier è l’esatto contrario del messaggio inviato dai francesi alle elezioni legislative”.
Fonte
05/09/2024
[Contributo al dibattito] - Se si va con un ladro...
... non ci si può poi stupire se non trovi più il portafoglio. L’intera operazione del Nouveau Front Populaire delle sinistre francesi alle scorse elezioni è stato un potente assist a Macron, che è il nemico principale per le classi subalterne poiché diretta espressione delle oligarchie imperialiste atlantiste.
Questo argomento l’avevo già affrontato qui.
Infatti, scrivevo riguardo: “... al Front Populaire costituitosi in Francia, è ben evidente che il cuore del progetto guerrafondaio della NATO resta tutto ed è quello che per il nemico di classe conta realmente, in mezzo alla fuffa che la guerra stessa e la sua economia farà sparire come neve al sole. Questa è la tonnara di cui parlavo all’inizio. Una tonnara politica dove, spiace dirlo, gli attori finali sono degli utili idioti”.
A questo punto, sarebbe interessante sapere che ne pensa la base sociale che ha votato per il FP, i lavoratori, la gente delle banlieu, le componenti sociali scese in piazza contro Macron e le sue politiche, dagli aumenti del gasolio alle pensioni. Cosa ne pensa chi avrebbe vinto, riguardo la parte finale del copione macroniano: ossia del blocco anticostituzionale messo in atto contro il partito maggioritario della coalizione elettorale vincente? Questa base, composta da milioni di francesi, sarebbe stupita di questo?
In realtà tutto è andato secondo i piani dell’oligarchia imperialista espressa dal governo precedente, che poi è quello attuale degli “affari correnti”, e quindi nulla di cui stupirsi, come mostra di esserlo invece il Marrucci nel suo pippone su Ottolina tv. La scoperta dell’acqua calda. Pippone che tuttavia merita comunque di essere visto poiché fa una cronistoria puntale di tutta la vicenda francese del dopo elezioni europee e, per chi volesse saperne di più, rimando a questo contributo.
France Insoumise avrebbe dovuto correre da sola e non dare troppa importanza alla Le Pen, la cui vittoria, checchè ne dicano gli “antifascisti” di facciata, quelli che compaiono nei salotti solo nelle tornate elettorali, non sarebbe stato il male peggiore. Anzi, la linea francese sulla guerra in Ucraina con tutta probabilità avrebbe avuto un segno diverso dai desiderata imposti dal Washington consensus.
Una metodologia politica realmente marxista insegna che tra i nemici di classe esistono un nemico principale e uno secondario. E che ciò non ha nulla a che vedere con il sostrato ideologico, ma con i rapporti di dominio classista. Le oligarchie atlantiste ben espresse politicamente dalle sinistre dem e socialdemocratiche sono le frazioni di borghesia imperialista dominanti nell’Occidente collettivo, sono il nemico principale. Vedere l’orbace e il gagliardetto come grande pericolo per una democrazia che in Occidente non esiste, è un po’ come vedere il dito che indica la Luna. È lo specchietto per allodole. In altre parole non è politica di classe e rivoluzionaria. È bene che qualcuno lo ricordi ai vari Melenchon, così come alla nostra sinistra radicale che ripete un inciucio dietro l’altro senza sganciarsi dal treno dell’euroimperialismo di sinistra.
Se il metodo fosse stato questo, invece di scimmiottare il fronte popolare degli anni ’30, avremmo avuto il rafforzamento di un vero fronte di classe e non l’illusione di andare a governare con il vero nemico principale, o di esserne trombati come utili idioti. Ma soprattutto non si sarebbe servito lo scopo principale delle oligarchie imperialiste, ossia fare la guerra. Il che definisce anche lo scopo che dovrebbe avere qualsiasi forza realmente di classe e antimperialista: scongiurare la guerra, ostacolarla con ogni mezzo. Non ostacolare anche il peggiore dei fascisti se questi manda a carte e quarantotto il processo guerrafondaio USA-NATO. E che lo facesse pure per meri intressi meschini di volontà di potenza nel riprendere il gas russo. Senza radioattività e città devastate avremmo comunque la possibilità di rivolgerci contro questo nuovo nemico principale. Questo ci dice il leninismo (1). È con questo metro che va vista una certa destra trumpiana, orbaniana, lepenista. Utili nemici, non certo alleati, ma fermare la guerra nel nostro continente anche per interessi nazionali, serve anche la rivoluzione, servendo nel contempo le umane aspirazioni a non essere distrutti, a non far pagare il conto a noi europei per soddisfare i profitti di un’eventuale ma penso poco probabile ricostruzione da parte dei famelici speculatori di Wall Street.
E invece, se ci pensate bene, gli ultimi passaggi politici di certa sinistra nostrana che dicesi comunista, sono andati esattamente nella direzione opposta, andando a pestare i calli di chi da Putin per aprire un confronto ci è andato sul serio, prendendosi gli strali degli “antifascisti”(2) che governano a Bruxelles, quelli che danno armi e sostegno ai nazisti di Kiev, imponendo insieme agli USA il grande macello guerrafondaio del popolo ucraino.
Dunque, se poi ci pensate ancor meglio, i risvolti della vicenda politica nazionale francese sono un messaggio anche per la nostra sinistra radicale, anche per i comunisti nostrani più incalliti, capaci solo di ripetere le eterne verità sul piano ideologico, senza però fare alcun passo politico che li porti fuori da una deriva che ormai dura da decenni.
Occorre sganciarsi da una sinistra ormai neoliberale, filo-imperialista, che oggi serve devastazione sociale e guerra servendosi del paravento antifascista, buono per i gonzi, e dei “diritti umani” che però se al governo calpesta costantemente con misure economiche draconiane, che non favoriscono certo le classi popolari e chi arriva con i barconi. Occorre scegliere da che parte stare, multipolarsimo e non europeismo, decolonizzazione anche del nostro paese e non suprematismo per censo, anglocentrismo camuffato da mistificazione woke e cancel culture.
Fortunatamente in Germania la situazione è già un po’ diversa e con il BSW di Sahra Wagenknecht ci sono maggiori possibilità di affermazione di un’opposizione popolare antimperialista e antimilitarista. Nelle elezioni regionali in Sassonia e Turingia BSW è arrivato terzo, superando la sinistra neoliberale della ztl, socialdemocratici e verdi. La sua politica paga sul piano di un consenso crescente proprio perché fuori e contro la sinistra zerbino del neoliberismo atlantista, proprio perché recepisce tutto il disagio sociale dei settori meno abbienti, senza infingimenti, senza la falsa ideologia del politically correct, perché si pone contro la guerra non a chiacchiere, mettendo tutti i borghesi, le loro frazioni sullo stesso piano, ma facendo appunto politica (ho ampliato il ragionamento qui). Sarà interessante vedere le scelte politiche che BSW farà, se di coalizione, oppure di opposizione. Ma certamente la formula delle “sinistre unite” è proprio in Germania che si rivela inadeguata e controproducente.
C’è più leninismo (anche se elettoralistico) in una ex Die Linke come la Wagenknecht (3), che in un qualsiasi falcemartellaro dogmatico, con le iconcine di Marx, Stalin o Trotsky usate come i santini scacciamaligno. O in qualsiasi centrosocialaro dirittumanitarista che vota una Rackete che poi sposa la versione imperialista sul Venezuela bolivariano.
Quello che la sinistra “antagonista” nel suo complesso non comprende è proprio l’urgenza di andare oltre i giochi politici condotti dal mondo dem e dalle sue armi culturali di distrazione di micro-massa. Urgenza dettata da un ruolino di marcia che ci porta sempre di più dentro la guerra imperialista.
È inutile stupirsi come fa anche il pur acuto e bravo Marrucci del golpe di Macron. Il colpo di stato internazionale da parte dei signori di Davos è già in atto da anni: la fase del COVID, come annichilimento delle masse in un controllo distopico e biopolitico, ne è stato un passaggio che solo dei pesci in barile ostinati vogliono non vedere. E tutta la chiave di lettura di questa traiettoria si falsa.
La differenza sta nel fatto che Macron non deve più nemmeno fingere e costituzionalmente impedisce a una coalizione che ha vinto le elezioni di governare, pone dei veti illegali alla forza maggioritaria di questa coalizione, trombando France Insoumise nel nome di un presunto quanto inesistente antisemitismo. Una scusa vale l’altra, alla bisogna.
Ma già i parlamenti vengono bypassati in tutto l’Occidente atlantista, e i luoghi decisionali sono di fatto quelli tecnocratici del potere profondo, che hanno sede altrove, nei palazzi della finanza, e negli organismi che uniscono finanzieri e tycoon delle porte girevoli, economisti, politici, think tank, uomini d’apparato con tutti i massmediatici al seguito.
Forse l’operazione dovrebbe essere un’altra: denunciare questo passaggio francese del golpe permanente globale, dando un quadro complessivo della situazione, collegando tutti i puntini del disegno sovranazionale. Troppo per chi non ha ancora capito dove sia il nemico e cosa sia il suo piano o, per lo meno, nella migliore delle ipotesi, non ha inquadrato ancora bene la situazione.
Altro che fascismo: qui mancano solo le “leggi fascistissime” del 1925 in salsa francese. E domani è un altro giorno come se niente fosse, nella falsa realtà della comunicazione di massa drogata.
Questa traiettoria verso un bellicismo neoliberale che non ammette altri aggregati e contesti decisionali che non siano quelli voluti nelle stanze dei poteri più profondi, è proprio il passaggio odierno di questa guerra, che spiega l’accelerazione autoritaria decisa dai think tank imperialisti. La differenza con lo stillicidio del togliere spazi di democrazia e ambiti di decisionalità parlamentare un po’ per volta, sta nel fatto che proprio per il must guerrafondaio a tutti i costi, deciso dal Washington consensus e dai suoi satrapi, viene gestito in modo extra-costituzionale con le cannoniere dei media, che fabbricano nemici da criminalizzare e imbastiscono campagne basate su menzogne e sulla distorsione dei fatti. Un metaverso rovesciato, dove il genocidio del popolo palestinese è lotta al terrorismo, la guerra della NATO preparata in anni di espansionismo e aggressioni militariste contro la Russia è sostegno a una nazione invasa, i nazisti sono lettori di Kant, le vittime sono carnefici e viceversa, la guerra è pace... ricorda qualcosa?
Dov’è finito l’orbace di Orban? Se si uscisse solo per qualche istante da questa narrazione drogata che influenza persino le menti presuntuosamente più antagoniste al potere borghese, forse si inizierebbe a capire l’eurolager dell’indottrinamento di massa, la propaganda ossessiva che ci trasformerà in carne da macello.
E qui veniamo alla pars construens. Quello che i miopi non hanno compreso dalle loro torri d’avorio dell’avaguardismo politicante invisibile alla massa della popolazione italiana, è l’insegnamento che si deve trarre dal grande se pur breve movimento di popolo che si è avuto nei tre anni e passa di restrizioni biopolitiche e dall’uso delle tecnologie sioniste del controllo già sperimentate sui palestinesi (4), nei tre anni di cui sopra (5).
In presenza di un’avanguardia vera, le cose sarebbero andate diversamente, perché se la controparte ha capito che fino a che punto puoi restringere gli spazi di vita e socialità della popolazione, lo dovrebbe aver capito anche questa avanguardia. E una massa così vasta, se organizzata anche solo in parte, avrebbe dato dei bei problemi al nemico imperialista e colonizzatore del nostro territorio, delle nostre attività sociali ed economiche, della nostra cultura e della nostra mente.
Organizzazione, linea politica, programma, obbiettivi e un’egemonia da conquistare nel movimento stesso. Cosa c’è di tanto diverso da un impianto leniniano? Nulla, se si considera finalmente la situazione concreta. Con un’avvertenza che ci dà lo stesso Lenin. Non lo cito, ma il succo è questo: non esiste la rivoluzione che vorremmo nei nostri pii desideri, ma i movimenti sono quello che sono storicamente e il nostro compito è quello di organizzarli e orientarli verso obiettivi realistici. La politica è l’arte del possibile e non una lista della spesa delle migliori utopie. E se i ceti medi d’Occidente vengono devastati dalle tecnocrazie degli oligopoli finanziari e multinazionali, occorre capire che senza questi ceti in via di proletarizzazione e precarizzazione, defraudati di lavoro, risparmi, immobili e censo, non si andrà da nessuna parte. E che il problema semmai è lavorare per costruire un’egemonia che sappia affrontare una lunga fase che insieme al multipolarismo porrà nella lotta di classe questioni che oggi neppure possiamo immaginarci.
E ora passiamo alla guerra imperialista che stanno preparando nel continente, conducendoci dentro questa a passi da gigante. Una popolazione che vive uno stato di guerra da sempre ha più attitudine ad accettarlo. Ma provate a pensare a popolazioni che non l’hanno vissuta, dove da ottant’anni e passa vivono non come le generazioni che l’hanno subita, come la prenderebbero?
Come l’ha presa la situazione distopica delle limitazioni da covid gran parte della popolazione? Cominciate a capire? Comprendete a cosa è servito quel passaggio sociale, antropologico, non certo determinato da un pangolino amoroso? (6)
Per questo occorre prepararsi per la futura situazione in cui ci sarà il ripristino di una leva obbligatoria, di giovani e meno giovani a crepare nelle pianure ucraine, leggi d’emergenza, addirittura la realtà di un territorio messo a ferro e fuoco: tutto ciò che concerne una situazione di guerra. Ecco il nostro compito. Il loro problema è abituare le masse a tutto questo. Il nostro è quello di organizzare rivolte sociali nella massa critica che si formerà in opposizione a tutto questo, di fronte al dato di fatto che la democrazia liberale è morta, che un Macron qualsiasi, uomo dell’entourage di Rothschild, del simulacro della democrazia, ossia di ciò che resta, ne fa spazzatura.
Rendere ingovernabile il loro sistema e il loro ruolino di marcia, inceppare i loro dispositivi di comando in ogni ambito sociale, politico, mediatico, vertenziale e sindacale.
Non siamo di fronte a un attacco alla scala mobile o all’art. 18. In questi ultimi anni i mutamenti che stanno avvenendo sulla vita di milioni di persone, che sia l’economia di guerra, della quale abbiamo già iniziato a provarne i morsi, o uno stato di guerra vera e propria, non saranno così semplici da farli ingoiare a questo tipo di popolazione, agli abitanti dei paesi a capitalismo avanzato. La battaglia sociale va preparata in modo adeguato, poiché di questo si tratterà, quando le masse popolari si troveranno ancora di più in questa sorta di distopia antropologica. Anche se oggi ancora non se ne rende ancora bene conto, questa massa farà in fretta a divenire critica quando verranno superati certi limiti. La censura di regime, che ci parla di un popolo ucraino solidale e resistente, quando invece c’è una situazione di diserzione di massa e i civili scappano per non diventare carne da cannone per nazisti e angloamericani, è una censura che serve anche a occultare la traiettoria della guerra imperialista nell’Occidente europeo. Quello che ci aspetta.
Questa è la questione. E prima lo capiremo utilizzando ogni arma disponibile e opportuna, ogni possibile interlocutore pur di ostacolare il loro progetto criminale, di veri criminali di guerra, meglio sarà.
Note
1) Per approfondire questa questione di tattica leninista si legga:
di Mao Tse Tung: “Il ruolo del Partito Comunista Cinese nella guerra nazionale”, otttobre 1938, Opere di Mao Tse Tung, volume 7 e l’intervista a Lev Trotsky fatta da Mateo Fossa il 23 settembre 1938 farà tremare le vene ai polsi di chi definisce fascisti, intrisi di pensiero borghese e reazionari coloro dei quali non sanno dare una collocazione politica (tanto meno sociale) secondo l’analisi concreta della situazione concreta e dei movimenti di massa:
“In Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese potrebbe condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Bisogna proprio aver la testa vuota per ridurre gli antagonismi e i conflitti militari mondiali alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a saper distinguere sotto tutte le loro maschere gli sfruttatori, gli schiavisti e i ladroni!”
I vari “ismi” dottrinari di oggi, caricature del comunismo e vere e proprie tifoserie demagogiche, hanno in comune tra loro l’inconsistenza politica, quanto i padri della Terza e Quarta Internazionale hanno avuto invece come denominatore comune i fondamentali della strategia politica leniniana. Le divisioni e i conflitti interni al movimento comunsta non erano certo su delle stronzate come oggi.
2) Esilarante, se non ci fosse da piangere lacrime di sangue, il Borrell a Ventotene, che celebra Spinelli, lui che ha definito “giardino” l’Europa e “giungla” il resto del mondo, quello delle “autocrazie”
3) Giusto per capire la “rossobruna” Sahra, rimando al suo saggio: “Contro la sinistra neoliberale” Fazi Editore, e citando un post di Vallepiano, evidenzio una breve biografia e alcune prese di posizione nel tempo che ci fanno capire che solo dei dementi o in mala fede possona tacciarla di rossobrunismo. La Wagenknecht uno dei massimi quadri politici della sinistra tedesca, definita da sempre da lavoratori, disoccupati e semischiavi del sistema Hartz “Die Rote Sahra”. Cresciuta nella DDR, fu dirigente giovanile del Partito Socialista Unificato, Il suo idolo era Walter Ulbricht, leader della Repubblica Democratica Tedesca e fiduciario di Stalin, che nel 1953 sedò una rivolta fomentata dagli USA armando le milizie operaie e con l’aiuto dei carri armati sovietici. Ecco alcune sue frasi più che eloquenti:
Per lei la caduta del Muro di Berlino fu: “Il momento più difficile che avesse mai affrontato”.
Nel suo primo discorso al Bundestag disse della DDR: “Cinque anni fa è morto un Paese in cui c’era almeno un tentativo di costruire una società non guidata dal profitto. Oggi vediamo di nuovo il dominio del capitalismo. Per me questo è un chiaro passo indietro. La DDR è stata la Germania più pacifica, più sociale, più umana in ogni fase del suo sviluppo, a dispetto delle critiche specifiche che si possono muovere nei suoi confronti”
Nel 2004 ha pubblicato il saggio: “Al Presidente: Hugo Chávez e il futuro del Venezuela” dove tratta la rivoluzione bolivariana come modello rivoluzionario per il Socialismo, definendo Chavez come “Un grande Presidente che ha dedicato tutta la sua vita alla lotta per la giustizia e la dignità”
Di Fidel Castro ha detto: “Si è battuto per un mondo migliore, è un democratico in tutto e per tutto. Ha amato il suo popolo e il suo popolo ama lui”
Su posizioni filo-palestinesi, viene espulsa per “antisemitismo” dalla Die Linke, ossia la sinistra liberale delle ztl. Contro la guerra della NATO e per un Europa fatta di stati nazionali e sovrani, quando Zelensky è fu invitato a parlare al Bundestag, Sahra lasciò l’aula e organizzò una contestazione.
4) Utile è la lettura di “Laboratorio Palestina, come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto i mondo”, di Antony Loewenstein, Fazi Editore, che oggi è certamente tecnologia dello sterminio
5) Per un’analisi di classe su quelli che non sono movimenti prettamente e soltanto proletari, ma trasversali a una società, a settori sociali che si ribellano alla dittatura biopolitica, alla guerra sociale dall’altro contro il basso e come probabilmente sarà all’epoca di guerra che ci aspetta, di ceti sociali devastati dalla distruzione creativa draghiana, dalla amazonizzazione delle filiere produttive e del terziario, rimando al mio contributo su Carmillaonline qui e qui.
6) A tal proposito riprendo l’analisi di R.M. un compagno dell’Assemblea Militante, che definisce piuttosto bene il passaggio epocale che stiamo vivendo:
“Dal Covid in poi continuando con Nord Stream 2, guerre ed elezioni varie nella sfera occidentale è diventato lapalissiano che il patto sociale su cui si fondavano gli stati borghesi,comprese le istituzioni consociative tipo EU, FMI, NATO, ONU, multinazionali monetarie, nati dopo la rivoluzione francese e le due guerre mondiali è definitivamente saltato. Si è aperta una fase di conflitto civile e sociale prodromo di una imminente guerra. La società è a brandelli e c’è chi ne approfitta economicamente e politicamente per imporre un nuovo fascismo e militarizzare le nostre società”.
Fonte
29/08/2024
Francia - La sinistra si mobilita contro il disprezzo della volontà popolare di Macron
La decisione di non nominare la Castets è stata giustificata con la motivazione piuttosto discutibile della “stabilità istituzionale”, perché un possibile governo del NFP sarebbe di minoranza, e potrebbe essere esposto ad una “mozione di sfiducia”. Una decisione politica, quella di Macron, che non ha nulla a che fare con il dettato costituzionale.
In primis, bisogna ricordare che gli esecutivi succedutisi dopo la rielezione di Macron – ottenuta grazie ai voti del “fronte repubblicano”, che non voleva vedere Marine Le Pen alla presidenza del paese – erano governi di “minoranza” che hanno preso decisioni importanti (come l’ampliamento dell’età pensionabile o una legge sull’immigrazione) appoggiandosi fondamentalmente ai voti dei gollisti di LR, ma anche quelli di RN della Le Pen.
Colui che voleva sbarrare la strada all’estrema destra, gli ha invece aperto un’autostrada, come dimostra l’exploit di RN.
Secondariamente, Macron non avrebbe infatti avuto alcun problema a conferire l’incarico alla coalizione di estrema destra imperniata sul Rassemblement Nationale, e che comprendeva la componente dei gollisti che aveva seguito il presidente di LR Eric Ciotti e l’ex transfuga del RN Maréchal, se la coalizione fosse stata la più votata dai francesi anche senza i 289 deputati necessari per avere la maggioranza in parlamento.
Terzo, ma non ultimo, è abbastanza surreale che un Presidente che ha minato la stabilità con una scelta presa senza consultazioni, neanche con il proprio campo, rispetto ad elezioni politiche anticipate, sacrifichi sul piano della governance la rappresentanza democratica.
Certo Macron “rompe” con il costume politico francese instaurato sull’architettura istituzionale della 5° Repubblica costruita nella seconda metà degli Anni Cinquanta, quando la Francia era in piena “guerra d’Algeria” in una situazione molto vicina alla guerra civile anche in territorio metropolitano.
Però è lo stesso Macron – che la sinistra per il suo comportamento ha cominciato ad etichettare “Mac-Macron” in riferimento a Mac Mahon – che alla fine si allinea al modus operandi della élite politica continentale con una verticale del potere che mette al primo posto la governabilità e l’immutabilità della cabina di comando, qualsiasi messaggio provenga delle urne.
È, mutatis mutandis, l’“output democracy” di Mario Draghi, e di fatto la continuazione dei consigli che la Trilateral dava già a metà Anni Settanta rispetto a quello che definiva essere un surplus di democrazia in Occidente in un momento di crisi di legittimità delle sue élite.
Oltre ad escludere un governo del NFP, nelle consultazioni, Macron ha deciso di escludere La France Insoumise dopo che era stata proprio questa – tramite il suo fondatore Jean-Luc Mélenchon – ad aprire ad un governo della Castets senza ministri o ministre insoumis/es: una strategia attuata illo tempore dal PCF, durante il Fronte Popolare della seconda metà degli Anni ’30.
Questo anche per bypassare i veti incrociati annunciati dai macronisti fino l’estrema destra passando per i gollisti, che avrebbero spinto ad una “mozione di sfiducia” rispetto ad un governo del NFP con ministri de La France Insoumise.
Ma è chiaro che il problema essenziale non è la presenza o meno di LFI nella compagine governativa, ma il programma economico del Nuovo Fronte Popolare che stabilirebbe una “rottura” con la politica liberista degli esecutivi precedenti, almeno degli ultimi sette anni, in un momento in cui il collare a strozzo della UE suggerisce il “congelamento” dei conti pubblici ed un mantenimento di una politica fiscale fortemente regressiva, nonostante un’economia che oscilla tra la stagnazione e la vera e propria recessione.
La France Insoumise aveva già minacciato di proporre una mozione di “destituzione” del presidente qualora non avesse nominato la Castets – una proposta non condivisa dai socialisti; ora la ripropone come uscita dalla crisi politica vista la chiara contrapposizione tra il potere rappresentativo dell’Assemblea e quello esecutivo presidenziale, insieme ad una prima mobilitazione il 7 settembre, sostenuta anche dal PCF e dagli ecologisti di EELV.
Bisogna ricordare che di fronte all’esclusione de LFI dalle consultazioni, gli altri componenti della coalizioni hanno risposto compatti, decidendo di non presentarsi alla convocazione, suscitando comunque il “malpancismo” della destra socialista da tempo sul piede di guerra contro la direzione di Olivier Faure, che accusano di essere subordinato a Jean-Luc Mélanchon.
La fronda socialista è sostenuta “dall’esterno” dall’euro-deputato Glucksman, che sogna una riconfigurazione di un polo politico socialista che rompa ogni rapporto con la LFI e “sostituisca” Macron.
E proprio dal regolamento di coni all’interno del PS, e dalla possibile nomina di Macron di una figura proveniente dalla destra socialista come Primo Ministro, con la composizione di un governo “tecnico” di coalizione benvoluto dalle élite politiche continentali e dal padronato europeo di origine francese, che potrebbe scaturire una exit strategy all’attuale impasse politica senza risolvere la grave crisi democratica che sta attraversando il paese.
Un paese che ha votato sia per non avere un governo d’estrema destra che per superare la macronie.
Il Piano B sarebbe “un patto legislativo” proposto dai gollisti che darebbero appoggio esterno ad un esecutivo di minoranza di Ensemble, e che traghetti il paese fino alla prossima estate, quando si potranno convocare nuove elezioni politiche, bypassando il voto dell’Assemblea su alcune questione strategiche come già fatto con la precedente legge finanziaria e la riforma pensionistica, appoggiandosi all’estrema-destra sui temi più reazionari.
Insomma, mutatis mutandis, sembra che si riapra uno scontro come quello che contrappose alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento Mac Mahon – che uscì con le ossa rotte dallo scontro con l’Assemblea Nazionale – e Gambetta.
“Quando la Francia avrà fatto intendere la sua voce sovrana, credetelo, bisognerà sottomettersi o dimettersi”, tuonò il 15 agosto del 1877 Gambetta contro Mac Mahon, che portava avanti una forzatura politica per avvantaggiare la destra monarchica, infischiandosene della volontà popolare.
È chiaro che la capacità di creare dei rapporti di forza favorevoli attraverso la mobilitazione di piazza, a cominciare dal 7 settembre, coinvolgendo quell’arco di forze che si sono mobilitate per sostenere il NFP alle recente elezioni politiche, sembra essere l’unica chance per sfuggire alla morsa che le élite continentali stanno stringendo attorno alla volontà di cambiamento – e non semplice alternanza – espressi con il voto delle politiche anticipate.
Nei giorni precedenti la segretaria della CGT – Sophie Binet – sindacato che aveva sostenuto il NFP, aveva già annunciato per fine settembre/inizio ottobre una “ripresa offensiva”, cui sta lavorando, su vari temi posti da tempo dall’organizzazione sindacale: dalla preparazione della finanziaria per il 2025 all’“abrogazione della riforma delle pensioni, i salari, i servizi pubblici, la re-industrializzazione, la parità tra i sessi, ecc.”, denunciando che “sulle nostre lotte, non abbiamo alcun interlocutore, solo lo scontro con i padroni”.
Insomma, dopo le urne, parleranno le piazze.
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27/08/2024
Francia - Macron decide che “la sinistra non deve governare”
Macron ha concluso ufficialmente la prima tornata di consultazioni – una novità assoluta, nel sistema politico francese, determinata da risultati elettorali che non hanno assegnato la maggioranza assoluta a nessuna coalizione (nonostante la legge elettorale più “maggioritaria” che si conosca) – affermando che «un governo sulla base del solo programma e dei soli partiti proposti dall’alleanza che ha più deputati, il Nuovo Fronte Popolare, sarebbe immediatamente censurato dall’insieme dei gruppi rappresentati all’Assemblée Nationale».
Dimentica naturalmente di ricordare che questa era proprio la condizione del “suo” governo, guidato prima da Borne o poi da Gabriel Attal, costretto a raccattare i voti “al bisogno” dai gollisti e/o da Marie Le Pen.
Di fatto Macron ha deciso che “la sinistra non deve governare”, e implicitamente ha ammesso che la seconda tornata di consultazioni servirà a convincere il centro e la destra fascista a trovare un accordo per formare una maggioranza.
Insomma, “l’economia” tollera benissimo un governo di nostalgici dell’Impero, ma non accetta neanche l’ombra di un “riformismo” vecchio stile, quello orientato a garantire almeno un minimo di welfare e diritti sociali.
Di fonte a una simile enormità, che svuota in un attimo tutta la retorica neoliberale sui “valori democratici”, la France Insoumise ha confermato di voler presentare una mozione per la “destituzione” del presidente, preannunciando comunque una mozione di sfiducia contro qualsiasi proposta di primo ministro diverso da Lucie Castets, la figura individuata dal Nuovo Fronte Popolare (Nupes, formata da socialisti, La France Insoumise, Comunisti e Verdi).
Sono passati 50 giorni dalle elezioni, sono passate anche le Olimpiadi (utili solo a imporre una “tregua”), e la situazione resta bloccata. Il terrore di Macron e della confindustria francese è che un governo anche moderatamente “popolare” metta in discussione le controriforme neoliberiste imposte alla Francia negli ultimi sette anni. Cui si sono duramente opposto molti movimenti sociali (dai Gilet Gialli ai sindacati, visto che la Cgt non somiglia più molto alla Cgil italiana).
Il peso negativo degli “imprenditori” è stato esplicito. il presidente di Medef (la Confindustria d’Oltralpe), Patrick Martin ha invocato l’imposizione del «primato dell’economia nel dibattito e nella decisione politica». Che è anche stato tradotto in negazione assoluta dell’intero programma della sinistra: no all’abrogazione della riforma delle pensioni, no all’aumento del salario minimo a 1.600 euro (altrimenti si minaccia una marea di licenziamenti e quindi la disoccupazione di massa), no all’aumento delle tasse e alla reintroduzione della patrimoniale, no alla soppressione o revisione del credito di imposta per la ricerca, ecc. Sì, ovviamente, alla politica pro-business perseguita finora.
Lo stallo, insomma, continua. Macron prende altro tempo con la scusa dell’apertura dei giochi paraolimpici, ma l’unica sua speranza concreta è che i socialisti accettino di rompere la coazione pregressista. Altrimenti restano due sole strade: un governo con dentro i fascisti di Le Pen oppure nuove elezioni politiche.
In ogni caso, la Francia non sarà più la stessa.
Fonte
13/08/2024
Francia - Macron continua a sbarrare la strada ad un governo di sinistra
Con la fine dei Giochi olimpici si conclude la “tregua” decretata dal Presidente francese il 23 luglio.
Nulla è trapelato dalle sue consultazioni alla dimora presidenziale estiva del Fort de Brégançon, dove Macron è tornato domenica 28 luglio e dove trascorrerà la maggior parte della prossima settimana.
Come riporta il quotidiano francese “Le Monde”, per telefono Macron ha citato una manciata di nomi ( Xavier Bertrand, Michel Barnier, Bernard Cazeneuve, Jean-Louis Borloo…) davanti ai suoi interlocutori abituali, ma senza rivelare nulla delle sue intenzioni.
Da ciò che trapela Macron non sembra intenzionato a nominare il nome scelto in maniera unitaria dalla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di seggi parlamentari, cioè il Nuovo Fronte Popolare, che ha proposto Lucie Castets il 26 luglio.
L’offensiva politica della Castets e del NFP
Lucie Castets ha inviato ieri una lettera ai deputati e ai senatori dei “gruppi repubblicani” in cui espone le sue “cinque priorità principali”: il potere d’acquisto – tra cui l’aumento del salario minimo e l’abrogazione della riforma delle pensioni – “la biforcazione ecologica”, l‘istruzione, la sanità e una “tassazione più equa”.
“Gli elettori hanno espresso un fortissimo desiderio di cambiamento” nelle elezioni legislative di luglio, che “hanno portato il Nuovo Fronte Popolare in testa”, ma hanno lasciato l’Assemblea Nazionale “frammentata e senza una maggioranza”, osserva Castets nella sua lettera, co-firmata dai sette leader dei gruppi parlamentari di sinistra.
Pur rivendicando il potere, la Castets e i leader della sinistra che hanno firmato la lettera ai deputati intendono “tenere conto di tutte le implicazioni di questa elezione”, a cominciare dalla necessità di “convincere le persone al di là dei ranghi del NFP per costruire maggioranze parlamentari”, scrivono.
Propongono quindi un “cambiamento di prassi” all’interno del Parlamento, per “preparare i testi in anticipo”, una migliore “distribuzione delle responsabilità“ durante i dibattiti e una maggiore “condivisione dell’agenda” con l’esecutivo.
In segno di questa “rinnovata enfasi sul lavoro parlamentare”, la sinistra ha promesso che un governo Castets terrà “discussioni approfondite con i gruppi parlamentari repubblicani” “non appena sarà nominato” – una formulazione che esclude a priori il Rassemblement National.
Questo lavoro, che coinvolgerà anche i sindacati, gli eletti locali e la “società civile organizzata”, riguarderà sia “il bilancio per il 2025” sia “un programma di lavoro del governo per i prossimi mesi”.
Il NFP prevede inoltre di riprendere alcune questioni “interrotte dallo scioglimento”, in particolare “il fine vita, la tutela dei minori, le famiglie monoparentali, l’introduzione di un numero minimo di assistenti per ogni paziente ricoverato e la violenza sessuale nell’ambiente culturale”.
Le pietre d’inciampo del futuro esecutivo
I tempi della nomina di un Primo ministro non sembrano ancora decisi, ma la scelta potrebbe essere fatta già nella settimana del 19 agosto, in modo che l’esecutivo possa immergersi senza indugio nella delicata stesura del bilancio, che deve essere messo insieme alla fine di settembre per essere presentato all’Assemblea nazionale al più tardi il primo martedì di ottobre.
Entro venerdì 20 settembre, inoltre, la Francia – che è stata sottoposta alla procedura per deficit eccessivo da parte della Commissione europea – dovrà presentare il suo piano a medio termine per spiegare come intende correggere il suo percorso.
Queste due scadenze cruciali depongono a favore di una rapida nomina della nuova squadra di governo che si troverà a decidere la politica economica dell’Esagono indossando, per così dire, il collare a strozzo della Commissione Europea.
Altri ritengono che nonostante queste scadenze incombenti, i tempi della politica saranno diversi, visto il rebus della composizione di un governo.
Ma un esecutivo che può svolgere solo gli “affari correnti” non può andare avanti all’infinito, specie se si pensa che questa impasse politica è stata provocata da Macron, che aveva annunciato la convocazione delle elezioni anticipate poco dopo la chiusura delle consultazioni europee, senza però nominare il primo ministro il giorno dopo il secondo turno delle elezioni, come avrebbe voluto la prassi.
Le tre ipotesi in campo
Giovedì 11 luglio, su LCI, l’ex primo ministro Dominique de Villepin ha invitato Emmanuel Macron a nominare un primo ministro tra le fila del Nouveau Front Populaire (NFP), arrivato primo nelle elezioni del 7 luglio, in nome della “tradizione repubblicana”, anche se la coalizione di sinistra, che come le altre coalizioni non ha la maggioranza all’Assemblea nazionale, potrebbe essere sfiduciata.
Anche all’interno dell’ex maggioranza macronista, alcuni esponenti condividono questa analisi e chiedono che il Presidente della Repubblica “elimini innanzitutto l’ipoteca della sinistra”, prima di passare – in caso di mancata formazione di un governo o di sfiducia – a una seconda opzione, come avviene nella maggior parte delle democrazie parlamentari.
Ma proprio il 23 luglio, su France 2, ha respinto in toto questo scenario, scartando il nome dell’alta funzionaria Lucie Castets: “È falso dire che il Nuovo Fronte Popolare avrebbe una maggioranza, qualunque essa sia”, ha dichiarato Emmanuel Macron, per il quale la nomina di un capo di governo del NFP sarebbe un rischio troppo grande.
Nel campo presidenziale si teme infatti che Marine Le Pen possa decidere di non censurare immediatamente un tale governo, dandogli di fatto il tempo di cercare di attuare almeno in parte il programma per cui il NFP è stato votato.
Facendo per esempio “carta straccia” dell’impopolare riforma che ha portato l’allungamento dell’età pensionabile a 64 anni o rendendo più progressiva la tassazione, rintroducendo la patrimoniale (ISF) abolita durante la prima presidenza Macron.
Insomma, anche una parziale “inversione” di rotta della politica neo-liberista è vista come il fumo negli occhi nelle élite politico-economiche francesi, ed è per questo che Macron – e chi lo sostiene – non si è fatto alcun problema a rompere non solo con la prassi della Quinta Repubblica, ma a ignorare platealmente l’indicazione uscita dalle urne.
All’indomani del lungo weekend del 15 agosto, Emmanuel Macron dovrebbe ricevere all’Eliseo i leader dei gruppi parlamentari e forse anche i leader dei partiti. Il 10 luglio, nella sua lettera ai francesi, che in realtà era un indirizzo ai partiti, li ha esortati a trovare un accordo, definendo i contorni della coalizione che vuole vedere nascere, nell’“arco repubblicano”.
Insomma una coalizione che nell’idea dell’Eliseo escluderebbe da una parte La France insoumise (LFI) – spaccando il NFP – e dall’altra il Rassemblement Nationale (RN), con a capo una “figura tecnica”.
Secondo quanto riferisce Le Monde, Macron avrebbe elaborato un progetto per il futuro primo ministro: una figura “riconosciuta” con “una vasta esperienza negli affari di Stato”, “rispettata su tutti i banchi delle forze repubblicane”, “di un campo, ma capace di dialogare con gli altri”
Una figura probabilmente gradita all’attuale leadership della UE che permetta una coabitazione più agevole con Macron nelle sue scelte politiche di fondo, magari proveniente dall’ala più moderata dei socialisti.
L’alternativa, per modo di dire, potrebbe avere come “asse principale” il supporto dei gollisti – che, è bene ricordarlo, non hanno dato indicazione di voto per il “fronte repubblicano” al ballottaggio laddove non erano presenti – ma deve necessariamente ampliarsi.
Il 23 luglio, Emmanuel Macron ha infatti elogiato il “patto legislativo” proposto da Laurent Wauquiez, presidente del nuovo gruppo parlamentare gollista “destra repubblicana”, composto da coloro che non hanno seguito la scelta del presidente di LR, Eric Ciotti, di allearsi con Le Pen.
La nomina di una figura proveniente da destra, quando il partito Les Républicains (LR) è arrivato quarto al secondo turno delle elezioni legislative e dispone di appena 47 deputati – contro i 182 del NFP – sarà contestata a sinistra e probabilmente anche tra i membri della formazione presidenziale (Renaissance, ex-LREM) che provengono dai socialisti.
All’interno dell’LR, dove Laurent Wauquiez si è detto ostile a qualsiasi coalizione con la Macronie, alcuni ammettono che i 47 deputati non saranno comunque sufficienti per costruire una coalizione con i 166 deputati del blocco centrale (213 su 289 necessari), quando una maggioranza socialdemocratica potrebbe invece prendere forma con i socialisti, gli ecologisti, il campo presidenziale e i deputati del gruppo Libertés, indépendants, outre-mer et territoires.
Certamente, in entrambi i casi la crisi francese non verrebbe risolta da alcuna alchimia politica ed escluderebbe dall’agenda politica alcune delle maggiori preoccupazioni dei francesi che il Nuovo Fronte Popolare (in particolare la LFI) ha cercato di esprimere attraverso il suo programma di rottura parziale con il neo-liberismo, con il supporto di un ampio consenso trasversale di parte sindacale e l’appoggio di differenti movimenti che hanno agitato le piazze dell’Esagono in questi anni.
E siamo sicuri che dopo avere “parlato” le urne, la parola tornerebbe alle piazze.
Fonte
20/07/2024
Elezioni UE: il bivio della paura
Entrando nel merito, le ultime elezioni europee, pur lasciando intatta la maggioranza composta da popolari, liberali e “socialisti”, che nel corso dei decenni ha sostenuto la costruzione imperialista dell’Unione Europea, hanno sicuramente visto un’avanzata di varie espressioni dell’ultradestra conservatrice, post-fascista e post-nazista, che va oltre i paesi dell’est, dove è già da tempo realtà consolidata.
Ovviamente, il paese capofila di quest’ondata è il nostro, dove Fratelli d’Italia e Lega raggiungono, insieme, circa il 38%, offrendo un quadro di piena stabilità e compatibilità sia rispetto al “pilota automatico” della rinnovata austerità economica, sia rispetto alla questione delle guerre in Ucraina e in Palestina.
L’altro paese in cui l’ultradestra avanza in maniera più vistosa è la Francia, dove il Rassemblement National (RN) raccoglie più del 30% dei consensi alle elezioni europee; tale consenso è stato poi confermato alle successive elezioni politiche anticipate. Tuttavia, grazie al meccanismo elettorale e al buon esito del “fronte repubblicano” antifascista, che ha visto ritirarsi al secondo turno molti candidati terzi classificati provenienti dalle file “macroniste” o dalle sinistre, in termini di seggi il RN è arrivato addirittura terzo.
La maggioranza relativa, davanti al partito del Presidente, è toccata al Nuovo Fronte Popolare, che comprende sia La France Insoumise, sia i partiti dell’“establishment”, come il Partito Socialista Francese ed i Verdi. La France Insoumise è un fronte che negli anni scorsi ha saputo realmente incarnare un’opzione politica anti-sistemica da sinistra: si ricorda, in particolare, quando Il Parti de Gauche di Melanchon chiese l’espulsione di Syriza dalla Sinistra Europea, in quanto, ormai, quest’ultima incarnava l’austerità europea in Grecia.
Tuttavia, per entrare nel Nuovo Fronte Popolare, è stato necessario accettare un programma politico di pesanti compromessi, che sul tema della guerra in Ucraina hanno partorito una posizione nettamente interventista e bellicista: “Difenderemo incrollabilmente la sovranità e la libertà del popolo ucraino e l’integrità dei suoi confini”, è scritto nel programma, anche “fornendo le armi necessarie”.
Una siffatta formulazione di questo programma non è totalmente inattesa, in quanto già in precedenza, da dopo i fatti del febbraio 2022, la posizione della France Insoumise non si è mai distaccata di molto rispetto al sostegno al regime liberal fascista ucraino. Nel senso che La France Insoumise in quanto tale non è mai arrivata nemmeno a sostenere la propria contrarietà all’invio di armi. Lo hanno fatto solo organizzazioni minoritarie ad essa appartenenti. Questo deficit sul tema della guerra riguarda anche altri partiti che hanno raccolto percentuali importanti alle elezioni europee, come il Parti du Travail belga.
In generale, fra le compagini di queste aree e di tutte quelle afferenti al gruppo parlamentare europeo “Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica” persistono fortissimi punti di arretratezza sulla guerra in Ucraina, tematica sulla quale sottrarsi alle tensioni bellicistiche risulta difficile. Se, in generale, si pronunciano formalmente a favore di una de-escalation e dei negoziati, vi sono, come visto con LFI, difficoltà a pronunciarsi chiaramente contro ogni invio di armi all’Ucraina, vi sono ambiguità rispetto il ruolo imperialista della NATO quale motivo scatenante del conflitto e sono in voga formule come: “chiediamo il ritiro delle truppe russe dall’intero territorio ucraino”. Queste posizioni risultano in ultima analisi contraddittorie rispetto alla richiesta di negoziati, perché proprio tali punti, la fine dell’espansione della NATO, nonché lo status di alcuni territori dell’est dell’Ucraina, sono alla base di possibili negoziati.
Tale terreno è, dunque, nella percezione di massa, percorso in maniera più coerente da alcuni partiti di estrema destra, fra cui quello di Orban il quale, al momento, appare come l’unico argine, in Europa, alle derive più belliciste.
Veniamo ora al caso tedesco, dove Alternative für Deutschland è diventato il secondo partito, dietro CDU/CSU, raccogliendo più voti di tutti e tre i partiti di governo della “coalizione semaforo”: SPD, Verdi, Liberal Democratici.
AfD, partito con l’essere un ristretto circolo di docenti universitari antieuro, è nel corso del tempo diventato una formazione politica dai forti tratti neonazisti, tanto da provocare la presa di distanza del RN francese e di altri partiti dell’estrema destra europea in relazione ad alcune dichiarazioni apertamente nostalgiche da parte di alcuni suoi esponenti.
Ebbene, AfD si sta progressivamente radicando, specialmente nei lander dell’ex-DDR, che permangono i più poveri dopo la disastrosa annessione del ’90-’91 e dove, evidentemente, albergano anche forti sentimenti di frustrazione. In tali lander, AfD è il primo partito.
A sinistra della SPD, si è approfondita la spaccatura politica che ha prodotto una novità. Il partito Die Linke non ha saputo sottrarsi in maniera adeguata alle derive belliciste, tanto da subire la scissione di “Bündnis Sahra Wagenknecht” (BSW). C’è da sottolineare che la divaricazione fra queste due componenti politiche riguarda, come vedremo, molti temi politici e culturali, ma è stato quello della guerra a dare fuoco alle polveri della scissione.
Die Linke è un partito socialdemocratico di sinistra nato negli anni ‘2000 dalla fusione di due componenti: una di fuoriusciti dalla SPD dell’ovest e una di eredi della SED dell’est che hanno accettato gli esiti dei fatti del triennio ’89-’91, pertanto non sono stati perseguiti e arrestati. BSW fa capo più a questa seconda componente.
Die Linke, negli anni, ha raggiunto percentuali a due cifre, prima di andare incontro ad un lento logoramento, che ha fatto emergere il dissenso interno. Ebbene, alle elezioni europee, la nuova formazione ha più che doppiato Die Linke (6,2% contro 2,7%).
Il fulcro del programma politico di BSW si basa sulla necessità di proteggere dagli effetti deleteri della globalizzazione un blocco sociale che, mutatis mutandis, è simile a quello che in Gran Bretagna decretò la Brexit: la classe operaia classica, proveniente soprattutto dai residui distretti industriali collocati nelle province, la classe media e i lavoratori del settore dei servizi a bassa scolarizzazione (ad esempio, i lavoratori delle imprese di pulizia). Per farlo, propone la rivitalizzazione dello stato nazione, come unico ente in grado di regolamentare e imbrigliare i flussi finanziari, far sì che i grandi fondi finanziari non acquistino le piccole e medie aziende produttive delle province per smantellarle o esternalizzarle, ridare vigore agli strumenti del welfare lavorista classico, ecc. Il modello di stato immaginato è evidentemente quello keynesiano degli anni ’70.
Attorno a questo punto, ruotano tutte le prese di posizione di BSW, anche le più controverse.
Ad esempio, dato che tale blocco sociale subisce il dumping salariale e l’erosione degli ammortizzatori sociali causati dall’immigrazione, intra ed extra europea, BSW è contraria ad operazioni di apertura di massa come quella effettuata dal governo Merkel nel 2016 con i Siriani, e propone di regolarizzare i flussi. Tuttavia, e qui c’è un punto critico, non specifica con quali mezzi intenda limitare la migrazione e/o effettuare i respingimenti. Inoltre, è contraria a strumenti di welfare universalistici, come il reddito di cittadinanza (che in Germania è costituito dall’indennità Hartz IV), che, per dare poco a tutti, immigrati compresi, penalizzano i lavoratori di lungo corso che si trovano disoccupati e li costringe, successivamente, ad accettare lavori molto meno remunerati rispetto al reddito precedente.
Un punto su cui calca molto BSW è quello culturale: un tratto costitutivo, infatti, è rappresentato dall’ostilità rispetto ai linguaggi e ai codici comunicativi tipici di molti movimenti “single issue” (movimento antirazzista, movimento antisessista, movimento ambientalista, ecc.), che sono diventati nettamente egemonici a sinistra, sia nella Linke, che nell’SPD e nei Verdi.
Come scrive la leader Sahra Wagenckneckt nei suoi libri, la narrazione della sinistra “alla moda” degli ultimi 10 – 15 anni riflette la visione del mondo di un ceto sociale composto per lo più di persone laureate che, a conti fatti, sono uscite vincitrici dai processi di globalizzazione; esse, quindi, dipingono tale periodo, segnato dal rafforzamento Unione Europea nei confronti degli stati-nazione e dall’avanzare dei diritti civili, come progressivo. Le classi uscite sconfitte dalla globalizzazione, invece, non vedono nulla di progressivo in questi processi storici; anzi, nel caso dei movimenti ambientalisti che vanno per la maggiore e dei Verdi, vedono in essi dei nemici, in quanto le loro proposte politiche vanno nella direzione di far aumentare i costi dei beni di consumo economicamente più accessibili, come le utilitarie a benzina e la carne proveniente dagli allevamenti intensivi.
Per tutti questi motivi, le classi popolari si sono allontanate dalla sinistra, per abbracciare l’astensionismo o l’estrema destra.
Sulla politica estera, Bundis Sahra Wagenknecht ha un profilo politico più condivisibile delle sinistre europee di cui si è parlato in precedenza, in quanto propone, per la Germania, un ruolo di aperta neutralità attiva nei conflitti internazionali, compreso quello russo-ucraino, rispetto al quale è netta non solo la contrarietà all’invio di armi, ma anche quella all’allargamento dell’Unione Europea a Georgia, Moldavia e Ucraina, in quanto foriera di tensioni geopolitiche.
Sull’Unione Europea, più in generale, la si concepisce come non più di un coordinamento fra stati-nazione. Pertanto si propone una radicale riduzione delle sue competenze a favore degli stati membri, appannaggio dei quali dovrebbero rimanere le politiche di bilancio, la regolazione dei flussi migratori anche intra-europei e le politiche ambientali, in luogo delle antidemocratiche e poco trasparenti burocrazie europee che stanno sottraendo sovranità ai singoli Stati.
Premesso che per tutte le “sinistre” di cui qui si è parlato, in nessun caso si tratta dell’organizzazione dei comunisti in quanto tale, bensì del fronte della rappresentanza politica, è necessario dibattere i temi qui tracciati ed i vari spunti che ne conseguono in maniera laica e facendo le dovute contestualizzazioni, senza squalifiche aprioristiche o atteggiamenti moralistici.
Riflettere su tematiche come il ruolo dello stato-nazione e sue eventuali alterative, la funzione dell’Unione Europea, la protezione del blocco sociale di riferimento dagli effetti provocati dalla scomposizione su base internazionale della catena del valore, l’egemonia culturale attualmente vigente a sinistra, dovrebbe essere di nuovo al centro della relazione fra le varie espressioni della sinistra di classe che si propongono di organizzare e rappresentare il moderno proletariato.
La situazione che si profila in Europa, con il ritorno generalizzato del bipolarismo, dopo anni di turbolenze politiche conseguenti alla crisi del 2008, non è ottimale: ci riporta, infatti, indietro alla fase dei centrosinistra di metà anni ’90 – anni 2000, i quali sono stati gli esecutori materiali della deregulation economica che ha provocato effetti devastanti sulle condizioni materiali dei lavoratori europei e sono stati, di pari passo, fautori di politiche imperialiste e di guerra.
Contrapporsi a tali derive diviene imperativo categorico.
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15/07/2024
Oggi in Francia domani in Europa. Ma cosa di preciso?
Il grosso risultato del Fronte Popolare è sotto gli occhi di tutti: aver raccolto in termini elettorali i frutti di anni di mobilitazioni di differenti soggetti di massa contrari allo smantellamento dei diritti sociali che in Francia ha visto diverse stagioni politiche, per quasi un trentennio, a partire dall’inverno 1995. In questo lungo periodo lo schieramento di sinistra ha visto differenti ristrutturazioni, tra clamorose sconfitte e risultati incoraggianti, per arrivare al risultato storico di oggi col primo posto in parlamento in termini di deputati eletti. Per il Fronte Popolare si tratta di acquisire nuovi consensi in vista del tentativo (tra possibili elezioni legislative anticipate del 2025 o presidenziali del 2027) di conquista del potere. Certo, la tenuta antifascista della Francia, con il sistema delle desistenze, è un fatto positivo ma i cartelli delle sinistre – a cominciare dal primo governo Herriot che nel 1925 fu fatto direttamente fuori dalla banca di Francia per arrivare alla breve esperienza di Leon Blum – hanno una storia decisamente tempestosa. Solo a partire dall’inizio del primo settennato Mitterand, con un governo PS-PCF, il governo di sinistra in Francia ha trovato un processo di stabilizzazione ma entro un quadro di costruzione della governance multivello europea le cui politiche sono quello che il Fronte popolare di oggi di fatto nega.
Già perché il problema del Fronte Popolare, oltre all’allargamento del consenso utile per una definitiva vittoria elettorale, è quello di avere una strategia sistemica utile per affrontare coloro che votano tutti i giorni, influenzando le politiche dei governi, ovvero i mercati finanziari. Questo a maggior ragione quando la base elettorale della sinistra esprime la difesa di quello che per i mercati finanziari va aggredito: diritti sociali, spesa pubblica, beni comuni. Nei giorni precedenti al ballottaggio era toccato al RN di Marine Le Pen giustificarsi di fronte ai mercati finanziari sulle politiche da adottare, in caso di eventuale vittoria, e infatti su Bloomberg era apparso un articolo da Parigi che parlava di accantonamento, da parte del RN, degli sgravi fiscali per ricchi (che indeboliscono il bilancio dello stato e non piacciono alle borse) e di sostanziale adesione al piano di austerità Ue prospettato per la Francia. In caso di governo del Fronte Popolare gli attacchi, da parte dei mercati finanziari, possono moltiplicarsi, unirsi a quelli della governance Ue e Bce, creando un caso Grecia dalle dimensioni francesi, quindi molto più grandi, rispetto al quale il Fronte Popolare deve avere una strategia sistemica efficace e marcata visto che la sua esperienza somiglia molto di più a quella dei governi Blum ed Herriot che a quella del periodo Mitterand.
La vicenda francese dimostra che la reazione alla disgregazione dei diritti sociali, in atto in tutto il continente dalla caduta del muro di Berlino con differenti velocità da paese a paese, ha toccato un serio livello di criticità sistemica diventando un rompicapo politico più grande che nel recente passato. Quando la Francia, paese cardine della governance UE che conosciamo, entra in crisi politica a partire dai diritti sociali è l'”Europa”, come convenzionalmente viene chiamata, che subisce seri scossoni. Specie nel momento in cui alle politiche di austerità prospettate dalla Ue, per essere finanziariamente “sostenibile” sui mercati internazionali, si aggiunge un impegno bellico continentale, dall’immediato riflesso planetario e dai contorni pericolosi e indefiniti. La crisi greca, visibile già da inizio 2009, ha rappresentato un forte elemento di criticità per tutta l’Ue entro la crisi complessiva del debito sovrano europeo, almeno fino al 2015. E stiamo parlando di un paese con il PIL più piccolo del continente non paragonabile alla Francia. Una eventuale crisi francese, causata dallo scontro tra difesa dei diritti sociali e attacco di mercati finanziari e governance europea, rappresenterebbe qualcosa di molto più esteso sul piano continentale rispetto alla già tragica esperienza greca. Per questo il Fronte Popolare, che merita i complimenti e gli auguri per l’esperienza che rappresenta, deve mostrare appena possibile una strategia in grado di disinnescare una crisi alla greca e di garantire i diritti sociali che sono una conquista di civiltà da non cancellare e casomai da estendere.
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13/07/2024
Se in Europa torna la sinistra di sinistra
Trascuriamo la parte giocata dai sistemi elettorali, quelli che hanno fatto sì che in Gran Bretagna i laburisti raggiungessero una maggioranza schiacciante di seggi con una percentuale di voti inferiore a quella ottenuta da Le Pen in Francia. Mentre la destra italiana, che si lamenta del sistema francese, è al governo proprio per il sistema elettorale italiano voluto dal PD.
La sostanza è che il Labour neoblairiano, cioè seguace di quel Tony Blair che dovrebbe essere sotto processo internazionale per guerra di aggressione, viene da noi presentato come la sola sinistra utile a sconfiggere davvero la destra; mentre ci si augura la rottura del Fronte Popolare con la France Insoumise posta ai margini, per realizzare anche in Francia una maggioranza riformista come quella britannica. Viceversa un governo del Fronte Popolare viene considerato peggiore di uno guidato da Le Pen.
Praticamente i commenti della élite italiana e dei suoi giornali echeggiano un vecchio terribile motto della classe dominante francese negli anni trenta del secolo scorso: meglio Hitler del Fronte popolare.
Il quotidiano La Repubblica è stato in prima fila nel rilanciare questa rinnovata scelta del male minore a destra, nel nome della lotta all’antisemitismo, di cui è stato accusato Mélenchon per le posizioni assunte a favore della Palestina e contro il genocidio israeliano, ma anche per l’antirazzismo, per l’anticolonialismo e il ripudio totale dell’islamofobia, vero antisemitismo del ventunesimo secolo.
Prima del secondo turno francese La Repubblica ha dato grande risalto alla presa di posizione dell’intellettuale liberal conservatore Finkielkraut, che aveva dichiarato di preferire Le Pen a Mélenchon. Lo stesso quotidiano aveva definito nei suoi titoli come antisemita LFI. Poi dopo il voto addirittura hanno scritto che la comunità ebraica era in angoscia per il risultato del Fronte Popolare.
L’accusa di antisemitismo contro la sinistra che sta con la Palestina ha unito liberal democratici reazionari e neofascisti, anzi ha legittimato questi ultimi. Le Pen ha fatto della lotta all’antisemitismo la sua prima bandiera e ha definito Mélenchon esattamente come il quotidiano romano della famiglia Elkann Agnelli. Persino Salvini avrebbe potuto usare La Repubblica per sostenere Le Pen.
Però la maggioranza del popolo francese non si è fatta imbrogliare da questi ultimi lasciti dello spirito di Vichy e, mentre Macron faceva cene con Bardella e Le Pen per trovare un accordo di coabitazione, ha votato contro l’estrema destra.
Invece in Gran Bretagna l’imbroglio ha funzionato.
Jeremy Corbyn nelle passate elezioni aveva ottenuto più voti di Starmer, ma aveva di fronte un partito conservatore più forte, non ancora entrato nella crisi attuale. Se avesse mantenuto la leadership del Labour, oggi che i conservatori sono crollati, Corbyn guiderebbe un governo britannico di vera sinistra. Per evitare questo l’establishment britannico, con il sostegno dalla peggiore destra filo israeliana, ha organizzato un golpe interno al Labour estromettendo Corbyn con la solita accusa di antisemismo.
Oramai è chiaro che questa accusa non solo serve a coprire il sostegno al genocidio israeliano, ma viene usata in Europa per selezionare una classe politica disposta alla guerra, all’economia di guerra e alle politiche liberiste di austerità.
Contro il programma economico del Fronte Popolare di Mélenchon sono stati lanciati ancora più anatemi che sulla sua posizione sulla Palestina. La tassazione dei ricchi, la pensione a 60 anni cancellando la controriforma di Macron, il salario minimo a 1600 euro mensili netti sono stati considerati follie. Eppure queste non sono certo misure rivoluzionarie, ma semplicemente riforme di giustizia dopo anni di distruzione dei diritti sociali nel nome della competitività e dell’austerità.
In Francia contro Macron ci sono stati giganteschi scioperi ed una mobilitazione di massa di settimane. Il programma del Fronte Popolare è semplicemente una risposta positiva a quelle lotte. Ma l’Europa liberaldemocratica è proprio questo che non vuole: che si diano risposte positive alle lotte sociali. L’Europa liberista attuale nasce dalla sconfitta del movimento operaio e della sinistra che lo rappresentava ed è disposta a qualsiasi cosa purché non si torni alla giustizia sociale.
La reazione contro il programma del Fronte Popolare accomuna i reazionari e i liberali, che anche se confliggono per i voti, sono sempre più vicini sulle questioni di fondo.
Il rifiuto della guerra e del militarismo della NATO, il sostegno alla Palestina, l’eguaglianza sociale sono oggi incompatibili con il sistema di governo europeo. Quel sistema che si prepara a rieleggere a capo della Commissione UE Ursula von der Leyen, reazionaria, guerrafondaia e complice di Netanyahu.
La sinistra ammessa nel palazzo è quella che sta con la “maggioranza Ursula” e anche la destra viene sempre più selezionata sulla base dello stesso criterio. La maggioranza Ursula, liberale nella forma, reazionaria nella sostanza, è ciò che le élite considerano il meglio per se stesse in Europa.
Macron pensava di melonizzare Le Pen, facendola governare in ossequio alla NATO e all’austerità UE, ma gli elettori hanno deciso diversamente.
Anche in Gran Bretagna il successo del liberismo non è stato perfetto, perché Corbyn è stato rieletto in Parlamento, sconfiggendo sia i laburisti che i conservatori. Anche lì qualcosa è andato storto.
Nonostante trent’anni di politiche e dominio ideologico a senso unico, qua e là in Europa sta risorgendo una sinistra di sinistra. Lor signori non ci sono più abituati e vanno in confusione e rabbia. È solo l’inizio, ma è un segnale per il futuro. Un segnale che prima o poi si sentirà anche in Italia e allora sembreranno davvero ben misera cosa le alchimie dei campi, larghi nelle alleanze e ancora di più nei principi.
Fonte
10/07/2024
Francia - La Sinistra tra la sfida del governo e le promesse elettorali da rispettare
Sullo sfondo c’è l’opinione pubblica francese frammentata come il mondo politico. La destra di Le Pen e Bardella è stata sconfitta ma non resterà a guardare, forte del suo progresso senza precedenti nell’Assemblea oltre che nelle strade del Paese. Ne abbiamo parlato con Caterina Bandini, sociologa e ricercatrice del CNR e dell’università di Nantes che vive e lavora a Parigi.
Fonte e podcast
09/07/2024
La paura della destra può produrre altri mostri
I risultati delle elezioni europee prima e di quelle francesi poi, hanno perimetrato gli allarmi – spesso più che strumentali – di una valanga della destra sugli equilibri politici in Europa.
Sullo sfondo di una guerra dentro l’Europa e contro la Russia che le attuali classi dirigenti intendono continuare ad alimentare, le rendite di posizione delle rappresentanze politiche tradizionali del bipolarismo (conservatori e socialdemocratici, entrambi allineati al liberismo) hanno subìto forti sollecitazioni ma hanno – per ora – sostanzialmente tenuto. Il risultato delle elezioni francesi e quelli delle europee ci dicono sostanzialmente questo.
Dopo aver portato l’intera politica economica e internazionale a destra, aumentando enormemente le disuguaglianze sociali e le ambizioni guerrafondaie, le classi dirigenti bipartisan europee hanno scoperto che qualcuno poteva attuare una politica di destra attingendo all’originale invece che alla sua mutazione liberale.
Ma hanno anche verificato che mantenere il potere sul terreno del “Tina” (There Is Not Alternative) non è più gratis.
Hanno addomesticato prima la sinistra (vedi la Grecia) e poi la destra all’obbedienza verso i diktat degli apparati di comando di Bruxelles e della Nato. Hanno gestito l’emergenza pandemica senza mutare di un millimetro gli assetti sociali per ritornare subito ai vincoli del Patto di Stabilità, e questo nonostante le profonde ferite apertesi in vasti strati popolari delle società, perfino in paesi ricchi e stabili come Germania e Francia.
Oggi intravedono nell’economia di guerra la risposta possibile alla recessione economica e industriale innescata dalla competizione globale frontale scatenata contro i Brics e i paesi emergenti per impedirgli di crescere e competere.
L’accumulo di queste contraddizioni ha però messo in evidenza crescenti problemi di governabilità e di consenso per le classi dirigenti europee. Per mantenere la governabilità devono stringere o immaginare alleanze fino a ieri rifiutate con supponenza ma con un obiettivo sempre ben definito: sbarrare la strada non tanto ai fascisti ma alle forze che indicano come prioritarie le esigenze popolari piuttosto che quelle delle banche o degli industriali.
In Francia è fin troppo evidente come i partiti dei ricchi cercheranno di sgretolare il Nuovo Fronte Popolare per cooptarne una parte nella coalizione di governo che dovrà convivere con Macron e il suo programma antipopolare. Imbarcheranno socialisti e verdi ed emargineranno violentemente La France Insoumise nonostante i pesanti compromessi in politica estera che questa ha accettato in nome dell’unità antifascista.
Lo stesso faranno a livello di Parlamento e Commissione europea, magari imbarcando la zattera della Meloni dalla quale sono scesi quasi tutti.
E in Italia? È già fin troppo evidente l’eccitazione che pervade le forze del cosiddetto “campo largo” per mettersi tutte insieme, rovesciare il governo Meloni e ipotecarne una seconda edizione. Né più né meno di quanto è avvenuto con Berlusconi, producendo però come alternativa due governi Prodi e un governo Monti con tutti i danni politici, sociali e istituzionali che hanno prodotto e che appare difficile rimuovere o dimenticare. Se facessimo un ordine di lista – che in molti conoscono bene e dovrebbero ricordare – difficilmente se ne potrebbe ricavare una qualche idea di “meno peggio”.
I fascisti della Meloni o i leghisti salviniani sono indubbiamente odiosi ma sono anche stupidi, spesso anche più del necessario, fino a rendere quasi accettabile qualsiasi altra cosa – inclusi Renzi, Bonaccini e Calenda – che non siano i Meloni boys.
Ma questo è uno scenario che ci hanno già proposto, che abbiamo già visto e che abbiamo ripudiato in passato.
Riproporcelo di nuovo, a fronte delle posizioni, degli impegni e dei vincoli dell’Italia nella Nato e nella Ue, della guerra in Ucraina, della insopportabile indulgenza verso Israele e delle insopportabili disuguaglianze sociali cresciute nel paese in questi ultimi trent'anni, non è una ipotesi digeribile per chi aspira e agisce per una alternativa politica e sociale degna di questo nome.
Se c’è una cosa ci ha insegnato la Francia è che è il conflitto sociale a produrre rappresentanza politica reale e che il nemico è diventato meno forte di prima. È tanta roba.
Fonte
08/07/2024
Francia - Vince la sinistra. Mélenchon rivendica la formazione del nuovo governo
Doveva essere un “barrage”, uno sbarramento contro l’estrema destra del Rassemblement National, e invece il secondo turno delle legislative francesi si è trasformato nella vittoria del Nuovo Fronte Popolare.
L’alleanza formata da vari partiti di sinistra e centrosinistra in fretta e furia subito dopo la decisione del presidente Macron di sciogliere le camere dopo la sonora sconfitta inflitta al suo schieramento dall’estrema destra alle europee è arrivata in testa nel voto ai ballottaggi.
Secondo le stime di Ipsos per France Télévision, il Nuovo Fronte Popolare otterrebbe 195 deputati mentre il partito di Le Pen e Bardella, insieme agli alleati repubblicani (destra neogollista) si fermerebbe a “soli” 141 seggi. Subito dopo la pubblicazione delle prime proiezioni, una gran folla si è radunata per festeggiare in Place de la République a Parigi.
Al primo turno il Rassemblement National e i transfughi della destra conservatrice guidati dall’ex segretario dei Républicains Eric Ciotti avevano ottenuto il 33,2% contro il 28% della coalizione formata da socialisti, ecologisti, radicali di sinistra, ribelli della France Insoumise, comunisti e anticapitalisti.
I patti di desistenza, nonostante la defezione di parecchi macroniani e della quasi totalità dei repubblicani indipendenti, hanno evidentemente funzionato ribaltando i risultati del primo turno, e in molti collegi l’elettorato di diversi schieramenti si è coalizzato convergendo sul candidato alternativo al Rn per impedire la vittoria della destra radicale.
Per quanto ripulito e ammodernato rispetto al passato e soprattutto rispetto al Front National, il Rassemblement National conserva tratti ferocemente nazionalisti e razzisti, anche se il suo programma economico è stato rettificato in senso liberista, suscitando così la mobilitazione dell’elettorato antifascista e genericamente “repubblicano”.
La partecipazione ai ballottaggi, infatti, è stata molto alta, forse leggermente superiore al 66,7% di domenica scorsa.
Così, su 306 triangolari potenziali usciti in altrettanti collegi al primo turno, dopo i ritiri della maggior parte dei candidati arrivati terzi se ne sono tenuti soltanto 89.
Per effetto delle desistenze, quindi, non solo l’estrema destra non è arrivata in testa, seppur senza maggioranza assoluta com’era prevedibile già nei giorni scorsi, ma è stata addirittura relegata alla terza posizione.
Anche “Ensemble por la Republique”, lo schieramento centrista e liberista di Macron e del premier uscente Attal, ha beneficiato delle desistenze e del barrage contro l’estrema destra, ottenendo 168 deputati. Per Renaissance, MoDem e Horizon si conferma comunque la sonora sconfitta, considerando che la coalizione macroniana aveva ottenuto 350 deputati nel 2017 e una maggioranza relativa di 250 nel 2022, però la conquista di una insperata seconda posizione ridà fiato all’inquilino dell’Eliseo.
I Repubblicani indipendenti avrebbero ottenuto 63 rappresentanti, confermando una certa influenza sullo scenario politico nonostante la perdita dell’egemonia dopo l’avvento di Emmanuel Macron al potere.
Il problema è che il Nuovo Fronte Popolare non ha da solo i numeri per governare essendo giunto lontanissimo dalla maggioranza assoluta – 289 seggi su 577 totali – e non potendo contare su altri alleati naturali al di fuori del proprio schieramento. Per governare – con il suo programma, come rivendica soprattutto Melenchon, il leader della France Insoumise – il già variegato schieramento dovrebbe ottenere i voti dei centristi, il che al momento sembra molto difficile.
A meno che non si vada ad un governo di coalizione che però, visti i veti reciproci della sinistra radicale e della maggior parte di Ensemble, escluderebbe gli eletti della sinistra radicale, a meno che essi siano sufficienti a far fallire l’operazione.
Secondo le stime, la France Insoumise avrebbe ottenuto da 85 a 94 deputati, il Partito Comunista da 8 a 10, i socialisti da 55 a 65 e gli ecologisti da 32 a 36.
Insomma si apre dopo il voto, convocato da Macron che puntava a costringere i francesi a scegliere il male minore – cioè tra lui e l’estrema destra – o in caso di vittoria del Rn a bruciare il partito di Le Pen e Bardella per poi uscire vincitore dalle presidenziali fissate nel 2027, una stagione prevedibilmente molto instabile, inedita in Francia.
ORE 6
Questi sono i risultati definitivi delle legislative: Nuovo Fronte Popolare (sinistra) 180 seggi; Ensemble (maggioranza di governo uscente) 158; Rassemblement National e alleati (estrema destra) 143; Républicains e altri di destra 67; altri di sinistra 12; altri di centro 6; Regionalisti 4; altri 1.
ORE 7.30
Il Ministero dell’Interno di Parigi conferma l’alta partecipazione al voto di ieri, quasi pari al primo turno: al ballottaggio si sono recati alle urne il 66,63% degli aventi diritto, anche se si registra un alto livello di schede bianche (2.75%). Nel 2022 il tasso di partecipazione al secondo turno era stato del 46,2%.
Alla nuova Assemblea Nazionale sono state elette 208 donne pari al 36% del totale, una cifra leggermente inferiore al mandato precedente, quando al Palais-Bourbon c’erano 215 deputate.
ORE 8.00
Questa è la ripartizione dei seggi definitiva tra i partiti:
La France Insoumise (sinistra): 77
Partito Comunista (sinistra): 9
Ecologisti (centrosinistra): 28
Partito Socialista (centrosinistra): 56
Generations (centrosinistra): 5
Altri di sinistra e regionalisti progressisti: 19
Renaissance (centro): 98
MoDem (centro): 34
Horizons (centro): 26
Altri di centro, centrodestra e regionalisti: 17
Repubblicani (destra): 67
Repubblicani di Eric Ciotti (destra): 17
Rassemblement National (estrema destra): 126
